Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

 

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle CXLI-CLVI

CXLI

Colla lunga e dilettevole novella giunse la brigata a Milano, dove trovarono aparecchiato di vantagio. Ma perché non era l'ora della cena, il proposto, volendo alquanto da' cantarelli piacere, comandò loro che una canzonetta dicessero con bello tinore. Loro presti a ubidire dissero:

«I' servo e non mi pento, ben che a 'ngrato

abbia servito; possa è' pur servire,

perch'ogni ben sarà remunerato.

Servir sol per servire dé quel che serve,

e non già per rispetto

di premio che si dia per chi riceve.

Non dico che tu serva chi diserve

chi serve, ma costretto

ogn'altro a servir <sia> quanto può breve;

che 'l tempo se ne va sì lieve lieve,

che pare un di a quel che c'è più stato,

e che ne porta ognun quel ch'è aparato».

Lo proposto, piaciutoli la bella canzonetta, rivoltosi a' religiosi dicendo loro: «Poi che s'apressima l'ora della cena, vi pregherei che una bella cosetta diceste, e ditta si vada a cena»; loro presti dissero che volentieri lo contenteranno, dicendo in questo modo:

«Colui che 'l tutto fe' ha ordinato

come de l'un l'altro esca

ponendo legge a li apetiti rei,

volendo che ciascun sia generato

e così nato cresca

guidando in vita sé secondo lei.

Per che, com'animal brutto non sei,

avendo fatto a la magine sua

propiamente la tua,

volse le cose tutte sotoporti;

e dietti libertà sol per vedere

come ti sai astenere

da' vizii in questi dì che ci stai corti,

rendendo altrove ben del qui far bene,

così del male, a chi l'oprasse, pene».

Lo cuoco avendo cotte le vivande se ne venne al proposto dicendo che a taula si ponessero; è' servidori presti dato l'acqua a le mani e posti a mensa, cenarono. E dapoi, fatto fare una danza con suoni, se n'andarono a dormire. E la mattina levati, il proposto disse: «Oggi staremo in Milano, e però ciascuno vada vedendo la terra et a buon'ora si torni a desnare». E così s'osservò.

E venuto l'ora del desnare, desnaron di vantagio; e dapoi andati in un giardino dove si danzò con istormenti più ore, e poi il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che l'ora della cena serà venuta. L'altore presto disse: «A voi, omini che vi sete dati a servire Idio solo per acquistare la gloria di paradiso, e voi mattamente il contrario fate; et a voi, donne simplici e sciocche che, per ogni piccolo pensieri che inne l'animo vi viene, sotto inganno sete vituperati, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE ROMITO ADULTERO ET INGANNO

Fue innella città di Bellem in Giudea uno nomato Esaia

con una sua figliuola, Isabetta.

Innella città di Bellem in Iudea fu uno ricchissimo uomo nomato Esaia, il quale avea una sua bella figliuola nomata Elisabetta, che essendo giudea et avendo più volte udito da' cristiani pregiare la fede di Cristo, un giorno ella ne domandò uno cristiano in che maniera e con meno fatica si potesse servire a Dio et acquistare paradiso. Colui disse che quelli che meglio serveno a Dio sono quelli che più le cose del mondo fuggeno, e tali sono quelli che sanno insignare altrui l'andare a paradiso.

La giovana, che simplicissima era d'età di xv anni, non da ordinato desiderio ma da cotal fanciullesco apetito, senza farlo a persona sentire, e la seconda mattina se n'andò verso la valle Imbron tutta soletta; e con grande fatica più dì durando, in quella pervenne. E veduto dalla lunga una casetta, a quella n'andò, dove trovò uno romito sovra l'uscio, il quale, meravigliandosi vederla, la domandò che andava cercando. A cui rispuose che, spirata da Dio, andava cercando d'esser al suo servigio spettandone aver premio. Il valentuomo, vegendola giovana assai bella, temendo che 'l dimonio non lo 'ngannasse, le cominciò a dire lodando la sua buona disposizione. E dandole alquanto da mangiare radici d'erbi e pomi salvatichi, li disse: «Figliuola mia, non guari lontano è uno santuomo, il quale di ciò che tu vuoi e vai cercando è miglior maestro che io non sono; a lui te n'andrai». E missela innella via.

Et ella a ventura andata alquanto avanti a uno giovano romito il cui nome era Urbano, e quella domanda li fece che a l'altri fatta avea; e quello romito, senza volere da lei altra prova, innella sua cella la ritenne. E venuta la notte, uno letticiuolo di foglie da una parte li fece e sopra quello disse che ella si coricasse. E questo fatto, le tentazioni non preseno guari di andugio che vinseno la battaglia con costui faccendoli dimenticare ogni orazioni e discipline e regarsi innella mente la bellezza della giovana. Oltra questo, incominciò a pensare che via o che modo potesse tenere d'usare con lei. E prima con certe domande provò, et ella non avendo mai cognosciuto omo ma simplici stando, il preditto romito pensò sotto spezie di servire a Dio doversi costei regare a' suoi piaceri.

E primamente le mostrò quanto era a grado a Dio di metter il diaule innello 'nferno, al quale Domenedio l'avea dannato. La giovana il domandò come ciò si facesse. A cui lo romito disse: «Tu lo saprai tosto, e però farai quello che a me far vedrai». E cominciòsi a spogliare quelli poghi di vestimenti che avea; rimase tutto nudo, e così ancora fe' la fanciulla. E puosesi ginocchioni a guisa come adorar volesse, e dirimpetto sì fe' star lei. E così stando, essendo Urbano più innel suo desiderio acceso per vederla così bella, crescendoli la carne raguardando Elisabetta, ella meravigliandosi disse a Urbano: «Che cosa è quella che io veggo che così si spinge in fuori?» Lui disse: «Figliuola mia, eli è il diaule di che io t'ho parlato che mi dà ora grandissima molestia tanto che a pena lo posso sofferire». Allora disse la giovana: «Laudato sia Idio che io non ho cotesto diaule come avete voi!». Disse Urbano: «Tu di' vero, ma tu hai un'altra cosa che non l'ho io, et haila in cambio di questo». Disse Isabetta: «Qual'è dessa?» A cui Urbano disse: «Tu hai lo 'nferno, e dìcoti che io credo che Dio t'abbia qui mandata per salute dell'anima mia, perché se questo diaule mi darà pur questa noia, dove tu vogli aver di me pietà ch'i' lo metta innello 'nferno, mi darai grandissima consolazione et a Dio farai piacere e servigio». La giovana di buona fé rispuose: «Padre mio, poi che io hoe lo 'nferno, piacciavi mettere lo diaule dentro». Disse Urbano: «Figliuola, benedetta sia tu!»

E menatala in su uno lettuccio, fattala stare riverta, e lui <.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > che mai neuno diaule avea messo innello 'nferno, per la prima volta sentito alquanto, e disse a' romito: «Per certo, padre mio, mala cosa dé esser questo diaule, et anco nimico di Dio, che, non che ad altri faccia male, vi dico che a lo 'nferno ha fatto male». Urbano disse: «Figliuola mia, non averrà sempre così». E per fare che questo non avenisse, prima che di quine si partisseno, sei volte rimisseno quel diaule innello 'nferno, tanto che la rabbia per quella volta li trasse. E dapoi ogni dì simili misteri faceano.

Avenne che 'l giuoco cominciò alla giovana a piacere, e disse a Urbano: «Ben veggo che alli cristiani di Bellem <.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .> che diceano servire a Dio è sì dolce cosa, che per certo non mi ricordo che mai cosa facesse che tanto diletto mi desse come questo mettere il diaule innello inferno. E però io giudico che ogni persona che ad altro che servire a Dio si mettesse, sarè' una bestia». E spesse volte dicea a Urbano che mettesse il diaule innello inferno, dicendo: «Se 'l diaule stesse così volentieri inne lo 'nferno come lo 'nferno lo riceve, non se ne uscirè' mai!» Urbano avea già la bambacia del farsetto cavata, intanto che a tal'ora sentìa freddo che un altro arè' sudato; e però cominciò a dire alla giovana che non bisognava metter il diaule inne lo 'nferno se non quando per superbia alzasse il capo: «Ma il tuo inferno l'ha sì casticato che poga superbia ormai arà». Disse Elisabetta: «Poi che 'l mio inferno ha casticato il tuo diaule <il tuo diaule> castichi il mio inferno, però che mi dà tanta pena che nol posso sofferire senza diaule dentro». Urbano disse: «Troppi diauli bisognano a pascer lo 'nferno, ma io ne farò quanto potrò». E così seguìo alquanto tempo.

E dapoi <Elisabetta> per consiglio dè' romito si ritornò a casa, e maritatasi potéo a suo destro metter uno o più diauli innel suo inferno.

Ex.° cxli.

CXLII

Lo proposto, udito lo modo che quel romito trovò ad ingannare sé pensando ingannare la giovana, molto li dispiacque, ma ben piacque la simplicità della giovana che sotto simplicità saziò il suo apetito. E fatto sonare li stormenti e preso alcuna danza, cenarono, e doppo cena comandò a' cantatori che una canzonetta dicessero. Loro presti dissero:

«Amor, verso costei l'arco disserra

poi che mi fuge pace e vuoi pur guerra.

E forsi, signor mio, quando sentire

tu le farai, sentir la tua saetta,

arà pietà del mio crudel martire,

ov'ora me conquidere si diletta.

Così di lei per me farai vendetta

mostrando in lei di te ver me quel ch'erra».

Udito il proposto e la brigata la bella canzonetta, rivoltatosi a' religiosi dicendo che qualche cosa morale dicano fine che l'ora sia d'andare a dormire, loro ubidenti disseno in questo modo:

«Puon Salamone amico un gran tesoro

ito che sia in chi 'l possiede;

dunque, vera amistà è gran ricchezza,

ch'il sa chi stato ha posseduto o oro

e poi si trova a piede,

rubato da fortuna d'ogni altezza:

che prova d'amistà la sua dolcezza,

perché alla miseria ognor soviene

con confortar suoi pene,

sendo per perder della mente il fermo.

Quanti si son per lor perdere già morti,

per non aver conforti,

al bisogno di lor, d'amico fermo

ch'abbi mostrato loro chi dà ritorre

ci può, e può chi scende alto riporre!»

Ditta la bella moralità e l'ora venuta del dormire, ognuno a posare andò, e fine alla mattina dormiro.

E levati, il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che giunti seranno a Como. Lui presto a ubidire disse: «A voi che desiderate udire novità, io raconterò una novella che vi parà più tosto meraviglia che altro; e nondimeno, ad exemplo di quelle giovane che prima che si maritino si provano con molti, dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE BONA VENTURA

In quel di Milano era <un> contadino con 3 figliuoli; ve n'era uno

nomato Malgigi, che di questo <in> tutta <la novella> si parla.

Fu nel contado di Milano in una villa chiamata Panicale uno lavoratore di terra assai di buona condizione nomato Risibaldo, il quale avendo iii figliuoli — uno dè' quali era chiamato Malgigi (e questo era il minore, e perché di lui aremo più a dire che deli altri, <de li altri> non dico li nomi) —, et amalando, lo ditto Risibaldo fe' il suo testamento in questo modo: che tutto il suo lassò a' figliuoli per terza parte, amonendoli che uno giardino, il quale lui avea, per modo alcuno vender dovesseno, e simile uno corno d'avolio col quale quando andava alla caccia molte cacciagioni facea raunare, e che partire non si dovessero senza licenzia di tutti insieme; apresso, che non prendesseno moglie che non fusse pulcella. Auto da' figliuoli la promessione, il preditto Risibaldo passò di questa vita.

E sepellito, i fratelli preditti, ristretti insieme, dienno ordine che ogni dì uno di loro cogliesse dè' frutti del giardino et a Milano li portasse a vendere e comprasse di quelle cose che fusseno di bisogno, incominciando il magiore. E così più tempo oservonno.

Avenne che del mese di magio, essendo lo fratello magiore a coglier cerage per doverle vendere, e venne uno pelegrino dicendo: «Io ti prego per Dio e per santo Martino che mi di' delle cerage». Colui, cogliendone una raspa e volendola dare al pellegrino, come si distese subito fu del ceragio caduto e fattosi alquanto male. Lui, che questo ha veduto, con uno bastone trasse al pelegrino dandoli di buone bastonat'e dicendoli villania lo cacciò via. E la sera tornando in casa, a' fratelli disse quello che intervenuto li era del pellegrino. Lo fratello secondo disse che bene avea fatto.

E venuto lo secondo dì, lo secondo fratello essendo a cogliere delle cerage, sì pervenne quel pellegrino domandandoli cerage. Lui dicendo: «Diverrà a me quello che divenne a mio fratello?», e volendo al pellegrino dar delle cerage, di presente caduto fu: e subito prese un bastone e per più riprese al pellegrino diè molti colpi. E cacciatolo via, la sera narrò a' fratelli del pellegrino quello che incontrato li era. Lo fratello magiore disse che fatto avea bene ad averneli date assai.

E così stando, l'altro dì Malgigi fratello minore andò a coglier delle cerage < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . >

Malgigi, stendendosi per darneli, di subito cadde. Lui vegendosi caduto, disse: «Per certo io te ne darò». E rimontato in sul ceragio e volendo prendere una raspa di ceragia, senza potersi tenere, di quello cadde: «Per Dio, che io ne coglierò e farò che n'arai!» E rimontato in sul ceragio, volendo prender delle cerage, la raspa dove Malgigi avea il piè si ruppe, et in terra cadde malamente. Lui, desideroso di dare delle cerage al pellegrino, rimontato in sul ceragio la quarta volta e preso delle cerage et al pellegrino datone, e sceso a terra, lo pellegrino disse: «Però che tu sè' stato di miglior condizione che non funno i tuoi fratelli, ti vo' fare asapere chi io sono: e però sappi che non pellegrino ma santo Martino m'apello, e però chiedi iiii grazie, qualunca vuoi, et io pregherò Idio che t'esaldisca». Malgigi lieto disse: «Io vi chieggo che a ogni mia richiesta possa aver qual cavallo voglio e di qual colore mi piace; apresso, che per la mia persona possa avere a ogni richiesta armadura e panni di qual colore più m'agrada; la terza, che al suono di uno corno tutte le bestie salvage e draghi e bestie et ugelli che sono presso a vi miglia intorno, quando sonerò si rapresentino dinanti da me a ubidirmi di quello comanderò loro; ultimo, che quando io domanderò il culo e 'l conno di qual femmina sia, che a tutto risponderanno». Santo Martino, che ha udito le quattro domande, meravigliandosi di sì fatte domande, disse perché altro non chiedea. Malgigi disse: «A me vasta questo». Santo Martino disse: «E tu l'arai».

E sparito via, lassò Malgigi solo innel giardino. E volendo vedere se le grazie li fusseno fatte, chiese uno bello cavallo: e subito fu venuto; e simile chiese sé esser armato e vestito di nuovo colore: e subito fu fatto. E veduto che tutto avea compiutamente, quanto più presto potéo, rimandato via il cavallo e l'armi, in casa co' fratelli si trovò dicendo loro che piacesse di lecenziarlo e partirlo da loro, e che non volea altro in parte che quel corno del padre e fiorini x, e tutto lo resto fusse loro. Li fratelli, vedendo quanto buona parte venia loro, funno contenti. E datoli quello chiese, subito si partìo e verso Ragona pensa d'andare. E non molti mesi passarono che lui innel reame d'Aragona si trovò, dove sentìo che lo re Penopeo avea una figliuola da marito e che avea preso pensieri di maritarla al più valente omo che aver potesse. E molti baroni erano venuti per voler la ditta fanciulla, nomata Dea, per moglie. Malgigi acostatosi alla città, di subito chiesto che uno valente cavallo et armadura e vestimenti tutti gialli fusseno presti, e fatto fu. Lui montato armato a cavallo e sonato il corno, tanti lioni orsi e porci e salvagine draghi e serpenti e bisce et ugelli s'apressonno a Malgigi che tutta la città di Ragona circundonno, e più, che tutta l'aire n'era piena. Malgigi comanda che a neuno non debiano far noia senza sua licenzia.

Lo re Penopeo e li altri vedendo quello, maravigliandosi come ciò potesse essere, vedendo in sul prato di fuori dalla città questo Malgigi a cavallo con una lancia in mano tutto a giallo lui e 'l cavallo, e tutte le fiere et animali d'intorno a lui faccendo cerchio senza muoversi, sempre giungendo bisce draghi et animali così piccoli come grandi; lo re ciò vedendo, tenendosi a mal partito, diliberò mandare una imbasciaria a colui per sapere chi fusse o qual cagione l'avea quine condutto. E come diliberò misse in efetto. E trovati quelli che andar dovesseno, aperte le porti uscirono fuori della porta con grande paura, dubitando delle fiere esser morti. Lo cavalieri giallo ciò vedendo, faccendo far piazza a quelle bestie, salvi li lassò venire.

Esposta l'ambasciata dè' re, Malgigi inteso disse: «Io sono uno cavalieri straino, e sono venuto per voler esser sposo della giovana, in quanto ella sia pulcella, e seguire la battaglia. E non abiate di queste bestie pensieri, che solo a mia difesa le tegno, e qual serà quello che non voglia far quello vorrò, per infine avale isfido lui e tutto 'l paese». L'imbasciadori, tornando a' re, espuoseno la risposta; e consigliando i' re che facesse la volontà del cavalieri giallo altramente disfidava lui e 'l paese, lo re, auto suo consiglio, diliberò esser contento che Malgigi seguisse l'opera ordinata, e tale imbasciata li mandò. Malgigi lieto disse che mandasse dè' cuochi assai e prendesse quelle vivande che più piaccia loro. E così si fece, che molti fagiani e starne gruve oche e quaglie porci cavrioli et altre salvagine preseno in tanta abundanza che la corte ne fu fornita per più stimane.

Malgigi, licenziato l'altre bestie, lui con l' imbasciadori entrò innella città e dinanti a' re si rapresentò dicendo che lui era venuto per metter campo per conquistare la fanciulla, ma che volea esser chiaro da lui se la figliuola era pulcella. Lo re disse: «Di vero la mia figliuola Dea è pulcella, e così te la prometto in quanto rimagni del campo vincitore». Malgigi lieto, venuto l'ora del combattere, in conclusione lui rimase del campo vincitore.

E sposata la giovana, la sera, com'è d'usanza dè' reali, il marito fu prima messo innel letto, e poi la giovana a letto n'andò. E come fu innel letto al lato al marito dicendoli che di lei prendesse piacere, Malgigi dice: «Donna, posiamo alquanto, in però che la fatica oggi avuta per conquistarti m'ha fatto alquanto alla persona passione; e però dormiamo, e poi faremo quello che si dé». La giovana, che altro non può fare, rimase contenta, e dato volta cominciò a dormire. Malgigi, che non dormìa, volse provare se la giovana dormìa, e chiamandola disse: «O Dea», più volte: a niente rispondea. Malgigi, che vide Dea dormire, disse: «O conno, fu nimo costà dentro?» Lo conno di Dea rispuose dicendo: «Sì, messer, è' ci è stato il cuoco e 'l sottocuoco, e 'l confessatore di madonna e quello di messere, et altri». Malgigi chiama il culo di Dea, dicendo: «Tu, culo, ha ditto il conno vero?» Lo culo disse: «Sì, messer, e se non fusse che voi venuto siete, io sarei sì stato pesto che tristo a me!» Malgigi, senz'altro dire rivestitosi dè' suoi panni, di quine si partìo dicendo: «A me non possa tal conno nuocere».

Et uscito della terra, verso lo re di Cicilia prese suo caminò prendendo uno cavallo et armadura e veste tutte verdi. E tanto camino per suoi giornate, che giunse a la mastra città dè' re di Cicilia; e non sì tosto come ho ditto.

Ritorno a Dea, che, svegliandosi, credendo col marito prendere piacere, e rivolta cercando i' letto e non trovandolo, cominciò forte a gridare. Lo re e la reina et altri, ciò sentendo, trasseno alla camera et apertala domandonno la figliuola quello che avea. Lei disse che il marito non trovava. E cercato per tutto, di lui niente trovonno, dicendo tra loro: «Per certo costui è 'ncantatore di diauli e non è uomo». E più di lui non prendeno allora pensieri.

Giunto Malgigi, come ditto, alla mastra città dè' re di Cicilia, lo quale avendo sentito il ditto re aver una figliuola da marito giovana bella nomata Diana, e quine sonando il corno, per quel medesimo modo che fe' a Ragona fe' in Cicilia. Lo re di Cicilia padre di Diana, vedendo tanti draghi e fiere esser intorno alla sua terra, per paura fatto serrare le porti, in sulle mura montato, vidde Malgigi in uno bello pratello, armato e intorniato di tante fiere e bestie che parea che tutto 'l mondo a dosso le fusse venuto. E diliberato di mandarli una imbasciaria, et aperta la porta, tale imbasciaria di fuori uscì.

E a dire breve, quel medesmo fe' che a Ragona fatto avea: che avendo preso la figliuola dè' re di Cicilia per moglie con patti che pulcella dovesse essere, e fatto la festa e messo prima a letto lo sposo com'è d'usanza dè' reali, e poi messo Diana innel letto cominciando a domandare le amorose nozze a Malgigi, Malgigi, che avea altro pensieri, disse a Diana: «O Diana, io, per lo affanno auto per aver di te vittoria innelle battaglie fatte, sono alquanto stracco, e pertanto ti prego che un pogo ci riposiamo, e poi, dormito alquanto, faremo quello che tal cosa richiede». Diana, che ode le belle ragioni che Malgigi li ha ditte, steo per contenta et a dormire si diè.

Malgigi, quando vede che Diana dorme, chiamando come altra volta chiamò il culo e 'l conno di Dea, così quello di Diana risponde che dentro avea avuto più frati et alquanti scudieri di corte, e più n'arè' auto se la venuta di lui non fusse stata. Malgigi, che ha sentito che Diana non è vergine, quanto più presto potéo dè' letto uscìo; e preso il camino, della terra segretamente si partìo. E chiesto cavallo rosso et arme, verso i' re Ercole di Napoli camina, avendosi fatto tutto rosso.

Mentre ch'è' camina, lo re di Cicilia e la reina, sentendo alla figliuola metter strida della partita del marito, alla camera sua se n'andaro domandandola perché avea stridito. Lei rispondendo: «Perché, avendomi il mio malvagio marito tolto mio onore, s'è nascosamente partito e me lassata, e dove si sia andato non so»; lo re, che di questo ha molto dolore, fra sé disse: «Così diviene a far fede a l'incantatori». E non potendo altro fare, steo a vedere.

E mentre che a tal modo dimorava, vennero novelle a' re di Ragona come lo re di Cicilia avea maritata la figliuola sua nomata Diana a uno incantatore di bestie vestito a verde. E subito, auto tal novella, come omo potente si mosse con tutto suo isforzo e menò seco Dea in compagnia di molte donne e cavalcò verso Cicilia con intenzione di far punire lo sposo. E così cavalcando per terra e per mare andando fine che giunti furon alla mastra città dè' re di Cicilia, appellando lo re aver mal fatto ad aver dato la figliuola per moglie al marito di Dea sua figliuola, domandando che di ciò faccia vendetta; lo re di Cicilia, ciò sentendo, cavalcò subito dinanti a' re di Ragona domandandolo il perché era venuto e della imbasciata fatta, scusando sé di tal cosa. I' re di Ragona acettando le scuse dè' re di Cicilia, dispuose insieme co' re di Cicilia darsi a sentire dove Malgigi fusse capitato.

