Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle LXI-LXXX

LXI

U>dita la dilettevole novella della Pippa, lo preposto comandato a l’altore, dipoi la cena fatta, che per lo dì seguente ordinasse bella novella fine che giunti saranno in Arpi, ma ben lo pregava che la sera dicesse qualche moralità, lui presto disse:

«Superbo, or non salire, che tu cadrai;

e tu che d’oro t’adorni

per vano stato, e fusti già somaio,

rivolto vento a te, più ti dorrai

se sotto il basto torni

che quando e’ ti domò lassando il vaio;

e tu morrai che vivi per denaio.

Tu che segui vertù, tua fama vive:

questo per fine in mia canzone si scrive».

E ditta, andarono a dormire. E venuto il giorno, l’altore disse:

DE SUPERBIA CONTRA REM SACRATAM

Della superbia de’ re Astulfo: e fece che li preti non cantasseno

un verso della Magnificat. Lo nostro signore Idio non volse

tanto male, come leggerete innella seguente novella.

F>u in Navarra uno re nomato Astulfo, lo quale era di tanta superbia che quello che a lui capea innella mente volea senz’altro consiglio che ad efetto si mettesse, avendo molte persone senza colpa fatto morire — e neuno era ardito a contradire a sua volontà —, parendoli esser da tanto che lo reamo per sua vertù li fusse venuto innelle mani. E per tal modo vivea.

Divenne uno giorno che ’l ditto re Astulfo essendo innella chiesa udendo vespro, udìo cantare la Magnificat; e quando fue a quel verso che dice: Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles, dimandò uno dettore la disposizione del salmo. Fulli per lo ditto narrato che Dio diponea delle signorie li potenti e superbi, e li umili mettea in alto. Di che udendo lo re Astulfo tal disposizione, comandò sotto pena della vita che più tal salmo non si cantasse; e così per tutto il suo reame fe’ fare tal comandamento.

Li preti e’ frati avendo riceuto tal comandamento, la ditta Magnificat dir non usavano che altri udire la potesse, ma da loro con piana voce tal Magnificat diceano. E più, avea fatto lo ditto re Astulfo che qualunche udisse dir cosa che dovesse tornare danno o vergogna di lui, che fusse potuto battere senza pena. E più altre cose di crudeltà avea ordinato.

Idio, che al mal pensieri puone rimedio, e per non volere che quel dolce salmo fatto dalla Vergine Maria innelle parti del ditto re fusse nascoso, ma che palesemente et alto con reverenzia si cantasse conchiudendo tutte le parti insieme, dispuose la Divina Bontà a mandare uno angelo per riparare alla malvagità del ditto re come in questa novella chiaramente udirete.

Essendo già il mese di magio venuto, deliberò re Astulfo andare a’ bagni, perché da’ maestri li erano stati lodati (perché di nuovo avea preso una giovana bella per moglie, lodandoli il bagno esser atto a far generare). Lo re aparecchiato d’andare, le some conce, molti malascalzoni e guattari si mossero, a’ bagni andarono. Lo re con gran cavallaria e genti d’arme da piè e da cavallo si mosse et a’ bagni cavalcò. E quine diè ordine chi dovea stare armato a cavallo e chi alla guardia da piè e quelli che a l’uscio del bagno star doveano, avendo ciascuno comandamento star presto e, quando intrasse innel bagno, che persona del mondo non vi si lassasse dentro intrare sotto pena della testa, fusse chi si volesse. E molte altre cose al suo salvamento ordinò. E per questo modo dimorò più di xv dì che sempre, quando lo re innel bagno entrava, neuno in quello entrar potea, e uscitone, tutti li altri che al bagno erano venuti entravano.

E stato il ditto re il tempo ditto, un giorno essendo i’ re innel bagno entrato et i panni messi da parte, com’era sua usanza, e le guardie alla porta, senza che altri se n’acorgesse si trovò dentro uno pellegrino con panni grossi. Lo re vedendolo disse: «Per certo le guardie delle porti del bagno apiccar farò poi che questo poltrone han lassato entrare». E niente al pelegrino dice, ma di superbia tutto si rode, spettando, come di fuori del bagno serà, di presente farli apiccare. Lo pellegrino entrato in<nel bagno> e lavatosi, lo re, niente dicendoli, anco coll’animo superbo verso le guardie lassa dimorare il pellegrino innel bagno. Lo pellegrino stato alquanto uscìo del bagno et i panni de’ re Astulfo si mette. Lo re ciò ved’e sta cheto, coll’animo empio a punire le guardie niente al pellegrino dice.

Lo pellegrino, vestito de’ panni de’ re, lassato la sua trista robba e li altri vestimenti, uscito fuori disse: «Brigate, a cavallo!» E montato a cavallo, verso Navarra prese il camino, e tutti, da cavallo e da piè, seguinno lo pellegrino parendo loro fusse lo re Astulfo. E così giunseno a Navarra.

Entrato in palagio, la donna, che crede che sia il suo marito, nomata madonna Fiammella, diss: «Messer, voi sete ormai stato tanto al bagno, e solo per avere di me figliuoli, et i’ ho aspettatovi: che facciamo?» Lo re novello dice che i medici li hanno ditto che alcuno dì spettare si vuole perché il corpo sia d’ogni umidità purgato. La reina steo contenta.

Torniamo a’ re Astulfo che ha veduto quello palmieri a suo modo vestire i suoi panni. Uscito fuori e non vedendo a lui persona venire, com’era di usanza, stato molto nel bagno, disse fra sé: «Or veggo quello mi converrà fare, che quanti famigli arò che abino fallito, tutti li farò morire». E mossesi del bagno et a l’uscio n’andò nudo e non vidde persona. Uscito più fuori vidde dalla lunga alquanti ribaldi che in uno pratello giocavano, e non altri. Lo re fra sé disse: «Le miei brigate si saranno partite: io le farò tutte di cattiva morte morire». Et essendo nudo pensò, poi che altri panni non avea, di mettersi quelli del pelegrino.

Et uscito fuori, con superbia giunse a quelli barattieri, dicendo loro: «U’ è andata la mia gente?» Disse uno: «Che gente vai cercando?» Disse lo re: «Come, non mi cognoscete che sono lo re Astulfo vostro signore?» Disseno i giocatori: «Come se’ tu nostro re?» E presolo, di molti calci e pugna li denno, dicendoli: «Va alla pagnotta a Vignone, e non dir più che tu sii nostro re!»

Lo re Astulfo, che ha auto le prime vivande, desidera le seconde, ponendosi in cuore che tutti i gaglioffi farà morire. E camina verso la città, e come trovava alcuni lavoratori, dimandandoli se la sua gente era di quine passata nomandosi loro re, li lavoratori colli stili delle vanghe e de’ marroni lo fracasavano, dicendo: «Lo nostro re è Astulfo e non se’ tu, cattivo poltonieri!» Lo <re> infiamato di superbia (ben che si potrebbe dire riscaldato de’ colpi ricevuti), promette e giura tutti li contadini trattare in forma di schiavi.

E parendoli la seconda vivanda assai calda, pensò la terza fusse migliore. E giunto alle guardie della porta, domandando se la sua gente fusse dentro entrata, rispuoseno: «Dentro è entrato lo re colla sua brigata». Disse Astulfo re: «Come, non sono io lo vostro re e signore?» Le guardie e’ soldati che quine erano, udendo ciò dire, co’ pommi delle spade dandoli, cattivo divenne intanto che quasi morto lo lassonno, tanti colpi li derono. Astulfo re, partitosi da loro, promette che quanti soldati e da piè e da cavallo arà, tutti li farà in pregione senza pane stentare.

E con tal rabbia e superbia ne va, che giunse al palagio suo, là u’ senza domandare su per la scala montòe. Le guardie che ’l vedeno già saglito presso che mezza la scala, (un famiglio) dirieto il trasse e per la lemba della gonnella lo trasse per modo ch’e’, tutta la scala saglita in più scalei, in uno colpo in piè si ritrovò tutto macolato. Astulfo, vedendo quello che’l famiglio l’avea fatto, disse: «O Ambrogio, non mi cognosci? Io sono lo re Astulfo tuo signore». Ambrogio, che ciò ode, co’ calci dandoli dicendoli: «Gaglioffo, come, sono io sì smemorato? Che ’l mio signore lo re Astulfo è in camera colla donna sua»; Astulfo, udendo questo, tirandosi da parte in piazza, dicendo: «Oh, quanti n’arò io a far morire e quanti ne rimetterò in luogo!»

E mentre ch’e’ tali pensieri avea, lo novello re se ne venne alla finestra. Astulfo, che ciò vede, sospinto da gelosia vedendo che alla sua donna tenea il braccio in collo, se n’andò alla scala e quasi tutta l’ebbe montata che persona non se n’era acorta. Ambrogio guardando lo vidd’e disse: «Anco ci se’ venuto, diaule?» E preselo per forza e del capo li fe’ dare innella porta dell’uscio, tale che ’l sangue cominciò a versare. Astulfo re, non potendo più, tiròsi da parte della piazza dicendo: «Che vorrà dire questo? Io non sono cognosciuto da persona, et ora veggo che fine alla donna mia non mi cognosce: per certo io debbo aver qualche grande peccato che Dio mi vuole punire a questo modo».

E tutto umiliatosi verso Dio, dicendo che se mai li divenisse che tornasse in istato che si guarderebbe da mal fare, lo novello re, che tutti i pensieri d’Astulfo re sapea, lo fe’ chiamare; e Astulfo montò le scale assai debile per li colpi avuti. E fattolo condurre in camera, dove trovò lo re novello che tenea in seno le mani alla moglie, e’ venuto dinanti, lo re novello domandò chi era. Astulfo disse: «Io sono uno peccatore che Dio per li miei peccati m’ha sì abassato che non che altri mi cognosca, io medesimo non mi cognoscerè’». Disse lo novello re: «Perché?» Astulfo dice: «Io fui già re come ora sete voi, e cotesta giovana che voi colle mani le state in seno fu già mia moglie, e tutta la masnata da piè e da cavallo e tutto questo reame ebbi in balìa come ora avete voi, e non so come perduto tutto in picola ora abbia»; contandoli lo andar al bagno et il partire e tutte le bastonate e’ colpi ricevuti: «E per certo io confesso li miei peccati esserne stato cagione. Ma se Dio mai mi presta grazia che io mi ritrovi signore come già fui, io mi muterò come fa la serpe».

Lo novello re disse: «Astulfo, Astulfo, non pensare che persona del mondo sia da tanto che non che uno reame dovesse signoregiare, ma una sola casetta non potrè’ tenere se Dio tal dominio non nel concedesse! E pertanto ti dico: tu se’ stato persuntuoso e superbo contra Dio, e massimamente di dilevare l’officio della Magnificat; et anco non retribuisti mai l’onore che avei da Dio de’ reame. E pertanto Idio t’ha voluto dimostrare che tutto è suo e puòlo dare a chi vuole, e similmente ritorre. E però ti vo’ dire chi io sono: e vo’ che sappi che io non sono venuto per aver questo reame in signoria, che troppo ho io e li altri che sono apresso a Dio magior signoria che non arè’ qualunca fusse signor di tutto ’l mondo; m’aciò che tu diventi misericordioso e pietoso Idio mi mandò. E però omai ti rendo la signoria l’onore e la tua donna, notificandoti che se farai i comandamenti di Dio, serai misericordioso e non crudele, mantenendo giustizia diritta, Idio ti perdonerà qui in grazia, et alla morte ti darà gloria; e faccendo quello che hai fatto, come una volta te ne ha tolta la signoria, così di nuovo te la tollerà facendoti servo del dimonio. E acciò che si’ certo chi è colui che tali cose per parte di Dio t’ha ditto, ti dico io esser l’angelo suo». E sparito, subito la moglie lo ricognove e tutta la famiglia.

Astulfo avendo veduto e sentito, subito mutato d’intenzione divenne il più misericordioso benigno che mai re fusse, e comandò che di presente la Magnificat si dovesse di continuo cantare a voci alte con canto, e così s’oservò. E da quel tempo innanti lo re Astulfo fu per vertudi riputato mezzo beato.

Ex.° lxi.

LXII

Giunti in Arpi la brigata colla dilettevole novella de’ re Astulfo, con allegrezza cenaro prendendosi piacere fine all’ora del dormire. Lo preposto voltandosi a l’altore <disse> che per lo dì seguente ordinasse una bella novella fine che al mezzo del camino de L’Aquila saranno giunti, là u’ vuole che quine si stia a riposo dal desnar fine a l’altro dì; ma prima qualche moralità. L’altore, che hae udito il comandamento, disse:

«Canzon, se noi non defendiam le donne

in questo dire un poco,

forsi che mi terebon per nimico:

ed elle son a natural colonne,

che ’l primo nido e loco

facciamo in loro; però i’ le scuso e dico

che ciò ch’uora vuoi è il servo e l’amico:

così ognuna alle bisogne sue,

però che più ch’uno servon due».

 

E ditta, a dormire se n’andonno. E la mattina levati e mossiper caminare, <l’altore> rivoltosi alla brigata disse:

DE COMPETENTE CONSILIO DE ADULTERA

Di Giacchetto e di Diana di Michelozzo da Firenze.

Fu non <è> molto tempo in Firenze uno gentile omo de’ Rossi nomato Michelozzo, il quale d’una sua donna de’ Medici avea una sua bella figliuola di anni xiiii nomata Dianabella. E maritandola a uno giovano in Firenze, ricco e gentile, chiamato Simone Buondalmonti, e stata già più anni a marito, un giorno essendo Dianabella andata con altre donne a spasso di fuori di Firenze a uno giardino, innel quale certi giovani a diletto quine erano andati, fra’ quali fu uno de’ Rucellai chiamato Giacchetto, il quale, come vidde le donne a l’orto venire e dentro della porta intrare, fattosi incontra salutando disse: «O Dianabella, prima che ad altro exercizio siate poste, vo’ che una danza ordinamo». E presela per la mano.

Dianabella, vedendo Giacchetto così liberale, disse fra sé medesma: «Di vero costui dé esser di gentil cuore». E preselo per la mano ballando con tanto piacere che mai non parea a Dianabella esser sì consolata di ballare come allora, dicendo più volte a Giacchetto: «Per certo io hoe auto et habbo oggi innel cuore grande allegrezza poi che la mano mi prendesti; che se tutte l’altre membra fusseno di tanta vertù quanto mi sono parute le tuoi mani, molto contenta dovrè’ esser quella giovana che in braccio ti tenesse».

Giacchetto, che ode Dianabella et èlli paruto sentire al tener delle mani quando ballavano che ella di fuoco d’amore fusse riscaldata, disse: «Madonna, quello che dite di me io debbo dire a voi (che per certo io <non> l’osava dire), che di vero quando la mano vi presi mi parve tutte le piume e diletto del mondo esser in quelle; stimando <fra> me medesmo che dovranno esser quelle parti che coperte dal sole stanno, vedendo tanta bianchezza innelle vostre dilicate mani e vedendo il vostro vezzoso et angelico viso con quelle du’ stelle rilucenti de’ vostri onesti e legiadri occhi, che di vero lo ramo della vostra persona avanza tutti li altri che portino qual fiore bello et odorifero si voglia. E non avendo io ardimento di dover le vostre bellezze contare, cognosco che mal facea, e del fall’ho commesso io con pregiare la vostra cara persona vi chiegio perdono sottomettendomi a ogni vostra correzione. E per certo la vostra benignità, la qual si mosse a me lodare, m’ha fatto certo che io ho troppo fallito». Dianabella dice: «Giacchetto, non bisogna che sii corretto, però che solo in te sta ogni perfezione; dicendoti che veramente le tuoi mani son degne di togliere que’ frutti che più dilettevoli sono. E se per te si cognosce che alcuno n’abia, a tua posta ti prego lo cogli». Gittandole uno occhio a dosso ridente Giacchetto disse: «Io sono al tutto disposto a ubidire quello che comandate».

Dianabella, presolo per la mano, menando la danza lo condusse da lato alla casa, dove persona non era, e voltasi a Giacchetto li diè un bacio, dicendoli: «Questo voglio che sia per arra de’ frutti che domenica notte vo’ che ricogli del mio arboro». Giacchetto lieto, con lei diè l’ordine che la domenica andasse ad albergo seco però che ’l marito dovea andare di fuori in villa.

Dato l’ordine, ritornati alle donne e fatto una insalatuzza, merendarono; e dapoi ognuna con quelle s’aveano colte in Firenza tornarono. Dianabella che la sua insalatuzza avea innella mente dell’ordinata notte, si steo fine alla domenica che ’l marito di fuori andò. E la notte Giacchetto, con lei trovatosi, di quelle meluzze che innel seno Dianabella portava li ne tolse, avendo de’ fiori colti tanti che Dianabella, essendo stato tempo di portare corona, di più di xii merli l’arè’ portata fornita. E tal vita tenne Giacchetto di Dianabella più mesi.

