Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

 

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle XLI-LX

XLI

G>iunto lo preposto e la brigata a Roma essendoli piaciuto la novella de’ du’ amici, dicendo: «Tutti noi abiamo a rimanere in Roma almeno di x dì per prendere queste perdonanze e per vedere le cose antiche. E però comando che il giorno si vadi cercando tutti li perdoni e la sera, tornati all’abitagione, non vo’ che si canti né balli né stormenti si suonino; ma in cambio di tali cose comando a l’altore che una novella piacevole dica alla brigata fine che ora serà d’andare a dormire; e questa maniera vo’ che s’oservi, ma io ben li comando che ora dica qualche moralità e poi segua quello ho ditto»; l’altore presto disse:

«O padre, eletto al popul cristiano

per fare osservar la legge

divina, e mo’ ti fai santo chiamare,

che tutto ’l temporal vuoi tu romano,

sogiochi e chi t’elegge

per libertà e lo ’mperio aterrare.

Tu, Pietro, prima pietra dell’altare

fondato per Colui che ’l sangue sparse

(per nostr’amor tant’arse!),

credo quel ch’ora vedi non pensasti,

che le chiavi che in man ti puose il Verbo

dovesser far superbo

costui, che l’ha da chi tu le lassasti;

né credesti che stesse allor sì fiso

che le reni volgesse al Crocifisso».

Lo giorno visitato li perdoni e quelle chiese sante, e ’l preposto raguardato la grandezza della Città e delle belle mura e le porti di quella colli torioni d’intorno; e tornati la sera, cenarono. E voltatosi a l’altore e comandatoli che la novella debia dire in luogo delle danze, e ditta, la brigata vada a posare; l’altore, voltatosi alla brigata parlando, dicendo:

DE FIDE BONA

Di uno giudeo nomato Adamo: vedendo venire a Roma

molti signori e gentili omini a visitare la corte di Roma,

per quello si fe’ cristiano, come in ditta novella.

F>u innella città di Roma, dove stasera siemo, uno giudeo nomato Adamo, molto intendente della sua legge e gran maestro, il quale doppo molto tempo stato in Roma, vedendo venire imperadori re e gran signori et altri venerabili e savi omini a visitar la corte di Roma, immaginando fra se medesmo Adamo come potea esser che tanti valenti omini veniano a fare reverenzia al papa de’ cristiani; e doppo molto pensare, fra sé disse: «Per certo questo Cristo de’ cristiani dè esser gran fatto, poi che così mantiene i suoi servidori e cristiani; e per certo, se io fusse certo di tal fede, volentieri quella torrei. Ma non sòe chi del vero me ne sapesse dichiarare, però che se al papa od altri volesse da loro esser certo, loro per non esser biasmati direnno che la fede loro fusse perfetta. E così, volendo io esser certo di tale cosa, mi conviene andare a persona non sospetta; e non ci veggo persona che di tale cosa mi possa far certo se non che io n’anderò innella chiesa di san Piero, e quella che i cristiani chiamano la Vergine Maria la quale prima troverò in tal chiesa, quella domanderò che mi faccia certo di quello hoe sospetto».

E fatto questo proponimento, la mattina levatosi n’andò nella chiesa di San Piero, et <a> una colonna della ditta chiesa vidde Nostra Donna dipinta col Figliuolo in braccio, e pensò di volere domandarla acciò che fusse certificato della verità e chi era quello che tenea in braccio, e po’ dimandar Nostra Donna di parte in parte secondo che a lui serà alla domanda risposto. E fatto tal pensieri, subito renduto alquanto reverenzia a Nostra Donna disse in rima:

«Dimmi per tuo onore,

se ti piace, donzella,

chi è cotesta stella,

che di saperlo mi strugge il cuore».

La Vergine Maria, sapendo il buon proponimento di Adamo, per darli buono exemplo et anco per fare la fé di Cristo per lo ditto adorare et ad exemplo di chi volesse mai tenere il contrario et a esaltazione di tutti i cristiani, s’inclinò di dare responso a Adamo giudeo. E alla domanda di Adamo rispuose secondo il modo che a lei fu domandato rispondere. E cominciò a dire:

«Con tanto desiderio

fai tua petizione

che già niente tel posso negare.

Or intendi il misterio

della responsione:

questi morendo dé te ricomperare.

E per me’ satisfare

a tutto ’l tuo disio:

questi è il Figliuol di Dio

che prese carne di me per tuo amore».

Udito Adamo giudeo la consolata e devota responsione fatta alla sua domanda et essendo fatto chiaro che ’l Figliuol della Vergine Maria era Figliuol di Dio, volendo più oltra sapere disse che Lei lo dichiari se tal Figliuolo è quel Messia che’ giudei aspettano; e disse:

«Un fuoco innella mente

il tuo parlar m’ha misso,

donzella, che mi dà pena e diletto;

l’anima doglia sente,

e ’mpallidisce il viso,

e viemmi meno il debile intelletto;

sì e no m’è sospetto,

ma piacciati, Maria:

dimmi s’ell’è Messia

promesso dalla legge e ’l Salvatore».

La groriosa Vergine, vedendo già Adamo aver creduto che ’l suo Figliuolo era Idio et avendo udito la dolce domanda se tale era Messia, per farlo chiaro, vogliendo i suoi preghi condescendere, disse:

«La mente in alto leva,

e lo Spirito Santo

e Dio vedrai in questa carne unito.

Costui Adamo et Eva

e ’l mondo tutto quanto

creò eterno, et è infinito.

Quest’è che esaldito

ha de’ Padri la voce,

quest’è Messia che ’n croce

del sangue suo fu di noi redentore».

Adamo, chiarificato della graziosa risposta e certificato il Figliuolo della Vergine Maria esser quello Messia che’ giudei aspettano, ma per voler esser più certo disse se tal Figliuolo è nato di vergine, quasi a dire: «Tu avei marito quando tal figliuolo parturisti: come può esser che di vergine nato sia?» E domandato l’ha in questo modo, cioè:

«Tanta dolcezza sento

del tuo parlar, Maria,

di questo frutto tanto dilettoso:

ma in parte pavento

perché di vergine dia

nasce, donzella che mai <ebbe> sposo.

Non mei tener nascoso:

lume nel cuor m’incende,

ad adiutorium intende,

sì ch’io ricognosca il mio Signore».

La eccellentissima Vergine Maria, cognoscendo che Adamo già credea el suo Figliuolo esser quel vero Messia, e avendo sentito il sospetto che prendea, se tale figliuolo era nato di vergine, per onestare il Figliuolo et anco sé e per certificarlo della verità, e <con> voce soavissima disse:

«Io son di Dio sposa

in virginità santa,

che luce in me più che stella serena;

io son candida rosa

in umiltade tanta

che dir m’ha fatto: ’Ave, gratia plena’.

Parturl senza pena

questo mio Figlio e Padre,

e son vergine e madre,

fattura son dell’etterno Fattore».

Certificato Adamo il Figliuol di Dio esser Idio e quello Messia che’ giudei aspettano et esser nato di vergine per lo Spirito Santo, con devotissimo cuore rendéo grazia in questa forma, cioè:

«Tal è l’offesa grave

che t’ho fatto, donzella,

ch’io ti domando per grazia mercede:

o dolce Vergine, ave,

ave lucente stella,

ave, reina, fontana di fede.

Beato ti chi crede,

benedetto sia il frutto

che ’l tuo ventre ha produtto,

Cristo Gesù, ch’è fior sopr’ogni fiore!»

La reverenda Madre di Cristo, udendo la dolce ringraziazione che Adamo avea fatto a Dio et a Lei e vedutolo disposto a farsi cristiano e lassare la fede giudaica, distendendo la mano lo benedisse.

Et Adamo, partitosi, come più tosto potéo si fe’ cristiano, vivendo poi come verace cristiano, e finì li dì suoi con santità.

Ex.° xli.

XLII

U>dito il preposto e la brigata la bellissima storia, comandato a tutti che a posar s’andasseno e la mattina per tempo desser luogo a cercar le perdonanze; e levatisi la mattina, e ciascuno al loro esercizio per Roma n’andarono; lo preposto vedute le belle chiese et oratori e comprendendo tutte le parti, venuto la sera, cenarono.

E cenato, cominciò il preposto a dire: «Quanto vi dé esser piaciuto di vedere le belle e grande mura della città di Roma colle suoi porte e’ torioni per difesa di quelle, et eziandio aver veduto le devote chiese e bene adornate e con grande magnificenza, che per queste ii parti mi sembra Roma anticamente esser stata degna d’esser chiamata capo del mondo e chiesa di Dio». E voltosi a l’altore dicendoli che qualche novella dicesse fine che ora fusse d’andare a dormire, l’autore disse: «Fatto serà»; e disse:

DE PURITATE

Di Ladislao da Roma e di sua donna Biatrice, bella et onesta.

A>voi, donne: in questa città di Roma anticamente fu un gentile omo romano nomato Ladislao, omo di somma prudenzia, il quale avendo preso una gentildonna di Roma nomata Beatrice, bellissima di suo corpo e tanto onesta che di onestà avanzava molte Romane; avea questo Ladislao per nazione alquanto malfiato, et altro difetto a Ladislao non si potea puonere, in però che in tutte l’altre cose era di virtù ripieno.

E dimorato con Beatrice moltissimi anni — con tanto piacere che per Roma era ditto che una coppia non si sare’ trovato con tanta pace e consolazione tra loro che mai, non che di fatti fusseno mai corucciati, ma di parole mai non si disseno disoneste —, e stato, come ditto, molto tempo, un giorno Ladislao essendo nel consiglio del senato di Roma, li fu, per alcuno sboccato che altro che male non sapea dire (come oggi innella nostra città di Lucca se ne trovere’ molti che più tosto sono atti a dir male che bene), ditto: «O Ladislao, e’ ti pute la bocca». Ladislao, udendo quello che mai ditto non li fu, vergognoso partìsi dal consiglio.

Et intrò in casa, dicendo: «O Beatrice, io mi posso dolere di te». Ella dice: «O messer, perché?» Ladislao disse: «Perché a me è stato ditto in consiglio che la bocca mi pute, e tu non me l’hai mai ditto di x anni che meco se’ stata; che se me l’avessi ditto, arei in bocca tenuto qualche cosa odorifera e questa vergogna che ho ricevuta non l’arei ricevuta». Beatrice disse: «Marito e signore mio, eli è ben vero, alquanto la bocca vi pute, ma io pensando che a voi omini piacesse come a noi, per questo non ve l’ho ditto. E però non l’abiate per male».

Ladislao, udendo la donna che sì bella ragione disse, dicendo fra sé: «Ora veggo che costei mai ad uomo non s’acostò tanto che li potesse il fiato sentire»; e così era: ch’ella, casta, con uomo né prima né poi s’acostò tanto che ’l fiato potesse comprendere.

Ex.° xlii.

XLIII

I>ta la brigata a posare colla piacevole novella ditta di quella donna onesta, e la mattina levati andarono alle perdonanze ordinate e ’l preposto visitando le fortezze di Roma e ’l bel castello di Santangelo e ’l Culiseo et i belli monticelli forti; e tanto cercò che il giorno fu passato.

E venuta l’ora della cena, cenarono, e doppo cena disse il preposto: «Oh, quanto dimostra Roma esser fatta potente ad aver sì forti siti! E non è meraviglia se in tal terra dimoravan sì fatti signori come il papa e lo imperadore». E voltosi a l’altore, disse che dicesse la novella ordinata tanto che si vada a dormire. Al quale l’altore disse che fatto sarà; e voltòsi alla brigata dicendo:

DE CASTITATE

Di Lucrezia, moglie di Bruto principe di Roma, come s’amazzò.

Anticamente Roma era ripiena d’oneste e caste donne, infra le quali che in Roma fusse nomata di castità fu una venerabilissima donna nomata madonna Lucrezia, bellissima e di gentile sangue romano nata e moglie di uno de’ principi delle milizie di Roma nomato Bruto. Che, essendo tale marito e principi andato in servigio del comune di Roma a conquistare contra alcuni ribelli di Roma lassando la sua donna Lucrezia in Roma, divenne che uno nomato Larino — figliuolo di Tarquinio Superbo, magior del dominio di Roma —, il quale Larino, avendo sentito e veduta la bellezza di Lucrezia e saputa la sua onestà, pensò lei avere per amore o vero per forza; e con più modi pensò venire a l’effetto del suo pensieri, e niente li valea.

E parendo a Larino lo ’ndugio pena, dispuose una sera di notte entrarli in casa; e così fe’. E preso uno famiglio di Lucrezia il quale con Bruto era stato molto tempo, lealissimo e fedele, et andato innella camera solo il ditto Larino lassando il famiglio in sala a guardia de’ suoi famigli che menati avea — e perch’era figliuolo del signore di Roma, il ditto fante stava per paura cheto —, e giunto in camera, Lucrezia disse: «Larino, che vuol dire che di notte a sì fatt’ora se’ venuto a una onesta e casta donna? Non mi pare che sia ben fatto, e pertanto ti dico che di casa ti parti per lo tuo e mio onore». Larino, ch’avea mal pensieri, manimettendola per volere isforzarla, Lucrezia dinegando, intanto che Larino niente di sua intenzione può avere.

E vedendo non poterla aver per quel modo, fe’ il famiglio preso mettere in camera, e disse: «Or m’intendi, Lucrezia, quello ti dirò: se tu aconsenti a me, giamai tal cosa non si apaleserà». Lucrezia disse: «Tu m’ucciderai prima che io a te consenta». Larino disse: «Et io ti dico che se non aconsenti, io nuda innel letto t’ucciderò, e nudo al lato a te porrò questo tuo famiglio, e simile ucciderò e poi farò dire: ’Odi, che Lucrezia, ch’era tenuta sopra tutte le donne romane casta, è stata trovata col suo fante innel letto abracciati nudi, e uno parente di Bruto li ha amendue uccisi’. E per questo modo serà vituperata la tua fama». E preso il famiglio per ispogliarlo, tenendo la spada nuda in mano, Lucrezia pensa quello ha ditto, e simile il suo buon nome esser perduto. Non curandosi tanto della persona quanto del suo buon nome, deliberò aconsentire, con uno proponimento assai terribile, come udirete.

Avendo Larino auto per tal modo Lucrezia e partitosi, Lucrezia, sentendo che Bruto suo marito avea avuto vittoria d’alquante battaglie, acciò che non andasse più avante li mandò a dire li piacesse <tornare>. Bruto, che amava Lucrezia quanto sé, pensò: «Per certo qualche difetto arà». E avuto licenzia di tornare, tornò. E come Lucrezia sentìo che Bruto suo marito tornava, subito vestita di bruno innella camera l’aspettò.

Bruto, come fu giunto a Roma, andò al senato notificando che <dopo> la vittoria era venuto a Roma. E poi, domandato d’andare a casa sua li parenti di Bruto e quelli di Lucrezia in gran moltitudine (però, com’è ditto, erano de’ magiori principi di Roma), e giunti in sala, Lucrezia aperta la camera e di nero vestita, con uno coltello nudo in mano si fe’ contra al marito. Lo marito e li altri vedendo Lucrezia in quella forma, meravigliandosi dissero: «Or che è questo?» Lucrezia disse: «Bruto marito mio, la tua gentilezza e nobiltà non si dè a una meretrice acostare». Bruto disse: «Che è quello che io t’odo dire? Dimmi quello ch’è la cagione che tali parole hai ditte». Lucrezia contò tutto ciò che Larino malvagio li avea fatto, e il modo: «Per la qual cosa ti dico a te et a tutti li miei parenti e’ tuoi: poi che la mente non aconsentìo a peccare, che di questa mente vendetta facciate; e perché la carne n’ebbe alcuno piacere, questa mano ne farà la vendetta». E con quello coltello innel petto si diè per modo che subito morta cadde.

Lo marito e’ parenti di Lucrezia, fatti certi che Larino così avea fatto e veduta Lucrezia morta, subito richiesti loro amici e parenti et armatisi, a romore andarono al palagio di Tarquinio Superbo, la u’ trovarono Larino; e datoli molti colpi, l’uccisero. E poi il padre, scacciato di signoria, di Roma con tutti i suoi <si partìo>. E per tal modo Lucrezia fu vendicata.

Ex.° xliii.

XLIIII

E ditta tale novella, il preposto disse: «Ognuno vada a posare».

P>osata la brigata la notte colla dolorosa novella di Lucrezia che per inganno così morissi et avendo la brigata e ’l preposto preso piacere della vendetta fatta, senza dar volta dormiron fine al giorno. E levatisi, come di prima le chiese visitonno. E ’l preposto, veduto li belli palagi e tanti e bellissime case e gran muraglie, stimando fra sé in quelle case potere stare la metà delli omini del mondo, e andava fra sé dicendo: «Non è da maravigliarsi se i Romani antichi vinceano ogni generazione, che pur loro senz’altre genti erano sofficenti a tutto conquistare».

E in tal pensieri stando, fu l’ora della cena, e la brigata assetata a cenare, di buona voglia cenarono. E voltosi il preposto a l’altore, disse che una novelletta dicesse, e poi a ciascuno dia ordine di dormire. L’altore parlando disse:

DE RE PUBLICA

Di quel fuoco ch’era in Roma a modo di un pozo, ardendo sempre.

