Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle LXXXI-C

LXXXI

Lo preposto udito lo subito rimedio che l’altore prese di quel malandrino traditore, parlando alla brigata che prendano exemplo dalla dilettevole novella e trovando le vivande apparecchiate per desnare, posto che fusse passato nona nondimeno diliberò che in quel bello albergo per lo dì si restasse per non avere a caminare di notte. Comandò che si desni senza suoni o canti, ma che l’altore per ristoro de’ balli e canti una novella ordini fine alla sera che quine denno dormire. L’altore, desnato che ogni persona ebbe, disse:

DE DISHONESTA JUVENA ET EQUALI CORRECTIONE

Di una giovana di Lucca maritata a Pescia: andando a marito

l’acompagnonno molti lucchesi giovani; e giunti, una monna Fiorita

delli Orlandi mottegiera, in mal più che in bene mottegiando la sposa,

li nostri la casticonno piacevilmente.

Al tempo che Lucca signoregiava la Valdinievole fu innella terra di Pescia una giovana delli Orlandi nomata Fiorita e donna di uno terrieri di Pescia nomato Rustico, il quale era sì tiepito che non sapea dire né fare: e la donna sua avea preso tanto palmo che a ogni persona dava il suo motto, e simile al marito, intanto che Rustico non mangiava né bevea che non convenisse mangiare <o bere> a posta della moglie. E sopra tutte le donne di Pescia era mottegiera per la baldanza che preso avea contra lo marito e non curava a chi ella dicesse villania, parendoli poter dire a fidanza. E tutte le più volte inne’ motti suoi dicea a femmina o uomo: «E’ par che abbi formiche in culo», et altri motti disonesti, non che a femmina maritata m’a ogni fantesca. E più di quattro anni avea prese tal maniere di mottegiare.

E stando per tal modo, un giorno che in Pescia si dovea fare una bella festa, d’uno pesciatino che preso avea una giovana di Lucca della casa de’ Rosimperi, bella, alla qual festa funno invitati molti lucchesi parenti della sposa et alquanti amici che a Pescia colla sposa andar dovesseno. E di Pescia funno omini e donne in abundanzia invitati, fra le quali fue Fiorita mottegiera. Et essendone colla sposa andate brigate a Pescia un giorno di magio, e quine riceuta onorevilemente con quelli omini e giovani di Lucca, fra’ quali era uno giovano studiante in medicina nomato Federigo, giovano da ogni cosa: lui bello schermidore ballatore buono sonatore e cantatore, lui atto a esser colle donne oneste onesto, colle sollaccevoli sollacciero, colle innamorate innamorato, colle mottegiere di motti gran maestro, e così in medicina cognoscea molto la proprietà dell’erbe e le loro vertù: e molte altre cose il ditto Fedrigo sapea exercitare.

E sposati a casa dello sposo con tutte le brigate, la donne pesciatine et altre del paese onorevili la sposa ricevenno allegramente. Monna Fiorita, che quine era, cominciò forte a dire: «El non mi pare che la sposa da Lucca abia il culo di quattro pezzi più che le pesciatine». Le donne che quine erano diceno: «Deh, matta, sta cheta, non dire: non vedi tu quanti lucchesi dabene sono venuti con lei? Non fare con loro come se’ usa di fare tra noi che ti cognoschiamo: forsi non tel comporteranno». Fiorita dice: «Deh, andatevi a forbire il culo, e se vi rode vel grattate. Come, non si può dire a questi lucchesi quello che a li altri? Oh, i’ ho già ditto mia intenzione a’ fiorentini et ad altri: come non la direi a’ lucchesi?»: e non restando di dire male, presente la sposa e l’altre donne e presente li omini e’ giovani da Lucca e presente Federigo medico, il quale si pensò che Fiorita fusse qualche matta, a niente rispuose.

E cavatosi li stivali e de’ nuovi panni ognuno fattosi bello, in casa dello sposo entraro, là u’ molto confetto e vino si porse prima che l’ora del desnare fusse. E confortatosi alquanto, Fiorita di nuovo cominciò a dire: «A me non pare che la sposa abbia il culo di quattro pezzi più di noi perché sia da Lucca, né anco questi lucchesi che con lei sono venuti non sono però più savi che’ nostri: anco mi paiano cotali batanculi, che vedete quanti ne sono venuti dirieto a una che vasterè’ se fusseno ismemorati: che io che sono pesciatina non vorrei che neuno di costoro m’acompagnasse, tanto mi paiano disutili». Le compagne diceano: «Fiorita, tu parli male! Or che puoi tu comprendere de’ loro fatti, come dici?» Fiorita: «Or non li cognosco, che mi paiano matti e non parlano?» Coloro diceno: «A questo puoi comprendere che sono savi, che non vogliano dimostrare male animo di tanta villania quanto hai ditta loro». Fiorita dice: «Anco non ne sono andata, che parrà loro peggio se io ne farò».

Li lucchesi, che tutto odeno, parendo loro ricevere poco onore, dicendo fra loro: «Costei non è matta, ma noi pensiamo — tanto arditamente parla della sposa e di noi — che veramente lei dé esser stata amaestrata di dirci questa villania». Federigo, che tutto ha udito di loro e della sposa (ch’era suo parente), disse a’ compagni: «Lassate fare a me, che io la pagherò di quella moneta che cerca pagare noi». E subito se n’andò a l’orto de’ frati, e come maestro che cognoscea li erbi prese una cipolla squilla, quella ne portò seco e da uno speziale ebbe fior di pietra; et acattato uno mortaiuolo e’ pestò molto sottile il fior di pietra. E cavato il succhio della cipolla, mescolato ogni cosa insieme, se n’andò a casa dello sposo là u’ trovò la sposa sua parente coll’altre donne in sala, e Fiorita li dava sempre alcuni motti.

E come Federigo fu venuto, Fiorita disse: «O sposa, è questo di quelli saccenti asettaculo che sono venuti da Lucca in tua compagnia?» La sposa cheta. Le donne, che non l’aveano potuta rivolgere che male non dicesse, dissero a Federigo che non l’avesse a male: «Però che la sua usanza è tale che a ogni persona dice villania». Federigo dice: «Madonne, io me la cognovi a l’altra volta che io ci fui, e dìcovi che ogni volta ch’ella mi vede, doppo desnare ella ha sì grande la rabia, che non si fa se non isfregolare il culo e grattarselo; e questo adiviene ogni volta che m’ha veduto. E pertanto non vi date malinconia e lassatela dire ciò ch’ella vuole». Fiorita, che ode dire che altra volta l’avea veduto, disse: «Giamai non ti viddi!» Fedrigo dice: «Voi dite bene a scusarvi in presenzia ora di costoro, ma ellino se ne acorgeranno bene se voi m’amate quando di rabbia vi gratterete il culo». Fiorita gittandoli un motto disse: «Non lasserò però che io non dica di voi il vero».

Fedrigo chiamò la sposa in camera e disse: «Tu hai veduto quanta villania questa matticiuola ha ditto a te et a noi; e pertanto io la vo’ pagare com’ella è degna; e però vieni qua». E menolla a’ luogo comune dove Fedrigo col succhio della cipolla squilla e col fiore della pietra unse tutto ’l sedere di quel luogo, dicendole che guardasse che quine non si ponesse ella, ma con bel modo Fiorita vi conduca là u’ la faccia stare alquanto: «E se ella dicesse che li ponesse mente quello fusse che prudere la facesse, dille che volentieri, e dimostrandole far servigio prendi questa pezza» — colla quale Federigo avea strizzato la cipolla — «fregandola forte, e così la lassa». La sposa, che udito s’avea svergognare a Fiorita, disse al parente che tutto farè’.

E venuto l’ora del desnare, desnarono di vantagio, dando sempre Fiorita de’ motti assai dispiacevoli alla sposa et a’ giovani da Lucca. E non valea perché altri la riprendesse, ch’ella facea l’usanza sua. E come ebero desnato, le danze cominciarono; dove Fiorita si riscaldò forte, tra per lo cibo e vino preso e per li balli, che tutta sudava. Fedrigo, che s’era acorto che ella è forte riscaldata, dice alla sposa che meni in camera Fiorita. La sposa, che sa il modo, dice a Fiorita: «O Fiorita, tu dèi sapere il modo della camera, che io vorrei alquanto far mio agio». Fiorita disse: «Andiamo, che anco io n’ho bisogno».

Et entrate sole in camera e chiusa la camera, Fiorita, come balda, subito alzatasi fine alla cintura e postasi per prendere suo agio a sedere a’ luogo comune, là u’ molto vi steo tanto che subito uno prudore grandissimo li venne; dicendo alla sposa: «Deh, guarda se alcuna cosa vi fusse nata al culo». La sposa, avisata, disse: «Alquante bollicine, ma io penso che fregandole con uno pannicello se n’anderanno». Fiorita dice: «Deh, spacciati!» La sposa prese il panno che Fedrigo li avea dato, e forte fregando, parendo a Fiorita megliorare, e come alquanto l’ebbe fregato, li stormenti cominciarono a sonare. Fiorita dice: «E’ suona, andiamo a ballare». La sposa subito con Fiorita di camera uscirono.

E preso Fiorita una danza, lo culo li comincia a prudere per tal modo che a ogni passo vi si ponea la mano, e grattavaselo sì spesso che ogni donna che quine erano diceano: «Fiorita, e’ par che abbi al culo tal cosa che non puoi sostenere uno passo che la mano vi ti metti». Fiorita dicea: «Io non so quello che m’è intervenuto». E quanto più si grattava tanto più le rodea; e non potendo stare a ballo, in sulle banche si fregolava, intanto che le donne, ricordandosi di quello che Federigo l’avea detto, disseno: «O Fiorita, tu hai stamane mottegiato et ora veggiamo che quello che disse Federigo è vero, che quando lo vedi hai si grande la rabia al culo che non puoi stare in posa». Fiorita, che hae il dolore grande, della <cagione della> rósa non sapendo, stava grattandosi per modo che alcuna volta in presenzia d’altri si mettea la mano sotto i panni credendo per quel modo la rósa mandarne; e niente li valea. E per quel modo tutto il giorno non che potesse mottegiare altri, ma ella non potea mangiare né bere né stare in posa, tanto era la rósa grande: e così steo tutto il dì e la notte apresso.

La mattina avendo simile rósa, Federigo dice alla sposa che dica a Fiorita: «Che se ella vuol guarire io la guarrò». La sposa dice a Fiorita il fatto. Fiorita, che le pare esser vituperata e non credendone mai guarire, disse: «Io farò ciò che vorrà». Federigo richiesto, in camera intrò colla sposa. E Fiorita dolendosi dell’accidente avuto, Federigo fece discostare la sposa alquanto e disse: «O Fiorita, io voglio da te du’ cose se vuoi che io ti guarisca».

Fiorita dice: «Chiedi, e questa rabbia mi leva dal culo». Fedrigo dice: «Io voglio prima che alla sposa mai non dichi villania e che la tegni per tua sorella e che ti sia racomandata; apresso, che mentre che io sto in Pescia, avale o altra volta che io rivenisse, sii contenta che con teco di notte mi goda. Et aciò che tu mantegni la promessa, vo’ che stanotte cominciamo; io ti guarrò né mai tal difetto più non ti verrà». Fiorita dice: «Deh, perché non facciamo noi tal cosa di dì, al presente, acciò che io potesse ballare e ricoprire la vergogna che ieri e oggi sempre ho?» Federigo, per farla più vituperare, disse: «Questa guarigione non si può fare se non di notte, e però ordina stasera che io sia teco». E datole un bacio, Fiorita tutto promisse. Federigo, la sera fattoli uno unguento, la rabia di fuori le mandò via, e poi le cavò in parte la rabia dentro.

E per questo modo quella che di motti credea vincere fu vinta né mai alla sposa villania disse.

Ex.° lxxxi.

LXXXII

Venuta l’ora della cena colla dilettevole novella, cenarono et a posare n’andarono fine alla mattina. E mossi, come d’usanza lo preposto allo autore disse che una novella dica fine che a Benevento saranno giunti. L’autore rivoltosi alla brigata disse:

DE DEVOTIONE IN SANCTO JULIANO

Di Castagna, divoto di san Giuliano.

Nel tempo che Pistoia era sottoposta alla città di Lucca fu uno mercadante di panni di Pistoia nomato Castagna, il quale per sua devozione ogni mattina dicea uno paternostro et una avemaria per reverenzia di san Giuliano acciò che Dio li apparecchiasse per lo dì buono viaggio e per la notte buono albergo; e tale orazione non cessava di notte di dire, e così la mattina.

Et avendo il ditto Castagna bisogno di comprar panni, diliberò andare verso Verona e fe’ fare una léttora di molti fiorini che in Verona li fusseno dati, et alquanti denari per le spese si misse in borsa. Et un giorno del mese di ferraio di Pistoia con uno famiglio a cavallo si partìo, avendo al famiglio dato la sua valige di panni, e per l’alpe si mise a caminare verso Bologna per andare a Verona.

E quando Castagna fu giunto lui e ’l fante alla Sambuca dove trovonno tre maliscalzoni o vogliamo dire malandrini, li quali come viddeno Castagna e ’l famiglio stimonno quelli cavalli e robba esser loro. E fattisi apresso a Castagna, piacevolemente lo salutonno domandandolo d’onde fusse e quale era il suo camino. Castagna dice: «Da Pistoia sono e vo verso Bologna per andare a Verona». Li malandrini diceno: «Se ti piacesse, noi verremo volentieri teco però che abiamo andare a Bologna per alcune faccende». Castagna, che li vede, parendoli persone dabene, et anco vedendo forte nevicare, disse: «La vostra compagnia m’è molto cara».

E mossi, coloro incomincionno a intrare in novelle con Castagna, dicendoli se lui facea lo giorno alcuno bene. Castagna risponde: «Io ho sempre in uso di dire uno paternostro et una avemaria per amor di san Giuliano, acciò che Dio mi dia lo giorno buon viagio e la notte bono albergo». Coloro disseno: «E noi dichiamo il vangelostro e tutta la quaresima, e siamo di sì buona pasta che quello vegghiamo non ci pare sia nostro se noi non l’abbiamo in mano». Castagna dice: «Or cosìe si vuol fare». E mentre che caminano e’ malandrini diceno tra loro: «Ogi si parrà se costui arà buono viagio et anco come stasera trovorà buono abergo»: però che aveano intenzione di rubarlo e lassarlo in quella neve. Et acostatisi a Castagna, disseno: «Deh, messer, diteci se mai v’avenne che il dì ch’avete ditta l’orazione di santo Giuliano se mai aveste mal viagio e cattivo abergo». Castagna dice: «No, mai». Li malandrini disseno fra loro: «A uopo li sarà venuto l’orazione prima che da noi si parta!»

E come funno presso al castello del vescovo di Bologna, in uno passo scuro, quasi l’ora di compieta, li malandrini dienno di grappo alla briglia del cavallo di Castagna, dicendoli: «Se ti muovi se’ morto!» Lo fante di Castagna, che vede prendere il signore, dato delli speroni al cavallo, subito si partio et al castello del vescovo si ridusse non spettando né aitando il signor suo. Li malandrini dispuoseno Castagna del cavallo, e’ denari che a dosso avea, con tutti i panni (eccetto la camicia e la mutanda li lassarono) e tutte l’altre cose rubonno e quine innella nieve che nievicata era et in quella che di continuo nievicava lo lassonno, dicendo: «Elli si mora da se medesmo senza che noi l’uccidiamo». E partensi colle cose.

Castagna nudo rimaso, la notte venuta, andava per la nieve tremando, faccendo della bocca come fa la cicogna col becco e quasi di freddo si morìa; e più volte innella nieve fu per affogare, ma pur la gioventù lo facea forte. Dando a caminare in qua e in là, senza che lui s’acorgesse arivò al castello del vescovo, là u’ il suo fante la sera era intrato. E non vedendo aperte le porti né casa di fuori, e nievicando forte e ’l freddo grande, non sapea che farsi, ma pur per non assiderare andava intorno al castello. E veduto uno sporto di una casa sotto il qual nieve non era, se non alcuna volta il vento ve ne mandava alquanta, essendovi un poco di paglia, pensò meglio quine stare che altro: posto che d’ogni lato male stesse, pur quine s’aloggiòe.

Era quella casa del vescovo innella quale dentro vi tenea una gentile giovana nomata Divizia, la quale alcune volte dava al vescovo consolazione. Et essendo, la sera che Castagna era sotto il portico alogiato, venuto il vescovo innel castello per volere con Divizia prendere piacere, avendo a lei fatto asentire la notte con lei volea dormire, subito Divizia fe’ uno bagno aparecchiare acciò che ’l vescovo e lei quine bagnare si potesseno, e fatto onorevilmente da cena di buoni capponi et altre vivande. E mentre che tale aparecchiamento la donna avea fatto, sopravenne al vescovo una léttora poi che la porta del castello fu serrata, che subito il vescovo fuora cavalcasse per certi fatti di grande importanza; per la qual cosa il vescovo, montato a cavallo, fuori uscìo et a Divizia mandò a dire che la sera non lo aspettasse ma che altra volta verrè’.

Divizia, che avea aparecchiato il bagno dell’acqua calda e quello che tra le gambe porta, fu malcontenta, dicendo a la fante: «Poi che ’l vescovo non ci viene, almeno il bagno fatto lo vo’ per me usare». E scesa la scala è venuta in bottega dove lo bagno era aparecchiato, là dove era un uscio che Divizia ne teneva le chiavi perché alcuna volta di notte il vescovo quine entrava. E stando in bottega Divizia e la fante, sentendo lamentare Castagna, il quale dicea: «O santo Giuliano, or sono queste le promesse che m’hai fatte? A dire che io abbia oggi auto il mal giorno e stanotte male albergo!»; Divizia, che questo ode, aperse l’uscio, disse alla fante: «Sappi chi è quello che così si lamenta». E preso un lume uscìo fuori e vidde il giovano nudo: la fante il domanda, Castagna tutto raconta. La fante a Divizia lo dice. Divizia, che avea veduto il fante entrare dentro et avea sentito dire la rubba, lo misse dentro, e poi alla fante dice: «Poi che ’l vescovo non ci dé stasera venire, et io era molto bene aparecchiata, se ti piacesse questo giovano in iscambio del vescovo stanotte mi goda». La fante dice: «A me pare l’abi a fare».

E subito ditto a Castagna che neuna malanconia abbia che ben serà di ogni cosa ristorato e fattolo spogliare nudo. Castagna, che bellissimo era e la nieve l’avea fatto molto collorito, <innel bagno intròe>. Divizia, che ha l’occhio alla parte che pensa inghiottire, sta contenta, vedendolo, ch’e’ di buona moneta la potea pagare. E stato alquanto innel bagno, e fattosi venire panni orrevoli lo vestìo; né molto stèro a bada che cenaron di vantagio ad un grandissimo fuoco, e dapoi n’andarono a dormire, là u’ Divizia si diè piacere spessime volte, dicendo: «Omai il nome mio <ha> avuto divizia di quello che le donne desiderano». E venuto il giorno, la donna li fe’ trare què’ panni perché cognosciuti sarebbeno, dandoli di molti denari et alcuna gonnella trista dicendoli: «Quando sarai a Bologna ti veste onorevilemente e comprati ii o iii cavalli. E se mai arivi in questi paesi, l’abergo tuo sarà questo». Castagna la ringrazia di tutto che a lui fatto avea.

E messolo per quello sportello, la mattina Castagna per la porta entrò innel castello là u’ trovò il suo famiglio. E sfatta la valige, de’ panni suoi si vestìo. E mentre si vestìa, per lo capitano della montagna di Bologna quelli malandrini ne funno menati presi, col cavallo di Castagna, co’ panni e’ denari. E prima ch’e’ di quine si partisse, li ditti malandrini a un paio di forchi funno apiccati, e a Castagna renduto tutte le suoi cose. E montato a cavallo, fornìo il suo camino, né mai lassò di dire il paternostro di san Giuliano.

Ex.° lxxxii.

LXXXIII

Giunti colla dilettevole novella a Benevento, là u’ la sera dimoronno a cena, et acciò che non si lassi parte del modo usato, com’ebero cenato il proposto comandò a’ cantarelli che sotto voce soave si canti alcuna canzonetta. Loro presti disseno:

«Amor, mira costei nuova nel bruno

e fa che ’l cuor di lei col mio sia uno.

Possa che morte tolto m’ha il signore

crudele in quel piacer ov’io disio

e mosse per pietà pietà amore,

deh, muova <te> per me ch’ognor sospiro,

con dir: ’Non vo’ di giovana il martiro,

che per te il servo a cui il servir dé uno’».