Or perché le cose non si puonno far tante secrete (e masimamente tali faccende) che non si convegnino apalesare, divenne che a Simone suo marito fu mostrato chiaro che Dianabella li facea fallo. Subito richiesti alcuni suoi parenti, con loro dolutosi del caso, deliberonno al padre di Dianabella manifestare la cosa. E così se n’andaro a Michelozzo e tutto il fatto della figliuola li dissero. Michelozzo, malinconoso per più rispetti — e primo per la figliuola la qual’amava, apresso per Giacchetto, se con lui dovesse per questo fatto venire a guerra —, senza niente rispondere se non che disse: «Simone, al presente rispondere non ti posso per dolore ch’è a me venuto; e va e torna dapoi a me, et io ti darò qualche consiglio»; Simone doglioso si parte. Michelozzo subito pensò a Guerrier de’ Rossi suo fratello dirlo, uomo di grande cuore e senno.

Guerrieri, come ode questo fatto, pensò con un bel modo far star contento Simone, e disse a Michelozzo che lassi fare a lui. E di presente fe’ invitare tutta la consorte de’ Rossi, maschi e femmine, e simile Simone e Dianabella che la domenica vegnano a mangiare con lui; e con Simone invitò quello che gli avea ditto il difetto commesso. Fatto lo ’nvito, Dianabella, che di questo fatto niente sapea però che ’l marito niente l’avea ditto, allegra e baldanzosa a casa di Guerrieri andò col marito a desnare; e simile li altri omini e donne della casa.

E quando funno tutti a casa, Guerrieri chiamò da parte tutti li omini de’ Rossi, lassando Simone e ’l parente colle donne in sala. E loro entrati in camera, Guerrieri cominciò a dire: «A voi, fratelli e consorti miei: elli è avenuto che noi siamo per esser in mala guerra se non si provede, e di questo n’è colpa la figliuola di Michelozzo, Dianabella, la quale con Giacchetto Rucellai s’ha preso piacere; di che Simone suo marito se n’è acorto et ha ditto al padre il fatto, e parmi mal disposto o vergognarci per sempre mai o metterci in guerra con sì fatte case. E pertanto, se volete fare a mio modo, da tutti i pericoli camperemo con nostro onore, altramente saremo disfatti e vituperati». Udendo i consorti questo fatto, disseno: «Guerrieri, ordina, e noi seguiremo». Allora Guerieri disse: «Or non vi sdegnate di cosa che io alle vostre donne dica, però che tutto risultrà in bene». Tutti disseno: «Dì e fa ciò che a te piace».

Guerrieri, auto licenzia, uscìo di camera con tutti li altri, disse: «O voi, omini e donne, udite quello che io vo’ dire, e non abbia neuno a mal se io dico il vero. E però, prima che noi mangiamo, vo’ sapere alcuna cosa». E voltòsi alla moglie dicendoli: «Vieni qua, puttana che sei, poi che io ti trovai farmi fallo mi sono acorto che anco vai cercando fallirmi, e sai tel perdonai». La moglie di Guerrieri volendosi scusare, e Guerieri faccendole mal viso disse: «Taci, puttana!» E poi si volse a tutte l’altre donne de’ fratelli et a ciascuna dicea per lo simil modo, intanto che vergognose tutte tremando, pensando de’ falli commessi altri se ne fusse aveduto, stavano chete.

E poi rivoltosi a Dianabella: «E tu, madonna la puttana, che a Giacchetto Rucellai t’ha’ fatto montare cento volte a dosso, noi vogliamo sapere la cagione perché ciò abi fatto, altramente noi incontenente t’uccideremo». Dianabella disse: «O Guerieri e voialtri, io l’ho fatto perché mel trovo sano». Disse Guerrieri: «Simone, Dianabella ha ragione, e tu dovresti esser contento che sana stesse; ma ben ti preghiamo che da ora innanti con altra medicina la facci sana, minacciandola di segarli la gola se mai più lo faràe».

Simone, avendo sentito a l’altre donne dir puttane, fu contento che alla sua così si dicesse.

Ex.° lxii.

LXIII

Venuta l’ora del desnare colla bella novella e trovato in una piacevole villa aparecchiato, desnaron di vantagio. Lo preposto comandò a’ danzatori et a’ sonatori che prendano le danze et innun bel prato che quine presso era vadano, e quando quine saranno comandò a l’altore che una piacevole novella dica. Li quali ubidendo fenno come comandato fu, e le danze <prese> colli stormenti, giunti al prato, là u’ l’altore, presto, disse:

DE JUSTA SENTENTIA

Di Salamone garzone e di Samuella de’ Maccabei, bella,

donna di Melchisedech, omo di gran vertù.

Nella terra santa di Ierusalem, al tempo di David re e di Salamone garzone, fu una donna de’ Maccabei nomata Samuella, bella e giovana e donna di uno nomato Merchisedech, omo di gran vertù; la quale Samuella doppo l’usare è di lui ingravidata in uno fanciullo e quello parturìo.

E sentendo Samuella che du’ lo fanno più che uno, desiderosa di provare se due omini fanno quel fatto più che uno, deliberò prendere uno che a lei piacesse: e veduto uno giovano dell’età del marito nomato Abram, quello da parte trasse dicendoli che in tutto li avea il suo amore posto e che li piacesse star contento di voler usare con lei, e che il fatto terre’ secreto. Abram, che altro non arè’ <desiderato>, tenendosi a gran ventura le parole che Samuella dicea, li rispuose: «Io sono presto».

E dato l’ordine d’esser insieme, si ritrovarono al fatto <a> tempo e luogo; e prima che Abram del corpo li discendesse, du’ volte la contentò. Samuella, che n’avea volontà et avendo già du’ volte sentito la dolcezza, disse fra se medesma: «Il mio concetto è stato buono, che bene cognosco che du’ lo fanno più che uno». E voltosi a Abram, e’ di nuovo il fatto rifornìo; né prima da lei si partìo che cinque volte diè l’acqua al molino.

E dato l’ordine per altre volte di ritrovarsi secretamente insieme, divenne che l’arte che faceano adoperò in Samuella che gravida si sentìo; e senza niente dirne, steo contenta. E venuto il tempo del parturire, parturìo uno fanciullo, dicendo a Melchisedech: «Ora hai du’ belli figliuoli, l’uno de’ quali ha nome Adamo, e l’altro che ora è nato ha nome Zaccaria». E così dimorano.

E non molto tempo dimorò che Abram morìo: Samuella dolente e niente dice. Stando fine che’ figlioli funno in età d’anni xv, il padre, cioè Melchisedech, di questa vita si partìo, lassando il suo a’ suoi figliuoli.

Rimasa Samuella vedova, per alcuna malatia sopravenutoli si vidde esser in caso di morte. E sentendosi il pecato commesso dell’acquisto fatto di Zaccaria, pensò di volersene confessare che mai confessato se n’era. Et avuto uno sacerdote, disse: «Io porto una grande passione nell’animo di uno peccato che ho a dosso, il quale è che la robba del mio marito consento che sia di <chi> aver non la dè, e colui che debitamente la dè godere, con vituperio della mia persona lil fo perdere». Lo sacerdote disse: «Dimmelo». Samuella disse: «Di vero l’uno de’ miei figliuoli fu dirittamente di Melchisedech, l’altro fu di Abram; li quali padri meco più tempo stenno, et io con loro presi mio piacere. E però quello che fu di Abram niente della robba di Melchisedech dè possedere». Lo sacerdote domandandola disse: «Quale è quello di Abram acciò che doppo la morte tua lo possa apalesare?» Samuella disse: «Io vel dirò». E come volse dire, l’anima del corpo se li partìo, morta fu.

Lo sacerdote, ciò vedendo, tratto le persone e’ figliuoli, disse tutto ciò che Samuella avea ditto, Adamo e Zaccaria, fratelli di madre, diceano ciascuno esser quello che la robba di Melchisedech possedere dovea. E fu tanta quistione fra loro che più volte si percosseno insieme; e di vero si serenno morti se non che li amici preseno pensiero che David re determinasse tale quistione.

E così davanti da David re funno. Essendo Salamone alla presenzia et udendo il dire del sacerdote e de’ giovani, disse al padre: «<Padre> ottimo, concedete che Salamone vostro figliuolo della quistione di questi giovani ne sia asolutore». David lel concedéo. E subito Salamon fe’ scavare il corpo di Melchisedech, dicendo a’ du’ fratelli: «Qualunca di voi trarrà con una saetta più presso al cuore di Melchisedech, quello serà erede di lui». E fatto venire il corpo e dato loro ii archi con ii saette in mano, e messo il corpo di Melchisedech un pogo da lungi, presente David re e tutti quelli che quine erano, presente lo sacerdote, Salamon disse che l’arco tendessero e che ognuno s’ingegni di trare diritto.

Zaccaria volontaroso disse: «Per certo io debbo la robba godere». E tira l’arco quanto la saetta è lunga, e percuote il corpo di Melchisedech, dicendo Zaccaria a Adamo: «Omai si vedrà chi dè aver la robba». E questo dicea con allegrezza, però che vedea aver dato presso al cuore a poco. Adamo con lagrime di passione disse: «O padre Melchisedech, il quale mi deste l’essere e che in corpo di mia madre Samuella m’ingenerasti, posto che mia madre a te fallisse dapoi, pure innel concetto di me a te non fallìo. Or come serò sì malvagio che tu che m’hai creato di carne e datomi l’essere, che sono tenuto di difendere e combattere quelli che t’offendessero, et io come debbia esser quello che ti percuota? Non piaccia al sommo Idio, che per tutto ’l tesoro del mondo tal fallo non farei!» E volsesi a David re e Salamone dicendo: «Prima che io voglia il mio padre percuotere vo’ che tutta la sua robba sia di Zaccaria, et eziandio vo’ che di cruda morte mi faccia morire». E gittato via l’arco e la saetta, gittatosi a’ pie di Zaccaria dicendo: «La robba sia tua, e me uccide, prima che mio padre vegga con quella saetta che innel corpo l’hai fitta»; Salamone, veduto il modo di Zaccaria del balestrare e veduto il modo tenuto per Adamo, subito sentenziò che Adamo era vero e legitimo figliuolo di Melchisedech e che Zaccaria era veramente quello bastardo adultero che Samuella avea di Abraam generato, assegnando la robba a Adamo et a Zaccaria posto silenzio.

Adamo con lagrime levatosi e trattosi li suoi vestimenti, al padre li misse et onorevilmente di nuovo, come se allora morto fusse, lo fe’ soppellire, avendoli la saetta tratta del corpo, dicendo a Zaccaria: «Per amor di Dio e di mio padre ti perdono il colpo dato, e per ricompensazione di loro, sono contento che la casa mia in sussiduo della tua vita non ti vegna meno».

David re lodando Adamo di quello avea fatto, e dice a Salamone figliuolo lodo.

Ex.° lxiii.

LXIIII

D>itta la bella sentenzia udita da Salamone, li stormenti incominciaro sonare; le danze cominciate e venuti frutti e confezioni con vini grechi in abundanzia, e fatto alquante danz’e restati li stormenti, si puoseno a sedere e con vini e confezioni si confortarono. E dapoi il preposto comandato che l’altore una moralità dica e poi una novella fine che l’ora sera della cena, e voltosi l’altore alla brigata disse:

«In ogni stato si cognosce donna,

com’è vestita o nuda,

che si dimostri per costumi donna:

dirò io per questo che una sia donna

che ’l corpo in drappi chiuda

con feminili efetti e non di donna,

dichinandosi a quel che dé esser cruda?

No, ma dirò che contrafaccia donna,

che veste come donna

e falsa l’opra sotto questa vesta.

E dirò <donna> d’una poverella,

cui la natura bella

ha fatto, come ch’abbi vesta trista,

pur che conservi al mondo netta fama

e voglia sol di sé quel che legge ama».

E dipoi l’altore disse:

DE MERETRICE ET JUSTO JUDICIO

Di Salamone e di quelle ii meretrici e de’ figliuoli.

P>oi che abbiamo trattato del senno di Salamone innelle du’ sentenzie per lui date, è di necessità al presente dire come, essendo in Ierusalem David re con Salamone fanciullo, fu una donna nomata Belluccia et una giovana chiamata Divizia; la quale Belluccia avea un figliuolo piccolo a petto, avuto di un suo amico, e la ditta Divizia che d’un prete avea auto uno fanciullo maschio del tempo di quello di Belluccia. E stando le ditte donne povere, per poter meno spendere, sapendo l’una dell’altra la vita teneano — cioè che Belluccia tenea uno amico bagascio e Divizia tenea uno prete —, disseno insieme se piacea loro di prendere una casa e fare una vita, che tanto mettesse l’una quanto l’altra, e con quella spesa <. . . . . . . . . . . . . . . .>

Acordate le donne tra loro di dirlo a’ loro bagasci, lo prete e l’altro contenti sperando potere senza infamia meglio il loro fatto seguire colle donne, consentirono. E presa la casa, in uno letto dormìano con quelli fanciulli ciascuna lattando il suo. E per questo modo dimoronno alquanti mesi.

Et una sera infra l’altre, essendo un dì soli e penati, lo prete e l’altro diliberonno d’andare a darsi piacere con Belluccia e con Divizia; e fenno d’aver di buone vivande e di molto vino, e così andarono lo giorno ciascuno sollacciandosi colla sua più volte, tenendo tra lor gran festa. E perché le vivande erano buone e calde, e per lo buon vino e per lo traficare della femmina, si riscaldarono li omini e le donne intanto che pare loro esser innel paradiso terresto. E cenato, perch’era di state, e ciascuno prima che si partisse una volta, oltra quello che innanti cena fatto aveano, contentaro le donne e poi si partiro lassando Divizia e Belluccia co’ figliuoli.

Venuta la sera, Belluccia calda col figliuolo da l’uno lato de’ letto si coricò, Divizia col suo da l’altra proda si misse. E subito adormentati, e mentre che <’n> tal maniera dimoravano, Belluccia rivoltasi senza sentimento, a dosso al fanciullo andò. Lo fanciullo, piccolo, di spasimo morìo senza che la trista di Belluccia si sentisse. E stata alquanto, svegliandosi e trovandosi sotto il figliuolo, tastandolo trovò lui esser morto. Senza dire niente, subito prese il morto suo figliuolo et al lato a Divizia lo puose, et il suo figliuolo vivo prende et a sé l’acosta. Divizia, che niente sente perché il vino ancora uscito non li era, stava cheta.

E venuto il giorno. Divizia isvegliatasi viddesi morto il fanciullo a lato; guardandolo cognove esser quello di Belluccia e disse: «O Belluccia, che vuol dire? Il tuo figliuolo è morto: io l’ho trovato apresso di me, e tu hai il mio in braccio». Belluccia fa vista di dormire et a niente risponde. Divizia la dimena, dicendo: «Sta su che ’l tuo figliuolo è morto». Belluccia fa atto di svegliarsi, dicendo: «Che vuoi?» Divizia dice: «Non vedi che hai il tuo figliuolo morto?» Belluccia dice: «Il mio figliuolo ho in braccio, e se tu come cattiva hai il tuo morto, non ti darò però il mio vivo». Divizia, che cognosce il suo figliuolo, affermando dice lo vivo esser suo e ’l morto di Belluccia. E volselo prendere gridando: «Accur’uomo!» Li vicini traggano, la quistione è grande tra costoro, che ognuna volea il vivo per sé.

David re sentito la quistione nata, fatto venire le donne col fanciullo vivo e <col> morto, essendo Salamone presente David re disse che la ragione dicessero che ’l fanciullo vivo ognuna lo domanda, e ’l morto ognuna nega esser suo. Salamone, udite le donne, disse a David re: «Padre perfetto, se a voi fusse in piacere che la quistione di questo fanciullo vivo io determini». David re disse: «Io contento sono».

E preso Salamone di braccio a Belluccia lo fanciullo vivo, dicendole: «Questo fanciullo di chi è figliuolo?», Belluccia dice: «Mio». E voltosi Salamone a Divizia disse: «Di chi è questo fanciullo?» Divizia dice: «Mio». Salamone dice: «Questo fanciullo è di voi due, e pertanto vo’ che con una spada si divida, e la metà sia di Belluccia e l’altra sia di Divizia». Prese una spada nuda tenendo lo fanciullo da l’uno de’ lati e la spada da l’altra mano. Belluccia dice: «Io sono contenta». Divizia, che vede la spada alta, dice: «O Salamone, prima che io voglia che ’l mio figliuolo sia morto, io voglio che voi lo diate tutto vivo a Belluccia». Salamone, vedendo questo fatto, giudicò il fanciullo esser di Divizia e non di Belluccia.

E per questo modo Salamone diè il terzo giudicio.

Ex.° lxiiii.

LXV

U>dita la bella novella, il preposto comandò che a cantar le donzelle e’ cantarelli cominciassero. Loro presti dissero:

«L’un biasma l’altro e nessun sé riprende,

vegendo per altrui nell’uovo il pelo

tal c’ha di sé innanti a li occhi il velo.

Lode de’ rio altrui non danno fama

perch’e’ non sa dir bene; e ’l suo dispregio

nel petto al buono è giudicato fregio.

Non dura infamia né ingiusta loda,

perché ’l ver luce e ’l falso ha giusta coda».