P>oi che abiamo toccato delle cose di Roma, ancora al presente vo’ dire che, essendo Roma per alcuno loro peccato cominciata a diminuire, aparve uno segno in sulla piazza di Roma, cioè uno fuoco il quale andava ardendo a poco a poco la piazza. Era questo fuoco in forma di una tana molto prefonda et era tonda come uno pozzo al pari della terra, e la fiamma andava molto alta, e di continuo s’alargava.

E per questo modo si facea questa bocca molto larga, non diminuendo però il fuoco, ma sempre multiplicando, intanto che ’l popolo di Roma stimava per quel fuoco perire e che Roma a poco a poco ardesse tutta. E avuto loro astrolagi, viddeno che quel fuoco non dovea mai restare se uno spontaneamente da se medesmo, armato a cavallo in tal fossa non si gittava. Sentito da tali astrolagi il modo, subito uno nomato Scipione, armato, a cavallo in tal fuoco si gittò; e gittatosi, il fuoco si rinchiuse.

E per questo modo Roma fu libera.

Ex.° xliiii.

XLV

A>vendosi levato la mattina la brigata e ’l preposto andando ragionando per Roma l’antichissime cose romane, maravigliandosi di quella agulla alta d’un pezzo, dove vidde di sopra una palla in che sta la cenere di Cesari, primo imperadore di Roma; e ritornati la sera a loro abitagione narrando doppo la cena le meravigliose cose vedute, dicendo: «Tutte le cose meravigliose che i Romani vedeano in alcuna parte del mondo, tutte le faceano a Roma venire»; e per non tenere molto la brigata a disagio, disse a l’altore che una novella dica, avendo loro dato piacere quella che ditta avea. L’altore, che presto era a ubidire, disse:

DE RE PUBLICA

Come Aniballe asediò Roma, e come Formione uscì fuori

et amazzòlo innel paviglione al fuoco stando co’ baroni.

E>ssendo Roma assediata da Anibale Affricano, e quello essendo più tosto atto a disfarla che Rom’a potersi difendere, e non avendo li Romani potuto contastare alla potenzia di Anibale, e non avendo genti d’arme né soccorso spettando, consigliandosi fra loro, disseno: «Che partito prenderemo? Voi vedete Roma assediata e di fame opressa, e vedetela in tal termine che necessaria cosa sarà noi innelle mani del nostro inimico metterci; e quanto a Roma et a noi torni onore, voi lo potete comprendere. E pertanto a me parrè’ che se vi fusse persona che volesse mettere sé alla morte per salvare Roma, saremmo di tanta pestilenzia liberi. E il modo che dovrè’ tenere sarè’ che con uno coltello andasse innel campo, et apressandosi a Anibale quello uccidesse. Ucciso il capo, li altri varanno poco. E per questo modo saremmo salvi». Udito tal consiglio, subito molti si levarono, infra’ quali fu uno chiamato Formione e disse che quella opera farà lui.

Era, in quel campo che questo fatto si fece, di verno, che stando Anibale al fuoco con molti baroni onorevolemente vestiti, intorno a uno fuoco, il preditto Formione giunse quine u’ erano li baroni. E non cognoscendo Anibale, vedendo uno barone onorevole più che gli altri vestito, di quel coltello li diè per lo petto e morto l’ebbe. Anibale, che questo <vidde>, disse: «Che vuol dire questo? Chi se’ tu?» Lui disse: «Sono Formione romano, il quale per liberare Roma ho ucciso Anibale e non curo omai morire». Anibale udendo disse: «Tu non hai morto Anibale, ma uno altro in suo luogo morto hai». Formione disse: «Ben che morto non sii, non potrai scampare, però che più di mille hanno deliberato morire per ucciderti se da Roma non ti parti. E perché la mano mia fallìo a non dare a te, e ne patirà prima la pena». E subito in presenzia di Anibale e d’altri quella mano in sul fuoco misse, e non mai ne la levò che fine al braccio fu arsa. Anibale, vedendo la costanza del Romano e l’ordine preso tra loro, disse: «Per certo io dalla morte campare non potrei». Deliberando per quella volta partirsi et altra volta col suo esercito ritornare.

E per questo modo Roma fu dall’asedio libera per lo buono Formione romano.

Ex.° xlv.

XLVI

E ditto tale novella, tutti andarono a dormire.

L>o preposto e la brigata stata consolata della bella novella, e la mattina levati, andando il preposto raguardando le gentilezze di Roma e’ grandi casati e quelli comprendendo esser tanti che di gentilìa il mondo arenno ripieno, e considerato la gentilìa loro esser vera e non simulata, tornati a cena la sera cenarono.

E dapoi il preposto disse: «Per certo se Roma anticamente avea il mondo signoregiato non è da aver meraviglia, considerato la vera gentilezza ch’era stata in Roma, che volentieri ogni persona sta contenta esser da vera e buona gentilezza governata; e non dalla gentilezza che oggi in queste parti d’Italia si trova, però che alla avarizia è dato oggi l’onore della gentilezza. E però le signorie d’Italia poco durano, perché non ci s’usa gentilezza vera ma sì simulata». E voltatosi a l’altore disse che d’una bella novella la brigata contentasse. L’altore disse: «Volentieri», voltòsi dicendo:

DE LEALTATE

Della Tarpea di Roma ’ve stava tutto lo tesoro di Roma.

N>arrasi che li Romani antichi aveano uno palagio innel quale si riponea tutto il tesoro di Roma; il quale luogo era nomato Tarpea. Era questa Tarpea con porti di ferro e con molte chiavi, et erano queste porti fatte per tal modo che quando s’apriano faceano tale lo romore che tutto Roma lo sentìa, né mai si poteano aprirle che coloro a chi era dato a guardia le chiavi non vi fussero. E tal tesoro si riserbava per lo comune bisogno et a casi stretti.

Divenne che nacque discordia tra Pompeo, grande romano, e Cesari, simile grande in Roma. E doppo il molto contastare, Pompeo morto, e Cesari fattosi principi e’ l’imperio di Roma a sé atribuìo. E volendo il tesoro di Roma rubare o vero prendere, con scure li chiavacci della Tarpea tagliando et aprendola, lo romore si sentìo.

Al quale uno Romano nomato Metello, omo di bassa mano e non ricco, avendo una delle chiavi avuta dal senato di Roma, sentendo i’ romore della Tarpea subito corse là. E in sulla porta messosi con una spada in mano, dicendo: «Io vo’ vedere qual vuole esser quello che il tesoro del comune voglia rubbare. Per certo io lo difenderò, e amo più tosto di morire che dir si possa: ’Metello ha lassato rubare il tesoro’»; Cesari, che quine era presente, disse: «Metello, pensi tu poter tal tesoro difendere?» Metello disse: «Sì, però che la mia volontà serà più forte che la tua potenzia. E posto che tu m’uccidi ne son contento: almeno la mia memoria sarà innelle croniche di Roma messa e la mia morte esaltata». Cesari disse: «Tale memoria non arà luogo al presente». E comandò che fusse preso e levato dalla porta senza offenderlo. E così fu fatto.

Cesari, rubato il tesoro, in sua utilità lo convertìo.

Ex.° xlvi.

XLVII

Ditto l’altore tale novella, la brigata andò a posare.

Lo perfetto amore di Metello consolò la notte molto la brigata, e ’l preposto, la mattina levato, e li altri per fornire il loro camino denno all’exercizii. E sentendo il preposto le leggi morali canonichi e civili fatte per li antichi Romani, le quali tutto il mondo aluminonno, fra sé dicendo: «Per certo li paesi si mantegnano meglio col senno che colla spada; e però non è da maravigliarsi se’ Romani tutto signoregiavano».

E con tale ragionamento e simile passò quel giorno, tanto che l’ora della cena fu venuta. Le mense poste, la brigata di vantagio cenò. Lo preposto parlò: «O brigata perfetta, ingegnatevi d’esser savi, però che secondo che io ho oggi compreso, Roma hae signoregiato tutto ’l mondo per senno». E voltosi a l’autore comandandoli che una bella novella dica e poi ognuno vada a dormire, l’altore per ubidire disse:

DE FALSO PERJURIO

<Del> vedere in Roma quando le donne faceano fallo, per quella macina.

Li antichi Romani aveano per costume <che> voleano che le lor donne stessero caste; e per esser certi se caste fusseno, ordinorono per lor arte e maestria una macina, la quale avea tal vertù che quando una donna avesse fallito al suo marito e posta la mano in sulla macina, come giurato avea e giurasse il falso, la macina volgea; e se giurava il vero, la macina stava senza voltarsi.

Divenne che una giovana nomata Fiorina, moglie di uno Romano chiamato Pierucco, s’innamorò di uno giovano romano nomato Sodo; e venuto a compimento il desiderio di Fiorina d’aver saziato più volte la parte di sotto con Sodo (e perché tali cose non si puonno spesse volte fare che non si senta), fue sentito per Pierucco marito di Fiorina che ella si fallia ma non sapea con cui. Per la qual cosa Pierucco, costretto dal suo onore, diliberò d’accusare la donna e di menarla alla macina. E come diliberò misse in efetto, che quella accusata e datoli termine a comparire, pensò <farla ardere>.

Fiorina parlò con Sodo dicendoli: «A me conviene esser condutta alla macina, e tu sai che io più volte ho avuto a fare teco; però ti prego mi di’ consiglio al mio scampo acciò che vituperosamente io non sia arsa. E se volessi dire: — Andianci con Dio —, ti dico che quello fare non si può, però che i’ ho sempre <vicino> le guardie della giustizia». Sodo le disse: «Fiorina, io per me non so trovare modo di poterti scampare». Fiorina, ch’avea trovato il modo a contentare la sua voglia, disse a Sodo: «O Sodo, se tu vorrai fare a mio senno, io penso salvare me e ’l mio onore». Sodo disse: «Comanda et io il farò». Fiorina disse: «Farà’ti matto e quando io sarò menata alla giustizia della macina, e tu vieni et abracciami e basciami e poi ti fugge, e così farai più volte; e poi lassa fare a me». Sodo, che li volea bene, subito fe’ vista d’esser amattito, e per Roma andava faccendo le mattie, co’ panni stracciati voltonandosi per lo fango; e tutto ciò che un vero matto facea, il Sodo così facea, intanto che per tutto Roma Sodo era matto tenuto. E ben che si mostrasse matto tanto, a neuno facea male.

Venuto il giorno che Fiorina è menata alla macina, Sodo, com’ella uscìo di casa acompagnata dalla famiglia e da alquante donne, se li acostò et abracciòla e baciòla a partìsi subito. E come fu andata alquanto, Sodo, uscito d’uno cantone di corsa, si misse tra la famiglia et abracciò Fiorina e baciòla e fuggìo. E condutta Fiorina dinanti alla signoria, essendo la macina presente e simile Pierucco suo marito, prima che d’alcuna cosa fusse domandata, venne Sodo, e passando tra omo et uomo andò dov’era Fiorina et in presenzia della signoria e di Pierucco abracciò Fiorina e baciòla e fuggìo.

E stando Fiorina dinanti al giudici, domandato Pierucco che volea dire della moglie, Pierucco disse che ella avea auto a fare con altro uomo che seco. Lo giudici dice: «Fiorina, odi tu quello che tuo marito dice? Se dici di no e la macina cel mosterà non arai alcuna remissione, ma di presente al fuoco sarai menata e quine la tua persona serà arsa; e se dici la verità qualche rimedio potrai aver al tuo stato». Fiorina dice: «Messere, lo mio marito può dire ciò che vuole, et io son qui dinanti da voi per ubidire i vostri comandamenti». Lo giudice dice: «Fiorina, metti la mano in sulla macina e giura se altro uomo che ’l tuo marito t’ha tocca e di te avuto piacere». Fiorina, messa la mano in sulla macina, disse: «Così mi scampino li nostri dii com’a le miei carni né a me s’acostò mai persona altri che ’l mio marito e quel matto che in vostra presenzia mi abracciò e basciòmi».

Fatto il sacramento, la macina non si mosse ma salda steo. Lo giudice che non comprese il motto, liberò Fiorina, dicendo a Pierucco che la sua donna era casta; e mandòla a casa. Li dii, vedendo che la macina era stata per malizia di Fiorina vituperata, da quell’ora innanti la virtù che prima avea perdéo né mai tale virtù si racquistò.

Ex.° xlvii.

XLVIII

E questo ditto, la brigata andò a posare.

L>a novella di Fiorina con scampar sua vita diè molto a fare et a pensare <a> la brigata. E la mattina levati, lo preposto diè exercizio di vedere li grandi <monimenti> et insegnar li arti liberali, e massimamente quelli udia da’ vecchi romani esser stati a Roma. E volendone esser certo, si diè a vedere li libri che tal maestri fatti aveano, dicendo fra sé: «Per certo ogni persona grossa e materiale dovenrè’ sperto in tutte cose se solo il Tittulivio studiasse non che li altri libri». E così fine all’ora di cena fu suo exercizio.

E trovato le vivande aparecchiate, cenarono. E poi voltòsi e disse: «Quanto si dovrebe l’uomo exercitare a legere e scrivere libri morali di vertù, però che molto se fanno li omini per tal legere e scrivere esperti». E poi disse a l’altore che una novella raconti fine che ora sarà d’andare a dormire. L’altore rispuose e disse che volentieri, et alla brigata si rivolse e disse:

DE AMORE ET CRUDELITATE

In Roma, al tempo di Giulio Cesari e di Tulia,

nata di gentil sangue, donna di Pompeo.

N>ella città di Roma al tempo di Giulio Cesari fu una donna nomata Tulia, nata di gentil sangue e d’ardito cuore. Essendosi maritata a uno gentile uomo di Roma nomato Pompeo e molto tempo stata la ditta Tulia col marito, vivente il padre di lei e sendo già vecchio, divenne che ’l ditto Pompeo di natural morte morìo. Tulia dogliosa vegendo il marito morto e ’l padre vecchissimo, come donna reale volse che ’l suo marito Pompeo in su un carro fusse portato a farne cenere, com’era di usanza de’ principi di Roma.

E perché il padre di Tulia era vecchissimo, per più onore del marito deliberò Tulia romana che il carro sopra il quale era il marito andasse sopra il dosso del padre.

E così seguìo ch’è il padre di Tulia romana morto per onorare Pompeo suo marito. E però potete comprendere quanto Tulia fu savia a mettere il padre vivo per lo marito morto!

Ex.° xlviii.

XLVIIII

E come ebbe ditto, el preposto disse che a dormire si vada.

A>ndata la brigata a dormire e la mattina levati, il preposto per dar il suo exercizio deliberò il giorno investigare la moltitudine di mercadanti di drappi di seta di lana e di spezie e d’ogni mercantia, et i loro fondachi per vedere. E compreso li grandi guadagni che far doveano innel tempo che Roma era del mondo signora, e’ molto in fra sé immaginava quanto potea esser allegro chi a quel tempo si trovava mercadante.

E passato il giorno in su tal pensieri, li servidori chiamonno il preposto e la brigata dicendo: «Le vivande si guastano». Lo preposto richiesto la brigata, lavatosi le mani, et a taula si puoseno. E cenato, il preposto disse: «Oh, quanto mi pare questa terra esser stata utile a’ mercadanti! E di vero, se bene ho compreso Roma innel tempo ch’era grande, tutto il tesoro del mondo convenia per li mercadanti in questa terra esser condutto». E voltosi a l’altore disse che contentasse la brigata di bella novella; e perché il dì aveano alquanto dormito, disse che non si curasse perché la novella sia lunghetta. L’altore per ubidire disse:

DE RECTO AMORE ET JUSTA VINDICTA

Di Vergilio, quando romase apiccato a mezzo lo muro per amore

di una figliuola dello ’mperadore la quale avea nome Isifile.

P>rima che Cristo incarnasse innella Vergine Maria era in Roma uno imperadore nomato Adriano, il quale avea una sua figliuola grand’e donzella nomata Isifile, la quale lo ’mperadore tenea in una bellissima torre, di notte et alcuna volta di dìe, quando ella non uscìa fuori di casa, ché rade volte andava per suo spasso per Roma.

Avenne che in quel tempo Vergilio poeta fu scacciato di Mantova. Et arivato Vergilio poeta e gran maestro in arte negromante a Roma e quine dimorato molto tempo, vedendo un giorno Isifile e piacendoli, essendo del mese di magio, s’innamorò di lei per modo che non molto tempo steo che a Isifile fe’ dire il bene che a lei volea. E doppo molte parole, Isifile, per ingannarlo, rispuose ch’era contenta d’aconsentire alla volontà di Vergilio, ma che non vedea modo ch’e’ a lei andar potesse se non a uno modo, e quello era assai faticoso, ma pur pensava che fatto verrè’. E il modo era questo: che ella, chiesto licenzia al padre di volere suso in torre tirare uno canestro di rose, Virgilio in quello canestro di rose intrar dovea, et ella lo tirerè’ suso e prenderenno loro piacere; e dapo’ per quello medesimo modo si ritornerè’. E tale risposta a Vergilio mandò.

Vergilio, che l’avea l’amore in lei accecato, contento disse ch’era presto a entrare innel canestro, et ella su lo tiri. Ordinata la cosa, Vergilio innel canestro entrò coperto di rose. Isifile falsa tirò Vergilio fine al mezzo della torre e quine tutta la notte fine al mezzodì lo lassò pendente.

Vergilio, vedendosi ingannato e non vedersi andare né su né giù, e stato tanto tempo, più volte per disperazione del canestro volse uscire e lassarsi cadere; ma l’animo suo faccendosi forte di sì fatto fallo per Isifile commesso a suo tempo vendicarsene, se ne ristéo che del canestro non uscìo.

