Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

 

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle CXX-CXL

CXX

A>vendo la brigata avuto piacere della novella ditta, la sera cenarono, e come fu l’ora d’andare a dormire si restonno le danze. Volendo che l’altore prima dica una novella, lo proposto disse:

«Tu, omo, libero <fatto> e servo fatti

per questo con tali cose

< . . . . . . . . . . . . . . . .>»

E <ditta, a dormire andarono> fine che la mattina levati furono, dove il proposto a l’altore comandò <che> una novella dica fine che giunti seranno a Imola. Lui presto a ubidire disse: «A <voi>, omini che avete nimistà et a compagnia per lo paese < andate> non aspettando il compagno, quello che può intervenire ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE MALA CUSTODIA

Innel contado di Pisa, a Calci, funno 4 omicidiali,

isbanditi a stare a Pescia nel contado di Lucca.

N>ella terra di Calci del contado di Pisa funno quattro, per micidio comisso in quel di Pisa, sbanditi del terreno; li quali per non esser presi diliberonno andare a stare innella terra di Pescia del contado di Lucca (posto che ora lo comune di Firenza quella con altre terre di Lucca possedè).

E dimorando più tempo in quelle parti, li nimici di uno di loro, nomato Gallisone, sentendo ch’è’ si riducea in quello di Pescia, segretamente si dienno a sentire delli andamenti suoi. E spiato che Gallisone spessisime volte solo si partìa da Pescia e caminava alle volte al Borgo a Buggiano, pensonno lui giungere e del micidio commesso far vendetta. E segretamente du’ di loro in Valdinievole n’andaron senza apalesarsi a persona, aspettando l’ora che Gallisone andasse al Borgo.

E non molti giorni dimoronno che Gallisone disse a’ compagni che al Borgo andar volea. Li compagni disseno: «Non andar solo, spetta che alcuno di noi vegna teco». Gallisone disse: «Io andrò innanti e chi vuol venire ne vegna, che prima che io sia al Borgo mi potete aver giunto». E mossosi et uscito di Pescia, solo caminò verso il Borgo. Li compagni, stando alquanto, seguiron Gallisone, ma non sì tosto che i nimici di Gallisone non l’avesseno prima morto che coloro giunti fusseno a mezza via. E ricoltosi li mafattori, i compagni di Gallisone sopragiungendo trovonno Gallisone in sulla strada morto; della qual morte portonno gran dolore, dicendo tra <loro>: «Se Gallisone ci avesse aspettati non sarebbe morto»; ordinando tra loro che sempre insieme caminassero.

Ritornati a Calci quelli che ucciso aveano Gallissone narrando tal morte, subito li nimici d’uno delli altri rimasi, il quale avea nome Morovello, saputo il modo della morte di Gallisone pensonno per quello modo Morovello uccidere. Et andati segretamente in quel di Pescia, si puosero in luogo che tutte <le mosse> che quelli tre faceano vedeano. E vedendo Morovello, <pensavano fare> loro vendetta, dicendo: «Se in questi II dì non ci viene fatto, altra volta ritorneremo». E non molte ore passonno che viddeno Morovello esser romaso alquanto arieto per fare l’agio del corpo e calato le brachi in uno casalino si puose. Li altri non aspettandolo, li nimici trassero et in quel luogo l’uccisero. E partitosi, a Calci ritornoro narrando la vendetta fatta.

Uno, al quale li era stato morto un suo padre da uno di què’ iiii nomato Biancaccio, disse: «Io mi sento ben in gambe; per certo io farò ben la mia vendetta di Biancaccio. E se potrò uccidere l’altro che con lui fu quando mio padre fu morto, non me ne infingeròe». E mossosi, e caminò in quello di Pescia per vedere se i suoi nimici vedesse. Biancaccio e ’l compagno che ritornavano dè’ luogo dove andonno, non sapendo niente della morte di Morovello ma stimando che tornato si fusse a Pescia, come funno a quel casalino viddeno l’arme di Morovello. Et entrato innel casalino, trovonno Morovello morto, colle brachi calate. Dolendosene disseno: «Noi facemmo male a non spettarlo quando lo vedemmo puoner a far suo agio, però che ’l nimico non guarda né u’ né chi quando il loro nimico uccider puonno; e però facciamo oggimai di noi miglior guardia, che non abandoni l’uno l’altro».

E mentre che tali parole diceano, lo nimico loro che tutto vede et ode, fra sé pensò: «Se io a costoro assaglisco, non potrò fare quello voglio e potrenno me uccidere; ma io farò vista volere loro fuggire dinanti: ellino, come mi vedranno solo, mi correranno dirieto et io bene in gambe correrò, e non potrà esser che Biancaccio e ’l compagno corrano del pari. Come io ne vedrò neuno di loro separato da l’altro, io lo ferirò, e poi l’altro campare dinanti non mi potrà».

E fatto tal pensieri, subito misse un grido dicendo: «Traditori, voi siete morti!» Biancaccio, vedendo il suo nimico, subito trasseli dirieto: colui fuggendo, Biancaccio, come desideroso uccidere colui come ucciso avea il padre, molto più innanti era che ’l compagno. E quando colui vidde Biancaccio molto di lungi dal compagno, rivoltósi e colla lancia diè un colpo a Biancaccio per lo petto che da l’altra parte lo passò, e morto cadde. Lo compagno, che quasi avea sopragiunto dove Biancaccio era, e vedendolo morto pensò il fugire li fusse scampo. E subito voltatosi gridando, quello da Calci seguendolo, che bene in gambe era, l’ebbe sopragiunto e colla lancia per le reni li diè che morto lo fe’ cadere.

E dato volta, si ritornò a Calci, narrando come Biancaccio e lo compagno erano da lui stati morti. E così fu finito tra loro la guerra.

Ex.° cxv.

CXVI

Colla dilettevole novella la brigata giunse a Imola, dove il proposto comandò che quine si dicesse e cantasse una canzona; dicendo:

«Come vuoi, donna, tu ch’io mi dia pace,

ch’amor per te mi fa sì aspra guerra

ch’ogni uscio di pietà mi chiude e serra?

Ma se del pianger tu vuoi ch’i’ mi posi,

fa che m’alenti il tuo tormento amore;

amor, che li occhi tuoi sian sì pietosi

che ’l tuo per me faccian pietoso core.

Altramente vedrai me per dolore

innanzi, un dì, caderti morto in terra,

se l’usci suoi pietà non mi diserra».

E venuta l’ora d’andare a cena, cenarono, e dapoi a dormire n’andarono.

E levati la mattina, il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che a Meldola Castello giunti saranno. Il quale subito voltatosi alla brigata disse: «A voi, omini e donne che stando a vedere vanità, in grande pericolo e danno e vergogna <venite> potendo a tali riparare, ad exemplo dirò alcuna novella, in questo modo:

DE PIGRITIA

Di uno maestro di legname: per negligenza,

vedendo lo fuoco apreso a un ruciolo, arse la casa.

Carissimi fratelli e magiori, e voi, carissime et onestissime donne, io v’ho proposto di dire alcune novelle d’alcuni che per lo stare a vedere, avendo potuto riparare, sono venuti in gravi pericoli e danni. E posto che di migliaia dir se ne potesse, ora al presente in questa nostra novella non dirò se non di quattro maniere di modi di chi è stato a vedere avendo prima potuto riparare e per sua negligenzia s’ha lassato alla pigrizia vincere.

E primo dico: innella nostra città di Lucca nel tempo che quello da Parma, cioè messer Piero Rossi, ne fu signore, fu uno maestro di legname nomato Vitali, il quale avendo famiglia et alcuno fanciullo piccolo e stando a casa et a bottega faccendo casse et altre massarizie che a l’arte si richiedeano, una sera lavorando innella sua bottega di notte certe casse tenendo la lucerna accesa per poter vedere lume — ed avea per costume questo Vitali che tutti i ruciori e mozzature di legname mettea sotto la scala —, avenne che mentre che lavorava, avendo lavorato alquanto e fatto molti ruciori, la lucerna (come alcuna volta fa) sfavillando, una favilla piccolissima cadde in s’uno di quelli ruciori. Vitali la ved’e dice: «Ben vo’ vedere quello che quella favilla <facesse se io qui non fusse». La favilla>, che in uno rucioro caduta era, s’aprese et a pogo a pogo viene ardendo l’altro da lato. Vitali si puone a sedere e sta a puoner cura <al fuoco>. Lo fuoco va ardendo per lo spazzo li ruciori fatti la sera, venendosi acostando a quelli che sotto la scala erano. Vitali saldo pur dicendo: «Che farai?» Lo fuoco, che vede la materia apparecchiata, faccendo suo corso innel monte dè’ ruciori che sotto la scala era s’aprese. Vitali, che quello ha veduto, disse: «Non ci è da stare». Levatosi per volere il fuoco spegnare, lo fuoco è grande e colle mani spegnar noi può; diliberò coll’acqua spegnarlo. E montato la scala et ito alla brocca dell’acqua, scendendo la scala trovò tutta la bottega piena di fuoco, né l’acqua portata niente valse.

Vitali, vedendosi a mal partito, per campare la famiglia sua, rimontata la scala, et i fanciulli da una finestra dirieto collò e simile la donna. Vitali, che parea a lui che ’l fuoco non dovesse ancora aver arso lo solaio, per campare alcuni suoi arnesi, innella camera intrò; dove regandosi a dosso alcuna cassetta di suoi miglioramenti, i vicini tratti e rotto li usci dinanti, e quasi tutto ciò ch’è in bottega arse. Et il fuoco avendo arso il solaio, Vitali colle casse venuto in sala, lassòle; <il solaio> non potendole sostenere si fiaccò, Vitali colle casse innella bottega cadde. Avendosi prima tutto fracassato per la caduta e il fuoco cocendolo, a mala pena vivo di quine tratto fue. La casa livrò d’ardere. Vitali, messo in su un letto d’un suo vicino, narando la cosa come andata era, dicendo: «Io me l’ho ben guadagnato», e così si morìo.

 

Vegno ora a contare che uno nostro cittadino nomato Bartolo essendo fattore d’una compagnia di Lucca (la quale al presente non è di bisogno di dire qual’è), avendo il ditto Bartolo fatto molte grandi spese per suoi fatti propri, cognoscendo <li> maestri suoi che al salario che il ditto Bartolo avea non potea né dovea tali spese fare, pensonno lui dover far mala massarizia <di quello della compagnia>, dicendoli: «Bartolo, noi troviamo che tu hai tratto dè’ banchi migliaia di fiorini; no’ vogliamo che ci mostri in che modo sono stati distribuiti». Bartolo, che i libri avea in punto, disse: «Io vel mosterò ordinatamente». Li maestri contenti disseno: «Mette ogni cosa in su uno quaderno, sì che noi possiamo esser chiari».

Bartolo, rinchiudendosi una sera innello fondaco, avendo molti libri aperti e posti sopra una scafa, o vogliamo dire scrittoio, e come li bisognava l’uno o l’altro presto lo potea avere. Et essendo stato gran pezzo della notte tenendo uno candellieri grande con una candella di sevo accesa dinanti e pensando donde mettere capo di quello che far dovea, avendo tutti i libri inanti aperti dell’entrata e de l’uscita e stando sopra sé, venne uno topo non molto grande; e rizzatosi al candillieri, Bartolo, che ciò vede, dice fra sé: «Or che vorrà fare quel topo?», e stava cheto senza niente dire né muoversi. Lo topo, giunto alla candella, cominciò a mangiare; Bartolo fermo. Lo topo rode tanto che giunto fu al lucignoro, dove il topo misse i denti; e non potendo il topo ritirare il dente a sé, dava alcuno grollo alla candella. Bartolo, che vede che la candella dal topo è grollata, <non si muove>.

Lo topo, per forza non potendone <cavare> li denti, cavò del candellieri la candella. Bartolo rizzandosi, lo topo spaventato saltò sopra la scafa colla candella accesa dove erano i libri aperti: quine avendo molto cottone da balle, com’è d’usanza, la candella a quello cottone s’aprese. Et ardendo forte, Bartolo volendo il fuoco spegnare per lo meglio che potea, non avendo acqua, colle mani e co’ libri tanto fe’ che il fuoco ispegnò; non però sì tosto che tutti i libri non fusseno arsi più che la metà del foglio. Per la qual cosa Bartolo doloroso, non potendo mostrar quello che speso avea, disse a’ maestri suoi il caso. Li maestri dicendo: Ribaldo, ora che ci hai rubbati trovi modi che i libri siano arsi!», e non credendolo, tutto ciò che avea d’imobile li levonno, et in quello che a loro parea lo fenno obligare. E fu ristretto il ditto Bartolo a vivere a stento colla sua famiglia, né mai tornò in stato che d’un paio di calze si potesse vestire. E questo l’adivenne per lassare contentare il topo.

 

Lo terzo modo della nostra novella si fu innelle parti di Lunigiana, in una terra chiamata Sarezana. Al tempo che messer Giovanni dell’Agnello là signoregiava <fue> mandato uno officiale nomato ser Sardo da Vico, omo più tosto a stare a vedere il male che a quello mettervi rimedio; che essendo il ditto ser Sardo officiale innella ditta terra — il magiore <d’>alcune vallate intorno — uno giorno vennero a lui certi buoni omini dal Vecciale dicendo a ser Sardo: «Noi vegnamo a voi però che innel nostro comune sono alquanti che per una caccia di porci hanno preso tra loro alcuno disdegno, e pensiamo se verrete là su o che per le parti mandiate, che tutto aconcerete, altramente potrà tra loro nascere discordia di venire a colpi». Ser Sardo dice: «Io sono qui per punire chi fallirà, e questo travaglio non mi vo’ dare a venire colà su et anco né a farli qui venire». Coloro dissero: «E noi non possiamo altro fare».

E partiti, non molti giorni passarono che tra quelli nacque <discordia> colpegiandosi con pugni in forma che alquanto sangue uscìo ad alcuno dè’ litiganti. Per la qual cosa i buoni omini è’ parenti et amici dell’una parte e dell’altra vennero a Sarezana dicendo a ser Sardo che li piacesse d’andare al Vecciale o veramente mandare per loro e che cognoscano veramente lui metter rimedio, che a pace si ridurenno; e se non v’andasse o che a lui non li facesse venire, che co’ ferri proveranno loro quistioni. Ser Sardo, che ha udito i colpi dè’ pugni, dice: «Or così mi piace che questo abino fatto, et a questo modo varrà la mia corte. E se più avanti seguiranno tanto guadagnerà più»; dicendo: «Andate, che io punirò ben chi fallirà». Et a niente si muove.

Quelli buoni omini, che vedeno quanto ser Sardo officiale è pigro e tristo, diceno: «Per certo se per la quistione nata si verrà a’ ferri, mai ser Sardo non serà nostro amico et in cosa che comandi per noi non serà ubidito, poi che non vuole muoversi a tenere il paese in pace». E questo dissero a uno suo notaio. Il notaio dice a ser Sardo quello che quelli buoni omini hanno ditto. Ser Sardo dice: «Lassa pur fare che se s’uccideranno insieme io serò molto contento, che ben farò la robba loro alla corte venire». Lo notaio dice: «Per certo meglio sarè’ che là su s’andasse o veramente si facessero qua venire, e potresti la cosa aconciare». Ser Sardo disse: «Tu sè’ un matto a dire che io ne vada <o> ne mandi: lassali fare».

E mentre che tal parole tra loro diceano, venne uno dè’ vicini dicendo: «Ser Sardo, le parti sono armate e dicono che non si pacificheranno per mano di persona se non per vostra; e me hanno mandato, dicendomi che se non andate a conciarli, che in fine avale v’avisano che tra loro si comincerà la battaglia». Ser Sardo dice: «Incomincino a loro posta, che io sono qui per punirli del fatto che faranno, né non mi curo di lor conciare».

Colui ritornò narrando tutto ciò che ser Sardo ditto avea. Coloro, vedendo che ser Sardo pogo se ne curava, come giovani si comincionno a percuotere: in poghi colpi dell’una parte e dell’altra ne funno ii morti et alcuni feriti. Il romore grande, la campana a martello, la novella viene a ser Sardo come già v’erano ii morti e molti feriti e che sempre erano alle mani. Ser Sardo, che ode tutto, fatto sellare i cavalli, disse al suo notaio che seco al Vecciale cavalcasse. Lo notaio dice che non vi vuole andare poi ch’è’, a tempo che non erano venuti a’ fatti, andar non vi volse. Ser Sardo montato a cavallo, mostrando molto volontaroso, con alquanti suoi fanti cavalcò verso il Veciale.

E come fu presso al Veciale, quelli che tra loro combatteano fattosi fidi insieme disseno l’uno a l’altro: «Voi vedete che ora che siamo disfatti e morti e feriti ser Sardo ci viene o a prendere o veramente per tollerci i nostri beni; e quando tra noi non erano se non parole, di quanti imbasciatori li abbiamo mandato, mai venir ci volse. E pertanto a noi pare, poi che lui di tal male è stato cagione, che lui ne porti la pena e quello che tra noi fatto abbiamo si perdoni, rimanendo amici».

Acordati a tal cosa, ser Sardo giunse al Vecciale molto brusco, volendo fare dell’aspro. Coloro stretti insieme disseno: «Quando ci potei metter in amore non volesti et hacci fatto uccider insieme, et ora pensi noi prendere et il nostro godere; la qual cosa fatto non ti dé venire, ma del contrario pensa». E fatto li famigli star da parte, subito a pezzi lo taglionno. E di tal cosa ne mandonno imbasciata a Pisa. I pisani, sapendo la verità della cosa, perdononno a coloro; e mandato < altro> officiale, ridusse il paese in pace.

 

Vegno alla parte ultima della nostra novella, dicendo: uno delle terre di Nicolò da Piuolo maritò una sua figliuola nomata Tomasa a uno del contado di Luni nomato Fallera, omo di soldo più che da lavoro. Et avendo menata questa sua donna in una villa chiamata Casciana, innella quale uno prete giovano nomato prete Martino s’innamorò della ditta Tomasa, e per venire ad effetto di lei, un giorno chiamò Fallera dicendoli: «Per certo, Fallera, la tua donna mi piace tanto che volentieri se io potesse te la furerei; e quando furata te l’avessi ne la menerei in mie contrade e meco la riterrei». Fallerà dice: «Sere, voi sete troppo aboccato, che io la voglio per me». Lo prete dice: «Or che leva a dire? io m’ingegnerò di tollertela quanto potrò o saprò». Fallera ridendo dice: «Abbi pure cotesto pensiero, et io m’arò il mio».

E dimorando più mesi per tal modo, il prete adomesticandosi in casa di Fallera, alla presenzia di Tomasa dicea al marito: «Fallera, per certo io ti convegno Tomasa tollere, e meco la condurrò. E non pensare che io di quel fatto non la fornisca o meglio o così bene come facci tu». Fellera, che tutto ode, a niente prende pensieri, ma standosi pur pigro avendoli ditto il prete spessime volte alla presenzia di Tomasa che lei tollerè’. Et oltra questo, venia il prete talora con una borsetta et alcuna volta con una cintoretta o con uno anello, dicendo: «O Fallera, aciò che io ti dica il vero che io ti tollerò Tomasa, in fine avale li dono questa borsa e questa cintura e questo anello per caparra; et ella come savia può comprendere che io la tratterò bene». Fallera dicea: «Dalle pur ciò che vuoi che di niente mi moverei per tuo ditto». Tomasa le cose prendea. E fu tanto questa domestichezza che prete Martino con Fallera prendea che in poghi giorni condusse Tomasa a far la sua voluntà.

E più volte ritrovandosi insieme lo prete e Tomasa dandosi piacere, diliberando tra loro doversi partire et abandonare Fallera, divenne, un giorno che Fallera era in casa, lo prete venne con uno cappone cotto dicendo a Fallera: «Io sono venuto a mangiare teco questo cappone, ma voglio che tu spigori la botte del buon vino, che più volte Tomasa, avendomi dato piacere, me n’ha dato a bere». Fallera dice: «O sere, pur co’ motti!». E mosso, con uno vagello alla botte n’andò. Lo prete, rimaso solo con Tomasa, senza che di quine si partisse, in sullo spazzo la caricò. E prima che di quine Tomasa levata si fusse, tornò Fallera col vino: lo prete già levato, Tomasa riverta non avendosi ancora coperta dè’ panni, disse Fallera alla moglie: «O questo che vuol dire?» Lo prete disse: «Ella m’ha voluto mostrare la mercantia che comprare debbo se ella mi piace; e però ti dico, se a comprare l’avesse io non ne darei un denaio, ma perché io me la penso aver in dono, ti dico, Fallera, che ella mi piace». Fallera pigro e tristo niente disse. E desnato che ebbero, non prima si trovoron insieme che diliberonno di quine partirsi.

E così, un giorno che Fallera era ito a Sarezana, il prete con Tomasa si partirono e caminonno verso Parma. Dove, tornando Fallera e non trovando la moglie, fulli ditto col prete esser caminata verso Parma, il quale subito tratto loro dirieto con alcuno suo parente, l’ebbeno in uno albergo sopragiunti. Il prete, ciò vedendo, diè a fuggire. Tomasa, che fugir non potéo, dal marito fu giunta. E conduttala a Casciana e quine alcuni giorni tenutola promettendole perdonare, diliberò un giorno menarla a casa del padre; e come fu innelle terre di Nicolò da Piuolo, quine l’uccise. E tornato a Casciana, fu per lo visconte di Luni saputo la morte fatta di Tomasa: fatto prendere il Fallera, e confessato, li fe’ tagliare il capo come la ragione vuole.

E questo l’intervenne per non prender rimedio quando l’arè’ potuto prendere.

Ex.° cxvi.

CXVII

Le dilettevole novelle ditte condussero la brigata al bel castello di Meldola, là u’ trovarono di vantagio aparecchiato per la cena. E perch’era alquanto l’ora <avanti> che si cenasse, comandò il proposto a’ danzatori che alcune danze con suoni facessero. E così ubidito dandosi piacere fine a l’ora douta del cenare, e dapoi, per poter fare buona levata per lo dì seguente, per caminare verso Bologna, licenziò che ognuno a dormire se n’andasse, e a l’altore comandò che per lo dì seguente ordinasse di contentar la brigata di bella novella. E così, dato l’ordine, di buona voglia la notte posarono.

E levati che furon la mattina, l’altore parlò dicendo: «A voi, omini simplici e materiali li quali con nuovi inganni vituperosamente vi lassate ingannare, et a voi, donne che per fare il vostro desiderio consentite ogni vostra vergogna, ad exempro dirò una novella fine che giunti saremo dove il senno si compra, cioè a Bologna, in questo modo (e posto che in altra parte <una> quasi simile si notasse, nondimeno quella fu diversa da questa), dicendo:

DE PESSIMA MALITIA IN PRELATO

In quel di Bologna, in una villa nomata La Valle, <fu> uno chiamato

Papino, lo quale per alcuna cosa fu chiamato da’ vicini frate Papino.

Fu nel contado di Bologna, dove stasera pensiamo essere, in una villa chiamata La Valle, uno omicciuolo assai ricco chiamato Papino, che dandosi a credere che una sua donna nomata Elcopatrassa, bella di suo corpo, usando le chiese non le fallirebbe, essendone molto geloso pensò spessime volte oltra l’usato andare visitando le chiese del paese intanto che niente altro facea; per la qual cosa da’ vicini era chiamato frate Papino. E perché era assai di grossa pasta, non sapendo altro che ’l paternosso, digiunava et erasi fatto delli disciplinatori. E tutte queste cose facea per amore di Elcopatrassa sua moglie, la quale era di xxiiii anni, bella e ritonda che parea pure uno corombalo rosso e per l’astinenza del marito e delli digiuni facea più astinenza di quel fatto che ella non arè’ voluto. E talora che ella arebbe voluto dormire con lui e scerzare, elli li racontava le dolce prediche che udite avea; e con queste cose e simili spessime volte la contentava a suo parere.

Ora avenne che, morendo il prete o vero abate di quel comune, uno monaco della villa, il quale più tempo in Bologna <stato era>, fu per li omini della Valle eletto e chiamato abate. Avea nome questo abate don Muggino et era giovano e robusto della persona e bello; con cui frate Papino prese somma domestichezza, chiarendoli ogni suo dubio. Et avendo con lui presa molta domestichezza, spessissime volte lo menava a cena et a desnare con lui.  E cognoscendo don Muggino la condizione di frate Papino e della moglie, e vedendola sì bella e fresca, s’avisò che la donna dovesse patire disagio di quello che le donne sono più desiderose. E pensòsi di volere tollere fatica a frate Papino et inducer la donna a’ suoi piaceri.

E postoli li occhi a dosso più volte ben astutamente, tanto fece che la donna di quel medesmo desiderio s’acese che don Mugino aceso era. Et acortosi il monaco che la donna era infiamata di lui, quanto più presto potéo diè opera di trovarsi con lei. E trovatosi con lei, suo pensiero le narrò; e posto che ben la trovasse disposta a dare effetto all’opera, nientedimeno ella fidar non si volea esser col monaco in neuno luogo fuora di casa; <et in casa> non era modo, perché ’l marito rade volte per gelosia sola <la> lassava. Di che il monaco portava assai dolore.

E stando più tempo in tal maniera, li venne pensato un modo di dover esser in casa sua senza sospetto. E chiamò frate Papino che con lui andasse al monesterio e quine li disse: «Io ho assai volte compreso che tutto il tuo pensiero è d’acquistare la gloria di paradiso, et a questo veggo che molta fatica vi duri. E però ti dico che se fare vorrai a mio senno con più corta via che non è quella che cominciata hai vi ti farò andare, però che noi tutti, preti e prelati, l’usiamo, ma il papa non vuole che ad altri si mostri, acciò che le limosine si faccino; ma perché mi pare comprendere che mio amico intimo sii e che quello che io ti dirò a persona non apaleserai (che ne sarei disfatto), ti dirò e insegnerò quel modo che la gloria di paradiso acquisterai». Lo frate, più tosto ismemorato che savio, li giura mai a persona del mondo non dirlo.

Don Mugino li dice: «Tu dèi sapere che la Chiesa tiene che chi vuole acquistare la gloria di paradiso conviene fare la penetenza che tu odirai. Ma intendi sanamente: io ti dico che tutti i peccati che arai fatto <prima del>la penetenza ti saranno perdonati e dapoi li peccati che farai n’andranno per acqua benedetta. Conviensi adunqua l’uomo con gran diligenzia confessare e poi cominciare un digiuno di xl dì, innel quale non che di toccare altra femmina ma di toccare la tua propria ti conviene astenere. Et oltra ciò ti conviene avere innella tua propria casa alcuno luogo d’onde tu possi vedere il cielo, et all’ora di compieta andarne a questo luogo et avervi una taula molto larga ordinata che stando tu in piedi vi possi le reni apoggiare e distendere le braccia a guisa d’uno crocifisso; et in questa maniera guardando il cielo stare senza muoverti punto fine a matutino; e se sapessi lettera ti converrè’ dire alquante orazioni, ma perché non ne sai ti converrà dire cc paternossi et aitante avemarie all’onore di Dio e della Santa Trinità, sempre riguardando il cielo. E poi, come mattutino suona, te ne puoi andare e sopr’a’ letto così vestito gittarti; e la mattina apresso andare alla chiesa e quine udire almeno tre messe e dire cinque cavate, e poi far con simplicità alcuni tuoi fatti, e poi desnare e al vespro venire alla chiesa, e poi in sulla compieta ritornare al modo che ditto t’ho. E questo faccendo, come feci io, spero che innanti la penitenza sia finita sentirai meravigliose cose della etterna beatitudine, se con divozione fatta l’arai». Frate Papino disse: «Questo non è gran cosa, che si può assai gevilmente fare, per che al nome di Dio voglio domenica cominciare».

E da lui partitosi, se n’andò a casa e con sua licenzia ordinatamente alla moglie disse ogni cosa. La donna inteso che ’l monaco potea aver agio di lei fine al mattino, disse al marito che a lei piacea pur che facesse bene per l’anima sua e che n’era molto contenta; et acciò che Dio li facesse la sua penitenza profittevile, volea con lui digiunare ma non altro fare.

Rimasi adunqua in concordia e venuta la domenica, frate Papino cominciò la sua penetenza, e messer lo monaco, convenutosi colla donna di notte (che veduto non potea essere), il più delle sere se n’andava a cenare con lei, sempre ben da mangiare e da bere seco regando; poi con lei si giacea fine a l’ora del mattino. Il quale levato, se n’andava, e frate Papino tornava a letto.

Era i’ luogo che frate Papino avea eletto a lato alla camera dove la donna col monaco si davano diletto, né d’altro era diviso se non d’una parete; per che ruzando messer lo monaco colla donna alla scapestrata, et ella con lui, parve a frate Papino sentire alcuno dimenamento di solaio. Di che avenne che, già avendo ditto c paternossi e fatto punto quine, chiamò la donna senza punto muoversi, domandandola ciò ch’ella facea. La donna, che mottegevole era, forsi cavalcando allora senza sella la bestia di san Benedetto o vero di san Francesco, disse: «Marito mio, io mi dimeno quanto posso». Disse allora frate Papino: «Che vuole dire questo dimenare?» La donna ridendo (che valente era e forsi avea cagione di ridere) rispuose: «Come, non sapete voi che ciò vuol dire? Chi la sera non cena tutta notte si dimena». Credette frate Papino che <’l> digiunare che mostrava di fare li fusse cagione di non poter dormire. A cui elli di buona fede disse: «Donna, io t’ho ben ditto: — Non digiunare! —, ma pur, poi che l’hai voluto fare, non pensare a ciò ma pensa di riposarti, che tu dai tali volte per lo letto ché tutta la casa fai tremare». Disse allora la donna: «Non ve ne caglia, ch’io so bene ciò ch’io fo: fate pur ben voi, ch’io farò bene io se potrò!»

Ristetesi adunqua frate Papino e rimisse mano a’ paternossi, e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi fatto in alcuna parte della casa conciare un letto, dove quanto durò il tempo della penetenzia con grandissima festa si stetteno, e quando il monaco se ne andava, la donna al suo letto tornava. Continuando la donna il suo diletto col monaco, più volte mottegiando la donna disse al monaco: «Tu fai fare la penitenza a frate Papino, per che noi abiamo acquistato paradiso».

E parendo alla donna molto bene stare, <sì> s’avezzò a’ cibi del monaco, che essendo dal marito lungamente tenuta a dieta, ancora che la penetenzia di frate Papino si compiesse, modo trovò di pascersi in altra parte con lui, che lungamente ne prese suo piacere.

Ex.° cxvii.

CXVIII

R>edutti le brigate per la nuova novella ditta, giunsero a Bologna, dove il proposto comandò che una stanza si prendesse in onesto luogo, sperando quine dimorare alcuni dì; e così si fè’. E venuto l’ora della cena, quine faccendo dire alcune canzonette fra le quali si disse per una giovanetta così:

«Non far <contra> al dovere, che forse forse

contro ti tornerà quel <c’>hai pensato,

e il bellistà è sempre apparecchiato.

Il tempo passa, e però guarda, guarda io

<prima> che giugni e non al fatto doppo,

ch’è’ leone già bisogno ebbe del topo.

Apri li occhi e rico’ queste verba

e pensa ch’umiltà vince superbia».

Cantato la dilettevole canzonetta, le taule poste, le vivande venute, lavate le mani, a cenare n’andaro. E doppo cena li stormenti sonando, le danze prese, fine a l’ora del dormire steono; parlando il proposto a l’altore, dicendo che per lo dì seguente doppo il desnare ordinasse una novella fine a l’ora della cena, restando in Bologna: a cui <l’altore> rispuose che fatto serà.

Et iti a dormire, la mattina levati, e fine al desnare ciascuno si diè buon tempo. E desnato, l’altore parlò alto dicendo: «A voi, omini che avete ucciso e dapoi co’ parenti di tali vi pacificate, ad exemplo dirò una novella»; dicendo così:

DE INIMICO RECONCILIATO NE CONFIDETUR

Al tempo che li pisani erano signori di Lucca e Pisa, un Gualfreduccio

e ’l Sessanta isbanditi, l’uno la fregò <a l’>altro per comparatico.

N>el tempo che fu tagliato la testa a’ Bergolini di Pisa et i Raspanti rimaseno signori di Pisa e di Lucca, fu innel contado di Lucca in una villa nomata Camaiore (posto che già fusse castello, in quel tempo era senza mure) uno nomato Gualfreduccio di Maletaccole, isbandito per molti micidi che fatti avea dè’ suoi contrari e d’altri; infra’ quali che morti avea, fu uno di quella terra nomato Ciuglio, fratello d’uno nomato il Sessanta. Il quale Gualfreduccio, doppo tale micidio fatto del ditto Ciuglio, a preghiere d’alquanti suoi amici e d’altri si ridusse a pace col ditto Sessanta fratello del ditto Ciuglio; e per dimostrare più amore, il preditto Sessanta si fe’ compare del ditto Gualfreduccio.

E come omini isbanditi l’uno e l’altro di continuo andando armati di corazze e di cervigliere lance e falcioni et altri armi, steo il ditto Sessanta alquanti anni col ditto Gualfreduccio a una guerra, mangiando e bevendo, dormendo e stando insieme soli e con altri compagni, non dimostrando tra loro alcuna malavoglienza, intanto che per lo paese si ragionava il ditto Sessanta amare più Gualfreduccio che sé proprio. Et il ditto Gualfreduccio si confidava tanto innel ditto Sessanta che più che di fratello li portava fede (O sciocchi, che credete che colui che è stato diservito non tegna sempre a mente il diservigio a lui fatto! Né mai del cuore li esce, e qual pensa che altro ne sia è pogo savio!).

E stando i preditti in tale maniera per la vicaria di Camaiore, oggi in un luogo domane in uno altro come li sbanditi fanno, essendo di state e ’l caldo grande, divenne che una romea assai giovana passando dove il ditto Gualfreduccio co’ compagni erano in aguaito, la ditta romea dinanti al ditto Gualfreduccio rapresentata fu. E volendone prendere suo piacere, quella da parte trasse e cavatosi di testa la cervigliera e dinanti isbottonatosi la corazza per poter più diletto di tale prendere, calatosi le mutande e sopra di tale sagliendo facendo quello che a tale atto richiede; e mentre che tale cosa per lo ditto Gualfreduccio si facea, <uno suo ragazzino> chiamato Carnicella con motti disse: «Chi ha <a> fare non stia». Il Sessanta, che tali parole ode, pensò del fratello aver il modo di vendicarsene.

Non guardando comparatico, non guardando perdono né pace né amicizia né compagnia né pericolo che a lui ne potesse venire, con uno falcione se n’andò dove Gualfreduccio era et in sulla testa dalla parte dirieto li diè. Gualfreduccio volendosi levare, non potendo per le mutande che calate avea et anco per lo colpo avuto, il Sessanta rinfrescando i colpi in sulla testa per modo che morto l’ebbe, lo romore sentendosi per li altri compagni di Gualfreduccio che quine erano fu tratto dirieto al ditto Sessanta e senza ostare lo giunseno dove quine l’uccisero.

E per questo modo, per aversi fidato dello inimico fue morto; e così adiverrè’ di chi si fidasse come si fidò Gualfreduccio.

Ex.° cxviii.

CXVIIII

Odito quanto de l’uomo guardarsi di fidare la sua persona al suo nimico — per la qual cosa il proposto lodò molto l’altore che di tale cosa avea amaestrato la brigata —, e perché era assai di buon’ora prima che fusse l’ora del desnare, il proposto comandò a’ cantatori che una canzona dicesseno fine che l’ora serà d’andare a desnare. E presto uno cantatore con una damigella comincionno una canzona in questo modo:

«Io prego che ogni donna cruda invecchi

e poi per più sua pena ognor si specchi;

che veggia i dì perduti e ser condotta

nelli anni ove natura lei disprezza.

Ver’è che ’l tempo ritorna a bell’otta

a chi trapassa al dare quel che il diletta;

così d’ognuna invidia fa vendetta

tornando il ben dell’altre a’ suoi orecchi.

Se stesse fermo e non fuggisse il tempo,

o che ier ritornasse, ristorare

sé donna altrui potrebbe; ma di tempo

chi la potrebbe, chi l’amasse, amare?

Non vuol per suo piacere donna filare:

pensa poi tu che in perdere tempo pecchi».

Ditta la canzone, le vivande aparecchiate, lavate le mani, a seder si puoseno. E desnato, preso le danze, in uno giardino se n’andaro dove lo proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che l’ora sera d’andarsi a posare per lo giorno che caldo era. L’altore atto a ubidire si voltò alla brigata parlando: «A voi, omini che v’afrigete trovando le vostre donne in fallo, non pensando che natura l’ha condutte a tale atto; e però ad exempro dirò una novella: non però che le donne debiano di ciò prendere sigurtà, che radi si troverenno pazienti, come innella seguente novella sentirete, in questo modo:

DE INGENIO MULIERIS ADULTERE

Al tempo del vecchio re di Napoli, re Manfredi,

e di madonna Lagrinta, che s’inamorò di uno scudieri.