E mentre che di tal cosa pensavano, Malgigi giunto a Napoli, fattosi venire davanti tutte le bestie e serpenti e fiere et altri in tanta moltitudine che tutto Napoli parea che dovessero prendere, re Ercole, il quale volendo maritare una sua figliuola bellissima nomata Ginevra avea fatto raunamento di molti baroni, vedendo tanto assembramento di bestie intorno a Napoli e vedendo in su' campi quello armato di rosso con tante fiere innanti a sé, pensò volere con imbasciata sentire chi colui fusse. E subito mandato alquanti imbasciadori, giunti dinanti da lui, né più parole vi funno che a li altri re erano state, diliberando d'essere marito di Ginevra et osservar l'usanza presa. E tale imbasciata riferita a' re Ercole, è' contento mandò, come avea sentito, molti cuochi per di quelle vivande che Malgigi avea offerte. E fatto le fiere partire e venuto alla battaglia, Malgigi rimase di tutto vincitore. E sposata Ginevra con condizione se pulcella non fusse non volerla, i' re promettendola pulcella, le nozze si fenno ismisurate.

E doppo il molto ballare e danzare, la sera venendo, Malagigi fu innel letto messo, e dapoi Ginevra. E serrato la camera, Ginevra da l'uno dè' canti dè' letto si riposa senza dire a Malagigi alcuna cosa. Malgigi, che ha veduto la maniera di Ginevra, stimò per certo costei esser vergine. E stato alquanto tempo, Ginevra dormendo, Malgigi volse esser certo del dubio: cominciò a chiamare il conno di Ginevra dicendo: «O conno, fu nimo là entro?» Lo conno rispuose: «Messer no». E non stando contento a questo, chiamò il culo di Ginevra dicendo: «O culo, dimmi se il conno m'ha ditto vero». Il culo disse: «Si, messer, che mai neuno fu là entro». Malgigi, che questo volea, fatto desta Ginevra a lei s'acostò e li amorosi baci dandoli con venire a cogliere quelle rose della sua verginità con tanto piacere che a loro parea essere innel secondo paradiso. E così tutta quella notte e molte altre apresso seguirono il darsi piacere, tenendo il giorno gran corte.

E fu tanto la fama di tal festa, che in molti luoghi del mondo si sparse come lo re Ercole di Napoli avea maritata la figliuola a uno incantatore di ugelli e di bestie. E tanto fu questo dire, che al re di Ragona e quel di Cicilia venne novelle di tal fatto. E loro diliberando con tutto lo sforzo che far poteano cavalcare a Napoli e chiedere a' re Ercole che di tal persona faccia giustizia altramente si disfaccia lui e 'l suo reame, e così si mosseno menando con loro le reine e figliuole. E tanto cavalcaro e per mare navicarono che funno giunti presso a Napoli a x miglia, mandando imbasciadore a' re della loro intenzione.

Lo re Ercole, avendo ricevuta la léttora e la imbasciata e 'l tinore di quella inteso, voltatosi al genero disse: «Té, leggi». Malgigi, che ha letto, disse: «Santa corona, costoro chiedono cose giuste e sante, e voi como omo giusto dovete osservare. E però mandate a dire loro che voi volete stare <a> quello che la ragione vuole e d'altro non vi denno richiedere; e quando d'altro vi richiedesseno, voi non ne sete tenuto, e se a forza volesseno contastare il vostro terreno, lassate fare a me che di tutto vi difenderò». E piaciuto a' re il consiglio del genero e mandato la risposta, in conclusione si tenne che se Malgigi avesse ragione d'aver abandonata la prima moglie, di stare per contenti, altramente lui fare ardere.

E dato il tempo, che la prima domenica che venisse si facesse la prova innella principale chiesa di Napoli, presente tutti i re e reine e populo, e così il giorno quine si trovonno tutti.

E posti a sedere tutte le persone, la figliuola dè' re di Ragona nomata Dea saltata in su uno pervio alto disse: «Io apello questo incantatore e diabolico che sia punito della sua persona, considerato che lui mi tollesse per moglie e di me auto suo piacere e poi abandonatami e d'altra preso pensieri; e non vastandoli la seconda, anco la terza ha presa. E concludendo dico lui esser degno del fuoco». Li re, che questo hanno udito, disseno: «La giovana ha ragione: s'è' altra scusa non ha, è così: giudichiamo Malgigi esser arso».

Malgigi, che ha sentito il dire della giovana et i consigli dè' re, levatosi in piè disse: «Sante corone, e di me state sicuri: io prendo per mia scusa la verità, e tal verità mi difenda; e questo rimetto innella vostra giusta discrezione e penso come giusti giudicherete il diritto. E pertanto dico a te, Dea, che quando io ti presi tu mi promettesti che eri pulcella, e voi, re di Ragona e reina, simile promessioni mi faceste; e quando che no, io non volea esser suo marito né ella mia sposa». Lo re e la reina e Dea tutti dissero che era verità quello che lui avea ditto, ma quella sua figliuola era pulcella: «Et è, salvo di lui, e questo intendiamo tener fermo». Malgigi disse: «Questo mi piace, quando così sia. E se altro fusse, sarei libero?» Lo re e li altri dissero di sì, non pensando che Malgigi di ciò prova farne potesse.

Malgigi, fatto far silenzio, disse: «O Dea, io ti prego che tu io medesma dichi la tua colpa e me dalla infamia levi, altramente mi converrà usare l'arte della verità». Dea, che ciò ode, disse: «Deh, malvagio, com'ha' ardimento di parlare dove siano tanti signori, avendo fatto tanto tradimento a mio padre et a me et ad altri, che ora serai condutto a quello hai meritato?» Malgigi, udendola così ardita parlare, disse: «Poi che a questo ci conviene venire, a voi, re e signori che alla presenza delle miei prove sete, vi dico che quello che sentirete et udirete siano le miei prove».

E ditto, cominciò a chiamare alto il conno di Dea, dicendo: «O conno, fu nimo là entro?» Lo conno per comandamento fatto parlò alto dicendo: «O messer, è' ci è stato il cuoco e lo sottocuoco, e 'l confessatore di madonna e quello di messere; e dapoi che vi partiste ci è stato de li altri». Disse Malgigi: «Dimmi se mai io fui là dentro». Disse: «Messer no». E non vastando questo, chiamò il culo di Dea, dicendo: «O culo, ha ditto il conno la verità?» Il culo rispuose: «Sì, messer». E voltatosi Malgigi a' re di Ragona, disse: «Sono per questo scusato se io la vostra figliuola abandonai?» Lo re disse: «Sì bene»; e colla sua vergogna si rimase.

Diana, che sa ben quello che avea fatto, dovendo venire alla prova, avendo sentito parlare il conno e lo culo di Dea, fra se medesma disse: «Io serò vituperata non meno di Dea se a tal prova vegno, se altro modo non trovo». E pensò subito impiere il conno et il culo suo di bambagio, per modo che parlare non potessero. E così fatto da parte senza che altri se ne acorgesse, venne alla presenza < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > con uno animo altiero e superbo dicendo: «Deh, malvagio incantatore, tu credi con tuoi incanti vituperare le figliuole di sì fatti re come è mio padre e li altri? E pertanto ti dico che dignamente meriti esser arso per le tuoi male opere. E però dì quello che vuoi, che io mi difenderò come diritta e leale, e tu come malvagio ghiottone farò morire».

Malgigi, che altro non desiderava che venire tosto alla prova, disse: «Io casticherò te come ho casticato Dea !» E cominciò a chiamare alto il conno di Diana: e non rispondendo, più volte avendolo chiamato, chiamò il culo di Diana, e niente li rispondea. Per la qual cosa Malgigi forte dubitando aver perduto la grazia, rivoltosi a Dea disse: «O conno di Dea, fu nimo là entro?» Il conno di Dea disse: «Altre volte ve l'ho ditto et ora lo rifermo». Malgigi, che si meraviglia di questo, richiamando più volte e non avendo risposta, quasi da tutti era riputato colpevile; e simile Diana sgridandolo, dicendoli: «Ora sarai giunto al partito che sogliano esser giunti i tuoi pari !», e con grande rabbia lo villanegiava.

E fu tanto lo 'nfiammamento che Diana ebbe, che alquanto vento se li racolse in corpo; e faccendo tal vento suo corso, pervenne alla parte dirieto e per un piccolo spiraglio uscio. Et in quel punto Malgigi chiamando: «O culo di Diana, fu nimo là entro?», lo culo, per quello piccolo spiraglio, misse una voce assai sottile dicendo: «O messer, noi siamo sì turati di bambagio che il conno né io parlar possiamo, ma con quella piccola voce che un pogo di vento m'ha dato, io vi risponderò per me e per lo conno di Diana, dicendo: certo sì, messer, che là entro è stato moltissimi frati et alcuno scudieri; e pure stanotte fui sì pesto che pogo meno che afogato non fui».

E voltatosi Malgigi alla madre di Diana et al padre, disse loro: «Ora io sono libero dalla promessa fatta?» La reina guardando la figliuola e palida vegendola, disse: «Or non vedi tu quello che Malgigi ha fatto dire?» Lei senza risposta, venendo meno, della catreda scese. E innello scendere, la bambagia che dentro innello conno messo avea li cadde in presenza di tutti. Li re, che presenti sono, disseno: «Omai sè' scampato da morte se mostri quella che pres'hai essere tale quale promessa ti fu». Malgigi presto chiamò Ginevra dicendole che in catreda montasse. Lei presta a ubidire fue saglita. Malgigi alto chiamò: «O conno di Ginevra, dimmi se là entro fu persona alcuna». Lo conno disse: «Messer no, salvo che la vostra persona, la quale come mio vero sposo et io come vostra vera sposa ho ricevuto».

Odendo questo tutti i re è' baroni lodonno il savio Malagigi, dandoli pregio e fama, e co' lui fenno ferma pace. E Malgigi pregò lo re di Ragona e quello di Cicilia che piacesse loro perdonare a le figliuole, però che non malizia l'avea a tale atto condutte ma natura, però che naturalmente la donna desidera l'uomo. Li re ditti per rispetto di Malgigi perdononno alle figliuole, faccendo in Napoli alquanti die festa. Et onorati da' re Ercole si partiro e ritornoro in loro contrade e Malgigi rimase a godere lo reame con quella perla di Ginevra; e con suoi incanti vinse molto terreno dandosi un bel piacere mentre che visse. E così divenisse a noi.

Ex.° cxlii.

CXLIII

La dilettevole e bella novella ditta condusse la brigata allegra a Como dove era d'avantagio aparecchiato da cena, però che innel camino aveano desnato. E non parendo al proposto ancora <l'ora> della cena, comandò a' cantatori che una canzonetta dicessero. Loro per ubidire, fatto reverenza, dissero:

«Deh, quando mi farai, donna, contento,

che fo di te il dì morte ben cento?

Quando sarà che mia dogliosa mente

per te da te di me contenta sia?

Tu vedi, e so ch'in dentro al cor si sente,

ch'i' vo' da te quel ch'uomo ama e disia.

Molto è gradita più la cortesia

a farla presta che con passo lento».

Piaciuto il bel dire dè' cantarelli, non essendo ancora l'ora della cena, <lo proposto> voltatosi a' religiosi dicendo che qualche moralità dicano, loro presti comincionno a dire in questo modo:

«Chi tiene stato al mondo sempre teme,

perché può ritorlo

per suo albitrio quel che a lui l'ha dato.

E che ciò sia d'un di niente il seme

vedrai sì alto porlo,

che ingentilisce in lui il sangue ond'è nato.

O tu, di te e del mondo ingannato,

aresti per giustizia, se colui

che 'l toglie e da altrui,

com'elli ha dato, in coloro il tenesse?

Tu non sè' più che 'l povoro sua fattura:

a ogni creatura

l'è giusto il torre <e 'l> dare, s'è' toglie o desse,

che de il suo comunicar nè' suoi

al suo giudicio, e no' come tu vuoi».

Colla bella moralità fu venuta l'ora della cena, e data l'acqua alle mani, cenarono, e dapoi, dato alquante danze con suoni, se n'andarono a dormire, dove fine alla mattina si posarono.

E levati, il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che a Novara saranno giunti. L'altore presto a ubidire disse: «A voi, omini gelosi, li quali pensate stando gelosi guardare la donna, e loro come malvage ne fanno di peggio posto che poi del fallo punite siano, ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE GELOSO ET MULIERE MALITIOSA

Di messer Ghirardino Spinola geloso della donna.

Fue adunque in Genova un ricco uomo nomato Ghirardino Spinora a cui dato fu per moglie una bellissima giovana nomata Colomba, della quale senza sapere il perché divenne geloso. Di che la donna avendone preso isdegno, avendolo più volte domandato il perché, elli dicendo alcune cose come è d'usanza dè' gelosi, cadde innell'animo della donna di farli dire la verità. Et essendosi Colomba aveduta che uno giovano lucchese nomato Piero Saulli onestissimamente la vagheggiava, discretamente ella con lui si cominciò a intendere. Et essendo tra le parti le cose tanto innanti che altro che dare effetto a l'opera non bisognava, pensò la donna di trovare similmente modo.

Et avendosi la donna acorta che 'l marito si dilettava di mangiare di pasta, non solamente lei comendava tal vivanda, ma di continuo ogni dì faccendone dava materia al marito di mangiarne. E volendo dare effetto Colomba al suo pensieri, pensò d'aver un pogo d'opio e in tale vivanda ne mettea per modo che a sua posta lo facea dormire; e quando dormire lo vedea, si trovava col suo amante. E poi più volte ritrovarsi con lui diè ordine. E tanto diede fidanza innella sua maestria la ditta donna, che avea preso ardire di menarsi il suo amante in casa, e talora se n'andava a casa dell'amante.

Avenne che il cattivo marito s'acorse che innel confortare delle vivande di pasta, dormìa più che non era d'usanza; di che prese <sospetto> che la donna non li desse qualche cattiva cosa che ciò li facesse fare per poter poi fare i fatti suoi. E volendo di questo prova fare, una sera senza aver mangiato niente mostrandosi gran volontà di dormire, di che la donna, avisandosi non bisognare darli altro, prestamente lo misse a dormire. E questo fatto, secondo che alcuna volta era usa di fare, uscìo di casa et alla casa del suo amante n'andòe e fine a mattino dimorò. Come Ghirardino non vi sentì la donna, così si levò et alla porta n'andò e quella seròe dentro, e puosesi alla finestra per vedere la donna tornare e per farle manifesto che acorto si fusse dè' modi suoi. E tanto stette che la donna tornòe.

La quale, tornando a casa e trovando di fuora serato la porta, fu oltramodo dolente e cominciò a tentare se per forza potesse l'uscio aprire. Il che poi che Ghirardino ebbe alquanto sofferto, disse: «Donna, tu t'afatichi invano, perché qua entro non potrai tu entrare; ma tornati dove fine a ora stata sè', che a certo abbi che tu non ci tornerai mai fine a tanto che questa cosa in presenza dè' tuoi parenti non t'arò fatto quello onore che ti si converràe». La donna lo incominciò a pregare dicendoli che era andata a vegghiare con una sua vicina perché le notti erano grandi e sola in casa star non volea. Ghirardino non curando quelli preghi, ma come bestia stava fermo e volea che tutti i genovesi sapesseno la loro cattiva opera.

La donna, che questo vede, cominciò a minacciare Ghirardino dicendoli: «Io ti farò lo più tristo omo di questa Genova!» Ghirardino disse: «Or che mi potresti tu fare?» La donna, a cui l'amor avea insegnato lo 'ngegno co' suoi consigli, rispuose: «Innanti che io voglia sofferire la vergogna che tu a torto mi vuoi fare, mi gitterò in questa citerna che è qui vicina, dove poi essendovi trovata morta altri che tu non serà incolpato, e se serai preso ti serà tagliato la testa, e se fuggirai perderai il tuo e serai messo in bando». E per tutte queste parole, Ghirardino non si mosse. «Or ecco», disse la donna, «Dio tel perdoni !»

E questo ditto, siando la notte scura, quanto più <presto> potéo se n'andò la donna verso la citerna, e prese una grandissima pietra e, gridando: «Dio, perdonami !», la gittò innella citerna. La pietra giungendo indell'acqua fece un grandissimo romore. Ghirardino, udito, fermamente credette quella vi si fusse dentro gittata. E subitamente prese uno lopporo, uscìo di casa e corse alla cisterna per aiutarla. La donna, che presso alla porta era nascosa, e come lo vidde correre alla cisterna, ricoverò in casa e serròsi dentro. Et andatasene alle finestre cominciò a dire: «Vuolsi bere di dì l'acqua e non di notte».

Ghirardino, vedendo la donna, si tenne scornato e tornòsi a l'uscio; e non potendovi entrare, cominciò a dire ch'ella li aprisse. E lassando la donna stare il parlare piano che fine a quine avea fatto, quasi gridando cominciò a dire: «Alla fé di Dio tu non c'enterai stanotte, che sempre mi torni briaco a casa!» Ghirardino da l'altra parte, corrucciato, cominciò a dire villania alla donna. Di che i vicini sentendo lo romore si levarono. La donna piangendo cominciò a dire: «Ell'è questo rio uomo che mi torna la sera a quest'ora a casa, di che avendo lungamente sofferto e non giovandomi, non posso più sostenere; e però l'ho fatto questa vergogna di serrarlo fuora di casa». Ghirardino dicea come il fatto era stato e minaciavale forte. La donna dicendo: «Or potete, vicini, comprendere che il mio marito cattivo dice di me quello che io posso di lui dire, che volesse Dio che nella cisterna vi si fusse gittato come non ha fatto !» E tanto fu il parlare di costoro che fu sentito tal cosa per li parenti de 'uno e dell'altro. E rapacificati, la notte Ghirardino rientrò in casa, e perché sapea la verità della cosa, si dimostrò aver fallito mostrandosi sempre molto sornacchioso.

La donna tenendo i modi usati, non molto tempo passò che ella essendo andata a darsi piacere coll'amante suo e Ghirardino restato in casa, e non trovandola, avendo l'uscio chiuso, stando alla finestra vidde la donna venire. E subito sceso la scala, disse: «Donna, tu sii la ben tornata, poi che sì sollicita sè' dè' lavorare che sarè' vasto che noi avessimo molti figliuoli, tanta fatica duri che non bisogna». E mostrandoli piacere, la donna assegurata in camera entrò. Ghirardino, che non può più tale vergogna sofferire, con una sigura dando innella testa della donna la fe' morire; né mai tal morte fu sentita. E così finìo.

Ex.° cxliii.

CXLIIII

Lo casticamento fatto della mala moglie condusse la brigata con piacere a Noara quasi in sul vespro; e perché le vivande non erano ancora ben cotte, il proposto comandò a' cantarelli che una canzonetta si dica. Loro presti disseno:

«Se a li occhi, li occhi pietà di costei

mostran di me, perché no il cor di lei?

I' so che li occhi, come spia del core,

mostrando altrui merzé li fa sentire;

per questo so che sa il mio dolore!

Sì ch'io mi meraviglio innel mio core

che tu, amor, non fai le porte aprire

sì come a servo di pietà, ché dèi».

Ditta la bella canzona, le vivande preste e dato l'acqua alle mani, cenarono, e dapoi senza ballare né suoni comandò il proposto che a' religiosi piacesse dire una bella novella. Loro presti disseno:

«Il ciel colle virtudi noi aspetta

come cosa di loro;

colle delizie suoi è' ti chiama e invita

co' l'anima che qui vien pargoletta

per ritornare al coro

su dè' beati; ch'or se 'n questa vita

esser cognosce sé cosa infinita,

come il corpo mette, è' qui riposo

non ebbe per nascoso

tosco che ha in sé il fortunato bene.

La misera che al senso vuol piacere

prende questo vedere

et abandona il cielo e qui s'atiene:

non c'è venuta, ma creata nasce,

e però qui v'è sempre e non si pasce».

Oh, quanto la bella moralità è piaciuta al proposto! E con questo ciascuno s'andò a posare fine alla mattina che levati furo; dove il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che giunti seranno alla città di Pavia. Lui presto a ubidire disse: «A voi, signori et omini di grande stato i quali per vostra follia prendete gelosia di vostre donne non guardando quanto a tali signori sta male esser geloso, e se alcuna volta di tal gelosia sete ingannati non è da meravigliarsi. E però ad exemplo dirò una novella fine che giunti saremo a Pavia, città bellissima». Dicendo:

DE PLACIBILI FURTO UNIUS MULIERIS

Della donna del soldano di Babillonia, giovana, uno

Antoniotto da Montalto di Genova li tolse per sotil modo.

Lo soldano di Babilonia nomato Ipocras, giovano di tempo, prese per donna una giovana bellissima quanto il sole, figliuola del Gran Cane, nomata in nostra lingua Lavina, e quella condusse in Babillonia. Et avendola tenuta seco alquanti dì, li venne sì grande gelosia di tal donna che non credendo poterla campare tenendola innel suo palagio, ordinò in una torre rimpetto alla piazza del suo palagio tenerla e quine fare che di tutto ciò che bisogno li fusse alla vita, di tutto fusse fornita.

Era questa torre molto alta et agiata, a più solaia, et acostata a un palagio di nobile affare, e quante finestre innella ditta torre, così basse come alte, erano tutte di grossi ferri serrate, e simile usci e porti con chiavi doppie, e quelle tenea il soldano. E quando a lei andar volea, entrava innella ditta torre e quine il suo piacer con Lavina prendea, e dapoi innel solaio di tal torre in una adornata camera piena di tutto il suo tesoro e gioielli la lassava dicendole: «Donna, tutte queste gioie vo' che tuoi siano». E per questo modo la contentava meglio potea.

<Lavina> con suoi raccami si prendea piacere, non potendo vedere né sentire persona se non quando a lei era da certi a posta del soldano, o da lui, portato da vivere per una settimana. E per questo modo la ditta giovana stava onesta e il ditto soldano di lei non avea pensieri che li fallisse. E così dimorando, andò la fama per lo mondo come Lavina, moglie del soldano di Babillonia, era la più bella donna del mondo, e che il marito n'era tanto geloso che in una torre la facea dimorare né mai di quella era tratta per gelosia.

E tanto fu la fama della bellezza di costei che uno giovano genovese nomato Antoniotto da Montalto si innamorò di lei ponendosi in cuore mai non tornare a Genova, se tutto ciò che ha innel mondo dovesse spendere e la vita perderne, che di lei arà suo contentamento. E senz'altro pensare dato ordine di armare una nave in sulla quale misse molta mercantia denari e gioielli, e con fedeli compagni di Genova si partì.

Dato le vele al vento talora con fortuna e talora con bonaccia tanto che giunse in Babillonia, e sposato in terra e preso alquanti gioielli, al soldano li presentò dicendoli che lui era venuto per istare innella ditta terra alquanto per fare mercantia. Lo soldano lieto che Antoniotto sia in Babillonia venuto, offerendoseli di tutto quello che far potea, Antoniotto lieto della bella riceuta che il soldano li avea fatta e preso uno albergo per alquanti dì per potere ispiar della condizione della giovana; e non molti giorni passarono che Antoniotto ebbe saputo in che luogo la giovana dimorava: subito pensò il palagio il quale alla torre s'acostava prendere in allocagione, pensando per tal palagio adempiere il suo desiderio. E come ricco proferse del ditto palagio gran pregio a quello gentiluomo di cui era, et acordato le parti, in quello andò a dimorare fornendolo di tutto ciò che a palagio richiede.

E dimorando in tal modo, di continuo Antoniotto si ritrovava col soldano, e con doni e piacevolezze venne in tanto amore del ditto soldano che spessime volte volea che Antoniotto desnasse e cenasse con lui. E tanto era cresciuto la domestichezza tra loro che alcuna volta il soldano andava a desnare et a cenar con Antoniotto, non dimostrando Antoniotto di voler sapere se il ditto soldano avea donna o no.

E stato più mesi in Babillonia, Antonioto secretamente ebbe del suo paese uno maestro di pietra, il quale con suoi ferri fe' una finestra o vero pertuso di larghezza quanto un uomo entrar potesse, e questa finestra fe' in quel luogo dove la giovana in camera dimorava. E veduto la giovana tal finestra fare, disse a 'Ntoniotto qual cagione l'avea mosso a ciò fare. Antoniotto: «Anima e cuor del mio corpo, la vostra bellezza e piacevolezza m'ha condutto a dovere ciò fare, sentendo quanto sete a distretta tenuta, non parendomi che sì fatta creatura e di tanto pregio debbia stare in tanta scurità come mi pare che il soldano v'abia tenuta e voglia tenere. E però se vorrete fare quello che io vi dirò, voi serete la più allegra giovana del mondo, e con più piacere potrete la vostra bellezza contentare».