Isifile malvagia, avendo fatto stentare Vergilio più di xvi ore, parendoli tempo di lui vergognare, mandato per lo ’mperadore suo padre e lui venendo, disse: «O padre carissimo, vendicami della vergogna che a me è stata voluta fare da uno malvagio». Lo ’mperadore disse: «Chi è stato tanto ardito che la figliuola dello ’mperadore abia voluta vergognare?» Isifile disse: «Padre carissimo, avendomi voi dato licenzia che uno canestro di rose potesse innella torre tirare, uno Vergilio mantovano, digainando quello che le rose arregava, innel canestro entrò, e coperto di rose, suso lo feci tirare. E vedendo io che molto pesava quando a mezzo della torre fu tirato, considerando le rose tanto non dovere pesare, fattami alla finestra della torre, Vergilio viddi, et io ciò vedendo fermai la fune aciò che voi, padre, lo possiate vedere e di lui farne quella giustizia che merita». Lo ’mperadore, fattosi alla finestra, vidde Vergilio: e subito fattolo andare giù e misso innelle pregioni, e doppo molta deliberazione fu deliberato che Vergilio morisse.

E venuto il giorno che Vergilio morir dovea, fattoli noto la morte, subito Vergilio con una sua arte, essendo menato alla giustizia, a uno suo famiglio si fe’ portare uno bacino pieno d’acqua, e quine messovi la faccia disse: «Chi Vergilio vuol trovare, a Napoli lo vada a cercare». E subito dalli spiriti maligni fu preso e messo in Napoli.

Lo ’mperadore ciò sentendo, meravigliandosi dello scampo di Vergilio, e non molto tempo steo Vergilio che del fallo commesso per Isifile si volse vendicare. Che subito per arti fe’ che in Roma fuoco non si trovava né per alcuno modo aregare né fare se ne potea. Vedendo lo ’mperadore questo, et essendone estimolato dal popolo dicendo: «Noi periamo e siamo costretti abandonare Roma se morir non vogliamo»; lo ’mperadore non sa questo fatto unde proceda e niente rispondea. Vergilio, che tutto sa, mandò a dire allo imperadore che mai in Roma non si troverà fuoco se non quello che dal culo di Isifile sua figliuola si prendesse; notificando se neuno ad altri di tal fuoco desse, che il suo e ’l dato si spegnere’.

Lo ’mperadore, veggendo il popolo romano, deliberò, posposto ogni vergogna della figliuola, ch’ella alla piazza comune stesse al culo nuda alzata; e chi volesse del fuoco, con bambagio panno stoppa andava et al culo di Isifile lo ponea, e di presente il fuoco s’aprendea. E per questo modo convenne che tutti quelli di Roma, maschi e femine, vedesseno il culo di Isifile, perché non volse che Vergilio lei vedesse. E così fu svergognata lei e lo ’mperadore che mai più omini.

Ex.° xlviiii.

L

L>a giusta vendetta per Vergilio fatta ha molto consolata la brigata intanto che tutta la notte senza dar volta dormirono. La mattina levati, il preposto al suo exercizio colli altri dienno luogo fine a sera. E veduto il preposto li artifici d’ogni mestieri, e tanti che li parea che mai quello che colle lor mani facceano a tutto ’l mondo fusse vastevole, e sopra questo molto pensando, andava immaginando quello dovea esser Roma di tali arti quando facea più di c migliaia d’uomini da cavallo e du’ tanto per popolo, stimando l’altra parte del mondo non esser di tanti artifici ripiena.

E in su tali ragionamenti venne l’ora della cena: le mense poste, la brigata a sedere asettata, le vivande buone, la volontà del mangiare migliore, con gran piacere cenarono. E cenato, il preposto parlò dicendo: «Oh, quanto dé esser contento colui che colle suoi braccia guadagna la sua vita e della sua famiglia meglio che quelli che del sudore de li altri si pascano! Per certo io ho considerato oggi li artefici di Roma, e di vero io veggo loro allegri più che altre generazioni di genti che veduti ci abia; e non penso che questo avegna per molta robba che ellino abiano, né per stato né per vanagloria, ma io stimo, e così è, che loro non hanno a fare ragione con Dio di loro arti, ma col poco si contentano». E voltosi a l’altore comandandoli che una novella per la sera dica sperando al partire di Roma a poghi dì, l’altore ubidendo disse:

DE PRUDENTIA IN CONSILIIS

<Di> monna Cicogna, che lo figliuolo andò col padre in consiglio.

N>el tempo che Roma reggeva a senato, prima che altra legge si facesse, quelli che erano di consiglio menavano quando erano richiesti a’ consigli li loro figliuoli piccoli per vezzi, come molti matti oggi fanno che vorenno che uno suo figliuolo di iii o iiii anni stia in banca a sedere con omini vecchi (e quanti ne sono stati e sono innella nostra città di Lucca che a ugni ora quando seranno richiesti in palagio a stretti consigli vi menano uno fanciullo che dirà: «Babbo, io vo’ cacare». Et essendo il padre al consiglio stretto dirà: «Aspettate fine che io ho menato a cacare il mio figliuolo». E per questo modo i comuni sono consigliati!).

Divenne, uno Romano nomato Simone avendo uno suo figliuolo nomato Merlino, auto di una sua donna nomata madonna Cicogna, la quale di continuo dal figliuolo volea sapere quello che inne’ consigli di Roma s’era fatto, lo fanciullo tutto dicea. Avenne un giorno che ’l ditto Simone fu richiesto per istretto consiglio fusse a palagio. Simone con Merlino suo figliuolo andò al consiglio, e quine praticato alcuna cosa molto stretta, fu per lo senato ordinato, acciò che spandere tal secreto non si potesse, che ognuno giurasse sotto pena della testa che il consiglio non si apaleserè’; e tal sacramento fu dato al padre di Merlino. Merlino fanciullo, udendo il comandamento e vedendo il sacramento fatto, subito si puose in cuore di non dirlo alla madre.

E licenziato il consiglio e Merlino tornato a casa, madonna Cicogna sua madre domandando Merlino che s’era fatto in consiglio, Merlino dice: «Madre, e’ non s’osa dire». La madre disse: «Io lo vo’ da te sapere». Merlino dice: «Madre, non vogliate sapere, però che a mio padre è stato dato in sacramento sotto pena della testa che il consiglio non si apalesi. E pertanto io non vel direi mai». Madonna Cicogna, che hae la volontà bestiale, disse: «O tu me lo di’ o io ti batterò per modo mel dirai». Merlino disse: «Madre, voi dovreste amare la vita di Simone vostro marito. Per certo se questo consiglio s’apalesa, lui è condannato alla morte; e pertanto io non vel direi».

Monna Cicogna, che poco si cura del marito, per adempiere il suo desìo prese Merlino e con una isferza lo batte; e niente da lui può sapere. Ultimamente, vedendo monna Cicogna che per quel battere non potea sapere il consiglio, spogliando il figliuolo, dicendo: «O io t’ucciderò o tu il consiglio mi dirai»: e cominciòlo a battere fortemente. Lo fanciullo sostiene. Monna Cicogna non resta, ma multiplicando tanto ch’e’ sangue per tutto versa, dicendoli: «Io ti convegno uccidere»; Merlino, che non può più sostenere, dice «Madre mia, poi che io veggo la vostra volontà, vi prego che per amor del mio padre non dobbiate il consiglio appalesare et io vel diròe». E la madre dice: «Dìmelo». Merlino savio dice: «Madonna, il senato ha deliberato che ogni Romano debba prendere tre mogli per multiplicare il popolo. Ben vi dico che questo tegnate secreto».

La Cicogna, come più tosto potéo ritrovatasi con molte cicognine, tale consiglio narrò. E tanto fu lo dire che più di vi mila donne insieme si trovarono deliberando andare al sanato e dire che tal consiglio non piacea loro. E così insieme al sanato n’andarono e fenno madonna Cicogna capovana d’andare come maestra dinanti al sanato; e così, in torma come le pecore senz’ordine, quelle cicognine seguitando la cicogna magiore.

Giunte le donne romane al palagio del sanato di Roma, mandonno a dire che voleano al consiglio parlare. Essendo già comossa tutta Roma, omini e donne, per sentire quello che volea dire lo raunamento che fatto avea madonna la Cicogna coll’altre cicognine, giunto il consiglio in palagio, e Simone marito di monna Cicogna disse: «O senato, che vuol dir questo?» Il senato e l’altro consiglio disseno: «Noi non sappiamo»; e raunato il consiglio, deliberonno mandare a dire a quelle smemorate che a piè del palagio gridavano d’esser udite.

Et andato uno cancellieri a dire loro quello voleano, disse la maestra delle poco savie: «Noi vogliamo sapere se il senato e ’l suo consiglio ha fatto legge che debia esser nostro danno, e vogliamo sapere perché». Lo cancillieri, avuto la imbasciata, et al sanato et al consiglio disse quello che le donne poco savie romane aveano chiesto. <Il sanato e ’l consiglio> disseno che per loro si mandasse. E così il cancellieri andò a loro e disse che al sanato andassero a dire la loro ragione e che volentieri seranno udite: «Ma perché nel palagio non potreste capere, tanto sete quelle che la volontà più che la ragione v’ha mosse, che bene è che alquante ne lassiate collo errore loro che non vegnano». Monna Cicogna disse: «Voi dite bene»; et elesse quelle che come lei aveano il cuore magno a potere non che uno uomo saziare ma molti non vastarè’ loro.

E con ardore giunseno al sanato et al consiglio, dicendo prima madonna Cicogna e poi raffermando l’altre in questo modo: «Sanato e voi del consiglio, a noi è venuto a notizia che non molti giorni è che ordinaste in consiglio che ciascuno Romano possa e debia prendere iii mogli, qual più li piace. E pertanto noi a questo consiglio non fummo richieste e però la legge fatta non vale. E se pur voleste udir le ragioni, vi dichiamo che non tanti omini Rom’ha che la sesta parte delle donne romane contentassero loro voluntà, et anco le donne pasciute non si sarenno. E pertanto vi dichiamo che se i nostri mariti desiderano aver iii mogli e di questo non ne sanno rendere ragione, ora che siamo innel consiglio dichiamo che a noi ne siano tanti conceduti di mariti che abastanza ci abbiano contente. E per questo modo crescerete Roma di gente d’arme più che se’ nostri mariti prendesseno III mogli per ciascuno».

Lo sanato e ’l consiglio, udendo perché le donne romane aveano fatto tale raunamento et udendo dire che di ciò per lo sanato s’era deliberato, volendo sapere onde questo era venuto, rivoltosi a monna Cicogna, dissero che ’l consiglio volea sapere da lei onde aveano che tal consiglio era stato fatto, meravigliandosi che lei tal consiglio possa avere saputo. Monna Cicogna dice: «Merlino mio figliuolo l’ha ditto». Il sanato e ’l consiglio, stretti insieme con Simone padre di Merlino, dicendo che volea dir questo, Simone dice niente sapere, ma mandisi per Merlino e tutto dirà. Lo senato subito mandò per Merlino, che il giorno per esser ito alla scuola il padre al consiglio non l’avea menato. E questo fue perché tal consiglio non fu con ordine.

Venuto Merlino al sanato et al consiglio e dittoli quello che la madre avea ditto de’ mariti tre, Merlino ridendo disse: «Io vi dirò tutto». E racontò al senato che la madre volea che a lei dicesse quello che innel consiglio era fatto: «E doppo molte battiture e sangue versato, vedendo la sua volontà, per non apalesare il vostro segreto diliberai dire ch’era deliberato che ogni Romano tre moglie potesse prendere, impromettendomi di non dirlo a persona. Et ora veggo ch’ella a tutto Roma l’ha palesato. Non che in Roma, ma a tutto ’l mondo mia madre l’arè’ fatto palese».

Lo senato udendo il savio Merlino e saputo la ragione, in presenzia di quelle mattacce dissero: «E noi deliberiamo che non più <(di)> una se ne possa tenere; perché veggiamo che mal se ne contenta una, mal se ne contenterè’ tre». Le donne gridarono: «Voi dite vero e ciascuna di noi tutto ’l dì il prova, che i nostri mariti al x non ci contentano, e per altro modo ci convien talora di vivande strane l’apetito (saziare)».

Partite le cicogne romane contente, rimaso el senato e ’l consiglio, disseno: «O consiglieri e voi savi Romani, quanta confusione ha riceuto oggi Roma, e solo per apalesare alle donne le cose secrete! E pertanto è bene che s’ordini che innel consiglio neuno entrar possa né esser menato se tale non fusse richiesto. Ma perché Merlino è stato savio et ha sostenuto tormento per salvare l’onore del senato, dico che sempre in ogni ora Merlino possa senza esser richiesto inne’ consigli intrare, e a tutti li altri sia espresso comandamento di non intrare».

E così si fermò che neuno il quale non fusse richiesto al consiglio in quello entrar non potesse, salvo Merlino.

Ex.° l.

LI

La dilettevole novella ditta del fanciullo romano contentò molto la brigata per la notte. E la mattina disse il preposto alla brigata che il giorno ognuno desse pensieri a fornire tutto loro perdono et orazioni, però che lo seguente dì di Roma si doveano partire. E ditto, ognuno <andò> a dar fine alle loro perdonanze, lo preposto a comprender le cose meravigliose <de’ Romani> e le statue rotte delli loro dii antichi.

E questo li fu magiore amirazione che cosa che veduto avesse, con dire che si fatti savi omini com’eran quelli antichi Romani non avessero cognoscimento che solo uno Dio si volea e dovea adorare; e massimamente cognoscendo ogni cosa venire dal cielo, doveano almeno per tal rispetto al cielo aver la loro <anima> intenta; m’a l’idoli di marmo e di metallo poneano i loro cuori. Dicendo fra sé il preposto: «Ben erano quelli Romani ingannati dal dimonio dello ’nferno che non voleano cognoscere la via della verità». E più, si meravigliava che, poi che Cristo incarnò, e’ più tempo tali idoli adoravano e credeano, perseguitando li cristiani e molti faccendone per tormenti morire.

E mentre che in tali pensieri stava, il dì trapassò; e venuta la sera, le brigate raunate, le vivande aparecchiate, cenarono di buona voglia perché ciascuno avea adempiuto il suo perdono. Lo preposto doppo la cena disse a l’altore che la sera dicesse una bella novella acciò che la brigata per conforto tutta la notte posino, e che la mattina possano esser levati. L’altore disse che sarà fatto; e voltosi, parlò dicendo:

DE FALSITATE MULIERIS

Di Aristotile e monna Orsina, donna di Allesandro Magno, e di Viola.

Al tempo che Allesandro signore su tutto regnava, prima che Cristo incarnasse, ebbe il ditto Allesandro per suo maestro uno filosofo maestro di filosofia nomato Aristotile, il quale, amaestrando Allesandro, più tempo steo con lui.

Divenne che il ditto Allesandro prese per moglie una donna barbara bellissima e gentile chiamata madonna Orsina, e costei prese senza che mai Aristotile veduta l’avesse. E menatala, Aristotile, come la vidde, comprese questa madonna Orsina esser di compressione molto calda e lussuriosa e vaga dell’uomo.

Allesandro, che giovano era e gagliardo e di cuor gentile, vedendo madonna Orsina bellissima, con lei più che a tanto signore non si convenìa usava, et ella più s’accendea in tanta caldezza che in men di uno mese alquanto Allesandro fu della persona indebilito. Vedendo Aristotile quello che Allesandro, poi che la la donna prese, era divenuto, subito parlò ad Allesandro dicendo: «Poi che tu m’hai eletto tuo maestro e guidatore della sanità e buoni costumi, ti dico che non vuogli — per saziar quella cosa che mai saziar non si può se non come lo inferno che mai non si dè saziare —, tu vogli perire, e tutti i tuoi sottoposti teco perisseno. E pertanto, oltra li altri consigli che t’ho dati, ti do questo: <poi> che dè’ lusuriare, tanta lusuria far non debbi, né vogli prendere a contentare chi mai contentare si potéo. E tu come savio omai prendine il migliore».

Alesandro, che mai dal consiglio d’Aristotile non si partìo, colla sua né con altra donna usava se non per modo che a lui alcun male far non potea. Madonna Orsina, che vede che Allesandro avea restato il cavalcare senza speroni, disse: «Messere, perché sete restato di non cavalcare come di principio me cavalcasti? E qual cagione ve n’ha rimosso?» Allesandro disse: «Donna, io sono principo del mondo, et ho a combattere et affanarmi in cose d’armi, e conviemmi tutte le miei brigate rinfrancare; trovandomi debile, parenno pecore, et io con loro». Madonna Orsina dice: «Come, non eravate voi quando mi menaste principo come ora, e di cavalcarmi senza speroni non restavate dì e notte, et ora più giorni della semana me ne fate patire dicetto?» Allesandro dice: «Donna, sempre ho volsuto vivere per consiglio de’ savi, e pertanto ho trovato che mentre che io <mi> sono atenuto al consiglio d’Aristotile filosofo e mio maestro, sempre m’è colto bene; e pertanto ora lui m’ha ditto questo modo tegna. E dicoti che se altro o niente vorrai che io faccia, tu serai meco in contumacia».

