Giovanni Sercambi

Novelle

A cura di

Giovanni Sinicropi

 

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1972

Novelle I-XX

INTRODUZIONE

Lo sommo e potente Dio, dal quale tutti i beni derivano, ha la natura umana creata e fatta da lui a sua somiglianza acciò che tale umana natura la celestiale corte debbia possedere, se di peccati non è ripiena: e quando per follia dessa dal celestie paradiso è privata non se ne dé dare la colpa se non ad essa umana natura; e simile se e’ li dàe diversitade per li nostri peccati comissi: perché moltissime volte s’è veduto per li nostri peccati Dio aver conceduto alli spiriti angelichi e maligni podestà sopra di molti e a’ corpi celesti, li quali mediante la potenzia di Dio hanno a guidare e condurre i corpi di sotto (cioè noi e tutte le piante e bestie con tutte le cose elementate), e spesso, per alcuni peccati commessi, venuto fuoco e acque e sangue dal cielo per purgare e punire li malifattori, e molte città e paesi sommersi et arsi. E di tutti i segni, quanti innelle scritture antiche si trovano scritte e di quelli che tutto dì si veggano, neuno ne vuole prendere exemplo, e non che da’ vizii si vogliano astenere, ma con ogni solicitudine s’ingegnano con quanti modi sanno di far male; e chi far nol può, insegna ad altri il modo di farlo. E per questo modo quella creatura che Dio più fe’ beata e che a sua similitudine la creò, più vituperosamente da Dio si parte

E pertanto non è da meravigliarsi se alcuna volta la natura umana pate afflizioni e guerre e pestelenzie fame incendi rubarie e storsioni; che, se da’ peccati s’astenesse, Idio ci darè’ quel bene che ci promisse, cioè in questo mondo ogni grazia e inne l’altro la sua gloria. Ma perché la natura umana al contrario del bene s’accosta e quello segue, ha disposto la potenzia di Dio mandare di que’ segni che mandò a Faraone, acciò che partendoci da’ vizii ci amendiamo; e noi duri: et indurati i nostri cuori come è quello di Faraone spettando l’ultima sentenzia, innelle pene eterne ci farà collocare. E non è da meravigliarsi se ora in MCCCLXXIIII la moria è venuta e neuna medicina può riparare, né ricchezza stato né altro argomento che prender si possa sia sofficente a schifar la morte altro che solo il bene, ch’è quello che da tutte pestilenzie scampa: e quella è la medicina che salva l’anima e ’l corpo. E non prendendo la via di tal bene, necessaria cosa d’andare innella mala via..., ché, acostandosi la persona col malato, e senza febra la morte il giunge: quine non bisogna esser gagliardo, quine non vale stato che’ parenti da tal colpo li possa difendere.

Et essendo alquanti omini e donne, frati e preti et altre della città di Lucca — la moria e la pestilenzia innel contado —, diliberonno, se piacer di Dio fusse, per alcun. . . . . . . . . e prima acostarsi con Dio per bene adoperare e da tutti i vizii astenersi; e questo faccendo la pestilenzia e li altri mali che ora e per l’avenire si spettano, Idio per sua pietà da noi cesserà. Veduto adunqua essi, omini e donne, frati e preti, la pestilenzia multiplicare, prima ben disposti verso Idio, pensonno con un bello exercizio passare tempo tanto l’arie di Lucca fusse purificata e di pestilenzia netta.

E raunati insieme, li ditti diliberonno di Lucca partirsi e per la Italia fare il loro camino con ordine bello e con onesti e santi modi. E del mese di ferraio, un giorno di domenica, fatto dire una messa e tutti comunicatosi e fatto loro testamenti, si raunonno innella chiesa di Santa Maria del Corso parlando cose di Dio. E levatosi in piè uno eccellentissimo omo e gran ricco nomato Aluisi, e disse: «Cari fratelli e a me maggiori, e voi care e venerabili donne che qui d’ogni condizione sete qui raunate per fuggire la morte del corpo e questa pestilenzia, prima che ad altro io vegna, dirò che, poiché diliberati siemo per campare la vita e fuggire la peste, debiamo eziandio pensare di fuggire la morte dell’anima, la quale è più d’averne cura che lo corpo. E acciò che l’uno e l’altro pericolo si fugga, è di necessità pigliare la via di Dio e’ suoi comandamenti e, con quelli savi modi che si denno, guidare le nostre persone. E questo far non si può se prima tra noi non è persona a cui tutti portino reverenzia obidendolo in tutte le cose oneste, e lui come onestissimo non comandi se non cosa che sia piacere della brigata, senza peccato. E fatto questo, tale dispoglia il nostro camino, la vita e ’l modo che tener si dé, si che senza lesione o male e senza vergogna salvi alla nostra città e alle nostre case possiamo lieti et allegri tornare, avendo noi a tutte le terre dato buoni exempli».

Ditto che Aluiso ebbe le ditte parole, subbito la brigata fra loro disseno: «Per certo in questa brigata miglior di lui non si potrebe trovare». E subito a vive voci disseno tutti: «Noi vogliamo che Aluisi sia il preposto di questa brigata e lui preghiamo che tale officio acetti, disposti noi tutti, maschi e femmine, a ubidire il suo comandamento, però che in lui sentiamo tanta virtù che altro che d’oneste cose ci richiederà e per lo suo gran senno e lungo vedere sani col nome di Dio a Lucca ci condurrà».

Aluiso, che ode la brigata, non potendo altro, disse: «Carissimi fratelli e maggiori e voi onestissime donne, io cognosco in questa brigata esser di quelli molto più savi e più intendenti e di magiore veduta di me che tale officio farenno meglio in una ora che io in uno anno, e bene era che aveste altri eletto. Ma poi che a voi piace che io vostro preposto sia chiamato, sto per contento pregando tutti che quello che comanderò sia ubidito». Tutti disseno: «Comandate e serà fatto».

Lo preposto disse: «Prima che ad altro atto si vegna, bisogna che si faccia una borsa di denari acciò che innelle cose necessarie siamo per li nostri denari soccorsi». Subito misseno mano a’ denari, e fatto un monte di fiorini III mila, in mano del preposto dati dicendo: «Quando questi saranno spesi metteremo dell’altri»; lo preposto, vedendo la quantità de’ denari e la buona volontà di mettere de’ nuovi, disse: «Omai stiamo allegri che la brigata capiterà bene».

Avuto il preposto denari, parlò alto dicendo: «Omai che andar dobiamo per salvare le persone vi comando a tutti, omini e donne, mentre che abiamo a fare il viagio nessuna disonesta cosa tra noi né tra altri si faccia. E quale avesse pensieri d’altro fare, prima che in camino ci mettiamo si ritorni in Lucca, e se alcuno denaio pagato avesse, vegna che renduti li seranno». La brigata ciò udendo, rispuoseno tutti: «O preposto, siate certo che noi staremo con tanta onestà mentre che il camino faremo che la moglie col marito né con altri userà; e così, per contrario, in questo nostro viagio, non s’acosteranno per disonesto modo».

Lo preposto, essendo certo che disonestità non si dé fare, ordinò uno camarlingo leale lo quale più tosto arè’ del suo messo a sostentamento della brigata che di quel tesoro che il preposto li diede n’avesse uno denaio tolto o soccelato. E per questo modo la brigata spera d’esser dalle necessità ben servita.

Ordinato il camarlingo, dispuose il preposto che du’ spenditori io fusseno: l’uno al servigio delli omini e l’altro al servigio delle donne. E perché sempre tali offici si denno dare et atribuire a persone secondo quello che hanno a ministrare, dispuose il preposto che al servigio delli omini fusse uno giovano spenditore savio e non d’avarizia pieno, et al servigio delle donne fusse uno omo di matura età e discreto inne lo spendere, acciò che tutta la brigata di niente si potesse lamentare.

Apresso ordinò che la mattina per alcuni de’ preti della brigata fusse ditta la messa, alla quale volea che tutta la brigata vi fusse a udire; e la sera, senza che la brigata vi fusse, dicesseno tutte l’ore e compieta, acciò che per loro alcuna negligenza si possa imputare.

Fatto questo ordine, ordinò coloro che colli omini alla cena et al desnare doveano con diletto e canti di giostre e di moralità cantare e ragionare, con alcuni stormenti e talotta colle spade da schermire, per dare piacere a tutti: et alcuni tra loro che disputassero innelle liberali scienzie, e questi eletti solo per la brigata delli omini e prelati.

Altri ordinò che di leuti e stormenti dilettevoli con voci piane e basse e con voci puerili canzonette d’amore e d’onestà dicesseno alle donne (e perché ve n’avea d’età, alcune <d>’obligagione, et acasate e vedove). Ordinò alcuni pargoletti saccenti col salterio sonare un salmo et una gloria, e quando s’udia la messa et al levare del Nostro Signore uno sanctus sanctus, Deus. E per questo modo volea che la mattina quando si dicesse la messa fusse sonato, et al desnare e alla cena diversamente secondo le condizioni delli omini fusse lo suono, e così delle donne. Apresso ordinò che tali stormenti e sonanti doppo il desnare e la cena contentassero la brigata di suoni di diletto senza vanagloria; e tutto ordinatamente misse in effetto.

Dipoi, rivoltosi lo preposto alla brigata, parlando per figura disse: «A colui il quale sen’ cagione ha di molte ingiurie sostenute, et a lui senza colpa sono state fatte, comando che in questo nostro viaggio debbia esser autore e fattore di questo libro e di quello che ogni dí li comanderò. Et acciò non si possa scusare che a lui per me non li sia stato per tutte le volte comandato, et anco per levarlo se alcuno pensiero di vendetta avesse, contrò uno sonetto innel quale lo suo proprio nome col sopranome vi troverà. E pertanto io comando senz’altro dire che ogni volta che io dirò: “Autore, dì la tal cosa”, lui senz’altra scusa la mia intenzione <segua>». E parlando alto disse:

 

Già trovo che si diè pace Pompeo

Immaginando il grave tradimento,

Omicidio crudele e violento,

Volendo ciò Cesare e Tolomeo.

n’ Ecuba quel <. . . . . .> reo

Nativo d’Antinor (il cui nom sia spento)

Nascose in su l’altare, e con gran pasione

Il convertì ringraziando Deo.

 

Sotto color di pace ancora Giuda

El nostro salvator Cristo tradìo

Rendendo sé di vita in morte cruda.

Considerando ciò dommi pace io:

Avendo sempre l’anima mia cruda

Mossa a vendetta, cancello il pensier mio.

Ben dico che la lingua colla mente

Insieme non disforma in leal gente.

E udendo ciascuno della brigata lo sonetto piacevole, e neuno potendo intendere a chi il preposto parlava salvo colui il quale comprendendo le parole e’ versi del sonetto vi si trovò nome e sopranome, senz’altro dire comprese che lui dovea esser autore di questo libro; e senz’altro parlare, si stava come li altri cheto.

Avendo il preposto dispensato parte dei suoi offici et ordinato chi dé condurre la brigata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ove qui trovo alcun che sia

al mio piacere bel come colui,

lo coglio e bacio e partomi con lui;

e, ciò che ’l cuor disia

è, com’io son, l’amico mio sia;

colli altri il metto in ghirlanda bella

e su’ miei crini biondi e legieri.

E quel piacere che di natura il fiore

alli occhi porge, simile vedea,

che s’io vedesse, la propria dea

che preso m’ha del suo proprio amore.

Quel che mi piaccia più e ’l suo onore

esprimer nol porrei colla favella,

ma io sospinta ne so testimon veri.

Lingue giamai non escon del mio petto

dell’altre donne aspere né gravi,

ma si vegon di fuori caldi e soavi

e al mio amore se ne vanno in cospetto;

il qual, com’e’ li sente, a dar diletto

di sé a me si muove e vien in quella

ch’io son per dire: «Deh, vien, ch’io non disperi!»

Ex.° i.

II

Ditta la bella canzona, l’altore per ubidire il preposto, essendo fuora del prato disse:

DE SAPIENTIA

Di Alvisir dalla Tana di levante, ricco, con tre figliuoli.

N>arrasi che uno mercadante della Tana nomato Alvisir, omo ricchissimo, avendo tre figliuoli, l’uno nomato Arduigi, l’altro Scandalbech, lo minore Manasse, avenne che ’l ditto Alvisir infermando e cognoscendo dovere abandonare questo mondo, divise suo tesoro. E prima tre pietre preziose di stima ciascuna di ducati xxx mila nascose innun luogo secreto, e circa ducati cxx mila sì riserbò in una cassa e senza alquante possesioni et arnesi.

E venendo peggiorando e presso alla morte, chiamò questi iii suoi figliuoli, alli quali comandò e disse che prima che morisse volea che loro promettessero che mai non toccheranno li ditti gioielli, <e disse dove> erano e la valsuta. Apresso fe’ venire dinanti da sè li ditti ducati cxx mila e quelli divise per terzo, asegnandone a ciascuno xl mila. E questo fatto, il ditto suo figliuolo magiore nomato Arduigi giurò e promise osservare. E simile sacramento fece Scandalbech, e apresso Manasse suo figliuolo minore. Auto il preditto Alviser tali promissioni <e> sacramenti, subito quelli benedisse; e da inde a poghi giorni passò questa vita; al cui corpo i figliuoli feron grande onore, secondo li costumi de’ mercanti del paese.

E stando li preditti fratelli senza fare alcuna mercantia, ma continuo in sul godere e darsi piacere in cene e in desnari, in femmine et in cavalli et altri piacevoli diletti, intanto che non molto tempo durò che ’l minore fratello, cioè Manasse, consumò quasi la somma de’ ducati xl mila della sua parte, e li altri fratelli avean consumato più delle tre parti della loro parte avendo sempre speranza che ’l gioiello de’ ducati xxx mila fusse in loro susidio. Consumato il ditto Manasse i suoi ducati, senza richiedere alcuno de’ suoi fratelli andò a’ luogo ov’erano li gioielli e di quine ne trasse uno et a mercadanti veneziani venuti alla Tana lo vendéo secretamente ducati xxx mila.

E’ tenendo per sé, faccendo massarizia e vivendo senza le prime spese intendendo alla mercantia, lo fratello magiore, nomato Arduigi, avendo consumato la parte a lui data de’ ducati xl mila, disse a Scandalbech suo mezzano fratello il suo bisogno, dicendo che lo pregava fusse seco a parlare a Manasse, sperando che per le spese che Manasse avea fatte dovere star contento che li gioielli si partisseno. Il preditto Scandalbech fu contento perché lui similemente la sua parte avea consumata.

E mossi i preditti du’ fratelli, andati a Manasse narrandoli quel che il loro padre avea loro imposto, e massimamente de’ gioielli che quelli non si toccassero se tutti insieme non fussero contenti, dicendo: «Noi abiamo consumato tutti quelli denari che nostro padre ci diè e simile pensiamo che tu abbi i tuoi consumati», pregandolo che stia contento che ciascuno prenda il suo gioiello per potere con quello venire a onore; al quale il ditto Manasse rispuose: «Io non voglio acosentire, però io veggo che a me vorreste tollere il mio gioiello; ma se sete contenti che io abbia la mia parte di quelli gioielli, sono contento». Al quale li du’ fratelli con sacramento lel promisero.

E così se n’andarono a’ luogo dove il loro padre avea ditto, e quine cercando trovonno due gioielli, dove il padre avea ditto di tre. E come questo fu veduto, Manasse disse: «Ben lo dico io che voi m’avete ingannato! E però veniste a me a dirmi che volevate il gioiello, perché n’avete tolto uno! E però vi dico, sia come si vuole, io arò uno di questi due perché mi tocca in parte».

Rispuose Arduigi, magior fratello e disse: «Di vero dobiamo credere, che nostro padre non disse mai bugia, che veramente li gioielli denno esser tre. E se noi volessimo dire altri che noi tal gioiello ha tolto, dico non esser vero. E prima, che neuna persona del mondo lo sapesse se non noi; apresso, se alcuno li avesse trovati, elli li arebe tutti e tre portati via e non ce n’arè’ lassato veruno. E pertanto io conchiudo di vero che uno di noi è stato quello che ha preso il gioiello. E perché noi siamo fratelli e dobianci amare insieme e non corucciarsi, vi dirò mio parere; e quando l’arò ditto potrete prendere quello vi parrà». E cominciò a dire: «Fratelli miei, voi sapete che il Calì signore del Mangi fue grande amico di nostro padre et è il più savio omo che sia innella legge di Macometto. Se paresse a voi — che a me pare — che noi questa quistione del gioiello remettessimo in lui, e quello ne dichiara ciascuno stia contento; e tanto che abiamo da lui la dichiaragione questi du’ gioielli non si tocchino e làssiansi qui stare». Il quale dire piacque a’ fratelli: e allora rispuoseno li gioielli dove il padre li avea messi e diliberonno di caminare verso il Mangi. E prima che si mossero dalla Tana ordinaron di viver sempre insieme et a uno scotto e che mai tra loro non sarè’ alcuna quistione tra via per cagione del gioiello: «E così innel ritorno oserveremo quello che il Calì dirà». E così promissero.

