Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

 

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle XXI-XL

XXI

L>o preposto avendo udito il modo che quello ladro facea a involare e la giustizia di lui fatta, molto li fu a grado, et anco alla brigata. E voltosi a l’autore, disse: «Poi che in questi paesi sì fatti siamo condutti, ti comando che di simile novelle debbi la brigata far contenti finché giungeremo a Popolonia». Al quale l’altore disse: «Volentieri». E rivoltosi alla brigata disse: «Voi avete sentito il modi di rubbare; ora ve ne dirò un altro: e tutti innella fine che tale arte mena capitano male. E però ad axemplo io dirò:

DE FURTO EXTRA NATURAM

Di Zaccheo ladro: con un cagnolo rubava in Pisa.

N>ella città di Pisa fu uno nomato Zaccheo, il quale volendo trovare modo di rubare, allevato uno cagnolo col quale di notte andava per Pisa rubando, moltissime botteghe strafisse. E tanto creve la fama de’ furti in Pisa che tutti officiali di ciò si meravigliavano, mettendo molte guardie di notte per più luoghi, non potendo trovar chi ciò facea.

E acciò che non vada la nostra novella più innanti, dirò il modo che tale ladro facea. E ’l modo era questo: che lui andava co’ grimaldelli et entrava innelle botteghe lung’Arno et altro, et il cagnolo suo stava di fuori andando in qua et in là; e se vedea o sentisse né famiglia né altro, tornava a l’uscio dove Zaccheo suo signore era, a fiutare, e graffiava l’uscio; et allora Zaccheo stava dentro cheto. E come vedea partita la famiglia o chi fusse, e ’l cane grattava una volta e poi andava in qua et in là scalcando la strada, e Zaccheo rubava a sicurtà. E se sentìa niuno, il cane tornava a l’uscio e sgraffiava; e questo facea tante volte quanti genti passava. E questa era la maniera che Zaccheo tenea a rubare e con grande securtà vi si mettea e mai non trovò che il cagnolo li fallisse.

E per questo modo molto avea rubato. Era questo Zaccheo balestrieri, o vero venditore di balestre, e nondimeno ladro; e delle cose che facea, ne facea buona la sua bottega. Divenne una notte che, non potendo furare quello pensava perché innella bottega dove volea entrare erano dentro certi che lavoravano, venendo verso la loggia dell’aseguitore furò uno balestro et alla sua bottega nel portò. La mattina il soldato che si trovò meno lo balestro va cercando e pensa: «Chi l’arà tolto l’arà portato a vendere al balestrieri». Et andato a Zaccheo dicendoli: «Sarèti venuto neuno a vendere uno mio balestro che stanotte mi fu rubato?» Zaccheo, che lui era stato che ’l furò, disse: «No, ma se ci verrà li riterrò lo balestro sì che tu l’arai». Lo soldato, non avendo sua intenzione, andò a li altri balestrieri se il suo balestro ritrovar potesse; e non trovandolo, stati alquanti dì, fu di necessità doverne un altro comprare.

Zaccheo, che quello balestro furato avea, l’avea apiccato insieme con altri innella sua bottega non sapendo a chi tolto l’avesse; posto che quel soldato fusse venuto a richiederlo, nondimeno Zaccheo sempre tal balestro in bottega tenea. E venendo quel soldato con alcuni compagni per comprare uno balestro per non perder soldo, Zaccheo mostrandoneli molti per vendere, lo soldato guardando alle pertiche vidde uno balestro che parea il suo. E preselo in mano e rafigurandolo disse: «Zaccheo, questo è ’l mio balestro». Zaccheo disse: «Deh, va, anfani tu? Questo balestro comprai già fa molti giorni». Lo soldato disse: «Tu lo potresti aver comprato da chi tu vuoi, io ti dico questo balestro è mio e fùmi furato non è molti giorni». Disse Zaccheo: «Se ti fu furato il tuo balestro, tu non arai il mio in suo scambi: va procaccia altro!»; villanegiandolo di parole.

Lo soldato, che quine avea per sua compagnia alcuni, disse loro che ponessero mente a quel balestro, e partitosi, all’aseguitore se n’andò dicendoli tutto ciò che del suo balestro era seguito dal principio che andò a lui negando che neuno balestro avea da persona comprato: «Et ora dice quel balestro aver comprato più mesi fa. Et io vi darò testimonianza che non è anco tre dì che io l’avea et a me alla guardia fu tolto».

L’aseguitore subito ebe sospetto di Zaccheo e subito mandò per lui e fe’ venire il balestro. E fatto il soldato la prova del suo balestro e ’l giorno che a lui fu tolto, disse: «Zaccheo, unde avesti questo balestro?» E Zaccheo dicea che più mesi l’avea tenuto in bottega e che l’avea comprato e non sapea da chi. L’aseguitore, parendoli menzogna, lo misse alla colla: Zaccheo senza molto tormento confessò lui essere stato quello che il balestro avea furato. E più, confessò li furti col cane et el modo tenea et a chi.

E tutto rinvenuto, veduto la verità, il preditto Zaccheo col cagnuolo fue apiccato per la gola a un paio di forchi insieme. E per questo modo finìo la persona di Zaccheo ladro. E così pensi ogni ladro la sua vita finire.

Ex.° xxi.

XXII

L>o preposto e la brigata avendo sentito il modo di quello ladro, piacendo molto la giustizia, voltandosi a l’autore, dicendo: «Poi che <’n> questi mali passi hai confortato la brigata della bella novella, ora che abiamo andare verso Mascona, che ’l passo è dubievole, ti comando dichi qualche novella simile al paese»; voltandosi, l’autore disse che volentieri farè’ la brigata di ciò contenta, parlando: «A voi, omini ingannatori con vostre false maniere, et a voi, omini che mattamente credete a tali, dirò ad exemplo di voi e d’altri alcune novelle le quali vi piaceranno, fine che saremo giunti a Mascona»; dicendo:

DE FALSARIO

Di Giuda d’Ascoli, ladro per inganno.

U>no marchiano d’Ascoli nomato Giuda volendo rubare per modo d’inganno, infra gli altri luoghi che questo Giuda rubbò fu innel contado di Lucca e innel contado di Siena. E il modo che il ditto Giuda tenne fu questo: che venendo innel contado di Lucca, in una villa chiamata Orbiciano, in modo di povero acattando, spiò qual era il più ricco uomo di quel comune e quanto potea aver di contanti, e dapoi u’ avea alcuna possesione, prendendo il nome d’uno ch’era chiamato Turello, del comune di Urbiciano in luogo ditto Misigliano. E simile prese le confini di una pezza di vigna del ditto Turello. E auto tali informagioni, nascosamente di notte innella ditta vigna nascose una piastra di pietra di più di libre e — e questa pietra era tutta dorata d’oro fino — faccendo una fossa sotto uno fico alla scoperta; e sopra misse una piastra, e coperto colla terra la lassò in quel luogo.

E dapoi una domenica, essendo la luna in quintadecima et alta, lo ditto Giuda venne innel ditto comune di Urbiciano mentre che la messa si dicea, essendo innella chiesa il ditto Turello co’ vicini. Et intrato in chiesa in modo di uno prelato con una gonnella lunga e con uno libretto in mano, domandando quelli omini come si chiamava quello comune, fingendosi lui essere straniero, fulli risposto: «Urbiciano». Disse allora Giuda: «Sare’ questo Urbiciano del contado di Lucca del pievieri di Mostesegradi?» Coloro dissero che così era. Giuda gittatosi ginocchioni in chiesa presente tutti quelli del comune, dicendo: «Laudate Idio che m’ha fatto giungere in questo comune, che più di m miglia ho cercato per trovare questo comune!»; e voltòsi e disse se in quel comune v’era neuno che avesse nome Turello. Fulli ditto di sì, perché ’l domandava. Giuda aprendo uno libretto disse: «Io saprò bene se in questo comune sarà Turello che voi mi dite».

Turello che quine era presente, non dicea niente spettando di vedere quello che volea dire. Giuda aperto il libro narrò: «Turello de aver una vigna in tale luogo posta». Fulli ditto: «Elli ve l’hae». Giuda disse: «Ditemi le confini, che secondo che i’ ho trovato per mia arte, tale vigna confina: da levante, la via; da mezzodì, lo rio; da ponente, il bosco del comune; da settentrione, vigna della chiesa di san Giorgio di Urbiciano». Tutti dissero: «Ella è essa veramente, voi avete le confini vere. Ma perché dimandate voi di Turello?» Disse Giuda: «Per bene di lui e di me, e però mi sono tanto affannato». Turello, vedendo costui solo, disse: «Io sono quel Turello che andate cercando et ho quella vigna che dite: che volete da me?». Giuda, fingendosi di non credere, disse: «Di vero voi non siete Turello». Turello, e li altri rafermando, disse ch’elli era Turello. Giuda disse: «Non vi dispiaccia se io tanto ne domando e se io non credo, però che a persona del mondo conterei quello che io vo’ contare a Turello; e se volete che io vi creda, faite che il vostro prete me ne faccia certo». Il prete, che quine era presente, disse: «Tenete a certo costui essere Turello». Disse Giuda: «E per quella messa che stamane avete ditta, ditemi il vero». Lo prete rafermò dicendo: «Sì». Turello desideroso di costui li disse: «Veramente io sono quello Turello che andate cercando». Giuda allora abracciando Turello con lagrime disse: «O quanta pena ho durato per trovare questo paese e te! E pertanto io ti prego che quello ti dirò non apalesi a niuno»; dicendoli di volerli parlare di segreto.

Turello prese quel venerabile uomo per la mano e seco lo menò a desnare. E desnato, Giuda disse: «Turello, io ti vorrei parlare di segreto». Turello lo tirò da parte e Giuda li disse sotto brevità: «In tale vigna ha uno tesoro grande d’oro che vale più che questo comune; ma perché io hoe molto speso e spendo innell’andare et innel venire, vorrei sapere quello mi vuoi dare se questo tesoro si trova. E se non si trova non vo’ niente». Turello, udendo che il tesoro era molto e che non volea nulla se non si trovava, disse quello che volea. Giuda chiese mm fiorini. Turello disse che non avea tanti denari, e discendendo a parte a parte, ultimamente Turello disse che a lui dare’ fiorini cccc e quelli avea presti. Giuda disse: «Io sono contento, poi che non hai più, d’avere questi quando il tesoro sarà trovato». Turello rispuose: «Volentieri».

E dato tra loro ordine d’andare a cercare lo tesoro di notte acciò che neuno se ne possa acorgere, e così la notte venuta, essendo lume di luna andarono con alcuna marrella e vanga. E giunti alla vigna di sopra confinata, dimostrando Giuda fare per arte di strologia aperse il libro. E guardando le stelle, mormorando dicea a Turello: «Scava costì»; e poi guardando le stelle dicea: «Non è costì: cava qua». E per questo modo lo condusse dove avea nascosa la piastra dorata, faccendo quine cavare, dicendo: «Veramente quella stella che tu vedi apresso alla luna dimostra di vero esser costì il tesoro». Turello credendo cavava; e quando ebbe cavato alquanto, Giuda disse: «Omai dèi essere tosto al tesoro, però che la stella si dimostra più lucente; e però farai con senno acciò quel tesoro non si guasti». Turello, che desiderava essere ricco di povertà, avea tanto cavato che la piastra che copria il tesoro trovò. Giuda sentendo la piastra disse: «Omai fa colle mani però che non si guasti». Turello prese quella piastra: Giuda aitandoli, levoron quella prima piastra avendo fatta una grande tana e larga.

E come tal piastra fu levata, lo splendore della luna percotendo innella piastra dorata dava i razzi loro per lo volto. Giuda disse: «Turello, prima che questo tesoro te ne porti a casa io vo’ li denari che m’hai promessi». Turello, vedendo luccicare, pensò esser ricco, e trattosi li fiorini iiii cento di borsa, a Giuda li diede. E preso quel tesoro e missolo in una tasca, Turello nel portò a casa, tenendosi ricco, andandone a letto con allegrezza (bene che tosto li tornasse in pianto), e a Giuda disse che andasse a dormire in una camera. Giuda fe’ vista d’andarne a dormire. Turello entrato innella sua camera con la sua donna, parendoli mille anni che il dì fusse venuto per poter far denari del tesoro pensando sia oro massiccio; Giuda, veduto Torello andarne a letto, pianamente di fuori di casa uscìo, e camina quanto può la notte verso Pisa diliberando volersi ritrovare a Siena. E tanto caminò quanto potéo.

Turello, che desiderava il giorno, dormìo tanto che il giorno fu venuto. E levatosi andò alla camera dove Giuda era albergato; e chiamandolo, neuno rispondea. Turello entrò dentro, e non trovandolo, prese sospetto. E di subito prese una scura per vedere la prova del tesoro: e dato in su un canto di quello tesoro, subito uno canto si ruppe. E vedendo Turello quello esser pietra, si tenne disfatto, gridando: «Accorr’uomo!» Li vicini tragono, la donna si leva dicendo quello avea. Turello tutto racontò dicendo: «Andiamo cercando quello che m’ha ingannato».

E pogo valse il cercare, che quel ladro non si potéo per loro trovare. Di che Turello, per la perdita de’ suoi denari e sì per lo ’nganno, di malanconia divenne pazzo e non molto tempo steo così che un giorno di uno portico si gittò; della qual caduta il ditto Turello morìo.

Ritorniamo a Giuda. Come si fu asentato, giunto in quello di Siena si mutò nome faccendosi chiamare Zaccagna, e per quel modo che a Turello fe’, d’investigare del nome e della vigna e de’ luogo, così fe’ innel contado di Siena a uno che avea nome Pitullo, omo ricchissimo. Ma in cambio di piastra dorata sotterrò una terra nomata ocria con alcune vene di orpimento, dicendo esser vena d’oro, patuendo con Pitullo se tal vena trovassero lui volea la metà del guadagno.

Pitullo contento, e dato l’ordine di trovar lo segno come avea fatto a Turello, il tesoro trovonno; e fu questa vena più di x corbelli e quella ne portonno a casa di Pitullo. Zaccagna menò Pitullo a Siena e compronno cruzuoli da fondere oro e tornoro in villa. E quine edificò uno fornello, e preso uno paio di bilance pesò once vi di quella vena e quella misse in uno cruzuolo faccendo gran fuoco. Zaccagna, avendo in bocca granella d’oro più di oncia una, soffiando con uno cannone innel cruzuolo lo mettea e la polvere n’uscìa fuori. Faccendo fuoco e soffiando, ultimamente quell’uncia d’oro che Zaccagna avea messo innel cruzuolo e’ così fondéo. E gittatolo in verga, disse Zaccagna a Pitullo: «Porta quest’oro a Siena e vendelo e non lo dare per meno di fiorini viii, però ch’è buon oro; e cerca orafi e battilori». E di vero l’oro valea più di viii fiorini bene uno mezzo. Pitullo ch’avea veduto mettere la vena innel cruzuolo e non s’era acorto dell’oro messo per Zaccagna: «Di certo la vena trovata vale molti fiorini; forsi tanti che miglior mercadante di Siena non ne farè’ tanti». E questo era il suo parlare mentre che a Siena andava.

Giunto Pitullo a Siena, subito se n’andò a’ banchi e mostrò la verga de l’oro; volendola vendere ne trovò fiorini viii perché era buon oro. Pitullo andò a un altro, e simile fiorini viii ne potéo avere. Pitullo malizioso disse: «Di vero e’ val più»; e andò a un altro. Colui ancora disse a certo li dare’ fiorini viii e che lui vi guadagnerè’ alcuna cosa. E domandatolo unde l’avea questo oro, disse Pitullo: «Io n’ho assai; se mi farai buono pagamento, ogni dì te ne regherò». Il banchieri disse: «Volentieri lo compro, et acciò che a me lo reghi, ti vo’ dare tutti fiorini nuovi». E datoli fiorini viii, Pitullo ritorna, a Zaccagna li dà, Zaccagna li parte per mezzo. E dapoi ne fe’ di nuovo per lo modo ditto: Pitullo li porta a Siena e fiorini nuovi rega, intanto che più che cento fiorini avea già tratto di Siena.

Un giorno Pitullo disse fra sé: «Io saprei omai fare questo mestieri». E pensò fare patto con Zaccagna, e disseli che sapea fare. Zaccagna disse: «Tu non sai fare, bene che a me sia lo stallo rincrescevole, perché io ho per mia arte rinvenuto troppo magior tesoro che questo non è; nondimeno, perché tutta la vena nostra se ne faccia oro, perché non sai fare io dimorrò». Disse Pitullo: «Di vero io so fare, e volentieri da voi la parte vostra <comprerei>, ma ben vorrei che me ne facesse piacere». Zaccagna, essendo venuto al suo desiderio, disse: «O che mi daresti?» Disse Pitullo: «Io ho fiorini mille e quelli ti vo’ dare». Rispuose Zaccagna: «Oh, ella vale la vena più assai!» Pitullo disse: «Or non debo aver apiacere ch’è stata trovata innella mia vigna?» Zaccagna disse: «Sì, e sono contento di fiorini mille, ma ben ti dico che tu non la saprai fare». Pitullo rispuose: «Sì so!» Zaccagna disse: «Poi che io mi debbo partire vo’ vedere se sai fare».

E presa once vi di quella terra e messa a fuoco, Zaccagna tenea uno cannone in mano, Pitullo un altro. E mentre che ’l fuoco si facea, Zaccagna dicea: «Soffia così». E mentre ch’e’ soffiava, misse innel cruzuolo oncia una a buon peso d’oro. Pitullo disse: «Io così farò». Zaccagna disse: «Or soffia». Pitullo soffia. Zaccagna disse: «Soffia forte». Pitullo soffiava. E questo fe’ molte volte, tanto quell’oro fu strutto. Gittato in verga, disse Pitullo: «Ormai saprò fare». Zaccagna disse: «Se hai presti li fiorini mille <. . . . . . . . . . . .» . . . . .> Zaccagna si parte e vanne a Siena.

Pitullo, che li parea aver fatto buono acquisto, come Zaccagna fu partito da lui, avendo il fuoco presto, prese della terra et innel cruscuolo ne misse. E come cominciò a riscaldare, Pitullo soffiava; e tanto soffiò che niente innel cruscuolo trovò. Pitullo meravigliandosi rife’ la seconda volta, e niente trovava. Subito si partìo et andòne a Siena al podestà dicendoli il tradimento che li era stato fatto.

Zaccagna, non pensando che Pitullo volesse fare dell’oro la prova sì tosto, si stava in Siena per fare alcuno suo fatto. Pitullo avuto la famiglia e per li ostieri cercando, ultimamente Zaccagna fu preso et al podestà condutto. Il podestà lo dimanda come avea nome. Rispuose: «Io sono chiamato Giuda». Lo podestà, ch’avea udito da Pitullo essere il suo nome <Zaccagna> e félo puonere alla colla. Zaccagna confessò i furti fatti e il modo di tali furti. Lo podestà, avendo la esaminazione, fermo, più presto potéo il preditto Giuda o vero Zaccagna come falsario fe’ ardere, ristituendo a Pitullo la sua pecunia. E così finìo».

Ex.° xxii.

XXIII

L>o preposto avendo sentito il nuovo modo di rubare e la giustizia fatta, lui e la brigata <avendo preso di>letto della novella, e rivolto a l’autore comandò che contasse qualche novella <sopra> il paese acciò che la brigata con allegrezza si trovi a Castro, povero e mendico — cioè guasto —, innel quale luogo molti ladri usano. L’altore disse: «A me pare l’un dì mille che di questo paese usciamo, e perché la brigata passi con allegrezza dirò alcuna novella»; volgendosi, dicendo: «A voi, omini banchieri, et a voi, mercadanti, li quali vi tenete essere cognoscitori di gioielli e di denari, ad exemplo dirò ii novellette fatte per uno in ii cittadi, acciò che vi sapiate guardare da tali. E però dico:

DE INGANNO ET FALSITATE

Di Ghisello da <Ra>canati,

ladro <ven>dendo certe  ane<lla> contrafatte.

I>ntervenne innella città di Lucca, donde la brigata si partìo, che venendovi uno da Racanato nomato Ghisello, vestito a modo di mercadante — con una guarnacca, senza mantello e con una cintura di seta et uno carnieri di seta —, e sposato allo albergo, domandando chi erano migliori cognoscitori di pietre preziose che in Lucca fusseno, fuli ditto l’uno esser Tomasino Gagnoli e l’altro Petro Pagani, amendui banchieri. E fattoseli insegnare al fante dell’oste, mostrò loro un ditale di bellissime anella e di gran pregio, come sono balasci rubini e diamanti zaffiri smeraldi et alcuna perla, dicendo lui voler quelle anella vendere.

E al primo che tali anella mostrò fue a Tomasino, perché a lui era ditto esser il migliore cognoscitor di Lucca. Tomasino, vegendo quelle anella bellissime, disse quello ne volea. Ghisello disse: «Io ne vo’ m fiorini». Tomasino disse volerli dare fiorini vi cento; e doppo molte proferte Tomasino ne proferse fiorini vii cento. Ghisello, non scendendo meno che viiii cento, si partìo e a Petro le mostrò, et in quel medesimo modo funno le proferte di Petro e lo scendere di Ghisello, come avea fatto a Tomasino. E non fermatosi <con> Petro, Ghisello prese il suo ditale et innel carnieri che al lato avea lo misse e per la piazza se n’andava diportando in qua et in là.