Madonna Orsina tacette e niente disse, e pensò quello Aristotile pagare per lo fallo che le parea che avesse commesso. Et ordinò che una sua cameriera giovana e bella nomata Viola andasse a Ristotile innello studio o vero innella sua camera, la quale era innel palagio d’Allesandro, comandandole che a niente consentisse ad Aristotile, ma dando buone parole lo facesse entrar in ruzzo, (come talora entrano questi vecchi, che quello che non puonno fare sì diceno). E così comandò madonna Orsina a Viuola. <Viola> maestra di gusmini, disse: «Madonna, lassate fare a me».

Pensa ora, lettor’e voi che udite, quanto senno fu quello di Aristotile a esser condutto da una cavestrella che anco li sapea la camicia di piscio, come molte oggi se ne troverè’!

Viola, avuto dalla imperadrice, cioè da madonna Orsina, il comandamento di ubidirla e consentito, entrata Viola innella camera d’Aristotile con motti d’amore salutandolo, Aristotile meravigliandosi disse che volea dire. Viuola disse: «Messer, io sono venuta a voi a imprendere alcuno amaestramento mentre che madonna Orsina dorme». Aristotile, lassato lo studio, disse: «O perché tu anco non dormi?» Disse Viola: «Perché il mio dormire non serè’ utile né a me né ad altri». E questo dicea con un vezzoso parlare, quasi ridendo. Aristotile, che vede costei bellissima e sola tanto parlar vezzoso, senza sospetto si cominciò a riscaldare, ben che poco caldo avere potea; e perch’era molto di tempo, pur la immaginazione e ’l vedere e l’udire Viola con dolci motti parlare, lo facea esser voluntaroso: e volsela prendere.

Ella come amaestrata e maliziosa veggendolo già preso, disse: «O Aristotile, io so e veggo che voi m’amate et ogni cosa fareste per me, et io così farei per voi, ma io sono stata tanto a novellare con voi ch’è l’ora che io debbo esser apresso a mia donna venuta, e per avale non posso il vostro e mio dovere adempiere, e però piacciavi star contento. Et in segno di buono amore, questo vi posso fare: che un bacio voi mi diate; e se il tempo il patisse, farei il vostro e ’l mio volere; ma penso che madonna si vorrà levare». Aristotile, che ode, tutto desideroso s’acostò a Viuola: e subito ode gridare, dicendo: «Viuola, vieni a madonna». Viuola dice: «Aristotile, basciami, e domane serò qui a voi e daremo l’ordine a tutto». Aristotile acostatosi a Viuola e baciatola, Viuola si parte; Aristotile rimane con allegrezza sperando dare compimento al desiderio.

Madonna Orsina, sentito da Viuola tutto l’ordine dato, disse a Viuola: «Viuola, farai domane quello ti dico: tu anderai ad Aristotile, e dirai che tu sii contenta che elli abia a fare con teco, ma dilli che tutti quelli del tuo sangue, prima che siano state svergognate hanno cavalcato x passi quello che prima ha a fare con loro. Et io farò arai una sella et una briglia e con quelle aconcerai Aristotile e darai l’ordine d’esser con lui innel giardino dirieto alla mia camera, dicendo che quando io sono a dormire vegna; e tu alora li metterai la sella e la briglia e monterai a cavalcioni e così lo fa andare x passi». Viuola, che ode madonna Orsina, disse: «Madonna, io saprò tutto fare, e penso condurlo colle miei parole a far ciò che io vorrò».

Lo giorno sequente, madonna Orsina fe’ Allesandro richiedere che li piacesse venire alla sua camera doppo desnare perch’ella volea alquanto seco parlare. Allesandro, auta l’ambasciata, disse che volentieri anderè’, non sapendo la cagione. Madonna Orsina, essendo certa che Allesandro dovea a lei venire, disse a Viuola che andasse a fornire l’ambasciata con Aristotile.

Viuola subito andò in camera ad Aristotile e disseli che al tutto era disposta di fare la sua volontà, ma tanto li volea dire che se lui avea l’animo di oservare la costuma del suo lignagio, ella starà contenta che seco usi, altramente non potrà né elli né altri di lei poter aver efetto. Aristotile disse: «Che costuma hanno li tuoi parenti?» Disse Viuola: «Che colui che prima svergogna neuna di noi dè essere prima x passi cavalcato e poi hanno di noi piacere». Disse Aristotile: «Cotesto farò io bene, ma come aremo sella e briglia?» Disse Viuola: «Io prenderò quella che mia madre adoperò la prima volta che coll’uomo si congiunse». Aristotile disse: «Falla presta». Disse Viuola: «Io l’ho messa innel giardino, che oggi quando madonna dormirà vi voglio dar piacere». Aristotile allegro disse: «Et io sono contento». Viuola partita, e tutto a madonna Orsina disse, et ordinò ciò che bisognava.

Venuta l’ora, Allesandro andò a madonna Orsina et in camera con lei trovòsi. E Viuola andò ad Aristotile dicendo: «Omai ò tempo». Aristotile desideroso andò innel giardino. Viuola, aparecchiato la sella e la briglia, e messal’a Aristotile, e su sagliendo, Aristotile cominciò a fare i passi.

Madonna Orsina, che di tutto era amaestrata, prendendo per la mano Allesandro li disse: «Io vi voglio mostrare Aristotile quanto sa consigliar voi che meco non usiate se non a punti di stelle e lui a ogni ora tal mestieri cerca di fare, e per più aver suo agio, con Viuola innel giardino si riposa. Andiamol’a vedere». Allesandro, che questo ode, andò in sul portico e vidde Aristotile esser da Viuola cavalcato. Parendoneli male, disse: «O Ristotile, u’ è il senno tuo?» Aristotile, che ode la voce di Allesandro, alzò la testa e vidde Allesandro e la donna, e disse: «Il mio senno è innel culo di Viola».

E subito levatosi, per vergogna della terra si partìo et andò in una città dov’era uno signore nomato Cosmal, il quale, come vidde Aristotile, subito faccendoli reverenzia li disse: «Che buone novelle?» Aristotile disse: «Se tu mi vuoi prometere di non apalesarmi a persona, io da te non partirò che io t’arò fatto tanto onorare che sempre ne sarai lodato». Cosmal, che disiava aver buono consiglio, sapendo il senno di Aristotile, subito disse: «Maestro, comandate et io ubidiròe». Aristotile disse: «Et io non ti vo’ comandare, ma de’ buoni exempli ti farò maestro».

Cosmal, lieto che Aristotile rimane con lui, secretamente come Aristotile vuole lo tiene. E ’l primo comandamento che Aristotile insegna a Gosmal si fu che alla sua donna e famiglia si facesse ubidire. E poi seguitò a l’altre cose le quali qui non si diceno; ma ben dico che la fama di Cosmal per tutto era lodata di buono e giusto regimento.

Madonna Orsina dice ad Alesandro: «Ora potete comprendere che è di stare al consiglio di uno matto e smemorato che a una fanciulla s’ha lassato ingannare». E tutta la novella li narrò. Allesandro, doloroso della vergogna che Aristotile ricevuto avea, et apresso che lui non sapea dove fusse capitato, e non potendo da neuna parte poter sentire di lui, stimò per dolore si fusse ucciso.

E di questo portava singularissimo dolore; e così dimora. Madonna Orsina, parendoli avere fatto assai ad avere svergognato il savio Aristotile, come matta stava allegra quando vedea Allesandro stare malinconoso, dicendo ella fra sé: «Ormai non riprenderà Allesandro di quel fatto, né anco me, se più ne tenesse».

E per questo modo stando, madonna Orsina richiedea Allesandro di quel fatto più ch’Allesandro far non volea, però che non estante che Aristotile partito si fusse, nondimeno li suoi amaestramenti oservava, e dicea <a> Orsina: «Taci, che da’ consigli d’Aristotile io non mi debbo partire». Madonna Orsina, che avea la rabia al culo, pensò potere il suo apetito in parte contentare: e trovò uno giovano bello, il quale in modo di femmina per sua cameriera tenea, e per questo modo si facea battere la lana del tristo montone.

Dimorando le cose ditte più tempo, venne volontà ad Alesandro d’andare innella città dove Cosmal dimorava perché di sua vertù molto avea sentito; e mandòli a dire che lo spettasse uno giorno nomato, che lui volea quine essere. Cosmal, avuto la lettera del suo signore, subito ad Aristotile la porta, dicendo che ’l consigliasse di quello che dovea fare intorno all’onore et a l’altre cose di Allesandro. Aristotile, che avea sentito che monna Orsina poco si curava che Allesandro con lei giacesse e che di nuovo avea prese alcune servigiali, stimò quello ch’era.

E subito spirato da Dio, disse: «O Cosmal, sopratutto dispuoni a fare onore a Lesandro et a’ suoi se tutto ciò che hai spendere dovessi, però che tutto fi’ ben speso; apresso, fa che la tua donna e famiglia e tutti di casa, senza replicare, a uno dire t’ubidiscano. E come Alesandro serà venuto, doppo l’onore a lui fatto, e desnato, lui ti domanderà come li omini tuoi si contentano e come ti sono ubidenti, e tu risponde prima che altro ti dica: «Vi vo’ far la prova se’ miei sottoposti a me sono ubidenti». E farai in sua presenzia la donna le servigiali le cameriere e tutti della tua casa subito a uno parlare, tutti, presente Allesandro, spogliar nudi; e comandando prima alla donna tua e poi a li altri, faccendo prima la richiesta di tutti, così di donne come di omini». E molte cose li disse che non sono di bisogno a tal novella notare.

Cosmal messo tutto in efetto come Aristotile li disse, venuto Allesandro presso alla città, Cosmal co’ suoi baroni andato incontra, e con quanto onore si può fu ricevuto. E desnato, Allesandro domandò Cosmal come i suoi sudditi li erano ubidenti. Cosmal disse: «Io vel mosterrò». E subito mandato per la donna e per tutti di casa, avendone la scritta in mano e faccendone richiesta, trovò tutti esser quine. Cosmal disse: «Donna, e voialtre, nude vi spogliate in presenzia di tutti». La donna subito così fe’. Allesandro, ciò vedendo, disse fra sé: «Questo non farè’ la mia donna». Apresso Cosmal disse a tutti li omini che quine erano che si spogliasseno; e così fu fatto. E tanto stenno nude, fine che Cosmal piacque.

Disse Allesandro: «Ben è che omai le facci rivestire». Cosmal comandò che si rivestissero, e fue fatto. Alesandro disse: «Deh, dimmi, Cosmal, per cui consiglio vivi?» Cosmal disse: «Per consiglio di Aristotile». «Or come! È Aristotile vivo?» Cosmal disse: «Signorsì». «E dove sta?» «Io non so, ma ben potrei sapere d’ove capitò quando qui apparìo. E allora mi diè certo ordine il quale sempre ho servato: e prima m’acomandò che alla mia famiglia mi faccia ubidire e poi a tutti li altri». Allesandro, udendo che Aristotile era vivo, ebbe gran piacere, e disse a Cosmal che di lui investigasse, però che volea che a lui tornasse. Cosmal disse: «Lui mi disse che mentre che madonna Orsina con voi stesse, che mai innanti non vi verrè’, tanto fu la vergogna che per lei sofferse; nondimeno io penso quando il richiederete, lui verrà a voi».

Allesandro, che ha desiderio di ritornare a casa, dicendo fra sé: «Cosmal è un piccolo signore e fassi tanto ubidire in casa sua, et io che sono signore del mondo non serò sì tosto ubidito dalla mia donna e famiglia»; e pensò, subito come fusse a casa, far fare la richiesta di tutti e comandare che nudi si spoglino. E prese cumiato da Cosmal avendolo molto acomandato; e così ritornò Allesandro al suo palagio.

Come fu giunto, fe’ la richiesta di tutti. E venuti, comandato che Orsina si spogli, ella cominciò a dire: «Or che vuol dire questo? Imperadore, sete impazzato che volete che alla presenzia delli omini mi spogli? Or perché non mel dite in camera, tra voi e me?» Allesandro dice con mal viso: «Io ti dico che subito ti spogli!». La ’mperadrice per paura spogliatasi, Allesandro comandò a l’altre donne e damigelle che nude si spogliassero; e per paura ognuna si spogliò, salvo la cameriera di madonna Orsina. Allesandro disse: «E tu perché non ti spogli?» Ella trovando certa scusa come alcuna volta trovano le donne, dicendo: «Io ho il mio male delle calende», Allesandro disse: «Spogliati!». Ella, costretta dal timore, si spogliò; e’, trovato costui esser maschio il quale colla imperadrice si giacea, non potendo tal puzza sostenere, lui e la donna fe’ morire.

Aristotile, sentendo la giustizia fatta della donna malvagia e della cameriera, scrisse ad Alesandro che lui era al suo comando. Allesandro, auto lettera d’Aristotile, subito mandò per lui e più che mai l’amò et onoròllo. E per questo modo il savio Aristotile si vendicò della malvagia Orsina per lo suo sottile intelletto e sapienzia.

Ex.° li.

LII

Dormita la brigata colla savia vendetta fatta per Aristotile fine alla mattina, e levati e fatto dire la messa, lo preposto parlò a tutti quelli che hanno officio di comprare e d’aparecchiare, sonare e cantare e ballare: comandò che oggimai si tegna l’ordine principiato, senz’altro dire. E voltosi all’altore disse che dicesse una piacevole novella fine che alla città di Spoleti seranno giunti: «Al quale vo’ che la nostra giornata sia faccendo di quel viagio du’ posate, acciò che la brigata possa prendere un po’ di piacere»; là u’ comandò che le vivande fussero aparecchiate. L’altore, che disposto era a ubidire, disse che sarè’ fatto; e voltosi alla brigata disse:

DE HYPOCRITA ET FRAUDATORE

<Di> frate Calandrino con Narda.

Della città Iesi si partì sotto nome d’acattare per la badia di Vallembrosa, uno vestito di panno scuro e gran parlatore, e diliberò venire in Toscana, là u’ pensava trovare molte simpliciotte femmine, e massimamente in quello di Firenze Pistoia Lucca e Pisa. E doppo il predicar fatto innel contado di Firenze et a Pistoia, venne innel contado di Lucca faccendosi nomare frate Calandrino. E domandato in che parte si tenea mercato, fulli ditto in più parti, ma sopratutto era quello del Borgo a Mozzano, al quale gran parte della Garfagnana e delle sei miglia colà concorrea. Di che, udendo frate Calandrino che al Borgo era il mercato, subito andò là, e giunse a l’oste di Giovannetto da Barga abitante innel Borgo, e quine posò suo’ arnesi.

Avea questo Giannotto una donna nomata Narda et una figliuola nomata Bontura; il qual frate disse a Narda quando serà il mercato. Narda disse che serè’ lo dì seguente. Lo frate disse che facesse che lui e ’l compagno che seco avea fusseno ben serviti e paghisi bene. Narda disse: «Comandate, che ci ha delle galline e de’ capponi assai». Lo frate dice: «Mentre che ci ha de’ capponi non ci dare galline». Narda tutto fa e falli godere.

Venuto la mezidima, ch’è il dì del mercato, notifica il frate che ogni persona vada a udire la sua predica e fa sonare la campana, asegnando che chi a tal predica va serà perdonato colpa e pena. Sonato la campana, le genti circostanti e quelli che venuti erano al mercato divotamente stenno a udire la predica.

Frate Calandrino, che sapea l’arte della birba, doppo il predicare disse che si facesse bene alla badia di Valombrosa, ma ben dicea: «Se fusse alcuno uomo che avesse ucciso alcuno suo compare, non faccia limosina; e simile, se neuna donna avesse morto o compare o commare, non faccia limosina, però che l’abate non l’aciterà». Ditto questa parola, ognuno fe’ offerta in quantità; alla quale offerta fu Bontura figliuola di Narda ostiera, e dèlli uno tovagliuolo da volto dicendo che quello mettesse alla faccia di Nostra Donna a Valembrosa. E una sorella della ditta Narda offerse uno tovaglione grande da stufa, dicendo che quello offerìa all’abate acciò che i preti di quel luogo si possino asciugare quando sono lavati per andare a dire l’officio divino.

Tornato frate Calandrino allo ostello con molti denari panno lino e biada et altre cose, disse a Narda: «Parti che possiamo godere?» Narda, che sì vede guadagnare: «Voi potete ben spendere al buon guadagno faite». E così la mezedima si diè buon tempo tutto ’l dì.

La sera giunseno, quasi in sulla cena, del mese di magio, due meretrici e belle e giovane, le quali andavano al bagno a Corsena. E giunte a l’albergo di Giovannetto dove era frate Calandrino volendo bere per caminare al bagno dove pensavano trovare guadagno, frate Calandrino, che avea già fatto aparecchiare di buoni capponi per cenare, vedendo quelle fanciulle disse loro se la sera volessero quine riposare che volentieri le riceverè’ per la loro bellezza a cena et anco ad albergo. Coloro disseno: «Noi siamo <contente>».

E restate, frate Calandrino afretta che la cena fusse aparecchiata. Et aparecchiata la cena, cenarono. E poi lo benedetto frate, ricordandosi di san Grigorio che tra du’ giacea, disse a Narda: «Io come spirituale persona vo’ stasera costoro meco inne’ letto dormano, per ii rispetti: l’uno si è perch’è limosina d’albergare il povero, e costoro son povere, che non hanno casa; l’altra, per carità, ch’è bene, se io potesse convertirle, a usare di questa misericordia». Narda disse: «Ben fate, ma credo che io pogo vi ubidiranno». Lo frate disse: «Io farò quanto potrò, poi facciano quello vogliano». E menòle in camera: e lui entrato innel letto, nel mezzo si puose avendone ii d’intorno.