E mossensi dalla Tana del mese d’aprile forniti di vettovaglia e d’altre cose bisognevoli alla loro vita, perché più di xl giornate hanno a caminare prima che siano innel Mangi. E caminando, già passato aprile, dilungatosi dalla Tana più di xx giornate, divenne che Arduigi fratello magiore disse a’ fratelli: «Fratelli miei, acorgetevi voi che per questa pianura è passato una camella che non ha se non l’occhio manco?» Li fratelli rispuoseno: «A che te n’acorgi?» Lui disse: «Bene me n’acorgo io»; e tacéo. E mentre che i preditti caminano, essendo alquanto caldo, per voler mangiare e riposarsi sotto a uno arboro <fermatisi> e quine mangiando, Scandalbech fratello mezano disse: «Fratelli miei, io vi dico che in questo luogo s’è posto a giacere una camella carica di mèle e d’aceto». I fratelli disseno: «Come lo sai?» Lui disse che così era. E mangiato che ebbeno, volendo caminare, Manasse disse: «Per certo qui è stato una gamella senza coda». I fratelli disseno: «Come lo sai?» Disse: «La coda non avea!»

E missosi a caminar perchè presso al Mangi erano a una giornata, e caminando scontrarono uno vetturale il quale li domandò se loro aveano veduto una gamella carica. Disse Arduigi: «La tua gamella era con uno occhio meno?» Disse il vetturale: «Sì». Arduigi disse: «Non la viddi mai». Disse Scandalbech: «La tua gamella era carica di mele e d’aceto?» Lo vetturale disse: «Sì». Scandalbech disse: «Non viddi a mia vita». Manasse parlando dicendo: «La tua gamella era senza coda?»; lo vetturale disse: «Voi avete ditto tutti la verità. Manasse disse: «Io non l’ho veduta: va cercala». Lo vetturale avendo udito costoro e tutti i segni, disse: «Per certo voi me l’avete rubbata, ma io farò che a me la ristituerete con ogni danno et interesse».

E così misse<si> in camino con questi tre fratelli e insieme giunsero al Mangi. Lo vettorale subbito questo vidde ha fatto richiedere i ditti fratelli dinanti al Calì signore, et allora domandò la sua gamella con ogni danno <e> interessi, narrando i segni che a lui per loro li erano stati contati. Il Calì, ciò udendo, disse a’ ditti che si difendino, li quali con sacramento giuravan la ditta gamella non aver mai veduta: «Posto che noi abiamo contati i segni». Ai quali il Calì disse: «Se non dite le cagioni evidenti de’ segni dati, voi menderete ogni danno e interesse».

Arduigi, che prima avea ditto la gamella esser con l’occhio manco, disse: «Signore, passando tra du’ prati d’erba e vedendo l’orme di gamella e vedendo che solo da l’uno de’ lati l’erba era morsa, stimai tal gamella aver meno un occhio, perche l’uso de’ gamelli è che l’uno boccone prende da l’uno de’ lati e l’altro da l’altro. E questo fu quello ch’io disse della gamella». Scandalbech disse: «Signore, essendo noi sotto un arboro posti per riposo, vedendo quine essere raunate in sul terreno alquante mosche da l’uno de’ lati e d’altra parte moscioni, stimai quine essere stata una gamella caricata di mèle e d’aceto, però che al mèle tragano le mosche et a l’aceto tragano i moscioni; e per questo modo li disse. Ma ch’io mai la vedessi non li crediate». Manasse, il qual avea ditto non aver coda, disse: «Perchè le gamelle poste a giacere, volendo orinare fanno colla coda una fossa innella rena e quine orinano e poi colla coda ricopreno l’orina. Et io, vedendo l’orina esser sparta per la rena, stimai la gamella non aver coda; e altro mai non sentì.» Udito il Calì le belle ragioni assegnate per quelli tre fratelli giudicò esser vero quello che aveano ditto et al veturale comandò andasse a ritrovare la cosa sua, diliberando coloro.

E veduto il Calì la bella aparienzia de’ giovani e la sottile interpetrazione della quistione, venutoli dinanti domandandoli, di qual paese erano e la cagione perchè erano venuti desiderava sapere. Al quale, come ordinato aveano li tre fratelli che Arduigi magiore fratello fusse quello che rispondesse, e’, fatto la debita reverenzia, in questo modo rispuose: «Magnifico signore e potente savio et amatore di verità de’ veri amici, quello Maumetto che voi adorate vi conservi felice e lungo tempo. Noi siamo tre fratelli nati della buona memoria di Alvisir della Tana, li quali volendo ubidire il comandamento di nostro padre, ci siamo derizzati dinanti alla vostra magnifica signoria e prudenzia, acciò che voi, in tutte scienzie amaestrato, dobiate cognoscere e terminare alcuno dubio tra noi nato; pensando che quello ne direte serà tutto vero e buono giudicio, per noi non s’aporrà.E di questo sommamente vi preghiamo, cognoscendo noi non esser sofficienti a dovervi ripremiare in alcuna cosa, ma pregando il vostro e nostro Idio che vi dia lunga vita». Lo Calì, avendo inteso costoro esser figliuoli di Alvisir della Tana il quale era stato grande suo amico, con grande amore venuto <a> li ditti fratelli, e volentieri acettòla la loro questione difinire.

E per amore del loro padre piacqueli che la sera dovesseno esser con lui e invitòli dicendo: «Io voglio che stasera torniate innel mio albergo per amor del vostro padre et eziandio per le vostre persone, che meritate ogni bene per la vostra providenzia. Ma prima che ad altro vegnamo io vo’ sapere la quistione che volete che io finisca e termini tra voi». Arduigi rispuose: «La nostra questione sta in questo punto: nostro padre, il quale mai non disse bugia, ci disse che avea in uno luogo secreto misso tre gioielli, di valsuta ciaschiduno di ducati xxx mila e che quelli mai non si toccasero per noi se di concordia tutti e tre non eravamo. E così lo promettemmo e lui ci diè la benedizione e passò. Dapoi noi per la gioventù non corretta effrenati, il mobile lassato abiamo consumato. E volendo puoner mano a’ gioielli nascosi, di concordia andammo là u’ nostro padre avea disegnato, e non trovandovi che du’ gioielli, abiamo stimato che noi lo terzo abiamo preso. Pare a ciascuno de’ miei fratelli io doverlo aver preso e a me pare loro averlo preso. E questa è la nostra quistione».

Udito il Calì la loro quistione fu molto più contento d’averli invitati, stimando: «Costoro faranno tra loro questione di tal gioiello, et io, intendendo quello che tra loro diranno, potrò meglio sentenziare»; diliberando mettere costoro in una cambera innella quale avea una colonna in mezzo murata, innella quale si potea venire e udire e veder tutto ciò che faceano chi in quella camera era, senza esser veduto. E come diliberò misse in efetto. Li fratelli acettando, lo Calì li fece aconciare innella ditta camera, dicendo tra se medesmo: «Costoro sono venuti a me che io dichiari loro la quistione? Et ellino hanno ditto la interpetrazione alle cose non vedute, come della gamella, e a me vegnan per interpetrare le cose che hanno veduto del gioiello? Per certo il modo preso d’averli in tal camera mi farà di questo fatto aver onore». E con questo modo fece aparecchiare innella ditta camera tutto ciò ch’era di bisogno.

Venuta l’ora della cena, i preditti fratelli posti a mensa innella ditta camera, il Calì entrato innella colonna, Manasse, vedendo tale colonna innella ditta camera e non parendo a lui la ditta colonna necessaria in sì fatto luogo, stimò subito quella il Calì aver fatta per poter saper quello che in tal camera si facea, stimando il Calì in quella dentro essere. E mentre che a taula stavano, venute le vivande e mangiando, doppo alquanto tempo disse Arduigi: «Fratelli miei, di vero questa carne che il Calì ci ha dato stasera a mangiare fu allevata a latte di cagna». Li fratelli, ciò udendo, disseno: «A che te ne acorgi?» Rispuose: «Ben me ne acorgo io». Lo Calì, che tutto ode, cominciò a ridere di tale parole spettando udire più oltra. E passato alquanto, Scandalbech disse: «Fratelli miei, io mi sono acorto che questo vino che il Calì ci ha dato è nato dove si sotterrano i corpi morti». I fratelli disseno: «Ben hai sottile gusto a ciò sapere». Lo Calì udendo disse fra sé: «Costoro hanno nuovo pensieri; stando a scoltare sentirò della loro quistione». Manasse, avendo udito il parlare de’ fratelli, dispuose narrare il suo pensieri e disse: «Fratelli miei, voi avete ditto l’uno della carne e l’altro del vino: et io vi vo’ dire che veramente questo Calì che ci ha qui invitati e fattoci onore è bastardo». Disseno i fratelli: «Mal dici! E che puoi tu sapere di tal cosa?» Rispuose: «Ben lo so io». Lo Calì, come udio dire esser bastardo, subito prese pensieri voler tutto sapere.

E partìsi della colonna e di presente mandò per lo suo siniscalco al quale disse: «Che carne hai tu dato stasera a quelli forestieri?» Disse: «Io diedi loro uno agnello il quale ci donò Nieri nostro vicino». Lo Calì subito mandò per lo ditto Nieri e volse sapere di quello agnello. Lui rispuose: «Avendo una pecora pregna e parturendo uno agnello, morìo la ditta pecora, e io avendo una cagna che avea fatto i cagnuoli questo agnello feci alevare a latte di tal cagna». Il Calì sentendo questo stimò sé esser bastardo. E subito mandò per lo bottiglieri, dicendo di qual vino avea dato a’ forestieri. Rispuose: «Di quel vino di quella vigna dove si soppelliscono i corpi morti». Lo Calì tenne per certo lui esser bastardo, vedendo i du’ aver detto il vero. E mandò per la madre et a lei disse di cui figliuol era. La madre disse: «Se’ figliuolo del Calì vecchio». Lui replicando disse: «Di vero non sono! Ditelo presto!» La madre disse: «Di vero tu se’ figliuolo del conte di Ragugia». «Donqua sono io bastardo?» La madre disse: «Sìe». Ritornato il Calì innella sua camera, parendoli la notte mille anni, si posò.

Levato il sole, il Cali mandò per li tre fratelli, e venuti, disse al magiore quale era il suo ragionamento, alla cena, della carne Arduigi disse che veramente quella carne era allevata a latte di cagna. Disse il Cali: «Che ne vedesti?» Rispuose: «Perché di tal carne l’uomo non se ne vede mai sazio; e vedendo io avere mangiato presso a uno agnello, stimai così». Lo Calì disse: «Tu hai ditto il vero». E poi disse: «E tu che dicesti del vino, che potesti comprendere?» Rispuose Scandalbech: «Signore, noi della Tana abiamo buone teste; di che io stimai tale vino esser nato dove si seppelliscono corpi morti, perché naturalmente il corpo dell’uomo è grave et alla testa dà impaccio». Lo Calì signore rispuose: «E così trovo». E a Manasse disse: «O tu che dicesti che io era bastardo, che scienzia hai aparato che le cose fatte innanti al tuo nascimento possi sapere?» Manasse rispuose: «Se permetti dirò». Disse il Cali: «Io permetto». Manasse disse: «Stimando io tu doverci stare a vedere et a udire, stimando non esser atto di buono omo ma di bastardo; ma stimandoti a udire et a vedere, stimai tu esser bastardo; il qual dire ti prego mi perdoni». Disse il Calì: «Per certo tutti avete ben giudicato. Ma acciò che della vostra quistione io vi dia buona asoluzione, prima che ad altro io vegno voglio dirvi una novella e dimandarvi d’alcune cose». Arduigi disse: «Signor, dite».

Il Cali disse: «Una bellissima giovana nata d’un gentil conte e maritata a uno gentile uomo è a passare per lo terreno di tre giovani come voi siete, ciascuno potente a tenere il passo. Stimando tu, Arduigi, essere il primo signore là u’ tal giovana acompagnata a marito n’è menata e passa per lo tuo terreno, i tuoi famigli quella conduceno a te. Dimmi: che faresti d’essa? E, Scandalbech, rispondi: per lo tuo terreno è presa dalle tuoi brigate e condutta in tua forza: che faresti di tale giovana? E tu, Manasse: la donna ditta t’è rapresentata bella e pulcella et hai di le’ tutto tuo dominio. Dimando: che ne faresti?» Arduigi risponde che tale giovana farè’ acompagnare per tutto il suo terreno secura e senza villania farle né consentire che altri ne facesse. Scandalbech disse <che> avuta tale giovana quella usare’ e prenderebene piacere e dapoi onorevilmente ne la manderè’ al suo marito. Manasse disse: «Di vero tenete, Calì, quando a me fusse presentata io ne farei mia volontà. E dapoi vorrei che tutti i miei famigli l’avesseno e che sempre tra loro si tenesse senza mandamela».

Udito tal cosa il Calì subito disse: «Et io giudico che, o Manasse, <tu> abia auto il gioiello e non li tuoi fratelli». Manasse disse: «Tu di’ il vero». Lo Calì disse: «Come l’hai così tosto confessato?» Rispuose Manasse: «Come confessasti tu ch’eri bastardo». E dato tale giudicio, i ditti fratelli preseno cumiato dal Calì e ritornonno in verso la Tana, di buona concordia, dando l’uno de’ gioielli a Arduigi e l’altro a Scandalbech. E fattone denari, dati tutti e tre alla mercantia, avanzando e vivendo onorevilemente senza gittar più né fare male spese, lassando li atti giovinili.

Ex.o ii.

III

U>dito il preposto la dilettevole novella dei tre giovani e del Calì, parendoli esser stata di grande sentenzia ad aver sentimento delle cose non vedute, essendosi già partiti da Pisa, e vòltosi a l’altore dicendoli che segua qualche bella novella piacevole fine che giungeranno alla città di Volterra, l’altore presto a ubidire disse:

DE SIMPLICITATE

Di Ganfo pilicciaio.

I>nnella città di Lucca, innella contrada di San Cristofano, fu uno pilicciaio, omo materiale e grosso di pasta in tutti i suoi fatti — nomato Ganfo —, salvo che alla sua bottega assai guardingo e sottile. Divenne che ’ ditto Ganfo infermò d’alcuna malatia e fu da’ medici lodato il bagno a Corsena esserli utile piutosto che le medicine; di che disposto il ditto Ganfo d’andare al bagno, chiese alla moglie, nomata monna Tedora, denari per portare al bagno e vivere. La donna sua moglie li diè x lire di sestini dicendoli: «Fa piccole spese». Ganfo messosi la via tra’ pie e caminato pianamente pervenne al bagno senza aver beuto e mangiato altro che un pogo di acqua. E quella beve alla Lima, che volendo passare la ditta acqua, non volendo montare in sul ponte, si misse per l’acqua; e lui debile e l’acqua grossa, quasi non afogò. E in questo modo Ganfo avea beuto una pogo d’acqua.

Giunto al bagno e andando a vedere lui le persone si bagnavano, vedendovi dentro centonaia di omini nudi, disse fra se medesmo: «Or come mi cognoscerò tra costoro? Per certo io mi smarirei con costoro se io non mi segno di qualche segno». E pensò mettersi in sulla spalla ritta una croce di paglia, dicendo: «Mentre che io arò tal croce in sulla spalla io sarò desso».

E come ordinò misse in effetto, che la mattina rivegnente il ditto Ganfo, nudo colla croce in sulla spalla ritta, entrò innel bagno. E quine stando, guardandosi la spalla e veduta la croce, dicea: «Ben sono esso». Dimorando alquanto e facendoli alle spalle freddo e <innell’> acqua gallegiava, tirandosi abasso, la croce della spalla se li levò e a uno fiorentino, che a lato a lui era presso, la ditta croce in sulla spalla li puose. Ganfo, guardando sè e non vedendo la croce, voltandosi la vidde a quel fiorentino. Subbito trasse a lui dicendo: «Tu se’ io et io son tu». Il fiorentino, non sapendo quello volesse dire, disse: «Và via!» Ganfo replicando disse: «Tu se’ io et io son tu». Lo fiorentino, parendoli costui fusse mentagatto, disse: «Và via, tu se’ morto!» Ganfo, come ode dire tu se’ morto, subito uscìo del bagno e missesi i panni. Senza parlare né mangiare né bere si misse a caminare venendo verso Lucca, e quantunqua ne scontrava che lui salutasseno a neuno rispondea.

Venuto a Lucca e giunto alla sua casa, mona Tedora vedendolo disse: «Ganfo, o tu se’ sí tosto tornato?» Ganfo udendola disse: «Tedora dolce, io sono morto». E gittatosi in sul letto senza aprire occhi né altro sentimento fare, dimostrando esser morto — che pogo spirito avea sí per la malatia avuta sí per lo caminare senza aver mangiato né beuto sí per la paura —, la donna giudicò esser morto. E subito gridando, scapigliandosi, dicendo Ganfo suo marito esser morto, li vicini tragano a confortare la sconsolata di sí buono marito, dando consiglio che Ganfo sia sopellito; e cosí si misse in ordine. Venuta la bara e quine messo Ganfo, lui stando cheto e come morto si lassa menare.