Lavina giovana, avendo veduto Antoniotto giovinissimo e bello quanto un sole e sentendo il dolce parlare, senza molto dire lo domanda chi elli era et unde. Antoniotto disse: «Io sono della miglior città di tutta Cristianità e per parentado del migliore e più gentil sangue di quella terra, e fómi chiamare Antoniotto da Montalto di Genova; e sono senza donna ricco e giovano come vedete, e solo disposto a farvi contenta l'animo mio ho diliberato, né altro in questo mondo desidero che solo voi desideriate che io v'ami. E voi comandate tutto quello che io far possa: mi troverete sempre presto».

La giovana, già riscaldata all'amore già cominciato a infiamarla, cominciò a dire: «Per certo, posto che io sia pogo pratica del mondo, sì per lo pogo esser uscita di casa di mio padre mentre che donzella era e poi per l'avermi il soldano tenuta tanto stretta che neuna pratica con uomo né con donna ho potuto avere; ma pur, vedendo che tu hai auto cuore e sì gentile animo a esserti messo a venire di sì stranio paese e portati tanti pericoli quanti si portano per venire a quello che ora in parte sè' venuto, m'induce il cuore a considerare che veramente io sarei ben cruda e da pogo se quello che con tanta fatica et amore hai acquistato, che io fusse cagione di fartelo perdere; et anco considerato che io, femmina, non debbo esser di sì fatta natura che quello che tutte l'altre donne, e massimamente le giovane, desiderano, io sola volesse schifare. E pertanto, omai che la fortuna prospera ci ha condutti soli a esser in luogo che amore ci può far sazii, ti prego che quello per che venuto ci sè' vogli fare sì celato e con tanto senno, che il nostro dolce piacere per pogo provedimento <non> ci sia levato e tolto».

Antoniotto, che li pare udire una sibilla con sì dolce parlare, da li occhi alquante lagrime gittando disse: «O Lavina, fatta per le mani proprie di Dio, vive certa che per me si terrà sì savi modi e tanto onesti che sempre il nostro dolce piacere per noi si manterrà senza alcuno mancamento, pregandoti che sii contenta che 'l tuo Antoniotto coglia alcuna rosetta del tuo dilettevole giardino». Lavina, che già tutta se li era data, con una faccia ridente li rispuose che le rose e tutti i frutti del suo giardino desiderava di farnelo contento. E preso un salto, al collo se li gittò, né prima si funno spartiti che ii volte Antoniotto di lei prese piacere, non saziandosi l'uno né l'altro di baciarsi. E fatto ciascuno di loro il saggio delle loro mercantie, e ciascuno quella del compagno piacendo, ordinoro che ogni dì si tenesse tra loro tal mercato.

Avea il ditto Antoniotto fatto fare una pietra tanto bene comessa a quella finestra che nessuna persona acorgere se ne potea. E perché sappiate il modo che Antoniotto avea preso col soldano in apalesare il suo nome, dirò che, avendolo lo soldano domandato d'onde elli fusse e come si facea chiamare, Antoniotto l'avea ditto esser napoletano e nomato Villanuccio dè' Frangiapani di Napoli.

Torno a dire che, dimorando Antoniotto per tal modo, ogni dì si trovava con Lavina a darsi piacere e diletto con desnare e cenare insieme. E quando il soldano volea di lei prendere diletto se n'andava alla torre e facea diserrare le porti et a lei n'andava. Erano quelle porti di sì grandezza e di tanto peso che quando tali s'apriano s'udiano molto di lungi, et allora la giovana passava da' lato suo, et alora Antoniotto ritornava innel palagio chiùdendo la finestra con quella pietra fatta a maestria. E quando il soldano s'avea contentato, con chiudere tutte porti et usci se n'andava al suo palagio, e Lavina con Antoniotto si ritrovava, dandosi insieme tanto piacere che parea loro esser innel secondo paradiso.

Et avendo preso molto tempo tra loro piacere, Antoniotto disse: «O anima mia dolcissima, io vorrei, in quanto ti fusse in piacere, che noi trovassimo modo con onestità che di qui ci partissimo e che stii contenta che per isposa io ti prenda; e vo' che il soldano sia quello che ti tegna il dito quando io ti meterò l'anello e ch'è' sia alle nozze che noi faremo. E dapoi, quando a noi serà in piacere, ce n'andremo innelle nostre contrade là u' ci daremo buon tempo». La giovana, che disposta era a servirlo, disse: «Fa ciò che vuoi e dispuoni come ti piace, che a tutto sarò presta, e vo' che tutto questo tesoro è' gioielli con essonoi ne portiamo; che se tutto Genova fusse tesoro, a questo sarè' nulla». Antoniotto, che da lei avea auto sempre buona risposta, questa sopra l'altre piacendoli, quanto più presto potéo diè ordine secretamente che, oltra la nave che quine avea, vi fusseno iiii galee ben armate e bene in punto per poter con senno e sicurtà fare il suo pensieri.

E mandato per le ditte galee, un giorno, trovandosi col soldano, disse: «Io ho avuto léttore che i miei parenti mi vogliano dare moglie una gentile donna napoletana, et hannomi mandato a dire che la manderanno in s'una nave, e se a me piacerà, che io la sposi, e se non mi piacesse, io la rimandi senza alcuna molestia né villania farle. E pertanto io arei a caro che vi piacesse esser meco a vederla, e se me ne consigliate, piacendovi lo farò, altramente io per me consigliare non mi saprei». Il soldano rispuose che volentieri andarè' con lui e che li piace d'esser in suo servigio a tutte le cose che li fusseno in piacere. Antoniotto lo ringraziò, dando l'ordine col soldano quando la donna fusse giunta alla nave d'andare insieme.

E tornato Antoniotto a casa, ristrintosi con Lavina dicendoli l'ordine preso col soldano, comincionno a cantare sottovoce una canzonetta in lingua taliana (la quale Antoniotto l'avea insegnata a parlare al modo d'Italia), parendo a l'uno e l'altro mille anni d'esser a tale atto. E preso pensieri che la domenica mattina la donna fusse condutta alla nave scognosciutamente, e fatto una léttora la quale contenea come era giunta la sua sposa nomata Pulisena della stirpe di quelli da l'Aquila, et auta tale léttora, di subito Antoniotto la portò al soldano dicendoli che li piacesse andare co' lui a consigliarlo della novella sposa, fingendosi non averla veduta.

Lo soldano lieto con Antoniotto se n'andò e alla nave giunseno dove trovorono la novella sposa vestita di bellissimi drappi a oro di quelli del soldano. E come fu davanti al soldano et Antoniotto, fatto riverenza, disse in latina lingua: «Dio vi salvi». Lo soldano, che l'ha veduta, li pare veramente che sia Lavina sua sposa; et innel parlare dice: «Per certo costei non è essa, che mai lingua taliana non udìo». E domandatola come ella si facea chiamare, lei rispuose: «Pulisena della stirpe dell'Aguila». Lo soldano rivoltosi a Antoniotto disse: «O Villanuccio, io ti consiglio che questa giovana prendi per donna però che innel mondo non so pari di costei, salvo ch'una». Antoniotto rispuose: «E poi che voi me ne consigliate, et io sto contento, ma tanto vi vo' pregare che, poi che qui non sono parenti della sposa, in mio servigio vi prego che il dito a lei dobiate tenere quando io li metterò l'anello; e più, che vi prego che stamane al desnare e stasera alla cena dobiate colla sposa stare». Lo soldano contento acettò. E di nave la cavarono, et acompagnata da molti baroni insieme col soldano a casa di Antoniotto la condusseno; e quine con gran festa di suoni e stormenti, lo soldano tenendo il dito alla nuova sposa, Antoniotto sposato l'ha et in casa messola dove le vivande erano di vantagio aparecchiate.

E messa la sposa in camera, lo soldano, che l'avea tanto veduta parendoli esser la moglie, volendosene certificare, prima che a taula si ponesse se n'andò alla torre et aperse l'uscio. E come ciò fu sentito, subito Lavina saltata di là e trattosi la veste e rimasa in una giubba come star solea dandosi al suo exercizio, intanto venne lo soldano a lei; e domandatola di tal robba, lei aperto lo scrigno lei mostrò dicendoli: «Or che vuol dire che ora mi domandate de <le> miei robe che mai noi faceste?» Lui disse: «Donna, io l'ho fatto per esser certo d'alcuna cosa». Girando in altre parole <lè'> disse: «Deh, messere, che stormenti e suoni sono quelli che stamane ho udito sonare?» Rispuose lo soldano e disse: «Eli è che uno giovano forestieri ha menato moglie qui da lato a noi, e di vero, se non che io t'ho qui trovata, io arei creduto che <tu> stata fussi, però ch'è simile a te in tutte fazioni e simile veste — e però t'ho domandato della vesta —, ma innel parlare divaria alquanto». Lavina dice: «Deh, sciagurata a me che sono condutta a non dover mai esser in festa, e stando così rinchiusa io ancora avete paura che io vi sia tolta! E come, non pensate voi che innel mondo non siano delle più belle donne di me et anco che non siano delle simili l'una a l'altra? E però di tal cosa non mi ragionate più». Lo soldano con un bacio dato la lassò, e l'usci e le porte chiuse et in casa dello sposo si ridusse.

Lavina, che maestra era fatta, di subito la robba rimissesi, e entrato innella camera di Antoniotto, innella quale persona entrar potea se non lui e lei, e chiusala, in sala dove aparecchiato era si ridusse là dove molte donne erano. E dato l'acqua alle mani e posto a mensa, il soldano dirimpetto a lei si puose guardandola, dicendo fra sé: «Costei par proprio la mia donna». Et in tal pensieri raguardandola stava; e pur sapendo averla lassata in camera, dava a mangiare.

E mangiato che ebbero, come è d'usanza la nuova sposa al lato al soldano fu posta, parlando insieme taliano. Il soldano, che ode la voce e vede la persona, stima la sua essere, meravigliandosi come Iddio avea potuto fare ii simili senza alcuno divaro salvo che innel parlare. E stando alquanto, le danze prese, la sposa menando una danza al modo turchiesco tanto gentilmente che più che di prima lo soldano stimava la sua dover essere, è' non potendo molto tal pena sostenere, con onesto modo da lei prese cumiato, e lei, con quella onestà che a tal signore si richiede, rendéo simile saluto.

E come il soldano fue alla torre e quella aprendo, Lavina, entrata in camera e trattosi la robba, prese del pane et alquanta carne e cominciò a mangiare. Lo soldano, entrato in camera, trovò Lavina che mangiava; et itoli via il sospetto, disse: «Per certo, Lavina, io non viddi mai <alcuna> tanto somigliarsi te quanto la novella sposa, e di certo io mi sono per tuo amore innamorato di lei». Lavina disse: «Voi vi volete ben innamorare d'altri e me non volete che altri vegga. E però se avete preso innamorata sì ve la tenete e me lassate stare com'io mi sto». Lo soldano, per non contaminar<la> disse: «Deh, amor mio, s'io mi meraviglio di tal cosa non ne prendere sospetto, che se mi fusse tolta io non sentirei mai bene». E presala e basciatola, a Macometto la racomandò. Lavina, che altró' <'l> pensieri che a lui avea, lo racomandò al diaule, e vestitasi, dentro alla casa di Antoniotto entrò et a danzare si diede tanto che la cena fu venuta.

E dato l'acqua alle mani e messi a mensa, per quel medesmo modo il soldano fu messo che al desnare, e fine a mezzanotte lo soldano danzando colla sposa si diè piacere; e talora li venia uno infiammamento di stomaco, dicendo: «Per certo costè' mi pare la donna mia». E così passò fine a passato mezzanotte. Lo soldano andatosene al suo palagio pensando sopra la nuova sposa, e con tale immaginazione steo fine alla mattina. Lo sposo se n'andò a posare e con Lavina si diè piacere, lassando il pensare al soldano, faccendo più volte la danza amorosa fine alla mattina, senza aver niente dormito.

La mattina lo soldano, non <avendo> potuto punto dormire, se n'andò alla torre. E aprendo, Lavina sentìo: subito levatasi nuda da lato d'Antoniotto, colla robba in mano intrò innella sua camera et innel letto nuda entrò. Lo soldano, che giunto era a la camera, quella aperse e trovò Lavina innel letto nuda che dormir volea. Lo soldano la scuopre dicendole: «Per certo, Lavina, io hoe auto tutta notte in pensieri che tu non sii stata la sposa, e non arei mai potuto dormire se io <non> ci fussi venuto stamane».

Lavina dice: «Vo' pur co' motti, et altri co' fatti ! Or se voi avete tal voglia di dormire perché non ve ne cavate la voglia? E se tanto avete vagheggiato la sposa, perché non dimostrate vostra valentia meco come dé aver fatto lo sposo novello?» Lo soldano non intende il motto, ma più presto potéo al lato a lei si puose a dormire, e non avendo tutta notte dormito, di presente adormentato si fu. Lavina, come lo vede adormentato, uscita dè' letto e rivestitasi della giubba, a racamar si diede. E quando il soldano ebbe alquanto dormito, e svegliatosi, vidde Lavina che racamava; levatosi e rivestitosi, le diè un baccio e partìsi da lei e le porte chiuse. Lavina andata a darsi piacere con Antoniotto, faccendo festa grandissima più giorni, sempre invitando il soldano e lui acettando, ma con sospetto partendosi si ritrovava con Lavina.

E dimorato molti mesi in tal manera, un giorno Antoniotto dice a Lavina: «Tu vedi quanto il soldano è sospicioso di te et <ha> auto credenza sempre del vero, e tu come savia l'hai sempre fatto certo del contrario: io mi penso che un giorno lui non volesse che tu andassi a stare innella torre, pensando che tu fussi altra persona che tu non sè', e volendone far prova non si potrè', però che altro che tu sola sè'; sì che il diletto che preso abbiamo e quello che pigliar dobiamo ci tornerè' in aspra morte. E però a me pare, quando a te paresse, che tal pericolo cessassemo e di qui ci partissimo». Lavina disse: «O speranza mia, perché non tosto, che lo 'ndugio mi consuma? Per lo tuo Dio, fa tosto, et io farò presto tutto il tesoro della torre è' gioielli, e seguri ce n'andiamo».

Antoniotto, che vede la subita risposta di Lavina e la volontà grande, avuto che galee erano in porto giunte, il tesoro è' gioielli tratti della torre e messi innelle galee la notte, che altri non se ne acorse, e dato l'ordine di fornirle di quello bisognava, con una léttora fatta a mano Antoniotto se n'andò al soldano dicendoli: «Signor mio, per alcuno caso occorso in mio paese ad alcuni miei parenti, mi stringe il bisogno dovermi partire. E pertanto, quello che io far possa a Napoli e dove io serò, sempre a ogni vostro comandamento m'arete presto. Et acciò che l'amore più duri fra voi e me, vi dono questo gioiello» (il quale valea più di m fiorini); «e perché a tutte le cose che sempre ho fatte sete stato principiatore, e massimamente del prendere Pulisena mia sposa, vi prego che ora nel partire vi piaccia fine al porto acompagnarla, che ad altri non l'afiderei». Il soldano, udendo le belle ragioni ditte et anco piacendoli il partire per amore del tormento che ogni volta avea quando la sposa vedea, fra sé stimò: «Se costei si parte, tal pensieri non avrò più». E dittoli ch'era con tento e fatto fare presti i cavalli, lo soldano per non rimanere beffato pensò: «Ora vedrò se costei è la mia Lavina o no».

Et itone alla torre et aperto, Lavina saltata inne la torre et all'exercizio del raccamo datasi, lo soldano quine trovatala disse: Donna, oggi si parte quella che tanto ti si somiglia, della quale tante volte te n'ho parlato, e di che ho avuto pensieri che tu sii stata. Ora veggo che di vero Maometto fa le persone eguali». E lassatola, scese la torre chiudendo per tutto. Lavina, vestitasi e da lato entrata, scese la scala. Lo soldano montato a cavallo, la sposa il simile con Antoniotto e molta baronia, e giunti alle galee e montato in galea e fatto vela al vento, racomandato il soldano a Macometto e loro a Dio, preso de l'acqua e dato dè' remi, la vela piena, dal porto si dilungano.

Lo soldano colla sua baronia ritornando in Babillonia ragionando della bellezza della sposa e delle piacevolezze di Villanuccio, con tale ragionamento giunseno alla torre. E sposato il soldano, quanto più presto potéo se n'andò alla torre, et apertala se n'andò alla camera dove credea trovare Lavina sua sposa. E veduto tutti i serami voti del tesoro e dè' gioielli et arnesi, e veduto la finestra — che aperta era — che entrava innel palagio dove Antoniotto stato era, e non trovandovi Lavina, subito gridò e con furia alla marina con tutto exercito trasse per ricoverare la donna sua e tutto il tesoro. E pogo li valse ch'è' già dilungati s'erano più e più miglia, dando dè' remi in acqua. E con piacere, senza pericolo, giunseno a Genova, là dove poi si denno buon tempo Antoniotto e Lavina.

Lo soldano, avendo ricevuto tal danno e beffe, mandò imbasciadori a Napoli a spiare di Villanuccio e di Lavina; e perché non erano di què' paesi, niente potenno sentire. E ritornando arieto senza buona imbasciata, lo soldano, dandosi malinconia dello 'nganno ricevuto e della perdita del tesoro e della moglie e della sua smemoragine, non molto tempo steo sano che d'una infermità fu agravato e di malinconia si morì.

Ex.° cxliiii.

CXLV

Lo 'nganno piacevole del tollere la donna al soldano di Babilonia geloso ralegrò molto le damigelle della brigata. E con tale alegrezza lo proposto giunse colla brigata salvi a Pavia, dove trovaron per la cena ben aparecchiato. E perché era assai buon'ora, lo proposto, postosi a sedere in una dilettevole loggia dell'albergo, disse a' religiosi che una moralità dicesseno acciò che lo spettare non faccia rincrescimento alla brigata. Loro presti a ubidire con canti suoni dissero:

«Colui pover non è che di' c'ha pogo,

s'al poco sta contento,

né ricco chi più ha se più disia.

Chi ha dell'avarizia in corpo il foco,

se mille fa di cento,

alora in lui d'aver più fame fia.

Ma chi vuol quel che necessità vorìa

e fuge il più, non quel che 'l ricco vole,

costui mai non si duole

né si ralegra per cosa ch'aviene,

però ch'elli ha in sé fermo diletto

tenendo il suo intelletto

a opera di virtù ch'è sommo bene;

l'altro tien vile che l'altra gente agogna,

cioè quel più ch'al viver non bisogna».

Lo proposto, sentito il bel dire, voltatosi a' cantarelli dicendo che una canzonetta cantando dicessero e ditta si ceni, loro presti con voci consonanti et alte disseno:

«Questa col cuor di pietra margarita,

più che di viver, di morir m'invita.

E quel che mi sostiene in vita vivere

son li occhi suoi che in me si fan sentire

dentro al mio cuor <sì dolci> che uccidere

non puorami crudeltà del suo martire.

Per li occhi grazia e per suo cuor morire io

mi vego, e così sta per ir mia vita».

Fatto fine al canto e l'acqua data a le mani, le vivande venute e loro a mensa posti, cenarono. E doppo la cena alquanto danzato fine a l'<ora del> dormire, che fine alla mattina ognuno posò, e levati e preso pensieri al caminare, lo proposto disse a l'altore che una novella dica fine giunti seranno a Vercelli. L'altore presto disse: «A voi, omini di bassa mano li quali avendo provato l'esser fuora di casa vostra per le parti e poi col braccio delli amici rimessi e fatti signori, e voi ingrati contra di chi è stato cagione di tal dominio, se male di tale ingratitudine v'interviene l'avete meritato. Ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE MAXIMA INGRATITUDINE

La novella parla che tra' gentilomini e lo populo fu divisione.

I>nnelle contrade di Provenza in una città principale nomata Nizza al tempo dello re Filippo, fu alcuna divisione — innella ditta terra di Nizza — tra alcuni gentilotti e gran populani, di voler ciascuno esser magiore del compagno. Ora avenne che essendo alquanti populari grassi ristrettisi insieme contra certi conti e gentilotti, divenne <che alcuni> di tali populari si fenno capi; infra gli altri, uno nomato Mida Bovorelli, lo secondo Troilo Sodorini, lo terzo Ambrotto Ramaglianti, e molti altri (ma perché sarè' lungo lo scrivere et a voi tedio a udire, lasserò di contare de li altri capi de l'una setta co' quali gran parte della cittadinanza di Nizza si riduceano). Et in contrario dè' preditti era uno conte Lamondo Ceretani et uno conte Bertoldo Tagliamocchi con altri gentilotti della ditta terra e delle circustanze. Et essendo più tempo stati li preditti discordanti, divenne che i ditti Mida e Troilo et Ambrotto per lo' senno e sapere caccionno di Nizza il preditto conte Lamondo e conte Bertoldo con alquanti seguaci, prendendo della terra alquanta magioria. Dimorando i preditti Mida Troiolo et Ambrotto uniti certo tempo — mantenendo le giurisdizioni et onori della città di Nizza con far guerra ad alcuno loro contrario signore delle terre vicine a Nizza (lo nome di tal signore era chiamato Fasino dalla Stella), avendovi l'oste mandato per dannificarlo — e dimorando alquanti mesi per tal modo, il preditto Mida, fattosi cavalieri e gran maestro, cominciò da se medesmo, senza richiesta dè' compagni, cioè di Troilo e d'Ambrotto, rimettere dè' contrari loro et amici dè' ditti conte Lamondo e conte Bertoldo. E questo faccendo più volte, fattoneli querimonia, il preditto Mida dicendo: «Tutto si fa a buon fine»; loro spregiando tal fatto doleansi che ciò facea, è' così perseverò circa a ii mesi, ogni dì rimettendone. E più, che a tali contribuiva delli offici della terra, non curando di parole che per Troilo et Ambrotto li fusseno ditte, ma di continuo prendendo palmo et abracciando li nimici delli ditti Troilo et Ambrotto e simile suoi. Per la qual cosa, sdegnati e malcontenti, i ditti Troilo et Ambrotto con diliberazione richieseno uno loro amico vicino a Nizza, nomato il marchese Ercule da Basco, che li piacesse volerli servire d'alquante brigate per poter disporre il preditto Mida: «Poi che si vuole co' suoi e nostri nimici acostare». Il preditto marchese come amico disse che di tutto li servirè'. E dato l'ordine della giornata, il preditto Troilo et Ambrotto richiesto li loro amici per volere Mida metter al basso, e diliberonno rimoregiare et uccidere il ditto Mida.

E così ordinato e messo in punto, divenne che Mida tutto sentìo. E ristrignendosi con quelli nimici che avea fatti ritornare e con altre brigate di soldo e certi amici, in conclusione, levato i' romore, i preditti Troiolo et Ambrotto, non potendo aver le brigate prese del marchese Basco, funno costretti a doversi arendere salvo le persone al ditto Mida cavalieri. E dato loro et a de li altri assai le confini e molti denari fatti loro pagare, di Nizza si partirono et andarono dove a loro funno assegnate le confini.

E così rimase Mida < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > condurre a loro modo, disseno un giorno: «O Mida, tu ti dèi ricordare che 'l marchese Ercole da Basco fu quello che volea insieme con Troilo et Ambrotto metterti a basso; e pertanto, se ne facessi a nostro senno, tu ordineresti che ti sarè' messo innelle mani e di lui faresti tua vendetta». Mida, che cominciato era a non vedere né cognoscer il consiglio dè' rei e suoi nimici, diè fede alle loro parole. E non prendendo il ditto marchese con alquanti guardia di tal cose, un giorno furon presi et innelle mani del ditto Mida cavalieri messi, e non molto tempo tenuti che il preditto Mida fe' loro la testa tagliare.