Fu in Napoli al tempo del vecchio re, cioè dello re Manfredi, uno cavalieri nomato messer Astulfo, il quale avendo una sua donna bellissima e gentile nomata madonna Lagrinta, la quale doppo molto stare col marito e di lui prendendo quello piacer che donna di marito prender si possa intanto che a ciascuno di loro parea essere innel secondo paradiso, e così dimorando, divenne che più volte trovatasi la ditta donna a sollazzo a certi giardini con alquante donne e baroni, e doppo molto sollazzare (come più volte è adivenuto) la ditta madonna Lagrinta s’infiammò d’amore d’uno scudieri nominato Nieri, assai della persona da pogo a rispetto del marito. Per lo quale amore, doppo molte danze e canti prese ardimento la ditta donna di parlare a Nieri sua intenzione narrandoli l’amore ch’ella avea preso di lui; e doppo alle presente parole, Nieri aconsentìo a tutto ciò che la ditta donna li richiese. E dato l’ordine di trovarsi insieme, <si trovonno> quine u’ si preseno piacere e diletto. Per le quali cose l’uno e l’altra si teneano assai contenti.

E perché le cose non si puonno sì strette fare che a luce non vegnano, un giorno il ditto messer Astulfo, oltra l’usato modo, per alcuno accidente si partìo di corte et a casa dove la donna tornava se ne andò. E non avendo la donna pensiere che il marito tornasse, lassati aperti et usci e porti, essendo innè’ letto con Nieri dandosi piacere, sopravenne messere Astulfo; et in camera entrato, trovò la moglie con Nieri innel letto; e tutto spaventato vedendo la moglie averli fallito, di dolore quasi tramortìo. Nieri, che hae veduto messer Astulfo, subito gittatosi fuora dè’ letto e quanto potéo dato a fuggire, <la donna volendolo seguire>, messer Astulfo come savio disse: «Donna, tu hai troppo fallito ad avermi vituperato, et ora il fallo che far vuoi sarè’ magiore volendo fuggire; e pertanto ti dico che a me hai fatto quello che giamai contento non debbo essere. E però ti dico che giamai meco non dèi usare fine che altro non sento di te che sia vastevile al fallo fatto».

E così di casa partisi tutto malanconoso et a corte tornò, e di quine pensò non partirsi né mai alla sua donna tornare. Lo re Manfredi, che ’l vede sì malinconoso, disse più volte ch’era la cagione che sì malanconoso stava. Messer Astulfo fingendo li dicea or una cosa or un’altra, e del fallo della moglie niente dicea.

E dimorati alquanti mesi in tal maniera, essendo un dì per malanconia posto a uno portico della sua camera del palazzo dè’ re e pensando sopra di quello che la donna sua fatto li avea, venendoli alcuna volta pensieri d’ucciderla et alcuna volta di disperare se tanto dolore l’abondava; e stando sopra tali pensieri, vidde uno cattivello, che andava col culo innel catino, acostarsi alla porta del palagio di madonna Fiammetta reina e moglie dè’ re Manfredi e collo scannello picchiava la porta di tal palagio. E doppo molto picchiare, la reina venne alla porta e quella aprìo. Di che quello giovano che innel catino sedea gittando lo scannello percosse innel petto della reina, dicendole villania che tanto avea posto ad aprire. La reina scusandosi che più tosto a lui non era potuta venire, e colle braccia prese quello giovano et in casa lo tirò. E cavatoli lo catino, in quello spazzo si lassò caricare. E stato alquanto in tal maniera, raconciantoli il catino e datoli dè’ confetti e beuto, lo rimisse fuori di casa.

Messer Astulfo, che tutto ha veduto, cominciò a ralegrarsi (che in fine a quel punto era stato molto malanconoso) dicendo: «Omai non mi vo’ disperare se la donna mia m’ha cambiato a uno scudieri, poi che io ho veduto la reina aver cambiato lo re a uno gaglioffo che va col culo innel catino». E pensò pigliarsi vita e buon tempo né mai più di tal fallo malinconoso stare.

E partitosi di quel luogo se n’andò in corte, dove con piacere e sollazzo danzando e cantando cominciò. Per la qual cosa lo re Manfredi, vedendo l’allegrezza che messer Astulfo di nuovo si prendea, considerato la malinconia che veduta li avea, lo dimandò dicendoli come potea esser che da tanta malinconia quanta era stata la sua tanto tempo, in sì picciola ora s’era mutato in tanta allegrezza, stringendolo che la cagione e ’l perché li dovesse narrare. Messer Astulfo, volendo celare, si fingea or d’una cosa or d’un’altra. Lo re, cognoscendo le scuse non esser sofficenti a tale atto, li disse: «Per certo, messer Astulfo, se non mi dite la verità voi cadrete dell’amor che io vi porto, e sempre per pogo mio amigo vi terrò se di tal fatto non m’aprite l’uscio della verità». Messer Astulfo, odendo tal parlare, fra se medesmo dicea: «Se io celo la cosa io verrò in dispetto di colui che più che me amo, e se apaleso il fatto dirò la vergogna che la reina li ha fatto, e potrenne morire».

E stando in tal pensieri, diliberò con uno onesto modo narrare tutto. E preso licenzia di parlare e chiesto perdono se contra di lui o di suoi cose dicesse men che bene, lo re li disse: «Dì arditamente, che tutto ciò che dirai da me perdonato ti serà né mai per tal ditto te ne serà fatto se non bene». Messer Astulfo, auto licenzia di parlare, disse: «Messer lo re, poi che così desiderate, io vi dirò tutte le cagioni in parte in parte; ma perché queste cose seranno di lunga materia, vi prego vi piaccia che altri che voi et io a tal pratica non debia essere». Lo re contento si trasse in una camera dove non volse che altri che lui e messer Astulfo fusse, e tutta brigata di fuori rimase.

E serrata la camera, messer Astulfo cominciò a narrare il vituperio che la sua donna li avea prima fatto, e che trovata l’avea innel letto con Nieri scudieri: «E di tal fallo presi tanta malinconia che più volte ho disposto di uccidermi per non volere tanto vituperio vedermi innanti, E molti altri pensieri istrani mi sono venuti innella mente. E quest’è la cagione che fine a qui hoe auto malinconia. E stando io in tali pensieri in sul portico della mia camera del vostro palagio, viddi venire uno gaglioffo, il quale — perché atratto è’ va col culo innel catino — venne a l’uscio del palagio di madonna reina e collo scannello più e più volte picchiò. E stando alquanto, viddi venire madonna reina et aprire la porta: lo gaglioffo, dicendole villania, le gittò quello scannello che in mano tenea per lo petto, dicendo: — Quanto sè’ stata ad aprire? — La reina scusandosi che più tosto non era potuta venire, et aperte le braccia quello prese et in casa lo tirò et in mia presenza (che tutto io vedea) li levò lo catino e di sopra sel misse, e tale atto le viddi fare. E stato alquanto, aregò alcune confezioni; bevuto, li raconciò il catino, è’ di fuori n’andò. E penso, poi che così liberamente venne con tener tali modi, che più tempo sia che tale mestieri colla reina fatto abbia. Per la qual cosa, stimando io in me medesmo a cui la reina v’ha cambiato, comincia’ a pensare che magior cattività fusse quella della reina — per un, mille — che quella che la donna mia m’ha fatto, però che la vostra  persona vale c mila pari di colui a chi la reina v’ha cambiato et io non vaglio molto più che Nieri. E pertanto dispuosi a darmi piacere e più non prendere malanconia; e questo è la cagione che ora di nuovo mi sono ralegrato».

Lo re sentendo tale novella disse: «Per certo, se così è come dici, ti dico che hai ragione di stare allegro et io di stare malanconoso, bene che a me innell’animo caper non può che la reina sia stata tanto matta ch’a’ tale atto sia divenuta; e se fusse vero, mai allegrezza non debbo sentire». Messer Astulfo dice tenea a certo esser vero: «Ma ben vi dico che a me incresce che constretto m’abiate a dovervi narrare questo fatto». Lo re dice: «Come avanti ti dissi, così ora ti rafermo che se mai ti volsi bene, ora te ne vo’ per un, cento; ma ben ti vo’ pregare che di tal cosa mi facci certo acciò che io possa a’ neri pensier mettere rimedio».

Messer Astulfo disse: «Io penso a certo farvelo vedere, per modo che certo ne sarete». E diliberò che a quell’ora che la reina aprisse l’uscio lo re fusse con lui in su quel portico. Lo <re> disse che li piacea. E partiti di camera, ciascuno se n’andò con quelle che avea colte.

Messer Astulfo, stato alquanti dì <in> ascolto, un giorno di festa vidde venire quello gaglioffo: subito andato per lo re e lo re venuto, viddeno colui che l’uscio collo scannello picchiava, e perchè la reina era alquanto dilungata dalla porta, non udendo sì presto, più e più volte colui picchiò. Ultimamente la reina in una giubba venn’e l’uscio aperse; lo gaglioffo con ira gittò lo scannello per darle innella faccia — e dato l’arè’ se non che la reina schifò il colpo —, dicendole: «Puttana, che hai fatto a venire?» Ella temorosamente in braccio lo prese e dentro lo messe, e fatto come messer Astulfo ditto avea in presenza dè’ re, e poi misselo fuori. Lo re, che tutto hae veduto, disse: «Per certo, Astulfo, io sono diliberato non volere più vivere al mondo e vo’ che tùe et io ci partiamo di questo luogo et a persona non lo facciamo asapere, e pigliamo dell’argento assai per ispendere e scognosciuti a piedi senz’altra compagnia ci partiamo con intenzione di mai non ritornare fine che qualche aventura non ci viene alle mani che ci faccia certi del nostro ritorno». Messer Astulfo disse che volentieri si partirè’ dalla moglie se a lui piacesse, e con lui andarè’.

Lo re disposto a partirsi, senza altro dire, presi molti denari secretamente si partirono e caminarono verso Toscana per là passare tempo. E giunti che funno innel contado di Fiorenza in una villa chiamata Paretola, domandando del camino per andare in verso Pisa, fu loro contato che la via di Empoli era buono camino e poi da Saminiato; e di quine se a Lucca volesseno essere, lo camino era per la Cerbaia, e da Lucca a Pisa ha x piccole miglia.

Costoro, inteso lo camino, si partirono da Paretola e vennero verso Saminiato dove fu loro contato che Lucca era piccola terra et assai ben posta, e piena di gran mercadanti e devota di molti santi. Lo re e ’l compagno, diliberati di venire a Lucca, passonno da Santa Gonda e Santa Croce e poi a Fusacchio, dirizzandosi verso la Cerbaia.

Et essendo del mese di luglio gran caldo, come funno giunti in un bell’oraggio et ombrina dove è una dilettevole acqua, si puoseno per lo caldo a riposo. E mentre che in tale maniera stavano, viddeno verso Lucca per la Cerbaia venire uno il quale in

collo avea una gran cassa di molto peso, venendo assai agiatamente. E come fu presso a’ luogo dove lo re e ’l compagno erano a una arcata, diliberò lo re nascondersi lungi da quell’acqua per vedere qual camino quell’uomo far vorrà. E come diliberò misse in effetto, che lui e ’l compagno si partiron da quell’acqua et in uno boschetto si missero in ascoso.

Venuto colui colla cassa dov’era quello rezo e quella bell’acqua, avendo molto sudato sì per lo caldo grande sì per lo caminare sì per lo peso grande, si misse quine a riposo. E posto giù leggiermente la cassa e trattosi della scarsella una chiave, aperse la cassa e di quella uscìo fuori una bellissima giovana d’età d’anni xx et a lato a lui se la fe’ puonere a sedere. E tratto del pane e della carne et un fiasco di vino della ditta cassa, in santa carità cominciorono a mangiare. E come ebbeno mangiato, essendo in sulla nona, il ditto, posando il capo in grembo a quella giovana cominciò a dormire et a sornacchiare forte. Lo re e ’l compagno, che tutto hanno veduto e vedeno, diliberonno, sentendo sornacchiare colui, d’apalesarsi a quella giovana, che gran bisogno aveano d’una sua pari, però che poi che partiti s’erano, con neuna s’erano acostati.

E fattosi alquanto fuora del boschetto e faccendo amicchi alla giovana che a loro andasse, la giovana, come li vidde, parendo a lei omini d’assai, piano piano sotto il capo al marito misse il fiasco e lei di sotto l’uscìo et andò a’ re et al compagno, dove fu la bene riceuta, che da’ re e dal compagno iiii volte fu contenta. La giovana, lieta di sì buona ventura che li era venuta, loda Idio e coloro che sì l’hanno fatta contenta.

Lo re la dimanda chi ella fusse e d’onde e chi era colui che sopra le spalli innella cassa la portava e la cagione. La giovana dice: «Io sono chiamata la Savia da Siena e sono moglie di colui che là dorme, il quale ha nome Arnolfo senese; e la cagione per che mi porta a questo modo si è per la gelosia che lui hae di me, che io non abbia a fare con altro uomo che con lui. Ha diliberato patire questa pena ogni volta che di fuori di Siena va per alcune mercantie, e quando siamo a Siena, sempre mi fa stare in una camera terresta innella quale non ha uscio né finestre se non graticolate di ferro e molto alte. Et in quella camera <entrare> non si può se non per una cateratta ch’è di sopra innel solaio, in su la quale lui fa il suo mestieri di dìe, e di notte quella apre e chiude da dentro con una chiave e viene a me, e quine si dorme fine a dì; e questo modo tiene di continuo. Ma la natura m’ha dotata, me e l’altre di Siena, che a tali rimedi troviamo modo: che io hoe fatto <sotto> terra, dove io tegno il mio letto, una cava tanto adentro che di fuori dalla casa riesce, e per quella ogni dì a mio diletto metto or uno or un altro, e talora vado a diportarmi con altri. E per questo modo mi do piacere e lasso il pensieri e la malinconia a Arnolfo mio marito, et io mi prendo sollazzo e diporto non guardando a sua gelosia». Lo re, che ha udito il modo che ’l marito tiene di costei et ha sentito che ella si fa chiamare la Savia, dice al compagno: «Costei ci arà tanto insegnato che con buona scienzia a casa potremo ritornare».

E parendo tempo alla giovana dover al marito tornare, disse al re et al compagno se le suoi cose piaceano loro che di grazia ciascuno coglia una meluzza del suo giardino. Lo re, odendo sì piacevolmente proferire, colse una meluzza, et una ne colse il compagno; e per ricompensazione del buono servigio, lo re li donò un bellissimo anello di grande valuta. Lei come amaestrata cognove il gioiello, pensò costoro esser di grande stato. Et acomandati a Dio, ritornò dove il marito giacea; e svegliatolo, faccendo vista d’esser co’ lui stata, disse: «Deh, quanto m’hai dato carico in sulle cosce!» Lo marito presala et innella cassa messala e chiusa la cassa colla chiave, in collo se la misse e caminò verso Siena.

Lo re Manfredi, avendo tutto veduto e sentito, disse: «O messer Astulfo, omai non è d’andare più tapinando per lo mondo, considerando che costei ci ha dato amaestramento che la femmina guardare non si può che non fallisca; posto che alcuni belli tratti loro si tolla, nientedimeno, a conclusione, ultimamente fanno la loro volontà. E pertanto ti dico che a Napoli ritorniamo e con onesto modo le donne nostre castichiamo né mai malanconia di tal fatto prendiamo».

E così disposti, a Napoli tornoro, dove ciascuno con bel modo la moglie castigòe.

Ex.° cxviiii.

CXX

U>dita la dilettevole novella, quasi avendo fatto il sonno dimenticare, nondimeno per non perdere l’usanza il proposto comandò che una danza si prendesse e verso le camere se n’andassero, et alquanto dormiti, innel luogo ordinato si ritrovino quine u’ l’altore, <che> ha di bella novella ora contenta la brigata, d’un’altra ne faccia lieti. L’altore, che a ubidire è presto, disse che fatto serà. E così a dormire si puoseno.

E levati, colle danze ordinate innel giardino se n’andarono, dove l’altore parlò: «A voi, famigli e donzelli che con altri state a salario, che, vilipendendo i vostri magiori, malcapitate, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE DISHONESTO FAMULO

Al tempo del populo di Pisa fu uno anziano nomato Vannuccio da Calci,

calzolaio, et era suo donzello uno nomato Frasca da Ripadarno.

N>ella città di Pisa, al tempo che reggea al governo del populo, fatto li anziani o vero priori, fu uno anzianatico del mese di magio e di giugno innel quale fu uno calzoraio nomato Vannuccio da Calci, omo, secondo artefici, d’assai, e comunalmente era agiato di denari e di possessioni. Et essendo tratto anziano, com’è d’usanza a lui fu atribuito una camera della quale era governatore e donzello uno nomato Frasca da Ripadarno.

Et essendo il preditto Vannuccio entrato in palagio e la sera avendo dinanti da sé Frasca suo donzello, l’impuose che ogni dì conciasse i’ letto et in su quello molte rose mettesse, e simile ogni sera con uno panno li fregasse li piedi, et alcuna volta della settimana ordinasse che l’acqua per li piedi fusse calda con alcune frondi di orbachi, e che alla mensa lo servisse di quelli buoni bocconi che innelle vivande seranno, e che sempre innel mescere lo bicchieri sciacquato e netto <fusse>; e tutte altre cose li disse che di necessità se conviene che i donzelli faccino. Frasca, che li parea a lui essere anziano, sdegnando disse che bene farè’.

E stando alcuni dì, Frasca comincia la sera a non scalzarlo, e molte altre cose date lassa di fare. Vannuccio dice: «Deh, Frasca, è’ pare che tu abbi poga memoria, a dire che non è iii sere che io ti dissi che ogni sera tu mi scalzassi e con uno panno mi fregassi i piedi, et ora te l’hai dimenticato». Frasca, trovando alcuna scusa, dice tutto fare e pensa tra se medesmo di vendicarsene fuora dell’officio di tale collegio.

Et andato Vannuccio a casa un giorno da lavorare, missosi lo grembiale dinanti et a cucire et a tagliare delle scarpe si diede. Intanto venne Frasca donzello con intenzione di svergognare Vannuccio, e disse: «Io vorrei un paio di scarpe». Vannuccio disse: «Volentieri». E fattolo puonere a sedere, Frasca, che per altro non v’era ito, postosi a sedere, Vannuccio li calzò una scarpa. Frasca dice: «El’è un pogo troppo grande». Vannuccio lo scalza et un’altra ne li mette. Frasca dice: «Questa è troppo larga; io la vorrei alquanto più asettata come si conviene a’ donzelli». Vannuccio quella li cava et un’altra ne li mette. Frasca dice: «Questa è troppo corta che le dita mi tenerè’ ariciate». Vannucio lei cava. E così, cavandola, più di xii volte si fe’ calzare e scalzare. Ultimamente presene un paio, e come a’ piedi l’ebbe, se n’andò a palagio.

E trovatosi co’ suoi compagni donzelli, disse: «Se io non mi sono vendicato di Vannucio calzolaio, che di quante volte io lo scalzai in palagio, io m’ho fatto ogi a diletto calzare e scalzare più di xx volte! E posto che la scarpa mi stesse bene, io dicea: — El’è troppo lunga —; e quando dicea: — El’è troppo larga —, et alcuna volta: — Ell’è troppo corta —; et io stando sempre a sedere, e lui vagellando come un matto, tanto che l’avea fatto andare in qua et in là. Si che io vi dico che se mai si vendicò persona di lui, io mi sono vendicato». Li donzelli, che ciò odeno, alcuni cattivi come Frasca da Ripadarno rideano, alcuni buoni tacendo si partirono et a Vannuccio calzoraio n’andarono e tutto narronno ciò che Frasca da Ripadarno ditto avea. Vannuccio, dato loro bere, dimostrò non curarsene, nientedimeno pregiò quello che ditto aveano. E partiti, ritornaron a palagio.

Vannuccio, subito preso uno mantello, a palagio n’andò et alli anziani nuovi fe’ dire che a loro volea parlare. Lo collegio lo fanno entrare a loro, a cui Vannuccio disse: «Signori, come a voi è manifesto, io come indegno fui eletto anziano per li du’ mesi passati. Come sapete, a me fu atribuito Frasca da Ripadarno per mio donzello, a cui impuosi che diligentemente mi servisse innell’officio come si richiede; e posto che malvolentieri mi servisse, del quale servigio non mi biasmo, ma perché è occorso oggi alcuno caso, posso dire che tutto ciò che innell’officio mi fe’ stimo averlo fatto con male animo. E pertanto sono venuto a voi a dirvi quello che disposto l’officio m’ha fatto; et anco di ciò non mi sarei doluto se lui non se ne fusse vantato. E quello che io vi vo’ dire si è questo: come voi sapete, l’arte mia è esser calzoraio e servire chi a bottega mi viene, per vendere mia mercantia; di che, stamane essendo tornato alla mia bottega, Frasca da Ripadarno donzello venne a me chiedendomi un paio di scarpe. Et io, fattolo puonere a sedere, uno paio ne li calzai; lui dicendo esser troppo grandi, le scalzai et altro paio le missi. E per questo modo, calzando e riscalzando, più di xii paia ne li missi. Ultimamente un paio ne comprò; et io, contento che l’avea servito, mi ristetti a bottega. Lui, venuto in palagio, se vantò che tutte le suoi vendette ha fatte in avermi tante volte fattosi scalzare e ricalzare, dicendo lo primo paio che io trovato l’avea esser buone ma per fare strazio di me negava e biasmava ogni scarpa che in piè li mettea».

Li anziani, che questo hanno udito, avuti quelli donzelli a cui Frasca avea narrato la cosa et udito troppo più cose disoneste ditte che Vannuccio non avea contato, subito fattoli trare la robba di dosso e messo Frasca da Ripadarno in mano dello asseguitore, subito conduttolo alla colla, è’ quine xxv tratte di buona misura ne li diè e poi lo mandò fuora di Pisa, con comandamento che in Pisa mai non tornasse.

E per questo modo credéo infrascar’e fu infrascato.

Ex.° cxx.

CXXI

D>itta la novella e non essendo ancora l’ora della cena, per non perder tempo il proposto comandò che una canzonetta si dica con quelle melodie che siano piacevoli alla brigata, e ditta, si prenda una danza e così apresso alla cena se vada. Le cantarelle, udendo la volontà del proposto, comincionno a cantare in questo modo, cioè:

«Tu che biasmi altrui, guarda in te prima,

che altrui non dé biasmare chi sé non stima.

Condanni te per medesimo te

se tu di quel che <me> condanni pecchi;

e se tu di’: a l’opre non guardar di me,

ma ch’io al tuo ben dir fermi li orecchi,

dico che canti bene ma mal ti specchi

se sta’ nel vizio e vertù pregi in cima.

Quel dé voler ch’altrui dotrina dà,

mostrar di sé secondo il ben dir l’opre;

chi parla onesto e contro al suo dir fa,

di lui l’effetto la malizia scuopre.

Pognam che in bigio panno altrui ricopre

con melato parlar la sorda lima».

Come fu ditta la piacevole canzona, è’ danzatori preseno una danza e verso la cena che aparecchiata era se ne andarono, là u’ di vantagio cenarono. E cenato, stando alquanto s’andonno a posare.

E la mattina levati, e ’l proposto disse a l’altore che ordini di dire una novella però che la sera vuol che in sul cabiale d’andare a Ferrara se stia fine a Lungelino faccendo aparecchiare banche assai e bene fornite di tutto ciò che bisognava. E mossi per andare, usciti di Bologna, in acqua montarono dove l’altore parlò: «A voi, omini che vi volete intramettere con motti a dire novelle non sapendone riuscire, se vergogna ve ne segue non è meraviglia. Ad exemplo dirò in questo modo:

DE PULCRA RESPONSIONE

Di madonna Colombadè’ Busdraghi e di Matteo Boccadivacca.

S>i (come) molti di voi, omini e donne, potete avere udito dire, che quando l’omo ha per fare alcuno camino come ora noi facciamo, che col bello novellare il camino si passa; e pertanto dico che innel contado nostro di Lucca nel tempo della vendemmia una gentil donna e savia chiamata madonna Colomba dè’ Busdraghi, giovana e bella di suo corpo, essendo andata per diporto con altre donne di Lucca e con alquanti giovani in una villa nomata Massa Pisana, et avendo un giorno fatto un bellissimo desnare di donne e di omini e volendo per diporto andare a spasso fine a Vorno, dove alquanta via v’era, si mosse con tutta la compagnia.

Innella quale, infra li altri che quine in compagnia erano, si fu uno giovano di tempo e di senno nomato Matteo Boccadivacca, il quale, come mossi si funno tutti a piè per caminare, voltatosi verso madonna Colomba disse: «O madonna Colomba, in quanto voi vogliate io vi porterò a cavallo gran parte della via che a fare abiamo con una delle più belle novelle del mondo».

A cui la donna rispuose: «Io ve ne prego molto, et altro da voi non desiderava se non tal cosa diceste». Matteo, a cui forsi non li stava meglio la spada in mano che ’l novellare innella lingua, ciò udito, cominciò una novella, la quale, innel vero, da sé era bellissima, ma egli tre o quattro volte ripigliava le parole che ditte da prima avea et una medesima parola vi volte ridicea, ora indirieto tornando et ora avanzando innanti, lassando innel mezzo quello che dir dovea senza niente dire, dimenticando li nomi e talora uno per un altro ponendone fieramente la guastava; senza che, spessisimamente la qualità e li atti che accadevano a tale novella lassava.

Di che madonna Colomba udendo, spesse volte come savia venia in sudore et infiammamento di cuore come se inferma fusse stata. Per terminare la qual cosa, poi che più non potéo sofferire, madonna Colomba, cognoscendo che Matteo era intrato innel montonaro e non era per uscirne, piacevolmente disse: «Questo vostro cavallo ha troppo duro il trotto, per che vi prego che vi piaccia di ponermi a piedi». Matteo, che per a ventura era migliore intenditore che novellatore, intese il motto, e la novella che cominciata avea e mal seguita lassò stare e con vergogna la sua novella non finìo.

Ex.° cxxi.

CXXII

L>a dilettevole novella ditta condusse senza disagio a Lugellino, dove quine senza uscire di barca dienno ordine di cenare; e senza altro fare, doppo cena si dienno a dormire, avendo il proposto prima comandato a l’altore che domattina quando serà tempo di caminare dica una bella novella fine alla Torre della Fossa, sperando quine esser a desnare. E così la notte passò.

E venuto il giorno, li marinai le vele alzate e co’ remi in punto, si mossene L’altore per ubidire il comandamento del proposto disse: «Io vorei prima dire qualche moralità». Lo proposto lieto, lui disse:

«Io, Temperanza, tempero mia vita,

e tutti i miei nimici tegno a freno,

di quanti voglio far né più né meno».

Dicendo: «Poi che noi siamo sopra l’acque, è di necessità di racontare alcuna novella atta secondo il luogo, e pertanto dico: A voi, donne che avete tanta volontà di bere acqua non guardando s’ella è netta o no, dirò ad exemplo una novella, in questo modo, cioè:

DE APETITO CANINO ET NON TEMPERATO

Di Taddeo cristiano di cintura di Ierusalem, ricco,

e di uno suo figliuolo, Paulo.

F>u nel contado di Ierusalem, in una villa o vero castello chiamato Gessimani, uno buono omo nomato Taddeo, cristiano di cintura e della robba assai competentemente ricco, e non avendo che uno figliuolo quello amava sopra tutte le cose del mondo. E ben che molto l’amasse, nientedimeno, per alcuno sentimento, del suo nascimento molto dubitava, però che a lui era stato dichiarito, quando al battismo lo fe’ portare a battegiare (a cui puose nome Paulo), che dovea di subitana morte morire innell’età di xviii anni, e se per alcuna ventura lo campasse, che diverrè’ omo di gran fatto. E per questo in parte portava alquanta malinconia di lui et in parte allegrezza.

E stando il ditto Taddeo, con gran piacere faccendo notricare il figliuolo tanto che pervenuto fu all’età di xvii anni, innel quale tempo Taddeo amalando e non potendo più la vita in lui durare, con pianto e dolore fe’ a sé venire Paulo suo figliuolo, con lagrime lo baciava. Et erano tante le lagrime che Taddeo gittava che Paulo disse: «Per certo, padre, o voi non m’amate come dé amare padre, o voi di me siete come fuor di senno oltra l’usato modo preso d’amore; e pertanto vi prego che a me dichiate il perché li occhi vostri tanto sono aflitti in mia presenza». Lo padre, che ode il figliuolo, gittando uno strido disse: «Se io lagrimo io ho di che per più rispetti; e prima, perché della morte ho paura, apresso perché lasso te in grave pericolo, che penso essendo io morto tu pogo dipo me viver dèi; e più mi duole che di subitana morte debbi morire, compiuti i xviii anni. E queste sono le ragioni che m’induceno a lagrimare. Ma d’una cosa l’animo mio mi fa star lieto: che se la fortuna fa passare il tempo di xviii anni, diverrai gran maestro e signore; sì che ’l dolore meschiato con l’allegrezza mi fa le lagrime da li occhi discendere. Omai ti prego che sii contento e colla mia benedizione a Dio t’acomando, comandandoti che sempre la fede di Cristo mantegni, e da quella mai non ti partire». E ditto ch’ebbe queste cose, il ditto Taddeo si morì. Paulo quello fe’ soppellire, faccendo per l’anima sua assai limosino.

Rimaso Paulo solo colla sua madre nomata madonna Crestina, donna di gran santità e molto divota di Nostra Donna, pregandola di continuo che li guardasse assai quel suo unico figliuolo Paulo dalla morte subitana, et avea tanta compassione e paura di questo suo figliuolo che poghe volte lo vedea che di paura non lagrimasse. Di che il figliuolo, ciò vedendo, disse: «Madre mia, po’ che la mia fortuna mi dé conducere a dovere morire subito o mai (ché il tempo s’aprossima), vi dico che io vo’ andare a trovare mia ventura: forsi che Dio, per sua pietà e per le limosine e preghi che voi farete, questa pestilenza di tal morte da dosso mi leverà; e se pur fi’ di suo piacere che io morir debbia, vi dico che almeno di tal morte non n’arete tormento. E pertanto vi prego vi piaccia che a me comperiate un buono cavallo e ben fornito, e datemi denari che alquanto tempo possa senza disagio andare cercando mia ventura; e voi colle limosine e orazioni vi serbate quello che ci è». La madre, udendo le savie ragioni di Paulo suo figliuolo, tutto misse in effetto.

E doppo alquanti giorni, Paulo col nome di Cristo montò a cavallo e solo cavalcò verso Babillonia. La donna rimane, faccendo dire molte messe e faccendo limosine acciò che Dio lo figliuolo li salvasse e che prima che ella morisse lo potesse vedere.

E cavalcando Paulo più giornate, dandosi piacere e restando or in questa terra or in quella tanto che al termine di xviii anni fu venuto, e passando un giorno per via circundata di boschi innè’ quali lo fuoco era stato messo per alcuni di Babillonia, et ardendo forte, uno drago fugendo lo fuoco (o veramente che Dio lo conducesse) vedendo passare Paulo a cavallo per lo sentieri, subito saltato in sulla groppa del cavallo e le branche messe in sulle spalle a Paulo sopra avanzando la testa con tutto ’l collo sopra del capo di Paulo; Paulo, che pensa in quel punto morire, senza paura lassa il drago far ciò che vuole, spronando lo cavallo tanto che fuora del fuoco fu uscito. E come fuora del fuoco fu, una saetta si mosse dal cielo per ferire Paulo: lo drago, che quella ha veduta, subito aperto la bocca, quella ricevè, e neuno male a Paulo né al drago fece. Paulo stupefatto è tramortito in terra sì per la paura avuta del drago sì di quella del fuoco sì per la saetta, che non fu da meravigliare se Paulo non morì.

E caduto in terra tramortito, lo drago scese della groppa del cavallo e come fusse persona umana quine ristéo tanto che Paulo fu resentito. Et aperti li occhi, vedendo il drago sopra di lui, di nuovo di paura in terra cadde come morto. Lo drago, che ciò vede, partisi, tanto steo che Paulo fu risentito. E come lo vidde risentire, il drago cominciò a parlare dicendo: «Paulo, non aver paura: sappi che oggi sè’ campato da morte a vita, però che quella saetta che da cielo venne, venia per ucciderti, et io quella ricevei per lo buono servigio che fatto m’avei d’avermi tratto del fuoco. E pertanto assigurati e da ora innanti di morte subitana non aver pensieri».

Paulo rasegurato si levò di terra, che ancora giacea, per volere montare a cavallo. Il drago disse: «Paulo, poi che Dio t’ha campato, io ti vo’ dare una bella grazia: e però mettemi la tua lingua in bocca et io metterò la mia innella tua, e dìcoti che tutte maniere di bestie intenderai ciò che dir vorranno». Paulo rasegurato credette al drago, e com’è’ disse così fe’: e subito si sentìo che tutte creature et animali intendea. E tenendosi molto lieto, a cavallo montò. Il drago si parte, e Paulo cavalca verso Babillonia faccendo per lo camino la prova dello intendere li animali, e trova esser vero.

E così giunse in Babillonia; né molto quine volse dimorare che diliberò venire in Cristianità. E cavalcato verso Domasco e di quine al porto di Baruti e montato in s’una nave, si fe’ mettere innell’isola di Cipri dove si tenea assai contento e sicuro. E sposato in una città dell’isola, nomata Scio, sentìo la figliuola dè’ re Carlo di Cipri nomata Isotta era malata di una malatia, che avea uno ranocchio in corpo; et avendo ella beuta molt’acqua, quello li era tanto a dosso cresciuto che tutta la sustanza li cavava da dosso et era per perderne la persona; e che lo re avea mandato bando che qualunca la guarisse, che a tale con mezzo il suo reame la darè’ per moglie; e che mai neuno l’avea potuta guarire e molti n’erano stati morti e disfatti che tale fanciulla aveano presa a guarire. Paulo, che questo ha udito, pensò voler essere quello che tale giovana goda.

E subito montato a cavallo, onorevilemente vestito in corte dov’era lo re Carlo se n’andò et a lui fe’ parlare come uno straniero volea la sua figliuola guarire e quella per donna avere. Lo re, che altro non disiava, fu molto allegro; e subito fattolo dinanti a sé venire, ordinato tutto, lo dì seguente funno in sulla prova.

E fatto venire Isotta fuora della città intorno a’ fossi, — là u’ Paulo solo colla giovana andavano su per li fossi —, e mentre andavano, lo ranocchio cominciò a cantare. Quelli ch’erano innell’acqua comincionno a rispondere, dicendo: «O cattivo isventurato che stai in cotesto corpo rinchiuso, e noi stiamo a vedere l’aire e diamoci piacere innell’acqua e godiamo!» Lo ranocchio ch’è innel corpo di Isotta dice: «Io mangio di buone confezioni e latte, e sto caldo e godo senza paura; e voi, cattivelli che state innell’acqua e mangiate male e bevete peggio, et oltra ciò vivete in sospetto d’esser dalle serpi mangiati! Et io mi riposo senza affanno e non ho paura d’esser morto, ma continuo ogni dì mi sono date migliore vivande l’uno dì più che l’altro». Li ranocchi dicono: «Se lo re o chi l’hae a governare facesse a nostro senno, tu non vi staresti un’ora e come cattivo innel fuoco ti farenno ardere, che hai preso a volere far morire sì bella giovana». <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .>Lo ranocchio rinchiuso: «Cotesto non è neuno che saper lo possa e però io mi goderò sempre e voi vi starete innella mota come degni sete».

Paulo, che tutto hae inteso, subito partitosi di quine et innella terra intrato, faccendo quello che inteso da’ ranocchi avea, la giovana libera dalla infermità fu, posto che debile rimanesse; lo re mandato per medici e medicine, in poghi giorni tornò più bella e più forte che mai fusse. E dato l’ordine che Paulo la meni, la festa fu grande e più giorni tennero corte bandita dandosi piacere.

E non molto tempo steono che Paulo mandò per la madre che a lui venisse, notandole come avea presa la figliuola dè’ re Carlo di Cipri nomata Isotta. La madre allegra in Cipri n’andò, dove il figliuolo la fe’ fare contessa. E lui doppo la morte dè’ re Carlo rimase re e signore di Cipri, però che altra figliuola che Isotta lo re non avea. E così insieme steono avendo insieme molti figliuoli. E morti, l’anime loro per le buone operazioni Idio le chiamò a sé.

Ex.° cxxii.