E ditta, del prato si mossero però ch’era l’ora della cena; e così fu obedito e di buone vivande cenaro dove ne trovonno in abondanzia, tenendo i modi usati fine all’ora del dormire. Allora il preposto volto a l’altore disse che per lo dì seguente ordinasse bella novella fine a L’Aquila. L’altore, aparecchiato a ubidire, steo fine alla mattina quando la brigata fu levata.

Udita la messa, l’altore si volse alla brigata parlando:

DE DISHONESTATE VIRI

De lo figliuolo dello imperadore di Gostantinopoli:

capitato a Genoa, mal compunto se n’andò a casa.

L>ungo tempo fu che lo ’mperadore di Gostantinopoli nomato Cesari Ardito avendo uno suo figliuolo nomato Ottaviano già grande d’età di anni xiiii, il quale, non volendo a senno del padre suo stare, più volte si partì da lui; lo ’mperadore, che <figliuoli> più non avea et era in tempo che più non aspettava, con preghi più che con battiture lo ritenea. Ottaviano, che avea il sangue caldo e la gioventù lo portava, dal padre si partìo. Lo ’mperadore, che ciò ha sentito, diliberò, poi ch’e’ tante volte s’era fugito, che se ritorna di tenerlo in prigione; e ciò promette. Ottaviano, di ciò sentendo, si partìo, del paese di Gostantinopoli s’asentò andando in qua et in là, faccendosi nomar Borra.

E non molto tempo passò che il ditto Borra giunse a Genoa, là dove li denari li venne meno; e poco vi steo che tutto ciò che avea di mobile consumò. E perché non avea arte impresa et anco perché non si volea invilire, a niente si dava, salvo che si riducea alla barattaria, là u’ alcuna volta ricogliea alquanti dadi e co li altri baratieri si mettea a giucare e talora li venia vinto uno o du’ grossi. E cosìe si vivea assai miseramente e mal vestito. E per questo modo dimorò in Genoa più di iii anni tenendo la vita che v’ho ditta, e talora n’andava senza cena a letto.

Avenne che un giorno innel principio dell’ugelliera delle quaglie avendo vinto alquanti grossi, vedendo uno bello sparvieri quello comprò. E perché molti n’avea già tenuti, quello governava tanto gentilmente che non era in Genoa sparvieri sì bello.

E portando il Borra quello sparvieri in pugno, uno gentiluomo genovese nomato Spinetta dal Fiesco vedendolo e piacendoli, disse: «O Borra, vendemi cotesto sparvieri». Borra disse: «Messer, vender nol voglio, ma se vi piace io vel vo’ donare». Spinetta dice che lo vuole comprare; Borra dice che volentieri lel dona.

Spinetta risponde: «Come, non ho io tanti denari che cotesto sparvieri possa comprare?» Borra disse: «De’ denari avete assai, ma questo sparvieri non si può aver con denari, ma in dono lo potreste avere». Spinetta superbo disse: «Deh, gaglioffo e ribaldo che mi rispondi e dici che per denari cotesto sparvieri non arei: e pensi che io voglia che si possa dire che uno ribaldo abia fatto dono a Spinetta dal Fiesco?» E di rabbia le li strappò di mano e per le guance ne li dieètanti colpi che lo sparvieri e le guance di Borra tutte si fracassonno. E morto lo sparvieri e gittatolo via, disse: «Ora, ghiottone, hai donato lo sparvieri!»: e lassòlo forte piangendo. Era questo Spinetta sì potente in Genoa che neuno osò dire niente mentre che Borra battea, ma cheti stanno.

Borra, che ha ricevute le battiture per volere essere cortese et ha ricevuto villania, disse: «Oimè, tristo, quanto sono da poco! A dire che io sia figliuolo dello ’mperador Cesari Ardito di Costantinopoli, e così tristamente mi lassai alla cattività vincere! Che se io fusse a casa di mio padre e fusse in buona con lui, arei più baroni e re che mi farebbeno onore che non a persona in Genoa; et io cattivo per mia tristizia tanto bene ho perduto! Ma se io pensasse che ’l mio padre mi volesse ricevere, s’io dovesse morire anderei a lui: ma io penso che non mi vorrà vedere». E con questo pensieri steo alquanto; poi rivoltósi a se medesmo dicendo: «O cattivo me, che mio padre è vecchio e se Dio facesse altro di lui lo ’mperiatico e la terra si prenderà per altri, et io meschinello mai andare vi potrei. E pertanto se il mio padre mi dovesse uccidere, io convegno a lui andare».

E subito se n’andò in terzanaia dimandando se alcuno naviglio andava verso Costantinopoli. Fulli risposto di sì. E fatto motto al patrone se volea che lui andasse che non volea altro che le spese, lo patrone, udendo che non volea soldo se non le spese, fu contento. E venuto l’ora del partire, la nave messa in punto, Borra entrato in nave, con buon vento giunseno al porto di Costantinopoli.

E messo scala in terra, Borra disse a uno suo compagno: «Io ti prego che vadi al palagio dello ’mperadore, e domanda di Tedici; e s’è’ ti dice perché lo domandi: — Uno giovano ch’è alla nave t’adomanda, e che non lassi per nulla che a lui vadi—».

Era questo Tedici spenditore dello imperadore. Andato il navichiere a corte, domandato di Tedici, subito Tedici fu venuto. E fattoli l’ambasciata del Borra, Tedici subito stimò fusse Ottaviano figliuolo dello ’mperadore. Dimandando il navichieri come il giovano avea nome, rispuose: «Fassi chiamare il Borra». Tedici subito si parte et alla nave se n’andò. Borra, com’ebbe veduto Tedici, l’ebbe cognosciuto; et ito da parte, Tedici domanda: «Qual è quel giovano che m’ha fatto richiedere» Borra dice: «Io sono». Tedici lo riguarda e parli già averlo veduto, ma perché era innel viso per lo sole alquanto diventato nero, disse come avea nome e chi era. Rispuose: «Io ora mi fo chiamare Borra, ma il mio nome diritto è Ottaviano figliuolo dello ’mperadore». Tedici subito l’ha ricognosciuto; e domandandolo del padre e delle condizioni di corte, Ottaviano tutto raconta. Tedici, che ’l vede nudo, subito se n’andò innella terra e di bellissimi panni lo riveste e seco lo mena faccendolo stare in una camera del palagio, dicendoli: «Spettami».

Et andato Tedici in sala, trovò lo ’mperadore esser a taula. E Tedici dice: «O imperadore, quanta allegrezza serè’ la vostra se il vostro figliuolo Ottaviano fusse con voi o si sapessi se vivo o morto fusse!» Lo ’mperador dice: «Tedici, tu di’ il vero, che se Ottaviano mio figliuolo fusse vivo, se io dovessi spendere ciò ch’io habo, o cattivo o buono che ser fusse lo farei d’avere, che penso che bene s’amenderè’». E questo dicendo gittò un gran sospiro, lagrimando. Tedici, che ha veduto la volontà dello ’mperadore, subito se n’andò alla camera dov’era Ottaviano dicendoli che allegramente al padre ne vada et a lui chiegia perdono gittandoseli a’ piedi: «Et io serò teco». Otaviano rasigurato ciò fece. E giunto Tedici in sala con Otaviano disse: «Santa corona, ecco il vostro dolcissimo figliuolo». Otaviano subito gittatosi ginocchioni, al padre chiese perdono. Il padre allegro li perdonò e fe’ festa inestimabile per lo riauto figliuolo.

Dimorando Otaviano in corte con tanti buoni costumi che tutte le persone diceano Ottaviano esser da più che ’l padre, e poco tempo steo che lo ’mperador passò di questa vita; e subito fu fatto imperadore Otaviano. Le terre marine e li altri signori — e cioè masimamente Vinegia e Genova — sentendo la lezione del nuovo imperadore, subito i genovesi fenno imbasciaria che in Costantinopoli si trovasseno. E funno di Genova eletti tre cittadini gentili e grandi fra’ quali fu Spinetta dal Fiesco, il quale avea dato per le guance dello sparvieri a Borra.

E caminati, giunseno in Costantinopoli con l’altre imbasciarie. Lo ’mperador davanti a sé li fe’ venire: e venuto li genovesi, cognove Spinetta dal Fiesco; e chiamatolo, disse: «Messer, faceste mai oltragio a persona?» Spinetta disse: «Santa corona, no». Lo ’mperadore dice: «Non può esser che qualche ingiuria ad altri non abiate fatto». Spinetta, ricordandosi dello sparvieri, disse: «Sì, che io feci ingiuria a uno gaglioffo chiamato il Borra, il quale era in Genova et avea uno sparvieri e voleamelo pur donare, et io lo volea in vendita; e’ non volendomelo vendere ma sì donare, io quello sparvieri presi e tanto ne li diedi per le guance che tutto lo feci insanguinare, e lo sparvieri uccisi. E questo mi pare che sia la ’ngiuria che ad altri ho fatto». Disse lo ’mperadore: «Or non fu ben grande?» Rispuose Spinetta: «Sì, che poi che lo sparvieri mi piacea io lo dovea prendere in dono, et a lui, perch’era nudo, per ricompensazione lo dovea vestire; e però feci male». Lo ’mperadore disse: «Et io vi sono più tenuto che a persona del mondo, però che io fui quello che lo sparvieri avea e che ricevei da voi i colpi. Et acciò che mi crediate che io vi cognosco, voi siete nomato Spinetta del Fiesco, e tali colpi dello sparvieri innella guancia mi deste presso alla barattaria; e faceami allora chiamar Borra. E però cognoscendo quello che io era, dispuosi a ritornare a mio padre. E però io vi sono molto tenuto et obligato, che la ingiuria che io ricevei fu cagione di farmi ritornare; e per quello sono ora imperadore, che serei tristo e ribaldo. E pertanto chiedi ogni grazia et io la farò». L’imbasciadori tutti, vedendo la benignità dello imperadore, ognuno colle grazie piene tornarono.

E tornati i genovesi in Genova narronno la cosa. Per la qual cosa deliberò il consiglio di Genova che ogni persona d’allora innanti si dicesse messere, però che altri non può sapere, perché sia malvestito, che persona sia, come s’è veduto lo figliuolo dello ’mperadore stare come gaglioffo nudo alla barattaria. E per questo modo oggidì in Genova s’oserva.

LXVI

G>iunti la sera a L’Aquila, dove la brigata vi fu bene servita con quelle cose che ordinate erano, e quando fu l’ora d’ire a dormire il preposto comandò a l’altore che per lo dì seguente, che andar doveano verso Napoli, una novella ordinasse secondo il luogo che a cenar doveano; ma ben volea che qualche moralità prima dicesse.

L’altore inteso disse che fatto serè’, e disse:

«O anima corrotta, che abandoni

la ferma dota c’hai

e cerchi di tenere il fugitivo,

la tua beatitudine in che poni?

Nell’acquisto che fai?

Deh, guarda quanto elli è spregiativo:

tu vedi ben che ’l corpo è teco vivo

e senza te è morto suo inteletto;

per suo picciol diletto

aciechi e fai di te cosa terrena:

avendo que’ disii già non t’apaghi.

Donque perché ti smaghi

dall’opra che ti dà vita serena

e fatti rubel dell’angiol, che dimane,

morto, non fia da più ch’un tristo cane?»

E ditta, a dormire si puoseno, che bisogno n’aveano, fine alla mattina, stimando l’altore di fare du’ giornate del camino. E voltatosi alla brigata disse:

DE NOVA MALITIA IN TYRANNO

Del Veglio della Montagna di levante.

N>elle parti di verso levante e mezzodì dove il Gran Cane e’ magior signori de’ Tartari dimorano, fu uno signore chiamato il Veglio della Montagna, il quale avendo una sua città situata alla bocca d’una grandissima montagna — la qual città era fortissima—, e doppo questa città alla bocca di tal montagna avea una gran pianura con bellissimi fiumi circundata di monti alti, innella qual pianura entrar non si potea se non per la città e per le porti che alla bocca della montagna fatto avea; in sulla qual bocca avea uno castello foltissimo innel quale il Veglio signore dimorava.

Avea questo Veglio signore ordinato che in quella gran pianura fusse ordinato artificiosamente condutti di mèle e di zuccaro latte e vini, con palagi tutti ornati d’oro, bellisimi prati et odoriferi frutti, con tutti ornamenti che a tali cose si richiedeno. E per più diletto avea inne’ palagi ugelli domestichi che volavano de li arbori inne’ palagi cantando dolci versetti. E in ta’ palagi di continuo con certo modo dentro vi mettea giovane belle di xiiii e di xv anni con stormenti e canti, adornate di drappi dorati, con quelle vivande che chi fusse pasciuto di quelle li parrè’ aver ben mangiato. Quine non vecchio omo né donna entrar potea se il Veglio non ve lo mettea; e di quanti diletti erano che prender si possa, in quello avea ordinato che si prendesse.

Dapoi avea il ditto Veglio signore ordinato che ogni dì per li loro sacerdoti facea predicare molte cose secondo la loro costuma e legge. E doppo molte cose ditte, conchiudea tal predicatore che chi facea la volontà del signore Veglio e che per lui morisse, andava in paradiso; narrando il paradiso esser tra montagne eltissime, innel quale entrar non si potea, et in un bellissimo piano innel quale erano fiumi di zuccaro mèle e latte e vino, con bellissimi prati, case dorate, frutti odoriferi. Quine gioventù — giovane di xiiii e xv anni bellissime, vestite et adorne di vestimenti dorati —; quine suoni balli canti e giuochi, di prendere di quelle giovane qual più li piace; quine non fame sete né pestilenza piova pianto né neuna mala conturbazione; quine sempre vivendo e d’ogni diletto di corpo potere suo agio prendere né mai di tal luogo desiderio di partirsi. E chi non facea i comandamenti del ditto signore avea pena inestimabile in pena di fuoco eterno. E questa predica facea ogni dì dire.

E veduto il Veglio chi avea voluntà, il giovano gagliardo e desideroso per le prediche di andare in paradiso a godere tanto bene, subito tal giovano facea richiedere e con uno beverone lo facea dormire; e poi in dormendo lo facea metter dentro dal suo castello e per la porta lo facea condurre innella pianura ditta. E quine era vestito di drappi dorati, e poi lo facea destare: e come si vedea essere sì onorevile vestito, e vedutosi tra quelle montagne, e’ comprendea. <E vedendo> le damigelle con cui elli si prendea piacere e li stormenti suoni balli e canti, li desnari e le cene, co’ condutti di zuccaro mèle e latte e vino, e’ frutti adoriferi, ricordandosi delle prediche udite, dicea: «Io sono veramente in paradiso!» E avea tanta allegrezza che dire non si potrè’: stando sempre abracciato or con una damigella or con un’altra, tutte giovane, vestite di drappi dorati, le vivande buone, con piaceri inestimabili. E per questo modo il signor Veglio li tenea più giorni.

E quando li avea così più giorni tenuti, li facea adormentare e di fuora ne li traeva vestendoli de’ suoi vestimenti, e fuora del castello li mettea. E quando si svegliava, raguardandosi si vedea malvestito e fuora di tanto bene, ricordandosi di quello che più giorni avea sentito e provato, malanconoso stava. Lo signore Veglio, che tutto sapea, mandava per lui dicendoli qual fusse la cagione che così malinconoso stava, dicendo: «E’ serè’ vasto che tu avessi perduto il paradiso, tanto ti veggo malinconoso». Lo giovano rispondea: «Cotesto ho io bene perduto e non so come!» Lo signore Veglio li dicea: «Tornarestivi volentieri?» Lo giovano dicea: «Sì, messer». Lo signore dicea: «Tu sai che se mi ubidisci e per me muori tu vai in paradiso; e però se tornar vi vuoi, ti dico che facci il mio comandamento». <Lo giovano> rispondea che era presto, e lui dicea: «Io vo’ che vadi a cotal signore e quello ucciderai <e’> suoi vicini». Li giovani, per tornar in paradiso che assagiato aveano, ubidìano et a’ luogo comandato andavano e tal signore uccideano e loro erano uccisi.

E per questo modo lo signore Veglio conquistò più paesi: fine che ’l Gran Cane nel venne a disfare, e’ fece più di lx giornate intorno a sé uccidere tutti que’ signori. Di che il Gran Cane per paura li cavalcò a dosso e disfe’ lui e quel sito.

Ex.° lxvi.

LXVII

L>a brigata giunta in un borgo presso a Napoli xxv miglia in su l’ora del desnare, et aparecchiato per la brigata, con piacere desnaro cose da sabato in abundanzia. Et alquanto stati in piacere, lo preposto disse a l’altore che non spettasse istormenti né danze s’adoperino, però che per lo giorno non erano onesti; e pertanto comandandoli che una moralità dica e poi una novella seguisse, quando aranno un pogo dormito, fine alla cena, l’altore, spettato il tempo, si voltò a la brigata dicendo:

«Canzon, tu te n’andrai pur dietro a’ ghiotti

non curando dispregio

di loro a te per tu’ lor dispregiare,

e a lor dirai con piacevoli motti

ch’ai petto non pon fregio

altrui di gloria il morbido mangiare:

ma de i dolci cibi dispregiare

ch’ in vita star sempre ama,

cercando per vertù acquistar fama».

