Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle CI-CXX

CI

La brigata giunt’a Ancona dove fu ben riceuta, e dandosi piacere fine ch’è l’ora del dormire, a cui lo preposto disse che di buon’ora ognuno si levasse. E così s’oservò, che levati la mattina, il preposto comandò a l’altore che una novella dica fine che saranno giunti a Sinigaglio. Al qual e’ disse: «Volentieri»; e rivoltosi alla brigata, disse: «A voi, omini di pogo acorgimento che più tosto credete alle false parole delle vostri mogli che a quello vedete, ad exemplo dirò una novella». Incominciando in questo modo, cioè:

DE SUBITA MALITIA IN MULIERE

<Di> Toccora servente in Spoletti.

Fu nel contado di Spoleti una donna nomata Toccora, nata assai di vil genti e maritata a uno lavoratore di terra nomato Orsuccio, il quale prendea diletto grandissimo, per avarizia, solo in lavorare; e quello era il suo sommo piacere. Toccora, che di natura era servente, con darsi piacere talora con uno e talora con un altro e in tale cose molto si dilettava, lassando al marito il pensieri del lavorare e darsi della fatica quanto portar ne potea. Toccora, che per avarizia non volea esser dannata, disposta a sparger delle suoi cose et anco di quelle che lo marito talora raunava, et in questo stava di continuo atenta a servire a chi ne domandasse; e questo modo la ditta Toccora tenea, che con più e più spessisime volte s’era con piacere trovata abracciata.

Et infra gli altri giovani che Toccora amava e con cui ella più di continuo si ritrovava, era uno nomato il Rughia, il quale per bella e grande massarizia che di sotto apiccata tenea le fu tale nome imposto; e spessisime volte Toccora con lui trovavasi. Divenne che uno giorno Orsuccio tornando a casa e l’uscio trovando serrato, per una fessura dentro riguardando vidde Toccora abracciata con Rughia in su uno supidiano; il perché a Orsuccio tale atto dispiacendoli, con furia percosse l’uscio. Rughia, che ode la voce di Orsuccio, dubitando dice alla donna: «Noi siamo a mal partito!» Toccora rilevatasi, aprendo uno uscio che dirieto alla casa era, e per una selva si fuggìa, Rughia dirieto a lei ne vae. Orsuccio, che prima ha veduto il modo che la moglie tenea e poi ne l’ha veduta andar’e il giovano dirieto, con furia l’uscio aprendo e con una lancia dirieto alla moglie et al giovano correndo ne fu ito. Rughia come giovano la donna passò.

La donna, che si vede il marito con furia venire dirieto, stimando delle suoi mani non poter campare, pensò con qualche scusa rafrenare la furia del marito. Orsuccio, ch’è di sopra giunto a Toccora, dice: «Ahi, meretrice cattiva, ora non potrai avere alcuna scusa di non confessare tu avermi fallito poi che co’ miei occhi ho veduto tu essere abracciata con uno giovano prendendovi piacere, e per più vituperio ora te ne fuggivi con lui! Ma mercé n’abbiano i miei piedi che t’hanno qui giunta, dove farai conto dell’opre tenute». Toccora dice: «Deh, marito mio, io ti prego che mi dichi la verità se meco in casa alcuna persona vedesti e poi se dirieto a me lo vedesti venire, però che se così fusse serè’ di bisogno che altro ti dicesse». Orsuccio dice: «Deh, meretrice malvagia, come, non viddi uno giovano che t’era a dosso e tue lo tenei stretto abracciato, e come mi sentisti picchiare te ne fugivi via et il giovano ti venne dirieto e non l’ho potuto giungere? Ma te pur ho giunta qui, meretrice, che ti volei con Dio andare!»

Tuccora, con lagrime che sogliono gittare tali femmine, dice a Orsuccio: «Omai cognosco che tutte n’andiamo a un modo, però che mia madre mi disse quello che ora, Orsuccio mio, hai ditto: che quando io fusse presso alla morte, che io serei veduta che parrè’ che uno mi fusse a dosso e poi che io me n’andasse via e lui mi venisse dirieto. E così mi disse la mia savorosa mamma che alla sua mamma divenne, e quando la mamma mia venne a morte, lo mio savio babbo vidde quello che ora tu, vezzoso mio marito, di me veduto hai. E però ti dico, poi che tu me l’hai ditto — che mai non mi dicesti bugia —, ti prego che prima che io muoia — però che la vita mia non può esser oltra a xv dì, secondo quello che alle miei antiche parenti è intervenuto —, di mandare per un notaio, che io vo’ fare testamento. E prima che ’l mio corpo si soppellisca dove la mia savorosa mamma fu soppellita, e la mia dota vo’ che si stribuisca in questo modo: e prima, per l’anima di mio dolce padre vo’ che si dia il poder della Folombra; e per l’anima della dolce mamma si dia il podere del Ventospazza con tutte le pertinenze; et alla nostra benedetta chiesa si diano le vitellette nate delle miei vacche; et a Rustico nostro lavoratore lasso la mia bella gonnella; et a Rughia della villa di Buonamisura li lasso quel podere che del terreno di mia madre uscìo, u’ si dice Trallemieicosce, si veramente mentre ch’io vivo lo lavori senza mancare, e quando serò passata di questa vita ne faccia quello che vuole. E perché tu, Orsuccio, m’hai preditto che io morir debbo, non vo’ che tu abbi de’ miei fatti altro che quel podere che si chiama il Gombo di frate Gabbo e quella vigna che si chiama la Tigna della Piacciuola. Altra cosa non vo’ che abbi poi che sì giovana m’hai preditto che morir debbo». Erano questi ii poderi, oltra le triste cose che Toccora avea, le più triste.

Narrato quello che vuole che il suo testamento dica, dicendo a Orsuccio che prestamente <per> lo prete e per lo notaio vada, Orsuccio, che udito hae quello che la sua Toccora dicea, li disse: «Toccora, e’ non è di bisogno che tu tal testamento facci, però che niente ho veduto, e quello t’ho ditto ti dicea per vedere quello che tu mi dicci». Toccora con vezzi dice: «Tu lo dèi pur aver veduto quel giovano che m’era a dosso; io ti prego, odore del mio sedere, che tu mel dichi, però che io non vorrei morire senza penetenza». Lo marito giura non averlo mai veduto; la donna lel fa più volte giurare; Orsuccio giura. Toccora dice: «Poi che tu mi dici il vero io voglio star contenta a quello dici senza far testamento, e vo’ che ogni possessione sia tua, salvo che per rimedio de l’anima di mia madre, Rughia possegga la possesione mia Trallecosce fine che io viva sarò, o lui; e poi ritorni a te, odorifero marito». Orsuccio dice: «Io sono molto contento».

E con allegrezza Orsuccio ne rimenò Toccora a casa, dove poi Rughia possedéo tal podere senza sospetto a suo piacer’e Toccora si confortava lassando la fatica del lavorare al marito, lei dandosi buon tempo.

Ex.» ci.

CII

Di buon’ora la brigata giunse a Sinigaglio, dove si steo agiatamente, dandosi piacere di suoni; e’ cantatori dissero una canzona in questo modo:

«Da, da a chi avanza pur per sé:

se ’l tempo se li volge a scherzi d’orsa,

e’ non si trova amico fuor di borsa.

Tu, tu, o tu c’hai stato, ascolta me:

quelli ha il destro a fare a sé amico

c’ha ’l piè innell’acqua e ’l becco nel panico;

pensa, pensa che tardi si rincocca

chi scende in risalire: zara a chi tocca».

 

E ditta, andarono a dormire.

La mattina seguente lo preposto comandò a l’altore che una novella dica fine che giunti saranno a Fano. L’altore presto a ubidire, voltosi alla brigata disse: «A voi, mattacce che a’ vostri figliuoli insegnate cattività, e massimamente a quelle che alle fanciulle cattività di parole e di fatti l’amaestrate, ad exemplo dirò una novella in questo modo:

DE MALA CORRECTIONE

Innel contado di Parma, in una villa chiamata Boera,

dove si menano le bestie a pascere.

Nel contado di Parma, in una villa chiamata Boera dove molte bestie grosse si menano a pascere, era uno garzone d’età di anni xvi nomato Passarino, il quale avendo madre senza padre, però che morto era — la qual madre era chiamata Cadonna — avendo molte vacche con le quali la lor vita manteneano, guardandole in torma co l’altre il ditto Passarino; e simile innella ditta villa era una donna vedova nomata Narda, la quale solamente una figliuola bellisima avea chiamata Belloccora d’età d’anni xv, le quali eziandio di bestiame la lor vita cavavano, guardandole in torma Belloccora colli altri che a guardarle menasse.

Essendo moltissimi mesi stati insieme a guardare vacche Passarino con Belloccora, un giorno infra gli altri Narda, madre di Belloccora, dice alla figliuola che se Passarino li volesse montare a dosso, non lo lassi montare: «Ma dimandali che ti dia ii o iii caci»; et anco poi non consenta. Belloccora, ch’era pura, non sapendo che si volesse ancora dire montare a dosso, disse a la Narda sua madre: «Or che vuol dire questo montare a dosso?» Narda disse: «Et io te lo ’nsegnerò». E postasi Narda in terra riverta et i panni alzandosi, le gambe aprendo disse: «A questo modo ti converrà stare et elli ti saglierà a dosso». La fanciulla disse: «Cotesto saprei io avale ben fare». La madre li dice: «Guarda che tal cosa non facessi, però che io te ne pagherei; ma se Passarino ti dicesse di volerlo fare, fatti dare li caci e poi non consentire». La fanciulla, che tutto ha inteso, li pare mille anni che sia l’ora d’andare a mettere le vacche <in pastura>.

E stato alquanto, Passarino giunge e dice: «Belloccora, metti fuor le buoi». Belloccora presta li buoi manda fuori et alla pastura con Passarino se ne va. Passarino che senza alcun pensiero si sta, Belloccora li comincia a dire: «O Passarino, se mi vorrai montare a dosso, tu mi darai tre caci». E questo ditt’ha Belloccora cantando: «Deh, Passarino, se mi vorrai montare a dosso, mi darai tre caci». Odendo cantare Passarino questa canzonetta a Belloccora, incominciò a lei rispondere in canto: «Or che modo si mont’a dosso, or che modo si mont’a dosso?» Belloccora quello udito rispondere cantando, gittatasi riverta e scopertasi, aperte le cosce disse: «A questo modo starò io, e tu starai di sopra come mamma m’ha insegnato». E simile queste parole dicea cantando. Passarino, che era innel tempo che la natura da se medesma cognoscea quello che Belloccora volea dire, gittatosi Passarino senza brachi (che ancora portate non avea) giuso per volerli montare a dosso, Belloccora disse: «Aregami prima iii caci». Passarino, che già l’amore lo comincia a pungere, disse: «Io andrò per essi». E mossesi et andò a casa e senza che la madre il sapesse iii caci a Belloccora portò et a lei li diede. Belloccora quelli prese, dando indugio a Passarino. La sera li caci ne portò alla madre.

Narda, che vede che Belloccora ha regati iii caci, la dimanda se Passarino a dosso li era montato. Ella disse di no: «Perch’io non volsi, come voi m’insegnaste». La madre dice: «Benedetta figliuola, or così sia sempre». Passarino, che già avea il cuore a Belloccora, tornatosi a casa stava pensoso per Belloccora. Belloccora, che già il carnale apetito l’avea mossa et anco il conforto della madre e per beffare Passarino, spettava l’ora di andare a mettere li buoi in pastura.

Sopravenne che essendo mal tempo, come d’usanza aveano di mettersi Passarino e Belloccora uno sacco per uno in capo acciò che dall’acqua li campasse, così la mattina con ragione fenno. E solicitando Passarino, l’andò a chiamare: «Passarino col sacco in capo, mette fuor li buoi». Passarino subito mandato li buoi al pasco, n’andarono dove Passarino disse a Belloccora che si lassasse montare a dosso. Belloccora, doppo molto dire che Passarino fatto avea, disse: «Io sono contenta, ma prima voglio che tu mi baci il culo». Passarino, che l’amore li avea già acresciuto il senno, disse ch’era contento: e sempre piovendo, tenendo Passarino e Belloccora il sacco in capo, alzandosi Belloccora li panni dirieto dice a Passarino il culo le baci. Passarino s’inginocchia e il culo li baciò, dicendo: «Omai mi ti lassa montare a dosso». Belloccora disse: «Non farai, che mamma m’ha ditto che io non mi ti lassi montare a dosso». Passarino scornato non può altro.

Belloccora ritornata alla madre, la madre domandandola quello che il dì fatto aveano, ella rispuose che Passarino li avea basciato il culo: «E poi io non volsi che a dosso montasse». La madre dice: «Benedetta figliuola, or così fa sempre». Belloccora, che vede che la madre l’ha lodata, mettendo in canzone la persona di Passarino, quando fu tempo andò a chiamare Passarino dicendo in canto: «Baciaculo e Sacco-in-capo, mette fuor li buoi». Passarino, che intende, li buoi mandò al pasco; volendo montare a dosso a Belloccora, ogni dì più volte il culo li basciava né mai alcuna cosa da lei aver potéo. <Belloccora> narrando a Narda sua madre ogni cosa et ella confortandola che tal maniera tegna, e di continuo Belloccora chiamando Passarino, sempre li dicea: «Baciaculo e Sacco-in-capo, mette fuor li buoi».

Cadonna, che più volte ha udito chiamare il figliuolo a Belloccora, parendoneli male ebbe Passarino: domandandolo di tutto, li dice tutto ciò che Belloccora li avea fatto, e come Narda li avea insegnato. Cadonna, che ha veduto lo strazio che al figliuolo era stato fatto, diliberando di vendicarsi di tal fatto, prese una bella borsa et a Passarino la diede dicendoli: «Mostra questa borsa a Belloccola, e prima li dì che tu vuoi mettere il tuo pincoro innel suo conno e poi li darai la borsa; e quando ciò arai fatto, non li dare la borsa, e torna a me et io t’insegnerò quello arai a dire altro».

Passarino lieto colla borsa se n’andò al pasco, mostrandola a Belloccora. Belloccora lo prega le la dia. Passarino dice: «Lassami mettere lo pinco innel conno tuo et io te la darò». Belloccora desiderosa della borsa, fu contenta e lassòsi ferrare; e piacendo a l’uno et a l’altro, più volte prima che sera fusse fenno il mestieri. Chiedendo Belloccora la borsa, Passarino senza darlila se n’andò a casa et a la madre racontò tutto. La madre disse: «Oh, se ogimai Belloccora ti dirà più quello che t’ha ditto, tu dì a lei: — Pinco-in-conno e Sacco-in-capo, mette fuor li tuoi —». E posto che Belloccora non avesse avuto la borsa, nientedimeno per lo piacere avuto disiderava al pasco tornare.

E levatasi, andò a casa di Passarino cantando e dicendo: «Basciaculo e Sacco-in-capo, mette fuor i buoi». Passarino cantando rispuose: «Pinco-in-conno e Sacco-in-capo, mette fuor li tuoi». La madre di Belloccora, che ode tal suono, pensò la sera domandare del fatto. Et andati al bosco, Belloccora solicitando Passarino che il pinco innel conno mettesse, Passarino presto a ubidirla, né più d’altro tra loro si ragionava.

Narda la sera, tornata Belloccora, dice quello che dir volea Passarino quando dicea Pinco-in-conno e Sacco-in-capo, mette fuor li uoi. Belloccora tutto narrò fine a quel punto. Narda, che vede la figliuola aver meglio imparato che non l’avea insegnato, ordinò che Passarino fusse suo marito.

E vedute le parti, senza cantare si denno poi buon tempo.

Ex°. cii.

CIII

L>o preposto e la brigata giunseno a Fano senza alcuno disagio, là u’ la sera stenno con piacere fine a l’altra mattina che ’l preposto a l’altore comandò che una novella dica fine che giunti seranno a Pesale, ma prima dica (una) canzone. Il quale ubidendo disse:

«Le dilizie qua giù a voi mondani

tendon molti lacciuoli

ai qual’ i peccatori rimagnon presi.

Tu vedi giù scender se tu sali;

se scendi, a che ti duoli?

E ognuno a questa legge atener dési:

che monta aver anni più che mesi

poi che rimagnon co’ corpi morti?

Al povor, canzon, fà che si conforti».

E ditta, disse: «A voi, omini ricchi che l’avarizia vi tiene stretti intanto che quello che di necessità tener dovete, per tal vizio fugite per la spesa non tenere, ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE AVARITIA MAGNA

Di maestro Pace medico in Pisa, avarissimo.

A>l tempo che la guerra era tra Firenza e Pisa, fu innella città di Pisa uno medico fisico nomato maestro Pace, di Barbaricina nato, per natura tanto avaro che spessisime volte non mangiava per non ispendere; e simile la donna sua e l’altra famiglia avea sì amaestrata in avarizia che quasi come lui erano avari diventati.

E infra l’altre avarizie che il ditto maestro Pace facea, si era che non tenea fante neuno. E più volte essendo da’ suoi amici ripreso della avarizia che in lui regnava, e massimamente di non tenere — uno suo pari — uno o du’ cavalli con uno fante almeno, lui rispondendo che non potrè’ cavallo tenere che più di fiorini xxx l’anno non gostasse, e il fante, senza le spese, di salario almeno fiorini xv converè’ pagare, sì che più di c fiorini ogn’anno spender li converrè’; dicendo che cavallo non bisognava, però che quando bisogno fusse che ad altri convenisse fuori di Pisa andare, che tale per bisogno il cavallo e ’l fante li presterè’, e per Pisa pogo si curava di cavalli né di fante però che sempre il garzone dello speziale non li verrè’ meno: «E meglio è che io mi guadagni l’anno quello che i cavalli e ’l fante consumassero, che tristamente spender li fiorini e l’anno, per serbarli a chi bisogno n’arà». Li amici, che odeno quello che maestro Pace dice, cognoveno di vero che l’avarizia lo movea a tenere tali modi: diliberonno più di tali cose non ragionarne, lassandoli fare denari a suo modo. E tanto creve il guadagno del ditto maestro Pace che più migliaia di fiorini guadagnati ebbe. E crescendoli i denari li crescea l’avarizia, intanto che per tutto Toscana era sparto la novella che maestro Pace era ricco a fondo et era avaro più che Mida, che del suo vedere sì potea ma non toccare.

E dimorando per questo modo, certi omini atti a rubare, del contado di Raganato, soldati del comune di Firenza, avendo sentito quanto maestro Pace da Pisa era ricco et avaro, diliberonno con un bel modo gran parte della sua robba avere. E dato tra loro ordine del modo, come mercadanti si vestiron e per la via di Siena a Pisa cavalcaron onorevilmente vestiti (come) omini d’un medesmo luogo nati. E giunti in Pisa et allogiati all’abergo del Cappello a l’Aia, quine u’ a l’oste disseno che li facesse star bene ad agio, dando suono d’esser mercadanti di molte mercantie, l’oste, che onorevili e con buoni cavalli li ha veduti, e per lo buono pagamento, li facea ben godere.

E dimorati alquanti dìe, l’uno di loro somigliante di magrezza a maestro Pace, maliziosamente si fece infermo. Li compagni disseno all’oste che di un buon medico arenno bisogno per la malatia del lor compagno. L’oste disse maestro Pace esser buono. Coloro, che altro non curavano, dissero all’oste che con loro andasse tanto che sapessero il camino. L’oste li condusse a casa et a bottega di maestro Pace, dove trovandolo, al compagno lo menorono mostrandosi molto malato. Maestro Pace tastandoli il polso dicea: «Pogo male mi pare che abbi». Lo ’nfermo dicea: «Per certo, maestro, se voi di tal malatia quale io hoe non mi guarite, non so chi guarir mi debbia né possa». Li compagni diceno: «Deh, maestro Pace, studiate bene in Galieno et in Avicenna, in Mesué e in Ipocras; non si dimentichi che è innelli altri libri, sì che il nostro compagno per voi sia guarito. Et acciò che inne’ ditti libri possiate studiare, tenete al presente questi x fiorini acciò che tosto ce ne facciate lieti». Maestro Pace, che vede fiorini x, ralegrato disse: «Per certo io diceva male da prima, però che a me pare avale abbi quel male che dici»; dicendo: «Io ordinerò di buone cose sì che colla grazia di Dio tosto ve l’arò dato guarito».

E partitosi, alla bottega se n’andò ordinando di molti confetti. Li compagni tutto pagando, dicendo a maestro Pace che spesso solliciti di visitare lo infermo, lo medico così fa. Et era tanto assegurato maestro Pace ad andarvi a ogni ora, per li fiorini che ogni dì toccava, che più di xxv fiorini avea auti forsi in 8 dì e lo speziale più di x e l’ostieri più di xx, che costoro non arenno saputo chieder cosa che non l’avesseno avuta.

Vedendo un giorno li compagnoni che un bel tempo s’era messo, dissero al maestro Pace che a loro parea che ’l malato si potesse omai contentare et in cataletto portarlo potere. E lo medico dice: «E’ così pare anco a me». Di che ellino diceno all’abergatore che faccia conto di ciò che avuto aveano. E pagato lui e ’l medico e lo speziale, mettendo in ordine uno cataletto per lo dì seguente, pregando il medico che li piaccia prima venirlo a vedere per dare ordine della vita ordinando alcuno confetto ristolatorio, e così si seguìo.

Messo in asetto ogni cosa e venuto lo dìe seguente, li compagnoni fatti sellare li cavalli et una bara legata in su du’ cavalli per modo forte, con uno matrassino e piumacci aconcio che dentro vi si possa agiato stare, con una coverta di sopra — salvo un pogo donde la testa era senza copertura —; e come tutto fu in asetto, uno di loro andò per maestro Pace dicendoli che vegna a vedere lo ’nfermo. Lo maestro, che non avea fante neuno, con quello compagnone a l’abergo se n’andòe. E come li altri viddeno venire il medico, disseno all’oste che con l’uno di loro andasse allo speziale per confetti, avendo informato colui che con lui andò che tanto lo tenesse a bada che loro avessino fornito la loro faccenda. E così l’oste allo speziale se n’andò con uno compagnone.