La chiericia raunata e venuta colla croce a casa e ricevuta la cera, andando con Ganfo alla chiesa per quello sopellire, e mentre che Ganfo era cosí portato, una fantesca nomata Vettessa domandando quello era, fulli ditto che Ganfo era morto. Come Vettessa questo udio incominciò a gridare e dire: «Maladetta sia l’anima di Ganfo, che in quel maladetto punto li diedi un mio piliccione a raconciare che mai non lo potei avere». E questo dicea spesso. Ganfo, che più volte avea avuto parole con Vettessa, sentendola gridare, parendoli che Vettessa dicesse male, parlò alto e disse: «Vettessa, Vettessa, s’io fusse vivo come son morto, io ti risponderei bene!» Alle quali parole quelli che portavano la bara lassaron cader in terra dubitando fusse spirito fantastico, e tutto Ganfo si macolò. I chierici traendo a lui e le persone d’atomo, e vedendolo vivo disseno: «O che malaventura hai tu, Ganfo, che ti volei far sotterare vivo per morto?» Ganfo, vedendosi intorno li parenti e’ vicini disse loro la novella del bagno.

Li preti se n’andarono colla cera auta e Ganfo fu rimenato in casa, e confortato divenne sano e la sua arte esercitò.

Ex.o iii.

IIII

Lo preposto avendo udito la novella di Ganfo e tutte le donne, e per non star ozioso disse a l’altore che conducesse la brigata con una bella novella tanto quanto durerà il giorno, stimando esser quasi l’ora declinata del dì, che si possa andare al dilettevole castello di Saminiato. L’autore presto cominciò a dire:

DE MALVAGITATE ET MALITIA

Del preditto Ganfo e di Zanobi calzolaio.

Magnifico preposto, e voi, omini e donne desiderosi di udire, essendo Ganfo pilicciaio grosso e materiale, nientedimeno alla sua bottega era sottile. E faccendo l’arte sua in una bottega a San Cristofano di Lucca, uno fiorentino nomato Zanobi calzolaio avendo preso a pigione lo solaio dove stava Ganfo a bottega — pensando il ditto Zanobi che per fare dispiacere al ditto Ganfo la bottega dovesse abandonare acciò che lui <l>’avesse per potervi l’arte sua delle scarpe fare — et avendo sentito il modo che Ganfo avea tenuto quando disse esser morto, pensò: «Io potrò con costui fare ogni dispiacere, e come matto mi lasserà e crederà cosa che io li faccia». E fatto tale fondamento, diliberò Zanobio ogni dì du’ volte coll’orina sua bagnare le pelli di Ganfo.

E cominciò più presto potea, che alla scala dove Zanobio montava fe’ uno pertuso, dove Zanobio metteva il suo marcifaccio e quine orinava, intanto che tutte le pelli bagnava. E così s’ingegnava di ritener l’orina per potere le pelli di Ganfo tener fresche, che ogni volta che venia a orinare quell’era il suo luogo.

Ganfo, che ogni mattina trovava le sue pelli bagnate, lamentandosi di Zanobi perché di sopra li stava e dicendo che facea male a gittar l’acqua in sulle sue pelli, Zanobio dicendo che topi sono quelli che bagnano le pelli e non sia acqua; dolendosi Zanobio che per le pelli di Ganfo non potea vivere in casa, tanti topi n’aveano alettati, a cui Ganfo disse: «O veramente io ci terrò una gatta che questi topi piglierà, o io abandonerò questa bottega». Zanobio udendo dire che abandonerè’ la bottega se la gatta non prendesse i topi, sapendo il fatto, solicitamente più che di prima orinava in sulle pelli, avendo in quel luogo fatto uno pertuso dove Zanobio, come ditto, mettea marcifacio e di dì quello ricopria per modo che Ganfo né altri acorgersene potea.

Ganfo, posto che fusse di grossa materia, con un sottile ingegno, come sogliono fare alcune volte i matti, stimò lo bagnare le suoi pelli non esser topi, e dispose quello di certo vedere. E fatto vista di chiudere la bottega, dentro vi si nascos’e per lo luogo dov’erano bagnate le suoi pelli si misse a riguardare. Venuta la sera, Zanobio, com’era sua usanza, sì puose il marcifaccia per lo pertuso pendente molto a similitudine che ogni tristo cane ha gran coda. Ganfo che questo vede, niente dice, ma come savio rafrena la furia e a suo tempo delibera manifestare il suo senno contra la mattia di Zanobio. E poco stante Ganfo se n’andò a posare.

E la mattina, ch’era uno sabbato, dolendose che’ topi li guastavano le pelli disse: «Di vero se la gatta che io ci metrò stasera non prenderà li topi che non mi lassano le miei pelli asciutte io mi partirò della bottega e provediròne un’altra». Zanobio, che tutto ode, pensa in tutto ’l dì non orinare per poter la sera bagnare compiutamente le pelli di Ganfo. Ganfo, che s’era acorto del tratto, andò alla pescaria e quine trovò un luccio grosso di più di libre xx e quello comprò. Fulli ditto quello volea fare di quel luccio così grosso; lui rispose: «Li preghi che monna Tedora mia dolce moglie fece a Dio e l’orazione de’ frati mi fenno risurescere; e pertanto io voglio che quelli godano». E così si diliberò da coloro che li dimandavano ridendosi di lui.

Giunto a casa Ganfo disse alla donna che conciasse quel luccio, salvo la testa che la volea portare a frate Zanobio, ch’era molto santo. La donna quello crede e conciò il resto; e Ganfo quella testa ne porta secretamente alla sua bottega senza che altri se ne acorgesse.

Zanobio calzolaio avendo il giorno molto beuto e ritenuta l’orina per poter le pelli di Ganfo guastare, giunse con grande volontà alla scala e aperto il buco misse il marcifaccia giuso e cominciò a orinare. Ganfo questo vedendo, aperto la testa del luccio e ’l marcifaccia preso e strettamente colle mani serrato la testa, intanto che Zanobio credette che fusse la gatta, dicendo et alettando la gatta con dolci parole. Ganfo dimostrando esser gatta, dicendo: «Miau, Miau», stringendo la testa del luccio, Zanobio non potendo più sostener per lo dolore, e fu costretto a dover gridare. Li vicini accorrendo e trovando Zanobio col marcifaccia giù della scala, stimando la gatta di Ganfo averlo preso, e biasmando Zanobio del vituperio che avea fatto a Ganfo — avendo sempre afermato Zanobio che i topi eran quelli che le pelli bagnavano — disseno tutti al ditto Zanobio che se male ne l’è avenuto l’ha bene comperato. Zanobio che per lo dolore era quasi finito e non potendo parlare, stimonno i vicini Zanobio morire e diliberonno andare a casa di Ganfo per aprire la bottega e per levare la gatta dal marcifaccio. Ganfo, sentito questa voce, presto, acciò che non vi fusse trovato, lassò et aperse la testa del luccio. Zanobio tramortito fu portato in sul letto. E chiesto il prete, e’ confessòsi per fallo commesso chiedendo a Ganfo perdono, e in poghi giorni passò di questa vita. Di che Ganfo per amenda secretamente ogni dì per la sua anima diceva una avemaria.

Ex.o iiii.

V

Essendo stato il preposto a dormire mentre che l’altore dicea la ditta novella, svegliandosi, sentendo le donne e li omini ridere dimandò qual’era la cagione. Fulli per alquante giovanette baldanzose ditta la novella del marcifaccio; e quella intesa, come loro incominciò a ridere, dicendo a l’altore che ne dica una la quale lui senza dormire ascolterà volentieri fine che alla città di Pistoia perveranno. L’altore rispuose che sarà fatto e disse:

DE MAGNA PRUDENTIA

De’ Re Gostanzo di Portogallo e della donna, figliuola de’ Re di Tunisi.

Lo re Gostanzo di Portogallo avendo preso per donna la figliuola de’ re di Tunisi nomata Galiana, bellissima e giovana e atta più tosto a du’ che a uno per la sua fortezza e bellezza, divenne che, essendo venuta a marito al ditto re Gostanzio e di le’ Gostanzio re rendendo molto diletto e piacere, contentandosi di lei più che marito mai donna che avesse, divenne che la ditta Galiana reina, non parendoli avere a sua sofficienzia il suo contentamento, secretamente delle parti di Tunisi ebbe un giovano bellissimo in forma di femmina vestito in forma di cameriera, afermandoli esser mandata dalla madre per sua compagnia; la reina quella, di volontà di Costanzio re, ricevette.

E stato alquanto tempo insieme, la ditta nuova cameriera dormendosi colla reina <come> si convenia, prendendo diletto insieme, avenne che una notte lo re Gostanzio dormendo, in visione li parve vedere uno ramarro grossisimo che carnalmente con la sua donna giacea. Lo re stupefatto con tremore si destò avendo già nel cuore concetto nuova malizia, sì per l’amore che portava alla donna sua, sì per la paura che quasi di spasmo morìo. E mandato per suoi maestri e istrolagi narrando la sua visione e la cagione della sua infermità, li quali senza alcuno rimedio partendosi non sapendo trovare il tinore né la ragione di tal malatia, lo re e i reali veduto tal fatto, avuto novo consiglio e narrato il difetto de’ re, fu deliberato, doppo molti consigli, che si mandi per tutta Cristianità e per la Giudea imbasciaria con pieno mandato che qualunca persona promette di guarire lo re che in recomenda e’ d<a>rà tutto ciò che altri sa dimandare salvo la corona e la donna. E qual persona promettesse e non facesse sano lo re, sia morto. Questo consiglio piacque a tutti e, fermato con bolle e carte, si dessero molti imbasciadori in più luoghi; e massimamente per la Italia s’elesseno tre imbasciadori onoreveli con piena balìa.

E perché de li altri non è da far menzione, tornerò a dire che giunti i ditti imbasciadori a Vignone e quine non trovando rimedio allo re, si dirizzonno verso Saona e dapoi alla città di Genova; e intrati in mare pervennero a Pisa, sempre investigando di savi omini. Giunto in Pisa, pogo acquisto fenno: si dirizzonno verso Lucca. E stati a Lucca alcuni dì, passonno per la via di Pistoia. E perché in Pistoia arenno più tosto trovato di molte barlette che astrolagi, niente acquistarono, e caminaron verso Firenze per la via del Pogio a Caiano. Essendo del mese di luglio, inne’ grandi caldi, i preditti imbasciatori giunseno a Paretola e quine sposarono, dando pensieri che loro e’ loro cavalli e famigli mangiassero e alquanto posassero.

E veduto l’ora da doversi partire per andare a Firenze, domandaro del camino: fu per uno cavalieri fiorentino nomato messer Aluisi Salviati, il quale quine era venuto per ispasso, ditto: «Io vado a Firenze, noi possiamo andare insieme». L’imbasciadori, vedendo costui in forma di cavalieri e solo, stimonno co’ lui seguri potere andare a Firenze. E intrati in camino e caminato alquanto, l’uno delli imbasciadori parlò dicendo: «Messer, acciò che non c’incresca la via, montate in sul nostro ronzino e noi monteremo insul vostro». Messer Aluisi, che vedea il suo cavallo esser da poco e quello dello imbasciadore d’assai, quasi isdegnato niente rispuose. E caminando vennero a una acqua, la quale per lo distruggere della nieve lo giorno era assai grossa e torba. E giunto quine uno delli imbasciadori disse: «Messere, se io fusse conte come siete voi, a ogni acqua farei un ponte». Messer Aluisi più malanconoso arebbe volentieri abandonatoli, ma pur la gentilezza lo fe’ star fermo senz’altro parlare tanto che funno presso a Firenza a una arcata. E di quinde vedendo alquanti lumi con preti uscire fuora della porta di Firenza disseno a messer Aluisi che voleano dire quelli lumi e preti. E messer Aluisi disse: «Èglie uno morto che si porta a soppellire». Li ambasciatori dissero: «È morto o vivo?» Messer Aluisi scornato e più malinconoso a niente risponde. Et entrati dentro in Firenze, messer Aluisi li acompagnò all’albergo della Scala al Ponte alla Carraia che quine era vicino e tornòsi a casa sua, innella quale altri che una sua figliuola pulcella d’età di anni xiiii nomata Calidonia in quella casa dimorava con messer Aluisi.

Giunto messer Aluisi, la figliuola a l’usato modo fattoseli incontra e vedutolo malanconoso cominciò a dimandare il padre qual fusse la cagione della sua malinconia; alla qual messer Aluisi narrò tutto ciò che li imbasciadori forestieri li aveano fatto e ditto. Calidonia, udendo tutto ciò, pregò il padre che si confortasse e che li piacesse che quelli imbasciadori la mattina seguente fusseno a desnare con lui. Messer Aluisi udendo la figliuola disse: «Dolcissima figliuola, come possiamo noi ricevere tali, che non abiamo tanto?» La figliuola disse: «Padre ottimo, io impegnerò la mia palandra e con quelli denari faremo onore a quelli forestieri». Lo padre piangendo disse: «Come comparirai a Santa Riparata e alle feste tra l’altre pulcelle disonestamente vestita?» Al cui Calidonia rispuose: «Padre perfetto, sperate in Dio e Dio di tutto ci ristorerà». Alle cui parole il padre disse ch’era contento.

E ristrinte le lagrime dentro, all’albergo della Scala se n’andò e quine trovò li ambasciadori; e fatto la debita reverenzia, l’invitò per la mattina rivegnente a desnare seco. Lo magior de’ tre, vedendolo assai poveramente vestito, per compassione disse che non era di bisogno. Messer Aluisi disse: «E’ conviene che ne consoliate me et una dolcissima figliuola che domatina desniate meco». Li altri imbasciadori ristringendosi col primo disseno: «Noi siamo venuti in questi paesi per investigare la salute del nostro re; e se noi non prendiamo buona domestichezza con alcuni buoni omini, come potremo la imbasciata mai compiere? A noi pare che liberamente acettassimo lo ’nvito. E perché questo cavalieri dimostra esser povero e perché ha una figliuola più bella, diciamo che, per compasione, di tal desnare li donassimo e fiorini, e così acordati acettassimo lo invito». E così fenno.

Messer Aluisi, così, malanconoso tornò alla figliuola, dicendo: «Ellino hanno acettato, come faremo?» La figliuola disse: «Bene!» E tratto la sua palandra dello scrigno e datala al padre, il padre quella con lacrime prese e a l’usurieri portola, per iiii fiorini le misse pegno e tornò alla figliuola e disse: «Ecco i denari della tua palandra». La figliuola quelli prese, di presente mandò per una sua servente che di contra a le’ stava e a lei impuose che comprasse di quelle cose che bisognavano. E fornito di tutto et aparecchiato onorevilmente, all’ora del desnare messer Aluisi, vedendo la sua figliuola aver tutto aparecchiato, di tenerezza lagrimando di tanto provedimento fatto per lei, subito si mosse et andò a l’albergo, dove trovò li tre imbasciadori e quelli richiese. Con messer Aluisi si misero in via lassando ogni loro famiglio.

Condutti a casa di messer Aluisi e sagliti le scale, la donzella con allegra e bella faccia riceuto l’imbasciadori e levate loro le mantella da dosso e fattoli puonere a sedere, aparecchiato loro l’acqua alle mani, si lavarono (né altra donzella che Calidonia non era a quel desinare, salvo la servigiale che portava e aregava le vivande e altre cose bisognevoli). Messi a mensa l’imbasciadori, el padre e Calidonia servendoli, e di molte maniere di vivande aparecchiato, vini e confetti, intanto che li ambasciadori diceano tra loro esser loro nel secondo paradiso. E così mangiaro agiatamente e con piacere.

Mangiato, prima che da taula si partisseno, Calidonia, fatta la debita reverenzia, parlò alto dicendo: «Magnifici signori, io sono vergine Calidonia, figliuola di messer Aluisi Salviati gentilissimo di Firenza, la quale per l’amor paterno e dalla ragione costretta mi stringe il dovere a chiarire le vostre menti d’alcune cose per voi narrate allo mio dolcissimo padre, lo quale d’alcuno pensieri costretto non vi potéo dare quella buona risposta che l’animo vostro desiderava; e pertanto a me come di sua carne nata, fia di dovere le suoi mancate cose ristorare. E pertanto vi prego che degnamente ascoltiate quello dirò». L’imbasciadori, parendo loro esser costei cosa divina più che umana, funno contenti d’ascoltare quello ch’ella dir volesse.

La quale cominciò a dire: «Quando per voi fu ditto a mio padre che montasse in sul vostro cavallo e voi in sul suo per non increscere il camino, rispondo che altro non volovate se non che ’l mio padre dicesse alcuna novella e voi il simile». L’imbasciadori disseno: «Voi dite la verità». «Alla parte che voi diceste dell’acqua e del ponte rispondo: se mio padre fusse ricco come già fu, tutto arè’ fatto ciò, che arè’ fanti che arenno fatti la via dinanti alle sell’e arenno portati buoni fiaschi di vino». L’imbasciadori disseno: «Certo dite il vero». «Alla parte voi diceste se quello era corpo morto o vivo rispondo che se tale innella sua estrema vita fu ben disposto, che quello era vivo, o se fu mal disposto, lui era morto». L’imbasciadori avendo auto da costei la soluzione delle lor questioni funno assai più lieti che di prima.

