DISCORSO

DI STEFANO DELLA BOETIE

1531-1563

DELLA SCHIAVITÙ VOLONTARIA

o

IL CONTRA UNO

TRADOTTO

NELL’ITALIANO IDIOMA

da Cesare Paribelli

IN NAPOLI

ANNO SETTIMO REPUBLICANO

Edizione di riferimento

Della schiavitù volontaria o il Contra Uno, Discorso di Stefano Boètie, tradotto nell’italiano idioma da Cesare Paribelli, Napoli Anno settimo repubblicano.

Edizione elettronica di riferimento

Gallica.bnf.fr

 

 

LIBERTÀ

UGUAGLIANZA

IL CITTADINO EDITORE

IL nome di Stefano della Boetie, consigliere del Parlamento di Bordò, che cessò di vivere in età di 32 anni nel 1563, sarebbe rimasto sepolto nella notte de’ tempi, se l’amicizia del celebre Mr. Montaigne non avesse consecrata all’immortalità la memoria di lui. Questo incomparabile scrittore, che, a sentimento di Baile, avrà degli ammiratori fino che il mondo avrà conoscitori, non solamente rilevò il merito della Boetie ne’suoi Saggi ed in varie lettere, in cui lo caratterizza pel più grand’uomo del suo secolo; ma essendo stato erede della di lui libreria pubblicò colle stampe i di lui scritti. Tra questi il suo Authenoticon, ossia il discorso sulla schiavitù volontaria è il più interessante per l’umanità, e quello che, per le utili verità, che mette nella più chiara luce, avrebbe dovuto passare alla posterità come un codice di publica, e privata educazione. Ma tal’è l’impero ferreo della tirannia, e tanto è vero, che tra’ ceppi si perde fin’anche il sentimento della libertà, che quest’operetta era, quasi generalmente ignorata. Il nostro Cittadino Rappresentante Cesare Paribelli, la prima delle vittime della nostra tirannia appena n’ebbe notizia volle farne un dono all’Italia, trasportandola nel nostro idioma, e questo dono è tanto più grande quanto il linguaggio in cui scrisse Montaigne, e la Boetie riesce incommodo, e poco intelligibile anche ai più versati nella lingua francese. Questo bravo cittadino, mentre occupavasi in una delle nostre Bastiglie di questa traduzione, perchè fin da gran tempo era egli sicuro di dovere in questo suolo felicemente allignare l’albero salutare della libertà, e volea promuoverne i progressi, meditava prima di darla alla luce, corredarla di note istruttive, e interessanti; ma le gravi cure del governo della nostra Republica avendogli impedito quest’utile lavoro, si è compiaciuto egli di permettere ad un cittadino, il quale ha avuto il piacere di aver per lui quei sentimenti stessi, che avea Montaigne per la Boetie, che ne desse alla luce la sola traduzione, per non rimanerne il publico defraudato nel maggior uopo. Degradata questa nostra Nazione per tanti secoli sotto scettri di ferro, tanto è lontano, che la plebe conosca i dritti suoi, e la inestimabile felicità di avergli riacquistati, che non sa neppure attaccare un’idea adeguata alle voci libertà, eguaglianza, patria, republica, e sembra, che sventuratamente non sappia neppur immaginare, come si possa vivere senza padrone; non ostante, che non vi sia forse al mondo nazione, che abbia avuto mai altrettanti motivi, quanti la nostra da esecrare, i Tiranni. La sua rigenerazione non può altronde sperarsi che dai lumi, e dall’istruzione e quindi a che il nostro Governo Provisorio ha fatto degli utilissimi provvedimenti su questo importantissimo oggetto. Ma dovendo ogni buon cittadino cospirare colle mire del Governo, sarà un tributo di patriottismo la stampa di questa operetta, la quale non può essere più opportuna all’istruzione, da che gli argomenti, che l’autore impiega, per ispirare l’amore della libertà, e l’odio alla tirannia, sono adatti alla capacità di tutta il mondo. Se i nostri cittadini la gradiranno sarà essa seguita da molte altre opere della stessa natura, le quali porranno la gioventù Napolitana nel caso di essere altrettanto istruita nelle materie politiche, quanto quella di qualunque più illuminata Nazione, e di poter affrettare il saldo stabilimento, e la felicità della nostra nascente Republica, da cui forse dipende quella di tutta la bella Italia.

Giovani Republicani, che formate le più belle speranze della Nazione, se volete ottenere questo grande intento, profittate del salutare ricordo, del dono patriottico di un grande ed illustre nostro cittadino, e non fate, per Dio, scappare questo tempo prezioso di entusiasmo, per istabilire tra voi, e spargere per tutta la Nazione, le solide virtù, senza le quali, non può la democrazia reggere, e molto meno prosperare.

Salute, e Fratellanza.

DISCORSO

DI STEFANO DELLA BOETIE

DELLA SCHIAVITÙ VOLONTARIA

O IL CONTRA UNO

„ Servir a più signori è gran follia

„ Ch’un sol sia il re, ch’un sol signor vi sia [1].

Così disse Ulisse in Omero in una publica concione. S’egli altro detto non avesse, se non che: Servire a più signori è gran follia: avrebbe detto a maraviglia bene. Ma in vece di dire, come per parlare ragionevolmente avrebbe dovuto, che la signoria di molti non può esser buona, da che anche l’impero d’un solo, tosto che acquista il titolo di signoria, diventa immantinente irragionevole e ferreo, egli volle anzi soggiungnere tutto al rovescio. Ch’un sol sia il re, ch’un sol signor vi sia.

Pur tuttavia può per avventura Ulisse essere in ciò degno di scusa, perch’eragli forse mestieri allora di usare un tal linguaggio per servirsene ad acchetare qualche ribellione dell’esercito laonde io suppongo la di lui sentenza più conforme alla circostanza del tempo, che alla verità. Ma ragionando da senno è massima sventura l’essere sottoposto ad un padrone, il quale non v’è chi possa in conto alcuno assicurarsi, ch’ei, sia per esser buono, restando sempre in di lui balia l’essere malvagio quando il voglia. L’aver poi più d’un Padrone è quanto dire essere altrettante volte estremamente sventurato quanti Padroni s’hanno a servire. Non intendo io già di agitare per ora cotesta questione già tanto discussa; cioè se le altre maniere di Repubbliche sono migliori della monarchia. Che se pur mi risolvessi di venirne a siffatta discussione, pria di mettere in problema qual luogo tra le Repubbliche occupar debba la monarchia, vorrei sapere s’ella vene debb’aver alcuno di sorta. Imperocchè egli è molto malagevole il credere, che possa esservi qualche cosa di pubblico in un governo, dove il tutto appartiene ad un solo. Ma una tale questione ce la riserbiamo a miglior tempo, e sarebbe ben degna ella sola d’un trattato particolare, o piuttosto strascinerebbe seco tutte le politiche dispute. Io bramerei soltanto di sapere per ora s’egli è possibile, e in qual modo può accadere, che tanti uomini, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un solo tiranno, che non ha verun’altra autorità fuori di quella che gli vien conferita nè altro potere di nuocere, se non in proporzione di quanta volontà hanno eglino di tollerarlo: che in fine non potrebbe lor fare alcun male, se non allorch’essi preferiscono di soffrire piuttosto, che di contraddirgli. Gran cosa per verità (e pure sì ordinaria, ch’è forza di tanto più dolersene, e di meno maravigliarsene) di vedere un milione di milioni d’uomini servire miserabilmente sottoponendo il collo al giogo, non già costrettivi da una forza superiore, ma sembrando in certa maniera incantati, ed ammaliati al solo nome di uno, del quale non avrebbono in conto alcuno a temer la possanza, essendo solo, nè ad amare le qualità, essendo egli a loro riguardo barbaro, ed inumano. Tal’è la debolezza di noi altri uomini, che spesso è necessità d’obedire alla forza, fa d’uopo allora di temporeggiare, giacchè non si può sempre essere il più forte. Per la qual cosa una Nazione è costretta talvolta dalla forza della guerra d’obedire ad un solo, come la Città d’Atene ai trenta tiranni, non bisogna stupirsi, ch’ella serva, ma compiangere un sì funesto caso; o piuttosto non dovrassi nè stupirsene, nè dolersene; ma soffrire una tanta calamità con pazienza, riserbandosi ad una miglior sorte in avvenire. La nostra natura è sì fatta, che i comuni doveri dell’amicizia n’involano una buona porzione del corso della nostra vita. È ragionevolissimo di amar la virtù, di pregiare le grandi geste, di riconoscere d’onde il bene ci è provenuto, ed anche di scemare spesso i nostri propri comodi, per accrescere l’onore, e gli agi di colui, che si ama, e che lo merita. Per la qual cosa adunque se gli abitanti d’un paese hanno trovato qualche grand’uomo, che abbia loro con pruove dimostrata una grande providenza per la loro conservazione, un gran valore per difendergli, una grande diligenza nel governargli, se d’allora in poi essi si addomesticano ad obedirgli, ed a fidarsene tanto di accordargli qualche superiorità, io non saprei ben dire, se in ciò la facessero da saggi, poichè si verrebbe a toglier colui da quel luogo, ove facev’il bene, per collocarlo in un altro ove potrebbe far male; ma certamente non potrebbe negarsi che non fosse indizio d’una certa bontà di cuore il non temere del male da colui, dal quale non hassi ricevuto se non del bene.

Ma, oh potentissimo Iddio ! Che mai può esser questo? Come diremo noi, che ciò si appelli? Quale sventura è cotesta? Anzi qual vizio di vedere un numero infinito d’uomini non già obedire, ma servire, non già essere governati, ma tiranneggiati, senz’aver più a loro disposizione nè beni, nè figli, nè parenti, nè la loro vita medesima? Soffrire i saccheggi, le libidini, le crudeltà non già d’un’annata, non d’un barbaro campo, contra li quali avrebbesi a cimentare per difendersi il sangue, e la vita, ma d’un uomo solo; non già d’un Ercole, nè d’un Sansone; ma di un solo uomicciattolo, per lo più fra tutta la Nazione il più codardo, ed effeminato: non già assuefatto alla polvere delle battaglie, ma soltanto, ed anche a mala pena all’arena de’ tornei: non già da tanto da comandare agli uomini per la forza, ma tutto occupato a servire vilmente la minima feminuccia. Chiameremo noi ciò virtù? Diremo noi, che coloro che servono sieno pusillanimi, e codardi? Se uno, se due, se tre non difendonsi da un solo ben strana cosa, ma pure possibile: avrassi allora buon dritto di dire che ciò accade per mancanza di coraggio. Ma se cento, se mille tollerano l’ingiuria d’un solo, non avrassi già, ch’è per codardia, che non vogliono, nè ardiscono di attaccarlo, ma piuttosto per dispregio, e per disdegno? Se si veggono poi non già cento, non già mille uomini, ma cento provincie, ma mille città, ma un milione d’uomini astenersi di assalire un solo, di cui il meglio trattato ne ritrae schiavitù, e servaggio, qual nome daremo mai ad una sì fatta cosa? È ella viltà di cuore? Ma ogni vizio ha naturalmente un limite oltre il quale non può passare. Due, ed anche dieci possono paventare d’un solo: ma mille, ma un milione, ma mille città se non difendo[n]si da un sol uomo non è sicuramente codardia: ella non giunge fino ad un tal segno; al pari del valore, che non estendesi fino a fare, che un solo dia la scalata a una fortezza, assalga un’intera armata, e conquisti un regno. Qual mostro di vizio dunque mai cotesto, che neppur merita il titolo di codardia; che non trova un nome bastantemente vile, che la natura nega d’aver prodotto, e la lingua schifa di nominare? Pongansi cinquanta mila uomini armati da un canto, ed altrettanti a rincontro a questi dall’altro, si schierino in battaglia, venghino ad attaccarsi gli uni liberi, combattendo per la loro indipendenza, gli altri per ispogliarneli; a qual de’ due partiti potrassi con maggiore probabilità prometter la vittoria? Quali di costoro supporrassi, che sien per entrare più vigorosamente nella mischia, quelli che per guiderdone della loro fatiga sperano la conservazione della loro libertà, o quelli, che null’altro debbono aspettarsi in ricompensa delle ferite, che vi riceveranno, o vi daranno, se non la schiavitù de’ vinti? I primi hanno sempre avanti agli occhi la felicità della loro vita passata e la speranza d’un egual bene per l’avvenire. Non rammentano tanto ciò, ch’hanno da soffrire nel breve tempo, che dura una battaglia, quanto ciò che converrà soffrire in perpetuo ad essi, a’ loro figliuoli, ed a tutta la loro posterità. I secondi altro non hanno, chè gl’inanimi, se non un leggiero stimolo d’avara cupidigia, che spuntasi immantinente contra il pericolo, e che non può mai eccitare in loro tanto ardore, che non debba necessariamente estinguersi nella minima goccia di sangue, che scorra dalle loro piaghe. Nelle famose battaglie di Milziade, di Temistocle, di Leonida, che già da due mil’anni fa furon date, e vivono ciò non ostante ancor fresche oggi giorno ne’ libri, e nella memoria degli uomini, come se seguite fossero l’altr’ieri in Grecia pel bene di lei e per esempio di tutto il mondo, qual cosa credesi mai, che abbia dato ad un così picciol numero d’uomini non già il potere, ma il coraggio di sostenere la forza di tante navi, che lo stesso mare sentivasene sopraccaricato, e di sbaragliare tante Nazioni, sì numerose, che tutte le greche Squadre non avrebbero potuto, se fosse stato d’uopo, compier il numero de’ Capitani di tutti gli eserciti nemici, se non che sembra, che in quelle gloriose giornate non che le battaglie de’ Greci contra i Persiani, ma fossero state le vittorie della libertà sopra la dominazione, e dell’indipendenza sopra la cupidigia?