Maestro Pace guidato innella camera dove persona non era se non di quelli compagnoni, e giunto che quine fu, subito cacciandoli la mano alla gola l’abavagliarono, con legarli le mani e’ piedi. E involto in uno piliccione e in uno lenzuolo in iscambio di colui che ’nfermo s’era fatto, e giù per la scala lo portonno, innella bara lo missero. E coperto molto bene che neuno vedere lo potesse, montati a cavallo, intanto l’oste con quello compagnone venuti dallo speziale co’ confetti, prendendo cumiato dalla famiglia dell’oste, pregando l’oste che con loro andasse fine alla porta acciò che la via insegni loro, l’oste disse: «Volentieri». E mossi dall’abergo, verso Porta San Marco se n’andarono; e come alla porta funno giunti, l’oste disse a’ guardiani che quello era uno malato, e passò via. Et uno di quelli compagnoni, mettendosi mano alla scarsella, ne trasse ii fiorini dicendo: «Uno di questi fiorini sia tuo per uno paio di calze, e l’altro darai a maestro Pace che se ne compri un altro paio». E racomandati a Dio, caminoro verso Marti.

E quando funno presso a Casteldelbosco, dove si teneano securi avendo quasi passato il terreno di Pisa, dislegaro il maestro Pace et in su uno cavallo lo misero senza levarli <’l> bavaglioro e condusenlo indel Valdarno, là u’ quine lo dislegarono; e faccendoli onore assai acciò che denari facesse assai venire, lo teneano a buona guarda.

L’oste, ch’è ritornato dentro in Pisa, andato a richiedere maestro Pace per darli quello fiorino, lassando allo speziale l’ambasciata che se tornasse li avea dare uno fiorino, e così tutto ’l dì passò.

Venuta la notte, maestro Pace non tornando a casa, la sua famiglia stimando fusse alla bottega, lo speziale che molti che aveano il maestro richiesto mandava a casa per sapere quello che di maestro Pace fusse, e’ non trovandosi, n’andaron all’abergo, dove l’oste <disse> che quine non era stato se non quando lo ’nfermo si partìo. E non potendosene sapere nulla, la notte ne stenno in grande pensiero.

Maestro Pace, che si vede esser mal condotto, prega quelli che preso l’hanno che la persona li salvino e che de’ denari darà loro tanti che riccamente potranno ad agio stare, dicendo: «Io per avarizia non ho voluto tener fante, et io come fante sono stato trappato». Li compagnoni, che sapeano che maestro Pace potrà agiatamente pagare fiorini v mila, dissero: «Noi siamo vi e però vogliamo subito per ciascuno fiorini m». Lo maestro, che avea desiderio d’uscire loro delle mani per ritornare a Pisa, <dicendo> ch’era contento, e fatto una léttora che in Firenze tali denari fusseno pagati e mandata a Pisa alla famiglia e a’ parenti suoi, prestamente li denari pagati funno.

E maestro Pace tornato a Pisa, per la novella contata dispuose poi di volere di continuo tener ii famigli acciò che seco in ogni lato andassero, per non poter più a forza esser ritenuto. E così doppo il perdimento dell’asino la stalla chiuse.

Ex.° ciii.

CIIII

Riposati la sera a Pesale fine alla mattina che il proposto comandò che l’altore una novella dica alla brigata fine a Fossambruno e prima dica una canzone, al quale lui disse: «Volentieri»; e voltatosi alla brigata disse:

«Canzon, perch’io m’avegio dello ’nganno

ch’i’ ricevo da costei,

all’altre donne va senza restare

con dir ciò loro, e forsi ti diranno

per l’errore di me io

al dover me faranno su tornare;

che inganno innell’amor non si dé usare,

ma dé l’altro voler quel che vuol l’uno

poi che du’ corpi den du’ cuor far uno».

E volendo più ubidir disse: «A voi, omini savi a ricoprire la vostra vergogna, et a voi che a gran pericoli per amore vi mettete, ad exemplo dirò una novella la quale incomincia in questo modo, cioè:

DE INGANNO IN AMORE

Innel tempo di Grimaldo giudici di Arborea,

e di monna Mante donna del signore di Castri.

Al tempo di Grimaldo giudici di Arborea fu una donna vedova nomata madonna Mante, donna già stata del signore di Castri; la quale donna per la sua bellezza e senno entrò d’amore innell’animo del ditto Grimaldo giudici d’Arborea, intanto che, fattala domandare per moglie, lei prese, dandosi piacere con madonna Mante alquanto tempo.

Et essendo lo ditto signore di grande stato, tenendo corte grande con cavalieri e famigli com’e’ grandi signori far sogliono, avenne quello che Dante mette, che l’amore che al cuor gentile ratto s’aprende, tale amor al cuor d’uno aconciatore di cavalli s’aprese; intanto che non guardando ta’ ragazzo sua condizione, della donna di Grimaldo s’innamorò per tal modo che altro che pensare quello che alla ditta donna fusse in piacere non era <innell’> animo suo. Et allora li parea esser beato quando la donna cavalcava il cavallo che lui conciava, andandoli a piè sempre alla staffa; e come le toccava i panni, l’amore più l’infiammava: intanto che non potendo all’amor durare, diliberò dover più tosto morire che in tale stato rimanere. E cognoscendo per léttora o imbasciata che a lei mandasse niente li sarè’ valuto, et anco se da sé li avesse il suo desiderio apalesato più tosto la speranza li sarè’ fallita, per altro modo pensò adempiere il suo desiderio.

Et una sera, senza lume nascoso in una sala, dove di quella innella camera del signore et innella camera della donna entrar si potea, si puose spettando rimedio al suo fatto. E non molto tempo dimorò della notte che Grimaldo uscìo della sua camera involto in uno mantello grande con uno candello acceso in mano e con una mazzuola; e giunto a l’uscio della camera della donna, con la bacchetta ii volte percosse l’uscio della camera. La camera da una cameriera aperta, lui entrato, prese i’ lume. Grimaldo entrato indel letto colla donna si diè piacere.

I’ ragazzo, che tutto ha veduto, dà ordine d’avere uno mantello et una candella et una mazzuola, e la notte seguente, non potendo più l’amor celare, innella preditta sala di dì si nascose. E venuta la notte, con una pietra e con acciaio che portato seco avea fece del fuoco e la candella accese. Et involto nudo innel mantello, colla mazzuola alla camera della donna di Grimaldo n’andò, e percosso ii volte, una cameriera tutta sornacchiosa la camera aperse et i’ lume di mano a’ ragazzo levò, credendo che fusse Grimaldo. Entrato innel letto mostrando alquanto curiccioso, senza parlare più volte la donna fornìo. E poi fra sé dicendo: «E’ mi potrè’ lo troppo star gostar caro»; posto che malvolentieri dal disiato diletto partir si sapea, diliberò una volta prender piacere con madonna Mante e poi partirsi. E cosìe fe’. Madonna Mante, che stima esser col marito, niente le dice, perché li pare sia alquanto pensoso. Lo ragazzo riprese il mantello e’ lume, della camera uscìo et in una gran sala sopra la stalla colli altri ragazzi a dormire se n’andò.

Grimaldo, stato alquanto, uscìo fuor della sua camera et a quella di madonna Mante se n’andò, e picchiando li fu aperto. Et entrato innel letto, monna Mante disse: «Deh, messer, che avete in pensiero stanotte di fare, che poga ora è che qui veniste et oltra l’usato m’avete contenta? E pertanto vi prego che non vogliate tanto seguire la volontà che della persona vi guastiate, che vi dé vastare stanotte aver auto meco a fare vi volte, che non so quando vi divenisse, et io perché vi vedea malanconoso, senza parlare vi lassai fare tutto ciò che voleste; e però vi prego che per stanotte più far non vogliate». Grimaldo, che ode quello che la donna sua dice, stimò che altri in modo che lui venir dovea <venuto fusse>: per non vergognar sé né la donna, disse: «Tu dici bene, et io così vo’ fare».

E partitosi così, stimò della famiglia esser colui che tal cosa fatto avea; e pensò fra sé dicendo: «Quello tal cosa fatto arà non li serà ancora la paura uscita del petto». Et e’ subito se n’andò innella ditta sala dove molte letta erano, dove i ragazzi e li altri dormiano. E cominciando a cercare a uno a uno e non trovando quello che trovar volea, venne a quel ragazzo. <I’ ragazzo>, il quale più volte avea deliberato fra sé molti pensieri, vedendo che ’l signore non avea arme, ultimamente deliberò far vista di dormire. Grimaldo, come la mano li misse al petto, trovò che ’l cuore li battea che parea volesse uscire del corpo. E subito fra sé disse: «Io ho trovato colui che io volea». E per non fare romore e per non vergognarsi, stimò per nuovo modo farlo morire. E subito preso dell’ongosto che in uno calamaio quine era, et in sul collo sopra a’ panni tinse, dicendo: «Domattina cognoscerò colui che Mante s’ha goduto in mio scambio». E partìsi.

Lo ragazzo, che ha sentito e veduto quello che Grimaldo avea fatto, pensò al suo scampo: che levatosi e preso l’ongosto, tutti li altri ragazzi e famigli in quel medesmo luogo segnò.

La mattina, Grimaldo, prima che le porti del palagio siano aperte, fe’ davanti a sé venire tutta la famiglia; e raguardando per quello che segnato avea, vedendoli tutti segnati, disse fra sé: «Colui che in mio luogo con monna Mante si trovò, ha trovato savio modo che io non possa saper chi è». E cognoscendo che vergogna grande li era voler sapere chi stato fusse, et anco che simile vendetta non salvava lo suo onore — et anco stimò monna Mante non esser stata consenziente, e che sempre ella avea stimato e stimava con Grimaldo esser stata, <e> disse: «Se altro sentire volesse, le potrè’ dimostrare <più amore> per l’avenire, e serè’ contenta» —, diliberò tacere. E disse: «Chi l’ha fatto di voi nol faccia più».

Li ragazzi, che niente sanno, diceano fra loro: «Or che vorrà dire lo signore?». Colui che fatto l’avea tenne segreto, né mai si trovò che la fortuna l’avesse a sì fatto punto messo come fatto l’avea.

30 Ex.° ciiii.

CV

C>ome la brigata fu giunta a Fossambruno quine u’ trovonno bene aparecchiato, e con piacere cenaron e fine a l’altro giorno posaronsi. Dove levandosi, il proposto a l’altore comandò che una novella conti fine che ad Agobbio siano giunti, ma prima dica qualche moraltà. Lui presto disse:

«Invidia porto a ciascun mio migliore,

però dentro e di fuore io ardo tutta

premendo il core guerra magra e brutta».

E dapoi l’altore rivoltósi e disse: «A voi, giovani et omini volontarosi di giocare, et a voi, officiali eletti al governo di terre, che per leggi scritte volete che del giuoco s’astegna, ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE INVIDIA

Di Bioccolo Boccadivacca cavalieri: per mala signoria

se n’andò indelle terre di messer Mastino.

N>ella nostra città di Lucca, al tempo che messer Marco Visconte di Milano la lassò in pegno a’ tedeschi, molti cittadini lucchesi per male stato di Lucca si partirono; infra’ quali fu un messer Bioccolo di Boccadivacca cavalieri, il quale si condusse innelle terre di messer Mastin della Scala signore di Verona, e quine prendendo una casa per poter la sua vita senza molta spesa passare.

E stato alquanto tempo il ditto messer Bioccolo in Verona, fu per alcuno cognoscente di ditto messer Bioccolo parlato a messer Mastino dicendoli che bene era che di grazia al ditto messer Bioccolo una podestaria li desse in qualche terra a lui sottoposta. Messer Mastino, per le preghiere dello amico mosso, in uno suo castello nomato Marciano li diè officio nomandovelo podestà con certo salario. Messer Bioccolo, che di ciò avea bisogno, allegramente acettò promettendo fare buono officio.

Et andato all’officio, pensò come lucchese che il giuoco de’ dadi innella terra né di fuori per neuno si faccia. E mandatone il bando con gran pena che giocare a’ dadi non si debbia, faccendo cercare spesso, divenne che alquanti gentili omini e altri, che usi erano di tal giuoco, lamentandosi che sì strettamente li avea riduti e niente valea, messer Bioccolo non volendo lor consentire che tal giuoco facesseno, diliberonno a taule giucare. E non essendone mandato bando, cominciarono a giucare.

Lo podestà, ciò sentendo, fece mettere bando che neuno giuoco di taule si possa fare. Li gentilotti et altri che di giuoco si dilettavano, dolendosi di sì fatti comandamenti e pogo valendo, si ridusseno a giucare a scacchi, a dadi et allo smiglieri a dadi: e quine si davano piacere con giocare e poga e gran somma. Messer Bioccolo, che i giuochi di prima avea fatti vietar’e più, perché lui non era omo da neuno piacere volea che altri come lui fusse di sollazzo netto, sentendo che al giuoco delli scacchi e de’ smilieri ora la gente si trastulava, pensò tal diletto via levare. E rimandato bando che a neuno giuoco dove dadi s’adoperasseno giocare non si potesse, li gentilotti, mormorando di tanti comandamenti, tra loro diceano: «Lo podestà dé essere di quelli di santa Lucchisenna, che non volendo né sapendosi pigliar piacere non vorrè’ che altri se ne prendesse». Et avendo tanti comandamenti a dosso, diliberonno darsi piacere a scacchi et a smiglieri senza dadi, dicendo tra loro: «Omai messer Bioccolo ci lasserà stare». E tal giuoco giocavano d’assai e di pogo.

La maladetta invidia del podestà, non potendo patire che altri si desse piacere, fe’ divieto che né a scacchi né a smiglieri giocar non si possa. Li gentilotti con mormoramento diceano al podestà: «Perché ci volete tener sì stretti che alcuno piacere prendere possiamo? Or come, sono li omini di Lucca della vostra condizione, che non potendosi dare alcuno piacere non vogliano che altri se ne dia?» Lo podestà disse: «Sì, e però non vo’ che a tali giuochi di che ho mandato il bando si giuochi». Li gentilotti, udendo sì tristamente parlare il podestà della sua terra, l’ebbero spacciato per una zucca vota, diliberando nondimeno osservare li suoi bandi ma per altro modo prender piacere. E comincionno a giucare alle nocciore, e poi alla piastrella et alla palla et a cotali giuochi d’ossa e di trottole come li fanciulli fare sogliono, con mettere denari assai e poghi secondo che di loro piacere era.

Lo podestà, che crepa d’invidia che vede che altri si prende piacere ora a un modo ora a un altro, deliberò tali giuochi divietare: e mandando il bando che i giuochi nuovamente cominciati far non si possano, li gentilotti disseno: «Ormai ci converrà filare come le femine, poi che tutti i diletti che li omini pigliar sogliono questo nostro montone maremmano di podestà ora ci ha dilevati».

E non potendo più darsi piacere, uno gentiluomo allegro disse a li altri: «Poi che tutti i giuochi che fatti abbiamo ci sono tolti, et io ve ne vo’ dare uno che ’l podestà tollere non ci potrà»; dicendo: «Chi ha voglia di giucare vegna fuori meco e quine vi mosterò il modo che giocar potrete senza pena; e tal giuoco molti giocar potrano». Udito li altri quello che quel gentile uomo avea ditto, di furia più di c si mossero e dirieto a tale n’andaro. E come funno fuori andati, a una meta di paglia s’acostarono, dicendo: «Ognuno che giucar vuole metta quello li piace che egualmente si metta». Di che acordati più di loro a metter iiii grossi per uno, lo gentile uomo disse: «Qualunca trae magior paglia di quella meta con ii dita, guadagni tutti questi denari». Acordati, cominciarono, e quello che magiore paglia traeva, vincea. Piacendo a tutti il giuoco, si divisero, e per tutta quella contrada eran moltissimi che a tal giuoco giocavano.

Lo podestà, che hae veduto andare molte persone in fretta di fuori, pensò che tali fusseno iti per prendere piacere, poi che giocare non poteano. Con intenzione tale piacer levare lor via, e comandato ad alquanti suoi famigli che a vedere andassero, li famigli giunti dove i gentilotti erano a giocare alla paglia, vedendo molte brigate e non potendo loro niente dire, tornoro al podestà narrando il piacere che quelli si davano e il bel giuoco. Il podestà ciò udendo, non potendo più sostenere, fe’ comandamento che a neun modo giocar si possa, che colle mani e co’ piedi neuna cosa che a giuoco apartegna toccar si possa. Li gentilotti, che tutto hanno perduto, disseno: «Omai ci sotteriamo vivi poi che tutto c’è stato dilevato nostro diletto».

E stato per tal modo, un gentiluomo voluntaroso di piacere io disse: «Noi possiamo giocare senza pena e non toccheremo niente: il modo si è questo, che tu dichi: — Primo mio a un fiorino —; e l’altro dica: — Io son contento —; et andiamo per la via. E ’l primo che noi troviamo dimandisi del nome se cognoscer non si può per noi, e tal nome sia di tali che ha ditto " primo mio "; e poi il secondo che si trova, sia tal nome del secondo; et allora, chi li pare aver miglior nome inviti a rinviti: e qual prima sia <venuto quello vincerà>». Subito andando per la terra giocavano con tanto piacere che parea che tutta l’allegrezza fusse in loro quando scontravano li nomi e dell’uno e dell’altro.

Messer Bioccolo, che sente ora in una contrada ridere ora innell’altra, volse sapere il perché: come di mal sangue pensò quel diletto dilevare e divetare. <Vedendo> che tutto il piacere era tolto per invidia, dispuoseno que’ gentilotti andare a messer Mastino, che a ciò prendesse riparo.

E giunti dinanti da lui, dispuoseno quello che messer Bioccolo avea fatto innell’officio a lui dato. Cognoscendo che per invidia del bene che ad altri vedea tali leggi fatte avea, messer Mastino come savio cognove il podestà esser da pogo: lo dilevò dell’officio né mai da lui officio potéo avere; et a que’ gentilotti diè licenzia che piacere si prendesseno non faccendo ad altri oltragio, sempre adoperando innel giuoco discrezione.

E ritornati si denno buon tempo, e messer Bioccolo colla invidia si steo e con quella tristamente morìo.

Ex.° cv.

CVI

I>l proposto e la brigata giunseno a Gobbio, dove si denno piacere fine alla mattina che levati furono, dove il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine <che> giunti seranno in Orbino. Lui, ch’è atto a ubidire, disse: «A voi, giovani pogo pratichi del mondo, li quali per lo pogo senno portate grandi pericoli, ad exemplo dirò una novella fine che giunti saremo a Urbino». Incominciando in questo modo:

DE LONGO INGANNO

Al tempo di messer Johanni dell’Agnello signore di Pisa

si funno ii anconetani arcatori.

N>el tempo che messer Johanni dell’Agnello fu signore di Pisa, du’ marchiani nati della terra d’Ancona (li nomi non metto perché spesse volte si fanno chiamare a uno modo e poi a un altro, ma ben dico l’uno esser giovano, l’altro di lxx anni vecchio) si mossero d’Ancona per ingannare e rubare, et innelle parti di Toscana preseno loro camino; e prima che giunseno in quello di Firenza più e più persone con loro malizia ingannonno. Avenne che, essendo ellino in Firenza dove compronno alcuna mercantia fra le quali fu una bella scarsella et una cintora di cuoio, con tali di Firenza si partirono venendo verso Pistoia.

Era, in quel giorno che i preditti giunsero in Pistoia, venuto uno giovano pistorese abitante in Pisa con Simone Benedetti speziale, nomato Lemmo, il quale da Pisa s’era mosso e, caminato verso Saminiato et a Firenza et a Prato, è venuto a Pistoia per ricogliere denari per lo suo maestro. E perché era assai simplici, essendo a una bottega di speziale dove quelli du’ marchiani erano, il preditto Lemmo cavando fuora li denari ricolti innomerandoli, per quelli du’ funno veduti. Et investicato della via che ’l ditto Lemmo far dovea, seppeno la sua via esser verso Lucca; di che il preditto vecchio e ’l giovano marchiano di Pistoia uscirono, dando loro ordine come innella novella sentirete.

Il giovano marchiano si partìo e caminò verso Seravalle, che altre volte per simile mestieri v’era stato, e quel vecchio si fermò a l’oste di fuori di Pistoia aspettando Lemmo con una canna in mano. E non molto tempo dimorò che Lemmo da Pistoia a piè uscìo. E venuto presso a l’oste dove trovò quel vecchio dicendoli dove fusse il suo camino, Lemmo, ch’è giovano di tutte cose, disse: «Verso Lucca»; a cui il vecchio disse: «Io hoe a venire verso Lucca e non potrei aver migliore compagnia che la tua, però che tu mi pari persona da bene e teco non potrò male arivare». Lemmo, che li pare aver trovato buona ventura, allegramente disse: «A me piace la vostra compagnia, che potremo andare a nostro bell’agio».

E fattosi dare bere a la taverna, caminarono verso Seravalle, andando questo vecchio di parola in parola scalzandolo del mestieri che facea e come era amato dal suo maestro. E tante buone cose l’insegnava, che Lemmo tutto s’apicò a dirli i modi la via i denari ricolti avea e come a dosso li portava verso Pisa, ma che prima li convenìa esser a Lucca dove ricevere’ molti denari. Lo vecchio dice: «Io t’acompagnerò fine a Pisa, poi che a Lucca rimaner non dèi». E con queste e simili parole funno giunti al mezzo il poggio di Serravalle, dove per una via che atraversava a quelle vigne e terre, lo giovano marchiano di sopra ditto venia mormorando e biasimando, tanto che giunto fu dove era Lemmo e quello vecchio.