E pogo stante dopo la tagliatura di tali teste, i preditti, ritornati con alquanti loro amici, secretamente al preditto Mida fenno dare certo beveragio, che in men di tre dì dalla tagliatura di tali teste si morìo, pensando tali di Nizza rimanere magiori.

Uno cusino del ditto marchese, nomato lo marchese Achille, e uomo di gran cuore et amico molto di messer Ramondo del Balzo e gran nimico di Fasin della Stella, udendo come lo marchese Ercule con alquanti erano stati <fatti> morire per lo rigimento di Nizza, dispuose tutta sua forza con richiedere messer Ramondo del Balzo di vendicare la morte del suo cusino. E subito con gran cavallaria fe' preda e cavalcò intorno a Nizza faccendo asentire a' cittadini la sua venuta e che volea che si vendicasse la morte del suo parente, altramente spettassero guerra. Li cittadini, vedendo al danno già ricevuto della preda fatta per lo ditto marchese Achille quello che far potea, diliberonno compiacerli della sua intenzione contra delli amici di Mida e di chi lo seguìa. Et un giorno levato romore, molti ne funno morti e disposti e di Nizza scacciati, e messo dentro il marchese Achille. E lui, per più sodisfazione, a uno, com'è ritornato, fe' patire pena et in sulle forchi per ricompensazione del marchese lo fe' apiccare; e dapoi volse che Troilo et Ambrotto, li quali erano stati mandati a' confini, e li altri loro amici, ritornassero. E così fu fatto.

Gueregiando il comune di Nizza et in suo aiuto il marchese Achille contra a Fasin della Stella, e dimorando alcuno piccolo tempo in tal modo, il preditto Troilo, secretamente con alquanti amici di sé e d'Ambrotto, con nuovo colore si fe' far signore, chiedendo dal ditto marchese Achille e da messer Ramondo del Balzo aiuto se bisogno fusse; e così fu fatto. Ambrotto, che vede Troilo fatto signore, steo contento pensando che volesse lui e li altri amici tener per amici e non fare di quello che Mida fatto avea: più volte trovandosi con lui lo confortava che facesse che li amici li fusseno racomandati e che la guerra presa con Fasino della Stella mantenesse ferma e che in tutte cose richiedesse il marchese Achille e messer Ramondo che l'aveano rimisso in Nizza e per loro si potea riputare signore. Troilo innel principio disse di tutto fare, ma poi — come dice il proverbio, il quale dice: fatto signore, si muta colore — e così divenne del preditto Troilo, che, senza coscienza d'amico ch'elli avesse e senza saputa del marchese Achille né di messer Ramondo del Balzo, si pacificò con Fasino della Stella; e questo fe' a pitizione del cardinale di Pampalona, avendoli offerto a sua difesa denari e genti.

Fatto tale acordio e veduto Ambrotto che Troiolo signore avea fatto l'acordio con Fasino senza richiedere né lui né 'l marchese Achille né messer Ramondo, fu molto dolente, dicendoli: «Troilo signore, tu hai mal fatto ad averti acordato col nimico di Nizza, di te e di me e del marchese e de li altri nostri amici; e più, che hai fatto questo in dispetto di messer Ramondo del Balzo che sai quanto è potente». Troiolo disse: «Ambrotto, io ti dico che quello ho fatto ho voluto fare, e non temo, che io mi sono sì bene apogiato che non penso cadere»; narrandoli che il cardinale di Pampalona l'ha preso a difendere da tutti. Ambrotto, che ciò ode, disse: «A me pare sia mal consigliato ad aver preso l'aiuto del nimico e lassato l'amico. E pertanto, se altro te n'avenisse l'aresti bene comperato». Troiolo, che avea già il capello della superbia et erasi vestito d'una veste d'ingratitudine, disse: «Chi ha paura si mucci, che io starò saldo».

Ambrotto, che ciò vede, dato pensieri di far denari, quanto più presto potéo di Nizza si partìo e col marchese Achille e con messer Ramondo si ritrovò con intenzione d'offendere il ditto Troiolo. E simile molti de li altri amici del ditto Ambrotto si partirono.

Troiolo, che ha veduto Ambrotto partire, subito stimandolo nimico, tutto ciò che avea d'imobile li fe' toller'e alcuni parenti imprigionare. E per questo modo, delli amici si fe' nimico per sua colpa e non per loro. E dapoi Troilo richiese il cardinale di Pampalona di brigate per poter sé difendere et a quelli che lui s'avea fatti nimici offendere. Il cardinale lo servìo di quello potéo, ma non a gran pezza quanto fue la potenza del marchese Ercole e di messer Ramondo del Balzo, che assai e molto più e meglio in punto erano le loro genti che quelle del cardinale. E così l'una brigata e l'altra si trovonno del mese di magio e di giugno in sul contado di Nizza faccendo e l'una brigata e l'altra danno, et ogni dì perdendo Nizza castella.

Ultimamente, il populo di Nizza vegendo quanto Troilo signore li avea mal condutti, <è'> non trovandosi amici presti, un giorno si levarono a romore e lui uccisero. E le genti del cardinale sconfitte e prese, e quelle di messer Ramondo e del marchese con Ambrotto entrarono in Nizza, e di quella si fe' signore il ditto messer Ramondo.

E per questo modo fu punito Troilo per aversi acostato col nimico et abandonato l'amico.

Ex.° cxlv.

CXLVI

Lo proposto e li altri, avendo udito sì bella novella, non meravigliandosi dissero: «Per certo la morte di tali signori è certa et a ciascuno giustamente diverrè'». E parlando il proposto a tutti disse: «A noi non è debito di dire per tale anima neuno paternosso, ma intendere a darci piacere; e però dico a voi, religiosi, poi che colla ditta novella siamo giunti a Vercelli et ancora non è l'ora della cena, a contentamento di noi, voi religiosi dite qualche moralità in canto soave. Loro presti dissero:

«Roma fu già del secol la colonna:

avendo seco Marte

tutte signoreggiò città e castella;

così fu sopra tutte l'altre donna.

Or l'è rivolto carte,

per voluntà di chi muove la stella.

Ella fu ricca forte grande e bella,

or è il contrario e ciascun la rifiuta,

ed è tanto abatuta

che figlia i' lupo dentro alla sua porta.

Temete, genti, li oculti giudici!

I' dico a voi, felici,

che invidia alla miseria non si porta;

da chi può torre ricognoscete il dato,

però che 'l cielo non ha poter mutato».

Cantato la dolce moralità per li sacerdoti, il proposto, volendo più oltre udire, rivoltosi a' cantarelli disse che una canzonetta dicessero, e ditta ognuno si riduca verso la cena. Loro, per voglia di mangiare, fatto reverenza, con canti alti dissero:

«Sol d'un picciol sospiro l'anima mia

conforta in sul partire,

giovane, che reddir non <so> se sia.

Se guardi ben, questo partir mi stringe

sì forte il cor che di pianger m'induce;

per che riparo ove fortuna pinge,

et io vo dov'ella mi conduce.

Se per questa pietà turbi tua luce,

ricevol per gran dono:

servo ti sarò e sono ove ch'io sia».

Ditta la canzonetta e poi cenato e fine alla mattina di buona voglia dormito, e levati, il proposto comandò all'altore che una novella dica fine che giunti seranno a Allesandria della Paglia. L'altore presto disse: «A voi, omini e donne che, mottegiando altrui di disonesta cosa, se ricevete motti disonesti non vi dovete corucciare ma cognoscere prima se 'l motto che dir vuole li può a lui vergogna tornare. E però ad exemplo dirò una novella in questo modo (posto che in altra parte quasi una simile ne sia contata), cioè dicendo:

DE MOTTO PLACIBILI

Di messer Luchino Visconte di Milano e di messer Azzo.

Piacevoli donne e voialtri venerabili persone, è' mi occorre innella mente una novella la quale a vostro contentamento dirò: che essendo signore di Milano messer Luchino Visconte, venne a Milano uno imbasciadore dello 'mperadore nomato messer Azzo, giovano e savio uomo. Il quale siando del corpo bellissimo e grande vagheggiatore, avenne che tra l'altre donne milanesi ne li piacque una ch'era assai bella donna, nipote di uno fratello del ditto messer Luchino, nomata Cassandra. Et avendo sentito che 'l marito di lei, quantunque gran signore e maestro fusse apresso di messer Luchino, era molto avarissimo e cattivo, col quale il ditto messer Azzo doppo molta pratica con lui tenuta, fingendosi di non sapere se la ditta donna fusse sua moglie ma come si fa che un amico a l'altro dice il suo secreto, così messer Azzo col marito di Cassandra dice della bellezza di lei e che molto li piacea. E tante funno le pratiche tra loro che 'l marito li disse che se volea spendere fiorini viii cento, che lui pensava farlila avere almeno una notte.  Messer Azzo, che questo ha udito, per la volontà d'averla disse che tutto li darè'.

E parendoli la mercantia assai cara, fe' il ditto messer Azzo secretamente dorare viii cento grossi e con quelli se n'andò all'ora ordinata a casa di madonna Cassandra. Lei, posto che malcontenta fusse, in prima faccia aconsentìo e con messer Azzo la notte si giacque, prendendo l'uno de l'altro piacere. E la mattina, come che alla donna dispiacesse, il ditto messer Azzo si levò e, dato li viii cento grossi dorati, si partìo. La qual cosa dapoi per Milano sapendosi — il modo che 'l marito di Cassandra tenuto avea et i denari dorati —, rimase al cattivo omo il danno e la vergogna e le beffe.

E venuto questo all'orecchie di messer Luchino, come savio s'infinse di queste cose niente sapere; per che, usando molto insieme il ditto messer Luchino con messer Azzo, avenne che il dì di Sant'Ambrogio cavalcando l'uno a lato a l'altro vegendo le donne per la via unde il palio si correa, messer Luchino acostatosi con messer Azzo a una brigata di giovane donne, fra le quali una ve n'era nomata Filippa dè' Porri — giovana bellissima savia e d'onestà piena, bella e fresca com'una rosa e ben parlante, di pogo tempo davanti andatane a marito a uno gentiluomo cortigiano —, e lei il ditto messer Luchino mostrò a messer Azzo. E poi, acostandoseli presso e toccatala colla bacchetta che in mano portava, le disse: «O Filippa, che ti pare di questo gentiluomo? Crederestilo vincere alle braccia?»

A Filippa parve che quelle parole alquanto mordessero la sua onestà e la dovesser contaminare innell'animi di quelle donne et uomini che v'erano; per che, non intendendo a dimorare a purgare tal contaminazione ma colpo per colpo rendere, prestamente rispuose dicendo: «Forsi mi vincerebbe, ma vorrei buona moneta, miglior che non ebbe Cassandra». La quale parola da messer Azzo fu intesa <e> messer Luchino parimente. E sentendosi trafitto l'uno come fattore della disonesta cosa in Cassandra e messer Luchino come ricevitore nella sua parente, senz'altro guardare né dire, vergognatisi, e taciti se n'andarono senza quel dì alla ditta Filippa più dirle, cognoscendo ogni donna che, essendo Filippa da messer Luchino morsa, non se li disdicesse mordere lui mottegiando.

Ex.° cxlvi.

CXLVII

L>a piacevole e bella novella condusse la brigata di buon'or'a Allesandria, e quine in uno giardino d'uno albergo aspettando la cena e rinfrescandosi di buoni vini, al proposto parve che i religiosi dovesseno dire qualche cosa morale; e voltosi a tutti, e pregò che la brigata contentassero di qualche moralità. Loro presti dissero:

«Chi tiene stato al mondo sempre teme,

perché può ritorlo

per suo albitrio quel ch'a lui l'ha dato.

E che ciò sia d'un di niente il seme

vedrai sì alto porlo,

che 'ngentilisce in lui il sangue ond'è nato.

O tu, di te <e> del mondo ingannato,

aresti per giustizia se colui

che 'l toglie e dà altrui,

com'elli ha dato, in coloro il tenesse?

Tu non sè' più che 'l povero sua fattura:

a ogni creatura

l'è giusto il torre <e 'l> dare, s'e' toglie o desse,

che de il suo comunicar nè' suoi

al suo giudicio, e non come tu vuoi».

Piaciuto al proposto il bel dire, comandò che una danza si prendesse e con suoni ballassero; e così s'osservò. E dapoi, restato la danza, comandò che qualche bisticcio per li cantarelli e cantarelle si dicesse. E trattosi da parte li cantarelli et alla incontra le cantarelle, con voci alte e squillanti dissero l'uno a l'altro in questo modo:

«— Ami tu, donna, me come dimostri?

— Così non t'amasse io!

— Et io più te che 'l cuor del corpo mio

— I' temo, donna, che tu non m'inganni.

— I' non t'inganno, ma tu inganni me.

— Tu sai che porto per te tanti affanni.

— Oh, tu che sai ch'i' porto per te?

— Poss'io credere che più non m'inganni?

— No, se m'aiuti Idio.

— Et io più te non metterò in oblio.

— Io son Ballata e vegno a voi, madonna,

ringraziando e sempre ringrazierò,

dapoi che d'ancilla sete colonna

di questo servo lo qual ditto v'ho.

— A te, Ballata, sì risponderò

secondo il parer mio

che tu sai fermo, e me contenti io».

L'onesta domanda dè' giovani e la dolce risposta delle giovane piacque molto alla brigata; e venuto l'ora della cena e posti a mensa, con diletto cenarono. Dapoi ognuno a posar si diè fine alla mattina che levati furono, dove il proposto comandò a l'altore che una novella dir debbia fine che giunti seranno a Tortona. Lui presto a ubidire disse: «A voi, ingannatori e falsatori, li quali per furare l'altrui con nuovi ingegni rubate, e però ad exemplo, che altri da voi e da tali si sappia guardare, dirò una novella, la quale incomincia in questo modo, cioè:

DE FALSATORE

Di Basino da Triesti, mercadante di perle.

I>nnella città di Vinegia, dove d'ogni cattività vi sono maestri, fu uno nomato Basino da Triesti, il quale come mercadante si dimostrava per tutta la terra. Et essendo dimorato alquanto tempo in Vinegia et investigato chi era divizioso di ducati per prestare, fulli alquanti insegnati che volentieri, essendo ben seguri, servivano di qual somma altri volesse e a qual tempo, con doverne esser meritati. Et avendo auto il ditto Basino i nomi di tali, avendo il preditto Basino molte perle di gran pregio grosse e belle e volendo cominciare a dare opera a rubbare, fe' molti taschetti di zettano nero innè' quali avea messo, secondo la quantità dè' ducati che acattar volea, tante perle che valeano la somma e più, tanto quanto il merito montar potea a buona stima. E di queste perle n'avea fatti molti taschetti, perché le perle erano molto grosse, tali di pregio di fiorini l l'una, e tal di xxv, e tal di xv, tal di x e di magiore e minore pregio. E dall'altra parte avea presi ceci e quelli tondati e fatti puliti, della grossezza di qual perle avea, et a nomero tanti n'avea messi in taschetti simili, quante perle erano nelli altri. E così ordinato, cominciò a volere acattar molti ducati.

Et itosene a uno mercadante e domandatoli m ducati in presto offerendoli buono guadagno per lo tempo che li tenea et offerendo darli tante perle <'n> pegno che valessero a buona stima la somma; e fatto il mercato e 'l mercadante veneziano piaciuto le perle, quelle innel taschetto per Basino si portavano a casa o vero al fondaco, e quine si facea scrivere il nome e la quantità delle perle e il peso e il pregio che acattava e 'l terme che prendea a renderli e 'l pregio del merito che dar dovea, avendo suggellato Basino il taschetto di perle del suo sugello. E quando venia a prender li denari, il preditto Basino astutamente senza che altri se n'acorgesse, lo taschetto delle perle si riponea e quello dè' ceci, della simile fazione, traeva fuori, sugelati e d'un medesmo peso, et al mercadante o vero usurieri li lassava. E così a molti veneziani e giudei et altri stranieri più e più volte ne lassò. E più di ii anni steo, pagando ogni quattro mesi il capitale e 'l pregio, acattando sempre di nuovo, e parendo facesse gran fatti di mercantia tenendo vita di signore. Et era tanto la fama cresciuta di Basino dè' buoni pagamenti, che simplicimente, senza molto specularsi, innelle perle li erano li denari prestati.

E parendo a Basino potere dare gran colpi, diliberò fare buon fascio e di Vinegia partirsi. Et a tutti quelli che altra volta era capitato, è' da loro prese in presto sopra quelle perle ditte la quantità di più di xl mila ducati. Et avendo quelli denari presi in men d'un mese senza che l'uno sapesse dell'altro, <in> ultimo si mosse et a uno giudeo se n'andò mostrandoli perle di valuta di fiorini c e più l'una <in> buona quantità, et in più giorni, ora con iii mila ducati ora con m, di parte in parte tanti n'acattò che più di xx mila ducati da tale in presto prese, avendo da l'una volta a l'altra alquanti dìe. Et avendo fatto sì bello monte, dato dè' remi in acqua, di Vinegia si partìo.

E passato uno dè' termini del ditto giudeo, però che <più> piccol tempo preso avea de li altri mercadanti, volendo le perle vendere del tempo passato et aprendo il taschetto, trovò esser ceci e non perle. E tal opera sentendosi per Vinegia, dicean li altri mercadanti: «Io ho pur perle e non ceci». E ognuno si credéo perle avere. E venendo alquanti di giorno in giorno aprendosi li taschetti, ceci e non perle trovano, intanto che saputosi per tutto, con volontà della signoria tutti i taschetti s'aperseno e ceci si trovorono; per la qual cosa molti ne funno disfatti. E Basino partitosi, mai di lui alcuna cosa si sentìo.

Ex.° cxlvii.

CXLVIII

Lo perdimento dè' denari di quelli di Vinegia e l'acquisto fatto per Basino condusse la brigata lieta a Tartona, dove aparecchiato trovonno di vantagio cose da vernadì di mangiare. Et essendo assai di buon'ora, il proposto colli altri essendo in uno giardino posti a sedere, comandò che senza canto li cantarelli dicessero sottovoce qualche bella cosetta. Loro presti a ubidire dissero:

«Fior di vertù si è gentil coragio,

e frutto di vertù si è onore

e vaso di vertù si è valore,

e nome di virtù si è omo sagio;

e ispecchio di virtù non vede oltraggio,

e 'l viso di virtù è chiaro colore,

et amor di virtù buon servidore,

e dono di virtù gentil lignagio;

et occhio di virtù è cognoscenza,

e sedia di virtù è amor reale,

et opra di virtù è sofferenza;

e senno di virtù esser leale,

e braccio di virtù bell'acoglienza,

e somma di virtù render ben per male».

Udito il proposto la dilettevole moralità ditta, piacendoli molto, perché non era ancora l'ora della cena, voltatosi a' religiosi disse che dicessero alcuna bella cosetta sottovoce. Li quali presti dissero:

«Cristo vero Signore disse alla Cena:

Se dicat evangelium, omnes gentes,

et contro, lynces, leones et serpentes,

ottinendo mia fé verace e piena,

la mente vi darò chiara e serena;

et contra heredes fa.....os potentes

nichil alentes et omnia possidentes,

relinquendo mundana fors et lena.

Non est vestrum possidere mundanum:

lassalo a' principi ch'è di mia dottrina

et vos ducite ad me genus humanum.

Tempo verrà ch'al secul la ruina

ego mittam; post hoc ostendam manum

in Josafach alla gente meschina:

ecce ultrices filli benedicti,

cernendo i buoni da tutti i maladitti».

Venuta l'ora della cena e dato l'acqua alle mani, con gran diletto si puoseno a mensa; e cenato, a dormire se n'andarono e tutta notte fine alla mattina dormirono.

E levati, il proposto disse a l'altore che una novella dicesse fine che giunti seranno a Piagenza. Lui presto disse: «A voi, signori et uomini che date tanta libertà alli strani innelle vostre case avendo figliuole e donne giovane, se alcuna volta ve ne interviene vergogna l'avete ben meritato; et a voi, giovane di tempo e segace a adempiere il vostro desiderio, è' m'induce alla mente una novella, la quale ad exemplo di voi e delli altri dirò, in questo modo, cioè:

DE JUSTO MATRIMONIO

In Pisa fu uno messer Gallo da San Casciano,

et una figliuola nomata Giovanna, bellissima.

Valorose donne e a voialtri, non è miga guari tempo che in Pisa fu uno cavalieri assai da bene chiamato messer Gallo da San Casciano, a cui per ventura, essendo vecchio, d'una sua donna assai giovana nomata madonna Piera ebbe una fanciulla nomata Giovanna, la quale oltra ogn'altra, crescendo, divenne piacevole e bella. E perché era sola al padre et alla madre, molto da loro era amata e con meravigliosa diligenza guardata, sperando di lei fare alcuno buon parentado.

Usava innella casa del ditto messer Gallo un giovano senese nomato Giansone, bello e piacevole della persona, di cui messere Gallo e la sua donna neuna guardia prendeano, come fusse stato loro figliuolo. Giansone, veggendo, infra l'altre volte <una>, Giovanna piacevole e legiadra e già grande da marito, fieramente di lei s'inamorò, con gran diligenza tenendo suo amore nascoso. Del quale aveduta se ne fu la giovana: senza schifar punto il colpo, lui cominciò sommamente ad amare; di che Giansone fu forte contento. Et avendo auto voglia di doverli una volta dire sua intenzione, prese tempo a ciò fare e disseli: «Giovanna, io ti prego che non mi <facci> morire amandoti». La giovana disse: «Volesse Idio che tu non facessi più morire me !» Questa risposta diede a Giansone molto ardire, rispondendo: «Per me non rimarrà, pur che a te stia di trovare il modo, che io sempre presto serò». La giovana disse: «O Giansone, cuor del mio corpo, tu vedi quanto sono guardata, e però da me non so vedere modo come a me potessi venire, ma se tu sai che io cosa possa fare securamente, dimmelo et io lo farò». Giansone disse: «Giovanna, io non so vedere modo, se già tu non dormissi sola o potessi venire in sul portico ch'è sopra il giardino di messer Gallo, e quando io sapesse che tu di notte <là> fusse, m'ingegnerei senza fallo a te venire». A cui Giovanna rispuose: «E se tu credi quine poter venire, mi credo sì fare che fatto m'averrà di dormirvi». Giansone disse di sìe. E questo ditto, una volta si baciarono.

Il dì seguente, siando gran caldo, quasi a l'entrata di giugno, la giovana cominciò davanti alla madre a lamentarsi che la passata notte per soperchio caldo non avea potuto dormire. Disse la madre: «Figliuola mia, a me non parve che caldo fusse». A cui la giovana rispuose: «Madre mia, voi dovete pensare quanto sono più calde le giovane che le donne atempate». La madre disse: «Tu di' il vero, ma io non posso far caldo e freddo a mia posta e i tempi si convegnano sostener come le stagioni danno; e forsi che stanotte che verrà sarà più fresco e dormirai meglio». La figliuola disse: «Idio lo voglia, ma io nol credo, che non suole esser usato andando verso la state che più fresco sia ma sì più caldo». Disse la madre: «Dunque, che vuoi tu che si faccia?» Rispuose Giovanna: «Quando a mio padre et a voi piacesse, di farmi un letto in sul portico della vostra camera sopra il giardino, e quine udendo cantare l'augellini mi dormirei, che, avendo luogo più fresco che non è innella vostra camera, molto meglio dormirei che non fo». La madre disse: «Figliuola, confortati, che io lo dirò a tuo padre».

E tornato messer Gallo, la donna tutto li contò. Lui le rispuose: «Che caldo o che freddo va la vostra figliuola cercando? Io la farò ancora dormire in una stufa quando più calda serà!» Giovanna, sapendo quello che 'l padre ha risposto, più per isdegno che per caldo la seguente notte non solamente non dormì, ma non lassò dormire la madre e il padre pur del gran caldo dolendosi.