E poi disse:

DE EBRIETATE ET GULOSITATE IN PRELATO

Di prete Bernardo Busderla, prete di San Giusto in Lucca.

F>u nella città di Lucca uno prete nomato prete Bernardo Busderla, omo più tosto a comunicar vacche che dir l’officio, il quale non per sue vertù ma per alcuna amicizia li fu dato una chiesa a governo nomata San Giusto; lo qual prete ogni dì si convenìa di vino impiere il barletto intanto che sempre li durava la caldezza del vino ii dì, e per trarsela non tenea chierico. E pure essendo di necessità di dire la messa, prendea alcuna volta a rispondere or questo or quello; e infra li altri avea uno suo vicino nomato Paulo Sermarchesi, alquanto mentagatto, che alcuna volta per avarizia per chierico l’avea.

Avenne che una volta il ditto prete Bernardo, avendolo richiesto che aitare li venisse, parendo che troppo fusse stato li diè alquante capezzate. Paulo, ben che mentagatto fusse, cognove le capezzate che sentìano, e pensò di pagarnelo. E non volendo molto indugiare, la seguente mattina si dispuose punire il prete dell’opre suoi.

E subito la stagnatella, là u’ si mettea il vino da fare sacrificio, empìo di calcina e d’aceto; e quando fue a l’altare prete Bernardo, che sempre il calice empiea, prese la stagnatella di mano a Paulo e innel calice, senza che s’acorgesse di niente, lo misse. E sacrato il corpo e lo sangue di Cristo e poi messosi lo calice a boca, prima che sentisse la fortezza dello aceto e della calcina più che la metà mandò giù. Et acorgendosi, si voltò <a> Paulo dicendoli che avea fatto. Paulo disse: «Sere, se crepassi e’ tei convien bere». Lo prete quello a mal suo grado beve.

E per questo modo fu pagato da uno matto lo matto magiore.

Ex.° lxvii.

LXVIII

U>dito il preposto la bella novelletta del cattivo prete, un’altra ne comandò a l’altore che ne dicesse. E dapoi sedendo a cenare l’altore parlò dicendo:

 

<DE> DESMEMORAGINE PRELATI

Di Paulo Sermarchesi, servendo alla messa con lo prete di San Giusto.

V>oi avete udito quello che quel Paulo mentegatto fe’ a prete Bernardo; ora dirò che, essendosi di quella chiesa il ditto prete partito, cioè di San Giusto, <venne> uno prete pisano nomato Biagio, il quale d’avarizia avanzava il ditto prete Bernardo e teneasi da tanto che tutta la chiericia di corte di Roma secondo il suo parere non erano da tanto quanto lui si tenea, andando col capo alto; e più, <innel> canto avanzava il canto delli ermini. Dimorando il ditto prete Biagio in Lucca, e talora officiava innella ditta chiesa, e non avendo chierico, richiedea Paulo Sermarchesi che a lui aitasse la messa dire, avendolo amonito che lui non trattasse come avea fatto prete Bernardo. Paulo soprascritto dice ch’è bene.

E stando per tal maniera, un giorno solenne di festa venendo a dire la messa, disse a Paulo che faccia et aparecchi vino dilicatament’e ogni cosa. Paulo mentegatto ode dire che dilicato faccia, pensò infra sé di sapere che cosa era dilicata: e ricordatosi dell’olio, andò alla stagnatella in che l’acqua si mettea e quella impìo d’olio et a l’altare l’aregò.

E cominciato la messa prete Biagio, Paulo rispondendoli, venne a metter il vino nel calici e l’acqua. Paulo data la stagnatella a prete Biagio, il vino e l’olio innel calici misse. E poi al lavar delle mani fattosi porger a Paulo l’acqua, lavandosi disse: «Questa è buona acqua?» Paulo disse: «Sì». Consecrato il corpo e ’l sangue di Cristo e venutosi a comunicare, prendendo prima il corpo e poi prendendo il calice cominciò a bere. E sentendosi le labra unte, disse a Paulo: «Arestimela fregata?» Paulo dice: «Oh, sete bestia, che mi domandate?» Prete Biagio, rimessosi il calice a bocca e beuto, sapendoli di svanito, rivoltatosi a Paulo disse: «Tu me la dèi aver fregata!» Paulo dice «Anco m’avete voi a me, superbo culo, la lingua fregata!» Prete Biagio prese un lume in mano e volse vedere quello era innel calice: o matto, che non <. . . . .>

Livra la messa, prete Biagio per vergogna lo calice livrò, dicendo a Paulo: «Per certo tu mi dèi aver dato acqua fracida». Paulo dice: «O smemorato, io t’ho dato dilicata cosa». Prete Biagio prese il calice e dell’acqua si fe’ porgere, non volendo vino sperando che Paulo li mettesse il vino guasto come fe’ a prete Bernardo. Paulo, che dell’olio ha messo molto innel calici: «Or bè in malora». Prete Biagio, avendosi udito dire più volte villania, disse: «Io ti farò sì crescere l’orecchie che più d’uno acino l’arai grandi!» E Paulo dice: «Or credi che io non sappi che tu hai la cuglia più grande che non è un ventre di bu’, porco marcio, che hai beuto tanto che dovresti esser fracido?» Prete Biagio, messosi lo calice a bocca e mandato giù, cognove esser olio. E voltosi alla brigata lamentandosi di quello che Paulo li avea fatto, Paulo disse: «Tu non berrai quello che ci è rimaso». E preso la stagnatella dell’olio, si fuggìo.

Prete Biagio rimase scernito, né più in tal chiesa usò di venire.

Ex.° lxviii.

LXVIIII

C>enato che ebbe la brigata e ita a dormire, la domenica mattina levati et udita la messa, lo preposto rivoltosi disse: «Stasera sera la nostra stanza a Napoli, dove noi quine dimoreremo almeno cinque dì acciò che ognuno possa ben comprendere la terra. E tu, altore, fa che per lo camino di bella novella consoli la brigata; e poi ogni giorno, senza comandare, una novella dirai alla brigata acciò che la stanza sia di piacere. E voialtri a servire faite le vivande perfette in abundanzia». E tutti rispuoseno che ubidito sarà: «Ma prima vo’ che al presente l’autore dica qualche moralità». Lui presto disse:

«Fama di te tu dèi lassar nel mondo:

e ben che non si scriva

per li autori, almen vogli il tuo nome

netto lassarlo e non in fondo:

che doppo morte e’ viva,

e poi se ne dirà ch’e’ vive, or come.

Adunqua gitta giù le brutte some

del voler giovenile e ’l corpo sgrava

e l’animo tuo lava,

sì che rimagni giusto e temperato:

e torrai via di te il mormorio,

o il tristo abominio

d’esser del tempo di te scelerato,

e piglia il modo di uno onesto vecchio,

e ne’ pensieri fa della morte specchio».

E ditta, l’altore rivoltandosi alla brigata disse:

DE DOCTRINA DATA A PUERO

Di Giannino da Parigi: avendo un suo padre vecchissimo e non potendo

guadagnare, lui e la moglie l’aveano in noia di tanto viver’e lo misseno

suso a lato al tetto in s’uno lettuccio tristo, sì come dice la novella nota.

N>ella città di Parigi fu un mercadante nomato Gualtieri, il quale essendo di tempo avea uno suo figliuolo grande d’età di anni xl, lo quale era chiamato Giannino, al quale Gualtieri avea tutto il suo tesoro messoli in mano. Avendo questo Giannino una donna per moglie nomata Manetta, della quale avea uno fanciullo di anni vi ditto Pippo, Giannino e Manetta, vedendo Gualtieri vecchio e non atto a guadagno, rincrescendo loro che la vita il tenea, per quanti modi poteano cercavano di fare a Gualtieri poco piacere; e massimamente Giannino, ben che Marietta riscaldava il marito a non fare a Gualtieri alcuno bene. E vedendo che la natura l’aitava a vivere, diliberonno levarselo dinanti: e suso rasente il tetto lo feceno portare e quine li feceno uno lettuccio assai cattivo, et ad alcuna lor fante di casa ditto che il mangiar li portasse. E messolo in tal parte, divenìa che Pippo alcuna volta andava a veder Gualtieri colla fante, né mai Giannino né Marietta l’andonno a vedere.

E per questo modo dimorò Gualtieri più tempo, et alcuna volta rimanea, per dimenticanza della fante et anco per fatiga, che Gualtieri non cenava. Et essendo venuto il verno e Gualtieri avendo poghi panni in dosso e cattivo copertoio, disse alla fante se Giannino fusse in Parigi. La fante disse: «Sì», «Or che vuol dire che non m’è venuto a vedere?» Disse la fante: «Forsi che non li è stato a mente». Dice Gualtieri: «Io ti prego che tu li dichi che almeno una volta mi vegna a vedere in tanto tempo, che so bene che almeno delle tre sere l’una va a vedere il cavallo: ben può venire una volta a vedere il padre». E queste parole dice alla fante essendo presente Pippo fanciullo. La fante dice: «Io li farò l’ambasciata». E partitasi, venuto la sera Giannino in casa, la fante li dice quello che Gualtieri suo padre ha ditto. <. . . . . . . .>

Pippo fanciullo: «Ma sì che ’l disse». Giannino, udendo dire che lui andava a vedere ogni tre sere il cavallo e lui non avea ancora visitato, disse: «Io lo vo’ andare a vedere». Manetta dice: «Deh, non v’andare, ell’è un’asma a vederlo: mandali del pane e del vino, e lassalo stare». Giannino, vincendoli la vergogna, si mosse et al padre andò. Pippo li andò dirieto. E quando giunse, disse: «O Gualtieri, che volete da me?» «O figliuol mio, io sto bene, se non che io muoio di freddo, e penso se io avesse un piliccione, di dì mi terebe caldo e la notte mi terre’ coperto». Il figliuolo dice: «Io vel comperò». E partitosi, andaro a cenare.

La mattina, come Giannino fue levato, disse a Pippo che seco andasse. Pippo col padre andarono a uno pilicciaio e un grandissimo piliccione comprò, e disse a Pippo: «Porta questo piliccione a mio padre». Pippo quello ne porta a casa, e prese uno coltello e per mezzo lo tagliò, tutto cincighiandolo come persona che non sapea meglio fare; e l’una parte misse in un cassa, e l’altra parte a Gualtieri <portò>, dicendoli: «Tenete la parte del vostro piliccione». Gualtieri lo prese et alle spalli sel puose; e’ parli un pogo stretto, nondimeno quello si piglia.

Giannino, la sera che torna a casa, andò al padre, dicendoli: «Come vi sentite ora che v’ho comprato il piliccione?» Gualtieri disse: «Bene, se non che m’è un poco stretto e fammi noia alle braccia, che mel conviene sempre tenere». Dice Giannino: «Come può essere, che io presi il più grande che trovar si potesse che gostò franchi iiii?» Lo padre disse: «Ell’è pur così». Lo figliuolo prese i’ lume et acostosi al padre e vidde il piliccione tutto tagliato e comprese esserne levato più che la metà.

E subito chiamò Pippo e la moglie e tutti quelli di casa, volendo sapere chi avea guasto il piliccione, cominciando da Manetta, se toccato l’avesse. Ella dice: «Deh, lassalo stare com’elli si sta». Disse Giannino: «Io ti dico se toccato l’avessi». Ella dice di no, e così dice la fante. Giannino dice a Pippo: «O Pippo, chi ha tocco il piliccione?» Pippo dice: «Babbo, io lo tagliai per serbarlo a voi: quando sarete vecchio come il babbo vostro, io vi farò mettere apresso al tetto, e perché non abiate freddo, tagliai lo pilicione acciò che l’abiate mezzo».

Giannino, udendo quello che Pippo suo figliuolo ha ditto e veduto il pilicione nascoso per Pippo, fra sé disse: «Costui è profeta, che vede che io tratto male il mio padre e così pensa elli di trattare me, et arè’ ragione. E pertanto, poi che io non sono stato fine a qui tanto savio che mi conviene dal mio figliuolo fanciullo imprendere, penso subito di voler dare al figliuolo buono exemplo». E di presente comandò che il padre fusse lavato e netto, e de’ miglior panni che avea quelli fe’ al padre mettere, comandando alla moglie che lui tratti come sé, altramente con lui non stia. Marietta, ben che mal volentieri ciò facesse, pure ubidìo, e d’alora innanti in capo di taula lo tenne fine alla sua morte.

Ex.° lxviiii.

LXX

Giunti assai di buon’ora a Napoli lo preposto e la brigata e quine trovato di vantagio aparecchiato e preso buono ostello, stato alquanto, con una canzonetta spettaro la cena, dicendo:

«Virtù luogo non ha perché gentile

animo non ci truova: el vulgo cari

tien zappator pur ch’eli abbian denari.

Per questo ognun pecunia sempre agogna,

non avendo rispetto in chi raguna

al mar, dov’è magior c’ha più fortuna.

Quel che acquisti lassa te, e tu lui;

tristo chi spende il tempo in ciò co’ lui!»

Ditta, messe le vivande in taula, tutti asettati, li stormenti sonando, cenarono con molto diletto. E così, senza di quine partirsi, fine all’ora del dormire con piacere stenno. Et andati a posare fine alla mattina, là u’ il preposto amonìo ciascuno di non partirsi di brigata ma con piacere si diano a cercare e vedere le nobiltà di Napoli fine a l’ora del desnare; e dapoi tutti si riducano indel chiostro dello albergo, presso quine, u’ trovonno cedri aranci e di tutti odoriferi frutti, con una rivieretta d’acqua chiarissima e l’erbe fresche, pieni li arbuscelli di ugellini di più maniere; là u’ volse che l’altore desse con belle novelle piacere alla brigata mentre che non si danzerà, o vero che si cantasse.

E questo comandamento fatto, ognuno alla cerca si misse fine all’ora del desnare. E tornati, le mense poste, le vivande buone, con piacere desnarono; e con una danzetta, innel chiostro o vero giardino se n’andarono e quine per comandamento del preposto a sedere si puoseno. E fatto fare silenzio, l’altore disse:

DE VIDUA LIBIDINOSA

Delle salsicce adoperate per monna Orsarella vedova da Firenze.

Poi che giunti siamo in questa città dove gran diletti di tutte cose si prende e massimamente di femine, e’ mi occorre una novelletta di racontare, la qual’è: in Firenze fu una giovana delli Strozzi, vedua, nomata madonna Orsarella, la quale, essendo di pogo tempo rimasa vedova d’un suo marito, è convenuta ritornare a casa d’un suo fratello nomato Matteozzo Strozzi, il quale avea una giovanetta di moglie assai piacevole chiamata Anna, faccendo insieme una famiglia; et a una mensa mangiavano e tutte cose acomunecavano innella vita, salvo che Orsarella in una camera sola per sé si dormìa vivendo onestamente.

Et essendo Matteozzo vago di salsicce, se ne fe’ a uno beccaio fare alquante in morselli d’un palmo e più, assai grosse e fine, e quelle ne mandò a casa comandando che, fine che durano, ogni dì se ne cuoca un pezzo. Et apiccate quelle salsicce, com’è d’usanza, in una parete della casa, vedendo madonna Orsarella quelle salsicce, ricordandosi del marito che quasi simile di forma avea quell’ugello che più volte riposto avea, pensò con alcuni de’ pezzi della salsiccia contentar la bocca stata di pasto digiuna più tempo. E con alquanti di quelli si dava piacere intanto che, maginando col marito essere, tenendo li occhi chiusi e in mano la salsiccia, fornìa il suo piacere. E per questo modo quasi ogni dì più d’un pezzo di salsiccia logorava. E non molti giorni durava la salsiccia comperata per Matteozzo che la fante li dicea che delle salsicce comprasse. Matteozzo, che vago n’era, dell’altre simili a quelle comprava, et Orsarella di continuo con quelle si pascea del disiato apetito. E parendo a Matteozzo le salsicce logorare più che non si solea, pensò fra sé che la fante le desse a chichesia, o vero che da se medesma le mangiasse, diliberando innomerare li pezzi per sapere quanti dì durano.

Et ito alla taverna, fe’ conto per uno mese xxiiii pezzi vastare et anco d’avanzo. E senz’altro dire steo atento di inomerare ciascun pezzo che innanti li venia. E’ cominciò a nomerare et Orsarella di quelle al suo mestieri adoperava, intanto che non fu passato il mezzo mese che la fante disse: «Matteozzo, comprate delle salsicce, che non ce n’ha se non per una volta». Matteozzo, meravigliandosi molto, pensò per certo vedere chi quelle salsicce toccava.

E senz’altro dire, delle salsicce comprò; e postosi a vedere se la fante le toccava, trovò che non era quella chele salsicce logorava. Apresso steo a vedere se la donna sua quelle toccava: similmentre trovò non toccare. E dandosi a vedere quello che Orsarella facea, trovò che Orsarella ne prendea ii pezzi e con quelli n’andava in camera. Matteozzo di secreto si puone alla camera credendo che Orsarella le mangiasse. E vedendo in camera non esser fuoco, disse fra sé medesmo: «Mangerebe<le> crude?» E ponendosi a vedere, vidde Orsarella distendersi in su uno lettuccio, et alzatasi li panni dinanti a tutta scopertasi fine al corpo, chiudendo li occhi un pezzo di salsiccia innella grignapapola si misse, e colla mano menandolo, per tal modo che Orsarella, avendo messo la posta, il suo gittò in pari. E così vidde ii volte mettere e cavare. Matteozzo, che ciò ha veduto, disse: «Non meraviglia che le salsicce mancavano, a dire che Orsarella in uno boccone ne inghiotte un pezzo!» E partitosi, pensò di vergognare Orsarella.