Et andati a dormire, fine alla mattina di buona voglia dorminno. E come funno levati e veduto il Nostro Signore, <il proposto> rivoltosi a l’altore dicendoli che una novella dica fine che a Salerno saranno giunti, l’altore disse: «Volentieri direi una moralità prima». Lo preposto contento, l’altore disse:

«Non fu crudele quella romana Tulla,

che su pel dosso al padre

montò col carro del morto marito;

né di Neron fu a rispetto nulla,

quando sparar la madre

fe’ viva per veder d’ond’era uscito,

quanto costui al crudel apetito

che mostra a sé con dispregiare amore;

e per più suo dolore

non vuol che viva ma languendo mora,

acciò che vuol di sé udir lo stento,

tanto che giunga spento

d’ogni virtù della sua morte <a> l’ora.

Merzé non sa per sé chi ’mpetri in cielo

chi del tutto di sé fatto <è> ribello».

Dicendo: «Poi che in Salerno dobiamo andare, dove sono belle donne ma sono servigiali, io dirò:

DE CRUDELITATE MAXIMA

Come messer Stanghelino da Palù amazzò la moglie

et un giovano che li trovò insieme in letto, e iiii figliuoli.

Innel tempo che messer Bernabò signoregiava gran parte della Lumbardia era uno cavalieri suo cortigiano nomato messer Stanghelino da Palù, il quale avendo d’una sua donna dal Fiesco nomata Elena iiii figliuoli, ii maschi e ii femine, il magiore de’ quali era d’età di anni sette; e stando il ditto messer Stanghelino con gran piacere colla ditta monna Elena, tenendosene contento quanto neuno altro gentiluomo di Lumbardia, amando questa sua donna sopra tutte le cose del mondo.

E come sempre la femina s’aprende al contrario, non potendo sostenere il bene che la ditta monna Elina avea, con atto di lusuria si dìe ad amare uno giovano della terra sottoposto al ditto messer Stanghelino, intanto che non passando <molto tempo> la ditta monna Elena il suo apetito con quel giovano fornìo. E dimorando per tal maniera la ditta donna, non pensando <ciò che> per tal cagione ne dovea seguire (né anco non pensava che ’l marito di ciò acorger si dovesse), di continuo quel giovano si tenea.

Essendo alquanti mesi che messer Stanghelino non era innelle suoi parti stato, venendo a casa dove la donna sua trovar credea per prendersi con lei sollazzo, senza far sentir la sua venuta si trovò in casa; et andato alla camera, trovò la donna sua con quel giovano in su’ letto prendendosi piacere. E come messer Stanghelino vidde tal cosa, fu lo più tristo uomo diventato d’Italia, tanta malanconia al cuor li venne; e non potendo la rabbia del dolore sofferire, subito con uno coltello il ditto giovano uccise. E fatto confessare alla donna quanto tempo l’avea tenuto, ella per paura li disse da quattro mesi era con lei giaciuto. Messer Stanghelino dice: «Donna, tu m’hai fatto il più tristo uomo che mai fusse di mio parentado; e quine u’ io mi potea vantare e già me n’era vantato d’avere la più bella donna che persona di Lumbardia, et io trovo d’avere la magiore puttana che in Italia possa essere. Ma io ti pagherò di quella misura che hai pagato me».

E fatto venire davanti a sé li iiii fanciulli, dicendo: «Or vedi, meretrice, che hai fatto? Che fine a qui questi fanciulli ho tenuti che fussero miei figliuoli, ora per lo tuo vituperio tal credenza ho perduto e per miei non li vo’ riputare. E acciò che tu abbi del fallo commesso doppia pena, come ucisi colui che hai tenuto, così costoro in tua presenzia ucciderò!»: la donna dice: «Messer, tenete a certo li fanciulli esser vostri, e bene che io sia degna d’ogni male, vi prego che a cotesti fanciulli male non facciate, che vostri sono!» Lo marito dice: «Donna, tu mi potresti assai dire, che mentre che questi fanciulli io <non> uccidesse, sempre arei innanti el vituperio che fatto m’hai. E però vo’ che tu n’abbi all’anima la pena per lo tuo malvagio fallo». La donna piangendo dicea: «Deh, messer, piacciavi a’ fanciulli vostri la vita salvare e me uccidete che degna ne sono!» Messer Stanghelino le disse: «Tu mi potresti dire assai, e però vo’ che senti di quel dolore che le tuoi pari meretrici meritano!» E prese la spada, a tutti e quattro fanciulli in presenzia della madre tagliò la testa e poi, non forbendola, alla moglie per lo petto diede e da l’altra parte la passò, e morta cadde. E come ebe ciò fatto, fece la donna e’ fanciulli in una fossa sotterrare, e quello giovano a’ cani lo diè a mangiare.

E partitosi da Palùe, in corte di messer Bernabò ritornò. E sapendo quello che fatto avea, li fu per messer Bernabò ditto perché almeno non avea campato li fanciulli. Rispuose le parole che alla moglie ditto avea. E non stante che fatto l’avesse, non fu però pregiato l’avere uccisi i figliuoli, ma la ragione assegnata fue assai buona cagione da consentirli quello avea fatto fusse stato il meglio che averli riserbati.

E per questo modo quella cattiva di Elena per le suoi cattività fe’ cattivi li suoi figliuoli e l’amante e sé.

Ex.° lxxxiii.

LXXXIIII

L>a novella ditta, fu per compassione alquanto biasmato messer Stanghelino. E giunti al desnare in una villa dove desnarono, e poi voltosi il preposto a l’altore <disse> che una novella dica: «Fine che a Salerno saremo stasera a cena, dicendo prima una moralità». L’altore rivoltosi alla brigata disse:

«Canzon, chi morir sa cognosce vita,

però che viver dé

ognun quanto si dé, non quanto puote.

Chi da campo sa far bella partita

non può pregiar in sé

che chi spada per fermo star percuote.

La nostra vita ha sì veloce rote

a porti alfine, che color che sanno

senza paura a questo rischio vanno».

E ditta, a la brigata l’altor disse:

DE BONA PROVIDENTIA

Di Suffilello da Montalto, ladro.

L>anno del mcccl al tempo del perdono da Roma fu innelle parti presso a Roma, a uno castello nomato Montalto, uno malandrino omicidiano di cattiva condizione nomato Suffilello, il quale avea per mal fare da xx compagni atti a rubare e fare micidio, stando alla strada, e qual persona passava che forte e bene acompagnato non fusse, il ditto Sufilello co’ compagni lo rubava, e condutti a uno balzo d’una montagna giù li gittava. E questa vita teneano di continuo.

Et essendo alquanto tempo passato del perdono e molti pellegrini di più luoghi mossi et andati a Roma, e sempre di dì in dì assai ne giungeano, avenne che del mese di magio uno gentile uomo francioso nomato lo conte d’Artoi, con una sua donna assai giovana nomata madonna Biancia, con circa xii compagni a cavallo arivonno apresso al castello di Montalto, là dove Suffilello malandrino co’ compagni stavano. E vedendo che ’l ditto conte colla compagnia erano presso a uno mal passo, pensando doverli prendere, subito in aguaito si puosero. E come il conte d’Artoi giunse colla sua donna e colla brigata al mal passo, scopertisi, quelli malandrini colle lance in mano assagliron il ditto conte e’ suoi percotendone alcuno.

La donna del conte, vedendo il conte essere assaglito et alcuni loro famigli andati a terra de’ cavalli, non sapendo che fare, sopravenne Sufilello capo di quelli malandrini e col polso della lancia innel fianco a madonna Biancia percosse per sì gran forza che del cavallo la fe’ cadere. E presola per le braccia, su per la montagna la condusse, dicendo alla sua brigata che faccino che siano o morti o presi e che i cavalli e li arnesi rubino.

Li malandrini combattendo valentemente, lo conte coi suoi difendendosi vigorosamente con quella poca d’armadura che aveano; e fatto risistenzia alquanto, lo conte, vedendo li suoi a mal partito e già più che la metà presi e li altri a quelle mene, diliberò fuggire perché bene a cavallo si sentìa, dicendo a l’altri suoi: «Campate!» E dato di speroni al cavallo, si dirizzò verso una terra che quine era presso a uno miglio, e tanto caminò che là giunse dove trovò alquanta brigata da cavallo e da piè li quali quine erano venuti per tener quel passo securo che pellegrini né altri fusseno morti né rubati da Sufilello né da altri. Veduto la brigata, narrato quello li era stato fatto, subito il capitano fe’ apparecchiare le suoi brigate.

E mentre che il conte camina e che le brigate s’aparacchiavano, Sufilello avea condutta monna Biancia contessa in sulla summità del monte a quel balzo dov’era sua usanza di gittare le persone che avea rubate acciò che di loro mai niente si potesse sapere. E quando quine l’ebbe condutta, vedendoli una bella palandra in dosso disse: «Donna, cavati cotesta palandra, che vo’ che una mia fante la goda». La donna per paura la palandra si spogliò e rimase in una bella gamurra alla quale avea apiccata una borsa innella quale avea franchi in cento d’oro. Sufilello, missovi la mano, quelli li tolse et innella scarsella si misse, e poi disse: «E cotesta gamurra ti cava, che similmente per la fante mia la voglio». La contessa disse: «Deh, per Dio e per san Piero non volere che io nuda e senza gamurra vada». Lo malandrino, desideroso d’averla, disse: «Se non te la spogli io t’uccido!» La contessa piangendo la gamurra si spogliò. E rimasa la contessa in uno piliccione bellissimo di dossi di vaio, lo malandrino, che quello ha veduto, disse: «Quello a me serà molto utile a tenermelo di notte a dosso in questi boschi». E disse: «Subito cotesto piliccione ti spoglia che io lo vo’ per me». La contessa, che non può fare altro, dice: «Piacciati per Dio e per san Piero che almeno, poi che hai aute l’altre cose, che questo mi lassi, acciò che io in camicia — che non si convene a donna andare — io non vada». Lo malandrino superbo con minacce lel fe’ cavare.

E rimasa la contessa tremando in una camicia sottilissima (intanto che quasi si scorgevano le carni di lei, tanto quella camicia sottile e bianca era), e’ non volendola perdere disse: «Cotesta camicia ti cava che per me la voglio». La contessa lagrimando amaramente disse, inginocchiandosi e colle braccia faccendo croce: «Io ti prego che nuda non vogli che la contessa d’Artoi in istrani paesi vada, e per quello Idio e per san Piero ti prometto che tutto ciò che fatto m’hai io tel perdono». Lo malandrino dispietato li disse: «Sai quello che io ti dico? Fà che subito cotesta camicia ti cavi, e pensa: come caciata te l’arai io ti gitterò giù da questo balzo, non mai camicia né panni non ti bisognerà».

La contessa, che ciò ha udito, ricordatasi di quello che Dio disse: «Aiutati et io t’aiuterò»; faccendosi innel cuore franca, disse: «Poi che così mi dèi gittare, veggo che camicia né altro panno m’è più necessaria: tosto me la vo’ cavare, ma ben ti prego che almeno fine che cavata io me l’arò non vogli vedere la vergogna mia». Lo malandrino disse: «Cotesto farò io, che la tua vergogna non vo’ vedere, ma sì l’util mio». E voltosi verso il balzo, la contessa, come volto il vidde, colle mani innelle reni lo percosse e giù del balzo lo fe’ cadere. Era questo balzo più di v cento braccia d’altezza senza alcuno ritenimento: Sufilello malandrino tutto sfracellò. La donna loda Idio e pregalo che ritrovi vivo il suo marito messer lo conte d’Artoi com’ella ha morto il traditore.

E mentre che la contessa tenea col malandrino la pratica, lo capitano delle genti col conte vennero a’ luogo dove la brigata del conte avea gran pezzo sostenuto, e di pogo che ’l conte ritornò erano stati presi né anco da’ luogo partiti non s’erano, ma già le mani aveano legati a quelli del conte e cominciato a montare la costa. E sopragiungendo il capitano e ’l conte, non potendo li malandrini fuggire, tutti furono presi e’ legati funno sciolti. E non vedendovi il capo loro, cioè Sufilello, disse il capitano che n’era. Coloro disseno: «Noi non sapiamo che se ne sia, ma tanto vedemmo che su per lo monte con una donna n’andava». Lo capitano e ’l conte subito montavano la montagna per trovare lo capo de’ malandrini, e ’l conte pregava Idio che così come aveano preso li mafattori così prendino l’altro, e la contessa ritrovi.

E cavalcati di trotto giunseno al balzo, dove trovonno la contessa ch’era in camicia per volersi vestire. E contato la novella, lo capitano quelli malandrini apiccar fece in presenzia del conte.

Il conte, che si vede vendicato, dice al capitano che quel capo de’ malandrini avea alla donna tolto iii cento franchi d’oro e quelli innella scarsella se li avea messi; e che ’l pregava, per lo servigio fatto, faccia quelli d’avere e suoi siano; e che se mai innelle suoi parti capitasse, che a lui farè’ de’ be’ doni. Lo capitano, che avea desiderio d’apiccare il capo di quelli che apiccati avea, innel fondo del balzo fe’ andare, e trovaron Sufilello con più di l che morti n’avea: fu condutto alle forchi e quine apiccato in mezzo degli altri. E i franchi ccc riceuto, andonno dal conte, et acompagnatolo tutto quel terreno, lo racomandonno a Dio.

Lo conte e la contessa giunti a Roma, e confessato la contessa la morte del malandrino, liberamente asoluta fu. E ritornati in loro paesi si goderono li lor dì.

Ex.° lxxxiiii.

LXXXV

G>iunti a Salerno colla dilettevole novella, e quine cenarono. E perché la brigata era stanca, senz’altro dire se n’andarono a dormire fine al dì seguente che levati funno. E dato l’ordine di caminare, il preposto comandò a l’altore che alla brigata dica una novella; perché lo camino di verso Reggio di Calabria era un pogo lunghetto, a tal camino per lo giorno ordini di bella novella atta secondo i’ luogo dove sono. Ma prima che si muovano dica qualche canzona morale. L’altore disse che fatto sera, e voltosi alla brigata disse:

«Canzon, chi vuol ben giudicare, il fine

riguardi, e chi securo

star ci vuole pigli pogo a guardare

che in questo mondo le genti meschine

non pensano al futuro,

possin pur nel presente assai rubare.

E questo è quello che ci fa tribulare,

e romper tra’ buoni pace e acender ira:

perché a sé propio ognun le cose tira».

E seguendo disse:

DE BONA FORTUNA IN ADVERSITATE

Di frate Moriale che condusse la parte e gente in Italia.

A>l tempo che fra’ Moriale condusse e fési capo delle parti e compagne che <in> Italia si facessero, fu uno giovane di Pavia nomato Santo, nato di buone genti, il quale, piacendoli esser più omo di compagna che prete né altr’o mercadante, si misse innella compagna di fra’ Moriale. Et essendovi stato alquanto tempo — et avea seco una somma di fiorini iiii cento —, diliberò della ditta compagna uscire per du’ rispetti: l’uno fu perché li parea che a l’anima fusse peccato, l’altro perché al corpo era pericolo. Et uno giorno si partìo da Napoli tutto solo a piè con una lancia et uno coltello, e caminò verso Salerno; e da Salerno si mosse per andare a Reggio (dove ora pensiamo d’andare) per potere al porto d’Ancona entrare in mare e caminare a Pavia.

Et essendo il preditto Santo armato, in uno bosco assai folto d’arbori si scontrò in due malandrini, li quali, come viddero il ditto Santo solo, lui assaglirono. Santo, difendendosi meglio potéo, percosse l’uno di que’ malandrini alquanto colla lancia nel braccio ritto; l’altro percosse il ditto Santo per modo che <la> lancia di mano li cadde. E cadutali la lancia, il ditto Santo fu preso e rubato de’ ditti fiorini iiii cento e tutti i panni e lassato legato a uno arboro in camicia.

E’ andatosi via, Santo, che si vede legato a quell’arboro, stima per certo quine dover morire, racomandandosi a Dio; e i malandrini lieti caminarono a una fontanella che non molto lungi era da’ luogo. E quine messi a posare partendo i fiorini rubati — e perché quello ch’era stato ferito innel braccio non potendo portare la lancia tra via l’avea lassata e fattosi il braccio fasciare acciò che ’l sangue restasse —, e mentre che costoro stavano in tal mena, sopravenne un altro malandrino a’ luogo dov’era Santo legato. Santo, come lo vede, se li racomanda; lo malandrino dice: «Che vuol dir questo?» Santo dice: «Io sono stato rubato da du’ malandrini che ora mi trovonno et hannomi tolto fiorini cccc e’ panni, e così legato m’hanno lassato». Lo malandrino dice: «Or qui mi fusse io trovato, arei auto la parte mia di quello t’hanno rubato». Santo dice: «Se tu mi vuoi dislegare, io mi penso ritrovarli se meco vorrai venire; e di tutto ciò che io guadagnerò, la metà vo’ che sia tua, l’altra mia». Lo malandrino dice che era contento; e discioltolo, insieme caminaro prendendo Santo la sua lancia.

E come andati furno alquanto, trovonno la lancia di quello ch’era stato ferito, che lassata l’avea, e subito, al sangue che andava versando, che via li malandrini aveano fatto. E seguendo la traccia del sangue, alla fontana dov’erano li malandrini arrivonno: e subito Santo, che vigoroso era e volenteroso di vendicarsi di quello li era stato fatto, per riavere il suo disse al compagno: «Andiamo loro a dosso, e prima che loro possano prender riparo, colle lance li percotiamo: e spero se serai valente noi li prenderemo o veramente li uccideremo, e poi la robba partiremo». Lo malandrino disse che francamente li percoterà. E mossi, colle lance <basse> sopra de’ du’ malandrini giunsero: Santo colla lancia percosse l’uno de’ malandrini che non era ferito, e passatolo dall’altro lato, morto cadde. Poi Santo e ’l compagno si cariconno a dosso al malandrino ferito il quale aitare non si potea, subito l’ebbero morto. E cercato, li trovaron li fiorini iiii cento che a Santo aveano tolto, e in cento fiorini aveano oltra quelli, che per lo simile modo ad altri rubati aveano, con alcuno gioiello di valuta di fiorini x.

E rivestitosi Santo de’ suoi panni, tenendo sempre i denari apresso, colla lancia in mano disse al compagno malandrino: «Ora partiamo quello che guadagnato abiamo». Et innomerati fiorini iiii cento, disse: «Questo è il mio capitale». E poi de li altri fiorini iii cento fe’ du’ parti, dicendo al malandrino: <questa parte della somma de’ fiorini in cento è tua, e quest’altra parte è mia, e sono contento che tutti li panni che costoro hanno, con ogni lor cosa, sia tuo, e li gioielli siano miei». Lo malandrino dice: «Or bene tu hai partito l’una somma de’ denari, ora parte l’altra». Santo disse: «Tu sai che io ti dissi che di quello che io guadagnava aresti la metà; e però questo è ’l mio capitale e di questo non dèi aver nulla; lo guadagno è partito come ti promissi, e fustine contento. E se in caso che contento non fussi, puoni giù cotesti denari et io metirò li miei e quelli ho guadagnati, e tra te e me la facciamo». Lo malandrino, avendo paura, quelli si tolse, e Santo se n’andò al suo viagio.

E per questo modo quelli che credeano rubare funno rubati e morti.

Ex.° lxxxv.

LXXXVI

L>a prudenzia di Santo condusse con piacere la brigata all’ora del desnare in una villa bene de’ borghi piena, e in uno la brigata trovò aparecchiato. Lo preposto, sentendo il camino dubievole, dispuose che la sera s’aparacchiasse in quel luogo, dove comandò che l’altore contentasse la brigata di bella novella fine alla cena, senza che stormenti s’udisseno, ma prima dicesse qualche moralità. Lui presto disse:

«Io sono franca Magnanimitade

di sì alto e magnifico inteletto:

doppo il pensiero fornisco il diletto».

E poi l’altore, fatta la brigata condurre in un bellissimo chiostro, rivoltòsi a essa dicendo:

DE MAGNANIMITATE MULIERIS ET BONA VENTURA JUVENIS

Di Ciandro e de’ re don Alfons di Spagna.

N>el tempo che’ re don Alfons, re di Spagna, regnava, un mercadante di Barsellona chiamato Ciandro, uomo ricchissimo, venendo a morte, lassò du’ suoi figliuoli — il magior di anni xvii, l’altro di xv — di più di l mila fiorini ricchi. Morto il ditto Ciandro, rimasi li figliuoli — lo magiore nomato Passavanti, il minore Veglio —, inteseno a godere et a spendere in desnari cene bagordare per amor di donna, e tutte cose faccendo che si richiede a dovere consumare, non guardando che né come. E non mancando lo spendere senza alcuno guadagno, <e doppo> non molti anni la robba lassata loro dal padre mancando — intanto che alcune volte, non avendo di che, senza cena se n’andavano a dormire, e qual più era stato con loro aitare loro consumare la robba quelli più li fuggia —, e vedendo Passavanti che di loro era fatto strazio e beffe, et anco perché niente aveano di mobile dove potesseno la loro vita sostentare, diliberonno andare in Ispagna là u’ pensonno aver qualche aviamento. <Passavanti> dicendo a Veglio sua intenzione. Veglio dice che li piacea. E fatto denari d’alquante loro massarizie, si partiron di Barsellona et in Ispagna caminano.