Il che avendo sentito, la mattina la madre fu con messer Gallo: «Voi avete pogo cura di questa vostra figliuola, in però che tutta notte non ha potuto dormire per lo caldo e simile non ha lassato noi dormire. E che fa a voi se noi li facciamo uno letto in sul portico, che usanza è dè' fanciulli d'avoltolarsi per lo letto et anco di udire cantare li ugelletti e simili cose?» Messer Gallo ciò udendo disse: «Facciasi un letto tal quale si conviene e fallo fasciare d'intorno d'una cortina acciò che 'l vento non li faccia male, e dormavisi et a suo modo pigli del fresco».

La giovana, questo saputo, subitamente vi fece fare uno letto. E dormendovi la sera vegnente, tanto atese ch'ella vidde Giansone e feceli un segno dato tra loro, per lo qual è' intese ciò che far dovea. Messer Gallo, sentendo la giovana andata a letto, serato l'uscio che andava in sul portico della sua camera, similmente se n'andò colla sua donna a dormire.

Giansone, come da ogni parte sentì le cose chete, coll'aiuto di una scala saglìo sopra il muro e con pericolo pervenne in sul portico, dove chetamente con grandissima festa fu ricevuto. E doppo molti baci si coricarono insieme, che quasi tutta notte diletto e piacere preseno l'uno dell'altro, molte <volte> faccendo entrare et uscire l'ugello del nido di Giovanna con l'ale talora volanti e talora chiuse. Et essendo il diletto grande e le notti piccole e già presso al dì, il che non credendo del tempo esser ingannati, per lo molto scherzare riscaldati, senza niuna cosa a dosso s'adormentarono, avendo Giovanna il braccio ritto al collo di  Giansone abracciato e col sinistro preso quello membro che voi, donne, tra li omini vi vergognate di nomare. Et in cotal guisa dormendo, sopravenne il giorno.

Messer Gallo si levò, e ricordatosi della figliuola che in sul portico dormìa, pianamente l'uscio aprendo disse: «Lassami vedere come il fresco e li ugelli l'han fatta dormire». Et andò oltra pianamente e levò alta la cortina: e vidde Giovanna e Giansone nudi dormire come di sopra v'ho ditto. E avendo ben cognosciuto Giansone, chetamente si partì et alla sua donna n'andò, e chiamatola disse: «Donna, su tosto levati e vieni a vedere che la tua figliuola è stata sì vaga de l'ugello ch'ella l'ha preso e tienlo in mano». Disse la donna: «Come puote questo essere?» Disse messer Gallo: «Se vieni tosto lo vedrai». La donna afretta e così seguìo messer Gallo.

E giunti amendui a' letto e levato la cortina, li può la donna manifestamente vedere. La donna, forte tenendosi da Giansone ingannata, volse gridare e dirli villania. Messer Gallo disse: «Donna, guarda per quanto cara hai la vita che tu non facci motto, che in verità poi che l'ha preso serà suo»; dicendo: «Giansone è gentiluomo e ricco e giovano bello e la mercantia piace a Giovanna, e vedi che la caparra tiene in mano; noi non possiamo di lui malfare. E se elli si vorrà da me con concordia partire, converrà che prima la sposi, sì che troverà aver messo la sua carne innella sua catinella». Di che la madre dogliosa, vegendo messer Gallo di questo non esserne turbato, considerato che la figliuola  avea avuta la buona notte e che avea l'ugello preso, si tacque.

Né guari dopo queste parole stettero che Giansone si destò: e vegendo ch'è dì chiaro, là si tenne morto e chiamò Giovanna e disse: «Oimè, anima mia, come (faremo), ch'ell'è venuto il dì chiaro et hami qui colto?» Alle quali parole messer Gallo, venuto e levata la cortina, rispuose: «Farete bene!» Quando Giansone il vidde pensò morire; e levatosi a sedere, disse: «Signor mio, mercé per Dio, ch'io cognosco come malvagio e disleale uomo aver meritato la morte, e però di me faite che vi piace. Ben vi prego, se esser può, che della Giovanna abiate mercé». A cui messer Gallo disse: «Questo non merita l'amore che io ti portava e la fé ch'io avea in te. Ma poi che così è, che a tanto fallo la gioventù t'ha menato, acciò che tu togli a te la morte et a me la vergogna, prima che tu ti muovi sposa per tua la Giovanna, acciò che come questa notte è stata tua, ella ti sia mentre che viverai; in questa guisa tu puoi la tua pace e la mia salvezza racquistare. E dove non vogli così fare, racomanda l'anima tua a Dio».

Mentre che queste parole faceano, Giovanna, lassato la carne e svegliatasi e ricopertasi, incominciò fortemente a piangere e pregare il padre che a Giansone perdonasse; e dall'altra parte pregava Giansone che facesse quello che messer Gallo volea acciò che con sicurtà potesseno insieme di così fatte notti godere. A ciò non furon troppi prieghi di bisogno, perché da una parte la vergogna del fallo commisso e la voglia dell'amendare e da l'altra la paura della morte, oltra questo l'ardente amore e l'apetito del possedere la cosa amata, liberamente senza alcuno indugio li fecer dire sé essere aparecchiato a far ciò che messer Gallo volea. Per che messer Gallo fattosi prestare alla donna uno anello, quine, senza mutarsi, in presenza di loro sposò Giovanna. Il che fatto, messer Gallo e la donna partendosi disseno: «Riposatevi, che forsi magior bisogno n'avete che di levarvi».

E partiti, li giovani s'abracciarono: non essendo più di cinque miglia caminati di notte, et ancora tre avanti che si levassero caminorono, e feceno fine alla prima giornata. Poi levati, Giansone avuto più ordinato ragionamento con messer Gallo, a poghi dì apresso, come si convenìa, da capo in presenza dè' parenti sposò la giovana e con festa la menò a casa e fece onorevili nozze. E più tempo si denno piacere insieme.

Ex.° cxlviii.

CXLVIIII

La piacevole novella della malizia di Giovanna fe' contenta la brigata, e con tale novella si giunse di buon'ora a Piagenza lo sabato innanti cena. E posati in una loggia dell'albergo, il proposto disse a' religiosi che una bella cosa dicessero per contentamento della brigata. Loro presti dissero:

«Hami fortuna tanto misso al fondo,

che per questa cagione

non posso a questa andata far riparo.

Che chi vuol vivere con ragione al mondo

dé seguitar ragione,

che quanto buon più è giusto, più è caro.

Io non vo in questa andata come avaro,

ma perché più onore mi segue andare,

che qui, com'io sto, stare,

dispregio mia, per meglio finir, vita;

che chi non ha e non se ne progaccia,

non ha virtù né faccia.

Onde per questo fo da lei partita,

non curando che morte qui mi privi,

po' ch'io non seguo lo stil dè' gattivi».

Piaciuto al proposto il bel dire, per più consolazione della brigata comandò a' cantarelli che una canzonetta dicessero. Loro ubidenti dissero:

«Amor, tu sai ch'i' fui per te ferito

da una donna e non piansi tanto

ch'un pogo di pietà li desse vanto;

ond'io, veggendo lei non voler patti

di me scampar, fuggì le forze sue;

et or di nuovo un'altra co' suoi atti

mi vuol far suo com'io di questa fue.

Di ch'io per questo inganno sto tra due:

che di colei costei abbia apetito

temo e non ne so pigliar partito».

Livro la canzonetta, l'ora della cena venuta, l'acqua data alle mani e posti a mensa, cenarono, e senz'altro dire se n'andarono a dormire e fine alla mattina che levati furono si posarono.

<E levati>, il proposto voltatosi a l'altore disse che d'una bella novella contentasse la brigata fine che giunti seranno alla città di Lodi. L'altore presto a ubidire, rivoltatosi alla brigata disse: «A voi, omini da pogo e pogo intendenti, li quali del vituperio fatto delle donne vostre innella vostra presenza multiplicando vergogna disponete le vostre menti, ad exemplo dirò una novella incominciando in questo modo, cioè:

DE SUBITO AMORE ACCENSO IN MULIERE

In Firenze, di una giovana dè' Berlinghieri nomata Agata

maritata a un ostieri da Montevarchi.

Nella città di Firenze (innella quale n'ha molta abondanzia) fu presa per donna una giovana dè' Berlinghieri nomata Agata, piacevole e bellissima, da uno giovano ostieri da Montevarchi ricco e pogo pratico del mondo, nomato Fasino. E quella condutta, com'è d'usanza, alla sua abitagione al lato al suo albergo del Cavalletto, e quine fatto bella festa di nozze, alla cui festa molti fiorentini et altri pisani funno, dandosi piacere; infra li altri che quine fusse invitato fu uno giovano bellissimo et ardito di Montevarchi, nomato Biliotto Palmerini, di gran parentado. Il quale essendo alla ditta festa e vedendo Agata sposa tanto piacevole e bella e di belli costumi, piacendoli forte, di lei s'inamorò pensando dovere a Fasino tollere fatica e di lei prendere sollazzo; e questo pensieri il preditto Biliotto si fermò innel cuore.

E per potere con lei prendere domestichezza, il giorno della festa acostandoseli la cominciò a domandare se la terra li piace. La giovana disse: «Per quello che io posso comprendere, Firenza è molto magiore, ma ben credo che del tanto questa terra sia assai bella; ma io non so come ci ha di giovani con cui le giovane alle volte si possino prender piacere, però che a Firenza se ne trovano assai di quelli che non stanno contenti di stare di sopra alle giovane, ma dilettansi assai bene che noi giovane di sopra montiamo. E posto che io a tali atti ancora trovata non mi sia, n'ho tante vedute et ellino a me l'hanno ditto, che è una dolcezza pure a udirlo, non che a farlo. E di vero, poi che la magior parte delle miei vicine tegnono tali modi, arei auto a caro prima chequi venuta io fussi d'averlo provato, e massimamente con di quelli forestieri che in Firenze vegnono, li quali alle volte si dilettano di trovarsi colle nostre pari innelli alberghi. E considerato che il mio marito Fasino tiene albergo, fui assai contenta d'essermi a lui maritata sperando potermi saziar di quello che le miei <vicine> di Firenza si saziano».

Biliotto, che ode tanto simplicimente parlare e con tanta purità, venutali innel cuore doppiamente, cominciò a dire: «Agata giovana, che pari una stella, la quale infine avale m'obligo che ti potrai in questa terra meglio contentare che se in Firenze stata fussi, però che Fasino tuo marito te ne farà ben contenta. E quando lui, per affanno che portato avesse < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . >, a l'albergo io per amor che io li porto te ne contenterò in forma che come ti piacerà m'aconcerò. E pertanto, prendi piacere, che quello che a Firenza molte fanno, tu sola farai». E questo ditto, la prese per mano et una danza faccendo, Agata, che già era fatta certa d'esser contenta, stava baldanzosa; né miga parea lei essere novella sposa, ma come se più tempo in Montevarchi stata fusse si dava piacere ballando e cantando alla fiorentina tanto che presso alla cena s'acostava.

E restate le danze è' canti e postosi a sedere faccendo collazione di vini e confetti, Biliotto acostatosi a Agata sposa dicendo: «Se mai amai persona del mondo, io amo voi, cara perla!», Agata, ch'è già riscaldata d'amore e per lo ballare e per le confezioni, riguardando Biliotto li disse: «Per certo a me pare che le parole che dite omai m'abiano fatto Firenza domenticare, e parmi mille anni che io possa il passato ragionamento metter in effetto». Biliotto, che più di prima se ne infiamma, disse: «La sperienza farà l'arte!».

E mentre che tali parole diceano, le taule poste, dato l'acqua a le mani, li stormenti sonando, le donne colla sposa messi a taula e simile li omini, Beliotto messo a servire lo taglieri della sposa, e con piacere cenarono; e dapoi prese le danze, fino a mezzanotte si danzò; e, come d'usanza, la sposa e lo sposo messi a letto, fenno quello ch'è d'usanza far si dé. La sposa, che assagiato ebbe quel fatto, parendoli assai buono boccone quello del marito, nondimeno per mutar pasto disiderava mangiare dell'altre vivande. E levatosi contenta la mattina e simile lo sposo, intendendo alla festa, e fine all'ora del desnare si steono, tanto che desnato si fu. E poi prese le danze, Biliotto la sposa per la mano prese e, fatto la sua danza, con lei si puose a sedere.

Et avuto agio da parte di potere insieme ragionare, Agata disse: «Per certo ora non saperei dir male alle donne fiorentine se quel fatto che ieri ti ragionai fanno volentieri, che di vero quello che stanotte il mio marito fatto m'ha è stato di tanto piacere che penso altro piacere non debbia essere. E ben credo che assai pogo sia stato quello che fatto m'ha a rispetto che altri farebe e che io sosterrei, come mi pare che le fiorentine stiano più tosto contente a molti che a uno». Biliotto dice: «Per certo, Agata, tu parli per bocca dello Spirito Santo, tanto hai ben ditto! Ma non dottare: come ieri ti dissi, così oggi ti rafermo che quello che Fasino far non potrà, io tel farò io». Agata lietamente risponde: «Et io a cotesto mi fido». E così passò più giorni tal festa, sempre ritrovandosi Biliotto a parlare con lei da parte.

Divenne che, passato molti giorni e la festa restata, Fasino per alcuni suoi fatti andato verso Arezzo per alquanti dì, Biliotto, ciò sentendo, con Agata di notte si trovò dove moltissime volte con lei prese piacere d'altro modo e con più forza che Fasino fatto non avea. Di che Agata disse: «Per certo, Biliotto, buono è stato pensato, e vo' che di continuo noi tal mestieri facciamo. E posto che Fasino sia in Montevarchi, non si lassi però il nostro piacere». Biliotto, che li pare esser aventurato di costei, quanto potea s'ingegnava di mangiare del buono e simile di bere per potere Agata contentare. E posto che tal pensieri facesse, mentre che ella si contentasse più elli di ciò si dimostrava contento. E questa maniera tennero molti mesi.

Divenne, un giorno del mese di magio, che Biliotto, essendo molto stanco per lo molto avere Agata cavalcata e non potendo alla sua volontà seguire, avendosi fatto intra loro in una sala — innella quale per Fasino non s'abitava — uno letto in terra, Agata ricordatasi che le donne fiorentine quando li amanti loro sono stracchi elino di sopra montano, e venutoli tale ricordanza, avendo auto da Biliotto il giorno iiii piumate, disse: «Biliotto, omai è tempo che io t'aiuti». E fattolo stare di sotto, Agata di sopra montata, e di vantagio colli speroni speronava tanto che una lega caminò. Et avendo buon vento, la ditta Agata pur cavalcando e di sopra stando menando i mantrici perché il vento non mancasse, intanto Fasino venendo su per la scala e guardando in sala vidde Agata a dosso a Biliotto e menando il culo e percotendo Biliotto e quasi essendo in sul fornire sua giornata. Fasino disse: «O Agata, che è quello che tu fai? Or non sai tu chi è cotesto che tieni di sotto?» Biliotto et Agata, sentito Fasino, movendosi, Fasino per paura scese la scala e, preso l'arme, non ardiva della casa uscire. Agata levata, Biliotto similmente e, messosi suoi arnesi, per la scala dirieto se ne uscì.

E pogo stante sentìo che Fasino armato stava <spettando> li parenti di Biliotto. E li altri vicini domandando Fasino qual fusse la cagione perché armato stava, lui disse: «Io temo di Biliotto che non m'ofenda, per alcuna ingiuria che Agata mia donna l'ha fatto. E pertanto, se a me vuol perdonare, prenda che vendetta vuole che io abbia e serà fatto». Coloro dissero: «O che ingiuria ha potuto la tua Agata a Biliotto fare?» Lui disse: «Io l'ho veduto coll'occhio che ella malamente l'avea di sotto e percotevalo col culo in forma che io non so come non lo ruppe tutto. E pertanto, fine che Biliotto di Agata non fa vendetta, io mai di lui non mi fidròe: ma vendichisi di lei (e di questo vo' io esser certo) e poserò l'arme e come amico lo terrò». Coloro, acortisi del fatto, a Biliotto disseno l'ambasciata. Biliotto, mostrandosi nuovo, fe' vista di non udire; e pur loro rafermandoli la cosa, lui disse esser contento di fare quello che Fasino volea pur che la donna serà contenta. Coloro tornati a Fasino e contandoli come Biliotto era contento di far quello volea ma che la donna stesse contenta a sofferire i colpi che ella a lui dati avea, Fasino presto rispuose: «A mal suo grado converrà ch'ella si segni!»

Et andatosene <a> Agata, disse: «Donna mia, tu sai quanto t'amo e quanto piacere mi dai quando teco mi trovo, e penso che mi vuoi più tosto vivo che morto. E però io vo' che Biliotto si vendichi di te dell'oltragio che fatto l'hai anzi che me uccida». La donna disse: «Marito e cuor del mio corpo, per tuo amore farò tutto». E fatto venire Biliotto, la donna gittatasi in sul letto riverta et i panni alzati, Biliotto disse a Fasino che di sotto stesse et anoverasse i colpi che lui a Agata darè', e quando li paresse che fusseno tanti che sodisfacessero a quelli d'Agata: «Allora verrai suso et io più per quella volta non ne li darò». Fasino contento andò sotto il solaio.

Biliotto, che altro non chiedea che ritrovarsi con Agata et Agata con lui, prima che di sul corpo di Agata si levasse, du' volte forniron loro piacere. E dati alquanti colpi oltra le ii volte, Fasino anomerandoli disse: «Omai penso seranno tanti che arà Biliotto vendicatosi d'Agata». E montato la scala, vidde Biliotto a dosso Agata che fornìa la terza volta, e disseli: «Biliotto, per mio amore danneli più tre». Agata e Biliotto che ciò odeno, avendo presto la loro piumata, Agata quella ritenne per modo che lè' in quel punto ridendo ingravidò.

Fasino, ciò vedendo, scese la scala, e disarmato, fe' del vino e dè' confetti aparecchiare, e con quelli mezzani se n'andarono in sala dove trovonno Biliotto et Agata levati e ragionavano del sentirsi essere ingravidata. E giunto Fasino col vino è' confetti volse che pace facessero. E baciati in bocca alla loro presenza, beveno confortati, né fra loro fu guerra, ma di continuo Biliotto et Agata spesso trovandosi e tanto dimorò il loro sollazzo quanto la natura de l'uno e dell'altro potéo durare fine alla morte. E perché ridendo Agata concepìo di Biliotto uno fanciullo, nascendo li puoseno nome il Belriso. E così seguiro goder loro gioventù e Fasino colla sua simplicità si morìo.

Ex.° cxviiii.

CL

L>a brigata ridenti con la bella novella giunseno a Lodi là u' la domenica funno bene aparecchiati, et in uno giardino il proposto fe' bene aparecchiare per la cena. E prima che a cenar si ponesseno, piacque al proposto che li religiosi cantassero di belle moralità <a> la brigata. Loro presti disseno:

«Io sono un pellegrin che non ha posa

faccendo il mio viaggio

come fa ciascun che va com'io.

E vedi a me quant'era cieca cosa,

che son caduto e caggio,

andato et ito, e ciò metrà in obrìo

perché le cose in me poter più ch'io.

Come terreno mi mostrò signoria

superbia in questa via,

sì che innel maginare mi fe' signore;

poi viddi esser mortale e dissi a lei:

— Doman la lasserei —;

ond'io mi svolsi e volsimi al magiore,

e tempero la voglia e non m'adiro

nella mia aversità quando ti miro».

Volendo il proposto ancora alla brigata dar diletto, comandò a' cantarelli che una canzonetta dicessero. Loro presti a ubidire disseno:

«O donne, d'una pietosa cerco donna,

che in amar <savia sia>

per por la vita al suo servigio mia.

Temo me porre donna vana a servire

perché star non vi può amor celato,

ma fa di sé e di chi l'ama dire

il mal più tosto assai che sia pensato.

Guardo voler amando esser amato

da tal che per follia

buona ventura non mi cangi in ria».

Le donne ciò udendo, lodando il bel ditto, essendo l'ora della cena e l'acqua data alle mani e posto a mensa, cenarono, e dapoi fatto fare alcune danze colli stormenti fine che l'ora fu d'andare a dormire, dove fine alla mattina dormirono.

E levati, il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che giunti seranno a Parma. Lui presto a ubidire disse: «A voi, omini sì da pogo che dalle vostre donne sete beffati, et a voi, donne che pensate ogni volta beffare i vostri mariti: se mal alcuna volta v'aviene l'avete meritato. Ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE NOVO LUDO

Innel contado di Firenze, in una villa chiamata Staggia, <fu> una donna

nomata Ancroia, moglie di un Tomeo molto divoto di <san> Martino.

L>aldevile proposto, voi, cari e venerabili religiosi, è' m'ocorre innella mente di dire una novella la quale penso che alle donne sarà assai pogo a grado (anco a de li altri, che per tal novella si potrà comprender la cosa). E' fu nel contado di Firenze, in una villa chiamata Staggia fuora delle mura, una donna nomata Ancroia, moglie d'uno nomato Tomeo molto divoto di san Martino. Il qual Tomeo ogn'anno per reverenza di san Martino molti poveri acettava, seco tenea; e questo non mancava mai. E ben che ad Ancroia sua moglie molto tal atto dispiacesse, nientedimeno tale divozione il ditto Tomeo facea.

Avea questa sua donna ancora tanto la caldezza del culo che, non parendoli sofficente il marito, con de li altri tale caldezza temperava. E più volte il marito acortosene, dispiacendoli, di parole l'amaestrava e niente valea. Pur un giorno ella, fingendosi di volere il marito contentare, disse: «O Tomeo marito mio, io cognosco che 'l fallo che fine a qui ho fatto è stato molto più che non si conviene a una mia pari; e pertanto ti prego che mi perdoni e troverai che più non vi cadrò». Tomeo contento di tal parlare disse: «Donna, omai fa quello ti piace, che io sarò contento». La donna, avendo dato la caparra al marito, pensò potere la sua mercantia bene spacciare.

E spiato d'alcuna sua vicina non meno trista di lei come i' loro prete era fornito di sotto a massarizia, fulle ditto che alla catelana potea in ogni buona terra comparire. Avea questo prete nome il prete da Codiponte nomato Frastaglia. La donna lieta di tal prete, il più tosto che potéo co' lui con un bel modo s'adomesticò e <per> quella mezana che molti di quel vicinato provato avea, e l'Ancroia <il prete> provò; e parendoli buono, con lui spesso si trovava con fare cene e desnari, li quali col prete si godea e del marito niente curava.

Tomeo, che la sua divozione dè' poveri per amor di san Martino non lassava, essendo venuto la vigilia et avendo comprato di molta carne et alla donna data che quella cocesse per dare a' poveri per l'amor di san Martino; lei dicendo che tal carne non cocerè', e più, che in tal die non si troverè' in casa e se lui volea cuocere la cocesse e di lei per quel giorno non facesse menzione; Tomeo, non potendo altro fare, la mattina levatosi per tempo e la carne cotta e messa da parte e fuora andato per quelli poveri che a mangiare era uso di tenere; la donna, come vidde Tomeo fuora uscito, preso un fiasco del buon vino, una tovagliuola, alquanti pani e della carne cotta per Tomeo, et al prete Frastaglia se n'andò e con lui si diè tutto quel giorno piacere, pascendosi di carne cruda e carne cotta per ii bocche; e perché non li mancasse la provenda, la notte simile col prete si rimase.

Tomeo, avuto i poveri e fatto loro sommo onore, doppo desnare li racomandò a Dio dicendo loro che pregassero san Martino che li desse buoni ricolti. La mattina madonna Ancroia, tornata a casa, cominciò a gridare dicendo: «Or così fa, Tomeo, consuma e baratta quello che noi abiamo e vederai se san Martino ti riempierà la botte e l'arca del grano!» Tomeo disse: «Donna, tuoi peccati m'induceno a ciò fare». La donna disse: «Lavora col tuo, et io quanto potrò lavorerò col mio». Et in tal maniera venne l'ora del desnare; e desnati, Tomeo prese suoi ferri et alla vigna n'andò.