Ella è sorprendente cosa l’udire ragionare del valore, che la libertà ispira ne’ cuori di coloro, che la difendono. Ma ciò che avverasi in ogni paese di tutti gli uomini, e in tutt’i giorni, che un uomo solo dilania trenta mila città, e privale della loro libertà, chi crederebbelo se soltanto l’ascoltasse degli altri, e nol vedesse cogli occhi proprj? Che sì fatta cosa si vedesse soltanto in estranee, e rimote terre, e venisse a noi rapportata, chi non crederebbe piuttosto essere ciò una finzione inventata, che una verità? Più ancora: codesto unico tiranno neppure hassi a combattere, non fa bisogno difendersene, egli è disfatto da se medesimo, purchè la Nazione non consenta spontaneamente a servire. Non è mestieri di togliergli qualche cosa, basta di non dargli nulla. Non fa d’uopo, che la Nazione si affanni in far cosa alcuna in suo prò, ma che non si affatighi a far nulla in suo danno. Sono adunque i popoli stessi, che si lasciano o per meglio dire si fanno signoreggiare, giacchè cessando di servire essi sarebbero liberi. È il popolo stesso, che si assogetta e che si taglia la gola da se medesimo, poichè essendo a sua elezione l’essere suddito o libero, egli rinunzia all’indipendenza, e s’accolla il giogo: egli condiscende al suo male, o piuttosto se lo procaccia. Se gli costasse gran fatto il ricuperare la propria libertà, io non ne lo solleciterei sì vivamente, sebbene cosa non siavi, che l’uomo abbia ad avere più cara, quanto il ristabilirsi nel suo dritto naturale, e il ritornare per così dire da bestia uomo. Ma neppure io esigo da lui un sì grande ardimento: soltanto io non so perdonargli ch’egli preferisca una certa non so quale sicurezza di vivere agiatamente. Che! se per avere la libertà non ci vuol altro, che bramarla; se non v’è di bisogno, che di un solo atto di volontà, troverassi ancora una Nazione nel mondo, che la giudichi troppo cara merce, potendola acquistare con un semplice desiderio? A che dolersi della spesa d’un proprio atto di volontà per ricuperare un bene, che redimer dovrebbesi a prezzo di sangue? un bene perduto il quale ogni uomo d’onore dovrebbe stimar noiosa la vita, e la morte salutevole? E per verità nella stessa guisa, che il fuoco d’una picciola scintilla diviene vasto incendio, e sempre si rinvigorisce quanto più esca ritrova, e fassi ognora più pronto a consumare, ma alla fine non accostandovi più legna anche senza usar acqua per ispegnerlo, non avendo più che consumare, consuma se stesso, perde ogni forma, e cessa d’essere fuoco così parimenti i tiranni sempre di più esigono, sempre di più devastano, sempre di più distruggono a misura che più loro accordasi, e quanto più si servono viemmaggiormente si rinvigoriscono, e divengono sempre più forti, e più vigorosi per tutto annientare, e distruggere; ma se nulla loro accordasi, se niegasi loro l’obedienza, senza ferire, senza combattere essi rimangono nudi, disfatti, e ridotti al nulla; e nell’istessa guisa, che una radice priva d’alimento, e di succo nutritizio, diviene un arido e morto ramo.

I coraggiosi per acquistar quel bene, che domandano non temono punto i pericoli, nè i ben accorti qualunque travaglio. I vili, e gli stupidi non sanno nè tollerare il male, nè ricuperare il bene. Eglino limitansi intorno a ciò al puro desiderio, e il valore di aspirarvi viene loro dalla viltà rapito nel mentre, che la brama di ottenerlo rimane loro per natura. Cotesto desio, cotesta voglia d’acquistare tutto ciò, il cui possesso renderebbe contenti, e beati, sono comuni del pari al savio, e all’imprudente, all’animoso, e al codardo; una sola cosa osservasi, nella quale (io non saprei per qual cagione) la natura vien meno agli uomini per desiderarla. Questa è la libertà, che pure è un bene sì grande, e sì delizioso, che perdutala, tutte le calamità se ne vengono in seguito, ed i beni stessi, che dopo lei rimangono, essendo corrotti dalla schiavitù, perdono totalmente ogni lor gusto, e sapore. Io son d’avviso, che gli uomini escludono da’ loro desiderj la sola libertà, per questo appunto che l’avrebbero se la bramassero: quasi che ricusassero di fare sì bell’acquisto soltanto per esser egli facile a conseguirsi.

Miserabili e sciagurate genti, popoli insensati, nazioni ostinate nel proprio male, e cieche ai propri vantaggi, voi vi lasciate involare davanti agli occhi la migliore, e la più sicura porzione delle vostre rendite, saccheggiare i vostri campi, dirubare le vostre case, e spogliarle dalle paterne, ed avite suppellettili voi vivete in un modo tale da poter dire, che nulla vi appartiene, e sembrerebbe, ch’ormai fosse per voi gran ventura il disporre per metà de’ vostri beni, delle vostre famiglie, e delle vostre vite. E tutto codesto guasto, tutte codeste sciagure, tutta codesta ruina vi deriva non già dai nemici, ma ben certamente da un inimico, da quello stesso, che voi faceste sì grande com’egli è, pel quale voi andate intrepidamente alla guerra, per la di cui grandezza vi fate pregio di sacrificare le vostre stesse persone alla morte. Colui, che sì dispoticamente vi tiranneggia non ha più di due occhi non ha più di due mani, non ha che un sol corpo, nè è fornito di verun’altra cosa di più dell’ultimo e più vile uomicciattolo delle innumerabiti vostre Città. Se non che egli solo ha più di voi tutti la superiorità, che voi già avete accordata per distruggervi. D’onde ha egli preso tanti occhi per ispiarvi, se voi non glieli aveste prestati? Come trovasi egli tante mani per battervi, se prese non le avesse tra di voi? I piedi, coi quali egli calpesta le vostre città d’onde gli sono essi venuti se non sono i vostri? In qual modo esercita egli alcun potere su di voi se non per opera di voi medesimi? Come oserebb’egli assalirvi se non fosse di concerto con voi stessi? Che potrebb’egli farvi, se voi non foste i ricettatori del ladrone, che vi saccheggia, complici dell’assassino, che vi uccide, e traditori di voi medesimi? Voi seminate le vostre biade, perch’egli dia loro il guasto; voi ammobiliate, e riempiete le vostre case per fornire alle di lui rapine. Voi nudrite le vostre figliuole affinch’egli abbia onde saziare la propria libidine. Voi allevate i vostri figliuoli, perch’egli al meglio andare gli conduca seco nelle sue guerre, li strascini al macello, li renda i ministri della propria cupidigia, gli esecutori delle sue vendette. Voi spossate nelle fatiche le vostre persone, perch’egli possa vezzeggiarsi nelle delizie, e guazzare ne’ suoi immondi, e brutali piaceri. Voi v’infiacchite, affine di renderlo più vigoroso, e forte per tenervi più corta la briglia. E pure sarebbe in vostra mano di sottrarvi da tante indegnità, che le stesse bestie, o non proverebbero, o certamente non tollererebbero, non dirò già se v’attentaste di liberarvene, ma soltanto di volerlo. Siate determinati di non voler più servire ed eccovi liberi. Io non pretendo già che voi lo scuotiate, nè che il respingiate, basta soltanto, che cessiate di sostenerlo, e lo vedrete tosto a guisa d’un gran colosso, cui vien sottratta la base, precipitare, e spezzarsi sotto il proprio peso.

Ma in verità i medici consigliano saggiamente di non por mano alle piaghe incurabili ed io non la faccio da saggio in voler consigliare a questo riguardo il popolo, che già da gran tempo ha perduto ogni sentimento, e la cui stessa insensibilità dimostra evidentemente essere mortale la di lui malattia. Indaghiamo soltanto per via di conghiettura, se mai rinvenir potessimo la cagione, per la quale si è in lui sì fattamente radicata l’ostinata voglia di servire, che sembra ormai, che l’amore stesso della libertà abbia cessato di essergli così naturale.

Primieramente egli sembra, a parer mio indubitabile, che se noi vivessimo coi dritti, che la natura ci ha dati, e secondo la norma, che ci ha additata, noi saremmo naturalmente obedienti ai parenti, soggetti alla ragione, ma schiavi di nessuno con quell’obbedienza, che ciascuno, senz’altro avvertimento, che quello della sua propria naturale inclinazione, presa ai suoi genitori. Ogni uomo è testimonio, e ciascuno in se stesso, ed a se stesso, se la ragione nasce con noi o no: la qual cosa è una questione molto profondamente trattata dagli accademici, e toccata da tutte le filosofiche sette. Per ora io non crederò d’ingannarmi in supporre, che vi è nell’anima nostra un certo natural germe di ragione, che fomentato dai buoni consigli, ed abitudini fiorisce in virtù; e che non potendo per lo contrario tener saldo contro ai vizj, che sopravvengono rimane soffocato, ed intristisce. Ma certamente, che se havvi cosa chiara, certa ed evidente in natura, e nella quale non sia punto lecito di fare il cieco, ella è per avventura questa, cioè che la natura, codesta ministra di Dio e regitrice degli uomini ci ha tutti modellati sopra una stessa forma, e, come sembra, tirati allo stesso conio affinchè potessimo fra di noi riconoscerci tutti per compagni, o a meglio dire per fratelli. Che se facendo la distribuzione de’ suoi doni, ella ha privilegiato coi suoi beni o nello spirito, o nel corpo un uomo più dell’altro, ella non ha però mai inteso di collocarci in questo mondo, come in una arena chiusa: nè ha posto sulla terra i più astuti, e i più vigorosi quasi tanti assassini armati in un bosco per tiranneggiare i più deboli: ma deesi piuttosto supporre, che facendo in tal guisa le porzioni agli uni più grandi, e più piccole agli altri, abbia voluto dar luogo di esercitarsi al fraterno amore, essendo alcuni in grado di prestar soccorso, ed altri in bisogno di riceverne. Posto che adunque cotesta ottima madre assegnò a ciascheduno di noi l’intera terra per dimora, e che ci alloggiò tutti in certo modo nella medesima casa, e tutti ci forma della medesima pasta, acciò che potessimo rimirarci, e per così dire riconoscerci l’uno nell’altro: e poich’ella ci concedè in comune il gran dono della voce, e della parola, affinchè meglio conversare potessimo fra di noi, ed affratellarci pel mezzo dell’universale e mutua comunicazione de’ nostri pensieri, e delle nostre volontà e se ella ha proccurato per ogni via di vieppiù stringere, e rendere tenace il vincolo del nostro attaccamento, e della nostra società: e finalmente ha dimostrato in ogni cosa di volere non solo riunirci, ma del tutto immedesimarci, non si dee punto dubitare, che poi non siamo tutti egualmente liberi, poichè tutti siamo eguali; nè può cadere in pensiero ad alcun uomo di buon senno, che la natura abbia posto alcuno di noi in ischiavitù avendoci tutti riuniti in compagnia.