Et arivati in Sibilia, quine si concionno con alcuno mercadante con dovere avere certa parte di guadagno, e non molto tempo stèro che più di xx mila fiorini ebbeno guadagnato. Di che Passavanti disse al fratello: «Io voglio che tue ne vadi in Barsellona con questi denari e di quelle cose che vendute abiamo ricomperai, e intendi alla mercantia acciò che noi possiamo ritornare innello onore che nostro padre ci lassò». Veglio disse ch’era contento d’andare, e Passavanti rimane in Ispagna.

Era questo Passavanti bellissimo quanto neuno che in Sibilia fusse, e con questo era piacevole oltra misura e savio. E dimorando Passavante in Ispagna, ogni dì in Barsellona rimettea denari. Veglio, che ritornato era, intendeva a godere, ritrovando di quelli che funno aitare consumar li primi denari; e non avendo freno allo spender li denari portati, gran parte n’avea consumati, sempre sperando che Passavanti ne li rimettesse. E aveaneli rimissi più di x mila oltra li primi.

E mentre che Passavanti dimorava in Ispagna, si mosse guerra tra lo re don Alfons e lo re Celetto di Granata. Per la qual guerra i guadagni che Passavanti facea funno perduti, et in sul capitale si vivea spettando che l’acordo si facesse, avendo sempre speranza, quando avesse consumato quello avea, ritornare in Barsellona in su quello che Veglio n’avea portato et in <su> quelli che mandati li avea (O Passavanti, che pensi poter tornare in Barsellona a que’ denari: certo veruno ve ne troverai per te, però che Veglio n’avea pochi a consumare!).

E durando la guerra tra que’ du’ re e non potendo venire a pace, per alcuni mezzani cercato l’acordo e non trovandolo se non con patto che lo re don Alfons desse Marzia sua figliuola bellissima di anni xv per moglie a re Celletto — il quale era pagano e vecchio di lx anni —, e altramente tal pace far non si potea; lo re di Spagna, vedendo che la pace far non si potea, arè’ consentito, per poter aver pace, di primo tratto, ma per non vituperarsi pensò di farlo assentire a Marzia sua figliuola; dicendole che pace far non si può se ella non sta contenta d’essere sua moglie, et aconsentendo, la pace serà fatta. Marzia, che ode quello che udir non volea, disse: «Padre, della pace fate come vi pare: di me faite quello che pare a me, e di tal marito non mi ragionate». Lo re isdegnandosi contra la figliuola minacciandola se non farà a suo senno che al tutto è disposto che moglie sia de’ re Celetto, Marzia donzella al padre niente risponde e pensa fuggire tale marito.

E subito a uno cavalieri de’ reame il quale l’avea più tempo amata, nomato messer Amon, narrò quello che il padre di lei far volea, dicendoli che se lui può trovare modo d’esser in corte di Roma per fare la dispensazione tra le’ e lui (perché era suo cusino) che altri che lui non l’arà. Messer Amon contento disse: «Io son presto». Marzia disse: «A queste cose vuole nuovo ordine: acciò che mio padre isforzosamente non me ne mandasse in Granata, e’ serà di bisogno, poi che <’l> vescovo di Tolletta è morto, che quelli calonaci facesseno elezione di me, et io a modo di vescovo a Roma caminerò e voi verrete meco; e faròmi chiamare il vescovo Marsilio». Messer Amon dice: «Voi avete ben pensato; et io arò subito li voti, e voi v’aparecchiate di quelle cose che vi piace e’ denari da spendere». E subito camino in Telletta e da’ calonaci ebe che Marsilio fusse vescovo, dicendo questo Marsilio esser suo nipote.

Fatto la elezione e le carti, ritornato messer Amon in Sibilia a Marzia aparecchiandosi per poter caminare; e mentre che tale aparecchiamento si facea, vennero léttore per fante proprio da Barsellona a Passavanti come Veglio suo fratello, avendo consumato ogni sua cosa, per disperazione una sera con una fune s’apiccò, e morto sarebbe se non che, la fante di casa gridando, fu dalla morte campato. La signoria ciò sentendo, Veglio prender hanno fatto, e se non ch’era d’antico parentado l’arenno apiccato, ma per amor de’ parenti la forca li levaron et a perpetua carcere condannato. Passavanti, che hae inteso come il fratello avea tutto il tesoro consumato e per disperazione volutosi apiccare et esser condannato a perpetua carcere, diliberò in Ispagna più non stare, con intenzione che se trova la cosa del fratello come la léttora dice, lui da divero con uno laccio apiccarsi per la gola in luogo che da altri aitato non potrà essere. E con tal deliberazione fe’ denari di tutto ciò che in Sibilla avea e messesi in <(punto)> per caminare di quine a tre dì.

Marzia donzella, ch’è fatta vescovo e vestita a modo di vescovo, volse che alquanti calonaci di Tolletta seco andassero. E fatto molte valigi di panni denari e gioielli, aparecchiato molta famiglia a cavallo, strettamente di Sibilia si partìo lo giorno innanti che Passavanti si movesse, venendo verso le parti di Italia senza che re don Alfons niente sapesse, né altri se non messer Amon a cui la giovana s’era allargata.

Passavanti, che ha tutto racolto, si mosse a cavallo, e tanto caminò faccendo buona giornata che giunse dove il vescovo nuovo Marsilio era arrivato, il quale era sposato in uno albergo con tutta sua brigata, là u’ Passavanti arrivò. E come fu innella sala dove lo vescovo era, subito Passavanti dal vescovo fu cognosciuto perché più volte l’avea veduto: e dimostratosi di non averlo mai veduto, lo domandò d’onde fusse e quale era il suo camino. Passavanti disse: «Io sono di Barselona e quine vo’ ire; e sono stato gran tempo in Sibilia dove ora è guerra grande e pace far non si puòe se i’ re don Alfons non da Marzia donzella per moglie a’ re Celletto di Granata. E par che la fanciulla non sia stata contenta, e dove si sia andata lo re suo padre non sa, et ha fatto cercare e cerca tutta la Spagna per lei; e dicesi ch’ella n’ha portato di valente più di c mila doble e molti gioielli». Lo vescovo dice: «Io voglio che tu sti’ meco e vo’ che tu sii mio spenditore». Passavanti dice che non può, però che in Barsellona li conviene andare per traere uno suo fratello di prigione, che è condannato a perpetua carcere. Lo vescovo dice: «Tu verrai meco a Roma e poi faremo il camino d’Aragona e conteròti cavar il tuo fratello di prigione». Passavanti udendo questo steo contento. E fatto tesorieri e spenditore, caminano più giorni.

Avenne una sera che ’l vescovo colla brigata capitonno in una villa innella quale altro che uno albergo era, innel quale erano capitati molti altri forestieri: nondimeno una cameretta per lo vescovo, con un letto di cortina fornito et altre cose orrevoli, fu trovata, e per li altri assai picciolissima cosa, che la magior parte, così calonaci come altri, innelle stalle, et anco stretti, dormire poteano.

La cena orevole, e messo il vescovo a letto e l’altra brigata, salvo Passavanti, il quale in sala coll’oste era stato per fare il conto e pagare acciò che la mattina caminar di buon’ora si possa; e pagato ch’ebbe l’ostieri, disse: «U’ dormo io?» L’oste disse: «In verità e’ non c’è luogo veruno, che tutte le camere sono piene, e vedi che la mia donna e tutta la famiglia conviene in sala stasera dormire. Ma tu puoi far bene: io ti darò uno piomaccio con una carpita et in camera del vescovo in sul solaio ti concia; et altro miglior luogo non ci veggio». Dice Passavanti: «Come, non hai tu veduto che’ calonaci non ci sono voluti stare?»

L’oste disse: «Deh, fa quello ti dico; noi vel metteremo per modo che ’l vescovo non lo sentiràe». Passavanti disse: «Io sono contento». Et aconcio i’ letto, l’oste di camera uscìo et a dormir si puose. Passavanti piano si misse in su quello lettuccio. Lo vescovo tutto sentito, avendo grande allegrezza di tal ventura, piano chiamò Passavanti dicendoli che inne’ letto dove lui era entrasse. Passavanti disse: «Io sto bene». Lo vescovo disse: «Io tel comando che qui entri». E Passavanti per ubidire innel letto entrò. Lo vescovo disse: «Passavanti, metti qua la mano». E Passavanti la mano distende. Lo vescovo la mano prende et in sul petto se la puone. Passavanti, che trova a modo di du’ meluzze, disse: «Che vuol dire questo?» Lo vescovo dice: «Passavanti, sappi che io sono Marzia figliuola de’ re don Alfons, e dìcoti, se vorrai, altri che tu non sarà mio marito, però, come ti viddi, tanto mi se’ piaciuto che amore m’ha stretta a perfettamente amarti. E non dubitare, che di tutte tuoi aversitadi ti ristolerò; et acciò che vegghi che ciò sia vero, in fine avale vo’ che l’anello mi metti». E trattosi l’anello vescovale di dito, a Passavanti lo diè, e lui la sposò e poi si preseno diletto. E fu tanto il piacere che Marzia con Passavanti la notte si denno, che Marzia disse a Passavanti che ancora lo dì seguente aparecchiasse in quel luogo e la notte similmente dormissero insieme come fatto aveano. Passavanti levatosi la mattina et a l’oste ditto che aparecchiasse, dicendo alla brigata: «Il vescovo per oggi caminare non vuole»; e così si fe’ come è ordinato, e la notte similmente piacere si denno. E poi dienno a caminare tanto che a Roma giunsero. E fatto fare la imbasciata al Santo Padre, di volere parlare, lo papa contento, il vescovo andato solo con messer Amon e con Passavanti, dicendo: «Padre Santo, posto che voi mi vegghiate vestito come vescovo, questo ho fatto perché altramente a voi non arei potuto venire. E pertanto, e la lezione e la veste è stato cagione che qui sono: e però sappiate che io sono Marzia, figliuola de’ re don Alfons re di Spagna, il quale volea che a uno che Cristo non adora mi maritasse, dando nome che la pace far non si potea. Di che io, udendo che a uno saracino e vecchio di lx anni maritar mi volea, deliberai che voi mi deste quello che a me è di sommo piacere, il quale meco ho condutto e quello voglio, e voi prego che in luogo di mio padre mi tegnate il dito, e lui, che qui presente è, sia contento che io sua sposa sia». Messer Amon, che sta colle orecchie levate presto a dir sì, spetta pur che ’l papa lo domandi. Era questo messer Amon di anni xl e più, et assai disutile della persona.

Veduto il papa la savia domanda e ’l savio modo preso, disse: Et io son contento di tenerti il dito, ma non con cotesto abito, che licito non sarè’». Marzia, ch’era ita prò veduta, disse: «Santo Padre, voi dite il vero che in sì fatta veste maritagio non si dé fare». E trattasela, rimase in una palandra dorata che parea una rosa, intanto che ’l papa disse: «Se al papa fusse licito di prender moglie, d’altri che di mia non saresti». E preso il dito a Marzia, le disse: «Eleggi». Marzia disse: «Costui è mio cusino, et è bene che a sì fatte cose si sia trovato: io eleggo Passavanti». Il papa, che Passavanti ha veduto, disse: «Donna, né miga se’ matt’a avertelo scelto bello come tu bella se’». Passavanti le misse l’anello, il papa li benedisse dicendo loro: «Crescete e multiplicate il vostro seme».

E prima che di quine Marzia si partisse, ordinò che ’l papa mandasse in aiuto a’ re don Alfons ii mila cavalieri, de’ quali, per ricompensazione che messer Amon non avea auto Marzia, lo fe’ capitano di que’ ii mila cavalieri. E simile ebbe léttore dal santo papa che lo re don Alfons fusse contento di quello che Marzia fatto avea. Apresso fe’ al signor di Barselona scrivere e comandare che Veglio fratello di Passavanti fusse delle prigioni dilassato; e tutte le ditte léttore funno osservate.

E messer Amon con que’ ii mila cavalieri e con Passavanti e con Marzia in Ispagna giunsero. E giunti, colle brigate cavalcarono a dosso a’ re di Granata e tutta sua brigata misero in isconfitta e lo re loro morto. E per questo modo si dilivrò quella battaglia e guerra.

Passavanti con Marzia si denno piacere. E sempre messere Amon, per la vittoria auta et anco per la ricompensazione che Marzia li volea fare, fu di continuo mentre che visse capitano generale. La signoria di Barsellona, vedute le léttore del papa, subito Veglio cavarono di prigione. E Veglio, sentito il fratello esser genero del re di Spagna, in Ispagna n’andò né mai poi patìo disagio di niente.

Ex.° lxxxvi.

LXXXVII

C>olla dilettevole novella la brigata fu condutta dove aparecchiato da cena onorevilmente era; e cenato, a dormire n’andonno fine a la mattina che levati fumo. Lo preposto parlò dicendo e l’altore che una novella dica fine che a Reggio la brigata fi’ condutta. E voltòsi l’altore dicendo:

DE PERICULO IN ITINERE

Di Giannozzo da Firenze, che avendo venduti castroni

per ducati mille a Bologna, ii gaglioffi l’amazzonno e rubonno.

N>el tempo che la città di Bologna era della Chiesa, uno mercadante fiorentino nomato Giannozzo avendo condutti in Bologna alquanti castroni per vendere e quelli avendo venduti per dugati M, li quali quelli ricevéo in su uno banco di Bologna: e quando tali ducati Giannozzo prese, erano ii gaglioffi apresso a quel banco che al sole si stavano, l’uno de’ quali avea tagliato mendue le mani e l’altro avea tagliato il piede e cavato uno occhio. E vedendo a quel mercadante prendere tanti ducati, fra loro disseno: «Vogliamo noi rubbare a quel mercadante forestieri quelli ducati?»Acordati di sì, andoron dirieto a quel mercadante fine all’abergo, dove sentinno colui esser da Firenze et a Firenza volere cavalcare. E’ fatto ragione coll’oste faccendo aparecchiare suoi bisacce e conciare lo cavallo, li gaglioffi subito di Bologna si partiro e per la via da Firenze in uno mal passo si puoseno a modo di volere acattare, spettando Giannozzo che vegna.

Giannozzo montato a cavallo, con m ducati per camino si mette. E venuto presso al mal passo dove i gaglioffi erano, li quali come Giannozzo da lungi vedeno, subito quello che tagliato avea il piè in una fossa cava si lassò andare, e quello che tagliato avea le mani faceva vista di volerlo aitare. Essendo in tal modo, Giannozzo cantando ne viene a cavallo e giunse dov’erano quelli gaglioffi e traditori; li quali disseno: «Deh, per Dio io ti prego», disse quello che le mani avea tagliate, «che ti piaccia aiutarmi cavare di questa fossa questo mio compagno, che vedi che io trarlo non posso!» Giannozzo, vedendo costoro a tal partito, non pensando il suo danno, dismontò dal cavallo et andò alla fossa; e quando quine condutto fu, porgendo le mani al zoppo, prendendolo e strettamente tenendolo, il monco, vedendo che ’l zoppo per la mano lo tenea, di colpo innel culo lo percosse e dentro innella fossa lo fe’ cadere, e subito il zoppo trasse lo coltello da lato a Giannozzo e per li fianchi li diè per tal modo che l’uccise. Morto ch’e’ fu, quelli ladroni li ducati M li tolseno e lui e ’l cavallo quine lassaro, et in Bologna ritornonno alogiandosi in uno albergo, dove più tempo steono.

E trovato il ditto Giannozzo morto, la famiglia del podestà di Bologna andata a vedere, trovò il cavallo con alcune scritture; e fu sentito la persona morta esser Giannozzo mercadante da Firenza. E saputosi la sua morte, subito per alcuni amici a Firenza a’ parenti di Giannozzo ne fu scritto della morte e della robba. E non trovandosi chi tal male fatto avesse, dandosi il podestà e l’altre signorie a investigare, niente trovar se ne può. E venuto alcuno parente di Giannozzo in Bologna per vedere se niente della robba fatta raconquistar si potesse, e niente valse, per che a Firenze ritornarono, lassando in Bologna alcuni loro amici che sempre si dessero a cercare se trovare i mafattori si potesse.

E stando i ditti gaglioffi e malandrini più di vi mesi in Bologna innell’abergo ditto spendendo largamente, volendo la mattina capponi lessi e la sera caponi arosto, dandosi piacere e buon tempo; or perché le cose non si puonno tanto far secrete che alcuna volta non vegna a palese, un giorno essendo l’ostieri di quelli gaglioffi a bere in una taverna con uno fornaio, tra loro fu alcuno ragionamento come guadagnavano. Lo fornaio disse: «Io ho buono guadagno che al mio forno più di c famiglie il loro pane cuoceno». L’ostieri disse: «Io hoe in casa du’ poveri che vanno acattando, e ben otto mesi sono stati innel mio albergo che più di c ducati nuovi di zecca m’hanno dato, e ogni du’ dì me ne danno quando uno e quando du’ che paiano usciti del fuoco. E dìcoti che se costoro staranno meco un anno mi faranno ricco». Lo fornaio disse: «Buono giambo hai». Alle quali parole uno di quelli che lassati erano per sentire della morte di Giannozzo il quale a bere in quella taverna era andato, udendo quello che l’ostieri dicea, tenendo in sé faccendo vista di non aver udito, fra se medesmo dice: «Forsi quelli gaglioffi che così largamente spendeno potrenno esser stati quelli che Giannozzo uccisero».

Et andatosene al podestà, narrò tutto ciò che l’ostieri avea ditto, dicendoli: «Io non vorrei però che fusseno guasti della persona non avendo fallito». Lo podestà disse: «Lassa fare a me». E subito mandò per quello ostieri: e venuto, li disse quali osti avea innell’albergo. L’oste disse: «Infra li altri che io hoe, so’ du’ poveri che vanno acattando, l’uno de’ quali ha meno amendu’ le mani e l’altro ha meno uno piè et uno occhio». Lo podestà disse: «Come ti pagano se vanno acattando?» L’oste disse: «Io non so, che più di otto mesi inne l’abergo mio sono stati et hannomi dati più di c ducati nuovi di zecca, dicendomi che a loro non dia altro che capponi lessi e arosto e che io li faccia ben godere: et a me fanno buono pagamento». Lo podestà fece vista d’andare un pogo altró’ dicendo che l’aspettasse.

E subito alla sua famiglia disse: «Andate in sul desnare a cotale albergo e menatemi du’ che quine troverete, cioè uno che ha le mani mozze e l’altro ha meno il piè e l’occhio». La famiglia subito allo albergo andò e quine trovaro li preditti; e presi, al podestà li menorono. Il podestà che tornato era a l’albergatore dimandandolo di quelli, intanto i gaglioffi giunsero dinanti al podestà. Il podestà li dimandò se i ducati aveano dati a quell’ostieri e quanti. Coloro disseno di sì e che erano du’ c. Il podestà dice: «Unde li avete avuti?» Coloro rispuosono che acattate per l’amor di Dio l’aviano. Il podestà dice loro: «Or sonvi dati ducati per l’amor di Dio?» Ellino diceno: «E’ ci è dato monete e noi poi ne facciamo ducati». Lo podestà disse: «Qual cambiatore ve li ha dati?» Coloro disseno: «Ogi uno domane un altro». Lo podestà adirato disse: «Traditori, voi dovete essere stati quelli che Giannozzo da Firenze avete ucciso!» E subito fattoli cercare ciò che a dosso aveano, trovò loro più di viii cento ducati et alquanti piccioli. Lo podestà, vedendo questi denari, disse: «Ladri, voi nol potete negare!» E fatto loro alcuno tormento, confessonno loro esser stati quelli che Giannozzo morto e rubato aveano.

Lo podestà senza indugio mandato per lo procuratore de’ parenti di Giannozzo offerendo loro li ducati trovati come la condanagione sarà letta, e subito fatto stracinare i mafattori fine a’ luogo dove Giannozzo fu morto, e quine a un paio di forchi li fe’ apiccare et al procuratore delli eredi li ducati ristituitte.

Ex.° lxxxvii.