E vedendolo, quel vecchio: «Deh, giovano, che vai così lamentandoti? Sarè’ti stato fatto alcuno oltragio? Dìcelo che noi ci guarderemo». Lo giovano marchiano dice: «Uno villano lavoratore mi domandava se io questa cintra e scarsella volesse vendere, et io dicendoli di sìe m’ha proferto ii grossi, che mi gostò xiiii in Firenze; e per questo mi sono tanto corucciato». Lo vecchio dice: «Tu fai male; come, non è licito altrui proferire quello vuole? Già non te l’ha elli tolta». Lo giovano disse: «Io non me ne posso dar pace, a dire che quel villano me n’abia proferto du’ grossi». Lo vecchio dice: «Deh, mostramela a me; forsi, se me ne vorrai far piacere, io la compero per uno mio nipote che sta a Lucca. E piacendomi, che ne vuoi?» Lo giovano dice: «Io ne vo’ almeno xii grossi fiorentini». Il vecchio dice: «Ora non mi corruccio io che t’odo dire tanto gran pregio; ma io ti vo’ dare iiii grossi». Lo giovano dice: «Deh, vecchio marcio, non ti vergogni, che dèi sapere del mondo quanto un altro? Che pensi, che questa scarsella e questa cintra non debia gostare quello te n’ho chiesto?» Lo vecchio dice: «Chi non domanda la buona derrata non la trova; però se me la vuol dare per iiii grossi io la prenderò». Lo giovano marchiano iroso disse: «Io la giocherei innanti che io la vendessi». Lo vecchio disse: «Io non so giocare a neuno giuoco». Lo giovano dice: «E tu ti fa fare il giuoco al compagno tuo». Lo vecchio rivolto a Lemmo dice: «Sai cognoscere li punti de’ dadi?» Lemmo dice: «Sì, ma io non so giocare». Il vecchio dice: «Or vegiamo a che giuoco vorrè’ costui giocare».

E dimandato il giovano marchiano se lui avea dadi, lui disse di no. Lo vecchio, mettendosi la mano in uno carnieri, disse: «Stamane essendo a una taverna, un dado mi percosse la mano et io lo colsi et innel carnieri mel missi». E trattolo fuori: «Omai con questo dado mi dì a che modo la scarsella giocar vuoi». Lo giovano dice: «A chiedere al punto: io chieggo vi». Lo vecchio dice: «Et io anco vo’ sei». Lo giovano dice: «Io sono contento». Lo vecchio dice: «Or come può esser vi ii volte in uno dado?» Lo giovano come sciocco dicea: «Io arò vi e tu arai 3, 2, 1, che fa sei; et a questo modo potremo giocare». Lo vecchio disse: «Tu mi pari un beccarino: io non vorrei esser ingannato: dimmi un’altra volta quello che io avere debbo». Lo giovano dice: «Tu abbi 3, 2, 1, et io vo’ 6». Lo vecchio dice: «Or se viene 1 o 2 o 3 arò vinto?» Lo giovano dice: «Sì, qualunqua di quelli 3 punti viene arai vinto». Lo vecchio dice a Lemmo: «Costui mi pare una bestia, a dire che mi dia 3 punti e lui n’abia uno; che te ne pare?» Dice Lemmo: «Di vero voi avete gran vantagio di non poter mai perdere». Lo vecchio dice: «Parti che io abia a giocare quella scarsella con lui a questo modo?» Lemmo dice di sì. Lo vecchio cavò fuori iiii grossi e disse al giovano marchiano: «Io sono contento com’hai ditto».

E messo a uno grosso, dicendo: «Sei»: lo giovano gittando, gittò 3. Il vecchio disse: «I’ ho vinto». Lo giovano disse: «Tu <vinto> m’hai uno grosso». E preso il vecchio il dado, lo giovano dice: «vi a tre grossi». Lo vecchio gittò e venne asso e disse: «I’ ho vinto»; e prese la scarsella e la cintra. Il giovano trasse fuori una menata di grossi dicendo: «Poi che giocato ho la scarsella, avale giocherò de’ denari». Lo vecchio disse: «Questi iiii grossi vo’ perdere»; e dice a Lemmo: «Fammi il giuoco, che non m’inganni». Lemmo disse: «Faite pur bene».

E giocando, in poghe volte lo vecchio ebbe vinto al giovano più di c grossi fiorentini. Lo giovano trasse fuori una gran pugnata di fiorini nuovi di zecca, dicendo: «Io arò oggi il mal dì o io rivincerò la mia scarsella et i grossi perduti!» Lo vecchio disse: «Tu me <reghi> paura, io non vo’ più giocare». Lemmo dice: «Per certo voi avete gran vantagio». Il vecchio, tiratosi da parte con Lemmo, disse: «Vogliamo vincere a costui quelli denari e de li altri c facciamo a parte?» Lemmo, che li par avere gran vantagio e non sa niente dell’ordine dato tra loro, disse: «Giochiamo xx fiorini per uno».

E tratto Lemmo fiorini xx, il vecchio altretanti, giocando e mettendo uno o ii fiorini alla volta il vecchio vincea. E dipoi quel giovano, come di rabbia pieno, mettea xx e xxv fiorini al tratto. Lo vecchio gittava dicendo: «Questa posta è buona»: et avea mutato dado e gittava vi, e quello che in x poste vinto avea, du’ tanti ne perdea in una.

E per questo modo trasseno di mano a Lemmo fiorini lxxx; e più ne li arebbeno tratti se non che lui disse: «Io potrei rimaner diserto».

Lo giovano marchiano si ritorna per quella via d’onde a loro venuto era, girando il monte per trovarsi alla Pieve a Nievole. Lo vecchio con Lemmo montano la saglita, mostrando malanconoso, dicendo: «Deh, Lemmo, credi che la fortuna ci abia <mal> condutto? A dire che tutte le poste grosse mai non ne potemmo una vincere, u’ mettendovi delle piccole, per una xx di lui (vincemmo). Che per certo se noi avessimo auto a giocare più, arei sempre messo le poste comuni, e così arei fatto patto con lui». Lemmo dice: «Di vero se elli avesse gittato quando tali poste sì mettemmo, io arei stimato ci avesse messo mal dado».

E così ragionando funno a li arberghi della Pieve a Nieule, là dove il vecchio disse a Lemmo che per la sera partir non si volea. Lemmo, che ha malanconia grande, lo racomanda a Dio.

E dilungatosi alquanto li venne a Lemmo pensieri che coloro non fusseno compagni: e rivoltatosi adirieto, vidde dalla lunga il giovano che verso la tanina n’andava e vidde il vecchio che verso lui in camera li andava. Datosi la via tra’ piè quanto potéo, al Borgo a Buggiano giunse; e messe la scarsella e la cintra, dove avea il resto de’ denari, in bottega di uno speziale et a lui fattosi prestare una lancia, per ritrovare coloro che rubato l’aveano si mosse et alla Pieve a Nievole giunse. E non trovandovi quelli che rubato l’aveano, malanconoso al Borgo si ritornò, non dicendo a persona quello che intervenuto li era.

E dormito innel Borgo la notte e la mattina partendosi, vidde verso Pescia venire alquanti a cavallo: pensò volere i denari perduti <racquistare> e quelli che avanzati li erano soccelare. E messosi i denari in seno, con uno coltello la scarsella cigliatasi, gridando: «Accur’uomo!», voltorandosi tra la polvere, gridando forte; quelli da cavallo, tra’ quali era il vicario di Pescia, tratti alle grida, trovonno Lemmo in terra gridando. Domandandolo perché gridava, lui disse che du’ persone l’aveano rubato più di cl fiorini, dando i segni, dicendo: «Uno vecchio di tale fazione et uno giovano di tale sono stati quelli che rubato m’hanno; e sonsi partiti e per questa via si sono fuggiti».

La famiglia del vicario e ’l vicario in persona cercarono tutta quella cerbaia e niente trovonno. E preso Lemmo, doppo molte examinazioni confessò il modo del giuoco e perché tal grida fatte avea. E condutto a Pescia, dove il vicario li volea fare tagliare la mano, ma perché in Pescia erano alquanti amici e cognoscenti di Simone Benedetti ispeziale di Pisa, chiesero terme fine che Simone o altri venisse. E notificato a Simone la presura di Lemmo et il perché, subito per rispetto della patria et anco perché suo garzone era e perché perdere non si potea con lui <. . . . . .> quella mano si li campasse. E con lettore di ricomandigie e preghiere a bocca fate al vicario, la mano se li campò con pagare fiorini l di condannagione.

E per questo modo gittò Lemmo il manico dirieto alla scura per lo suo pogo senno.

Ex.° cvi.

CVII

Giunta la brigata con piacere a Orbino, là u’ con canti e suoni cantarono in questo modo:

«E’ non è, donna, gioco

tener chi ama con lusinghe in foco.

Non sola pasce lo ’nfiamato core

la cosa amata per mostrarsi altrui;

ma che è quel che fa vivere ? È amore ;

amar chi ama è quel voler che lui.

Mercé! i’ son colui:

amando te i’ ardo a poco a poco».

E cenato, a posar si denno fine alla mattina che levati tutti fumo, il proposto a l’altor comandando che una novella dica fine che a Caj seranno giunti. Al qual e’ disse che fatto sera; e voltatosi alla brigata disse : «A voi, omini che prendete donne gentili essendo voi di bassa mano, quello che tali donne ordinano per adempiere il loro cattivo proponimento ad exemplo dirò una novella quasi simile d’una che messer Johanni Boccacci ne scrive»; incominciando in questo modo, cioè :

DE MALITIA MULIERIS ADULTERE

Innella città di Vinegia fu bellissima donna

nomata Santina da Ca’ Baldù.

Nella città di Vinegia, più d’inganni piena che d’amore o carità, fu una bellissima donna nomata Santina, nata d’uno gentiluomo da Ca’ Baldù di ricchezza poga; la qual per non esser ricca il padre maritandola a uno mercadante fiorentino faccitore di panni, omo ricco e assai della persona apariscente nomato Ranaldo, il quale onorevilmente la menò faccendo bella festa. E stata mona Santina alquanto tempo con Ranaldo, cognoscendo sé esser nata di gentil generazione e vedendosi maritata a uno faccitore di panni, stimò tale uomo non esser degno di aver per moglie una gentile come lei, e pensò che Ranaldo con lei acostare non si dovesse se non isforzatamente, ed un altro che a le’ sodisfaccia trovar modo d’avere.

E <non> molti giorni la ditta Santina si steo che vedendo uno omo d’età d’anni xxx assai piacevole e gentile, il cui nome la ditta Santina <. . . . . . . . . . . . . . . . . .> et a lei andar li potesse venir fatto, stimò per certo non potere con onesto modo tale imbasciata mettere in efetto.

E crescendo l’amore e la rabbia a Santina di volere che il giovano amato sappia quello che desidera, dandosi a vedere dove il giovano amato usava, trovò che uno prete di San Canzano nomato prete Montone molto con lui traficava come amico. E posto giù ogni vergogna, Santina col prete Montone fe’ dire che confessare si volea. Lo prete presto si puose in chiesa a sedere, dove Santina da lui si confessò. Et auta l’asolugione, Santina disse: «Deh, santo prete, io vi prego che d’una seccaia, che a me di continuo ogni dìe viene, me la leviate da dosso, ch’è sì di necessità per salvare il mio onore che uno uomo, il quale si dimostra vostro amico, non riceva danno. E la cagione si è perché pare che altra donna non sia in Vinegia che io, a darmi tanta noia che Dio lo sa; e se non se ne rimarrà io serò costretta di dirlo al mio marito et a’ parenti». Prete Montone dice: «Donna, lassa fare a me che io li dirò tanto che di queste cose più non s’impaccerà». La donna, impietoli la mano di denari, a casa si ritornò.

Lo prete subito ebbe trovato l’amico suo a chi disse che facea gran male a dare tanta noia quanta dava a madonna Santina da Ca’ Baldù. L’amico scusandosi, lo prete dicendoli: «Tu non ti puoi scusare, che ella medesma me l’ha ditto; e se non che io l’ho temperata, et anco me l’ha promesso di non dirlo a’ fratelli et al marito, che già farè’ loro accusato; e pertanto non vi passar più». L’amico, che niente di queste cose sapea, fra sé stimò quello ch’era, dicendo al prete: «Io non vi passerò più».

E partitosi, subito per la contrada dove monna Santina stava se n’andò. Lei, che stava atenta a una finestra, vedendolo venire, con un dolce e bello sguardo lo guardò. L’amante, che di ciò acorto s’era, spesso di quine passava.

E non potendo madonna Santina sofferire lo ’ndugio, ma volere tosto l’opra ordita tessere, se n’andò al prete dicendo: «Messer, per certo quel vostro amico credo che abia il diavol a dosso, che poi che io vi parlai di lui più spesso che mai per la contrada è passato con fare assai atti disonesti. E più, che m’ha mandato una feminella con alcune imbasciate disoneste e con una borsa et una cintora, stimando che io si’ da pogo che delle borse e delle cintre non debia avere; ma grazia del mio marito io n’ho una cassetta piena, e vada a porger sì fatte cose e parole a quelle che n’hanno bisogno e che sono triste come lui. E dìcovi, sere, che quella feminetta che a me mandò, io ne la rimandai colla borsa e co la cintora con mal suo grado. E se non che <non> volsi fare più che consigliata m’avavate, io l’arei ritenuta et a’ miei fratelli et al mio marito arei fatto assapere tutto. E poi che alla fante ebbi data la borsa e la cintra, la richiamai stimando che ella non se la tenesse et avesse ditto a l’amico vostro che io avuta l’avesse; e questo feci per potervela mostrare e che a lui la rendiate: prima che io suoi cose volesse, sosterei ogni gran peso di penitenza. E so vi dire che della malanconia che mi venne, tutta notte sono stata con morti; et infra li altri mi parve vedere mia madre tanto difunta: dimandandola perché, mi disse: — Per lo dispiacere che io veggo che t’è fatto —. E però, sere, io vi prego che dichiate le xl messe di San Grigoro; e per l’anima sua tenete questi tre ducati et a quel maladetto li rendete la sua borsa e la cintra, e diteli che non tegna questi modi». Lo prete lietamente prese li ducati et alla donna disse che a lui lassase fare che aumilierè’ sì l’amico suo che mai de’ suoi fatti non s’impaccerè’.

E partitosi la donna, lo prete ebbe l’amico dicendoli: «Deh, traditore malvagio, come m’hai attenuta la ’mpromessa di non passare quine u’ monna Santina sta; e più, che vituperosamente ti se’ a una femminetta appalesato a dirli quello che hai in pensieri, a mandarli una borsa et una cintra come se fusse di quelle del brocco, cattiva la vita tua! Che se ella l’avesse a’ fratelli et al marito ditto, oggi non saresti vivo. Et innel malanno tienti questa borsa e questa cintra e di lei non t’impacciare, che sai che in Vinegia di bontà non hae la pari». L’amico, che vede la borsa e la cintra et ode le parole che ella ha ditto al prete, disse: «Io cognosco bene questa borsa e questa cintra e cognosco che io ho io fatto male: io no’ farò più». Lo prete nel prega.

E non molti giorni passaron che Ranaldo, marito di Santina, per suoi bisogni a Bologna caminò. E come fu partito, madonna Santina se n’andò al prete con lagrime assai gittando, dicendo: «Omai veggo che converrà che cosa che promessa v’abbia non atenerìa, poi che <’l> diavolo del vostro amico m’ha preso a vituperare. E perché a voi ogni cosa dir posso, vi dico che non so da chi s’abbia saputo che ’l mio marito è ito a Bologna, che stanotte essendo innella mia camera, e per lo caldo avea una finestrella assai alta lassata aperta acciò che un pogo di oraggio innella camera dess’e nuda inne’ letto mi stava pensando alla visione che fatta m’avea quando mia madre viddi; e mentre che in tal modo stava, sentì alcuno romoretto alla finestra quasi per modo che <alcuno> dentro entrar volesse; et io, temendo che ladri fusseno per lo tesoro del mio marito, senza che di niente le carni mi coprisse, ignuda de’ letto uscì e chiusi quella finestrella per la quale mi parea che tale entrar dentro volesse. E fattami secura, alla finestra con una palandra alle spalli mi puosi per voler vedere e saper chi fusse. Et essendo la luna piena, quasi come se fusse stato di mezzogiorno, cognovi quel maladetto di chi tanto mi sono doluta essere con una scala venuto et alla finestra l’avea appogiata, né miga se ne serè’ infinto d’entrar dentro se io non fusse savia stata che, senza mettermi (com’ho ditto) alcuno vestimento, riparai (che molte serenno state a vedere quello che era e arenli dato agio, e come entrato fusse dentro, con onesto modo senza vergognarmi <non> l’arei potuto da me partire: certo a me era di necessità gridare o consentire al suo volere, la qual cosa mai non arei fatto se morta ne dovesse essere stata). Ora potete comprendere come la cosa sta. E vedendolo partire colla scala, la finestra chiusi e non con quella serrata che far solea la notte passata dormii, intanto che pogo sonno mi venne. E pur, passato alquanto della notte et ogni cosa quietata, lo spirito mio fatto suo corso, mi parve vedere che la mia madre mi dicesse: — Figliuola savia, le tuoi messe che hai fatto dire m’hanno molto allegerata la pena. — E così parendomi, vi prego che non restiate di orare per lei: et acciò che meglio possiate esercitare a tali orazioni vi doe questi iiii ducati e pregovi che amaestrate l’amico vostro, ché mai per questi fatti più innanzi non vi verrò».

Lo prete lieto per li ducati e malcontento di quello che li ha ditto dell’amico suo, e licenziata <la donna>, non molto di lungi era la donna, quando l’amante giunse a prete Montone. Il quale come dinanti da lui fu, lo prete l’incomiciò a dire villania, dicendoli: «Traditore, or come hai ardimento di venirmi dinanti? A dire che abbi fatto contra tutto ciò che promesso m’hai, di non andare dov’è quella onestissima donna e più che beata; e tu come cattivo non curando né di Dio né del diaule, per seguire il tuo apetito cattivo, ora che sentito hai che Renaldo, marito di (madonna) Santina — che ben si può dire madonna la santa! — <è ito a Bologna>, una scala alla finestra della camera per dentro vituperosamente intrare appogiasti; né già non rimase da te che dentro non intrasti, se non che ella, donna savia, nuda di letto uscìo per chiudere alcuna finestrella acciò che dentro entrar non potesse; e se non che a me, come altra volta ti dissi, mi promisse di non dolersene, arè’ gridato. E tu, cattivello isvergognato, celare nol puoi, però ch’ella ti vidde per lo chiarore grande della luna, che ben m’ha ditto tutto ciò che facesti: che non potendo di celato dentro a lei entrare, la scala che portato avei in collo te la mettesti et innella malora te ne andasti. E pertanto ti dico, poi che a tuo senno far vuoi, io mi ti scuso, che a lei dirò che questa cosa non tegna più celata, e tu a me innanti non m’aparire».

L’amante, inteso il prete, fra suo cuore disse: «Questo prete ci va assai simplicemente, che io veggo quello che monna Santina vuole». E disse al prete: «Io ho fatto male e penso far sì che quella buona donna non tornerà più a voi».

E partitosi, andò a vedere quella finestra e quanto era alta. Vedendo esser assai bassa, procacciò una scala e la notte rivegnente se n’andò a quel luogo dove misse la scala. La donna, che tutto vede, disse: «Ben ha fatto il sere la mia imbasciata»: e stava a vedere. Intanto l’amante giunse in camera. La donna entrata inne’ letto dicendo: «Chi è venuto per me godere, inne’ letto entri!»; l’amante allegro inne’ letto entrò e con lei si diè sommo piacere, ordinando tale andata per modo che spessime volte si davano piacere. Né mai la donna al prete per tal cosa ritornò.

E così si stenno avendo fatto giorgio quel santo prete.

Ex.° cvii.

CVIII

L>a dilettevole novella ditta condusse la brigata a Caj, dove quine di vantagio fine alla mattina dimoronno.

E levati, il proposto comandò che l’altore dica una novella fine a Ricanati, ma prima dica una canzonetta. Al qual e’ rispuose che fatto sera. E voltatosi disse:

«Chi ’l dover fa, mal dire non curi altrui.

A voi, omini che essendo ad alcuni orfici non volete che altri senta quello faite e fuora di tale officio sempre volete che chi possiede i’ luogo a voi faccia asentire tutto, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE PRESUMPTUOSIS

Quando Pistoia vivea a comune <alcuni presuntuosi>

al fine loro tutto voleano fare, né non voleano consiglio.

N>el tempo che Pistoia vivea a comune innel quale si facea l’officio delli anziani, erano alcuni pistoresi sì presuntuosi che essendo all’officio dell’anzianatico voleano tutto fare né mai voleano consiglio da persona. E perch’erano molti quelli che tal vita teneano, non conterò i nomi però che lungo serebbe, ma dirò che s’elli avenia che diposto l’officio e montasse l’altro officio, subito i preditti, doppo l’entrata di ciascuno anzianatico, se n’andavano in palagio dicendo a li anziani nuovi: «Così si vuol fare e così si vuol dire». E tanto diceano, che tutto ciò che in quello officio far si dovea o facea, convenia che per ditto di tali li anziani facesseno. E tale vita tennero più tempo (e perché innella nostra città di Lucca sono assai di quelli che tal maniera tegnano, che senza esser richiesti spessisime volte vanno a palagio dicendo a li anziani: «Voi avete mandato per me: che volete?», li anziani, che niente ne sanno, li danno qualche cosa a fare. E per questo modo par ch’e’ debiano sempre esser le fronde del porro).

Ritorno a dire che, essendo stato in Pistoia molti anziani li quali di continuo faceano quello che i sopraditti voleano, divenne che essendo tratto gonfalonieri di giustizia uno nomato Cesari delli Ottaviani, giovano e savio et ardito, il quale, prima che in palagio montasse, diliberò fra sé medesmo non volere fare cosa che per li soprascritti fusse loro messa innanti; entrando in calendemagio all’officio, la mattina prima che altri a loro venisse parlò il ditto Cesari gonfalonieri a’ compagni anziani, dicendo loro: «Fratelli e compagni miei, voi dovete avere veduto che quando i tali sono anziani, come ora siamo noi, vogliono di continuo fare del palagio e del comune a loro modo, e non che voglino far quel che altri vuole, ma quello che inne’ consigli richiesti sono consigliando, far non vogliano; e sempre innelli altri anzianatichi hanno voluto la preminenza e che altri abbia fatto a loro modo. E per questo aviene che ognuno riceve le grazie che per lo comune son fatte da loro, et ellino n’hanno li buoni presenti. E pertanto, se mi volete aconsentire, io penso che questo officio porterà pregio di quanti ne sono montati molti anni passati; e però ognuno ne dica il suo parere». Li compagni disseno che erano contenti di seguire quello volea, dicendo: «Tu se’ il fattore e aldiutore».