E fatto silenzio a queste parole, Calidonia cominciò a dire a questi imbasciadori, pregandoli che d’onde fussero e dove andassero e la cagione e perché dovesseno a lei narrare. Lo magior de’ tre imbasciadori udendola cominciò a dire: «Costei vorrè’ sapere quello che a noi sarè’ vergogna narrareli». E deliberato voler il dono de’ fiorini C lassare, strintosi insieme co’ compagni di tali denari li compagni rispuosero che veramente a loro parea che di tutto ciò che la giovana avea domandato essere da narrarli, sperando di ciò potere più tosto prenderne alcuno frutto che altro; e narratoli e datoli fiorini C prendere loro camino.

E messo in efetto e tornati a sedere dove s’erano levati, il magiore narrò sotto brevità tutta la loro faccenda et il perché e d’onde veniano et u’ andavano. Udito a pieno Calidonia tale imbasciata, disse loro: «Che guigliardone o vero premio arà chi il vostro re liberasse?» Li quali rispuoseno e mostronno la loro balìa. Calidonia preso licenzia dal padre di parlare, il padre dandolali non sapendo di che volesse parlare, ella disse: «Signori ambasciadori, ii principali cose, le quali <vorrei> che con sacramento mel promettiate». L’ambasciadori ciò udendo dissero che volentieri prometteano e disseno che ella chiedesse. Calidonia aregato quine uno libricciuolo di Nostra Donna in sul qual fece giurare a’ ditti imbasciadori, e prima giuronno che mai a persona del mondo non manifesterenno lei esser femmina ma sì medico, e simile farenno che’ re farè’ tutto ciò ch’ella chiedesse, offerendose a esser morta se di tal malatia non guarisse il re. Fatto il sacramento e data la imposta del partire l’imbasciadori lieti si tornarono all’albergo.

E il padre di Calidonia pensoso e con grande malinconia delle cose promesse ritornatosi in casa, disse: «O Calidonia, mia dolcissima figliuola, o che è stato quello che hai promesso?» Calidonia rispuose e disse: «Sperate in Dio e faite bene et ogni bene ve ne averrà. Et ora si parrà quanto del vostro sangue gentile et il vostro cuore ardito di consentire alla vostra figliuola: per Dio, dite di sì!»

Messer Aluisi, che (come) sì l’amava, disse: «Dì e comanda ciò che vuoi et io farò tua volontà.» Calidonia disse: «Padre, vendete questa casa e faite d’averne fiorini viii cento e quelli a me aregate». Lo padre disse: «E’ sera fatto». E subito la ditta casa vendéo sotto nome di maritare la figliuola, per fiorini viii cento e quelli auti a lei li portò. Li quali subbito diliberò si spendesseno in questo modo: prima, che per lei si comprasse uno ambiante di pregio di fiorini 80; et uno ronzino per uno famiglio di fiorini xx: et uno trottieri per lo padre di fiorini 80: e una mula o vero cavallo per una valige di fiorini xx. E per lei si facessen iii veste, l’una d’un bellissimo drappo a oro di stima di fiorini 150, con tutt’i fornimenti: e uno vestire in forma di medico con uno cappuccio grande foderato di vaio, di pregio di fiorini 50; et uno altro vestire per modo di cavalcare con stivali valigi e cappello, di spesa in tutto di fiorini 50. E al padre ordinò di vestimenti assai orrevili oltr’a quelli avea, di spesa di fiorini c. Lo resto de’ ditti fiorini 800, colle massarizie di casa, con altre cosette, in somma di fiorini 500, si misero in borsa. E col nome di Dio si partiro di Fiorenza del mese di luglio.

E tanto caminarono che del mese di ogosto giunseno alle confini de’ re di Portogallo. E mandato innanti alcuno a cavallo notificando la venuta del nuovo medico, lo re tutto ralegratosi mandò loro incontra molti baroni più giornate. E giunti insieme, onorevilmente acompagnati innella città ov’era lo re Gostanzio, condutti e sposati al palagio reale, lo medico andò visitare lo re e confortò a cui lo re fe’ bella ricevuta e molto sperò sanità. Riposati la sera, li ambasciatori parlonno a’ re dicendo che certo lo medico lo volea guarire, ma che volea che a lui fusse atenuto «quello abiamo promisso, offerendose voler morire se di tal malatia non vi guarisce». A cui lo re rispuose e disse che la mattina volea che in presenzia de’ reali e baroni l’obligo fusse fatto; e così fe’ comandare. E al medico fe’ dire che prima che ad altro si vegna, che volea che fusse seguro della promessa.

Venuta la mattina e raunato il consiglio, lo re fattosi portare e quine venuto il medico, in presenza di tutti lo re promisse e di ciò si obligò: escludendone la corona e la sua donna, ogni altra cosa messe in abandono. Fatto questo, il medico s’obligò che se di tal malatia non lo guaria lui volea esser morto, nè altro premio volea. Piacque a’ re e a li altri l’obligazioni. E fatto questo lo medico disse: «Santissima corona, prima che io vegna ad alcuna medicina, voglio che a me sia conceduto libero e mero imperio in tutta la vostra famiglia e simile della vostra persona come se fusse voi». Alla qual parte lo re fu contento, dandoli piena balìa sopra di sè e di tutta la sua corte, così de li omini come delle donne; e tale comandamento fe’ fare sotto grieve pena.

Avuto il medico nuovo tale giurisdizione e volendo provar se con efetto era ubidito, non molti giorni apresso fuen venuti che fe’ raunare tutte le genti d’arme e messi innella sala, innella quale fe’ venire lo re. E venuto, lo medico comandò che quelli armati traesseno fuora le spade: le quali cavate, subito comandò, stando presso a’ re, che venisseno a uccidere lo re. Coloro mossi da tale comandamento e venuti per amazzare lo re, lo medico disse: «Non faite, tiratevi indirieto». E così fenno. E veduto il medico che ogni dominio avea della casa e delle persone, dandosi a investigare della condizione della donna e della sua nazione, trovato che quelle di quel paese tegnono che du’ lo fanno meglio che uno, stimò per certo costei non dovere stare contenta solo de’ re, ma con altri saziare la sua bestiale volontà. Et eziandio, per suo intelletto il ditto medico comprese innella faccia d’alcuna cameriera esser alcuno atto maschile. Di che stimando la sua medicina potere adoperare, divenne che a mezzo settembre fe’ richiedere e volse aver tutti, maschi e femine, per li loro propri nomi. E quelli avuti, fe’ loro comandare che sotto pena della morte ciascuno fusse innella grande sala de’ re, là u’ quine era fatto uno nobilissimo letto innel quale lo re si dovea posare.

E venuti tutti, ciascuno secondo il suo grado e tal con armi, e le donne onorevilimente vestite, e fatto la richiesta di ciascuno e trovandosi tutti esser quine venuti; lo medico facendo puoner da parte le brigate, e prima li reali, apresso li gentili omini, poi li scudieri e famigli e generalmente tutt’i maschi sanza arme; e tutti quelli che armati erano il ditto medico innel mezzo della sala apresso a’ re li ritenne colle spade nude in mano. E voltosi a madonna la reina e l’altre reali e donne che quine erano, e quelle fe’ stare apresso de’ letto de’ re; e doppo queste, loro cameriere e servigiali, digradando la stanza delle camerieri secondo la stanza delle loro donne. Fatto tale essembramento, comandò a’ ditti armati che qualunca fusse quello o quella che del suo luogo si movesse senza sua saputa o che subito non facesse quello che fusse comandato, che di presente fusse fatto morire. Disposto ognuno di ubidire il suo comandamento, e lui subito comandò che lo re fusse spogliato nudo come nacque: e fu fatto. Apresso che tutti li reali e li altri baroni et omini si dovessero nudi spogliare: e fu ubidito. Comandò loro che non si rivestano senza sua licenzia. Or chi vedesse massarizie aparecchiate a turare buche! Certo assai ve n’avea.

La reina, che sapea l’opera che tenea, dubitando e stando sospesa, e quasi diliberata di partirsi fue tutta mossa, ma non potendosi partire steo a vedere. E rivolto il medico verso a la reina e all’altre donne dicendo: «Spogliatevi»; e non potendo resistere, tutte si spoglionno nude. E i panni di ciascuna fatti discostare, lo medico con uno torchio acceso (perché s’apressava a sera et anco perché lo re fusse più certo della sua entenzione) acostandosi alla reina e faccendo a quella aprire le gambe, co’ lume dimostrò a ciascuno lei esser femina. E così andò a ciascuna dell’altre donne.

Giunto il medico alle camberiere e vedutane una infra l’altre tener le gambe molto chiuse, comandandoli che quelle aprisse, lei pure stringendo, la compagna che da lato l’era disse: «Or come, non pensi tu ubidire il nostro medico? E non credi tu che altri abia così caro lo suo onore come tu lo tuo?» E aperse le braccia: afferrandoli le cosce, le gambe aperse. E come quella l’ebbe aperte, subito li uscìo dinanti uno pasturale che sarè’ stato sufficente a ogni gran prelato. Lo medico co’ lume acostandosi e trovando questa cameriera con sì fatta massarizia e così fatto manico, per lo qual il ditto medico comandò a madonna la reina che conducesse la sua cameriera dinanti a’ re col manico in mano. La reina costretta e di paura tremante, in presenzia di tutte le donne e di quelli omini condusse a’ re la sua cameriera. Lo medico domandò tal cameriera d’onde fusse e di che nazione. Lui rispuose ch’era dell’alte montagne, nato di vile condizioni. Allora il medico disse: «Santa corona, questi è quello ramarro che ha giaciuto colla vostra donna reina». Lo re vedendo tal fatto, subito, senza rivestirli, senza alcuna cosa, in presenzia di tutta la corte e del populo in sulla piazza li fe’ insieme ardere. E così morinno.

E fatto tale giustizia e fatti rivestire ogni persona, incominciato i’ re a prender conforto, richiesti tutti i medici della terra per dare a’ re confezioni ristorativi, in poghi giorni il ditto re fu sano et in buon punto e fresco più che rosa di magio.

Lo medico nuovo, sentendo la sanità de’ re, parlò colli imbasciadori dicendo: «Ogimai è tempo che io me ne ritorni in mio paese, e per merito io vi voglio pregare che dichiate a’ re che mantegna la promessa e ’l sacramento fatto». L’imbasciadori se n’andorno a’ re e disseno: «Santa corona, lo medico ci ha ditto che vorrè’ che voi li atenesse la promissa e ’l sacramento fatto, e vuole che in presenzia di tutta la vostra corte, donne e cavalieri, li facciate quello che a voi chiederà». Lo re rispuose: «Volentieri, ma ben sono male contento che sì valente omo et assai giovanetto se ne vada, che sarei contento che qui dimorasse». Li ambasciadori disseno: «Faite il vostro dovere e poi lassate a lui il pensieri dell’andare e dello stare». Lo re fu contento et ordinò che lo dì di san Michele Arcangelo, «che serà in domenica, vegna a chiedere ciò che li piace et io l’aterrò meritamente secondo la promessa fatta».

Tornati l’imbasciadori al medico e tutto narrato, fu contento. E disse al padre: «Padre dolcissimo, omai è tempo che Dio ci ristori di tutti i vostri e miei affanni. E pertanto piacciavi, come sempre siete stato meco in una camera a dormire, così domenica mattina sarete a conciarmi. E faite che io abbia del lustro che s’usa a Firenze, che io voglio dimostrare più bella <ch’io> sia». Lo padre, ch’era disposto a tutto servirla, comperò di quelle cose che a far belle <le> donne si richiede e <a> lei <le trasse>.

La domenica mattina, vestita quella onorevile robba, conciatasi la bionda treccia e legiermente alla costa avoltasela et in capo uno capuccio grande in modo di medico messosi et uno mantello scherlatto in dosso che niente della palandra si vedea, e ben parea un piacevole e giovano medico, intanto che molte volte le donne che lui aveano veduto, e massimamente la mattina, s’inamoronno di lui.

E raunato i’ re con tutti i baroni e donne lo dì nomato, fu richiesto lo medico che venisse a chiedere la grazia promessa. Et uscendo di camera aconcio come ditto, e dirieto il padre vestito onorevilmente, e giunti innella sala là u’ da tutti li fu fatto sommo onore e venuto davanti a’ re, lo re li parla, doppo il molto contentamento avuto per la sua venuta, che lui era presto a tutto ciò ch’e’ chiedere sapesse, salvo la corona; e così presente tutti i baroni e donne promisse. Al quale rispuose: «Io, chi mi sia, sono nato di gentil sangue e di buona e reale terra e il padre mio ho avuto sempre apresso di me. E se vi piaccia che io dica tutto quello che a me bisogna e di mia condizione in processo del mio ragionamento, sì <vi> suplico <rispondere> alla mia domanda. E se questo promettete, dirò. Lo re di nuovo giura e promette di tutto fare.

Allora, mutato parlare, disse: «Carissimo re et a me signore, voi sete senza donna, et onesta e savia bisognerè’ al vostro magnifico stato, e non di quelle che disonestamente viveno, come già lo provaste. E pertanto io vi chiego che vi piaccia prendere Calidonia figliuola vergine di messer Aluisi Salviati, di Italia nata, per vostra sposa e moglie legittima. E acciò che possiate esser certo della sua bellezza e bontà, vi dico che io sono quella che vo’ che vostra sposa sia». E gittatosi il mantello da dosso e il capuccio di capo, rimase in sì fatta robba lustrante come il sole.

Lo re, questo vedendo, mille anni parendoli d’averla, contento con uno anello in presenzia di tutti la sposò; e la festa fu inestimabile, lodando il suo senno, lo re tenendosi il più contento uomo del mondo, disponendo il padre di Calidonia conte; e insieme vissero lungo tempo.

Ex.o V.

VI

Essendo stato il preposto colli orecchi aperti per scoltar la novella del re Costanzio, la quale piacque a tutta la brigata, e massimamente alle donne piacevoli et oneste aver sentito la providenzia di Calidonia. E pertanto, perché il camino non rincresca alla brigata, fue pregato l’altore che dovesse passare il camino con qualche dilettevole novella: «Fine che al bel castello di Prato sarà la nostra posata». L’aultore desideroso di contentare la brigata, voltatosi a’ signori et alle donne che quine erano e a li altri onesti, dicendo:

DE SUMMA JUSTITIA

Di monna Ambrogia e Cateruzza sua figliuola.

Fue in Milano città di Lombardia, al tempo di messer Bernabò, una donna ostratrice, o vero balia da levare fanciulli, nomata mona Ambrogia, la quale avea una sua figliuola di xiii anni nomata Cateruzza, bellissima e savia donzella, la cui mona Ambrogia in ogni luogo la conducea seco per non riceverne beffe. E massimamente la conducea in casa di madonna Reina, donna di messer Bernabò, che molto spesso Reina ve la facea venire prendendo della ditta Cateruzza molto piacere.

Divenne che un dìe un cavalieri di corte nomato messer Maffiolo s’inamorò di costei e pensò con certo modo la ditta Cateruzza prendere e di lei far sua volontà. E come pensò misse in efetto: che, ritornata in casa la ditta Cateruzza non essendovi la madre, quella rapìo e condussela alla casa sua e quine faccendone suo volere. Monna Ambrogia non trovando la figliuola in casa, dolendosi di tal cosa e lamentandosi con Madonna Reina, la quale subito lo <fe’> sentire a messer Bernabò di che messer Bernabò fe’ mandare molti bandi, sotto grievi pene si dovesse rendere la ditta Cateruzza.

E mentre tali bandi funno oservati (che più di xx giorni passarono, sempre messer Bernabò mandò bandi), divenne che essendo messer Maffiolo sazio della Cateruzza, che moltissime volte avea provato sua cavalleria con lei, parendoli tempo di rimandarla, sperando dapoi a ogni sua volontà poterla avere, e chiamò a sè Cateruzza dicendo: «Io voglio che ti torni con tua madre, et acciò che meglio possiate vivere e se caso venisse che ti volesse maritare possi, ti dono questi c fiorini. E che a persona del mondo non manifesti là u’ se’ stata». E questo ditto, subito la prese, basciandola, e una volta la danza amorosa li fece e con c fiorini ne la mandò promettendoli gran fatti.

Tornata Cateruzza a casa, la madre vedendola cominciò a gridare: «Oimè, Cateruzza, dolce figliuola, dove se’ stata?» E questo dicea sì alto che tutto la vicinanza sentia il gridare della madre. Cateruzza, che già sentito avea la dolcezza dell’uomo, disse: «Madre mia, state cheta che colui che mi prese m’ha dato fiorini c, li quali con questi mi potrete maritare». La madre non curando tali parole, ma di continuo gridando tanto che all’orecchie di messer Bernabò di madonna Reina fu venuta; e subito la donna richiesta che a madonna Reina venisse, con Cateruzza lei si mosse e alla corte n’andò là u’ messer Bernabò con madonna Reina era.