LXXXVIII

G>iunti a Reggio di Calavria e quine trovato bene da cena, alla quale il preposto volse che stormenti si sonassero ma che ognuno a dormire se n’andasse aciò che la mattina di buon’ora potessero caminare verso Dierta; e come ordinò fu fatto: che venuto la mattina, la brigata aparecchiatasi a caminare, il preposto rivoltosi a l’altore disse che una novella dicesse mentre che ’l camino faranno a Dierta, ma prima una canzonetta morale dica. L’altore, volgendosi alla brigata, disse: «Poi che tra genti malandrine siamo e più, andando, s’apresseranno, dirò:

«Canzon, dove tu vai tien sì fatto abito

ch’ i’ n’abia onore e tu servigio e grazia;

e non ti veder sazia

di star tra loro e’ tuoi versi dispuonere;

se alcun altro reponere

ti vuoi come scientifica,

e da questo, cotal da lui t’ha copia,

che tu se’ nata propria

per dispregiar li vizii e ogni miseria

e per mostrare a’ buoni come s’imperia».

E dapoi disse:

DE RATIONABILI DOMINIO ET BONA JUSTITIA

Indel reame di Francia era un bosco grandissimo: lo tenea la contessa

d’Artese, nel mezzo era un bel palagio, alcune volte vi si riposava.

N>el reame di Francia, tra la Francia e la Piccardia, è uno bosco grandissimo il quale madonna contessa d’Artese possedea, et in quello un bellissimo palagio innel mezzo di tal bosco era edificato acciò che <quando> madonna la contessa andar volea alla caccia, et in quel palazzo riposar si potesse con tutta la brigata. E tal bosco era pieno di moltissime bestie salvatiche e tutto d’intorno la magior parte steccato acciò che le bestie uscir non potessero. Et era il ditto bosco molto grande acosto a una strada che venia di Piccardia a Parigi.

Al qual bosco moltissimi ladri e malandrini si riduceano a mal fare. Et il modo che tali rubatori teneano era questo: che uno de’ ditti rubatori si ponea in sulla strada che a lato dal bosco era, in forma di uno romeo povero che acattasse, con uno cappello in capo di ferro e foderato di panno (acciò che se alcuno l’avesse percosso non avesse avuto alcun male) e uno coltello sotto con uno bordone, assai il ferro grande. E come venia la persona a cavallo o a piè, chiedendo limosina s’acostava a tal viandante: e se a piè era, subito l’aveano preso, e tirato nel bosco l’uccideano e poi lo rubavano; e se era a cavallo et altri si fermasse per dar limosina, lo rubatore s’acostava e prendealo per la briglia, e col coltello per lo petto li dava e del cavallo lo facea cadere, e conduttolo innel bosco quello uccideano e rubavano. E se più d’uno fusse che di quine passasse, il primo rubatore lo lassava entrar tanto che tre o quattro rubatori trovava innella strada acattando. E se avenìa che non si volesseno fermare, faceano certo segno d’un corno e dinanti e dirieto uscivano loro a dosso, e se non erano ben forti quelli che passavano rimaneano morti e rubati. Et eran questi malandrini gran quantità, e centonaia n’aveano morti e rubati.

Et un giorno madonna contessa, volendo caminare a Parigi avendo seco molta baronìa, comandò a uno suo spenditore che cavalcasse innanti per potere aparecchiare per lei e per la brigata. E come il ditto spenditore con alquanti in sua compagnia funno innella strada apresso al preditto bosco, là u’ quine trovonno alcuni chiedendo limosina, lo spenditore avendo cuore ad altro a niente rispuose e passò via con du’ compagni. E come alquanto funno dentro innel camino entrati, trovoron <uno> che limosina domandò. Lo spenditore fermandosi, li compagni passonno innanti; e come lui vuol mettere mano alla scarsella per fare elimosina, quel malandrino, faccendo vista di voler la limosina prendere, li prese la briglia del cavallo. Lo spenditore, avendo l’occhio a’ compagni, li vidde d’alquanti malandrini gittare a terra del cavallo; e vedendosi a quello la briglia presa e con un coltello li volea per lo petto dare, là u’ come valente colla spada al malandrino diè in sulla testa dicendo: «Ladro, tu se’ morto!»; e così pensò ch’e’ morto fusse. E speronando il cavallo, per forza lo malandrino non potéo il cavallo tenere (e quando in sulla testa li diè, la spada tornò in alto e neuno mal li fece, sonando il cappello ch’era d’acciaio): e rivolgendosi a dirieto, alcuni di quelli malandrini se li voleano parare innanti: lo spenditore, essendo bene a cavallo, passò che mal non li fenno.

E ritornato a madonna la contessa e narrato che al bosco suo era stato assaglito che quasi non fu morto e che vidde i suo’ compagni prendere e pensa che morti siano, madonna la contessa subito ritornata arieto e fatto raunamento di tutte circustanze e comandamento che ogni persona si debia trovare coll’arme e con tutti i cani al bosco, e in men di du’ dìe la contessa ebbe raunato più di vi mila persone. E circundato il bosco da tutte parti acciò che persona uscir non ne possa, e misseno dentro più di ii mila cani con molta gente armata. Come li cani dentro funno entrati, le bestie salvatiche mossensi e per lo bosco andavano. Li malandrini, che ciò senteno, voleano del bosco uscire per paura delle fiere et anco de’ cani e delli omini che dentro entrati erano. E credendo campare dalle fiere, erano presi da coloro che intorno al bosco alla guardia erano messi; e quelli che s’avedeano delle brigate che intorno aveano, in loro contrario per lo bosco andavano, e molti dalle fiere ne funno morti. Ultimamente, più di lx diliberonno intrare innel palagio stimando che quine entrar non si dovesse.

E la contessa messe le guardie intorno, ella intrata dentro co’ resto delle brigate e con tutti li cani, intanto che venendo ristringendo il bosco fine al palagio andò, avendone di fuori presi più di c e dentro più di xl, e più di l ne trovonno dalle bestie esser morti. E giunta la contessa al palagio e vedendo li malandrini in quello essere, subito fe’ mettere fuoco innel palagio. Li malandrini vedendosi a mal partito, parte se ne gittarono dalle finestre e presi funno, et alquanti n’arse dentro innel palagio. Et avutone vittoria, tutti quelli che presi avea, così <i> feriti come i sani e quelli che le bestie aveano morti, intorno a quel bosco li fe’ apiccare; sì che più ccl ladri quella contessa prima che si partisse apiccar fe’, fra’ quali ve n’erano gran parte delle suoi terre gentili omini e d’altre condizioni. E tornata in suo paese, tutto ciò che tali ladri aveano d’imobile atribuìo alla sua camera.

E fu la ditta contessa, per la sua giustizia, per tutta la Francia e per quel paese lodata; e d’alora innanti per quella via andare si potéo con oro in mano senza esser offeso.

Ex.° lxxxviii.

LXXXVIIII

E>ssendo venuta l’ora del desnare e trovato aparecchiato, mangiarono. Lo preposto a l’autore disse che contenti la brigata d’una novella; poi che questa ha confortato la brigata al desnare, che per la cena, ch’a Dierta far denno, una novella dica.

L’autore disse: «Volentieri»; dicendo:

DE LATRONE ET BONA JUSTITIA

Di Bovitoro e Bellucco ladroni.

F>u in Genova ii fratelli ladri, li quali l’uno avea nome Bovitoro, l’altro Bellucco, che, avendo desiderio di guadagnare senza fatica, andavano di notte rubando e strafigendo bottegh’e case; e questa vita teneano. E più volte andonno a uno fondaco d’uno mercadante nomato Agustino e di quello più cose furato e tolto aveano. Di che il ditto Agustino più volte dolutosene alla signoria di quello che a lui era stato fatto, e niente li valea che di continuo quasi ogni mese per li ditti fratelli gli era alcuna cosa rubata, Agustino, che vede che per la giustizia non si può trovare modo, avendo veduto dove i ladri entravano diliberò che a piè della finestra, dove innel fondaco scendeano, mettere’ uno tinelletto pieno di vescagine stemperata aciò che se il ladro v’entrasse vi fusse preso.

E come pensò misse in efetto. E fatto la vescagine stemperata e messa in luogo ditto senza che ad altri l’apalesasse, divenne che una notte il preditto Bovitoro e Bellucco andonno al fondaco d’Agustino e per lo luogo ordinato Bovitoro si calò entro; e quando fu per lassarsi andare, credendo andare in sul terreno li venne andato innel tinello della vescagine. Bovitoro, che si vede invescato, volendosi colle mani aiutare più s’invescava, per modo che non avea balìa colle mani né co’ pie di potersi aiutare né di quello tinello uscire, ma come se chiavato vi fusse, stava sodo. Bellucco suo fratello vedendolo a tal partito, volendoli aiutare, per le spalli il tirava: e niente valea. E stando in tal maniera, apressandosi il dìe, Bovitoro disse a Bellucco suo fratello: «Fratel mio, io veggo che morto sono; e se qui sono trovato, a me converrà confessare li furti fatti e con cui; per la qual cosa mi converrà te nomare, e veresti a dover perder la persona, né mai i nostri figliuoli arenno onore. E pertanto ti dico, poi che a tal partito sono che campare non posso, e per scampare te e la robba e per l’amor de’ nostri figliuoli, che tu mi levi la testa acciò che cognosciuto non sia; e per questo modo tu camperai e la robba, et i nostri figliuoli non aranno vergogna». Bellucco, che ha udito il suo pericolo, vedendo che ’l fratello campar non può, subito con uno coltello il capo dalle spalli al fratello levò e quello ne portò col pianto a casa. Li figliuoli de l’uno e dell’altro vedendo pianger Bellucco, non sapendo il perché, comincionno eziandio li fanciulli e le donne a piangere.

La mattina levato Agustino e trovato quello senza capo in un tinello, lo podestà subito <andato> a vedere, fatto prendere quel corpo, non potendo sapere chi si fusse pensò doverlo fare portare per la terra, pensando che coloro di chi parente fusse dovessero piangere; imponendo al suo cavalieri che quine u’ sentisse pianger cercasse, che di quella casa il corpo sarebbe.

E fattolo puoner in su una carretta, con uno tamburo innanti per la terra fu portato. E quando a casa di Bovitoro il carro fu arivato, il cavalieri sentìo piangere donne e fanciulli: subito saglito le scale dimandando quelle donne perché piangevano, loro che niente sapeano disseno: «Noi piangiamo perché Bellucco stanotte tornò molto piangendo». Lo cavalieri disse: «U’ è Bellucco?» «Oh», le donne e’ fanciulli disseno, «èglie in camera». Bellucco, che sente la famiglia dimandare il piangere, pensò subito potersi scusare per certo modo. E preso uno coltello, in sulla mano si diè per modo che molto sangue versò. Lo cavalieri, giunto dove Bellucco era, vedendolo piangere, lo domandò della cagione. Lui disse: «Perché m’ho fatto male, come vedete». Lo cavalieri, che vede il sangue, subito con aspro viso minacciandolo disse: «Tu se’ quello che hai morto quell’uomo innel tale fondaco!» E legatoli le mani, subito lo condusse al podestà.

Lo podestà, che cognoscea Bovitoro e Bellucco, li disse: «Che è di Bovitoro?» Bellucco disse: «Èglie andato un poco altró’». Lo podestà disse: «Quando <andò> di fuora?» Bellucco disse: «Ieri in sulla terza». Lo podestà, che avea veduto Bovitoro presso a sera, disse: «Deh, ladro, tu mi credi ingannare che io so che Bovitoro tuo fratello hai morto? E pertanto, non volere che io ti guasti della persona: confessa il peccato comisso, altramente io di darò tanta colla che tel converrà confessare!» E fattolo spogliare, Beluco, senza esser più guasto, confessò tutto. Lo podestà lo domandò <u’> avea la testa del fratello, Belucco quella apalesò. E confessato i furti fatti col fratello, e datoli il termine, a un paio di forchi lui e ’l fratello morto apiccare fe’, facendo ristituire le cose tolte. E per questo modo li du’ fratelli avanzaro.

Ex.° lxxxviiii.

LXXXX

G>iunti a Dierta la brigata, dove trovonno aparecchiato per la cena e cenato, senza alcuno atto fare lo preposto comandò che a dormir s’andasse e che la matina di buon’ora, udita la messa, si caminasse. Così fu ubidito. E levati la matina, quando sono per caminare il preposto comandò che l’altore dicesse una novella acciò che la via dubievole non rincresca fine a Squillati. Al quale l’autore disse che fatto serà. E voltòsi e disse:

DE MALITIA HOSPITATORIS

Dell’oste da Torre della Fossa in quel di Ferrara:

lui con la donna rubavano et uccideano li osti che vi veniano.

A>l tempo del marchese Alberto da Esti marchese di Ferrara, fu uno ostieri nomato Rustico il quale con una sua donna chiamata Bontura faceano uno albergo apresso a Ferrara in sul Po alla Torre della Fossa e compravano dal marchese la gabella del suo ostiero, come oggi si fa.

Avea questo ostiero e Bontura uno figliuolo cavestro di anni xiiii, il quale dal padre e dalla madre avea imparato a che modo si monta col culo in sulle forchi; cioè che avea dal padre e dalla madre in che modo s’uccidea e rubava. Et era tanto venuto esperto di tal mestieri, che di continuo, come vi venia alcuno ostieri ricco, dicea al padre et alla madre che tale si volea uccidere e rubare; e la magior parte di quelli che al suo albergo veniano, se non erano ben forti e ben proveduti, erano morti e rubati. Et alcuna volta acadea che alcun fante soldato con una sua panziera in dosso capitava di dì a quel passo: Rustico, volendo quel fante rubare (per forza non arè’ potuto), lo dimandava se quella panziera che in dosso portava vender volea dicendo: «Io la compero a buon pregio se ella mi piacesse». E tanto dicea che il soldato la panziera si cavava. E come Rustico la panziera in mano avea, dicea: «Questa panziera è perduta». Lo soldato dicea: «Perché?» Rustico rispondea perch’e’ senza bulletta la panziera, che per vender portava, del terreno di Ferrara la volea cavare. E per questo modo quello che per forza rubar non potea lo rubava con lusinghe e malizia; e per questi modi n’avea tanti morti e rubati ch’era uno stupore.

Et essendo uno messer Nisterna, uno giudici, venuto di Frigoli da officio colla sua donna figliuoli e famigli e con suoi arnesi — e infra l’altre cose avea una valige innella quale avea più di M ducati e tazze e gioielli d’argento d’una gran valuta —, avendo dal marchese léttora di passo, arrivò a l’abergo di Rustico ditto; al quale messer Nisterna disse che quella valige li serbasse, che dentro v’era gran valsuta d’argento. Rustico allegro disse: «Volentieri». E non vedendo Rustico il modo di potere il giudici e la brigata uccidere, avendo desiderio di rubare quella valige pensò per altro modo fare d’averla. E colla moglie e col figliuolo ordinò che la valige si legasse in una fune e con uno tovagliuolo sotto l’acqua del canale si fermasse, gettando la valige innel canale. E poi ordinò quando messer Nisterna fusse a letto che si mettesse fuoco nello albergo (e come sapete, quelle case sono tutte di paglia e di vinchiastri, che poca fatica è a ardere).

E come pensò fe’: che, veduti tutti quelli che con messer Nisterna erano andati a posare, Rustico Bontura e ’l figliuolo a un colpo in tre lati della casa ebbeno cacciato il fuoco. Messer Nisterna, sentendo il fuoco, subito prese pensieri di campare le persone non curando d’altro: con poghi panni fuori della casetta uscirono. La casetta arse con tutti arnesi di messer Nisterna. E fattosi dì, <messer Nisterna andato> a vedere, con malanconia dicendo all’oste dove avea la sua valige messa, l’oste risponde che la valige con tutte suoi cose sono arse, faccendo grande scarpore e dicendoli: «Voi m’avete arso lo mio albergo con tutte le mie massarizie et arnesi!»

Messer Nisterna, che in più offici era stato e già di molti ladri avea già fatti apiccare, cognoscendo la malizia di quello Rustico ostieri, li dicea piacevolmente per venire al fatto suo, dicendoli: «Io ti prego se sapessi in Ferrara fusse persona che mi volesse servire di fiorini in cento, o ii cento almeno, per ricompensazione del danno che hai ricevuto e perché io me ne potesse tornare a Siena, et io li rimanderò». Rustico dice: «Io non vel so chi vi prestasse uno marchesano». Lo giudici dice: «Non ti dispiaccia, io vo’ andare a Ferrara, et al giudici del podestà che è di mio paese lo farò stare malevadore della somma che io ho ditto». Rustico dice: «Cotesto potete fare: e faite che ’l mio danno mi mendiate». Messer Nisterna disse: «Io lasso la mia famiglia che prima che io mi parta tu sarai ben contento». E fatto ad alcuno suo famiglio cenno, disse che ponesseno ben mente che l’oste non si partisse: «Che sempre con lui stiate colla moglie e col figliuolo, fine che io ritorno». Lo famiglio saccente steo aveduto che Rustico non si partisse, dandoli parole.

Messer Nisterna a Ferrara n’andò e subito dinanti al marchese si inginocchiò dicendoli chi elli era e d’onde venia e come colla sua donna figliuoli e famiglia l’abergo di Rustico alla Torre della Fossa era capitato. E tutto per ordine racontò al marchese, dicendoli che innella sua valige erano più di m ducati e molte tazze e gioielli: «E penso che se arse fussero, lo fuoco non esser tanto potente che consumati li debbia avere né fonduti. E pertanto vi dico che se tra la cenere si trovano, Rustico non esser in colpa del fuoco et io tutto li vo’ mendare; e se tali ducati e gioielli non si trovano, lui dé esser stato quello che ’l fuoco, per arder me e tutta la famiglia, misse per rubarmi la mia valige». Lo marchese, che molte cattività avea udite dire di Rustico, diè fede a messer Nisterna.

E subito mandato per messer lo podestà e dittoli tutto, lo podestà in persona, col suo giudici e famiglia, con messer Nisterna alla Torre della Fossa andarono, dove Rustico la moglie e ’l figliuolo e tutta la brigata di messer Nisterna quasi nudi <trovonno>. E fatto cercare la cenere, trovandovi la fibbia e le spranghe di una cintura che messer Nisterna portava cinta, e’ disse al podestà: «Poi che vedete che questa fibia non hae auto per lo fuoco alcuno guastamento — che, vedete, fine a’ chiovellini con che erano chiavate le spranghe sono interi —, che dovranno esser li ducati e le tazze?»

Lo podestà, veduto che alcuna cosa non vi si trova, fatto prendere Rustico Bontura e ’l figliuolo e messi alla colla a uno alboro, collando Rustico e Bontura confessonno dove la valigia era, e quella aperta, vi si trovò li ducati e tutte le cose ditte. Lo podestà fe’ a messer Nisterna ristituire ogni suo danno, e Rustico Bontura e ’l figliuolo a uno paio di forchi che per loro si fenno, funno apiccati et ogni loro bene si tribuìo alla camera del marchese. E così morinno quelli ladri.

Ex.° lxxxx.

LXXXXI

L>a dilettevole novella condusse la brigata a Squilati dove trovonno bene aparecchiato per la cena, e perché lo giorno aveano poco trovato da mangiare, cenarono di vantagio; e senza dar volta la notte dormiron fino alla mattina che levati furono. Il preposto disse a l’autore che una novella dica fine che a Forati saranno giunti la sera; al quale l’autore disse che tutto farè’, rivoltandosi alla brigata, dicendo:

DE FALSATORE ET BONA JUSTITIA

Di Fiordo, lo quale fabricava di rame et ottone ducati al cugno di Vinegia

in grandissima quantità; e spesi molti, e’ dipoi fu giunto da una veliera.

A>l tempo che ’l dugio Draconetto di Ca’ Dandolo di Vinegia fu dogio, venne uno stranio nomato Fiordo, il quale con suoi mani fabricava d’ottone o vero di rame dorato ducati proprio al cugno che la città di Vinegia cugna; e moltissimi n’avea già cugnati et in molti luoghi, quine <u’> ricognosciuti non erano, n’avea spesi in quantità.

Divenne che un giorno del mese di luglio venne il ditto Fiordo alla città di Vinegia onorevilmente vestito, et andato dimandando oro filato e fregi, fulli ditto e mostrato i’ luogo, dove Fiordo s’acostò a una di quelle merciaie che tali cose vendeno dimandandola se di quelli fregi e oro avea. La donna nomata madonna Marchesetta disse: «Assai ce ne sono»; e mostròli di molti fregi et oro filato. E venendo in sul mercato s’acordonno a prendere tanti fregi et oro che valesse la somma di ducati v cento.

Pesate le cose e messe in assetto e fattone uno fardelletto, il preditto Fiordo disse a madonna Marchesetta che seco andasse al banco per vedere innomerare li ducati che aver dé. La donna, contenta perché i suoi fregi et oro avea ben venduto, con Fiordo al banco n’andò. Fiordo, cavato fuori una borsa verde in che avea ducati v cento nuovi di zecca e quelli al banchiere <dati>, disse se alcun ve ne fusse che non fusse recipiente. Lo banchiere disse: «Questi ducati sono nuovi e non hanno alcuna mancanza». Fiordo dice alla donna che inomeri se sono v cento. La donna li tira a sé, Fiordo lei gitta a quattro a quattro, tanto che v cento li hae trovati. E messoli Fiordo in quella borsa verde, con una poga di cera la borsa sugellò, dicendo alla donna: «Andiamo alla bottega». Avendo quella borsa in mano, presente la donna, alla bottega ne vanno.