Tomasino, vedendo che a Petro avea mostrate l’anella, s’acostò a lui e disse: «Petro, che ti pare di quelle anella?» Petro disse: «Elle sono molto belle». Disse Tomasino: «Io non posso con lui aver patto neuno, et honeli voluto dare fiorini vii cento: non ha voluto meno di viiii cento. E però io ti dico forsi farai meglio di me, e se vuoi tenere all’erata, cioè a mezzo, ti dico che in fine vii cinquanta le piglia, che di vero noi vi guadagneremo fiorini ccl larghi; e io sono contento le prendi per me e per te». Disse Petro: «Et io così farò. Andatene a desnare e paia non ve ne curiate, e lassate fare a me». Tomasino si partìo dal banco, Petro rimase al suo banco.

Vedendo Ghisello in piazza non essere persona et a’ banchi non esser che Petro, acostatosi, Petro disse: «Deh, vendemi quelle anella». Ghisello misse mano al carnieri e cavòle fuori e disse: «Io ve ne vo’ far piacere, e dìcovi che vagliano più di M fiorini, ma per bisogno di denari che ne vo’ comprare drappi io ve ne farò piacere». Petro disse: «Deh, datemele per fiorini vii cento». Ghisello disse non volerne meno di fiorini viii cento. Ghisello misse l’anella innel carnieri e scese giù in via. Petro l’offerse fiorini vii cento cinquanta. Ghisello disse: «Poi che siete piacevole compratore, et io sono contento». E misse mano in carnieri e trassene uno ditale d’una fazione del primo, d’anella contrafatte, salvo le perle. Petro, non stimando falsità, prese il ditale et innella cassa lo puone e dalli fiorini vii cento cinquanta.

Ghisello, che avea il cavallo sellato, tramutatosi di panni, montato a cavallo e cavalcato via, tornato Tomasino da mangiare disse a Petro quello avea fatto. Petro disse: «Io l’hoe aute per fiorini vii cento cinquanta». Tomasino disse: «Bene hai fatto; noi guadagneremo fiorini iii cento. Mostrale qua». Petro apre la cassa e ’l ditale mette in mano a Tomasino. Come Tomasino l’ha in mano, cognosce le pietre esser contrafatte di vetro, e disse: «Questa mercantia sarà pur tua, però che queste non sono le pietre che io avea veduto». Petro subito prese l’anella e cognobe le pietre esser false: dàssi delle mani innel viso e muovesi per trovare Ghisello. Ma pogo li valse, che Ghisello s’era partito; per la qual cosa il ditto Petro, povero, stentò poi la sua vita.

Idio, che non vuole che il male rimagna impunito, dispuose Ghisello ad andare a Vinegia avendo cugnati del cugno di Vinegia ducati d’ottone dorati in gran quantità. Et andato a una che vendea fregi et oro mercadando di fregi et oro per somma di fiorini M, e pesati e legati tali fregi, disse Ghisello: «Andiamo alla taula che io voglio anomerarvi li ducati acciò che l’abiate buoni». La donna v’andò; e’ nomerò ducati m e quelli legò in una borsa rossa e con cera li sugellò presente la donna, e disse: «Andiamo alla bottega per l’oro e’ fregi». La donna, giunto alla bottega, dati i fregi e <l’>oro, Ghisello li diè una borsa simile a quella de’ ducati piena di m ducati d’ottone. E partitosi, la donna aperse questa borsa et in s’uno tappeto innomerava questi ducati credendo fussero quelli che la taula li avea ditto ch’erano nuovi e buoni.

Avea questa donna uno figliuolo grande. Tornando a bottega, la madre li disse quello l’aveva venduto e come ella avea ben guadagnato e che avea avuti ducati nuovi (lasso ora il rispondere del figliuolo che ben vi si tornerà, e dico: «Donna, di certo tu hai avuti ducati nuovi, cioè mai usati!»). Il figliuolo disse: «Madre, bene sta, u’ sono questi ducati?» La madre dandoli la borsa, il figliuolo aprendola vidde i ducati luscicanti; parendoli fuora di usanza, ne prese uno et in s’una taula lo gittò: quello sonando, disse: «Madre mia, questi sono falsi, e staremo a pericolo se a noi fusseno trovati e siamo disfatti». La madre volse gridare per lo danno auto. Lo figliuolo come savio disse: «Madre, lassate fare a me».

E subito con quelli nuovi ducati se n’andò alla signoria dicendo il caso venuto alla madre, e mostrò li ducati. La signoria di Vinegia disse se la madre lo cognoscesse. Lo figliuolo rispuose: «Bene ha ditto quello ricognoscerè’». La signoria consigliò il giovano che a persona del mondo non dicesse, né dolessesi di quello che a lui era stato fatto, ma sempre a ciascuno rispondesse esser ben pagato: «Però che colui, non sentendo dolere, verrà». Lo giovano si ritorna alla madre e tutto li narra ciò che la signoria l’ha ditto. E così celatamente si sta la cosa più di uno anno.

Ghisello, non avendo sentito il lamentare, pensò di nuovo fare il tratto. E venuto a Vinegia, pervenne alla donna domandando fregi. La donna subito disse: «Ben vegnate! Voi mi faceste sì buon pagamento altra volta che io vi darò quello volete». E aperte cassette e mostratoli oro e fregi in quantità, faccendo mercato or di questo or di quello, intanto venne il figliuolo. Vedendo tanti fregi spiegati et oro, disse: «Madre mia, che vuol dir questo?»

La madre disse: «Questo mercadante comprò da me per fiorini m e fémi subito pagamento, che io sono disposta a servirlo bene». Lo figliuolo, che intese, disse: «Così si vuol fare». E partisi et andòne alla signoria narrando il fatto.

La signoria mandò fanti; e quello preso e menato al dugio et a’ signori di notte, cercatolo, li trovonno a dosso di quelli ducati falsi gran quantità et anco de’ buoni tanti che potéo contentare la donna. E confessato il suo peccato, a una palandra i ditti ducati falsi funno cusciti e con essa in dosso fu arso. E per questo modo Ghisello finì.

Ex.° xxiii.

XXIIII

Molto piacque al preposto l’arsione fatta di quello da Racanati, ma bene li dispiacque che Petro Pagani da Lucca non riebbe i suoi denari; dicendo a l’autore: «Noi abiamo domane andare a Bolsena dove l’aire è trista e molti infirmi; e però passala tosto con alcuna novella». Al qual e’ rispuose che così farà come comandato. E rivoltosi alla brigata parlò dicendo: «A voi, omini e donne, le quali potete spendere innelle vostre malatie e bisogni, e per avarizia vi lassate morire e tristemente vivere: e però ad exempio, poi che in parte dobiamo andare dove l’aire è cattiva, dirò una novella acciò che ’l camino si passi con piacere». Incominciando così:

DE SUMMA AVARITIA

Di messer Bertoldo Aldimari, avaro,

e del famiglio rospo

Innella città di Firenze <fu> uno cavalieri nomato messer Bertoldo Aldimari, omo ricco ma tanto misero e scarso che non che volesse altrui ricevere a cortesia ma innella sua propria famiglia e persona sì scarsava intanto che le più volte lui e la famiglia se n’andavano a dormire con fame, tanta miseria in lui regnava; e più, che da sera senza lume volea si cenasse, e se pure lume s’avea, si facea accendere una lucerna, e quando se n’erano andati a dormire la lucerna sì spegnava per non consumar l’oglio.

Avea questo messer Bertoldo uno famiglio nomato Rospo, al quale dava il mese di salario fiorino mezzo e le spese. Come ditto, stando per tal maniera lo ditto messer Bertoldo, per la cattiva vita che facea et anco perch’era vecchio, amalò; e tale malatia portò lungo tempo senza volersi medicare per avarizia, tanto che la malatia l’agravò per modo che di letto levare non si potea. Vedendo la donna sua et altri parenti messer Bertoldo amalato, disseno che voleano che maestro Tomaso del Garbo lo venisse a vedere. Messer Bertoldo volea, ma per lo spendere dicea: «Io non hoe bisogno». Li parenti, cognoscendo che messer Bertoldo lo dicea più per avarizia che per altro, diliberonno pure che lo maestro lo venisse a vedere.

E così maestro Tomaso lo venne a visitare, e cognoscendo la malatia disse: «Se costui non è un pogo purgato e poi confortato di buoni cibi, elli è morto». La donna e’ parenti disseno che tutto ordinasse alla bottega e che si pagare’ et a lui farenno quello si convenisse senza farlo asentire a messer Bertoldo, però ch’e’ prima serè’ voluto morire che spendere. Lo maestro partitosi et ordinato alcuno sciloppo — la sera Rospo famiglio andava per esso —, <e> con aver ordinato alcuni cristei simplici che seguisseno il prendere lo sciloppo.

Divenne, la seconda sera <Rospo> va per lo sciloppo. Lo speziale, avendo molto che fare, non potéo lo sciloppo dare fine che la grossa fu sonata. Sentendo Rospo la grossa disse: «Or come n’andrò senza lume?» Disse lo speziale: «Se vuoi uno candello noi lo scriveremo a te, però che messer Bertoldo ci ha mandato a dire che a lui non si scriva niente se non lo sciloppo e la medicina, e che altra cosa non ci pagherè’». Rospo rispuose: «Io non ho tanto salario che io voglia questo fare, ma voi m’avete troppo tenuto e da voi non rimane che io non sia preso». Lo speziale li diè una poga di candella. Rospo se n’andò a casa e diliberò di dì aregare lo sciloppo.

Passato quel dì, messer Bertoldo s’avea fatto uno argomento, e per lo avere mangiato da prima molto frascame se li era ingenerato in corpo molti vermi, di che il ditto argomento ne li mandò fuori molti grossi. La fante spazzando la camera dove messer Bertoldo avea fatto il suo agio, divenne che uno di quelli vermi involterato innella polvere in uno cantone della sala fu lassato. Rospo, che di quello niente sapea, veduto quel verme in sala, stimò fusse una candella: quella si misse innella scarsella dicendo: «Omai porrò di notte con lume tornare».

E passato alcuni dì che lo sciloppo fu preso alcune volte, maestro Tomaso, venendo a vedere messer Bertoldo e tastandoli il polso et avendo sentito che neuna confezione avea voluto per avarizia che si comprasse, disse: «Per certo se costui non prende una medicina che la materia corrotta che ha in corpo ne meni fuori, e poi si rinnovi di buoni cibi, costui è morto». La donna e’ parenti disseno che lui ordinasse la medicina e che poi delle cose si comperrenno per suo conforto. E dato uno fiorino al maestro Tomaso, ordinò la medicina per la notte seguente.

Rospo che mandato era a lo speziale per la medicina, vedendo lo speziale affannato a fare medicine, disse: «Io posso un pogo indugiare però che io ho una candella, che se la grossa sonasse tra via la potrò accendere». Et aspettando la medicina, essendo quasi presso alla grossa la medicina fu fatta; Rospo la prese, e come fu fuori della bottega, la grossa cominciò a sonare. Rospo, che ha la speranza della candella che crede aver innella scarsella, camina; e perché la casa di messer Bertoldo era molto di lungi dalla bottega dello speziale, la grossa finìo.

Rospo, messosi mano innella scarsella e trattone quello verme in iscambio di candella per volerla accendere, s’acostò a una che vendea frutta, dicendo: «Madonna, aprendetemi questa candella». La tricca disse: «Volentieri». Et acostò il suo lume. Rospo prende quello verme, e parendoli che il lucignolo non si vedesse, co’ denti vi de di bocca et uno pogo ne levòe e poi a’ lume l’acostòe. La tricca vedendo che stridea disse: «Per certo cotesta candella è di cattiva cera». Rospo pensando per la terra o per acqua fusse quello che la facea stridere, di nuovo ne prese un bocconcello e quello menandoselo per bocca, come alcuna volta si suoi fare che chi vuole aprendere una candella co’ denti ne leva un pogo e quello pogo mastiga, stimando: «Questo sarà buono a turare la botte»; così Rospo pensa del pezzuolo ha levato. E volendo accendere il resto, quanto più l’acostava a’ lume tanto più stridea tirandosi arieto.

La tricca, parendoli una meraviglia che quella candella a tanto quanto era stata tenuta al lume non s’era apresa, disse: «Dalla a me». Rospo aperse la mano et alla tricca diede quel verme credendo fusse candella. La tricca, che altro verme s’avea già trovato in mano, al tasto disse: «O Rospo, come tu se’ stato sciocco aver <questo> preso per candella e fattone il saggio du’ volte colla bocca! E non hai ancora cognosciuto che cosa è questo?» Rospo, che sempre masticava credendo fusse cera, disse: «Or che è?» La tricca disse: «Questo è uno verme o vuoi dire mignatto»; e mostròloli aperto. Rospo che sempre il masticava e sapea u’ trovato l’avea, sputando e vergognandosi, di rabbia il bicchieri della medicina di messer Bertoldo percosse al muro, dicendo: «Poi che sono così stato trattato, lui non berà la medicina». La tricca disse: «Or che vuol dire?» Rospo dice tutto il modo di messer Bertoldo. La tricca avendo pietà di sé perché vede Rospo giovano, disse: «Perché non sii preso, vo’ che stasera stii qui, che se tu n’andassi potresti esser preso». Rospo steo contento.

La tricca li dimostrò essendo innel letto il modo perché cognove quel verme, dandoli la mostra del suo tenendolo in mano. Rospo disse: «Per certo, madonna, voi siete molto intendente». E così dimoronno.

Messer Bertoldo non prendendo la medicina, per la malatia grave e li omori multiplicati sopragiungendoli alcun dolore, la mattina maestro Tomaso venuto a casa e dimandato della medicina, Rospo disse: «La medicina menò v volte». Maestro Tomaso disse: «Se presa l’ha elli è guarito». Rospo disse: «Io così credo». E mentre che tali parole diceano, sentinno gridare e piangere. Maestro Tomaso, che volea saglire le scale, disse: «Per certo egli è morto». Disse Rospo: «Io il credo, secondo che voi diceste». Maestro Tomaso si partìo.

Rospo giunto in sala, la donna disse: «La medicina che non aregasti ha morto messer Bertoldo». Disse Rospo: «Anzi l’ha morto la sua avarizia, che so quanto m’è costato del mio per volerlo far vivo, e la nostra tricca di contrada lo sa che più di v rughieri ho speso per salvare il mio maestro». La donna non intese al motto; ordinò che messer Bertoldo fusse soppellito e la robba romase a persona godenti, e lui, per una candella, d’avarizia si lassò morire.

Ex.° xxiiii.

XXV

U>dito lo preposto l’avarizia del fiorentino, e il modo del famiglio faccendo ridere la brigata, e giunti a Bolsena dove vide assai cattivi volti per malatia, rivoltosi a l’autore li disse che ordinasse qualche novella piacevole fine che troveranno qualche bel prato fiorito, acciò che la brigata quine prenda un pogo di riposo. «Volentieri», rispuose l’autore, «farò la brigata contenta». Et alla brigata si volse dicendo: «A voi, simplici, che durate fatica a diletto senza alcuno frutto, io vi dirò II novelle quasi d’una sustanza assai da ridere; le quali cominciano in questo modo:

DE SIMPLICITATE ET STULTITIA

Di Valore e Truglio, omini grossi.

U>no fiorentino nomato Valore, omo assai di buona pasta, et uno pistorese nomato Truglio, del modo di Valore savio, de’ quali io dirò di loro alcuna noveluzza.

E prima dico che il ditto Valore, andando per camino, li fu molto lodato l’acqua e massimamente la mattina lavarsene il viso e talora berne. Valore che incorpora quello che a lui è utile, avendo ad andare da Firenze a Milano, e prima aconciòsi assai bene il corpo, di Firenza si partìo e per lo giorno giunse a Lucca. Et andato a l’albergo dimandò l’oste se avea dell’acqua. L’oste rispuose: «Du’ pozzi pieni». Valore disse: «Or me la serba». L’oste disse: «E’ sarà fatto».

E venuta l’ora della cena — ch’era di state —, essendo innell’albergo certi pisani a cenare, disseno: «Oste, fa che abiamo dell’acqua fresca». Valore, che questo ode: «Fa’ bot’a Dio, non arete, che io l’ho tolta per me». Alcuno di quelli pisani, udendolo dire fa’ buot’a Dio, disse a’ compagni: «Costui de esser di quelli ciechi fiorentini». Valore, che ode dire ciechi, rispuose: «Io vi veggo bene e dell’acqua non arete se crepaste». Il pisano, odendo sì biastimare, alza la mano e dalli una gotata: «Tò, togli!». Disse Valore: «Or questo che vuol dire? O usasi di fare così prima che si ceni?» Disse il pisano: «Sì, e doppo cena se ne da du’ tanti». Valore tacéo e pensò dire a l’ostieri che non desse dell’acqua ad altri che a lui; e così li disse. L’ostieri disse che tutto farè’, e da parte lo misse solo, e li altri osti in altro luogo, aparecchiando a Valore cena solo, con acqua.

Cenato che Valore ebbe, disse alto presente tutti li osti: «Fa che domatina tutto lo resto dell’acqua ch’è rimasa mi serba, che io vo’ lavarmi la faccia per parere più bello». L’oste disse: «E’ sarà fatto». La mattina per tempo Valore fu levato: domandando l’acqua, l’oste dell’acqua li portò. E fregatosi le mani coll’acqua al viso, l’oste disse che bene era che ne serbasse una poga se altra volta vi capitasse. Valore contento, e pagato l’oste, a cavallo montò e caminò fine a Chiesa, di lungi da Lucca vi miglia, là u’ sono molte molina e quine ha bellissima acqua.

Valore, giunto a Chiesa, vidde uno che si lavava il viso, e quando si fregava la mano al viso sì facea trun trun colla bocca. Valore disse: «Oh, io quando mi lavai la faccia non feci trun trun come ha fatto costui»; e disse: «Io lassai a l’oste dell’acqua: io vo’ tornare e laveròmi la faccia e farò trun trun». E rivoltosi, ritornò a Lucca e tutto riconta a l’oste. L’oste disse: «Tu hai ben fatto: per oggi ti starai qui e dimattina potrai lavarti la faccia e farai come vedesti fare». Valore così fe’: e per questo modo Valore fece il suo camino.

Torniamo ora a Truglio da Pistoia; il quale essendo ito a uno suo luogo di lungi da Pistoia ben vi miglia per far vendemiare, divenne che uno dì avendo necessità di venire a Pistoia, là u’ era la famiglia sua e la donna, e movendosi dal suo luogo e venendosi verso Pistoia, e giunto presso a uno miglio vedendo che l’arie si turbava; e facendosi ma’ tempo e caminando tanto che giunse al Pontelungo presso a Pistoia a ii balestrate e cominciando a piovere, disse: «Oimè, che l’acqua piove et incominciami a bagnare la gonnella! Non c’è da stare: io vo’ ritornare a’ luogo mio e prenderò qualche gabarro e verròne e non mi bagnerò la gonnella».

E come pensò fe’, che si rivolse verso il suo luogo, ch’era di lungi vi miglia. E non fu caminato uno miglio che gonnella e camicia con tutte le carni ebe bagnato; e così caminò a’ luogo. Essendo sempre l’acque grosse serrate, e perch’era molto tardi quando da’ luogo si mosse per andare a Pistoia e per lo ritornare, fu di necessità giungere molto di notte. E picchiando l’uscio, lo salano sentendolo disse: «Chi è?» Truglio dice: «Aprimi». Lo salano levatosi, che già era andato a letto, disse: «Che buone novelle?» Disse Truglio: «Vedendo incominciare a piovere al Pontelungo, per non bagnarmi la gonnella sono tornato per lo gabarro mio». Lo salano, che lo vede quasi anegato, disse: «Ben ordinasti a venire vi miglia per lo gabarro, che se fussi andato una balestrata ti saresti tutta la gonnella piena d’acqua». «E così fo sempre», Truglio dice, «ben che stanotte io ho fatto pure lo meglio».

Lo salano lo misse pure in casa, e quine la notte si riposò, e più volte disse al salano che ’l partito di tornare l’avea gittato buon frutto. E qui finìo.

Ex.° xxv.

XXVI

Giunto il preposto e la brigata in uno bel prato fiorito colle dilettevole novelle de’ du’ simplici, postosi a sedere innel mezzo di quel bel prato e la brigata d’intorno et a l’autore comandando che, mentre che innel prato dimorano, alcune novellette di piacere dica fine che la brigata si sera riposata, l’altore con reverenza disse che farè’ il suo comandamento, dicendo a tutta la brigata: «Omini e donne d’ogni condizione, chi desidera piacere ascolti alquante novelle che vo’ a dire»; incominciando in questo modo:

DE PLACIBILI SENTENTIA

Di monna Bambacaia da Montescudaio,

savissima in dar sentenzie.

Nella città di Pisa fu una gentilissima donna e contessa lo cui nome fu madonna Bambacaia de’ conti da Montescudaio, donna d’una profonda virtù et onesta del suo corpo, alla quale omini e donne andavano per risposta d’alcune quistioni e d’altre cose.

Or perché la brigata e voi, preposto, vi siete in uno dilettevole luogo posti a riposare e fugito l’aire cattiva di Bolsena, per rinfrescamento dirò alcune belle novelle e sentenzie per la ditta madonna Bambacaia asolute e narrate. E prego ogni persona a cui più diletta che quelle tegna a mente, incominciando prima dalle donzellette, le quali, pungendo loro la latuga per tenerezza, possano ad exemplo cognoscere il vero dal falso.

Dicendo: tre giovanette essendo in uno prato come noi ora siamo, mosseno tra loro una quistione. Il tinore di tale quistione fu in questo modo: che l’una dicesse di che sarè’ meglio per le donne lo pincoro dell’uomo; e qual meglio dicesse fusse chiamata sopra l’altre maestra. E posto la quistione, la prima nomata Dolcebene disse: «Io per me lo vorrei di ferro perché non si potrè’ mai romper’e come questo sarè’ molto duro». E tacéo. La seconda nomata Perla, chiese: «Io lo vorrei d’osso d’avolio però che serè’ pulito e non mi rafrederè’ l’ugello insaziabile». E più non disse. La terza, ch’è ’l suo nome Caracosa, disse: «Et io vorrei quell’ugello di nerbo». Ditte le loro volontà e non avendo tra loro chi asolvere le sappia disposeno ad andare a mona Bambacaia acciò che ella come maestra sappia dichiarire qual dé esser di loro maestra.