Ma egli è ben vana cosa, per verità, il discutere se sia la libertà naturale, poichè non puossi alcuno tenere in ischiavitù senza fargli torto, e poichè non havvi al mondo cosa alcuna più dell’ingiuria contraria alla natura, che in tutto dimostrasi ognora ragionevolissima: convien dunque confessare, che la libertà è naturale per quella stessa ragione appunto, a parer mio, che non solamente siamo noi nati possessori della nostra indipendenza, ma eziandio con un infinito ardore per difenderla. Che se per avventura noi dubitiamo ancora di ciò, e ci siamo imbastarditi a segno di non riconoscere i nostri vantaggi, e le nostre semplici e naturali inclinazioni, bisognerà, ch’io vi faccia l’onore, che voi meritate, e che innalzi, per così dire, in cattedra gli animali bruti per ammaestrarvi intorno alla vostra condizione. Le bestie (così Iddio mi aiuti) le bestie, se pur gli uomini esser non vogliono in tutto sordi, gridano loro: Viva da libertá. Ve ne ha di molte tra loro, che muoiono immediatamente che veggonsi prese. In quella guisa, che il pesce cessa di vivere tosto ch’è privo dell’acqua; così parimenti quelle chiudon gli occhi alla luce per non sopravvivere alla perdita della natia loro indipendenza. Io porto ferma opinione che se i bruti si distinguessero tra di loro in classi, ed in gerarchie, essi consister farebbero la loro nobiltà nella libertà. L’altre poi dalle più grandi fino alle più piccole fanno nell’esser prese una sì viva resistenza cogli artigli, colle corna, col becco, e coi piedi, che dimostrano assai chiaramente quant’abbian esse caro quello che perdono. E finalmente dopo essere state prese danno così evidenti segni di conoscere la loro disgrazia, che puossi chiaramente vedere, che da quel momento in poi esse languiscono piuttosto, che non vivono, e ch’elle continuano a respirare più per compiangere il loro bene perduto, che per compiacersi nella schiavitù. Che altro vuol dire l’elefante, che, dopo essersi difeso fino agli ultimi sforzi, non vedendo altro rimedio, ed essendo in procinto d’esser preso, sfonda le sue mascelle, e frange contro gli alberi i suoi denti, se non che il grande desio di rimaner libero, com’egli è nato, gli fa nascere il pensiere, e gli presta l’accorgimento di negoziare coi cacciatori, se mai a prezzo de’ suoi denti sottrar si potesse alle persecuzioni di loro, ed essere ricevuto a patto di cedere il proprio avorio pel riscatto della sua libertà? Noi attendiamo al varco fino dalla nascita il cavallo per ammanzirlo a servire, e pure non sappiamo carezzarlo abbastanza, perchè, allorchè viene ad essere domato, non morda ancora il freno, e non ricalcitri contro lo sprone, quasi per dimostrare, alla natura, ed attestare almeno con questo mezzo, che s’egli serve non è già per sua voglia, ma per nostra violenza. Che hassi dunque a dire?

 

Se fino il tardo bue del giogo freme,

E l’uccellin entro la gabbia geme?

 

Come già dissi altrove altra fiata quando faceami passatempo delle nostre rime francesi. Giacchè io non temetti punto scrivendo a te, o Longa, di framischiarci qualche mio verso, dei quali non mi accade mai di leggerne alcuno, che tu non me ne renda al sommo vano per le dimostrazioni, che fai di compiacertene. Per la qual cosa adunque se tutto ciò, che ha sentimento, dal punto che lo ha, commicia a sentire il male della soggezione, e a correre dietro alla libertà, e poichè per fino quelle bestie, che sono destinate al servigio degli uomini non possono adattarsi a servire, se non colla protesta d’un contrario desio: quale sciagura è mai stata, che ha potuto deviar l’uomo cotanto dalla propria natura, che, essendo il solo nato specialmente per vivere indipendente, ma così obliato, il suo primiero stato, e perduta per fino la brama di ricuperarlo?

 

Vi sono tre maniere di tiranni, intendo dire di cattivi principi: altri tengono l’impero dall’elezione del popolo: altri dalla forza dell’armi: ed altri in fine per successione di stirpe. Coloro, che acquistato l’hanno per dritto di guerra vi si conducono in modo, che pur troppo si viene ad accorgersi, ch’essi sono (come si suol dire) in paese di conquista. Quelli che nascono sovrani non sono per lo più molto migliori avvegna che essendo nati, e nudriti nel sangue della tirannide, succhiano col latte la natura del tiranno, e hanno de’ popoli loro soggetti lo stesso conto, che de’ loro schiavi ereditari: e perciò a tenore del loro temperamento, e delle loro inclinazioni, sian essi avari, o prodighi, o qualunque essi sieno, amministrano il loro regno, come loro eredità. Quello poi al quale il popolo ha affidato lo stato, sembra ch’essere dovesse più tollerabile, e certamente sarebbelo, a parer mio, se dal momento, che vedesi innalzato in quel luogo al di sopra d’ogni altro, lusingato da un certo non so che, che chiamasi grandezza, non cominciasse a deliberare di non più dipartirsene. Per lo più costui disegna di tramandare ai suoi figli quella potenza, che il popolo gli ha conferita. Ora da che costoro si son fissati in un tale disegno, è cosa sorprendente il vedere di quanto eglino si lascino addietro in ogni sorta di vizj, ed anche nella crudeltà tutti gli altri tiranni. Essi non ravvisano altro miglior mezzo da consolidare la loro recente tirannide, che quello di estendere sì fattamente la servitù, e di rimuovere tutti gli oggetti della libertà in modo, che ancorchè siane la memoria freschissima, giungano a farla da tutti pienamente obbliare. Laonde, a dir vero, io osservo bene fra costoro qualche differenza, ma non saprei giammai indicare fra loro la scelta. Poichè sono bensì diversi i mezzi di pervenire agl’Imperj, ma il modo d’imperare è sempre uniforme. Gli eletti s’avvisano d’aver impreso a domare de’ tori, e da tali li trattano: i conquistatori credono d’avervi dritto non altrimenti che sopra una lor preda; e i nati pensano poterne fare lo stesso, come de’ loro schiavi naturali.

Ma fingiamo il caso, che per accidente sorgesse in oggi una Nazione tutta nuova, e non ancora assuefatta alla dipendenza, nè avida della libertà, e che ignorasse tutto ciò che vi è nell’una, e nell’altra o appena appena sapessene i nomi: se sele proponesse di essere schiava, o di vivere libera, a qual partito appiglierebbesi ella mai? Non si dee punto mettere in forse, ch’ella non fosse per preferire di molto l’obedire soltanto alla ragione, che il servire ad un uomo: ammeno che non fossero gl’israeliti, i quali senza violenza, e senza necessità si diedero ad un tiranno. Perlochè giammai accademi di leggere la storia di cotesto popolo, ch’io non me ne indispettisca fino al punto di divenire inumano, e compiacermi di tante calamità, che gliene derivarono. Ma è certissimo, che tutti gli uomini, finchè conservano qualche cosa dell’umano, pria di lasciarsi soggiogare devono essere o forzati, o delusi: forzati, o per mezzo delle armi straniere, come Sparta, ed Atene per le forze di Alessandro, o per le fazioni com’era già gran tempo innanzi caduto l’impero d’Atene fra le mani di Pisistrato. Essi perdono ancora sovente la loro libertà per inganno; ed in simili casi non sono eglino sì spesso dagli altri sedotti, quanto sogliono ingannarsi da per se stessi. Così avvenne appunto al popolo di Siracusa, città principale della Sicilia, ch’essendo oppressa dalle guerre, non considerando se non il pericolo presente, innalzò inconsideratamente Dionigi il primo, e diegli l’incarico della condotta dell’armata; e senza ad altro badare fecelo così grande, che quel buon pezzo di scellerato, ritornando vincitore, fecesi da capitano re, e da re tiranno, come se debellato avesse non già gl’inimici, ma i suoi proprj cittadini. Egli è incredibile, come un popolo, tosto ch’è una volta soggiogato, cade repentinamente in un tale, e sì profondo obblio dell’indipendenza, che non v’ha modo più che si risvegli per riacquistarla, e serve con tanta indifferenza, e così gaiamente, che in vederlo, direbbesi piuttosto, che non già la sua libertà ma la schiavitù sua avesse perduta. Egli è vero, che da principio si serve sempre violentato, e superato dalla forza: ma coloro, che succedono, come quelli, che nè libertà videro giammai, nè sanno cosa ella siasi, servono senza, che loro ne incresca, facendo di buon grado che i loro antecessori fecero per forza. È per ciò appunto, che gli uomini nati sotto al giogo, nudriti ed educati al servaggio pigliano per loro stato naturale quello della loro nascita, senza più oltre badare, e contenti di vivere come sono nati non si sognano neppure di avere altri dritti, nè d’esservi altro bene fuor di quello che hanno trovato. E pure non havvi alcun erede così prodigo, e negligente, che una qualche volta almeno non getti un’occhiata sopra i suoi registri per accertarsi, s’egli goda di tutti i dritti della sua successione, o se qualcuno ha intrapreso di defraudarne o lui stesso, o il di lui predecessore. Ma per verità l’abito, che in ogni cosa esercita un sì gran potere su di noi in nulla mostra di avere più vigore, che nell’insegnarci servire. E come dicesi di Mitridate, ch’erasi abituato a bere veleni, così noi ci avvezziamo a ingozzare, senza sentirne l’amaro, il tossico della schiavitù. Non si può certamente negare, che la natura non abbia in noi gran potere per guidarci ove più le aggrada, e farci comparire bene, o mal nati; ma è però d’uopo confessare ch’ella ne ha assai meno dell’abito. Poichè il naturale per buono ch’egli siasi, perdesi se non è coltivato, e l’educazione qualunque siasi ci fa sempre partecipare delle sue qualità; anche malgrado la natura. I semi del bene, che in noi colloca la natura sono così minuti, e sdruccievoli, che resistere non possono al menomo urto di una istituzione contraria. Essi conservansi puri colla stessa facilità, colla quale s’imbastardiscono, si dileguano, e convertonsi in nulla: come appunto accade nè più nè meno negli alberi fruttiferi, ciascuno de’ quali ha la sua particolare natura, che mantiene finchè lasciasi vegetare a sua posta, ma che perde immediatamente, per produrre altre frutta diverse dalle sue, a tenore che viene inoculato. Ogni erba ha le sue proprietà, la sua natura e le sue particolarità: purtuttavia il gelo, il tempo, il suolo, e la mano del giardiniere o accrescono, o diminuiscono di molto le loro virtù. Una pianta, che si è veduta in un luogo, non si ravvisa più in un altro. Chi vedesse i Veneziani quel pugno d’uomini, che vivono con tanta libertà che il più meschino di loro non cambierebbesi con un re; che tutti sono nati, ed educati in modo tale, che altra ambizione non hanno, se non quella di fare a chi più può, affin di conservare con maggiore studio, la loro libertà, e che sono sì fatti ed ammaestrati sin dalla culla, che non vorrebbero rinunziare a una benchè minima particella della loro indipendenza per tutte le altre delizie del mondo chi avesse veduto, dico, cotesti uomini, e che partendo da loro si recasse nelle terre di colui, che vien da noi chiamato il Gran Signore, ritrovandovi delle genti, che non possono essere nate ad altro, che a servirlo, e che per mantenerlo sacrificano la loro vita, potrebbe egli mai credere, che quelli, e questi fossero della stessa natura? Non si avviserebbe egli piuttosto di pensare, che, sortendo da una città d’uomini, foss’entrato in un serraglio di fiere? Dicesi di Licurgo il legislatore di Sparta, che allevati avesse due cani tutti e due gemelli, e allattati dal medesimo latte [2], uno però ingrassato nella cucina, e l’altro avvezzato ne’ campi al suono della tromba, e della cornetta: volendo un giorno dimostrare al popolo Lacedemone che gli uomini sono di quella tempra, che loro presta l’educazione collocò i due cani in mezzo al pieno mercato, e fra l’uno, e l’altro una zuppa, ed un lepre: il primo corse tosto al piatto, e il secondo al lepre. Allora disse loro: vedete! e pure sono gemelli. Così quel grand’uomo colle sue leggi, e colla sua politica educò, e rese tali gli Spartani, che ciascheduno di loro avrebbe piuttosto voluto soffrire mille morti, che riconoscere altro signore fuorchè la legge.