E stando la sera a taula, Matteozzo dice alla fante: «Domattina cuoce un pezzo di salsiccia, ma fa che non sia di quelle che Orsarella si mette innella grignapapola; che non era meraviglia se ogni dì mancavano, a dire che ella in un boccone <la salsiccia> cruda innella bocca senza denti si mettea». Orsarella, che ode quello che fatto avea esser saputo, disse: «O Matteozzo, pensi tu che io non abbia desiderio de l’uomo come la donna tua? E dìcoti che le salsicce per me logorate è stato cagione di preservare il tuo onore: che se tali salsicce non avessero alquanto metigato la rabbia della bocca senza denti, io l’arei dato tal boccone a prendere che poga fatica arei auto a la mano, che senza adoperarvi mia mano sarei ben contenta. E pertanto ti dico: o tu mi consenti le salsicce, ben che poco frutto faccino, o tu mi da nuovo marito». Matteozzo, che ode la rabbia della sorella, per non ricever magior danno né vergogna, la maritò. Et ella senza salsicce in parte contentò l’apetito suo canino. E Matteozzo più salsicce comprar non volse perché in sdegno l’erano venute.

Ex.° lxx.

LXXI

L>e giovane che nella brigata erano, con gran fatica ritennero che l’ilarità non dimostrassero per la dilettevole novella, ma pur l’onestà della brigata le strinse, spettando tempo di potere di tal piacere prendere ristoro. Il preposto e l’altre brigate si puosero a sedere, li stormenti sonando preseno <le danze> fine che al preposto piacque ballarono. E fatto silenzio, fe’ alcuna canzonetta a’ cantatori e cantarelle cantare in questo modo, cioè:

«Amor, s’i’ son dalle tue man fuggito,

non ti doler di me ma di costei, io

che ’n pena mi tormento servendo lei.

E non pensar ch’i’ sia mai più scernito

da te e lei, ben ch’ella stia nel volto,

che redire in pregion, <chi n’esce>, è stolto.

Chi libertà cognosce quant’è cara,

chi la smarrisce a ritrovar l’apara».

E ditta, intanto la cena aparecchiata fu e di buona voglia cenarono e con allegrezza andarono a dormire fine alla mattina. E datosi a vedere la nobiltà di Napoli tanto che fu l’ora del desnare, e desnato, lo preposto a l’altore comandò che quando innel giardino fussero, dicesse alla brigata una novella. E così, danzando innello giardino funno asettati dove l’altore disse:

DE BONIS MORIBUS

Di Dante fiorentino, come andò a Napoli a’ re Uberto.

N>el tempo che’ re Uberto di Napoli era vivo, era in vita quel poeta novello Dante da Firenze, il quale non potendo stare in Firenza né in terra dove la Chiesa potesse, si riducea il preditto Dante alcuna volta con quelli della Scala et alcuna volta col signore di Mantova, e tutto il più col duga di Lucca, cioè con messer Castruccio Castracani.

Et essendo già la nomea sparta del senno del ditto Dante e i’ re Uberto desideroso d’averlo per vedere e sentire del suo senno e vertù, con lettere scrisse al preditto duga e simile a Dante che li piacesse andare. E diliberato Dante d’andare in corte de’ re Uberto, si mosse di Lucca e caminò tanto che giunse in Napoli, dove noi siemo. E venuto in corte vestito assai dozinalmente come soleano li poeti fare, e fatto asapere a’ re Uberto come Dante era quine venuto; e’ fattolo richiedere, era quasi <l’ora> del desnare quando Dante giunse in sala dove lo re Uberto desnar dovea.

E dato l’acqua alle mani et andati a taula, lo re alla sua mensa e li altri baroni posti a sedere, ultimamente Dante fu messo in coda di taula. Dante come savio vede quanto il signore ha avuto pogo provedimento: nondimeno, avendo Dante voluntà di mangiare, mangiò. E come ebbe mangiato, subito si partìo e caminò verso Ancona per ritornare in Toscana. Lo re Uberto, poi ch’ebbe mangiato e stato alquanto, domandò che fusse di Dante. Fulli risposto che lui s’era partito e verso Ancona caminava. Lo re, cognoscendo che a Dante non avea fatto quello onore che si convenìa, pensò che per tale cagione si fusse isdegnato, fra sé disse: «Io ho fatto male: poi che mandato avea per lui lo dovea onorare e da lui sapere quello disiava». E di subito rimandò per lui fante proprio, il quale, prima che giunto fusse ad Ancona, l’ebbe trovato e datoli la lettera de’ re.

Dante rivoltósi e ritornò a Napoli, e d’una bellissima robba si vestìo e dinanti da’ re Uberto si presenta. Lo re lo fe’ al desnare mettere in capo della prima mensa, che al lato alla sua era. E vedendosi Dante esser in capo di taula, pensò dimostrare a’ re quello avea fatto. E come le vivande vennero e’ vini. Dante, prendendo la carne, et al petto e su per li panni se la fregava; così il vino si fregava sopra i panni. Lo re Uberto e li altri baroni che quine erano diceano: «Costui dè esser un poltrone, a dire che ’l vino e la broda si versa sopra i panni». Dante ode che altri lo vitupera, stava cheto. Lo re, che ha veduto tutto, rivoltosi a Dante dicendoli: «Dante, che è quello che io v’ho veduto fare? Tenendovi tanto savio, come avete usato tanta bruttura?», Dante, che ode quello desiderava, disse: «Santa corona, io cognosco che questo grande onore ch’è ora fatto, avete fatto a’ panni; e pertanto io ho voluto che i panni godano le vivande aparecchiate. E che sia vero, vi dico che io non ho ora men di senno che (allora quando prima) ci fui, poi che in coda di taula fui asettato, e questo fue perch’io era malvestito. Et ora con quel senno avea son ritornato ben vestito e m’avete fatto stare in capo di taula». Lo re Uberto, cognoscendo che Dante onestamente l’avea vituperato e che avea ditto il vero, subito comandò che a Dante fusse una robba aregata. E rivestito, Dante mangiò avendo allegrezza che avea dimostrato a’ re la sua follia.

E levati da taula, lo re ebbe Dante da parte: praticando della sua scienza, trovò Dante esser da più che non li era stato ditto. Et onorandolo lo fe’ in corte restare per potere più avanti sentire.

Ex.° lxxi.

LXXII

L>o preposto e la brigata avendo udito la novella di Dante, li stormenti cominciarono a sonare; e le danze prese, danzarono con tanto piacere che l’affanno sostenuto del caminare niente si ricordavano; e tal danze fenno più ore, tanto che i confetti e’ grechi funno aparecchiati. E rinfrescatosi tutti, lo preposto a l’altore si rivolse comandandoli che una novella dica fine che’ cantarelli d’una canzonetta vorranno le donzelle far liete. L’altore, che presto era a ubidire, disse: «Dicano, et io poi dirò la mia novella». Li cantarelli disseno:

«Canzone, a chi non sa vivere andrai,

dicendo: Io son colei

che do di buona vita altrui la via

e ’nsegno per vertù qui fugir guai

e’ vizii uccider rei

a chi seguir vuol la dotrina mia.

Io son colei che mostro la follia

su’ a colui che ’l mondo tiene a bada:

di paradiso ancor mostro la strada».

L’altore poi disse:

DE JUSTA RESPONSIONE

Come lo re di Napoli volse provare di veder lo senno

di Dante da Firenze in più modi.

C>ome innell’altra novella avete udito, come i’ re Uberto di Napoli per desiderio di vedere Dante e per sentire quant’era il suo senno in corte l’avea fatto venire; et essendosi acorto che lui era savio, lo volse provare come era forte a sostenere le ingiurie: e pensò farlo adirare per mezzo de’ suoi buffoni. E fattone dinanti da sé venire vi, comandò loro che a Dante dessero tanta noia di parole che lui s’adiri; non però volea che dicessero né facessero cosa da dispiacere, salvo che con parole per modo di motti lo tastassero. Li buffoni (perch’e’ naturalmente hanno alcuna ritentiva et astuzia) pensonno con alcuni motti fare adirare Dante, e simile pensarono la sua scienzia vilipendere con uno onesto modo.

E fatto loro pensieri, ciascuno de’ ditti buffoni di bellissime robbe si vestiro et in presenzia de’ re e di Dante se ne vennero. Lo re, che sa quello che coloro han diliberato, prendendo Dante per mano, e per la sala l’andava menando domandandolo or d’una cosa or d’un’altra, tanto che i buffoni, acostatosi a’ re disseno: «Santa corona, noi ci meravigliamo che voi così di segreto state con cotesto prelato, il quale ci pare che debbia essere da poco». Lo re disse: «Come, non cognoscete voi costui, che è il più savio omo d’Italia?» Li buffoni dissero: «Come è quello dite? È costui Salamone?» Rispuose il re: «Egli è Dante!» «Tò, togli!», disse uno delli buffoni, «Fa’ buot’a Dio, che mi pare innell’aspetto di que’ brodolasti da Firenze, e non so se elli è tanto savio che sapesse l’Arno rivolgere in su acciò che de’ pesciulini se ne prendesse a Montemurlo».

E mentre che quello buffone dicea, l’altro prese la parola dicendo: «Santa corona, io vorrei sapere da Dante, se lui è così savio che si tiene, che mi dica perché la gallina nera fae l’uovo bianco». Disse il terzo buffone: «Come hai ditto bene, compagno mio! che se Dante sera quel savio che lui medesmo si tiene, diffinita la tua quistione, mi converrà dire per che cagione l’acino, che ha il culo tondo, fa lo sterco quadro». Lo re sta fermo e gran voglia ha di ridere, ma pure, per non dimostrare a Dante che lui ne sia stato cagione, fermo stava.

Dante, che di prima aparienza avea i buffoni cognosciuti, vidde quello esserne stato cagione lo re: steo pure a scoltare pensando tutte le parti rispondere per figura, gittando tutte le vergogne a dosso a’ re.

Udito il quarto buffone le sottili e prefonde quistioni, rivoltatosi verso Dante disse: «O Dante, la vostra fama vola per tutto come fanno le penne gittate giù da una torre, che l’una va alta e l’altra bassa in qua e in là. Ditemi: che fanno li pianeti?» Lo quinto burlone disse: «Per certo Dante dè sapere — tanto ha cercato dentro e di fuora — in che modo si può servire a Dio e al mondo». L’ultimo disse: «Oh, che lena a dire che Dante sia savio! Io per me nol credo, però che ’l savio omo sempre acquista e acquistando vive con onore, e lui vituperoso si vive. E però conchiudo ciascun di noi essere di magiore sentimento che lui, e pertanto ci pare che lui non sia degno così al pari con voi, santa corona, d’avere andare».

Dante, che tutto ha incorporato senza alcuna dimostrazione di coruccio, niente dicea, non dimostrando che a lui fusse ditto. Lo re Uberto dice: «O Dante, tu non rispondi a quello che costoro t’hanno domandato e ditto?» Dante dice: «Io pensava che queste cose dicessero alla vostra persona, e pertanto io lassava lo rispondere a voi; ma poi che voi mi dite che a me hanno ditto ne prenderò la magioria di rispondere, ben che onesto non sia a parlare di sì fatte cose dove siete però che a tale qual siete voi toccherò’ tal risposta fare. Ma poi che vi piace risponderò a tutti secondo che la lor domanda contiene, cominciandomi prima dal primo, dicendo: i fiorentini — li quali quello è magior fatto più volte hanno fatto che di volger l’Arno in su per prender de’ pesciulini — ti dico che la marina, la quale è acqua di molta potenzia, rivolsero in su: e non che prendesseno pesciolini, ellino preseno un gran pescio con molti pesci mezzani e minori: e questo fu quando preseno lo bel castel di Prato, dove fu preso quel re che tenete per signore». Lo re Uberto che questo ode, stimando la verità disse: «Dato m’ha per contra colle miei medesme pietre!» E steo a vedere.

E voltosi Dante al secondo buffone, disse: «Ogni signoria, quantunque si sia di stato grande come serè’ lo re Uberto, si pretendeno essere vuova dell’aquila, cioè che ogni signore de esser sottoposto allo ’mperio». Lo re Uberto, che era guelfissimo, udendo il ditto di Dante, stimò per lui tal cosa aver data.

Ditto Dante le du’ particelle, disse al terzo: «Lo tondo ragionevolmente non dé ad alcuna parte pendere, in tutte le suoi parti è uguale, e quella cosa che dal tondo si trasforma si può dire adultera. E pertanto dico che quella corte dove sono adulteri, cioè disformanti dal tondo cioè dalla signoria, si può dire sterco quadro, e per consequenza chi quelli notrica si può riputare acino e non signore». Lo re, comprendendo le parole, stimò Dante savio, che dello ’nganno s’era aveduto.

Rivoltatosi dapoi Dante al quarto buffone dicendo: «Tu m’hai domandate dell’alte cose: a queste ti rispondo che tu non hai capacità di poter intendere quello domandi. Ma chi si crede aver capacità et ha desiderio <di intendere> le oculte cose, non ariverà mai a vera cognizione se l’usanza sua serà con simili di voi»; lo re Uberto, che avea desiderio di sempre sapere, udendo le parole di Dante stimò per lui esser ditto.

Lo quinto buffone stava col piede alto innanti per volere intendere la solvigione della sua domanda. Dante li disse: «Io t’insegnerò tenere il modo che ’l paradiso e lo ’nferno acquistar puoi: tenendo tu il capo in Roma e ’l culo in Napoli» (quasi a dire: in Roma sono tutte cose sante, in Napoli tutte donne e omini dati a concupiscenzia di lussuria). E per questo modo lo re comprese che in Napoli non era alcuna donna né uomo del vizio di lussuria netto.

E per volere Dante a tutti dare la sua asolvigione, si rivolse a l’ultimo buffone, dicendoli: «Se Dante trovasse tanti matti quanti trovate voi, elli sarè’ meglio vestito che voi, però che naturalmente il senno dé esser più pregiato da’ matti che’ buffoni».

Lo re, avendolo udito, disse a Dante: «Donqua siamo, noi che tegnamo i buffoni, matti?» Dante rispuose: «Se amate virtù tenendo i modi che ora veggo, matti siete a consumar il vostro in così fatte persone». Lo re e’ buffoni cognoscendo che Dante li avea vituperati, rivoltosi i’ re a Dante disse: «Ora cognosco la tua vertù esser più che altri non dicea». E tutto li disse del modo tenuto co’ buffoni, dicendoli: «Omai vo’ che innella mia corte dimori alquanto»; faccendoli gran doni.

E per questo modo Dante vinse i buffoni e fe’ cognoscente i’ re Uberto.

Ex.° lxxii.

LXXIII

R>estata la bella novella, i cantatori e cantarelle con dolci voci una canzona piacevole <disseno> in questo modo:

«Se tanto gosta il ben quanto ’l dir male,

deh, perché a’ più di ben parlar non cale?

Il favelar colla ragione abiamo

vantagio noi dalli animali brutti;

e se fuor d’onestà noi operiamo,

simili a loro ci facciamo tutti.

Chi parla molto e ben suo dir non frutti,

riso li è in bocca e tenuto è bestiale».

 

E ditta, il preposto disse a l’altore che una novella dica fine all’ora della cena. L’altore disse:

DE PRESUMPTIONE STULTI

Di Salvestro barbieri di Bargecchia: come messer

Bernardino de’ Cattani di Montemagno, radendosi,

li donò tutto lo legname di una casa che facea lo barbieri.

F>ue nel contado di Lucca, in una villa chiamata Bargecchia, uno barbieri nomato Salvestro, lo quale facea l’arte da rader innella ditta terra; et era di quelli d’una grande oppinione, che prima che si fusse inclinato ad andare a radere uno fuor di casa, serè’ stato tutto l’anno senza radere.

Avenne che uno sabato del mese di luglio uno messer Bernardino, cavalieri e cattano di Montemagno di Lucca, il quale avendo necessità di radersi la barba venne a questo Salvestro che di lungi li era un miglio e mezzo; et essendo il ditto messer Bernardino tra le mani di Salvestro barbieri, mentre che ’l ditto la barba radea disse: «Messer Bernardino, io vo’ che voi mi diate quelli bordoni della casa vostra da Schiava che è caduta, acciò che io possa la mia raconciare». Messer Bernardino disse: «E tu l’abbi». Come più oltra lo rade, li disse: «Messer, e simile vo’ mi diate quelli travicelli e le taule che a questa mia casa bisognano». Messer Bernardino dice che se le pigli. Et avendo già rasa una delle mascelle, venendo a rader l’altra disse: «O messer, io prenderò quelle belle pietre della vostra casa, che vo’ far fare la mia». Messer Bernardino disse: «Io te le do». Raso la seconda mascella, radendoli la gola disse: «Deh, messer, quelle piastre della vostra casa caduta mi sono necessarie e però vorrei me le deste». Messer Bernardino dice che per esse vada. Et avendolo quasi tutto raso salvo i labri, disse: ’Messere, perch’io hoe una vigna che molto vino mi fa, ho bisogno di quelle ii botticelle che innella ditta casa sono». Messer Bernardino parla: «O Salvestro, tutto ciò che io ho è tuo: va et aregatelo».