E mentre che tali parole diceano, vennero quelle gran frondi di porro faccendo dire al collegio che dentro entrar voleano per narrare alcuna cosa. Lo gonfalonieri li fe’ metter dentro, dicendo: «Dite quello volete». Loro disseno: «Èglie di necessità che voi facciate oggi la cotal cosa prima che si desni; e dapoi, doppo desnare, farete la tale e la tale, e domattina si vorrà fare le tali léttore; e quello che poi sarà di bisogno fare, noi verremo a voi e diremivi quello vorremo che facciate». E molte altre frasche disseno. Lo gonfalonieri disse: «Voi siate li benvenuti: noi faremo tutto ciò che ditto ci avete, e così ogni dì secondo che accadrà faremo». Coloro dissero: «Ora così si vuol fare».

E licenziati, li anziani dissero al gonfalonieri: «Oh, voi avete promesso loro il contrario della vostra intenzione». Lo gonfalonieri disse: «Così con tali genti si vuol fare; ma lassate fare a me». E subito richiesto il cancillieri, ferono il contrario. <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .> sentiamo che fatto avete e quanto sia stato buona cosa a non seguire quello che ditto v’avavamo». Lo confalonieri disse: «A noi parve che voi ci diceste quello che fatto abiamo». Coloro disseno: «E’ si vuole aprire l’orecchi e non stare col capo voto al servigio del comune». Lo gonfalonieri disse: «Voi dite vero: non si farà più». Coloro replicano: «Or faite che oggi facciate rifermare l’officiale della grassa». Lo gonfalonieri disse: «Serà fatto».

E partiti quelle frondi di zucca, lo gonfalonieri subito co’ compagni cassaron dell’oficio il ditto officiale, faccendoli notificare per lo loro cancillieri. L’officiale subito andato a quelle frondi di porro e narrando loro come era stato casso, coloro ciò udendo disseno: «Noi andremo al palagio doppo desnare e quello che hanno fatto vorremo sapere und’è proceduto, che male a loro vuopo tal cosa fatto hanno».

E doppo desnare, di rabbia pieni al palagio n’andonno, dicendo: «Und’è venuto che l’officiale della grassa, del quale stamane vi parlammo, l’avete cassato, che sapete v’avavamo ditto che si rifermasse, che ben si può dire oggi questo collegio aver fatto du’ grandi mattìe? E pertanto faite che rifermo sia poi che noi vel dichiamo». Lo gonfalonieri, che avea da’ compagni che lui rispondesse, disse: «O voi, che di continuo volete l’officio dell’anzianatico di Pistoia: e <quando> voi anziani sete tutto volete fare, e quando altri <è> anziano volete che faccia a vostro modo; e così ve ne sete andati d’anno in anno. E pertanto, noi che anziani siamo, volemo esser noi anziani e vogliamo fare a nostro modo e non a vostro. E dichianvi: se sete tanto arditi che in questo palagio intrate senza esser richiesti, noi vi faremo gittare giù da le più alte finestre di questo palagio; et innella malora levatevi dinanti da noi e faite che mai non v’avegna che non essendo richiesti qui vegnate!».

Udendo coloro tal parlare, senza altro dire del palagio si partirono né mai da tale officio richiesti funno. E fu tanto pregiato quello che fatto aveano quello anzianatico, che mai non fu neuno che senza esser richiesto al palagio andasse se non fusse caso stretto per utilità e bene del comune di Pistoia.

E per questo modo funno scornati coloro che ognuno teneano sotto i calci.

Ex.° cviii.

CVIIII

L>a brigata giunta a Recanato, dove con sollazzo si dienno buon tempo fine alla mattina che levati seranno; <e levati>, il proposto comandò che l’altore una novella dica fine che a Cesena giunti saranno, ma prima dica una canzonetta. Lui presto disse:

«Io, Gola, mangio e beo fuor di misura,

tanto che ’l gusto mio, ghiotto e cattivo,

desiderando sta d’ogni ben privo».

E presto a ubidire, disse: «A voi, golosi, li quali non pensate mai potervi impiere di cibi ghiotti, ad exemplo dirò una novella io d’uno che per fare tali cibi ne perdéo la persona». Incominciando così:

DE SUMMA GOLOSITATE

Quando la corte di Roma era a Vignone,

un pastiscieri facea pastelli di carne di uomo.

A>l tempo che papa Urbano Quinto tenea la corte di Roma innella città di Vignone, dove tutta la cristianità vi correa e là v’era grande corte de’ cortigiani e d’altri mercadanti et artieri, infra li altri mestieri che quine in abundanza erano si era il mestieri del cuoco, però che generalmente tutti quelli che la corte visitavano sono più tosto maestri del boccolieri che della spada, cioè che sono più tosto golosi che franchi a combattere; e con tale vizio procede esser di lusuria involti. Di che quelli che tal mestieri di cuoco fanno, con libri e con maestrìa s’ingegnano le vivande fare tanto ghiotte che la loro bottega abbia gran ressa e guadagno. Et infra l’altre vivande, in Vignone e dov’è la corte di Roma, ci sono li pastelli e di quelli si fanno assai, con gran profitto.

Sentendo che molto guadagno si facea de’ pastelli, uno giovano da Fermo nomato Troiante, il quale più anni era stato scarano e malandrino e d’ogni cattiva condizione, il quale più volte come malvagio avea mangiato e lesso et arosto de li omini che uccisi aveano, et avendo sentito quanto era ghiotta cosa, pensò d’andare a Vignone poi che sentito avea l’arte de’ pastelli e del cuoco esser di tanto frutto. E così da Fermo si partì e caminò a Vignone, dove Troiante fe’ uno ostello di mangiar cotti. E per aver nome di fare buone vivande, et anco per ispender meno, se n’andava ogni dì al giubetto e della carne delle cosce e de’ luoghi carnosi di quelli che di fresco apiccati erano prendea e e con quella facea de’ pastelli. E tali veniano tanto odoriferi e buoni, che tutto Vignone concorrea a prendere da Troiante li pastelli et altre vivande.

<Avenne che uno>, essendo molto ghiotto, co’ suoi amici procacciò la podestaria di Vignone solo a fine di quelli pastelli potere mangiare. E come pensò li venne fatto, che eletto fu podestà di Vignone et all’officio andò. Et intrato innell’officio, domandò quelli che usavano le vivande ghiotte qual persona le facea migliori. Fulli ditto Troiante essere sommo maestro, e che pari di lui trovar non si potea. Lo podestà subito mandò per lui.

Troiante comparito disse al podestà quello che volea. Lo podestà disse: «E’ m’è ditto che tu fai le miglior vivande e le più ghiotte che persona di Vignone, e massimamente li pastelli; e pertanto voglio che ogni dì ch’è da mangiare, fa che io n’abbia alcuno». Troiante disse: «Serà fatto». E partitosi, la sera ne li mandò uno dicendo: «Questo vi manda Troiante che l’asaggiate, e non vuole che questo alcuna cosa vi gosti; e se questo vi piacerà vi farà delli altri e voi li pagherete». A cui lo podestà disse ch’era contento. Et assagiato quello pastello e parutoli buono meglio che vivanda che mai mangiasse, mandò a dire a Troiante che ogni dì ne li mandi o uno o due e che bene lo pagherà. Troiante così fa, che ogni giorno al podestà ne mandava.

Divenne una sera che il podestà avendosi posto a taula per cenare et avendo innanti uno de’ pastelli che Troiante mandato li avea, e prima che cominciasse a toccare niente, subito fattosi alcuna zuffa e romore in Vignone, fu di necessità che ’l podestà si levasse da taula e coll’arme tutta la notte stesse per Vignone alla guardia; né miga potéo aver agio di cenare: pensando la mattina mangiare quello pastello, lo fe’ ripuonere. E steo fino alla mattina che il romore richetato fu.

E tornato il podestà al palagio, volendo mangiare si fe’ il pastello alquanto riscaldare e dinanti da sé venire. E come lo venne ad aprire trovò tutto quello pastello pieno di vermi vivi. Lo podestà, vedendo questo, stimò per certo <. . . . .> non dover essere, dicendo: «Or come può esser la carne cotta e calda faccia vermi in sì picciol tempo?» E volendo sapere la cosa com’era, mandò per Troiante, mostrandoli quello che il pastello avea fatto. Troiante quasi palido non rispondea. Lo podestà, vedendolo palido diventare, stimò che Troiante avesse qualche cattività fatto. E messoli paura, Troiante confessò li pastelli e altre vivande fare della carne delli omini apiccati. Lo podestà, mandato al giubetto, trovò tutti li apiccati avere tagliato i polpacci delle cosce e del culo e d’ogni lato dove carne senz’osso sta. E fattone relazione, il podestà veduto quello vole, a ragione più presto che potéo Troiante per la gola apiccar fe’, avendo prima fatto legger il perché.

E saputosi per Vignone tal cosa, qual più era vago di pastelli, per lo modo tenuto di Troiante vennero a ciascuno in fastidio, et il ditto podestà de la golosità che prima avea s’astenne, disponendo poi la vita sua a temperata vivanda né mai di cose nuove s’invaghìo. E così molti altri feceno.

Et io altore, ciò sentendo, dispuosi che pastelli mai in mia casa si facesseno; e così fine qui s’è oservato et oservasi fine che vivo serò.

Ex.° cviiii.

CX

Giunt’a Cesena, quine si denno buon tempo di canti, suoni e danze <. . . . . . . . .> in questo modo:

«Seguendo tuo apetito i’ perdo onore;

così costei: mercé dunque. Signore:

pon freno al mio cor prima che bianco

il tempo faccia il mio capello e pelo

con fare ch’in questa il vizio vegna manco

anzi che pigli benda e lassi il velo.

Taci, per tua pietà, del bestial zelo,

lassando onesto a ciascun te nel core».

Ditta, di vantagio cenarono e fine alla mattina si riposarono.

E quando levati furono, il preposto comandò a l’altore che dicesse una novella fine che alla città di Cervia giungeranno. Lui presto a ubidire disse: «A voi, omini che di golosità siete pieni e, se invitati, oltra misura mangiatori, ad exemplo dirò una novella d’uno che essendo grande mangiatore non era però più valente de li altri; la qual’incomincia in questo modo:

DE MAGNA GOLOSITATE

Come Nicolao Corbi fue fatto castellano con x compagni in su Porta di Borgo.

F>u, innel tempo che la nostra città di Lucca rimase libera, deliberato che tutte le fortezze che Lucca possedea si desseno a’ cittadini a guardia, e massimamente le porte della città di Lucca. E come diliberato si misse in efetto, che in sulle ditte porti funno cittadini per castellani messi. Et infra li altri che messi vi funno, fu uno de’ Corbi nomato Nicolao, grande e grosso come uno bue maremano.

Era questo castelano in sulla Porta del Borgo con x compagnoni assai eguali al loro castellano in tutte le cose; e massimamente in mangiare provavano molto loro persone, che prima che il mese fusse venuto avea il castellano e’ sergenti mangiato il soldo; e sempre per tal cosa stava in debito.

Or perché la nostra novella si dirizza al ditto de’ Corbi, dirò quanto la sua golosità era: che non vastandoli il pane e ’l bere la mattina, e ’l desnare e per poi la merenda, sequentemente la cena e la doppo cena (che ogni notte almeno ii volte mangiava né mai parea si vedesse sazio): e non vastandoli il soldo al suo mangiare, di quello da casa per impiersi bene mettea. Et era a tanto venuto che’ sergenti che avesse non li volea a compagna in sì fatte cose, ma solo convenia per sé vivere. E fu tanto il suo diluviare di robba che, non potendo a ugn’ora aver carne, per salegiata prendea dell’erbi che in sulle mura nasceano, non guardando che erbe si fusseno.

E così in sulla ditta porta steo alquanto. E come è d’usanza che li anziani di Lucca vanno a visitare le mura come sono ben fornite di castelani sergenti et amonizioni, uno giorno del mese di magio in domenica du’ del colegio di quelli anziani andonno in sulle mura per provedere li castellani. Lo castellano de’ Corbi co’ suoi sergenti aveano aparecchiato per merenda assa’ carne; e già cotta avendola, li anziani giunseno alla porta dove coloro erano, e trovato aparecchiato, dissero se aveano ancora a desnare. Rispuoseno che desnato aveano, ma quello era per merenda. Li anziani, vedendo tanta carne cotta, dissero: «Per certo, castellano, tu dovresti esser gagliardo per vi omini, tanto ci pare che debbi mangiare». Il Corbo disse: «Or come, non vi pare che io abbia corpo da esser forte e gagliardo?» Li anziani dissero: «Faciamo la mostra».

E fatta la mostra e partitosi li anziani di quella porta e su per le mura verso l’altra porta n’andavano, il castelano volendo puonersi a taula per mangiare, e li sergenti subito trassero a lui colle mani alle brachi. E tratto fuora la trista coda, pisciando per volto al ditto castelano, lui fugendo e gridando in uno de’ cantoni della porta si misse, chiamando forte: «Misericordia!». Li sergenti a gorgate la bocca di piscio l’empievano, lui dicendo: «Misericordia, non fate più: andiamo a mangiare!»

Li anziani, che senteno le grida e dire misericordia!, trasseno arieto a quella porta credendo che tra loro si facesse quistione. E come funno in luogo che tutto vedeano e non poteano dal castellano esser veduti, stavano a vedere quello faceano. E viddeno che il Corbo castelano tenea le mani al volto dicendo: «Misericordia, sono contento: pur che noi andiamo a mangiare io m’arendo vostro prigione». Li sergenti, tenendo la coda trista in mano, di furia l’uno lo percotea del piscio in un’orecchia e l’altro innell’altra. Il castellano levando la mano per coprirsi l’orecchia, l’altro li dava innell’occhi; lui dicendo: «Misericordia!», aprìa la bocca, e du’ di netto gran gorgazzate di piscio li davano dentro; lui dicea: «Deh, vogliatemi pregione e non morto, et andiamo a mangiare!», coloro diceano: «Prima che noi ti vogliamo lassare, vogliamo che tegni aperta la bocca e ciascuno che meglio sa dentro dare sia oggi fatto capitano; e poi andiamo a mangiare». Il corbo Nicolao rispuose: «Poi che dobiamo andare a mangiare io sono contento, e nondimeno mi tegno vostro prigione». Et aprendo la bocca quanto aprir la potéo, comincionno i sergenti a trarre tanto diritto che più volte volendo il piscio che in bocca li entrava mandar fuori, l’altro col piscio lo rimettea dentro per sì gran forza che più volte li era di necessità mandarlo in corpo.

Li anziani, che stanno a vedere tanta cattività senza dir niente, per vedere la fine di tale opera stavano pure a vedere. E fornito che ciascuno ebbe l’opera sua, il castellano inginocchiandosi disse a’ sergenti: «Omai come prigione a mangiare mi menate». Coloro con una cintora al collo lo menonno alla mensa, dove senza lavarsi né mani né culo a taula si puose, là u’ si pascéo come se mai mangiato non avesse.

Li anziani essendo pasciuti della cattività di quello castellano e de’ compagnoni, come giunti furono al palagio l’ebbero casso e d’un altro la ditta porta forniro. E se non <fusse> per amore di alcuno suo parente, arè’ sentito delle frutta del mal orto.

E per questo modo fu cognosciuta la golosità del tristo ghiotto.

Ex.° cx.

CXI

La novella indusse la brigata con piacere a Cervia, dove quine cenaron di vantagio.

Et andati a posare, la mattina levati, il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che giunti saranno a Bertinoro, con una morale. <L’altore presto disse>:

«Non creda il prete che piaccian i suo’ servizii

a Dio, s’è’ non è virtudioso e senza vizi;

<l>’exemplo della mosca è brutta cosa,

che lassa il mèi e in sullo sterco <posa>;

il prete assai più brutt’è che io

quando col diavol vada e lassi Idio».

Dapoi disse, disposto a ubidire: «A voi, omini vecchi che giovane donne per moglie prendete: se le corna vi sono poste non è meraviglia. Et a voi rilegiosi, che per adempiere il vostro cattivo proposito faite contra il dovere: se male ve ne aviene non ve ne dovete dolere. Ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE PRELATO ADULTERO

Innel contado di Perugia, in una villa nomata Passignano:

di uno nomato Canoro, ricco, e di una sua donna, Menica.

Innel contado di Perugia, in una villa nomata Passignano, fu uno omo assai di buona pasta, vecchio, nomato Canoro assai ricco lavoratore, il quale pensando dover aver figliuoli, diliberò prendere moglie una sua vicina nomata Menica, giovana di xxv anni et assai piacevole. E come diliberò misse in effetto, che a uno suo <vicino>, della ditta Menica fratello nomato Paulo, parlò domandando la ditta per moglie. Paulo, che vede il parentado di Canoro esser sofficente, posto che lui sia alquanto vecchio, fue contento. E fatto il parentado, la donna menata, dimorò alquanto tempo che niente di figliuoli acquistar potéo.

E vedendo il preditto Canoro che in questo mondo non era altro che tribulazione et angoscia, diliberò fra sé di voler tener vita di spirito prendendo veste di bizocco, faccendosi nomare frate Canoro, vivendo con molta dieta con suoi paternostri, visitando le chiese; e ben che fusse omo molto di grossa pasta, pur lo visitar delle chiese non restava. La donna, che spesso arè’ voluto di quello che frate Canoro non li dava, maladìa chi tal marito dato l’avea, dicendo: «Io almeno ogni notte una volta vorrei esser pasciuta di quello che le miei pari pascer si sogliono, et io cattivella non che una volta il dì fussi contenta, ma il mese passa che di sola una volta contentar non mi posso, però che frate Canoro mi dice: — Oggi è la festa di San Patrizio, domane si digiuna l’Avento, l’altro dì sono le Quattro Tempora —; e così di giorno in giorno lo mese si passa. E pur quando a lato viene, ben che rade volte vi vegna, quella fa contenta». E questo lamento dicea fra sé spessisime volte.

E dimorando per tal maniera, venne a Passignano innella chiesa della ditta terra uno monaco giovano da studio nomato don Mugino, il quale essendo molto in iscienzia sperto fu fatto prete della ditta chiesa. Col quale frate Canoro, per imparare, prese una singulare domestichezza et amicizia col ditto monaco, intanto ch’e’ più volte co’ lui desnando, e talora lo monaco con frate Canoro a desnare et a cena andava. E fu tanta la domestichezza che lo monaco col frate prese, che acorto si fu la donna di frate Canoro esser mal pasciuta dal marito, pensò lui di gran parte poterla pascere.

E dandoli d’occhio, monna Menica acorgendosi di quello che ’l monaco facea, et innel medesmo apetito cadde per la sua voluntà adempiere che caduto era il monaco. E quanto più presto potéo diè ordine di parlare col monaco <a l’ora> di mangiare, scoprendoli lo petto suo. Per la qual cosa il monaco li disse che altro non desiderava che potersi con lei a ’gnude carni trovare per contentarla di quello che ’l marito contentar non la potea. La donna contenta dice al monaco: «Io sono presta a far quello vuoi, salvo che io non voglio di casa uscire, però se il mio fratello Paulo ciò sentisse non ci camperè’ che morti non fussimo: et in casa non veggo il modo che venir potessi però che fra’ Canoro di continuo a dir suoi paternostri si sta in casa e rade volte va al lavoro che non voglia che io con lui vada. E però converrà a noi trovar qualche onesto modo che a me venir possiate acciò che contentiamo li apetiti nostri». Lo monaco dice: «Donna, lassa fare a me: io darò al frate tuo marito una regola che agiatamente gran parte della notte insieme godremo». La donna dice: «Deh, per Dio fate tosto».

Lo monaco, per esser tosto alle prese, come fra’ Canoro a lui va lo tira da parte dicendoli: «Frate et amico mio, poi che io hoe preso tanta amicizia teco che quello che più amo farei participi, dir <ti voglio> di quella cosa che più da te de esser amata: e cognosco che disideri andare in paradiso e fuggire lo ’nferno. Posto che non molto lieto mi sia narrarti le cose secrete del cielo, nondimeno per poter venire al disiato desiderio non guarderò apalesarti tal secreto. E pertanto ti dico che il papa e’ cardinali per aver la gloria di paradiso hanno ordinato (ma non vogliono che si spanda) che stando xl dì in digiuno, et ogni notte stare fine a mattino in modo come fu Cristo crocifisso, cioè colle braccia aperte, in su uno solaio fatto per modo che il cielo vedere si possa, con ccc paternostri e ccc avemarie, e finiti se ne vada vestito a gittarsi in su’ letto, fine che livri sono li xl dì; et alora ogni peccato li è perdonato, e morendo ne va in paradiso, e di peccato che poi faccia non li è riputato a pena». Fra’ Canoro, ciò udendo, disse che tal penitenza far volea.

E subito se n’andò a casa e disse alla moglie quello che ’l monaco insegnato l’avea e il modo che dovea tenere. La donna, che vede che ’l monaco ha trovato modo di potere agiatamente con lei stare, dice al marito: «Marito mio, io voglio esser teco a fare la penetenzia in ii cose: l’una, che meco in xl dì non userai, e voglio teco digiunare; l’altra cosa fa tu». Lo marito contento quando ode dire che seco non debia usare, disse alla donna: «Stasera vo’ cominciare». E fe’ uno taulito con una sponda da lato dove fra’ Canoro stender vi si possa sotto al lucernaio della casa, dove sempre si vedea il cielo. La donna contenta lo fe’ sentire al monaco come la sera il marito principiava a volere fare la penetenza, che bene era che s’aparecchiasse a dovere con lei dimorare: tanto tempo quanto il marito starà riverto, lui serà bocconi. Lo monaco intes’e aparecchiò ben da cena.