Et andatene a monna Bambacaia et esposte loro quistioni, monna Bambacaia intese ch’ebbe tutte le giovane, rivoltosi a tutte volse sapere il perché Dolcebene lo volea di ferro. Dolcebene disse: «Perché il ferro è duro e mai rompere e’ non si può». Rispuose monna Bambacaia: «La tua speranza è falsa, però che il ferro, essendo freddo per sua natura, rafrigera quel membro che vuol di continuo stare caldo e per lo star caldo desidera sempre stare coperto: ti dico non dèi esser chiamata maestra».

E poi a Perla disse che assegnasse la sua ragione. Perla rispuose: «Perché l’osso è molto duro et è pulito, e questo vuole la nostra volontà». Madonna Bambacaia disse: «Lo tuo pensieri non è buono, però che naturalmente l’osso non ha sentimento et è arido, e la natura femminile desidera cosa fruttifera: e per questo non meriti maestra esser chiamata».

A Caracosa disse che mostrasse della sua quistione la verità. Caracosa rispuose: «Perché ’l nerbo è alquanto sensibile et è uno membro assai domestico; et è boccone che la nostra bocca, che sempre desidera aver in bocca qualche cosa, può quello conducere in che luogo vuole». Monna Bambacaia, udendo assai bella ragione ma non anco eficace, disse: «Di vero io ti darei il maestrato di costoro, se avessi ditto compiutamente, ma perché hai in alcuna cosa fallito sono contenta che prendi tue lo primo onore».

E voltòsi a tutte e disse: «Et io lo vorè’ di grugno di porco, che quanto più rumica più diventa caloroso». Le giovane, udito monna Bambacaia, dissero: «Di vero per le donne farè’ se fusse di grugno di porco». E partironsi.

Ex.° xxvi.

XXVII

Lo preposto disse che dicesse più oltra di sì fatte novelle, però che già vedea per questa prima esser da’ visi della brigata, e massimamente da’ visi delle giovane, andato il malcolore e per la novella ditta venuto il rossore. L’altore disse: «Et io dirò». E cominciò a dire alla brigata: «Io dirò di madonna Bambacaia in questo modo:

DE SENTENTIA VERA

Di Lucrezia e Elena, andando a monna Bambacaia

per una questione.

Du’ belle giovane, già assagiato che cosa è l’uomo, faccendo quistione fra loro a chi ne giovava più di quel fatto, o a l’uomo o alla donna, mettendo tra loro una cena, chi perdesse pagasse, l’una nomata Lucrezia disse che a l’uomo ne giova più, l’altra nomata Elena disse che alla donna ne giovava più che a l’uomo. Messo la cena, dispuoseno andare a monna Bambacaia, e così insieme n’andarono.

E giunte a monna Bambacaia, <monna Bambacaia> le dimandò della cagione e ’l perché erano venute. Le giovane dissero la quistione. Monna Bambacaia disse a Lucrezia che assegnasse perché a l’omo più che alla donna di quel fatto ne giovava. Lucrezia disse: «Perché si vede l’uomo pagare la donna <che> a tal atto dé venire; e più, che a molti pericoli si mette per avere sua intenzione d’aver donna cui elli ami». Monna Bambacaia rivoltasi a Elena disse: «O tu che dici?» Elena disse: «Io dico che alla donna più ne giova, però che la donna acciò che si possa congiungere con l’uomo si parte dal padre e dalla madre e dà denari a l’uomo. E per questo dimostra la donna aver magior diletto che l’uomo».

Madonna Bambacaia, udite le ragioni di ciascuna, non spregiandone neuna, ma rivoltasi a Lucrezia disse che allo speziale andasse per ii once di mèle. Lucrezia subito andata allo speziale et arecato il mèle, monna Bambacaia disse a Lucrezia che mettesse il dito nel ditto mèle: Lucrezia così fece. E poi disse che sel mettesse in bocca: Lucrezia così fe’. Monna Bambacaia disse: «Or mi dì, Lucrezia, a chi è paruto meglio e più dolce questo mèle, o al dito o alla bocca?» Lucrezia disse: «Alla bocca». Monna Bambacaia disse: «O perché?» Lucrezia disse: «Perché il mèle è rimaso in bocca et al dito non è rimaso punto». Allora monna Bamcaia disse: «Così diviene del membro dell’uomo, che mettendolo innella sottana bocca, tutto il mèle romane innella bocca, cioè a la donna, et a l’uomo niente ne rimane. E pertanto alla donna più ne giova che a l’uomo».

E per questo modo Elena vinse la cena.

Ex.° xxvii.

XXVIII

Lo preposto disse che ancora seguisse di queste belle novelle, però che vede tutte ralegrate le giovane avendo udito dire che a loro più ne giovava, stimando il preposto che più non sentiranno dolore del camino. L’autore, per contentamento veduto, seguìo dicendo:

DE PULCRA RESPONSIONE

De’ giovani e giovane in un prato fiorito.

Funno in Firenze alcune giovane e giovani che essendo in uno prato fiorito come ora siamo noi, che venendo a disputare tra loro dell’amore delle donne, fu ditto per quelle giovane a’ giovani che se alcuno giovano domandasse una giovana d’amore in un campo di fave fiorite, che ’l campo delle fave fiorite ha tale virtù che la giovana non dire’ di no. Li giovani misero che non dovea esser vero.

E disposti di cometterla in monna Bambacaia, che qualunca perdesse, uno carnelevale, cioè una merenda, <pagasse>, e mossi e andati a madonna Bambacaia e ditta la quistione, monna Bambacaia rispuose: «Sempre mi trovereste in campo di fave fiorite! O piase a dire: se il campo delle fave fiorite ha proprietà che non disdirè’ la giovana quando fusse richiesta d’amore, e io vi dico che d’ogni lato et in ogni parte dove lo giovano richiede la giovana di quel fatto, che la giovana non disdirè’».

E però disse sempre la troveresti in campo di fave fiorite.

Ex.° xxviii.

XXVIIII

Venuto il fresco et un poco d’oragio, le giovane per le dilettevole <novelle> ditte di monna Bambacaia riconfortate, e preso vigore incominciando una danza, non avendo ancora in tutto ’l camino danzato, fu tanto il piacere del preposto e dell’altra brigata che volentieri sarenno rimasi la notte quine; ma perché non aveano niente da vivere, fe’ cenno e tutta la brigata si mosse, dicendo a l’autore che dicesse bella novella fine che a Orvieto seranno giunti. Al qual e’ disse che volentieri, e voltòsi alla brigata parlando: «A voi, donne vedove che non volete mariti e poi a una castagna sete giunte e conviene pur prenderlo, ad exemplo di tutte dirò una novella»: incominciando in questo modo, cioè:

DE ASTUTIA IN JUVENE

Di messer Adorno Spinola e di Andriolo suo

figliuolo innamorato di Cara delli ADORNI.

Nella città di Genova fu uno messer Adorno Spinola, il quale avea uno suo figliuolo e non più, il quale avea nome Andriolo. Era questo Andriolo, per vezzi che il padre li portava, assai mal nodrito, nondimeno per natura era savio. E non volendo intendere a mercantia né ad altro esercizio di guadagno, ma in sul vaghegiare e spendere era la sua opera, di che il padre ne portava gran dolore, considerato lui esser di tempo e ricco e di buona casa e non aver altro figliuolo: per amore nol casticava, e di malanconia era pieno vedendo il figliuolo isviato et a neun bene riducersi.

E stando per tal maniera, lo ditto Andriolo, vedendo un dì una giovana vedua bella quanto il sole nomata madonna Cara delli Adorni, ricca e di buon parentado, e piacendoli, s’inamorò di lei. Madonna Cara, che di ciò non s’è acorta ma’, onestamente lo dì delle feste con una sua fante alle perdonanze n’andava e ’l giorno da lavorare si stava onestamente in casa. Andriolo, avendo già sentito il colpo dell’amore di costei, dove madonna Cara andava, lui dirieto; e ’l giorno che in casa stava, sempre davanti tutto ’l giorno facea residenzia con onesto modo. Né perciò madonna Cara s’acorgea che Andriolo li volesse bene.

Avendo dimorato molto tempo Andriolo in tal maniera e dalla donna mai non ebbe un bello isguardo, pensò fra suo cuore dicendo: «Se io avessi denari, io la converrei avere: poi che l’amore ci è, non c’è male». E come pensò, deliberò per uno onesto modo dal padre aver denari.

E più tosto che potéo disse al padre: «O padre mio, cognosco che è fatto beffe di me però che io sto come uno tristo a non fare nulla; e considerato io quanto è la vostra alta fama in Genova, almeno per rispetto di voi che omai sete vecchio mi dovrei sottomettere a qualche bontà. E per fare tacere le genti che hanno mal parlato di me, padre mio, in quanto a voi piacesse, io mi vorrei dispuonere a navicare e fare bene. Ma tanto vi vo’ dire che non vo’ compagnia se non a mio modo; e vo’ una nave nuova che sia fatta per me, in su la quale vo’ andare». Lo padre, che ode le belle ragioni che il figliuolo li dice e vedendolo disposto a ben fare, di tenerezza lagrimando disse: «O figliuolo mio, chiedi, poi che io veggo che hai mutato pensieri, et io farò tutto e sono contento che una nave per te solo si faccia»; dicendoli: «vi mila fiorini metto da parte per fare uno legno, e iiii mila fiorini per fornire il naviglio. E però, a che ora vuoi cominciare, io dirò a tale banchieri che per infine alla somma ditta ti dia». E così li fe’ promettere. Andriolo contento pensando venire alla intenzione sua d’aver madonna Cara, lo padre contentissimo stimando: «Lo mio figliuolo vorrà far bene».

Preso Andriolo fiorini M dal banco, e lo dì seguente se n’andò dinanti alla sua innamorata, e tanto dimorò che la fante uscìo di casa. Andriolo li tenne dirieto e da parte la tirò, dicendoli: «Io ti vorrei dire alcuna imbasciata». La fante, che ’l vede bellissimo, disse: «Che vuoi?» Andriolo disse: «Io amo madonna Cara sopra tutte le cose del mondo, e se tu puoi fare che io li baci il piedi, io le vo’ dare fiorini M, de’ quali voglio che xxv ne siano tuoi; e di questo ti serò molto tenuto. E perché sappi il modo che io terrò, ti dico: io verrò in casa e di piè la scala sia la donna col piede nudo; e basciato, di subito me n’escirò fuori e mai persona nol saprà». La fante, che ode li fiorini M che dare vuole e che a lei ne viene fiorini xxv, e perché lo vede bello et anco non chiede molto gran fatto, li disse che volentieri farà l’ambasciata. E pensa tutto acordare, et a lui dice che quine dove è l’aspetti.

E partitasi la fante e tornata in casa rendendo l’ambasciata a che la donna l’avea mandata, e poi le cominciò a dire: «Madonna, ben vi dico che uno bellissimo giovano m’ha ditto alcune cose le quali per l’amor che io vi porto non lasserei che io non ve le dicesse». La donna disse: «Che novelle saranno queste?» La fante disse: «Quel giovano nomato Andriolo Spinora m’ha ditto che molto v’ama e che vi prega che vi piaccia, poi che tanto v’ama, di lassarli basciare il vostro piede, promettendovi dare fiorini M, e di quelli vuole che io n’abia fiorini xxv. E più, dice che vuole venire da sera e voi sarete in piè di scala, e basciato che lui l’ara, darà volta e che andranne e che mai a persona nol dirà».

Madonna Cara, che ode quello che la fante li ha ditto, disse: «Come mi dici tu tali parole? Or come aconsentirei che a me toccasse il piede, che sono di sì alto parentado e giovana di onestà e sai che i’ ho tanti denari? Per certo nol farei mai!» La fante disse: «Madonna, la vostra persona è bella e chi v’ama bello, voi gentile e lui, voi ricca e lui vi dona fiorini m, li quali porrete sopra li altri e tanti n’arete più; e poi che vi promette a neuno apalesarlo...». La donna ridendo disse: «Che faresti tu se fussi in mio luogo?» Rispuose la fante: «Lo servirei allegramente, però che naturalmente la donna fu fatta per servire l’uomo e massimamente chi v’ama. E però assiguratevi e prendete quelli belli fiorini che dare vi vuole. Ma ben vi dico che se aconsentite che quella sua bocca piacente baci il vostro disiato piede, che vi piaccia nettarlo et in s’uno guanciale di seta lo tegnate, che paia che voi amate le vostre cose, e con uno lume, sì che chiaro possiate vedere li fiorini che v’aregherà: li quali prima che ’l piede vi baci ve li farete dare e metteteli in un bacino d’argento, e dapoi ch’e’ si sarà partito daretene a me fiorini xxv.»

La donna, che già l’era venuto il desiderio, non fe’ molto contasto e disse alla fante: «Poi che a te pare e tu mi di’ ch’e’ è bello giovano, ti dico che vadi a lui e dilli che io sono contenta che stasera di notte vegna per modo che altri non se ne acorga et areghi i denari. E amaestralo che a neuno apalesi la cosa». La fante, auta la risposta che disiava, tornò a ’Ndriolo dicendoli tutto l’acordo.

Andriolo contento, la fante ritornata e fatto un bagnuolo al piè di madonna Cara, e aparecchiato il guanciale di seta dorato et uno torchio acceso, e preso uno bascino d’ariento, spettando la sera; Andriolo, che stava atento, venuto la sera e notte, andò a casa di madonna Cara. Et entrato dentro, trovòla in piè di scala col piè in sul guanciale che parea un pezzo di nieve. Andriolo, versato li fiorini innel bacino, inginocchiandosi, colle mani prese quel piede e la bocca vi puose, dicendo: «O cuor del corpo mio, io mi ti racomando». E basciato il piede, fece reverenza a madonna Cara e, dato volta, di casa uscìo.

La fante chiuso l’uscio, e la donna col bacino de’ denari se n’andò in camera e quine innomerati e’ fiorini trovò esser m nuovi, de’ quali alla fante ne diè xxv, dicendo: «Credi che questo giovano sia stato un matto ad aver dati tanti denari per sì piccola cosa?» La fante disse: «Or vedeste mai più onesto e più bello giovano? E vedete come reverentemente si partìo, che sarenno stati di molti che non si sarenno voluti partire?». La donna disse: «Per certo o elli è troppo ricco o elli è stolto o elli è impazzito di me, tanto ben mi vuole». La fante disse: «Per certo io credo che vi porta tanto amore che ogni cosa farè’». E ditte tra loro con rise molte ciance, et infra l’altre ciance che vi si dicesse, fu che la fante disse: «Io li darei volentieri questi xxv fiorini, et elli stanotte giacesse meco». La donna disse: «E tu l’aresti bene incettati». E partìrsi et andarono a letto.

Stati alquanti dì, Andriolo disse al padre: «Messer, io ho speso quelli M fiorini ch’ebi dal banco in fare tagliare il più bello legname che mai si vedesse, e però a me bisogna per maestri fiorini ii mila». Lo padre disse: «Prendili a tua posta».

Andriolo la mattina rivegnente se n’andò con fiorini II mila a’ luogo dove la fante di madonna Cara trovò et a lei disse: «Se madonna vuole che io li baci la coscia, io li vo’ dare fiorini ii mila, de’ quali a te se ne tribuisca l, e quel modo terrò che altra volta feci». La fante desiderosa si servirlo tornò a casa, a madonna Cara tutto disse. La donna disse: «Or non vedi tu che costui va prendendo la mia persona a passi lenti? Per certo non vo’». Disse la fante: «Per Dio, non dite: che se aconsentite ve ne loderete d’aver compiaciuto a sì bel giovano». Madonna Cara, che già li parea esser certa di quello che il giovano doppo tal fare le chiederè’, venendoli già il sangue riscaldando disse alla fante: «Se pensi che lui faccia come altra volta fecce, sono contenta che stasera vegna». La fante andò a ’Ndriolo e tutto li ricontò. Andriolo contento aspetta.

La sera, la donna fattosi il bagno a tutta la gamba fine al pennuto, el torchio acceso e col bacino, tenendo la gamba tutta scoperta e la coscia in s’uno piomaccio di seta; come fu notte, Andriolo entrò dentro. Et i denari versati innel bacino, inginocchiandosi, dicendo: «Madonna, voi siete tutto il mio conforto», abracciato la gamba e la coscia, distendendosi sopra la coscia basciò. E levatosi disse: «Madonna, a Dio ve racomando», e partìsi.

La fante chiuso l’uscio et intrati in camera, li denari partirono. La donna disse: «Per certo Andriolo mi pare onesto giovano, e di vero elli non è stolto; e se non mi fusse vergogna io l’amerei». La fante disse: «Mai non si biasmò chi amasse». E questo ditto, andonno a dormire.

Andriolo tornò al padre doppo alquanti giorni dicendo la nave cominciarsi a fare; e chiesto fiorini iii mila et autoli, tornò a’ luogo dove la fante trovò. E doppo molte parole, Andriolo disse che se la donna volea che lui li baciasse la bocca, che quelli iii mila fiorini volea a le’ dare, de’ quali c ne serbasse per lei. La fante narrò a madonna Cara la cosa. La donna disse: «Io penso che il mèle della sua bocca serà tanto che a me fa di necessità di quello saziare il mio apitito, ma bene dubito non si sappia queste cose». La fante disse che non dottasse.

La donna, mandata la fante fuori a rendere l’ambasciata a Andriolo, specchiandosi e vedendosi innella faccia come rosa venire, disse: «Per certo dopo questo bascio che penso sarà molto dolce, io non sarò più dura a dinegarli cosa che voglia». E fattasi tutta bella col liscio e bambacello, mettendosi in bocca alcuna noce moscata et in seno un pogo di moscato come usano le donne genovesi; venuta la fante e ditto come Andriolo era contento; venuta la sera, la donna in una roba nera, aconcia innel viso e le mammelle alquanto fuori del petto, con allegrezza sperando che Andriolo dovesse rimanere stava tutta baldanzosa.

Andriolo, che l’uscio vede aperto, andò dentro; e trovata la donna così aconcia, fattole reverenza e salutatala, li denari messe innel bacino e poi con uno atto molto onesto s’acostò alla donna dicendo: «O conforto dell’anima mia a cui tutto sono dato, io vi prego che non vi sdegni l’animo se la mia bocca s’acosterà alla vostra, la quale è degna d’ogni lodo». La donna, che volentieri l’arè’ morso, acostandosi, Andriolo abracciatala, la bocca sua a quella di monna Cara puose e con piacere la baciò, e dapoi, inchinato le gambe, la racomandò a Dio e fuori di casa uscìo.

La donna, che arè’ voluto che Andriolo fusse rimaso, stava pensosa. La fante disse: «Madonna, che pensate?» La donna dice: «Penso quanto onesto giovano m’ha ora la bocca basciata, e dìcoti che m’ha lassato tanto dolce la mia bocca che nol potresti credere». La fante che già s’era acorta che la donna era più d’amore acesa che ’l giovano, disse: «Madonna, e’ converrà che di quella dolcezza che portate tra gambe li rendiate buono guigliardone». La donna ridendo disse: «Per certo tu t’acorgi di quello che io ho desiderio». La fante disse: «La parte de’miei denari mi date e voi colli altri riponete cotesti». La donna così fece. Et andata a dormire, steo con pensieri la donna più giorni.

Andriolo, che li pare esser venuto quasi a buon punto, disse: «Ora mi convien esser savio a ricoverare lo mio et aver mia intenzione». E quello che pensò innella novella lo sentirete.

Andando al padre disse: «Padre, io hoe fatta la nave, e manca fiorini iiii mila per vararla». Il padre lil fe’ dare. Andriolo si parte e torna a’ luogo usato là u’ la fante trovò, dicendoli che se la donna volea che con lei una notte albergasse, li dare’ fiorini iiii mila, a lei fiorini ii cento di quelli. La fante narrato alla donna, la donna, parendoli mille anni, disse di sì. E tutta si conciò come sposa, aparecchiando bene da cena.

Messer Adorno padre di Andriolo disse: «Poi che mio figliuolo ha fatto sì bella nave che gosta fiorini x mila, io voglio andare a vederla». Et andato in terzenaia e dimandato della nave del figliuolo, fulli ditto che neuna nave v’avea. Di che messer Adorno volse sapere l’usanza del figliuolo. Fulli ditto che vaghegiava la Cara e che quine avea speso il suo. Messer Adorno volse vedere il modo. E vedendo la fante farli l’ambasciata et Andriolo allegro, pensò non dirli nulla, ma seguire la traccia. E stato nascoso, venne la sera.

Andriolo se n’andò a casa di madonna Cara, e con lui lo padre dirieto. Andriolo montate le scale et intrato in camera e quine trovato aparecchiato e la donna in giubba tutta giulìa, messer Adorno stava a vedere cenare la brigata. E mentre che cenavano, monna Cara si volgea a Andriolo e baciavalo. Andriolo, che avea l’animo a’ denari che avea spesi, istava pensoso. E cenaron con molto piacere; e perché a Cara parea mille anni d’esser alle prese con Andriolo, disse alla fante andasse a dormire. La fante si partìo.