Salvestro quando l’ha raso dice a messer Bernardino: «Io soglio pigliare xii denari della raditura della barba; io sono contento che non mi diate se non viiii denari, però che io vi voglio fare a piacere iii denari perché m’avete concedute tutte quelle cose che io v’ho chiesto». Messer Bernardino dice: «O Salvestro, come potrai sostenere te e la tua famiglia a farmi piacere tanto? Che se ogni volta ch’io ci venisse mi lassassi in denari, più di ii fiorini l’anno perderesti, e saresti disfatto e me aricchiresti». Salvestro dice: «Doh, messere, siate contento per questa volta di ritener questi in denari in dono; posto che io cognosco a me esser danno, nondimeno mi pare che voi meritiate tanto dono. E nondimeno, quando verrò a Montemagno vo’ desnare con voi». Messer Bernardino ched è raso, cavatosi di borsa viiii denari, a Salvestro li diè.

Partitosi messer Bernardino e ritornato a Montemagno, Salvestro subito impera tutti li omini di Bargecchia e quante bestie v’erano, e lui colla moglie e colli altri del comune la domenica mattina a Schiava n’andarono. E giunti, subito andarono a quella casa caduta di messer Bernardino. E cominciando le piastre e’ legname a voler caricare e le botti già messe fuori di casa per quelle portare, sopravenne il salano che la ditta casa con altre possessioni da messer Bernardino tenea, dicendo a Salvestro che volea fare. Salvestro dice che messer Bernardino li l’avea date. Lo salano dice: «Tu non toccherà’ niente fine che messer Bernardino non mi dà la parola». Salvestro dice: «Vieni meco a messer Bernardino, poi che non mi credi: che mi dovresti credere a uno gnaffi». Lo salano risponde: «Io vo’ che messer mel dica, e sono contento venire».

Salvestro e ’l salano si mosseno e giunseno a Montemagno, dove trovonno messer Bernardino con alquanti cavalieri et uomini in sulla piazza di Montemagno. E giunto, Salvestro disse: «O messer, io andava a Schiava per quel legname e piastre e botticelle che ieri voi mi deste, e questo vostro salano non me l’ha volsuto lassar pigliare. E però siamo venuti a voi, che li dichiate che me le dia». Dice messer Bernardino: «Lo mio salano ha fatto molto bene a non lassarle toccare, perché mai non mi ricordo che io te le desse». Salvestro: «Come, avete poga memoria che sapete che ieri me le deste?» Messer Bernardino dice: «Di vero, io non me ne ricordo». Lo barbieri rafermando li dice che quando lo radea tali cose li diè. Messer Bernardino dice: «Donqua, m’avei lo rasoio a la gola». Salvestro dice: «Ora ve siete aricordato che quando io v’avea lo rasoio a la gola le cose mi deste?» Messer Bernardino dice: «Salvestro, ora che tu non m’hai i’ rasoio alla gola le cose non ti vo’ dare. E a te, mio salano, comando che niente li lassi toccare». Salvestro disse: «Or udite, voialtri che qui siete, che per le cose che m’avea date io li avea donati in denari di quello che dar mi dovea della raditura». Messer Bernardino dice: «A quest’altra volta te ne darò xv e così ti contenterò».

Salvestro scornato si partì né mai messer Bernardino a tale barbieri andò.

Ex.° lxxiii.

LXXIIII

D>itta la novella, le danze riprese colli stormenti, e verso la cena, la quale era aparecchiata, si ridusseno et a cena si puosero. E con piacere cenato, a dormire n’andarono, là u’ senza dar volta fine alla mattina dormirono.

E levati et udita la messa e cercato Napoli, venuta l’ora del desnare, con diletto desnaro e colli stormenti e danze in nel giardino entrarono; e quine dato una danza, il preposto a l’altore comandò che una moralità e poi una novella dica acciò che la brigata non stia oziosa. L’altore presto disse:

«O del ben ricco di fortuna, stolto,

che t’ è amico diresti

chi coda fatti per mangiarti ’l pane!

Se tu avessi di prudenza volto,

così noi chiameresti

chi segue te come carogna cane,

ma tali amici e tali ricchezze vane

dispregeresti e porresti speranza

in cosa che fidanza

di tenerne fermezza alcuna avessi,

com’ è d’aver un amico provato,

in te tanto incarnato

che pianga quando tu per duol piangessi,

<e> che nel tempo tuo felice sia

sostegno che non caggi per follia».

E restato, l’altore voltandosi parlò:

DE AMICITIA PROBATA

Di Lommoro e Fruosino.

N>el bel castello di Prato fu uno lavoratore ricco di possessioni e di denari e d’altre cose nomato Lomoro, il quale avea uno suo figliuolo d’anni xx nomato Fruosino; e non avendo altro figliuolo, lassava a questo Fruosino prendere suoi piaceri, dandoli balìa di spendere, e della casa quello volea non li era divietato.

E stando in tal maniera il ditto Fruosino, molti suoi vicini apiccatori di fiaschi, dimostrando verso di Fruosino una grande amicizia, ogni dì desnavano e cenavano con Fruosino, dicendoli: «Noi faremmo per te ogni gran fatto». Fruosino come giovano credea tutto ciò che quelli fregatori di lucciole li diceano, faccendo loro ogni dì cene e desnari, e talora dava loro alcune cosette.

E per questo modo dimorò più tempo, stimando Fruosino potere colla sua ricchezza aver più brigata che uomo di Prato, sempre crescendoli la volontà di spendere per onorare li amici al suo modo. Lommoro, che vede il figliuolo esser grande spenditore, ogni dì piena la casa di mangiatori, e dipoi sentìa che diceano tra loro: «Noi goderemo quella robba che Lomoro padre di Fruosino ha raunata: noi la spargeremo non men tosto che lui ponesse a raunarla». Avendo sentito più volte Lomoro tal parlare, pensò volere lo figliuolo da tale amicizia dilevare, dicendo fra se medesmo: «Se io dico che queste brigate io non voglio, il mio figliuolo disdegnerà meco e potrè’melo perdere; e pertanto a me conviene trovare modi onesti acciò che <’l> mio figliuolo si rimagna di tale brigate et intenda a bene fare».

Et un giorno, piacevolmente avendo tenuto gran convito de’ suoi mangiaguadagno, Lomoro disse a Fruosino suo figliuolo: «Dimmi, figliuol mio, quanti amici credi avere?» Fruosino disse: «Amici io n’ho più di l, e non sta se non a me a volerne, che più di c n’arei». Disse il padre: «Se tanti amici hai di sì pogo tempo, tu ti puoi dar vanto, che mai neuno tuo parente non potéo tanto mai fare <che>, non che l n’avesse, ma pur uno con fatica se ne potesse trovare. E dìcoti che io che ho più di l anni non ebbi né ho se non uno, e quello è ’l mio compare Taddeo». Rispuose Fruosino e disse: «Padre, voi ci vivete a l’antica, ma lassate fare a noi giovani, che ogni dì n’arei quanti ne volesse». Lommoro dice: «O figliuolo mio, io credo che dichi vero, che penso che credi aver l amici: ma tu non te ne troveresti al bisogno vi». Fruosino dice: «Se fussimo alla prova io me ne troverei più di l». Lo padre dice: «Io vo’, figliuolo, che de’ tuoi amici facci la prova, et io avendone uno la farò del mio; e chi arà più amici, o tu avendone tanti o io avendone uno, sia ministratore di tutti i nostri beni».

Fruosino dice: «Io sono contento; or che prova vogliam fare?» Lomoro dice: «Noi uccideremo il porco che dobiamo insalare e metterello in uno sacco così sanguinoso, e poi te n’anderai a l’amico tuo, qual più ami, e dirà’li che tu hai fatto micidio, e però lo prega che quello che hai morto lo porti innella marina e quine entro lo gitti. E se lui non aconsente, prova l’altro, e tanti ne prova che ti vegna fatto». Fruosino, pensando a una sola parola averne l, allegro, uccisero il porco.

E messo innel sacco, se n’andò al primo amico, dicendoli come avea ucciso uno et in uno sacco l’avea messo, che lo pregava lo portasse alla marina e quine lo gitti. Lo primo rispuose che quella gatta non sarè’ sua e che se lui l’ha morto non vegna là u’ elli sia se non vuole che lui lo vada accusare. Fruosino, che già ha provato il primo, andò al secondo e le simile parole li disse del morto. L’amico secondo disse: «A me non possa nuocere! Vatti con Dio che io non me ne impaccerei!» Andato al terzo pregandolo, lui rispuose: «A me non apiccherai questa pelle di volpe!» E per questo modo tutti e l li provò e di tutti ebbe risposta di non volersene impacciare.

E tornato al padre, il padre li disse: «Figliuolo, hai fatto portare il morto?» Fruosino disse: «Padre, voi cognoscete le genti meglio di me»; e tutto racontò. Lomoro dice: «Or va a Taddeo mio amico e dilli quello che hai a li altri, e vedi quello fa». Fruosino si parte et andò di notte a Taddeo. E come Taddeo lo vidde, disse: «Che buone novelle?» Fruosino dice: «Io ho morto uno et holo in uno sacco in casa: io vorrei come amico che voi lo portaste innella marina». Taddeo che ciò ode disse: «O figliuolo, andiamo!»

E missosi il sacco pieno in collo credendo fusse uno omo e fuor di casa uscito et al fiume della marina portandolo — avendo prima ditto a Fruosino che a persona non apalesasse la morte fatta —, e come Taddeo volse aprire il sacco, Lomoro sopragiunse e disse: «Compare, torniamo indrieto, però che cotesto è il nostro porco»: e tutto racontò.

Fruosino, avendo veduto l’amico perfetto, pensò dovere li altri abandonare e solo atenersi a quel del padre et intendere alla massarizia. Li amici di boccone la notte stenno sospesi; la mattina si trovano con Fruosino pensando che a desnare li menasse.

Fruosino disse: «Io non vo’ ogimai vostra domestichezza». Allora, pensando fusse stato vero la morte ditta, disseno: «Noi t’accuseremo al podestà che tu hai morto uno». Fruosino più cognove coloro non esser suoi amici; e per farli certi disse: «Io l’ho morto e possovelo mostrare». E menòli in bottega sua, là u’ mostrò loro il porco e racontò loro la loro amicizia esser da nulla.

E d’alora innanti Fruosino più tale amicizia non volse, ubidendo il padre.

Ex.° lxxiiii.

LXXV

U>dita la piacevole novella, li stormenti cominciarono a sonare e le danze fatte fine che vennero le confezioni. E rinfrescati, il preposto a l’altore disse <che una moralità dicesse> e poi seguisse una novella intanto che sera l’ora della cena. L’altore rivolto disse:

«A tutte cose aver misura e modo

e Dio temere sopr’ogni cosa lodo.

Procura ch’a ragion tuoi fatti guidi

sì che dolendo doppo que’, non gridi.

Misura e modo a tutte cose pone

chi ’l suo voler somette alla ragione.

Acciò che de’ tuoi fatti sempre godi,

oserva il tempo e non passar i modi.

Non vasta a far tuoi fatti pur ragione

se ’l tempo in alcun modo vi s’oppuone.

Tuttor ch’a quelli il tempo non s’oppogna,

misura e modo sempre vi bisogna».

E questo ditto, disse:

DE COMPETENTE MISURA

Di Torello, che andò a stare a Pisa.

A>l tempo della moria del xxviii uno giovano lucchese nomato Turello andò a stare a Pisa per fare l’arte del ferro e prese una bottega e casa di quelle de’ Gambacorti al tempo che loro signoregiavan Pisa, presso al Ponte Vecchio. E quine esercitando l’arte, avenne che la morìa cominciò in Pisa; di che il ditto Turello, vedendosi solo e dubitando della morte, pensò volere prendere una fantesca che in casa lo servisse se caso di malatia o d’altro li sopravenisse.

E stando un giorno presso alla loggia del Ponte Vecchio, là u’ molti gentili omini si riduceano e massimamente Franceschino Gambacorta di cui era la casa che Turello preso avea, il preditto Turello, vedendo una fantesca passare, disse se con lui volea stare a salario. La fantesca dice di sì, ma che volea sapere quello che dar li vuole. Turello disse di dareli quello li parea che sia condocevole. La fante dice che vuole xl lire l’anno et a ragione d’anno.

Turello, che non era ben pratico della moneta, disse di che lire. La fante disse: «Delle pisane, a ragion di lire m, soldi x per fiorino». Turello dice esser troppo. La fante fa vista di partirsi. Turello la chiama, dicendo che era contento. Franceschino Gambacorta, che ode che Turello ha proferto xl lire, dice: «Come, è ben matto, che <non> si suole dare più che x lire e ch’e’ n’ha proferte xl!» E pensò dirli una gran villania che lui voglia le fanti mettere a tal pregio.

E mentre che in tal parole stanno, avendo fermo il patto delle lire xl, Turello dice che in casa ne vada. La fantesca dice: «Et anco voglio che tutta la semmola che uscirà del pane ch’io farò voglio che sia mia». Turello dice: «Io sono contento». Franceschino tutto ode e pensa vituperarlo. Fatto il secondo patto, la fantesca li dice: «E simile voglio tutta l’accia che io filo sia mia». Turello dice: «Fa l’altre cose et io sto per contento che l’accia che fili sia tua». Franceschino più si meraviglia. E Turello dice alla fante che in casa ne vada. La fante disse: «Et anco vi dico, se faceste alcuno convito, o veramente di tutti i polli che in casa si coceranno voglio le penne e l’enterame». Turello dice: «Io son contento che tutti quelli ugelli a chi onterame si trae di corpo siano tuoi, e le penne. Or vanne in casa».

Franceschino rivoltósi a quelli che innella loggia erano e disse: «Or si pare che Turello è di quelli anziani di Santa Zita da Lucca, a dire che una feminuccia l’abia collato a passo a passo et anco non s’è mossa». E mentre che Franceschino dicea, la fante disse a Turello come avea nome. Turello il nome li dice. La fante dice: «O Turello, se volete che io vi serva, io voglio ancora tutta la cenere». Turello dice: «Cotesto non ti voglio dare però che io ho alquanto difetto, che ’l medico me l’ha molto lodata; e però non vo’ avere a comprare la cosa che io avesse». La fante a questo steo contenta e in casa n’andò.

Franceschino, che ha udito della cenere, rivoltosi a’ compagni dice: «Udite savio omo che s’è sottigliato alla cenere e non a l’altre cose!» E subito chiamò Turello. Turello andò a lui cavandosi il cappuccio, dicendo: «Che comandate?» Franceschino dice: «Or bene cognosco che tu se’ di quelli strappazucca da Lucca a dire che se’ stato stamane ugellato da una femminella e che hai proferto di darle xl lire de’ pisani, et hai messo male asemplo, che altro che x lire non s’usa di dare; e con questo hai promesso l’accia la semmola le penne l’enteriuoli, et <a> la cenere ti se’ sottigliato, matto tristo». Turello dice: «Messer, se mi volete concedere ch’io dica il perché ho fatto questo, forsi non mi terete matto». Franceschino dice che dica ciò che vuole.

Turello dice: «Io cognosco il pregio delle lire xl esser ingordo, ma io vedendo che la morìa comincia et io amalato volendo una servente, in quel caso mi gosterè’ ogni dì xl soldi e verrei a papagare in xx dì quello che in uno anno. E se caso aviene che io non abia male e la morìa cessi, io la manderò via e non la terrò più. E questa è la cagione che tanto l’ho promesso». Franceschino dice: «Io veggo che a questa parte hai ragione: or mi dice dell’altre cose». Turello risponde: «Io compro ogni dì il pan fatto, né mai semmola da me la fante aver non può. Apresso, lino non compro; e come potrà filare quello che non ha? E se pur lei lo comprasse, faccendo i miei fatti, non mi curo di ciò ch’ella si filerà». Franceschino dice: «Ben hai ditto delle tre parte: or mi dì dell’enterame e delle penne». Risponde Turello: «Io non uso far conviti: e se pur alcuno venisse a cena meco, mando al cuoco per un pollastro cotto. E quando compro tordi o ugelletti so che di quelli niuna cosa aver può».

Franceschino ben consente, ma ben si meraviglia della cenere che non volse l’avesse. Turello disse: «Io non posso fare senza fuoco: la fante, per aver molta cenere, a diletto mi consumerè’ le legna e potrè’mi disfare, ma non avendo la cenere non farà magior fuoco che bisogni. Et a voi, Franceschino, dico: Sia l’uomo esperto e savio quanto vuole, che sappia come sa il matto ove li duole».