E venuto l’ora, fra’ Canoro gittatosi riverto in sul taulito con li occhi al cielo, stando colle braccia disteso in croce, dicendo i paternossi; lo monaco con monna Menica si danno piacere a cenare. E cenato, se n’andarono a letto, dove il monaco fine a mattino in sul corpo di Menica bocconi steo. E quando venne tempo che partir si dovea, avendo più miglia caminato, la donna disse che la seguente notte tornasse; e così si partìo. Fra’ Canoro, ditto i paternossi et avemarie, essendo mattino, vestito si gittò in su’ letto e quine dormìo fine a dìe, digiunando. La donna alla presenzia del marito parea digiunasse, et in secreto s’impiea di sotto e di sopra, mangiando carne per ii bocche a bondanza.

Venuta la seguente notte, fra’ Canoro alla penetenza messo e lo monaco venuto a darsi piacere, e cenato, a letto colla donna n’andò. E perché alla donna il mestieri piacea et anco al monaco, non potendosi la donna tener d’alzare acciò che ben potesse pignare, che tutto il solaio dimenar facea, intanto che lo marito sentendo sì dimenar il solaio e la parete, avendo già ditto c paternossi, tenendo fermo il conto disse: «Deh, donna, che vuol dire questo dimenare?» La donna, ocupata dal monaco, disse: «Chi ha la mala cena tutta notte si dimena». Lo marito disse: «Ben te l’ho ditto: — Menica, non digiunare! —» E pur sentendo dimenare, dicea: «Donna, che fai?» Lei rispondea: «Di quello che io fo non te ne dar pensieri, però che io so quello mi fo, e tu dì la tua perdonanza». Lo frate alla perdonanza ritorna, la donna e ’l monaco si danno piacere, ordinando che per l’altra sera in altro luogo, che tremar non possa, si faccia i’ letto. E così osservonno più di xxx dì.

Avendosi la donna in gran parte saziato di quello che ’l marito li facea portar disagio, seguendo sempre loro piacere adivenne che Paulo fratello di Menica, vedendo Canoro tanto difunto della persona per lo digiuno e per la vigilia — che non dormìa —, domandandolo qual fusse la cagione, fra’ Canoro tutto li disse come lo monaco li avea insegnato. Paulo, che malizioso era, pensò: «Per certo questo monaco de ruzare con mia sorella, che questo modo ha trovato per poter andare a star con lei di notte. E per certo, se in colpa il trovo io lo casticherò, e lei, per modo che sempre se ne dirà».

E nascoso in casa che altri nol sa, e quine steo tanto che la sera fu venuta, che fra’ Canoro si distese in croce in sul solaio colla faccia al cielo; et il monaco venuto e colla sorella si dà a cenare e prender piacere. Paulo li vede a letto andare e nudi intrati innel letto dandosi sollazzo. Vedendo ciò Paulo subito con uno coltello senza far motto a letto dov’era la suora col monaco se n’andò, e messo mano al pasturale del monaco, che l’avea di buona misura e bene in punto, col coltello quello li tagliò. Mettendo un grande grido il monaco tramortìo. Fra’ Canoro ciò udendo disse: «Domenica, che è quello ch’io odo?» Paulo dice: «Cugnato, tu se’ stato ingannato, ma loda Idio che dello inganno io t’ho vendicato». E mentre che questo dicea, senza restare, il naso a Menica sua suoro tagliò, dicendo: «Omai t’invaghirai di monaco a tua posta». La donna dolorosa piangendo, il marito ciò udendo cognove esser stato ingannato dalla moglie e dal monaco.

E contenti della vendetta fatta, prenderono il monaco e così tramortito lo portarono innella calonaca e in s’uno letto lo misero, e quine steo tanto che risentito si fu; né molto tempo steo che si morì.

La donna per vergogna mai della casa non uscìo né a persona si lassò mai vedere; e così dapoi fu contenta solo del marito, né altri cercò lei né ella altrui.

35 ’ Ex.° cxi.

CXII

L>a dilettevole novella senza disagio condusse la brigata a Bertinoro, dove il preposto comandò che alquanto si danzasse e dapoi una piacevole canzone si dicesse, in questo modo:

«Tra tuo fugir el mio seguir sarà

se male o bene amor a me darà:

se tu in fugirmi arai ben lève pè,

in te seguir più ch’altro lève arò.

Fugge se sai, che infine i’ pur t’arò

se per affanno vincer posso te.

O tu, donna, fammi che amor né fé

contro a te lor nimica non porà».

E ditta, <il proposto disse che> andassero a cenare e dapoi a posar si vada fine alla mattina che levati furono; dove il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che giunti seranno a Ravenna. Il quale per ubidire disse: «A voi, giudici che arete a dare sentenzie, quando giustamente giudicate sete molto commendati, e faccendo il contrario sete biasmati; ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE JUSTO JUDÌCIO

Indella terra nostra signoregiata da’ pisani fue un nostro

lucchese: non sapendo far arte prese a comprare proventi.

A>l tempo che la nostra città di Lucca era da’ Bergolini di Pisa signoregiata, era in Lucca uno cittadino nomato Johanni Tedaldini, il quale non avendo né sapendo arte neuna stava in sul comprare proventi, e di tale officio si vivea posto che pogo frutto innell’ultimo ne facesse. Nondimeno, lui avendo comprato il provento del bagno a Corsena, del mese di magio andò il ditto Johanni al bagno per riscuoter denari per poter le paghe fare. Et avendo riscosso, tra fiorini e moneta, fiorini lxxxx, quelli in una valigetta che avea li misse e dirieto al cavallo la puose.

E venendo verso il Borgo a Mozzano per venire a Lucca, como giunto fu presso al Borgo, tra il Ponte a Chifenti e ’l Borgo, la ditta valige li cadde senza che Johanni di niente s’acorgesse. Una donna di Cerreto, portando a uno suo marito nomato Landra merenda al campo, la ditta valige trovò et a Landra la portò dicendoli: «Io ho trovato questo cuoio innella strada». Landra disse: «Lo mette costì che io me ne farò fare un paio di calzarotti». E diessi a mangiare.

Johanni Tedaldini, che giunto è al Borgo, e non vedendosi la valige, prese uno famiglio del vicario et indirieto tornò domandando chi trovava se trovato <avesse> una valige sua in che erano fiorini c. Rispostoli di no, pervenne dove Landra lavorava colla donna, e domandatolo della valige, Landra dice: «Io non so che valige vogliate dire. La donna mia trovò questo cuoio innella strada et a me l’ha aregato, et io me ne volea fare un paio di calzarotti». Disse Johanni: «E’ ci dé esser dentro e fiorini in oro e moneta». Landra dice: «Se vi denno esser voi ve li troverete, però che io non l’ho tocca». Johanni apre la valige et innomerò li denari in presenza del famiglio del vicaro: e trovato che’ fiorini lxxxx erano, Johanni subito disse: «Ladro, tu m’hai rubato x fiorini! Io ti farò apiccare per la gola o tu quelli fiorini x mi rendi!» Landra giura non averla toccata. Giovanni con minacce grandi lo prende, legandoli le mani, dicendo al famiglio: «Conducelo al Borgo dove il vicario mi darà più fanti per menarlo a Lucca, e come ladro apiccar lo farò». Landra, non valendoli scusa, si lassa menare.

E giunti al Borgo, dove Johanni narra che Landra li abia furato x fiorini, e con furia chiese alcuno famiglio che Landra a Lucca conducessero. Lo vicario lel concedéo, e così n’è menato a Lucca Landra.

E come funno a Rivangalo, dove trovonno uno di Valdottavo nomato Mortaio, il quale, essendoli caduto una poltruccia innel fango carica di legna, prega Johanni Tedaldini che li faccia aitare cavare la poltruccia del fango; Johanni comanda a Landra che li aiuti. Landra prende la coda e Mortaio il capo, e per forza del fango la cavano. Et innel tirare che Landra fece, la coda della poltruccia li rimase in mano perché la poltruccia era tutta rognosa. Di che Mortaio, vedendo guasta la sua poltruccia, con uno bastone vuol dare a Landra in sulla testa. Johanni gridando disse: «Non fare, però che a me ha furato x fiorini et ora a te ha fatto questo danno; io lo meno a Lucca dove serà di tutto punito e tu verrai meco». Mortaio scaricò le legna e colla poltruccia se ne va con Johanni.

E come funno alle Grotte di Aguilea, Landra che dinanti malanconoso andava, non avedendosene si scontrò in uno cavallo sopra del quale era madonna Spinetta, donna di messer Bartolo Maulini; lo qual cavallo, spaventando, la ditta donna caddere fe’ per sì gran forza che, essendo gravida di vi mesi, quine alla presenza di tutti si disertò in uno fanciullo. Messer Bartolo, che vede la donna sua a tal condizione e la creatura morta, tratto la spada per voler percuotere Landra, e dato li arè’ se non che Johanni disse: «Deh, messer, non faite, però che a me ha furato x fiorini et a costui ha guasto la poltruccia, et ora ha fatto a voi questo: se mille vite avesse è degno di morte! E però noi a Lucca lo meniamo». Messer Bartolo rimessa la spada innel fodro e fatto portare la donna sua a Sesto, e con Johanni ne viene verso Lucca per fare punire Landra, minacciandolo di continuo di farlo apiccare.

Landra, che si vede a mal partito, parendoli sempre esser alla forca, diliberò per altro modo voler morire o mettersi alla ventura; e pensò fra sé: «Quando io serò in sul Ponte a Moriano mi gitrò innel fiume: o io v’afogherò o io campo, che dietro costoro venire non mi potranno». E come pensò misse in effetto: che giunti in sul ponte, quanto più tosto potéo e’ innel più cavo si lassò cadere. Or che dirò qui della fortuna? Che mentre che Landra si gittò innel fiume, uno fratello del Povorella da Moriano pescando in una barchetta sotto il ponte avendo messi certi tramagli, Landra in sul collo il percosse per sì gran forza non acorgendosene, che il ditto morìo. Lo romore grande, Polverella, che sente il fratello essere morto, con una lancia trasse a fiume, dove Landra se ne sarè’ andato, ma l’occupazione del Polverella lo fe’ riprendere. E volendolo pure uccidere, Johanni e messer Bartolo narrandoli quello che fatto avea, disseno che co’ loro n’andasse a Lucca e non volesse fare elli quello che la giustizia far dé. Lo Polverella mosso, è venuto colli altri a Lucca dove Landra stimò subito dover esser fatto impiccare.

E giunti il giorno di una domenica a Lucca et andati in Castello dove trovonno li rettori di Lucca — pisani, nomati messer Piero del Lante, Benenato Cinquini, Ugo di Guatto —, li quali, come viddeno Giovanni e messer Bartolo e li altri, dissero tra loro: «Che vorrà dire?». Et essendo dinanti alla loro presenzia, Johanni cominciò a dire, fatta prima la debita reverenza: «Voi sapete che io hoe comprato la gabella del bagno; et essendovi andato, avea riscosso fiorini c tra oro e moneta, e quelli in una valige missi. venendomene, la valige mi cadde e costui la trovò; e ritornato arieto, trovai la valige serata e non vi trovai che lxxxx fiorini dove c doveano essere: e però costui me n’ha furati x, che merita morte, e per questa cagione ve l’ho qui condutto».

Li rettori, udito Johanni, dissero: «O voi altri, che volete dire?» Mortaio dice: «Io avea questa mia poltruccia in soccio: et essendomi caduta innel fango, chiamando aiuto, questo malvagio di rabbia prese la coda e per tal forza tirò che, cavato la poltruccia del fango, la coda in mano li romase. E sono disfatto di tal cosa; e se non che Johanni non mi lassò fare, io l’arei dato d’uno bastone in sul capo, tale che l’arè’ cara comperata».

Li rettori, voltatosi verso messer Bartolo, disseno: «O voi, messer Bartolo, che volete dire?» Lui rispuose dicendo: «Voi sapete io esser difettuoso di gotte, et ogni anno uso il bagno a Corsena et a me lo trovo finissimo; e per esser ben governato vi meno la mia donna. Di che, andando oggi verso il bagno e la donna meco in s’uno cavallo assai potente, questo ghiottoncello venendo incontra al cavallo della donna, il cavallo aombrò: la donna cadde e d’uno fanciullo si disertò, che gravida era di vi mesi. Di che io l’arei morto, se non che Johanni mi disse quello avea fatto a loro; mi temperai che già avea la spada nuda sopra il suo capo».

Lo Polverella non spettò che li rettori lo domandasseno, ma gridando disse: «Signori, fatemi ragione di questo ladroncello che ha ucciso un mio fratello che in una barchetta andava per lo fiume pescando: costui, gittandosi per iscampare da costoro giù dal ponte, cadde a dosso a mio fratello; e subito si morì. Et io colla lancia l’arei passato, se non che costoro mi disseno tanto che io non l’uccisi e co’ loro me ne sono venuto».

Li rettori, avendo inteso tutto ciò che hanno ditto, domandato Landra, di parte in parte rispuose: «Prima, che niente di quella valige toccato hoe, che se avesse quella aperta, et avendovi trovati quelli fiorini non l’arei mai apalesata né non m’arè’ trovato a lavorare; ma perché io non l’apersi, li rendei. Al fatto della poltruccia, io puramente l’aitava, ma essendo la poltruccia fitta innel fango per modo che uscir non ne potea et anco perché ella è tutta rognosa come vedete, la coda in mano mi rimase; e fu’ne dolente, ma per ben fare non debbo mal ricevere. Di questo gentiluomo, che la donna sua s’è disertata m’incresce, che essendo giudici (come mi par che sia), che sempre denno esser savi, che consigliano altrui e loro consigliar non sanno: a dire che avendo sì bella donna et essendo di vi mesi gravida, a non procacciarle uno ambiante cavallo e pacifico, ma il cavallo rigido et aspro fatto l’ha cavalcare; che serè’ vasto ch’ella fusse stata Orlando a tal cavallo che ’l marito li acattò! Che mi parve quando lo viddi mi volesse mangiare, e di paura mi tirai indirieto e non lo toccai. E della donna e del fanciullo m’incresce che tanta pena hanno sostenuto senza lor colpa, che serei contento che messer Bartolo fusse stato in luogo di ciascuno di loro. Di quello che ’l Polverella dice, che morto sia il fratello, dice vero; ma più me ne incresce a me che a lui, però ch’elli era mio compare, e quando il Polvorella lo scacciava io lo ritenea in casa. E se io avesse pensato che lui in fiume fusse stato, l’arei chiamato, che penso che delle mani di questi che qui m’hanno menato m’arebe cavato. Ma vedendomi a mal partito, diliberai di volere per qualche modo campare: mi gittai e venni a cadere a dosso al mio caro compare; che se non che il Povorella colla lancia mi volea uccidere, come io cognovi il mio compare, ancora l’arei in parte campato. Ma tanto vi dico, se a venisse che io campasse, debo per l’anima del mio compare andare a visitare San Jacopo di Galizia: e se muoio mi farò guidare a coloro che guidano l’anime in luogo dove il mio compare ritroverò».

<Li rettori>, udite le savie risposte di Landra, ristretti insieme conchiuseno non dover morire. E perché videno Johanni esser stato principio di tutti quelli mali, pensonno a lui dare il botto del danno et a li altri con bel modo farli contenti. E dato tra loro che messer Piero risponda, chiamonno tutti dicendo che piaccia loro star contenti di quello giudicheranno. E cominciando prima da Johanni, disse: «Noi cognosciamo voi dire sempre vero in tutte vostre cose, e però pensiamo che innella vostra valige dovesser esser fiorini c come dite». Giovanni disse: «Sì». «E pertanto dichiariamo la valigia de’ fiorini lxxxx non esser la vostra».

Et <a> Landra la dienno, dicendoli: «Se persona ti darà i segni che sua sia la rende, altramente per te la ritiene». Johanni dice: «Io ne vo’ innanti lxxxx che neuno». Messer Piero dice: «Vàe e quella de’ fiorini c ritrova, né altro sopra di te si dice».

E chiamato Mortaio, disse: «Poi che Landra la coda li trasse, ti dico che tanto la pasca e tegna fine la coda arà messo, et allora te la rende». Mortaio dice: «Innanti la vo’ senza coda che senza capo averla». Li rettori contenti liberonno Landra dell’amenda.

E voltatosi messer Piero a messer Bartolo, parlandoli per legge allegandoli il digesto d’uno di Mugello, Bartolo, e Martino Sinimanvi e tutti i codichi, che Landra non era incorso in alcuna pena: «Ma per sodisfazione della cosa perduta, dichiamo che tanto tegna Landra madonna Spinetta seco che di vi mesi la dia gravida a messer Bartolo»; <Bartolo>, avendo intese le leggi e la ragione, e per tal motto quello che avea ditto messer Piero, fu contento d’aversi la donna tale quale era.

E chiamò il Polverella, dicendo: «Tu puoi comprendere se Landra era tuo nimico o di tuo fratello; e se per campare questo è divenuto, non resta però che ’l tuo fratello non sia morto. E poi vedi che per l’anima di tuo fratello dispuone ad andare a San Jacopo, dovresti star contento; e se a questo non se’ contento, dichiamo che Landra sia menato al Ponte a Moriano et innella barchetta stia dov’era il fratello, e ’l Polvorella del ponte si lassi cadere: e se lo può uccidere lo faccia senza pena». Il Polvorella udito tutto disse: «Di vero Landra è stato nostro amico, né miga credo che ’l mio fratello volesse uccidere né io non debo la sua morte desiderare; e però, se promette d’andare per l’anima di mio fratello a San Jacopo, li perdono tutto». Landra promisse. E licenziati, tornò a casa Landra ricco, né mai sentìo freddo a pisciare; e fatto suo voto, ritornò a lavorare, dandosi piacere.

Johanni Tedaldini, per la perdita de’ fiorini lxxxx, fu sempre povero. Così si morìo, e sempre da tutti il giusto giudicio dato per li rettori fu pregiato.

Ex.° cxii.

CXIII

L>a piacevole novella ditta rallegrò molto la brigata, pensando sopra trovare giudici che con ragione e discrezione le sentenzie diano. E con tale ragionamento giunseno a Ravenna, dove cenaron, con canti in questo modo:

«Perché du’ <più> ch’un serveno a una

femmina, ragione

non vuol ch’alcun faccia contenta alcuna.

E vedi come questa è la cagione:

no’ veggiam ch’una arà un giovan bello

al piacer suo e terràlo in prigione;

e nondimeno un sozzo e un vecchiarello

s’adopera, per dire: — I’ ho questo e quello —.

E per più operazione

anzi ch’un due a sé ne vuol ciascuna».

 

Ditta, a dormir n’andarono.

La mattina levati, il proposto comandò che l’altore una novella dica fine che giunti seranno a Furlì. Il quale, rivoltosi alla brigata, disse: «A voi, omini avari, i quali, non acorgendovi, alle volte con uno onesto modo v’è tratto delle mani quello che più caro tenete. Ad exemplo dirò una novella fine ch’a Furlì seremo giunti; in questo modo, cioè:

DE AVARO

Di Bruglioro da Corniglia di riviera di Genova, avarissimo.

I>nnella rivera di Genova, in una terra nomata Corniglia dove nasce vino preziosissimo — vernaccia —, era uno contadino nomato Bruglioro, omo ricco <di> denari e possessioni e ricoglitore di vernaccia finissima e d’ogni abondevole cosa. E come questo era tanto scarso che a persona del mondo non arè’ del suo dato il valere d’uno bottone se non a folate, ma rade volte, avenne che uno giorno del mese di novembre, essendo riposti i vini e cascate le castagne, due del contado di Lucca, <l’uno> nomato Beviamo e l’altro Daccibere, arivonno a casa d’uno loro amico a Corniglia nomato Biordo, il quale graziosamente li ditti Beviamo e Daccibere ricoverò a cena et all’abergo.

E poi che cenato ebeno, essendo un giorno di festa il ditto Biordo con quelli ii forestieri andarono a casa di Bruglioro, dicendo Biordo: «O Bruglioro, io sono venuto stasera a riposarmi teco con questi ii forestieri, et acciò che ci possiamo dare alquanto spasso abiamo aregato della castagne e quelle arostiremo e diremo qualche novelletta». Bruglioro, non sapendo la sera disdire, disse che fusseno li benvenuti.

Et entrati in casa e stati alquanto, Biordo disse a Bruglioro: «Se avessi qualche persona che a casa mia andasse per lo vino acciò che noi potessimo bere, vorrei che v’andasse, però che io penso che uanno non ne debbi aver ricolto». E questo dicea stimando che Bruglioro non ne volesse lor dare per non vergognarsi. Bruglioro, che ode così, vedendo quelli forestieri disse: «Come, credi che io non abbia del vino come tu?» E fattosi gagliardo, spigorò una botte di fine vernaccia et a Biordo et a’ forestieri ne diede. Lo vino era buono e’ bevitori migliori: comincionno a ragionare, stando al fuoco et arostendo castagne.

E vedendo Biordo che a’ forestieri era piaciuto il vino di Bruglioro, disse a Bruglioro: «Io ti prego che stasera tu non ti dimostri avaro, acciò che questi forestieri possano dire che se’ largo, e poi fa conto di ristringerti quanto vuoi». Bruglioro stimando: «Coloro andranno di me dicendo che io largo sia: potrò esser avaro, altri nol crederà; e questo sera forsi una meta o du’ di vino»; rispuose: «Tanto quanto bere ne vorranno ne darò loro».

E stati alquanto, e mangiando delle castagne e bevendo, avenne che, avendo più volte bevuto, Daccibere cominciò a chiamare il compagno dicendo: «Beviamo, andianci». Bruglioro, che ode dire Beviamo, andianci, subito tratto del vino, a tutti diè bere. Beuto ch’ebbeno, Beviamo disse al compagno: «Daccibere, or ci andiamo». Bruglioro ciò udendo cominciò a mescere: coloro per reverenza beveano. E volendosi partire, dice l’uno a l’altro: «Beviamo, andianne»; e l’altro rispondea: «Daccibere, or ci andiamo». Bruglioro ogni volta mescea pensando che andare ne dovessero. Coloro non se n’andavano vedendo che Bruglioro mescea, loro non volendosi vituperare acciò che Bruglioro non si sdegnasse. E così più di cento volte dissero Daccibere, or ci andiamo, e l’altro dicea Beviamo, andianci. Bruglioro, che vede e non cognosce la cosa, <sta fermo>: coloro simile stanno fermi perché sempre si mesce. E non potendo li occhi tenersi fine che di quine si partissono, adormentati funno e fine a buona mattina si stenno.