Monna Cara di subito spogliatasi nuda e innel letto entrata senza chiudere uscìo di camera, sperando che dentro non fusse persona, chiamando Andriolo dicendo che innel letto entrasse; messer Adorno, che tutto vede et ode, senza dir niente lassa fare. Essendo Andriolo innel letto e saglito sopra il corpo di Cara, Cara desiderosa di dare beccare a l’ugello d’Andriolo, preselo in mano et innel suo nido lo nascose. Andriolo fuggendosi, la donna desiderosa disse: «O Andriolo, contentami et io ti vo’ dare ii mila fiorini». Andriolo, che avea volontà di riaver i suoi denari, tenendola a bada, Cara, — di fiamma di fuoco parea avesse il viso — proferse a ’Ndriolo tutti i fiorini x mila. Andriolo, che più oltra volea, faccendola più riscaldare, la Cara disse: «Or che giova, Andriolo? Io voglio esser tua moglie e darti di contanti fiorini xv mila e tante possessioni e gioielli che vagliano fiorini xx mila; e tu mi contenta!»

 

Messer Adorno, odendo tal proferta, subito sagliò in camera e disse: «O figliuolo, vara la nave che ora è tempo, vara la nave ch’è tempo!» Andriolo, che sente il padre, niente dice. La donna sentendo alcuno in camera quasi cascò. Messer Adorno con uno torchio acceso montò in su’ letto e disse: «Cara, tu se’ giovana bella gentile e ricca; Andriolo mio figliuolo, giovano bello gentile e ricco. Tu hai ben pensato, e però, Andriolo, in mia presenzia la sposa!» E trattosi uno anello di dito <. . . . . . .>, e Cara fu sposata. Messer Adorno disse: «Omai vi date piacere: et io v’aspetto qui in sala e voi lavorate il podere».

Cara raseguratasi, con Andriolo si prese piacere e saziò l’apetito suo. E poi scese del letto et aperse uno scrigno, e di quello cavò fiorini xxv mila, dicendo: «Tenete questi, et io voglio che i miei parenti sappiano che io son maritat’a lo figliuolo di messer Adorno». <Messer Adorno> disse che ben dicea: e preso li denari, parlò a’ parenti. E contente le parti, Andriolo potéo varare la nave a l’acqua di Cara a suo piacere.

Ex.° xxviiii.

XXX

La dilettevole novella di quello da Genova ha molto la brigata consolata, e massime le giovane. E per aver più piacere <il preposto> comandò alle cantarelle che una canzona dicano. Loro preste disseno:

«A forniuol vo’ cu cu un cu, qual fanno,

volendo un mio fuggito uccel pigliare, -

sì ch’io uccello e vegomi ucellare.

Un’oga fa co co com’ella sente

che cheto a lui m’acosti in tempo scuro,

e par pur ch’ella gridi: —Al furo, al furo! —

Ond’e’ si scuote e tutto si rintocca,

poi fugge me. Perch’è l’oca sì sciocca?»

E poi il preposto comandò a l’autore che una bella novella dicesse fine che a Sisi seranno giunti: «Dove noi prenderemo quel perdono di santo Francisco». L’altore come ubidente disse che sarà fatto; e voltòsi alla brigata e disse:

DE INGANNO

Di monna Antonia vedova, de’ Virgiliesi di Pistoia

Fu nella città di Pistoia una donna nomata madonna Antonia vedova, de’ Virgiliesi, la quale di suo corpo era grande et assai bella e molto balda e leggiera assai bene. E quella madonna Antonia tornava spesso di fuori a un suo luogo al Poggio a Caiano, là u’ molte massarizie e letti v’aveva, e alcuna volta dell’anno si trovava in Pistoia sola.

Avenne che uno giorno uno giovano nomato Ricciardo gentile della casa de’ Panciatichi amalò. E non avendo in casa neuno che ’l governasse (però che non avea ancora avuto donna e stava al governo di una sua fante), un giorno una parente del ditto Ricciardo vicina di madonna Antonia disse alla ditta monna Antonia che li piacesse andar seco. Madonna Antonia disse: «Volentieri».

E messesi le mantella, andonno a casa di Ricciardo e trovollo molto grave; e quine trattosi le mantella, comincionno a porgerli del zucaro e dell’altre cose bisognevoli a Ricciardo. Ricciardo confortatosi, stato alquanto dice: «Per certo se io potesse stare fuori di Pistoia in qualche villa ch’io vedesse l’arie, io guarrei per certo». Madonna Antonia, per amor della sua vicina, disse a Ricciardo che se pensava d’avere per quello . . . . . . . sto fusse in piacere, che ella lo condurè’ a’ luogo suo al Poggio a Caiano. Ricciardo . . . . . . . disse: «Madonna, per certo se io vi fusse guarrei». Monna Antonia disse: <Se tu ci> volessi andare, io verrò teco e penso che guarisse». Ricciardo disse: «Poi che vi piace <che io> vegna al vostro luogo, mi pare già esser guarito».

E ditto tra loro lo dì dell’andare, Ricciardo procacciò du’ cavalli, l’uno per madonna Antonia e l’altro per sé. E fatto venire alcuna bestia da soma per portare alcune cose, venuto il giorno, preso tutti i gioielli (che n’avea assai) e’ suoi denari et aparecchiatosi per montare a cavallo per andare in villa con madonna Antonia, la quale montata a cavallo acompagnata da Ricciardo, escirono di Pistoia. E mentre che cavalcano, dice Ricciardo che lui è ricco di bella casa e di buoni gioielli e denari. Madonna Antonia dice: «Bene io so che tu hai bella casa, et anco credo che abbi quello dici». Ricciardo dice: «Acciò che mi crediate»: si trasse di seno una scatoletta in che erano di belli gioielli e disse a madonna Antonia che lei serbasse. Madonna Antonia li prese dicendo: «Volentieri».

E mentre che caminavano, Ricciardo dice: «Come sarò guarito mi vo’ fare cavalieri, e sempre arò in Pistoia et altrò’ buono officio». Madonna Antonia dice che farà molto bene. Ricciardo, che si dava di gran vanti, cavalcando disse: «O monna Antonia, io vo’ una grazia da voi». Madonna Antonia pensando <Ricciardo> le domandasse qualche cosa . . . . . . . . alla sua malatia, rispuose: «Che ti piace?» Ricciardo <disse>: «Vorrei, et a me sarè’ somma allegrezza, che voi fuste contenta d’esser mia moglie». Ella disse: «Or che t’odo dire? È questo il mal che tu hai?» Ricciardo disse: «In verità vi dico che a me sarè’ sommo piacere». Madonna Antonia disse: «Or come vorresti tu me? Credi, io non <sono> a età d’aver figliuoli, e tu se’ giovano». Ricciardo afermando: «Io vi dico se a voi piace io per me sono più che contento»; madonna Antonia, che le parole l’aveano fatto venire la rósa al culo, non guardando altro rispetto, ralegratasi del parlare <di> Ricciardo disse: «Andiamo al mio luogo e briga di guarire, che io sarò contenta di ciò che vuoi».

Giunti al Poggio a Caiano a’ luogo di madonna Antonia, là u’ quine Ricciardo fu <per> madonna Antonia servito indella malatia tanto che guarito fu, e mentre che in tal maniera stava, Ricciardo disse: «Madonna Antonia, io vorrei che fornissimo il matrimonio». Madonna Antonia, che avea la rabbia al culo, disse: «Poi che contento se’ d’esser mio marito, io vo’ che mi prometti in chiesa di prendermi per moglie». Ricciardo disse che li piacea. Et andati innella chiesa, quine promisse quello che poi non attenne.

E fatta tal promissione tornaro in casa, e qui monna Antonia sì cominciò a cavarsi la rabbia del culo, non avendo guardato a che era condutta. Ricciardo saziatosi più volte e non guardando lo vitupero e la promessione fatta, prendendo alcuna scusa, dicendo: «Antonia, a me è di necessità esser a Pistoia e richiedere i miei parenti e dare ordine che ne vegni onorevilemente come s’apartiene; e acciò che io possa fornire quello bisogna, dammi quelli gioielli»; Antonia, che già per lo suo fallo avea perduto il nome di madonna, li gioielli diede a Ricciardo dicendoli che ordinasse che a casa la meni.

Ricciardo partitosi e tornato in Pistoia vantandosi d’aver sì cavato la voglia a sé e parte della rabbia ad altri, di queste cose a’ parenti di Ricciardo venne notizia e simile a’ parenti di Antonia. E ciascuno de’ parenti andò al suo: cioè li parenti di Antonia disseno: «O Antonia, può esser questo, che Ricciardo abbia auto contentamento di te et usato teco?» Antonia disse: «Sì, però che m’ha promisso prendermi per moglie, et è ito a Pistoia a dar ordine di menarmi». Li parenti, che sapeano la condizione di Ricciardo — quanto era di cattiva condizione—, dissero: «Ogimai sarai vergognata come meretrice». Antonia disse: «Non credo che mi inganni, che quando mi stava a dosso prendendo di me suo piacere mi disse di tornar per me». I parenti isvergognandola dissero: «Or ti rimane».

Li consorti di Ricciardo, odendo dire quello che con Antonia avea seguito, ordinonno di darli moglie una giovana. Antonia ciò sentendo ricorse al vescovo dicendo: «Io sento che Ricciardo vuole prendere moglie; et io vi dico che non la può prendere, però che me ha presa, et in segno di ciò più volte è usato meco carnalmente». Lo vescovo, udendo tali parole, mandato per Ricciardo e narratoli quello che Antonia li avea ditto, li disse che rispondea. Ricciardo disse ch’era vero che spessissime volte avea usato con lei come s’usa colle meretrici, ma non che mai la volesse né prendesse per moglie. Antonia, udendo quello che Ricciardo avea ditto in presenzia de’ suoi parenti e del vescovo, isvergognata si partìo né mai più non ebbe onore.

Ricciardo, preso moglie, non molto tempo steo che, quello avea consumato, e fu costretto di Pistoia partirsi, e la seconda moglie con lui non volse tornare. E ultimamente alla moglie fu fatto quello ch’e’ fatto avea a Antonia; e così li fu renduto del pan focaccia.

Ex.° xxx.

XXXI

Quanto al preposto et alla brigata piacque che quella monna Antonia fusse isvergognata poi che sì tristamente si lassò ingannare tenendosi sì savia! E voltosi a l’altore, comandoli che dicesse qualche bella novella che fusse aleviamento alla brigata del camino che hanno a fare alla città di Perugia. L’altore, che stava atento al comandamento del preposto, rispuose: «Io farò la brigata contenta di bella novella». E voltòsi e disse:

DE LIBIDINE

Del monesterio dell’Olmo d’Arezzo e della badessa

Avea una badessa innel monestero dell’Olmo d’Arezzo nomata madonna Bergina, assai bella e vana e molto calda; e per non voler sua castità perdere, non stante che voluntate grande avesse d’usare con l’uomo, pensò con un bel modo et assai onesto saziare <in> parte il suo apetito. E acciò che pur ella non fusse incolpata di quello che ordinato avea, avendo seco molte giovane monache le quali ancora pensava loro avere pensieri dell’uomo, ordinò di fare di zendado pieno di miglio uno pasturale d’uomo di buona forma. E quando la badessa si volea alquanto cavar la rabbia, facea una delle monache cingere lo ditto pasturale, e fattosi in sul corpo montare in modo di uomo, con quello pasturale fornìa il suo desiderio; e simile faceano l’altre. E oltr’a questo, avea per costume che qual monaca intrava di nuovo, la prima sera convenìa dormire colla badessa, e poi col pasturale in tale <modo> formano l’usanza. E così fine che con tutte le monache la monaca novella giacea una notte con ciascuna; e poi a chi più ne giovava, di continuo oservavano l’ordine.

E perché le cose non si puonno fare tanto secrete che alcuna volta non si spandino, fu una vecchia del monistero uno giorno domandata da uno bellissimo giovano d’anni xviii senza barba nomato Angelo Boscoli — il quale già era preso d’amore d’una monaca del ditto monistero nomata sor Rosa, bellissima —, dicendole: «Come puonno le monache giovane e la badessa, che è giovana, stare che di quel fatto non ne vegna loro volontà? E quando la volontà viene, come se la tragano, che per certo la loro dé esser grande penitenza appo l’altre che hanno (marito)?» La vecchia monaca, che sapea la maniera che si tenea per la badessa e per l’altre, disse a Agnolo tutto il modo che si tenea, dicendo che ogni volta che alcuna novella monaca entrava dentro, la badessa e l’altre si cavavano la rabbia con uno pasturale pieno di miglio. Angelo, che ode il modo che si tiene, pensò volere in quello monestiero entrare.

E partitosi dalla monaca, ebbe una mezzetta la quale più volte l’avea servito e disse: «Andate a tale monistero e dite alla badessa che voi avete una vostra figliuola d’anni xiiii e che la volete quine mettere»; con patto che se la stanza li piacea la lasserè’. Ella andò alla badessa e tutto narrò. La badessa disse: «Menatela, e vogliamo vedere s’ella vorrà essere monaca». La vecchia monaca confortando la mezzetta che la menasse, la mezzetta disse che sarà fatto. E tornata a Agnelo tutto li disse.

Agnolo subito vestitosi come giovana, onestamente colla vecchia ne va al monistero. La vecchia fa chiamare la badessa, e venuta, la misse dentro. E quando la badessa e l’altre monache viddeno Angelo, credendo fusse femina dissero: «Questa è la più bella giovana che sia in Arezzo e <la> più grande». E disseno alla vecchia ch’era peccato a volere che sì bella rosa a vedere patisse tanta pena e massimamente di non usar coll’omo. <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .> «E poi», fra sé dicea la badessa, «io sono molto contenta che qui stia, perché più volte mi saglierà in sul corpo, col pasturale del miglio sazierà il mio apitito». E subito disse alla vecchia: «Lassatela, or pensiamo col nome di Dio contentarla, et ella contenterà noi». La vecchia partitasi e lassato Angelo monaca (colle altre monache), dimorando insieme <alcuna di loro> la baciava et alcuna volta colla mano le toccava la guancia dicendo: «Idio arè’ fatto bene ad averti fatto maschio». Angelo monaca stava reverente, e vergognose dimostrava a tutte le guance che parevano du’ rose vermiglie.

Venuta la sera, la badessa disse: «Stasera dormirai meco e doman da notte vo’ che dormi con Rosa, e così vo’ che ti riposi». Angelo disse che volentieri l’ubidirà. La badessa spogliatasi nuda e fatto spogliar la monaca novella in camicia, disse la badessa che si cingesse lo pasturale di miglio in sul sedere e dinanti tenesse il pasturale, mostrandoli il modo però che a sé prima lo cinse. Agnolo monaca disse che poi che quine è venuta per ubidire, che tutto farà, ma ben pregava la badessa che li piaccia andare innanti a’ letto, et ella si concerà come l’ha insegnato. La badessa entrò innel letto.

Rosa, che al lato a’ letto della badessa avea il suo, e solo d’una cortina partito, ode tutto ciò che la badessa dice e la risposta della monaca nuova, avendo gran piacere trovarsela in braccio la notte rivegnente. Angelo che ’l disiderio avea a Rosa, non s’era mostrato d’aver veduto nulla. La badessa, ben che sia assai giovana, <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .> né anco per dover giacere co’ lei, <. . . . . . . . . .> che ’l pasturale del miglio stringe, stringendo il suo di carne tra gambe. E spogliatosi, <Angelo> inne’ letto a lato alla badessa entrò. La badessa, tastandoli le carni, disse: «Montami in sul corpo e metti lo pasturale innella borsa che ho tra cosce». Angelo di sopra le montò e quel pasturale di miglio innella borsa di sotto alla badessa misse. E fornita la badessa sua voluntà, fatto quell’atto du’ volte prima che la badessa volesse che la monaca nuova scendesse, e poi disse: «Dormiamo, che prima che io mi levi, un’altra volta vorrò che in sul corpo mi monti». La monaca nuova disse: «A vostro piacere». E così, prima che la mattina si levasseno, ii volte la badessa gittò la piumata.

Lo giorno mangionno di buono e la sera la monaca nuova si coricò con Rosa. La badessa disse: «O Rosa, prendi piacere con la nuova monaca però che stanotte m’ha dato la buona notte». Rosa disse: «Et io così farò». E spogliata lei et Angelo, essendo innel letto, Angelo, che avea quello disiava, saglito in sul corpo di Rosa, lo pasturale del miglio dirieto gittatosi, e il suo della carne innella ferriera li misse. Rosa che riscaldata era, et Angelo, che la volontà grande avea, con diletto subito fornìo spargendo innella ferriera il sangue bianco. Rosa, sentendosi innella ferriera cadere tal cosa, credendo fusse rotto il pasturale del miglio, disse: «Oimè, che ’l miglio si versa!» La badessa levatasi disse: «Or che hai, Rosa?» «È versato il miglio», Rosa disse, «io me l’ho sentito versare innella mia ferriera».

La badessa subito prese un lume e scoperse Rosa e la nuova monaca, e la seconda volta ella avea di nuovo il pasturale della carne messo innella ferriera di Rosa fornendo il suo fatto. La badessa, che vede il pasturale del miglio dirieto, prendendolo con mano disse: «O Rosa, tu dici che ’ miglio si versa?» «Ora mel sento di nuovo versare». E uscita di sotto dalla monaca nuova, la badessa vidde la nuova monaca con uno pasturale di carn’e disse: «O Rosa, tu hai auto altro che miglio! Io trista ben ebbi miglio, ma tu no». E voluto la badessa tutto vedere e sentire, volse che a lei desse di quell’acqua alla sua secchia che dato avea a Rosa.

E così ebbe saputo la badessa e l’altre monache la nuova monaca esser Angelo Boscoli e il perché era venuto; in tal guisa funno contente, prendendo di lui quel piacere che fu possibile ben xv dì. Dapoi Angelo si partì del monistero avendone alcuna lassata gravida, tornandovi poi a suo piacere.

E per questo modo la badessa e le monache lassarono lo pasturale del miglio et atennersi a quel della carne.

Ex.° xxxi.

XXXII

Essendo molto piaciuta al preposto et alla brigata la novella ditta della nuova monaca, e volendo da’ religiosi sentire qualche moralità, disse loro che cominciassero. Loro presti disseno:

«Colei non è donna, ben che donna

dimostri per sua vesta

alcuna; <io> conterò che cosa è donna:

femmina per virtù diventa donna

s’ell’è in ogni atto onesta;

così ritorna femmina da donna

incontenente, s’ell’è disonesta.

Ogni vertù è per figura donna:

adunque non è donna

colei che ’l viso da vertù rivolve.

E non dé donna amar per folle amore,

ma il disio d’amore

dé acordar a quel che li occhi volve;

che dé voler d’onesto amor l’efetto,

del disonesto no, ch’è van diletto».

Udito il preposto il bel dire, rivoltatosi a l’autore comandandoli una novella seguitasse fine alla città di Todi saranno giunti, l’autore disse che di una bella novella contentrà la brigata; dicendo:

DE AVARITIA ET LUXURIA

Di Pierozzo e monna Soffia in Perugia.

Carissime donne, e vo’, omini desiderosi di udire alcuna volta l’inganni che si fanno alle donne che per denari vituperano e’ loro mariti e parenti, dico che innella città di Perugia, là u’ stanotte siamo dimorati, fu un banchieri e mercadante nomato Pierozzo, omo servente di denari e massimamente a’ soldati forestieri da’ quali avea molto guadagno. Avendo il ditto Pierozzo una moglie giovana di xxiiii anni bella e balda nomata monna Soffia, e molte volte avendo fatto fallo al suo marito, più tosto per denari che per amore ad altri portasse, per la qual cosa in alcuno luogo stretto fu di lei parlato.

E infra l’altre volte che di lei si dicesse si fu un giorno presso a uno carnelevale dove era uno messer Bernardo tedesco, capo di xxv bacinetti e soldato in Perugia. Lo qual messer Bernardo, essendo giovano e cognoscendo monna Soffia di Pierozzo, s’innamorò di lei, pensando se costei con altri ha fatto fallo, agevolmente doverne aver diletto. E datosi a sentire e vedere in che modo potrà il suo pensieri mettere in efetto, per una mezzetta mandò dicendo il suo volere.

La mezzetta, ch’era già stata altre volte per sì fatte cose a monna Soffia, li narrò la intenzione di messer Bernardo. Monna Soffia, sentendo quello che la mezzetta li avea ditto, non avendo di lei vergogna disse: «Se messer Barnardo mi vuol dar fiorini ii cento, io sono contenta; et in caso ch’e’ stia contento, vo’ che li dichi che domenica, che sera la domenica di carnelevale, doppo desnare (che ’l mio marito sarà ito ad Ancona per mercantia) vegna a me e portimi fiorini ii cento, e io serò contenta che stia meco lo dì e la notte seguente, e poi lo lunedì mattina si parta».

La mezzetta, udendo quello monna la puttana, o vuoi dire Soffia, avea ditto, si partìo et <a> messer Bernardo andò e tutta l’ambasciata li disse. Messer Bernardo disse: «Troppo de aver odorifera la sua guintana, che sarè’ vasto fusse moscato volerne tanti fiorini». E fra sé pensò un bel modo, e disse alla mezzetta: «Va e dì a monna Soffia che io sono contento d’aregarli fiorini ii cento e star lo dì e la notte seco; ma perché altri non si pensi di noi male, dille che io merrò meco uno famiglio e senza a lui dire niente lo mandrò a fare alcuna imbasciata, e per questo modo persona non si potrà esser acorta che io a lei sia venuto». La mezzetta disse: «Bene avete ordinato». E tornò alla donna e tutto li disse. La donna contenta disse che bene avea fatto, e messosi mano a borsa le diè uno fiorino e <a> messer Bernardo mandò a dire che tutto era in punto e che lui s’aparecchi il giorno ad andare.