E mentre che caminano, Fiordo, tratto fuori del seno una borsa simile a quella in che erano li ducati, piena e sugellata — avea ducati v cento falsi dorati d’ottone — e ripostasi quella de’ veri; e giunti a bottega, la donna prese la borsa sugellata credendo che fusseno quelli che al banco veduti avea. E dato il fardello de’ fregi e dell’oro a Fiordo, Fiordo, che le cose avea in punto, subito in una barca entrò, e dato de’ remi in acqua, in suo paese ritornò.

Monna Marchesetta aperto la borsa sopra uno tappeto, e vidde quelli ducati lustranti: avendole paruto guadagnare la quarta parte, avea grande allegrezza. E mentre che ella in tale alegrezza dimorava, sopravenne uno suo figliuolo nomato Tano. La madre li dice: «Tano, oggi abiamo auto il buono guadagno d’una vendita fatta di ducati v cento di fregi et oro venduto, che se ne guadagna il quarto». Tano, che ode quello che la madre hae fatto, steo contento, dicendo: «U’ sono li ducati?» La madre la borsa li porse. Tano quella aperse, e veduto li ducati, quelli esser falsi e d’ottone, dicendo alla madre: «Noi siamo disfatti»; la madre dice tutto il modo tenuto di quel ladro. Lo figliuolo come savio disse: «Madre mia, di queste cose non fate motto fine a tanto che io non ho parlato alla signoria». E mossosi, subito con quella borsa di ducati falsi alla signoria n’andò.

E contato quello ch’a la madre era incontrato della moneta falsa mostrando li ducati ricevuti, la signoria vedendo lo ’nganno fatto e ’l tradimento di colui che tali ducati in Vinegia condusse, dicendo a Tano: «Poi che tu non sai chi tali ducati t’ha dati, e noi non possiamo questo sapere. E pertanto è bene, a volere rinvenire questo fatto, che tu e tua madre di tale opera non dobiate a persona apalesare, né dimostrarvi malinconosi, ma sempre atenti se quel ladro ci capitasse; e questi ducati lasserai in palagio acciò che spandere la novella non si possa»: Tano, cognoscendo che non v’era altro rimedio a dovere il suo riavere, subito se ne tornò a la madre la quale dogliosa trovò, dicendole tutto ciò che la signoria li avea ditto. La madre come savia in sé tenne celato quel fatto, aspettando tempo.

E stando per tal modo senza spandersi niente della cosa, passato uno anno il preditto Fiordo, avendo sentito che niuna cosa s’era ditta de’ ducati lassati in Vinegia falsi, pensò ancora di nuovo l’arte sua mettere in effetto: e venne a Vinegia dimandando, come stato non vi fusse mai. Ultimamente venne alla bottega dove monna Marchesetta dimorava, domandando fregi et oro. Monna Marchesetta, che ricognosciuto l’ebbe: «O messer, io hoe la più bella mercantia che mai vedeste; e perché altra volta mi faceste buono pagamento, io vi mosterò tutto ciò che io hoe in bottega». E cominciando a spiegare fregi e oro che una meraviglia parea, Fiordo avendone messi da parte gran quantità — la valuta di più di ducati m —, sopravenne Tano figliuolo di monna Marchesetta. Dicendoli la madre: «O figliuol mio, questo è quello buono amico che da me comperò tanti fregi di che guadagnammo cotanto; e però io ti prego che vogli che stamane desni con essonoi»; Tano disse: «Madre, io sono contento».

E partitosi, alla signoria n’andò; e racontato la venuta di colui che i ducati falsi avea alla madre dati, subito la signoria lo mandò a prendere. E conduttolo a palagio e fattelo cercare, trovonno che Fiordo avea a dosso più di ii mila ducati falsi e ben mcc ducati nuovi d’oro. E fattolo confessare il modo del battere e dello ’nganno che di tali ducati facea, non volendo altre prove, la signoria li fe’ cuscire sopra una palandra tutti li ducati falsi, e con quella al fuoco fu messo. E così morìo.

Et a monna Marchesetta et a Tano funno ristituiti li ducati v cento e l più per lo suo interesse; stando poi la madre e Tano con li occhi più aperti.

Ex.° lxxxxi.

LXXXXII

G>iunta che fu la brigata a Forati, cenarono di vantagio e posarono fine alla matina che levato fu il sole, però che il preposto non volse che si caminasse di notte per quelli ma’ passi. E fatto alquanto la brigata confortare, disse a l’altore che una novella dica per fine che a Brandisio la sera di buon’ora desiderano di giungere. L’altore era disposto a ubidire; disse che fatto sera, e voltatosi alle brigate parlando disse: «A voi giovani, che disiate tosto per modo di rubar esser ricchi, e fatto il male sete sì pogo savi che la persona coll’aver perdete, ad exemplo dirò una novella acciò che vi guardiate da tali cose»; incominciandola in questo modo:

DE MAXIMO FURTO

Al tempo di madonna Reina, donna di messer Bernabò di Milano:

tenea lo suo tesoro in una torre rinserato con molte chiavi e forti.

F>u nella città di Milano, al tempo che madonna Reina moglie di messer Bernabò Visconte era donna del ditto messer Bernabò signore di Milano; la quale, la ditta madonna Reina, tenea il suo tesoro in uno casamento torniato di uno procinto e con molte chiavi li usci e le camere serate, innel quale luogo non stava persona alcuna. Uno sensale nomato Taisso, avendo alcune volte veduto i’ luogo dove madonna Reina lo tesoro riponea — perché alcune volte col tesorieri v’era andato per farli comprare mercantie — e vedendo che grandissimo tesoro era in quel luogo, volendo tosto ricco diventare, pensò tollere di quello tesoro. E perché solo tal cosa far non potea, diliberò di dirlo a uno suo fratello minore di tempo di lui nomato Orso.

E fattolo asapere al fratello, Orso contento, una notte si mosseno et andarono con una scala di funi a’ luogo là u’ il tesoro era, portando Taisso uno buono mazzo di candelle di cera. E giunti, la scala atacconno a’ merli, e diliberato Taisso (perché il modo dell’entrata sapea e quine u’ si teneano li denari) di voler lui andare lassando il fratello a ricever quello ch’e’ rubasse, e montato in sul muro tirò su la fune, cioè la scala di funi, e dentro la lassò andare avendola al merlo fermata. E scese giù e quine aperse il fuoco (che portato avea da farne) e con quelle candelle arse i’ luogo quine u’ stava la seratura et aperse l’uscio. E così andò faccendo tanto che al cassone dove lo tesoro era giunse; e col fuoco aperse lo cassone e di quine ne trasse una borsa di fiorini x mila e quelli giù li collò al fratello. Lo fratello, che era stato informato da Taisso, li portò a casa et innella stalla li sotterrò, e ritorna. Taisso, ch’era andato al cascione, xv mila ne trasse in ii borse e simile al fratello le diede faccendone come delli altri. E tanto fece Taisso col fratello che fiorini lxxx mila n’aveano tratti.

E vedendo venire il giorno, non potendovi più stare se ne uscìo fuori ritirando la scala acciò che persona non se ne potesse acorgere. Et andatosene Taisso et Orso a casa, disse Taisso: «Noi siamo grandi ricchi se sappiamo fare. E perché io sono stato alcuna volta a vedere il tesoro col tesorieri, penso quando anderanno a guardare, vedendo il danno fatto, che non me ne diano la colpa; e pertanto ti dico che bene è che tu te ne vadi a Vinegia, et io cambierò questi fiorini e rimetteròteli: e dipoi me ne verròe e potremo sempre mai godere». Orso disse che li piacea, e diliberò la mattina rivegnente andare verso Vinegia e portare in mila fiorini; e così fe’.

Giunto Orso a Vinegia, Taisso subito se n’andò a uno giovano cambiatore nomato Cione, dicendoli: «Io vorrei cambiare per Vinegia fiorini ii mila». Lo giovano disse: «Io sono contento». E presi da Taisso ii mila fiorini, li fe’ una lettera in Vinegia che a Orso fusseno dati; e così li ricevéo. E poi non molti dì steo che di uovo disse a Cione che volea cambiare con lui fiorini iii mila per Vinegia. Cione, che avea ben guadagnato la prima volta, prese quelli denari et una léttora fe’ che a Vinegia fusseno a Orso dati. Vedendo Taisso che Cione libramente lo cambio facea, li disse che simile léttora volea di fiorini iii mila che in Vinegia a Orso fusseno dati. Cione, che vede che Taisso questi denari li dà e sapea che non era sofficente a l fiorini, stimò per certo Taisso doverli aver rubati.

E chiamatolo innel banco li disse: «Per certo, Taisso, tu dèi aver rubati questi denari; e però, se non me ne fai qualche parte e dichimi a chi tolti l’hai, io t’andrò acusare». Taisso, che la paura lo fa tremare, disse: «Deh, Cione, non volere sapere a chi tolti siano! Io son contento che d’ogni cambio che meco farai vo’ che il terzo tuo sia; e fine a ora, di questi fiorini iii mila che farai in Vinegia che a Orso mio fratello siano dati, io te ne darò qui fiorini iiii mila v cento». Cione dice: «Io sono contento». E fattoli la léttora de’ iii mila, ricevéo iiii mila v cento, dicendoli Taisso: «Io ti farò il più ricco banchieri di Milano». Cione come giovano sta fermo al guadagno.

Taisso disse: «Cione, io vorrei che di iiii mila fiorini mi facessi léttora, et io te ne do vi mila». Cione dice: «Volentieri, ma io vo’ vedere se il banco di Vinegia l’hae denari, altramente li prenderò d’altri». Cione, contento di fare la léttora, vede che quelli di Vinegia non hanno di loro più denari, parlò al fratello suo magiore dicendoli: «E’ serè’ di bisogno che noi prendessimo per Vinegia fiorini iiii mila». Lo fratello dice: «Or come può essere, che più di fiorini viiii mila avavamo là? Ora come, acatteremo noi denari ance d’averli?» Cione dice: «Fratello mio, tutti quelli che quine avavamo io l’ho cambiati con grandissimo nostro profitto, et holi qui auti contanti». Lo fratello dice: «Or con cui s’è possuto fare sì grosso cambio?» Cione disse: «Con Taisso». Lo fratello di Cione dice: «Con diaule! O elli non ha il valere d’un grosso! Per certo, se con lui fatto l’hai, lui li dé aver rubati. Ma io mi meraviglio che tanti n’abbia potuti rubare, ch’io non so chi si possa essere quello mercadante che non se ne fusse già saputo la novella». Cione dice: «Di vero lui m’ha confessato che tolti l’ha, che mettendoli paura m’ha tribuito lo terzo d’uno cambio che ultimo fece di fiorini iiii mila v cento, e ora di questo me ne vuol dare vi mila et io lel faccia di iiii mila; non m’ha voluto dire a chi».

Lo fratello di Cione, sentendo il pericolo che venire ne potea a lui et al fratello, diliberò al tutto volere sapere a chi Taisso li fiorini avea tolti, dicendo a Cione che al banco lo faccia venire e che areghi li vi mila fiorini: «E tu li farai la léttora». Cione così fa e ’l fratello resta in bottega.

Taisso venuto co’ denari, Cione lo mena in fondaco dove era il fratello. Lo fratello di Cione li dice: «Taisso, io vo’ sapere a chi tolti hai questi denari acciò che noi ancora possiamo prender partito. E come hai fatto patto con Cione così ti voglio oservare che la terza parte sia nostra e le ii parti tuoi: e se c <mila> fiorini fusseno, tanto l’arò più a grado; et ora son contento di prender questi vi mila et io ti farò la léttora di iiii mila». Taisso disse: «Or che leva? Io li ho tolti a persona che poco danno ne può avere, e sono più di lxxx mila. Se io avesse avuto più della notte, io n’arei più di cc mila; e penso, se verrete meco, esser che in meno di ii notti ve li metterò in mano». Lo fratello di Cione dice: «Oimè, per Dio, Taisso, faccianlo e tieni secreto la cosa: ciò che vorrai da noi arai. E per poter fare più secreto e meglio, io voglio mandare Cione a Vinegia che si trovi con Orso con tutti questi denari e li altri manderemo a lor due: e in fine avale sono contento che il nostro e ’l tuo vada a comune». Taisso dà fede alle parole e disse: «Buono è che Cione tosto camini». Lo fratello di Cione dice a Taisso: «Va e mena qui uno cavallo che vo’ che incontenente vada per non perder tempo». Taisso si parte e per uno cavallo <va>.

E’ andato, lo fratello di Cione dice a Cione che subito della terra si parta e porti seco quelli vi mila fiorini, et in fine ch’e’ non manda per lui non torni. Cione, amaestrato, come il cavallo fue venuto saglìo a cavallo; dandoli una léttora di iiii mila ducati di Taisso e che quelli desse a Orso in Vinegia. Montato Cione a cavallo e caminato fuora del distretto e forza di messer Bernabò, auto il fratello di Cione da Taisso come li denari avea tolti a madonna Reina donna di messer Bernabò, disse a Taisso che mettesse in punto la scala per la notte. Taisso se n’andò alla sua casa per raconciare la scala se bisogno fusse.

Lo fratello di Cione subito se n’andò a messer Bernabò narrando tutto ciò che Taisso avea fatto. Messer Bernabò volse tutto sapere e trovò esser vero. Subito fe’ prendere Taisso et al fratello di Cione disse che il fratello facesse tornare: e così Cione tornò senza avere alcun male. E dato Taisso in mano di madonna Reina che di lui facesse quello li piacesse — e ben la pregava, poi che Taisso avea auto tanto cuore e che avea fatto sì bella rubba, che campasse —, madonna Reina vedendosi esser rubato il suo tesoro da Taisso, fattolo confessare <quanti fiorini rubati avea> e quine u’ nascosi li avea, Taisso tutto narrato come innella stalla avea più di lx mila e lo resto, salvo li vi mila avea mandati a Vinegia al fratello; et auti quelli che in Milano erano, là u’ fe’ il male quine fe’ fare un paio di forchi e per la gola lo fe’ apiccare, et Orso suo fratello isbandegiò.

Né mai si curò tornare Orso a Milano: co’ denari si diè buon tempo, avendo perduto il fratello.

Ex.° lxxxxii.

LXXXXIII

L>o preposto e la brigata giunsero a Brandisio e quine ebbeno sentimento come a Bari et in quelle parti la morìa era cominciata; e pertanto dispuose che il loro camino fusse verso Sant’Angelo. E la mattina quando da Brandisio si vennero a partire comandò a l’altore che una novella dica. L’altore presto cominciò a dire: «A voi, mercadanti non intendenti, li quali, desiderando di guadagnar tosto, a quanti pericoli venite! Et a voi che la fortuna v’ha ristorati, che di ciò dovete esser grati, dirò ad exemplo una novella fine che giungeremo a Sant’Angelo, in questa forma, cioè:

DE RESTAURO FACTO PER FORTUNAM

Fue innella terra di Bari: per amor della morìa preseno altro camino.

Trovandosi un mercante ricco, per <più> aricchire prese a navicare.

P>oi che siamo passati dove molti ladri si riduceno, et ora ci conviene andare quine u’ dimorano arcatori di parole; e pertanto è bene che ciascuno di noi ci vada pensatamente, non dimostrando se niente abiamo di valsente. E però cominciando la nostra novella dicendo: nella terra di Bari, dove pensavamo d’andare ma per la morìa ci siamo rivolti a cercar altro paese, fu uno mercadante assai ricco nomato Landone, il quale avendo desiderio tosto d’esser più che ricco, dispuose a volere caricare una nave di tutto ciò che avea di valsente. E pensò caricarla di mercantia che in Cipri fusse buona: e non avendo pratica di che cosa fusse il paese né di che mercantia vi fusse necessaria, la nave sua caricò di agli e di nocelle, e poghe altre cose in sulla nave misse.

E dato al vento, provenne a l’isola di Cipri dove quine trovò molti legni carichi di diverse mercantie, fra i quali vi trovò assai mercanti con alquante nave così pogo intendenti come Landone, che v’aveano condutti di moltissimi agli e nocelle. Per la qual cosa le mercantie di Landone si potere’ stimare esser pegio le ii parti, sì per li molti agli e nocelle venute, sì eziandio perché l’isola di Cipri di tali mercantie in istrani paesi <manda>. Per la qual cosa Landone fu costretto per spacciarsi a dare le iii derrate per uno. E veduto Landone che consumato avea la magior parte del suo e disposto di non tornare a Bari se prima non ristora la perdita, e come è d’usanza di questo paese, si puose in cuore di rubare.

E venduto la sua nave e comprato uno brigantino legieri, quello fornìo di compagnoni atti e disposti come lui a rubare, e missensi in mare rubando tutti quelli che rubar poteano. E vedendosi Landone aver radoppiato per ruba quello che da casa rogato avea, diliberò ritornare.

E dato de’ remi in acqua et alzato vela dirizzandosi in verso Bari, un giorno faccendosi per fortuna grosso mare, che il suo picolo legno a tal fortuna non arè’ potuto riparare, prendendo partito di saglire a l’isola di Scio e quine aspettare la bonaccia, e così a una bocca di uno porto di Scio Landone si ridusse. E non molto tempo vi steo che alquante cocche genovesi, venendo dalla Tana con mercantie, pervenneno presso a Scio, dove videno i’ legno di Landone. E cognoscendolo, et anco perché i genovesi l’hanno per costuma di rubare (chi può me’ di loro?), diliberonno tal legno e persone prendere. E messo una cocca a la ’ncontra del legno di Landone, dandoli alcuna battaglia ultimamente l’ebero e quella roba che Landone rubata avea misero in su loro cocche; e Landone spogliato, salvo uno giubetto, e li altri insieme con Landone messi furo in su loro cocche e quello legno di Landone affondato.

E caminando quelle cocche verso Genova, una notte, messo scilocco per sì gran forza e fattosi sì gran fortuna, non potendosi riparare, le cocche in piaggia di Cifalonia percosseno. E spezzate le cocche, chi meglio potéo con alcune taule si dava a campare. Landone, che altro non desiderava che morire poi che tutto il suo perduto avea, quasi dalla fortuna mosso ma non da sé una taula prese in sulla quale per lo mare tutta notte s’andò avolgendo. Venuto il giorno, le cocche spezzate, le mercantie per lo mare in qua et in là andando, Landone vede morir or quello or questo, e lui che pogo di campare curava quasi come non se ne curasse stava in sulla taula; e ponea mente et alcuna volta li venia presso una cassa <et alcuna volta> una balla: e’ quando della mano e quando del piè li dava — quasi volesse dire: «Non mi dare impaccio» —, da sé le discostava. E stato per questo modo quasi presso a vespro senza mangiare, che aver non ne potea, e beuto più volte a suo mal grado, si levò uno vento che quella cassa fe’ la taula, dove Landone era suso, percuotere per tal forza che la rivolse. E Landone andato sotto, non per voluntà di volersi aitare ma non volendo, notò e di sopra rivenne et a quella cassa puose il petto tenendola colle mani. E per questo modo steo tutta la notte seguente fine al giorno.

E non sapendo Landone dove si fusse, il mare avendolo già condutto a terra dove una donna con una fanciulla sua figliuola lavavano panni, a l’isola di Giffo; la qual donna cognoscendo quella esser una cassa e vedendovi ii braccia apiccate dinanti e dirietro vidde la testa di Landone, subito preso Landone e la cassa e cavato di mare senza che Landone di ciò s’acorgesse (però che quasi era venuto meno e, se non che le braccia erano alla cassa tra du’ funi, più volte sarè’ affogato), la donna prese Landone in collo et alla fanciulla <fe’> prendere la cassa et a casa l’ebbe condutto. E quine con acqua calda e con buoni fuochi lo caldo naturale che quasi perduto avea, a pogo a pogo come fa una favilla <che> a pogo a pogo cresce, così lo caldo e lo spirito di Landone per lo buono argomento di quella donna ritornò in sé, e con buoni vini e confetti fu confortato.

E stato Landone alquanti dì in casa di quella donna, ricordatosi che ’l suo perduto avea biastimava il mare che non l’avea affogato poi che povero si vedea. La donna li dice: «Landone, omai sarè’ tempo che in tuo paese ritorni, e loda Idio che di gran fortuna t’ha campato e portane la tua cassetta». Landone che della cassetta niente sapea, non essendo la donna in casa Landone quella sconficcò. E sentendola prima legiera, pensò quine dover esser poca roba; nondimeno per certificarsi la prese e vidde che quine erano molte pietre preziose in una pezza involte, e parte fuori della pezza. E come cognoscitore di pietre cognove quelle esser di gran valsuta, dicendo: «Queste m’aranno ristorato tutti li miei danni, si con savio modo le saprò portare». E messole in una pezza e in seno messole, tornato la donna, Landone la ringraziò dicendoli che quella cassetta sia sua e che di grazia uno sacco li dia, se alcuno bene per l’amor di Dio li fusse fatto che quine mettere lo possa. La donna, che vede la cassa bellissima, fu contenta. Landone promette del servigio a lui fatto premiarla.