Io sempre mi compiaccio nel rammentare un racconto, che faceano un tempo fra di loro i corteggiani di Serse, il gran re di Persia, relativamente agli Spartani. Mentre Serse facea gli apparecchi della grande armata per andare alla conquista della Grecia, egli spedì innanzi li suoi ambasciatori a tutte le città greche per domandar loro la terra, e l’acqua: (era questa la formola, colla quale avean costume i Persiani d’intimar la resa alle città). A Sparta però e ad Atene si astenne d’inviarne alcuno, perchè di quelli, che Dario il di lui genitore avea loro altra volta mandato a fare una consimile domanda, ne aveano gli Spartani ed Ateniesi alcuni sepolti dentro ai fossi, ed altri precipitati ne’ pozzi, dicendo loro, che andassero pure a prender colà francamente la terra, e l’acqua da portare al loro sovrano. Tanto non potean quelle genti soffrire, che neppure col minimo motto si attentasse alla loro libertà. Ma poi accortisi li Spartani, che con tale azione incorso aveano l’ira degli stessi Dei, e soprattutto di Taltibio nume degli Araldi, immaginarono d’inviare a Serse, a fine di rappacificarli, due de’ loro cittadini per presentarglisi, acciocchè disponesse di loro a sua posta, e si vendicasse così degli ambasciatori di suo padre, che aveano trucidati. Due Spartani uno chiamato Spetto, o piuttosto Sperzio, secondo Erodoto e l’altro Buli si offrirono spontaneamente di andare per servire al re di rappresaglia. Nell’andarvi giunsero per via al palagio d’un Persiano, chiamato Gidarne, o Idarne, regio luogotenente di tutte le città, situate sulla costa maritima d’Asia. Accolsegli costui molto onorevolmente, e dopo vari discorsi, passando da uno in un altro, interrogogli perchè schifassero tanto l’amicizia del gran re.

- Credete pure, diss’egli, o Spartani, che il re sa molto ben onorare coloro, che lo meritano; e, specchiandovi nel mio esempio, sappiate, che se voi gli apparteneste, egli renderebbevi tutti miei pari: se voi foste suoi, e vi avesse conosciuti, non vi sarebbe un solo tra voi, che non fosse signore d’una qualche città della Grecia.

- Intorno a ciò, Gidarne, tu non sei in istato di ben consigliarci, risposero i due Lacedemoni, poichè è ben vero, che tu hai assaggiato di quel bene, che ci prometti, ma ignori affatto quello, che noi godiamo. Tu hai provato il regio favore, ma ignoti ti sono il sapore, e la dolcezza della libertà. Or, se gustata l’avessi, saresti tu stesso il primo a consigliarci di difenderla non solo colla lancia, e collo scudo, ma colle unghie ancora, e coi denti.

È certo, che i soli Spartani diceano ciò ch’era conveniente di dirsi; ma questi, e quello ragionavano a seconda della rispettiva loro educazione, avvegnacchè era impossibile, che il Persiano compiangesse quella libertà, che non avea mai conosciuta, nè che i Lacedemoni tollerassero la soggezione dopo aver gustato l’indipendenza.

Catone d’Utica ancor giovinetto, e sotto la verga magistrale, solea spesso andare, e venire dalla casa di Silla il Dittatore, nè mai era per lui chiusa quella porta, tanto a cagione del suo grado, e della sua famiglia, quanto per esser fra di loro prossimi parenti: allorchè vi andava era egli sempre accompagnato dal suo precettore, com’era usanza di tutti i giovinetti distinti. Egli s’accorse che nel palagio di Silla, chi veniva catturato, chi condannato, altri era bandito, altri strozzato, questi veniva a domandargli la confiscazione de’ beni, quegli la testa di qualche cittadino; tutto insomma vi accadeva non già come presso di un magistrato della città, ma come presso un tiranno dol popolo, non come in un tribunale di giustizia, ma come in una spelonca della tirannia. A cotal vista cotesto generoso fanciullo disse al suo precettore [3]: « perchè non mi dai tu un pugnale? io l’asconderò sotto la mia veste, ed entrando spesso nella stanza di Silla, prima ch’ei siasi alzato dal letto, mi sento bastante vigore nel braccio per isbarazzarne la Città ». Ecco veramente un linguaggio degno di Catone. Un tal principio di sì gran personaggio corrisponde a maraviglia alla sua morte. Quindi è che quando si tacesse, nel raccontare un tal fatto, il nome e la patria di lui, pure la cosa parlerebbe da se stessa, e giudicherebbesi ad un tratto, ch’egli era Romano, e nato in Roma, ma nella vera Roma allorch’ella era libera. Ma mi si dirà, e bene, tutto ciò che vuol dire? Non certamente ch’io stimi, che il suolo, e il paese vi contribuisca nulla, poichè in ogni contrada, e sotto ogni clima la soggezione è abborrita, e piacevole la libertà: ma perchè io sono di parere, che debbasi aver compassione di coloro, che si son ritrovati col giogo sul collo in nascendo, o almeno, che si scusino, e loro perdonisi, se non avendo giammai neppur l’ombra veduto della libertà, nè essendone stati avvertiti, non accorgonsi quanto gran male sia per loro l’essere schiavi. Se vi sono Paesi ove (come Omero dicea de’ Cimmeri) il sole mostrasi diversamente che a noi, ed ove, dopo averli illustrati per lo spazio di sei mesi continui, li lascia poi sonnacchiando nell’oscurità, senza punto visitarli durante il corso dell’altra metà dell’anno, sarebbe forse da stupirsi, se coloro che nati fossero nello spazio d’una sì lunga notte, senz’aver giammai nè veduto nè udito mentovare lo splendore del giorno, si abituassero alle tenebre, e non avessero alcun desio della luce? Non si piange mai la perdita di ciò che mai si è posseduto, ed il rammarico d’aver perduto non viene, che dopo il piacere, e sempre la cognizione del bene è accompagnata dalla memoria del godimento passato. Il naturale dell’uomo è bensì d’essere indipendente, e di volerlo essere; ma è poi anche per natura tale da prendere facilmente la piega, che gli vien data per mezzo dell’educazione.

Diciamo dunque piuttosto così, che ogni cosa rendesi all’uomo naturale, quando vi fa l’abito, e vi si avvezza, ma che quello soltanto a che invitalo la di lui natura semplice, e non alterata gli è essenzialmente connaturale. Per la qual cosa la prima cagione della schiavitù volontaria è l’assuefazione. Così osservasi ne’ più generosi corsieri, i quali da principio mordon il freno, e poi se ne fan giuoco; e come poco pria ricalcitravano contro la sella, corrono di poi da loro stessi sotto l’arnese, e tutti fastosi si pavoneggiano sotto la bardellatura. Gli uomini dicono che essi sono stati sempre sudditi, che da tali vissero pure i loro padri, e s’avvisano esser loro dovere di soffrire il morso persuadendosene per l’altrui esempio, e stabiliscono così essi stessi sul titolo della diuturnità il possesso di coloro, che gli tiranneggiano.

Ma in realtà gli anni non possono giammai dare il dritto di nuocere, anzi rendon più grave l’ingiuria. Tuttavia però sempre ne rimangono alcuni di miglior tempra degli altri, i quali sentono il peso del giogo, e non possono fare a meno di non iscuoterlo; nè sanno giammai addimesticarsi colla dipendenza: e simili ad UIisse, che per mare, e per terra non desisteva mai d’andare in cerca di vedere il fumo della sua casa, non trovano neppur essi il modo d’astenersi di non riflettere continuamente ai loro naturali privilegi, e di ricordarsi de’ loro predecessori, e del primiero loro essere. Costoro sono per lo più, i quali avendo l’intelletto chiaro, e lo spirito penetrante, non contentansi, come il grosso della plebe, di osservar solo ciò che sta innanzi ai loro piedi, senza gettare lo sguardo in dietro, ed avanti, richiamando le cose passate per giudicare delle future, e paragonarle colle presenti. Costoro sono, che dotati per natura d’una testa bene organizzata l’hanno ancora viemmaggiormente perfezionata collo studio, e col sapere. Costoro, sebbene la libertà si fosse intieramenre perduta, e fosse del tutto sparita dal mondo, l’immaginerebbono da loro stessi, la sentirebbero, ed assaporerebbero nella loro fantasia, nè mai, per quanto si potesse abbellire, saprebbero trovare amabile la schiavitù.

Il gran Turco si è molto ben accorto, che i libri, e la dottrina prestano più che ogn’altra cosa, agli uomini il buon senso di riconoscer se stessi e di odiare la tirannia; e perciò io sento dire, che ne’ suoi dominj non vi sieno più sapienti di quelli, ch’egli ne desideri. Ora per lo più lo zelo, e la buona volontà di coloro, ch’hanno a dispetto de tempi conservato la devozione all’indipendenza per grande che siane il loro numero, rimangono sempre inefficaci per non potersi fra di loro riconoscere. Sotto i tiranni ogni facoltà loro vien tolta, non che di parlare, e di operare, ma quasi benanche di pensare, e restano tutti isolati, e solitarj ne’ loro pensieri. Laonde Momo non beffeggiò di troppo allor che criticò nell’uomo fabbricato da Vulcano, che costui non avessegli lasciata una piccola finestra aperta nel cuore, affinchè si potessero da colà dentro vedere i di lui pensieri. Si è voluto sostenere, che Bruto, e Cassio allorchè intrapresero di liberar Roma, o per meglio dire il mondo intero, ricusassero d’ammettere nel loro partito Cicerone, quel gran cittadino così zelante del pubblico bene, quant’altri mai ve ne sieno stati, perchè credettero il di lui cuore troppo debole per una sì grande impresa. Essi fidavansi bene della di lui buona volontà, ma non erano sicuri del di lui coraggio. Pur tutta volta chi vorrà trascorrere i fatti de’ passati tempi, e gli annali dell’antichità, pochi vi troverà, o nessuno di coloro, che veggendo la patria loro malmenata, ed in pessime mani, abbiano con buona intenzione intrapresa di liberarnela, e non ne sieno venuti a capo: essendosi la libertà fatto largo, e sostenuta da per se stessa per farsi riconoscere. Ermodio, Aristogitone, Trasibulo, Bruto Seniore, Valerio, e Dione per esservisi accinti virtuosamente, l’eseguirono felicemente. Ed in simili casi quasi mai al buon volere vien meno la fortuna. Cassio, e Bruto il giovine riuscirono molto avventurosamente a togliere la schiavitù, ma riconducendo la libertà perirono non già miseramente, avvegnacchè qual vergogna sarebbe ella di dire che stato vi fosse qualche cosa di miserabile in costoro nella lor vita, o nella lor morte? Ma certamente che la lor morte fu l’ultimo danno, la perpetua sciagura, e la totale ruina della Republica, la quale hon v’ha dubbio a creder mio, che non sia stata con esso loro sepolta. Gli altri tentativi, che sono stati fatti di poi contro gli altri imperatori, non furono se non congiure di ambiziosi, che non sono da compiangersi per le disgrazie, che ne sono loro provenute: poich’egli è chiaro, ch’eglino desideravano non già di togliere, ma di minare la corona, volendo scacciare, il tiranno, per ritener essi la tirannide. Io non avrei nemmeno bramato, che a costoro fosse venuta buona, e mi compiaccio ch’essi abbiano servito d’esempio, che non deesi abusare del santo nome della libertà per eseguire cattivi disegni.