Messer Bernardo, avendo ordita la tela e bisognandola tessere, pensò chiedere in presto a Pierozzo marito di donna Soffia fiorini ii cento. Et andato a lui disse: «O Pierozzo, io ho a le mani una mercantia al mio animo desiderosa, la quale m’è promessa per fiorini ii cento, e senza quella al presente stare non posso a questo soldo; e però ti prego mi debbi servire di fiorini ii cento, e come arò le mie prime paghe te li rendrò con quello merito vorrai». Disse Pierozzo: «Volentieri». Et aperta una cassa, li prestò fiorini ii cento, dicendo: «A me conviene andare ad Ancona per certe mercantie; come avete le paghe, serbatemi li denari». Messer Bernardo disse: «Se quello che m’è promesso innanti non facesse, volete che alla donna vostra questi fiorini renda?» Pierozzo disse: «Sì».

Presi questi denari — e Pierozzo messosi in punto per andare ad Ancona e partìsi di Perugia l’altro dì —, messer Bernardo sta allegro. Monna Soffia aspetta doppia piumata — prima fiorini ii cento, apresso la sua guintana riempiuta —, e sta molto contenta del partimento di Pierozzo.

Venuto la domenica di carnolovare, monna Soffia invitata dalla vicinanza <se> a li orti volea andare, ella rispondendo: «Pierozzo mio è ito ad Ancona e non so come si stia: io non voglio oggi uscire di casa, ma lo dì di carnolovare se altro non sento verrò»; le vicine aconcionsi, se ne vanno a li orti a godere. Monna Soffia sta a spettare.

Messer Bernardo preso uno suo famiglio, avendolo di tutto il suo pensieri informato seco lo menò a casa di monna Soffia, e saglie in sala dove monna Soffia aspettava. Messer Bernardo fingendosi disse: «Il vostro marito mi prestò fiorini ii cento, li quali non avendoli spesi ne li rendo che quando Pierozzo è tornato le li date». E misseli in sulla taula. Lo famiglio, informato, disse: «Messere, sapete che a casa dovete esser aspettato e non essendovi, niuno non saprà niente di voi». «Or», disse messer Bernardo, «ben hai ditto. E va e dì a chi viene che io verrò, tanto che questi denari abia anomerati». Lo fante subito si partìo.

Messer Bernardo disse: «Come ci venne fatto che il fante si ricordòe di quello avea a fare!» Monna Soffia disse: «Per certo ogni cosa ci vien fatto: prima, il mio marito esser fuori: apresso, voi adutti li fiorini ii cento e ’n contrada non esser persona che veduto ci abbia. E però noi possiamo stare in buono agio oggi e stanotte». Messer Bernardo disse: «Voi dite il vero».

E inomerati li denari, messer Bernardo prese monna Soffia e baciandola disse che le piacesse contentarlo di quello che più volte ha disiato. Monna Soffia aparecchiato la sua guintana a ricevere li colpi della punta della lancia di messer Bernardo, distesasi sopra il letto riverta, la guintana aperta, messer Bernardo montato a cavallo colla lancia ritta percosse in guintana e fu di tutta la guintana vincente. E quattro volte, prima che sera fusse, la punta della sua lancia innella guintana di Soffia misse e quella dentro tenendovi tanto che da se stessa la lancia n’uscìa. E come fu il dì tenuto vincitore della giostra, così la notte più di sei colpi colla sua lancia innella guintana percosse. La mattina coronato di vittoria si partìo, e monna Soffia allegra che la sua guintana avea portato l’onore sopra tutte le guintane di Perugia, e ralegrandosi de’ fiorini auti e molte volte innomerandoli.

E passato alquanti giorni della quaresima, Pierozzo tornò d’Ancona. Messer Bernardo ciò sentendo subito prese il suo secreto famiglio et a casa di Pierozzo se n’andò. E fatto richiedere Pierozzo, <Pierozzo che> sente che messer Bernardo lo richiede, disse che venisse su. Messer Bernardo, che avea il suo famiglio fatto comprare alquante anguille grosse et alcune tinche del lago di Perugia, è montato in sala. Subito Pierozzo dicendoli <che novità, messer Bernardo> presente monna Soffia: «Voi sapete che mi prestaste fiorini ii cento quando vi partiste, per alcuno mio bisogno; e io quelli non potendo spendere li adussi a monna Soffia vostra donna, come mi diceste, presente questo mio famiglio. E perché a me fu sommo servigio, posto che io quelli non spendesse vò’ che voi con monna Soffia abiate queste anguille e queste tinche e che le godiate per mio amore, non per rispetto del servigio ma per domestichezza». Pierozzo, che ode che alla moglie ha renduto li fiorini ii cento, non avendoli nulla ditto le disse: «Oh, tu non me n’hai ditto nulla». Lo famiglio astuto disse: «Pierozzo, in mia presenzia messer Bernardo lei diè».

La donna subito comprese la malizia di messer Bernardo e disse: «Io pensava dirtelo a più agio, ma poi che messer Bernardo dice che a me li rendéo elli dice vero; ben credea che fussero stati d’altra mercantia che di presto, e arei voluto che alla ragione della mercantia tu li avessi messi». Pierozzo disse: «Io lei prestai il giorno che di qui mi partì». Messer Bernardo: «Voi dite vero, e per certo il servigio fue a me grande e però sempre mi vi tegno obligato». La donna come baldanzosa disse: «O a me non vi tenete obligato? Già sapete che io sono una volta moglie di Pierozzo, e così dovete essere obligato a me come a lui». Messer Bernardo, che di lei avea avuto quello volea, cognoscendola cattiva disse: «Madonna, innelle nostre contrade li mariti portano le brachi et a loro si dé render reverenzia. Et io vo’ oservare la legge del mio paese però che a Pierozzo de’ denari prestati li son sempre obligato e non a voi». Pierozzo che ode sì bel parlare dice alla donna: «Messer Bernardo ha ditto quello che si conviene». E preso l’anguille e le tinche, messer Bernardo si partìo, e Pierozzo colla moglie rimane.

Monna Soffia vedendosi così esser beffata, pensò di non cadere in tal fallo mai con persona che per quel modo riabia quello che dato l’avesse. E così oservò poi.

Ex.° xxxii.

XXXIII

L>o preposto avendo udita la piacevole novella, non avendo ancora fatto mezzo il camino di Todi disse e comandò a l’altore che non mancasse di dire bella novella durante tal camino però che vedea della novella ditta la brigata averne preso diletto e piacere, ma ben volea che prima dicesse qualche moralità. L’altore, vedendo la volontà del preposto, disposto a ubidire i suoi comandamenti e per far la brigata lieta et allegra, disse che ubidirà; cominciando:

«Io servo pura e casta mia persona

e tengo immaculata mia bellezza,

come fa l’armellino in sua bianchezza».

E poi voltandosi alla brigata disse:

DE PRUDENTIA ET CASTITATE»

Di monna Lionora e di Salvestro da’ Fieschi di Genova.

F>u una onestissima vedova donna di Genova nomata madonna Lionora Grimaldi, la quale sopra tutte l’altre donne di Genova portava d’onestà e di castità nome (e ben che questo vi debia parer meraviglia, che in Genova si debia di tal donne trovare, vi dico che Idio può concedere grazia in ogni luogo, e però non è di meravigliarsi se costei in una sì fatta città si trovasse perfetta).

E stando questa madonna Lionora onestissimamente, non potendo però la sua bellezza nascondere che almeno quando alla chiesa andava le convenia la sua faccia mostrare — posto che andasse chiusa —, la quale più volte fu da uno giovano Dal Fiesco nomato Salvestro veduta. E tal veduta le fu cagione d’anamorarsi di lei per tal modo che ogni dì come esmemorato stava innella sua contrada e mai di quine non si partia fine che la notte venia. Madonna Lionora di ciò non dando pensieri, durò tale stanza più di III mesi che madonna Lionora alla finestra mai non si puose.

Vedendo Salvestro che madonna Lionora non dimostrava sua persona, come disonesto pensò un giorno volerla vituperare alla presenzia di molti, e con ardimento alla chiesa, dove alcuna volta dell’anno andava per comunicarsi, abracciarla e con disoneste parole apalesare il suo pensieri. E questo tenne in sé.

Madonna Lionora, che di queste cose niente sapea, senza alcuna sospeccione alla chiesa n’andòe. Salvestro, sentendo esser alla chiesa andata, subito si mosse e trovò madonna Lionora a uno altare che dicea suoi orazioni ginocchioni mentre che la messa si dicea. Salvestro senz’altro dire acostatosi a lei et abracciatola e basciatola dicendo: «Poi che io dormì teco, non so che si sia stato la cagione che mai non m’hai voluto vedere. Or come, non ti servì io bene la notte, che sai che più e più volte ti diedi piacere?»; madonna Lionora fornito le suoi orazioni non pregiando quello l’avea fatto né eziandio quello dicea, ma ferma stando senza alcuno motto dire; le persone circustanti odendo dire Salvestro e vedendo tacere monna Lionora, tali pensavano esser vero e tali pensavano Salvestro aver fatto male, dicendo: «Vedi come monna Lionora sta ferma a suoi orazioni». E tutto questo dire udiva monna Lionora.

E ditto le suoi orazioni e ditto la messa, monna Lionora si levò essendo quine Salvestro che sempre la infamava et altri gentili donne et omini come hoe ditto, e chi ne pensava e chi credea che Salvestro dicesse il vero. Madonna Lionora si volse a Salvestro e disse: «Salvestro, Salvestro, per certo tu mi dèi aver avuta morta e non viva». Salvestro disse: «Come, non sai che viva t’ho auta e giamai non moristi?» Madonna Linora disse: «O io ho sognato o veramente tu». E partitasi, uscìo fuor della chiesa.

Salvestro, udendo quello ch’ella l’ha ditto, disse: «Per certo costei vuol che io sia seco»; dicendo: «Vedi con quanta onestà ha confessato che io ho avuto a fare con lei morta. E però io mi vo’ mettere alla prova d’esser con lei».

E un giorno come baldanzoso vidde l’uscio aperto, che la fante l’avea lassato perch’era andata a fare alcuna facenda: e saglito Salvestro in casa di madonna Linora et andato su a lei volendola manimetere, madonna Linora ciò vedendo, tenendosi a mal partito e non vedendo modo poter il suo onore salvare — dicendo: «Se io grido non mi serà creduto né anco a gridare non mi lasserà, e se io aconsento ho perduto mia onestà» —, e pensò subito dire a Salvestro alcuna cosa. E disse: «Salvestro, tu sai che mai di me non avesti a fare, e sai quanto m’hai vituperata in chiesa, però che a me facesti e dicesti quello ti sai, e come ti dissi tu aver avuto a fare meco essendo morta: e quello dissi perché in per certo fusse creduto. Ora veggo che hai l’animo disposto a volere la tua sfrenata volontà adempiere: e pertanto ti dico che se desideri piacere, ora nol potresti avere, ma indugia alquanto et io ti caverò dell’animo questo pensieri con farti sazio della tua voluntà. E come ci se’ venuto te ne torna. E tu cognosci la mia fante: sono contenta che ora che la vedi li dichi tua volontà, et io, venendo il tempo, manderò per te». Salvestro parendoli aver fatto assai fu contento e partisi.

Monna Linora, venuta la fante, subito mandò per li parenti di Salvestro, dicendo loro: «Io veggo Salvestro a pericolo di morte, e perché s’è vantato di me, vi prego vogliate casticarlo e non riputare che io sia stata tanto sciocca che a me si sia acostato. Né mai s’acostò; ma se in altro luogo per le suoi cattive opere fusse trovato non se ne dia la colpa a Linora». Li parenti di Salvestro, che sapeano quanto Salvestro era di cattiva condizione, disseno a Linora che a loro ne increscea di quello che Salvestro avea ditto e che loro teneano lei per casta, e se male intervenisse a Salvestro li serà molto bene.

Madonna Linora, auto da’ parenti il loro pensieri, per cessare la sua infamia ordinò con uno ordine di frati che come morisse una femmina, che piacesse loro condurla in una casa d’una sua vicina.

Li frati, che madonna Linora teneano per santa e che da lei aveano buone offerte perché era ricca, promissero. E non molti dì passarono che una giovana moglie di uno barcaiuolo morìo et a’ luogo di que’ frati fue portata a soppellire. Li frati ciò sentendo notificarono a madonna Lionora come aveano una giovana soppellita, che quando vuole l’arà. Madonna Linora subito mandò la fante a Salvestro che la notte rivegnente fusse innella casa della sua vicina, e quine serà Linora, e potrà di lei aver diletto: «Ma guardi bene che, come altra volta li dissi, che lui non abia a fare con una morta». La fante tutto intese.

Madonna Linora ordina che la fante si corichi innel letto dove la morta giace <che> fatta avea aregare e nuda in quella casa della sua vicina inne’ letto l’avea messa; et amaestrando la fante, dicendole: «A te non è cura che con Salvestro ti godi però che ogni dì tale opera fai, ma ben ti dico che senza lume, come li hai ditto, sarai. E senza favellare coricati insieme; e come lo vedi adormentato, acostali la morta a lato e tu colla nostra vicina ve ne venite in casa lassando<lo> innel letto».

La fante amaestrata sì come madonna Lionora l’avea ditto, venuto la sera, innel letto senza lume e senza parlare, Salvestro, credendo esser con madonna Linora, si diè piacere colla fante, la fante dandoli di quello volea tanto che Salvestro s’adormentò. E uscita del letto, acese una lampana, uscìo di camera e colla vicina di monna Linora a ca’ di monna Linora amendue se n’andarono.

Salvestro, essendo acostato alla morta, isvegliandosi abracciandola sentendola freddissima e non muoversi, di paura saltò del letto, e preso uno lume et intrato innel letto per vedere monna Linora, trova esser morta. Stupefatto di paura tramortì <e> stiè, venendoli una terribile febra. La mattina li vicini tragano sentendo la vecchia gridare dicendo: «Omèi, io non sòe che in casa m’è intrato!» E tratto alla camera fu cognosciuto Salvestro dal Fiesco, e quasi morto stava al lato della donna morta. Venuto li parenti di Salvestro, confortandolo e volendo vedere chi quella femina morta era, fu cognosciuto esser quella che lo dì dinanti era stata soppellita.

Salvestro di paura stimò Idio averlo fatto per amor di monna Linora; e confessato il suo peccato et asoluto dal prete, passò di questo mondo et in una fossa colla morta fu soppellito. E per questo modo, Salvestro volendo isvergognare fu isvergognato.

Ex.° xxxiii.

XXXIIII

Giunti a Todi lo preposto colla brigata avendo udito la dilettevole novella e il savio modo tenuto per madonna Linora, voltatatosi a l’altore commendando la novella e dicendoli che una n’ordinasse per lo seguente dì che hanno a caminare verso Narni, ma prima dica qualche cosa morale, con reverenzia l’altore rispuose che di bella novella e di tutto contenterà la brigata.

E venuto la mattina, disse:

«Io mi specchio per vedermi bella,

con amor spesse volte rido e piango,

lusuriando come il porco in fango».

E poi l’altore rivoltatosi alla brigata disse:

DE VANA LUXURIA

<Di> monna Merdina vedova, de’ Buondalmonti di Firenze

Fu nella città di Firenze in una contrada di frati predicatori una donna vedova nata de’ Buondalmonti, nomata monna Merdina, assai giovana bella e molto vana. Visitando spesse volte l’ordine e la chiesa de’ ditti frati, divenne che doppo il molto visitar la ditta chiesa, uno frate fiorentino nomato frate Balasta, avendo veduto più volte la ditta madonna Merdina e piacendoli, ordinò certo modo di poter con lei aver suo contentamento. E per non far troppo lungo dire, il ditto frate ebbe contentamento di lei.

Or avenne che uno giovano nomato Lamberto de’ Monaldi, il quale con uno mercadante di panni stava, andando in Mercato Vecchio per certi denari a una taula per quelli dare al suo maestro, e passando da certo luogo dov’erano certi che giocavano, il preditto Lamberto fermandosi e già cognoscendo più tempo il giuoco, vedendo far le poste dicea fra sé stesso: «Primo mio». Teneasi a mente le volte e per ventura sempre venia il suo; e così fe’ molte volte. Di che lui disse: «Per certo se io avesse ora giocato io arei vinto molti fiorini». E pensò volersi provare: e presi i denari dal banco che portar dovea a bottega e venuto al gioco, senza pagarsene di neuna volta quelli denari perdéo.

Lamberto, che hae perduti li denari del suo maestro, per volere quelli riscuotere andò a uno usorieri et i panni del dosso salvo la camicia e le mutande impegnò; e co’ denari tornò al giuoco, là u’ quine tutto perdéo. Et essendo stato veduto d’alcuni, e minacciatolo di dirlo a Giannotto Menaldi suo padre et al suo maestro, per vergogna si partìo et andòne alla chiesa de’ frati predicatori, e quine si nascose montando dove stanno li organi. E quine dimorò senza mangiare o bere tanto che fu notte scura. E chiusa la porta della chiesa, Lamberto stava pensoso del fallo comesso et eziandio che mangiato non avea.

Il padre, che ha sentito come Lamberto suo figliuolo era stato veduto nudo al giuoco e non vedendolo la sera a casa tornare, pensò fusse vero e gran malinconia avea, ma non potea più.

Dimorando Lamberto in sul pervio più di du’ ore di notte, sentìo picchiare la porta della chiesa. Frate Balasta uscìo del chiostro per una porticella ch’era sotto il pervio et intrò in chiesa con uno doppione acceso, tutto solo, et andòne alla porta. E apertola, entrò dentro monna Merdina con uno mantello nero e sotto una gran coverta. E chiusa la porta, fra’ Balasta e monna Merdina se ne vanno presso alla porticciola che va in chiostro, e quando funno sotto il pervio disse il frate: «Or che è cotesto, monna Merdina?» La donna rispuose: «È uno buono cappone e tre pani bianchi et uno fiasco del mio moscatello, che vo’ che noi ceniamo acciò che meglio possiate mettere il soldano in Babilonia». Lo frate disse: «Madonna, queste cose sono buone, ma prima che di qui ci partiamo io vo’ mettere il soldano in Babillonia» (aveano costoro tra loro ordinato, quando voleano fare quel fatto, di dire: «Metti il soldano in Babillonia». E però il frate allora volendo saziare il suo apetito disse volere mettere il soldano in Babillonia). E la donna dice: «Deh, non fate, andiamo in cella e quine ceneremo, e poi potrete mettere il soldano in Babillonia quanto vorrete». Lo frate, che avea desiderio perché più giorni erano stati che ritrovati non s’erano insieme, disse: «Per certo, Merdina, noi metteremo qui il soldano in Babillonia». E spogliatosi lo frate la cappa e messola distesa in terra, e preso il mantello bruno della donna e simile distesolo in terra; la donna, che volontà magiore che ’l frate n’avea, sta contenta. E posto il cappone pane e vino da parte, gittatasi riverta in su que’ panni, disse: «Frate, ora metti il soldano in Babillonia».

Lamberto, che tutto ha inteso e veduto il cappone e l’altre cose, disse fra se medesmo: «Come lasserò io entrare sì fatto signore com’è il soldano in Babilonia che almeno non ci sia alcuno stormento?» E pensò sonare li organi. Lo frate, vedendo la donna riverta e la babillonia aperta: «Ora voglio metter il mio soldano poi che la babillonia è aperta». E gittatosi in sul corpo di monna Merdina, Lamberto preso i mantici dell’organi co’ l’una mano e co’ l’altra sonando, lo frate subito di paura per lo chiostro si fuggìo. La donna stupefatta della porta della chiesa uscìo, e perch’era presso a casa se n’andò in casa sua con grande tremore, lassando lo mantello cappone pane e vino, e ’l frate la cappa e lo candello acceso.

Lamberto, vedendo la chiesa voita, scese del pervio, l’uscio che andava in chiostro chiuse e poi la porta serrò. E preso il pane e quel cappone e diessi a mangiare (che apetito n’avea), e di quel vino che n’arè’ beuto li angiori si riscaldò. E non molto steo che quel cappone e pane mangiò e quel vino tutto beve, e poi la tovagliuola in che avea aregato involto il cappone e pane e ’l fiasco in sul pervio delli organi messe. E preso quel mantello e quella cappa, la mattina a l’usorieri la ’mpegnò per tanti denari quanti erano quelli che dal banco avea auti e per quelli che i panni erano pegni, e più fiorini du’ per uno paio di calze e cappuccio che si volea comprare, tanto che funno in somma di fiorini xx; <et> è tornato a bottega.

Lo frate, stato più ora tutto ismarrito in cella, tornò in chiesa per la cappa sua e quella non trovò. Trovò la porta della chiesa aperta e stimò fra sé la donna averla portata a casa: rimase contento sperando riaverla. La donna, che senza il mantello era tornata a casa, stimò: «Frate Balasta l’ha racolto colla sua cappa»; e pensò la mattina andare per esso.

Venuto la mattina, lo frate in su l’uscio della chiesa, la donna giunta disse: «Areste voi auto il mio mantello che iarsera n’andai io senza?» Lo frate disse: «O voi la mia cappa che non l’ho trovata dove io la distesi e voi v’eravate suso?». La donna disse: «No». Lo frate disse alla donna: «E’ sarè’ bene che qualche vostro parente andasse al podestà acusare chi furato ha il vostro mantello, e che li piaccia rinvenirlo, dicendo che uno ladro v’è intrato in casa e dalla pertica lo ’nfurò. Et io andrò a l’usorieri et a’ ricattieri a sapere se si trovano venduti o impegnati». La donna dice: «Et io così farò».