Narda ostessa, che ha veduto il frate con quanta carità ha coloro ricevute et udito per che cagione l’ha seco innel letto messe, parendoli meraviglia disse: «Per certo io saprò l’opere di costui». E perché il suo letto era solo d’una taula diviso dal suo, stando in niscolto udiva tutto. E come posta si fu a udire, disse il frate a quella più di tempo: «Io vo’ sapere come hai imparato l’arte che meni tanto tempo: quanto innel luogo comune se’ stata?» Ella disse: «Provate, frate, e vedrete se io hoe perduto il tempo mio». Frate Calandrino montò a bestia e di buona soma la caricò perch’era grasso. E disposto la soma, disse: «Per certo tu hai bene speso il tempo tuo, però che ben sai l’arte che più di c tuoi pari che provate ho». E voltosi alla più giovana, disse: «A te non si richiede saper tanto quanto a questa ch’è più di tempo di te». Lei rispuose: «Frate, alcuna volta le giovane sanno di questo fatto meglio che le vecchie». Frate Calandrino disse: «Ben vo’ provare». E saglitogli in sul corpo e la bestia menando talora con mano e talora col piè, giunse al suo disiato luogo. Lo frate disse: «Io per me non saprei dicernere qual di voi fusse meglio amaestrata, di vero ciascuna è buona e perfetta. Omai diamo a dormire, e prima che di qui ci partiamo, determineremo un’altra volta la quistione».

Narda, che udiva, talora isbavigliando udendo e sentendo quello che ’l frate con quelle du’ faceano, sentendo dover dormire, a dormir si puose disposta di tutto sentire. E passato il tempo del dormire, frate Calandrino, vedendo già il lume chiaro, di nuovo le ripascéo della vivanda malcotta. E levatosi Narda e tutto sentito, volse vedere che modo tenea il frate a mandarle via. E udendo dire alla prima: «Io sento che andate al bagno: io voglio che abi questo bello tovagliuolo il quale una giovana mi diè, acciò che quando ti lavassi la faccia tu e tua compagna per parere più bella al bagno vi possiate asciugare. E a te do questo tovaglione, che quando arete servito altri come avete servito me <e> per star nette enterete innel bagno, e con questo tovaglione v’asciugherete quel dolce fiore che tra le cosce portate»; Narda, che tutto ode, disse fra sé: «Costui è frate da comunicar vacche!» E pensò alla figliuola et alla soro dir quello che fatto avea de’ tovagliuoli dati; e simile pensò al frate dire alquante parole di vergogna.

Le giovanette partite, lo frate rimaso, Narda subito la mattina alla figliuola et alla soro disse a chi il frate avea dati i tovagliuoli. Or loro confuse, Narda tornata a casa e già ora di desnare, desnando insieme lo marito e ’l frate et ella, disse Narda: «O frate, prima che io vi desse denari né cosa del mondo, considerato quello che io so di voi, io mi lasserei innanti ardere». Lo frate disse: «Odi, Narda, et io metterò teco una buona cena di ii capponi che se verrai a udire la mia predica, che tu mi darai limosina; e se non me la dai, io vo’ pagare ii cene». Narda disse: «Io sono contenta, ma io ti dico che non vo’ esser forzata». Lo frate dice: «Io sono contento, ma tu mi prometterai di non partire infine a tanto che io arò tutta la mia predica ditta». E così ciascuno promisse, e Giovannetto fu pagatore della moglie e del frate, dando l’ordine che domenica mattina se ne faccia la prova. Venuta la domenica, sonata la campana per la predica, le genti venute, tante che tutto ’l mercato coprìano, lo frate predica. Et ultimamente, venendo alla lemosina, disse che li omini stessero diseperati dalle donne; e così fu. E messo uno tappeto in terra, disse: «A chi vuol far limosina alla badia di Valembrosa si dica quello che altra volta si disse; e più, dirò che qualunqua donna avesse fato fallo al suo marito, che non dia limosina però che ’l santo abate non l’acetterè’». Le donne, come sentinno tal parola, chi non avea denari si levava la benda di capo et in sul tappeto la gittava.

Narda, che vede a furia le femmine dare offerta, dice fra se medesma: «Se io non offerisco <perdo il mio onore, se io offerisco> perdo la cena». E deliberato pure l’offerire, sì misse mano alla borsa e trassene uno denaio, e quasi fu la deretana, e offerse. Lo frate disse: «Tu l’hai <perduta>». Racolto la robba e tornato all’ostello, Narda disse: «Per certo omai vi cognosco». <Disse lo frate>: «Questa cena serà omai la migliore che mai io facesse».

E da quell’ora innanti, mai a sì fatti frati Xarda non diè né consigliò che altri desse, ma il contrario sempre fe’.

Ex.° lii.

LIII

Giunto a l’albergo il preposto e la brigata colla dilettevole novella ditta, aparecchiato da desnare e desnato, rivoltatosi a l’altore disse che una novella dicesse per lo camino tanto che la brigata a Spoleti seranno giunti. Al quale l’autore disse di farlo: «Ma ben vorrò’ dire prima qualche moralità». Lo preposto contento, l’autore disse:

«Io, Accidia niquitosa e vile,

fo miseri e taupini tutti i miei,

trista nel mezzo de’ buoni e de1 rei».

E poi l’altore voltatosi alla brigata dicendo:

DE PIGRITIA

<De> lo re Sparaleone di Portogallo, vilissimo.

Lo re Sparaleone di Portogallo ebbe in sé tanta viltà un certo tempo, che ogni ingiuria che si facea innel suo reame senza punirla si passava; e non che si lassasseno impunite le ingiurie d’altri, le suoi ingiurie che tutto dì ricevea, per lo simile modo lassava passare. Et era a tanto venuto che qualunca persona avea alcuna malinconia, tal malanconia sopra de’ re la vendicava. E per questo so modo durò gran tempo.

E stando lo ditto re Sparaleone per tale maniera, divenne che una gentildonna di Guascogna, nomata madonna Isabetta donna di un gentile conte, andando in pellegrinagio et arivata innelle terre del preditto re, da certi scelerati omini villanamente fu vituperata. Di che ella senza alcuna consolazione dolendosi, pensò d’andarsene a richiamare a’ re. Et essendole ditto che perdere’ la fatica perché lo re era di sì cattiva vita e sì da poco e con sì poco cuore che non che l’altre onte vendicasse con giustizia, ma le infinite a lui fatte con vituperevole viltade lui sostenea, intanto ch’era tenuto sì da poco che ogni femminella li dicea villania; di che madonna Isabetta, disperata della vendetta che sperava si facesse dell’oltragio riceuto, con alcuna consolazione della sua noia propuose di voler mordere con alcuno motto di vergogna il lo ditto re.

Et andatasene dinanti a lui, disse: «Signor mio, io vegno innella tua presenzia non per vendetta ch’io atenda della ingiuria che a me è stata fatta innel tuo terreno, ma in satisfaccimento di quella ti prego che m’insegni come sofferi, essendo tu re, le ingiurie che a te sono fatte — tante che io per me n’ho per tuo amore dispiacere —, et acciò che da te apparando io possa pazientemente la mia comportare. Il che Dio lo sa, s’io far lo potesse, la ingiuria che a me è stata <fatta> volentieri te la donerei, poi che così buono comportatore ne se’».

Lo re, udendo lo bel dire della donna, essendo fine a quel punto stato tardo e pigro, come che dal sonno si disvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a quella donna, la quale gravemente vendicò, rigidissimo perseguitore divenne di chi mal facea e di chi contra la corona <e> del suo onore alcuna cosa dicesse e per l’avenire commettesse.

Ex.° liii.

LIIII

P>iaciuto la novella de’ re Sparaleone al preposto, essendo giunti a Spoleti quine u’ trovarono bene aparecchiato e li stormenti presti a sonare, e’ danzatori, perché più giorni danzato non aveano, con dolci suoni una danza, prima che a cena si mettessero, cominciorono, con alcuna canzonetta piacevole, dicendo:

«Canzon, s’io mi fo mal, dì ch’io mei pianga,

che ’l bene è mio riposo e ’l certo veggio,

e poi più di mia vita eleggio il peggio».

Dapoi, fatto il preposto cenno della cena, si puosero a cena e con piacere di suoni e di stormenti <stenno> tanto che l’ora del dormire giunse. Il preposto rivoltosi a l’altore disse che verso Iesi volea andare e per lo dì seguente ordinasse bella novella, volendo di tal camino far ii giornate con ii belle novelle. L’autore che tutto <ha> inteso, diè ordine la notte di dormire. E la mattina levati, alla brigata l’altore parlò dicendo:

DE PLACIBILI LOQUELA

Di messer Piero (da) Rabatta catelano, corsale crudelissimo.

F>u un messer Piero <da> Rabatta, catelano e corsale, omo crudelissimo e grande rubbatore e micidiale in mare; avendo suo navilio bene aconcio et armato di ciò che bisognava, fornito di naviganti come lui crudeli et asprissimi, si misse in mare con intenzione di rubar et uccider qualunca trovassero, fusseno di che condizione si volesse. E tal mossa fu a l’entrata di magio. E navicando per lo max de’ Lione, moltissimi navigli rubbò e le persone uccise, non guardando né che né come; tra’ quali funno molti di Genova e della riviera.

Li genovesi, ciò sentendo, armano alquante galee per poter il ditto messer Piero da Rabatta prendere per vendicarsi di quelli genovesi che lui presi avea e messi in mare. Messer Piero da Rabatta, ciò sentendo, partisi del mare de’ Lione et andò innel mar Adriano, e quine molti veneziani rubbò et uccise et altri in gran quantità. La comunità di Vinegia, sentendo che messer Piero da Rabatta catelano avea presi e morti molti veneziani, subito armaro galee e navi et entrarono in mare per trovarlo. Messer Piero sentendo l’armata de’ veneziani, e pensò di uscire loro dinanti.

E fatto vela per venire innel mare di Spagna e quine stando a fare l’arte sua, divenne che una nave di romei passavano per andare a Santo Jacopo, sopra della qual v’avea di molte lingue. E passando presso a’ legno di messer Piero da Rabatta senza guardarsi, subito la ditta nave per lo ditto messer Piero e compagni presa fu, sperando esser molto ricchi. E veduto che in quella altro che pellegrini non erano e poca robba, diliberò per dispetto più che per utile che aver ne potesse, doppo alcun dì farli morire. E così quelli tenne ii dì, dando loro poco da mangiare in tanto che quasi morti pareano.

Messer Piero, vedendo che di loro altro che spesa e danno aver non potea, comandò che tutti fussero nudi messi in mare colle mani legate acciò che non potessero campare, e quelli pochi di panni o denari, se neuno n’avessero, rimagnano. Comandato che ebbe, subito tutti nudi colle mani assettate funno legati e cominciati a gittare in mare.

Et avendoli tutti gittati salvo uno francioso, il quale come si vidde prendere per gittarlo in mare, parlò alto dicendo: «O sire, ciese est trou gran boire a si pitit mangier». Messer Piero, udendo sì bel motto, subito comandò che lui fusse rilassato. E datoli tutte suoi robbe e denari e domandato dove andar volea, rispuose: «A San Jacob». E messo uno paliscemo in mare, quel francioso <fu> misso a terra presso a Castiglia. E per questo modo campò il francioso per una dolce parola e bel motto.

Ex.° liiii.

LV

L>o preposto e la brigata giunti a Iesi, e quine cenarono, prendendo piacere come aveano per costume. E voltosi a l’altore, disse che per lo dì seguente ordinasse una bella novella per diletto della brigata, però che intendea dirizzare la via verso Napoli, andando per quella via che Vergilio con sua arte fe’ per potere andare più soave, pensando la prima giornata far finire quine u’ Medea fu soppellita. L’autore, udendo nomare Medea, prendendone compassione sapendo la morte che fe’ e chi ne fu cagione, disse che li piacesse di lassarli dire prima qualche moralità. Il preposto contento, l’altore disse:

«Non fu ingannata per amor Medea

da quel crudel Giansone

quando dormendo a l’isola lassolla,

o Dido abandonata da Enea

la qual, tra l’altre donne,

fama di casta inanti a lui portolla;

com’io da uno veggendo che tolla

ogi vita di me, <e> già sostenne —

nel tempo ch’elli venne

nella mia mente — me co’ tanto bene,

che in lui era ogni mio diletto.

Or li sono in sospetto

ogni cos’operar che darmi pene;

di ch’io mi veggo da lui così tradire

com’una ch’altri fidi e fal morire».

Ditta la moralità, diliberò dire qualche novella ad exemplo di Medea. E dormiti la notte senza svegliarsi, a l’alba levatosi tutti, l’autore voltatosi alla brigata che quine era presente, parlò alto dicendo:

DE FALSITATE ET TRADIMENTO

Del castel di Castri in Sardigna, lo quale era di uno nomato Passamonti,

lo quale avea una bellissima figliuola per nome Zuccarina.

A>l tempo del giudici d’Arborea chiamato Sismondo, fu un giovano assai gagliardo nomato Gotifredi, il quale dandosi vanto poter colla sua forza prendere lo castello di Castri posto in su l’isola di Sardigna, il qual castello Sismondo giudici avea molto tempo bramato; e tal castello era di un gentiluomo nomato Passamonte, omo di gran cuore e di tempo di lx anni. Avea questo Passamonte una figliuola di anni xvi bella di suo corpo e savia donzella che mai marito non avea auto, la quale il padre amava tanto che più che sé l’amava, e a persona del mondo non arè’ afidato la guardia del castello che a questa sua figliuola; la quale per vezzi che a lei portava le puose nome Zuccarina. E questa era quella che tutta la signoria del castello e di Passamonte innelle mani avea.

Sismondo, udendo il vanto che Gottifredi s’avea dato d’aver il castello, per infiamarlo a dare compimento alla cosa, disse: «O Gotifredi, io ti profero che se fai per tua forza o ingegno che ’l castello di Castri metti in mia possanza, io ti darò la mia figliuola Biancia per moglie e faròti conte». Gotifredi ciò udendo disse: «Io lo farò per certo».

E chiesto seco alquanti famigli secreti, sì partìo d’Arborea e caminò in forma d’imbasciadore verso il castello di Castri. E quando quine giunto fue, fe’ dimandare di Passamonte che li piacesse di volerlo udire. Passamonte, che niente facea senza Zuccarina sua figliuola, la fe’ richiedere dicendole: «Uno ambasciatore del giudici d’Arborea vuole venire a me, e non so la cagione: forsi potrè’ essere che il giudici, che ha uno figliuolo molto bello, volesse te prendere per moglie. O veramente, sento che ha una bella figliuola, se tale volesse dare al tuo fratello e mio figliuolo, posto che ’l mio figliuolo non sia così savio come si converrebe». Zuccarina, che ode il padre, disse a colui che aregò l’ambasciata se quello Gotifredi è gentile uomo e di che statura e come è savio. Lo ’mbasciadore dice Gotifredi esser giovano bellissimo gentile gagliardo e di gran cuore savio e ricco più che neuno che ’l giudici Sesmondo abbia.

Zuccarina, che ode racontare la giovinezza belezza e fortezza, disse: «Se queste tre cose regnano in uno uomo, qual donna l’arà si potrà tenere bene appagata, non stante che in costui sono, oltra l’altre vertudi possiede, senno gentilezza e ricchezza. Di che per certo, se qua viene, et io vegga in lui quello sento di lui, la mia persona altri non godrà che lui». E risposto, al padre disse: «Dateli il salvo condutto e vegna con quanti vuole». Lo padre subito lo diè, et al famiglio disse che andasse che lui volentieri udirè’ tutta sua imbasciata.

Partitosi lo ’mbasciatore col salvo condutto, referìo tutte le parole e domande che Zuccarina li avea ditte. Gotifredi ode et intend’e comprese: «Per certo costei desidera vedermi, et io voglio tosto aparecchiarmi a andare». E concio suoi arnesi e vestimenti per potere onorevilemente comparire, a cavallo montò e verso il castello di Castri cavalca.

Zuccarina, partito l’ambasciadore, andò in su una alta casa, e di quine tutto potea vedere. Vedendo venire genti verso il castello, stimò fusse Gotifredi; e subito partitasi de’ luogo, et in una camera entrò, e fattosi bella per poter a Gotifredi piacere, non curando altro, fu vestita. Et in sala al padre venuta, il padre vedendola sì ben vestita disse: «O che vuole dire questo?» Zuccarina disse: «Poi che questo imbasciadore venire dé; vegna per che cagione si vuole o per me o per altri, io vo’ parere figliuola di gran signore come voi siete». Passamonte disse: «Figliuola, ora più che mai cognosco tu esser savia et innanti al fatto proveduta».

E mentre che tali parole diceano, venne Gotifredi e rapresentòsi dinanzi a Pasamonte presente la figliuola, faccendo bella acoglienza e savia imbasciata contenente che ’l giudici d’Arborea serè’ volentieri con lui in buona concordia: «E che de’ modi da esser amici e parenti assai ce n’ha, sì per rispetto di vostra figliuola al figliuolo del giudici Sesmondo, sì per vostro figliuolo alla figliuola». Passamonte, ciò udendo, d’allegrezza lagrimando, disse a Zuccarina che la risposta facesse a Gotifredi. Zuccarina disse: «Padre, lassate questo fatto a me». E prese Gottifredi per la mano et in una camera lo menò.