Venuta la madre con la figliuola, messer Bernabò volse sapere chi l’avea rapita. Fu ditto che messer Mafiolo suo cortigiano l’avea rapita e per forza di casa cavata e seco tenuta più di xx dì e di lei avea preso suo contentamento. Messer Bernabò ciò sentendo, subito fe’ richiedere messer Mafiolo; il quale andò dinanti a messer Bernabò sperando che altro volesse, e quine veduta la Cateruzza e la madre e Madonna Reina con altre donne, dubitò forte e pensò potersi scusare. A cui messer Bernabò disse: «Messer Mafiolo, come, avete voi diservito Cateruzza?» Rispuose messer Mafiolo: «Io l’ho ben contentata». Messer Bernabò rivoltosi verso la madre di Cateruzza et alla figliuola, disse: «Udite che dice che v’ha ben contenta?» La madre e Cateruzza disseno: «Signore, e’ non è la verità, né siamo né saremo mai contenti, se voi non fuste quello che contentar ci facesse». Alle quali parole messer Bemabò rivoltosi verso messer Mafiolo dicendoli se volea che lui aconciasse questi fatti, rispuose messer Maffiolo di sì. E simile si rivolse a Cateruzza e alla madre e tali parole disse loro; ellino rispuoseno di sì.

Allora messer Bernabò stimò che messer Mafiolo avea di valsente fiorini vi mila; e chiamato uno cancillieri fe’ fare carta che messer Manolo prendea Cateruzza per moglie e che lui la dotava fiorini vi mila. E simile, che Cateruzza prendea per marito messer Mafiolo. E rogato il contratto, rivolsesi a messer Mafiolo dicendo s’è contento; lui disse sì. E dapoi rivoltosi a Cateruzza dicendoli se ella era contenta, avendo Cateruzza assagiato quello ugello (posto che forzatamente vi fusse condutta, li piacque), disse di sì. E contente le parti messer Bernabò disse: «Ora s’ha a contentare me». E voltosi verso Mafiolo dicendoli: «Mafiolo, come hai avuto tanto ardimento sotto la mia signoria a rapire le pulcelle e donne altrui, e se’ stato sì presuntuoso che a’ miei bandi non hai ubidito?», Maffiolo disse: «La volontà bestiale m’indusse a fare quello che io feci». Messer Bernabò disse: «E come bestiale te ne farò portare la pena». E subito per lo podestà li fece tagliar la testa e la ditta Cateruzza a uno suo cortigiano gentile e povero la maritò, con assegnarli quello ch’era stato di messer Maffiolo.

E per questo modo messer Bernabò usò somma giustizia.

Ex.o vi.

VII

Lo magnifico preposto coll’altra brigata giunto colla dilettevole novella a Prato essendo sera, lodando la somma e bella giustizia fatta per messer Bernabò, disse a l’altore che per lo dì seguente ordinasse qualche bella novella per dar diletto alla brigata fine che alla città di Firenze perverranno, L’autore, asottigliandosi, pensò di dire il contrario stato seguito a quello che messer Bernabò fece, volgendosi alla brigata lo dì seguente, parlando in questa forma, dicendo:

DE JUSTITIA ET CRUDELITATE

Del conte Lambrusco da Rodello, omo più tosto da rubare che da offerire.

Un conte di Frignano nomato lo conte Lambrusco da Rodello, omo più tosto a rubare che a offerire, avendo sotto alla sua giurisdizione uno buono omo mercadante nomato Guaspari, ricco e savio, il quale avendo d’una sua donna assai giovana, di anni xxx <nomata Onesta>, auto una bellissima fanciulla — la quale prima che il ditto Guaspari morisse pervenne a l’età di xiii anni avendo imparato a traer seta de’ filugelli faccendone l’anno gran quantità —, Guaspari amalando morìo, lassando la donna di xxx anni e la figliuola di xiii. Stimando lui che la moglie né la figliuola dover stare senza marito, pensò di dividere il suo, e la metà alla figliuola <e la metà alla moglie lassò>, sì veramente l’una senza l’altra maritar non si dovesse. E in caso che la moglie si maritasse, e non la figliuola, niente avesse; e così della figliuola. E passato di questa vita, la donna savia onestissimamente colla figliuola si stava, faccendo loro seta e guadagnando, mantenendo salvo il loro onore e del marito, intanto che per tutto il Frignano si dicea Guaspari non essser morto al modo che si tenea Onesta in casa.

Divenne un giorno che la fanciulla, la quale per vezzi li fu posto nome Nanna, andando per uno mazzo di seta da’ luogo dove la traeano e passando presso dalla casa d’uno donzello del conte, nomato Arduigi, il preditto Arduigi quella rapìo e ’l mazzo della seta che valea più di fiorini C li tolse e violentemente la sfregiò, intanto che tutto il vicinato lo sentìo.

Madonna Onesta sua madre, ciò sentendo, richiesti alquanti suo’ parenti se n’andò a casa del conte narrando quello che Arduigi suo famiglio avea fatto della figliuola. Il ditto conte vedendo quine madonna Onesta et alcuno suo parente, licenziati li parenti sotto spezie di fare ragione a madonna Onesta e quelli partiti lassando la donna, lo conte quella riguardando disse: «Il vostro nicchio che portate di sotto fu fatto perché il romano dentro vi si metta». E messoli le mani a dosso e gittatola in terra con puonerli la mano alla gola, di lei ebe suo contentamento ii volte. Fatto questo, lo preditto conte Lambrusco mandò per Arduigi suo donzello dicendo che menasse la Nanna seco.

Arduigi sì tratosi a mal grado della Nanna sua sfrenata voluntà, al conte mandò la Nanna colla seta che avea seco. Lo conte ciò vedendo disse: «Madonna Onesta e voi, Nanna, questi vostri nicchi non si vorrebeno lassare senza romano dentro. Come io hoe il mio romano messo innel nicchio di madonna Onesta, el mio donzello l’ha misso innel nicchio di Nanna. E pertanto, per l’affanno che Arduigi ha durato d’aver aperto la prima volta il nicchio della Nanna, voglio che questa seta li rimagna. E perché io non fui il primo che ’l nicchio di madonna Onesta apersi, non vo’ niente». E per questo modo mantenne giustizia.

Andatosene le donne a casa e i loro parenti questo sapendo e non potendo altro fare, con preghi divotissimi ogni giorno pregavano Idio che, poi che ’l conte ha contrafatto a giustizia, che lui giudichi il diritto. E non molto tempo apresso essendo il ditto conte andato alla caccia e con lui molti famigli e infra li altri Arduigi, divenne che faccendosi mal tempo una saetta percosse il ditto conte e il ditto Arduigi et alcuni altri. E così malamente finirono. Sentendosi tal morte, subito fu stimato il peccato commesso innella donna Onesta e innella figliuola li ha sì condutti. Li parenti delle donne confortando il prendere marito, a uno che avea uno suo figliuolo madonna Onesta si maritò e la Nanna diede al figliuolo.

E visseno insieme in concordia buon tempo.

Ex.° vii.

VIII

La notte riposatosi il preposto e l’altra brigata in Firenze, levandosi la mattina e ricordandosi della mala giustizia per lo conte ditto fatta, biasmando molto tale signoria, e’ voltòsi verso l’autore dicendo: «Noi abiamo a fare lungo camino verso Siena e assai increscevole; e pertanto per non patire affanno ne faremo ii giornate, faccendo stasera posata all’albergo della Bell’Oste a l’Ancisa». L’autore rispuose di farlo e voltatosi alla brigata disse:

DE TRANSFORMATIONE NATURE

Di messer Renaldo de’ Buondalmonti di Firenze

In Firenze, dove stanotte albergammo, era uno giovano cavalieri nomato messer Renaldo Bondalmonti, assai ricco e bello e gran vagheggiatore, che più giovane vergini per la sua astuzia avea condutte a fare la sua volontà; e simile a molte maritate avea fatto puoner a’ loro mariti le corna in capo e disonestamente molte vedove e monache avea avute, intanto che molti richiami i parenti del ditto messer Renaldo aveano. E perché era di gran casa ognuno sel comportava meglio potea.

Divenne, i ditti parenti un dìe avendo messer Ranaldo con loro a desnare li disseno male de’ modi tenea e il pericolo che di ciò si potesse avere, lodandoli il togliere moglie. E doppo molti parlari, il ditto Ranaldo, volendo alla volontà de’ parenti consentire e dubitando che a lui non fusseno poste le corne come ad altri l’avea già poste, disse: «Poi che vi piace che io prenda moglie, io la vo’ prendere a mio senno». Li parenti consentendo dissero: «Quale ti piace faremo l’arai». Rispuose messer Ranaldo: «A me piace Ginevra, figliuola di messer Lanfranco Rucellai: bene ch’ella sia povera, ella è ben nata et onesta fanciulla; che io so quello mi dico, tante n’ho provate in questa terra».

La ditta Ginevra era bellissima et onesta e simplici, che mai domestichezza di persona avea auto, né mai di casa uscita non era e quasi non pensava fusse in Firenze altri che ’l padre e la madre, perché mai non si puose a finestra e poche persone in quella casa entravano; e così, puramente s’era stata. Parendo a messer Ranaldo poterla a suo modo condurla, disse a’ parenti che quella volea.

Li parenti, subito partitosi e trovato messer Lanfranco, la loro intenzione li dissero. Messer Lanfranco questo udendo, parendoli che costoro lo beffasero disse: «Dite voi da dovero?» Rispuoseno: «Sì, messer Renaldo l’ha adomandata, che se sete contento non vi date impaccio di niente: lui la vuole prestamente e noi abiamo da lui di poterla fermare». Messer Lanfranco, contento, distese la mano; e impalmegiatola, li parenti di messer Ranaldo si partirono e tornoron a messer Renaldo dicendo ch’ella era ferma. Messer Lanfranco, tornato a casa, alla sua donna disse il fatto. La donna contentissima disse a messer Lanfranco che trovasse uno notaio che vegna con messer Ranaldo acciò che il matrimonio si fermi, pensando che messer Renaldo non si pentisse.

Partitosi messer Lanfranco e trovato messer Ranaldo, abracciandosi insieme, messer Lanfranco disse quello che la donna l’avea imposto. Messer Ranaldo contento, trovato li suoi parenti e uno notaio e preso un bellissimo anello, a casa di messer Lanfranco n’andarono, dove quine messer Lanfranco con alcuni suoi parenti et alcune donne trovarono. Venuto il notaio e fatto lo contratto, messer Ranaldo li misse l’anello; e prima che di quine si partissero, dienno ordine che ’n di xx ferraio, che venir dovea in domenica, la volea menare. E così ordinato, li panni si fenno tagliare et ogni altra cosa, in presenzia di tutte le donne, prima che di quine neuno si fusse partito.

E preso la misura dello ’mbusto e delle braccia e delle gambe da’ panni tagliati, senza a persona apalesare sua volontà, e con tali misure se n’andò a uno armaruolo dicendo: «Io voglio una barbuta et un paio di bracciali, e guanti corazza e gambiere, et una spada, che tra ogni cosa pesi libre V, lustranti belle e atte, che chi se l’arà a mettere in dosso per sé solo le possa vestire senza alcuno aiuto». Lo maestro, ch’era intendente, disse: «Io vi servirò che tra qui e x dì ogni cosa arete, tali che paranno d’ariento. Ma io voglio d’ogni cosa fiorini xl». Messer Renaldo disse: «E tu questi abbi». E di presente lel diè dicendo che sia servito presto e bene. E con alcuna misura presa dello ’mbusto e delle braccia se n’andò a uno giubonaio e fe’ fare uno giubettino all’analda et una camicia corta per poter sopra quelle metter l’armadura, e simile calze. Ordinato e fatto i panni e l’armadura, messer Renaldo nascosamente alla casa sua portò l’armadura e giubettino calze e camicia et in uno scrigno le misse, serrato a chiave. La chiave messesi al lato.

E venuto il giorno che la sposa ne dé venire, dato e fatto lo ’nvito e le vivande, e la brigata missa a mensa, il giorno ballato e tutte cose fatte che a tal festa si richiede, così della cena come dell’altre cose; passato già mezzanotte, la madre della sposa quella messa in camera e amaestratola che ubidisca in tutte le cose messer Renaldo, pregandola non facesse motto né a persona dicesse quello che messer Renaldo li facesse, la fanciulla simplici disse: «Madre mia, io farò tutto ciò che mi comandate e quello che mi comanderà messer Renaldo». La madre lieta la misse inne’ letto.

E acompagnata la brigata, rimase messer Renaldo solo in casa con una sua zia di tempo, la quale con le suoi orazioni se n’era andata a dormire. Chiuso messer Renaldo l’uscio e le finestre, venuto in camera, disse: «Ginevra». A cui ella disse: «Messere». Lui disse: «Lèvati e vieni qua». La sposa, in camicia, simplici, si leva e va a messer Renaldo. Messer Renaldo trattoli la camicia, ella rimase nuda che pareva come nieve. Quasi messer Renaldo non potea tenere che così non l’adoperasse, ma per non darli questo modo sofferse la pena (che non so qual si fusse stato sì fermo che almeno non l’avesse baciata). E cavato fuori la camicia, <il> giubettino e le calze a Ginevra le fe’ mettere, e dapoi l’arme, colla spada in mano. E poi preso uno doppioncello acceso, e in mano lel messe e disse: «Ginevra, sta in capo di scala, in su l’uscio della camera». Et insegnò il modo e Ginevra tutto fece.

Messer Renaldo scese alquanto la scala e poi montò suso et in braccio la prese, e così subito <in su’ letto> la puose: avendosi cavato le mutande e avendo lo ’ngannatore ritto, li salìo in sul petto e isverginòla. Ginevra, sentendole alquanto, misse un pogo di voce; messer Renaldo disse: «Di vero costei ho pure avuto pulcella». E stato un poco messer Renaldo disse: «Ginevra, sta su et aspettami in su l’uscio della camera co’ lume». Ginevra mossasi et andato a l’uscio della camera col doppioncello acceso, messer Renaldo scese alquanto la scala, e su sagliendo, prese in braccio Ginevra et in su’ letto la puose, né prima la lassò che un’altra volta messe lo ’ngannatore innel luogo usato. Allora Ginevra, sapendoli buono, disse: «Buona cosa è andarne a marito». E stato alquanto messer Renaldo disse: «Sposa mia, buono sarè’ che in su l’uscio della camera fussi». La giovana, già imparato il modo, subito scese de’ letto, e apreso il doppione, in su l’uscio si puose. Messer Renaldo smontato alquanto la scala e poi sagliendo, la prese et in su’ letto la puose; e quine la terza volta contentò il suo ingannatore. Ginevra, parendoli dolcissimo, disse: «Ben abia chi marito mi diede». Messer Renaldo vedendo ch’era presso a dì, volendo alquanto posare, disse a Ginevra che si spogliasse e nuda inne’ letto ritornasse colla camicia che la madre li avea lassata. Ginevra subito ubidìo e, trattosi l’arme, la camicia lunga si misse et innel letto da uno de’ lati si puose, nè messer Renaldo a lei s’acostò.

La mattina, levato il sole, messer Renaldo levatosi per dare ordine alla festa, e la sposa inne’ letto rimase fine che la madre de’ letto la venne a cavare, dicendole: «Figliuola mia, hai fatto a senno di messer Ranaldo?» La fanciulla rispuose che mai non fu la più contenta: «Tanta dolcezza ho sentito, benchè un poco, di prima, mi paresse fatica. E di vero io sono contenta che m’avete maritata, tanta dolcezza ho sentita stanotte». La madre, che ode la figliuola esser stata la notte gioiante, fu molto lieta.

E fatto lo giorno festa, la sera, partitosi le persone, messer Renaldo disse: «Ginevra, armati». Ginevra presto fu armata, et acese i’ lume spettando. Messer Renaldo, subito montato la scala, la prese e in sul letto la puose, e quattro volte la notte fe’ suo piacere; e poi ritornò a letto, al modo usato rivestita della camicia e da l’uno de’ lati coricatasi. E questo modo tenne molte notti, tanto che <le> nozze funno livre.

Dapoi messer Renaldo, vedendola sperta della notte, pensò farla sperta del dì. Et uno giorno li disse, avendo chiuso le finestre maestre e li usci: «Ginevra, armati». Ginevra disse: «O armansi le giovane lo dì?» Messer Renaldo disse: «Sì». Allora Ginevra intrata in camera et armatasi e preso il doppioncello et acceso alla lampana e venuta in su l’uscio, messer Renaldo montata la scala disse: «De dì non bisogna lume». E presela in braccio spegnando i’ lume. Entrato in camera, essendo aperte le finestre, in su’ letto la puose e la sua volontà fornìo. Ginevra parlando disse: «Se di notte fu dolce il fatto, ora veggo che i’ lume del dì non bisogna». Messer Renaldo, per più apetirla, disse che buon sarè’ che fusse in su l’uscio armata. <Ginevra>, gittatasi presta de’ letto, in su l’uscio si puose. Messer Renaldo subito scese la scala, e rimontato, in braccio la ricolse et in su’ letto la puose e quine il secondo dono li diede; e poi disse che si disarmasse e de’ suoi panni si vestisse. E così prestamente Ginevra si disarmò e rivestisi, dicendoli messer Renaldo: «Omai saperai fare!» Disse Ginevra: «Omai sono bene amaestrata».

E dimorando insieme e più volte la stimana fattala armare, pervenne che uno dì <a> messer Renaldo fu rapresentata una lezione della podestaria di Perugia con buono salario, per sei mesi. Li parenti di messer Renaldo ciò sentendo, disseno che accettasse perché era onorevile officio: «E lasserai con tua zia Ginevra per questi VI mesi». E tanto li disseno, ch’e’ fu contento et acettò. E diede ordine di cavalcare, dicendo alla donna: «Ginevra mia, vado a Perugia, là u’ io guadagnerò de’ denari per fare una bella palandra. Tornerò presto: fa che si’ savia». Ginevra, ch’era simplici senza malizia, disse che era contenta. E così la lassò alla zia in casa.