E dittolo a uno suo cusino, subito se n’andò al podestà e tutto disse. Lo podestà di subito li diè la famiglia, et all’usorieri se n’andaron là u’ quine trovonno frate Balasta, il quale dicea a l’usorieri se a lui era stato arregato una cappa nuova: «Che stanotte mi fu furata». Lo cavalieri disse: «Et anco noi siamo venuti che a una buona donna è stato furato uno mantello nero nuovo da donna». L’usorieri disse: «Stamane per tempo ci fu regato uno mantello et una cappa dicendo che altri li l’avea dati per bisogno di denari, et holi prestato fiorini xx». Lo frate, che vede la cappa, disse: «Questa è mia». Lo fratello della donna disse: «Questo è il mantello di mia sorella». Lo cavalieri dice: «Chi fu quello che queste cose t’ha arregate?» Disse l’usorieri: «Fue Lamberto figliuolo di Giannotto Monaldi». Subito lo fratello della donna disse: «Ieri fu veduto nudo in camicia in Mercato Vecchio aver giocato molto: per certo lui dè esser desso». Disse il cavalieri: «U’ dimora?» Fulli ditto: «Col tale mercadante». Lo cavalieri senza tornar a palagio andò a bottega, là u’ Lamberto tornava, e quine trovato fu menato al podestà, dicendoli lui esser ladro.

Giannotto Monaldi sente che Lamberto per ladro è stato menato al podestà: subito con suoi consorti se ne vanno al podestà per sapere di Lamberto la convenenzia, dubitando Giannotto e sperando fusse vero, perché la sera dinanti li era stato ditto come nudo fu veduto in Mercato Vecchio. E giunti al podestà e richiestolo dimandando del giovano, lo podestà dice: «Egli è ladro, et hami confessato che quello mantello e quella cappa impegnò per fiorini xx e che i denari ha convertiti in suo uso, salvo che fiorini ii, de’ quali spera comprarsi un paio di calze et uno cappuccio. E questo è verissimo, che l’usorieri lo confessa che lui fu quello liel portò». Lo padre di Lamberto e li altri parenti piangendo disseno al podestà che li piacesse di lassare loro parlare al figliuolo. Alle quali parole lo podestà disse: «Volentieri». E fe’ venire lo giovano.

E vedendo Lamberto il padre e li altri parenti piangere, disse: «O padre e voi parenti, perché piangete?» Lo padre e li altri disseno: «Perché tu hai fatto cosa che mai non dobbiamo esser contenti, e duolci assai che per ladro tu convegna morire, che mai neuno di nostra casa non fu ladro e tu ora se’ diventato. E questo è il dolore che noi portiamo». Lamberto disse al padre et a’ suoi parenti: «Per Dio, non piangete, che se ’l podestà mi vorrà fare ragione io <vi> farò contenti». Lo podestà dice: «Se altro non ho, io ti farò apiccare». Lamberto dice: «Se ragione mi farete, voi non farete così». Lo podestà disse: «Come, puoi tu negare che ’l mantello e la cappa non abbi impegnato et in tuo uso et utilità li denari convertiti?» Lamberto disse: «O podestà, io vi prego piaccia cavar il mio padre di questi pensieri e li altri miei parenti». Lo podestà disse: «Tosto i’ ne li caverò ch’è fatto di te giustizia, ma non lassate questo dolore». Lamberto risponde: «Siamo alle <vostre> mani e se le miei ragioni non son vere, fatemi morire; se altramente trovate il vero, asolvetemi». Lo podestà vedendolo tanto aldace disse: «Et io ti servirò. Che vuoi dire?» Lamberto disse: «Mandate per la donna e per li suoi parenti e mandate per frate Balasta, e quando saranno alla vostra presenzia io dirò la mia ragione e loro diranno la loro. E se io non hoe ragione fatemi quello volete. E prego il mio padre e li altri parenti che a voi non debiano imputare che torto m’abiate fatto». Lo podestà, udendolo parlare tanto fermo senza paura, disse: «Io ti servirò, che mandrò per quelli che hai ditto».

E mandato per loro e venuti, e simile venuto l’usorieri co’ panni, lo podestà disse: «Che vuoi dire, ribaldello?» Lamberto disse: «Messer, quale sono quelli che a voi di me hanno ditto che io sia ladro et a loro io abia rubato?» Lo podestà rivoltosi a madonna Merdina disse: «A questa buona et onesta donna questo mantello involasti». E poi rivoltosi a messer lo frate Balasta disse: «Et a questo frate hai involato la cappa». Lamberto udito il podestà disse: «O messer podestà, quello che voi dite già noi diceno ellino, ma lassate dire a loro quello che io hoe fatto e non vogliate voi esser loro giudici, poi che giudici dovete essere s’i’ ho furato di farmi apiccare». Lo podestà e’ suoi giudici disseno: «Tu hai ragione». E voltòsi alla donna e disse: «Dite quello che questo ladroncello v’ha fatto». La donna disse come uno mantello dalla pertica li fu furato, «e trovato in pegno, come sapete». E poi al frate rivoltósi: «E tu, frate, che dici?» Lo frate disse: «Messer, a me non è licito acusare altrui, ma tanto dico che avendo la mia cappa non curo d’altro».

Lo podestà, avendo udito la donna e ’l frate, disse a Lamberto: «Or che vuoi dire?» Lamberto dice: «Ora intendete me. Ma tutti vi prego che fine che io non ho tutta la mia ragione ditta, alcuni che qui stanno non si possino partire». Lo podestà fe’ chiudere le porti: «Omai ti difendi».

Lo padre e’ parenti di Lamberto con dolore stanno pensosi, dicendo tra loro: «Che vorrà dire?» Lamberto, avendo udito quello che la donna e ’l frate aveano ditto, rispuose: «Messer podestà, io rispondo e dico che io son degno d’ogni male, ma non per questo. E acciò che io sia da voi libero vi dirò tutto». Dicendo: «Io avendo ieri giocato alcuna cosa, per paura del mio padre in camicia mi ricolsi et apiatta’mi innel pervio delli organi de’ frati predicatori». E narrò tutto come di sopra ho contato: «E pertanto vi dico che se in sì fatte feste com’è metter il soldano in Babilonia uno buffone e sonatore merita aver du’ robbe come costoro per loro piacer mi dienno, e che sia bene che io le renda quello che donato m’hanno, vi dico che se a me faranno tanto servigio che sia quanto io a loro feci, io donerò loro du’ tanti».

Frate Balasta domandato al podestà licenzia del partire per andare a dire vespro, la donna vergognata disse: «Messer podestà, io mi penso lo mantello non esser mio». Lo podestà vedendo et udendo dire questa materia, al giovano disse: «E tu hai ben meritato questo e magior dono».

E licenziato frate Balasta e monna Merdina, con loro vituperio le mandò a casa e Lamberto libirò et a l’usorieri comandò che i panni rendesse a Lamberto per fiorini xx. Li quali doppo alquanti dì per lo padre funno riscossi che valeano du’ tanti. E monna Merdina fu isvergognata e simile frate Balasta, e Lamberto intese a ben fare lassando le cose che fatte avea.

Ex.° xxxiiii.

XXXV

La dilettevole novella ditta ha molto ralegrato la brigata, e ’l preposto parlando a l’altore che ordini che la brigata vadi con bella novella a Terni, là u’ l’altro dì seguente intendeno andare, l’altore rispuose e disse, se la novella ditta ha dato piacere a lui et a li altri, di nuovo pensa un’altra dire che la brigata senza molto affanno condurrà a Terni. E voltosi alla brigata disse:

DE NOVO INGANNO

Di monna Felice e di Ghirardo da San Casciano

in quel di Pisa.

Nella città di Pisa, al tempo che messer Castruccio Interminelli di Lucca quella tenea <e> come signore era ubidito, era uno giovano nomato Ghirardo di San Casciano; il quale essendosi innamorato d’una giovana nomata monna Felice moglie di Johanni Scarso, e ben che ’l ditto Gherardo fusse della ditta innamorato, madonna Felice di queste cose non s’era mai acorta, ben che alcuna volta l’avesse veduto passar per la sua contrada. E stando Gherardo in tal maniera pensando in che modo con madonna Felice esser potesse e non vedendo il modo che a lei dir potesse il suo secreto, malinconoso più tempo stette.

Or avenne che uno cusino di monna Felice dovea menar moglie, a le cui nozze la ditta Felice fu invitata. Ghirardo che sempre colli orecchi stava atento, sentendo monna Felice alle nozze del parente esser invitata, con onesto modo s’offerse allo sposo, che di servidori avea bisogno. Volentieri Ghirardo acettò dicendoli <altro> servidor li trovasse. Ghirardo, che avea auto quello volea, disse: «Io ne troverò alcuno orevile che vi piacerà».

E parlato con uno suo compagno giovano degli Agliata, il quale gran tempo era stato fuora di Pisa <tanto che persona non lo> cognoscerè’, pensò la sua imbasciata fare per mezzo di quell’Agliata. E disseli: «Io amo una e fine a qui non ho potuto mai a lei parlare; e ora sentendo io che a queste nozze è invitata e noi siamo servidori, ti prego che mi vogli servire». Lo giovano Agliata disse: «Dì e comanda, et io farò quello vorrai». Ghirardo disse: «Noi anderemo per la donna et io dirò che tu se’ mutolo e sordo, e sta cheto dimostrando esser come dico». Lo giovano Agliata disse che <’n> tutto lo servirà.

Venuto il giorno delle nozze, Ghirardo col compagno per tempo sono a casa dello sposo per andare per le donne che alla festa esser doveano. Lo sposo mostrò la strina, Gherardo disse: «Elli è bene che madonna Felice vostra parente sia quìe per ricevere l’altre donne». Lo sposo disse: «Tu di’ il vero; andate per lei». Ghirardo, che altro non bramava, col giovano Agliata se n’andò a casa di madonna Felice e picchiò l’uscio. La donna aconcia in via scese, e Ghirardo col compagno, messala in mezzo, l’acompagnaro.

E perch’era molto lungi dallo sposo, Ghirardo stimò la sua imbasciata fornire. E voltosi a Felice disse: «O madonna, che peccato è che questo giovano che insieme con meco v’acompagna, è mutolo e non parla né ode!» La donna, che mai veduto non l’avea né il giovano lei, rivoltatasi inverso quel giovano, il giovano Agliata dimostrandosi non udire né parlare, la donna diè fede che non dovesse udire.

E come alquanto funno andati, Ghirardo disse: «Madonna Felice, ora che qui non è altri che noi, io non posso tenere il grande amore che verso di voi porto et ho portato, che quando io vi veggo mi pare vedere un angelo di paradiso. E perché qui non è altri che noi du’, vi dico che per voi moro fine a tanto che di voi non ho quello dolce amore che buono amore desidera». La giovana, che ode quello che alcuna volta le donne desiderano udire, per onestà disse: «Come vuoi che al mio marito faccia vergogna?» Ghirardo dice: «Questo altri non saprà; e se voi non l’apalesate per me non s’apaleserà». E fu così la fidanza che Felice prese che neuno lo debia sapere, che consentìo che Ghirardo a lei andasse di notte la domenica rivegnente, e così rimasero d’acordo. Spettando quelli du’ di che venire doveano, ciascun di loro con diletto usò e di molte altre cose d’allegrezza ragiononno fine che a casa dello sposo giunti furono.

Raunate le brigate e desinato, com’è d’usanza, doppo desnare ballare e cantare, divenne che madonna Felice stando a sedere al lato a una sua vicina e vedendo ballare il giovano Agliata, disse Felice alla compagna: «Deh, che peccato è quello che quel giovano che balla non ode e non parla di niente!» La donna disse a Felice: «Or non cognosci tu quel giovano?» Ella disse: Sì, ma li è mutoro e non ode». La compagna disse: «Lassa dire, che elli parla et ode! È delli Agliata; bene è vero che molto tempo è stato fuori di Pisa». E per fare certa Felice, chiamò il giovano. Lo giovano rivoltosi e venuto a loro disse: «Madonne, che volete da me?» La compagna di Felice dice quanto era che tornò e dov’era stato. Lo giovano disse non molti giorni <era> che a Pisa era tornato e ch’era stato in Domasco tra’ saracini; e partisi e incominciò a ballare.

Felice, avendo udito parlare lo compagno di Ghirardo, pensò parlare con Ghirardo. E partisi dalla compagna et a Ghirardo s’acostò dicendoli: «Ghirardo, tu m’hai ingannata, che colui che teco era ode e parla come noi. E tu sai quello che abiamo ordinato, che sabbato notte dovavamo esser insieme e prender diletto, e ora vegendo che colui sa i nostri fatti tal cosa non può seguire per lo ’nganno che m’hai fatto? Ghirardo disse: «Madonna Felice, egli è vero che ’l giovano ode, ma non così che vi sia vergogna; ma perché voi non vi sareste asigurata a parlarmi, mi convenne tenere questo modo. E se non vorrete atener la ’mpromessa, lui crederà pur che fatto l’abiate, et io, vedendo che non m’arete atenuto il fatto, appaleserò che con voi abia avuto mio contentamento e darò per testimonio il giovano Agliata, e per questo modo sarete vituperata. Ma se aconsentite d’oservare la promessa, io non ne farò motto, e ’l giovano Agliata che non vi cognosce — et io nel pregherò, però che ogni cosa farè’ per me, — non dirà niente».

La donna, udendo le ragioni di Ghirardo (e ancor perché è femmina che volentieri desidera saziar il suo apitito <più tosto> che <’l suo> onore), rafermando a Gherardo che la notte ordinata vegna; e così partiti, la notte venuta, Ghirardo con Felice se diè buon tempo pascendosi del pasto che ciascuno seco porta. E poi più volte a tal mestieri si trovonno.

E per questo modo Felice fu ingannata, posto che tale inganno li tornasse in dolcezza.

Ex.° xxxv.

XXXVI

Voltatosi l’autore alla brigata dicendo se la novella ditta era loro piaciuta, lo preposto e tutti disseno di sì. E comandatoli che una ne dica fine che a Montefiasconi seranno giunti, l’altore disse: «Volentieri»; e parlando disse:

DE MALITIA ET PRUDENTIA

Di prete Pasquino e della troia.

Carissime et oneste donne, e’ fu innel contado di Lucca in una villa chiamata Gello uno prete chiamato prete Pasquino, omo d’assai cattiva vita e molto sollazieri, il quale con ogni modo che potea ingannava o cercava d’ingannare le donne della sua parrocchia et eziandio dell’altre. E stando in tal maniera, innella chiesa di Gello e’ tenendo scuola di molti fanciulli, infra’ quali ve n’era uno di anni vii, figliuolo di uno giovano nomato Barsotto, e avea questo fanciullo una sua madre di xxv anni bellissima nomata monna Moccina, la quale com’è usanza de’ lavoratori d’andare all’orazioni, col marito e talora sola il dì delle feste visitava la chiesa dove prete Pasquino dimorava.

E veduto prete Pasquino monna Moccina più volte, venendoli voglia d’aver a fare con essoseco, e veduto se con lei parlar potesse senza compagnia e mai non li venne fatto — per niuno modo non si sarè’ col prete fermata a parlare —, prete Pasquino, che non può il suo mal pensieri mettere in efetto, pensò con alcun motto toccarla, e più volte per certo modo di motti la pungea. Monna Moccina ciò sentendo li disse che tacesse se male non volesse li fusse fatto. E prete Pasquino, vedendo che non giovava motti ditti alla donna, pensò come malvagio battere il figliuolo di monna Moccina più sevente che di prima fatto non aveva. E tutto questo battere facea a fine che il fanciullo spaurendo di sé farè’ quello che prete Pasquino li comandasse; e per questo modo più d’un mese con battiture lo tenne in tremore.

E veduto prete Pasquino il fanciullo con tal tremore, pensò a lui dire quello che volea facesse, in quanto monna Moccina a lui non aconsentisse a fare quello volea. Ma prima che al fanciullo dicesse niente, la domenica seguente vedendo monna Moccina sola li disse: «Moccina, io mi moro di te, e faresti ben a venire una notte a dormire meco, altramente io terrò modo che tel converrà fare». La donna onesta disse: «Sere, voi parlate disonestamente et avete fatto male a dirmi quello avete ditto». Prete Pasquino replicando li disse: «Io t’ho ditto mia intenzione e farai bene a fare quello che io voglio, altramente io tel farò fare a mal tuo grado». La donna coruciosa disse che andasse innel malanno.

E tornò a casa e <tutto> narrò al marito, dicendo: «Questo nostro prete dè esser di cattiva condizione». Lo marito dice: «Perché lo dici?» La donna disse: «Perché m’ha ditta alcuna parola assai disonesta, ben che a lui rispuosi quello si convenia». Barsotto disse: «Moccina, se più t’acorgi di lui che verso di te volesse fare o facesse cosa che vergogna e danno te ne potessi incontrare, dicamelo et io lo pagherò come sarà degno». La donna disse di farlo, e come savia, per non venire a tal partito pensò di non andare in luogo dove prete Pasquino sia né eziandio alla chiesa.

Prete Pasquino, <vedendo> che la donna non aparisce dov’è lui, si pensa per altro modo che fatto avea averne suo piacere. Et uno giorno chiamò il suo figliuolo di monna Moccina e disseli: «Se tu vuoi che io non ti batti più io vo’ che tu m’areghi de’ peli di tua madre che ha tra le cosce di sotto; e mettera’li in questa poga di carta che io ti do». Lo fanciullo disse: «Come ne potrò avere?» Prete Pasquino disse: «Quando dorme, metteli la mano colagiù e piglia de’ peli et aregameli, et io non ti darò più e anco ti darò de’ biricuocoli». Lo fanciullo, per non esser più battuto e per aver de’ biricuocoli, disse di farlo.

E la sera essendosi coricato a lato alla madre e col padre, volendo servire lo prete distese la mano credendo che la madre dormisse. <La madre> sentendosi toccare al figliuolo, non pensando malizia disse: «Che fai?» Lo fanciullo tirò la mano arieto senza dir nulla. E stato alquanto, il fanciullo simile misse la mano al pennecchio per tirare. La madre disse: «Che fai?» Lo fanciullo cheto. La madre disse: «Che vuol dire che ’l mio figliuolo stasera tien si fatti modi che mai volse?» Lo marito che ciò ode disse: «Elli lo farà in dormendo». La madre stata alquanto senza parlare, il fanciullo pensa che la madre dorma, e misso mano lagiù e preso per tirare, la madre regatasi a sedere volse sapere dal fanciullo la cagione. Lo fanciullo disse tutto ciò che ’l prete l’avea imposto, dicendo: «Hae promesso di non darmi, et eziandio mi darà de’ biricuocoli se di cotesti peli di sotto li porto». Lo marito e la donna pensonno: «Certo questo prete vorrà fare qualche malia».

E subito uscìo il marito e la donna di letto et alla troia n’andaron e de’ peli della troia preseno et innella carta li misseno e disseno al figliuolo: «Porta questi al prete». Lo fanciullo quelli portò al prete.

Prete Pasquino vedendoli biondi disse fra sé: «Costei è bella donna; ora arò mia volontà». E fatto suoi incanti e malie sopra di quelli peli pensando fusseno quelli di monna Moccina, e, fatto lo ’ricanto, subito la troia di Barsotto fracassando il porcile e rompendo, di subito se n’andò alla chiesa. Barsotto c’ha sentito tutto, va diritto alla troia e vede la troia esser già in chiesa: di rabia si volea gittare a dosso al prete. Il prete, che non pensa quello ha fatto, fugge su per le scale: la troia dirieto; il prete in sala, la troia dirieto; lo prete in camera e chiuse l’uscio.

Barsotto che vede tal fatto, disse: «Or è costui il diaule?» E tratto coll’arme a l’uscio della camera e quello spezzato, dicendo: «Traditore, tu se’ morto che ora veggo quello volei fare della donna mia; ma ella savia che ti mandò de’ peli della troia. Ma io ti pagherò!» Lo prete era montato in su una finestra; la troia stava <sotto>. Barsotto che vede il prete in sulla finestra, di una spada li diè sulla testa. Prete Pasquino per lo colpo cadde della finestra in uno orto; la troia scese la scala et innell’orto n’andava. Li vicini che sentinno lo romore traggano là. E veduto il prete in terra ferito e rottosi le gambe per lo cadere e la troia li stracciava a dosso, Barsotto, per non perdere il suo, pensando aver fatto assai, narrato la cosa ai vicini, prete Pasquino fu rilevato e fatto medicare e di quello comune cacciato. E Barsotto non potendo ritener la troia che andar volea dirieto al prete, sì l’uccise.

E per questo modo prete Pasquino fu pagato.

Ex.° xxxvi.

XXXVII

Ditta la dilettevole novella, lo preposto a l’altore disse: «Noi non siamo ancora più che al mezzo il camino di Montefiasconi giunti, e la bella novella ditta ha molto la brigata ralegrata. E che ’l camino che ci resta sia d’una novelletta consolata». A cui l’altore disse: «Et io contenterò ognuno di una bella novelluzza»; parlando:

DE TURPI TRADIMENTO

Di prete Ruffaldo e di Giglietta.

Poi che la novella di prete Pasquino ha dato (piacere) alla brigata, dirò che nel contado di Pisa in una villa nomata Cuosa e’ fu un prete nomato prete Ruffaldo non meno cattivo che prete Pasquino, avendo la chiesa sua posta presso a una casa dove dimorava uno nomato Testa, lo quale avea una sua madre chiamata Massaia. E di poco il ditto Testa avea preso una donna per moglie, di quel comune, nomata Giglietta; e non molto tempo Testa tenuta l’avea che prete Ruffaldo s’inamorò di lei intanto che non potea dormire né mangiare né officio dire senza la immaginazione di Giglietta. E ogni dì li passava dalla chiesa colla sua socera Massaia, a che Testa l’avea ditto che con lei andasse acciò che beffe ricevere non potesse. Massaia per amor del figliuolo, che molto l’amava, et anco per amore di Giglietta, volentieri stava et andava con lei.