CXXIII

G>iunta la brigata alquanto passato nona colla dilettevole novella alla Torre della Fossa dove trovarono aparecchiato da desnare, e usciti dalle barche a taula si puoseno e con piacere desnarono. E desnato, lo proposto fatto ogni persona mettere in sulle barche dè’ ferraresi per caminare a Ferrara dove la sera volea che la brigata dormisse, e come in barca funno, il proposto comandò a’ cantarelli che una canzona dicano, e giunti poi a Ferrara, senz’altro fare s’intenda a cenare. Li cantatori presti comincionno a cantare dicendo:

«Ch’i’ d’altra donna sia, certa sia tu

di no; ma sì di te com’io mai fu’.

Deh, donna, non pensare

che per altra guatare

il cor le dia, che sa’ ch’io ’l diedi a te.

Celo di te mirare,

perché alcun bucinare,

chi di ciò sente, un’altra il tiri a sé.

Deh, non dottare, deh, fidati di me,

di quel ch’io fo, ch’il fo per senno a più.

Più dé guardar la fama,

colui, di donna ch’ama,

che quel disio che l’apetito dà.

Donna che cade in fama

vivendo morte chiama,

perciò che more ella vivendo sa.

Non li occhi miei ma ’l core in te si sta,

ed è magior per tòr mal dir virtù».

Ditta la canzone e giunti a Ferrara dove si ridusseno a l’albergo e quine trovato aparecchiato da cena, cenarono e poi a dormire s’andarono fine alla mattina che levati furono.

Il proposto disse a l’altore che ordini dire una novella quando montati seranno in sulle carrette per andare a Francolino là dove vuole che la sera si stia. L’altore, presto a ubidire, spettò che tutti montati furono e voltòsi alla brigata dicendo: «A voi, omini parziali li quali non per rispetto di Dio carità faite ma per l’animo della parte quello faite, dirò una novella ad exemplo, in questo modo, cioè:

DE INGANNO PLACIBILI

Di frate Tomasino da Controne di santo Agustino,

molto ghibellino: andando a Controne, non volendo

frate in compagna, menò Giorgio da Ghivizano.

N>ell’ordine dè’ frati di santo Agustino di Lucca fu uno nomato fra’ Tomasino da Controne, omo assai di scienzia pieno, nondimeno li avanzava in corpo tanta parzialità che più che l’aguila si tenea esser ghibellino, intanto che più volte ebbe a dire che neuno guelfo non andava in paradiso. E con questa sua parte visse molto tempo, tanto che più di lxx anni avea.

Divenne, un giorno di sabbato volendo andare a Controne per vedere alcuno suo parente, si mosse da Lucca e prese in sua compagna, per non menare frati, Giorgio da Ghivizano, il quale come frate Tomasino disiderava andare adagio e spessisime volte contento di novellare della parte. E così preseno il camino senza che neuno di loro denaio avesse a dosso, caminando per andare assai agiatamente di villa in villa, tanto che giunti furono a Diecimo dove quine per alcuni loro cognoscenti funno ricevuti di bere; e posto che a loro fusse proferto da mangiare, per alcuna reverenza che frate Tomasino al sabbato portava, digiunava. E pensando la sera poter giungere a Controne, niente a Diecimo mangiarono, e da poi al Borgo a Mozano similemente feceno, che di neuna cosa damangiare preseno. E bevuto che usi n’erano, si partiron e caminonno verso Valdilima con passi assai lenti. E passato il ponte a Chifenti, trovando alcuni erbucci da salegiate come sono raponzori salbastrella primifiori e ruchetta et altri erbi, fra’ Tomasino dice a Giorgio: «Cogliamo una insalatuzza, che l’aremo a cena». Giorgio, che già li parea innomerare le stelle della fame, l’erbette col frate colse, sempre caminando verso Controne.

Or perché il camino era a loro alquanto lungo e le lor gambi non molto forti e l’ora cominciava a declinare a sera, con gran difficultà e fatica giunseno al Ponte alla Lima presso al bagno; e quello passato, si dirizzonno verso il bagno alla Villa sperando col dì giungere a Controne. Aveano costoro il core grande e le gambi corte e triste, che pogo avanti funno andati che il sole in quelle parti era già ito sotto. Fra’ Tomaso disse: «Giorgio, per certo stasera saremo li mali arrivati, poi che a Controne andar non possiamo però che la sera ci ha giunti et in queste parti non ci ho amico che mi volesse ricevere». Giorgio, che ha men forza di lui per lo non mangiare, dice: «Acostianci con qualche persona che stasera ci aberghi e diaci mangiare». Lo frate dice: «In quella casa che è in su quella costa sta uno nomato Baschiera, il quale è lo più guelfo omo di questo paese e cognoscemi; se con ingegni noi non facciamo, con lui niente ci varà il mio predicare. Nondimeno per tuo amore vo’ provare se qui stasera star possiamo».

E montati il poggio, alla casa di Baschiera capitonno con una grembiata d’erbi colti, dove trovonno la donna di Baschiera nomata Ciaia, la quale cognoscendo fra Tomaso disse: «O che vento v’ha condutti qui?» Il frate rispuose: «Lo vento guelfo da Camporegiana m’ha condutto stasera a star con voi». Ciaia disse: «Meco non starete voi, che io vo’ stare con Baschiera mio marito». Lo frate disse: «Ben l’ho ditto più volte che la donna si pensa prima il male che le vegna: io dico che io voglio stasera cenare con voi, che digiuno io e questo mio compagno <siamo>». Ciaia dice: «Io sarei molto contenta se ’l Baschiera volesse». Lo frate dice: «Io l’aspetterò, e intanto ci prestate una catinella che questa insalatuzza laviamo, e se aveste dell’aceto et un pogo d’olio e di sale ce ne prestiate sì che noi la possiamo mangiare se altro non avessimo». Ciaia dice: «Delle catinelle ho io assai e dell’aceto, bontà di Dio e del prete di Menabio che ci vendéo tal vino che subito diventò aceto; de l’olio abiamo assai delle nostre olive dal borgo; di sale non domandate, che il nostro comune da Lucca ce ne dà tanto che ne potremmo seminare». Frate Tomaso dice: «Voi sete assai ben fornita per la nostra salegiata».

E fattosi dare la catinella e già monda la salegiata, sopragiunse Baschiera e vidde fra’ Tomaso esserli capitato a casa; disse con una voce assai teribile: «Che faite?» Lo frate stupefatto disse: «Ben l’ho ditto che tutti questi guelfi sono così feroci!»; sogiungendo: «O Baschiera, io ti prego, poi che a casa tua siamo condutti, che vogli che una penitenza la quale a me è stata imposta io faccia; e far non la posso senza il tuo aiuto». Dice il Baschiera: «Che penetenza avete a fare?» Lo frate dice: «Che ogni sabato mi conviene mangiare xxv pietre tonde e nette di fiume o d’acqua corrente, un pogo grossette tanto che inghiottire io le possa; e però ti prego che alla Lima vadi per esse». Baschiera dice che volentieri, non per desiderio di servirlo ma vederlo mangiare quelle pietre.

E mossosi, il frate rimane dicendo a Ciaia se della farina avea: Ciaia dice di sì. E poi domanda s’ell’ha vuova e cacio: Ciaia dice: «Bontà di Dio e delle miei galline e capre, di tutte cose abbiamo». Frate Tomaso si fa dare del cacio e quello fa grattare et a lei dice che faccia delle lasagne: e così fa. E messo il paiuolo a fuoco, le lasagne sono cotte e ben incaciate e messe da parte; e poi preso dell’uova e più di xx rotte in una catinella e mescolate con di molto cacio, quelle serba.

Et aparecchiato e concio la salegiata e messo il vino in punto, tornò il Baschiera con più di l pietre belle e nette, dicendo: «O frate, ecco la sua penitenza». Lo frate dice: «Benedetto si’ tue che hai avuto pensieri alla mia penitenza». E prese xxv pietre più nette, innello scomparto dell’uova le misse. Baschiera di tutto sta cheto, sperando di volere vedere quelle pietre mangiare. E prima che a taula si mettesseno, lo sofritto fu cotto.

Et ogni cosa posto in taula, frate Tomasino lavate le mani e tutti li altri, cominciò a benedire la mensa; e poi posti tutti a taula, cominciarono, prima dalla salegiata e poi alle lasagne. Baschiera dice: «Io vedrò pure quando mangerà le pietre!» E così, mangiate le lasagne, lo sofritto si rega innanti; e le pietre sopravanzavano: <lo frate> prendendone una e poi l’altra, tanto che tutt’e xxv l’ebbe tratte del sofritto e messe da parte, disse: «Poi che me le conviene mangiare, io voglio prima aver fatto buono fondamento». E cominciò lui e li altri a mangiar lo sofritto.

E quando tutti funno sazi, lo frate dice: «Io vi voglio dare un buono exempro; e prima: se ti fusse ditto che tu non usassi colla donna tua per alcuno frate o prete, non lo credere; e se ti dicessero: non mangiare carne il vernadì, non li dèi ubidire; e se uno ti dicesse: fa la mia penetenza che io te ne prego, et a questo non dico né sì né no, però che lo puoi fare». E molte altre cose disse. E come ebbe ciò ditto, disse: «Avete bene inteso?» Baschiera e Ciaia disseno di sì. Allora frate Tomaso disse: «Io ti prego, Baschiera, che la penetenza che io far debbo di mangiar queste pietre, perché io sono stasera assai pieno, le vogli per me mangiare». Baschiera disse: «Cotesto non farò io!» Lo frate, rivoltosi a Ciaia, simil grazia le chiese. Ella similmente rispuose non farlo. Lo frate dice: «Almeno, Ciaia, ti prego che fine a domattina che levati saremo me le serbi, e prima che altro pasto pigli, salvo che vino, io le vo’ mangiare». La donna dice di serbarle, e quelle ripuose. E posti a dormire, con buono sonno la notte posarono.

La mattina quando si funno per muovere, lo frate fattosi dare bere, Baschiera ricordandoli le pietre, lo frate disse: «Ben hai ditto». E féle venire e quelle innella mano prese dicendo a Baschiera: «Io ti prego mi consigli che io a te le dia». Baschiera dice: «A me non le darete voi!» Lo frate disse: «Poi che te non ne consigli, che men savio di me <sè’>, io non me ne vo’ consigliare». Et alzato la mano, quelle in una vigna gittò e messesi al suo camino.

Baschiera, che credea che ’l frate mangiasse le pietr’e avea sostenuto tutta la spesa, rimase schernito né più di tal cosa parlò.

Ex.° cxxiii.

CXXIIII

L>a dilettevole novella di frate Tomasino ha molto la brigata condutta senza disagio a Francolino prima che fusse l’ora della cena, perché agiati assai erano iti. E come giunti furono, il proposto missosi a sedere in una camera d’uno albergo, dove tutta la brigata d’intorno si puose, il quale proposto comandò a’ danzatori che una danza facesseno, e fatta, li cantatori una canzonetta cantassero, e ditta, la brigata a cenare andassero. E fatto il comandamento, le danze prese, li stormenti sonando tanto che le danze restarono, e restate, i cantarelli e cantarelle con voci puerili cantarono in questo modo una canzona:

«Io vo’ ben a chi vuol bene a me

e non amo chi ama proprio sé.

Non son colui che per pigliar la luna

consuma il tempo suo e nulla n’ha;

ma se m’avien ch’amor incontri d’una

che mi si tolga, i’ dico: — E tu ti stà —;

se mi fa <lima>lima, io <a> lè’ dà dà,

così mi vivo in questa pura fé.

Com’altri in me, cos’i’ mi sto in altrui;

di quel ch’io posso a chi mi dona do.

Nessun può dir di me: — Vedi colui

che con du’ lingue dice sì e no? —;

ma fermo a chi sta fermo sempre sto,

s’io l’ho com’al bisogno me a sé».

Compiuta la morale canzona, le taule poste, le vivande aparecchiate, dato l’acqua alle mani e posti a mensa, cenarono di buona voglia. E cenato, per poter alquanto smaltire il cibo comincionno i danzatori senza comandamento a danzare, li stormenti a sonare faccendo dolci melodie, parendo esser come in villa, più volte mutando danze e suoni. E per non dar molta fatica a’ danzatori, essendo assai buon’ora, fatto restare li suoni, con onesto parlare lo proposto disse: «A voi, religiosi, li quali ora che siemo fuora della cittade consolate la brigata di qualche bello exemplo morale».

Li religiosi per ubidire disseno:

«Errar non può colui che si rimete

nel piacer di chi guida

di sopra i cieli e tutta la natura;

ricchezza stato signoria e sette,

chi sé tenerne fida

non pensa al corpo loro che pogo dura;

e quel discreto sta senza paura,

perder non teme né mancar suo aviso

che tiene alto il suo viso,

so onde al giudicio giustamente cade,

e lassa a li altri sofiare e languire

veggendosi mentire

tutte le cose nella nostra etade.

A lui niente falla al suo disio,

che ’l pasce il pogo e ’l più fugge per rio».

Udito il proposto il savio dire, piacendoli, fatto fare collazione al modo usato, comandò che tutti a posar n’andassero acciò che a mezzanotte in su’ legni montar possano per caminare alla città di Chioggia: «Dove comando che quine sia aparecchiato per la cena, e a te, altore, che levati et entrati in barca dichi una bella novella fine alle Bebe, e dapoi i cantatori una canzonetta cantino. E perché molto m’è piaciuto il dire dè’ religiosi, dico che doppo le canzone qualche cosa dicano. E così con piacere giungeremo alla città di Chioggia».

Ognuno, inteso c’ha ’l proposto, a dormire si puone, e la notte, chiamati da’ padroni, in barca se ne vanno. E dato dè’ remi in acqua e fatto silenzio, l’altore parlò dicendo: «A voi, conti e signori che vi disperate per adempiere il vostro disio, dirò ad exemplo una novella, la quale in questo modo sì conta:

DE DESPERATO DOMINIO

Di due conti di Borgogna: vicini e parenti, venneno a guerra.

F>u innelle parti di Borgogna du’ conti, l’uno nomato lo conte Danese da Dierta e l’altro lo conte Bioccolo da Lanson, omini potenti e di molte castelle signori, che per certo disdegno nato tra loro, essendo vicini e d’alcuno parentado congiunti vennero a guerra insieme, avendosi isfidati e ciascun fatto suo isforzo e messe le brigate in su’ campi e venuti a battaglia insieme.

Or perché serè’ lungo il nostro novellare, verrò solo alla sustanza della cosa, dicendo che il conte Danese come vigoroso e gagliardo, posto che meno terreno e genti avesse che non avea lo conte Bioccolo, la fortuna lo prosperava, intanto che non molti mesi passarono che ’l conte Danese al conte Bioccolo tolse tutta la magior parte delle suoi castella e terreno. E pogo più li era rimaso che solo il castello nomato Lanson, e quello assai male in asetto per li molti di quello castello morti et eziandio perché poga vettuaglia v’avea e poghi difenditori: che si potea dire esser perduto.

Di che, vedendosi il ditto conte Bioccolo a tale stretta, non avendo speranza in Dio ma più tosto in disperazione mettendosi, come disperato cominciò a racomandarsi al diaule, più volte chiamandolo: «O diaule, a te mi do in anima et in corpo, se puoi far tanto che io sopra del conte Danese possa mia vendetta fare». E questo più volte come disperato chiedea. Lo dimonio, il quale sta sempre atento a far la natura umana perire, avendo più volte lo conte Bioccolo inteso quanto a lui si racomandava, diliberò apalesarsi a lui e farlo contento in questo modo dell’animo che avea.

E subito aparitoli innanti in forma di un gran maestro, dicendoli: «O conte Bioccolo, io sono venuto a te per dichiarirti chi io sono e perché: e però sappi che io sono quel diaule che più volte a me t’hai dato in anima et in corpo, e però sono venuto che mi dichi a bocca quello che fra te medesmo più volte hai ditto; et io farò ciò che mi comanderai»; lo conte Bioccolo disse: «Poi che tu m’hai ditto che sè’ il diaule, et io così credo, ti dico che se del conte Danese mi vuoi far vincitore, io mi ti do in anima et in corpo». Lo dimonio disse: «Or m’intendi, conte Bioccolo, quello che io vo’ dire: sappi che quello che a me prometti ti converrà atenere, e non pensare di negarmi quello che a me prometterai. E pertanto ti dico che tu t’apensi fine a domane a quest’otta, e qui ritornerai dove io sarò e quello che diliberato arai di fare starò per contento». Lo conte allegro disse: «Et io verrò».

E partiti l’uno da l’altro, lo conte si ritornò nel suo palazzo, e quine pensando sopra <lo conte Danese> vendicarsi, lo dimonio andò in quel proprio luogo dove lo conte Bioccolo era, infiammandolo che fermo stesse alla vendetta. E tanto lo ’nfiammò che ’l conte senz’altro racomandamento di Dio diliberò rispondere al diaule che tutto se li dava in anima et in corpo avendo sua intenzione del conte Danese. E per questo modo passò quella notte.

E venuto il giorno, all’ora dovuta che il diaule dovea esser quine u’ davanti avea trovato il conte Bioccolo, il preditto conte quine andò. E non molto stato, il diaule si manifestò a lui dicendo: «O conte Bioccolo, come ti sè’ apensato?» Lo conte dice: «Che sono contento di darmiti in anima et in corpo se contra al conte Danese mi fai vincitore, soggiogando lui com’è’ ha sogiogato me. E questo fatto, a che ora vuoi vieni per me et io teco senza contasto verrò». Il diaule, che altro non desiderava, disse: «O conte, io voglio che per tua léttora e col tuo sugello tale promessione mi facci, et io ti farò del nimico tuo esser vincitore». Lo conte Bioccolo, che per vendetta fare si sarè’ obligato, giurando disse d’osservarli tutto ciò che promesso avea e che la carta di sua mano col suggello senza che di quine si partisse li farè’.

E fatto venire carta et ongosto, la scritta fece e, preso il suo suggello, quella suggellò et al diaule la diede dicendoli: «Io t’aterrò più che promesso non t’habbo!». Il diaule disse; «Ora mi spetta qui et io tornerò a te». E subito, senza molto stare rapresentò al conte Bioccolo tanti fiorini che parve uno stupore a vederli, dicendo: «O conte, se dè’ soldare tanta gente dando buono soldo, però che dè’ denari ogni dì te ne regnerò tanti che tutto ’l mondo soldar potresti; e pertanto dà buon soldo e combatte». Lo conte, vedendo tanti denari, stimò non che ’l conte Danese mettere al basso, ma tutto Francia, avendo nimistà, poter vincere. E per questo ringraziando il diaule disse: «Io proverò con quelli, e se bisogno de li altri arò, falli presti». Il diaule dice: «Fa tosto, che denari ci ha assai e sempre in questo luogo al bisogno mi troverai». E partísi via.

Lo conte, preso quelli denari, diè ordine di soldare da cavallo e da piè. E messosi a combattere col conte Danese, avendo gran quantità di gente in breve tempo riconquistò tutte le suoi terre perdute e poi conquistando quelle del conte Danese, che non molti mesi passarono che ’l conte Danese con tutte suoi castelle e terre prese ebbe. E morto il conte Danese, pacificato colli altri gentilotti di quelle terre, con gran trionfo a Lanson ritornò, dove ordinò che tutti i baroni e signori dell’uno paes’e dell’altro et alquanti stranieri fusseno a uno magno desnare che il ditto conte Bioccolo far volea.

E venuta l’ora et essendo a taula, il dimonio in forma di uno corrieri giunse al palagio, dove presentatosi e volendo in sala salire, lo maestro uscieri non volendo che neuno su andasse per comandamento, disse che alquanto si spettasse fine che l’ambasciata al conte fatta fusse. Lo dimonio corrieri disse: «Và e torna colla imbasciata, et io qui t’aspetto». Lo famiglio andò in sala e quine davanti al conte l’ambasciata fece come uno corrieri li volea una lettera dare. Il conte, che era in sul godere, disse: «Dilli che si spetti tanto che noi ci abiamo dato piacere». Lo famiglio tornò e tutto disse. Il dimonio disse: «Và dilli che l’ambasciata è di troppo grande importanza e che voglia quella udire». Lo famiglio, ritornato, disse quello che il dimonio ditto avea. Lo conte disse: «Sia che si vuole, io al presente udire nol voglio». E ritornato, l’ambasciata espuose. Lo dimonio disse: «Or ritorna e dilli che se non vorrà che io vegna, io verrò a mal suo grado». Lo famiglio, che ciò ha udito, saglito le scale e giunto in sala, l’ambasciata disse. Lo conte, ricordandosi della promissione, immaginò quel corrieri esser il diaule; tutto smarrito disse: «Dì che vegna». Li gentili omini che a taula col conte erano, vedendolo si strafigurire, li disseno quello avea. Lui narando loro tutta la convenenza col dimonio presa, coloro confortandolo disseno; «Deh, spera in Dio et a Lui ti racomanda e non dubitare».

E mentre che tali parole si diceano, il dimonio, giunto in sala e dato la lettera al conte, disse: «Conte, osserva la promessa di questa scritta». Lo conte, cognoscendo la sua lettera, voltòsi a’ cavalieri dicendo: «Ecco la promessa al diaule fatta». Coloro dicendoli: «Racomandati a Dio»; il dimonio ciò udendo disse: «Pogo li varrà oggimai, ch’eli è mio». E subito per li capelli lo prese e di tratta fuora delle finestre lo trasse e per l’aire fine a l’inferno lo portò, e quine col corpo e coll’anima fu lassato.

Li cavalieri, stupefatti di quello che veduto aveano, parte se n’è fatto romiti, e parte, dati a’ piaceri, visseno con più discrezione che fine a quel punto fatto non aveano.

Ex.° cxxiiii.

CXXV

Li cantatori, che atenti stavano, giunti che alle Bebe funno e sposati di barca per dovere quine la sera dormire, asettati in uno albergo sotto un bello frascato comincionno a cantare in questo modo una canzonetta, dicendo:

«— Donna, se inganni me, chi poi ti crede?

— Sai chi? un altro te

che creda aver <a> perder sé e me.

— Non è in altrui far beffe in donna bello.

— Io beffo te per non esser beffata.

— Lasso! tu ’l fai per volgermi mantello.

— Come ch’io sia, i’ son disamorata.

— Non m’ami tu, sendo da me amata?

— Sì, se in uom fusse fé;

ma uomo donna ama a diletto di sé.

— Come sè’ <sì> di dolce fatta rea!

— Sai come? (come) sè’ tu fatto reo.

— Io son ben reo amando te, giudea.

— Giudea non sono, ma tu sè’ ben giudeo.

— S’io t’ho messo nel mezzo del cor meo,

metti me in quel di te.

— Io non ti metterei al suol del pè.»

Ditta la dilettevole canzona, per non fare contro alla volontà del proposto li religiosi comincionno a dire, con quelle melodie in canto che si richiede, in questo modo:

«Tu, ignorante, segui le ricchezze

credendo esser felice,

e metti il tempo in ciò ch’è tanto caro;

se guardi con prudenza, tali altezze

caggiono, e le radice

di lor si svelgono con tormento amaro.

Or mi dì, tu che pur raguni, avaro:

che speri tu, dì, che pensi di farne?

Tu sai ben che portarne

non nel potrai, perché non se ne porta;

lassera’lo a’ figliuoli e a’ parenti?

Stolto, or ti risenti,

prima che la memoria tua sia morta,

e fanne parte a te prima ch’altrui,

sì ch’abbi fama, e non per lo tuo colui».

Lo proposto udite le dolce melodie, essendo l’ora della cena et aparecchiato, comandò che a cena s’andasse e poi a posare, per far buona levata per esser a Chioggia al desnare; et a l’altore comandò che d’una bella novella innel camino la brigata contentasse. L’altore presto disse che fatto seràe.

E dormiti fine a quel punto che da’ padroni delle barche funno desti et intrati in barca, l’altore disse: «A voi, omini che colle donne altrui disonestamente e con peccato usate e poi vi fidate di chi ha ricevuto la vergogna, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE MALA FIDUCIA INIMICI

Di messer Marcovaldo e della sua donna, Anna da Ca’ Baldù bella e solaciera.

Innella città di Vinegia, dove pensiamo andare, era uno gentiluomo da Ca’ Dandolo nomato messer Marcovaldo, omo d’assai, il quale avea una sua donna giovana da Ca’ Baldù nomata Anna, bella di suo corpo e molto sollaciera cantatrice e danzatrice, che a tutte le feste era — per la sua piacevolezza e bellezza e simile per lo stato — invitata, intanto che non parea aver festa se Anna quine non fusse. A le quali feste molti giovani concorreano; et infra li altri che a tali feste andavano e massimamente per vedere la ditta Anna, era uno giovano bello, di meno di età che non era messer Marcovaldo, nomato Lancilotto da Ca’ Dandolo, come era il marito di monna Anna. E doppo il molto praticare insieme alle feste, di parole in parole assegurandosi Anna con Lancilotto, non molto tempo steono che di concordia tra loro dispuosero che Lancilotto di Anna si prendesse suo piacere. E così divenne che Lancilotto ebbe di Anna tutto ciò che a lui fu in talento più e più tempo.

Adivenne che Lancilotto, per lo suo senno e sapere tra’ gentili omini di Vinegia, fu eletto dogio della città di Vinegia. E fatto magior governatore di tal terra, ordinò alla sua guardia alquanti, com’è d’usanza, et a’ consigli similmente fe’ ordinare che richiesti fussero alquanti gentili omini, fra’ quali volse che <fusse messer Marcovaldo>. Messer Marcovaldo, che tutto avea saputo, fingendosi di non sapere lassava il ditto Lancilotto il suo piacere con Anna prendere, dando talora agio al fatto, sperando a tempo e luogo casticarlo dè’ falli commessi; e come astuto mostrava al ditto Lancilotto dogio tanto amore che più che Dio parea l’amasse.

E per questo modo essendo messer Marcovaldo onorato e fatto ricco per li ofici et onori riceuti da Lancilotto dogio, divenne che, avendo veduti alquanti gentili omini di Vinegia e loro seguaci malcontenti, tastandoli più volte e trovandoli esser malcontenti qual per una ragione e qual per un’altra, lui che ingiuriato da Lancilotto si tenea de l’usare con Anna sua donna, prese pensieri di volersi della ingiuria vendicare, non guardando né che né come, pensando che s’e’ morto fusse per le suoi mani, li gentili omini lui creasseno dogio e magiore. Et avuto con alcuni malcontenti pratica di tal fatto, confortandovelo che faccia tosto, messer Marcovaldo, non guardando se non a vendicarsi della ’ngiuria della donna, dispuose un giorno del mese di luglio, in su’ gran caldi, andare al dogio per narrarli alcuna storia o vero novella.

Et ito solo, avendo alquanti prima informati che presti fussero, come fu col dogio il preditto messer Marcovaldo con uno coltello al dogio per lo petto diede, che morto cadde. E pensandosi esser il magiore, volendo levare lo romore, li amici di Lancilotto co l’arme trasseno al palagio. E sentendo messer Marcovaldo da Ca’ Dandolo la tratta, disse: «Io sono che ho morto Lancilotto, e vo’ esser il magiore e non lui!» Li amici, ciò sentendo, senza indugio messer Marcovaldo uccisero; e tratti innel palagio, di nuovo creonno altro dogio, cui a loro piacque, e non al modo che messer Marcovaldo arè’ voluto e volea, cognoscendo che altro che lo sdegno preso che colla donna sua lo dogio era usato condusse Marcovaldo a fare tale atto, e non altra cagione. E però li amici volsero che di tal fallo non si potesse groriare.

Or questo adivenne al ditto Lancilotto per aversi fidato di messer Marcovaldo, che mai fidare non se ne dovea; e per questo modo finì sua vita.

Ex.° cxxv.

CXXVI

Lo proposto come savio, avendo udito la morte di Lancilotto, disse: «Per certo a lui et a li altri che di simile peccato involti fusseno <questo> diverrè’ quando di tali si fidassero; e pertanto se male ne li colse non è da meravigliarsi; è’ pertanto il belistà l’ha aparecchiato e se savio non fu n’ha portato la pena, e con quella si rimagna. E noi intendiamo, ora che presso siamo a Chioggia, a darci piacere: e pertanto dico a voi religiosi che alcuna cosa dichiate che sia piacevole fine che questo pogo di camino infine a Chiogia faremo». Loro presti dissero:

«Ricognosca ciascun quel c’ha ond’ebbe,

e fia il primo passo

di veder come il debito si paga.

Ognun sa come venne e come crebbe:

tu, vecchio, esser dèi lasso

seguendo quel che il tutto apaga;

l’anima tua del corpo amica e vaga,

dotata di ragione e non l’osserva,

si fa di donna serva

servendo a lui il qual l’è sottoposto.

Ben sai che questa carne è condannata

a esser divorata

così com’ella ne sarà fuor tosto.

E cade a li occhi qui drieto i cattivi,

tenendo chiusi i suoi intellettivi».

Livro il bel dire dè’ religiosi, i navigli giunti al porto di Chiogia, lo proposto e li altri scesi a terra, et innell’abergo dov’era aparecchiato per lo desnare se n’andarono, dove di vantagio funno ben serviti. E desnato, lo proposto comandò che alquanto si mettesseno a cercare la terra e le barche si mettesseno in punto acciò che la sera in Vinegia sia la loro stanza. E così fenno, ché, cercato la terra e montati in barca, comandato a l’altore che una novella dica fine a Vinegia, l’altore presto a ubidire, disse: «A voi, omini grossi di pasta, che v’è mostrato con danno e vergogna la luna per lo sole, e voi, frati che dovreste d’exempli buoni amaestrare i vostri sudditi e voi con vituperio il contrario fate, ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE TRADIMENTO FACTO PER MONACUM

Di Galissone e dell’abate Marsilio.

Fu nel contado di Verona, in una villa chiamata Orsagliora (et ancora è) una badia di monaci, molto dalle persone frequentata per le molte perdonanze, intanto che l’abate in tutte cose era santo riputato, e non che di lui si prendesse sospetto delli omini, ma eziandio delle donne pogo si prendeano pensieri. Era l’abate nomato abate Marsilio, e posto che santissimo fusse tenuto, lui per ipocrisia dimostrava quello non era, però che segretamente e con modo stretto molte donne della villa avea di loro avuto suo contentamento.

Ora avenne che, essendo col ditto abate adomesticato uno omicciuolo assai grosso di pasta nomato Gallisone, et in questa domestichezza s’acorse l’abate che Gallisone avea una bellissima donna per moglie nomata Cannila, della quale l’abate sì fortemente s’innamorò che d’altro non potea pensare. E posto che Gallisone fusse grosso, nondimeno in guardare la moglie era savissimo; di che l’abate con nuovi parlari condusse Galissone e la moglie ad andare a prender diporto innel giardino della badia, dove più e più volte disse loro della beatitudine di paradiso e d’altre cose. E tanto disse loro, che alla donna li venne voglia di confessarsi da l’abate.

E chiesto licenzia al marito e lui concedutola, coll’abate si trovò et a’ piedi se li puose. E cominciando la donna a dire, disse: «Se Dio non m’avesse prestato marito, per le vostre sante predicazioni mi sarei disposta ad acquistare vita etterna, ma avendomi dato Gallissone mi posso reputare vedova per la sua simplicità e grossezza; e così com’egli è matto, è senza cagione tanto geloso di me che io ne vivo in grande pena. E però, prima che ad altro io vegna, vi prego che a questa parte mi diate qualche consiglio».

Questo ragionamento confortò l’animo dell’abate, perché li parve che la fortuna li avesse aparecchiato quello che disiava; e disse: «Figliuola mia, io credo che gran noia sia a una bella giovana come tu sè’ ad aver per marito uno pogo savio, ma molto credo sia magiore ad aver un geloso; e però se hai l’uno e l’altro ti dico tu esser molto tormentata et affitta. E brevemente parlando, ti dico che solo un rimedio ci so, e questo è che Gallisone guarisca della gelosia; e questo modo io ben <vo’> insegnartelo pur che tu vogli fare quello che io ti dirò e tenerlo segreto». La donna disse: «O padre, non dubitate che innanti mi lasserei morire che a persona apalesasse niente. Ma come si potrà quello fare?» L’Abate disse: «Di necessità è che Gallissone stia in un luogo, dandoli a intendere che vada in purgatorio». «Or come», disse la donna, «si potrà questo fare siando elli vivo?» L’abate disse: «E’ conviene che muoia, e a questo modo v’anderà. E quando tante pene arà sofferte che di questa gelosia serà casticato, con certi preghi che io farò ritornerà». La donna disse: «Or io debbo esser vedova?» L’abate disse: «Sì, per un tempo, che non ti potrai maritare». La donna rispuose: «Pur che di questa mala gelosia guarisca, sono contenta, e però fate come vi piace». L’abate risponde: «Et io il farò. Ma che guigliardone, figliuola mia, arò io di così fatto servigio?» «Padre dolcissimo», rispuose la donna, «comandate». L’abate disse: «Come io a scampo di te mi metterò a ogni cosa, così tu a scampo di me vuoi metter tutto ciò che far puoi?» La donna disse: «Io sono aparecchiata». L’abate disse: «Donqua, mi donerete voi il vostro amore del quale tutto ardo?» La donna disse: «Or conviensi a’ santi omini richiedere le giovane che a confessarsi vanno, di sì fatte cose?» A cui l’abate disse: «Anima mia bella, non ti meravigliare, che per questo la santità non diventa minore; e dìcoti che la tua bellezza si può gloriare che piaccia a’ santi. E non ti dovrebbe questo esser grave, però che io, giovano, mentre che Galisone starà in purgatorio, io teco mi goderòe; e di belli gioielli ho, che tutti a te riserbo, et in segno di ciò tè questo anello, e de li altri arai». La donna disse: «Io sono contenta pur che voi facciate che Gallisone sia purgato della gelosia che ha». L’abate disse: «Lassa fare a me». La donna si parte et alle compagne ritorna narrando loro la gran santità dell’abate Marsiglio.

L’abate, per dar compimento alla tela che tesser volea colle calcore di Camilla, mandò per Galissone, a cui narra alcune cose da matti; lui dicendo che sante cose erano, disse: «Io sono presto a dover santo divenire». L’abate, datoli d’una polvere oppiata, subito lo fe’ adormentare, che morto parea. E vedendo i monaci Gallisone esser come morto, faccendoli alcuno esperimento e niente valea, diliberonno mandarlo alla moglie et a’ parenti a dire. E venuti, tennero Galissone esser morto. Camilla, che sa il modo che tener dè, diè ordine che l’abate lo soppellisca; e così, in uno avello non molto chiuso l’abate lo fe’ mettere.

La donna <e> i parenti ritornati a casa, l’abate di notte con uno monaco padovano del quale molto si fidava l’andò a cavar del monimento, et ignudo lo misseno in una tomba assai scura, e quine d’una cotta dè’ monaci lo vestiro e missenlo in su al quanta paglia fine che fusse isvegliato, avendo l’abate informato il monaco di tutto ciò che far dovea. L’abate, avendo il pensieri al suo desiderio d’aver Camilla, vestito dè’ panni di Galissone a casa della donna se n’andò; e non molto steono a parole che la donna aconsentìo. Et ogni notte fine a mattino l’abate con Camilla si giacea e poi al monesterio ritornava.

Risentitosi Gallisone e vedendosi al buio vestito a modo di monaco, disse: «U’ sono io?» Il monaco rispondendo: «Tu sè’ in purgatoro», Galissone dice: «Donqua sono morto?» Il monaco dice: «Sì». Galissone incominciando a piangere che avea lassata Camilla, dicendo le più nuove cose del mondo; e non avendo molto mangiato, lo monaco ne li portò. Galissone disse: «Or mangiano è’ morti?» Lo monaco disse: «E’ mangiano quello che altri dà per l’amor di Dio; e pertanto questo che io t’arego è quello che stamane la donna tua mandò alla chiesa per l’anima tua». Galissone disse: «Domine, dàlli buona ventura, che tanto bene m’ha fatto! E ben si pare che si ricorda quando io la tenea inbraccio e baciavala sì saporosamente!» E per volontà di mangiare, mangiò e bevé.

E come mangiato ebbe, lo monaco con certe verghe lo battéo forte. A cui Galissone disse: «Perché mi fai tu questo?» Lo monaco disse: «Domenedio hae comandato che ogni dì ti sia fatto così du’ volte». Galissone disse: «Or perché?» Il monaco disse: «Perché tu fusti geloso di tua moglie avendo la migliore che fusse innelle tuoi contrade». Galissone dice: «Di vero el’era più zuccarata che ’l mèle, ma io non sapea che Dominedio avesse per male se altri fusse geloso, e però ti dico ch’io non l’arei fatto». Lo monaco disse: «Prima che morissi te ne dovei avedere; ma se mai ritorni vivo, fa di non esser più». Disse Galisone: «Ritornano mai i morti?» «Sì, quando Idio vuole». E Gallisone disse: «Se io mai vi torno, non fu mai lo miglior marito del mondo, né mai non li dirò villania; se non che non ci ha mai mandato candella aciò che io potesse lume vedere». Disse il monaco: «Sì mandò, ma ellino arseno alla messa». Galissone dice: «Io il credo. Ma dimmi: chi sè’ tu che mi batti et arégami da mangiare?» II monaco disse: «Sappi che io stetti con messer Cane della Scala, e perch’io li lodai l’esser geloso, sono stato qui messo a batterti et a darti bere e mangiare fine a tanto che Dio dilibereràe altro di te e di me». Galisone disse: «Or io non ci veggo né sento altri che noi». Lo monaco disse: «Ci ha migliaia, ma ellino non puonno udire né veder te, come tu loro». Galissone disse: «Donqua siemo noi fuora del mondo?». Lo monaco disse: «Sì». «Oh», disse Galissone, «per tempo saprò ritornare in lo mio paese».