E partitosi, in una barca entrato, al porto d’Ostia di Roma arrivò là u’ suoi cittadini trovò, narrando le sue fortune contrarie. Per la qual cosa quelli lo rivestitteno e caminò a Bari, dove poi vendéo quelle pietre delle quali ebbe un gran tesoro (del quale ne mandò tanto a quella donna che onorevilemente potéo maritare la figliuola, e lei senza lavar panni vivere a onore). Non volendo più mercadantegiare, ma con buone possesioni comprate si dé piacere.

Ex.° lxxxxiii.

LXXXXIIII

L>a dilettevole novella condusse la brigata allegra a Sant’Angelo, dove il preposto comandò che li stormenti tutti si comincino e fine che da lui altro non sarà comandato si seguano. La cena ordinata, li stormenti canti e balli cominciati, si denno sommo piacere; e fine a l’altro giorno dormiro.

Dove la mattina il preposto comandò a l’autore che una novella dica fine a Scariotto, dove Giuda trovato fu, l’autore disse: «Volentieri»: e disse: «A voi, arcatori di parole che con falsità le genti grosse ingannate; a voi, donne et omini materiali, che vi lassate tristamente ingannare e quella che con fatica lavorate perdete, ad exemplo dirò una novella per lo camino che a fare abiamo, in questo modo:

DE MALVAGITATE HYPOCRITE

Di frate Bonzeca ipocrito arcatore di parole:

con certe malizie ingannava le povere persone.

N>ella terra d’Ascoli al tempo di papa Johanni Quarto fu uno bizocco ipocrito et arcatore di parole nomato fra’ Bonzeca, omo d’ogni cattiva vita; e secondo l’opere suoi costui dovea esser uscito di quel mal sangue di Giuda Scariotto. E perché mi pare che fine a Scariotto sia buona e lunga via, penso che la brigata a mezzo il camino si vorrà rinfrescare; e pertanto del ditto fra’ Bonzeca e per oggi du’ novellette <dirò>, e questa d’ora sarà l’una, e poi doppo i’ rinfrescamento dirò l’altra.

Essendo questo fra’ Bonzeca vestito in abito di frate nomandosi di quelli di sant’Antonio (e tale vesta e nome s’avea messo e posto solo a fine di rubare et ingannare qualunca di lui si fiderà, ma che lui possa et altra degnità di frate non avea), e infra l’altre cattività, di centonaia che ne fe’, ve ne conterò una al presente, fatta a uno contadino da Pisa in Toscana.

La quale comincia che, essendo pervenuto questo frate Bonzeca in Toscana in una villa Cuosa del contado di Pisa, posta in sul Serchio, et è capitato con acatto sotto il nome di sant’Antonio innella ditta villa a casa di uno lavoratore massaio nomato Michele: il quale avendo — questo Michele — una bella giovana di xxiiii anni per moglie, monna Ricca, buona filatrice e massaia, et era questa giovana sì disperata, che tutto ciò che udiva le parea fusse vero. E con questo era caritativa di fare elimosina, faccendo di continuo la massarizia di casa, intanto che ogni anno facea fare una buona tela di panno lino.

Venuto fra’ Bonzeca a casa di Michele e veduta una bella pezza, di panno lino che il giorno l’avea Michele ricolta dal tessandro, stimò subito quel panno dover avere. E cominciando a pregare la donna e Michele che la predica che dir vorrà di santo Antonio udire debiano, cominciando a dire sant’Antonio esser devoto santo e che molti miracoli fa e che vuole che limosina non sia dinegata a chi per suo amore la chiede; e tante cose dice che monna Ricca, simplici di pasta, di tenerezza lagrima. Frate Bonzeca, che ciò vede, subito comprese: «Io arò di costoro ciò che io vorrò». E livrato sua predica, domandato che la mattina Mighele lo tegna per amore di sant’Antonio a desnare, Mighele fu contento.

Et aparecchiato e trovato le vivande, fra’ Bonzeca, ch’è presso al fuoco posto a sedere, prese una chiappa d’aguto, che molte innella scarsella n’avea, et innel fuoco la misse. E come vidde ch’era ben focosa, disse a Mighele: «Io ti prego che mi vadi per un vagello d’acqua al Serchio, perché i nostri pari non benno vino se non malvagia e senz’acqua». Mighele preso il vaso et al Serchio andato, frate Bonzeca dice alla donna che un porro de l’orto l’areghi e perché santo Antonio n’è molto vago. La donna presta innell’orto a cavare il porro, fra’ Bonzeca, cavato quella chiappella d’aguto del fuoco, in quella pezza del panno da uno de’ canti la misse dentro. E tornato a mangiare, mangiò prestamente con Mighele e con monna Ricca, dicendo loro che non mai disdicano cose che per amore di sant’Antonio fusseno loro chieste, sia cosa si vuole, perché sant’Antonio ne mostra spesso evidenti miracoli.

E dato loro questa regola, levatosi da mangiare, della scarsella si trasse iiii barbe di zenzamo dicendo a Mighele et a monna Ricca: «Tenete del zenzamo di sant’Antonio»; e la metà diè a l’uno e l’altra a l’altro. E voltosi, vidde la pezza del panno, disse: «O Mighele, e tu, monna Ricca, vi chiego quella pezza di panno per amore di sant’Antonio che se ne farè’ lenzuola a’ poveri suoi». Mighele disse: «Frate, cotesto non ti farò io, che la donna mia ci ha durato gran fatica a filarla et io ho speso più di xx lire a farla tessere». Lo frate disse: «Santo Antonio ne mostri miracolo».

Et uscito di casa sonando la campanella in qua et in là, subito la donna e Mighele vedendo fumare il panno, dicendo: «Or come, saràsi apreso a questo panno il fuoco di santo Antonio?» E spiegandolo viddeno che già incominciava ad ardere da l’uno lato. Subito dandosi de la mano innel petto e per la bocca, dicendo: «Male abiam fatto a non aver dato il panno al frate»; et uscito la donna di casa chiamando lo frate che arieto tornasse, lo frate che tutto sapea faccendo vista di non volerla udire, disse Ricca: «Venite, che noi abbiamo paura che il fuoco di santo Antonio non ci arda la casa e le carni come hae incominciato ad ardere il panno che richiedeste!» Lo frate venuto, inginocchiatosi faccendo vista di orare, dicea fra sé: «Questo mi toglio e di me’ non ti voglio». E preso il panno e segnato, lo fuoco colle mani spegnò. E prese il panno dicendo: «Io lo vo’ mandare per mare, con altro che a Pisa n’ho, a santo Antonio e penso quinci ritornare». Monna Ricca, che già li parea aver sant’Antonio in corpo, lo prega che di quinde ritorni.

Frate Bonzeca andò a Pisa e quello panno vendéo, e con denari a Cuosa ritornò. E capitato a casa di Michele, dove sonando la campanella, Michele, che a lavorare di lungi più d’uno miglio era, sentìo il suon della campanella. Disse: «Il frate serà ritornato»; e pensò d’andare a casa <lassando il> lavoro <d’> alcuna poca <di terra> che seminato avea.

Monna Ricca come vede il frate disse: «Ben siate venuto, che poi che vi partiste m’è sempre paruto aver santo Antonio in corpo». Lo frate disse: «Donna, et io ci sono venuto solo per metterti sant’Antonio in corpo; e però sta riverta». La donna gittatasi riverta, lo frate apogiato l’uscio, li panni dinanti l’alzò. Ricca dice: «O che fate, frate?» Lo frate, calate le mutande e ritto il basalischio, le vuole montare a dosso. Ricca dice: «Frate, cotesto non è santo Antonio, che non sono sì cieca che io non cognosca cotesto da sant’Antonio». Lo frate disse: «Donna, lassalo intrare per amore di sant’Antonio, altramente al tuo pennecchio s’aprenderà il fuoco come fe’ alla pezza del panno». Ricca, che paura ebbe che ’l fuoco non s’aprendesse al suo pennecchio, lo fuoco e la rabbia del frate innella tana cieca lassò entrare.

E mentre ch’ellino stavano a questionegiare, sopravenne Michele: aperto l’uscio, trovò frate Bonzeca che il basalischio avea innella tana cieca di Ricca sua moglie. Dicendo: «Or questo che vuol dire?», lo frate volendosi levare, le brachi che alle gambe l’aveano fatto traverse, non attamente levar si potéo. Michele preso uno bastone, a frate Bonzeca diè tanti colpi che per morto lo lassò, e quel basalischio che prima grandissimo era lo fe’ assai picolo divenire. E a Ricca disse perché avea tal cosa consentito; rispuose: «Per paura che il fuoco di sant’Antonio non mi s’apiccasse di sotto al pennecchio, come s’era apiccato al panno».

Michele, perdonandoli, spettò che ’l frate, che tramortito era, si risentisse. E come fu risentito, disse: «O frate, io cognosco che chi è perfetto amico di santo Antonio non terre’ li modi che hai tenuti, e non penso che sant’Antonio facesse per sì fatte persone, come tu se’, miracoli: e pertanto fa di dirmi in che modo il fuoco al panno s’aprese, e non m’andare in ciance, altramente con questo bastone te ne darò tante che morto ti lasserò». E prima che il frate avesse aperto la bocca per parlare, Michele li diè du’ grandissime bastonate dicendo: «Dì tosto!» Lo frate, che a pena la voce potea porger del dolore, disse: «Io ...». Mentre che dicea, Michele spranga una gran bastonata in sulle spalli dicendo: «Fusti tu che quel fuoco mettesti?» Lo frate disse sì. E domandando del modo, con darli du’ bastonate, lo frate, che a male mani si vede, lei disse tutto come avea seguito e quello che n’avea fatto.

Michele, presoli la scarsella, tutto quanto li parea che valesse il suo panno, tanti denari ne trasse. E datoli una bastonata, disse: «Per la vergogna e per lo ’nganno fatto alla mia donna, oltra le bastonate avute, vo’ che due di nuovo n’abbi». E poi prese iiii fiorini di quelli del frate dicendo alla donna: «Questi siano tuoi acciò che ristorata sii del vituperio che tu hai fatto». Et aiutatolo Michele a tirarsi su le brachi, che più di un punti le convenne ristringere per le battiture che l’avean fatto sottile diventare, e mandato fuora della casa minacciandolo se mai in quello di Pisa lo ritrova d’ucciderlo; e così frate Bonzeca, credendo beffare, ricevéo beffe e danno né più in quello di Pisa si lassò trovare. E più mesi convenne che il frate innello spidale dimorasse prima ch’andar potesse.

Ex.° lxxxxiiii.

LXXXXV

G>iunti al mezzo il camino di Scariotto dove la brigata si rinfrescò di vantagio, e poi il preposto comandò <a l’>autore che una novella dicesse per la via che resta. L’altore rivoltatosi disse: «A voi, donne grosse di pasta, che andate credendo alle falsitadi che tutto dì si fanno, io dirò ad exemplo una novella fine che a Scariotto stasera saremo; in questo modo:

DE MALITIA IN INGANNO

Del preditto frate: avendo ricevute di molte bastonate

in quel di Pisa, venne in quel di Lucca per far simile arte.

C>ome avete udito innella precedente novella di quello frate d’Ascoli, e come fu guarito delle bastonate ricevute in quello di Pisa pensò dover trovare in quello di Lucca omini e donne non meno matte che monna Ricca di Valdiserchio. E partitosi dello spidale, il ditto frate Bonzeca si dirizzò verso il ponte Sanpieri presso a Lucca a du’ miglia, con intenzione di rubare per qualche modo meglio li venisse. E perché il nome che tenuto avea s’era già sparto, dicendo: «Uno frate di sant’Antonio ha fatto tale cattività», pensò non come frate seguire lo suo mestieri, faccendosi indivino e medico. E passando presso a Lucca, senza entrare in Lucca caminò verso Moriano faccendo suoi esperimenti di parole, campandosi la vita fine che giunto fu innella villa di Diecimo, sottoposta al vescovo di Lucca, innella quale il ditto frate pensò poter l’arte sua dello ’nganno seguire, parendoli le donne simpliciotte et anco parte delli omini assai mentagatti. E cognoscendo la terra esser ben posta sì per la sua stanza sì eziandio per le circustanze, pensò fare molti denari. E capitato in uno albergo e secretamente domandato delle condizioni delli omini di Diecimo e simile delle donne, fuli tutto ditto; per la qual cosa lui avea tutto a mente.

Or perché di tutte le particelle e cattività che il ditto frate Bonzeca fece <sarè’ lungo dire>, io ne dirò una delle c e più in Diecimo ne fece. Et infra l’altre che io hoe intenzione per nostra novella contare si è questa che ora vi dirò: che essendo informato di uno giovano nomato Cilastro — omo più tosto a voler di quello del compagno che del suo ad altri dare, e molto scarso e con questo buono procaccino —, che ogn’anno si vendea suoi x o xx porci salati e così campava sua ventura; e quello anno con gran fatica Cilastro avea insalato da iiii porci. E perché li parea che fusseno assai piccola provenda, avendo comandato a una sua moglie giovana nomata Bovitora, assai materiale e di pasta grossa, che di quella carne non toccasse però ch’ella era promessa e serbavala a marzo, Bovitora, udendo dire che la carne serbava a marzo, di quella non toccava.

Lo frate, che tutto hae inteso, pensò di voler avere quella carne. Et apostato che Cilastro in Diecimo non era — ito in Garfagnana per suoi fatti —, s’andò un pogo diportando verso la casa di Cilastro. E come è apresso alla casa, vidde Bovitora che si lava in via. Domandatola se figliuolo avea, ella disse di no, ma che volentieri ne vorrè’. Lo frate disse: «Or non avete marito giovano?» Bovitora dice: «I’ ho bene marito giovano, ma non giova». Lo frate dice: «Oh, con altri setevi provata?» Bovitora dice: «Sì, più volte e non mi vale». Lo frate disse: «Se non che a me non è molti mesi che, per voler far impregnare una, me ne fu data tanta penitenzia che in fine avale la sento, io farei che voi impregnereste». Bovitora dice: «Deh, per Dio insegnatemelo acciò che io possa aver qualche figliuolo!» Lo frate disse: «Per certo, donna, io ti cognosco esser di tanto, se qualche figliuolo avessi serè’ poi papa e tu saresti la madre del papa, tanto mi pare che saccente sii». Bovitora, crescendoli la volontà de’ figliuoli, credendo che papa fusse, disse: «Deh, frate, insegnatemi la medicina». Lo frate disse: «Or se il tuo marito non volesse che fusse papa e volesselo fare imperadore, come ne saresti contenta?» Bovitora disse: «Or come! Non è lo ’mperadore un grande uomo?» Lo frate disse: «Sì». Bovitora disse: «Deh, per Dio insegnatemi e lo farò». Lo frate disse: «Se vuoi che io t’insegni il modo che impregnerai, io vo’ che m’insegni uno che io vo cercando che m’ha promessa certa carne». Bovitora disse: «Chi volete?» Lo frate dice: «Cilastro». Bovitora dice: «Ell’è mio marito», dicendoli: «Come avete nome?» Lo frate dice: «Io ho nome Marzo». Bovitora dice: «Ben mel disse che io ve la desse e che a voi la serbava». Marzo, che di nuovo s’ha dato nome, dice: «Se vuoi che io t’insegni impregnare, fa che la carne si porti al mio albergo et io ti farò un breve che come l’arai a dosso arai volontà d’aver figliuoli. E come il tuo marito torna, usa con lui: e s’è’ non tornasse, con altri, et impregnerai». E scritto il breve e pòstolilo in mano dicendole che a dosso il tegna, Bovitora, lieta della buona ventura che alle mani li era divenuta di Marzo, prese la carne et all’albergo la portò. Et il frate subito quella a l’oste vendéo per fiorini xvi d’oro; e presi li denari, verso il Borgo a Mozano prende a caminare.

E non molti passi di Diecimo si fu mosso che Cilastro scontrò, non cognoscendolo. E tornato a casa, Bovitora d’allagrezza si scompisciava, dicendoli: «Io hoe auto uno breve da Marzo c’ha auto la nostra carne, il quale mi farà impregnare e nascerà un papa o vorrai imperadore, secondo che quel frate Marzo m’ha ditto». Cilastro, che sapea legere, disse: «U’ è questo breve?» La donna, che in mano l’avea, lei diede. Cilastro legge il breve e vidde quel dicea, il quale contenea in questo modo:

«Bella sei e buono culo hai,

fattel fare e impregnerai».

Cilastro, veduto quel frate aver beffata la moglie e toltoli la carne, pensò di pagarlo per sempre; e caminò verso il borgo. E come fu fuora della terra del vescovo, quel frate uccise e tutto ciò che a dosso avea li rubbò e radoppiò in tre doppi la valuta della sua carne; tornando a casa et amaestrando la moglie che non sia mai più così credente.

Ex.° lxxxxv.

LXXXXVI

Essendo la brigata giunta a Scariotto dove aparecchiato trovoron di vantagio, e cenato, fatte alcune danzette, fu venuto l’ora del dormire e fine alla mattina ognuno si posò.

E levati, il preposto disse a l’altore che una novella dica fine ch’a Ascoli seranno giunti, volendo prima da lui una canzonetta. L’altore contento disse:

«La tarda grazia tu’, donna, fa luce,

ma stentando; in te ha pietà vie sì torte

che chi ti segue, segue in sé la morte.

Io t’ho dal puerile al veril tempo

servito come servo, ben che ’l celo;

e non giunge pietà, che par che in tempo

l’aspetti a li anni tardi e in grosso velo.

Se <tu> ’l capello imbianchi et io il pelo,

la mia virtù al disio non sta forte,

e l’ora all’aspettar sì da la morte».

E seguendo disse: «A voi, giovani, che scapestratamente in casa d’altri entrate per usar colle donne altrui, ad exempro dirò una novella acciò che vi sappiate guardare; incominciando in questo modo, cioè:

DE CECO AMORE

Di uno pisano: abitava in Lucca al tempo de’ pisani, catino di ogni miseria.

Nel tempo che Lucca era sottoposta a Pisa, dimorava in Lucca uno pisano assai di cattiva condizione, nato d’adulterio e non di legittimo matrimonio, nomato Scarsino delli Scarsi di Pisa. Avendo questo Scarsino una moglie bellissima e molto servente di quello che ella potea a ciscuno giovano che lei richiedesse, nomata madonna Ciandina, e con molti giovani avea più volte provato sua forza e con tutti ella ne rimanea volontieri di sotto, tanto il giuoco li piacea. E posto che il ditto Scarsino di molti si fusse acorto che colla moglie si godeano, et anco lui ad alcuno giovanetto bello il quale il ditto Scarsino come di cattiva condizione contra l’uso della natura lo tenea, consentendo che tale giovano per ricompensazione colla moglie si giacesse. Monna Ciandina, che <sapea> di quello che il marito con altri facea, le dispiacea forte che il marito tale arte tenesse, ma avendone poi ella il diletto di tale giovano stava contenta.

E questa vita tenea la ditta monna Ciandina, stando a casa il ditto Scarsino innella contrada di San Mazzeo là u’ tenea, oltra l’altre cattività che facea, la barattaria, con farvi condurre or questo or quello giovano (e molti in tal luogo furno disfatti): e tutto il guadagno che quine si facea sì volea per sé.

E vedendo, uno giovano nomato Franceschetta Manni vicino a iiii case della ditta monna Ciandina, la bellezza di lei et udendo quello che spesse volte avea fatto, e’, che aveduto se n’era, come giovano isfrenato e voluntaroso, un giorno trovandosi a l’uscio di lei le cominciò a ragionare d’amore, dicendoli che lui l’amava sopra l’altre donne e che volontieri serè’, se a le’ piacesse, suo innamorato. Monna Ciandina disse: «Franceschetta, a che fine vorresti tu esser mio innamorato et io tua?» Franceschetta dice: «Per piacere». La donna dice: «E se per piacere vorresti diventare innamorato, or perché tal piacere non domandi, però che la donna più tosto aconsente al magiore suo bene che al minore?» Franceschetta vergognosamente le disse: «Io non l’userei dire». Monna Ciandina disse: «Poi che se’ venuto a tanta pratica, ti dico che mi dichi l’animo tuo». Franceschetta prese vigore e disse: «Madonna Ciandina, io vi prego che vi piaccia che io con voi carnalmente mi goda e che diate l’ordine al modo che tener debbo».