E quine <essendo> soli, Zuccarina disse: «Gotifredi, io ho sentito di tua gentilezza fortezza e ricchezza, e queste cose non posso al presente sapere, ma la tua apariscenza me ne fa quasi esser certa; ma della gioventù e bellezza che di te ho udito, senz’altra prova ne sono chiara che così è come io ho sentito; e queste due cose mi danno a credere l’altre. E pertanto, prima che ad altre parole vegnamo, ti prego mi dichi qual cagione t’ha in queste parti condutto. E questo non mel celare, sia che si vuole, però che prima che qui venissi, io ti fui innel cuore fitta, disponendo me a ubidir tutto ciò che a me comandassi, se chiedessi la persona e tutto ciò che mio padre possiede e questa terra, di tutto fare la tua volontà».

Gotifredi, che ode Zuccarina tanto sodo parlare e con tanto amore, diliberò apalesare il perché era venuto; e disse tutto ciò che lui s’era vantato, dicendo: «Io mi vantai dar questo castello a Sismondo giudici d’Arborea». Zuccarina, che ciò ode, disse: «O Gotifredi, se io di ciò ti facesse contento, vuo’mi tu prender per donna e mai non abandonarmi? Et io ti darò il castello con tutto ciò che mio padre possiede, e di lui e della terra farai tua volontà». Gotifredi disse di sì e così li le promisse e giurò d’osservare.

E per più certezza della cosa, Zuccarina avendosi fatta sposare et uno anello d’oro da lui riceuto, et a lui ne diede allora uno di carne, con molti baci. Gotifredi, che li parea aver auto il suo contentamento, allegro disse: «O Zuccarina, omai possiamo parlare a sicurtà». Zuccarina dice che disponga quello vuole ch’ella faccia et ella tutto farà. Gotifredi dice che la terra li dia, cioè l’entrata, e lui manderà per genti di Sesmondo giudici che per essa vegnano: «Sotto spezie che lo figliuolo di Sismondo ti debia prender per moglie. E lui et io verremo, et aperte le porti, entreremo dentro; e tu con meco ne verrai, e la terra rimarrà a Sismondo giudici, e noi questa e dell’altre aremo assai».

Zuccarina, che la rabia indel culo l’avea già fatta ismemorare che non cognoscea la sua disfazione, diè l’ordine come Gotifredi li avea ditto. Et usciti di camera, narronno a Passamonte che ella era contenta d’esser maritata al figliuolo di Sismondo giudici nomato Dragonetto.

Passamonte lieto facendo doni a Gottifredi, e licenziato, si partìo e tornò a Sismondo giudici, dicendoli tutto il trattato fatto, ma che non avea potuto adempiere il fatto senza aver promesso prender Zuccarina per moglie; dicendo: «Voi sapete che a me la vostra figliuola promessa avete; io non vorrei per questa promessione fatta a Zuccarina perdere la vostra». Sismondo dice: «Come farai, che du’ <mogli> aver non puoi?» Gotifredi disse: «Come aremo auto il castello, et io, condutto Zuccarina fuori, in mare l’anegherò». Sesmondo, che avea volontà del castello, disse che a lui piacea. Gotifredi disse: «E’ conviene che voi diate nome che ’l vostro figliuolo Dragonetto vada per prendere Zuccarina; et aparecchiate le brigate et io con loro, e ’l castello di notte ci sarà dato». Sesmondo dice che bene avea ordinato. E ditto a Dragonetto come l’avea dato per moglie Zuccarina, figliuola di Passamonte del castel di Castri, e che volea che andasse con Gotifredi a menarla, e Dragonetto disse ch’era contento.

E fatto armar le brigate, Dragonetto <con> Gottifredi mossi e caminati presso al castello, Zuccarina aperto le porti, e le brigate messe in punto, entrati preseno la terra. E morto Passamonte, e Gottifredi, menatone Zuccarina et al mare condutta, quine presente alquanti baroni di Dragonetto, innel mare la somerse. E così Zuccarina morìo.

Dragonetto, che non trova innel castello Zuccarina, domandando di lei, fuli ditto Gotifredi averla di fuori condutta, innel mare afogata. Sentendo questo, Dragonetto disse: «Or sono io così stato tradito? Per certo io la vendicherò». E chiamato lo figliuolo di Passamonte alquanto stolto, disse se volesse vendicare la morte del padre e quella della sua terra e della sorella e de li altri suoi parenti morti. Disse lo figliuolo di Passamonte: «Io non mi vorrei vendicare se non di chi n’ha colpa». Dragonetto, che ciò hae inteso, disse: «Per certo costui dice bene». E pensò farlo contento.

E come Gotifredi fu ritornato, con allegrezza andò a Dragonetto dicendoli: «Omai il tuo padre si può dire signore di tal fortezza, e questo può riputare da me». Dragonetto disse: «Al mio padre et a me piace bene che la terra è nostra, ma veramente tanti tradimenti quanti hai fatti non mi piaceno»; dicendoli: «Il primo tradimento fatto a Passamonte, lo secondo a Zuccarina, il terzo a me, che dovea aver per moglie Zuccarina e tu con falsi modi l’hai uccisa». E chiamato il figliuolo matto di Passamonte, volse che in sua presenza Gottifredi fusse morto.

E per questo modo fu pagato della promessa fatta a Zuccarina che, a lui avendo fatto tanto onore che la terra del padre e sé li diè, così cattivamente la tradisse et in mare l’afogasse. E se Dragonetto lui fe’ morire, l’avea ben meritato.

Ex.° lv.

LVI

G>iunto a mezzo il camino dove Medea giacea morta colla giusta morte fatta di Gotifredi innella novella ditta <che> ha molto consolato la brigata, e quine in una villa molto piacevole, in casa di uno albergatore trovarono aparecchiato tutto ciò che alla brigata bisognava. Dando pensieri per la sera quine rimanere, si puoseno a desnare prendendo piacere dell’ordine delli stormenti e balli.

E desnato e alquanto riposati in un bel prato odorifero, l’autore dal preposto fu chiamato: comandandoli che qualche novelletta dica mentre che quine dimorano, rispuose: «Volentieri»; e voltosi disse:

DE SAPIENTI A ET VERO JUDICIO

Di David e Salamone suo figliuolo, profeta.

A>l tempo de’ re David e gran profeta, avendo già Salamone suo figliuolo otto anni, divenne che uno — disceso dalla stirpe di Caino —, omo ricchissimo di pecunia e possessioni, nomato Caino, essendo colle suoi case innella città dove David quell’anno dimorava, nomata Gerusalem; avendo questo Cain un suo vicino povero nomato Beniamin il quale solo d’una sua piccola casetta Idio l’avea dotato e non d’altro bene, e più volte fattola proferire a Cain se comprare la volea (però che a lato a du’ case del ditto Cain era); Cain, che desideroso era di quella avere, senza far vista <di volerla dicea> non averne bisogno. E come sentìa che ad altri la proferla, domandato Cain se contento era che altri quella comprasse, Cain rispondea: «Contento sono che tu abbi quella casa come <io> le miei». E per questo modo il povero Beniamin non potea né a Cain né ad altri la sua casa vendere; e per questo modo dimorava senza conforto.

Cain, che volontà ha d’aver la casa più tosto senza denari, diliberò per un certo modo aver la casa senza pregio. E il modo tenne fue questo, che un giorno Cain disse a Beniamin: «Io vo’ un servigio da te, e forse sarà cagione quel servigio che io arò la tua casa, poi che tante volte l’hai proferta». Beniamin disse: io «Chiedete quello che io possa fare et io farò volentieri». Cain disse: «Io hoe comprato c coppi d’olio, e vo’ che tu me li guardi in casa; ma ben ti dico che tu facci che salvi siano». Beniamin dice: «Io sono contento». Cain subito fece mettere in casa di Beniamin c coppi d’olio, li quali erano li l pieni d’olio puro e li altri l erano pieni la metà di ciascuno coppo d’olio e l’altra metà d’acqua. E messi tali coppi, dice Cain a Beniamin: «Or ecco, io t’ho misso in casa c coppi d’olio: fa me ne abi guardia». Avendo quine testimoni, Beniamin disse: «Cosìcome li avete conci, così si staranno, e per me non se ne toccherà».

Cain partitosi, e dimorato alquanti mesi, un giorno disse a Beniamin che desse quell’olio a uno a chi Cain venduto l’avea. Beniamin disse: «Vegna a sua posta». Lo mercadante avendo li otri presi per mettere quello dentro come d’usanza, e preso uno coppo e voitato, il mezzo trovò olio e l’altro era acqua. Meravigliandosi disse: «Come, i’ ho comprato acqua per olio?» Subito votati li otri e messo l’olio e l’acqua secondo che trovati li avea, a Cain se n’andò dicendo quello che avea trovato. Cain coruccioso andò a Beniamin dicendoli villania e chiamandolo ladro che il suo olio li avea furato e poi pieno li coppi d’acqua. Beniamin, udendosi dire alcuna villania, per paura di Cain si stava cheto, dicendo: «Io non li viddi mai né mai li toccai». Cain, che avea pensieri alla casa, subito si richiamò di lui dinanti a David re.

Beniamin comparendo dinanti a David re, essendo alla presenza Salamone fanciullo, lo re domandò Cain quello volea dire. Cain dice che lui avea acomandati c coppi d’olio a Beniamin pieni, et ora volendoli vendere trovò la metà esser mezzi d’acqua: E però io li domando la valuta». Beniamin, che ode la loquela di Cain, come sparito niente dicea. Lo re David disse: «Dì la tua ragione e difenditi, se l’ha’, altramente la ragione ti condanna». Beniamin cominciò di dire tutto il modo del servigio che a lui chiese, dicendo: «Io non viddi mai né toccai li ditti coppi, né seppi se pieni o voiti fussino». Cain, che questo ode, allegati li testimoni, provò li coppi esser pieni. David re disse: «O Beniamin, se altra difesa non hai la ragione ti condanna». Beniamin disse: «Idio lo sa: altra prova dar non posso». E tacéo.

Salamone fanciullo, avendo udito la ragione dell’uno e dell’altro, disse: «O padre perfetto, io vi prego che questa quistione a me la diate a diffinire, e vo’ che sia la prima». David re, udendo il suo savio Salamone parlare, piacendoli disse ch’era contento che quello ne giudicasse si facesse.

Salamone, auto dal padre licenzia, subito fe’ venir dinanti da sé Cain, dicendoli a che tempo avea li coppi pieni dell’olio. Rispuose: «Nel tempo della ricolta, et in uno giorno e d’un medesimo olio li coppi s’empienno». Allora Salamone fe’ uno de’ copi pieni votare e fe’ pesare la morca; e poi fe’ voitare uno copo in ch’era la metà acqua, fe’ la morca pesare e trovò la morca del pieno pesava du’ tante che quello in che era l’acqua. Allora cognove Salamone che Cain non avea messo inne’ coppi de l’acqua se non la metà olio.

E tornato a David re, disse: «Padre ottimo, se permettete che io dica della quistione dell’olio la solugione». Lo padre disse: «Permetto». Salamone, ditte le ragioni trovate della morca, giudicò Beniamin esser veritiero e Cain falso. E per la sua falsità, sentenziò l’olio co’ coppi esser di Beniamin, mettendo silenzio a Cain che di tal cosa mai non parli.

David re, udendo il giudicio dato, rivoltosi a Cain col viso rigido disse: «Cain, dimmi il vero se il mio figliuolo ha ditto buona sentenzia e il vero». Cain dubitando disse: «Signorsì». David re disse: «Io vo’ sapere che cagione ti movea». Cain: «Per aver la sua picola casa». David, udendo la mala volontà di Cain, in premio del falso commesso, una delle du’ case belle di Cain a Beniamin la concedéo. E per questo modo lo malvagio Cain fu punito del fallo comesso, e ripremiato Beniamin leale.

E d’alora innanti David re volse che Salamone alcuna volta alla banca si trovasse.

Ex.° lvi.

LVII

Ditta la piacevole novella e intesa la bella sentenzia, lodando David e Salamone di quello aveano fatto, subito li sonatori cominciarono a sonare. Le damigelle e’ damigelli prese le danze, danzando con quelle onestissime vòlte e tanto acostanti a’ suoni che ogni persona ne prendea piacere di sì onesto ballare, dando l’una brigata a l’altra l’agio di riposarsi, e simile li stormenti faccendo danze nuove. E quando ebbeno alquanto danzato, per rinfrescamento li servidori aportonno di belle cerage e perfettissimi moscatelli. E mesciuto e rinfrescatisi, lo preposto comandò che la brigata si mettesse a sedere, e a l’altore comandò una bella novella per passar tempo con piacere. L’altore, presto a ubidire, rivoltósi alla brigata dicendo:

DE NATURA FEMINILI

Di monna Bambacaia, che diè sentenzia della donna presa:

Ranieri da San Casciano non la volea che dicea non esser pulcella.

Nella città di Pisa fu uno nomato Ranieri da San Casciano, giovano e ricco, il quale talora la volontà li montava più che ’l senno. Non avendo moglie e da’ parenti stimolato di prenderne, dicea: «Chi mi volete dare?» Loro rispondeano: «Quella che vuoi, che abile sia a noi poterla avere, e serà pulcella». Dice Ranieri: «Poi che siete contenti, io ne prenderò: ma ben vi dico che se io li troverò che non sia pulcella, io non la ripiglierò come alla sua casa ne l’arò mandata». Li parenti, che odeno Ranieri, dicono: «Elli farà come fanno li altri. Troviamo modo che una n’abbia»

E datosi a sentire, trovonno una bella fanciulla nomata Brida, figliuola di Jacopo delli Orlandi (rimasa al governo della madre però che Jacopo suo padre era morto), giovana bellissima e ben nodrita. E messala innanti a Ranieri, fu contento.

E dato l’ordine delle nozze e menatala e fatta la festa onorevilmente secondo Pisa, la sera, essendo inne’ letto, Ranieri come giovano sagliendole in sul corpo faccendo le funzioni sponsalizie, Brida, ch’è sotto a Ranieri, senza pungolo il culo alzando, intanto che Ranieri giù della soma cadde. E caduto, disse fra sé: «Costei non è pulcella, poi che ’l culo ha alzato sì bene che non l’arei mai creduto». E senza dir altro, la notte si riposò. E l’altra sera similmente faccendo, Ranieri disse: «Per certo quando Brida ricortirà, a me non possa nuocer’e che a me mai s’acosti». E per questo modo, ogni sera ch’è Brida seco con Ranieri faccendo quel fatto, Brida menava il sedere.

Venuto il giorno del ritorno, e poi il giorno che sogliono le spose rivenire al marito, Ranieri mandò a dire a Brida et a la madre che <se> Brida vi verà che lui l’ucciderà, e che mai non vuole che a casa li torni. La madre e’ parenti di Brida, non sapendo la cagione, misseno mezzi a sapere il perché non rivolea la moglie, avendo prima voluto sapere da Brida quello che volea dire. Brida, che di tal cosa niente sapea, dicea: «Non so», stando dolorosa. Le mezzane che a Ranieri andonno volendo sapere da lui il perché non rivolea la moglie, Ranieri disse: «Perché a me fu promessa vergine et io trovo che ella è più maestra di quel fatto che una meretrice, e più mena il culo che loro. E pertanto mai non la ripiglierò». Le donne, ch’erano parenti di lui e di Brida, malinconose tornaro alla madre della sposa narrandole tutto.

La madre, che sapea la figliuola esser perfetta, dicea: «Lassa, trista me! Costui mai non la vorrà poi che nel capo l’è caputo». Le donne dissero: «Andiamo a madonna Bambacaia, che a questo fatto ci darà consiglio». Et anco la madre disse: «Andiamo». E mosse, andarono a madonna Bambacaia e tutto narronno.

Madonna Bambacaia, che hae inteso il fatto, domandato del nome del marito disse alle donne che s’andaser con Dio. E subito procacciò d’aver uno anatrino piccolo e quello fe’ puonere sotto una canestra in sala. E poi mandò per Ranieri da San Casciano; e venuto, lo fe’ puonere a sedere apresso di sé, e con una mazzuola percotea l’acqua e fe’ alzare la canestra dov’era l’anatra. Come l’anatra sentìo muover l’acqua, subito piediconi si gitta in quel bacino. Rivoltasi madonna Bambacaia a Ranieri, disse: «Che vuol dire che questa anatra così piccola, senza che altri la conducesse ha trovato quest’acqua e dentro vi s’è gittata?» Ranieri rispuose e disse: «La natura dell’anatra è, come sente l’acqua, non avendone mai veduta, subito vi si gitta dentro». Allora madonna Bambacaia, rivoltasi a Ranieri disse: «Così come per natura l’anatra, ch’è uno ugello senza intelletto, si gitta innell’acqua non avendone mai veduta, così la femina, non avendo mai asagiato omo, come l’asaggia et abbia l’altrui innelle suoi carni, per natura mena il culo».

Ranieri, udito la ragione, disse ridendo: «O madonna Bambacaia, perché avete ditto questo?» Madonna Bambacaia disse: «Perché sento che non vuoi ripigliar la donna tua perché, quando ebbe a fare teco, il culo menò. E però ti dico: va sicuramente e prendila che tu l’avesti vergine e buona: non volere tu esser cagione che cattiva divegna».

Ranieri vergognoso riprese Brida e dapoi si denno piacere senza quel sospetto.

Ex.° lvii.