Stato alquanti mesi all’oficio messer Renaldo, e spesso alla donna sua lettere et alcuno gioiello <mandava>, dicendo che bene stava. La donna contenta, un dì, stando ella alla finestra, uno giovano chiamato Chimento, nato di uno artifici assai di bassa mano, vedendo costei così bianca sì s’innamorò di lei in tal modo che doppo <non> molti dì si misse in sul letto malato. La madre, vedendo Chimento suo figliuolo che <. . . . . .> non avea, disse: «Figliuolo, che hai?» Lo figliuolo disse: «Io muoio, madre mia». La madre il domandò. Lo figliuolo disse: «Lo male che io hoe voi non me ne potete aiutare». La madre desiderosa del figliuolo disse: «Ogni cosa farò pur che tu guarissi». Chimento disse: «Madre mia, Ginevra di messer Renaldo mi fa morire». La madre, ciò udendo, subito la mattina rivenente se n’andò a Santa Riparata, là u’ e’ alcuna volta l’avea veduta.

Et essendo a Santa Riparata, vidde venire Ginevra colla zia del marito; e subito andato loro incontra, disse quando aveano auto léttore da messer Renaldo. Rispuoseno: «Ogni dì, e sta molto bene». E così entrato la vecchia in parole con Ginevra, sì si puose a sedere; la zia del marito andò a uno altare a dire suoi orazioni. La vecchia, vegendo Ginevra sola, si puose a lato dicendo: «Figliuola, l’anima tua andrà inne lo ’nferno per uno che fai morire». La fanciulla disse: «Oimè, o chi fo io morire?» La vecchia disse: «Uno mio figliuolo dolcissimo». Ginevra disse: «O perché?» Lei disse: «Perché non le vuoi donare il tuo amore». Ginevra disse: «Giamai nol viddi». La vecchia disse: «Elli hae bene veduto te e dice che tu se’ la più bella giovana di Firenze e se tu volessi che stasera venisse a dormire teco». Ginevra disse: «O che dire’ messer Renaldo?» Disse la vecchia: «Elli non c’è, non dirà nulla». Ginevra, udendo che andare’ innello ’nferno, per paura disse che era contenta e che la sera venisse per modo che altri non se ne acorgesse.

La vecchia, auto quello che volea, tornò al figliuolo e disseli tutto ciò che avea ordinato, dicendoli: «Figliuol mio, confortati che stasera goderai quel gigliozzo». Chimento, fattosi forte, spettando la sera; Ginevra spettando la sera che Chimento dovea venire (avendo ella volontà dell’uomo perché era stata ella senza messer Renaldo IIII mesi), pensò ella che Chimento la vorrà godere come la godea il marito: subito venuta la sera entrò in camera, e la zia se n’andò a dire suoi orazioni.

Ginevra armata di tutte armi, con una spada nuda in mano e con un doppioncello aceso, in capo di scala spettando Chimento; Chimento, veduto la sera fatta e l’uscio aperto, subito sagliendo le scale et in un salto alzando gli occhi, vidde quello armato: di paura gittatosi giù per la scala, quella scese e con tremo se n’andò a casa, dicendo alla madre che quanti panni sono in casa li metta a dosso, tal era il tremo ch’elli avea. E così la madre fece, non potendo allora dal figliuolo altro sentire. Ginevra veduto Chimento fuggire, non sapendo la cagione, chiuse l’uscio e disarmòsi, et a letto s’andò a posare.

Riscaldato Chimento alquanto, la madre di Chimento dicendo quello che avea, Chimento disse che alla morte fu presso a du’ dita, dicendo: «Un omo con una spada nuda in mano, tutto armato, mi volse dare in sulla testa. E se non che io mi gittai giù dalla scala, m’arè’ fesso fine a’ denti». La madre, ciò udendo, confortò il figliuolo, dicendo: «Io saprò domane come sta la cosa».

Venuta la mattina, la vecchia levatasi molto per tempo e andata a Santa Riparata spettando Ginevra, e poco stante, Ginevra colla zia innella chiesa entrarono. E come dinanti aveano fatto, così la mattina seguìo: che postosi Ginevra a sedere, la vecchia al lato se li apostò, dicendo: «Or ben veggo che l’anima tua andrà in inferno, che vuoi che ’l mio figliuolo muoia». Ginevra disse: «Oh, io l’aspettava et elli non volse venire, avendoli lassato l’uscio aperto. E però, prima che io voglia che l’anima mia vada in inferno, diteli che stasera vegna a me». La vecchia, contenta, sperando che così fusse, tornò al figliuolo e tutto li disse. Lo figliuolo, contento, diliberòvi d’andare un poco più tardi che la sera dinanti.

Ginevra e la zia tornate a casa, la sera venuta, Ginevra armatasi al modo di prima; Chimento, sonato la grossa, a casa di Ginevra ne gìo. Né miga parve avuto male: che, montato quasi le scale e alzati li occhi, vidde quello armato e di paura tutta la scala cadde e quasi non si fiaccò il collo e uscìo fuori e più cattivo alla madre tornò. Ginevra, vedendo questo, pensò: «Costui fa beffe di me». E chiuso l’uscio e disarmata, a letto s’andò a posare.

La vecchia, desiderosa di ritrovarsi con Ginevra per dirle villania, tutta la notte non dormìo e la mattina se n’andò alla casa di Ginevra per vedere se di quella alcuno omo uscisse. E stato alquanto, la zia di Ginevra uscìo fuori senza Ginevra et andò alla chiesa. La vecchia, vedendo aperto l’uscio, pensò trovar Ginevra innel letto con qualche omo, per poterla vituperare, e saglìo le scale. Ginevra che levata era faccendo alcuna massarizia di casa, come vidde la vecchia disse: «Veracemente il vostro figliuolo m’ha voluta mottegiare, che du’ volte l’ho spettato e lui ha fatto beffe di me». «Come?», disse la vecchia, «o figliuola mia, chi ci verrè’ tenendo tu omini armati in casa?» Ginevra ridendo disse: «Or ben veggo che elli è giovano, che in verità in quel modo che io spetto messer Renaldo, aspetto il vostro figliuolo». La vecchia pensò qualche nuovo modo e disse: «Or come aspetti tu messer Renaldo?» Ginevra disse: «o vel mosterò». E subito se n’andò in camera, et armata, uscìo fuori con una spada nuda in mano. La vecchia, contenta ch’era certificata dell’errore del figliuolo, disse: «Ginevra, messer Renaldo t’inganna». Ginevra disse: «Perché?» La vecchia disse: «Perché ti fa armare». «O l’altre non s’armano?», disse Ginevra. La vecchia rispuose: «No, ma fa un poco a mio senno: stasera quando il mio figliuolo verrà a te, aspettalo in una giubba di seta, e quello ti dice farai; e vedrai se io ti dico il vero». Ginevra disse che tutto farè’.

La vecchia partita e contato tutto il fatto, Chimento lieto; la sera venuta, la donna in una giubba con un doppioncello in mano, in sulla scala spettando Chimento; Chimento, vedendo la sera scura, entrò in casa; e sagliendo la scala, Ginevra abracciata, e basciòla. Ginevra che ancora non avea assagiato la dolcezza del bacio, disse che volea dire. Chimento postola in sul letto e fattala nuda spogliare, lui per fretta li panni si straccia e nudo rimane, in camicia, a bracciare Ginevra: e più volte fenno la danza amorosa. Ginevra, sentendo lo caldo de l’uomo, più che di prima piacendoli, disse: «O messer Renaldo, questo non sapete voi che sa Chimento!» E così più giorni tennero questo modo. Tanto che, livro le Vi mesi, messer Renaldo tornò a Firenze.

E giunto in casa e fatto ogni persona partire, senza cavarsi stivali, disse: «O Ginevra, armati!» Ginevra disse: «Messer Renaldo, armatevi pure voi!» Messer Renaldo disse: «Io ti dico armati!» Ella risponde che s’armasse elli. Messer Renaldo disse: «Or che vuole dire che tu non ti vuoi armare?» Ginevra disse: «Che uno giovano non m’ha voluto armata. E sòvi dire che troppo è più dolce l’esser nuda in braccio al giovano che armata sotto voi». Messer Renaldo udendo tali cose volse sapere il modo, cognoscendo la purità di Ginevra esser stata ingannata. Ginevra tutto li narrò, di che messer Renaldo disse: «In giamai non t’armare più e sono contento quanto posso di quello hai fatto; e per l’avenire segue pure il modo dell’altre».

E spogliatosi e fatto spogliare Ginevra, inne’ letto con Ginevra prese piacere. Ginevra disse: «Or non vel dissi io bene che più dolce è nuda che armata?» Messer Renaldo disse: «Così è!» Così oservonno poi.

Ex.° viii.

VIIII

Giunta la brigata alla Bell’Oste a l’Ancisa e quine fatto fare da cena, mentre che le vivande coceano, lo preposto parlò dicendo a l’autore: «Tu ci hai condutti con bella novella di messer Renaldo, a cui è stato renduto del pane fogaccia. Et hai molto la brigata consolata della dilettevole novella della simplicità di Ginevra, posto che tutte le donne si potrenno stimare simplici». Nientedimeno, a consolazione della giornata seguente, disse a l’autore che pensasse di dire qualche bella cosa acciò che ’l camino che aveano a fare verso Siena paresse, per la novella, piccolo. Al quale l’autore, per ubidire, disse che volentieri, voltandosi alla brigata, dicendo:

DE SIMPLICI JUVENE

Di Felice da Bologna, ricco, e di uno suo fattore, Ugolino Schierini.

Uno mercadante da Bologna nomato Felice, ricco e gran maestro in mercantia, avendo molti lavori di seta, cioè zendadi e veli, fatti, e non vedendo quelli in Italia poter spacciare, pensò di mandarli oltramonti. Avendo uno suo fattore (più tosto per antifesim che per altro) nomato Ugolino Schiarini, nato di Bologna, assai sofficente d’avere, <lo> mandò con certe balle di mercantia oltramonti comandandoli che tali mercantie spacciasse, al pregio a lui dato, a contanti; e se caso fusse che a contanti spacciar non li potesse, le spacciasse a baratto, salvo che non baratasse le mercantie a cose che putessero. Ugolino udendo disse: «Io ho buono odore, non potrò esser ingannato». Pensando guadagnare un grande tesoro si misse in camino. E caminò tanto che giunse a Bragia con tutte queste robbe.

E come fu giunto, subito li funno intorno molti mezzeti, o vuol dire sensali, dicendo se alcuna mercantia avesse che volesse vendere. Ugolino, come poco amaestrato, disse di sì, e disse ch’elli avea di comandamento di non venderla se non <a contanti o> a baratto, sì veramente che non baratasse a cosa che putisse. Li sensali, scorto costui, ristrettisi insieme disseno: «Costui è di Bologna, che vendeno il senno tanto che a loro poco ne rimane, e pertanto noi possiamo con costui far buono guadagno, poi che dice le suoi mercantie venderè’ a denari contanti o a baratto, sì veramente che baratto non sia cosa putente». E pertanto uno di loro nomato Zazara sensale disse: «Se volete lassar fare a me io farò questo mercato et a voi du’, cioè al Mosca e a Orlanduccio, darò la terza parte del guadagno». Li du’ furon contenti che Zazzara facesse il mercato.

Partitosi Zazzara, scognosciuto se n’andò a Ugolino e disseli s’elli avea moscato da vendere. Ugolino disse no, ma che volentieri lo cognoscerebe, però che a Bologna era molto caro. Zazzara subito andò e arregò alquanto sterco di cane involto in uno zendado e disse: «Ecco il moscato». Ugolino quello al naso acostatosi e disse: «È bene del buono! Volentieri lo comperei o io baratterei colle mie mercantie». Zazzara subito andò a Ugolino e disse: «Di vero questo è del buono».

E partitosi da lui, mutatosi veste, con buona quantità del preditto moscato a Ugolino ritornò, dicendoli: «Tu se’ mercadante? Hai tu mercantia aregato e di quanto valore?» Ugolino rispuose: «Io habbo aregato di molti veli e zendadi la valuta di più di fiorini mv cento». Zazzara dice: «Vuo’li tu vendere?» Ugolino dice: «Sì, o abarattare». Zazzara dice se abarattare vuole a moscato. Ugolino disse: «Io lo vo’ vedere, che altra volta ne viddi e piacquemi molto». Zazzara spiegò una scatola coperta di zendado e piena di sterco di cane, e al naso lei puose dicendo: «Vedi come ne viene odore?» Ugolino dice: «Per certo elli è del buono. Che vuoi della libra?» Rispuose Zazzara: «Tanto voglio della libra quanto tu vuo’ della posta delle zendada: intendo la posta libre xx, e così de’ veli?. Ugolino, parendoli buona derrata steo contento, salvo che volea, contanti, fiorini 300. <Zazzara> fu contento del mercato: e pagato li denari e preso la mercantia, et in una scatola suggellata li diede il moscato dicendo che mai quella non aprisse fino che non fusse a Bologna: «Però che perdere’ l’odore e molto meno che non vale si venderè’». Ugolino contento si partìo da Brugia.

E caminando verso Analdo arivò una sera a uno castello di uno conte. Et essendo sera, costui adomandando albergo, fu per la donna del conte ricevuto lì. Parendoli forestieri et assai bello e parendoli mercadante, lo invitò ad albergo. Ugolino (che li parea esser a Bologna) acettò. La donna disse unde elli era e che andava facendo e che portava. Ugolino rispuose: «Io sono da Bologna ove si compra il senno e ho fiorini 300 et una scatola di moscato, la quale ho abarattato a mie zendada». La contessa, odendo costui esser straniero et eziandio aver denari e moscato, disiderosa di quelli denari e moscato, et anco piacendoli il giovano, pensò lui potere la notte godere et acquistare li denari e ’l moscato.

E fatto questo pensieri, perché ’l conte non era innel castello, subito fece lui da sé venir’e disseli che vorrè’ che li gostasse che la notte fusse da una così alta contessa innel letto ricevuto. Rispuose Ugolino: «Fiorini 300 e parte del mio moscato». La donna disse: «U’ sono li fiorini?» Ugolino aperse la borsa e in mano lei puose. La contessa quelli avuti, parendoli tempo, lo misse in camera e quine inne’ letto spogliatasi et Ugolino con lei, preseno diletto, saziando la contessa suo apetito (e Ugolino, credendo quine rimanere, come si sforzava di compiacerle!); tanto che essendo dìe, la contessa levatasi e fatto levare Ugolino li disse: «Vanne, che se il conte ti ci trovasse, saresti morto». Ugolino, che anco il sonno avea innelli occhi, montato a cavallo, col suo moscato, senza denari, si misse in via. E caminò verso Parigi per ritornare a Bologna.

Uscitoli il sonno, vedendosi senza denari et andando pensando come potea scendere innel camino, sopragiunse il conte, marito di quella con cui Ugolino avea dormito, e vedendolo malanconoso, disse: «O giovano, che vai pensando?» Lo giovano disse: «Per mia fé, io hoe giaciuto stanotte con una contessa in uno castello et hoe avuto di lei mio talento et ella di me, e tutti li miei denari li ho dati e non veggo modo che io possa a Bologna ritornare».

Lo conte disse: «Tanto quanto dura lo mio terreno ti darò denari e dapoi ne procaccerai altró’». E aperse la borsa e dielli un franco. E partitosi, il conte tornò a casa dicendo: «Un giovano nomato <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .». La donna> disse al conte: «Poi che voi dite lui avere moscato, piacciavi almeno per fiorini 300 e da lui comprarmene, che sapete quanto tempo me n’avete udito chiedere». Lo conte, desideroso di saziare la volontà della donna, subito prese i fiorini 300 e trovò il giovano chiedendoli il moscato. Ugolino, che denari non avea, disse: «Messer, serà fatto». E preso la quarta parte del moscato e datolo al conte, lo conte portatolo alla contessa disse: «Donna, il moscato che hai desiderato lungo tempo ora hai auto; quanto a me, pare che la mercantia di che hai li fiorini 300 guadagnati olizava come fa questo moscato che hai comperato!» La donna, pensando che ’l conte se ne fusse acorto, a niente rispuose. Ugolino, tornato con quelli 300 fiorini e col moscato comprato, giunse a Bologna, al suo maestro Felice dandoli li fiorini che avanzati li erano, dicendo che veramente innella parte d’oltramonti si fa grandi guadagni, mostrando il baratto fatto del moscato, afermando che molto s’era guardato di barattare a cosa putente.

Felice disse: «U’ è questo moscato?» E come intendente delle mercantie cognove che quello era sterco di cane, afermandoli che lui avea passato il suo comandamento. E così protestandoli volse che Ugolino rifacesse l’amenda de’ veli e delli zendadi. E così fece.

Ex.° viiii.