Monna Ciandina, che volontà avea di trovarsi con lui come trovata s’era con delli altri, disse che a lei piacea che lui di le’ prendesse piacere, ma l’amaestrava che tenesse sì cauti et onesti modi che Scarsino non se ne possa acorgere: «E perché sii avisato io d’onde entrar dèi, ti dico che ti conviene montare in su uno muriciuolo che è dirieto apresso alla finestra della camera; e per la finestra in camera enterrai, e quine ci porremo dare piacere prima che Scarsino sia venuto a dormire, però che ogni sera dimorano in bottega sotto quella camera a tenere il giuoco più di vi ore. E come Scarsino serà per venire, avendo io chiuso l’uscio della camera te ne andrai d’onde venuto serai».

Franceschetta, che intende il luogo e quello ha proveduto che era molto agevol cosa a fare, disse: «Et io verrò stasera; et acciò che io non possa esser sentito, io non arò scarpe ma in puntali di calze verrò per andare più leggieri». Era questo Franceschetta della persona gagliardo in tutte le cose, e con una spada in mano arè’ fatto vergogna a più di iii; e con questo, corrente et ardito. La donna lieta steo fine alla sera.

Venuta l’ora data, Franceschetta saglito su per lo muro, innella camera intrato, dove trovò monna Ciandina aparecchiata, con cui Franceschetta si diè sommo piacere più volte prima che Scarsino si partisse dal gioco. E venuta l’ora che Scarsino a dormire se ne volea andare, chiuso e’ l’uscio a quelli che v’erano e montato la scala, monna Ciandina che Franceschetta avea di sopra fornendo il suo fatto, intanto che Scarsino giunse alla camera la donna s’avea levato il carico da dosso. Partitosi Franceschetta e per la finestra escito, la donna a Scarsino aperse.

E tornato Franceschetta a casa del padre avendosi dato piacere e diletto con monna Ciandina, et innell’ultimo pensando che Scarsino vel dovesse aver trovato, dicea fra sé: «Io non vi resterò omai tanto che a sì stretta ora mi coglia». E passata la notte, dienno ordine con certo segno che la donna con una tovagliola che alla finestra metterà, Franceschetta sapea che ella contenta era. E non passava ii dì che monna Ciandina volea che la produra Franceschetta li cavasse.

E dimorando per tale maniera, non restava però che monna Ciandina, oltra l’usare che con Franceschetta facea, che con altri per mutare pasto talora si godea.

E come la fortuna volse, una sera che Franceschetta montava su per lo muro, Scarsino, essendo uscito alquanto fuori per orinare, vidde Franceschetta che per la finestra era intrato. Non dimostrando niente, lassò la donna sua prendere consolazione a bell’agio, dimorando alquanto più che non solea. E quando li parve a Franceschetta tempo di doversi partire, per la finestra uscìo.

Scarsino che stae a vedere dove colui entrava, e cognove chi era quello che colla moglie era la notte stato. E mandati quelli che giocavano, andò Scarsino a letto dicendo alla moglie: «Io mi penso che stasera abbi auta la buona sera senza che io n’abia sentito». La moglie dice: «Forsi potresti dire il vero». Scarsino dice: «Or che modi tieni quando vuoi che l’amico vegna a dormire teco?» La donna dice: «Metto una tovagliola alla finestra et elli è avisato e viene per quella finestra dirieto». Scarsino dice: «Almeno, poi che così ti vuoi contentare, dovresti almeno spettare che altri non fusse in casa». La donna disse: «Io veggo che dici vero; io nol farò più». Scarsino, che mal ventriglio <avea>, la mattina dice alla donna che vada per la sera a stare a casa della sorella, però che lui pensa d’aver qualche cosa di vantagio. La donna disse: «A tuo piacere».

Et andata che altri nol sente a casa della sorella, Scarsino fatto disfare lo solaio rasente a quella finestra dove Franceschetta entrato era, et avuti suoi ladroncelli coll’arme, innella bottega di sotto alla camera li misse. E lui avendo fatto colla tavagliola segno a Franceschetta che venisse, Franceschetta la sera dove più volte andato era, vedendo lo lume in bottega come per l’altre volte veduto ve l’avea, credendo trovare la donna e credendo per lo lume che vede siano persone che giocar debiano, senza alcuno sospetto montò in sulla finestra; e credendo scendere securo come già fatto avea, al mutar del passo lo solaio, che levato n’era, li venne meno et in bottega fu caduto, là u’ Scarsino con quelli ladroncelli era, e colpandolo di molti colpi l’uccisero. E poi innel luogo comune lo gittò, né mai di lui il padre non ebbe sentimento, posto che per la magior parte della vicinanza e d’altri <fu creduto che> per l’usanza che monna Ciandina facesse fusse stato morto; e per paura neuno osa dire.

E chi s’ebbe il male sì sel pianse, e monna Ciandina pensò d’un altro.

Ex.° lxxxxvi.

LXXXXVII

L>a novella condusse la brigata ad Ascoli, dove la sera fine a l’altro giorno dimoronno.

E levati la mattina, il preposto disse a l’altore che una novella dica fine che a Fermo seranno giunti. L’altore disse: «Volentieri», e voltosi verso la brigata disse: «A voi, omini che vi date vanto alla presenzia di molti di far gran fatti, e poi tristamente al bisogno vi portate, ad exemplo dirò una novella la quale incomincia in questo modo, cioè:

DE CAPTIVITATE STIPENDIARI

Della guerra tra Firenze e Pisa e de’ caporali presi.

E>ssendo la guerra tra Pisa e Firenza doppo la morìa del mccclxiii, Pisa faccendo molti soldati da piè e da cavallo, e Firenze alsì soldava e dava soldo a simile genti, per poter ciascuno di loro, cioè il comune di Firenza contastare e offendere il terreno di Pisa cercando d’aver caporali nimici a spada tratta di Pisa e delle terre a lei sottoposte, e simile Pisa pensò d’aver la compagnia dell’Inghilesi — della quale fu prima capitano messer Albret — coi quali Pisa grande onore ebbe.

E perché Pisa vedea che Firenza avea preso molti usciti di Pisa e di Lucca per capo e guida di parte delle loro brigate, pensò il comune di Pisa avere capi di fanti da piè che fusseno di Firenza cordiali nimici, mettendosi a sentire se in luogo alcuno ne fusse di che Pisa si potesse fidare che ne fusse ben servito. Et avuti certi, cognoscenti del paese di Firenze che ne mettesser loro alle mani alcuni con proferire buon soldo, et andati alcuni per sentire di tali capi, scognosciutamente si trovonno in Firenza dove molti macontenti ve ne trovonno e che volentieri si serebeno partiti da Firenze se avesseno potuto la lor vita francare altro che per via di soldo o d’altro mestieri che a loro fusse messo innanti. Et infra gli altri che in Firenza fusse malcontento, fu uno de’ Peruzzi nomato Folaga, omo di smisurato corpo che non si serè’ sazio di un paiuolo di maccaroni, tanto francamente si portava in sì fatte guerre, né miga si sarè’ mosso per l fanti quando sel ponea in cuore. E sentendo Folaga d’alcuni come lui malcontenti e di gagliardia di pari quello che il comune di Pisa cercava, di voler caporali valenti per contastare al comune di Firenze, pensò voler questo procaccio fare con uno suo discreto amico nomato il Tromba de’ Salviati di Firenza nato.

Et avutolo in secreto, disse: «O Tromba, io vorrei che noi procacciassemo d’andare al servigio di Pisa, però che io sento che vogliano omini da fatti e nimici di Firenza, e tu sai quanto io sono valente che sai che a tutte le mischie che stato sono, sempre quando ho mangiato abiamo poi largamente bevuto. E non so chi possa meglio servire questo fatto che noi due». Tromba, che non meno che Folaga era valente, dicea: «Io sono contento di tale soldo prendere; e però è bene che noi parliamo con certi secreti che ci sono venuti da Pisa e dichiamo loro che non potranno trovare in Firenza né altró’ ii più valenti né arditi di noi. Ma ben dichiamo loro che di Firenza non ci cavino a un’ora, però che se la comunità di Firenza lo sentisse che tanta fortezza n’uscisse quanto è la nostra, che agevilmente lo comune di Pisa non ci potrebbe avere. E però è bene che di tutto s’informi chi ci è venuto». Folaga disse: «Va e menamelo et io li parlerò alto per modo che c’intenderà».

Tromba, che volontà grande ha di provarsi della persona, subito trovò quello che strettamente a Firenza andato era, dicendoli: «Folaga de’ Peruzzi, omo di gran virtù, ti vuol dire alquante parole di secreto che altri che noi e tu vogliamo che ci sia». L’amico andò con Tromba dove Folaga trovonno, che per esser più gagliardo aveasi fatto venire dinanti, perch’era sabato, una gran padella piena di maccaroni, e sbottonatosi dinanzi, a cavalcioni in s’una banca per mangiare si stava; e già n’avea più che la metà mangiati che più di vi n’arenno auto assai.

E’ non restando il mangiare, sopragiunse il Tromba col compagno; li quali come mangiare viddeno Folaga, Tromba li disse: «O per noi non ce n’ha?» Folaga dice: «Assai ve n’è serbati, ma che cotestui vegga quanta valentia regna in me ho fatto fare questi maccaroni»; dicendo al Tromba che prenda quelli che in una cassa avea messi: in ii grandi catinelle per sé e per lo compagno li aparecchiò.

Folaga, che mangiato ebbe quella grande padellata di macaroni, disse: «Omai potrai fare relazione che tu hai trovato il più valente campione che in Firenza sia e quello che più nimichevolmente Firenza disfarà; narrandoti che l persone non mi farenno mover più che io volesse. E così come vedi la mia persona bella grande forte, così pensa che tutte l’altri vertudi cardinali regnano in me. E non pensi il comune di Pisa di poter trovare omo di magior fortezza di me né più seguro, che quando io dormo non curerei ii cento persone bene armate essendo io pur con una corazza in dosso: sappi che farei quando io non dormisse e fusse col tavolaccio e con tutta l’armadura!». Dicendoli: «Io sono della più valente casa di Firenza e sono tanto valente che se il comune di Firenza sapesse che tanta forza quant’è la mia di Firenza si partisse, non mi lasserenno per denari: ma perché’ fiorentini non amano i miei parenti e per la fortezza mia li lassano stare qui, io non li amo. E se pure mi dispogno a venire io e ’l Tromba (che quasi in tutte le valentie a me s’acosta, salvo che non è sì grande), ti dico che non ci meni a un’ora, che non si potrè’ fare tanto celato che le nostre forze non si sentisse, e non aresti quello che cercando vai. E fine avale ti dico che io voglio condutta di l fanti e per lo Tromba di xxv, giurandoti: fa’ buot’a Dio, noi spacceremo tutto ciò che ci verrà dinanti, se ci venisse tutta la masnada di Firenze da piè e da cavallo!» L’amico dice: «Io sono contento che tu, Folaga, abbi condutta di l fanti e ’l Tromba di xxv, e sono avisato che prima per te si mandi e poi per Tromba». E ben che ’l Folaga avesse sé molto vantato, l’amico dicea lui esser grande, giovano e ben fatto (et anco è d’usanza de’ fiorentini dire se sono gagliardi). E così si partìo di Firenza e tornò a Pisa e racontò tutto ciò che avea trovato.

Ma perché del Tromba al presente non si dirà in questa novella, ma in altra lo conterò, tornerò al Folaga, che, fattolo venire a Pisa e datoli condutta per l fanti, fu con alquante brigate da cavallo e da piè mandato a danegiare in sul terreno di Firenza innel Valdarno di sotto. E come il Folaga fu fatto aparecchiare, e dato loro denari e fatta la mostra in sulla piazza di Pisa, Folaga dicea: «Omai si parrà la valentia che Folaga de’ Peruzzi farà, che vegna chi vuole, non mi troverà che mai mi sferri né mai, per genti che a dosso venire mi vegga, non muterò passo né per prigione non m’arenderò!»; dicendo a li altri che faccino come lui.

E doppo molti vanti, usciti di Pisa e caminato apresso a Marti e quine mangiato di vantagio ognuno (e massimamente Folaga che avea più di x pani con più d’un quarto di agnello diluviato), si missero a caminare in verso Montetopoli, dicendo: «Omai siamo in sul terreno di Firenza, a che ciascuno conviene esser valente».

Folaga, che già la paura li fa sconcacare et anco lo molto mangiare della mattina li avea avallato il pasto della sera, e venutoli volontà di voitarsi quel sacco tristo, si discostò solo lassando i compagni in sulla strada. E calatosi le mutande et alzatosi li panni per volere l’agio suo fare, uno rastelletto che alle reni dove s’acostò era, li prese li panni. Folaga, che pensa che siano i nimici, dice: «Io m’arendo prigione e me e l compagni che meco sono!»

Lo rastello li panni li tiene. Folaga replica le parole che lui s’arendea con l compagni: a niente li è risposto. Folaga, che sta apiccato al rastello, cominciò a gridare dicendo: «Soccorrete il Folaga che le male genti l’hanno preso dirieto, che dinanti non hanno auto ardire di venire!»

E i compagni et altri, a’ romore che Folaga fece, trasseno là e trovonno Folaga esser preso da uno rastello per lo culo, dirieto avendo ancora le brachi calate: disseno: «Odi buono vantatore, che prima dicea che per tutto il campo de’ fiorentini non si volgere’, et ora s’ha lassato per lo culo a uno rastello prigione prendere, e non che lui s’arendesse, ancora arendea li l suoi compagni. Or vedete valente persona da guardare brigate in campo!»

Ex.° lxxxxvii.

LXXXXVIII

U>dita la novella e giunti dove aparecchiato era per lo desnare, il preposto comandò che li stormenti sonassero et i cantatori cantassero. Li quali cantaron in questo modo:

«Vita non è più misera e più ria

che troppo amar altrui con gelosia.

Giovana bella vertudiosa e vaga,

cagione a me di questa amara vita,

poi che il principio fusti della piaga,

sii a sanarla, come a farla, ardita.

Virtù che regna in te non sia smarrita,

sì che in du’ corpi un solo animo sia».

Ditta e desnato, comandò a l’altore che una novella dica fine alla cena, che a Fermo è aparecchiato. L’altore, voltosi alla brigata, disse: «A voi, omini che non avendo <meriti> siete d’altri onorati, e mostrando le vostre cattività, come tristi innel fango lassati siete, ad exemplo dirò una noveluzza in questo modo, cioè:

DE VILITATE

Del Tromba, come fe’.

Come avete sentito, il bisogno che Pisa avea di far soldati, avendo condutto quello valentissimo Folaga e fattolo capitano di l fanti, è mandato per lo compagno nomato Tromba il quale condutto era con xxv compagni. E giunto colui che condurre dovea Tromba a Firenza narrandoli che il comune di Pisa volea che subito si mettesse in camino però che l’oste tra Pisa e ’l comune di Firenza era cominciata e che già Folaga era caminato alla guerra dove pensava avere grande onore come a’ suoi pari s’apartiene, e però s’afrettasse del caminare, Tromba, che già avea i suoi, preso pensiero disse che di quine a du’ dì se ne verrebe verso Pisa. Lo ’mbasciadore disse: «Et io, per lo bisogno che Pisa hae di te, t’aspetterò».

E mentre che lo ’mbasciadore spettava Tromba, ricevéo una léttora da Pisa contenente che si desse a sentire i modi che quel capitano di xxv fanti nomato Tromba tenea, aciò che di lui non possano ricevere biasmo né danno come di Folaga s’è ricevuto. Inteso lo ’mbasciadore tale novella, solicitando Tromba che si mettesse in camino dicendo: «Noi staremo troppo ad andare dove il campo è contra i nimici». Tromba dice: «Se io mi coniungo con Folaga, sia chi si vuole che noi lo mettiamo per terra»; dicendo a lo imbasciadore: «Omai puoi incominciare, che io sono presto».

Avea Tromba, per andare orrevole a Pisa, venduto tutto ciò che avea e fatto denari, e comprato cavallo armadura et arnesi; e molti se ne misse in borsa che a tempo e luogo li faranno bisogno.

Montati tutti e du’ a cavallo e messi in camino per venire verso Pisa faccendo la via da Pistoia, e quando funno al Poggio a Caiano Tromba volle bere et alquanto mangiare. Lo ’mbasciadore di Pisa nota tutto ciò che il Tromba fa, per la léttora avuta. E passato in sulla strada presso a Pistoia, Tromba un omo vede che in sulla strada si puone a votarsi il corpo perché molta uva mangiato avea, faccendo quine assai di quella trista materia. Tromba, che ciò vede, volge il viso verso Prato. Lo ’mbasciadore disse: «Or perché hai volto il viso verso Prato tanto disdegnoso?» Rispuose il Tromba: «Per mia valentia, che mi parea vedere circa c, et io pogo curandoli, mi volsi quasi a dire: per c non mi muoverei». Lo ’mbasciadore sta a vedere e tutto nota per non averne riprensione.

E passato alquanto, Tromba vede colui della strada essersi partito et aver lassato assai buona piumata. Il Tromba portava il capo alto co li occhi al cielo, quasi tra sé dicesse: «Io non vedrò quella puzza». Lo ’mbasciadore dice: «Tromba, or che vuol dire che così colli occhi e colla testa vai alto verso il cielo?» II Tromba dice: «Io vo’ che sappi che, sentendomi tanto gagliardo, stimo me poter saglire in cielo». Lo ’mbasciadore, senza dire niente, tutto ciò che Tromba dice e fa nota inne l’animo suo. E venendo verso Pistoia, Tromba essendo presso dove quella nera culagna era da quel poltrone lassata in sulla via, <per> non volerla vedere il Tromba si volge verso mezzodì. Lo ’mbasciadore, che vede il Tromba volto verso mezzodì, disse: «Deh, Tromba, non ti vasta aver veduto il cielo e la terra per altezza e per lunghezza, che anco per traverso or vedere la vuoi?» Tromba dice: «Io mi sento tanto gagliardo che non che le parti di qui mi dica il cuore di conquistare, ma le parti barbaresche vincerei». Lo ’mbasciadore nota ciò ch’e’ dice e fa per potere a’ suoi signori di Pisa tutto ridire.

E non molti passi andati furono che Tromba, essendo presso o vero sopra a quello fastidio, voltatosi verso la marina per quello non vedere, lo ’mbasciadore si meraviglia che tanto lo vede mutar’e disse: «Deh, Tromba, narrami perché verso la marina ti se’ volto». Tromba dice: «Così come Alesandro signoregiò la terra l’aire e l’acqua, così intendo io di sogiogare per la mia valentia». Lo ’mbasciadore tutto innel cuore in nota mette. E passato più di una gittata di pietra lo sterco che in sulla strata era senza che lo ’mbasciadore di niente aveduto se ne fusse, avendosi Tromba posto innell’animo di non vedere più tal tristizia, passati, com’è ditto, più di una gittata di pietra, Tromba rivoltosi per vedere quello che vedere non volea, mosso da ira e da pogo senno, voltando il cavallo subito quasi come uno moscone punto l’avesse ritornò indirietro. Lo ’mbasciadore, che vede il Tromba furioso tornare arieto, pensò doversi tornare senza lui: dato di sproni al suo cavallo sopragiunse il Tromba, che già del cavallo disceso era e ginocchioni stava con ambe le mani alli occhi, scerpandoli, dicendo: «Sfamatevi a vedere, sfamatevi a vedere!». E questo disse più volte. Lo ’mbasciadore, che anco acorto non s’era dello sterco, stava solo li atti a vedere che Tromba facea, per potere ogni cosa a Pisa racontare.

E stato alquanto, Tromba, calata la faccia co li occhi aperti, colla faccia co li occhi e colla bocca in su quella piota di merda diè per sì gran forza che tutta la bocca il naso li occhi e tutta la faccia se ne impiéo, dicendo: «Or ti sfama!»; dandovi più volte. Lo ’mbasciadore, che alquanto da lungi stava, non potendo bene comprendere il modo, decise di domandarlo. E venuto presso a lui, vedendolo sì merdoso li disse: «O Tromba, or dove se’ stato poi che da me ti partisti che se’ sì merdoso?» Tromba disse tutta la maniera, dal principio che funno passati a Poggio a Caiano fine a quel punto, dicendo: «Or come mi sazierei delle genti che sono tanto valenti, s’io d’una poga di merda non m’avesse saziato?» Lo ’mbasciadore tutto nel cuor notato avea.

E montati a cavallo, a Pisa ne girono. Lo ’mbasciadore narrò tutte le convenenze che il Tromba avea fatto: li pisani cognovero di vero costui esser simile al Folaga, dispuoseno di dirli che fine che il Folaga tornava stesse in Pisa a darsi piacere senza soldo, e dapoi ch’ e’ tornato sarè’ voleano che amendue fusseno capitani generali di tutta l’oste. Tromba lieto, l’aspettare non li rincresce fine che denari ebbe in borsa. Lo comune di Pisa per onesto modo il Folaga cassò né a Pisa mai ritornò, tenendo sempre il Tromba sotto speranza che il Folaga tornasse.