Dove poi Bruglioro, veduto la botte esser più che ’l quarto bevuta, disse: «Deh, che diaule ho io fatto, che non parea che costoro avessero a fare altro che dire dacci bere, or ci andiamo, e l’altro dire beviamo, andianci, et io cattivello ho seguito il loro chiedere, che mi si darà da matto per lo capo ad aver tanta vernaccia consumata!» E’ questo dicendo, Biordo e’ compagni ciò senteno; volendosi scusare dissero: «Deh, Bruglioro, non ci volere biasmare, però che noi avendo riceuto onore assai, quando avavamo beuto iii volte io dissi a Beviamo: — Andianne —». Bruglioro dice: «Anco siamo da capo! Innella malora, andatevi con Dio, che m’avete disfatto!» Disse l’altro: «Deh, non dire, che vedendo io che ci avei fatto onore e che sempre ce ne facei, per non contrariarti dicea: — Daccibere, or ce n’andiamo —». Rivoltatosi Bruglioro verso Biordo, disse: «Or che diauli m’hai tu menati in casa a bere, che hanno beuto una terza di botte di vernaccia et anco ora diceno: — Dacci bere, andianci —?»

Biordo dice: «Bruglioro, or non te ne meravigliare di questo, dato che io tel mosterò per prova che non hanno fallito, ma più tosto t’hanno onorato. Or mi dì, Bruglioro, se tu et io fussemo a una taverna et avessemo mesciuto il vino e volessemo partire, come mi diresti a me?» Bruglioro disse: «Direi: — Biordo, andianci —». «Or ben hai detto», disse Biordo, «costoro così hanno fatto, però che l’uno di loro ha nome Beviamo e l’altro Daccibere: sì che quando Beviamo li parrà tempo da doversi partire, dirà al compagno chiamandolo Daccibere, or andiamo: e tu che crederai che loro chiedesseno bere, lo porgerai loro, et ellino, per non far più che tu volessi, bevono. E se non che noi ci adormentammo, non si sarè’ mai restato fine che mesciuto avessi, che ellino faceano dalla lor parte quello doveano e tu facevi dalla tua parte quello dovei». Disse Bruglioro: «Se mai m’aviene che tali nomi si trovino in mia casa, dirò: — Se vuoi bere, avessine regato! —».

E dato a costoro la mattina una volta bere, disse: «Andatevene e mai più qui non tornate, né io tali non acetterò».

E così ebbe speso gran quantità senza avere alcuno grado, per sua colpa.

Ex.° cxiii.

CXIIII

G>iunti a Furlì, dove funno ben forniti da cena, e preso alcuno piacere di cantare in questo modo:

«Amor, di questa candida colomba

cercar sotto sua piuma

mi sprona si ’l disio che mi consuma.

Deh, guarda, signor mio, quanta mercede

tu fai se ciò mi fai,

che mi scampi da morte in buona fede.

Se peni, tu sarai

cagion del danno mio, e perderai

a te un servidore,

morendo me, che sai che tien mio core».

E dipoi se n’andarono a dormire.

La mattina levati, il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che a Faenza la sera seranno giunti. L’altore presto disse: «A voi, omini che alle volte con altri in compagnia sete vilipendendo altri, se alcuna volta ricevete beffe non ve ne meravigliate! E però ad exemplo dirò una novella in questo modo, cioè:

DE POMPA BESTIALE

In Pistoia uno chiamato Sardo banchieri facea del grosso e non sofferìa altrui.

F>u nella città di Pistoia uno banchieri nomato Sardo, il quale facea tanto del grande che non parea che altri se li dovesse o potesse aparegiare, avendo ogni persona da pogo. A venne che, essendo lo ditto Sardo tratto anziano del mese di gennaio e ferraio, entrato in officio volendo tener i modi in palagio che tenea di fuori, più volte co’ compagni prese isdegno senza loro colpa, e più giorni steo per tal maniera parendoli esser messer Arach. Et oltra che volesse con ugnuno vincere suoi gare, avea per costume che quando era l’ora del mangiare sempre se n’andava a’ luogo comune, dove stava più d’un’ora prima che a mensa si ponesse, convenendo a’ compagni spettare; e simile modo tenea da sera alla cena. Et era tanto il suo fastidio che più volte i compagni funno per far con lui a mal modo; pur l’officio rifrenava li altri. Lui non curando onore né vergogna e non cognoscendo quanto facea disagio a li altri (che solo per quello doveano di molte cose comportare e sostenere i compagni), e lui il contrario faccendo, di giorno in giorno di male in peggio.

E vedendo uno de’ compagni nomato Salamone la cattività di Sardo, sì del corruccio che con loro facea sì dello star tanto faccendo i compagni stentare, deliberò di tal cosa punirlo senza che a persona l’apalesasse. E subito mandato per vescagine, e quella con l’olio la menò tanto che tenace era; et auto uno cuoio, quello n’empio et alla bocca del luogo comune lo chiavò. Sardo, come fu l’ora del desnare, com’era sua usanza a’ luogo comune si puose; e come quine si fu posto a sedere, subito la vescagine se li apiccò al culo in forma che tutta la parte dirieto e dinanti li comprese; e non potendosi da tal vescagine partire, gridando e chiamando il suo donzello, stava col culo apiccato.

Lo donzello trasse là e vedendo quello che Sardo avea, disse: «Messer, a me pare sia una cosa vescosa e putente». Sardo dice: «Va tosto per acqua calda e per forbici e fa che da questo fastidio mi netti». Lo donzello andò a metter dell’acqua a fuoco. Sardo sta col culo alzato tenendo i panni in mano per non invescarli, essendo, oltra la vescagine, tutto merdoso della sua propria: et essendo freddo e vento, di freddo tremava. E come l’acqua fu calda, lo donzello faccendosi ad altri donzelli aitare, cominciò a lavare Sardo. Ma niente vale, che quanto più coll’acqua calda lo lavava, tanto più vi s’apiccava. E vedendo che niente valea, fu di necessità colle forbici tagliare tutto quello che la vescagine tenea. E tra coll’acqua e colle forbici più di iiii ore steo sempre tenendo scoperto tutto dinanti e dirieto, avendo riceuto molto freddo.

Li compagni, che niente di tal cosa sanno (eccetto uno, cioè Salamone), veggendo che Sardo non venia, a taula si puoseno e desnaron di vantagio, e poi andaron a vedere l’opera che Sardo avea fatta. E giunti a lui, dove trovandolo col culo alzato disseno ridendo: «Or che, se’ giunto, che non ti potea alcuno contentare? Ora hai trovato uno che contentato t’ha». Sardo cheto a niente rispondea. <E così> fine che tutta notte fu, stando molti dì senza parlare a’ compagni. Li compagni ciò vedendo disseno: «Sardo, se ti trovi più questi modi che tenuti ci hai fine a qui, noi ti faremo altro che fatto t’abiamo». Sardo, che si vede esser vituperato, steo contento né mai più dilegiò né beffò altrui, e della <beffa> ricevuta fu contento.

E per questo modo fu fatto umile quello che tutta la superbia credea comprendere.

Ex.° cxiiii.

 

CXV

A>vendo la brigata avuto piacere della novella ditta, la sera cenarono, e come fu l’ora d’andare a dormire si restonno le danze. Volendo che l’altore prima dica una novella, lo proposto disse:

«Tu, omo, libero <fatto> e servo fatti

per questo con tali cose

< . . . . . . . . . . . . . . . .>»

E <ditta, a dormire andarono> fine che la mattina levati furono, dove il proposto a l’altore comandò <che> una novella dica fine che giunti seranno a Imola. Lui presto a ubidire disse: «A <voi>, omini che avete nimistà et a compagnia per lo paese < andate> non aspettando il compagno, quello che può intervenire ad exemplo dirò una novella, in questo modo, cioè:

DE MALA CUSTODIA

Innel contado di Pisa, a Calci, funno 4 omicidiali,

isbanditi a stare a Pescia nel contado di Lucca.

N>ella terra di Calci del contado di Pisa funno quattro, per micidio comisso in quel di Pisa, sbanditi del terreno; li quali per non esser presi diliberonno andare a stare innella terra di Pescia del contado di Lucca (posto che ora lo comune di Firenza quella con altre terre di Lucca possedè).

E dimorando più tempo in quelle parti, li nimici di uno di loro, nomato Gallisone, sentendo ch’è’ si riducea in quello di Pescia, segretamente si dienno a sentire delli andamenti suoi. E spiato che Gallisone spessisime volte solo si partìa da Pescia e caminava alle volte al Borgo a Buggiano, pensonno lui giungere e del micidio commesso far vendetta. E segretamente du’ di loro in Valdinievole n’andaron senza apalesarsi a persona, aspettando l’ora che Gallisone andasse al Borgo.

E non molti giorni dimoronno che Gallisone disse a’ compagni che al Borgo andar volea. Li compagni disseno: «Non andar solo, spetta che alcuno di noi vegna teco». Gallisone disse: «Io andrò innanti e chi vuol venire ne vegna, che prima che io sia al Borgo mi potete aver giunto». E mossosi et uscito di Pescia, solo caminò verso il Borgo. Li compagni, stando alquanto, seguiron Gallisone, ma non sì tosto che i nimici di Gallisone non l’avesseno prima morto che coloro giunti fusseno a mezza via. E ricoltosi li mafattori, i compagni di Gallisone sopragiungendo trovonno Gallisone in sulla strada morto; della qual morte portonno gran dolore, dicendo tra <loro>: «Se Gallisone ci avesse aspettati non sarebbe morto»; ordinando tra loro che sempre insieme caminassero.

Ritornati a Calci quelli che ucciso aveano Gallissone narrando tal morte, subito li nimici d’uno delli altri rimasi, il quale avea nome Morovello, saputo il modo della morte di Gallisone pensonno per quello modo Morovello uccidere. Et andati segretamente in quel di Pescia, si puosero in luogo che tutte <le mosse> che quelli tre faceano vedeano. E vedendo Morovello, <pensavano fare> loro vendetta, dicendo: «Se in questi II dì non ci viene fatto, altra volta ritorneremo». E non molte ore passonno che viddeno Morovello esser romaso alquanto arieto per fare l’agio del corpo e calato le brachi in uno casalino si puose. Li altri non aspettandolo, li nimici trassero et in quel luogo l’uccisero. E partitosi, a Calci ritornoro narrando la vendetta fatta.

Uno, al quale li era stato morto un suo padre da uno di què’ iiii nomato Biancaccio, disse: «Io mi sento ben in gambe; per certo io farò ben la mia vendetta di Biancaccio. E se potrò uccidere l’altro che con lui fu quando mio padre fu morto, non me ne infingeròe». E mossosi, e caminò in quello di Pescia per vedere se i suoi nimici vedesse. Biancaccio e ’l compagno che ritornavano dè’ luogo dove andonno, non sapendo niente della morte di Morovello ma stimando che tornato si fusse a Pescia, come funno a quel casalino viddeno l’arme di Morovello. Et entrato innel casalino, trovonno Morovello morto, colle brachi calate. Dolendosene disseno: «Noi facemmo male a non spettarlo quando lo vedemmo puoner a far suo agio, però che ’l nimico non guarda né u’ né chi quando il loro nimico uccider puonno; e però facciamo oggimai di noi miglior guardia, che non abandoni l’uno l’altro».

E mentre che tali parole diceano, lo nimico loro che tutto vede et ode, fra sé pensò: «Se io a costoro assaglisco, non potrò fare quello voglio e potrenno me uccidere; ma io farò vista volere loro fuggire dinanti: ellino, come mi vedranno solo, mi correranno dirieto et io bene in gambe correrò, e non potrà esser che Biancaccio e ’l compagno corrano del pari. Come io ne vedrò neuno di loro separato da l’altro, io lo ferirò, e poi l’altro campare dinanti non mi potrà».

E fatto tal pensieri, subito misse un grido dicendo: «Traditori, voi siete morti!» Biancaccio, vedendo il suo nimico, subito trasseli dirieto: colui fuggendo, Biancaccio, come desideroso uccidere colui come ucciso avea il padre, molto più innanti era che ’l compagno. E quando colui vidde Biancaccio molto di lungi dal compagno, rivoltósi e colla lancia diè un colpo a Biancaccio per lo petto che da l’altra parte lo passò, e morto cadde. Lo compagno, che quasi avea sopragiunto dove Biancaccio era, e vedendolo morto pensò il fugire li fusse scampo. E subito voltatosi gridando, quello da Calci seguendolo, che bene in gambe era, l’ebbe sopragiunto e colla lancia per le reni li diè che morto lo fe’ cadere.

E dato volta, si ritornò a Calci, narrando come Biancaccio e lo compagno erano da lui stati morti. E così fu finito tra loro la guerra.

Ex.° cxv.

CXVI

Colla dilettevole novella la brigata giunse a Imola, dove il proposto comandò che quine si dicesse e cantasse una canzona; dicendo:

«Come vuoi, donna, tu ch’io mi dia pace,

ch’amor per te mi fa sì aspra guerra

ch’ogni uscio di pietà mi chiude e serra?

Ma se del pianger tu vuoi ch’i’ mi posi,

fa che m’alenti il tuo tormento amore;

amor, che li occhi tuoi sian sì pietosi

che ’l tuo per me faccian pietoso core.

Altramente vedrai me per dolore

innanzi, un dì, caderti morto in terra,

se l’usci suoi pietà non mi diserra».

E venuta l’ora d’andare a cena, cenarono, e dapoi a dormire n’andarono.

E levati la mattina, il proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che a Meldola Castello giunti saranno. Il quale subito voltatosi alla brigata disse: «A voi, omini e donne che stando a vedere vanità, in grande pericolo e danno e vergogna <venite> potendo a tali riparare, ad exemplo dirò alcuna novella, in questo modo:

DE PIGRITIA

Di uno maestro di legname: per negligenza, vedendo

lo fuoco apreso a un ruciolo, arse la casa.

Carissimi fratelli e magiori, e voi, carissime et onestissime donne, io v’ho proposto di dire alcune novelle d’alcuni che per lo stare a vedere, avendo potuto riparare, sono venuti in gravi pericoli e danni. E posto che di migliaia dir se ne potesse, ora al presente in questa nostra novella non dirò se non di quattro maniere di modi di chi è stato a vedere avendo prima potuto riparare e per sua negligenzia s’ha lassato alla pigrizia vincere.

E primo dico: innella nostra città di Lucca nel tempo che quello da Parma, cioè messer Piero Rossi, ne fu signore, fu uno maestro di legname nomato Vitali, il quale avendo famiglia et alcuno fanciullo piccolo e stando a casa et a bottega faccendo casse et altre massarizie che a l’arte si richiedeano, una sera lavorando innella sua bottega di notte certe casse tenendo la lucerna accesa per poter vedere lume — ed avea per costume questo Vitali che tutti i ruciori e mozzature di legname mettea sotto la scala —, avenne che mentre che lavorava, avendo lavorato alquanto e fatto molti ruciori, la lucerna (come alcuna volta fa) sfavillando, una favilla piccolissima cadde in s’uno di quelli ruciori. Vitali la ved’e dice: «Ben vo’ vedere quello che quella favilla <facesse se io qui non fusse». La favilla>, che in uno rucioro caduta era, s’aprese et a pogo a pogo viene ardendo l’altro da lato. Vitali si puone a sedere e sta a puoner cura <al fuoco>. Lo fuoco va ardendo per lo spazzo li ruciori fatti la sera, venendosi acostando a quelli che sotto la scala erano. Vitali saldo pur dicendo: «Che farai?» Lo fuoco, che vede la materia apparecchiata, faccendo suo corso innel monte dè’ ruciori che sotto la scala era s’aprese. Vitali, che quello ha veduto, disse: «Non ci è da stare». Levatosi per volere il fuoco spegnare, lo fuoco è grande e colle mani spegnar noi può; diliberò coll’acqua spegnarlo. E montato la scala et ito alla brocca dell’acqua, scendendo la scala trovò tutta la bottega piena di fuoco, né l’acqua portata niente valse.

Vitali, vedendosi a mal partito, per campare la famiglia sua, rimontata la scala, et i fanciulli da una finestra dirieto collò e simile la donna. Vitali, che parea a lui che ’l fuoco non dovesse ancora aver arso lo solaio, per campare alcuni suoi arnesi, innella camera intrò; dove regandosi a dosso alcuna cassetta di suoi miglioramenti, i vicini tratti e rotto li usci dinanti, e quasi tutto ciò ch’è in bottega arse. Et il fuoco avendo arso il solaio, Vitali colle casse venuto in sala, lassòle; <il solaio> non potendole sostenere si fiaccò, Vitali colle casse innella bottega cadde. Avendosi prima tutto fracassato per la caduta e il fuoco cocendolo, a mala pena vivo di quine tratto fue. La casa livrò d’ardere. Vitali, messo in su un letto d’un suo vicino, narando la cosa come andata era, dicendo: «Io me l’ho ben guadagnato», e così si morìo.

 

Vegno ora a contare che uno nostro cittadino nomato Bartolo essendo fattore d’una compagnia di Lucca (la quale al presente non è di bisogno di dire qual’è), avendo il ditto Bartolo fatto molte grandi spese per suoi fatti propri, cognoscendo <li> maestri suoi che al salario che il ditto Bartolo avea non potea né dovea tali spese fare, pensonno lui dover far mala massarizia <di quello della compagnia>, dicendoli: «Bartolo, noi troviamo che tu hai tratto dè’ banchi migliaia di fiorini; no’ vogliamo che ci mostri in che modo sono stati distribuiti». Bartolo, che i libri avea in punto, disse: «Io vel mosterò ordinatamente». Li maestri contenti disseno: «Mette ogni cosa in su uno quaderno, sì che noi possiamo esser chiari».

Bartolo, rinchiudendosi una sera innello fondaco, avendo molti libri aperti e posti sopra una scafa, o vogliamo dire scrittoio, e come li bisognava l’uno o l’altro presto lo potea avere. Et essendo stato gran pezzo della notte tenendo uno candellieri grande con una candella di sevo accesa dinanti e pensando donde mettere capo di quello che far dovea, avendo tutti i libri inanti aperti dell’entrata e de l’uscita e stando sopra sé, venne uno topo non molto grande; e rizzatosi al candillieri, Bartolo, che ciò vede, dice fra sé: «Or che vorrà fare quel topo?», e stava cheto senza niente dire né muoversi. Lo topo, giunto alla candella, cominciò a mangiare; Bartolo fermo. Lo topo rode tanto che giunto fu al lucignoro, dove il topo misse i denti; e non potendo il topo ritirare il dente a sé, dava alcuno grollo alla candella. Bartolo, che vede che la candella dal topo è grollata, <non si muove>.

Lo topo, per forza non potendone <cavare> li denti, cavò del candellieri la candella. Bartolo rizzandosi, lo topo spaventato saltò sopra la scafa colla candella accesa dove erano i libri aperti: quine avendo molto cottone da balle, com’è d’usanza, la candella a quello cottone s’aprese. Et ardendo forte, Bartolo volendo il fuoco spegnare per lo meglio che potea, non avendo acqua, colle mani e co’ libri tanto fe’ che il fuoco ispegnò; non però sì tosto che tutti i libri non fusseno arsi più che la metà del foglio. Per la qual cosa Bartolo doloroso, non potendo mostrar quello che speso avea, disse a’ maestri suoi il caso. Li maestri dicendo: Ribaldo, ora che ci hai rubbati trovi modi che i libri siano arsi!», e non credendolo, tutto ciò che avea d’imobile li levonno, et in quello che a loro parea lo fenno obligare. E fu ristretto il ditto Bartolo a vivere a stento colla sua famiglia, né mai tornò in stato che d’un paio di calze si potesse vestire. E questo l’adivenne per lassare contentare il topo.

 

Lo terzo modo della nostra novella si fu innelle parti di Lunigiana, in una terra chiamata Sarezana. Al tempo che messer Giovanni dell’Agnello là signoregiava <fue> mandato uno officiale nomato ser Sardo da Vico, omo più tosto a stare a vedere il male che a quello mettervi rimedio; che essendo il ditto ser Sardo officiale innella ditta terra — il magiore <d’>alcune vallate intorno — uno giorno vennero a lui certi buoni omini dal Vecciale dicendo a ser Sardo: «Noi vegnamo a voi però che innel nostro comune sono alquanti che per una caccia di porci hanno preso tra loro alcuno disdegno, e pensiamo se verrete là su o che per le parti mandiate, che tutto aconcerete, altramente potrà tra loro nascere discordia di venire a colpi». Ser Sardo dice: «Io sono qui per punire chi fallirà, e questo travaglio non mi vo’ dare a venire colà su et anco né a farli qui venire». Coloro dissero: «E noi non possiamo altro fare».

E partiti, non molti giorni passarono che tra quelli nacque <discordia> colpegiandosi con pugni in forma che alquanto sangue uscìo ad alcuno dè’ litiganti. Per la qual cosa i buoni omini è’ parenti et amici dell’una parte e dell’altra vennero a Sarezana dicendo a ser Sardo che li piacesse d’andare al Vecciale o veramente mandare per loro e che cognoscano veramente lui metter rimedio, che a pace si ridurenno; e se non v’andasse o che a lui non li facesse venire, che co’ ferri proveranno loro quistioni. Ser Sardo, che ha udito i colpi dè’ pugni, dice: «Or così mi piace che questo abino fatto, et a questo modo varrà la mia corte. E se più avanti seguiranno tanto guadagnerà più»; dicendo: «Andate, che io punirò ben chi fallirà». Et a niente si muove.

Quelli buoni omini, che vedeno quanto ser Sardo officiale è pigro e tristo, diceno: «Per certo se per la quistione nata si verrà a’ ferri, mai ser Sardo non serà nostro amico et in cosa che comandi per noi non serà ubidito, poi che non vuole muoversi a tenere il paese in pace». E questo dissero a uno suo notaio. Il notaio dice a ser Sardo quello che quelli buoni omini hanno ditto. Ser Sardo dice: «Lassa pur fare che se s’uccideranno insieme io serò molto contento, che ben farò la robba loro alla corte venire». Lo notaio dice: «Per certo meglio sarè’ che là su s’andasse o veramente si facessero qua venire, e potresti la cosa aconciare». Ser Sardo disse: «Tu sè’ un matto a dire che io ne vada <o> ne mandi: lassali fare».