Vedendo quel venerabile prete che Giglietta di continuo con buona guardia andava, pensò volere il suo pensieri senza disonestarsi fornire. E uno giorno stando prete Ruffaldo in sulla porta della chiesa e vedendo passare Massaia e Giglietta: «Dio ti guardi da’ lupo, Giglietta!» E più non dice. Massaia e Giglietta non si danno di ciò pensieri. Lo secondo dì lo prete dice le simili parole; et anco non se ne danno pensieri. La terza mattina lo prete dice: «Giglietta, Dio ti guardi da’ lupo!» Massaia dice: «Sere, voi ci avete già ditto tre volte queste parole: che vuol dire questo?» Lo prete disse: «E’ m’increscerè’ che sì bella giovana debbia esser mangiata da’ lupo». Massaia dice: «Che dite, sere?» Lo prete dice: «Per certo costei al battesmo non ebbe tutti i sacramenti, e però faite n’abiate buona guardia fine che compiutamente l’officio li sarà ditto».

Massaia torna a casa e tutto narra al figliuolo, dicendo: «Noi non potremo lavorare se di continuo mi converrà andare con Giglietta; ma se vuoi io serò col sere e l’officio che a battesmo li mancò lui lo dica». <Testa> disse: «Io sono contento». Massaia ch’era solicita disse al sere che dice Giglietta: «Volete voi livrare l’officio che manca al battesmo?» Prete Ruffaldo disse: «Io sono presto, ma tanto vi dico che vi converrà durare alquanto fatica voi e Giglietta». Massaia dice ciò che bisogna. Lo prete disse: «Egli è di bisogno che voi abiate uno candello di mezza libra et una candella benedetta; o voi o altri per lei vegnate con Giglietta in chiesa, ginocchioni con quello candello aceso starete alla porta della chiesa colla faccia verso ponente, e Giglietta in coro colla faccia verso levante, et io farò l’officio: ben che a lei sarà un poco di pena, non se ne curi. E voi converrà stare atenta, mentre che lo ’ncanto si fa, a non muovervi né volgervi ma con orazioni star ferma, altramente l’officio non varrè’ et i’ lupo mangerè’ Giglietta. E tu, Giglietta, ben che un poco colla candella acesa benedetta ti toccasse il dito, sostieni senza gridare. E se pur gridasse, voi, Massaia, state ferma, che in voi sta tutto lo fatto, altramente lo lupo Giglietta mangerè’». Giglietta che teme non esser mangiata da’ lupo e Massaia per poter lavorare disseno: «Sere, tutto si farà».

E partitosi Massaia e Giglietta et al marito narrato tutto, subito se n’andò a Pisa e comprò uno candello di mezza libra et una candella benedetta. E tornato, disse alla madre et a Giglietta che andasseno al sere a fare l’officio. Massaia e Giglietta ite al sere, il prete, che spettava Giglietta senza brachi, le misse in chiesa; et acceso lo candello e la candella e chiuso la porta della chiesa, disse: «Massaia, tenete questo candello acceso e dite orazioni e paternostri e state qui ginocchioni»; <et> ebbela messa verso la porta.

Massaia informata di quello dè fare, Giglietta se ne va col prete in coro: in s’una banca stretta la puone a sedere colla faccia verso levante; lo prete si puone verso ponente in su quella banchetta, e la candella accesa data in mano a Giglietta dicendo: «Dirai come io dico», Giglietta disse: «Così farò». Lo prete colla mano le tocca la coscia a nude carni però che i panni gli ha tratti di sotto, dicendo: «Dove ti tocca la mano del prete non ti baci bocca di lupo»; e baciòla in bocca. Giglietta sta cheta pensando da’ lupo non esser mangiata, e così lo prete più volte la baciò in bocca. E’ le cosce stringendoli sempre acostandosi a lei, Giglietta pure stava ferma. Prete Ruffaldo avendo teso il balestro, riversando Giglietta in sul corpo li monta. Giglietta gridando, Massaia senza rivolgersi dicea: «Giglietta, porta la pena in pace». E poco valse il gridare, che il prete fornì il suo pensieri. E levatosi disse: «Massaia, omai può Giglietta sola andare senza paura». Massaia lieta lassò il candello e con Giglietta ne va a casa.

Giglietta malinconosa dice al marito et a Massaia quello che il prete l’ha fatto sotto tale officio. Testa, udendo questo, co’ parenti suoi e di Giglietta preso pensieri di punire il prete secondo che ha meritato, e con deliberato animo trovonno prete Ruffaldo dandoli più colpi, per li quali prete Ruffaldo morìo e pogo si lodò di quello che avea fatto.

Ex.° xxxvii.

XXXVIII

L>a dilettevole novella ditta ha molto consolato la brigata, e pertanto il preposto comandato a l’altore che una bella novella dica fine che a Viterbo seranno andati, al quale l’altore disse: «Poi che io hoe sentito nomare Viterbo, vi prego che li spenditori e quelli che ordinare denno la cena faccino di fuori apparecchiar per buona cagione». Il preposto ciò udendo disse li piacea e così coloro che servir doveano fenno. E voltosi l’altore alla brigata parlò dicendo:

DE MALITIA IN JUVENE

Di una compagnia fatta per un milanese et un fiorentino

in Viterbo, e di Daniello loro fattore.

N>el tempo che la corte di Roma si tenea a Viterbo — là dove stasera dobiamo dimorare —, si contrasse in Milano una compagnia, tra uno milanese nomato Angiolino et uno fiorentino nomato Nardo, di molte mercantie. E fatto tale compagnia, dispuosero li ditti che a Viterbo si vendesse, e a ciò dessero uno giovano fiorentino parente di Nardo nomato Daniello, e mandato a Viterbo con uno conto di migliaia di fiorini di merce.

Il quale Daniello prese la bottega; e cominciato a vendere di quelle mercé e pigliar domestichezza con prelati e mercadanti, in poco tempo quel fondaco fue di nome lo magior di Viterbo. E come mancavano delle mercantie, così per li suoi maestri a Daniello ve n’erano mandate. E a questo modo stenno più tempo, avendo molta robba mandata né mai Daniello denaio non avea rimisso a’ suoi maestri. Multiplicandoli la robba e’ denari tra le mani, cominciò a fare del maestro vestendo onorevilemente. E per più stare agiato prese, oltra la bottega che avea, una bella casa et agiata, non guardando pregio né pigione, facendo ogni dì desnari e cene a prelati et a baroni et alcuna volta a mercadanti stranieri. E per alcune feste il giovano avea seco a cena et albergo alcune fanciulle di xvi in xx anni, e per stare più caldo volea sempre fussero ii o più; e vedendo alle volte delle casarecce, con imbasciate talora n’avea una a suo piacere con far loro doni. E simile con certi compagni alcuna volta giucando prendeano spasso, et ancora con leuti et alcuni cantarelli et alcuna volta una fanciulla vestita a modo di uno giovano, di notte andavano cantando. Et era tanto il piacere che Daniello si dava che li pareva aver meglio che ’l papa. E tutte queste cose si faceano con grande spesa, ma il guadagno grande che la bottega facea lo portava leggieri.

Sentendo i suoi maestri il gran guadagno che a Viterbo si facea et anco sentendo la spesa che Daniello tenea, più volte li scrisseno che il conto mandasse a Milano. Lui che sempre in sul piacere si dava buon tempo, dava indugio a tal conto. Daniello indugiando, e più volte essendoli scritto di questo conto a nulla rispondea, divenne che uno giorno, riceuto lettera da’ suoi maestri che se il conto non mandasse che loro manderebeno uno fante fine a Viterbo a contare seco, Daniello che vedea la lettera, il guadagno multiplicare non istante la spesa, si dava buon tempo dicendo: «Vegna a che ora vuole che io posso buon conto mostrare»; e pur non risponde.

Li maestri, avendo aspettato alquanti mesi, diliberonno di scrivere a Daniello una lettera innella quale contenea che lor voleano mandare là uno garzone nomato Princivali; e che metta in ordine tutte mercantie <e’> denari ditti sì ch’e’ non perda tempo quando là giungerà. Daniello, che cognosce Princivalli, pensa: «Per certo costui potrà venire in suo luogo. A me mi conviene tenere modo che la stanzia non li piaccia». E pensò fare una camera sotterra storiata e dipinta e fornita d’un bellissimo letto e di tutto ciò che a camera s’apartiene. E tal camera ordinò in tal maniera che se tutto ’l mondo fusse presente e gridasse, in quella alcuna cosa udir si potea, né simile di dì neuno lume in quella si vedea quando una finestrella nascosa stava chiusa.

E ordinato e fatto la ditta camera, riscosso e messo in ordine riscuotere et avere quanti denari potea e tutta mercantia bene in assetto che a una veduta d’occhio si potea comprendere quello che in tal bottega potea essere; e per questo modo dimorato, Princivali, che i maestri suoi li avevano comandato che andasse a Viterbo a vedere il conto con Daniello, si partì a dì iiii magio e caminò con lettera tanto che un sabbato mattina a dì xv magio giunse a Viterbo. E subito alla bottega di Daniello se n’andòe et a lui diede lettera di quello dovea fare, dicendo: «Daniello, io sono venuto per voler vedere il conto e quello mostrar a’ nostri maestri». Daniello aperto una cassa mostrò molti fiorini contanti in gran quantità, e poi disse: «Vedi come la bottega è fornita? E dè’ pensare che molti denari ho arieto per li libri». Princivali dice: «Io penso che tu arai fatto grande guadagno a quello veggo, però che io so quanto hai avuto dal fondaco di Milano; e però è bene che cominciamo a fare il conto». Disse Daniello: «E’ mi piace, ma prima che altro facciamo vo’ andare alla beccarìa e comprare della carne per domattina».

Et uscito di bottega lui e Princivalli, et alla taverna n’andarono. Daniello comprato una coda di castrone e quella a casa portata, Princivali disse: «Cominciamo?» Disse Daniello: «Ell’è oggi sabbato e molti verranno a comprare et a darci denari; io credo sia meglio che domattina col nome di Dio facciamo conto». Princivali disse che li piacea.

La sera, essendo notte et avendo cenato cose da sabbato, Daniello menò Princivali innella camera fatta e quine in sun una mensa fe’ mettere pane e formaggio e vino. Disse Princivali: «Daniello, che vuol dir questo?» Lui disse: «Se avessi volontà di mangiare e di bere, vo’ che possi». Princivale risponde; «Io non mangio di notte». Disse Daniello: «Le notti sono magiori qui che a Milano». Risponde Princivale: «Siano grandi quanto si voglino». Apresso li mostrò i’ luogo comune e poi disse: «Prendi: ecco la lampana acesa; come manca l’olio n’ha in questo vagello». Princivali disse: «Non penso bisogna». Daniello dice: «Fa come vuoi».

E partitosi di camera e chiuso l’uscio per modo che aprire di dentro non si puote, Princivali dorme fino alla mattina e niente vede né ode. E levatosi a suo agio fare, messo dell’olio innella lampana e tornato a dormire, tanto ch’è più di nona passata e niente vede et innel letto si sta e dorme fine passato vespro. Et allora li vien voglia di mangiare, dicendo: «Daniello ha ditto il vero che le notti ci sono più grandi che a Milano». E mangiò e beve e poi tornò a dormire tanto che più di tre ore di notte fu venuta. Daniello venendo alla camera dice: «O Princivali, che fai?» Princivali disse: «È anco dì?» Daniello dice: «No». «Or che vuol dire che anco non sia dì?» Disse Daniello: «I’ ho voglia di mangiare, levati e mangeremo». E menatolo in sala, Princivali riguarda all’arie e disse: «Quanto tempo potrà esser della notte?» Daniello dice: «Non è anco primo sonno». Princivali e Daniello mangionno d’uno soffritto e poi Princivali se ne va a letto; e tanto dorme che più di du’ dì passò, avendosi alcuna volta levato e mangiato.

La terza notte Daniello lo condusse in sala. Princivali, che li pareva esser schioppato tanto avea dormito, disse: «Quando serà dì?» Disse Daniello: «Di vero ti dico ser l’uso di Viterbo; e’ non è anco mezzanotte». «Diaule!» disse Princivali, «come non ci si crepa?» Daniello dice: «E però ci si fa sì grandi guadagni, in però che in una notte lavora tanto un uomo che se ne può pascere un mese». E mangiato, Princivali se va a dormire. E per questo modo quella settimana Daniello lo fece dormire.

Venuta la domenica mattina et avendo Daniello comprato una coda di castrone, aperse la finestrella e uno lucore di dì innella camera fu intrato. Princivali ciò vedendo ringraziò Dio dicendo: «Io non pensai che mai fusse dì». Daniello lieto venne alla camera e disse: «Princivali, leva su che l’è dì, et andiamo a udir messa e poi conteremo». Princivali vestitosi, et iti alla chiesa e veduto Nostro Signore, menandolo Daniello per parole tanto che fu terza, dice Princivali: «Andiamo a far il conto?» Daniello dice: «Desniamo». E posti a taula, disse Daniello: «Parti che a Viterbo ci siano belle carni, come quella che comprammo ieri?» Princivali disse: «Sì, ma e’ ci sono sì grandi le notti che ogni cosa guasta».

Desnato, disse Princivali: «Contiamo?» Disse Daniello: «Tu non fusti mai a Viterbo: io vo’ che tu lo vegghi oggi e col nome d’Idio domane faremo il conto che oggi ch’è domenica non farei nulla». Princivali dice: «Se io ci stesse un’altra notte io morrei. E poi che non ti piace di fare oggi il conto, io me ne vo’ andare, e riferirò a’ nostri maestri come la bottega è ben fornita et <ha> di molti contanti». Daniello lieto dice: «Et io son contento e vo’ che dichi a’ nostri maestri che mi mandino paia mille di sproni, però che sento n’hanno assai et io hoe il modo di spacciarli».

E datoli la lettera, Princivali se ne va e torna a Milano. Li maestri diceno: «Ch’hai fatto tanto? U’ è il conto?» Princivali disse: «Io non l’ho potuto fare però ch’e’ noi volse fare la domenica né ’l sabbato che io vi giunsi, ma ben vi dico che la bottega è fornita et ha di molti denari». Li maestri dissero: «U’ tu se’ stato <tanto> tempo?» Disse Princivali: «Io non albergai in Viterbo se non una notte et xi dì sono posto a tornare, et a di xv magio giunsi». Disseno li maestri: «Or dimanda quanti dì n’abbiamo del mese e di che mese siamo». Princivali domanda del mese e trova esser di giugno, a dì vi. Allora cognove esser stato a dormire viii dì! Isvergognato, mostrò loro la lettera che Daniello l’avea dato. Li maestri vedendo che chiede sproni, avendone gran quantità disseno: «A noi ha mostrato la notte per lo dì, e noi mandiamo a lui li sproni tutti d’un piè, e converrà prenderne aitanti se quelli sproni <spacciare> vorrà».

E così seguìo, che se Daniello volse li sproni spacciare convenne mandare per mille paia da l’altro piè.

Ex.° xxxviii.

XXXVIIII

L>a dilettevole novella ditta della notte da Viterbo fe’ la brigata e ’l preposto consolare, e massimamente essendo la notte di fuori di Viterbo dimorati. E voltosi il preposto a l’altore comandandoli che una novella dicesse per lo camino che hanno a fare verso Roma, faccendone ii giornate per visitare la chiesa di san Paulo: «E quine fia la prima nostra riposata; ma ben vo’ che qualche novella dica prima»; l’altore ubidendo disse che tutto farè’. E voltosi alla brigata parlando disse:

«Io son Superbia cornuta et armata,

che cui io posso superchiar, dolente,

ma Umiltà isconfige la mia gente».

E dapoi volendo ubidire il preposto disse:

DE SUPERBIA ET PAUCO BONO

Di un conte ladrone: stava a Bruscola in quel di Bologna.

si salvò per una avemaria dicea la mattina e la sera.

F>u un conte di quelli da Bruscola del contado e giurisdizione di Bologna, il quale possedea alcune terre e fortezze innella montagna, nomato lo conte Sparaleone, omo di gran superbia e crudeltà e d’ogni mala condizione. E non stante che lui fusse malvagio e reo, ancora a’ suoi famigli comandava che ogni male facessero. E pur non era però tanto malvagio, che almeno questo poco di bene facea: che ogni dì, la mattina quando si levava, per lo dì dicea una avemaria, e la sera ne dicea per la notte un’altra. E questo era tutto lo bene che questo conte facea, né mai altro bene si disse che lui facesse.

Avea questo conte molti maliscalzoni e ladroncelli e d’ogni cattiva condizione, ai quali avea comandato che ogni dì facessero o furto o rubaria o micidio; e più, che a tutti, sotto grave pena ditto loro che mai persona che trovassero innel suo terreno che a lui per neuno modo si presentasse, ma che rubato che fusse quello uccidessero. E ogni cosa crudele li piacea più che le pietose. E per questo modo moltissimi prelati, mercadanti et altre buone persone, oltra le rubarie a loro fatte, erano stati morti. E la sera tornavano i ladroni e diceano: «Messere, oggi abiamo ucciso tre preti e du’ mercadanti et alcuno povero che andava acattando; e tutti spogliati e rubati e loro innel bosco alle fiere i corpi abiamo lassati, e la robba loro v’abbiamo arecato». Lo conte ciò vedendo et udendo dicea: «Bene avete fatto»: e dato loro la parte della robba e l’avanzo per sé tenendo, dicendo loro: «Così fate sempre, che sia che si vuole, morto e rubato sia».

Lo dimonio vedendo questo conte tanto mal disposto pensò volerlo in anima et in corpo possedere. E gittatosi in forma d’uno cuoco, per certo modo comparìo a casa del conte dicendoli se avea bisogno d’un buono cuoco che lui lo servirà volentieri. Lo conte, che d’uno avea bisogno, disse che sì. E fattolo suo cuoco, lo dimonio fa alcune vivande finissime: al conte piace il suo servigio.

E non molti dì fu stato che una sera essendo adormentato il conte, lo dimonio <lo volea> la notte in dormendo portare a lo ’nferno. E come sel volse puonere a dosso, subito aparìo la Vergine Maria in forma di una donzella dicendo: «Satanas, che vuoi fare?» Lui disse: «Vo’ne portare questo diaule a l’inferno, che mai non fece altro che male». La Vergine Maria disse: «Questo non farai tu al presente, né mentre che lui dirà per mio amore quello ha ditto sempre». Lo dimonio dice: «O che ha ditto che io non nel possa menare?» La Vergine Maria dice: «Ha ditto per lo dì una avemaria e per la notte un’altra, e tanto quanto questo dirà non vorrò che tu nel porti; e non vo’, il dì quando l’ha ditta, abbi potenzia sopra di lui tutto quel dì, e simile quando da sera dirà una avemaria, com’ha cominciato, per tutto quella notte non li porrai nuocere. Ma quando fallisse, per li suoi peccati merita che di lui facci tua volontà». E sparita, lo dimonio, non potendo fare altro, tornò alla cucina spettando che questa avemaria fallisca.

Lo conte perseverando innel male e da tal male non volersi partire, più anni tenne quello stile né mai mancò che l’avemaria fallisse di dire, stando sempre il dimonio presto et atento per condurlo alle pene dello ’nferno.

Vedendo la divina Bontà che questo conte innel malfare perseverava e il dimonio apparecchiato a prenderlo, volse verso di tal peccatore il viso della misericordia, e di presente a uno angelo spirò che in forma d’uno pellegrino passasse per lo terreno del conte con dimostrare l’errore del conte e con dirli quello che campato l’avea.

Spirato l’angelo dalla divina Potenzia, in forma di pellegrino innel terreno del conte Sparaleone arrivò tra quelle genti ladre: armati venuti d’intorno per rubarlo e per ucciderlo stretti stavano. L’angelo disse: «Io penso che voi siate in questi luoghi per rubare chi passa, e questo faite perché il conte e voi divegnate ricchi e non altra cagione credo che sia». Disseno i ladri: «Tu dici il vero, e però vogliamo quel po’ che hai e le tuoi carni dare a’ lupi come abiamo fatto de li altri». Disse l’angelo: «E se il conte e voi desiderate d’esser ricchi, vi dico: se mi menate al conte io lo farò lo più ricco conte che sia in Italia, e simile voi farò ricchissimi che non bisognerà più che alle strade a rubare (andiate)». Coloro, che intendeno quello che il pellegrino ha ditto, disseno: «Meniallo al conte, e se non farà quello ci ha promesso, in presenzia del conte lo taglieremo per pezzi». E così condusseno al conte il pellegrino.

Lo conte, come vidde costoro menare il pellegrino <. . . . . . . . .> avea loro ditto che lo farè’ più ricco conte di Italia. Lo conte che ode questo disse: «Fa tosto quello hai ditto, se non io ti farò tagliare a pezzi». L’angelo disse: «Prima che io ti faccia ricco, vo’ che ’l cuoco c’hai facci venire dinanti da me, e allora ti farò più che ricco». Lo conte, per esser ricco, mandò per lo cuoco comandandoli che venisse a lui. Lo cuoco dice: «Dì al conte che io non posso venire alla presenzia di quel pellegrino». Lo famiglio torna e narra l’ambasciata al conte, dicendo: «Lo cuoco dice che non può venire dinanti alla presenzia di quel pellegrino». Lo pellegrino disse: «Va e dilli che io li comando che a me vegna». Lo famiglio andò al cuoco e disse: «Lo pellegrino ti comanda che a lui vegni». Lo cuoco non potendo altro fare fu venuto. Lo conte disse al pellegrino: «Ora mi fà ricco».