E stando in così fatti ragionamenti, con mangiare e battiture Galisone fue tenuto più giorni, tanto che l’abate potéo aver scaricato i muli a suo bel destro, intanto che la donna, sentendosi dell’abate gravida, disse che a lei parea che Gallisone tornare dovesse. L’abate disse: «A me piace, però che senza sospetto da ora innanti potremo la nostra voglia seguire». E fattoli dare da bere, in dormendo fu tratto di quel luogo e dè’ suoi panni rivestito et a casa portato; e tanto steo che risentito si fu, dove si ritrovò in casa sua.

E tutto racontando dell’esser stato in purgatorio, mostrando i colpi ricevuti e la cagione perché, la donna è’ parenti domandando come era risussitato, disse: «Li preghi del nostro abate m’han cavato di purgatorio, amaestratomi che mai geloso più non sia, e così vo’ osservare». La donna disse: «Ben tel dicea io che anco ne patiresti la pena di tal gelosia! E pertanto lassa fare a me quello che tu fare non puoi, che ben te n’averrà». Galisone con piacere disse: «Donna, godi, che innell’altro mondo è male stallo, e tieni a certo che l’abate nostro mette e cava chi vuole in purgatorio, tanto è santo !»

E tanto fu la fama sua dell’abate che Gallisone li diè, che di molte offerte per santità li funno presentate; et oltra quelle che alla badia l’erano per le donne et omini date, erano quelle di Camilla, che quasi ogni notte li dava di quelle che del suo vi lassava.

E così mantennero loro santità.

30 Ex.° cxxvi.

CXXVII

Giunti a Vinegia colla dilettevole <novella> uno sabato sera, una vigilia di festa, dove andati a l’abergo trovarono di vantagio aparecchiato per la cena; e perch’era tardi et anco perché sentìa Vinegia alquanto la peste per l’aire cattiva, deliberò il proposto che ognuno a dormire doppo cena n’andasse acciò che di buon’ora si possa caminar verso Murano; a l’altore comandò che una novella ordini per Io dì seguente, et una canzonetta dicano li cantarelli. Allora loro presti disseno:

«Da che <du’> più <ch’un> serveno a una

donna, et io ben  < .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   . >

E questo messo in effetto, cenarono e, senza che di quine si partisseno, a dormire n’andarono. E la mattina udita la messa et entrati in barca, e l’altore per adempiere la volontà del proposto disse: «A voi, donne che usando con altri e di loro ingravidate, e parturendo pensate che i vostri mariti siano sì sciocchi che non debbiano cognoscere quello che fatto avete, ad exempro dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE MALITIA MULIERIS ADULTERE ET SIMILI MALITIA VIRI

Di Scipione da Ca’ Cornero e della donna nomata

Briscida dè’ Magnanimi da Vinegia, servente.

Nella città di Vinegia fu una donna chiamata madonna Briscida dè’ Magnanimi di Vinegia, bella e piacevole et al modo di Vinegia servente a l’uomo, moglie d’uno gentiluomo da Ca’ Cornero nomato Scipione, omo di gran cuore ad andare in viagio colle galee, e quine era il suo pensiero. Adivenne che il ditto Scipione in sulle galee da Baruti, per padrone e magiore d’una galea, andò. E lassato Briscida fornita di tutto ciò che bisogno le fusse (intendendo sanamente cose da vivere), dicendo: «Donna, a te non bisogna alcuna cosa che senza gosto aver non possi, e nondimeno ti lasso ducati l se caso fusse che alcuna necessità avessi, da poter riparare senza richiedere persona del mondo»; la donna contenta rispuose: «Tutto ho inteso». E racomandatolo a Dio, Scipione si partìo, Briscida rimane. L’uno va con allegrezza sperando guadagnare molto tesoro, la donna rimane con pensiero guadagnare carne, com’è d’usanza di Vinegia che le donne sono più tosto vaghe della carne che del pane; e così Briscida, non volendo uscire dell’ordine delle donne di Vinegia, tal desiderio avea.

E pogo dimorò che uno giovano nomato Basino piacendoli, da parte li fe’ dire: «Madonna Briscida dè’ Magnanimi vorrè’ con teco alquanto parlare di cose piacevoli», Basino, che mai madonna Briscida d’amore amata avea, posto che ben <la> cognoscesse, subito per l’ambasciata a lui fatta, d’amore s’accese intanto che dispuose: «Sia che cagione si vuole che mandi per me, io le verrò a l’atto carnale». E non dimorando, a lei n’andò.

Briscida, quando a lei fu venuto quello che disiato avea, disse: «Deh, Basino, dimmi che pensi della mandata che fatta t’ho fare, <per> quali cagioni sia; e se indivinerai, senza dirti bugia io tel dirò». Lo giovano disse: «Sia che si vuole, io mi penso che voi per me mandato abiate acciò che quello che il vostro marito far non vi può, io vi faccia; e se così è, vi dico che troppo migliore mercantia è innel mio fondaco per adempiere il vostro desiderio che non è quella che ha Scipione vostro marito. Et acciò che possiate di ciò esser certa, la mercantia mia vi mostro, della quale ogni prova che volete ne potete fare». E messosi mano alle brachi, la caparra della mercantia mostrò a Briscida.

Briscida, che ha veduto la parte a lei piacente, disse: «Se di dentro sarà sì ben fornito come mi pare esser di fuori, ti dico che quella comprerò». Basino, sentendo il bel motto, la mercantia crescendo, disse: «Deh, Briscida, prendi la mia mercantia come già molte di Vinegia hanno preso». Briscida dice: «A che modo è stata presa?» Basino dice: «A saggio: e dello primo saggio niente gosta, del secondo gosta e l’uno e a l’altro, del terzo chi n’ha il meglio s’inviti». La donna disse: «A me piace». E desiderosa esser alle mani, subito in camera lo menò; e quine asagiato la prima e la seconda volta e parendo a Briscida aver meglior volta, disse a Basino: «Io te ne invito». Basino tenne lo ’nvito e, gittato il suo, disse alla donna: «Omai serba quello che prestato t’ho». La donna, che gravida si sente, disse: «O Basino, tu dèi esser stato a questi fatti altra volta». Basino disse: «Diamoci piacere né più di tali cose ragioniamo». Briscida disse: «Tu hai ben ditto». E d’alora in là, si ritrovavano spesso a mercatantegiare, potendo seguramente metter mercantia sopra mercantia.

E così stando, Briscida in capo di nove mesi fe’ un bello fanciullo bianchissimo, il quale fe’ battegiare e puoseli nome Albano perch’era molto bianco perché dalla madre si somigliava, che Briscida era molto bianchissima e anco Basino pendea a bianco. E così stando, lo fanciullo fu diligentemente alevato.

E perché la fortuna condusse Scipione in terre di saracini, dove funno ditenuti — che mai di loro alcuno sentimento in Vinegia non s’ebbe, che più di xiiii anni dimoronno prima che liberati fusseno né che a Vinegia alcuna cosa se ne sapesse —, e come funno liberi, con certa quantità di mercantia a loro lassata si ritornoro a Vinegia. Briscida, che pensava il marito esser morto, con Basino tutto il tempo si diè piacere senza sospetto, sperando che il marito mai non dovesse tornare.

E stando in tal maniera, senza che Briscida niente sapesse, Scipione in casa sua ritornò. E trovando quello fanciullo, domandandolo di cui figliuolo era, lui disse: «Di Briscida». Scipione avuta la moglie e dimandata come quel figliuolo auto avea, rispuose: «Marito mio, l’anno che di qui ti partisti ci venne sì bella nieve, che io invaghendomene ne mangiai tanta che gravida mi sentì < .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   . > E poi l’ho allevato tutto il più a cose bianche». Scipione disse: «Donna, non meraviglia che è si bianco, però che di nieve fu concetto; e però ti prego lo governi bene, che ci sarà ancora buono poi che altro figliuolo non abiamo». La donna disse: «Tieni a certo che io l’amo tanto quanto se di te ingenerato l’avesse». Lo marito disse: «Donna, io tel credo e più, però avendolo ingenerato di me n’aresti avuto dolore, e di questo penso n’avesti allegrezza e piacere». La donna disse: «Tu hai ditto il vero».

E stando alquanti mesi in Vinegia, Scipione per ristorare il danno fatto diliberò andare a Domasco. E fornito una galea e misso in punto per voler montare, disse: «Io voglio menare Albano nostro figliuolo per farlo esperto innelle mercantie». La donna dice: «Deh, marito mio, al presente lassalo». Lo marito disse: «Io non vo’, però che non so se mai tal viagio fare debbo; e però io non <vo’> che al presente rimagna». La donna, non potendo disdire, malcontenta lo lassò andare. E come giunti furono in Pagania, Scipione vendè Albano a’ saraini. <Li saraini> quello compronno volentieri perché il vedeano molto bello et anco perché li parea loro aver fatto uno acquisto. E doppo la vendita di Albano e de l’altre mercantie ritornò verso Vinegia. E mentre che andava e ritornava, Briscida con Basino si preseno diletto al modo usato.

E così stando, Scipione con buono guadagno ritornò a Vinegia senza Albano et a casa n’andò, dove Briscida disse: «Deh, messer, u’ è Albano nostro figliuolo?» Scipione disse: «Donna, Albano è strutto». La donna disse: «Come?» <Il marito disse: «Come> tu sai, lui nacque di nieve, et essendo il caldo grande inelle parti di Babilonia, avendoli comandato che al sole non stesse, lui come giovano si puose in poppa della galea dove il sole a piombo percotea intanto che non potendo riparare, in nostra presenzia strusse. E pertanto non ti dare malinconia, che se fi’ piacere di Dio noi n’aremo d’altro che di nieve».

La donna come savia cognove che ’l marito avea ben cognosciuto il suo difetto; pur, per non parere esser stata quella, disse: «Ben tel dissi io, non lo menare, e tu pure lo volesti menare; et a questo modo abiamo perduto il nostro figliuolo. Ma poi che dici di conquistare delli altri di carne, ti dico che facci tu bene, che io quanto potrò lo farò per ristorare il perduto».

Ex.° cxxvii.

CXXVIII

Colla dilettevole novella la brigata giunse a Murano in sul desnare, dove trovonno bene aparacchiato. E desnato che la brigata ebbe, il proposto disse a’ cantatori che alquanto cantassero, e ditta una canzona, si prendesse una danza; e questo fatto, si cerchi alquanto Murano: «E poi, tornati, prenderemo pensieri ad altro». Li cantatori per ubidire cominciarono a cantare in questo modo:

«Chi ’l dover fa, mal dire non curi altrui,

che ’l vero a lungo andare scusa lui.

E ben che ’l falso vero talora paia

per ragion false e pronte,

convien che pogo duri,

che ragion vuol che nel volto si paia,

nel mezzo della fronte,

i fredolenti è’ furi.

Ove giustizia può, donque non curi

falsaria infamia chi ha il ver co’ lui».

Ditta la piacevole canzona, li sonatori sonando, le danze prese et una danza faccendo fine che al proposto parve di dover andar vedendo Murano; e fatto restare le danze è’ suoni, si mosse per visitare l’Innocenti innella chiesa magiore. E quelli veduti, si denno a vedere le belle botteghe di bicchieri et opre di vetro; e così ogni particularità ricercando, piacendo a ogni persona il sito di tale città.

E come tutto ebbeno proveduto, ritornando verso l’abergo dove la cena era aparecchiata e posto a sedere in un bel chiostro, il proposto disse: «A voi, religiosi, vi prego che la brigata si consoli di qualche bella cosa». Loro presti con canto disseno:

«Per poter da superbia star rimoto

pensa chi sè’, e come

venuto sè’ci e di che e in che modo:

tu dèi sapere che sè’ d’un tristo loto,

ben ch’abbi d’omo nome,

e fermo non hai ’l piè in lato sodo;

pensa che sfar ti dèi a nodo a nodo,

spartendosi da l’ossa tue le nerba.

Mirando qui, superba

in te di abitar non dé aver lato:

o servo altrui o ver d’altrui signore,

come che ’l mondo onore

ti faccia, abbi umiltà in ogni stato,

con temer ciò che ci è d’un soffio vento,

stando a fortuna a ciò che fa contento».

Udito il proposto e li altri sì bella cosa, li stormenti sonando, dato l’acqua alle mani e posti a cena, cenarono di buona voglia. E cenato, il proposto disse che ognuno riposar andasse, e di buon’ora s’entrasse in barca: «Acciò che senza fatica possiamo domane esser a Trivigi; e l’altore comando che di bella novella consoli la brigata». E questo ditto, ciascuno a posar andò.

E levati et entrati in barca, l’altore disse: «A voi, donne che vi lassate vituperare sotto spezie di moneta, e come matte per tal difetto ii inganni ricevete, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

<  .   .   .   .   >

Di messer Maffeo Orso, dugio di Vinegia, et una sua nipote

nomata Perixetta, bellissima.

Essendo dogio di Vinegia messer Mafeo Orso — e savio quanto dogio gran tempo in Vinegia fusse —, venne del mese di dicembre a Vinegia uno gentile omo cavalieri di Buemia nomato messer Bosco de Viliartis, maliscarco dello ’mperadore. Et essendo del corpo bellissimo e grande vaghegiatore, divenne che, avendo moltissime donne veneziane vedute et una fra l’altre piacendoli nomata Perinetta, giovana e bella nipote del ditto messer Maffeo, sapendo il ditto messer Bosco chi ella fusse, con alcune imbasciate a lei fatte fare per alcuna maestra <.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > in conclusione ella non volendo di prima faccia consentire, dicendo: «Come lo mio marito Taddeo è avarissimo e stretto del denaio, così penso che dé esser di me, e pertanto non so che dire»; la donna mezzana come pratica se n’andò a Taddeo dicendoli: «Io so che desideri robba». Taddeo disse: «Desidero». La mezzetta disse: «Or se io facesse che a casa ti fussero aregati v cento ducati, come ne saresti contento?» Taddeo disse: «Ora vi fusseno, che starei per contento». La mezzana dice: «Lassa fare a me». Taddeo, che tutto hae inteso, pensò troppo bene altri tali denari dare per aver Perinetta; lui pensando Perinetta esser stata già a tale atto con altri, disse: «Or sia tosto».

Giunta la donna a Perinetta dicendo: «Io penso che Taddeo sera contento, perché già l’ho proferto v cento ducati; e pertanto, se a te piace, lui mi par contento»; Perinetta dice fra sé: «Se a tale atto consente ch’io vegna, di nuovo potrò a mio piacere da lui contentarmi». E così rispondendo disse: «Andate e dite che li ducati v cento faccia presti, et io presta sarò al suo piacere». La mezana come mastra lieta a messer Bosco ritornata fu narrandoli tutto.

Messer Bosco, udendo voler v cento ducati, pensò la notte non dover valere lo pregio; nondimeno, la volontà di averla lo ’ndusse a fare dorare v cento grossi veneziani, e con quelli a casa di Perinetta n’andò, dove quine di lei prese suo piacere. E partendosi, li ditti v cento grossi dorati lassò. Credendo la donna che fussero veri ducati, venendo il marito disse: «Taddeo, la tua possessione t’ha renduto questi v cento ducati». Taddeo disse: «Buon’annata è stata»; e quelli prese.

E non molti giorni passonno che, faccendosi la festa delle Marie et avendosi raunate moltissime donne et uomini a tal festa, avendo il dogio sentito come Perinetta avea contentato uno gentiluomo e che n’avea avuto premio d’assai cattivi denari, diliberò tale gentiluomo alla festa delle Marie invitare. E così fe’, che in quella medesma barca dove lui era, messer Bosco entrò con moltissime giovane, fra le quali n’era una nomata Parella, pogo davanti andatane a marito a uno giovano nomato Ulivieri. Alla quale il dogio dandole della mano in sulla spalla, voltandosi disse: «Deh, messer, che vi piace?» A cui il dogio disse: «Che ti pare di questo messer Bosco: crederestilo vincere?» A Parella parve che la sua onestà quelle parole alquanto mordesseno alla presenza di chi quine erano; e non volendo a tal colpo dare indugio, rispuose: «Forsi non mi verrebe, ma vorrei buoni ducati». La qual Parella da messer Bosco udita e dal dogio, sentendosi traditi, l’uno come fattore della disonesta cosa nella nipote e l’altro come ricevitore, senz’altro guardare, vergognosi e taciti se n’andarono senza alcuna cosa più dirle.

Adunqua, siando stata la giovana morsa, non se li disdisse mordere altrui mottegiando.

Ex.° cxxviii.

CXXVIIII

La bella novella condusse la brigata a Trivigi di buon’ora. E prima che a cenar s’andasse, essendo riposati alquanto in uno albergo dov’erano belli giardini, in uno dè’ quali lo proposto comandò che aparecchiato fusse, e quine a’ religiosi disse che una bella cosa dicesseno in canto. Li quali per ubidire disseno così:

«Tu che sè’ su, perché ’l mondo t’onora

non ne pigliar superbia,

che più tosto che non si sai si scende.

Con suoi delizie il secul c’innamora,

e poi il tosco che serba

il dà a chi ’l suo dolce piglia e prende.

O sciocco quel che ’l potere non comprende

sopr’ogni suo, vegendo permutato

d’antichi in nuovo stato,

è’ regni aver perciò mutato seme:

Soavia, la Boemmia e l’Ungaria

va co’ lor signoria.

Così muta ogni cosa e langue:

Fiesole e Luni già città fur fatte,

et oggi non han forma e son disfatte».

Piaciuto il bel dire dè’ religiosi, per prendere altro diporto il proposto comandò alle cantarelle che una canzonetta dicesseno, e ditta, le danze si prendano fine che a cena serà l’ora d’andare. E tutte preste a ubidire comincionno dicendo:

«Se tu pensassi al torto che mi fai,

donna, rivolgeresti li occhi tuoi

a me, dicendo: — Più che grazia vuoi? —

Però ch’ogni servire <merito> aspetta,

de il servito il servidore servire;

e donna amata è d’amar costretta

per debita ragione, non può fuggire.

Sì ch’io non dubio ch’è farmi languire

pensando a te; che so, po’ che vorrai,

in più matura età ti pentirai».

Ditta la piacevole canzone, li stormenti cominciati a sonare, le danze prese fine che l’ora della cena fu venuta; e dato l’acqua alle mani e posti a mensa — là u’ funno di vantagio ben serviti—, e levati da taula, il proposto innel giardino postosi a sedere, per non stare oziosi disse ad alquanti cantarelli che una piacevole canzonetta dicano, e ditta, ognuno a posar vada. Coloro presti a ubidire disseno:

«Donna, i’ so ben che servon, più d’uno, due;

ma perché stanno mal du’ cani e un osso,

ti lasso e son contento com’io posso.

Che m’hai, seguendo te, di te tradito

faccendo altrui di quel che me signore;

e sai che dare a du’ non si può ’l core,

ma puòlo trar d’uno in altro l’apetito.

Dunque non mi t’asconder doppo il dito

mostrando a me aver le voglie tue;

cosa ch’io so, ch’altri è dov’io già fue».

E ditta, a posar n’andarono e fine alla mattina con piacere dormirono.

E levati et udita la messa, si misseno in via, avendo il proposto fatto comandamento a l’altore che una novella dica fine che giunti saranno alla città di Feltre. L’altore presto disse: «A voi, donne che per disiderio di contentare vostra voglia ogni vituperio dè’ vostri mariti faite e, vedendo che scoperte dè’ falli sete, con nuovo scusare alcuna volta scampate la vita, ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE PAUCO SENTIMENTO IN JUVENE

Di Bartolo di maestro Allesandro da Lucca: essendo ito a stare

a Vinegia s’inamorò di una veneziana servente, che ve ne sono assai.

Poi che abiamo toccato alcune novelle di Vinegia, necessaria cosa m’induce, poi che in quella terra dimorar non potemmo per la cattiva aire, almeno di racontare quello che < .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > stati vi fussimo più giorni, come città magna. E pertanto, oltra l’altre che ditte sono, ancora dell’altre sentirete, e massimamente una, la quale comincia che essendo in Vinegia per lo male stato di Lucca andati a stare di molti cittadini di Lucca, fra’ quali fu uno Bartolo di maestro Allesandro da Coreglia, omo assai di pogo affare di sentimento, che non molto tempo in Vinegia era stato che innamorandosi di una veneziana, donna molto servente di suoi cose (come spessissime vi se ne troverè’, et ogni ora atte) nomata monna Bonuccia, avenne che, avedendosi monna Bonuccia che Bartolo la disiava, con alcuna donna che più volte l’avea condutti dè’ giovani abergare seco si conferìo, dicendo: «Lo tale giovano lucchese secondo il mio parere m’ama, e pertanto vorrei che a lui n’andassi e da lui sentissi sua intenzione, dandoli a divedere che io sia tua nipote e pulcella. E se caso fusse che lui a prendermi per moglie venisse, con secreto modo li dirai che contenta sii, ma perch’è’ miei parenti di pogo è che morti sono, tu non vuoi che neuna festa se ne faccia né che a persona io faccia asentire; ma se lui con alcuno lucchese mi vorrà vedere, dilli che sii contenta». E tanto li disse che quella donna rispuose: «Di tal mestieri non bisogna che altra richieggi: lassa fare a me».

E partitasi, assai onestamente vestita dove Bartolo era n’andò, e tiratolo da parte li disse: «Bartolo, a me par che tu debbi esser mercadante e debbi esser ricco e desideroso d’onore e d’aver figliuoli; le quali cose se così fusseno, volentieri mi farei per onesto modo tua parente. Ma prima che ad altro io vegna, vorrei sapere da te se hai pensieri di prender donna, però che io hoe una mia nipote bella gentile e ben costumata et assai onorevile in casa, e se fussi disposto a ciò, io farei lei star per contenta». Bartolo, che ode tali parole, avendo da altri già saputo il nome di Bonuccia, disse: «Donna, tutte le parole si perde a ragionarmi di moglie, se non fusse d’una che molto io amo». La donna disse: «Forsi la mia nipote potrè’ esser quella che ami, però che ella è tale che da sì fatto omo come tu sè’ dovrebbe esser amata, tant’è la sua bellezza stato e piacevolezza. Et acciò che sii certo chi ella è, per non averci a tornare ti dico: ella ha nome Bonuccia dè’ Bisdomini di Vinegia e dimora a San Casciano, innella tale casa». Bartolo dice: «Di vero cotesta è quella che a me piace. Or io vorrei saper come v’è venuto innella mente che così a me sete venuta a questo narrare». La donna dice: «Avendo io molte chieste di questa figliuola, non sapendo che prendere, racomanda’mi a san Basilio che mi mettesse innanti quello che per Bonuccia facesse; e dormendo mi parve sentire una voce dicendo: — Donna, marita Bonuccia a uno lucchese nomato Bartolo il quale è vestito di tal panno et è di tale forma —. Et in dormendo mi ti parve vedere, et a quella impronta tutta mattina sono ita cercando e neuno n’ho trovato che te». Bartolo dice: «Tutti li parentadi vegnono dal cielo: e così è venuto questo. E pertanto, senz’altro vedere, a me piace pur che io a lei piaccia». La donna disse: «A me sta la cosa: se a te piace, io ad altro non ci sono venuta». Bartolo senz’altro consiglio colla donna n’andò.

E preso uno notaio, la donna a casa di Bonuccia con alcuni testimoni stranieri se n’andò, e Bartolo con lei. E quine trovata Bonuccia aconcia e pulita, come maestra mostrando molto vergognosa disse: «Deh, mia ziana, che raunamento è questo?» La donna disse: «Io t’ho maritata a questo mercadante da Lucca e vo’ che sii contenta». Bonuccia disse: «Come sapete, mai non uscii del vostro volere né ora uscire non debbo: come farete sarò contenta». Et acostati insieme, lo notaio disse: «Bartolo, sete voi contento di prender per donna monna Bonuccia dè’ Bisdomini?» Bartolo rispuose: «Sì». E voltosi a Bonuccia, disse: «E voi, volete per vostro marito Bartolo del maestro Allesandro da Lucca?» Ella disse: «Sì». Et in presenza di lui e dè’ testimoni la sposò e per sua donna la prese. Lo notaio e li altri partitosi — e la donna disse d’andare a fare altri fatti —, Bartolo e Bonuccia, rimasi soli, si denno piacere; è’ in casa di Bonuccia misse poi tutte suoi cose.

E spartosi la novella per Vinegia, fu sentito per li lucchesi quello che Bartolo fatto avea. Subito alcuno andato a Bartolo dicendo: «Noi sentiamo c’hai preso moglie una meretrice», Bartolo fingendosi disse: «Io ho preso buona et onesta cosa, et a me piace». E così da lui si partìo. Bartolo, tornato a casa, disse: «Deh, Bonuccia, dira’mi il vero se quando ti presi eri pulcella o no?» Bonuccia disse: «Or come, credi tu che in Vinegia ci sia nessuna che pulcella sia come passa xii anni? Tieni a certo che non ce n’abbia nessuna; e così non pensare che io, che n’ho più di xviii, l’abbia potuto tenere che alcuna volta io non l’abbia adoperato. Ma dimmi: ha’ne tu trovato meno, di quanto io n’ho adoperato, che abastanza non abi?» Bartolo disse: «Poi che così è, non ti curi se io di te geloso serò?» Bonuccia disse: «A me piace». E per questo modo dimorò più tempo.

Or avenne che, avendo Bartolo per suoi faccende bisogno di andare a Lucca e convenendo lassare Bonuccia a Vinegia, dubitando che ella non li fallisse, disse: «O Bonuccia, per gelosia che io di te ho mi converrà fare alcuna cosa che vo’ che sii contenta». Bonuccia disse: «Che vuoi fa, pure che non mi senta». Bartolo disse: «E’ non ti sentirà». E fattala stare riverta et alzatoli li panni dinanti, prese uno pennello (che dipinger sapea) et uno montone senza corna li dipinse tra ’l pettignone e ’l bellico, dicendo: «Omai cognoscerò se arai a fare con altro omo». E tanto la fe’ stare senza levarsi che l’ongosto asciutto fu. E poi, fattala rizzare, disse: «Donna, fatti con Dio». E datoli un bacio, pregandola che fusse onesta si partìo.

La donna, che di quello che Bartolo fatto avea si fe’ beffe, fra se medesma ridendo disse: «Io me ne caverò come sempre ho fatto la voglia a mia posta». Et ogni sera si prendea quello che a lei piacea non curando né del montone del corpo né del montone del marito. E infra li altri che co’ lei usava era uno dipintore giovano veneziano, il quale, avendosi aveduto che sempre, quando ella si facea adoperare, tenea uno pannolino in sul corpo acciò che ’l montone per lo sudore dell’uomo non si guastasse, e disse alla donna qual fusse la cagione. La donna, tutto narratoli e mostrato il montone, disse che avea paura che non si guastasse. Lo dipintore disse: «Bonuccia, io non vo’ tegni questi modi, ma nuda vo’ mi servi; et io, quando serà tempo e luogo che ’l tuo marito tornare debbia, te ne dipingerò uno. Sì che non dubitare». La donna lieta, perché non era potuta andare alle stufe né farsi netta, steo contenta al consiglio del dipintore.

E dandosi piacere alla stufa et altró’ con chi li piacea, divenne che un giorno ricevéo léttora come Bartolo era a Ferrara per tornare a Vinegia, e che a ii dì apresso sarè’ in Vinegia. Bonuccia, ciò sentendo, mandò per lo dipintore a cui disse: «Prendi una volta o più di me piacere e poi mi dipinge il montone in sul corpo, però che io sento che il montone del mio marito è a Ferrara, che volesse Dio come ch’è stato fuora un anno così fusse stato altanto!» Lo dipintore, preso piacere di lei, uno montone con due corna bellissimo dipinse. E così la donna rimase.

E venuto il giorno che Bartolo tornò, subito giunto in casa disse a Bonuccia che riverta si mettesse. Bonuccia presta riverta si puose: et alzati li panni, Bartolo vidde lo montone bellissimo con due corna; e lui ricordandosi che dipinto l’avea senza corna disse: «Donna, tu dèi aver fallito». La donna disse: «Deh, perché il dici?» Bartolo disse: «Perché il montone hae due corna e io l’avea dipinto senza corna». La donna dice: «Non ti meravigliare se il montone del corpo ha messo du’ corna, però che tu sè’ tanto stato che lui l’ha messe. E come il montone per natura le corna li cresce, così la donna per natura al marito le corna li puone». Bartolo, che hae udito sì bel motto, disse: «Io son contento». E così si rimase.

Ex.° cxxviiii.

CXXX

La smemoragine del nostro cittadino ha fatto alquanto la brigata meravigliare; e con tale meraviglia giunse a Feltri, dove per quelli che diputati erano a servire fu aparecchiato per la cena assai in abundanzia. E perch’erano alquanto caldi per lo caminare, lo proposto, postosi a sedere, essendoli piaciuto il ditto dè’ religiosi, disse loro che con uno bello canto dicesseno qualche bella cosa. Loro volentieri rispuoseno che tutto faranno; e fatto fare silenzio, cominciorono a dire:

«Color che per sentier diritto vanno

del viver nostro amaro

non temeno atto che fortuna faccia,

e quando aparecchiar vegon lor danno

provegon con riparo,

e se non vale aspettan la bonaccia.

O tu, che ti consumi alla minaccia

che a te <e> ogni tuo ben fa ria ventura,

non ti vinca paura

prima che ’l caso del tuo danno sia:

più è quel che spaventa che non viene,

che quel che ci dà pene

senza spavento e però ne fia;

e se pur fusse, forsi fia il migliore:

chi paura schifa prolunga dolore».

Molto piaciuto il bel ditto al proposto, perché l’ora non era ancora della cena, per trapassar tempo disse a’ cantarelli che una canzonetta dicessero. E loro presti a ubidire, fatto reverenza cominciarono in questo modo:

«O giovin donne che ’l tempo perdete

per viltà della mente,

pensate che vecchiezza ben non sente.

Se voi guardate al tempo che vi dura,

che siate al mondo giovane tenute

parràvi un dì, e la trista paura

ch’è in voi vi to’ <d’>amor la sua vertude.

Quanto dolor n’arete, e che pentute,

ito il tempo presente!

E pentire, iti i dì, non val niente !»

Udito la dolce melodia dè’ cantatori, venute le vivande, dato l’acqua alle mani e posto a mensa, cenarono di vantagio. E levati da cena, i danzatori con li stormenti fatto alcune danze tanto che l’ora fu d’andare a dormire; e dormiti fine alla mattina ch’è ditta la messa, e mossi, il proposto disse a l’altore fine che giunti seranno a Civitale d’una novella contenti la brigata. L’altore presto disse: «A voi, gelosi che senza ragione o cagione contra le vostre donne fate stranezze, e non faccendo voi il dovere, se di tal fallo puniti sete non n’è da prenderne amirazione. Ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE MAGNA GELOSIA

Di uno Marco da Castello, faccitore di capelline e di guanti: avendo auto

in parte delle donne di Vinegia, li fu proferto donna, unde li entrò gelosia.

Poi che toccato abiamo Vinegia d’alcune novelle, m’occorre ora innella mente di contarne una la quale fu in questo modo: che essendo in Vinegia uno giovano nomato Marco da Castello faccitore di capelline e di guanti, il quale avendo auto a fare con molte donne di Vinegia carnalmente, essendoli proferto donna, dubitando lui che non l’intervenisse di quelle cose che ad altri per sua cagione intervenuto era, di gelosia pieno pensò se donna prendesse farle una seratura di ferro e chiusa a chiave per modo tale che, avendola cinta in sulle carni, con uomo alcuno usar potesse. E fatto tal edificio fare secretamente, dispuose di volere donna prendere.

E messoli innanti una giovana assai buona secondo Vinegia, donzella in casa, nomata Rovenza, e venuto allo accordo, in conclusione Marco quella prese e menònnela a casa. E fatto la festa secondo l’usanza, la sera Marco disse: «Donna, io ho fatto fare una cosa, la quale vo’ che di continuo porti per mio amore». Rovenza dice: «Ciò che comandi sono tenuta di ubidire, e così ti prometto».

Datosi la notte piacere, la mattina Marco, aparecchiato quel brachieri di ferro et a Rovenza fattolo a carni nude cingere e colla chiave dirieto chiusolo, disse: «Omai così vo’ che stii et a persona del mondo questo non dire». La donna disse: «Deh, marito mio, or questa pena perché vuoi tu che io porti? Che peccato ho io fatto che questo mi convegna portare?» Marco dice: «Pecato non hai tu fatto, ma gelosia ciò mi fa fare, perché non vo’ che altri faccia a me quello che ad altri fatto hoe». Rovenza dice: «Il peccato altrui farà danno a me che la penetenza portar debbo». <E pur mal>contenta, disse di fare il suo comandamento. E così molto tempo dimorò, e quando Marco con lei usar volea, aprìa il brachieri; e datosi piacere, lo rimettea.

Et essendo stata molti anni a tal penitenza, per la pena che tal brachieri li dava e per la malanconia che ella n’avea e per l’aire cattiva di Vinegia (et eziandio perché siamo mortali), la ditta Rovenza amalò, sempre tenendo il brachieri cinto. E venendo peggiorando e quasi finendo, era di necessità che una servente la movesse. E vedutoli quello ferro, disse: «Deh, Rovenza, qual peccato facesti che tal penitenza porti?» Rovenza disse il modo del marito, dicendo: «Poi che finire mi veggo, ti prego vadi a Marco e dilli che a me vegna». Marco venuto, Rovenza li disse: «O Marco, la tua gelosia mi caccia sotterra però che la pena che fatta m’hai portare tanto tempo m’ha della persona fatto inferma intanto che più viver non posso. Ben ti dico che doppo la mia morte un’altra ti punirà di quello che a me fatto hai, senza che a lei alcuna noia far possi». E ditto questo senza che Marco ad alcuna cosa rispondesse, presente la servente e lui, Rovenza di questa vita passò. Per la qual cosa il pianto si cominciò.

E venuto li parenti di lei dando ordine di soppellirla, volendola vestire trovonno il brachieri di ferro con quella toppa chiusa a chiave. Meravigliandosi di tal cosa, la servente narrato tutto ciò che a Rovenza avea sentito dire della gelosia di Marco, e tal cosa doppo la sopultura di Rovenza per Vinegia fu manifesta. Marco, che serbato avea il brachieri, udendo ciò dire dicea: «Dica chi dir vuole, che io farò pure a mio modo».

E non molto tempo dimorò doppo la morte di Rovenza, che a Marco fu per alcuno sensale proferto di darli moglie una giovana nomata Fiandina, molto mascagna in tutti i suoi fatti. Marco, udendo il sensalo, disse: «Io voglio prima sapere dalla donna se contenta vuole esser che a mio modo si governi». Lo sensalo disse di sìe. E menatolo a Fiandina, Marco narratole se contenta era di viver a suo modo, Fiandina disse: «Sìe». Avuto Marco che ella era contenta, dando l’ordine di fermare il parentado, molte donne di Vinegia le quali aveano saputo il modo <ch’è’> di Rovenza tenuto avea, se n’andarono a Fiandina dicendo: «Noi sentiamo che sè’ per prender Marco da Castello per marito, e però sappi che lui tenea tali modi colla sua moglie Rovenza». E tutto narrato e ’l modo e ’l perché la donna morìo, Fiandina, che ciò ha udito, disse: «O donne, come saper dovete, ell’è ben sciocca quella donna veneziana che non sa casticare un matto; e pertanto vi dico che se a me terrà què’ modi, io lo pagherò dell’opre come già sono stati pagati de li altri». E più non disse.

Venuto il giorno che il parentado è fermo e menata la donna, la sera preso piacere fine all’altra mattina, dove Marco disse: «Fiandina, perché la promessione che mi facesti vo’ che m’oservi, ti dico che per gelosia che io ho di te presa, voglio che questo brachieri ti cingi a carne nude e con questa chiave lo vo’ chiudere». Fiandina disse: «Marco, io ti prego che per oggi niente far vogli, acciò che io possa più destramente ballare; e domattina farai quello vorrai, et io farò quello ho pensato». Marco contento diliberò quel giorno non uscire di casa.