E pogo stante a lui aparve uno in forma di lavoratore, dicendoli se lui volea tenere a lavorare. Tomeo, che d'un tale avea bisogno, disse: «Sì, ma io voglio sapere a che pregio vuoi meco stare». Disse i' lavoratore: «Io non voglio altro che le spese, ma ben ti dico che quando fusse maltempo io non vo' lavorare; et ogni altro dì lavorar voglio salvo le domeniche». Disse Tomeo: «Et io sono contento, ma io non voglio che il dì di san Martino lavori». Colui disse che era contento e che volea con lui stare tanto quanto la moglie mutasse linguaggio. Tomeo contento della buona ventura venutali dinanti, e fatto il mercato, a casa lo menò.

La donna, che questo vede, pensando non potere il prete a sua posta menare in casa, disse al marito: «Or ben tel dico io che vuoi quel pogo che ci è consumare! Ma tanto ti dico che mentre che costui terrai, io a' lavoro non enterrò, né anco non voglio ch'è' in casa solo rimagna senza te». Tomeo dice esser contento. E venuto la mattina, Tomeo e quello lavoratore andonno al lavoro, e secondo che gli altri lavoratori faceano, a Tomeo parve colui aver lavorato iiii cotanti, tenendosi ricco se tale dimora seco uno anno.

E passato più giorni et avendo quasi tutto il suo terreno lavorato, una mattina molto piovendo, lo lavoratore si mosse et andò al campo a lavorare. Tomeo dice che non vi vada perché è maltempo. Lo lavoratore dice che a lui è assai buon tempo, e quine tutto 'l giorno lavorò; e se di prima avea fatto per iiii, il giorno multiplicò sua forza. Tomeo loda Idio di tal ventura. E passato alcuna stimana, essendo vento, Tomeo andò a lavorare; lo giovano ristatosi in casa dicendo a Tomeo: «Oggi è maltempo per me, io vo' stare in casa »,  Tomeo lieto lui solo a' lavoro n'andò.

La donna, che di continuo col prete Frastaglia si coricava, il giorno avea ordinato che a lei venisse. E parendo alla donna che molto <indugiava>, non sapendo che 'l giovano lavoratore in casa fusse, avendo messo prima a fuoco una gallina con un pezzo di salsiccia e quella già cotta, si mosse di casa. Et andando per una via al prete, e 'l prete venendo per un'altra fu giunto a casa, dove il giovano, chiuso l'uscio, dentro stava. E per uno pertuso, che spesso il prete avea già incavigliata Ancroia, picchiando e chiamandola, il giovano, mutato voce, in modo d'Ancroia disse: «O sere, voi al presente entrar non potete però che ci è i' lavoratore che è venuto per lo desnare, ma prima che vi partiate forniamo nostra imbasciata a l'usato modo». Lo prete, messosi mano al pasturale, credendo fusse la donna, di buona misura ne fe' partifici il giovano. Lui con uno cortello quella giusta misura tagliò e niente al prete ne rimase, e di pena quasi morìo. E tenendosi ingannato dalla donna, per non esservi trovato et anco per la pena, quanto potéo così sanguinoso alla sua calonica n'andò et innel letto si gittò. Lo giovano, tratto la salsiccia dalla pentora e quella salsiccia del prete messavi, si nascose.

E come la donna non trovò il prete a casa, pensò lui esser a casa venuto: e ratta si mosse e ritornò a casa pensando lui trovare. Et entrata in casa e veduto il prete non esservi, essendo l'ora del desnare, prese la gallina e la pentra et in una canestra la misse et a casa del prete la porta. E saglito la scala, il chierico disse alla donna che il sere avea male. La donna di ciò dolendosi disse al chierico dove fusse. Lo chierico rispuose: «In su' letto». La donna subito entrata in camera disse quello che volea dire il male che avea. Il prete disse: «Donna, quello tu vuoi». La donna, che niente di tal cosa sapea, disse: «Io ho aregato che noi godiamo». Et aperta la canestra, trasse quella gallina della pentra e quella salsiccia vestita. Lo prete, come vede quello che a culo più tempo portato avea, fra sé medesmo disse: «Ora costei vuole che io mangi cotto quello che ella centonaia di volte ha mangiato crudo». E senz'altro dire, le parve esser certo che la donna fusse stata quella che tal cosa tagliata avesse.

E chiamatala, disse: «O Ancroia, prima che io muoia io ti prego che mi consoli che alquanto la lingua tua mi metti in bocca, acciò che la dolcezza della tua bocca mi faccia sano». La donna lieta, sperando da lui aver ripiena la furia di sotto et anco per desiderio di baciarlo, lassato le vivande, al prete s'acostò e quanto più potéo la lingua li misse in bocca. Lo prete dicendole: «Amor mio, così com'io tutto il mio pasturale ti mettea, così ora tutta la lingua in bocca mi metti»; la donna isforzandosi di tutta metterla, il prete abracciandola che da lui partire non si possa, tenendola stretta, la lingua co' denti prese e quanto n'avea recise co' denti e innel viso li la sputò, dicendo: «Putana, ora sono vendicato del tagliare del mio membro! Et anco l'avei aregato acciò che io quello mangiasse!»

La donna, rivoltatasi e cognosciuto quello pincorale, non sapendo come <stato fusse tagliato> si volea scusare, ma per lo tagliar della lingua non potéo, e con pena ritornò a casa. Dove trovando Tomeo, disse lo giovano ch'è' con lui non potea più stare poi che la donna sua avea mutato favella, narrandoli tutto, e quello del prete e chi elli era.

E licenziato, si partìo dicendoli: «Così ripremia san Martino chi lui serve». Lo prete a poghi dì si morìo e l'Ancroia trista si visse a stento. E Tomeo ringraziò san Martino del buon servigio a lui fatto.

Ex.° cl.

CLI

 

Giunta la brigata colla dilettevole novella presso a vespro a Parma dove era aparecchiato di buone vivande per la cena, il proposto volendo alcun piacere disse a' religiosi che dicessero qualche bella cosa. Lo' presti dissero:

«Voi, giovan'idioti, pur seguite

questi diletti tristi

lusuriosi e della carne il zelo;

cercando i vizi le virtù fuggite,

e questi son li acquisti

che fan portar dinanzi a li occhi 'l velo.

Deh, volgetevi in su, mirate il cielo,

odiate le mortal cose terreste,

bramate le celeste,

che son più belle e non verranno meno;

e qui le cose con ragion usate,

però che ciò ch'amate

è corretibile, s'elli è ben terreno;

e col vizio venir non si dé in tempo,

che spesso manca all'operar il tempo».

Per udir più oltra bella canzonetta, il proposto comandò a' cantarelli che una ne dicessero e dapoi si cenasse. Lo' presti dissero:

«Amor, come farò, che ricoprire

non posso te né per cui ardi dire?

Che s'il dicesse i' torrei via l'onore

di me, d'onesto amare e di chi m'ama;

e s'io celo nel parlar quel c'ho nel core,

pur li occhi scuopreno l'amorosa brama.

Cuopri la infamia, acciò che costei fama

non perda, e noi non perda a te servire».

Udito il bel dire, le vivande cotte, dato l'acqua alle mani e posti a mensa, cenarono e dapoi colli stormenti e balli fine all'ora d'andare a dormire si preseno piacere. E dormito fine alla mattina, che levati furono, là u' il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che giunti seranno alla città di Reggio, l'altore presto disse: «A voi, omini che sotto atto d'alcuna parentela acquistata ingannate le donne, et a voi, donne condutte a far mal'e con parole dimostrate a' vostri mariti il bianco per lo nero, ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE INGANNO IN AMORE

Di Ranieri setaiuolo: di monna Antoniella sua donna

si fe' compare un Curradino per averla.

Piacevoli donne, è' m'occorre ora di dire una novella, la quale darà a voi alcuno piacere, perché naturalmente ve ne dilettate. E pertanto dico una novella in questo modo: che essendo innella città di Pisa uno giovano leggiadro e grande vagheggiatore nomato Curradino da San Savino, il quale amando una sua vicina nomata madonna Antoniella donna di Ranieri setaiuolo, assai bella donna, e non vedendo alcuno modo di poter con lei parlare senza sospetto di Ranieri né adomesticarse, essendo la ditta donna gravida si pensò di volersi far compare del ditto Ranieri; e non molte parole bisognò che fatto fu. Et essendo adunque Curadino di madonna Antoniella compare, non parendo che si disdicesse, dipoi alquanti dì il ditto Curradino narrò il suo pensieri a madonna  Antoniella. Et ella, che assai dinanti colli occhi velati avea tal pensieri cognosciuto, non molto si fece la ditta donna pregare: lassando il comparatico da l'uno dè' lati, ella con Curradino a nude carni giungendosi si davano piacere. E come giovani, quello che 'l marito facea in otto dì, Curradino con Antoniella facea in uno; per la qual cosa ella molto si contentava, lodando Idio che tal comparatico fatto avea.

E dimorando alquanto tempo in questa maniera, adivenne poi che 'l ditto Curradino andando a Bologna, in processo di tempo si fe' medico et a Pisa ritornò. E non credendo che madonna Antoniella di lui si ricordasse, tornato a casa e spogliato dè' suoi panni e rimaso come alcuna volta rimanea quando medico non era, saltando cantando e dandosi piacere, intanto che a madonna Antoniella venne innella mente quello che spessisime volte con Curradino, prima che medico fusse, fatto avea. E fingendosi di non ricordarsene, per più accenderlo a ritornare alla faccenda, un giorno, non essendo Ranieri in casa, lo chiamò sotto spezie di narrarli d'alcuna malatia. Maestro Curradino di buona fé se n'andò a lei, e mentre che a lei n'andava, ricordandosi dè' tratti che già fatti avea con monna Antoniella e del piacere preso, cominciando a ridere, tanto che con quello riso giunse a monna Antoniella.

E come ella ridere lo vidde, disse: «Per certo, maestro Curradino, io mi penso che il vostro ridere sia per alcuna cagione che a me simile riso dà». Maestro Curradino disse: «Se indovinate io vel dirò». Madonna Antoniella, non come colomba ma come gallo colla testa levata e colli occhi isfavillanti, colla lingua mordente disse: «Voi ridavate ricordandovi dè' piaceri che già presi insieme abiamo <e> il diletto che voi colla vostra comare Antoniella preso avete»; dicendo: «E simile io di tal diletto ebbi rimembranza, e dapoi mi venne alcuno battimento al cuore sperando che l'esser voi fatto medico non possiate più tali diletti prender meco come già faciavamo, e questo per ii cagioni: la prima per lo comaratico, la seconda perché penso chi torna da studio di quel fatto non si curi. Ma ben vi dico che se io avesse pensato che questo fusse adivenuto, prima che da me vi fusse partito me l'arei sì cavato la rabbia che fine a qui n'arei auto assai».

Maestro Curradino, odendo quello che la donna hae ditto, pensò lei aver voluntà di tornar al primo mestieri. E ben che avesse preso nome di medico non avea però mancato la sua possesione, anco più tosto se la sentìa crescere che parea che volesse dè' panni uscire. E rivoltosi a lei, disse: «Voi avete indivinato; e non pensate che perch'io sia fatto medico, che mi sia però mancato il volere e 'l potere, ma più volontà e più forza che di prima mi trovereste». «Oh», disse monna Antoniella, «oh, ritornereste a fare contenta la mia borsa colla vostra moneta, che sapete che vostra comare sono?»

E mentre che tali parole dicea, sempre s'acostava al lato al maestro. Lo maestro disse: «Or mi dite: chi è più parente del vostro figliuolo, o Ranieri <che> quello ingenerò, o io che lo ricolsi al battesmo?» La donna disse: «Ranieri». «Or bene, o Ranieri non vel fa? Se elli è più parente di me perché nol posso fare io come lui?» La donna disse: «Troppo meglio lo faciavate di lui; e dìcovi che se io avesse saputo sì bella ragione, il tempo che stato siete fuori io mi sarei fatto comare d'un simile a voi; ma ora che me n'avete fatta acorta, vi prego che mi contentiate, che vedete che tutta mi struggo pur parlandone». E presolo per la mano e datoli un bascio, né miga da lui si partìo che in volte volse che a lei compiacesse del suo. Maestro Curradino, lieto che senza molto pregare l'avea trovata ben disposta, fornitela tre volte, dando ordine tra loro di ritrovarsi spesso insieme, da lei prese cumiato. Lei rimase contenta.

E continuando spesso la mercantia, monna Antoniella e maestro Curradino dandosi sommo diletto insieme, divenne che un giorno di state essendo grande il caldo, monna Antoniella per prendere frescura con maestro Curradino lo fe' a una sua fante assai giovana chiamare, la quale l'opre che insieme teneano tutto sapea.

Et essendo innella camera insieme, avendosi in prima confortato con buoni confetti e vini e fatto la fante uscire di casa e rinchiusasi col maestro e 'l figliuolo piccolo in camera, si spogliarono e innel letto nudi insieme entrarono. E quine dandosi piacere tanto ch'è' una volta avea già scaricato la soma, e dando ordine di ricaricare la seconda volta, sopravenne Ranieri. E in casa entrato, la fante subito giunta alla camera disse: «O madonna, Ranieri viene su !»

La donna le disse: «Sta da parte, e secondo che a me sentirai dire, dirai». La fante si parte, Ranieri giunge alla camera e quella trova serata; e picchiando, la donna disse al maestro: «Oimè, ch'io sono morta et ora s'avederà elli della nostra demestichezza». Lo maestro, nudo, disse: «Voi dite vero, che se io fusse pur vestito qualche modo ci arebbe, che se voi li aprit'e ci troverà così, neuna scusa aremo». Disse la donna: «Or vi vestite, e rivestito che voi sarete vi regate in braccio il fanciullo et ascolterete ben ciò che io dirò sì che le vostre parole s'acordino colle miei; e lassate fare a me». Lo marito non avea ancor restato di chiamare, che la moglie rispuose: «Io vegno a te».

E levatasi, con buon viso se n'andò a l'uscio della camera, et apertala, in sull'uscio stando disse: «Marito mio, ben ti dico ch'è buon per noi che maestro Curradino andò a studio e che nostro compare si fece e che Dio cel mandò; che se mandato non ce l'avesse, noi aremmo oggi perduto il nostro fanciullo». Lo marito, udendo questo, sbigottito disse: «Come sta la cosa?» La moglie disse: «E' li venne dinanzi subito un male, se non che maestro Curradino ci venne e regòselo in collo e disse: — Comare, questi sono vermi che al cuore se li apressimano, et ucciderebenlo molto bene; ma non abiate paura che io li ociderò e faròli morire —. E (non) trovandoti la fante perché avessi ditto alcuno paternosso, fu di necessità qui chiuderci acciò che la balia entrar non ci potesse, che serè' stato pericolo del fanciullo. Et ancora il maestro l'ha in braccio e credo che non aspetti se non la fante che abbia ditto i paternossi, perché il fanciullo è tornato tutto in sé».

Lo marito credendo a queste cose, tanto l'afezione del fanciullo lo stringe che non puose la mente allo 'nganno fatto della moglie, ma, gittato uno grande sospiro, disse: «Io lo voglio andare a vedere». Disse la donna: «Non andare, che guasteresti ciò ch'è fatto; aspetta, ch'io voglio andare a vedere se andar vi puoi e chiameròti».

Maestro Curadino, che ogni cosa avea udito et a bell'agio rivestitosi et aveasi regato il fanciullo in braccio, com'ebbe disposto le cose a suo modo, chiamò: «O comare, non sento io costà il compare?» Rispuose Ranieri (o vuoi dire Ranocchio): «Messer sì». «Adunque», disse il maestro, «venite qua». Ranocchio andò là. A cui lo maestro disse: «Tenete il vostro figliuolo quine u' io non credei che a vespro fusse vivo; tenetelo sano e salvo e ringraziatene Idio». Il padre regatoselo in braccio non altramente che se della fossa l'avesse tratto, incominciòlo a baciare.

La fante, che con uno giovano s'avea preso piacere mentre che la donna col maestro si sollazzava, — non un paternosso ma forsi iiii n'avea ditti —, trasse in camera e disse: «Maestro Curradino, quelli iiii paternossi che mi poneste li ho ditti». A cui il maestro disse: «Sorella mia, tu hai la buona lena, et hai fatto bene, ch'io per me quando mio compare venne non avea ditto se non due scarsi; ma Idio, per la tua e mia fatica, ce n'ha fatto grazia».

Ranocchio fece venire di buon vino e confezioni et onoròe il suo compare e la donna e la fante. Et uscìo di casa, racomandandolo a Dio. E poi a segurtà la donna col maestro spessisime volte si ritrovò insieme né mai quel ranocchio se n'acorse.

Ex.° cli.

CLII

La malvagità della mala commare e la cattività del tristo compare diè piacere alla brigata, e con quella novella giunseno a Reggio assai di buon'ora, dove in uno giardino il proposto e la brigata si puoseno a sedere. E posti, disse a' religiosi che d'una moralità consolino la brigata. Loro presti disseno:

«Perché la gola ci notrica, e priva

d'ogni bene operare

chi segue lei, di lei comincio a dire:

e dico a te che mangi sì che viva,

non viver per mangiare,

ch'altro che cibo fa qui l'uom gradire.

Guarda chi fa di sé innel mondo dire

di cose che ne voli e duri fama,

quanto disprezza brama

di quel che 'l tempo suo in mangiar lo spende.

Ahi! quanto mè' si pasce chi digiuna,

se con virtù s'aduna,

che què' che ognora a ragunar intende!

Perché il pasto sostien un picol tempo,

ma chi ha virtù, in lui non muor mai tempo».

La bella moralità piacque a tutti; e perché l'ora della cena non era, lo proposto comandò che qualche rittimo per le cantarelle si dica, alto sì che ciascuno lo 'ntenda. Lor preste dissero:

«La fiera bestia che d'uman si ciba

pennis auratis volitum perquirit,

e sopra i talian questo preliba.

Di tutto 'l mondo signoria richiede

velut eius aspectu demonstratur

Ciest fiers <cimiers> et la fiamma qui m'ari:

sofrir m'estoit che son fier liopart,

sofrir m'estoit in gotrisach

sofrir m'estoit in sanderlich».

La divisa canzonetta cantata per li cantarelli diè molto diletto alla brigata e al proposto, molto contento che la sua brigata per lo caminare agiatamente avea imparato gramatica, lingua tedesca, franciosa et altre lingue; di che pensò con piacere riducer la brigata con allegrezza a Lucca. E fatto dare l'acqua alle mani e posti a mensa, cenarono, e dapoi con balli e canti fine a mezzanotte si denno piacere.

E dapoi andati a dormire fine alla mattina che levati funno, dove il proposto comandò a l'altore che una novella dica fine che giunti seranno alla città di Modona, l'altore presto a ubidire disse: «A voi, donne di cattiva condizione, le quali per adempiere il vostro desiderio vituperate voi e le vostre cose; e se alcuna volta ve ne viene male, l'avete ben meritato. Ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE MULIERE VOLUPTUOSA IN LIBIDINE

Di Popone mugnaio in Empoli, e di messer Veri dè'

Medici e della donna con Popone.

Vanissime donne, le quali desiderose siete di udire novella di sollazzo e di diletto, non vi meravigliate se ora io ve ne conterò una la quale serà di piacere, posto che di chi si parlerà si dirà il pogo provedimento che ella ebbe avendosi prima contentata, la qual per sua stultizia fu punita dell'erore.

Dicendo: innel contado di Firenza in una villa nomata Empoli fu un gentiluomo fiorentino dè' Medici nomato messer Veri, il quale — avendovi uno palagio et alquante possesioni fra le quali era uno molino innel quale tenendovi un mulinaro nomato Popone Soprano — avea, questo messer Veri, una bellissima donna nomata madonna Vezzosa de li Adimari, d'età di anni xxxvi. Et essendo il ditto messer Veri andato a suo diporto a Empoli e statovi colla donna sua più giorni e visitato le sue possessioni, del mese di agosto quasi all'uscita del mese, un giorno di domenica, madonna Vezzosa andando a spasso con alquante donne d'Empoli per la terra et a li orti e giardini fuori d'Empoli, e tornando per una via dove si tenea una taverna di vino a minuto innella quale erano alquante meretrici di pubblico e quine dandosi piacere tra loro, fu ragionato per l'una di loro all'altre, et alla presenza d'alquanti omini che quine beveano, in questo modo: «Ben vi dico che Popone molinaro di messer Veri è meglio fornito di sotto di pasturale che omo che mai trovasse; et hami sì sazia che per otto dì starò contenta». E questo dicea mentre che madonna Vezzosa co l'altre passava di quine; e tanto fu il dire alto, che madonna Vezzosa tutto sentì, e faccendo vista di non intendere passò via. Avendo innel cuore concetto tal parola, pensò tale pasturale provare lo più tosto potea e parendoli mille anni che a casa giunta fusse per potere il suo pensieri mettere in effetto.

E giunta a casa la sera, disse a messer Veri che volentieri andarè' a veder il molino: «Per vedere se la farina che 'l mugnaio macina ad altri è così trista come quella che dà a noi». Messer Veri, che sempre avea auto bella farina, disse: «Donna, tu sè' errata, però che il nostro mugnaio ci serve bene». La donna disse: «Per certo a me non pare esser mai da lui stata così ben servita come voi dite, ma se io veggo che a li altri non faccia meglio che a noi serò contenta». Messer Veri disse: «Fa ciò che ti piace». E datoli licenza, la donna la notte non potendo dormire imaginando quello che far volea, di che messer Veri disse: «Or che vuol dire, donna, che stanotte non dormi?» Ella disse: «Il caldo grande che mi pare che ci sia mi dà rincrescimento, e parmi mille anni che sia die che io mi possa alquanto bagnare i piedi innell'acqua del nostro molino». E così si passò la notte. E levata del letto, chiamò una sua fante, la qual più volte era stata con lei quando madonna Vezzosa si dava piacere con suoi amanti, e disse: «Prendi uno asciugatoio e vieni meco al molino».

E giunti al molino, dove Popone, per lo caldo non tenendo brachi, li pendea al ginocchio una carne che assai se ne potea ben contentare chi quella riponea; e sopragiunta la donna al molino, non essendovi altri che 'l mugnaio, la donna fatto stare di fuori la fante a l'uscio n'andò, e prima che 'l mugnaio s'acorgesse di lei, ella, entrata piano dentro, e quello pasturale colla mano dirieto l'aferra. Lo mugnaio sentitosi afferrare, subito voltatosi vidde ch'era madonna Vezzosa, a cui elli disse quello volea dire l'esser quine venuta e senza dire niente entrata dentro, perché, se <ditto avesse che> venir dovea, l'arè' trovato colle brachi, e che li perdonasse se così trovato l'avea. La donna, senza molto dire, disse: «Spacciati, che questa carne mi metti innella mia e per altro non ci sono venuta; e quello che di te intesi è vero». Lo mugnaio disse: «Deh, madonna, ditemi che avete inteso di me». La donna disse: «Che tu avei il più grande e grosso pasturale che altri di questo paese e che tu ne sazi le femine per otto dì. E pertanto briga tosto di farlo, e come n'hai altre sazie così ora me ne sazia». Et alzatasi i panni dirieto, lei si misse in sul palmento del molino. Popone, che avea il bastone ritto, gittatosi sopra di lei, prima che calasse le vele ii volte la fornìo. La donna, che disiderosa era di tal cosa, volse che la terza fornisse.

E mentre che la donna s'era partita di casa, messer Veri, immaginando lo subito apetito della donna <con volere> andare al molino, sapendo in che modo più volte lui trovato avea Popone, pensò: «Per certo potrebbe esser gatta». E montato a cavallo, verso il molino cavalca. Et essendo la donna per gittare con Popone la terza piumata, la fante, veduto messer Veri, subito se n'andò al molino dicendo: «Levate su, o madonna, che messer Veri è presso!» Lo mugnaio, subito levatoseli da dosso, per paura disse: «Come farò?» Avendo la camicia assai grande, la donna li disse: «Metti il tuo pasturale innella farina e me lassa uscire da quest'altro uscio, e senza che di niente ti dimostri, intendi al macinare». Lo mugnaio così fece, e la donna, uscita dirieto al molino, scalzatasi, co' pie innell'acqua si stava.