Franceschino, che ha udite le belle ragioni, disse: «Omai ti terrò per savio, che hai rimediato alla malizia della fante». Né più a Turello disse di cosa facesse.

Ex.° lxxv.

LXXVI

Venuta l’ora della cena, prendendosi li cantatori per mano, con una canzonetta dicendo in questo modo:

«Un bel giffalco scese alle miei grida,

dell’arie in braccio a piombo giù mi venne

com’amor volse e ’l destro di suo’ penne.

In pie lei missi, e fatto ch’ebbe gorga,

alzò più alto assai che la caduta,

onde giucando il perdei di veduta.

<E> che ritorni non mi dice il core,

che credo che sel tegna altro amatore».

E dipoi se n’andarono dove apparecchiato era, là u’ di vantagio la brigata cenò; e stato alquanto, a dormire n’andarono. E la mattina, al modo usato, fine a terza visitarono li dilettevoli luoghi. E desnato, prese le danze, innel giardino si ridusseno e quine il preposto doppo il desnare comandò a l’altore che una novella dica mentre che si’ l’ora di doversi rinfrescare. L’autore rivoltosi a la brigata disse:

DE VITUPERIO MULIERIS

Di monna Cicogna de’ Guazzalotti di Prato.

Al tempo che re Uberto di Napoli era signore di Prato fu una donna de’ Guazzalotti nomata madonna Cicogna, d’età di anni xxviii e maritata a uno ritagliatore di panni nomato Arrigo. La qual donna avea questa condizione: che ogni persona vituperava in presenza di donne et omini, e portava tanto alto il naso a guisa come fa l’acino quando digrigna i denti avendo assetato l’orina; così questa monna Cicogna facea, che tutto ’l paese li putiva. E perch’era di buona casa, spesso dalli amici era invitata; essendo a tali feste alcuna volta delli artifici et altre persone, a ognuno dava la sua, e pareali ogni cosa putire, faccendo tanto del fio ch’era uno vituperio a vederla.

E il modo che madonna Cicogna tenea a vergognare altrui si era che a tali feste, come un pannaio se li acostava, ella dicea: «Oh, tu mi puti d’olio»; e torcea il viso col naso insieme. E allo speziale dicea: «Tu mi puti di mostarda». E al merciaio dicea: «Tu mi puti di cuoia». Al calzolaio dicea: «Tu mi puti di merda di cane»; e simile dicea al coiaio. Al notaio dicea: «Tu mi puti di ongosto». Al gentiluomo dicea: «Tu mi puti di povero». E così a ogni persona dicea villania e poghe volte volea con altri a ballo entrare. Et era per Prato tanto sparto la vergogna che monna Cicogna dicea alle persone, che a ogni persona era venuta in dispetto, ma per amor del padre e del marito che erano di buona condizione, più volte li serè’ stato forbito la bocca, ma per loro si lassava. E più volte le fu ditto per donne e per omini ch’ella facea male a dir villania di ognuno. Ella rispondea: «Come non si vergognano, putendo così, apressimarsi? Vadano a stare alla carogna e non mi si acostino».

E vedendo li giovani che non valea niente l’esserli ditto che s’astenesse di non dire loro villania, pensonno più volte di non lassare per lo padre né per lo marito di forbirli la bocca. E vedendo uno giovano speziale che battendola se ne potrè’ venire in nimistà, disse a’ compagni: «O veggiamo se ella se n’è romasa e proviamo a questa festa che si fa domenica, dove noi siamo stati invitati a servire, che ella vi dé essere. Se non ci dice nulla non bisogna che contra di lei si prenda vendetta; e se ella non se n’è romasa, lassate fare a me et io la pagherò per modo che tutti serete contenti. E ’l modo che io terrò a pagarla sarà tale che fi’ vituperata; et allora vel dirò». Li compagni tutti dissero: «Stiamo a vedere quello che a questa festa grande farà monna Cicogna».

Venuto il giorno della festa, la donna venuta, come se li acostava alcuno, subito dicea: «Va via, tu mi puti!» Lo giovano speziale dice: «Io vo’ provare»: e andò presso a lei, dicendo: «Madonna, a qual taula volete esser posta?» Madonna Cicogna disse: «Levatemi dinanti che tu mi puti di mostarda!» E torse il volto. Apresso vi viene uno giovano notaio e disse: «Madonna Cicogna, dove volete che noi v’asettiamo a taula?» Ella risponde: «Tu mi infastidì, tanto sai di ongosto!» E così a uno a uno li svergognava. E non valeva niente perché l’altre donne li dicessero: «Cicogna, tu fai male a dire villania a’ giovani servidori et ogni persona ti pare che puta: guarda te. E se non li vuoi tu vedere, lassali vedere a l’altre giovane che non puonno esser servite per lo tuo vituperarli». Cicogna disse: «Io vo’ fare a mio modo, e voi fate a vostro».

Ristringendosi li giovani con quello giovano speziale il quale avea ditto che il giorno si provasse, disseno: «Ora sapiàno comprendere costei non doversene mai romanere senza colpo». Disse lo speziale: «Lassate fare a me: io so che domenica che viene mena uno suo fratello moglie, e sapete che noi siamo stati invitati a servire; e so che monna Cicogna ci dé essere capomaestra, però che io sento che si fa alquanti panni. E però allegramente state che io la pagherò per tutte le volte».

Li servidori contenti spettando che <’l> giovano speziale li vendicasse, venuto il lunedì lo speziale ordinò maestrevolmente 25 una vesciga piena con asafetida pesta dentro, e quella fe’ cucire per modo innella gamurla al sarto di monna Cicogna in modo che acorgere non se ne potea, sotto il sedere. Et era fatta per tal modo che quando si fusse posta la persona a sedere, la vesciga pedea e gittava della puzza dell’asafetida: e come si levava, la vesciga si riempia di vento, e come sedea facea il simile: e se cento volte si fusse posta a sedere, tante volte arè’ paruto che pedesse, e sempre spuzzava forte.

Cuscito che fue tal cosa secretamente e venuta la domenica dove monna Cicogna fu con quelli panni, lo speziale giovano disse a’ compagni servidori: «Io andrò a monna Cicogna e quello farò io fate voi: e vo’ che tutti veggiate il modo che io tegno».

Li compagni dissero: «E’ ci piace»; e con lui n’andonno.

Lo speziale, essendo le donne raunate in via e monna Cicogna stava ritta per ricevere le donne, lo giovano speziale dice: «O monna Cicogna, noi vorremmo sapere da voi chi dé stare apresso alla sposa». Et ella dice: «Deh, sta in costà che tu mi puti di mostarda». Lo speziale disse: «Ponetevi a sedere, e noi staremo tanto lungi che la nostra puzza non vi toccherà». Monna Cicogna si puone a sedere a lato alquante donne; e come s’è posta a sedere, la vesciga fe’ il modo del pedere forte con gran puzza, che tutte le donne et omini lo sentirono. Lo speziale disse: «Madonna Cicogna, voi putite per c mila privati»; e turatosi il naso, fe’ vista di partirsi. Le donne dissero: «O Cicogna, che diavole mangiasti iarsera, tanto puti?» Ella dice: «Voi siete state, voi, et ora me la date a me, che m’avete fracido lo stomaco». E levatasi da lato a quelle donne, et a lato ad altre si puose. E come si fu posta a sedere, ella gittò un gran tuono con puzza. Uno de’ giovani dice: «Madonna Cicogna, voi putite tanto che è troppo»: turandosi il naso loro e le giovane che a lato li erano a sedere. Monna Cicogna, che sa che non ha peduto, dava la colpa a l’altre giovane; e partendosi, andava innell’altra banca, e’ giovani amaestrati dallo speziale s’acostavano a lei. E come si volse puonere a sedere, lo culo li pettegiò al modo usato con gran puzza.

E per questo modo in via dalli omini e dalle donne fu svergognata, dicendole tutte che a loro non s’acostasse. Madonna Cicogna, ch’è netta di tal fatto, faccendo del cuor rocca dicea: «Deh, vacche che spuzzate come carogna, e volete dire che io sia quella che tale cosa abia fatto!» Li giovani diceano: «Per certo, madonna Cicogna, voi sete quella che putite sopra tutte le cose puzzolenti».

E stando per questo modo e venuta la sposa e messa in camera, essendovi molte gentildonne e lo speziale e alcuno giovano servidore che andavano per vergognar monna Cicogna, essendo la sposa in su’ letto, monna Cicogna si puose a sedere apresso di lei: lo culo li zampogna con quella puzza. La sposa e l’altre donne mettendosi la mano al naso disseno: «Di vero, Cicogna, tu se’ fracida dentro». Li giovani disseno: «Ella ci ha atossicati di puzza».

Monna Cicogna si leva ritta dicendo: «Deh, vacche, che quello debbo dire di voi, dite di me». E di rabbia si puose a sedere in sulla cassabanca: e fe’ sì grande lo schioppo con gran puzza che li omini che di fuora erano disseno: «Fistola tel turi!» Le donne e’ giovani che in camera erano, di puzza si partiron di camera, quasi rivolti li stomachi si fenno regare aceto e lavarsi le mani la bocca e ’l naso; e simile la sposa di puzza venne quasi meno. Monna Cicogna disse fra se medesma: «Che vorrà dire questo, io che io non fo il male et altri dice che io lo fo?» E levatasi da sedere e venuta in sala, dove le donne e li omini diceno: «Cicogna, o che diavole hai tu in corpo, tanto puti?», ella dice: «In verità io non hoe fatto niente, e tal puzza non viene da me». E dato l’acqua alle mani e poste le donne a taula — li servidori atenti a monna Cicogna per vergognarla—, e posto tutte le taule delli omini e delle donne salvo monna Cicogna che in piè d’una delle taule fu asettata; e come si puose a sedere pedéo sì forte che tutti quelli ch’erano a taula, omini e donne, sentiron lo suono e la puzza.

Dicendo li giovani servidori: «Ora potete comprendere monna Cicogna esser fracida», le donne che a lato l’erano disseno: «O tu ti parte o noi non vogliamo stare a ricevere tale puzza».

La sposa e suo fratello per non conturbare il convito disseno a Cicogna che andasse a stare in camera, poi ch’ella si putìa. Cicogna isvergognata si partìo da taula e malinconosa se ne va in camera. E come si puone a sedere, la vesciga pedé con gran puzza. Ella disse: «Or che vorrà dire questo? Ora veggo che io son quella che puto». E non sapendo che farsi, stava malanconosa: essendosi più volte levata da sedere e posta, e sempre il culo li pedea con quella puzza. Lo giovano speziale, che tutto sa, entrò in camera e disse: «Madonna Cicogna, io cognosco il male che avete, e di vero se non prendete rimedio, voi sete a condizione di morte. Ma se volete che io di tal malatia vi guarisca, voi mi prometterete che tutti li panni che ora avete a dosso mi darete, et io vi guarrò. Et anco voglio che mai a me né ad altro giovano non direte più che putano, altramente la vita vostra sarà corta e mentre che viverete, a noi et ad altri puzzerete per modo che neuno vi si vorrà acostare». Monna Cicogna dice che è contenta di darli tutti i panni, ma che lo giorno non potea, ma ella liel darà la mattina rivenente. Lo giovano speziale fu contento et andòne in sala.

Monna Cicogna lo giorno malinconosa non apparto là u’ persona fusse; la notte spogliatasi di tutti i vestimenti, la mattina allo speziale li mandò, e lui mandò a lei uno poco di lattovare che prendesse. E preso, mai tal puzza non sentìo, e lo speziale quelle robbe si godéo, né ella mai villania ad altri disse.

Ex.° lxxvi.

LXXVII

Li servidori avendo udita la dilettevole novella, fatto presti confezioni e grechi et alla brigata porti, li cantatori comincionno alcuna canzonetta in questo modo, cioè:

«L’aguila bella nera pellegrina

ch’ogi da me pasciuta e non tornò,

col pasto in mano la chiamo: oh oh oh oh.

Perché la guarda un aquilone, non riede,

che la covò nel nido el diavol, che

rimutò <oh> in dire: omè omè.

Ma se la tira amor per geti, e grolla,

che, se la vecchia bada, in mano aròlla.»

La qual ditta, il preposto comandò a l’altore una novella dica. L’altore voltandosi disse:

DE VITUPERIO FACTO PER STIPENDIARIOS

Della città d’Arezzo, come fu disfatta per parte e le donne vituperate.

Nel tempo che la città d’Arezzo fu dalle genti guelfe e ghibelline fatta mettere a saccomanno — innella quale città migliaia di omini di compagna si trovonno et in quella molto danno fenno, come di rubare e disfare case e massarizie per fuoco, intanto che parea uno paese disfatto —, non di meno delle donne di tal città si fe’ quello strazio che di meretrici: sì fenno peggio, che più di ii mila donne vituperosamente funno vergognate.

Et infra l’altre di che la nostra novella dichiarerà, si fu una giovana de’ Boscoli nomata monna Appollonia, moglie di Donato da Pietramala, d’età di anni xxii assai bella e solacevole, la quale, essendo presa la terra, e lei con più di l d’una contrada, le quali in una casa per lo romore s’erano redutte, funno da uno caporale di c lance prese. Le quali, come ditto, funno svergognate non guardando né giovana né pulcella né maritata né vedova che vi fusse, che tutte egualmente funno trattate. E perché madonna Appollonia, come più atta e sollacevole, era più che l’altre adoperata — intanto ch’ella contentissima li parea ogni sera potere a dormire andare — , e bene che il giorno avesse assai caminato, ancora la notte più miglia si dilettava di correre, parendoli leggieri tal fatica, stimando di tal fatto non averne riprensione dal marito né da’ suo’ parenti.

E stando per tal modo madonna Appollonia più mesi solicitando di saziarsi dell’apetito suo, fu per alcuno di mezzo trattato di fare acordo che la ditta compagna prendesse denari e la terra ristituisse alli omini aretini con tutte quelle donne aveano. E doppo tal pratica si conchiuse l’acordo, dandosi tempo uno mese a ciascuna delle parti, cioè li aretini aver dati denari alla compagna e la gente d’arme aver restituita la terra e le donne.

E sentendo monna Appollonia l’acordo fatto, cercò di fare come quell’uomo che avendo gran caldo di state pensò riponere in uno sopidiano tanto sole che il verno n’avesse assai. E così pensò monna Appollonia mettersi tanto innella sua soppiadana che quando sola si trovava col marito ne possa aver assai. E subito solicitando el ricogliere, ogni dì più di l prese ne riponea innella sua soppidiana, la quale tenea tra le cosce innel solaio di mezzo alla banca forata (acciò che per l’umido non si guastasse, volea che nel mezzo <fusse posta>): e per questo modo tutto quel mese di dì e di notte solicitò il ricogliere (ma che giova, o monna Appollonia, quello che ricolto avete, che dapoi arete più freddo che di prima?).

Passato il mese e fatto il pagamento, la terra e le donne rendute salvo alquante che di volontà n’andarono con quelli che tenute l’aveano; e tornato Donato marito di monna Appollonia in Arezzo et andato alla sua casa dove trovò la moglie tutta malinconosa, lo marito dice: «Or che vuol dire che ora che ti dovresti ralegrare del mio ritorno, e tu stai malanconosa?» Rispuose monna Appollonia: «Or non debbo star malanconosa che dèi sapere che io debbo essere stata vituperata a mal mio grado <e> son ora qui che vorrei esser prima morta che qui fusse?» Lo marito dice: «Tu dèi pensare che io tutto debbo sapere, e ben so che non è stato tua colpa; e pertanto prendi allegrezza, che ciò c’hai fatto non t’è riputato a vergogna». Appollonia dice: «Io lo credo, ma prima che io ad altro vegna, vo’ sapere dal prete se peccato non è». Lo marito disse: «Va e confessati e sappialo».

Appollonia andata al prete e dittoli la presura d’Arezzo e di lei e dell’altre, lo prete, che tutto sapea, disse: «Donna, tu non hai di questo peccato, ma tanto ti do di penetenzia che quello hai serbato ritegni e di una avemaria, e asolvoti». La donna inginocchiatasi al crocifisso, lodando Idio che s’avea in parte cavato la rabia senza peccato e senza infamia del mondo, e tornata a casa del marito, trovò esser asoluta. E così lieta si rimase.

Ex.° lxxvii.

LXXVIII

Ditta la piacevole novella, il preposto e la brigata tennero il modo ordinato del cenare e del dormire. E così la mattina la cerca <fornita> et al desnare tornati, disse a l’altore e a li altri: «Oggi dobiamo star qui, e domane col nome di Dio di qui ci partiremo». E prese le danze, innel giardino se n’andarono, là u’ il preposto disse a l’altore che una novella dica; ma prima alquanti versetti morali. Lui presto disse:

«Beltà di donna stolta non è agradita,

né la dottrina d’uomo di mala vita».