LVIII

L>a brigata e ’l preposto udita la dilettevole novella, e’ cantatori e le cantarelle comincionno a cantar canzonette piacevoli e oneste in questo modo:

«Come da lupo pecorella presa

spande il be <be> in voce di dolore

perché a lo scampo suo tragga il pastore,

simil pietà d’una ch’i’ preso avea,

la qual ’ omè ’ dicea con alti guai,

mi fe’ lassarla, ond’io non poso mai.

E quel che di tal fatto più mi scorna

è ch’io spetto il caso e que’ non torna».

Dapoi, giunta l’ora della cena, apparecchiato al modo usato, con piacere cenarono. E cenato, fine all’ora del dormire ballando e sonando, e poi il preposto comandò a l’altore che per lo dì seguente ordini una novella però che la giornata era dove Medea morta giacea. Et andati a dormire, la mattina levati, l’altore voltosi alla brigata parlò dicendo:

DE PULCRA ET MAGNA SAPIENTIA

Di quello delle tre figliuole da Vinegia.

I>nnella città di Vinegia fu un gran mercadante e ricco nomato ser Piero Sovranzo, che avendo tre figliuole femine et essendo vecchio senza donna, non avendo alcuno figliuolo maschio (averne la speranza li era fallita), pensò di maritare queste sue figliuole a tre mercanti e gentili uomini di Vinegia, con dare a ciascuna di dota ducati vi mila. E maritate che l’ebbe, tenendo il ditto ser Piero una servigiale in casa la quale servìa, e per questo modo dimorò ser Piero più anni essendo alcune volte invitato da’ suoi generi e dalle figliuole.

E dimorando in tal maniera, il ditto ser Piero pensò volere quel resto di denari che a lui erano avanzati dividere tra le sue figliuole. Et un giorno invitò tutte suoi figliuole e’ generi, dicendo loro: «Figliuoli miei e figliuole miei, a me sono rimasi alquanti denari, et omai non sono certo a fare mercantia perché sono vecchio, e non debbo ogimai tenere famiglia. E pertanto, se a voi è in piacere ch’io con voi torni a mangiare mentre che io vivo, vi darò quello hoe di denari; e vestimenti non vi chieggo, però che molti me n’ho serbati. Et in casa mia mi tornerò a dormire». Le figliuole e’ generi udendo nomar denari, desiderosi quelli avere, disseno che a loro piacea, che mai non li verranno meno, faccendo gran proferte. Ser Piero, pensando che atenessero quello prometteano, trasse di uno suo arcibanco ducati xxx mila, riserbandosi a sé poga moneta (circa la valuta di ducati e per poterli spendere alcuna volta in malvagia o in alcuna confezione), e fatto de’ ditti xxx mila ducati tre parte, dandone a ciascuna delle figliuole x mila, le figliuole e’ generi contentissimi, desnaron con allegrezza: or dicendo tra loro che uno mese tornasse con l’una et un altro coll’altra, e così seguisse fine alla morte.

E principiando dalla magiore il primo mese e poi alla seconda e poi alla terza, livrò li tre mesi. Tornando a la prima, la figliuola quasi malinconosa lo padre ricevéo. Lo padre dicendole che malinconia avea, le’ disse: «Perché ’l mio marito vorrè’ alle volte mangiar più tosto che voi non tornate». Il padre, che già vede che la figliuola magiore della sua ritornata portane dolore, fra sé disse: «Se l’altre mi facesseno tal viso, io starei male». Nondimeno il mese ristette. E passato il mese, a la seconda ritorna. <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .> già un medesmo modo, dicendo ella: «Il mio marito non vorrebe mangiar sì tosto come voi». Il padre, che ode e non può altro dire, pensò volere restare tutto il mese. E passato, alla minore ritorna, e per lo modo delle due la trova dicendo che ’l marito non può sostenere a mangiare ogni dì pasta, come volea il padre. Ser Piero, che vede con nuove cagioni le figliuole trovar nuova scusa, con malanconia pensò provare più oltra.

E passato il mese, tornò alla prima: come la prima figliuola il vede, dice: «Non morrà mai questo vecchio? O che seccaia è la sua?» E questo non disse tanto piano che una fante di casa non l’udisse. Ser Piero, che avea udito ma non inteso, disse alla fante: «Che ha ditto la mia figliuola?» La fante disse: «Ella ha ditto che seccaia è la vostra: or non morrete mai?» Ser Piero, per vedere se tale cosa procede dal genero, fece vista di non aver inteso.

E stando a spettar di desnare, e passato terza, lo genero, che sa che ser Piero è ritornato a casa, non vi va ma sta saldo a bottega. Ser Piero spetta, e dice alla figliuola: «O che fa il tuo marito che non torna a desnare?». La figliuola, che sa la cagione perché non viene, dice: «Elli arà da fare». Ser Piero dice: «Fà ch’io mangi, e poi vegna a che ora vuole». La figliuola disse: «È non sarè’ onesto che io incominciasse la vivanda per voi fine che ’l mio marito non è tornato». Ser Piero dice: «Spettianlo anco». E passato nona, ser Piero vecchio dice: «Figliuola, io non posso tanto aspettare: fa ch’io mangi. E poi ch’io veggo che ’l tuo marito ha molto che fare, domatina andrò a l’altre miei figliuole che penso che i loro mariti non aranno tanto da fare». La figliuola, udendo che si dovea partire, con fatica li diè mangiare. E mangiato, ser Piero uscìo di casa, et a casa sua tornò trovando la fante sua, dicendole che per la sera ordinasse da cena. La fante senza contasto la sera l’aparecchiò di buone vivande.

La mattina in su l’ora della terza se n’andò ser Piero a casa della seconda figliuola. E saglito in sala, disse la figliuola: «Or come, sete voi venuto qua che dovete stare con mia sorella? Per certo il mio marito non vel patirè’». Rispuose ser Piero: «Figliuola, io credo che dichi vero, e non vo’ che per questo ricevi da lui riprensione». E partìsi per andare alla terza figliuola.

Lo genero magiore, tornato a casa e veduto che ser Piero la mattina non v’è venuto, disse: «Or ce l’abiamo levato da dosso questa seccagione». Lo marito della seconda tornato a desnare, la donna li disse come ser Piero era venuto et i modi per lei tenuti. Lo marito disse: «Ben hai fatto, che quando io il vedea mi parea vedere il diaule dell’inferno».

Ser Piero, che a casa della minor figliuola era ito, trovando la figliuola e ’l marito a taula, disse che Dio li salvasse. La figliuola e ’l marito disseno che novelle avea. Ser Piero disse: «Sono venuto a mangiare con voi». Dice la figliuola: «Il mio marito non ha comprato niente per voi stamani, però che sapete che dovavate andar alla vostra figliuola magiore, et eraci paruto mille anni che ’l mese passato fusse per non aver tanta faccenda». Ser Piero disse: «Figliuoli, io mi credea che anco fusse del mese, e poi che voi dite che è passato, io andrò quine u’ sarò riceuto». E voltòsi e scese la scala et a casa sua n’andò, et alla fante si fe’ aparecchiare da desnare, dicendole: «Oggimai fa da desnare e da cena per me e per te, però ch’è così ordinato». La fante disse: «Sarà fatto».

Et aparecchiato la mattina, ser Piero desnò con grande malinconia per quello avea fatto alle figliuole et a’ generi, d’aver dato loro quello che rimaso li era. E come savio pensò dello ’nganno a lui fatto dalle figliuole e generi vendicarsi. E subito se n’andò a uno gentilomo e ricco, al quale più volte ser Piero li avea prestati denari, nomato ser Marco da Ca’ Balda, dicendoli tutto ciò che incontrato li era delle figliuole e de’ generi. Ser Marco, udendo quello che a ser Piero era stato fatto, disse: «Comandatemi, e quello volete io farò». Ser Piero disse: «Io vo’ da voi che voi vegnate dirieto alla mia casa et aregate con voi ducati l mila, e mentre che vi pare innella mia camera intrate (e le chiavi d’essa a voi darò ora), e quelli denari mettete inello mio arcibanco, stando voi sempre da piè de’ letto». Dicendoli: «Io condurrò li miei generi e le miei figliuole in casa, et intrato in camera solo e chiuso la camera, me li lassa innomerare, e poi ne li porta et araimi contento». Ser Marco disse ch’erano presti.

E dato l’ordine che una domenica mattina fusseno li denari <portati>, ser Piero stato alquante stimane che a’ generi né alle figliuole niente avea ditto, né ellino a lui per non averne spesa, se ne andò a tutti e tre, invitandoli per la domenica mattina, loro e le figliuole. Li generi acettato, sperando trovare per uno x mila ducati com’altra volta ebeno, volentieri disseno di sì. Ser Piero, che sa che i generi e le figliuole venir denno, disse a la fante che ordinasse d’aver vivanda per uno onorevil desnare; e datol’i denari, la fante tutto misse in efetto.

Venuto la domenica mattina, ser Marco portati i ducati l mila e messi innel sopidano della camera, e lui presente in camera romase con alquanti suoi fattori. Ser Piero aparecchiato e le vivande cotte, le figliuole e’ generi venuti et in sala con ser Piero giunti, ser Piero fatto bella racoglienza loro disse: «Non vi rincresca, io voglio andare un poco in camera, e voi state qui in sala».

Et aperta colla chiave la camera (alla quale ser Piero avea fatto alcuno pertuso acciò che dentro veder si potesse) e richiusosi dentro et andato all’arcibanco e di quine trattene con romor e suono una gran tasca di ducati, le figliuole e’ generi, che odeno lo romore, faccendosi a’ buchi della camera dove ciascuna figliuola e genero veder poteano, viddeno ser Piero esser al sopidiano.

E già cavato una tasca di ducati, in su una tavola con trespoli versati, e poi cavò l’altra e poi l’altra, tanto che tutte fuori le trasse. E cominciò a nomerare forte, dicendo a quattro a quattro: 1, 2, 3, 4, 5, 6, tanto che andò fine a cxxv mani, che sono ducati v cento. E dapoi prese uno paio di bilance metendo v cento a la ’ncontra, e poi un m; e per questo modo ser Piero fe’ l monti di 25 ducati m per monte. E fatti tali monti (le figliuole e’ generi tutto viddeno senza dire niente), ser Piero ripuose quelli ducati innell’arcibanco; e fatto vista di chiuderlo a chiave, si levò et a l’uscio della camera venne e quello aprìo.

Le figliuole e’ generi partendosi, et in sala allegri tornoro; e ser Piero, chiusa la camera colla chiave, dice: «Omai è ora da desnare». E mentre che le mani si lavavano et a taula si poneano, ser Marco prese i suoi ducati e per la scala dirieto se n’andò.

Ser Piero colle figliuole e’ generi desnarono, dando ser Piero loro buoni exempli, et alcuna volta dicea: «Io vedrò bene chi di voi m’amerà, figliuole miei». E loro respondeano: «Tutte v’ameremo». E per questo modo passonno il desnare. Desnati e levati da taula, ser Piero parlò e disse: «Io sono ogimai di tempo, e di vero io non potrei sostenere la fatica che sostenuto ho fine a qui: e però vi prego non vi dispiaccia che io vo’ stare qui in casa, senza che a voi sia gravezza; e come Idio mi chiamerà a sé, il mio dè esser di chi m’arà meglio volsuto».

Le figliuole e’ generi avendo veduto il tesoro et udito le parole di ser Piero, ciascuno fra sé pensa volerlo onorare. E d’alora in là, l’uno lo volea che la mattina seco desnasse, l’altro la sera cenasse, dicendo l’uno e l’altro: «Or come, non sono io vostro genero come il tale». E per questo modo ser Piero non potea tanto mangiare quanto a prova ciascuno li apparecchiava, non per amor di lui ma di quelli nuovi ducati che veduti aveano (ma e’ diverrà loro come al cane, che lassò la cosa certa per la ’ncerta!).

Dimorando ser Piero in tal maniera più tempo, non potendo più la natura sostenere, amalò. E di presente le figliuole e’ generi funno a lui dicendoli che testamento facesse. Ser Piero, che sapea bene quello che far dovea, disse: «O figliuole miei e voi, generi, io veggo che dimorare più con voi non posso; e però io vo’ da voi, in prima che altro faccia, che voi mi promettiate che quello che io disporrò farete». Rispuoseno ch’erano contenti.

E presente ser Marco sopraditto et uno venerabilissimo frate, fe’ testamento che più di xviii mila ducati si distribuisseno a povere persone, e vi mila a preti et a frati, e ii mila per vestire et onorare le figliuole e’ parenti e ’l corpo; sì che in tutto volea si distribuisseno ducati xxvi mila; lassando innell’altre cose erede le figliuole per egual parte con condizione che l’arcibanco suo, innel quale è il suo tesoro, fine che tutti i giudici e’ legati non aranno per li generi messo ad esecuzione, non si debia aprire; lassando le chiavi a ser Marco et al frate. Et in caso che’ generi questo non facessero, lassava erede l’opera di San Marco con questo carico. E dato le chiavi et auto l’estrema unzione, passò.

Li generi istretti insieme tutto misero in efetto e tutto pagonno, pensando aver li l mila ducati che veduto aveano. E fatto tutto, avendo le chiavi et aperto presente il frate e ser Marco, niente in quella cassa trovonno salvo una mazzuola innella quale era scritto:

«Chi sé per altrui lassa,

dato li sia di questa mazza».

E per questo modo la ’ngratitudine de’ generi di ser Piero innell’ultimo fu punita.

Ex.° lviii.

LVIIII

I>l preposto e la brigata, inteso la savia casticazione fatta a’ generi di ser Piero, con piacere giunti dove Medea morta giace, cenarono al modo usato. E quando fu tempo d’andare a dormir’e’ si volse a l’altore comandandoli che per lo dì seguente ordini bella novella per andare verso Napoli pensando prima trovarsi ad Aversa. E fatto il comandamento, la brigata posta a dormire fine alla mattina, e levati, udita la messa, si missero in camino. L’altore disse:

DE BONA RESPONSIONE

Di messer Tedici Sinibaldi vecchisimo e di monna Gentile de’ Guasconi.

G>ià non erano mutate molte giudizioni che in Vignone fu un grandissimo giudici e di gran fama il cui nome fu messer Tedici Sinibaldi, il quale essendo vecchio di presso a lxx anni, tanto fu la nobiltà del suo cuore che, vedendo un giorno a una festa una giovana nomata madonna Gentile de’ Guasconi e sommamente piaciutali, non altramente che un giovanetto la notte posar non potéo; e non li parea esser allegro se ogni dì almeno du’ volte non la vedea: e pareali esser omo senza ventura. Per la qual cosa ella et altre donne del suo vicinato assai legieramente s’acorsero del suo passare, e più volte insieme mottegiarono di vedere un così antico omo d’anni innamorato, non credendo che a tali omini come a lui quella passione potesse (come) a li omini sciocchi giovani.

E spessegiando il passare di messer Tedici, adivenne un giorno che, essendo questa donna con molte altre a sedere dinanti alla sua porta e vedendo dalla lunga messer Tedici venire verso di loro, propuoseno tutte di riceverlo e di farli onor’e apresso di mottegiarlo di questo suo innamoramento.

E quando fu presso a loro, levatesi tutte da sedere et invitatolo, in una fresca corte lo menarono dove finissimi vini e confetti feceno aregare, et alla fine con assai belle parole dicendoli come potea esser che lui di sì bella donna innamorato fusse, sentendo lei esser da molti belli e legiadri giovani vaghegiata.

Messer Tedici, sentendosi assai piacevolmente pungere, fece lieto viso et a loro in questa forma rispuose: «Madonne, se io amo madonna Gentile non vi dè parer meraviglia, però che a ugni savio omo sta l’amare, e massimamente amando lei, però che lo vale. E posto che a l’antichi omini sia naturalmente tolto la possa che li amorosi exercizii richiedono, non però si tolle la buona volontà nello intendere che cosa amar si dè, ma tanto più della natura cognosciuto, quanto siano li omini di tempo di più cognoscimento che’ giovani. E la speranza che me ha mosso ad amare madonna Gentile, amata da molti giovani, è questa: ch’io sono stato più volte dove io ho veduto donne merendare lupini e porri. E perché innel porro nulla cosa buona vi sia, nondimeno men reo e più piacevole è il capo che le frondi. E generalmente le donne, tirate da torto apetito, il capo del porro tegnano in mano e mangiano le frondi che non sono da nulla e sono di malvagio sapore. E se voi, madonne, innella elezione de’ vostri amanti faceste il simigliante, serè’ io colui che la vostra persona mi goderei, e me elegereste e li altri sarenno da voi cacciati via».

Madonna Gentile coll’altre donne insieme, alquanto vergognandosi disse: «Messere, assai bene e cortesemente ci avete dimostrato il modo di casticarci della nostra presunzione; tuttavia lo vostro amore m’è caro come da savio e valente uomo esser dè. E salva la mia onestà, come in quelle cose si richiede, come vostra cosa ogni vostro piacere m’imponete seguramente». Messer Tedici levatosi, ringraziò la donna e da lei con gran festa, ridendo, co’ suoi compagni si partì.

E quella che credette mottegiarsi del savio, fue vinta da’ motti.

Ex.° lviiii.

LX

La brigata giunta colla bella novella ad Aversa, là u’ ’l preposto trovò sommamente apparecchiato per la cena; e perché ’l giorno poco aveano mangiato per lo sterile camino, cenarono di vantagio con gran piacere fine all’ora devuta d’andare a dormire; et a l’altore disse che per lo dì seguente la novella ordinasse. E ditto, n’andarono a dormire.