Ma per ritornare al mio proposito, ch’io aveva quasi perduto di vista: la prima cagione, per la quale gli uomini servono volontieri, è ch’essi nascono schiavi, e da tali sono educati. Da codesta poi ne trae origine un’altra, cioè che gli uomini sotto i tiranni divengono facilmente vili, ed effeminati. Io ne so infinitamente buon grado ad Ippocrate quel gran padre della medicina, il quale si è di ciò avvisato, e lo ha rilevato in un suo libro, ch’egli intitola delle malattie [4]. Codesto grand’uomo avea certamente, un cuore ben fatto, come dimostrollo allorchè il gran re volea a forza di offerte, e di ricchi doni trarlo presso di se, ed ei rispose francamente [5] ch’ei sarebbesi facto grande scrupolo di prestar la sua mano a guarire de’ Barbari, che volevano ammazzare i Greci, e di rendersi utile coll’arte sua a colui, che intraprendea di soggiogare la Grecia. La lettera che gli spedì vedesi ancora al dì d’oggi, tra le altre sue opere, e farà fede in eterno dell’ottimo di lui cuore, e della nobile di lui natura. Ora egli è dunque certo, che in uno colla libertà perdesi immediatamente ogni valore. Le genti suddite non portano nelle battaglie nè brio nè fierezza, esse vanno in contro al pericolo, come strascinate, tutte anneghittite, e a malincuore, nè sentono ferversi in seno il bollore dell’indipendenza, che fa disprezzare il periglio, e infiamma di desiderio di comprare con una bella morte l’onore, e la gloria presso i commilitoni. Fra gli uomini liberi tutto si fa a gara, e a chi più può, ciascheduno per se, e pel bene comune, giacchè ognuno s’attende la sua parte del male della sconfitta, o del bene della vittoria. Ma gli uomini soggiogati, oltre il valore marziale, perdono ancora ogni vivacità per qualunque altra cosa, ed hanno un cuore così molle, e avvilito, che sono incapaci d’ogni grande intrapresa. I tiranni conoscono tutto ciò a maraviglia, e veggendo ch’essi prendono una tal piega ve li aiutano per renderli sempre più deboli, e vili.

Senofonte storico grave, e di prim’ordine fra i greci, ha composto un libricciuolo [6], nel quale egl’introduce Simonide a parlare con Gerone re di Siracusa intorno alle miserie d’un tiranno. Codesta operetta è ripiena di ottime, e gravi ammonizioni, che contengono ancora, a parer mio, tutte le possibili grazie. Fosse piaciuto al cielo che tutti i tiranni, che vi sono stati in ogni età, se l’avessero posta avanti agli occhi, e se ne fosseso serviti come di specchio! Io non posso persuadermi, che facendolo non v’avessero riconosciuto le loro sconcezze, e avuto rossore delle loro brutture. In questo trattato egli racconta l’angoscia, nella quale sono i tiranni, i quali facendo a tutti del male, devono da tutti temerne. Fra le altre cose vi dice, che i cattivi regnanti sogliono servirsi per la guerra di truppe straniere, che assoldano, non osando fidarsi a mettere le armi in mano ai loro sudditi per averli tutti offesi. Veramente vi sono stati ancora de’ buoni re, che hanno avuto al soldo nazioni straniere non meno degli stessi Francesi, e più ancora in altri tempi, che a’ dì nostri; ma con tutt’altra intenzione, cioè di risparmiare i suoi, giudicando essere nulla la perdita del denaro in confronto al risparmio degli uomini.

Così dicea Scipione (se non m’inganno il grande Africano) che avrebbe piuttosto voluto aver salvata la vita ad un sol cittadino, che disfatto cento nemici. Ma è certamente indubitabile, che un tiranno non crede giammai bene stabilita la sua potenza, finchè non è pervenuto a quel punto di non avere più tra i suoi sudditi un solo uomo di valore. Gli si potrà dunque dire a buon dritto, ciò che Trasone in Terenzio vantasi d’aver rinfacciato al domatore degli Elefanti:

 

Perch’hai sopra le belve un truce impero,

Or tu sei così audace, e così fero [7]?

 

Ma cotesta malizia de’ tiranni di render simili ai bruti i loro sudditi in niun’altra cosa si fa più patentemente conoscere, che in ciò che fece Ciro co’ Lidi, dopo essersi impadronito di Sardi Capitale della Lidia, ed aver preso a discrezione Creso quel sì ricco Monarca, e condottolo seco cattivo. Essendogli stata recata novella, che i Sardiani eransi ribellati, non istentò guari a ridurseli di nuovo in potestà. Ma non volendo più sottoporre al sacco quella sì bella Città, nè essere altronde sempre costretto a tenervi un’armata per presidiarla, avvisossi d’un grand’espediente per assicurarsene. Egli vi stabilì de’ Lupanari[8], delle bettole, e de’ publici giuochi, e fece publicar legge, che gli abitanti dovessero prevalersene. Trovossi egli così soddisfatto d’un tal presidio, che d’indi in poi non ebbe mai più occasione d’impugnar spada contro i Lidj. Quelle povere genti infelici si occuparono sì fattamente in inventarvi ogni sorta di giuochi, che i latini ne tirarono la loro voce di Ludi; quasi avessero voluto dir Lidj, per disegnare i giuochi, che noi chiamiamo passatempi. Non tutti i tiranni a dir vero hanno così apertamente dichiarato di voler rendere effeminati i loro uomini, ma in fatti poi la più parte hanno proccurato di far sotto mano ciò che costui ordinò effettivamente, e formalmente. Per verità è natura della minuta plebe (la quale per altro forma sempre il maggior numero in ogni età) d’essere sospettissima verso chi l’ama, e facile con chi l’inganna. Non credete già che siavi uccello, che cada più facilmente nella pania, nè pesce alcuno che per ghiottoneria addenti sollecitamente l’amo di quello, che tutti i popoli si lasciano allettare prestamente alla servitù per mezzo della più lieve piuma, che facciasi loro passare (come dicesi) innanzi la bocca. È cosa assai sorprendente il vedere, com’essi vi caschino subito; purchè sieno soltanto un pochettino solleticati. I teatri, i giuochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie feroci, le medaglie, i quadri, ed altre simili droghe erano per i popoli vetusti l’esca della schiavitù, il prezzo della loro libertà, e gl’istrumenti della tirannide. Tali mezzi, tali pratiche, tali allettativi aveano sotto al giogo gli antichi sudditi. In tal guisa stoliditi i popoli, compiacendosi di tali passatempi, e divertiti da un vano piacere, che passava loro rapidamente innanzi agli occhi, s’avvezzavano a servire non meno balordamente, ma assai più male di quello che faccia[n]o i fanciulli, i quali imparano a leggere pel piacere, che hanno in rimirare le risplendenti immagini dei libri, industriosamente colorate. I tiranni di Roma immaginarono ancora un altro metodo, cioè d’invitare spesso a banchetto le pubbliche decurie, ingannando, come doveasi, quella plebaglia, che lasciasi adescare coi piaceri del ventre più che con qualunque altra cosa. Il più saggio di tutti costoro non avrebbe ceduta la sua scodella di zuppa per ricuperare la libertà della Republica di Platone. I tiranni faceano largizioni d’un sesterzio, d’uno [staio di grano o d’un quartaio di vino], ed in tali occasioni era una vera pietà l’udire come tutti gridavano. Viva il re. Non riflettevano gli scioperati, che allora altro non faceano, se non riavere una porzione del loro, e neppure quello stesso, che ricuperavano, avrebbero potuto aver dal tiranno, se prima costui non lo avesse loro rapito. V’era fra coloro chi raccoglieva oggi il sesterzio, ed empievasi fino alla gola al pubblico convito, benedicendo per la loro generosità Tiberio, e Nerone, che venendo costretto domani di abbandonare i suoi beni all’avarizia, i suoi figli alla libidine, e perfino il suo stesso sangue alla crudeltà di codesti splendidi imperatori, restavasi muto, come una pietra, ed immobile come un ceppo di albero. Sempre la plebe ha peccato in ciò, d’essere cioè proclive, e dissoluta in que’ piaceri, che non potea con onestà ricevere, ed insensibile a quei torti, ed a quel dolore, che non avrebbe potuto onestamente tollerare. Non trovasi alcuno a’ di nostri, che sentendo parlare di Nerone non tremi di capo a piedi al solo nome di quell’infame mostro, e di quell’orrida, ed immonda fiera. E pure convien dire, che dopo la di lui morte, non meno brutta della sua vita, il nobile popolo Romano [9] n’ebbe tale cordoglio (rammentando sempre i giochi, e i banchetti di lui) che poco mancò, che non prendesse la gramaglia: così ci tramandò Cornelio Tacito, grande e grave autore e degnissimo di fede. Nè può ciò sembrare strano a chi considera quello, che codesto popolo stesso fece alla morte di Giulio Cesare, colui che diè bando alle leggi, ed alla libertà. Nel qual uomo non trovo altro di buono, a creder mio, se non la sua umanità, la quale però (checchè se ne predicasse) fu ancor più dannevole, che non la più grande crudeltà del più fiero tiranno, che giammai esistesse. Avvegnacchè per verità fu appunto cotesta velenosa dolcezza, che inzuccherò al popolo Romano la pillola della schiavitù. Ma dopo la sua morte quel popolo, che avea ancora nella bocca il sapore de’ di lui banchetti, e nella mente la ricordanza delle sue prodigalità, per fargli gli onori funebri, ed alzargli il rogo, ammonticchiò [10] a gara i banchi della Piazza, e gli eresse poi una colonna [11] coll’iscrizione al Padre della Patria; e tanto l’onorò dopo la sua morte, quanto non avrebbe dovuto onorare alcun altr’uomo del mondo, se non che per avventura, coloro, che l’aveano trucidato. Non obliarono già i Romani imperatori d’assumere comunemente il titolo di tribuni della plebe, sì perchè una tal carica era riputata santa, e sacra, come ancora per esser essa stata istituita per la protezione, a difesa del popolo, e col favore di tutto lo stato. Con un tal mezzo assicuravansi, che quel popolo sarebbesi di loro pienamente fidato, come se avesse dovuto contentarsi del solo nome, senza curarsi di sentirne gli effetti.