X

Disiando il preposto che la brigata vada senza dispiacere, avendo sentito la novella del bolognese che avea sì buono odore e del motto che ’l conte disse alla moglie, si rivolse verso l’autore dicendoli che li piacesse d’ordinare di dire qualche bella novella per la giornata seguente, pensando doversi alogiare al bel castello di Civitella d’Arezzo. L’autore rispuose ch’era aparecchiato; e voltosi verso la brigata parlando alto, cominciò a dire:

DE LATRONE ET SIMPLICI MERCATANTE

Dell’oche per Ognisanti.

Nella città di Lucca anticamente s’usava il giorno d’Ognissanti mangiar moltissime oche, e non li parea esser uomo chi il dì non avea oche. Divenne che uno macellaio nomato Figliuccio si mosse da Lucca con lire 60 di quatrini senesi per andare a Siena a comperare oghe per la ditta festa.

E giunto a Siena del mese di ottobre e andato innel Campo di Siena, acostandosi a uno che li parea che dovesse esser mercadante, nomato Besso, il ditto Figliuccio lo domandò se fusse mercadante d’oghe. A cui Besso diè d’occhio, parendoli strano, e disse sì e che n’avea gran quantitade. Figliuccio disse quello volea del paio. Besso disse: «Soldi 20 senesi». Figliuccio disse: «Vuo’mene mene dare paia 60 per lire 50 che io hoe aregati?» Besso disse: «Poi che se’ piacevole io te le vo’ dare; dammi li denari». Figliuccio acostatosi a una panca innomerò li denari presente Besso et in una borsa li misse e disse: «Andiamo per l’oghe». Besso, menatolo fuori della porta, una gran torma d’oghe salvatiche li mostrò dicendoli: «Va e tòne paia 60 e più uno paio che vo’ te le godi colla donna tua». Figliuccio, datoli la borsa de’ denari e tagliato alcun salci per potere l’ale dell’oghe legare e scalzatosi, si misse innell’acqua. L’oghe pianamente si tiravano infra l’acqua: Figliuccio seguendo senza pigliare, l’oghe discostandosi, Figliuccio che fine alle brachi s’avea bagnato, disse: «Alle vagnela di Dio, queste sono oghe salvatiche!»

Besso, come lo vidde intrare innell’acqua, diè volta et in Siena tornò; e mutatosi di panni, co’ denari s’andò prendendo piacere. Figliuccio, che vede non potere aver alcun’oga, rivoltòsi pensando dire a Besso che i suoi denari li renda: non vedendolo, dubitò. E subito calzatosi tornò in Siena et in Campo fu venuto, dicendo a chi trovava se avea veduto Besso mercadante d’oghe. A cui fu ditto: «Và cercalo». Figliuccio, vedendosi gabbare, si partìo del Campo e per Siena cominciò a cercare se vedesse Besso.

E così andando, quasi a sera una donna nomata mona Gese, vedendo Figliuccio andar pensando, stimò costui esser forestieri. E chiamatolo disse: «Unde se’ tu?» Figliuccio disse: «Io sono da Lucca». Mona Gese disse: «O che vai pensando?» Figliuccio disse: «Uno mercadante d’oghe m’ha ingannato et hami tolto lire 50 di quatrini senesi e non me ne sono rimase che lire 10».

La donna disse: «Male ha fatto; che in altretale come tu si possa trovare!» Figliuccio volendosi partire, mona Gese: «Omai è sera, e io per amor di Lucca vo’ che stasera aberghi con meco». Figliuccio, avendo veduto mona Gese vestita onesta et innella faccia con uno velo avolto, parendoli la Madalena, disse: «Madonna, volentieri, che almeno quel poco che m’è rimaso non mi fi’ tolto in casa vostra». Mona Gese disse: «Quello sarà fatto a te che ad altri che capitati ci sono». Figliuccio entrato in casa, la donna chiuse li usci.

E cenato insieme, la sera venuta, Mona Gese disse: «In questa camera ti dorme; e perché non ci ha luogo comune, porra’ti in su questa finestra quando volessi l’agio del corpo». Et uscita fuori della camera, Figliuccio chiuso l’uscio dentro, credendo star sicuro si spogliò di tutti i panni e scalzò. Rimaso in camicia et in mutande si montò in sulla finestra per potere il suo agio fare.

Mona Gese per altro uscio segreto era entrata innella camera: come lo vidde in sul palco, subito percosse la finestra dandoli per lo petto et innel chiasso l’ebbe gittate Figliuccio volendo gridare, mona Gese disse: «Se tu gridi, io t’amazzo!» Figliuccio, sentendosi merdoso et in istretto luogo, avendo paura di morire, non fiatò, ma per lo chiasso si misse ad andare tanto che fu innella via mastra, là u’ sotto una tenda si puose. La donna, chiusa la finestra, le lire 10 e la scarsella panni e calze, ogni cosa, si prese.

E stando Figliuccio in tal maniera, desiderando morire o che la famiglia il pigliasse per poter contare quello che a lui era stato fatto, non dormendo vidde passare alcuno. Figliuccio, credendo fusse la guardia, disse: «Oh, chi va là?» Colui udendo, acostandosi vidde Figliuccio in camicia e disse: «Chi se’ tu?» Figliuccio disse: «Io sono uno da Lucca e che sono stato rubato», dicendo il modo. Vedendo colui la forma di Figliuccio, disse: «Io sono uno ladro e vo’ caendo qualche compagno che vegna meco». Rispuose Figliuccio: «Io voglio esser tuo compagno, e più tosto puoi mi mena a qualche bottega a rubare». Disse il ladro: «Io hoe pensato che oggi morìo in questa città il vescovo al cui assequio mi trovai: e viddilo soppellire con molte anella d’oro e con una mitola in capo piena di perle e molte fregiature d’oro, con uno cordone di perle, ma ben mi penso che i calonaci lo vorranno spogliare in sul mattino». Rispuose Figliuccio: «Per Dio andiamo tosto che noi siamo i primi che lo spogliamo». Lo ladro disse: «Andiamo».

E’ mossesi, Figliuccio dirieto a lui, tanto che giunti furon al duomo di Santa Maria. Lo ladro entrato per una finestrella, Figliuccio dirieto, funno in chiesa. E acceso una candella, al monimento n’andonno. E perché la pietra era grande amendu’ vi misseno le mani, e alzata alquanto, disse lo ladro: «Chi enterrà dentro?» Figliuccio disse: «Sostieni la pietra che non caggia et io entro». Lo ladro contento, Figliuccio dentro entrò, e subito preso il cordone, quello si misse sopra la camicia, e posto le mani alle mani del vescovo, li guanti con tutte l’anelle si misse in seno; e poi, levatoli la mitola di testa, se la misse in seno; e così andando, ogni gioiello si mettea in seno.

E mentre che tali cose si faceano, aparve un grande splendore innella chiesa, che i calonaci, avendo cenato, venìano a spogliar il vescovo, co’ torchi accesi e croci oncenso salmi e latanie. Vedendo questo, i’ ladro avendo paura, senz’altro dire a Figliuccio, la pietra lassò cadere. Figliuccio innel sopolcro rinchiuso (non però che alcuno spiraglio di lume non vi fusse), e per la finestra i’ ladro si fuggìo. Figliuccio sentitosi coperto stimò quine esser la sua fine; ma poi ricordandosi che i’ ladro li avea ditto che i calonaci doveano venire, stimò che’ calonaci fusseno quelli che aveano messo paura a’ ladro, e diliberò star cheto e veder quello che’ calonaci far doveano, avendo tutti li gioielli in seno.

Venuti li calonaci al monimento con orazioni e lumi, aperto il monimento e la pietra missa in terra, e ditto: «Chi sarà quello che dentro enterà?», uno chiericastro più tosto giovano di senno che di tempo disse: «Io». E gittatosi bocconi, e le gambe dentro misse per volersi innel monimento calare. Figliuccio, veduto le gambe, subito quelle prese stringendole per modo che il chierico sentìo e di paura quasi morìo, gridando: «Socorretemi!» Li calonaci e li altri chierici che quine erano, di paura tutti sbigotiti si fugirono, li lumi si spensero, la croce per terra caduta, le gambe percosse innelle banche che quasi se le ruppeno, e non cessando infine che innelle loro camere funno enserrati la paura loro.

Lo chiericastro avendo molto gridato e tramortito per paura, Figliuccio, che sente fatto silenzio innella chiesa, del monimento uscìo e a l’uscio della chiesa se n’andò e quello aperse e di fuori in uno fienile si puose a dormire spettando il giorno. Lo chiericastro risentito, e liberò le gamb’e il più tosto potéo alle camere de’ calonaci se n’andò dicendo ch’elli erano stati troppo presuntuosi ad andare in chiesa che non era ancora mattino: «E se male ce n’è avenuto noi l’abian bene comperato; e anco, ora che ’l monimento è aperto, altri rubasse il vescovo farè’ molto bene». E così si steono.

Ritorno a Figliuccio, che, veduto la mattina il sole, prese uno anello et a uno orafo lo vendéo per quello potéo. E di quelli denari si vestìo e co’ gioielli tornò a Lucca, e quine venduti, compròe case e possessioni e fece buona bottega: e visse a onore.

Ex.° x.

XI

Sentito il preposto lo ’nganno fatto al suo lucchese in Siena, e sentito che di Siena avea tanto tratto che sempre ne starè’ bene, fu molto contento pensando non doverne far vendetta. E molto piaciutoli la novella, disse a l’autore che per la via che andar denno a Rezzo, ordini qualche bella e dilettevole novella. Al quale l’altore disse che a ciò si sforzerà, e voltòsi verso li religiosi dicendo:

DE VITIO LUXURIE IN PRELATO

Di Ranieri pellaio in Pisa.

A Pisa innella contrada di San Nicolo, u’ si dice Campo San Nicolò, era uno Ranieri pellaio e cartaio, lo quale avea una sua donna bellissima et onesta nomata madonna Nese, la quale divotissimamente andava ogni dìe in San Nicolò a udire la parola di Dio; e questa maniera tenea spesso.

Divenne un giorno che essendo venuti alquanti frati innella ditta chiesa, fra’ quali fu un frate Zelone da Pistoia et uno frate Anastagio da Firenze, vedendo la ditta madonna Nese venire alla chiesa tanto onesta e bella, disseno a uno giovano frate pisano chiamato Ghirardo, assai screduto: «Questa è una bella donna!» Frate Ghirardo dice: «Ella è nostra vicina e moglie di uno Ranieri pellaio». Frate Zelone disse ch’ella sarè’ sufficente per la sua bellezza a una badia di frati. Frate Ghirardo disse: «Per certo le buone vostre parole me l’han fatta più che mai comprendere quanto ella è piacevole». E’ così ragionando, la donna si partì di chiesa. Frate Zelone e frate Nastagio si puosero in sulla porta per vedere là u’ la donna entrava, e cognosciuto la casa esser assai vicina de’ luogo, salvo la piazza in mezzo, comincioron a pensare in che modo la potessero avere.

Frate Ghirardo, accorgendosi di frate Zelone e di frate Nastagio che vaghegiavano madonna Nese, disse: «Per certo io sarò il primo che li canti il mattino in sul corpo». E pensò la mattina rivenente dirle suo volere senza farlo ad altri asentire, guardandosi de’ compagni. Frate Nastagio disse che se lui potea senza frate Zelone avere l’amore della donna, che li parea esser papa. Frate Zelone, desideroso di giungersi colla donna a nude carni, pensò di volere solo in chiesa sempre stare per potere la sua imbasciata fornire con la donna.

<La donna), non sapendo quello che li tre frati aveano in pensieri, com’era uscita se n’andò alla chiesa. Frate Ghirardo, ch’era più pratico della venuta della donna, trovandosi in sulla porta, alla donna disse che volentieri li cantare’ lo mattino in sul corpo, et altre disoneste parole li disse. La donna, non parendo suoi fatti, entrò in chiesa et apresentòsi all’acqua benedetta. Quine essendo frate Nastagio, cominciandola a mottegiare dicendole: «Se io t’avesse, sarei meglio che papa»; la donna, udito questo frate aver detto secondo frate Ghirardo, non faccendo vista di turbarsi, ma fra sé dicendo: «Che malanno vorrà dir questo?», e mossesi et andòne a uno altare a dire suoi orazioni. Frate Zelone se l’apressòe a lato e disseli se lui si potea con giungere con lei a nude carni che sarè’ contento. Et altre parole disoneste le funno ditte. Madonna Nese avendo inteso tali cose, non mostrando malinconosa di chiesa uscìo; et alla casa tornata, li frati guardandosi <l’uno> dall’altro, ciascuno la mirava quanto potea. Giunta la donna a casa, come savia niente si mostrò turbata al marito, pensando quello che ditto li era stato fusseno frasche.

Passò quel giorno, e l’altra mattina andando alla chiesa, disonestissimamente per frate Ghirardo li fu più che di prima ditto sua intenzione. Madonna Nese, vedendo tanto vituperio, non dimostrando curarsene al suo luogo se n’andò dove altra volta er’ita a dire suoi orazioni. Frate Zelone li cominciò a legger il decretale dicendo: «Donna, io penso se sotto me starai, farti molto lieta d’uno gioiello». La donna, dolorosa in sé ma dimostrando non avere udito, disse: «Sere, il vostro è un bel parlare». E mossosi, alla casa si tornò, pensosa stando con pensieri in sé imaginando, dicendo: «Omai mi converrà stare remita»; e così pensò di fare.

Lo giorno seguente restòe in casa. Ranieri suo marito disse: «Donna, o che vuol dire che stamane non se’ ita alla chiesa?» La donna disse avere alcuna faccenda; Ranieri fue contento. Li frati, vedendo non esser andata la donna alla chiesa, stimonno lei esser stata malcontenta delle parole ditte. Pensando che ’l marito non se ne fusse acorto, frate Ghirardo, come noto della casa, con frate Anastagio un giorno dimostrando andare per lo campo a loro piacere, fine a casa di Ranieri andarono, stimando saper la cagione che monna Nese alla chiesa non era venuta. E giunti alla bottega di Ranieri, la donna che quine era disse a’ frati: «Ben vegnate! Quando canterete voi, frate Ghirardo, il matutino? E voi, frate Anastagio, quando sarete papa?» Li frati non rispondendo, avendo inteso ciascuno il suo motto (né l’uno non sapea dell’altro), vedendo la faccia allegra di madonna Nese, ciascuno ritenne lo suo parlare. E così tornarono alla chiesa.

Ranieri disse: «Nese, che domestichezza è questa che questi frati sono venuti qui, che mai non ci vennero? Per certo qualche domestichezza dèi aver preso con questi frati». Monna Nese rispuose: «Marito mio, prima che io voglia che tu meco vivi in gelosia et in sospetto, io voglio che tue senti prima la cosa da me che da altri». E cominciò a narrare tutto ciò che i frati li aveano ditto e più mattine; e quella era la cagione che non volea andare alla chiesa. Ranieri sentendo tal parole, come persona che amava il suo onore e quello della sua donna e’ disse: «Omai non arei posa né di te mi fiderei se io non fusse di questi frati contento. E pertanto io ti comando per quanto ami il tuo onore e la vita tua che domattina vadi alla chiesa e qualunqua di quelli ti dice niente, prometti che domenica sera vegna a cena et albergo teco; e vegna a tale ora che altri non se n’acorga, dicendo: — Ranieri è per andare a Genova per comprare pelli —. E fa che la venuta di tutti sia diseparata. E quando la sera saranno tutti insieme dirai quello ti pare; e cenato, non disonestando, quelli frati <farai> spogliare e lavare avendo fatto l’acqua scaldare. E quando senti l’uscio, metteli innel calcinaio». La donna tutto ascoltato disse: «Ranieri, lassa fare a me».

Passato la notte e venuto il giorno, monna Nese andata alla chiesa e trovato frate Ghirardo, il quale le disse: «Io v’ho ditto mio volere»; la donna disse: «Frate Ghirardo, io hoe udito la vostra volontà, e di vero io non avendo il modo non v’ho potuto dire quella buona risposta areste voluto. Ma ora che ’l mio marito va sabbato a Genova a comprare coiame potrete venire domenica sera a cenare meco et aremo tutta nostra intenzione; e nol dite a persona». E frate Ghirardo gioioso si partìo e pensò mandare a casa di monna Nese uno paio di caponi: e andò a uno monestero di donne e compròli e secretamente per una vecchia a casa di monna Nese li mandò. Entrata la donna innella chiesa, frate Nastagio vedutola volse dire. La donna disse come avea ditto a frate Ghirardo. Contento frate Anastagio dar luogo al suo desideroso apetito, pensando alla donna donare qualche gioiello e’ quello compròe. Andata la donna a l’altare, quine e frate Zelone l’aspettava: la donna simile parole li disse che a l’altri ditto avea. E così lieto frate Zelone da lei si partìo spettando la domenica.

La donna che già avea ordita la tela, pensando di tesserla a casa ritornò et a Ranieri suo marito tutto contò. Lo marito dando suono dovere andare a Genova intanto che per tutto lo vicinato fue sentito, li frati sentendo l’andata di Ranieri ciascuno per sé disse: «Io arò mia intenzione di quel fresco giglio d’orto». E così passò quel giorno ch’era vernadì. Lo sabbato mattina Ranieri messosi in punto per dimostrare andare a Genova, mandato in sulla barca alcuno matrassino, fu stimato l’andata esser vera.