La mattina levati, l’altore, che avea udito dire al preposto che la sera voleano essere a Partenopia, subito alla brigata disse:

DE DISHONESTO ADULTERIO ET BONO CONSILIO

Di Sandro, come ingravidò la cugnata maritata, ma lo marito era ito

oltramonti per uno anno per liverar certe mercantie e non l’avea menata.

Nella città di Siena fu uno uomo di popolo, il quale di suoi rendite vivea senza far arte, nomato Giorgio Aciai; avea una sua figliuola nomata Nicolosa, maritata a uno mercadante ricco nomato Sandro, e una figliuola piccola, d’anni xii, chiamata per vezzi la Pippa.

Avenne, il ditto Giorgio passò di questa vita lassando alcun piccolo figliuolo maschio e le figliuole nomate; e tutta la cura del maschio e della femmina lassò a Sandoro suo genero et a Nicolosa sua donna. Essendo morto Giorgio padre di Nicolosa, Sandro e Nicolosa sua moglie si reconno in casa lo figliuolo maschio piccolo e la Pippa.

E dimorando monna Nicolosa doppo l’anno della morte del padre in casa, avendo studiata la Pippa a farla bella, come le senese sanno fare — intanto che parea uno sole avendo già xiii anni —, monna Nicolosa traendola di casa et alla chiesa uno giorno di una solenità conduttola tanto adorna che uno giovano ricco mercadante nomato Cione vedendola <e domandando> di chi fusse figliuola, li fu detto chi ella era. Cione, che l’ha veduta, piacendoli et avendo sentito chi fu il padre e con cui dimorava, essendone già innamorato, subito pensò torla per moglie, dicendo: «Io son ricco e di buone genti, et ella non ha molto, posto che sia ben nata; nondimeno, se io la chiegio io l’arò».

E diliberato far parlare a Sandro et a monna Nicolosa di voler sapere se contenti erano che Pippa sua sposa fusse, Sandro e la moglie, che miglior parentado in Siena non arenno potuto fare, senza indugio dissero di sì. E messoli l’anello, Cione disse: «Io hoe mandato miei mercantie di veli, et anco n’ho un balle per mandare. Poi che ho preso donna io mi vo’ dilivrare; e pertanto non v’incresca», dice a Sandro et a monna Nicolosa, «perch’io stia almeno uno anno a dilivrarmi, e poi serò libero di potere in Siena fermo stare». Sandro e la moglie dissero che ben dicea e che alla tornata la Pippa sarà alquanto più indurata: «Che avale è molto tenorella». Cione, udendo il motto, disse: «Voi dite vero». E dato ordine di caminare, colle suoi balle si mosse di Siena et andò oltramonti.

Rimane la sposa Pippa al governo di Sandro e della moglie. Madonna Nicolosa avea tanto piacere di veder maritata la sorella a ta’ mercadante, e piacer avea vederla tanto bella che poghe volte si sarenno vedute spartite. E stando in tal maniera la Pippa, ogni dì le bellezze multiplicavano, intanto che uno giorno, essendo monna Nicolosa andata alla predica e lassata la Pippa in casa colla chiave rinchiusa, venne Sandro a casa; et avendo una chiave, non pensando persona fusse in casa, aperse l’uscio. E andato su innella camera, trovò che si specchiava et era in una giubba diseta sottile.

Sandro, che prima vede le’ ch’ella lui, stando a guardare Pippa dirieto, parendoli una perletta, disse ridendo: «Pippa, che fai?» Pippa disse: «Io mi guardo e me stessa vaghegio», e voltòsi a Sandro. Sandro acostatosi allo specchio et abracciata la Pippa e innello specchio mirandola, non guardando costei esser sua cugnata, la cominciò a baciare dicendo: «O Pippa, non ti paiano buone le cose dolci?» Pippa dice: «Messer sì». Sandro dice: «Io te ne vo’ dare». Pippa sta cheta. Sandro cominciò a bracciarla e baciòla in bocca dicendole: «Pippa, questi baci sono cominciamento della dolcezza». Pippa, col viso rosato e tutta lustrante, niente dicea, ma di fiamme risprende nel viso. Sandro, che già era acecato, prese la Pippa et in su’ letto la puose, faccendole sentire quella dolcezza che prima l’avea preditta. La Pippa disse: «Oh, quanto è perfetto l’usare coll’uomo!» Sandro dice: «Pippa, sta contenta e niente dirai a Nicolosa». Pippa, che l’è paruto buono, disse: «Io non dirò niente».

E poi che cominciato ebbero, seguiro, intanto che poghi mesi passarono che Pippa si sentìo gravida; per la qual cosa molto dubitava, dicendo a Sandro che lei gravida si sentìa. Sandro, che ciò ode, tenendosi morto non sapea che dire. E venutoli lo spirito, disse: «O Pippa, tieni celato questo fatto et io farò che tu ti sperderai: lassa fare a me».

E subito se n’andò a uno speziale suo compare, dicendoli il fallo commesso e come era seguito, che li piacesse di darli cosa che ella si sperdesse. Lo speziale disse: «Compare, cotesto non farei per la vita, ma io lo dirò al mio zio medico, maestro Lessio, che ci darà qualche buon riparo senza che la creatura si perda». Sandro disse: «Io ve ne prego, compare, però che io serei il più vituperato uomo di Siena». Lo speziale, per servire il compare, disse a maestro Lessio tutto ciò che Sandro l’avea ditto. Lo maestro disse: «Noi camperemo la creatura e teremo modo di tener la cosa celata per modo che mai non si apaleserà». E subito mandato per Sandro che a lui venisse, Sandro venuto, lo maestro disse se la giovana farè’ quello che lui dicesse. Sandro dice di sì. Allora lo maestro li diè certe polveri dicendo che di quelle facesse alcuno fummo alla faccia della fanciulla per modo che altri non se ne avegga: «E dapoi manda per me, et io farò sì che ne rimarai con onore».

Sandro prese le cose, e subito andatosene a casa e dato a Pippa quello che ’l maestro l’avea dato, Pippa, come venne sera, lo sulfimigio alla faccia si fece. <E come> l’ebbe <fatto>, guardandosi innello specchio si vidde tutta gialla diventata: di subito mettendo a malizia uno strido e gittatosi in su uno lettuccio, madonna Nicolosa sua sorella trasse allo strido e vedendo Pippa in sul lettuccio giacere così gialla, gridando disse: «Or che è questo?» E subito mandato per Sandro che a casa venisse, Sandro, che atento stava, a casa n’andò; e domandato la cagione perché l’avea in tanta fretta richiesto, la donna disse: «Or non vedi come la Pippa è diventata, che quasi tra le braccia m’è morta? Va tosto per uno medico». Sandro dice: «O Pippa, confortati, che chi t’ha fatto venire cotesto male te ne farà guarire; e però non aver paura». La Pippa infingendosi disse: «Per Dio, andate tosto, che io mi penso morire prima che siate tornato!» Monna Nicolosa dice al marito che tosto vada.

Sandro subito menò il maestro. E venuto disse: «U’ è la fanciulla?» Sandro lo menò in camera, quine u’ trova la Pippa in collo alla soro. E tastandoli il polso, poi guardandola innella faccia, fra sé medesmo disse: «Ben ha doperato la medicina». E uscito di camera, chiamò monna Nicolosa, dicendoli la Pippa aver una infermità la quale si chiama impregnatio molle: e tutto dice alla sorella: «Che quella è assai di pericolo, però che di continuo le ’ngrosserà tutte le membra e massimamente il corpo, ma penso colle buone medicine — se la natura di Pippa potrà sostenere a prendere il cibo e le medicine che io li farò fare — poterla campare: ben che faticosa cosa serà a camparla, nondimeno provare si vuole». La donna dice: «Deh, maestro, non lassate per denari». Lo maestro si partìo dicendo d’ordinare tutte cose; e così alla bottega con Sandro n’andò, e di quine fe’ portare alcuno giulebbe cordiale per conforto et alquanto confetto, dicendo che di quello di dì e di notte usasse, con buoni capponi e galline, et alcuna volta un poco di castrone. Sandro tutto dice alla donna; et ogni dì almeno una volta il medico venia per dimostrare alla moglie di Sandro il bianco per lo nero.

E per questo modo dimorò la Pippa fine al vii° mese, non lassando Sandro e la Pippa, quando monna Nicolosa non era in casa, la faccenda da impregnare, ma quanto poteano l’arte usavano. E sempre il sofumigio la Pippa facea. Venuto a entrare innel settimo mese, disse Sandro: «Maestro, la Pippa ha tanto grosso il corpo che mi pare alcuna volta che in sul corpo li monto la creatura volere di fuora uscire. E pertanto io dubito che non fusse di quelle che a vii mesi parturisse; e però trovate modo ad altro fatto». Lo maestro dice: «Io voglio venire, e vedrai se io arò buona medicina per questo fatto».

E mosso et andato a casa di Sandro, là u’ trovò la Pippa col corpo grosso e lo volto giallo, fingendosi la Pippa star grave, monna Nicolosa sua suoro dice: «O maestro, io sono stanca ad aver tanto tempo governata Pippa che non posso più; e però vorrei se ella dè morire che tosto si spacciasse, e se altre medicine ci sono a farla sana, l’adoperiate». Lo maestro cognoscendo che la malatia di Pippa increscea alla sorella, tirando da parte Sandro dicendo alla donna che un poco stesse da parte, tirato Sandro ad acostarsi a una parete di taule per parlare di secreto, monna Nicolosa si misse dietro per udire quello che ’l maestro dir volea a Sandro suo marito.

E cominciò maestro Lessio a dire: «O Sandro, io cognosco che la malatia di Pippa è incurabile e per certo penso non poterne aver onore; poi che io oggi l’ho veduta, me ne pare esser certo che il male che ella hae è un male che vo credendo s’apicchi altrui a dosso. E pertanto ora ti dico che qui non vo’ venire ogni dì com’ho fatto; et a te dico, se hai cara la tua persona, non te li acosti se vuoi viver sano e senza difetto. E perché dèi amare la donna tua sopra tutte le cose, serè’ ben che ella ancora non vi s’acostasse, però che alle donne tal male più tosto s’apicca che alli uomini. Ma se avessi alcuno luogo di fuori innel qual fusse persona che tu fidartene potessi, io direi che tue la Pippa quivi mandassi, et areste fugito il pericolo tuo e quello della tua donna, che la dèi più amare che te».

Sandro, che s’è acorto che <’l> maestro s’è aveduto che monna Nicolosa s’è posta in luogo che tutto ode, fingendosi rispuose e disse: «Maestro, io cognosco che voi dite vero che ’l male della Pippa è molto apiccicaticcio, che da pochi dì in qua mi pare esser tutto contrafatto, et anco ho veduto la mia dolce Nicolosa tutta smarrita per la malatia di Pippa. Ma io vi dico che io per me a lei non m’acosterò punto; e spero che Nicolosa non la vorrà abandonare, e per questo dubito ch’ella non prenda lesione innella persona come la Pippa, e non so che fare».

Disse il medico: «Io sento che hai una possesione». <«Sì>, assai presso a una mia zia la quale è tanto a noia a Nicolosa che non credo che Nicolosa volesse che la Pippa fusse al suo governo, et altra non ho». Disse il medico: «Tu dèi più amare la donna che la zia, però che il vangelo dice: Erite duo in una carne: e serà una moglie et uno marito in una carne. E pertanto vogli più che la zia pata afflizione che la donna». Sandro risponde: «Or se la donna vi vorrà andare e non voglia che altri vi vada, che farò?» Lo medico dice: «<. . . . . . . . . . . .> che arai tosto alle spalli chi ti darà una giovanotta con molti fiorini; e se tua donna s’elegerà il male e non sia tua colpa, non sarai riputato se non buono. E già t’ho trovato la Vezzosa de’ Tolomei, la quale è delle belle giovane di Siena».

E come queste parole ebbeno ditte, partendosi da’ luogo, la donna tinta innelle ciglia, quasi sì volesse combattere spettò il maestro e ’l marito dicendo: «O maestro, io vo’ sapere quello che della Pippa dè essere, e non vo’ avere più caro altri che me: ditemelo tosto». Lo maestro dice: «Andiamo fuori di camera e tutto vi conterò». Madonna Nicolosa disse: «Io vo’ che qui mi dichiate tutto». Lo medico disse: «Pippa, sentendo, di paura morrè’». La Pippa disse: «O maestro, io serei più tosto contenta di crepare che la mia cara suoro avesse male a l’unghia del piede». Lo maestro disse che ben sarebe che la Pippa andasse fuori. E non lassando Nicolosa livrare l’ultima parola al maestro, disse: «O Sandro, io ti dico che tu mandi la Pippa in villa e mandavi tua zia, che ogni poco che n’è aregato e tu dici: — Porta questo a mia zia —. E però, come le mandi il bene, mandali ora la Pippa a servire». Sandro, che ha quello vuole, dice: «Tu sai che io non vorrei che tu l’abandonassi per lo tempo arà a vivere, com’hai fatto fine a qui». Nicolosa: «Ora veggo che pogo m’ami che voresti che io morissi e poi prenderesti Vezzosa de’ Tolomei, cane che tu sei. Per certo io non v’andrò mai!» Sandro dice: «Io farò ciò che vorrai».

E subito andatosene alla zia e tutto narrato, alla villa menando la Pippa e la zia, andandovi alcuna volta Sandro per contentare sé et altri; e poco steo Pippa in villa, che Cione suo marito tornò in Siena; e domandato della Pippa sua moglie, fuli ditto tutto e narrato. Cione, ch’è desideroso di vederla, disse che in villa volea andare. Sandro disse: «Egli è bene che ’l maestro ci sia». E menatovi maestro Lessio, montati a cavallo et avendo prima fatto asertire alla Pippa, Pippa, maestra, fattosi il sofumigio, più gialla che mai divenuta e grossa più di viii mesi, parea a vedere una itropica.

Giunto Cione il maestro e Sandro alla villa et andati a’ letto dove la Pippa giacea et accesi i lumi, vedendola Cione così contrafatta non s’acostò molto perché il maestro li l’avea vietato. Et usciti presto di camera, Cione disse al maestro: «Questa infermità è curabile o no?» Lo maestro disse: «Costei è a caso di morte»; mostrandoli lo capitolo del male. Ultimamente conchiuse lei esser a mal partito, ma ch’e’ adopererà quello che debbia esser sua salute. E per questo modo si partirono et in Siena tornarono, avendo prima lo maestro e Sandro ditto alla zia di Sandro che quando la Pippa parturisse, facesse che uno bacino si trovasse pieno di materia gialla. La zia di Sandro disse: «Lassate fare a me». Et avendo Cione sentito il pericolo d’acostarsi alla Pippa, più non ebbe volontà d’andare in villa, solicitando il maestro di buona cura. E per questo modo passò il tempo.

E venuto il fine de’ viiii mesi la Pippa parturìo uno fanciullo, il quale secretamente ad allevare si diede. E fatto noto a Sandro (come Pippa) era in sulla morte, et a Cione et al medico, subito il maestro Sandro monna Nicolosa e Cione <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .> che la malatia della Pippa era impregnatio molle, disse alla zia: «Che materia gettò quando l’accidente l’avenne?» La zia savia fe’ aportare uno bacino pieno di licore giallo mescolato con mestruale materia. Lo medico disse: «Costei è campata, poi che tale materia li è uscita di corpo». La sorella, ciò vedendo, disse: «Per certo maestro Lessio sempre lo disse che se ella gittasse questa materia, Pippa era guarita». Veduta quella materia, intraro in camera e, tastato il polso, <il maestro> disse: «Per certo costei è guarita». E subito comandò che fusse nodrita di buoni capponi, pipioni e confezioni, dicendo a tutti che <di> lei n’avea buona speranza.

E per questo modo Pippa più di xx dì fue da capponi e buone lasagne e confezioni ristorata intanto che parea proprio una rosa gialla perché non ancora l’era divetato il sofumigio. Cione, desideroso di veder quel bel viso, disse: «Maestro, io veggo la Pippa esser in buon punto, salvo del colore; se quello cessasse vorrè’ lei menare». Lo maestro disse: «Noi abbiamo fatto la magior cosa, ora faremo la minore». E dato alla Pippa alcuno unguento et acqua, in meno di tre dì Pippa fu colorita come rosa. Sandro, che ciò vede, dice: «Poi che tosto a marito andar ne dèi, queste rose vo’ cogliere che sono sì vermiglie, poi che tante gialle n’ho colte». Pippa stae contenta. Cione, che sente che Pippa è più colorita che rosa, andandola a vedere, piacendoli, et anco domandandola s’era contenta di venire a marito e se si sentìa forte che volentieri la menare’, Pippa rispuose: «Al vostro comando sono, né altro desidero».

Cione dato l’ordine del menare et ordinato le nozze e fatti l’inviti, Sandro dice a maestro Lessio: «Come faremo che Cione senta la Pippa vergine?» Lo maestro disse: «Questo serà assai piccolo peccato a far che paia vergine». Et ordinato uno bagnuolo strettivo con alcuni soffumighi, la natura della Pippa ristrinseno per modo che quando Cione l’ebbe menata, et inne’ letto con lei intrato venendo a fornire il matrimonio, trovò la Pippa esser di sotto più stretta che una donzella di x anni, dicendo: «Io non trovai mai giovana che sì onesta vergine fusse come la Pippa». Udendo, questa rispuose: «E tu di’ il vero, marito mio». E così si goderno dapoi insieme.

Ex.° lx.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2006