E per questo modo consumò tutto, e niente rimasoli, fu costretto <andare> per lo pane, che d’altro non era.

Ex.° lxxxxviii.

LXXXXVIIII

La brigata essendo giunta a Fermo dove si trovò aparecchiato per la cena, con grande <vantagio> si cenò e ditte alcune canzonette in questo modo:

«Non escon (preste) sì quadrella o pietre

da terra ove si dia crudel battaglia

perch’altri al mur non vegna o su vi saglia,

come uscir d’una per una finestrella

a giunger li occhi suoi nelli occhi miei,

saette che fedel mi fér di lei.

Ond’io pregando le’ ch’aitasse me,

— Non posso più —, rispuose, e disse: — Omè —».

E ditta questa, se n’andarono a dormire e fine a l’alba dormiro.

E levati e missi in camino per andare a Racanato, il preposto disse che l’altore una novella dica. Il quale volentieri presto alla brigata si volse dicendo: «A voi, omini che alle lusinghe delle malvagie femmine sete presti, ad exemplo dirò una novella fine che giunti saremo dove il preposto ha comandato». Dicendo in questo modo:

DE FALSITATE MULIERIS

<Di> Giorgiana fante di Azzo de’ Pulci:

da Firenze cacciato andò ad Ancona.

Nel tempo che ’l Duca d’Atene signoregiava la città di Firenza per parte, di città fue scacciato uno cittadino infra li altri, nomato Azzo de’ Pulci, omo di assai buona pasta e con questo molto vago d’usare con femine. E capitato solo — senz’altra compagnia però che non avea moglie — a Ancona, dove quine prese una fantesca di mezza età nomata Giorgiana, colla quale, oltra l’altre massarizie ch’ella facea con Azzo, alcuna volta carnalmente usava. E non stante che Azzo con Giorgiana spesso si trovasse, piacendole alcune donne anconese, con Giorgiana trovava modo spesso d’averne quando per denari e quando per amore; con tali Azzo si dava piacere né altra mercantia parea che in Ancona facesse se non in darsi piacere.

E stato Azzo ad Ancona più tempo, e con lui Giorgiana, divenne che ’l Duca d’Atene di Firenze fu cacciato; per la qual cosa Azzo deliberò in Firenza co li altri ritornare. E menato seco Giorgiana a Firenza e stato alquanto tempo, fu Azzo costretto da’ suoi parenti a prender donna; per la qual cosa Giorgiana convenne lassare, et ella se n’andò a Vinegia dove quine si puose a stare per fante. Avendo Azzo preso donna e dato alla massarizia, come pogo pratico di mercantia diliberò andare a Vinegia, poi che colla donna sua stato fu più anni. E messosi fiorini v cento novi in borsa, caminò verso Vinegia per quelli spendere in qualche buona mercantia.

Giunto Azzo a Vinegia e statovi alcuno dì in uno albergo presso a San Marco, venendo il sabato dove gran mercato di più cose in sulla piazza di San Marco si fa, Azzo che tante belle cose vede, non sapendo pensare qual mercantia facesse per lui, domandava delle perle di pregio mostrando quelli fiorini v cento nuovi, dicendo che quelli volea spendere. E non acordandosi, andava provedendo gioielli robbe fregi speziane, et a tutti quelli fiorini v cento mostrava e con neuno si sapea acordare.

Era in Vinegia una Giorgiana di anni xv, meretrice — la quale per madre e per padre fu d’Ancona —, in una contrada dove molte suoi pari si riduceno a guadagnare per servire ad altri e quine ’ve molti rofiani co’ loro dimorano, presso a Rialto in una via assai a quel mestieri atta.

Vedendo questa giovana quelli fiorini che Azzo andava a un giovano del mercato mostrando, fra sé disse: «Se io avesse quelli fiorini io sarei ricca». E non partendosi del mercato per vedere qual camino Azzo fa per poter al pensier suo dare efetto, sopra venne Giorgiana fante in mercato. E cognosciuto che ebbe Azzo, subito corselo ad abracciare e basciarlo facendoli somma carezza. E domandandolo di molte cose, Azzo tutto le dice, e la cagione perché a Vinegia era venuto, e quine u’ era sposato et in quale albergo. La giovana anconetana meretrice, che vede Giorgiana d’Ancona fante fare tante carezze a Azzo, pensò da Giorgiana sapere quello volea.

E partitosi Giorgiana d’Azzo avendoli promesso di mandarli a l’albergo una gentil donna veneziana per godere, quella giovana meretrice, che cognoscea Giorgiana e Giorgiana lei, la chiamò dicendole chi era colui che tanta carezza li avea fatta. Giorgiana le dice tutto: come ella era stata con lui in Ancona quando era stato cacciato Azzo de’ Pulci di Firenze al tempo del Duca d’Atene, e che l’avea molte volte auto a dosso, e che Azzo era molto vago di femmine: «Intanto che per mezzo di me in Ancona ne toccò più di xxv. E fra l’altre che io li facesse avere fu una donna vedova, gentile e ricca, nomata madonna Nicolosa de’ Calcagni d’Ancona, donna bellissima, e quella più mesi tenne dandosi insieme piacere tanto che ritornò a Firenze, là dove con lui andai. E perché prese moglie mi convenne abandonarlo, e non lo viddi poi che da lui mi partì salvo che ora, che ci ha regato ben v cento fiorini nuovi li quali m’ha mostrati. E sòti dire che stasera li farò aver una gentile giovana che ’l marito è patrone delle galee del mercato; et anco penso mi varrà una gonnella».

La giovana meretrice anconetana, che tutto intese, dice a Giorgiana che vada a far bene, e preso pensieri, quella falsetta subito mandò <per> una fanciulla di quelle che l’arte le facea imparare, et all’albergo dove Azzo era la mandò, mandandoli dicendo: «Una gentil giovana vi vuol parlare, la quale m’ha pregata che io a lei vi meni». La fanciulla, che già era fatta maestra, disse: «Lassate fare a me».

E giunta a l’albergo dove Azzo de’ Pulci era, domandando d’Azzo, Azzo, che si vede richiedere, disse: «Che vuoi? Io sono Azzo de’ Pulci da Firenze». La fanciulla disse: «Una gentil giovana vi manda pregando, poi che ’l marito suo non è in Vinegia, che a lei vegnate e che io da voi non mi parta che la via v’insegni». Azzo, che li pare esser molto aventurato, dice: «Per certo qualche bella giovana m’arà veduto e saràsi di me innamorata, però che in Vinegia non è omo più bello di me». E dice alla fanciulla: «Fa la via et io vegno teco». La fanciulla lo guidò dove la giovana meretrice era.

La quale essendo ben vestita et in capo di scala spettando Azzo, Azzo entrato in casa dove credea che fusse innella più onesta contrada di Vinegia, saglìo la scala. La giovana, scesa alquanti scaloni, subito in fronte basciò Azzo e preselo per la mano e con alcune parolette lo menò in camera, dove quine era uno letto tutto adornato di fiori e d’altre cose odorifere e con bellissimi adornamenti. Azzo, che vede tanta adornezza, sperando quella giovana godere in tal letto, disiava esser tosto alle mani.

La giovana rivoltata ad Azzo basciandolo con lagrime alquante gittate, Azzo, che vede la giovana lagrimare, disse: «Io mi credea venir a prender piacere teco et ora veggo che tu di dolore pare che abi il capo pieno». La giovana dice: «I’ ho oggi la magior allegrezza che mai io abbia avuto, vedendo colui che mai non viddi e quello che m’ingenerò». Azzo che tali parole ode dice: «Deh, perché dici tu tali parole?» La giovana dice: «Io sono certa che voi mio padre sete e ben mi meraviglio che di tanto tempo, quanto voi fuora d’Ancona sete stato, che la mia dolce mamma madonna Nicolosa de’ Calcagni d’Ancona, vedova in quel tempo che ad Ancona dimoravate, di voi mai niente sentì; né io, vostra figliuola nata di quella mamma, sentì di vostro essere, salvo che oggi la buona fortuna mi v’ha messo innanti. E per lo dolce amore che la mia dolce mamma vi portava mi puose nome Azzina figliuola di Azzo de’ Pulci, per padre da Firenze, per madre d’Ancona». Et abracciato Azzo di tenerezza, dimostrò ad Azzo molto amore.

E rizzatasi, disse: «O padre ottimo, non pensate perché io ingenerata fusse da voi innel corpo della bella madonna Nicolosa de’ Calcagni, cui voi tanto amaste, che io non meno cara mi tegno d’esser vostra figliuola che se di marito legittimo nata fusse, però che voi oltra li altri di Firenze d’onore portate pregio; e la mia dolce madre — et a voi dolce amica —, madonna Nicolosa, sopra l’anconetane donne di bellezza gentilezza onore portava nome, e me per la sua ricchezza ha maritata tanto magnamente (che fine a quine sento, è ben vero, che ’l mio marito per far grandi guadagni ha fatto buona compagnia e colle navi è ito a guadagnare). Né non so signore che non dovesse star contento trovare, come avete trovato voi, una figliuola tanto savia onesta gentile e ben maritata come Azzina vostra figliuola, la quale ora è quella che per amore vi bacia». E presolo, lo baciò.

Azzo, che ha udito a costei contare tutto quello che mai fe’, disse: «Figliuola, io non arei mai né te né altri richiesto per figliuola, perché mai tua madre niente mi mandò a dire». E questo dicea lagrimando. E poi disse: «Deh, dimmi, nata dolce, come hai saputo questo fatto, e che io debia esser tuo padre?» Azzina dice: «Mia dolce madre più volte mi disse che io figliuola era d’Azzo de’ Pulci da Firenze, ma per non vergognarsi non volse mai scrivere di me, ma di punto in punto mi disse. Et ora io cognosciuto non v’arei se non che una fantesca nomata Giorgiana d’Ancona, avendola più volte pregata che se qua venisse mel facesse asapere, <mel disse>: e però v’ho cognosciuto, dolce mio genitore».

Azzo, che per fermo crede esser padre di Azzina, lieto dimostrò. Azzina, essendo presso a cena, et ad albergo volse che Azzo rimanesse. Il quale acettato, credendosi esser con figliuola, cenò et ad albergo in una camera fu messo, dove per lo gran caldo si spogliò; et il giubettino trattosi con ogni panno, e quelli fiorini v cento che in una scarsella avea in su una cassabanca lassò.

E volendo il suo agio fare, mostratoli per quella fanciulla i’ luogo, dove ponendosi a sedere innel canale cadde. Innel quale gridando, uno rofiano faccendosi alla finestra disse: «Se non ci lassi dormire io verrò costagiù e daròti di molte bastonate». Azzo dice: «Deh, faite che mia figliuola Azzina senta come io sono qua caduto». Li vicini disseno: «O buon omo, <per> lo meglio che puoi briga di partirti di costì se non vuoi esser morto, però quine u’ tu se’ sono genti assai di cattiva condizione». Azzo, vedendosi a mal partito, meglio che potéo del canale uscìo, et adomandando se ne andò all’abergo e con alcuni suoi amici si dolse del caso, dicendo: «Una giovana nomata Azzina m’ha ingannato!» Li amici disseno: «Abbi per certo che in questa terra non è donna che Azzina si faccia chiamare, ma tu sarai stato beffato come già ci sono stati beffati delli altri».

Azzo, malcontento, senza mercantia e senza denari a Firenza si ritornò.

Ex.° lxxxxviiii.

C

Giunta la brigata a Raganato, cenarono con darsi piacere di suoni e canti fine che a dormire n’andarono.

La mattina levandosi, il preposto a l’altore comandò che una novella dica fine che a Ancona giungeranno. L’altore per ubidire rivoltosi alla brigata disse: «A voi, donne religiose le quali per apetito disonesto la castità promessa rompete, ad exemplo dirò una novella che messer Johanni Boccacci narra, in questo modo, cioè:

DE MALITIA HOMINIS

In Firenze era uno monestero di donne: 8 giovane et una badessa giovana.

Innelle contrade di Firenza era et anco è uno monesterio di donne assai famoso per la loro santità (lo quale non nomerò per non diminuire in parte la loro fama), innel quale erano otto monache giovane con una badessa assai giovana, le quali per loro ortolano aveano uno omicciuolo assai simplici. E non contentandosi del salario che a lui dato era, fatto conto e ragione col castaldo delle monache, a Lamporecchio, d’onde elli era, ritornò.

Il quale tra li altri lietamente fu ricolto da uno giovano forte e rubusto (essendo omo di villa), con viso assai piacevole, il cui nome era Muscacchio. Domandando quello, che Nuto avea nome, d’onde era venuto che tanto tempo stato era senza ritornare, disse come era stato innel tale monisterio lavorando l’orto, et alcuna volta atingea loro dell’acqua et andava al bosco per legna: «Di che dandomi pogo salario, et anco perché mi paiono tanto giovane che abino il diavole a dosso, e per la ricadia che mi davano, mi partì: che mentre io lavoravo venia l’una e tolleami la zappa e dicea: — Questo non sta bene —; e l’altra distendea la mano e scavava li erbucci che io messi avea, dicendo: — Questi non voglion qui stare —. Et era tanto questo affanno che io diliberai di partirmi. E quando me ne venni mi pregò il loro castaido che se io ne li trovasse uno, che là lo mandasse». Muscacchio udendo le parole li venne innell’animo una voglia sì grande di trovarsi con quelle monache, comprendendo per quella andata poterli venir fatto il suo pensiero. E pensò niente dire a Nuto, perché fatto niente li verrebe, ma di trovare altro modo pensò.

E secretamente da Lamporecchio si partìo con una scura in collo, mostrandosi mutoro caminò al monisterio ditto, dove quine per amicco chiedea da mangiare. Il castaldo delle monache, omo di tempo, lo vede, con amicchi lo chiama innel chiostro, e datoli mangiare, uno legno che Nuto fender non potéo il castaldo al mutoro fendere lo fe’. Lui come giovano così fe’. E preso il castaldo piacere del mutoro, con uno acino al bosco lo menò e con amicchi le legna li fe’ tagliare e al monistero portarle. Et avendo il castaldo a far fare molte cose, più giorni lo tenne dandoli ben da mangiare e della fatica assai.

Avenne che un dì la badessa lo vidde dimandando chi era, e ’l castaldo disse: «Costui è uno mutolo povero, che venendo per limosina le l’ho fatto et holi fatto fare molte cose che bisognavano; e penso se saperà lavorare che se n’arà buono servigio; et anco perch’elli è mutolo non potrà queste vostre monachette mottegiare». A cui la badessa disse: «In fé di Dio tu dici il vero, et è bene che noi lo ritegnamo; e tu fa che li dii qualche cappellina vecchia». Muscacchio, che presso era quando la badessa ciò dice, infra se medesmo disse: «<Se> costà dentro mi merete, io vi lavorerò sì il vostro orto che mai sì bene non vi fu lavorato». Lo castaldo domandando con cenni Moscacchio se quine dimorare volea, lui con cenni disse sì; imponendoli che l’orto lavorasse e’ poi andò a far suoi fatti.

Et avendo alcuno dì incominciato a lavorare l’orto, le monache comincionno a farli noia come soleano a Nuto fare, dicendoli le più scelerate parole del mondo, non credendo che lui le ’ntendesse. La badessa, che stimava che senza coda fusse come senza lingua, di quelle parole pogo si curava.

Avenne un dì che avendo molto lavorato e per lo caldo si riposava, due giovane monache che per lo giardino andavano, s’apressarono a lui faccendo sembiante di dormire cominciarono a riguardarlo. L’una, ch’era alquanto più baldanzosa, disse a l’altra: «Se io credessi che mi tenessi credenza, io ti direi alcuno mio pensieri che più giorni hoe avuto e forsi che a te ne tornerè’ utile». Rispuose l’altra: «Dì seguramente». Allora la baldanzosa disse: «Tu sai come noi siamo tenute strette che omo entrar non ci può, e tu dèi sapere che, quando le donne <ci> sono venute, hanno ditto che altra dolcezza è nulla a rispetto di quella d’usare co l’uomo. E però m’ho posto in animo, poi che altri entrar non ci può, d’usare col mutoro nostro, perché mi pare che da ciò sia e pur che volesse non lo potrè’ ad altri dire; e però da te vorrei udire quello che a te ne pare». «Oimè», disse la compagna, «non sai che noi abiamo promesso a Dio verginità?» Ella rispuose: «Quante cose si ’mprometteno che non s’ategnano? Che se noi le l’avemo promesso, trovi un’altra che l’ategna». La compagna disse: «O se noi ingravidassimo, come anderebe?» Rispuose: «Tu pensi la cosa prima che avegna: quando avenisse, allora <si vorrà pensare>». Ella disse: «Or come faremo?» A cui colei rispuose: «Tu vedi ched è in su l’ora che le monache sono a dormire et innell’orto non è persona: io lo prenderò per la mano e condurròlo innel capanetto dov’ei fugge quando piove, e l’una stia dentro con lui e l’altra faccia la guarda».

Muscacchio udìa questo disposto a ubidire, che altro non spettava. Apressandosi la prima monaca, lui destò e con atti lusinghevoli preselo per la mano; lui facendo cotali risa sciocche lo menò innel capanetto, dove Moscacchio senza farsi troppo invitare la fernìo di vantagio di quello che ella volea. Et ella come leale compagna, avuto quello volea, diede a l’altra luogo; e Moscacchio, pur semplici mostrandosi, quella fornìo; né prima da quel luogo si partirono che più volte ciascuna da Moscacchio fu fornita. E poi le monache tra loro ragionando che buona cosa era a provare l’uomo e che il loro pensiero era stato ottima cosa, dapoi prendendo convenevole tempo con Muscacchio forniron loro volontade.

Avenne un giorno che una loro compagna, da una finestra della cella avedutasi, a du’ altre monache giovane lo mostrò, tenendo ragionamento d’acusarle alla badessa; poi mutorono consiglio, che acordatesi insieme funno partefici del podere di Muscacchio come le prime. Alle quali così l’altre tre monache per diversi accidenti divennero compagne delle v in vari tempi.

Ultimamente la badessa, che di questi fatti niente sapea, andando un dì tutta sola per lo giardino siando il caldo grande, Muscacchio trovò, il quale di poga fatica il dì per lo troppo cavalcare della notte n’avea assai, tutto disteso a l’ombra di uno amandolo dormìasi; e venendo alcuno vento, li panni levati dirieto a Muscacchio, stava tutto scoperto. Il che la badessa riguardando, innel medesmo apetito cadde che le suoi monache cadute erano. E destato Muscacchio, innella sua camera lo menò, dove più dì — con grandi querimonie dalle giovane monache fatte che l’ortolano non venia a lavorare il lor terreno — la badessa riprovando quella dolcezza che prim’a l’altre biasimare solea, ultimamente la badessa lo rimandò a l’orto, con promissione <per> amicchi che a lei ritornasse, rivolendolo.

E volendo la badessa di lui più che parte, non potendo Moscacchio a tante satisfare, s’avisò che ’l suo esser mutolo li potrebbe, se più stesse, in grave danno riuscire. E però una notte siando colla badessa, cominciò a dire: «Madonna, io hoe inteso che uno gallo vasta a viii, a x galline, ma che x omini possono male e con fatica a una femina satisfare, dove a me mi converrè’ servire nove; il che per cosa del mondo durar non potrei, però che per quello ho fatto non posso fare né pogo né molto. O voi mi lassate andar con Dio, o a queste cose trovate modo». La donna udendo costui parlare, il quale credea che mutolo fusse, tutta stordì, e disse: «Che è questo, che io credea che mutolo fusse?» Moscacchio disse: «Madonna, io ero ben così, ma non per natura». La badessa dice suoi or’e lo dimandò che volea dire che avesse servito a nove. Moscacchio li disse tutto ciò che colle monachette fatto avea.

Acortasi la badessa che l’altre monache erano state più savie di lei che prima aveano asagiato Moscacchio che lei, pensò di non lassare partire Moscacchio e colle suoi monache trovar modo acciò che tutte di pari si potessero contentare. Et essendo morto di poghi dìe il loro castaldo, elesseno Moscacchio castaldo, partendo le giornati per modo che Moscacchio le potea sostenere. Innel quale monesterio il ditto Moscacchio acquistò molti monachini e così steo fine che la badessa morì.

E Moscacchio diventato vecchio, con molti denari auti da quelle monache a Lamporecchio ritornò, dove domandato quine u’ era stato e come quella robba guadagnata avea, rispondendo disse che Cristo trattava così chi come sopra ’l capello li pone.

Ex.° c.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2006