E stando la donna così, andò provedendo la casa per tutto; e trovato uno portico non anco livro sopra uno canale assai alto, pensò pagare il marito dell’opre suoi. E secretamente mandò per uno giovano padovano sarto nomato Votabotte, col quale più volte Fiandina era stata a sollazzo; e venuto li disse: «Votabotte, io sono mal condutta, e pertanto farai aparecchiare una barchetta ben in punto e domattina enterrai in casa, e quello ti dirò farai. Ma fa che la barchetta sia qui presso acciò che tu et io possiamo in quella entrare e caminare a nostro piacere». Votabotte lieto disse che tutto metterà in punto.

E dato l’ordine di tutto, la notte venuta, Marco in diletto con Fiandina stando disse: «Donna, domattina farai quello che stamane far non volesti». Ella disse: «Anco farò più che ditto non m’hai!» E così dormirono fine alla mattina che levati furono. Marco preso il brachieri in mano et alla donna n’andò dove ella era in sul portico montata e di quine amiccando Voitabotte che dentro in casa entri. Voitabotte, inteso, in casa entrò. Marco, andato in sul portico col brachieri, disse: «O donna, vieni, e metterà’ti questo». La donna disse: «Deh, Marco, lassamelo vedere». Marco acostatosi a Fiandina, ella colle mani innel petto li diede per tal forza che innel canale cadere lo fe’ per modo che non potendo riparare affogò, né mai lo brachieri di mano l’uscio. Fatto questo, Fiandina, dato a prendere quanti denari e gioielli e meglioramento in casa era, co’ Voitabotte in barca entrò, e dati dè’ remi in acqua, fuora del distretto di Vinegia uscirono.

E prima che di loro si sentisse passò più di terza, dove i parenti de l’uno e de l’altro volendo sapere di Marco e della moglie, intrati in casa — e niente v’era chiuso —, senza loro la casa voita era. Et andato in sul portico, viddeno Marco innell’acqua affogato; e messi grida, con pianto andarono al canale e di quello trasseno Marco morto, il quale quello brachieri in mano avea. Per la qual cosa, non avendo trovata Fiandina in casa e veduto che tutti arnesi erano stati tolti e saputo come ella con Voitabotte s’erano partiti, cognoveno Marco esser morto per voler mettere lo brachieri alla moglie. E fattolo soppellire, la robba per li parenti fu presa e Fiandina con Voitabotte fuora di Vinegia si dienno piacere a loro agio.

Ex.° cxxx.

CXXXI

L>o proposto giunto a Civitale colla dilettevole novella assai innanti cena, et in uno albergo allogiati e rinfrescati di buoni vini e d’alquanti frutti, si puoseno a sedere. E parlando il proposto che i religiosi d’una bella cosa contentino la brigata e poi si ceni, loro presti a ubidire disseno:

«Gente ci ha assai che non giuocano a zara,

non vogliendo a ventura

mettere avere dè’ voltolati dadi;

se fuor di ciò avesson vista chiara,

simile e più paura

arebon di giucarsi in molti gradi.

Tu di’ che mai non giuochi, e poi pur cadi

a partiti che ’l mondo innanti fatti

ts setta con lor barratti.

Ben è giucar con esser sempre vinto,

ché quel che acquisti è cosa che ti fugge,

e ’l tempo vi si strugge,

che racquistar nol può chi fuor n’è spinto:

so altro fuor di lui nulla ci atiene;

per noi co’ lui s’acquista il male e ’l bene».

Piaciuto il savio ditto al proposto e l’ora della cena venuta, l’acqua alle mani e posti a mensa, le vivande poste, con diletto cenarono. E levati da mensa, per dar piacere alla brigata li stormenti sonando, le danze prese, fine a l’ora del dormire si danzò. E dapoi iti a dormire fine alla mattina, là u’ il proposto disse a l’altore che una bella novella dica fine che giunti saranno a Vicenza, l’altore presto disse: «A voi, amanti che disponete a morire per tale amore, et a voi, neganti le cose giuste che far non si debiano, dirò ad exemplo una novella; posto che più volte la dobiate aver intesa, nondimeno per ricordarla di nuovo la conterò in questo modo, cioè:

DE JUVENE SUBTILI IN AMORE

Di Iosofach di Babillonia e di Tisbe e Piramo.

P>rima che Nostro Signore incarnasse della Vergine Maria fu in Babillonia uno nomato Iosafach, il quale avea una sua figliuola nomata Tisbe, e uno nomato Zaidadag, vicino del ditto Iosafach a muro a muro, il quale d’una sua donna avea auto uno fanciullo d’età di Tisbe nomato Piramo; che avendo lo dio d’amore infiammato l’uno e l’altra intanto che essendo d’età Tisbe e Piramo puerile, amandosi tanto insieme che l’uno senza l’altro mangiar non volea e venendo alquanto crescendo d’età d’anni vii, a una scuola di pari l’uno senza l’altra e l’altra senza l’uno dimorar non volea.

Et essendo più tempo stati in iscuola con tanto amore tanto che a l’età di xii anni pervennero e sempre che cresceano l’amor crescea in loro, avenne che la invidia mosse alquanti invidiosi a dire al padre et alla madre di Tisbe che mal faceano a lassare la loro figliuola tanto strettamente usare con Piramo; e simile al padre et alla madre di Piramo le ditte parole erano ditte. Et alquanti, vedendo l’amore congiunto tra Tisbe e Piramo e cognoscendo che di pari grado erano di gentilezza et avere e di bellezza, come zelosi del bene consigliavano li padri e le madri dell’uno e dell’altra che insieme si facesse parentado di dare Tisbe per moglie a Piramo.

E volentieri si sarenno acordati; ma il nimico del bene adoperare e la ria fortuna di Tisbe e di Piramo negarono che tale parentado si facesse, prendendo li padri e le madri certe scuse che al presente non sono necessarie di dire. E più fece la fortuna, che dove infine a quel punto erano insieme sempre usati e stati, fe’ che Tisbe in una camera rinchiusa innella sua casa fu, e Piramo eziandio dal padre e dalla madre rinchiuso fu in una camera la quale altro che d’un muro sottile da quella di Tisbe non era divisa.

E per questo modo li du’ amanti funno divisi, dando a ciascuno una guardia acciò che di què’ luoghi non potessero uscire.

E stando per tal maniera dolorosi, i ditti Piramo e Tisbe, rinchiusi e non potendosi vedere, avenne che un di essendo aperte le finestre delle camere, il sole percotendo innella parete di mezzo tra Tisbe e Piramo, per una fessura che innel ditto muro era tal sole penetrò dalla parte di Tisbe. Lei vedendo quel sole, che giamai veduto non l’avea, raguardando per tal fessura vidde Piramo che doloroso stava. E chiamandolo con piana voce dicendo: «O Piramo, che fai?», Piramo, che chiamar si sente, rispuose: «Io mi tormento. Ma dimmi, chi sè’ che mi chiami?» Tisbe disse: «Io sono la tua Tisbe, la quale come tu sono in tormento; piacciati acostarti a questo muro e per questa fessura raguarda colei che per te si more». Piramo, acostatosi alla fessura, vidde Tisbe, a cui disse perché stava in tale strettezza. Tisbe, contatoli tutto, con lagrime dicea: «O Piramo mio, viverò io tanto che teco acostar mi possa e tu meco?» Piramo dicea il simile, pregando l’uno e l’altro quel muro che si dovesse aprire tanto che loro abracciar si potessero, e niente valea. E per questo modo ogni dì tornavano alla fessura, e quando era notte partendosi racomandava l’uno l’altro a Dio e baciando ciascuno la sua parte del muro in iscambio delle lor belle facce.

Et essendo stati più mesi in tale maniera, non potendo più sostentare l’amore che li infiammava, uno giorno Tisbe, narrando il suo pensieri a Piramo, disse se contento era con lei trovarsi in su’ campi di Soria, cioè fuora, a’ giardini di Babilonia. Piramo disse: «Sì, ma noi non potremo ciò fare se noi non amazziamo le guardie». E Tisbe disse: «Io amazzerò la mia e tu la tua briga d’amazzare». E dato l’ordine trovarsi a’ luogo ditto, Tisbe subito, amazzato la sua, con uno mantello si parte et a campo di fuora di Babilonia se n’andò in su la riva del fiume.

Essendo la luna in quintadecima lustrante, Tisbe vide su per la rena uno leone; del quale avendo paura, si misse a fugire verso quine u’ andar dovea. Et innel fugire, uno pruno lo mantello li prese: lei lassandolo si nascose in uno cespuglio. Lo leone, avendo pasciuto, trovando quello mantello, strainandolo, del sangue della bestia lo ’nvolgea; e così dilacerato lo lassa. Tisbe, pensosa e di paura tremante, pensava dire a Piramo: «Guarda com’è la Tisbe tua stata quando lo leone l’era così presso».

 

E pogo stante che Tisbe di Babilonia partita si fu, Piramo la guarda sua lassata in dormendo, con una spada si partìo di Babilonia. E giunto dove trovò il mantello dilacerato e sanguinoso e vedendo l’orme, stimò che Tisbe da’ leone mangiata fusse, e con malanconia a uno gelso bianco dove era l’ordine dato di ritrovarsi n’andò, e non trovandovi Tisbe, pensò che morta fusse. E fatto grande lamento di lei, biastimando i leoni che l’aveano divorata, e non potendo più sostenere, prese la spada: e tratta del fodro, messo il pome in terra e la punta al corpo, e sopra quella si lassò cadere per modo che da <l’>altro lato la punta passò e lui cadendo in terra senza sentimento versando il suo sangue.

Intanto Tisbe, passato lo leone, si mosse et al gelso n’andò; e quando fu presso, vidde le vene versare. Dubitando che fusse, con tremore s’acostò: e cognoscendo esser Piramo, subito abracciandolo disse: «O Piramo, rispondemi, che sono la Tisbe tua che t’ha del mondo tolto! Leva il piacente viso e falle dono!» Piramo, sentendosi nomare e guardando Tisbe, dittoli il modo e la cagione della sua morte, subito di questa vita si partìo. Tisbe, che ciò ha veduto, disse: «Non piaccia alli dei che io viva, pregandoti, gelso, che mostri di noi segnali a’ nostri padri e madri della nostra morte». E presa la spada non ancor fredda di Piramo, per lo corpo se la misse e sopra Piramo morta cadde. E parve che li dei avesseno di tal morte compassione, che il gelso, ch’era bianco, rosso divenne.

I padri e le madri, che non trovano la mattina li lor figliuoli, andando cercando fine a’ luogo dove li trovonno morti com’è stato ditto e vedendo li gelsi esser doventati vermigli, significonno che tal frutto fusse doloroso di tali amanti. Li padri de l’uno e de l’altra diliberonno quelli soppellire in uno avello, dove disseno: «Poi che in vita tanto s’amonno che aqualmente fenno, così in morte eguali stiano». E così ferono.

Ex.° cxxxi.

CXXXII

A> Vicenza giunse il proposto colla brigata alquanto presso a cena, dove volse che i religiosi dicessero con canto suave alcuna cosa. E lo’ presti dissero:

«Prova non fa d’amico a proferirsi

a chi ha felice stato

colui ch’ell’ha per sé contrario al mondo;

ma chi ’l cognosce e prova, chi vedersi

se può d’alto voltato

alla fortuna innel suo basso fondo,

chi li è costante come nel giocondo

tempo, che l’ebbe amato li può dire,

che usanza è di fuggire

ogni infingardo cui el vede al verde.

<Tu c’hai stato e di’ c’hai cento amici,

guarda ben ciò che dici:>

chi ’l denaio perde, tali amici perde.

Sol per util di sé chi ama altrui

amor vi dura infin che tra’ da lui».

Udito la dilettevole cosa e dato l’acqua alle mani e posti a mensa, cenaron di vantaggio. E dapoi ridutti in un pratello, il proposto volendo prendere piacere disse: «Su, cantarelli, et una canzonetta si canti e poi a dormire ognuno si vada». Coloro presti cominciaron a cantare in questo modo:

«Ama chi t’ama, sempre a buona fé

serve qualunca e non guardar perché.

Così faccendo, pur tempo verrà

(la fama è cosa che va qua e culì)

che un solo per tutti ti meriterà

e per un cento farà quello a ti.

Cosa non è che amor più tiri a sì

come a servire senza sperar mercé.

Un grande error è fra noi gente mo’,

di servir solo a cui pur serve a nu’;

quest’è contra natura quanto pò,

s’al principio di noi guardemo su;

che <a> alcuno de l’altro non fu dato più,

né mai vertù serà dov’esser dé».

Ditta la canzone e dato dè’ confetti e alquanto bere, il proposto licenziò che ognuno s’andasse a dormire. E così oservato, fine alla mattina si posarono.

E levati da dormire, il proposto, udita la messa, disse a l’altore che una novella dica fine che giunti saranno a Padova. L’altore presto disse: «A voi, malvagi, li quali dimostrate esser amici, et altri fidandosi come di amico e voi come traditori ingannate chi di voi si fida, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE PRAVA AMICITIA

Del re Aluisi di Parigi, come mandò messer Alberigo,

omo piccolo, valente, alla guerra di Prusia.

N>ella città di Parigi, nel tempo dè’ re Aluisi, fu uno cavalieri e gentile uomo posseditore d’alcuna fortezza nomato messer Alberigo, omo della persona assai piccolo ma di cuore come valent’e magnanimo, il quale per comandamento dè’ re li convenia andare alla guerra di Prusia contra li saracini. E convenendosi partire, avendo il suo terreno lungi da Parigi più di 80 miglia, dove la sua donna dimorava nomata monna Marzia, donna bellissima et onesta, pensò che mal facea che non racomandasse i suoi fatti a <alcuno amico avanti di> partirsi del paese. E credendo che suo amico fusse uno nomato Jach lo Brich, fra sé disse: «A lui miei fatti racomandar vo’».

Era questo Jach lo Brich cortigiano dè’ re, molto amato sì per la sua valentia e per la sua cortesia e simile per la piacevolezza che a gnuno dimostrava. Messer Alberigo li disse: «Amico mio, del quale io più mi fido che di persona del mondo, ti prego che poi che andare debbo in Prusia, che se caso acorresse alla mia famiglia o vero ad alcuno mio parente, che in mio luogo sostegni.

E così te li racomando, e così ne dirò alla mia dolce donna Marzia che a te ricorra per tutti i suoi bisogni». Jach lo Brich dice: «Amico mio e magiore, sempre le tuoi cose mi finno innel cuore, e però va securamente e di niente dubitare».

E partitosi messer Alberigo per cavalcare in Prusia, se n’andò a casa dove amaestrò la donna sua che pace si desse fine alla sua tornata, dicendoli che se alcuna cosa a lei bisognasse, che lui avea lassato l’amico che tenea, cioè Jach lo Brich, che di tutto la faccia servire. La donna con malanconia disse: «Deh, marito mio e signore, io vi prego che se tale andata schifar potete, per mio amore la schifiate; e se pur andar dovete, vi prego che torniate tosto. E quello che dite di Jach lo Brich sto per contenta d’ubidirlo in ciò che a me comanderà salvo che innelle cose disoneste». Messer Alberigo disse: «Donna, io sto contento, però che solo di cosa onesta ti richiederà e non d’altro». La donna lagrimando lo racomandò a Dio, e lui simile con lagrime si partìo avendo da lei preso cumiato. E cavalcando pervenne a Prussia, dove quine molto combattè, dimorando molto tempo in quel luogo.

E mentre che tale stanza si facea, Jach lo Brich pensò voler con madonna Marzia, donna di messer Albrigo, prendere piacere. E non molto tempo dimorò che di Parigi un sabato sera, poi che i’ re fu andato a dormire, si partìo con alquanti famigli e con buoni cavalli, e caminò tanto forte che dove la ditta donna era arivò in sulla mezzanotte. E sapendo la maniera del palagio, saglìo in sala et alla camera con due suoi famigli se n’andò e fece la sua venuta sentire alla donna.

La donna, sentendo che Jach lo Brich fusse per gran cagione venuto, subito levatasi dè’ letto e vestita d’una palandra aperse la camera dicendo: «O amico del mio marito, che buone novelle avete che in tale ora siete venuto? Per Dio ditemele». Jach lo Brich disse: «Donna, intramo in camera e quine tutto vi conterò». E postosi a sedere apresso a’ letto e Jach lo Brich apresso a lei, disse: «Donna, l’amore che di te m’ha preso m’ha indutto stanotte a qui venire, e pertanto ti prego che il tuo amore mi doni e sii contenta che teco prenda piacere». La donna tremante disse: «Deh, Jach lo Brich, che v’odo dire? Or come, è questa l’amicizia che mostrate a messer Alberigo, a cui credea che grande amicizia li portaste, e voi come men leale volete lui e me vituperare? E pertanto <per> la vostra venuta vi verrà il pensieri fallito et indarno tal venuta fatta arete; e quanto più presto potete di qua vi partite né mai in questa casa ardite di venire et entrare».

Jach lo Brich, udendo così dire: «Or come, volete voi disdire tale amore a me, che vedete quanto io sono di beltà pieno che non so donna in Francia che non se ne tenesse lieta che io l’amasse, che non mi compiacesse di quello che ora a voi chiegio, e voi come non savia vietate quello che naturalmente le donne desiderano? E pertanto vi dico che se a me non consentite e ’l diletto negate, quello che per amore far dovete per forza vel converrà fare!» La donna tremante li disse che mai tal atto farebbe e che prima volere morire che al marito tal fallo fare. E volendosi da lui partire, con spiacevole modo Jach lo Brich quella ritenne e per forza la fe’ cadere et a’ suoi famigli comandò che le gambe e le braccia li tenessero. E questo fatto, per forza Jach lo Brich di lei prese piacere e contentamento, con tanta fatica che fu una meraviglia.

E fatto tale sceleramento, subito montò a cavallo e cavalcò per sì gran forza che a Parigi giunse la domenica, prima che i’ re si fusse levato; e così si dimostrò a tutta la terra e la corte senza parlar di sua andata. Madonna Marzia, rimasa confusa e vergognata del vituperio isforzatamente a lei fatto, senza che ad altri l’apalesasse, come più tosto potéo si vestìo di bruno. E così stando passò più mesi.

Ritorno a dire che, essendo messer Alberigo giunto in Prussia et avendo con l’infideli auto molte vittorie, e dato e ricevuto, ultimamente con onore i cristiani rimasero. E diliberando al presente messer Alberigo ritornare, li sopravenne, per la fatica durata e simile per la mutatio dell’arie e per lo mal vivere, una infermità che quasi alla morte lo condusse; ma per la buona guarda e sì per le buone cure dalla morte scampò, rimanendoli una febre quartana della quale messer Alberigo pogo si curava, colla quale si misse in camino per ritornare alla sua propria casa. E così seguìo che in poghi giorni giunse a Parigi. E quine visitato i’ re e poi Jach lo Brich — a cui Jach lo Brich mostrando amore, molte cose tra loro disseno delle battaglie di Prusia —, et avendo alquanti dì dimorato in Parigi e disiderando tornare a casa per vedere la sua donna, preso cumiato da tutti i cortigiani e massimamente da Jach lo Brich, cavalcò verso le suoi terre et in poghi giorni giunto fu.

Et avendo saputo madonna Marzia come lo marito era giunto sano in Parigi e che a lei venir dovea, fattasi forte a narrare quello che Jach lo Brich fatto li avea, vestita di nero il suo marito aspettava. E pogo stando, messer Alberigo a casa giunto fu. E come fu in sala, dove trovò la donna sua di nero vestita, domandando il perché così scura, e lei piangendo con lagrime li disse tutto ciò che Jach lo Brich fatto li avea, dicendoli che giamai con lui non s’acosteràe se di tal fallo non prenderà vendetta. Messer Alberigo ciò sentendo disse: «Donna, io non posso credere che tal fallo per lui commesso fusse». La donna giurando così essere, e se lui nol volea credere che a lei desse licenzia di vendicarsi del tradimento a lei fatto, e tanto disse al marito che lui si dispuose ad andare in corte di Parigi a narrare quello che Jach lo Brich fatto li avea. E posto che malato fusse, si misse in camino.

Et a Parigi andato, giunto in corte dove Jach lo Brich era, et a lui disse quello che colla donna sua fatto avea, il giorno e l’ora contando. Jach lo Brich ciò negando, assegnando testimoni che tal giorno, davanti funno a metter a letto il re e la mattina prima ch’è’ si levasse fu alla sua presenzia, e tutti i cortigiani testimoniando così essere e che veramente impossibile cosa era a poter esser andato e tornato in una notte tanto camino; per le quali parole messer Alberigo ritornando alla donna sua dicendoli: «Donna, per certo tu mi dèi aver ingannato, che quello dici del giorno che Jach lo Brich sia stato teco ho avuto vera testimonianza lui esser stato in corte dè’ re; e pertanto ti dico che più di tal cosa non debbi parlare»; la donna disse: «Per certo, marito mio, io v’ho ditto la verità, e così la vo’ sostenere; e se altro si trova che quello che ditto v’habbo, vo’ morire».

Messer Alberigo, per sodisfare alla donna et ancor per lo suo onore, ritornato in corte e fatto in corte richiedere davanti alla giustizia Jach lo Brich e domandato giustizia del fallo commesso, e Jach lo Brich negando tutto ciò che a lui era aposto et avendo grande aiuto per l’amicizia che in corte avea, messer Alberigo niente della sua domanda potea aver ragione. E costretto a non poter più piatire, diliberò lassare tale impresa e ritornò verso la donna dicendole: «Per Dio, donna, io sono lo più vituperato omo del mondo ad aver voluto fare richiedere Jach lo Brich senza poter di ciò far prova, che meglio m’era che, se fallo fatto avei, io te l’avesse perdonato e taciuto, ch’è fatto palese il nostro disnore». E questo ditto, si tacque.

La donna disse: «Marito e signore mio, io ho ditto la verità, e per questa verità vi prego vi piaccia prender la battaglia; e s’è caso che prendere non la voleste, vi piaccia che io il mio fratello metta per la ragion’ed a me difendere; o veramente che a me comandiate tal battaglia con quel traditore fare, e penso che di ciò io n’arò vittoria, però che la ragione m’aiuterà. E pertanto vi prego che mi concediate che io a Parigi vada, e se meco venir volete sono contenta, altramente sola mi metterò in via e prenderò a difendere il vostro e mio onore; altramente come disperata mi vedrete uccidere». Lo marito, odendo tali ragioni e vedendo la sua intenzione, disse: «Poi che ti piace, io sono contento di venir teco e prendere tale battaglia, ma guarda che non mi facessi peccar’e che contro il dovere io non conbattessi; che se di tua volontà e consentimento hai auto a fare con Jach lo Brich, sono contento e più non ne cerchiamo». La donna disse: «Io v’ho ditto il vero e così lo vo’ tenere». Lo marito, disposto a tutto seguire, colla sua donna si mosse et a Parigi n’andonno.

E giunti a Parigi, la donna vestita di nero a madonna la reina se n’andò e in ginocchioni a lei disse tutto ciò che Jach lo Brich l’avea fatto, e pregandola che di ciò la vendicasse e che se Jach lo Brich volesse questo negare, che in campo nel proverà. La reina: «Donna», disse, «non volere mettere il tuo marito né altri a pericolo di morte, però che usanza è che le donne alcuna volta co li omini si prendeno piacere, e poi, parendo loro aver fatto male, vogliano dimostrare esser state isforzate e metteno loro ed altri in pericolo. E pertanto ti dico che se così fusse, io pregherei il tuo marito che ti perdoni, e penso per mio amore ti perdonerà». La donna dice: «Madonna, se così fusse, io non sarei venuta dinanti da voi, ma secretamente mi sarei stata; ma perché io sono stata isforzata, come v’ho ditto, vi prego che a battaglia ci conduchiate. Et in caso che ’l mio marito combatter non volesse né mio fratello, io voglio per difendere mio onore col traditor combattere, e penso che Dio ne farà il chiaro vedere; e se ricredenti ci farà, vo’ innel fuoco come meretrice esser arsa». La reina ciò sentendo disse che co’ lei andasse.

E subito andata a’ re e gittatasi dinanti ginocchioni chiedendoli la vendetta della giovana, lo re, che altra volta avea sentito tal discordia, disse che a lui piacea che a battaglia si fusse, mettendo pena la persona a chi ricredente fusse. E verso la giovana  parlò dicendo chi volea che tale battaglia facesse. Ella rispuose: «Il mio marito messer Alberigo». Lo re disse lui esser malato e che male li parea che tal battaglia a far prendesse. La giovana disse: «E se a lui non parrà tal battaglia prendere, io la voglio prendere per salvare il suo e ’l mio onore».

Lo re, udendo parlare tanto fermo la giovana e con sì belle ragioni, mandato per Jach lo Brich, et alla presenzia della giovana li disse che la battaglia li convenia che prendesse per fare sua scusa del fallo commesso. Jach lo Brich, che altro non disiava che a tale battaglia venire, subito disse: «Santa corona, io sono presto a difender che mai costei non ebbi sforzatamente né per altro modo». La giovana disse: «Et io metto per mia defensione lo mio marito; in caso che lui per la malatia non volesse tal battaglia prendere, io la voglio teco come traditore fare; e se ’l mio marito rimanesse perditore, io sono contenta esser come meretrice arsa». Lo re, udito tutto e mandato per messer Alberigo et a lui esposto quello che ordinato era, li disse se la battaglia prender volea per amore della sua donna. Lo cavalieri disse di sì.

E dato per lo re l’ordine del combattere e venuto il giorno, essendo li combattenti armati, per tutta la corte donne et omini di Parigi a vedere, avendo mandato bando che ognuno cheto dovesse stare mentre che i combattenti combatteano; e venuti alle mani, doppo molti colpi dati, Jach lo Brich come gagliardo prese messer Alberigo colle braccia e sotto sel gittò, standoli a dosso. La reina e l’altre donne, che vedeno Jach lo Brich di sopra, disseno colla giovana: «O giovana, mal consiglio prendesti a volere che ’l tuo marito perisca e tu debbi esser arsa, che vedi che altro non può essere». La giovana, che ciò vede, disse: «Io non credo che Dio voglia dar vittoria a chi ha fallito, e pertanto non temo che ’l mio marito perisca né simile io». La reina ridendo dice: «Tu sè’ pogo savia a sperare quello vedi il contrario».

E mentre che tali parole diceano, messer Alberigo dando alquante scosse, Jach lo Brich andato di sotto e lui saglitoli di sopra, sopravenendoli la febra stava senza alcuno sentimento a dosso a Jach lo Brich. E stato per ispazio di mezza ora, la febra uscitoli e vedendosi a dosso al suo nimico, preso della polvere e tra la visiera gittatavela, intanto prese una daga che Jach lo Brich avea a lato e con quella li diè di sotto innel mollame per tal forza che molto lo innaverò. E poi cavatoli l’elmo e ’l bacinetto, in presenza dè’ re e dinanti <a tutti> li tagliò la testa e fuora delle licce lo misse; e così uccise il suo nimico.

La giovana lodando Idio che avea dimostrato in ciò miracolo, lo re, avendo ciò veduto, subito comandò che ’l corpo di Jach lo Brich fusse stracinato e poi impiccato; et a messer Alberigo et alla donna sua fe’ assai dare e lui tenne in corte come amico con buona provigione. E la donna si ritornò in suo paese avendo francato suo onore, e d’allora visse in pace, onestissima.

Ex.° cxxxii.

CXXXIII

La giusta vendetta udita per lo proposto e per la brigata piacque molto, e con tal novella giunseno a Padova dove era aparecchiato per la cena; ma perché il camino era stato alquanto lungo <lo proposto> volse che prima che si cenasse, in uno giardino si riposasse alquanto la brigata. E così riposati, lo proposto disse a’ religiosi che qualche bella cosa dicesseno. Loro presti disseno:

«Chi gola segue a lusuria il conduce;

perch’a natura è vago

il suo diletto, ragion ne perisce,

perdendo del veder la chiara luce:

come porco in braco

s’involg’e in volger sé in lei petisce.

Chi fa ’stinenza ciò non concupisce,

anzi sta casto quanto vuol misura;

e pur se la natura

vel chiama, allora onesto vi s’inchina

col matrimonio; sol questo li piace,

ogn’altro usar li spiace,

perché nel vieta ogni ragion divina

che vuol che quine l’un dell’altro nasca,

né usi come bestia, viva o pasca».

Piaciuto il bel ditto dè’ religiosi, essendo l’ora della cena e dato l’acqua alle mani, cenarono, e dapoi, perché il giorno non aveano posato, andarono a dormire.

E levati, il proposto disse a l’altore che una novella dica fine che giunti saranno a Verona. Lui presto a ubidire disse; «A voi che con altrui a star vi ponete, e vituperando la famiglia di casa pensando sempre poter godere, se male ve ne aviene non è da maravigliarsi; e però ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE MALVAGIO FAMULO

Di Namo da Verona e di malvagio famiglio e di una fante, Jacomina veneziana.

Innella città di Verona, dove pensiamo d’andare, al tempo di messer Mastino, era uno gentile uomo nomato Namo, il quale avendo donna di xl anni nomata monna Gostanza della quale avea ii figliuoli d’età d’anni xiii in xv, l’uno maschio nomato Lancilotto et una figliuola nomata Uliva; e perché era questo Namo di buono parentado et assai ricco, tenea fante maschio e fante femmina. Et avendone molti avuti, ultimamente se ne trovò uno nomato Malvagio, d’età di xx... anni, et una fante nomata Jacomina veneziana, giovana di xxiiii anni.

Et essendo stato alquanti mesi il ditto Malvagio col ditto Namo, un giorno essendo il ditto Malvagio solo con Jacomina in casa entrando per ruzzo l’uno co l’altro, tanto che di concordia insieme si ritrovarono prendendosi piacere. E più volte tenendo di dì e di notte tale modo et era tanto intrato l’amore di Malvagio a Jacomina che quando Namo era a desnare ella dicea: «O messer, serbate della carne a Malvagio». E questo dicea ogni dì.

Monna Gostanza, che ode tanto Jacomina pregare per Malvagio, pensò fra sé: «Per certo Jacomina si dé godere Malvagio». Et intratoli il sospetto innella mente, come più tosto potéo ebbe Jacomina, dicendoli: «Per certo, Jacomina, tu dèi esser molto innamorata di Malvagio, tanto sè’ di lui solicita; e per certo tu mi dirai il vero se mai teco usò, e vo’ che mi dichi perché tanto l’ami». E Jacomina disse: «Poi che voi ve ne sete acorta, io vi dirò che a me piace, tanto è ben fornito di tutto ciò che nostre pari richiedeno». Monna Gostanza ciò udendo, fingendosi di non darsene pensieri, steo contenta pensando al suo fatto. Jacomina come più presto potéo disse a Malvagio ciò che monna Gostanza li avea ditto. Malvagio disse: «Per certo ella vorrà altro che parole poi che tu l’hai ditto questo». Jacomina disse: «Io mel penso, e posto che a me sia gravoso che tu con altri spendi la tua mercantia, nondimeno, per rispetto di noi — potremo sicuramente fare e vivere grassi —, sarei contenta». Malvagio dice: «Se tu vedi che ciò far voglia, dà ordine alla cosa».

Così partiti, non molti giorni passorono che monna Gostanza mandando per Malvagio, è’ in casa venuto, dimostrando alcuna faccenda disse a Jacomina che andasse a fare alcuna imbasciata. Jacomina maestra, acorgendosi di quello che li parea vedere, si partìo. Monna Gostanza, essendo sola con Malvagio rimasa, con alcune parole lo trafisse dicendo: «Io mi sono acorta che tu con Jacomina ti godi, e sento che ella da molti dì si contenta, che a me è venuto pensieri e voglia che di quel che pasci Jacomina tu pasci me». Malvagio, che ciò ha sentito, disse che era molto contento. E postosi la donna giuso, Malvagio quella fornìo. Et essendo dapoi Namo a taula, Gostanza dice: «Serbate la parte a Malvagio». Namo, che non s’adà di tal parlare, da parte mettea quella carne che serbare volea.

E dimorando la donna e Jacomina con Malvagio dandosi piacere, un giorno acorgendosi Uliva, figliuola di monna Gostanza, come Malvagio colla madre giacea, disse: «O Malvagio, se tu non fai a me quello che a mia madre fai, io t’acuserò a Namo mio padre». Malvagio, udendo quello che Uliva li avea ditto, dubitando et eziandio piacendoli, disse che a lei farebe quello che a la madre facea, e più presto che potéo con lei si congiunse. E stando più giorni, sempre quando Namo a mangiar si ponea, Jacomina dicea: «Serbate la parte a Malvagio»; e la donna simili parole contava; Uliva dicea: «Et io eziandio vi dico che la parte serbiate a Malvagio». Monna Gostanza, che ode la figliuola dire con tanto effetto che la parte si serbi a Malvagio, di gelosia pensò la figliuola doversi esser trovata con lui. E come astuta, un giorno si puose nascosa in uno luogo dove cognove e vidde Malvagio esser a dosso a Uliva sua figliuola. Per la qual cosa monna Gostanza, molto meravigliosa, senz’altro dire si tacéo, dicendo: «Per certo Malvagio ha troppo gran cuore che pensa poterne saziare tre, e sola me saziare non può». E pensa, senz’altro dire, tener modi e di darli tanto che fare che a lei <e non altri> possa fornire.

E dimorando Malvagio per tal maniera, avendo sempre a contentar tre bocche di sì poga carne, non sapea che farsi se non che di buoni cibi era il suo sostegno; e così si stava. Or un giorno che monna Gostanza con Jacomina era alla stufa andata con intenzione che Malvagio là andasse, divenne ch’è’ per alcuna faccenda che a fare ebbe non potéo andare. E tornato in casa, dove trovò Uliva sola, senza sospetto quella abracciò e suo piacere ne prese, intanto che, prima che da dosso se li levasse, Lancilotto fratello d’Uliva in casa tornò. E veduta la sorella in quel modo, disse: «O Malvagio, se a me non fai quello che a Uliva fatto hai, t’acuserò al mio padre et alla mia madre». Malvagio, per temenza di non perdere tanto bene quanto li parea avere, dispuose di fare a Lancilotto quello che fatto avea a Uliva. E così stando, la sera, essendo tutti a cena, tutti diceano: «Serbate la parte a Malvagio». E simile Lancilotto ciò dice. Namo, che ha udito dire a tutti che la parte si serbi a Malvagio, pensò sospetto di lui. E datosi a vedere, trovò che Malvagio avea auto a fare colla fante e colla donna e con tutti li figliuoli. E questo veduto, disse: «Per certo che anco me converrà contentare».

Et avutolo da parte, volse sapere da lui tutto; et elli tutto li contò, dicendo che a lui veramente far tal fatto non volea. Namo che doglioso era disse: «Malvagio, fa il tuo conto e briga di partirti. E datoli denari, Malvagio, credendosi potere secretamente partire, allegro da lui prese cumiato. Namo, che secretamente ha suoi parenti comandato che il malvagio uccidessero, essendosi nascosi in certo luogo dov’è’ passar dovea fuora di Verona, quine l’uccisero, né mai di lui alcuna cosa si sentì. E dapoi con belli et onesti modi la donna morir fe’, è’ figliuoli meglio che potéo casticò, e simile la fante.

E per questo modo Namo serbò la parte a tutti.

Ex.° cxxxiii.

CXXXIIII

G>iunti a Verona colla dilettevole novella del suo veronese quasi presso a cena, ma per potere avallare la fatica del caminare volse il proposto che prima che si cenasse per li cantarelli si dicesse alcuna canzonetta, e poi secondo il tempo si seguirà. E comandato, rispuoseno che fatto sera, incominciando:

«Non temo, donna, di pianger giamai

poi che ’l ben ch’io perdei renduto m’hai.

O che doglia o che martirio aver porrei

per lo qual mai mi si tingesse il volto?

I’ fui in gloria e poi a terra dèi,

et or tempo felice m’ha ricolto.

Eli è sì dolce i’ racquistar il tolto,

che trar non può più, chi ’l prova, guai».

Udendo il proposto non esser tempo ancora da cena, per non perder tempo disse: «O religiosi, piaciavi di bella cosa contentar la brigata». Lor presti disseno:

Io fui ieri uno et un altro son oggi,

e non so se dimane

sarò quel ch’ora, né a cui vicino.

Passat’ho acque selve et aspri poggi

con opre vili e vane

venendo per l’uman mortal camino.

Non dica ch’io sia Piero s’i’ fui Martino

quel nome che delle fonti mi trassi

ma per diversi passi

menò la vita mia al dì sezzaio,

torcendo certe vie ond’io già venni;

che vegio avisi e senni

mondan fallir ben che si metta vaio,

e cerco onesto nel voler volere,

lasso a chi n’ha il dispensar potere».