E mentre che tal parole tra loro diceano, venne uno dè’ vicini dicendo: «Ser Sardo, le parti sono armate e dicono che non si pacificheranno per mano di persona se non per vostra; e me hanno mandato, dicendomi che se non andate a conciarli, che in fine avale v’avisano che tra loro si comincerà la battaglia». Ser Sardo dice: «Incomincino a loro posta, che io sono qui per punirli del fatto che faranno, né non mi curo di lor conciare».

Colui ritornò narrando tutto ciò che ser Sardo ditto avea. Coloro, vedendo che ser Sardo pogo se ne curava, come giovani si comincionno a percuotere: in poghi colpi dell’una parte e dell’altra ne funno ii morti et alcuni feriti. Il romore grande, la campana a martello, la novella viene a ser Sardo come già v’erano ii morti e molti feriti e che sempre erano alle mani. Ser Sardo, che ode tutto, fatto sellare i cavalli, disse al suo notaio che seco al Vecciale cavalcasse. Lo notaio dice che non vi vuole andare poi ch’è’, a tempo che non erano venuti a’ fatti, andar non vi volse. Ser Sardo montato a cavallo, mostrando molto volontaroso, con alquanti suoi fanti cavalcò verso il Veciale.

E come fu presso al Veciale, quelli che tra loro combatteano fattosi fidi insieme disseno l’uno a l’altro: «Voi vedete che ora che siamo disfatti e morti e feriti ser Sardo ci viene o a prendere o veramente per tollerci i nostri beni; e quando tra noi non erano se non parole, di quanti imbasciatori li abbiamo mandato, mai venir ci volse. E pertanto a noi pare, poi che lui di tal male è stato cagione, che lui ne porti la pena e quello che tra noi fatto abbiamo si perdoni, rimanendo amici».

Acordati a tal cosa, ser Sardo giunse al Vecciale molto brusco, volendo fare dell’aspro. Coloro stretti insieme disseno: «Quando ci potei metter in amore non volesti et hacci fatto uccider insieme, et ora pensi noi prendere et il nostro godere; la qual cosa fatto non ti dé venire, ma del contrario pensa». E fatto li famigli star da parte, subito a pezzi lo taglionno. E di tal cosa ne mandonno imbasciata a Pisa. I pisani, sapendo la verità della cosa, perdononno a coloro; e mandato < altro> officiale, ridusse il paese in pace.

 

Vegno alla parte ultima della nostra novella, dicendo: uno delle terre di Nicolò da Piuolo maritò una sua figliuola nomata Tomasa a uno del contado di Luni nomato Fallera, omo di soldo più che da lavoro. Et avendo menata questa sua donna in una villa chiamata Casciana, innella quale uno prete giovano nomato prete Martino s’innamorò della ditta Tomasa, e per venire ad effetto di lei, un giorno chiamò Fallera dicendoli: «Per certo, Fallera, la tua donna mi piace tanto che volentieri se io potesse te la furerei; e quando furata te l’avessi ne la menerei in mie contrade e meco la riterrei». Fallerà dice: «Sere, voi sete troppo aboccato, che io la voglio per me». Lo prete dice: «Or che leva a dire? io m’ingegnerò di tollertela quanto potrò o saprò». Fallera ridendo dice: «Abbi pure cotesto pensiero, et io m’arò il mio».

E dimorando più mesi per tal modo, il prete adomesticandosi in casa di Fallera, alla presenzia di Tomasa dicea al marito: «Fallera, per certo io ti convegno Tomasa tollere, e meco la condurrò. E non pensare che io di quel fatto non la fornisca o meglio o così bene come facci tu». Fellera, che tutto ode, a niente prende pensieri, ma standosi pur pigro avendoli ditto il prete spessime volte alla presenzia di Tomasa che lei tollerè’. Et oltra questo, venia il prete talora con una borsetta et alcuna volta con una cintoretta o con uno anello, dicendo: «O Fallera, aciò che io ti dica il vero che io ti tollerò Tomasa, in fine avale li dono questa borsa e questa cintura e questo anello per caparra; et ella come savia può comprendere che io la tratterò bene». Fallera dicea: «Dalle pur ciò che vuoi che di niente mi moverei per tuo ditto». Tomasa le cose prendea. E fu tanto questa domestichezza che prete Martino con Fallera prendea che in poghi giorni condusse Tomasa a far la sua voluntà.

E più volte ritrovandosi insieme lo prete e Tomasa dandosi piacere, diliberando tra loro doversi partire et abandonare Fallera, divenne, un giorno che Fallera era in casa, lo prete venne con uno cappone cotto dicendo a Fallera: «Io sono venuto a mangiare teco questo cappone, ma voglio che tu spigori la botte del buon vino, che più volte Tomasa, avendomi dato piacere, me n’ha dato a bere». Fallera dice: «O sere, pur co’ motti!». E mosso, con uno vagello alla botte n’andò. Lo prete, rimaso solo con Tomasa, senza che di quine si partisse, in sullo spazzo la caricò. E prima che di quine Tomasa levata si fusse, tornò Fallera col vino: lo prete già levato, Tomasa riverta non avendosi ancora coperta dè’ panni, disse Fallera alla moglie: «O questo che vuol dire?» Lo prete disse: «Ella m’ha voluto mostrare la mercantia che comprare debbo se ella mi piace; e però ti dico, se a comprare l’avesse io non ne darei un denaio, ma perché io me la penso aver in dono, ti dico, Fallera, che ella mi piace». Fallera pigro e tristo niente disse. E desnato che ebbero, non prima si trovoron insieme che diliberonno di quine partirsi.

E così, un giorno che Fallera era ito a Sarezana, il prete con Tomasa si partirono e caminonno verso Parma. Dove, tornando Fallera e non trovando la moglie, fulli ditto col prete esser caminata verso Parma, il quale subito tratto loro dirieto con alcuno suo parente, l’ebbeno in uno albergo sopragiunti. Il prete, ciò vedendo, diè a fuggire. Tomasa, che fugir non potéo, dal marito fu giunta. E conduttala a Casciana e quine alcuni giorni tenutola promettendole perdonare, diliberò un giorno menarla a casa del padre; e come fu innelle terre di Nicolò da Piuolo, quine l’uccise. E tornato a Casciana, fu per lo visconte di Luni saputo la morte fatta di Tomasa: fatto prendere il Fallera, e confessato, li fe’ tagliare il capo come la ragione vuole.

E questo l’intervenne per non prender rimedio quando l’arè’ potuto prendere.

Ex.° cxvi.

CXVII

Le dilettevole novelle ditte condussero la brigata al bel castello di Meldola, là u’ trovarono di vantagio aparecchiato per la cena. E perch’era alquanto l’ora <avanti> che si cenasse, comandò il proposto a’ danzatori che alcune danze con suoni facessero. E così ubidito dandosi piacere fine a l’ora douta del cenare, e dapoi, per poter fare buona levata per lo dì seguente, per caminare verso Bologna, licenziò che ognuno a dormire se n’andasse, e a l’altore comandò che per lo dì seguente ordinasse di contentar la brigata di bella novella. E così, dato l’ordine, di buona voglia la notte posarono.

E levati che furon la mattina, l’altore parlò dicendo: «A voi, omini simplici e materiali li quali con nuovi inganni vituperosamente vi lassate ingannare, et a voi, donne che per fare il vostro desiderio consentite ogni vostra vergogna, ad exempro dirò una novella fine che giunti saremo dove il senno si compra, cioè a Bologna, in questo modo (e posto che in altra parte <una> quasi simile si notasse, nondimeno quella fu diversa da questa), dicendo:

DE PESSIMA MALITIA IN PRELATO

In quel di Bologna, in una villa nomata La Valle, <fu> uno chiamato

Papino lo quale per alcuna cosa fu chiamato da’ vicini frate Papino.

Fu nel contado di Bologna, dove stasera pensiamo essere, in una villa chiamata La Valle, uno omicciuolo assai ricco chiamato Papino, che dandosi a credere che una sua donna nomata Elcopatrassa, bella di suo corpo, usando le chiese non le fallirebbe, essendone molto geloso pensò spessime volte oltra l’usato andare visitando le chiese del paese intanto che niente altro facea; per la qual cosa da’ vicini era chiamato frate Papino. E perché era assai di grossa pasta, non sapendo altro che ’l paternosso, digiunava et erasi fatto delli disciplinatori. E tutte queste cose facea per amore di Elcopatrassa sua moglie, la quale era di xxiiii anni, bella e ritonda che parea pure uno corombalo rosso e per l’astinenza del marito e delli digiuni facea più astinenza di quel fatto che ella non arè’ voluto. E talora che ella arebbe voluto dormire con lui e scerzare, elli li racontava le dolce prediche che udite avea; e con queste cose e simili spessime volte la contentava a suo parere.

Ora avenne che, morendo il prete o vero abate di quel comune, uno monaco della villa, il quale più tempo in Bologna <stato era>, fu per li omini della Valle eletto e chiamato abate. Avea nome questo abate don Muggino et era giovano e robusto della persona e bello; con cui frate Papino prese somma domestichezza, chiarendoli ogni suo dubio. Et avendo con lui presa molta domestichezza, spessissime volte lo menava a cena et a desnare con lui.  E cognoscendo don Muggino la condizione di frate Papino e della moglie, e vedendola sì bella e fresca, s’avisò che la donna dovesse patire disagio di quello che le donne sono più desiderose. E pensòsi di volere tollere fatica a frate Papino et inducer la donna a’ suoi piaceri.

E postoli li occhi a dosso più volte ben astutamente, tanto fece che la donna di quel medesmo desiderio s’acese che don Mugino aceso era. Et acortosi il monaco che la donna era infiamata di lui, quanto più presto potéo diè opera di trovarsi con lei. E trovatosi con lei, suo pensiero le narrò; e posto che ben la trovasse disposta a dare effetto all’opera, nientedimeno ella fidar non si volea esser col monaco in neuno luogo fuora di casa; <et in casa> non era modo, perché ’l marito rade volte per gelosia sola <la> lassava. Di che il monaco portava assai dolore.

E stando più tempo in tal maniera, li venne pensato un modo di dover esser in casa sua senza sospetto. E chiamò frate Papino che con lui andasse al monesterio e quine li disse: «Io ho assai volte compreso che tutto il tuo pensiero è d’acquistare la gloria di paradiso, et a questo veggo che molta fatica vi duri. E però ti dico che se fare vorrai a mio senno con più corta via che non è quella che cominciata hai vi ti farò andare, però che noi tutti, preti e prelati, l’usiamo, ma il papa non vuole che ad altri si mostri, acciò che le limosine si faccino; ma perché mi pare comprendere che mio amico intimo sii e che quello che io ti dirò a persona non apaleserai (che ne sarei disfatto), ti dirò e insegnerò quel modo che la gloria di paradiso acquisterai». Lo frate, più tosto ismemorato che savio, li giura mai a persona del mondo non dirlo.

Don Mugino li dice: «Tu dèi sapere che la Chiesa tiene che chi vuole acquistare la gloria di paradiso conviene fare la penetenza che tu odirai. Ma intendi sanamente: io ti dico che tutti i peccati che arai fatto <prima del>la penetenza ti saranno perdonati e dapoi li peccati che farai n’andranno per acqua benedetta. Conviensi adunqua l’uomo con gran diligenzia confessare e poi cominciare un digiuno di xl dì, innel quale non che di toccare altra femmina ma di toccare la tua propria ti conviene astenere. Et oltra ciò ti conviene avere innella tua propria casa alcuno luogo d’onde tu possi vedere il cielo, et all’ora di compieta andarne a questo luogo et avervi una taula molto larga ordinata che stando tu in piedi vi possi le reni apoggiare e distendere le braccia a guisa d’uno crocifisso; et in questa maniera guardando il cielo stare senza muoverti punto fine a matutino; e se sapessi lettera ti converrè’ dire alquante orazioni, ma perché non ne sai ti converrà dire cc paternossi et aitante avemarie all’onore di Dio e della Santa Trinità, sempre riguardando il cielo. E poi, come mattutino suona, te ne puoi andare e sopr’a’ letto così vestito gittarti; e la mattina apresso andare alla chiesa e quine udire almeno tre messe e dire cinque cavate, e poi far con simplicità alcuni tuoi fatti, e poi desnare e al vespro venire alla chiesa, e poi in sulla compieta ritornare al modo che ditto t’ho. E questo faccendo, come feci io, spero che innanti la penitenza sia finita sentirai meravigliose cose della etterna beatitudine, se con divozione fatta l’arai». Frate Papino disse: «Questo non è gran cosa, che si può assai gevilmente fare, per che al nome di Dio voglio domenica cominciare».

E da lui partitosi, se n’andò a casa e con sua licenzia ordinatamente alla moglie disse ogni cosa. La donna inteso che ’l monaco potea aver agio di lei fine al mattino, disse al marito che a lei piacea pur che facesse bene per l’anima sua e che n’era molto contenta; et acciò che Dio li facesse la sua penitenza profittevile, volea con lui digiunare ma non altro fare.

Rimasi adunqua in concordia e venuta la domenica, frate Papino cominciò la sua penetenza, e messer lo monaco, convenutosi colla donna di notte (che veduto non potea essere), il più delle sere se n’andava a cenare con lei, sempre ben da mangiare e da bere seco regando; poi con lei si giacea fine a l’ora del mattino. Il quale levato, se n’andava, e frate Papino tornava a letto.

Era i’ luogo che frate Papino avea eletto a lato alla camera dove la donna col monaco si davano diletto, né d’altro era diviso se non d’una parete; per che ruzando messer lo monaco colla donna alla scapestrata, et ella con lui, parve a frate Papino sentire alcuno dimenamento di solaio. Di che avenne che, già avendo ditto c paternossi e fatto punto quine, chiamò la donna senza punto muoversi, domandandola ciò ch’ella facea. La donna, che mottegevole era, forsi cavalcando allora senza sella la bestia di san Benedetto o vero di san Francesco, disse: «Marito mio, io mi dimeno quanto posso». Disse allora frate Papino: «Che vuole dire questo dimenare?» La donna ridendo (che valente era e forsi avea cagione di ridere) rispuose: «Come, non sapete voi che ciò vuol dire? Chi la sera non cena tutta notte si dimena». Credette frate Papino che <’l> digiunare che mostrava di fare li fusse cagione di non poter dormire. A cui elli di buona fede disse: «Donna, io t’ho ben ditto: — Non digiunare! —, ma pur, poi che l’hai voluto fare, non pensare a ciò ma pensa di riposarti, che tu dai tali volte per lo letto ché tutta la casa fai tremare». Disse allora la donna: «Non ve ne caglia, ch’io so bene ciò ch’io fo: fate pur ben voi, ch’io farò bene io se potrò!»

Ristetesi adunqua frate Papino e rimisse mano a’ paternossi, e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi fatto in alcuna parte della casa conciare un letto, dove quanto durò il tempo della penetenzia con grandissima festa si stetteno, e quando il monaco se ne andava, la donna al suo letto tornava. Continuando la donna il suo diletto col monaco, più volte mottegiando la donna disse al monaco: «Tu fai fare la penitenza a frate Papino, per che noi abiamo acquistato paradiso».

E parendo alla donna molto bene stare, <sì> s’avezzò a’ cibi del monaco, che essendo dal marito lungamente tenuta a dieta, ancora che la penetenzia di frate Papino si compiesse, modo trovò di pascersi in altra parte con lui, che lungamente ne prese suo piacere.

Ex.° cxvii.

CXVIII

R>edutti le brigate per la nuova novella ditta, giunsero a Bologna, dove il proposto comandò che una stanza si prendesse in onesto luogo, sperando quine dimorare alcuni dì; e così si fè’. E venuto l’ora della cena, quine faccendo dire alcune canzonette fra le quali si disse per una giovanetta così:

«Non far <contra> al dovere, che forse forse

contro ti tornerà quel <c’>hai pensato,

e il bellistà è sempre apparecchiato.

Il tempo passa, e però guarda, guarda io

<prima> che giugni e non al fatto doppo,

ch’è’ leone già bisogno ebbe del topo.

Apri li occhi e rico’ queste verba

e pensa ch’umiltà vince superbia».

Cantato la dilettevole canzonetta, le taule poste, le vivande venute, lavate le mani, a cenare n’andaro. E doppo cena li stormenti sonando, le danze prese, fine a l’ora del dormire steono; parlando il proposto a l’altore, dicendo che per lo dì seguente doppo il desnare ordinasse una novella fine a l’ora della cena, restando in Bologna: a cui <l’altore> rispuose che fatto serà.

Et iti a dormire, la mattina levati, e fine al desnare ciascuno si diè buon tempo. E desnato, l’altore parlò alto dicendo: «A voi, omini che avete ucciso e dapoi co’ parenti di tali vi pacificate, ad exemplo dirò una novella»; dicendo così:

DE INIMICO RECONCILIATO NE CONFIDETUR

Al tempo che li pisani erano signori di Lucca e Pisa, un Gualfreduccio

e ’l Sessanta isbanditi, l’uno la fregò <a l’>altro per comparatico.

N>el tempo che fu tagliato la testa a’ Bergolini di Pisa et i Raspanti rimaseno signori di Pisa e di Lucca, fu innel contado di Lucca in una villa nomata Camaiore (posto che già fusse castello, in quel tempo era senza mure) uno nomato Gualfreduccio di Maletaccole, isbandito per molti micidi che fatti avea dè’ suoi contrari e d’altri; infra’ quali che morti avea, fu uno di quella terra nomato Ciuglio, fratello d’uno nomato il Sessanta. Il quale Gualfreduccio, doppo tale micidio fatto del ditto Ciuglio, a preghiere d’alquanti suoi amici e d’altri si ridusse a pace col ditto Sessanta fratello del ditto Ciuglio; e per dimostrare più amore, il preditto Sessanta si fe’ compare del ditto Gualfreduccio.

E come omini isbanditi l’uno e l’altro di continuo andando armati di corazze e di cervigliere lance e falcioni et altri armi, steo il ditto Sessanta alquanti anni col ditto Gualfreduccio a una guerra, mangiando e bevendo, dormendo e stando insieme soli e con altri compagni, non dimostrando tra loro alcuna malavoglienza, intanto che per lo paese si ragionava il ditto Sessanta amare più Gualfreduccio che sé proprio. Et il ditto Gualfreduccio si confidava tanto innel ditto Sessanta che più che di fratello li portava fede (O sciocchi, che credete che colui che è stato diservito non tegna sempre a mente il diservigio a lui fatto! Né mai del cuore li esce, e qual pensa che altro ne sia è pogo savio!).

E stando i preditti in tale maniera per la vicaria di Camaiore, oggi in un luogo domane in uno altro come li sbanditi fanno, essendo di state e ’l caldo grande, divenne che una romea assai giovana passando dove il ditto Gualfreduccio co’ compagni erano in aguaito, la ditta romea dinanti al ditto Gualfreduccio rapresentata fu. E volendone prendere suo piacere, quella da parte trasse e cavatosi di testa la cervigliera e dinanti isbottonatosi la corazza per poter più diletto di tale prendere, calatosi le mutande e sopra di tale sagliendo facendo quello che a tale atto richiede; e mentre che tale cosa per lo ditto Gualfreduccio si facea, <uno suo ragazzino> chiamato Carnicella con motti disse: «Chi ha <a> fare non stia». Il Sessanta, che tali parole ode, pensò del fratello aver il modo di vendicarsene.

Non guardando comparatico, non guardando perdono né pace né amicizia né compagnia né pericolo che a lui ne potesse venire, con uno falcione se n’andò dove Gualfreduccio era et in sulla testa dalla parte dirieto li diè. Gualfreduccio volendosi levare, non potendo per le mutande che calate avea et anco per lo colpo avuto, il Sessanta rinfrescando i colpi in sulla testa per modo che morto l’ebbe, lo romore sentendosi per li altri compagni di Gualfreduccio che quine erano fu tratto dirieto al ditto Sessanta e senza ostare lo giunseno dove quine l’uccisero.

E per questo modo, per aversi fidato dello inimico fue morto; e così adiverrè’ di chi si fidasse come si fidò Gualfreduccio.

Ex.° cxviii.

CXVIIII

Odito quanto de l’uomo guardarsi di fidare la sua persona al suo nimico — per la qual cosa il proposto lodò molto l’altore che di tale cosa avea amaestrato la brigata —, e perché era assai di buon’ora prima che fusse l’ora del desnare, il proposto comandò a’ cantatori che una canzona dicesseno fine che l’ora serà d’andare a desnare. E presto uno cantatore con una damigella comincionno una canzona in questo modo:

«Io prego che ogni donna cruda invecchi

e poi per più sua pena ognor si specchi;

che veggia i dì perduti e ser condotta

nelli anni ove natura lei disprezza.

Ver’è che ’l tempo ritorna a bell’otta

a chi trapassa al dare quel che il diletta;

così d’ognuna invidia fa vendetta

tornando il ben dell’altre a’ suoi orecchi.

Se stesse fermo e non fuggisse il tempo,

o che ier ritornasse, ristorare

sé donna altrui potrebbe; ma di tempo

chi la potrebbe, chi l’amasse, amare?

Non vuol per suo piacere donna filare:

pensa poi tu che in perdere tempo pecchi».

Ditta la canzone, le vivande aparecchiate, lavate le mani, a seder si puoseno. E desnato, preso le danze, in uno giardino se n’andaro dove lo proposto comandò a l’altore che una novella dica fine che l’ora sera d’andarsi a posare per lo giorno che caldo era. L’altore atto a ubidire si voltò alla brigata parlando: «A voi, omini che v’afrigete trovando le vostre donne in fallo, non pensando che natura l’ha condutte a tale atto; e però ad exempro dirò una novella: non però che le donne debiano di ciò prendere sigurtà, che radi si troverenno pazienti, come innella seguente novella sentirete, in questo modo:

DE INGENIO MULIERIS ADULTERE

Al tempo del vecchio re di Napoli, re Manfredi,

e di madonna Lagrinta, che s’inamorò di uno scudieri.