Nè molto meglio operano per lo contrario al di d’oggi coloro, che non fanno giammai alcun male, per grande, che sia, senza qualche bel preambolo relativo al comun bene, ed al sollievo del publico. Poichè voi sapete pur troppo, o Longa, il loro formolario, del quale potrebbono certamente in alcune cose servirsi con molto artificio; ma nella maggior parte non è possibile di prevalersene con bastante scaltrezza, per esservi troppa impudenza. I re d’Assiria, e dopo loro quelli de’ Medi, avean costume di mostrarsi al pubblico meno frequentemente che poteano, affine di far nascere dubbio in quella plebe, ch’essi potessero essere qualche cosa di sovrumano e lasciar le lor genti in quello stato di fantastiche idee, nel quale cascano sovente gli uomini immaginativi in rapporto a quelle cose, delle quali non possano giudicar di veduta. In cotal guisa tante nazioni, che per sì gran tempo furono riunite sotto l’impero Assiro abituavansi all’ombra d’un tal mistero a servire. Il che faceano tanto più volentieri in quanto ignoravano qual sorta di signore avessero, e a mala pena sapeano d’averne uno; e così temeano a credenza un personaggio, che niuno avea veduto. I primi re d’Egitto non comparivano mai in pubblico, che non portassero sulla testa ora un ramo d’albero, ora del fuoco, per tal modo mascherandosi, e facendola da cerratani, e così oprando imprimevano, per la singolarità della cosa, una certa ammirazione, e rispetto nè loro sudditi; invece che ad uomini, che non fussero stati troppo sciocchi, nè troppo schiavi avrebbero, a parer mio dato motivo di passatempo, e destate la risa. Fa pietà l’udir parlare di quante cose profittavano i tiranni dell’antichità per istabilire la loro tirannia; e di quanti piccoli mezzi servivansi essi con grande apparato, avendo trovato quella plebaglia così fatta a lor modo, che non eravi rete, che non tendessero, nella quale essa non corresse subito ad intricarsi, e in deluder la quale avean sempre sì buon partito, che giammai giungevano a meglio soggiogarla, che allor quando maggiormente se ne beffava.

Che dirò io poi di quell’altra bella carota, che gli antichi popoli s’imboccarono per danaio contante [12]? Essi credettero fermamente che il dito grosso d’un piede di Pirro re degli Epiroti facesse miracoli, e risanasse de’ mali di milza. Ma costoro arricchirono ancor meglio il racconto col dire, che questo dito erasi ritrovato fra le ceneri dell’intero cadavere bruciato, essendosi conservato intatto ad onta del fuoco. Così accade sempre mai, che il popolo fabbricossi colle proprie mani le menzogne per poi crederle. Molte persone hanno scritto un tal fatto, ma in una tale maniera, che vedesi chiaramente aver esse ciò raccolto dalle baie delle città, e dal sozzo cicalare del volgo. Vespasiano, ritornando dall’Assiria, e passando da Alessandria per andare a Roma ad impadronirsi dell’Impero, fece prodigi [13]. Raddrizzava gli stroppi, rendea la vista ai ciechi, e tante altre mirabili cose facea, delle quali chi non vedeane la falsità era a parer mio più cieco, di quelli ch’egli guariva. Sembrava sì strano agli stessi tiranni, che l’uomo tollerasse chi gli facea del male, che vollero farsi una salvaguardia della religione, e quando poteano prendeano ad imprestito qualche apparenza di divinità per garantire la loro pessima vita. Salmoneo, se prestasi fede alla Sibilla di Virgilio, e all’inferno di lui, per essersi beffato degli uomini, ed aver voluto farla da Giove, ne rende or conto colà, ove ella lo vide nel più basso inferno.

 

Vidi col pagare atroce fio

Del suo ardir Salmoneo, ch’il tron di Giove

Osò imitare, e i fulmini del cielo,

Ei baldanzoso fra le greche genti

D’Elide per le strade irne solea.

Su lucente quadriga, e colla destra,

Scuotendo audace sfolgorante teda,

Ambizioso de’ Divini onori.

Stolto, che crede colla cornea zampa

de’ volanti corsieri, e col suonante

Bronzo imitar l’inimitabil fùlmine,

E l’empirea tempesta; ma dall’alto

Della sua densa impenetrabil nube

L’onnipossente Regnator già vibra,

Non già face mortal, ch’il fumo oscura;

Ma la folgore eterna, che d’immenso

Turbine lo circonda, e lo precipita.

Virg. Æn., Lib. VI. ver. 585.

 

Ora se costui per aver fatto soltanto il folle, trovasi adesso, così ben tratto colà, io credo bene, che coloro che abusarono della religione per esser malvagi, dovranno certo trovarvi un assai peggior trattamento

I nostri sparsero in Francia un non so che di simile circa i rospi, i gigli d’oro, l’oroflamma, e le ampolle; cose [14] che comunque elle sieno, io in quanto a me non voglio ancora mettere in dubbio, giacchè nè noi, nè gli avi nostri non avemmo ancora occasione di non crederle e avvegnachè noi avemmo sempre mai de’ re buoni in pace, e valorosi in guerra, i quali, ancorchè nati re, egli sembra che non sieno come gli altri dalla natura formati, ma prescelti prima di nascere dall’onnipossente Dio per la custodia e governo di questo regno. Ma ancorchè ciò non fosse io non vorrei certamente entrare in lizza per iscruttinare la verità delle nostre storie, e per investigarle tanto sottilmente da togliere un sì bel campo ove potrà con tanta felicità far belle prove la nostra poesia francese, la quale sebbene non sia per ora ancor troppo esercitata, ma sembri quasi creata di fresco dai nostri Ronsard, Bajf e du Bellay; pure costoro migliorano in ciò sì fattamente la nostra favella, che oso sperare, che fra breve i Greci, ed i Latini non avranno a questo riguardo niun altro vantaggio su di noi, se non per avventura il dritto di anzianità. E certamente io non sarò per fare un sì gran torto al nostro ritmo (giacchè io servomi volentieri di una tale parola, che affatto non mi dispiace): imperocchè quantunque alcuni l’abbiano avvilito, purtuttavia io veggo moltissimi uomini, che son da tanto di nobilitarlo di bel nuovo, e di rendergli il suo primiero lustro.

Ma io ripeto, che gli farei gran torto in privarlo ora di quei bei racconti toccanti il re Clodoveo, de’ quali già sembrami di vedere come lepidamente avrà agio da divertirsene la vena del nostro Ronsard nella sua Franciade. Io non ignoro di quanto egli sia capace; m’è noto l’acume dell’ingegno suo, e conosco la di lui bella grazia. Saprà ben egli tirar partito del nostro Oroflamma non meno, che i Romani dai loro Ancili [15], o scudi caduti da cielo al dir di Virgilio. Egli maneggerà sì bene la nostra ampolla, come gli Ateniesi il loro paniere [16] d’Erisicrone. Parlerassi ancora nel tempio di Minerva del nostro stemma. Io sarei per verità molto insolente di volere smentire così i nostri libri, e devastare in tal modo le terre de’ nostri poeti. Ma per ritornare colà, donde io non so come ha tanto deviato, spezzando il filo del mio assunto, v’è egli mai stato tempo, nel quale i tiranni, per viemmeglio assicurarsi nella tirannide, non abbiano proccurato di assuefare il popolo non solo all’ubbidienza, non solo alla schiavitiù, ma fin anche all’adorazione per loro?

Quanto è detto fin qui, circa all’avvezzar gli uomini a servir di buon grado, non è d’altro uso ai tiranni se non pel minuto, e grossolano popolo: ma ora ne vengo a quel punto, ch’è, a parer mio, il gran segreto, la prima molla della dominazione, e la base, ed il sostegno della tirannide. Colui, che s’avvisa, che le alabarde delle guardie, e la vigilanza delle sentinelle custodiscano i tiranni, a creder mio, si inganna a partito. Eglino se ne prevalgono, s’io mal non mi appongo, più per la formalità, e per un vano spauracchio, che per vera fiducia, ch’essi vi mettano. Gli arcieri impediscono l’ingresso del palagio agli scioperati privi d’ogni mezzo, ma non già agli uomini ben muniti, e ben armati, che sono in grado di tentare qualche grande intrapresa. E per verità è facile il noverare fra i Romani imperadori quanti più sieno periti per le mani delle lor guardie, di quelli che si sottrassero al periglio pel soccorso de’ loro arcieri. Non sono gli squadroni di cavalleria, non i battaglioni di fanti, non le armi, che difendono i tiranni: ma (ciò che sembrerà incredibile a prima vista, e che non è pero men vero) sono sempre quattro o cinque privati, che sostengono il tiranno, quattro, o cinque, che gli rendono schiava un’intera nazione. E ciò è sempre accaduto perchè cotesti cinque o sei hanno avuto l’orecchio del tiranno, o per esserglisi avvicinati da loro stessi, o per essere stati da lui chiamati per fargli complici delle proprie crudeltà, compagni de’ suoi piaceri, favoreggiatori delle sue libidini, e partecipi delle sue rapine. Cotesti cinque o sei sanno col bene formare il lor capo, che, in forza della società seco loro contratta, egli deve esser malvagio non solo per le sue proprie sceleraggini, ma ancor per le loro. Cotesti sei hanno altri seicento, che profittano sotto di loro, i quali fanno ai loro protettori ciò che costoro fanno al tiranno. Cotesti seicento hanno alla loro immediazione seimila, che hanno innalzati a gran condizione e cui han fatto affidare il governo delle provincie, o il maneggio del publico denaio affinch’essi si prestino alla loro avarizia, e crudeltà, e l’esercitino poi quando sarà tempo, e finalmente faccian tanto di male, che non possano più sostenersi, che all’ombra loro, nè esentarsi, chè loro mercè dalla punizione, e dalle leggi.

Infinita è la seguela, che tien dietro tutti costoro. E chi volesse pigliarsi spasso di vedere fin dove va a terminare questa fila, troverebbe, che non i seimila, ma centomila, ma i milioni sono attaccati tutti al tiranno per mezzo di questa corda, della quale costui servesi, come Giove, in Omero, che millantasi di potere strascinare a sè tutti gli Dei, tirando la sua catena. Da ciò traeva origine sotto Giulio l’aumento del Senato, l’istituzione di nuove cariche, l’elezione di nuovi officj, non già certamente per prevalersene alla migliore riforma della giustizia, ma per servirsene di nuovi sostegni della tirannide. In somma si giunge ad un tal punto per mezzo dei favori, e della catena de’ guadagni, e riguadagni, che si fanno sotto i tiranni, che si trovano quasi altrettante persone, alle quali la tirannia sembra essere, profittevole, quante di quelle a cui la libertà sarebbe grata. In quella guisa, che, al dir de’ medici, se havvi nel nostro corpo qualche umor guasto, tosto che vi si è formato in qualche di lui parte alcun tumore, tutto concorre a quella parte viziata: così immediatamente, se un re si è dichiarato tiranno, tutto il cattivo e tutta la feccia del regno (io non intendo già di parlare qui de’ ladroncelli, e de’ frustrati, che non sono in grado di fare nè gran bene nè gran male in una Republica, ma di tutti i grandi avari, ed ardenti ambiziosi) si radunano intorno a lui affine di sostenerlo, e partecipare al bottino, e di farsi essi stessi sotto il gran tiranno piccoli tirannucci. Così parimenti usan di fare i grandi masnadieri, ed i famosi corsari. Alcuni scoprono paese, altri tengon dietro ai viandanti, altri mettonsi in imboscata, altri in sentinella; questi massacrano, quelli spogliano, e sebbene anche fra di loro si riconoscano certe preminenze, e che gli uni non sieno che famigli, e gli altri capi della masnada, pure non ve ne ha alcuno, che non tocchi una parte della principal preda, o della ricerca, che si è fatta. Dicesi, che i pirati Cilicj non solo eransi ragunati in sì gran numero, che convenuto era spedir contro di loro il gran Pompeo, ma eziandio, che tirarono nella loro confederazione molti gran popoli, e belle città, ne’ porti delle quali mettevansi in sicuro ritornando dal corso, alle quali in ricompensa accordavano qualche profitto per aver tenuto in custodia le loro rapine.