Lo pellegrino, rivoltosi al cuoco, disse: «Io ti comando dalla parte d’Idio che subito innella presenza del conte e di tutti li altri che qui sono, tu debbi manifestare loro chi tu se’ in forma vera e non simulata, narrando tutto ciò che dovei fare e la cagione, e ’l perché non l’hai fatto; comandandoti ancora che a neuno di costoro debbia fare alcuna violenza. E a voi dico che non abiate alcuna paura di cosa che udiste o vedesse». E fatto tali comandamenti, subito il cuoco dimonio messe uno strido tanto terribile che se non che l’angelo avea securato il conte e gli altri serenno morti caduti. E dato lo strido, è venuto in forma propria di dimonio, tanto orribile che il conte disse al pellegrino: «Per Dio mandalo via». L’angelo disse: «Non abiate paura». Lo dimonio cominciò a dire ch’elli era venuto per portarlo in inferno in corpo e in anima: «E per una avemaria ditta lo dì e la notte, la Vergine Maria non me lo lassò mai portare»; et era disposto, se c anni ci dovesse esser stato, portarnelo. L’angelo disse: «Maladetto da Dio, io ti comando che incontenente te n’entri in inferno, et in segno di ciò voe che aprendi il fuoco innel bosco, là dove costoro stavano a rubare, e tutto quel bosco arde». Lo dimonio, auto lo comandamento, subito arse quel bosco presente il conte e li altri, et in inferno tornò.

Lo conte e li altri stupefatti e quasi morti, niente diceano. L’angelo disse: «O conte e voi altri, io sono l’angelo mandato da Dio per salvarvi, e pertanto vi comando se non volete esser minestrati dal dimonio che subito ve n’andiate a Roma al papa, e quine tutti li vostri peccati racontate e narrate questo fatto, e lui vi darà la penetenzia; e faccendo bene sarete salvi». E questo ditto, l’angelo si sparìo, lassando quine una dolcezza che il conte disse: «Or che stanza dè esser in paradiso!» E subito si mosse <. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . .> et al papa narrano tutto. Lo papa dato loro la penetenzia, la qual fenno volentieri, e finiron bene la lor vita.

Lo papa per lo miracolo dell’avemaria fe’ comandare a tutte chiese che l’avemaria da sera e da mane sonasse, acciò che si ricordi dire chi quella volesse dire.

Ex.° xxxviiii.

XL

U>dito il preposto la bella novella e devota, giunti alla chiesa di San Paulo, rivoltósi a l’autore dicendoli che per lo dì seguente debbia ordinare bella novella al camino da Roma, e simile comandò a quelli che aparecchiar denno, notificando che in Roma dovea la brigata almeno x dì dimorare: «Li quali ciaschiduno s’aparecchi a ubidire, ma ben vo’ che l’altore dica in presente qualche moralità». Lui presto disse:

«Tanto di santa fiamma il cuor è aceso

che parte ne do suso al cielo a Dio,

e parte giuso al prossimo mio».

E dapoi voltosi l’altore alla brigata parlò dicendo:

DE VERA AMICITIA ET CARITATE

Di ii fanciulli di due signori auti per orazioni fatte a Dio:

li portonno tutti e due a battegiare a Roma.

N>el tempo del re Pipino di Francia fu un gentile uomo nomato Tobbia, lo quale era della provincia di Borgogna, e uno conte tedesco nomato conte Ricciardo, li quali devotissimi erano di Dio; e neuno de’ preditti avea figliuolo né figliuola. Avendo ciascuno di loro donna giovana, ciascuno de’ preditti fenno voto che se Idio desse loro grazia d’aver figliuolo delle lor donne, quelli portare a Roma acciò che per le mani del santo padre fusseno battegiati con offerire alla chiesa di Roma alquanto tesoro.

E fatto tale voto, fue di piacer di Dio i loro voti esaldire, che non molto tempo passò che ciascuna delle preditte donne del suo marito ingravidò, e doppo il portato di nove mesi le donne parturinno ciascuna un fanciullo maschio. Di che li padri e le madri contentissimi li preditti fanciulli deliberonno a Roma condurre per far ciascuno il suo cristiano per mano del papa. E col nome di Dio Tobia cavalieri con buona compagnia di Borgogna col figliuolo si mosse per andare a Roma, essendo già il fanciullo di ii anni.

Il conte Ricciardo tedesco, avendo veduto che Idio li avea prestato uno figliuolo, dispuose il voto volere oservare: e della Magna si mosse, avendo il figliuolo circa mesi xxviii.

E ciascuno caminando, fu piacer di Dio che uno giorno innella città nostra di Lucca si trovonno in uno medesmo albergo insieme. Narrando il cavalieri Tobia al conte Ricciardo perché quine era et u’ andar dovea, e mostrato il fanciullo che per voto Idio li avea prestato, lo conte Ricciardo, che per simile atto di casa sua mosso s’era, e mostrato il suo fanciullo, diliberonno insieme andare.

Or che diremo della potenzia di Dio? Che i fanciulli di ii anni, come si videro esser insieme, mai non volsero mangiar né bere né dormire se non che quello che facea l’uno l’altro seguia; e più volte provati dal padre, trovonno così era, intanto che fu di necessità che l’uno e l’altro in uno medesimo letto dormissero e innel camino in uno lettuccio fusseno portati. E più, che convenia che in una medesma tazza, mangiassero e bevessero, e d’una medesima vivanda: e sopra l’altre meraviglie che il padre di ciascuno avea li parea questa. E così caminarono a Roma.

E fatto noto al santo padre che a lui voleano parlare, il santo padre dando loro audienza davanti a sé li fe’ venire dicendo loro quello voleano. Lo conte e ’l cavalieri disseno che per certo credeano lui esser in terra vicario di Dio: «A noi è di bisogno che quello che Idio ci ha prestato tu lo facci di grazia ripieno; cioè che ti piaccia du’ nostri figliuoli battegiare acciò che possano la gloria celeste possedere e per la santa fé combattere». Il papa vuole sapere la cagione e perché si sono mossi. Loro tutto contonno. Lo papa, udendo, disse che a lui piacea, e comandò che fusse aparecchiato il libro e l’altre cose da battesmo. E così fu fatto, presente i cardinali e altri baroni, ai quali il papa impuose che quelli fanciulli tenessero al battismo; e così fenno. Il papa, facendoli cristiani, puose nome al figliuolo del cavalieri Amico, et a quello del conte tedesco li puose nome Amelio; e battegiati, donò loro a ciascuno una tazza, o vero schivo di legno, con guarnimento d’argento e d’una medesma tenuta, e benedettoli, li racomandò a Dio dicendo: «Questo dono sia per memoria che voi sete battegiati innella chiesa di Roma dal papa».

Ritornati ciascuno de’ preditti alla loro patria col dono che ’l papa avea lor fatto, e crescendo Amico in molta sapienzia fine a l’età di xxx anni, lo padre amalando amonìo il figliuolo suo dicendo: «Amico, figliuol mio, io ti comando che tu ami Idio; apresso, sii misericordioso a tutte persone e difensore delle vedoe e pupilli; e sopra ogni cosa terrena abi in reverenza il figliuol del conte Ricciardo tedesco nomato Amelio, però che in uno dì fuste dal sommo pastore a Roma battegiati et a te et a lui donò uno schifo d’una medesma fazione e grandezza. E simile ti dico che Amelio, tuo fratello a battesmo, è d’una statura e fazione come tu e non è alcuno divario da te a lui; e però in ogni cosa l’ama et a lui ricorre». E ditte queste parole morìo.

E non molto tempo steo che certi invidiosi tutte castelle e terre li tolseno, per la qual cosa il ditto Amico fue costretto a doversi asentare. E pensò ad andare ad Amelio conte sperando da lui aver qualche aiuto, e prese ii serventi et arnesi, e disse: «In caso che quine non possiamo aver nostra stanza, anderemo alla reina Legoriade, donna di Carlo re di Francia, la quale tutti li scacciati riceve». E così si mosseno per andare a’ luogo ditto.

Amelio conte, avendo sentito la morte del cavalieri Tobia padre di Amico, pensò di visitarlo, e mossesi con certa compagnia per andare là. Ora caminano l’uno e l’altro: Amico, che non trova a casa Amelio, non resta di caminare; Amelio, che trova che Amico è stato cacciato delle sue terre e nol trova, dispuone non tornare in suo paese fine che non trova Amico scacciato.

Amico, che va cercando sua ventura, una sera fu arrivato a uno albergatore ricchissimo, con suoi compagni. L’albergatore disse a Mico che se volea la figliuola per moglie li farà tutti ricchi. Amico consigliato, la donna presente, e fanno le nozze. E passato uno anno e mezzo, disse Amico a’ servi suoi: «Io fo quello non debbo: Amelio mi va cercando et io vo cercando lui, e stiamo qui». E lassato ii de’ suoi servi, collo schifo caminano verso Parigi.

Amelio, che già du’ anni avea cercato l’amico, andando verso Parigi trovò uno pellegrino: domandandolo, come solea far li altri, se li sapesse insegnare Amico cavalieri, colui rispose che mai non l’avea veduto. Amelio li diè un vestimento e disse: «Prega Idio che mi dia grazia di trovarlo». Et andato il pellegrino fine a vespro, trovò Amico il quale disse: «O pellegrino, saprestimi tu dire u’ è Amelio conte?» Lo pellegrino disse: «Tu mi ugelli, che stamane mi desti una gonnela et io pregassi Idio che ti lassasse trovare Amico cavalieri. E tu se’ Amelio, ma non so se tu hai mutato veste armatura e cavalli». Amico disse: «Io sono quello Amico che Amelio va cercando». E dato al pellegrino limosina, disse: «Prega Idio che io lo ritrovi». Lo pellegrino disse: «Camina tosto verso Parigi: io penso lo troverai».

Et essendosi di Parigi partito Amelio, et apresso a uno fiume in uno prato fiorito mangiavano, Amico armato venendo vidde que’ cavalieri armati mangiar’e disse a’ suoi: «Siate valenti che questa battaglia vinchiamo, et andremo in corte e saremo lì bene ricevuti». E messe l’aste in punto, Amelio, che vede costoro atti a combattere, montato a cavallo lui e’ suoi, e percossensi insieme e ciascuno fu valente.

Idio ch’all’affanno di costoro volse puonere fine <. . . . . . . . . . . . . .> E parlando Amico disse: «Deh, perché volete voi uccidere lo cavalieri Amico co’ suoi compagni?» Amelio conte, ciò udendo, stupefatto cognove Amico, che mai veduto non l’avea se non quando erano di ii anni, e abracciandosi insieme ferno gran festa. E fatto ciascuno di loro <promessa> con sacramento che sempre staranno insieme come veri amici, alla corte de’ re di Francia si presentarono. Lo re fa Amico tesorieri et Amelio scudieri d’onore.

E stato per ispazio di iii anni che Amico dalla donna sua s’era partito, disse ad Amelio: «Io vo’ andare a vedere la mia donna, e tu rimarai in corte, ma guarti che tu non abbi a fare colla figliuola de’ re, che veggo che t’ama, e sopratutto ti dico che ti guardi dal pessimo Arderigo, il quale ci ha portato sempre invidia». Amelio disse: «Et io così farò».

Amico si parte, Amelio rimane. E non molto tempo ristéo che colla figliuola de’ re ebbe a fare. E di tal fatto Arderigo per sentire, disse a Amelio: «Amico se n’è ito col tesoro e non tornerà mai, e però io voglio esser tuo compagno». E impalmegiatisi insieme, Amelio, credendo poterli dire a securtà, lo suo secreto della figliuola de’ re li disse. E stando uno giorno Amelio dinanti a’ re per darli l’acqua alle mani, Arderigo disse: «Santa corona, non prendete acqua da Amelio, conciosiacosa che sia degno di morte però che la verginità della tua figliuola ha tolto». Amelio, come udìo tal cosa, stupefatto tremando cadde in terra. Lo re benignamente lo prese per la mano dicendo: «Sta su, non aver paura ma vigorosamente ti difende». E diede loro termine a dovere in battaglia provare della veritàe. Prendendo Arderigo un conte gagliardo e savio per suo consiglio, Amelio, che solo era, non avea persona che per lui fusse. La reina, sentendo che Amelio non avea neuno che per lui fusse, li fe’ acrescere il termine fine che Amico fusse tornato.

(Tornato) Amico, Amelio li narrò tutto com’era seguito. Spirato Amico di sapienzia, disse ad Amelio: «Cambiano le vesti e le armi: e tu te ne andrai a casa della donna mia e io combatterò per te, e prenderò la battaglia e colla speranza di Dio n’aremo vittoria». Amelio dice: «Come mi cognoscerà la tua donna, che mai non la viddi?» Amico disse: «Va e domanda di lei. Ma guarda che con lei non usassi!»

Amelio si parte e giunse a casa di Amico. La donna, credendo fusse il marito, lo volse abracciare e baciare. Amelio disse: «Donna, non mi toccare, però che poi mi partì, io ho avute molte aversitadi et anco n’ho; e pertanto non ti curi di toccarmi». E la notte quando indel letto entrò, misse la spada nuda innel letto, dicendo: «Donna, se passi questa spada, io t’ucciderò». E per questo modo steo tutto il tempo del termino.

La reina, che amava Amelio, avea malanconia però che sapea che Arderigo era valente. Arderigo, che vede favoregiare Amelio alla reina, dicea che ella non era degna d’entrare in corte poi che avea lassato violare la figliuola. Venuto Amico dinanti da’ re per difendere la infamia data alla reina et alla figliuola et a sé in forma d’Amelio (Amelio sta in forma d’Amico a casa), e messo le cose in ordine, — la reina con moltitudine di donne, lo re co’ reali —, e del populo alla presenzia Amico dice: «O conte Arderigo, se vuoi desdire quello hai detto, sempre serò tuo servidore». Arderigo dice: «Io desdico la tua testa e non <vo’> la tua amistà». E giura, presente lo re, lui aver violata la figliuola del re. Amico dice che ne mente. Lo re dice: «O Amelio», — credendo che lui sia, — «francamente ti difende, che se vinci, io ti darò Brisedia mia figliuola per moglie». E combattendo bene tre ore, ultimamente Arderigo fu vinto et Amico li tagliò la testa.

Lo re, che vedea della infamia levata la figliuola e la reina, diliberò di maritare la giovana a Amelio. Amico (in figura d’Amelio) la prese e senza altro fare, Amico tornò a casa della sua donna <là u’> trovò Amelio. Amelio, credendo che Amico avesse perduto, vedendolo ebbe grande allegrezza. <Amico> narrandoli come Arderigo era morto e come avea presa la figliuola de’ re per moglie per lui, dicendoli: «Va in corte e quella prendi, et io mi rimarrò colla donna qui»; Amelio, tornato in corte, colla figliuola de’ re si steo, avendoli dato lo re in dota una città lungo il mare e molto terreno.

E dimorando Amico colla sua donna, sopravenendoli alcuna malatia, di lebra il ditto Amico fu ripieno intanto che tutta la casa li puzzava. E non che la donna sua li volesse aitare, ma più volte cercò d’afogarlo. E vedendo Amico che la moglie lo volea uccidere, disse a’ servi suoi: «Per Dio io vi prego che prendiate quello si può e lo scifo, e levatemi dinanti da questa malvagia femina e caminiamo innelle terre del conte Amelio». Li servi così feceno e condussenlo alle terre del conte Amelio. Li servi del conte dimandando chi era, lui disse: «Io sono Amico fratello di fonte del conte Amelio e vegno per stare qui, ch’e’ mi faccia le spese». Li servi d’Amelio disero che tosto si partisero, dando loro di buone bastonate. Amico, vedendosi così scacciare, pregò li servi suoi che almeno a Roma lo conducessero. E così fenno. E quine era lor fatto molto bene.

E venendo alquante genti ad assediare Roma, essendovi gran fame, li famigli d’Amico disseno: «Noi periamo di fame: se più ci stiamo moriremo». Amico, che ciò ode, disse: «O figliuoli miei, sempre m’avete ubidito: io vi prego che qui non mi lassiate, ma menatemi innella città d’Amelio». Li famigli disero che l’ubidiranno, e condussenlo in Francia innella città dov’era Amelio conte. E fattosi condurre innella piazza dinanti al palagio d’Amelio domandando carità, Amelio fa impiere lo scifo di vino che ’l papa innel battismo l’avea dato; e ditto a uno famiglio che al povero lo portasse, Amico tratto fuori lo suo scifo e fatto voitare lo vino che dato li era, rendendo grazie a chi lil mandava, lo famiglio, tornato, disse al conte: «Per certo, se non che voi avete lo vostro scifo, io direi che uno che n’hae quello lebroso fusse il vostro, però ch’egli è d’una grandezza e d’una fazione». Udito il conte Amelio quello che ’l famiglio dicea, disse: «Andate e menatemi colui».

E menato, disse: «Unde hai auto questo scifo?»; e d’onde era, e chi era. Amico narrò tutto ciò che incontrato li era, dicendo: «Io sono Amico, e questo scifo ebbi a Roma quando mi battegiò il papa». Amelio, cognoscendolo, subito l’abracciò basciandolo e mettendo guai per la malatia ch’e’ avea. La moglie d’Amelio ode che Amico il quale vinse la battaglia d’Arderigo era lo ’nfermo: scapigliata piangendo, colle lagrime bagnava Amico. Et era tale il duolo che Amelio e la moglie faceano, ch’era una tenerezza a vederli. E subito li fe’ apparecchiare una camera fornita di ciò che bisognava e con ii suoi servi rimasti, dicendo Amelio ad Amico: «Ogni cosa che ci è, è tua come nostra: comanda e serai ubidito».

E stando per tal modo alquanto tempo, e sempre in quella camera et in uno letto Amelio dormia con lui, una notte venne l’angelo Gabriello e disse: «Amico, dormi?» Amico, che credea che fusse Amelio, disse: «Fratello, no». L’angelo disse: «Ben hai ditto, però che ti se’ fatto fratello della celestra gloria; e però sappi ch’io sono l’angelo Gabriello, e dìcoti che tu dichi a Melio che uccida li ii suo’ figliuoli e di quel sangue ti lavi, e sarai guarito». Amico disse: «O angelo di Dio, non sia questo, però che per la mia salute non vo’ che i figliuoli d’Amelio muoiano». L’angelo disse: «E così vuole Idio»; e partìsi.

Amelio, che ha udito molto parlare e tutto ha udito dire, dice: «O Amico, chi era colui con cui parlavi?» Amico dice: «Neuno, ma io dicea miei orazioni». Amelio dice: «Altri era: dìmelo». Et uscito del letto e cercato l’uscio della camera, quello trovò chiuso; e disse: «Piacciati dirmi chi era quello che ti parlava». Amico, che vede che pur li conviene dire, con lagrime grandi tutto disse. Amelio, ben che avesse udito, da più fede a Mico che al suo udire, e disse: «Deh, dimmi se l’angelo fu o se altri tel disse». Amico disse: «Così sia io oggi guarito della lebra come l’angelo fu, ma ben ti prego che in questa parte tale atto non facci, che io sono assai contento così stare».

Levatosi la mattina Amelio, e la donna andata alla chiesa — ch’era domenica — lassati li fanciulli innel letto, doppo molte lagrime gittate Amelio sopra li figliuoli, con uno coltello le vene della gola segò loro et in un vaso quel sangue ricolse et a Mico n’andò. E lavato, subito fu mondo da ogni lebra.

Vedendo Amelio guarito Amico, subito lo fe’ vestire a suo pari et alla chiesa n’andarono insieme. Et intrati in chiesa, la donna li vede e non sa qual sia suo marito. Subito mossa, disse: «Qual di voi è mio marito Amelio e chi è l’altro?» Amelio disse: «Io sono lo tuo sposo, e questo è Amico nostro fratello, il quale Idio l’ha stamane libero della lebra; e però godiamo e rendiamo lalde a Dio che ha liberato lo nostro fratello». La donna allegrissima dalla chiesa si parte.

Et a casa tornata dando ordine di fare grande festa, e posti a taula, disse la donna: «Deh, leviamo i nostri figliuoli che siano alla festa di Amico nostro». Amelio, che ciò ode e sa quello ha fatto, disse: «Lassali posare, e noi prendiamo piacere». La donna disse: «Per certo ellino denno sentire della allegrezza che noi sentiamo». Amelio, di tenerezza per non piangere si leva da taula mostrando andare per alcuna faccenda. Et intrato in camera, trovò li figliuoli in su’ letto che ballavano, avendo intorno al collo una sega come fusse un corallo rosso. Amelio gridò dicendo: «Venite qua, amici e parenti, a fare allegrezza, che Dio ha dimostrato oggi du’ così evidenti miracoli, l’uno di Amico e l’altro de’ miei figliuoli». La donna corse et Amico; disse la donna: «Che ci è?» Amelio disse che i figliuoli erano resussitati, e però che lui li avea morti per lavare Amico col sangue loro. Rispuose la donna e disse: «O Amelio pogo amore m’hai dimostrato! E perché non mi chiamasti quando volei uccidere li nostri figliuoli, che io avesse tenuto lo vaso per riparare il sangue, acciò che Amico fusse guarito?» Amelio disse: «Donna, lodiamo Idio e facciamo bene però che ci ha dimostrato così che noi siamo suoi servidori». E restato tali parole, intesero a mangiare.

E non molto tempo steo che a Amico venne novella come la donna sua dal dimonio fu strangolata. Per la qual cosa, doppo molti beni che faceano, Amico et Amelio visseno lungamente, e quasi in un tempo morirono e funno soppelliti in uno avello in San Piero a Roma, là ove noi quello potremo vedere.

Ex.° xl.

 

 

Indice Biblioteca indice dell'opera

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2006