Ditto la moral canzonetta, l’ora venuta del cenare e dato l’acqua alle mani e posti a mensa, cenarono. E senz’altro dire, ciascuno a posar si diede fine alla mattina che levati funno, dove il proposto disse a l’altore che una novella dica fine che giunti seranno a Brescia. L’altore presto disse: «A voi, fideli e leali compagni, li quali non come avari seguite vostra compagnia ma come fideli sempre state, ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE PERFECTA SOCIETATE

In Lucca fu al tempo di Carlomagno due mercadanti,

l’uno nomato Giabbino e l’altro Cionello.

A>l tempo che Carlomagno passò in Italia, quasi a l’ultimo del suo vivere, fu innella città di Lucca du’ compagni mercadanti, l’uno nomato Giabbino e l’altro Cionello, li quali avendo ciascuno di loro messo e fatto compagnia di molti denari a l’arte della seta, divenne che, volendo Giabbino andar in Ispagna per comprare sete di volontà di Cionello, da Lucca si mosse con molta quantità di denari et a Pisa et in s’una galea con certi mercadanti che andavano in Ispagna montò. E dando dè’ remi in acqua e navicando più giorni, la ditta galea da certe navi di mori e gente pagana assaglita fu et ultimamente presa con tutti coloro che quine erano; et in Pagania per ischiavi funno condutti e la robba rubata. Per la qual cosa a Pisa et a Lucca ne venne imbasciata.

E così dimorando, Cionello, che rimaso era in Lucca col resto della lor compagnia faccendo il lor mestieri, cominciò a guadagnare. E d’anno in anno multiplicava intanto che non furono passati xii anni che Cionello avea guadagnati molti fiorini. E vedendosi multiplicare in robba e non sapendo niente di Giabbino poi che preso fu, diliberò sempre a Giabbino portare fede e leltà. E ’l modo tenne fu tale qual io vi dirò: che, volendosi Cionello vestire, sempre facea du’ robbe d’un medesmo panno e d’una medesma fazione, e simile calze o mantello che far volesse; e quello che per sé volea prendea, e l’altro riponea in una cassa per Giabbino, se mai tornasse. E per questo modo n’avea fatte delle robbe assai.

E multiplicando Cionello in ricchezza, diliberò fare du’ case che fusseno eguali, l’una apresso l’altra, e d’una medesma larghezza lunghezza et altezza, e di pari terreno per giardino, d’un medesmo legname e fazione. E come ordinò misse in effetto: che non molti anni apresso steo che le ditte case fe’ (et acciò che possiate sapere qual funno quelle case, dico che funno quelle ii che sono in Porta San Donati, a man manca a l’entrare di tale porta, là u’ soleano star’è’ arbergatori, che poi arseno, et ora ve n’ha una per casalino). E fatto le ditte case, il preditto Cionello fe’ in ciascuna fare alquante lettiere e letti forniti di tutto quello che a letta richiede, d’un medesmo modo l’uno che l’altro; e simile di casse mense e banche. E di quanti fornimenti richiede a casa, Cionello fe’ fornire l’una casa e l’altra, mantenendo sempr’è’ lavorare a l’arte. Et ogni anno facea il conto di tutto ciò che guadagnato si fusse. E così dimorò più di anni xxx che mai di Giabino novelle non s’ebbe.

E come piacque a Dio, essendo per alcuna fortuna di mare alcuno legno dè’ cristiani capitato al porto dove Giabino era co’ compagni, è’ apalesatosi esser cristiano pregando il padrone dè’ legno che lui dovessero trarre di servitù, coloro mossi a misericordia, quanto più presto poterono l’ebeno levato. E di quine partitosi più per paura che per amore e giunti al porto di Ragona, Giabbino scese in terra, e con acatto la vita sua governava andando ora in una terra et ora in un’altra. E per questo modo andò più di iii anni poi che dall’infideli fu libero.

E non potendo il corpo di Giabbino, per fatiche sostenute e per lo malvivere, mantenersi sano, li sopravenne alcuna febre per la quale fu costretto più d’un anno a stare in uno spidale in Genova. Or pur la natura aitandolo alquanto, si fe’ forte et in s’una barchetta montò, pensando poter meglio la sua vita sostener a Pisa che a Genova. E così giunse a Pisa, dove con acatto la sua vita mantenea. E dimorato in Pisa alquanto tempo, li venne alla memoria lui esser lucchese e che già avea fatto compagnia con Cionello, stimando Cionello esser morto e simile tutti i suoi parenti, per lo tanto tempo stato fuori, e posto che alcuno vivo fusse non doverlo cognoscere, dicendo: «Che mi varrè’ se io vivi li trovasse, che quando mi partì ne portai il mio e l’altrui?» Et in questo maginamento stè più giorni.

Or pur l’amore della patria lo ’ndusse ad aver desiderio di venire a Lucca, dicendo: «E non potrà esser che per amor della città, io, come cittadino, di carità non sia meglio ricevuto che fuori?» E diliberò a Lucca venire. E mossosi, a Lucca ne venne; e sposato allo spidale, parve a lui che Lucca fusse rimutata, tanto era stato che veduta non l’avea.

Et andato più giorni acattando per Lucca, et essendo un dì alla loggia delli Scalocchiati e quine essendo molti omini a sedere, fra’ quali era Cionello, Giabbino disse: «O gentili uomini, io vi prego che vi piaccia dirmi se Cionello è vivo». Cionello, che s’ode mentovare, disse: «Perché ne domandi?» Giabbino dice: «Per bene, però che io arei gran voluntà di sapere novelle, che se vivo fusse, penso che almeno una volta il mese mi darè’ per l’amor di Dio da mangiare, posto che male lo meriti, perché io non feci verso di lui quello che far dovea, ben che mia colpa non fusse». Cionello, che ode sì parlare, li disse: «Unde sè’ tu che Cionello domandi?» Lui risponde: «Fui da Lucca, ma per mia disaventura più di xl anni ne sono stato fuori: e però non mi posso da Lucca apellare». Cionello, che hae udito tali parole, per voler da lui saper più oltre disse: «Vieni, che per amor di Dio ti vo’ dare mangiare».

E partitosi di quine, solo con Giabbino se ne va verso Porta Santi Donati. Et avutolo in casa e fattolo puoner a sedere, disse: «Noi siamo ora qui e non ci è altri che noi du’: io vorrei sapere da te qual cagione te indusse a domandare di Cionello, però che dici esser stato più di xl anni che a Lucca non fusti». Giabbino dice: «Perché io l’amava quanto me medesmo; ben che a lui io facesse male, sempre di lui mi potei lodare». Cionello dice: «O in che lo cognoscesti?» Rispuose: «Perché già fu mio compagno et io tal compagnia disfeci». Cionello domanda: «Com’eri chiamato quando compagno di Cionello eri?» Lui disse: «Giabbino. Noi mettemmo per uno v cento lire, e volendo io andare in Ispagna a comprare seta con viii cento lire, fui da’ mori preso e i denari rubati et io per ischiavo trent’anni tenuto. E per questo modo disfeci Cionello mio compagno, che ne fui tanto dolente quanto io potei». <Cionello dice>: «Deh, dimmi, et io te ne prego, u’ facciavate la bottega?» Rispuose: «Al canton Bretti, innelle case dè’ Busdraghi». Cionello dice: «Cognosceresti tu Cionello se tu lo vedessi?» Giabbino dice: «No, ma io cognoscerei bene la sua léttora, però che Cionello era più giovano di me ben vi anni e non avea pelo in volto, et ora, se vivo fusse, dovrè’ esser canuto come sono io; ma la léttora non dé aver potuto mutare». (Cionello dice): «O la léttora tua non cognosceresti?» Rispuose: «Sì, bene». Cionello, per esser certo, disse: «Deh, spettami alquanto, però che già ebbi delle léttore de l’uno e de l’altro».

Et andò per lo libro primo della compagnia e a Giabbino lo mostrò. Giabbino, come l’ebe in mano, disse: «Per certo Cionello è morto, che questo libro era quello della compagnia». Et apertolo, la prima scritta disse: «Questa è di mia mano e quest’altra è di Cionello». E così tutto il libro va cercando: fine che di Lucca si partìo, trovò per sua mano. E poi disse: «Tutto questo è per man di Cionello».

Cionello che, avendo sentito e veduto, ha certo lui esser Giabbino, disse: «O Giabbino, mio compagno, io sono lo tuo Cionello, il quale sono stato con tanto dolore poi che ti partisti che mai non sentì bene». Giabino, che ode che lui è Cionello, ginocchioni se li gittò a’ piedi dicendoli che per Dio li perdoni dè’ denari che lui perdéo e che lo voglia solo una volta il mese per l’amor di Dio ricever di mangiare. Cionello, fattolo levare e subito chiamato il fante, e fattoli cavar què’ panni et in camera menatolo e cavato ii robbe di pari panno e fazione, lo fe’ vestire; e simile lui. Avendosi l’uno e l’altro rasi e netti, e presi per mano, Cionello lo menò in una camera dove era una cassa e di quella trasse viii borse in che avea in ciascuna m fiorini, dicendo: «Di queste viii te ne tocca iiii: prendi qual vuoi». E simile fe’ dè’ gioielli panni et arnesi. E poi disse: «Queste sono ii case d’un pari grado: prende quella che più ti piace». E poi delle mercantie simile ii parti ne fe’.

Avea questo Cionello preso donna et avea alquanti figliuoli, maschi e femmine. Giabbino, che ha veduto la liberalità di Cionello, disse: «Io ti prego, Cionello mio, che sii contento di quello che io disporrò, e pregoti che non te ne turbi». Cionello disse: «Omai non mi posso più turbare, considerato che io vissuto sia tanto che io t’abia veduto: fa ciò che vuoi». Giabino dice: «Io non sono atto a prendere donna, ma ben ti prego che a me concedi una fante che mi serva in una di queste case fine che Dio mi chiamerà a sé, e doppo la morte mia la casa co’ tutta la robba rimagna a’ tuoi figliuoli; e mentre che io vivo, questi denari e mercantia ti do che li adoperi a utilità di te e dè’ tuoi figliuoli, e a me solo la vita mi concedi». Et acordati come fratelli, si preseno per mano et alla loggia n’andarono, dove veduti insieme e narrato el fatto, non s’udìo mai du’ leali compagni come costoro. E vivendo in amore, finiron loro vita con grande allegrezza.

Ex.° cxxxiiii.

CXXXV

La leale compagnia piacque molto alla brigata, e con gran piacere giunsero a Brescia in sul vespro, dove aparecchiato era di vantagio per la cena. Ma perché era assai di buon’ora, il proposto, volendo alquanto piacere prima che si cenasse, comandò a’ cantatori che una canzonetta dicessero. Li quali, presti a ubidire, dissero che fatto sera, cominciando:

«Donna, non spero che ’l morir mi gravi,

poi che ho perduto il ben che tu mi davi.

Io fui per te felice; or m’ha fortuna

il ben ch’avea innel contraio volto.

Piange la mente mia, tal duol s’aduna

nel maginar quel che l’è stato tolto.

Omè, amore, omè, ove m’hai colto!

Deh, dammi morte che di qui mi cavi!»

Quanto onestamente i cantatori hanno ditto! E non parendo al proposto ancora d’esser a cena, disse: «O religiosi, li quali sempre d’onestissime cose e di buone sustanze avete contentato la brigata, ora vi prego che d’una ne contentiate fine che a cena  n’andremo». Loro presti dissero:

«L’animo tuo non menimi né cresca

in perder per acquisto

di cosa che ci dia il mondo o toglia;

sospiro né riso mai di tua bocca esca

mostrando lieto o tristo,

montando su o per scender soglia.

Natura è di chi presta che rivoglia,

e tu qui ogni cosa in presto acatti,

ben che i più in ciò fien matti

chiamando queste cose vane loro.

Stà saldo in te e da mè’ non curare

e nome non mutare

di ricco o ver di povero, per oro:

che ricco altrui fa ben ch’è proprio suo,

né l’oro, ch’è di fortuna, e non è tuo».

Ditto la bella moralità, dato l’acqua alle mani e posti a mensa, cenarono; e per poter la mattina per tempo levarsi, il proposto licenziò ognuno che a dormire andasse. E così si fe’.

E la mattina levati, il proposto a l’altore comandò che una novella dica fine che giunti seranno alla città di Cremona. L’altore presto disse: «A voi, donne di pogo sentimento, che sotto spezie di darvi a credere che i vostri mariti dè’ falli non s’avegano, et a voi, matti che simile credenza avete, se mal ve n’aviene l’avete ben comperato: ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE PRAVA AMICITIA VEL SOCIETATE

Indella giurisdizione di Pisa erano ii gentilotti

e di parentado <assai forti>, l’uno chiamato il conte

Guarnieri da Montescudaio, l’altro il cattano da Suereto.

Come a ciascuno è manifesto, innella giurisdizione di Pisa ha molti gentilotti signori di castella e di uomini, fra’ quali funno ii gentili <omini> e di parentado assai forti, l’uno dè’ quali era chiamato il conte Guarnieri di Montescudaio e l’altro il cattano di Suvereto nomato Marsilio, li quali aveano per costume d’andare come compagni in ogni richiesta che in Italia si facesse di gentili omini, così in fatti d’arme come in altre pratiche.

Erano questi ii lontani l’uno dall’altro da terza giornata, et avendo il preditto Marsilio una bellissima donna chiamata madonna Caterina dè’ Salimbeni da Siena, donna più tosto cognoscitrice di vizi umani che di raccami, essendo più volte il ditto conte Guarnieri venuto a desnare con Marsilio, la preditta madonna Caterina, raguardando spessime volte innel viso del conte, molto tal viso lodava dicendo alcuna volta fra sé: «Doh, che bel viso è quello del conte Guarnieri !» E tanto fu la sua smemoragine di riguardare tal faccia che non molte volte il preditto conte venuto vi fu che il conte se ne fu acorto che la donna l’amava; e non molto tempo passò che lui di lè’ ebbe suo contentamento et ella di lui, intanto che altro Idio alla ditta donna non parea di vedere.

Et era tanto l’amore infiammato innella donna che mentre che ella mangiava, dormìa o stava, dicea fra sé medesma: «Deh, poterebe esser lo viso li occhi e tutta la faccia del conte Guarnieri più bella né tanto soave e savorosa? Certo no!» Et ebbe tanto questo a narrare fra sé la donna che spessisime volte le venia trascorso a parlare forte quello che ella in secreto contato avea innella mente, intanto che, essendo alcuna volta, com’è d’usanza, innel letto col marito prendendo di lei piacere, ella più volte mentovava: «O conte Guarnieri, io non mi posso della vostra faccia e persona saziare!» Marsilio, ciò udendo più volte, inteso tali parole, pensò di lei alcuno sospetto, e come savio fe’ vista di non intendere.

E come tosto potéo, con bello et onesto modo invitò il conte Guarnieri che venisse con lui a desnare, et alla sua donna disse che facesse bene aparecchiare da desnare per la venuta del conte Guarnieri. La donna, che d’altro non avea pensieri, disse: «E’ sarà fatto». E come mentagatta incominciò a cantare, dicendo: «O viso bello et angelicato, conte Guarnieri, quando mi sarai da lato?» E questo andava dicendo in canto e con alquanto le gambe aconce a ballare. Marsilio, che vede quanto la donna sua sta alegra, considera tutto esser vero quello che a lui ne parea.

E pogo stante, lo conte fu venuto con alquanti suoi donzelli. Marsilio, che di niente si dimostrava, con alegra faccia lo ricevéo dicendoli: «Or voi siate il ben venuto». Lo conte disse: «Che è di madonna Caterina?» Marsilio disse: «Tutta mattina v’ha spettato et ora penso sarà a far preste le vivande che mangiar dobiamo». Lo conte rispuose: «Ella è troppo da bene! Quando sentì che voi facciavate invito di forestieri < .  .  .  .  .  .  .  . . . .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . > a volere stare a fare le vivande: per certo io l’ho troppo al cuore». Marsilio dice: «Per certo io me ne posso molto contentare, che con allegra faccia vi vede. Et acciò che siate certo di questo, io vo’ mandare che qua vegna che voi ci siete, e vederete quanto ama chi io amo». E fattala chiamare dicendo che il conte Guarnieri vegna a visitare, la donna, che ode il conte esser venuto, subito mossesi e dinanti al conte venuta disse: «Bene stia quella faccia lustrante più che ’l sole et a me sommo diletto». Il conte disse: «E simile della vostra sto contento».

E pogo stante, dato l’acqua a le mani e messi a taula il conte Marsilio e la donna e venute le vivande, la donna senza mangiare raguardava il conte. E più che ’l terzo delle vivande venute erano che la donna alcuna cosa mangiata avea; di che il marito disse: «Donna, tu fai vergognare il conte; perché non mangi?» Ella disse: «Io mi pasco tanto di rimirare la bellezza del conte che pogo di mangiare curo e di quello sto sazia». Lo marito, che più cognosce l’un dì che l’altro, dice: «Donna, io te ne farò ben sazia». La donna, che ciò non intende, stava solo a riguardare il conte e pogo mangiava. E tanto si stè in questa maniera che desnati ebbero.

E dato l’acqua alle mani e levati da taula dandosi piacere di ragionare, né altro il conte con Caterina far poteono se non di mirare l’uno l’altro; et alcuna volta acostandosi insieme, davano ordine di ritornare di notte a tempo che piacere potesseno prendere come già fatto aveano. E per questo modo tutto quel giorno passò.

E ’l conte ritornato in suoi paesi, Marsilio volendo del pensieri uscire, diliberò la domenica raunare gent’e invitarlo a desnare. E così fe’; et alla donna disse come il conte venir dovea. La donna lieta steo fine al giorno.

E come fue il dì, Marsilio armato per tempo montò a cavallo e incontra al conte se n’andò. Lo conte venendo con alcuno famiglio senz’arme, doppo alquanto camino, Marsilio che il vidde venire, senz’altro dire li corse a dosso e con una lancia l’uccise; è’ famigli dato volta arieto, non sapendo chi si fusse colui che il conte morto avea, a casa tornarono. Marsilio, che ciò ha fatto, subito disceso da cavallo, tutta la faccia e li occhi al conte tagliò et in uno panno la misse et a casa al cuoco la die dicendo che una buona vivanda ne facesse. Lo cuoco messo ogni sua speme, non sapendo che si fusse, la vivanda fece.

E posti a taula Marsilio e Caterina sua donna, venendo questa vivanda, cominciando a mangiare, la donna disse: «Deh, perché non c’è venuto il conte Guarnieri?» Marsilio disse: «Altra cagione l’ha impedito; mangia, che altra volta ci verrà». E fintosi esser stomacoso, la donna mangiando quella vivanda, parendoli buona tutta la mangiò. Marsilio dice: «Donna, la vivanda hatti piaciuta?» La donna disse: «Sì, quantunqua mai ne mangiai». Lo marito disse: «E’ ti può ben esser piaciuta cotta poi che cruda così ti piacea». «Or come?» disse la donna. Lo marito disse: «Perché hai mangiato come cattiva femmina la faccia del conte che vivo tanto baciato avei, però che io l’ho ucciso!» La donna disse: «Poi che la faccia di colui che più amava che Dio mangiato hoe, altra vivanda non si mangerà per me». E subito preso uno coltello, per lo cuore si diè e morta cadde.

Lo marito lieto che si vede esser vendicato di tanto vituperio quanto l’uno e l’altra fatto l’avea, e como pogo amata tristemente la fe’ soppellire.

Ex.° cxxxv.

CXXXVI

G>iunta la brigata a Cremona assai di buon’ora, piacendo la terra e ’l sito il proposto diliberò che prima che si cenasse i religiosi dicessero qualche buona cosa. E pregati, rispuoseno esser presti e con dolce melodie disseno:

«Così del mondo e stato alcun ti fida

come di foglia al vento,

ch’ella non volga a ogni soffio lato.

Fermo del suo non da né fermo sfida,

s’è’ dà a cui eli ha spento

delle ricchezze sue in questo stato.

I’ veggo far d’un gran signor soldato,

così d’un mercadante altrui scrivano;

morir subito un sano

e spesse volte un povoro aricchire.

E veggio se un compra, un altro vende,

tal or salì che scende,

e tal <che> scese veggo risalire.

Tal ier forte il battéo ch’oggi il trastulla,

tal ier fe’ grande ch’oggi non è nulla».

Lo proposto disse: «Per certo a’ savi s’apartiene le cose di gran sustanza, e però il bel dire m’è piaciuto; ma per dare a’ grossi alcun piacere comando che i cantatori dicano qualche canzonetta». Loro presti dissero:

«Ciascun faccia per sé

ch’i’ non son più d’altrui che altri di me.

Cara mi gosta la mia libertà

e la gran fé ch’i’ ho portato altrui,

però che molto è fuor sì di bontà

che ’l tradimento si chiama virtù;

et io tradito fu’

mostrando con amor libera fé.

Disposto sono pure a far per me

poi che per ben servire ho rotto il cò,

e per tradir colui che tradì me,

coll’arco teso in man sempre starò;

e così viverò

volpe con volpe e non con lupo be».

Intesa la notabile canzonetta dè’ cantatori, non meno piaciuta che quella dè’ religiosi, essendo l’ora della cena e dato l’acqua alle mani e posto a mensa, il proposto, colla brigata cenato, licenziò ognuno che a posare andasse.

Levati la mattina, comandò a l’altore che una novella dica fine che giunti seranno alla città di Mantova. Lui presto a ubidire disse: «A voi, li quali da altri fatti sete grandi e signori con proferte grandi avete promesse, e poi trovandovi in signoria ogni proferta rompete e per ingratitudine pensate tali del mondo far partire, ad exemplo dirò una novella incominciando in questo modo, cioè:

DE TYRANNO INGRATO

Come, li pisani avendo guerra con Firenze, alcuni cittadini di Pisa volseno

fare dogio Johanni dell’Agnello per salvezza della città di Pisa e di Lucca.

I>nnel tempo che la città di Pisa guerregiava colla città di Firenze in 1364, funno alquanti cittadini di Pisa, fra’ quali fu Bindaccio di Bonetto di Puccio, che diliberonno per salvezza dè’ loro stato di creare uno il quale fusse nomato dogio e magiore della città di Pisa e di Lucca. Come tale diliberazione fatta ebbeno, pensonno esser sofficente a tale atto uno Johanni dell’Agnello, omo mercadante e assai del mondo pratico, pensando di lui poter aver  loro  contentamenti,   e massimamente il preditto Bindaccio.

E messo tra loro la cosa per fatta, il preditto Bindaccio con consentimento de li altri andò a Johanni dell’Agnello dicendoli: «Johanni, io co li altri Raspanti di Pisa vorremmo che tu prendessi di Pisa e di Lucca magioria in forma di dogio, e noi teco a ogni cosa vogliamo essere e col nostro consiglio sempre ti mantegni. Et acciò che persona non possa questo contradire, ti dichiamo che noi tutti teco alla difesa vogliamo essere; et acciò che meglio e più abile si possa tutto tenere, ti dico che tu ti rimarai dogio in Pisa et io, Bindaccio, starò rettore in Lucca». Era questo Bindaccio il magior di Pisa, et avendo voluto prendere il dominio l’arè’ potuto avere. E’ non chiedendo altro, Johanni dell’Agnello steo per contento, dicendo che caro avea lui fusse di Lucca rettore.

Aute le promessioni e fattolo dogio e magiore di Pisa, doppo molti mesi il preditto dogio diliberò mandare a Lucca per rettore Ghirardo dell’Agnello suo nipote, e pensò potere riconciliare Bindaccio con dirli che volea che in Pisa stesse e fusse visodogio nomato e che tutto ciò che a far s’avea, volea che lui ne fusse disponitore; pascendolo di tali parole. Bindaccio, cognoscendo quello che Giovanni dell’Agnello avea fatto, di dare Lucca a Ghirardo, steo malcontento, e non potendo altro fare, disse che quello che Johanni dogio fatto avea rimanea per contento. E così steono alquanto, stimando molti Bindaccio esser quello che tutto potea; lui, stimando sé niente potere per la prova veduta della impromessa a lui fallita, stava malcontento, e fingendosi più oltre di sentire, si dimostrava allegro.

E venendo in Pisa per alcun caso l’ambasciaria di messer Bernabò Visconte di Milano signore, con imbasciata di espuonere a Johanni dogio et a Bindaccio, la quale come fu dinanti dal ditto Johanni dogio, lui quello imbasciadore invitando a desnare, acettò, esponendo a lui l’ambasciata per parte del suo signore messer Bernabò, dicendo che altra imbasciata a Bindaccio far dovea. Johanni dogio, per dimostrare che non volea magiore né pari, disse a uno suo famiglio che andasse per Bindaccio. Lo famiglio presto si mosse et a casa di Bindaccio n’andò dicendoli: «Il dogio vi manda a chiedere, perché v’è l’ambasciaria di messer Bernabò». Bindaccio subito si mette in via; e perché era molto sciancato, non così tosto fu giunto com’io l’ho ditto.

Lo dogio stando sempre a taula dicendoli dè’ gusmini che sogliono talora dire li acini che montati sono a cavallo, e stando in tal maniera, lo famiglio giunge et al dogio dice: «Bindaccio monta le scale». Lo ’mbasciadore, che ode dire che Bindaccio viene, faccendosi presto per levarsi da taula per onorarlo, Johanni dogio disse che a sedere stesse. E ditto questo, Bindaccio in sala venuto fue; et andando sciancato verso le mense, Johanni dogio disse: «Deh, Bindaccio, fa un po’ di bigari presente questa imbasciaria». Bindaccio rispuose dicendo: «È questa l’ambasciata che m’avete mandata a dire?» Johanni dogio disse: «Io mi mottegio teco». Bindaccio dice: «I motti non sono di pari, che voi avete desnato et io non ho ancora vivanda che mi piaccia». E preso cumiato per andare a desnare, Johanni lel concede. Bindaccio tutto turbato a casa si torna.

Lo ’mbasciadore, vedendo e sentendo quello che ha fatto Johanni dell’Agnello, stimò Bindaccio esser da pogo in Pisa, e senza parlarli, preso licenzia dal dogio, a Milano si tornò et a messer Bernabò tutto narrò. Messer Bernabò, che ciò ha inteso, come savio stimò tal signoria non potere durare, poi che li amici tiene sì a vile e così alla presenza d’altri li vitupera.

Bindaccio, che s’era acorto che Johanni dell’Agnello dogio l’avea alla presenzia dello ’mbasciadore vituperato et avilito, avendo cognosciuto quanto il preditto dogio li avea rotto fede, infra sé dicea: «Io ti pagherò dell’opere tuoi!» E così stando, con certa scusa di voto, disse volere andare a San Jacopo di Galizia, e con quelli ch’erano stati a creare Johanni dogio, malcontenti come lui, ordinò dicendo: «Voi vedete quanto questo Johanni ci ha ingannati, che dovendo lui stare dogio in Pisa e me rettore in Lucca e voi del suo consiglio, e niente farebbe senza noi, lui tutte le ’mpromissioni ha rotte e sé ha fatto signore a bacchetta e di noi pogo si cura. E pertanto a me parrè’ che ora che i’ ho dato suono d’andare a San Jacopo, che io di quine ne vada innella Magna e collo imperadore tratti che vegna; e per questo modo a questo malvagio uomo li tolleremo quello che dato l’avavamo». Li Raspanti, parendo loro fusse ben fatto, disseno che quanto più presto far si può tanto meglio. E così si partìo caminando verso San Jacopo, e di quine se n’andò innella Magna; e tanto disse e proferse, che lo ’mperadore Carlo diliberò di passare. Et avuto Bindaccio a certo ch’è’ passare dovea, ritornò a Pisa.

Johanni dell’Agnello, che sente che lo ’mperadore Carlo ha già passati i monti ed è giunto in Lumbardia, ebbe suo consiglio, fra’ quali fu Bindaccio e li altri nomati. E domandato loro quello che a loro ne parea di tal venuta, rispuoseno che ben era che vi mandasse imbasciaria a chiedere che lo ’mperadore lo rafermi signore di Pisa e di Lucca et egualmente lo faccia vicario d’imperio rafermandoli ogni altorità e balìa che lui avesse: «Et acciò che meglio possiate e più securo stare, è bene che tutte le vostre fortezze di Lucca si fornischino di tutto ciò che bisogni a difesa. E che mandiate Ghirardo vostro nipote per imbasciadore a lo ’mperadore, e parli largo; e s’è’ non consente le cose ditte, non si vuole ricevere, e vigorosamente vi difendete se per forza volesse in Pisa entrare». Udito il signore tal consiglio, piacendoli, misse tutto in effetto; e mandò Ghirardo suo nipote informato di tutto.

E cavalcato, giunse dinanti allo ’mperadore, ma non sì tosto che non vi fusse prima uno giunto con lèttore di Bindaccio e de li altri che l’avisavano di tutto ciò che s’era praticato, e che largamente li prometesse tutto ciò che Ghirardo chiedea, però che quello era quella cosa che lo farè’ di tutto signore. Lo ’mperadore, ch’è informato a pieno d’ogni cosa, venuto Ghirardo li disse che fusse il ben venuto. Et udito l’ambasciata fatta per parte del signore di Pisa e le chieste fatte, lo ’mperador tutto concedéo e pienamente tutto ciò ch’è’ chiese li diè; e più, che volse che ’l ditto Ghirardo fusse per sua mano fatto cavalieri. E così fe’, dicendoli che pregasse il signore che parecchiasse là u’ dovea sposare e quine avesse letta e fornimenti. Ghirardo cavalieri disse che tutto si farè’.

E licenziato, con brevilegi a Pisa ritornò e al signore li diè: colui quelli in Pisa et in Lucca fe’ apertamente leggere. Lo ’mperadore, essendosi acostato a l’alpi di Lucca mandò uno suo vicario a prendere la fortezza di Lucca; e con belli modi lo castello di Lucca ebbe.

E ritornato lo signore a Pisa, parendoli che Bindaccio e gli altri che fatto l’aveano signore fusseno con lui alquanto isdegnati, volse male agiungere sopra male: e non ricordandosi di quello bene che avea per bontà di coloro, dispuose di voler fare morire Bindaccio. Et una notte mandò per ser Bartolo suo conservatore, dicendoli che prenda Bindaccio e senza romore li tagli la testa. E ser Bartolo disse: «Fatto serà». E partitosi da lui, subito a Bindaccio incontinente una polizetta <mandò> narrandoli la ’ntenzione del signore. Bindaccio come savio con molti suoi amici coll’arme in dosso si stavano in bottega della lor casa con molti lumi. Ser Bartolo, come sente Bindaccio esser in buon punto, prende uno famiglio secreto del signore dicendoli: «Vieni meco acciò che quello io farò al signore possi riferire». Lo famiglio presto con lui n’andò. E quando funno a casa di Bindaccio, guardando dentro viddeno moltissimi armati e con molti lumi. Di che ser Bartolo disse a quel famiglio: «Va e dì al signore che se vuole che io li cacci le mani a dosso io lo farò, ma è’ serà romore in Pisa; e però va e dilli mi mandi a dire quello vuole che io faccia». Lo famiglio se n’andò al signore e tutto racontò di veduta. Lo signore disse: «Poi che non si può fare senza romore, indugi a un’altra volta». Lo famiglio torna, a ser Bartolo disse l’ambasciata, ser Bartolo lieto a casa ritornò.

Bindaccio, che ha veduto che lo signore lo vuole di buona moneta pagare del buon servigio a lui fatto, disse: «Io non voglio che la sua mala volontà possa ad execuzione mandare». E diliberato con alquanti amici che come lo ’mperadore viene che ’l signore sia a pezzi tagliato, e dato tale ordine, Bindaccio camina fuori di Pisa a certo luogo securo. E tanto steo che lo ’mperadore a Lucca venne.

Lo signore, che li par aver mal fatto ad aversi levato tutti li amici da lato, parendoli aver i piè in mal luogo e non sapendo prender altro pensieri, pensò quando lo ’mperador metterà in Pisa, di mandare, sotto nome d’onorare lo ’mperadore, per Bindaccio e per li altri che incontro a lo ’mperadore a onorarlo vegnano, con aver ordinato co’ suoi soldati che innel camino quelli a pezzi tagliasseno.

Or che valse il suo mal pensieri? Che al giorno che lo ’mperador fu in Lucca, avendo fatto cavalieri il ditto Johanni dell’Agnello et altri, che subito Pisa rimoreggiò e delle mani del ditto signore si levò, e così Lucca: in uno giorno perdéo Pisa e Lucca con tutti suoi denari arnesi e cose, e niente li rimase di fortezze né altro.

E non stante che quelli Raspanti disponessero il ditto Johanni dell’Agnello, non molti mesi durò che altri, vedendo loro divisi, fecen quello che dice Isopo, cioè:

«La rana e ’l topo stando a far contese,

passando il nibbio l’uno e l’altro prese».

Or così divenne a loro: che, entrato messer Piero Gambacorta in Pisa, loro ne cacciò e lui ne rimase signore; e Lucca rimase a’ lucchesi.

E questo ebbe messer Johanni dell’Agnello per non voler ripremiare li amici suoi.

Ex.° cxxxvi.

CXXXVII

A> Mantova giunse la brigata colla dilettevole novella, della quale la brigata fu molto contenta perché fu cagione che Lucca dalla servitù pisana fu libera. E senz’altro dire posti a sedere, si convertìo a contare quanti pericoli e perdite et uccisioni e struzioni erano state fatte a’ lucchesi innè’ tempi che Lucca era stata sottomissa fine al dì che liberata fu. E con questo ragionamento si steo fine che le mense per la cena funno poste.

E perché le vivande non erano ancora ben cotte et anco perché non era l’ora della cena, piacque al proposto chè’ religiosi con belle melodie una cosa morale dire debiano. E loro presti a ubidire dissero in questo modo:

«Chi caccia e chi è cacciato

e tal che piglia quel ch’un altro leva;

così non <mai> han tregua

i corpi governati di fortuna.

Guardo pigliar di quel ch’altri ha pigliato,

pur m’affatico e veggo ch’è’ si gode;

ma chi ben vede et ode

sa ch’ogni mese fa corso la luna;

però a cercar ventura

per la foresta vo’ con gran paura,

menando piedi e mani

in acquistar di quel che pogo dura.

— Su, gente, al poggio e parte a la pianura!

Vo’ con archi e saette,

fra le fronde verdette.

— Mettete li occhi a coda dè’ segugi.

— Tu, fa che non t’indugi.

— Iscendi giù co’ bracchi in quel vallone. —

Allor: — Tè, tè, Briccone, —

chiamava a sé, dicendo: — Ciuffa, Tacco.

— Ciullo, dà volta qui. — Torna qua, Sacco,

ch’i’ vegio che la falsa ci s’imbola. —

E in questo: — Tola, tola, —

gridaron più di cento, — o tu, a me.

— Lassala, Petto, lassa. — Vella, a te !

— La cavriola, che ti passa al lato! —

I’ come inamorato

veggendola sì bella fui ismarrito:

così sen gì, per non pigliar partito.

S’i’ guardo di fortuna le rivolte,

quel che possiede è guadagnar du’ volte».

Ditta la bella caccia e dato l’acqua alle mani e cenato, andarono a dormire.

E levati la mattina, il proposto a l’altore disse che una novella dica fine a Bergamo, faccendo posare per l’altezza sua. L’altore presto disse: «A voi che siete in stato e per l’apoggio delli amici in tale vi mantenete e poi per ingratitudine volendo il nimico più amare che l’amico, se male n’aviene l’avete bene comprato; e però ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE SUMMA INGRATITUDINE

Della parte ch’era in Saminiato, cioè Cicioni e Mangiadori,

quando venne lo ’mperador Carlo.

A>l tempo che Saminiato reggea per quelli Ciccioni contrari dè’ Mangiadori divenne che, venendo lo ’mperador Carlo con certi patti fatti a quelli che regeano, avenne che tutti i patti si ruppeno, e dè’ ditti Ciccioni alquanti ne funno giustiziati e di Saminiato la loro setta dispersi e molti se ne partirono. E montato su i Mangiadori, li quali più tempo resseno tenendo sempre fuori di Saminiato i capi principali dè’ Ciccioni, fra’ quali era uno messer Saulo Ciccioni et uno ser Antonio da Montaione — omo et amico dè’ Ciccioni al quale li era stato morto il padre per la parte che mantenea dè’ Ciccioni —; et essendo stati molti anni fuora, avenne che per discordia nata tra’ Mangiadori lo stato perdeono, e il preditto messer Saulo et il ditto ser Antonio colli altri Ciccioni in Saminiato entronno, faccendosi della terra capo e magiore il ditto messer Saulo, e ser Antonio cavalieri. Per questo modo dimoronno più anni.