Fu in Napoli al tempo del vecchio re, cioè dello re Manfredi, uno cavalieri nomato messer Astulfo, il quale avendo una sua donna bellissima e gentile nomata madonna Lagrinta, la quale doppo molto stare col marito e di lui prendendo quello piacer che donna di marito prender si possa intanto che a ciascuno di loro parea essere innel secondo paradiso, e così dimorando, divenne che più volte trovatasi la ditta donna a sollazzo a certi giardini con alquante donne e baroni, e doppo molto sollazzare (come più volte è adivenuto) la ditta madonna Lagrinta s’infiammò d’amore d’uno scudieri nominato Nieri, assai della persona da pogo a rispetto del marito. Per lo quale amore, doppo molte danze e canti prese ardimento la ditta donna di parlare a Nieri sua intenzione narrandoli l’amore ch’ella avea preso di lui; e doppo alle presente parole, Nieri aconsentìo a tutto ciò che la ditta donna li richiese. E dato l’ordine di trovarsi insieme, <si trovonno> quine u’ si preseno piacere e diletto. Per le quali cose l’uno e l’altra si teneano assai contenti.

E perché le cose non si puonno sì strette fare che a luce non vegnano, un giorno il ditto messer Astulfo, oltra l’usato modo, per alcuno accidente si partìo di corte et a casa dove la donna tornava se ne andò. E non avendo la donna pensiere che il marito tornasse, lassati aperti et usci e porti, essendo innè’ letto con Nieri dandosi piacere, sopravenne messere Astulfo; et in camera entrato, trovò la moglie con Nieri innel letto; e tutto spaventato vedendo la moglie averli fallito, di dolore quasi tramortìo. Nieri, che hae veduto messer Astulfo, subito gittatosi fuora dè’ letto e quanto potéo dato a fuggire, <la donna volendolo seguire>, messer Astulfo come savio disse: «Donna, tu hai troppo fallito ad avermi vituperato, et ora il fallo che far vuoi sarè’ magiore volendo fuggire; e pertanto ti dico che a me hai fatto quello che giamai contento non debbo essere. E però ti dico che giamai meco non dèi usare fine che altro non sento di te che sia vastevile al fallo fatto».

E così di casa partisi tutto malanconoso et a corte tornò, e di quine pensò non partirsi né mai alla sua donna tornare. Lo re Manfredi, che ’l vede sì malinconoso, disse più volte ch’era la cagione che sì malanconoso stava. Messer Astulfo fingendo li dicea or una cosa or un’altra, e del fallo della moglie niente dicea.

E dimorati alquanti mesi in tal maniera, essendo un dì per malanconia posto a uno portico della sua camera del palazzo dè’ re e pensando sopra di quello che la donna sua fatto li avea, venendoli alcuna volta pensieri d’ucciderla et alcuna volta di disperare se tanto dolore l’abondava; e stando sopra tali pensieri, vidde uno cattivello, che andava col culo innel catino, acostarsi alla porta del palagio di madonna Fiammetta reina e moglie dè’ re Manfredi e collo scannello picchiava la porta di tal palagio. E doppo molto picchiare, la reina venne alla porta e quella aprìo. Di che quello giovano che innel catino sedea gittando lo scannello percosse innel petto della reina, dicendole villania che tanto avea posto ad aprire. La reina scusandosi che più tosto a lui non era potuta venire, e colle braccia prese quello giovano et in casa lo tirò. E cavatoli lo catino, in quello spazzo si lassò caricare. E stato alquanto in tal maniera, raconciantoli il catino e datoli dè’ confetti e beuto, lo rimisse fuori di casa.

Messer Astulfo, che tutto ha veduto, cominciò a ralegrarsi (che in fine a quel punto era stato molto malanconoso) dicendo: «Omai non mi vo’ disperare se la donna mia m’ha cambiato a uno scudieri, poi che io ho veduto la reina aver cambiato lo re a uno gaglioffo che va col culo innel catino». E pensò pigliarsi vita e buon tempo né mai più di tal fallo malinconoso stare.

E partitosi di quel luogo se n’andò in corte, dove con piacere e sollazzo danzando e cantando cominciò. Per la qual cosa lo re Manfredi, vedendo l’allegrezza che messer Astulfo di nuovo si prendea, considerato la malinconia che veduta li avea, lo dimandò dicendoli come potea esser che da tanta malinconia quanta era stata la sua tanto tempo, in sì picciola ora s’era mutato in tanta allegrezza, stringendolo che la cagione e ’l perché li dovesse narrare. Messer Astulfo, volendo celare, si fingea or d’una cosa or d’un’altra. Lo re, cognoscendo le scuse non esser sofficenti a tale atto, li disse: «Per certo, messer Astulfo, se non mi dite la verità voi cadrete dell’amor che io vi porto, e sempre per pogo mio amigo vi terrò se di tal fatto non m’aprite l’uscio della verità». Messer Astulfo, odendo tal parlare, fra se medesmo dicea: «Se io celo la cosa io verrò in dispetto di colui che più che me amo, e se apaleso il fatto dirò la vergogna che la reina li ha fatto, e potrenne morire».

E stando in tal pensieri, diliberò con uno onesto modo narrare tutto. E preso licenzia di parlare e chiesto perdono se contra di lui o di suoi cose dicesse men che bene, lo re li disse: «Dì arditamente, che tutto ciò che dirai da me perdonato ti serà né mai per tal ditto te ne serà fatto se non bene». Messer Astulfo, auto licenzia di parlare, disse: «Messer lo re, poi che così desiderate, io vi dirò tutte le cagioni in parte in parte; ma perché queste cose seranno di lunga materia, vi prego vi piaccia che altri che voi et io a tal pratica non debia essere». Lo re contento si trasse in una camera dove non volse che altri che lui e messer Astulfo fusse, e tutta brigata di fuori rimase.

E serrata la camera, messer Astulfo cominciò a narrare il vituperio che la sua donna li avea prima fatto, e che trovata l’avea innel letto con Nieri scudieri: «E di tal fallo presi tanta malinconia che più volte ho disposto di uccidermi per non volere tanto vituperio vedermi innanti, E molti altri pensieri istrani mi sono venuti innella mente. E quest’è la cagione che fine a qui hoe auto malinconia. E stando io in tali pensieri in sul portico della mia camera del vostro palagio, viddi venire uno gaglioffo, il quale — perché atratto è’ va col culo innel catino — venne a l’uscio del palagio di madonna reina e collo scannello più e più volte picchiò. E stando alquanto, viddi venire madonna reina et aprire la porta: lo gaglioffo, dicendole villania, le gittò quello scannello che in mano tenea per lo petto, dicendo: — Quanto sè’ stata ad aprire? — La reina scusandosi che più tosto non era potuta venire, et aperte le braccia quello prese et in casa lo tirò et in mia presenza (che tutto io vedea) li levò lo catino e di sopra sel misse, e tale atto le viddi fare. E stato alquanto, aregò alcune confezioni; bevuto, li raconciò il catino, è’ di fuori n’andò. E penso, poi che così liberamente venne con tener tali modi, che più tempo sia che tale mestieri colla reina fatto abbia. Per la qual cosa, stimando io in me medesmo a cui la reina v’ha cambiato, comincia’ a pensare che magior cattività fusse quella della reina — per un, mille — che quella che la donna mia m’ha fatto, però che la vostra  persona vale c mila pari di colui a chi la reina v’ha cambiato et io non vaglio molto più che Nieri. E pertanto dispuosi a darmi piacere e più non prendere malanconia; e questo è la cagione che ora di nuovo mi sono ralegrato».

Lo re sentendo tale novella disse: «Per certo, se così è come dici, ti dico che hai ragione di stare allegro et io di stare malanconoso, bene che a me innell’animo caper non può che la reina sia stata tanto matta ch’a’ tale atto sia divenuta; e se fusse vero, mai allegrezza non debbo sentire». Messer Astulfo dice tenea a certo esser vero: «Ma ben vi dico che a me incresce che constretto m’abiate a dovervi narrare questo fatto». Lo re dice: «Come avanti ti dissi, così ora ti rafermo che se mai ti volsi bene, ora te ne vo’ per un, cento; ma ben ti vo’ pregare che di tal cosa mi facci certo acciò che io possa a’ neri pensier mettere rimedio».

Messer Astulfo disse: «Io penso a certo farvelo vedere, per modo che certo ne sarete». E diliberò che a quell’ora che la reina aprisse l’uscio lo re fusse con lui in su quel portico. Lo <re> disse che li piacea. E partiti di camera, ciascuno se n’andò con quelle che avea colte.

Messer Astulfo, stato alquanti dì <in> ascolto, un giorno di festa vidde venire quello gaglioffo: subito andato per lo re e lo re venuto, viddeno colui che l’uscio collo scannello picchiava, e perchè la reina era alquanto dilungata dalla porta, non udendo sì presto, più e più volte colui picchiò. Ultimamente la reina in una giubba venn’e l’uscio aperse; lo gaglioffo con ira gittò lo scannello per darle innella faccia — e dato l’arè’ se non che la reina schifò il colpo —, dicendole: «Puttana, che hai fatto a venire?» Ella temorosamente in braccio lo prese e dentro lo messe, e fatto come messer Astulfo ditto avea in presenza dè’ re, e poi misselo fuori. Lo re, che tutto hae veduto, disse: «Per certo, Astulfo, io sono diliberato non volere più vivere al mondo e vo’ che tùe et io ci partiamo di questo luogo et a persona non lo facciamo asapere, e pigliamo dell’argento assai per ispendere e scognosciuti a piedi senz’altra compagnia ci partiamo con intenzione di mai non ritornare fine che qualche aventura non ci viene alle mani che ci faccia certi del nostro ritorno». Messer Astulfo disse che volentieri si partirè’ dalla moglie se a lui piacesse, e con lui andarè’.

Lo re disposto a partirsi, senza altro dire, presi molti denari secretamente si partirono e caminarono verso Toscana per là passare tempo. E giunti che funno innel contado di Fiorenza in una villa chiamata Paretola, domandando del camino per andare in verso Pisa, fu loro contato che la via di Empoli era buono camino e poi da Saminiato; e di quine se a Lucca volesseno essere, lo camino era per la Cerbaia, e da Lucca a Pisa ha x piccole miglia.

Costoro, inteso lo camino, si partirono da Paretola e vennero verso Saminiato dove fu loro contato che Lucca era piccola terra et assai ben posta, e piena di gran mercadanti e devota di molti santi. Lo re e ’l compagno, diliberati di venire a Lucca, passonno da Santa Gonda e Santa Croce e poi a Fusacchio, dirizzandosi verso la Cerbaia.

Et essendo del mese di luglio gran caldo, come funno giunti in un bell’oraggio et ombrina dove è una dilettevole acqua, si puoseno per lo caldo a riposo. E mentre che in tale maniera stavano, viddeno verso Lucca per la Cerbaia venire uno il quale in

collo avea una gran cassa di molto peso, venendo assai agiatamente. E come fu presso a’ luogo dove lo re e ’l compagno erano a una arcata, diliberò lo re nascondersi lungi da quell’acqua per vedere qual camino quell’uomo far vorrà. E come diliberò misse in effetto, che lui e ’l compagno si partiron da quell’acqua et in uno boschetto si missero in ascoso.

Venuto colui colla cassa dov’era quello rezo e quella bell’acqua, avendo molto sudato sì per lo caldo grande sì per lo caminare sì per lo peso grande, si misse quine a riposo. E posto giù leggiermente la cassa e trattosi della scarsella una chiave, aperse la cassa e di quella uscìo fuori una bellissima giovana d’età d’anni xx et a lato a lui se la fe’ puonere a sedere. E tratto del pane e della carne et un fiasco di vino della ditta cassa, in santa carità cominciorono a mangiare. E come ebbeno mangiato, essendo in sulla nona, il ditto, posando il capo in grembo a quella giovana cominciò a dormire et a sornacchiare forte. Lo re e ’l compagno, che tutto hanno veduto e vedeno, diliberonno, sentendo sornacchiare colui, d’apalesarsi a quella giovana, che gran bisogno aveano d’una sua pari, però che poi che partiti s’erano, con neuna s’erano acostati.

E fattosi alquanto fuora del boschetto e faccendo amicchi alla giovana che a loro andasse, la giovana, come li vidde, parendo a lei omini d’assai, piano piano sotto il capo al marito misse il fiasco e lei di sotto l’uscìo et andò a’ re et al compagno, dove fu la bene riceuta, che da’ re e dal compagno iiii volte fu contenta. La giovana, lieta di sì buona ventura che li era venuta, loda Idio e coloro che sì l’hanno fatta contenta.

Lo re la dimanda chi ella fusse e d’onde e chi era colui che sopra le spalli innella cassa la portava e la cagione. La giovana dice: «Io sono chiamata la Savia da Siena e sono moglie di colui che là dorme, il quale ha nome Arnolfo senese; e la cagione per che mi porta a questo modo si è per la gelosia che lui hae di me, che io non abbia a fare con altro uomo che con lui. Ha diliberato patire questa pena ogni volta che di fuori di Siena va per alcune mercantie, e quando siamo a Siena, sempre mi fa stare in una camera terresta innella quale non ha uscio né finestre se non graticolate di ferro e molto alte. Et in quella camera <entrare> non si può se non per una cateratta ch’è di sopra innel solaio, in su la quale lui fa il suo mestieri di dìe, e di notte quella apre e chiude da dentro con una chiave e viene a me, e quine si dorme fine a dì; e questo modo tiene di continuo. Ma la natura m’ha dotata, me e l’altre di Siena, che a tali rimedi troviamo modo: che io hoe fatto <sotto> terra, dove io tegno il mio letto, una cava tanto adentro che di fuori dalla casa riesce, e per quella ogni dì a mio diletto metto or uno or un altro, e talora vado a diportarmi con altri. E per questo modo mi do piacere e lasso il pensieri e la malinconia a Arnolfo mio marito, et io mi prendo sollazzo e diporto non guardando a sua gelosia». Lo re, che ha udito il modo che ’l marito tiene di costei et ha sentito che ella si fa chiamare la Savia, dice al compagno: «Costei ci arà tanto insegnato che con buona scienzia a casa potremo ritornare».

E parendo tempo alla giovana dover al marito tornare, disse al re et al compagno se le suoi cose piaceano loro che di grazia ciascuno coglia una meluzza del suo giardino. Lo re, odendo sì piacevolmente proferire, colse una meluzza, et una ne colse il compagno; e per ricompensazione del buono servigio, lo re li donò un bellissimo anello di grande valuta. Lei come amaestrata cognove il gioiello, pensò costoro esser di grande stato. Et acomandati a Dio, ritornò dove il marito giacea; e svegliatolo, faccendo vista d’esser co’ lui stata, disse: «Deh, quanto m’hai dato carico in sulle cosce!» Lo marito presala et innella cassa messala e chiusa la cassa colla chiave, in collo se la misse e caminò verso Siena.

Lo re Manfredi, avendo tutto veduto e sentito, disse: «O messer Astulfo, omai non è d’andare più tapinando per lo mondo, considerando che costei ci ha dato amaestramento che la femmina guardare non si può che non fallisca; posto che alcuni belli tratti loro si tolla, nientedimeno, a conclusione, ultimamente fanno la loro volontà. E pertanto ti dico che a Napoli ritorniamo e con onesto modo le donne nostre castichiamo né mai malanconia di tal fatto prendiamo».

E così disposti, a Napoli tornoro, dove ciascuno con bel modo la moglie castigòe.

Ex.° cxviiii.

CXX

U>dita la dilettevole novella, quasi avendo fatto il sonno dimenticare, nondimeno per non perdere l’usanza il proposto comandò che una danza si prendesse e verso le camere se n’andassero, et alquanto dormiti, innel luogo ordinato si ritrovino quine u’ l’altore, <che> ha di bella novella ora contenta la brigata, d’un’altra ne faccia lieti. L’altore, che a ubidire è presto, disse che fatto serà. E così a dormire si puoseno.

E levati, colle danze ordinate innel giardino se n’andarono, dove l’altore parlò: «A voi, famigli e donzelli che con altri state a salario, che, vilipendendo i vostri magiori, malcapitate, ad exemplo dirò una novella, in questo modo:

DE DISHONESTO FAMULO

Al tempo del populo di Pisa fu uno anziano nomato Vannuccio da Calci,

calzolaio, et era suo donzello uno nomato Frasca da Ripadarno.

N>ella città di Pisa, al tempo che reggea al governo del populo, fatto li anziani o vero priori, fu uno anzianatico del mese di magio e di giugno innel quale fu uno calzoraio nomato Vannuccio da Calci, omo, secondo artefici, d’assai, e comunalmente era agiato di denari e di possessioni. Et essendo tratto anziano, com’è d’usanza a lui fu atribuito una camera della quale era governatore e donzello uno nomato Frasca da Ripadarno.

Et essendo il preditto Vannuccio entrato in palagio e la sera avendo dinanti da sé Frasca suo donzello, l’impuose che ogni dì conciasse i’ letto et in su quello molte rose mettesse, e simile ogni sera con uno panno li fregasse li piedi, et alcuna volta della settimana ordinasse che l’acqua per li piedi fusse calda con alcune frondi di orbachi, e che alla mensa lo servisse di quelli buoni bocconi che innelle vivande seranno, e che sempre innel mescere lo bicchieri sciacquato e netto <fusse>; e tutte altre cose li disse che di necessità se conviene che i donzelli faccino. Frasca, che li parea a lui essere anziano, sdegnando disse che bene farè’.

E stando alcuni dì, Frasca comincia la sera a non scalzarlo, e molte altre cose date lassa di fare. Vannuccio dice: «Deh, Frasca, è’ pare che tu abbi poga memoria, a dire che non è iii sere che io ti dissi che ogni sera tu mi scalzassi e con uno panno mi fregassi i piedi, et ora te l’hai dimenticato». Frasca, trovando alcuna scusa, dice tutto fare e pensa tra se medesmo di vendicarsene fuora dell’officio di tale collegio.

Et andato Vannuccio a casa un giorno da lavorare, missosi lo grembiale dinanti et a cucire et a tagliare delle scarpe si diede. Intanto venne Frasca donzello con intenzione di svergognare Vannuccio, e disse: «Io vorrei un paio di scarpe». Vannuccio disse: «Volentieri». E fattolo puonere a sedere, Frasca, che per altro non v’era ito, postosi a sedere, Vannuccio li calzò una scarpa. Frasca dice: «El’è un pogo troppo grande». Vannuccio lo scalza et un’altra ne li mette. Frasca dice: «Questa è troppo larga; io la vorrei alquanto più asettata come si conviene a’ donzelli». Vannuccio quella li cava et un’altra ne li mette. Frasca dice: «Questa è troppo corta che le dita mi tenerè’ ariciate». Vannucio lei cava. E così, cavandola, più di xii volte si fe’ calzare e scalzare. Ultimamente presene un paio, e come a’ piedi l’ebbe, se n’andò a palagio.

E trovatosi co’ suoi compagni donzelli, disse: «Se io non mi sono vendicato di Vannucio calzolaio, che di quante volte io lo scalzai in palagio, io m’ho fatto ogi a diletto calzare e scalzare più di xx volte! E posto che la scarpa mi stesse bene, io dicea: — El’è troppo lunga —; e quando dicea: — El’è troppo larga —, et alcuna volta: — Ell’è troppo corta —; et io stando sempre a sedere, e lui vagellando come un matto, tanto che l’avea fatto andare in qua et in là. Si che io vi dico che se mai si vendicò persona di lui, io mi sono vendicato». Li donzelli, che ciò odeno, alcuni cattivi come Frasca da Ripadarno rideano, alcuni buoni tacendo si partirono et a Vannuccio calzoraio n’andarono e tutto narronno ciò che Frasca da Ripadarno ditto avea. Vannuccio, dato loro bere, dimostrò non curarsene, nientedimeno pregiò quello che ditto aveano. E partiti, ritornaron a palagio.

Vannuccio, subito preso uno mantello, a palagio n’andò et alli anziani nuovi fe’ dire che a loro volea parlare. Lo collegio lo fanno entrare a loro, a cui Vannuccio disse: «Signori, come a voi è manifesto, io come indegno fui eletto anziano per li du’ mesi passati. Come sapete, a me fu atribuito Frasca da Ripadarno per mio donzello, a cui impuosi che diligentemente mi servisse innell’officio come si richiede; e posto che malvolentieri mi servisse, del quale servigio non mi biasmo, ma perché è occorso oggi alcuno caso, posso dire che tutto ciò che innell’officio mi fe’ stimo averlo fatto con male animo. E pertanto sono venuto a voi a dirvi quello che disposto l’officio m’ha fatto; et anco di ciò non mi sarei doluto se lui non se ne fusse vantato. E quello che io vi vo’ dire si è questo: come voi sapete, l’arte mia è esser calzoraio e servire chi a bottega mi viene, per vendere mia mercantia; di che, stamane essendo tornato alla mia bottega, Frasca da Ripadarno donzello venne a me chiedendomi un paio di scarpe. Et io, fattolo puonere a sedere, uno paio ne li calzai; lui dicendo esser troppo grandi, le scalzai et altro paio le missi. E per questo modo, calzando e riscalzando, più di xii paia ne li missi. Ultimamente un paio ne comprò; et io, contento che l’avea servito, mi ristetti a bottega. Lui, venuto in palagio, se vantò che tutte le suoi vendette ha fatte in avermi tante volte fattosi scalzare e ricalzare, dicendo lo primo paio che io trovato l’avea esser buone ma per fare strazio di me negava e biasmava ogni scarpa che in piè li mettea».

Li anziani, che questo hanno udito, avuti quelli donzelli a cui Frasca avea narrato la cosa et udito troppo più cose disoneste ditte che Vannuccio non avea contato, subito fattoli trare la robba di dosso e messo Frasca da Ripadarno in mano dello asseguitore, subito conduttolo alla colla, è’ quine xxv tratte di buona misura ne li diè e poi lo mandò fuora di Pisa, con comandamento che in Pisa mai non tornasse.

E per questo modo credéo infrascar’e fu infrascato.

Ex.° cxx.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 01 ottobre 2006