Similmente il tiranno soggioga i sudditi gli uni per mezzo degli altri, e si fa custodire da quelli, dai quali, se avessero qualche valore, dovrebbe il più guardarsi; ma è necessario, come dicesi, per ispaccar le legna di farsi de’ cunei delle legna stesse. Ecco i suoi arcieri, ecco le sue guardie, ecco i suoi alabardieri. Non è già, che costoro non soffrano anche talvolta moltissimo dal tiranno: ma codesti uomini di perduta vita, e abbandonati da Dio, e dagli uomini si contentano di tollerare il male per poterne fare agli altri, e non già a colui, dal quale ne ricevono, ma a quelli, che ne soffrono al par di loro e senza lor colpa. Purtuttavolta vedendo codesti sciagurati, che adulano il tiranno per fare il fatto loro col mezzo della di lui tirannia, e della schiavitù del popolo, spesso m’avviene di strasecolar della loro sceleraggine, e qualche volta ancora di sentire quasi pietà della loro stoltezza. Conciosiachè quale altra cosa è mai l’accostarsi al tiranno, se non che allontanarsi sempre più dalla libertà, e stringere per così dire con amendue le mani, ed avviticchiarsi colla servitù? Spoglinsi essi un pochettino della loro ambizione, mettano alquanto da parte la loro avarizia, e poi rimirino se stessi, si riconoscano, e vedranno chiaramente che i contadini, ed i villani, ch’essi non cessano di calpestare quanto più possono, e di trattare da schiavi, e da forzati, e vedranno, io dico, che costoro, comechè così malmenati, sono tuttavia al loro confronto più felici, e in certo modo liberi. L’artigiano, e l’agricoltore per soggiogati, che sieno, se la passano col far ciò che loro viene imposto. Ma il tiranno vede coloro, che lo circondano come tanti accattoni, e mendicanti del di lui favore. Essi non debbono eseguire soltanto ciò ch’egli comanda, ma pretende, ch’essi indovinino ciò che brama, e spesso spesso per piacergli hanno da prevenire i di lui stessi pensieri. Non basta per costoro, l’obbedienza vi fa d’uopo ancora della compiacenza. Bisogna, che si macerino, che si tormentino, che s’uccidano a fatigare per gl’interessi di lui, e di più, che godano del di lui piacere, che resistano alle proprie inclinazioni per secondare le sue, che contrarino il loro temperamento, e che cangino la loro natura. È mestieri che stiano attenti alle sue parole, ai menomi suoi accenti, ad ogni cenno, e ad ogni occhiata, e che non abbiano nè occhi, nè piedi, nè mani, se non per istare in agguato a spiare le di lui volontà, e conoscere i di lui pensieri. Ed è ella cotesta una vita felice? O piuttosto può questa chiamarsi vita? Qual cosa al mondo è di questa più intollerabile? non dirò già per un uomo ben nato, ma per un uomo, che abbia il senso comune, o se non altro per uno, ch’abbia meramente l’aspetto umano? Quale più miserabile condizione vi può mai essere di quella di vivere in modo da non posseder nulla da per sè, ma da tener tutto da un altro suoi agi, la sua libertà, il suo corpo, e la sua medesima vita?

Ma costoro vogliono servire per guadagnar ricchezze, quasi che fosse loro possibile d’acquistar qualche cosa che loro appartenesse, quando non possono neppur dire d’esser padroni delle proprie loro persone? Essi vogliono fare in guisa di possedere de’ beni, come se sotto un tiranno potesse alcuno vantarsi d’aver qualche cosa di proprio. Costoro non ricordansi, che sono essi stessi, che gli prestan la forza per rapir tutto a tutti, e per non lasciar nulla, che dir si possa appartenere ad alcuno. Eglino veggono, che non v’ha cosa, che più esponga gli uomini alla di lui crudeltà quanto i beni; che non v’ha per lui delitto più meritevole di morte che il posseder; ch’egli non ama se non le ricchezze; e non distrugge se non i ricchi, che vanno a presentarsi avanti a lui, come avanti al beccaio, quasi per offrirglisi così ripieni, ed ingrassati a fargli gola, ed a suscitare i desiderj di lui. Cotesti favoriti non dovrebbero tanto rammentarsi di coloro, che hanno guadagnati tanti tesori intorno ai tiranni, quanto di quelli, che, dopo averne accumulati per qualche tempo, v’hanno poi in fine perduto e i beni, e la vita. Essi non avrebbero ad aver presente quanti altri hanno acquistato ricchezze ma quanto poco tempo costoro le hanno conservate. Scorransi pure tutte le antiche istorie, e quelle de’ giorni nostri, e si vedrà chiaramente quanto è grande il numero di coloro, che, avendo, con male arti guadagnato l’orecchio de’ principi, ed avendo o fatto giuocare la propria malvagità, o abusato della stupidezza di loro, sono poi stati alla fine da quelli stessi distrutti, avendo in essi trovato pari alla leggierezza, colla quale aveangli sollevati, l’incostanza in mantenervegli. Egli è certo, che fra l’immenso numero di uomini, che sonosi approssimati ai pessimi re, ve ne ha ben pochi, per non dir nessuno, che non abbiano qualche volta provata essi stessi la crudeltà del tiranno, che aveva attizzata contra gli altri; e che per lo più, essendosi costoro all’ombra del loro favore arricchiti dell’altrui spoglie, non abbiano poi impinguati gli altri colla loro.

Gli stessi uomini dabbene, se mai taluno di costoro è stato qualche volta amato da un tiranno, per quanto gli fossero stati in grazia, e per quanta virtù e integrità avessero in essoloro risplenduto, le quali pure imprimono qualche rispetto fino ai più scelerati, quando le osservano dappresso, sì cotesti stessi onesti uomini non hanno potuto mantenersi senza soccombere al comun male di provare a spese loro la tirannia. Un Seneca, un Burro, un Trasea Peto, questa terna d’uomini virtuosissimi, due de’ quali ebbero pure la mala sorte d’essere vicini ad un tiranno, il quale aveva loro affidato il maneggio de’ proprj affari, l’uno, e l’altro da lui amati, e riveriti, e di più uno di questi, che avealo educato, e perciò avea per per pegno della di lui amicizia gli ammaestramenti della di lui infanzia; pure codesti tre gran persgnaggi, hanno dovuto per mezzo della loro crudele morte servire di chiara testimonianza, della poca fiducia, che debbesi avere, del favore de’ pessimi sovrani. E per verità quale amistà si può mai sperare da colui, che ha un cuore così duro da odiare il suo regno, che altro non fa che obbedirgli, e che [17], per non sapersi amare impoverisce se stesso, e distrugge il suo proprio impero.

Ma se poi vorrassi dire, che costoro [18] sono caduti in tali precipizi per aver voluto condursi troppo virtuosamente, si getti pure un’occhiata intorno a quel medesimo tiranno Nerone, e si vedrà chiaramente, che neppur quelli, che acquistarono la di lui grazia per via di sceleraggini, furono presso lui di più lunga durata. Chi udì mai parlare d’un amore così sfrenato, chi di un affetto così ostinato, ove si lesse mai che un uomo fosse più tenacemente, e più furiosamente appassionato d’una donna quanto costui di Poppea? E pure [19] fu costei da lui stesso avvelenata. Agrippina di lui madre ucciso avea suo marito Claudio per fargli scala al trono imperiale, nè mai ricusò di fare, e di patire qualunque cosa per dargli piacere; e pure il di lei stesso figliuolo, il di lei allievo il di lei imperatore, fatto di mano sua, dopo averla mille volte insidiata, le tolse finalmente di propria mano [20] la vita. Nè vi fu allora alcuno, che non dicesse aver ella una tal punizione troppo ben meritata, purchè venuta le fosse da ogn’altra mano fuor che da quella, che a lei la diede. Chi vi fu mai più pronto a lasciarsi menar pel naso, più semplicione, o per meglio dire più babuasso di Claudio imperatore? Chi più incapricciato d’una moglie di quello, che lo fosse stato costui di Messalina? E pure alla fine abbandonolla in mano al carnefice. La sciocchezza non lascia mai i tiranni, quando essa portagli all’incapacità di far bene. Ma non so come accada, che per esercitar la crudeltà anche verso quelli che loro sono più intimi, per poco ingegno ch’eglino s’abbiano, subite svegliasi in loro. È assai vulgato quel lepido motto [21] di colui, che compiacendosi in vedere la gola scoperta d’una sposa da lui teneramente amata, carezzandola profferì questa bella parola: cotesto bel collo sarebbe troncato all’istante, s’io lo comandassi. Ecco la ragione per la quale la maggior parte degli antichi tiranni venivano per l’ordinario assassinati da’ loro favoriti, i quali conosciuto avendo la natura della tirannide non avean tanta fiducia nella buona volontà del tiranno verso di loro, quanto essi diffidavano del di lui potere. Per tal modo fu ucciso Domiziano [22] da Stefano. Comodo da una sua amata [23], Antonino da Macrino [24], e così quasi tutti gli altri.

La cagione, consiste in ciò, che il tiranno nè ama mai nè è mai amato. L’amistà è un sacro nome, è una santissima cosa nè può mai ritrovarsi che tra gente dabbene, nascere se non da una mutua stima. Ella si nutre non tanto della beneficenza quanto del buon costume. Ciò che produce la confidenza tra gli amici è il conoscere la rispettiva integrità. Le cauzioni, che se ne hanno, sono un ottimo naturale, la buona fede e la costanza. Non vi può essere amicizia ove trovasi la crudeltà ov’è la dislealtà, ove risiede l’ingiustizia. Le unioni de’ malvagi sono cospirazioni, e non società. Essi non conversano fra di loro, ma si paventano l’un l’altro: costoro non sono amici, ma complici.

Ma ancorchè ciò non fosse, sarebbe però sempre difficilissimo di rinvenire in un tiranno un amore, sincero, e fedele; imperciocchè trovandosi egli a tutti superiore non può avere compagni, e perciò è di già fuor della portata dell’amicizia, che ha i suoi fondamenti nell’eguaglianza, e non volendo zoppicare si compiace di farsela sempre cogli eguali. Ecco perchè dicesi, che v’ha bensì fra i ladroni una certa buona fede nella divisione del bottino, poichè sono tutti pari, e compagni, e che se non s’amano fra di loro, almeno si temono, e non vogliono colla loro disunione scemar la loro forza. Ma nel tiranno non v’è chi possa mai fondare alcuna fiducia, e neppure i di lui più favoriti, dai quali appunto egli ha appreso di poter tutto a sua voglia, di non esservi nè dritto nè dovere alcuno, che lo astringa, facendo conto di far tenere alla propria volontà il luogo della ragione, e di non aver nessuno eguale, ma d’essere il padrone di tutti. Per la qual cosa non fa egli gran compassione il vedere, che, ad onta di tanti luminosissimi esempj, e a dispetto dell’imminente pericolo, non si trovi pur uno, che divenir voglia saggio a spese altrui? E che non vi sia fra tanti, che si affannano sì volentieri di avvicinarsi al tiranno, chi abbia l’occorgimento e l’ardire di dirgli ciò che narra la favola aver detto la volpe al leone, che fingea d’essere ammalato: « Io verrei con piacere a visitarti entro la tua tana, se non fosse, ch’io osservo sul cammino assai orme di animali, rivolte verso di te e non ne veggo neppur una rivolta in dietro ».

Codesti meschini veggono risplendere i tesori del tiranno, e fissano tutti stupefatti i loro occhi ne’ raggi della sua pompa, e allettati da quello splendore si avvicinano senza badare, ch’essi vanno a precipitarsi in un fuoco, che non potrà far a meno di non consumargli. Così fece il satiro della favola, che veduto avendo rilucere il fuoco ritrovato dal saggio Prometeo, gli parve sì bello, che corse tosto a baciarlo, e vi si scottò [25]. Lo stesso accade alle farfalle, le quali si vanno a gittar nel fuoco, sperando di ritrovarvi qualche gran piacere, perchè risplende, ma provano ben tosto al dir del Poeta Lucano, l’altra di lui qualità, cioè che brucia. Ma supponiamo ancora, che cotesti favoriti sfuggissero dalle mani di colui, che servono, non potranno però giammai evitare quelle del re successore. S’egli è buono essi saranno obbligati a render conto, e mettersi allora finalmente alla ragione; s’è malvagio, come il loro antico signore, non mancherà certamente d’aver ancor egli i suoi favoriti, i quali per lo più non sono contenti di ottenere soltanto le cariche, e gli onori di coloro, che li hanno preceduti nel favore del tiranno, ma aspirano anco ai beni, ed alle vite di loro. E potrà dunque darsi, che si ritrovi alcuno che voglia con sì gran pericolo, e con sì poca sicurtà assumere questo infelice incarico di servire a sì grande stento un tanto periglioso padrone? Qual tormento, qual martirio è mai quello, gran Dio! d’essere giorno e notte occupato per piacere ad un uomo, che poi si teme più di qualunque altro in tutto il mondo? Aver sempre l’occhio alla veletta, e l’orecchio teso per ispiare donde verrà il fatal colpo, per iscoprire l’imboscata, per conoscere le mine sotteranee degli emuli, e per accorgersi di chi lo tradisce. Dover fare bel viso ad ognuno, e tremare di tutti, e non avere nè un inimico aperto, nè un amico sicuro, avendo sempre la faccia ridente, ed il cuore smarrito; non poter esser lieto, e non osare di comparir malincomico.