Or avenne che il ditto messer Saulo, vinto da ingratitudine, cominciò li amici suoi a vilipendere e volere inalzare li nimici di sé e del suo stato mettendoli dentro e dando loro officio. E tanto fu l’amore che dimostrò a uno suo pogo amico nomato messer Sinibaldo Pinaruoli, che si misse il ditto messer Sinibaldo a fare uccidere uno amico e parente di ser Antonio cavalieri da Montagnone. E ciò sentendo il ditto ser Antonio, dolendosi con messer Saulo di quello che fatto li era per messer Sinibaldo, dicendo: «Messer Saulo, come aconsentite che messer Sinibaldo vostro nimico m’abbia offeso, che sapete io è’ miei quanto sono vostri amici, et ora in casa nostra li nimici abbiano forza di potermi offendere?»; messer Saulo dice: «Deh, ser Antonio, lassate queste cose fare a me et io ci piglierò buon modo». Ser Antonio, credendo che modo prendesse a vendicarlo, senz’altro dire steo a vedere.

E più mesi passonno che neuna vendetta si fa della morte del suo parente, ma di continuo messer Saulo dice a ser Antonio: «Bene è che voi vi pacifichiate con messer Sinibaldo». A cui ser Antonio dicea: «Come comporterò io che ’l nimico vostro e mio avendomi di nuovo offeso, li perdoni? Certo questo non farei per nulla; e non dovreste sostener che lui si gloriasse che, essendo voi magiore in Saminiato, possa dire: — Io ho più potenzia che ser Antonio ! — E questo molto mi duole che ciò consentiate». Messer Saulo dice: «Ser Antonio, lassa fare a me». Dapoi lo ditto messer Saulo, essendo con messer Sinibaldo, dice: «Deh, non vi curate di quello che ser Antonio dice, però che la ’ntenzione mia si è che lui come li altri stia sotto la tacca del zoccolo e che voi da me siate sempre amato e riguardato». Messer Sinibaldo, confortato da messer Saulo, andava colla testa alta, dicendo: «Io non curo ser Antonio quanto la scarpa che in piè porto». Et armato lui e alcuno suo figliuolo e parente per Saminiato andava; e più, che di ser Antonio dicea cose non bene oneste. Ser Antonio, malcontento vedendo ogni dì multiplicare il suo nimico e sé abassare, per paura andava armato dand’ordine al suo riparo.

E vedendo questo uno capitano forestieri il quale in Saminiato era a l’officio, nomato ser Nicoluccio da Spoleti, omo di gran sentimento, un giorno se n’andò a messer Saulo dicendoli: «Io hoe veduto messer Sinibaldo armato con alquanti compagni andare per la terra, e pur sento che sempre fu lui è’ suoi vostri contrari, et ora par che abbia tanta presunzione che dè’ vostri amici sparla quanto può e massimamentre contra di ser Antonio da Montaione, il quale sempre lui e ’l padre fu vostro amico. Parmi una maraviglia che per voi ciò si consenta, e pertanto sono venuto a voi acciò che si prenda partito del vostro bene». Messer Saulo disse: «Posto che ser Antonio sia stato et è mio amico, io non vo’ però che persona offenda; e se messer Sinibaldo porta l’arme, quella porta con mia coscienza, però che più volte ho ditto a ser Antonio che si pacifichi con lui e niente farne vuole». Ser Nicoluccio dice: «Deh, messer Saulo, perché non considerate chi merita grazia e chi merita ragione et a ciascun far quello che merita? E questa è cosa che far dé ogni signoria. E pertanto vi dico, secondo ch’io sento, ser Antonio esser stato ingiuriato da messer Sinibaldo; e di tale ingiuria non se ne fa vendetta, ma più tosto <messer Sinibaldo> è ricevuto da voi e aiutato. E però <se> ser Antonio va armato non è meraviglia e questo non vi dovea parere grieve. Ma di messer Sinibaldo mi meraviglio che, essendo vostro nimico, se li conceda l’arme contra dell’amico; che, seguendo buona ragione, poi che pacificare al presente non li potete, almeno per alquanti mesi comandaste a messer Sinibaldo che di fuora di Saminiato star dovesse, et a ser Antonio mostraste di amarlo come far dovete». Messer Saulo disse: «Io penso conciarli insieme, e se pur fusseno tanto matti che altro facessero, io punirò l’uno come l’altro». Ser Nicoluccio dice: «Cotesto è mal pensieri, che l’amico sotto le vostre braccia sia trattato in pari grado come il nimico, che pogo utile serè’ all’amico la fatica il pericolo la spesa e la nimistà che l’amico sostiene per chi regge se innelle cose che i’ regimento ha ad apporre et innelli onori fusse trattato il imico come l’amico. E pertanto omai di sì fatte cose non vi ragionerò, ma quello che comanderete per me si farà». Messer Saulo dando parole generali lo licenziò.

E dimorando il ditto messer Sinibaldo con tanta aldacia verso ser Antonio, non curandosi di lui se non come di uno fanciullo, pensando le parole aute da messer Saulo magiore andava colla testa alta, intanto che per tutto San Miniato era palese ser Antonio esser da pogo verso messer Saulo e quasi di giunta lo vilipendeano.

Ser Antonio come savio, avendo provato tutto quello che a prova fa mestiero sì di messer Saulo sì di messer Sinibaldo, ordinò co’ suoi amici che dentro avea, e simile con di molti del contado e terreno di Volterra di volersi vendicare e dimostrare che mal fa chi lassa l’amico per lo nimico. E fatta tal diliberazione e dato l’ordine faccendo venire le brigate et armatosi, una mattina il preditto ser Antonio fe’ per alcuno suo parente uccidere il ditto messer Sinibaldo con alcuno compagno. Et andato la voce a messer Saulo come messer Sinibaldo era stato ucciso con alcuno <compagno> e che ciò avea fatto fare ser Antonio, messer Saulo, pensando a piano agio poter di ciò far giustizia, steo a vedere.

Intanto sopragiungendo le brigate di fuori e messi dentro, et a messer Saulo essendo dato per certo ser Antonio aver fatto fare tal micidio e fatte tutte le brigate a fine di dispuonere lui, messer Saulo, non ricordandosi della ingiuria che a ser Antonio fatta avea et eziandio non ricordandosi che avea amato più li nimici che li amici, pensò che ser Antonio contra di lui non movesse più. Ser Antonio, ch’è armato, stimando costui aver abandonati li amici <e> non dover aver soccorso da loro, e simile pensò dicendo, posto che a’ nimici abia fatto onore, tali non esser presti alla sua difesa, e così li divenne: che, mosse le brigate con ser Antonio, di tratta uccisero il ditto messer Saulo è’ suoi senza contasto. E fattosi signore, volse sempre in istato mantenere meglio li amici che non avea fatto messer Saulo; e morto, il figliuolo regéo la terra <la quale poi> diede al comune di Pisa.

Ex.° cxxxvii.

CXXXVIII

Montata la costa e giunta la brigata a Bergamo avendo inteso la scognoscenza di messer Saulo e sentito la sua fine, il proposto disse: «Di vero altro non meritava». Et intrati innell’abergo dove aparecchiato era per la cena, essendo ancora grande ora del die, parendo al proposto di dovere da’ religiosi udire qualche cosa morale, disse loro che la brigata contentassero. Loro presti dissero:

«Più solo un’ora val che tutto quello

che il mondo in sé racoglie:

or pensa dunque in quel che <’l> tempo spendi.

Il corpo nostro è di carogna avello;

per lui a te si toglie

riposo quando tu a servir l’attendi;

se tu lo inalzi, tu in basso scendi;

chi serve a lui a sé sempre diserve.

Così quel ch’a sé serve

il ciba e veste solo acciò che viva;

da questo in fuori spregia il suo apetito,

lassando ogni suo invito,

e da’ diletti suoi si fugg’e priva,

volendo anzi virtù con pogo avere

in sé, ch’assai e con vizio tenere».

La bella novella dè’ religiosi fe’ molto lieta la brigata, e venuta l’ora della cena, dato l’acqua alle mani, cenaro, e senza altro dire a dormire si puoseno fine alla mattina che levati si funno.

E mossi per caminare, il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che giunti saranno a Basciano. L’altore presto disse: «A voi, donne maliziose che con uno bello modo, vituperando voi et i vostri mariti, date a credere loro la luna esser il sole, non pensando che mai tali mariti del fallo acorger si possano; e però ad exemplo dirò una bella novella, incominciando in questo modo, cioè:

DE MALITIA MULIERIS ADULTERE

In Milano, al tempo di messer Maffeo signore di Milano, fue un maestro

di legname con una sua donna; con l’arte si guadagnava la vita.

Al tempo che messer Maffeo signoregiava la città di Milano, fu un povero omo maestro di legname nomato Castagna, che prese per moglie una bella e vaga giovana chiamata Drusiana: elli col suo mestieri e Drusiana col cucire panni guadagnavano la lor vita.

Avenne che uno giovano, vegendo un dì Drusiana, piacendoli, s’inamorò di lei; e tanto per uno altro modo si adomesticò che, come è d’usanza delle donne lumbarde e dell’altre, lei, acorgendosi che il ditto giovano l’amava, pensò: «Di certo costui mi vorrà in sul corpo montare». E non fu sì tosto per Drusiana concetto il pensieri, che subito per una mezana li fe’ fare l’ambasciata che parlar li volea.

Avea questo giovano la sua casa apresso quella quine u’ Drusiana stava et era molto solitària contrada; era chiamato questo giovano Giannuzzo. E giunta la mezana a Giannuzzo, lui salutò da parte di Drusiana, dicendoli l’ambasciata a lui fatta. Giannuzzo, che altro non disiava, colta l’ora, a casa di Drusiana n’andò, dove insieme preseno diletto e piacere. E per poter spesso trovarsi insieme, preseno pensieri che quando Castagna uscisse la mattina di casa per andare a lavorare, che lui dentro intrasse e venisse a lavorare la possesione da Belsedere. E così tal maniera moltissime volte Drusiana con Giannuzzo tennero.

Adivenne una mattina, essendo Castagna fuora uscito e Giannuzzo dentro entrato e standosi con Drusiana, Castagna oltra l’usato modo ritornò a casa. E trovando dentro l’uscio serato, picchiò, e doppo il picchiare cominciò seco a dire: «O Idio, laudato sie tu sempre che, ben che tu m’abbi fatto povero, almeno tu m’ha’ dato consolazione di buona et onesta giovana di moglie! Vedi com’ella si serra dentro acciò che persona dentro entrar non possa?» Drusiana, sentito il marito, disse: «Oimè, Giannuzzo, io sono a mal partito, che ecco il marito mio (che tristo lo faccia Dio!) che ritorna a quest’ora. Forsi che ti vidde quando c’entrasti, però che mai non fu sua usanza di ritornare; ma per l’amor di Dio ti prego che entri in cotesto arcone vecchio grande».

Giannuzzo prestamente entrò innell’arcone e Drusiana andata ad aprire l’uscio al marito e con mal viso disse: «Che è questo, che così tosto torni stamane? Che per quello mi paia vedere tu non vuoi fare oggi nulla. E se così farai, di che viveremo noi? Credi tu che io sofferi che li miei panni m’impegni, che non fo il dì e la notte altro che cucire tanto che la carne mi cresce in mano più che ’l pane? Che non ci è vicina che non faccia beffe di me di tanta fatica quanto io duro, e tu mi torni a casa colle mani vote quando a lavorare dovresti essere!» E questo ditto, cominciò a piangere e da capo a ramaricarsi, dicendo: «In mal punto ci venni, ch’io arei potuto aver uno giovano così da bene e non volsi, per venire a costui che non pensa chi abbia in casa! L’altre donne si danno buon tempo colli amanti loro — che non ce n’ha neuna che non abbia chi due e chi tre e più, e mostrano alli loro mariti la luna per lo sole —, et io misera, che son buona e non atendo a sì fatte cose, ho male e malaventura! Intendi, marito mio, saviamente, che se io volessi far male, io troverei ben con cui, che ce ne sono ben dè’ leggiadri che mi s’hanno proferto con volermi dare di molti denari, né mai non mel soferì l’animo, però ch’io non fui figliuola di persona da ciò; e tu mi torni a casa quando dèi stare a lavorare!»

Disse il marito: «Donna, non ti dar malinconia; per Dio tu dèi credere ch’io ti cognosco e so chi tu sè’, e pure stamane me ne sono io aveduto. Egli è vero che io andava a lavorare, ma oggi è una festa, la quale, come tu, et io non sapea, però che l’è oggi San Bernardino e non si lavora; però sono tornato a quest’ora a casa. Ma nondimeno ho proveduto e trovato modo che noi aremo da vivere per più di tre mesi, ch’i’ ho venduto a costui che tu vedi qui l’arcone che ci tiene impacciato la casa, e dàmene tre fiorini e xii ambrogiani». Disse allora Drusiana: «Tutto questo è ’l mio dolore: che tu sè’ uomo e vai atorno, che dovresti sempre saper delle cose del mondo e masimamente del magisterio di legname, et hai venduto l’arcone tre fiorini e xii ambrogiani; et io che sono femmina l’ho venduto cinque fiorini e x ambrogiani, io che non fui mai a pena fuori dell’uscio; me n’ho spacciata la casa e vendutolo a un buono omo, che come tornasti venne dentro per vedere se è saldo». Quando il marito udìo questo fu più contento omo del mondo, e disse a colui che con lui era venuto ch’andasse con Dio. Il buono omo disse: «In buon’ora!», e partito si fu.

E Drugiana disse al marito: «Ora vieni suso poi che ci sè’ e vedi co’ lui i fatti nostri». Giannuzzo, che stava atento per udire se di nulla li bisognasse provedere, udite le parole di Drusiana, prestamente si gitta fuora dell’arcone e cominciò a dire: «Ove siete, buona donna?» A cui Castagna, che già su venia, disse: «Eccomi: che comandi tu?» Disse Giannuzzo: «Qual siete voi? Io vorrei la donna con cui feci lo mercato dell’arcone». Disse il buon omo: «Faite seguramente meco, ch’io sono suo marito». Disse allora Giannuzzo: «L’arcone mi pare saldo, ma parmi che vi sia stato dentro grano fracido e che molto ve n’è apiccato in fondo e ne posso levare colle mani; e però io nol torrei se prima tu coll’ascia nol nettassi». Disse allora Drusiana che dirieto venia: «Per questo non rimarrà il mercato, che il mio marito, che sa bene l’ascia menare, lo netterà». Lo marito disse: «Sì bene». E posto giù li altri ferri, solo coll’ascia dentro entrò.

Drusiana, come se veder volesse, si misse al portello dell’arcone dicendo al marito: «Per Dio, nettalo bene acciò che non abiamo biasmo». E fatto cenno a Giannuzzo che a lei s’acostasse, Giannuzzo, che la mattina non avea auto di Drusiana suo contentamento, s’acostò, et alzati li panni a sé et a Drusiana, fornìo sua intenzione, sempre Drusiana dicendo al marito: «Or costì netta, or colà raschia, qua su forbe». E tanto li diè di parole che du’ volte ella e Giannuzzo forniro loro diletto; e non vastando alla caldezza di Drusiana quello che fatto avea, ma come nelli ampi campi li sfrenati cavalli d’amore caldi le cavalle cuoprono, così Giannuzzo ha l’effetto <e ’l> desiderio di Drusiana fornito, e in un medesmo punto fu netto l’arcone. E la donna levatasi dal portello, lo marito uscito di quello, Drusiana disse a Giannuzzo: «Raguarda se sta bene». Giannuzzo disse di sì; e datoli li denari, quello dapoi ne fe’ portare alla sua casa.

E non contentandosi Drugiana di quello che al marito fatto avea, prima delli aver menato più volte Giannuzzo in casa e poi aver fatto a sua presenza quello fe’, cercò di nuovo volere seguire sua volontà con Giannuzzo. E non molti dì funno venuti, che, essendo Castagna uscito di casa per andare a lavorare et alquanto dilungatosi da casa, e Giannuzzo ciò vedendo, come desideroso di trovarsi con Drusiana, alla casa di Castagna se ne va. Castagna dimenticato avea alcuno ferro; tornando verso casa, vidde Giannuzzo entrato in casa e l’uscio chiudere. Subito pensò quello che la moglie fatto avea: ricordandosi dell’arcone, fra sé disse: «Stamane par vero quello ho in pensieri, e se troverò esser vero, la donna l’ha comperato».

E subito giunto a l’uscio, picchiando, Drugiana dice a Giannuzzo che sotto’ letto entri. E’ così fe’, et <ella> a l’uscio andò, et aperto, molte parole disse. In conclusione, lo marito disse: «Io voglio vedere la cassabanca del letto nostro». La donna disse: «Ben dico vero che quello che hai in pensieri tu ho io, però che uno l’ha comperata ed è in camera». <Castagna in camera> entrato, vidde Giannuzzo sotto i’ letto; disse: «Questa cassa è troppo aspra e vuolsene levare alquanto». E fatto uscire fuora Giannuzzo dicendoli che l’atasse rizzare la cassa, Giannuzzo lieto, lui e la donna la cassa rizonno. Castagna, co l’ascia, faccendo vista di levare del legno, alla moglie percosse e tutto il naso li tagliò, dicendo: «Omai non mi befferai più». Giannuzzo per paura si partì né mai più vi tornò.

Ex.° cxxxviii.

CXXXVIIII

G>iunti a Basciano avendo, come usati erano, desnato a mezzo il camino, e con piacere in sul vespro si trovonno in uno albergo, dove trovonno di molto pescio aparecchiato, perch’era vernadì. E perché non era l’ora della cena <il proposto> volse che li religiosi dicesseno senza canto qualche cosa morale e di piacere. Li quali prestamente dissero in questo modo, cioè:

«Quotiescunque claudicat justitia

per l’universo pondo della terra;

indica furore molestia e guerra

et latrocinium surgit cum nequitia.

Duo sunt in celo soli stitia,

ch’ogni creato in vegitar non erra

e ’l frutto al tempo dal seme disterra,

et sic disposuit creator cum letitia.

Così ciascun signor che sé governa

(severitas in supliciis bene competet),

senza furia misuri e discerna;

quia, si precepta Dei male obtinet,

aspetti in sé la ruina superna,

qua nunquam judicare recte penitet.

Jesus Christus judex magnus in Jusafach

giudicherà ciascun qual avrà fat».

Oh, quanto piacque al proposto e a li altri il bel dire dè’ religiosi! E senz’altro dire, dato l’acqua alle mani e posti a mensa, cenarono; e dapoi stato alquanto, n’andarono a dormire.

E levati la mattina, il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che giunti seranno a Moncia. L’altore presto disse: «A voi, omini che innelle città prendete parti e colli amici vostri sete fatti magiori, e poi senza richiesta di quelli che con voi sono stati a cacciare i vostri nimici, tali nimici rimettete, e più, che a li ofici tali richiedete, e se male alcuna volta ve ne aviene l’avete ben comperato. E pertanto ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE SUMMA ET JUSTA VINDICTA DE INGRATO

Delle parti di Parma, tra Rossi e Palavigini.

A>l tempo dello ’mperadore Federigo Barbarossa fu innella città di Parma du’ sette, l’una quelli dè’ Rossi e l’altra li Palavigini, che essendo innella città tra loro divisione, doppo molto contasto di parole fatte tra i Rossi el Palavigini è’ loro seguaci, divenne che uno messer Ulivieri Rossi, faccendosi forte di brigate e dè’ suoi amici e parenti di fuori e dentro, intanto che più centonaia di uomini ebbe in Parma raunati per contastare a’ Palavigini. Di che messer Etor Palavigini, sentendo la raunata fatta per messer Ulivieri Rossi al suo e della sua setta disfacimento, richiese alquanti suoi amici et aderenti, fra’ quali fu uno messer Pipino da Palù, omo di gran cuore: pregandolo che alla sua difesa menasse et avesse brigate per potersi difendere da’ Rossi per potere in Parma dimorare, messer Pipino, cognoscendo il pericolo di messer Ettor Palavigini, dispuose colli altri traere alla sua difesa.

E fattosi forte, un giorno essendo alle mani, il preditto messer Ettor colli amici suoi e col ditto messer Pipino rimaseno vincenti e i Rossi di Parma funno cacciati e fatto magiore e capo messer Ettore di tutta la terra e contado, avendo promesso a’ suoi amici molte cose. Le quali, come è d’usanza dè’ villani, quando sono in sul fico non han né parente né amico, e così cominciò a divenire del ditto messer Ettor: che, essendo fatto magiore della terra, cominciò a rimettere, senza saputa di coloro che co’ lui erano stati alla guerra, alcuni dè’ suoi nimici; e così di giorno in giorno ne rimettea molti, offerendo sé e tutto ciò che far potea a’ preditti.

Messer Pipino e li altri amici di messer Ettor vedendo tornare or quello or questo e senza che di niente fussero stati richiesti, con deliberato animo se n’andonno a messer Ettor dicendo: «Noi ci meravigliamo che i nostri e vostri nimici tornano, e di questo alcuna cosa abiamo sentito». Messer Ettor dice: «Io l’ho fatto tornare per buona cagione, e perché io non ve n’abia richiesti non ve ne date meraviglia: lassate fare a me che tutto si farà che sarete contenti». Messer Pipino e li altri, udendo sì parlare messer Ettor, disseno che erano contenti pur che facesse bene; ma ellino non poteano credere che tali potessero mai esser suoi amici: «Né nostri; nondimeno stiamo per contenti».

Messer Ettor, che ha cominciato a tener li amici da pogo et adormentarsi in grembo a’ nimici, non passò molti giorni ch’a gran parte di quelli che ritornati erano fe’ messer Ettor dare officio; li quali con grande ardire tali offici per loro acettati furono.

Sentendo questo, messer Pipino e li altri ritornano a messer Ettor dicendoli: «Noi abiamo sentito che i vostri e nostri nimici sono innè’ tali offici messi: or come, seremo noi minestrati da’ nostri nimici, che dovrè’ loro vastare che li avete fatti tornare, senza aver loro dato officio?» Messer Ettor dice: «Deh, state contenti che tutto si fa per lo meglio»; dando parole generali. Messer Pipino disse: «Per certo a noi è grave a potere sostenere che ’l vostro e nostro nimico ci minestri». Messer Ettor dice: «Quello che piace a me non dé piacere a voi?» Rispuoseno: «Sì, di quelle cose che giuste fusseno, ma non di quelle che ogni buona ragione le vieta». Messer Ettor disse: «A me conviene fare d’acquistar amici quanto so e posso». Disse messer Pipino: «Or non avete voi provato chi v’è stato amico e se al bisogno li avete trovati al vostro salvamento? Come pensate voi che il vostro nimico possa esser migliore amico che noi che siamo provati?» Rispuose messer Ettor: «E perché non è bene che a costoro io dimostri buon animo?» Messer Pipino disse: «O perché a tale riconciliazione non siamo noi stati chiamati? Come, non siamo noi stati con voi a cacciarli et ucciderli, per la qual cosa di noi sono alsì o più nimici che vostri? E pertanto, poi che a una guerra eravamo, dovavamo esser alla pace richiesti, e noi seremmo stati contenti di quello n’aveste disposto». Messer Ettor, che avea altro animo, disse: «Io l’ho fatto solo per non scandalizarvi, e però state contenti». Messer Pipino, contento meglio che puote, si partìo.

E non molti giorni passarono che, uno dè’ tornati prendendo questione con uno dè’ principali amici di messer Ettor, <messer Ettor> questo sentendo, fe’ di fatto l’amico prendere e condannare tanto quanto lo statuto tirar potea, e l’altro a preghiere d’altrui di mezzo — che ben era che non si spaurisseno quelli che ritornati erano, che del fallo commesso ne li sia fatto grazia —, alle preghiere dè’ ditti, il preditto fu ridutto alla quarta parte di quello che lo statuto lo condannava.

E come messer Pipino e li altri ciò sentirò, se n’andaro alquanti amici a messer Ettor dicendo: «Noi sentiamo che il nostro amico è stato condannato quanto lo statuto ha potuto tirare e l’altro ridutto al quarto, e però noi ci meravigliamo che almeno l’uno come l’altro non fu condannato». Rispuose messer Ettor: «Quello che io ho fatto si è perché io voglio che quelli che m’hanno servito non ardiscano far quistione e l’altri non impauriscano, et eziandio perché ne sono pregato da quelli che non sono in parti».

Rispuose messer Pipino: «Donque li omini di mezzo faranno di voi e di noi loro volontà? Per certo troppo hanno buono tempo, e noi cattivelli stiamo a pericolo ogni di d’esser morti come tristi; per certo, messe Ettor, voi non ne vedete più». Disse messer Ettor: «A me ne pare vedere assai, e penso tutto esser fatto a buon fine». Messer Pipino disse: «E noi pensiamo che seguirete». E licenziati, si partirono.

E trovatosi il ditto messer Pipino con alquanti dell’animo suo, disse: «Voi vedet’è’ modi che messer Ettor tiene sì di rimeter dentro tutti li nostri nimici e simile di dare loro li offici e li onori; quando fallisceno, li omini di mezzo sono loro avocati. E noi cattivelli che stiamo al pericolo della morte e non potremmo scampare, siamo da messer Ettor abandonati e d’ogni piccola cosa condannati e morti quanto lo statuto può tirare; e non avendo a chi noi possiamo ricorrere, sotto il peso ci converrà crepare. E pertanto, o noi tutti diliberiamo di partirci di Parma et andiamo in istrane contrade e lassiamo solo messer Ettor, o noi troviamo modo che ’l nostro per noi si goda e non li nostri nimici. E però, se volete fare a mio senno, io penso trovar modo». Udendo tutti quello che messer Pipino ha ditto e cognoscendo esser vero, dissero che disposti sono a fare la sua voluntà pur che comandi. Messer Pipino disse: «Faite di stare presti coll’arme, et ogni volta che niente sentite, traete al palagio di messer Ettor, là u’ io serò colle miei brigate, e dè’ nimici vi vendicate. E quelli che di mezzo sono stati a chieder le grazie, diamo loro a divedere che ce ne sia io incresciuto». Coloro disseno tutto fare.

E non molto volseno indugiare, che non passò du’ dì che il ditto messer Pipino con alcuno parente di messer Ettor malcontento se n’andonno armati sotto i panni, e fatto richiedere messer Ettor che parlare li voleano, avendo prima messe loro brigate in punto, messer Ettor fattoli venire in camera, dicendo a messer Pipino et al parente suo quello voleano, loro disseno: «Poi che voi volete esser cagione delle nostre morti e de li altri vostri amici, abiamo deliberato che prima tu sii il primo che morto sia!» E trattoli a dosso, innella camera l’uccisero. E dapoi fatto venire le brigate tutte, tutti quelli che ritornati erano misero a taglio delle spadi. E pian passo mandarono per alquanti di mezzo, dicendo loro: «Il vostro consiglio ci ha messi in gravi pericoli». Et a’ principali fenno tagliar la testa, dicendo: «Che non sia nessuno che mai consigli che i nostri nemici né dello stato si rimettino».

E così dapoi fu signoregiata Parma per loro.

Ex.° cxxxviiii.

CXL

L>o savio partito di messer Pipino di punire lo ’ngrato consolò molto la brigata. E con quello giunseno a Moncia lo sabato, dove volse il proposto che li religiosi dicesseno in canto, o per che modo loro fusse di piacere, qualche bella cosa. Loro presti dissero:

«Leggi se vuoi saper, se non sì odi

da voce savia e viva,

e quel chè’ santi scrissero tieni e credi;

che troverai che del pogo ti godi,

per quel ch’al ver si scriva.

Con questo a li apetiti rei provedi,

poi pensa a quello che intorno a’ ciel su vedi:

i pianeti, lor case e l’altre stelle,

sendo quanto son belle,

quel ch’esser dé più su dov’è ’l Fattore.

O uomo, del Padre Creator diletto,

non chinar lo ’ntelletto

qua giù, ch’è in ogni cosa falso amore;

e chi si fida di te muti invito:

nel fine poi si vedrà esser tradito».

L’una cosa doppo l’altra piaciuta al proposto et alla brigata, non essendo ancora l’ora della cena, il proposto comandò ai cantarelli che una canzonetta dicesseno. Loro presti a ubidire disseno:

«Perché sè’, donna, in farmi grazia lenta,

che di vedermi tuo par sì contenta?

Chi ha tempo e tempo aspetta è’ tempo perde,

e tal perdita mai non si racquista.

Donna, chi non fiorisce in tempo verde,

di frutto fare al tempo perde vista.

Non frutta riprension chi ’n ciò l’acquista,

né ’l tempo poi rià perché si penta».

Ditta la piacevole canzonetta, dato l’acqua alle mani e cenato, lo proposto disse che ognuno a dormire vada per poter la giornata seguente fare di buon’ora; e così si fe’.

E levati, il proposto disse a l’altore che una novella dica che sia grande: «Acciò che con essa possiamo andare alla città di Milano dove quine faremo uno giorno almeno riposo». L’altore presto disse: «A voi, re e signori che non vastandovi quello che voi avete, con inganno e tradimento l’altrui rubare volete, e se Dio di tal cosa ne mostra il vero non ve ne dovete turbare. Ad exemplo dirò una bella novella, la quale posto che sia alquanto lunga, per comandamento del nostro proposto me la conviene dire.

La quale in questo modo comincia:

DE BONA ET JUSTA FORTUNA

Dè’ re Riccardo d’Inghilterra e del figliuolo Orlandino.

L>o re d’Inghilterra nomato re Riccardo, essendo di malatia agravato e non avendo altro figliuolo se non uno fanciullo d’età di iiii anni, figliuolo della sua donna e figliuola dè’ re di Ungaria, vedendosi in caso di morte, fe’ suo testamento lassando per Dio moltissimo tesoro a più baroni. E ultimamente lassò il suo figliuolo nomato Orlandino re e posseditore di tutto reame; e perché era piccolo, come ditto, lassò che fine che fusse innell’età di xviii anni stesse a governo dè’ re Filippo di Francia suo cusino; e se caso fusse che il ditto Orlandino morisse senza figliuoli, rimanesse il ditto re Filippo re d’Inghilterra e <posseditore> dè’ suoi beni. E fatto tale testamento, il preditto <re> Riccardo morìo, e fattoli grande onore al corpo, fu soppellito.

Sentendo lo re Filippo la morte del suo cusino e come a lui lassava Orlandino suo figliuolo, non avendo lo preditto re figliuolo né donna, mandò per lo ditto fanciullo et a Parigi lo fece venire, disponendo lo regimento d’Inghilterra a suo modo.

E stando il preditto re di Francia in tal maniera, mandando Orlandino alla scuola e lui imprendendo tanto quanto gli era insegnato intanto che non un anno alla scuola fu stato che avea imparato tanto che quelli di x anni avanzava, la maladetta avarizia intrò innella mente del re Filippo dicendo fra sé: «Se Orlandino morisse o veramente che da pogo venisse, io signoregerei l’uno reame e l’altro; e non so signore innel mondo che a me si paregiasse». E subito venutoli in odio Orlandino, domandando più volte il maestro che l’insegnava come aprendea, lo maestro dicea: «Per certo io non viddi mai fanciullo avere tanto intendimento quanto costui; e dìcovi che se lui starà iiii anni alla scuola come c’è stato uno, che serà in tutte scienzie esperto». Lo re, che ha udito quello che Orlandino imparava, pensò di stare a vedere alquanto tempo.

E stato circa ii anni per tal maniera, vedendo i’ re che Orlandino si facea tanto esperto, pensòe di volerlo dalla scuola rilevare acciò che non diventasse da tanto che il suo reame chiedere sapesse. E come pensò misse in efetto: che, non lassando passare che il fanciullo avesse viii anni, una sera, presente tutti i baroni, a sé chiamò Orlandino dicendoli: «A me è stato ditto che tu niente impari, e secondo che io posso comprendere, tu hai fatto come il nibbio, che il primo anno ugella molto bene e poi si cala a ogni carogna; e così pare abbi fatto tu. E pertanto, poi che io veggo che infine a qui imparavi, <vo’> che da ora innanti non vadi più alla scuola, ma vo’ che imprendi a schermire, acciò che tu sappi una spada tenere in mano. Ma ben vo’ che, come il nibbio è il più tristo ugello che sia, così mi pare che tu sii tristo diventato, e però comando a ciascuno che non ti chiami se non Nibbio». E così fe’ comandamento. Orlandino disse: «Messer, io sono presto a ubidire il vostro comandamento, e quello volete di me sì fate; e come vi piace che io sia chiamato sto per contento». Lo re chiamò il maestro schermidore dicendoli: «Va e mena teco il Nibbio e insegnali scermire e tenere una spada in mano, però che non ha voluto imparare scienza». Lo maestro dice che sarà fatto. Li baroni, che odeno che Orlandino dé esser chiamato Nibbio, non parendo loro onesto, per paura non sapeano che dire e tacendo stavano malanconosi.

E dimorato il Nibbio col maestro, a scermire insegnandoli, lo fanciullo di buona memoria imprendea tutto ciò che il maestro l’insegnava. E non passò due anni che lo re domandando il maestro come Nibbio imparava, rispuose: «Santa corona, io non li posso più insegnare, però che tutte le più volte schermendo meco mi vince; ho io temenza che uno giorno non mi vituperi. E pertanto vi prego che con altri lo mettiate che sia più esperto di me». Lo re, ciò udendo, di malanconia pensa non volerlo più a scermire metterlo, (ma) alla cucina.

E come fu sera, fe’ chiamare il Nibbio dicendoli: «Or non te l’ho io ben ditto che imparare non hai voluto? Et ora m’ha ditto lo scermidore che niente imparar vuoi. E però, poi che alle vertù non vuoi stare, et io vo’ che stii alla cucina come cattivo che tu sè’». E fe’ chiamare il maestro dè’ cuochi dicendoli: «Poi che ’l Nibbio non ha voluto imparare gramatica né eziandio a schermire, voglio che tu lo tenghi alla cucina a volgere li arosti; e falli fare ogni mercenume, che da altro non è». Dicendo: «O Nibbio, vuoi esser cuoco?»; lui rispondendo: «Santa corona, quello vi piace farò»; e datolo al maestro della cucina e lui in cucina menatolo, lo maestro disse: «Io voglio che ti dii piacere e di neuna cosa vo’ che t’impacci». Disse il giovano: «Io voglio fare ogni cosa, poi che piace a’ re». Lo cuoco dice: «Poi che pur vuoi fare qualche cosa, io voglio che solo la salsa dè’ re facci». Lui dice: «Io farò quello mi metterete in mano». E così si steo.

Li baroni, che hanno veduto il figliuolo dè’ re d’Inghilterra esser messo alla cucina, non potendo contradire alla volontà dè’ re, taceano portandone malinconia, e non poteano altro.

Stando il Nibbio con maestro cuoco, ogni dì lo re lo domandava come facea. Lo maestro cuoco dicea: «Bene». E dimorato più mesi sempre faccendo il Nibbio la salsa dè’ re, un giorno chiamò lo re il maestro cuoco dicendoli che volea dire che lui facea miglior salsa, che di quanto tempo con lui era stato mai sì buona salsa avuta avea. Lo maestro cuoco dice: «Santa corona, dé avere lodo il vostro Nibbio, però che lui sempre l’ha fatta poi che con essonoi lo metteste». Lo re, volgendosi verso <i> baroni, disse: «Per certo, ben lo dicea io che ’l Nibbio non era da altro che da esser cuoco! E così vo’ che quine stia, e quando più tempo arà et abbia impreso come veggo che fa, io lo farò compagno del mastro cuoco». E più non disse. Li baroni, che non osavano contradire alla volontà dè’ re, e taceano tenendo dentro il dispiacere che parea loro che lo re facesse. E per questo modo dimorò il Nibbio che a l’età di xiii anni fu venuto.

Et uno giorno li baroni, vedendo lo re Filippo alquanto in bonaccia, disseno: «Deh, santa corona, noi vi preghiamo che quello che noi vi diremo non vi debia dispiacere, però che tutto ciò che per noi vi si dirà, tutto si dirà a buon fine et a buona cagione». Lo re disse: «Dite». Li baroni disseno: «Noi cognoschiamo che ’l Nibbio vostro nipote e figliuolo dè’ re d’Inghilterra è stato et è tanto da pogo che non ha voluto imprendere alcuna bontà, per la qual cosa voi l’avete messo alla cucina, e di vero altro mestieri a lui non s’apartiene; ma per rispetto del padre saremmo molto contenti che cuoco non fusse, ma che voi lo metteste a esser ragazzo, però che lo ragazzo è arte da gentiluomo, e quine <a> stregghiare cavalli lo fate stare per vostro onore». Lo re, che ode quello chè’ suoi baroni hanno ditto, ben che male volentieri lo facesse, nondimeno ha consentito, con intenzione che mai altro che stregghiare cavalli vorrà che facci, tenendolo vestito come il più vile ragazzo che innella stalla sia acciò che non possa prender cuore né ardimento.