Messer Veri, che dalla lunga cognosce la fante esser sola di fuori dal molino e non vedendovi la donna sua, stimò col mugnaio dover essere. E fatto concetto di trovarli insieme, di trotto giunse al molino. E sceso, senz'altro dire entrò dentro. E vedendo il mugnaio alla tremogia, subito alzatoli la camicia li riguardò il pasturale. E vedutolo tutto infarinato, mottegiando disse: «Vorrestilo far friggere poi che sì 'nfarinato l'hai?» Lo mugnaio disse: «Deh, messer, pur co' motti! I miei pari con fatica lavorano quello che altri lavorar dé».

Messer Veri, senza più dire aperse l'uscio e la donna trovò che co' piedi innell'acqua si stava. Domandandola se avea tal caldo che così li bisogni di stare, la donna disse: «Per certo, marito mio, lo caldo che io hoe è sì grande, che pensare nol potreste, né miga è passato mezza ora che io avea una fiamma in sul petto che sì fortemente m'agravava, che se io non m'avesse alquanto scalzata e qui entrata, voi m'areste trovata in terra come morta. E dìcovi che a me pare che questo nostro mugnaio egualmente macina a noi come a li altri e più non me ne posso dolere; ma ben vi dico che mi pare che faccia sì mala massarizia della farina che molto ne dé perdere e tristamente gittar via, e voi sapete quanto si dé aver guardia ch'ella non si perda. E pertanto comandateli che della nostra almeno non consumi, che prima vorrei che quella che spande de l'altrui grano riserbasse a me che tristamente ad altri la desse».

Messer Veri, che ode una sottil loica, mostrando di non intendere disse: «O donna, per certo la buona farina si vuole dare a chi bene la riceve». Ella disse: «Veramente, marito mio, voi dite vero: e che sanno queste contadine che sia buona da cattiva farina, però che a loro pare così buono il pan del miglio come del grano? E noi che siamo in tutte cose esperte, non avendo buona farina non vi saprei far buon pane. E però comandateli che quella che a noi dé dare, dia pura e netta, e di ciò io ne serò ben consolata e tutto cognoscerò». E chiamatolo, disse: «O Popone, mugnaio del mio marito, io ti dico presente lui che buona farina serbi per noi e la gattiva dà a chi n'è uso di mangiare, però che noi non mangeremo di quella che questi contadini mangiano». Lo mugnaio, inteso il motto, disse: «Io mi sforzerò servirvi quanto a me serà possibile, ma ben vi prego che quando voi e 'l vostro marito voleste venire al molino, che d'un'ora dinanti mel mandiate a dire, acciò che io possa la buona farina a voi serbare». La donna disse al marito: «Per certo questo vostro mugnaio v'ama molto, che par vi voglia servire in fede e forsi non vuole che altri sappia quello che far vorrà». Messer Veri, che sempre li parea che la moglie avesse il mugnaio a dosso, disse: «Donna, è' mi piace: metteti le scarpe et innell'acqua più non t'affredare, che per questa mattina mi penso ti debbi esser assai contentata di stare inne l'acqua». La donna disse: «Voi dite il vero»; e messosi in piè, di buona voglia racomandò a Dio il mugnaio, dicendoli che altra volta a lui verrà per veder il molino.

E partitasi, con messer Veri e colla fante giunseno a Empoli, là u' era per lo desnare aparecchiato. E ben che messer Veri dimostrasse buona cera verso la donna, nientedimeno il sospetto non li uscìa del cuore, e pensoso fra sé immaginava come potesse la gatta giungere al laciuolo, <e> dicea: «Donna, per certo lo mugnaio sta assai bene in casa a massarizia». La donna disse: «Io me lo stimo, tanto lo veggo saccente; ma se a voi fi' in piacere, io ne sarò asai più certa che ora non sono». Messer Veri disse: «A tua <posta>, ma ben vo' che prima che là vadi, ordini che qui sia fatto desnare, che se non tornassi io possa ad agio desnare». La donna disse: «Marito mio, il vostro è buon pensato».

E non volendo la donna perdere tempo, da inde a poghi giorni si mosse colla fante e al molino n'andò, dove trovando Popone col pastural ritto volse che di buona voglia contentasse la sua guintana. E prima che di sul palcito si levasse, tre pizzicate dienno insieme <in> quelle disiate prese. E dapoi la donna levatasi, volendo più agio avere, pensando non esser da tale atto desta, con Popone in su uno letto si puose, dove Popone in sul corpo li montò né prima ne scese che la donna e lui ii volte fornirono loro imbasciata. E mentre che tale cosa faceano messer Veri venendo dall'altra parte, <la fante> disse: «O madonna, messer Veri viene di sopra!» La donna disse a Popone: «Tosto va e innell'acqua ti bagna e di quine non ti partire, et io a' molino me n'andrò». E pensando che il marito non volesse di lei far prova, si puose a sedere avendo una spatola in mano e spazzava la farina che raspava.

Messer Veri sopragiunto, entrato innel molino, vedendo la donna al molino colla spazzora in mano e guardando, non vedendo il mugnaio, disse ove fusse. La donna disse: «Sapendo che voi qui dovavate venire, lui con alcune suoi arti è ito innell'acqua per prendere alcuni pesci, et io perché voi fuste servito di ciò mi sono posta a fare macinare tanto ch'è' torni». Messer Veri, dirizzato l'occhio a' letto, vidde quine assai chiaro dover esser stata la donna sua. E voltatosi disse: «O donna, molto mandi le tuoi cose in ambandono». E mostratoli uno straccio col quale madonna Vezzosa se n'avea forbito la guintana, lei non sapendo altra scusa disse: «Deh, messer Veri, non vogliate vedere più oltra che vi bisogni, però che cotesto che trovato avete infine da casa ci adussi, e non avendo altro luogo dove io più mi contentasse di lassarlo, fu cotesto; né miga per questo non vi dovete corucciare». Messer Veri disse: «Donna, tu hai ragione». E chiamato il mugnaio, disse che a lui venisse.

Lo mugnaio, che tutto avea inteso, preso d'un suo luogo alcuni pesci, e tutto bagnato venne innel molino e disse: «O messer Veri, ecco di quelli pesci che qui si pigliano, ma ben vi dico che sono assai piccoli alla famiglia vostra». Messer Veri mostrandosi lieto quelli prese et alla donna disse che a desnare a Empoli s'andasse. La donna lieta, pensando che 'l marito niente avesse sospetto, con una canzonetta si mosse cantando colla sua fante, et a Empoli tornarono dove desnarono.

E mentre che desnarono sopravenne una léttora a messer Veri che subito fusse a Firenza per alcuno fatto stretto. Di che messer Veri, montato a cavallo et alla donna lassato la cura della casa, si partìo e più dì a Firenza si steo. E mentre ch'è' stava a Firenza, la donna col mugnaio ogni dì si trovava. Et era tanto multiplicato l'ardire che preso aveano, che la donna pogo si curava d'alcuna cosa, e sempre la fante seco menando.

Compiuto il servigio che messer Veri fare dovea a Firenze e licenziato, se ne venne a Empoli; e non trovandovi la moglie, stimò quello era, che col mugnaio si godesse. E senza farlo a persona asentire, come pellegrino si vestìo e con uno bordone in mano si mosse e caminò verso il molino, dove la fante di lui non prendea guardia. Et andando a fare alcuna faccenda, il ditto pellegrino sopragiungendo al molino, trovò madonna Vezzosa esser di sotto al mugnaio et il mugnaio di sopra, menando l'uno il molino e l'altra la tremogia tanto che la farina macinata fu. Messer Veri che dentro è intrato, vedendoli che di quine non si partìano ma di nuovo cominciavano la danza, non potendo più sostenere, con quello bordone percosse in sulla schiena il mugnaio per tal forza che passò lui e la donna. E senza apalesarsi, così infilzati li lassò e del molino se n'uscìo lassando il bordone et a Empoli tornò. Lo mugnaio e la donna che aitar non si puonno, misero alcuno grido. La fante tratta là e trovatoli morti, cominciò ella simile a gridare. Li vicini tratti, trovonno l'uno e l'altro morti abracciati con le cosce di ciascuno aparecchiate al servigio che fatto aveano. E saputosi a Empoli la morte della donna e del mugnaio, messer Veri, benedicendo chi di tal fatto era stato fattore e fattola sopellire assai tristamente, a Empoli si ritornò né mai si seppe che lui fatto l'avesse.

E per questo modo fu punita colei che di rabbia morìa.

Ex.° clii.

CLIII

C>olla novella di madonna Vezzosa giunse la brigata a Modona assai di buon'ora; e riduttasi in uno giardino, il proposto comandò a' religiosi che qualche cosa di piacere dicessero con bella moralità. Loro presti dissero:

«Dapoi ch'io sento sanctum e terribile

tra' salmi del salterio sì saltare,

in Roma remo non porìa vogare

la nuova nave ch'è cotanto oribile.

Jocundus homo che ama cum possibile

non par che voglia quel vogl'io, quel fare,

che fuora i ferri ch'è' farìa trottare

in sul trottiero el trattar ch'è 'nvisibile.

O Nerone, né rana né ranocchio

fu mai in fosso né in fesso né in buco,

che tu' nibbio n'abbi men festuco.

Dapoi che hai aperta la porta dell'occhio

a providenza, provedi anti tratto,

con ricco rocco darà' scacco matto.

Ben che Morocco con monarca si tegna,

non par che voglia quel veglio che vegna».

Le cantarelle, udendo il bel bisticcio ditto per li religiosi, chinate le ginocchia al proposto disseno che se li era in piacere loro direnno per risposta del ditto alcuna cosa. Lo proposto, che vede la volontà delle cantarelle, disse ch'era contento, e loro dissero:

«Se 'l serpente surponta ferocibile

con prava prova per forza ferza trare,

colli centurion centoriare,

che venno cum Venere sì curutibile;

Paladio paladian transibile

che Nimbratta cum Nembrot per non fare

la torre alla terra elli taramentare

per forza d'arme, si fit fortibile.

Quel malbrich ne becca de nosochio

ma sfalza e sfelza e sfilza col ferrucco

che più che lonza lenza lanza el verucco.

Se 'l turchio sel torchia col suo ferrochio,

vincer chi crede che croda è per me sfatto,

e perdere per dar vincer misfatto.

Se di sirocco saracco s'impregna,

di morte cruda darà dura insegna».

La brigata e 'l proposto, udita la dilettevole risposta, lodarono molto tali cantarelle. E venuta l'ora della cena, dato l'acqua alle mani e posti a mensa, cenarono, e dapoi prese alcune danze fine a l'<ora del> dormire danzarono.

E dapoi levati la mattina da dormire, il proposto voltatosi a l'altore <disse> che una novella assai lunga dica fine che giunti seranno ad Asti: «Che un pogo di lungi è al nostro camino». L'altore presto disse: «A voi, donne onestissime, le quali, per accidente che a voi avegna, dal bene adoperare non vi partite, ma ferme al ben fare l'animo vostro sta, io dirò una novella ad exemplo di voi e dell'altre che qui non sono, in questo modo, cioè:

DE MULIERE CONSTANTE

Del conte Artù, che prese donna a suo modo.

M>ansuete miei donne e voialtri li quali disiate onestà, per quello che mi paia vedere questa giornata serà molto grande e faticosa a caminare; e però, a cagione che io da voi troppo non mi scosti, vi ragionerò di uno conte, non così magnifico come a conte richiede ma più tosto un matto, posto che bene ne li avenisse. Dal quale consiglio che neuno ne prenda exemplo, che tutti i più se ne troverenno ingannati. E ben che la mia novella sia in similitudine d'una che messer Johanni Boccacci ne tocca innel suo libro, capitolo e, nondimeno questa fu altra, che, rade, se ne troverenno simili.

E però dico che essendo il conte di Ghellere — o volete dire duca — nomato il conte Artù, giovano e senza donna e senza figliuoli, e in neuna cosa il tempo suo spendea se non in giostre et in cacce et in ugellare, né di prendere moglie né aver figliuoli neuno pensieri <avea> (di che elli era da esser riputato molto savio se di moglie si sapea astenere). La qual cosa a' suoi sottoposti non piacendo, più volte lo pregarono che moglie prendesse aciò che senza eredi non rimanessero, offerendosi di trovarla tale e di sì fatto padre che buona speranza se ne potrebbe avere.

Ai quali il conte Artù rispuose: «Amici miei, voi mi stringete a quello che al tutto disposto m'era di mai non fare, considerando quanto grave cosa è a trovare donna che leale li sia e che a' suoi costumi si convegna; e quanto del contrario se ne trovi, ogni uno di voi pensi quanta n'è grande copia; e quanto dura vita sia quella di colui che ha donna non bene a sé convenente né leale. E a dire che voi mi crediate, vi dico che raguardiate a' costumi di quelle che oggi sono maritate et alle loro madri: e conciosiacosa che io sappia assai bene le condizioni di queste che volete dire esser gentili e d'alto parentado è' secreti delle loro madri, vi dico che neuna trovar ne potete che a me leale sia et a' miei costumi si confaccia. Ma poi che in queste catene vi piace legarmi, voglio esser contento, ma acciò che io non abbia a dolermi d'altrui che di me se mal mi venisse fatto, che io stesso ne voglio esser trovatore, notificandovi che quella che io ellegerò voglio come donna da voi sia onorata; e se altro per voi si facesse, proverete con grande vostra pena quanto a grado grave mi serà avere tolta moglie per vostri preghi». Ellino contenti diseno di onorarla e tenerla per donna pur che elli moglie prendesse.

Era al conte Artù gran pezza piaciuti i costumi d'una povera fanciulla, la quale essendo vedova rimasa d'uno suo marito e da lui auto una bella giovana non meno onesta che la madre, vicina del ditto conte, e parendoli bella assai, stimò con lei potesse e dovesse aver vita assai consolata; e però, senza più cercare, costei innell'animo suo prese di volere sposare. E fattosi la madre della giovana chiamare, con lei si convenne di torla per moglie. E questo fatto, il conte fece tutti suoi amici della contrada e del paese raunare e disse: «Amici miei, ell'è piaciuto che io tolla moglie, di ch'io mi sono disposto più per compiacere a voi che a me né per voglia che io n'abia; e sapete quello m'avete promesso, cioè d'esser contenti a onorarla come donna, qual fusse quella che io prendesse. E però, tempo è venuto che io sono per osservare a voi la promessa, e voglio che a me voi l'osserviate, ch'i' ho trovato una giovana secondo il cuor mio, assai presso di qui, la quale intendo di torla per moglie e di menarla tra qui e poghi dì a casa. E però, pensate che la festa delle nozze sia bella, e come voi onorevilmente la possiate ricevere acciò ch'io mi possa della vostra promessione contento chiamare, come voi della mia».

Li buoni omini tutti lieti rispuoseno che questo piacea loro, e fusse chi volesse, che per donna la voleano onorare in tutte cose. Apresso di questo si missero in assetto di fare grande e lieta festa, e <'l> somigliante fe' il conte, che fe' aparecchiare le nozze grandi e belle et invitare molti gentili omini da lungi e da presso. E oltra questo, fe' tagliare le più belle e ricche robbe a forma d'una giovana che somigliante fusse a quella che avea in pensieri di sposare; et oltra questo, anella, corona et altri gioielli, e tutto ciò che a una novella sposa si richiede.

E venuto il dì delle nozze, il conte in sulla mezza terza montò a cavallo, e ciascuno che a onorarlo era venuto, con lui; ogni cosa avendo ordinato, disse: «Signori, tempo è d'andare per la nuova sposa».

E missosi in via colla compagnia, pervennero alla villetta dove la giovana dimorava. E giunti alla casa della fanciulla e trovatala che tornava coll'acqua dalla fonte, ch'era tratta per andare con altre giovane a vedere venire la nuova sposa del conte, la quale come il conte la vidde la chiamò per nome dicendo: «Gostantina», e domandola dove la madre fusse. A cui ella vergognosamente rispuose: «Signor mio, ella è in casa che dice suoi orazioni». Allora il conte dismontato comandò a ciascuno che l'aspettassero, e solo entrò innell'aperta casa, dove trovò la madre di lei, che avea nome Santina, e dissele: «Io sono venuto a sposare Gostantina, ma prima da lei voglio sapere alcuna cosa in tua presenza». E domandandola se tollendola per moglie ella s'ingegnerebbe di compiacerli e di neuna cosa che facesse o dicesse non turbarsi mai, e se ella sarebbe obediente, e simili altre cose le disse, alle quali rispuose di sìe. Allora il conte, presala per mano, la menò fuori et in presenza di tutta la compagnia la fece spogliare nuda.

E fattosi venire i panni che fatto li avea fare, prestamente la fece vestire, e sopra li suoi capelli mal pettinati li fece metter una corona. Et apresso disse: «Signori, questa è colei ch'io voglio che sia mia moglie, dov'ela me voglia per marito». E poi a lei rivolto, che vergognosa stava, le disse: «Vuo'mi tu per marito?» A cui ella rispuose: «Signor mio, sìe». Allora prestamente il conte in presenza di tutti la sposò. E fattola mettere in su uno palafreno, a casa ne la menò dove furono le nozze belle e grandi come se presa avesse la figliuola dè' re di Francia.

La sposa giovana parve che co' panni insieme l'animo è' costumi mutasse. E così come bella era, era tanto piacevole e costumata che non figliuola di guardatori di buoi parea ma d'alcuno nobile signore, che facea meravigliare ogni persona che prima cognosciuta l'avesse; et oltra questo, tanto obediente al marito, che contento et apagato se ne tenea. E simigliantemente verso li suditi del marito era tanto graziosa, che nullo v'era che più che sé non l'amasse; che dove soleano dire che 'l conte avea fatto come pogo savio d'averla presa per moglie, dipoi disseno che lui era lo più savio uomo del mondo, perché neuno altro arè' mai saputo cognoscere l'alta vertù di costei nascosa sotto i poveri panni. In brieve, non solamente per tutto il suo ducato, ma per tutto altro paese seppe sì fare che se ragionava del suo valore.

Ella non fu guari stata col conte ch'ella ingravidò e parturì una fanciulla; di che il conte ne fece gran festa. Ma poco apresso il conte, mutato in un nuovo pensiero, cioè di voler con lunghezza di sperienza provare la pazienza di lei, primieramente la punse con parole, mostrandosi turbato, dicendo che i suoi omini non si contentavano di lei per la sua bassa condizione e della figliuola nata si dolevano. Le quali parole udendo, la donna senza mutare viso disse: «Signor mio, fate di me quello che voi credete che piaccia loro, ch'io serò contenta d'ogni cosa, perch'io non v'era degna di tanto onore al quale voi per vostra cortesia m'arecaste». E questa risposta fu al conte molto cara, cognoscendo costei non esser in superbia levata per onore che ricevuto avesse.

Poco tempo apresso, avendo con parole generali ditto alla moglie che i suditi non potevano quella fanciulla di lei nata patire, informò uno suo famigliare e mandòlo a lei. Il quale con assai dolente viso disse: «Madonna, io non voglio morire; a me conviene far ciò che 'l mio signore comanda. Elli m'ha comandato che io pigli questa vostra figliuola e che io...», e non disse più. La donna, udendo il parlare e vedendo il viso del famigliare, comprese che a costui fusse stato imposto che l'uccidesse; per che, prestamente presala della culla, abracciatola e benedettola, come che gran noia innel cuore sentisse, senza mutar viso in braccio la puose al famigliare, e disseli: «Fa compiutamente quello che 'l tuo e mio signore t'ha imposto, ma non la lassare per modo che le bestie la divorino, salvo s'elli tel comandasse». Il famigliare presa la fanciulla e fatto al conte sentire tutto ciò che la donna ditto avea, meravigliandosi della sua costanza lui con essa ne mandò a Parigi a una sua parente, pregandola che senza mai dire chi ella si fusse li l'alevasse.

Sopravenne apresso che la donna da capo ingravidò, et al tempo fece uno figliuolo maschio, il che carissimo fu al conte. E volendo più turbare la donna, con simile corruccio disse: «Donna, poi che tu questo fanciullo facesti, con miei uomini per neuna guisa posso vivere, sì duramente si lamentano che uno nipote di guardatore di vacche debbia loro signore rimanere. Di che io dubito, se io non ci voglio esser cacciato, che non mi convegna far quello che altra volta feci, et alla fine prendere un'altra moglie». La donna con paziente animo l'ascoltò e con alto senno rispuose: «Signor mio, pensate di contentar voi, e di me non abbiate alcuno pensieri, però che neuna cosa m'è cara se non quanto a voi sia in piacere».

E non doppo molti giorni, quello mandò che mandato avea per la fanciulla: mandò per lo fanciullo, e dimostrato d'averlo fatto uccidere, a Parigi lo mandò. Di che la donna altro viso né altre parole fece che della fanciulla fatte avesse. Di che il conte si meravigliò forte e seco afermava neuna altra femina questo poter fare; e se non che egli conoscea che molto la donna avea amati li figliuoli mentre che avuti li avea, arè' creduto il conte che ella non se ne fusse curata d'averne. Et i suditi suoi, credendo che il conte avesse fatto uccider li figliuoli, lo biasmonno et alla donna aveano grandissima compassione. Et ella colle donne che con lei si dolevano non disse mai altro se non che quello piacea a lei che a colui che ingenerati li avea.

Et essendo più anni passati dalla nattività del figliuolo, parendo tempo al conte di fare l'ultima prova di costei, con molti dè' suoi disse che per neuna cosa piùe sofferire <potea> d'aver per moglie Costantina, perché cognoscea che male avea fatto ad averla presa; per che a suo poter volea col papa procacciare che dispensasse che un'altra donna prendere potesse. Di che dai suoi buoni omini fu molto ripreso, e lui ad altro non rispuose se non che convenìa che cosìe fusse. La donna, sentendo queste cose e parendole di dover sperare tornare a casa a guardare le vacche e vedere a un'altra tener colui a cui ella volea tutto il suo bene, forte si dolse, ma pure come l'altre ingiurie dalla fortuna avea sostenute, così con fermo viso si dispuose a questo sostenere.

E non molto tempo passò che il conte fe' venire lèttore contrafatte da Roma e fece vedere a' suoi suditi che 'l papa avea dispensato che potesse prendere altra moglie e lassare Costantina. E fattasela davanti venire, le disse: «Donna, per concessione fatta dal papa posso torre un'altra donna e lassar te; in però che i miei passati sono stati gentili omini e signori di queste contrade è' tuoi sono lavoratori, non intendo che tu più mia moglie sia ma che alla tua madre te ne torni con quella dota che tu recasti, et io ne torrò un'altra che a me sì come gentile si converrà».

La donna, udendo queste parole, non senza grandissima fatica oltra alla natura delle femmine ritenne le lagrime e rispuose: «Signor mio, io cognovi sempre la mia bassa condizione alla vostra nobiltà non convenirsi; quello che io sono stata con voi, da Dio e da voi lo cognosceva, né mai come mio lo tenni ma come cosa prestata a me. Ora vi piace di rivolerla e comandatemi che quella dota che aregai io men porti; alla quale né a voi pagatore né a me la borsa bisognerà né somiero, perché non m'è uscito di mente che nuda m'aveste. E se voi giudicate che onesto sia che quello corpo col quale io di voi ho du' figliuoli portati e governati sia lodato, io me ne andrò nuda; ma io vi prego, in premio della mia verginità ch'io vi regai, che non ne la porto, che almeno una camicia sopra la mia dota vi piaccia che io portar ne possa». Il conte, che magior voglia avea di pianger che d'altro, stando pur col viso alto disse: «E tu una camicia ne porta».

Ma quanti d'intorno erano lo pregavano che una robba le donasse acciò che non fusse veduta, colei che xiii anni con lui sua moglie era stata, così in camicia poveramente uscirne; ma in vano pregarono. Di che la donna, in camicia e scalza e senza nulla in capo, alla madre piangendo tornò. La madre, che non avea mai potuto credere che 'l conte l'abandonasse, vedendola nuda, li panni che serbati li avea li misse. Et <a'> piccioli servigi della materna casa si diede, con forte animo sostenendo il forte asalto fattole dalla nimica fortuna.