Li quali ditti, cominciò a dire:

DE SIMPLICITATE VIRI ET UXORIS

Di Mucchietto e Stoltarella

Innella città di Parma al tempo che’ Rossi reggevano fu uno giovano de’ Palavigini nomato Mucchietto, il quale avea circa xx anni, che prese moglie una bella giovana nomata Stoltarella (dal lato di madre era de’ Rossi, e non avendo padre, che morto era, la madre la maritò con assai competente dota). E venuto il tempo che Mucchietto dovea menar la moglie, aparecchiato tutto ciò che bisogno fu a sì fatte cose, e con molto onore Mucchietto a casa sua la condusse faccendo bellissima festa di giostre e bigordare danz’e suoni, con finissimo vivande et in grande abundanzia: lo giorno si steo con molta festa fine che l’ora fu d’andare a dormire.

E messa la sposa inne’ letto e le brigate di casa partiti, rimase Mucchietto solo in casa colla sposa però che altri non v’avea. E chiuso l’usci e le finestre et atinto del vino con molti confetti, innella camera intrò dicendo e chiamando la sposa: «O Stoltarella, levati un pogo che mangerai del confetto e berremo e poi ci daremo piacere». La Stoltarella disse: «Volentieri». E levatasi a sedere, del confetto e del vino prese. E confortati, innel letto Mucchietto entrò e cominciò a prender piacere con la sposa. La sposa, che di tal arte li è molto giovato, disse: «O Mucchietto, io voglio far teco un patto: chi di prima si leva o che parli, si lavi domattina le scudelle». Mucchietto disse: «Io sono contento che qualunca di noi prima si leva o parli, che tutta questa stimana lavi le scudelle; e quel fatto si faccia senza parlare». La Stoltarella fu contenta. E per questo modo si stenno, prendendo ciascuno di loro piacere.

Et adormentati che furono, dormiro fine a buona pezza del dì; e svegliati, senza parlare si denno piacere e del letto non si levarono. E stando per tal modo fine a terza, che finestre né usci non sono aperte, la madre della sposa con altre donne parenti del marito vennero alla casa per visitare la sposa; e non vedendo usci né finestre aperte, chiamando e picchiando, neuno risponde. La Stoltarella guardava il marito se si leva o se parla, per farli lavar le scudelle. Mucchietto, sentendo picchiare e chiamare, simile guardava la moglie se ella si levava o se parlava, aciò che a le’ toccasse a lavar le scudelle.

E stando ciascun di loro fermi passò nona: la vicinanza e le donne e’ parenti meravigliandosi che neuno non rispondea e non vedeano né usci né finestre aperte, stenno quasi fine a vespro. Et essendo raunata tanta cittadinanza, parenti e vicini dubitando che altro non fusse <o fusse> fatta qualche cattività d’esser stati morti, subito colle scale apoggiate alle finestre, rompendone una e dentro entrati et aperto l’uscio da piè di scala, entronno dentro più e più persone.

Lo sposo, che tutto ode, sta fermo per vedere se la moglie si levi o parli: e simile la sposa stava a vedere quello che lo marito facea. E’ non faccendo motto, le donne e li omini parenti e vicini diceano: «Per certo costoro seranno morti, poi che vegiamo le finestre e usci delle camere chiuse». E subito percosso l’uscio, entrati dentro, aperte le finestre della camera et andati a’ letto, viddeno Mucchietto da l’uno de’ lati e la sposa da l’altro: l’uno verso l’altro senza parlare. La madre dicea: «O Stoltarella, figliuola mia, or che hai?» E simile diceano i parenti di Mucchietto. Chiamandoli a niente rispondeano; e smovendoli più volte, senza parlare teneano li occhi aperti. Piangendo, li parenti della sposa e dello sposo, <vedendo> che costoro non parlavano, (pensavano) qualche malìa fusse loro stata fatta.

E per questo modo tutto quel dì presso a sera senza che neuno volesse parlare. E la madre della sposa, stando a lato della figliuola, dicea: «O figliuola mia, che v’è stato fatto? Trista la vita mia, qualche malìa altri v’ha fatto!» E per questo modo omini e donne, parenti et amici piangevano vedendo la sposa e lo sposo a tal partito. E vedendo Mucchietto un suo amico, sì fece cenno che a lui venisse. Et acostatosi all’orecchie di Mucchietto l’amico suo, Mucchietto piano disse: «Io voglio far testamento, e tu dì quello che ti piace, però che io non posso parlare ma con amicchi dirò sì o no». L’amico dice: «E’ serà fatto».

E levatosi dall’orecchie, disse: «O Mucchietto, vuoi far testamento?» Mucchietto menòe il capo quasi dicendo sì. Allora l’amico disse: «Vuoi esser sopellito innella nostra chiesa?» Lui chinò il capo quasi dicesse sì. Dapoi li disse: «Vuoi che la palandra del drappo c’hai fatto alla sposa sia di Nostra Donna?» Con amicco disse sì. «La palandra di giambellotto vuoi che l’abbia la mia donna?» Mucchietto fece cenno di no. La Stoltarella ode tutto e vede quello che ’l marito fa, che ha ditto di no della palandra: steo a vedere. E l’amico dice: «Or bene, la palandra divisata vuoi che alla tua donna si dia?» Mucchietto fa vista di no. «Or bene, vuoi che sia tuo erede tuo fratello?» Lui acennò sì. Ultimo dice: «O quella palandra dorata che la sposa avea ieri in dosso, vuoi che io la dia alla Beccarina mia fante?» Mucchietto fa cenno di sì.

La Stoltarella, come sentio nomare quella palandra la quale ella l’avea aregata, subito disse: «Et io non voglio che ...» E lo sposo disse: «Tu laverai le scudelle poi che hai parlato!» Coloro dissero: «Che vuol dir questo?» La sposa contò la novella: la madre e li altri parenti pensonno: «Voi avete fatto per lo primo dì una bella prova de’ lavar le scudelle!» Lo sposo: «Ella mi misse il partito innanti». La madre disse: «Or levate su in buon’ora, che a noi avete dato oggi il mal dì». E levati si denno in sul godere, lassando lavare le scudelle alla sposa.

Ex.° lxxviii.

LXXVIIII

Ditta la piacevole novella e la brigata riconfortatosi di buon confetti e grechi, è ditta alcuna canzonetta in questo modo:

«Io fui già rusignolo in tempo verde

e con dolce cantar seguì amor tanto

che giunsi ove ’l fischiar si muta in canto;

così mutai per l’accidento verso.

Or viver cerco e non curo fatica

per non venire a mercé della formica.

Chi vuoi senza fallir venire in tempo,

le cose de far l’uom secondo il tempo».

 

Dapoi ’l preposto comandò a l’altore che una novelletta dica e poi si ceni, e senz’altro fare si vada a dormire perché la mattina di buon’ora si possa caminare. L’aultore presto a ubidire disse:

DE MULIERE ADULTERA ET TRISTITIA VIRI

Di Cazzutoro e monna Dolciata, donna di Vespa di Saminiato.

Innella terra di Saminiato al tempo che messer Johanni dell’Agnello n’era signore, fu una donna d’età di anni xxvi nomata Dolciata, donna di un artefici nomato il Vespa, del quale ella avea uno fanciullo piccolo a petto. E perché naturalmente le donne sono vaghe di cose nuove e talora mutar pasto, le venne voglia un giorno vedendo un giovano nomato Cazzutoro, pensando che ’l nome seguisseno l’efetti, che il ditto Cazzutoro con lei si prenda piacere.

E fattoli cenno che li volea parlare, Cazzutoro andò a lei dicendo: «Che vi piace, madonna Dolciata?» Ella disse: «Il nome tuo m’ha fatto venire uno apetito sì grande, che se non me ne contenti io mi moro». Cazzutoro dice: «Qual è quello apetito che sì fieramente vi percuote? Ditemelo». Madonna Dolciata dice: «Che vo’ che meco ti godi e che a me di’ consolazione di ritrovarmeti sotto». Cazzutoro, che ode quello che vuole, disse: «Madonna Dolciata, il vostro nome mi sembra che come avete nome Dolciata, così penso che dolce serà ogni vostra cosa».

E dato l’ordine tra loro, più volte si trovonno insieme dove Cazzutoro e Dolciata mescolonno loro cose con piacere, dicendo tra loro che ogni volta che Vespa suo marito facesse la guarda che lui venisse seco ad albergo et entrasse per una finestra dirieto, la quale di continuo la lasserà aperta; et eziandio lui faccia alcuno segno di sgraffiare che paino topi: «Et io intenderò tutto e la camera t’aperrò».

Dato tra loro l’ordine e seguito loro fatto molti mesi, avenne che a Vespa li era stato comandato la guarda. La donna, sentendo questo, subito lo fe’ a Cazzutoro assapere acciò che con lei la notte si desseno piacere. Cazzutoro, presto a ubidirla di sì fatto mestieri, spettò l’ora. Vespa, per alcuni lavori di buoi che la mattina seguente avea a fare, per esser forte la guarda misse e non andò dove la moglie credea. <La moglie> dicendoli: «Vespa, tu se’ troppo grasso, poltrone marcio, che stanotte per impoltronire inne’ letto hai speso soldi iiii, et io cattivella per avanzare puppo il fanciullo, che ben ti dovresti vergognare ad aver sì fatta donna e lassarla puppare poi che i denari gitti a diletto. Almeno l’avessi scambiata, se non ti sentii bene, a doman da sera»: Vespa dice: «Tu sai che domane io hoe a rompere le terre co’ buoi, e per esser più forte la guarda missi». La donna disse: «Or pensi che io non facesse tanto lavoro in una notte che vasterè’ a te in uno mese?» Et andatosene il Vespa e la moglie a dormire, Cazzutoro, che non sa che Vespa sia in casa, intrato per la finestra e fatto il segno del grattare, la donna, che la piumata avea presta, sentendo Cazzutoro pensò trovare qualche modo a potere a lui andare. E subito tirato il naso al fanciullo, lo fe’ piangere. E non restando il piangere, Vespa dice: «Dalli la pupora». Dolciata dice: «E’ non vale niente, ma io le vo’ andare a cuocere uno vuovo e credo starà cheto». Vespa simplice: «Va, et intanto nannerò il bambolo». Messasi Dolciata <la camicia> e preso i’ lume, fuori della camera uscìo faccendo vista il fuoco accendere: et al suo montone acostò il fuoco di Cazzutoro intanto che ciascuno rimase colla lana bagnata.

E ritornando la donna senza lume innel letto e posto l’una delle gambe sopra il piomaccio non acorgendosene e l’altra più giù, stando ella colla furiera aperta, parte della umidità ricevuta di Cazzutoro e della sua in sul volto a Vespa colò. Vespa, che crede che sia il vuovo, succhiandolo dice: «Tieni ritto il vuovo che gocciola». Dolciata, che sa che vuovo è quello che ’l Vespa ha succhiato, fra sé ride fortemente dicendo: «Io ho dato il brodo al mio marito e per me ho presa la carne». E ritornata innel letto, colla puppa il fanciullo racchetato e Vespa non acorgendosene di niente, si dormìo.

E questa vita tenne quella buona paggese di Dolciata col vuovo di Cazzutoro, con quello si pascea.

Ex.° lxxviiii.

LXXX

L>evati la mattina, essendo ditto la messa e bel tempo, il preposto disse alla brigata che stessero atenti d’andare stretti et ordinati, perché il paese che hanno a fare molti giorni è paese di malandrini e di mafattori, amonendoli di fare buone giornate per uscire tosto del paese; e l’altore comandò che di bella novella consoli la brigata acciò che ’l camino non rincresca. Et essendo tutti amaestrati, disse a l’altore che cominciasse qualche moralità e poi una novella dica fine a tanto che la brigata sarà giunta a Benevento; e se ’l camino fusse magiore che per uno dìe, se ne faccia du’, come è stato fatto fine a qui. L’altore e li altri al servigio presti, disseno di ubidire. E voltòsi l’altore e disse:

«Guarda che Negligenza non s’anidi

in casa tua, che non ne va’ per gridi:

la Negligenza albergo mai non piglia

che non vi meni Povertà sua figlia.

Non ti recar, figliuolo, al punto stremo,

che molti n’ha ingannati Già, Faremo.

Madonna Negligenza fu la madre

di Già, Faremo et è l’Indugio il padre».

E dipoi disse:

DE BONA PROVIDENTIA CONTRA HOMICIDAM

L’altore, bisognandoli certe mercantie, bisognò andare

a Firenze, e per meno spesa portonne in dosso un fardello

di drappi che portavano, come dice la novella.

A>l tempo che la nostra città di Lucca fu dalla tirannica servitù de’ pisani libera, di poghi mesi apresso l’autore di questo libro fu con uno suo zio che, avendo bisogno per alcune mercantie andare a Firenza, diliberonno portare certi drappi di Lucca d’alquanta valuta; e di quelli fatto uno fardelletto, e con loro andòe uno giovano pratese il quale in Lucca abitava. E perché la spesa non fusse molta, diliberonno andare a piedi e ’l fardello portare a dosso, non avendo tra loro se non una lancia e quella portava l’altore, avendo elli e li altri spada e coltello. E per questo modo uscinno di Lucca il martedì innanti il carnelevare. E come funno alla Casa delli Aranci presso a Lucca a uno miglio, un fante assai male in arnese, con una lancia e con un coltello, li domandò se andavano verso Pistoia. Loro simplicimente disseno sì. Lui disse in quanto fusse loro di piacere volentieri anderè’ con loro perché non sapea la via, dicendo che più di xii anni non l’avea fatta. L’altore e li altri senza sospetto disseno che fusse lo ben venuto.

E mossi insieme, andaron tanto che a’ Colli delle Donne <giunseno>, là u’ mal passo e scuro è sempre stato. E come quine presso funno arivati, quello fante intrò in novelle, e senza che neuno se n’acorgesse l’ebbe condutti in uno pratello intorniato di boschi dubievoli. Di che l’altore, ciò vedendo, pensando quel fante doverli tradire, subito la mano le misse al collaretto; e la punta della lancia messoli al petto dicendo a lo zio et al pratese che la lancia e ’l coltello del fante prendessero, coloro così fenno; tenendolo sempre fermo, dicendoli: «Se altri si scuopre tu se’ morto». E fatto prendere a quel fante il fardello in collo, usciti di quel pratello e venuti in sulla strada tenendolo sempre dirieto coll’una mano e coll’altra la lancia alle reni, li disseno che verso San Gennaio si riducesse, che di quine si vedea. Lo fante, di paura tremando, non faccendo motto la via prese. E tanto andonno che a San Gennaio la sera giunseno.

Et essendo arivati a casa di uno loro amico, il quale la notte li ricevéo volentieri, dicendoli che quel fante allogiasse in parte che senza saputa partire non si possa, e così fue fatto. La mezedima mattina levati, preseno una guida fine alla Pescia, andando sempre tal fante con essoloro, avendoli ditto: «Tu non dèi aver auto a male quello che fatto t’abiamo», però che a loro parea che lui li dovesse ingannare, in tal luogo li avea condutti: sì che s’è’ volseno vivere securi non ne dovea prendere amirazione. Lo fante dimostrava che l’atto fatto li fusse piaciuto.

E giunti a Borgo a Bugiano, là u’ quel fante disse che più là andar non volea e fermòsi a una taverna che si vendea vino, l’altore e’ compagni andonno a desnare a l’arbergo di Parasacco, dicendoli se quel fante avesse mai veduto. Parasacco disse: «Ieri mattina era qui, et è di cattiva condizione». L’altore e’ compagni, che aveano udito dire a quel fante che più di xii anni non era stato innel paese, la novella del tollerli l’arme e del tenerlo a Parasacco disseno. Parasacco disse: «Voi faceste <a> senno, però ch’egli è di cattiva condizione». Desnato, caminaro a Pistoia, e quine prenderon cavalli per andare più tosto et a Firenza la sera giunseno.

E giunti in Firenze, dienno ordine di spacciarsi. E mentre che a Firenze stavano, lo vicario di Pescia sentendo alquanti micidi fatti in quelle parti, raunate tutte le circustanze e fatto la Cerbaia e’ Colli cercare, funno presi certi malandrini fra’ quali fu quello ditto di sopra. E fatto loro confessare il male, il sabato fuor di Buggiano in sulla strada, a un paio di forchi apiccar li fe’. Et essendo l’altore e’ compagni spacciati di Firenze, la domenica di carnolovare si partinno, verso Lucca ne vennero; ma perché ’l dì non era troppo grande, et anco perché li cavalli non erano molto forti, fu di necessità che a l’albergo di Parasacco la sera dimorasseno.

E come quine funno giunti, Parasaco disse se voleano vedere quel fante che con loro era venuto. Loro dissero: «Non bisogna». Parasaco disse: «Voi lo vederete pure». E contò loro la novella com’erano stati apiccati vii de’ xii ch’erano in compagnia, dicendo: «Il modo che loro teneano si era che alcuni di loro andavano in quel di Lucca et acompagnavansi con chi venia di qua, e quando li aveano in luogo securo li uccideano e rubavano; e così di qua là. E confessonno averne morti più di l: e questo era la loro vita»: dicendo: «Voi fuste savi a tener i modi che teneste». Et a loro parve che quello li campasse.

E d’alora in qua mai con straino in camino non preseno compagnia. La mattina, al venire, viddeno coloro apiccati ricognoscendo quel fante. E salvi a Lucca ritornarono.

Ex.° lxxx.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2006