Et avuto tal pensieri, subito fe’ chiamare il Nibbio e ’l maestro della stalla. Loro presto dinanti da’ re dicendo: «Santa corona, comandate», lo re si volse verso il Nibbio dicendo: «Ben l’ho io ditto che tu sempre hai fatto come il nibbio, che di principio mi facei sì buone salse e poi l’hai peggiorate e neuna ne fai buona; e pertanto io vo’ che si’ ragazzo di stalla». Lo Nibbio disse: «Santa corona, io sono presto a ubidir’è’ vostri comandamenti, mai da quelli partirmi: quello volete che io faccia, farò volentieri». Lo re chiamò lo mastro della stalla dicendoli: «Va e mena il Nibbio alla stalla e quine li fa fare ogni mercenume come il più vile ragazzo che ci sia». Lo mastro disse che serà fatto.

E menato seco il Nibbio, lo trasse da parte dicendoli: «Io voglio che tu ti di’ piacere senza fare alcuna cosa e vo’ che tu abbi per tuo cavalcare uno cavallo, e ogni dì <di> festa ti darò alcuni denari acciò che possi co’ compagni prendere piacere e talora andare alle fanciulle; né altro vo’ che facci». Lo Nibbio disse: «Per certo, io vo’ tutto fare come li altri ragazzi e non vo’ che di niente mi risparmiate, però che io veggo questo esser la volontà dè’ re. Lo cavallo è’ denari che mi offerite acetto e di ciò molto ve ne sono tenuto». Lo mastro della stalla, odendo sì saviamente parlare, disse: «Poi che così vuoi fare, et io vo’ che solo il cavallo ambiante dè’ re governi e non altro; e come quello arai governato, prendi quest’altro e cavalca a tuo piacere». E cominciòli a dare alcuno denaio.

Lo giovano, intendente e già di anni xiiii, cominciò a conciare il cavallo dè’ re e cominciò a cavalcare il cavallo a lui assegnato (et alcuna volta si dilettava cavalcare una bella giovanetta), che in poghi mesi il ditto giovano avea sì bene impreso a conciare cavalli che neuno altro ragazzo l’arè’ avantagiato; et avea tanto ben nodrito e concio il cavallo dè’ re, che senza alcuno contasto parea che quel cavallo intendesse. Di che lo re molto si meraviglia, dicendo al mastro della stalla come potea esser che ’l suo cavallo fusse sì intendente. Lo mastro dicea: «Domandatene il vostro Nibbio che quello governa». Lo re, sentendo che ’l Nibbio lo governa, disse: «Bene è suo mestieri l’esser ragazzo, e così vo’ perseveri». E fra sé dicea: «Per certo questo Nibbio, se vive, elli sarà il più savio e saputo signor che mai fusse; ma io convegno trovar modo che morrà prima che passi l’età di xviii anni». E questo era sua intenzione.

E come il giovano diventò maestro di conciare cavalli, così diventò tanto perfetto cavalcatore che ogni rio cavallo cavalcava e correa. E più, che ogni giorno se n’andava di fuori e con bigordi in mano correndo dava innelle frasche; e tanto ne fu maestro che di continuo arè’ dato in uno grosso senza mai fallire. Apresso imparò a rompere et a spezzare aste; e non era tanto grossa l’asta, ch’ è’ in uno colpo in più pezzi la mandava. E talora prendea una spada correndo or qua or là, dando ora a quell’arboro ora a l’altro per sì gran forza che non era sì grosso ramo, ch’ è’ a terra in uno colpo nol gittasse; dando volte ora a ritto ora a manriverso ora di punta, intanto che parea una meraviglia. E queste cose facea da sé solo. Et oltra ciò, era tanto la sua piacevilezza e bellezza, che quella giovana che con lui una volta usata era senza denari, chiedea il giovano che li piacesse d’usare con lei dandoli poi a lui denari. E per questo modo dimorò il Nibbio più di uno anno, sempre malvestito, né mai volse i’ re che calze portasse né panni di pregio altro che giubbetini di ragazzi.

E stando in tale maniera, sopravenne un giorno che a’ re venne una léttora, la quale mandava lo re don Alfons di Spagna notificandoli come lui intendea a maritare la sua unica figliuola d’età d’anni xiiii, nomata Biancamontagna, bella quanto il sole, narrandoli il modo che tener si dovea: lo quale era che qualunqua tenesse tre giorni campo e tornamento, e qual fusse vincente, fusso sposo della giovana; e lui, come omo di tempo, doppo la sua morte lassava erede del suo reame. E simile lettore mandò per tutta Cristianità.

Lo re Filippo, sentendosi giovano e gagliardo e senza donna, ricco e possente, pensò lui esser quello che Biancamontagna conquisterè’. E subito dato ordine al tempo volere cavalcare, dicendo fra sé: «Ora veggo che io sono di più che il terzo di Cristianità signore, essendo di Spagna re e di Francia; e morto il Nibbio, tutto Inghilterra colla Scozia sarà in mia balìa»; e fattosi presto, chiamò il maestro della stalla e disse: «Mette in punto e destrieri e mena teco i ragazzi e ’l Nibbio e conduceli in Ispagna alla mastra città dè’ re don Alfonso, e quine in uno allogiamento li governerà’; così per la vita di voi e dè’ cavalli e di tutti quelli che meco verranno comperrà’; e fate che neuno mancamento sia». Lo maestro della stalla disse che fatto serà, e simile lo spenditore.

E caminano tanto che giunti funno in Castiglia, dove moltissimi signori erano già arivati, e preso una albergaria d’una gran contrada la quale lo re don Alfonso solo a’ re di Francia avea serbata acciò che agiatamente potessero stare, pensando che la sua figliuola dovesse esser del ditto re di cui elli molto si contentava piùe che d’altri.

Ora lassiamo dè’ cavalli (che stanno bene) e torniamo a’ re Filippo, che subito fatto a sé venire quanti mercadanti lucchesi erano in Parigi con tutti i drappi che quine erano e di quelli presi e fatto bellissime robbe, et infra l’altre ne fe’ fare due principali, una per la sua persona et una per la donna, sperandola avere, di valuta più di franchi cc mila. Et oltra questo fe’ fare ii bellissime corone et altri gioielli, di tanta valuta che stimar non si potrenno. E come si fe’ bello il re, così tutta la sua compagnia si fe’ bella. E con finissime armi a pruova fatte e con gran baronia di cavalieri e genti d’arme, col nome di Dio si mossero da Parigi del mese di magio, e tanto cavalcorono che giunsero in Ispagna.

E come lo re don Alfonso sentìo la venuta dè’ re Filippo di Francia con tutta sua baronia, l’andò incontra faccendoli grandissimo onore, e fine a l’albergo l’acompagnò, dove poi li fe’ moltissimi doni e simile a li altri signori che venuti erano. E apressimandosi la pasqua dè’ cavalieri, la quale era stabilita per lo giorno della battaglia, lo re di Spagna, raunato suo consiglio, disse: «Cari miei amici parenti e consiglieri, voi vedete innella nostra terra esser venuti tanti valenti signori con tanta moltitudine e genti d’arme solo per aver la mia figliuola Biancamontagna per moglie. Et acciò che le cose vadino ordinate e neuno scandolo nascer potesse, vi prego mi consigliate quello che io hoe a fare».

Li baroni è’ reali e tutti del consiglio doppo molti consigli dati, ultimamente si concluse che in sulla piazza, dove si dovea fare la battaglia si mettesse uno paviglione: «Innel quale vi si faccia uno onorevole letto et in quello Biancamontagna dorma le iii notti che durar de la battaglia, e di giorno la ditta giovana si riduca in su’ parchi fatti, dove madonna Cleopatras vostra donna e reina co l’altre donne starà la battaglia a vedere; e così ogni dì d’osservi. Apresso, perché ci ha di molte maniere di genti, acciò che neuno in piazza entrar possa di notte, si metta alle bocche le guardie. E perché romore né altro scandolo possa innella terra essere, che si mandi un bando a pena delle forchi che neuna persona, cittadino né forestieri o di qualunque stato o condizione si fusse, ardisca o ver presuma andare per la terra dalla campana che da sera suona fine a quella che suona la mattina; et acciò che neuno possa dire che non sapesse la pena, vi si dice che per tutto la terra si faccino nobilissime forchi et i bandi per tutta la terra si mandino, e come la persona è giunta, subito sia apiccata. E quando si fa la battaglia, faite che tutte genti d’arme che avete stiano armate acciò che romore levar non si possa, e voi col vostro collegio state a riguardare la battaglia, e quello che fi’ vincente a lui date la donna». Lo re di Spagna, ciò udito, misse in efetto tutto. E mandato i bandi e fatto rizzare le forchi sì che ognuno potea vedere l’ordine dato, e tanto si steo fine alla vigilia della pasqua, che l’ordine era di non andare di notte.

Allora lo re Filippo di Francia, avendo sentito il bando et avendo veduto ritte le forchi, fra sé disse: «Ora verrò alla mia, che ’l Nibbio farò morire»; e così pensò. E stando in tal pensieri sentìo sonare quella campana di che il bando ditto avea. E stato alquanto, tanto che buona pezza di notte era passata, è’ fe’ chiamare lo Nibbio dicendoli: «Va a corte dè’ re e dimanda con che si dé combattere dimane, e tornamelo a dire». Lo Nibbio presto disse che fatto serà. E preso una lanterna accesa, subito uscìo di casa. Lo re disse: «Ora serà impiccato et io non ne sarò biasmato». Li baroni, che hanno udito il bando et hanno veduto le forchi ritte, tra loro disseno: «Omai arà lo re ciò che vuole, di fare morire lo figliuolo del re d’Inghilterra». E non potendo altro fare, stavano cheti.

Lo Nibbio, che securamente va con quella lanterna, subito scontrato si fu innelle guardie, le quali l’ebbero preso come de li altri presi aveano et alle forchi lo conduceno, dove già ve n’erano alquanti apiccati, e lui apiccar voleano. Come il Nibbio si vidde sotto le forchi, disse: «Guardate quello che voi fate, però che io sono nipote dè’ re di Francia e fui figliuolo dè’ re d’Inghilterra; e se mi apiccate, questa terra serà messa a fuoco et a fiamma». Le guardie, guardando il giovano e vedendolo tanto bello e sì saldo innel parlare, avendo già udito dire che i’ re di Francia avea un suo nipote che lo tenea per ragazzo, disseno: «Per certo noi non seremo quelli che tal fallo facciamo: lassianlo andare, e altri lo faccia se vuole». E così passò la prima guardia. E giunto alla seconda, per lo simile modo fu condutto a un paio di forchi dove molti ve n’erano già apiccati; e lui scusandosi per lo modo di prima, dicendo: «Tali m’hanno lassato», coloro dissero: «Poi che li primi non t’hanno impiccato, né noi ti vogliamo impiccare». E licenziato, passò per questo modo la terza e la quarta guardia. E giunto alle bocche della piazza, per quello modo lo lassonno andare.

E quando il Nibbio fu al mezzo della piazza, e vidde uno paviglione con un lume dentro: entro vidde un bellissimo letto, innel quale vide una bellissima giovana la quale ancora non dormìa. E posto giù la lanterna, cominciòsi a cavare le scarpe, e poi si trasse il giubone e le mutande; e senza nulla in capo avendo i capelli che pareano fila d’oro. La giovana lo sta a mirare e niente dice. Il Nibbio, che vede che niente li dice, si trasse la camicia: rimase nudo che parea una massa di nieve, con una bella massarizia; s’acostò a’ letto e dentro al lato alla giovana si puose. La giovana presolo per la mano lo domandò chi era. Lui disse: «Io sono uno ragazzo di stalla». La giovana dice: «Or che sè’ venuto a fare?» Lui disse: «Io andava altró’ e vedendoti indè’ letto, penso che debbi star contenta che io ti dia piacere». Et abracciatala e saglitoli in sul corpo gravosamente, la giovana ricevéo la ’mbeccata, parendoli sì buona la prima che d’un’altra volse la contentasse. Lo Nibbio ne la contentò. E rivestito, prese la sua lanterna et al palagio n’andò e domandò del modo del combattere. Fulli ditto: «Colle lance».

Lo re di Francia è’ suoi baroni pensano: «Di vero il Nibbio serà stato apiccato, tanto tempo dimora»; lo re lieto, li baroni pensosi. E mentre che in tal maniera dimoravano, ecco il Nibbio che giunse in sala dicendo: «Santa corona, domane si combatte colle lance». Lo re meravigliandosi disse: «Per certo lo re non arà voluto osservare il bando»; e poi disse: «Nibbio, fa che il tale e ’l tale cavalli siano conci e fa che alla mia tornata tu mi serbi un bagno fatto innel quale io entrar possa». Lo Nibbio dice: «Santa corona, fatto serà».

Et andati a dormire, la mattina madonna Cleopatras reina andò a levare dè’ letto Biancamontagna. La quale, come levata fu, disse alla madre il modo che quello ragazzo li avea fatto, dicendoli: «Madre mia, ell’è lo più bel giovano del mondo e quello che meglio m’ha contentata». Dice la madre: «Deh, figliuola mia, fa che se stasera viene a te, che tu non ti lassi far niente se prima non ti dice chi elli è». La figliuola disse che <così> farè’. E come levata fu, cominciorono a sonare le trombe e trombette, et ognuno raconcia suoi armadure, mettendosi in punto apresso al desnare d’esser alla battaglia.

E venuta l’ora d’esser al campo, lo re di Francia colle suoi brigate e li altri armati traggono alla piazza. Lo Nibbio, messo uno bagnuolo a fuoco e dentro alcuna cosa con erbi et aparecchiato le legna, presto rimase solo innella stalla, né persona per via passò, standosi a sedere a l’uscio, gamba sopra gamba.

E stando per tal maniera, du’ giovane sorelle gentili e donzelle, vicine di contra, l’una nomata Giulia e l’altra Cornilia, ciascuna d’età di anni xvi o piùe, vedendo quel giovano sì pensoso, disseno tra loro: «Per certo colui sta pensoso per noi». «E penso», disse Giulia, «che di noi sia innamorato; e pertanto, se contenta fusse, io lo chiamerò, e di chi serà innamorato, colei lo contenti». Cornilia disse: «Et a me piace». E fattoli cenno che a loro vada, il Nibio presto a loro n’andò.

E quando fu con loro, Giulia disse: «Noi ci siamo acorte che tu dèi esser innamorato di qualchesia di noi, e pertanto abiamo diliberato che qual più ti piace tu prendi. Tu vedi, noi siamo qui sorelle e vergini e gentili donne». Nibbio dice: «Io amo tanto l’una quanto l’altra e se mi voleste servire io vi chiederei cosa che penso non potreste farla». Giulia disse: «Chiedi». Pensava Giulia che Nibio chiedesse di volere con loro prender piacere — la qual cosa altro non desideravano —, disse: «Deh, per Dio chiedi tosto e vedrai se noi ti serviremo». Il Nibio disse: «Se io avesse buono cavallo e buona armadura et una buona lancia et una sopravesta non cognosciuta, io mi darei vanto esser oggi vincitore di questa battaglia». Giulia ciò udendo disse: «Noi di tutto ti faremo contento, e daremoti cavallo et arme che fu <di> Dragolante nostro padre».

E fattolo presto et armato, et armatolo con gambiere senza calze e fattoli sopra l’elmo una ghiranda di provinca, dandoli una buona lancia et una sopra vesta nera; è’ tutto armato, disse Cornilia: «Deh, piacciati prima che vadi che d’un bacio mi consoli». Giulia disse: «Per simile <modo> me di tale mi fa sazia e poi cavalca e francamente combatte». Il donzello, cavatosi l’elmo, l’una e l’altra baciò, e poi montato a cavallo e messosi l’elmo, in piazza n’andò, dove trovò che lo re di Francia avea ogni persona messo a terra et il campo era suo. Il Nibio, come ciò vede, dirizza il cavallo verso il re e lo re verso lui; e dandosi di gran colpi, ultimamente lo re andò per terra e malamente fracassato. Lo Nibio, come ciò vidde, dato delli sproni al cavallo, senza che altri s’accorgesse a casa tornò: e disarmato, l’arme rendéo, e dati du baci a quelle perluzze, si ritornò inne l’albergo.

E fatto bollire il bagno, lo re, che per terra malamente era caduto, da’ suoi ne fu portato a l’albergo dove entrò innel bagno. E quine posato e le doglie alentate, il Nibbio domandato lo re della cosa, lui disse: «Io era vincitore, ma uno diaule con una sopravesta nera sopragiunse e me per sì gran forza mandò a terra che ne sentirò tutto dì domane». Lo Nibbio disse: «Ben nel vendicherete, non dubitate».

Avendo veduto lo re di Spagna come lo re di Francia era stato vincente fine a l’ultimo che quello della sopravesta nera era venuto, fu molto contento stimando a certo lo re di Francia dover la sua figliuola avere. E così tutto quel giorno passò di questo parlare, non sapendo ancora chi fusse stato colui che la battaglia vinta avea.

E venuto la sera, lo re di Francia avendo veduto moltissimi apiccati per la terra, disse: «Per certo, il Nibio stasera campar non porrà». E sonato quella campana, chiamò il Nibio dicendoli: «Va e sappi con che si dé domane combattere». Lo Nibio, che altro non aspettava, disse: «Fatto serà». E presa la lanterna, andò, e con quel modo che la sera dinanti passato era, con quel medesimo modo passò in piazza et al paviglione andò e dentro entrò.

<La giovana> disse: «Per certo tu non mi toccherai se prima tu non mi dici chi tu sè’ e come hai nome». Lo Nibbio dice: «Io sono ragazzo e ’l mio nome non domandare: vastati che io sono ragazzo». La giovana disse: «E tu non mi toccherai se ’l nome non dici». Lo Nibio disse: «E se non vuoi, tuo danno». E volendosi levare, la giovana per lo braccio lo prese dicendoli: «Ben m’incresce che non me lo vuoi dire, ma io non vo’ che ti parti, che ii volte vo’ che mi contenti». Lo Nibio dice: «Io sto per contento». E fornitola ii volte, si partìo et al palagio n’andò domandando a che si dovea combattere lo giorno seguente. Fulli ditto: «Colle spade». E così tornò dove i’ re, <che> pensava fusse morto, lui vidde tornare: e meravigliandosi come era campato, lo domandò con che armi si dovea combattere. Disse: «Colle spade». Allora comandò che le spade fussero preste et al Nibio disse che il bagno aparecchiasse.

E dati a dormire fine alla mattina che madonna Cleopatras reina andò a levare Biancamontagna dè’ letto, domandandola se l’amico a lei venuto era e come avea fatto con lui, la giovana risponde e dice: «Madre mia, mai non si vidde più bel giovano; e non volendomi dire il nome suo, io non volea aconsentire e lui si volea dè’ letto uscire; di che io, vedendo che si volea partire, per non perder tanto diletto ii volte mel feci». La madre disse: «Stata vi fussi io, che me n’arè’ fatto altrettante! Or, poi che tu non hai potuto sapere il suo nome e lui sa ben chi tu sè’, per certo è’ non può esser che non sia nato di qualche gentiluomo. E pertanto ti prego che se stasera torna a te, che tu lo preghi che il nome suo ti dica; e se non lo potessi sapere, pregalo che almeno quello che fatto ha non debia a persona apalesare. Et acciò che non possa patir disagio di cosa nessuna, e che non sia più ragazzo lo prega; et acciò che possa la sua vita onorevilemente fare, vo’ che li doni la manica della tua bella robba dicendoli che vale più di l mila fiorini, e con quella può viver a onore». La figliuola dice che tutto farà. E così se n’andarono al palagio.

E venuto l’ora della battaglia e le corse, lo re di Francia e li altri montati a cavallo et in piazza giunti, lo Nibio alla banca si puone a sedere, dove Giulia e Cornilia lo chiamonno dicendoli se alcuna cosa da loro volea: lui disse che cavallo et armadura che auta avea, et una buona spada. Le giovane disseno: «Noi ti daremo una spada che fu di Dragonetto, che fuori a Durlindana non fu la pari». E armato per montare a cavallo, le giovane chieseno li usati baci; il donzello quelle presto baciò, e missosi l’elmo con una ghirlanda di provinca saglìo a cavallo.

E giunto in piazza, lo re di Francia, avendo il campo per lui, vidde venire lo cavalieri colla veste nera: e trattosi a ferire a destra et a sinistra, in conclusione lo re di Francia fu dal Nibbio messo malamente in terra di cavallo. E dato delli sproni al cavallo, si ritornò a disarmare: quelle facce dilicate di Giulia e di Cornilia baciò, e ritornato innell’albergo lo bagno fu presto.

Intanto lo re tornato et innel bagno entrato dicendo: «Io era vincente, se non che quello dimonio v’aparve», disse il Nibbio: «Deh, non ve ne curate, che per certo domane rimarete vincitore». Lo re, riposato, andò a visitare lo re di Spagna; e ragionando molto insieme delle battaglie fatte, lodando molto la prodezza del cavalieri nero, sostato lo re alquanto co’ re di Spagna, prese cumiato et a casa tornò.

Lo re di Spagna, avendo suo consiglio, disse: «O savi consiglieri, voi avete veduto du’ dì esser stato la battaglia e tutto il dì il re di Francia tenere campo, e poi ultimamente da uno cavalieri nero esser vinto e tale cavalieri fuggito né mai di lui s’è potuto sapere chi elli è. E se domane viene a vincere e fuggasi, la nostra figliuola non si potrà maritare, però che è ordinato darla a chi del campo è vincitore. E però consigliate quello vi pare». Li consiglieri tutti sì consiglionno che la notte si faccia uno steccato alle bocche della piazza con usci, e quando la giostra è finita, che subito tutte le bocche si chiudano acciò che si possa prendere e saper chi è colui che dé esser marito di Biancamontagna. Lo re, piacendoli il consiglio, fe’ fare tutto ciò che consigliato era. E così s’osservò.

E venuto la notte, lo re di Francia pensando: «Se stasera il Nibbio non serà apiccato, io lo farò poi secretamente amazzare acciò che ’l suo reame mi vegna»; e chiamatolo disse: «O Nibbio, va e sappi come domane si dé combattere». Lo Nibbio presto prese la lanterna e senza contasto al paviglione n’andò. Et entrato dentro e spogliato, entrò nel letto là u’ la giovana era. Domandandolo e pregandolo che a lei dica come si fa chiamare, lui dicendo: «Io t’ho ditto che io sono ragazzo, né altro da me aver potresti»; allora la giovana dice: «Poi che tu sai ch’io sono et io non so chi tu ti sei, ti prego che quello fatto abiamo a neuno dir debbi. Et anco, che non sii più ragazzo ti vo’ donare uno gioiello che più di l mila di fiorini vale, et io vo’ che stii come gentiluomo. E se mai aviene che a te paia dovermiti dare a cognoscere, sempre mi ti troverai presta a ogni tuo comando. Et acciò che sii certo che io non ti lasso, vedrai quello che io ti darò».

Et uscita dè’ letto nuda che parea nieve, prese una palandra e con uno coltellino ne levò una manica della stima ditta, piena di pietre preziose e gioielli, et a lui la diede dicendo: «Omai mi contenta di du’ volte come l’altra sera contenta m’hai». Il giovano disse: «Volentieri». E fornite du’ volte, disse: «Ora, per lo dono che fatto m’hai, sono contento a fare a te uno dono»; dicendoli: «Io non ti posso fare altro dono se non che una volta di nuovo, oltra le ii volte fatte, ricevi». La donna lieta quella ricevéo graziosamente. E da lei preso cumiato, a Dio la racomandò, e messosi la manica in seno, al palagio n’andò. E domandato del modo della battaglia, fu ditto: «Colle lance e colle spade». E tornato a’ re di Francia l’ambasciata dispuose. Lo re, vedendo che non era stato impiccato, diliberò fra sé medesmo la sera seguente farlo amazzare. E con tale pensiero se n’andò a dormire.

E la mattina quando levata fue, madonna Cleopatras reina se n’andò alla figliuola domandandola se quello giovano venuto era e come avea fatto. La figliuola dice che altro che ditto avesse non avea voluto dire: «Di che io li donai quello mi diceste, e du’ volte, prima che altro facesse, di me prese piacere et io di lui; e per lo dono che io fatto l’avea, volse a me donare una volta piacere; di che io molto contenta rimasi». La madre dice: «Tu lo puoi ben dire, poi che sì valente è stato». E fattoli vestire la palandra con quella manica meno, al palazzo la menò.

E venuto l’ora del combattere, le brigate misse in punto, lo re e la reina e tutte le brigate messe a’ luoghi per vedere qual fusse quello che sposo dovesse essere; e cominciato la battaglia, e ’l Nibbio rimaso per fare il bagno, fu da Giulia e Cornilia vicine chiamato, dicendoli se alcuna cosa li piacea che ellino facesseno. Lui disse: «Poi che servito m’avete fine a qui, ora vi prego che mi dobiate servire». Loro preste dissero: «Domanda». Il Nibbio disse: «Che mi serviate del cavallo e dell’armi, e che vi piaccia questa manica mettermi in sull’elmo». Le giovane, che vedeno così bello gioiello, disseno: «Or questo und’hai avuto?» Lui rispuose: «Di buon luogo; piacciavi di conciarlo sull’elmo». Le giovane così fenno. Et armato, dato a quelle perle lattate ii baci e montato a cavallo, se n’andò innel torniamento.

Lo re di Spagna, che hae veduto venire lo cavalieri, pensò omai sapere chi elli sera. Il Nibbio, entrato innella battaglia, colla lancia or quello or questo scavalcava e molti ne mandò per terra. Rotta la lancia, misse mano alla spada. E simile lo re di Francia era quasi del campo vincitore. E non essendo in sul campo rimaso altri che costoro due percotendosi insiem’e dandosi di fieri colpi, ultimamente lo re non potendo più durare, dal Nibbio fu abattuto. E come lo Nibbio vidde abattuto lo re, dando delli sproni al cavallo per volere fuggire, le guardie preste a chiudere le bocche che uscir non ne potea, le brigate dè’ re di Spagna subito intorniando lo Nibbio l’ebbero fatto scendere del cavallo, e come novello sposo, così armato, dov’era lo re colla reina e colla sposa lo menarono. E’ non potendo altro fare, si lassò menare.

E come fu sopra i taulati e trattoli l’elmo e posto davanti a sé, e lui al lato della sposa fu posto a sedere in mezzo tra la reina e la sposa. E raguardandolo non era cognosciuto. La giovana, che ha ricognosciuto la manica che era a l’elmo, disse alla madre: «Per certo costui è quello ragazzo che iii notti m’ha goduta». La madre, che vede quella manica, dice: «O trista me ! O sarai tu moglie d’uno ragazzo?» E venendolo riguardando, vidde che le gambiere avea in sulle carni; disse: «Per certo, costui è quello ragazzo che Biancamontagna ha ditto». Malanconosa stava.

E intanto lo re di Spagna giunge per voler sapere chi fusse lo sposo. E domandatolo chi era, lui disse esser uno ragazzo di stalla di strano paese. Lo re, che l’ha veduto male in arnese, fu molto dolente che la sua figliuola sia a tal persona maritata. E non potendo fare altro per l’ordine dato, fe’ dare indelle trombe. Le donne che quine erano, guardando il Nibbio innella faccia quanto elli era giovano e bello et avendoli veduto fare tanta prova, diceano alla reina: «Deh, non vi date malinconia dello sposo perché non sia ricco: eli è sì bello e sì forte che la sposa se ne potrà contentare». La sposa, che assagiato avea delle suoi mercantie e vedutolo tanto innella faccia lustrante, stava contenta, ma pur pensando fra se medesma lui esser ragazzo, alquanto n’avea malinconia; ultimamente vincendo il diletto che di lui preso avea, lodava Dio che l’avea dato tal ventura.

Lo re di Francia, come abattuto fu, da’ suoi ne fu portato a l’abergo; e <non> trovando il bagno fatto né il Nibbio in casa, pensò aver legitima scusa di farlo morire. E fattosi fare a li altri il bagno, in quello entrò. E stato alquanto sentìo molti stormenti sonare: lui, desideroso di sapere chi fusse quello che sposo era, comandò che a veder s’andasse. Li famigli, mossi e giunti dove la sposa e lo sposo erano, viddeno il Nibbio apresso a lei, senza nulla in capo sedere armato, con una sopra vesta nera. E tornati a’ re di Francia, disseno lo Nibbio esser veramente lo sposo. Lo re di Francia non credendo disse: «Deh, matti, come può esser lui aver cavallo né arme? Come armato potéo mai comparire?» Rimandati delli altri per sapere il vero, ognuno tornava dicendo: «Di certo, santa corona, elli è il vostro Nibbio». Lo re incredulo disse: «Per certo questo non può essere».

E chiamato uno grande barone e suo secretario, omo di grande stato, al quale disse: «Va e sappi chi è lo sposo», lui presto si mosse con alquanta compagnia. E giunto in piazza, andò su dove lo re e li altri collo sposo sedeano. E fattoseli incontra lo re di Spagna disse: «Or che sciagura ho io riceuta! A dire che tutto lo mio intento fu solo che lo re di Francia della mia figliuola fusse marito, e la fortuna m’ha condutto a doverla dare a uno ragazzo che non so d’ove si sia né chi». Lo gentile uomo disse: «La cosa è pur così, vuolsene dare pace». Et acostatosi al Nibbio, innel volto lo cognosce esser desso. E poi andandolo vedendo fine a’ piè, vidde che sotto le gambiere non avea calze: disse per certo esser esso. E voltatosi a l’elmo, vidde quella manica di tanto pregio: stimò per certo non essere esso, però che tale lavoro lui non avea, et anco in Francia tal lavoro non s’usava. E voltatosi verso il Nibbio dicea: «Ell’è esso». E dapoi, volgendosi a l’elmo, dicea: «Non dé esser esso».

E mentre che costui si volea certificare del vero, molti andavano a’ re di Francia dicendo: «Il Nibbio vostro è lo sposo»; intanto che non rimase neuno della famiglia dè’ re di Francia che non dicesse lo sposo essere il Nibbio. Lo re dicea: «Per certo io non crederò fine che non torna il mio secretario». Lo secretario, che ha cognosciuto a certo il Nibbio, ritornò a’ re dicendoli: «Santa corona, di vero lo sposo è il vostro Nibbio». Lo re, dandovi fede, uscìo del bagno. E vestito, comandò che tutte le robbe fatte per lui e per la sposa <prendessero> e co’ lui andassero. E così fu fatto.

Lo re di Francia giunto in piazza con tutta la sua baronia onorevilmente vestiti, lo re di Spagna, che vede i’ re di Francia venire, scese dè’ balchi e incontra li andò dicendo quanto elli era malcontento della fortuna che l’avea condutto a dare la figliuola a uno che non si sa d’ove si sia, sperando ch’ella fusse dè’ re di Francia. Lo re di Francia dice: «Non vi date malinconia, state contento di quello che Dio dispuose, che tutto lo fa a buon fine». Lo re di Spagna dice: «Io non posso altro: convienmi star contento». Lo re di Francia dice: «Io vo’ visitare lo novello sposo». E mossi, montarono le scale dov’era la sposa con tutti.

Lo Nibbio, come vede venire lo re di Francia, di grande vergogna doventa come rose vermiglie colorito. Le donne, che sempre al viso l’aveano l’occhio, diceano fra loro: «Biancamontagna si potrà ben contentare di costui, che vedete come sempre di bellezze rinfiora, che volesse Idio che d’un tale il nostro corpo ne fusse coperto». Lo re di Francia, fatto cenno al Nibbio che saldo stea, disse a’ re di Spagna: «Io vi prego che vi piaccia concedermi questo vostro sposo un’ora su questi balchi, da parte, che altri non vi sia». Lo re di Spagna fu contento. Lo re di Francia, trattosi da parte dove neuno rimase e fatto aprire uno dè’ coffari, ne trasse uno paviglionetto, e teso, dentro entrò lo re e lo Nibbio e due secretari scudieri. E quine feron spogliare il Nibbio, e di quelli panni che i’ re di Francia pensava sé vestire <fattolo rivestire> e poi presolo per mano, dov’era la sposa lo menò.

Lo re di Spagna dice: «Deh, quanta gentilezza ha dimostrato lo re di Francia verso di colui che tre volte l’ha battuto!» <Il Nibbio> sta contento; e posto a sedere che parea un sole, non si ragionava tra le donne d’altro che della sua bellezza. E fatto questo, lo re di Francia chiamò la reina, moglie dè’ re di Spagna, dicendole che colla sua figliuola ne vada al paviglione e di quelli panni che quine in uno forzieri troverà la vesta, mettendole quella corona è’ gioielli che co’ panni seranno. La reina colla figliuola e con alquante damigelle entrarono innel paviglione; e fatto spogliar la sposa nuda, la rivestiron di tali robbe che mai pari vedute non furono. E messali la corona in testa co li altri gioielli, fuora del paviglione la trassero, dicendo ognuno: «Innel mondo non è più bella coppia di costoro due». E veduto lo re di Spagna tanta liberalità dè’ re di Francia, di malanconia crepava che la figliuola non li era venuta in sorte.

E così stando, lo re di Francia disse a’ re di Spagna che li piacesse che lo sposo mettesse l’anello alla sposa in sua presenza. Lo re contento, e fatto venire lo notaio, lo re di Francia, trattosi di dito ii anelle che valeano una città, le diè allo sposo, e in presenza di tutti la giovana sposò. E fattoli sedere, lo re di Francia, stando ritto co’ re di Spagna, cominciò a dire alto che ognuno intender lo potea, dicendo: «O re di Spagna e voi altri, io mi penso che sete stati alquanto malanconosi che la novella sposa sia venuta in sorte a questo sposo, stimando esser uno ragazzo. E pertanto vi dico che, essendo io stato contra dello sposo ingratissimo, Idio m’ha voluto mostrare il diritto; e posto che un tempo lo sposo sia stato ragazzo, ora e per l’avenire voi, messer lo re, e voi, madonna reina, e tu, sposa, vi potrete di tale sposo contentare più che mai signore reina sposa contentar si potesse». E fatto venire una scatola dove erano dentro ii corone di inestimabile valsuta e trattele fuora, una ne prese il re di Francia in mano dicendo: «O Orlandino e novello sposo, figliuolo che fusti della ricolenda memoria dè’ re Riccardo d’Inghilterra e mio cusino, io t’investisco di tutto i’ reame d’Inghilterra con tutte suoi pertinenze». E messoli la corona in capo, che ben parea sommo re, apresso trasse l’altra corona, dicendoli: «E così com’io t’ho investito dè’ reame d’Inghilterra, così, doppo la mia morte, ti fo re e signore dè’ reame di Francia». E misseli la seconda corona in testa.

Lo re di Spagna, dell’alegrezza tanta che eli e la reina e tutti hanno, di lagrime tutta la faccia riempieno. E stati quasi come isbalorditi alquanto, lo re di Spagna, fattosi regare la sua corona, disse: «Et io t’investisco dè’ reame di Spagna doppo la mia morte»; e messo l’ha la terza corona. La sposa, che ha sentito e veduto queste cose, altro non desiderava se non d’esser con lui a nude carni e per poter di lui prendere senza sospetto di quel piacere e di quella mercantia che già più volte n’avea auto il saggio. E fatto la festa grande, quanto più tosto poteono innella camera funno messi, dove quine si denno di quello piacere che le donne desiderano.

E dimorando molti giorni in tanta festa che fu una meraviglia, dispuose lo re di Francia con quello di Spagna che si cavalcasse a Parigi, là u’ volea che simile festa fatta fusse, e dapoi insieme l’uno re e l’altro se ne andassero in Inghilterra dove la real festa della nuova sposa si faccia. E dato tale ordine e diliberato del partire, il preditto re Orlandino richiese ii suoi parenti e baroni giovani, i quali pregò che loro fusseno contenti di prender donna come lui presa avea, dicendo: «Io cognosco in questa terra du’ gentilissime giovane savie e belle, figliuole di valentissimo cavalieri, le quali vo’ che <prendiate> con quella dota che io vi farò, la quale vo’ che infine avale <ognuna s’>abbia una contea. Et acciò che sapiate chi ellino sono, una è chiamata Giulia e l’altra Cornilia, sorelle di Dragonetto dalla Stella». <Li baroni> lieti, prima che di Spagna si movessero le sposonno; <e doppo> il matrimonio, con tutti in Francia n’andarono, dove lo re Filippo fe’ ismisurata festa, e dapoi in Inghilterra, là u’ si fe’ tal festa che sarè’ vasto che tutto ’l mondo stato vi fusse. E dimorato molti mesi in festa, lo re di Spagna preso cumiato da’ re d’Inghilterra e dalla figliuola, e simile lo re di Francia, avendo ricevuti molti doni, chi per mare e chi per terra ognuno ritornò in suo reame, lo re Orlandino vivendo con tanto piacere con Biancamontagna che li parea esser innel secondo paradiso.

E non molti anni passarono che i’ re di Spagna di vecchiezza morio e la eredità rimase a’ re Orlandino; e dapoi, venendo alcuna febre a’ re Filippo, si partìo di questa vita e lo reame rimase a’ re Orlandino. E per questo modo il preditto re fue re di tre reami, e colla donna sua si dienno buon tempo.

Ex.° cxl.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 01 ottobre 2006