Ma è in vero piacevole il considerare il profitto, che ricavano da così grandi tormenti, ed il bene, che possono sperare dagli stenti d’una sì miserabile vita. È costume ordinario del popolo di rifondere tutto il male, che gli vien dal tiranno sopra coloro, che lo dirigono. I popoli, le nazioni, tutti insomma fino i contadini, e gli agricoltori sanno i loro nomi, e fanno a gara a dettagliare tutti i loro vizj, e ad accumulare su di loro mille oltraggi, mille villanie, e mille maledizioni. Tutte le loro preghiere tutti i loro voti sono contro di costoro. Ogni publica calamità, ogni pestilenza, ogni carestia viene per cagion loro, e loro rimproverata. Che se pure talvolta si rende loro qualche onore in apparenza, non si lascia però mai di detestargli nel cuore, e di avergli ancor più in orrore di qualunque bestia feroce. Questa la gloria, queste le onorificenze, che ricavano presso tutte le genti pel loro servire. Che se ogni uomo del popolo potesse avere un pezzetto del loro corpo sembra, che non sarebbe ancor soddisfatto, nè sbramato di vendetta pe’ mali sofferti. E per verità ancor dopo la loro morte i posteri non son mai tanto pigri, che non denigrino i nomi di codesti divora popoli [26] coll’inchiostro di mille penne, cosicchè la loro riputazione viene lacerata in mille libri, e le loro ossa stesse vengono, per così dire, strascinate dalla posterità, punendogli ancora dopo la morte della loro pessima vita. Impariamo adunque una volta, impariamo a ben oprare. Innalziamo, o pel nostro onore, o per l’amore della stessa virtù gli occhi al cielo verso Iddio onnipossente, fedele testimonio delle nostre operazioni, e giudice giustissimo de’ nostri delitti. Io per me sono di parere fermissimo, nè credo d’ingannarmi, ch’egli riserbi qualche tormento particolare colà giù nell’inferno pei tiranni, e pei loro complici, poichè non v’ha cosa più contraria ad un Dio tanto buono, e clemente, della tirannide.

Fine.

Note

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[1] Iliade lib. II. vers. 204.

[2] Questo è preso da un trattato di Plutarco, intitolato: Come bisogna educare i fanciulli. Cap. II.

[3] Plutarco nella vita di Catone d’Utica. Cap. 1.

[4] Non è in quello delle malattie che ci cita qui la Boétie, ma in un altro intitolato Dell’aria, delle acque, e de’ luoghi, in cui Ippocrate dice al § 41: Che i popoli più belli di Asia, Greci, e barbari sono quelli, che, non essendo governati dispoticamente, vivono sotto leggi che s’impongono da loro stessi e che, laddove gli uomini vivono sotto de’ re assoluti, essi sono necessariamente timidi. Trovansi gli stessi sentimenti piú particolarmente sviluppati nel §. 40 dell’opera medesima.

[5] Una malattia pestilenziale essendosi sparsa nelle armate di Artaserse re di Persia, consigliato questo principe a ricorrere in tale occasione all’assistenza d’Ippocrate, scrisse ad Istane governatore dell’Ellesponto, incaricandogli d’indurre Ippocrate ad andare alla corte di Persia, offrendogli quanto denaro ei volesse, ed assicurandolo in nome del re, ch’egli andrebbe del pari coi più grandi signori di Persia. Istane eseguì puntualmente quest’ordine; ma Ippocrate gli rispose sul fatto, che egli era provveduto abbastanza di tutte le cose necessarie alla vita, e che non gli era permesso di godere delle ricchezze de’ Persiani, nè d’impiegare l’arte sua a guarire de’ barbari, che erano nemici de’ Greci. La lettera di Artaserse ad Istane, quella d’Istane ad Ippocrate, e la risposta d’Ippocrate, d’onde son tratte le particolarità, che compongono questo articolo si trovano alla fine delle opere d’Ippocrate.

[6] Intitolato Gerone, o ritratto della condizione dei re.

[7] Eone es ferox, quia habes imperium in belluas? Ter. Eunuc. act. III. Sc. 1, vers. 25.

[8] Erodoto lib. I. pag. 63. edit. Gronov.

[9] Plebs sordida, et circo ac theatris sueta, simul teterrimi servorum, aut qui adesis bonis per dedecus Neronis alebantur, maesti. Tacit. Ist. lib: 1.

[10] Svetonio nella vita di Giulio Cesare §. 84.

[11] Postea solidam columnam prope viginti pedum lapidis Numidici in foro statuit, scripsitque PARENTI PATRIAE. Svet. ib. §. 85.

[12] Tutto ciò, che si dice qui di Pirro, è riportato nella sua vita da Plutarco cap. 2.

[13] Svetonio nella vita di Vespasiano §. 7.

[14] Da tutto ciò, che la Boetie ci dice qui dei gigli d’oro, delle ampolle, e dell’oroflamma, è facile l’indovinare quel che egli veramente pensi delle cose maravigliose, che si raccontano: Ed il buon Pasquier non ne giudicava diversamente da lui. In ogni republica, dice egli nelle sue ricerche sulla Francia lib. 8. Cap. 21. vi sono molte istorie, che si traggono da una lunga antichità, senza che possa trovarsene la vera origine, e niente di meno si tengono non solo per vere, ma per sommamente autorizzate e sagrosante. Di simile natura ne troviamo noi molte tanto in Grecia, quanto nella città di Roma: e della stessa maniera abbiamo quasi tirata tra noi l’antica opinione, che avemmo dell’oroflamma, l’invenzione de’ nostri gigli d’oro, che attribuiamo alla divinità, e diverse cose simili; le quali benchè non sieno sostenute da autori antichi, pure conviene ad ogni buon cittadino di crederle per la maestà dell’impero. Ridotto tutto ciò al suo giusto valore significa che bisogna credere per compiacenza simili cose, cioè, che il crederle è cortesia. In un altro luogo dell’opera stessa (lib. 2. Cap. 17.) Pasquier osserva, che vi sono stati de’ re di Francia, che hanno avuto per armi tre rospi; ma che Clodoveo, per rendere il suo regno più miracoloso, si fece portare da un eremita, come se fosse avvertimento celeste, i gigli d’oro, li quali si sono continuati fino a noi. Quest’ultimo passo non ha bisogno di comentario. L’autore vi dichiara con molta nettezza, e senza riserva a chi debba attribuirsi l’invenzione de’ gigli d’oro.

[15] Et lapsa ancilia coelo. Virg. Æneid. lib. 8. vers. 664.

[16] Callimaco nel suo Inno a Cerere parla d’un paniere, che si supponeva, che discendesse dal Cielo, e che si portasse verso la sera nel tempio di questa Dea, quando si celebrava la sua festa. Suida su la parola portator di panieri dice, che la cerimonia de’ panieri fu istituita sotto il regno di Erisictone; e forse perciò la Boétie si è avvisato chiamarlo paniere di Erisictone. Può sembrare dall’altra parte, che a ciò alluda Callimaco nel suo Inno in cui dice che Erisictone prende una risoluzione più empia mentre insulta Cerere, e taglia un albero consagrato a questa Dea; del che fu punito con una fame insaziabile, come Ovidio lo rapporta molto a lungo verso la fine dell’ottavo lib. delle sue Metamorfosi, che ha improntato da Callimaco questa favola.

[17] Imperciocchè un re, che avesse gli occhi aperti su i proprj interessi, non potrebbe astenersi di vedere, che coll’impoverire i suoi sudditi, impoverirebbe ancora sicuramente se stesso, come un giardiniere, che dopo aver raccolto il frutto da suoi alberi gli taglierebbe per venderli. Alessandro il grande comprese sì bene questa verità, ch’egli si fece una legge di non imporre ai popoli conquistati in Asia altro tributo, che quello, ch’eran soliti di pagare a Dario: ed avendogli qualcuno fatta rimostranza, che potea trarre rendita maggiore da un sì vasto impero, rispose, che non amava il giardiniere, che tagliava fino alla radice i cavoli, di cui non doveva raccogliere, che le cime. Questa risposta è fondata sul semplice senso comune, niente di meno trovansi nell’istoria molti principi, che hanno voluto meglio seguire l’esempio del giardiniere, che scioccamente si avvisa di dissecare egli stesso la sorgente della sua rendita, che d’imitare la savia moderazione di Alessandro, colla quale si assicurava un fondo inesauribile di ricchezza.

[18] Cioè che Burro, Seneca, e Trasea non sono caduti in tali inconvenienti, che per essere stati uomini dabbene.

[19] Secondo Svetonio, e Tacito Nerone la uccise con un calcio, che le diede mentre era gravida. Poppeam, dice il primo nella vita di Nerone § 35. unice dilexit; & tamen ipsam quoque ictu calcis occidit. Tacito aggiunge, che è stato piuttosto per passione, che per fondamento ragionevole, che alcuni scrittori han publicato, che Poppea era stata avvelenata da Nerone. Poppea, dice egli, mortem obiit fortuitâ mariti iracundiâ, a quo gravida ictu calcis afflicta est. Neque enim venenum crediderim, quamvis quidem scriptores tradant, odio magis quem ex fide. Annal. lib. 16.

[20] Vedi Svetonio nella vita di Nerone §. 34.

[21] Di Caligola, il quale dice Svetonio nella sua vita §. 33. Quoties uxoris, vel amicule collum exoscularetur, addebat: tam bona cervix simul ac jussero demetur.

[22] Vedi Svetonio nella vita di Domiziano §. 34

[23] Che si chiamava Marcia, Erodiano lib. I.

[24] Antonino Caracalla, che un centurione nominato Marziale uccise con un colpo di pugnale ad istigazione di Macrino, come si può vedere in Erodiano lib. 4. verso la fine.

[25] Questo è preso da un trattato di Plutarco intitolato: Come si potrà ricevere utilità dai propri nemici, Cap. II. di cui ecco le proprie parole: « Il satiro volle baciare, ed abbracciare il fuoco la prima volta, che lo vide; ma Prometeo gli gridò: Caprone, tu piangerai la barba del tuo mento perciocchè egli brucia quando ti tocca ».

[26] Questo è il titolo, che si dà ad un re in Omero, e con cui la Boétie complimenta giustamente quei primi ministri, quegl’intendenti, o soprantendenti di finanze, che coll’eccessive, ed ingiuste imposizioni, colle quali opprimono il popolo, devastando, e spopolando il paese, di cui si abbandona ad essi la cura, fanno ben tosto di un regno potente, in cui fiorivano le arti, l’agricoltura, e ’l commercio, un deserto spaventevole, nel quale regna la barbarie e la povertà e gettano il principe nell’indigenza, lo rendono odioso ai sudditi, che gli rimangono, e disprezzabile ai suoi vicini. Questi sono divoratori di popolo, che amano molto meno gli uomini di quel che un giardiniere ami gli alberi del suo giardino; quindi non pensano essi che a profittare del guasto, che fanno, senza porsi in pena di ciò che potrà avvenire al giardino, ed al padrone di esso.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 novembre 2007