Come il conte ebbe questo fatto, così fece credere a' suoi che avea presa per moglie una figliuola del duga di Borgogna. E faccendo aparecchiare le nozze, mandò per Costantina che a lui venisse; la quale venuta, disse: «Io meno questa donna che io ho tolta et intendo in questa sua venuta d'onorarla. Perché tu sai che io non ho in casa donne che mi sapiano aconciare le camere, e però tu meglio che altra sai queste cose di casa, metti in ordine quello che bisogna e fa invitare quelle donne che ti pare e ricevile come se donna fussi della casa; e poi ti potrai tornare a casa tua quando fieno fatte le nozze». Come che queste parole fusseno coltella al cuore di Gostantina, come colei che non avea dimenticato l'amor che li volea rispuose: «Signor mio, io sono presta».

Et entrata co' suoi grossi pannicelli in quella casa della quale poco dinanti n'era uscita in camicia, cominciò a spazzare la camera et a ponere i capoletti per le sale et a fare aprestare la cucina et ogn'altra cosa come se una piccioletta fante stata fusse, né mai ristette che ogni cosa ella aconciò quanto si convenia. Et apresso questo, fatto invitare le donne della contrada, et aspettava la festa. E venuto il giorno delle nozze, come che i panni avesse poveri, con amichevile donnesco modo ricolse tutte le donne.

Il conte, che diligentemente avea fatti alevare li figliuoli a Parigi in casa della sua parente, essendo già la fanciulla di xii anni e la più bella cosa del mondo — il fanciullo avea viii anni —, il conte mandò a Parigi alla parente sua che li piacesse di venire a sollazzo con questa sua figliuola e figliuolo, e che menasse bella et onorevile compagna et a tutti dicesse che costei per sua moglie li menasse, et altramente non dicesse chi ella fusse. La gentil donna fatto secondo che 'l conte li scrisse, entrata in camino, dipo alquanti dì colla giovana e col fanciullo, con onorevile compagnia in su l'ora del desnare giunse innella terra del conte dove tutti i paesani trovò che atendeano questa novella sposa. La quale dalle donne riceuta nella sua sala, venuta Gostantina, così com'el'era se li fece incontra dicendo: «Ben vegna la mia donna!» Le donne che molto aveano pregato il conte in vano che facesse stare Gostantina in una camera o che una delle suoi robbe li prestasse acciò che così non andasse innanti a' suo' forestieri, le taule messe e cominciato a servire le donne, la fanciulla era guardata da ciascuno; e dicevano che il conte avea fatto buono cambio, ma tra l'altre lodavano Gostantina.

Il conte, a cui chiaro parea aver veduto quello che disiderava della pazienza della sua donna e vegendo che di niente la novità delle cose si cambiava, essendo certo per mentacagine non avenire perché savia molto la cognoscea, li parve tempo di doverla trare di quella amaritudine la quale stimava che sotto il forte viso nascoso tenesse. Per che, fattasela chiamare, in presenzia d'ognuno soridendo disse: «Gostantina, che ti pare della nostra sposa?» «Signor mio», disse ella, «a me ne pare molto bene, che se così è savia com'ella è bella — che lo credo —, non dubito che voi abiate a vivere lo più consolato signore del mondo. Ma quanto posso vi prego che le punture che all'altra vostra moglie che fu deste, non diate a costei, perché non le potrebbe sostenere, sì perché più giovana e sì perché è <in> dilicatezze alevata, dove l'altra colle continue fatiche fine da picciolina cresciuta era».

Il conte, veggendo che fermamente credea costei dovere esser sua moglie né però in alcuna cosa meno che bene parlava, la fece a lato suo sedere e disse: «O Gostantina, tempo è omai che tu senta frutto della tua lunga pazienza e che coloro che me hanno riputato crudele e bestiale cognoscano che ciò ch'i' ho fatto facea a buon fine, a prova volendo a te insegnare d'esser moglie et a loro di saperla torre e tenere, et a me parturire perpetuo contentamento teco; il che, quando venni a prendere moglie, gran paura ebbi che non m'intervenisse, et in però per prova pigliare, in quanti modi tu sai ti promissi. E perch'io non mi sono mai acorto che neuno modo dal mio piacere partita ti sii, parendo a me di te quella consolazione ch'io desiderava avere, intendo di rendere a te in una volta ciò ch'io in molte ti tolsi e con somma dolcezza ristorare le punture che io ti diedi. Et in però prendi con lieto animo questa che tu mia sposa credi che sia e il suo fratello, che sono i nostri ii figliuoli i quali tu con molti altri lungo tempo avete creduto che io avesse fatti uccidere. Et io sono il tuo marito che sopr'ogni altra cosa t'amo, credendomi poter dar vanto che neuno altro di sua donna quant'io si possa contentare». E così ditto l'abracciò e baciò e co' lei insieme, che d'allegrezza piangea, n'andarono dove la figliuola sedea; et abraciatola teneramente et altresì il fratello, lui e molti che quine erano sgannarono.

Le donne lietissime, levate da taula, con Gostantina n'andarono e con migliore agurio trattili i suoi panni, d'una nobile robba delle suoi la vestirono, e come donna, la quale nelli stracci parea, la rimenarono nobilmente vestita. E quine fattosi co' figliuoli meravigliosa festa in sollazzi e motti, giudicarono il conte savissimo e sopra tutti tennero Gostantina savissima. Lo conte, levata la madre di Gostantina da' lavori, come gran contessa la fe' notricare; e con grandissima consolazione il conte maritò la figliuola e con Gostantina si diè buon tempo. E finiro i lor dì in vecchiezza.

Ex.° cliii.

CLIIII

La piacevole novella ditta consolò la brigata; non ostante che 'l camino fusse assai lungo, nondimeno li condusse tal novella sani ad Asti, dove trovarono ben da cena. E perché il caldo avea un pogo le brigate riscaldate, per non mangiare sì tosto <il proposto> volse che li religiosi dicesseno una melodia. Li quali presti disseno:

Il senno e le virtù che sono in noi,

tutto ci ven di sopra,

che piovon da colui che ci notrica.

Felici, i' parlo in questa parte a voi:

è' par chi mè' ci aopra

men ci possiede e più porta fatica.

Questo è che la divina grazia amica

la serba altrove a' buoni, le suoi salute

— quest'en di men valute —

cosa vi dà per minor ben servire.

Il cielo non erra e però ciò ch'avene

si dé regar per bene,

che da sé vegna e non per nostre lite;

è' luogo prima che 'l male vegna e coce,

che non è stima ch'ogni amar non nuoce».

Ditta la piacevole moralità, per non perder tempo si dé l'acqua alle mani; e posti a mensa, cenarono e dapoi senz'altro fare andaro a posare, che bisogno n'aveano, fine a la mattina dormirono.

E levati, il proposto disse a l'altore che una novella dica fine che alla città di Saona seranno giunti. L'altore presto disse: «A voi, donne male oneste che con vergogna vituperate voi è' vostri mariti e, non guardandovi, per un bel modo lo vostro vituperio s'apalesa; ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE PAUCA SAPIENTI A VIRI CONTRA MULIEREM

Di messer Nicolò Bisdomini e di monna Piacevole di Firenze.

Desiderose donne d'udire le catività di quelle che con malizia ingannano li loro mariti, è' m'induce una novella a dire: la qual comincia che essendo in Firenza uno messer Nicolò Bisdomini — il quale innella contrada dal Ponte alla Carraia dimorava con una sua donna nomata madonna Piacevole, di quelli da Rabatta, donna molto della casa e del suo marito maestra, la quale più volte della sua persona avea fatto prova di ritrovarsi or con uno or con un altro —, divenne che una sera, tornando messer Nicolò da la stufa et avendo seco uno barbieri suo vicino nomato Nanni e col ditto trovatosi alla stufa, parve al ditto messer Nicolò che il ditto Nanni fusse assai ben a soficenzia fornito di sotto da potere ciascuna donna ben fornire.

Et avendo il preditto messer Nicolò ciò veduto, non potendo in sé tenere quello che veduto avea, ritornato in casa et essendo per cenare, messer Nicolò ricordatosi della buona misura del barbieri cominciò a ridere. La donna, che rider lo vede, volendo da lui sapere la cagione di tal riso, lo cominciò a domandare. Messer Nicolò pur ridendo dice: «Donna, del mio ridere non ti dè' curare». La donna disse: «Per certo, prima che mangiate voi mi direte unde viene tale riso». Messer Nicolò, che pogo pensiero avea al pericolo che di ciò potea seguire, disse: «Donna, poi che tu pur vuoi che io ti dica la cagione del mio ridere, ti dico che Nanni nostro barbieri è meglio fornito di sotto di lunga e grossa misura, che beata quella donna che tal misura prova». La donna, fintasi d'esserli dispiaciuto, disse: «Messer, voi mi dovete dire la verità dè' riso, però che cotesto che voi dite non sono cose che oneste siano a dirle là u' sono donne, ma a me potete voi dire ogni cosa, che da altri non lo sosterei». Messer Nicolò giura che veramente altra cagione non l'avea indutto a ridere che quella che a lei ditto avea. La donna disse: «Lassiamo questo parlare et intendiamo a cenare, e poi ce ne andremo a letto che questa stufata mi diate, che penso ne dovete aver apetito». Messer Nicolò dice: «O Piacevole, io credo che sappi il mio pensieri». E cenato, a dormire se n'andarono.

E come innel letto furo, madonna Piacevole disse: «Deh, messer, quanto ricoprireste se voi avesse il vostro membro tanto grande e grosso quanto dite che ha Nanni barbieri nostro vicino?» Lo marito dice: «Oh, elli non mi caperè' innelle brachi et a te sarè' molto più tedio a dovere farmi tanto le mutande grandi che vi vorrè' troppo panno». La donna disse: «In verità che vi dovrè' esser troppo gran peso, ma <se ci fusse> chi ve lo serbasse e voi a ogni <vostra> posta lo poteste riavere, vorestelo sì grande e grosso avere?» Lo marito dice: «Doh, matta, vedi quanto il mio che ora ho c'è secondo li altri fiorentini assai di buona misura? Ti dico che altanto è quello». «Omè», disse la donna, «non dite, che se così l'aveste voi mi sparereste; per Dio, non vogliate che 'l vostro vi cresca tanto!» E presolo, sel misse a dosso, stimando fra suo cuore la donna esser con Nanni. E così la notte si steono.

E non molti dì passarono che la donna, fasciatasi la testa e la mascella dimostrando esser malata di denti, e come messer Nicolò in casa fu entrato la donna mettendo gridi, dicendo: «Io muoio di mal di denti!»; messer Nicolò dice: «Or che posso io fare?»; la donna dice: «Mandate per uno barbieri e che arreghi li ferri». Messer Nicolò subito mandò per Nanni. Lui venuto et in camera entrato, trovò la donna in su uno lettuccio gittatasi riverta, dimostrando grande dolore. E non avendo altri in casa messer Nicolò se non lui e la donna con uno loro figliuolo di iiii anni, la donna, per aver agio di potere al barbieri dire sua intenzione, disse: «Deh, messer, andate per un pogo d'aceto che penso mi gioverà». Messer Nicolò si mosse.

E' sceso la scala, la donna preso il barbieri, et alle mutande misse la mano dicendo: «Io ho sentito che tu hai sì bella cosa che beata quella femmina che quello prova»; lo giovano come si sente alle brachi metter la mano subito levato lo capo, li parve avere uno pistello in mano e disse: «Deh, per Dio trova modo che prima che di qui ti parti mi consoli !» Lo giovano che malizioso era e vedendo la donna bellissima avendone volontà grande, come messer Nicolò coll'aceto fu giunto, la donna gridando, lo barbieri disse: «Deh, messer, andate alla bottega dello speziale al Canto alla Macina e fatevi dare di quello latte da denti, e in questo mezzo io penso con miei acque in parte saziare la pena della donna». Messer Nicolò come pogo aveduto si partìo et allo speziale n'andò. E perché era alquanto di lungi, non potéo sì tosto tornare che, prima ch'è' tornato fusse, la donna fattasi presta, e 'l barbieri calate le brachi quella misura le misse della quale ii volte <fè'> che rugghiasse lo staio suo.

E mentre che tale faccenda faceano, era rimaso innella camara lo fanciullo. La donna, senza che di lui sospetto n'avesse, l'avea lassato stare. E pogo stante, avendosi la donna fornita per lo giorno e dato l'ordine per li altri giorni, tornò messer Nicolò col latovare. E montato le scale, il fanciullo disse: «O messer, madonna è guarita, che 'l barbieri l'ha cavato di culo ii denti grandi ben un braccio». Messer Nicolò disse: «O donna, odi tu ciò che 'l fanciullo ha ditto?» Lo barbieri, che questo ha udito, disse: «A me bisogna certi ferri, e se bisogno fi', fatemi chiamare; e fine a tanto che io vegno, la donna tegna lo lattovare in bocca e quella tegna chiusa». E partitosi, messer Nicolò dice: «O donna, che denti sono  quelli che 'l fanciullo dice che il barbieri t'ha di culo cavati?» La donna dice: «Deh, sciocco, or non sapete voi che 'l culo non ha denti? Ma datemi cotesto lattovare a ciò ch'io guarisca». Lo pecorone, datoli il lattovare, più oltra non disse. E stato alquanto disse: «Per certo, marito mio, che se la medicina che m'avete aregata e 'l consiglio del barbieri non m'avesse aiutata, io mi morìa».

E passati alcuni dì, messer Nicolò, non essendo in casa, vidde che lo barbieri era entrato in casa, dove in camera alla Piacevole si trovò, avendo lassato fuori il fanciullo. Messer Nicolò, essendo stato alquanto e non vedendone uscire lo barbieri, fra sé disse: «Questo potrebe esser altra gatta». E mossosi, vidde il barbieri che di casa uscìa, avendo tre volte pasciuto il suo ronzino innella mangiatoia di Piacevole. E senz'altro dire, messer Nicolò se n'andò in casa, e trovato lo fanciullo in sala e la donna in camera, cominciò messer Nicolò a domandare il fanciullo se li avea veduto cavare alcuno dente alla mamma di culo. Lo fanciullo disse: «Io non potei in camera entrare, però che dentro si seronno e me di fuori lassonno». La donna, che tutto ode, disse: «Or ben lo dico io che mi credea avere uno nobile marito et io hoe uno montone, a dire che si dia a credere che le donne abiano denti al culo; che ben dovrè' sapere il mio montone di marito se io hoe i denti al culo, tante volte ha provato e veduto che neuno ve n'ha trovato! Come de pensare che 'l barbieri del culo denti m'abia tratti?» Lo marito disse: «Donna, taci, che di quella mestura che a me dai, io ad altri ne darò»; e più non disse.

La donna, che fatto avea faccia di trista, non molto passò che il barbieri fe' venire e con lui senza chiuder camera si diè piacere. E parendo loro ben fare, più volte la donna sopra il corpo lo fe' montare faccendo delle suoi cose e dell'altrui a suo volere. Messer Nicolò, non vedendo il barbieri in bottega, stimò quello era: che fusse con madonna Piacevole. E montata pianamente la scala et entrato in camera, vidde quello faceano, e disse: «Deh, fa al tuo agio, donna, che ora ho veduto il dente che 'l barbieri ti cava e mette innella tua grignapapala, e di vero io t'aterrò il patto!» Lo barbieri, che ha udito messer Nicolò, volendosi levare, la donna, che avea la piumata presta, tenendolo e menando il culo fornìo. E levatasi disse: «Marito mio, io mi sarei morta se non avesse preso l'aiuto del vostro barbieri».

Lo marito senz'altro dire se n'andò in chiasso Malacucina e di quine trasse una meretrice et in contado a uno suo giardino la condusse e quine se la tenea. Et essendo domandato perché tal modo, narrava a ogni persona il vituperio che la donna sua fatto li avea col barbieri.

E per questo modo fe' noto per tutto Firenze il suo vituperio e quello della donna, intanto che altro <che> dalle suoi pari madonna la Piacevole non era acompagnata. Et ella spesso trovandosi col barbieri, et alcuna volta s'andava a diporto alla casa sua; di che i parenti di lei questo vedendo, al ditto barbieri più colpi dienno per tal guisa che mai più con madonna Piacevole usare volse né co le altre usar potéo. Né mai messer Nicolò la donna richiese, e così vituperosamente si visse, et ultimamente è' tristamente si morìo.

Ex.° cliiii.

CLV

L>a cattività della trista moglie e la tristizia del cattivo marito condusse la brigata ridenti a Saona, dove quine essendo bene aparecchiato da cena et assai di buon'ora giunti, il proposto, condutto la brigata in uno giardino, comandò che i religiosi dicesseno una bella moralità. Lo' presti dissero:

«Confortisi ciascun c'ha 'l basso stato

e tu che l'hai grande,

veggendo ogni cosa a certo fine.

Chi men possiede men li è domandato;

famigli e gran vivande

non vanno ben colle cose divine.

Chi ven gustando queste cose, fine

non è così, ma ha corrotto il gusto,

che chi ci vive giusto

sì signoreggia e non serve alle cose,

et usa quel ch'elli ha come discreto;

non si turba né lieto,

perdendo, fassi a cose dilettose,

che fuor che l'uso non cerca tenerne,

né più che nostra voglia volerne».

Ditta la bella moralità, il proposto riserbando a' cantatori le canzone, dato l'acqua alle mani e posti a mensa, cenarono e con danze e suoni fine a l'ora del dormire si dienno piacere; e dapoi a dormire ognuno se n'andò.

La mattina levati, e 'l proposto disse a l'altore che una novella dica fine che giunti saranno alla città di Genova. L'altore presto disse: «A voi, omini <e> donne che avendo virtù e quelle sapendo adoperare da tali vi partite ma co' vizii v'acostate, ad exemplo dirò una novella incominciando in questo modo, cioè:

DE FALSITATE JUVENIS

Di Ardigo Ricci da Firenze.

D>ella città di Firenza, dove gran quantità ve n'è, si partìo

uno giovano nomato < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .>

<Ex.° clv.>

<CLVI>

< .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > camino alla città isfatta di Luni. L'altore, rivoltosi alla brigata, disse: «A voi, donne maritate a gran signori e maestri, le quali per adempiere il vostro desiderio molto male ne segue, et a voi, omini pogo savi che consentite a fare contra la volontà di Dio e dè' buoni costumi, è' m'induce ad exemplo una novella la quale in questo modo dirò:

DE PAUCO SENTIMENTO DOMINI

Della città di Luni: fue distrutta per una femina.

C>arissimo proposto, e voi, cari e venerabili religiosi et altri omini, e voi, onestissime donne le quali qui siete, e simile a quelle che non ci sono, io credo che a ciascun di voi dé esser manifesto che la città dove noi doviamo posare colla sera novella fu già di grande fama nomata e di buono porto situata e di tutte le cose che alla vita umana richiede fornita. E per li tristi modi tenuti per alcuni di quella città fu disfatta e fine a' fondamenti le mura e le case guaste, e li omini e le donne a morte et in servitù menati con tutto loro tesoro. E perché sono certo che molti di voi, o forsi la magior parte, non debia sapere che guasta e disfatta fu, et acciò che ciascuno possa comprendere il perché, in questa nostra novella sotto brevità conterò la cagione che indusse chi quella guastò.

E però dico che, essendo re di Vismarch Alier e Astech fratelli, fu di necessità per alcune cagioni che il preditto Astech re con una sua donna nomata Tamaris reina si movessero con alquanta compagnia e saglisseno in mare, avendo alquante galee. E doppo molte giornate pervenne il ditto Astech re con tutta la sua brigata al porto di Luni, dove piacque loro per lo bello sito prendere alquanti dì sollazzo e diporto alla città di Luni. E riduttisi in uno albergo, del mese di giugno — del quale albergo n'era maestro e signore uno ricco uomo nomato Martino Bonvete —, e fattosi il preditto re assegnare una camera per sé e per Tamaris reina sua moglie, innella quale più volte si dienno insieme piacere — e l'altra brigata simile innel medesmo albergo allogiàrsi, salvo quelli che le galee guardavano —; et avendo dimorato più giorni in tale maniera, non stante che Tamaris reina fusse di stranio paese e non così bene intendesse la lingua taliana, nientedimeno, avendo sentito < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > fra sé medesma esserli tal nome imposto solo perché dovea aver grande quello membro che molto le donne amano. E dispuosesi la ditta reina di doverne esser certa.

E come più presto potéo si fe' chiamare l'oste: e domandato perché si facea chiamare Martino Buonvete, l'oste, ch'era assai giovano e senza donna, vedendo Tamaris reina bellissima, senza molto stare le disse: «Perché io ho sì bella massarizia che un altro in queste contrade non se ne troverebe». La reina disse: «Per certo io me lo stimai, ma se ciò io non vedesse non serei contenta». Martino, che l'avea già fatto fratello del mulo, senza più stare, delle brachi sel cavò et in mano a Tamaris reina lo misse. La reina, che già era riscaldata solo del parlare, più neramente si riscaldò quando lo vidde et in mano l'ebbe; e se non che, certe damigelle sopragiungendo a lei, di che ella non potendo altro, lassò. Né più per allora potéo avanti seguire, ma con gran dolore si rimase, avendo l'animo sempre alla massarizia di Martino; e di malanconia quasi né mangiava né bevea dando la cagione all'acqua del mare di aver<la> travagliata.

Astech re, che grandissimo amore li portava, la confortava quanto elli potea, ma niente valea, che altra malatia la tenea ocupata. E quando <a> Tamaris reina parea tempo di potere quello membro tener in mano, non potendolo ripuonere o almeno vederlo, chiamando Martino si confortava, e dall'altro lato li crescea il dolore che a suo modo non lo potea adoperare.

E vedendo Astech re che la sua donna non prendea alcuno conforto, pensò di quinde volersi partire et in galea montare, dove pensava che ella si concerè', dicendoli: «Donna, per certo questa aire ti dè aver fatto alquanto noia, e pertanto io vo' dare ordine che noi di qui ci partiamo». La donna, che non avea quello volea, disse: «Deh, marito mio, io ti prego che di qui per oggi non ci dobiamo partire, che se caso di me alcuno venisse, almeno i pesci non abiano queste mie dilicate carni, ma in uno monimento nuovo morendo vo' mi sopellischi, come vegio che in questa terra molti gran signori sì sono soppelliti». Lo re disse: «Donna, io sono contento di restare, ma io non penso che la malatia tanto t'abondi che morir debbi; di che se pur esser dovesse (che non vorrei), mi piace il tuo consiglio».

E così stando, la reina fe' chiamare Martino, dicendo: «Io veggo che 'l disiderio mio e tuo non si potrò' mai adempiere stando in questo modo; e però, poi che insieme non possiamo far nostra volontà, ti prego che procacci che io abbia quel beverone che paia che io morta sia, et io sosterrò ogni pena solo per qui rimanere. E fa che uno monimento nuovo sia fatto per modo che alquanto isfiatar possa. E partitosi il mio marito et andato alla sua via, me del monimento la notte strettamente trarrai, e di me potrai aver diletto et io di te». Martino, che ciò ode, fu il più contento omo del mondo, e disse: «Tamaris reina, i' ti prometto che tutto ciò che vuoi che io faccia farò prestamente, et il monimento mio, nel quale persona ancora non è messo e 'l quale è bello sopra li altri, meterò in punto, e come te n'arò cavata vo' che mia moglie dimori». La reina disse: «Cotesto m'è sommo piacere, pur che tosto sia, che lo 'ndugio mi tormenta».

Martino, subito auto certo beveragio et alla donna reina portatolo < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .   .  .  .  .  .  .  .  .  .   .  .  .  .  .  .  .  .  .   .  .  .  .  .  .  >

(Ex.° clvi.)

 

 

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Ultimo aggiornamento: 02 ottobre 2006