Passato il sabato e la domenica venuta, a ciascuno frate pare mille anni che ’l dì passi. La sera venuta, frate Ghirardo entrato all’ora ditta a casa di monna Nese, <monna Nese> aprendo l’uscio lo misse dentro; e’ lei volea baciare, monna Nese disse: «Assai aremo del tempo; andate là e intanto fi’ cotta la vivanda e ceneremo e poi a letto ce ne potremo andare». Frate Ghirardo contento passò dentro. E poco stante frate Anastagio giunto, aperto la porta la donna per lo simile modo lo mandò dove frate Ghirardo era. Come l’uno frate vidde l’altro, cognoscendosi disseno: «Noi stiamo bene, ma frate Zelone pur non godrà questo smiraldo lustrante»; dicendo fra loro: «Ella n’ha che a tutti ne potrà dare».

Passato alquanto, frate Zelone viene: la donna lo misse dentro. Co’ compagni si trovò li quali disseno: «Ora t’aviamo tra’ denti». Disse frate Zelone: «Se credete che per me non ce ne sia, io mi ritornerò alla chiesa». La donna questo udendo disse: «E’ ce n’ha per tutti, ancora se ci fusse l’abate con tutti i monaci!» Li frati contenti, la donna disse: «Ell’è ora che ceniamo; la vivanda è cotta, la mensa posta, i bicchieri e ’l vino aparecchiato. E più vi dico che è bene cenare tosto, però che voglio che tutti vi lavate in un bagno et io con essovoi, e poi ce n’andremo a sollazzare: mentre che ’l mio marito navicherà, voi navicherete». Li frati contenti, cenarono.

E doppo la cena spogliati nudi in uno tinello li misse e lei per non dimostrare malizia, insieme, in camicia, innello tinello entrò. E mentre che si lavavano con desiderio grande, la donna disse: «Se Ranieri ora tornasse col fratello e col garzone, come farò’ io e voi?» Li frati disseno che non sapeano che modo tenere. Disse la donna: «Se tornasse, intrate in quello rinchiuso che mai non s’apre se non quando vuole metter pelli a pelare, et io apro l’uscio; e partitosi, ci potremo confortare: ben penso che questo venir non debbia». Li frati disseno: «Noi lo vedemmo intrare in barca e caminar verso Genova e non ci può esser di qui a x dìe». La donna disse: «Ben ne sarei contenta».

E mentre che tali parole volea livrare, Ranieri fa un gran busso a l’uscio dicendo: «Nese, aprimi». La donna tremante uscìo del tinello bagnata; li frati intronno innella pellaria e la donna andò a l’uscio et aperselo dicendo com’era che non era andato. Ranieri disse: «Lo vento m’ha stroppiato, ma tu che se’ sì bagnata et in camicia, che vuol dire?» La donna disse: «Io faccio un bagno per domane e perché non mi trovassi nuda m’ho messa la camicia bagnata in dosso che cavai della caldaia». Li frati ciò udendo disseno: «Odi malizia!» Ranieri, che tutto sapea, subito se n’andò alla cucina e quine un calderone pieno di calcina e d’acqua bolente prese e sopra il pellaio la gittò per tal modo che i tre frati morinno.

Morti li tre frati, Ranieri disse: «Ora ci conviene trovare modo che si portino in luogo che non si possa sapere». E subito andato a uno ostieri, e quine trovò uno portatore forestieri al quale disse se volea ben guadagnare. Lo portatore disse di sì. Ranieri disse: «E’ m’è morto uno frate in casa; io voglio che lo porti in Arno et io ti darò una bella cappa». Messolo in uno sacco, lo portò in sul Ponte Nuovo e di quine in Arno lo gittò. E tornato, Ranieri li avea aparecchiato l’altro e disse: «Oh, ell’è ritornato». Disse il portatore: «Come può esser, ch’io lo gittai in Arno?» Ranieri disse: «Se vuoi la cappa sì mi servi». Lo portatore, credendo fusse tornato, prese uno bastone et alquanti colpi diè al frate; e messolo innel sacco, in Arno lo gittò. E tornato per la cappa, Ranieri, avendo aparecchiato l’altro, disse: «Se mi vuoi servire, altramente io anderò per un altro». Lo portatore ciò udendo disse: «Or che diavolo è questo che pur torna?» E col bastone tutto lo fiacca; e postoselo in sulle spalli, in Arno lo gittò.

E tornando, il ditto portatore trovò uno prete Andrea, rettore della chiesa di San Donato, presso al Ponte Nuovo con uno camice e con uno libro et una candella accesa, che andava per dire mattino a San Donato. Scontrósi col portatore: <lo portatore> credea che fusse il frate che tornasse, col bastone li diè in sulla testa e morto l’ebbe. E subito presolo, in ispalla sel puose e in Arno l’ebbe gittato. E ritornò a Ranieri e disseli che la cappa li desse. Ranieri disse: «Tu l’hai bene servita»; e la cappa li diede. Lo portatore disse: «Ancora tornava là! Io li diedi tale in sulla testa che tutte le cervella li fracellai e tutto lo bastone m’insanguinò»; mostrandoli lo bastone. Ranieri volse co’ lume vedere lo bastone et a quello vidde le cervella e ’l sangue apiccato; stimò costui avere qualche persona morta e disse: «Or non tel dicea io?» A cui lo portatore disse: «Non tornerà giamai». E partesi colla cappa.

La mattina Ranieri assai per tempo, per sentire se alcuna cosa si dicea, stando alquanto a scoltare sentìo dire che prete Andrea di San Donato non si trovava e ch’era stato trovato il suo libro con una candella e molto sangue, e che il sangue seguia fine in sul Ponte Nuovo e poi si cognoscea esser gittato in Arno. Et altro non se ne sapea. Sentito questo, l’abate di San Nicolò, la matina non trovandosi fra Ghirardo, frate Nastagio e frate Zelone, domandando di loro, neuna cosa se ne sentia: stimando l’abate si fusseno partiti o vero per loro cattività fatti perire, e’ di loro alcuno impaccio non si diede. Ranieri colla moglie secretamente si mantenne, né mai da tali fu più moteggiata.

Ex.° xi.

XII

P>osatosi la brigata e ’l preposto ad Arezzo, e quine la notte con piacere dormiro.

La mattina levatosi la brigata per caminare verso Castiglione Aretino, udito il preposto la bella novella de’ frati morti, auto compassione di prete Andrea, voltandosi a l’altore disse che li piacesse contentare la brigata d’una bella novella per lo camino che aveano lo giorno a fare. Lui come ubidente disse che quello farè’ volentieri. E voltòsi alla brigata parlando alto e disse:

DE VITUPERIO PIETATIS

Di Vanni tintore, di San Paulino.

N>ella città di Lucca, innella contrada di San Paulino, era uno tintore nomato Vanni, lo quale avea una sua donna onesta, assai giovana, nomata madonna Margarita, la quale si dilettava volentieri di udire la parola di Dio e molto usava la chiesa di San Paulino. Divenne che, faccendo alla chiesa ditta ogni giorno suo viagio, uno prete di tal chiesa nomato prete Anfrione: «O cuor del mio corpo, come mi fai morire lo cuore e crescer la verga! Parlami». La donna udendo tali parole disse: «Ogimai non è più da venire». E pensò andare a San Piero Macaiuolo, quine presso a xx braccia, innella quale uno capellano di San Paulino chiamato prete Bonzeca officiava. Invaghendosi di costei, come sola a San Piero la vidde venire, disse: «Anima mia, io ti prego che tue presti la tua bonzora al mio chierico che sotto mi sta». Monna Margarita senza parlare di quella chiesa uscìo dicendo: «Omai innella parocchia mia non posso usar». E pensa andare a udire l’officio in Santa Maria Filicorbi, quine vicina. E così la mattina seguente se n’andò a Santa Maria: prete Ronchetta di Santo Angelo ch’è quine capellano, vedendo la donna venire in chiesa, subito pensò dirle il suo pensieri. E preso tempo disse: «Donna, io ti vorrei roncare»; e altre parole disoneste le disse, le quali la donna incorporato, tutto stimò volerla a Vanni suo marito contare la mena de’ ditti preti.

E subito ritornata a casa, a Vanni disse quello che da’ ditti preti avea ricevuto di villania. Vanni che malcontento era di ta’ cose, cognoscendo la sua donna netta disse: «Io voglio pagare costoro secondo hanno meritato»; dicendo: «Margarita, ora si vedrà <se> il tuo onore e ’l mio vorrai mantenere». La donna disse che sì, se ne dovesse morire. Vanni disse: «Farai che domenica vadi a San Paulino e come prete Anfrione niente ti dice, ascoltalo e dilli che tu sii contenta che la sera vegna a te in sulle tre, dicendoli che io sia ito di fuori. E dato l’ordine con lui, te n’andrai a San Piero Macaiuolo et a prete Bonzeca dirai il simile, e poi a prete Ronchetta farai lo simigliante. E venuta l’ora della sera, ciascuno metterai in fondaco e cenerete. E cenato, farai in tre bigongioni tre bagni: l’uno giallo, l’altro rosso, l’altro arzurro, faccendoli lavare tutti a uno colpo. E quando sentirai romore fara’li entrare così nudi innella botte, e tu tira il tempano a te».

La donna disse di far tutto, e la mattina a ciascun de’ ditti preti diè l’ordine che la sera venissero, non sapendo l’uno dell’altro. Passato il giorno, la donna fe’ fare da cena; e sonato le tre, prete Anfrione fu lo primo che dentro entrò: la donna lo misse in fondaco. E poco stante prete Bonzeca fu venuto: la donna lo misse quine u’ era prete Anfrione. Trovandosi insieme dissero: «Ora ci siamo amendue». E ciascun disse il modo dello ’nvito. E poco dimorò che prete Ronchetta fu venuto; e chiuso l’uscio lo menò innel fondaco, dove, tutti e tre ricognosciutosi, la donna disse: «Poi che tutti e tre m’avete richiesta d’amore io non vedea più atto tempo a potervi tutti servire se non stasera; e pertanto state contenti che per tutti ce n’ha. E dapoi inne l’altri giorni potrà ciascun di voi prendere di me piacere». Li preti contenti, parendo loro l’un dì mille che fussero alle prese, la donna aparecchiato li buoni capponi, atinto il vino, di brigata cenarono. E cenato, la donna disse: «Prima che noi andiamo a letto vo’ che tutti noi ci laviamo». Li preti contenti, spogliati nudi, a ciascuno apparecchiò il suo bagno caldo, e così dentro innelle tine li misse. La donna, per dar più fede alla cosa, simile si spogliò et inne l’acqua calda si lavò.

E mentre che lavati funno, subito l’uscio fu picchiato: la donna di subito vestitasi della camicia disse: «Preti, entrate in cotesta botte fine che io veggo chi si’». Li preti così nudi innella botte entrarono. Et aperto l’uscio, Vanni disse: «Or che vuol dir questo, che così in camicia se’ in bottega?» La donna disse: «Io era per andare a dormire». E ditto questo, subito n’andò alla botte e l’usciolo trasse a sé, dicendo: «Io non voglio che Vanni vi vegga e fine ch’e’ starà in fondaco, <starete> serrati così». Veduto Vanni li preti innella botte, subito la stanghetta vi misse acciò che aprire non la potessero, e disse alla donna: «E’ mi conviene stasera un poco lavorare perché domatina mi conviene andare altró’». La donna disse: «Or non andasti oggi?» Vanni dice: «No». — Li preti tutto ciò che diceano, udiano. — La donna disse: «E’ serè’ meglio che tu n’andassi a dormire et io rimarò a fare bollire il vagello fine che arai un poco dormito». Vanni dice: «Poi che tu eri spogliata, vanne a letto et io farò alquanto e poi ti chiamerò». La donna dice: «Fa ciò che vuoi». Li preti diceno l’uno a l’altro: «Per certo la donna ci volea pur servire et hacci servito: e vedete quanto sottilmente n’ha voluto mandare Vanni a letto! Ma non ci diamo pensieri che a mezzanotte ella ritornerà».

Essendo Vanni in bottega e facendo suoi fatti, chiamò certi suoi garzoni che di contra stavano, e quelli venuti, tutta notte li fe’ lavorare e Vanni alquanto in bottega dormìo fine al giorno, <che> Vanni mandò alla piazza per sei portatori. E quando funno venuti, disse a’ suoi garzoni et a certi suo’ amici che parte n’andassero a l’uscio della chiesa di Santo Paulino e parte a l’uscio della chiesa di Santa Maria Filicorbi, e qualunqua persona trasfigurata venisse che quelli prendesseno fine ch’e’ tornava.

Messo le poste, Vanni disse a quelli portatori che volea che portassero quella botte in piazza, di San Michele. Li portatori legata la botte — non sapendo i preti niente di quello che Vanni volea fare, sentendo dimenare la botte stavano cheti dubitando morire —, legata la botte, li portatori portatola in piazza, di presente Vanni prese una secura venendo tagliando li legami de’ cerchi, le persone faccendo cerchio stimando Vanni esser impazzato. E poco stante li cerchi slegati, la botte andata in uno fascio, li preti, l’uno rosso l’altro giallo l’altro arzurro fine a’ capelli, nudi fugendo per la piazza, le persone traeno loro dirieto: li preti non sapendo u’ poter fuggire, si dirizzonno verso le loro chiese. E volendo prete Anfrione e prete Bonzeca entrare in San Paulino e prete Ronchetta in Santa Maria, le guardie poste vedendo costoro subito quelli preseno. E venuto Vanni e li altri vicini disseno: «Costoro sono li nostri buon preti che sono tornati di Ierusalem da’ perdoni; e pertanto è bene che con queste belle santità si presentino a messer lo vescovo». E così funno per li vicini menati a messer lo vescovo.

Lo vescovo vedendoli et avendo notizia chi erano, subito li fece mettere in prigione e privati del beneficio. D’altri migliori preti le chiese si rifermaro e quelli preti così nudi funno tenuti tanto ch’el caldo della loro disonestà fue loro uscito da dosso. E mandati fuori di Lucca, come cattivi finiron loro vita.

Ex.° xii

XIII

Udito il preposto la dilettevole novella de’ cattivi preti e tutta la brigata vedendo ridente, disse a l’autore, poi che la novella ha sì confortata la brigata, che li piaccia per lo dì seguente ordinare con bella novella di conducere la brigata a Cortona. Al quale l’aultore disse che volentieri ubidirà il suo comandamento; e venuto il giorno, rivolsesi alla brigata, parlando disse:

DE MULIERE VOLUBILI

Di monna Leggiera.

Innel contado di Perugia, apresso alla terra, era una donna nomata mona Legiera. Avendo il giorno di uno sabbato soppellito il marito, non finendo di piangere in casa tutta sgranandosi del perduto tanto caro marito, intanto che mangiare né bere vuole, ma con sospiri e lagrime tutto il giorno passò né mai persona consolare la potéo. E partito le persone e donne della casa, con uno lume come fu notte andò sopra il monimento a piangere il suo marito.

Ora avenne che il giorno era stato uno gentilotto ladro di Perugia apiccato per la gola, di che il podestà avea comandato a uno suo cavalieri di Spoleti nomato ser Cola che sotto pena della testa la notte dovesse guardare quello impiccato, acciò che i parenti non lo sponessero. Di che essendo il ditto ser Cola stato fine a notte a guardare, avendo gran sete e non sapendo ’ve andare, vedendo i’ lume che al monimento era circa a uno miglio di lungi, pensò quine dovesse esser qualche persona a cui elli potrà domandare da bere. E andato verso i’ lume et apressandosi, la donna che avea pianto gran pezza lo marito al monimento, co’ lume si tornò in casa e da capo il pianto rinuova.

Ser Cola, vedendo la casa et acostandosi, incominciò a pregare la donna per l’amor di Dio che a lui desse o acqua o vino da bere. Monna Legiera non atendendo alle parole di ser Cola, dicendo: «O marito mio dolce, o cuor del corpo mio, o anima mia, o speranza mia, ove t’ho io lassato?», e tal duolo menava che di vero ser Cola pensò si dovesse morire. Avendo ser Cola la sete ismisurata, pensò pregare la donna per amor del suo marito, poi che per Dio non li valea. E cominciò a dire: «O donna tribulata, io ti prego che per amor del tuo marito che mi di’ da bere». La donna, odendo nomare lo marito, aperse l’uscio e disse: «Poi che m’hai domandato da bere per amor del mio marito, non che bere ma mangiare ti darò». E subito atinto del vino, apparecchiatoli del pane e dell’altre cose le proferse a ser Cola. Ser Cola che n’avea bisogno, mangiò e bevé a suo destro.

E mentre che ser Cola mangiava disse alla donna alcuna paroluzza. La donna, lassato il mangiare, <cominciò> a soridere, dicendo: «Che ti dice il cuor di fare?» Ser Cola vedendola giovana e bella disse: «Per tre tratti non vi verrè’ meno». La donna asentìo, ser Cola ferma la ’mpromessa. La donna volea restasse, <ser Cola disse>: «Io voglio andare a guardare se l’uomo apiccato è in sulle forchi, e se lui vi serà io tornerò a voi». La donna lo lassò andare. E come fu partito, subito la donna cominciò a piangere di nuovo. Ser Cola, tornato alle forchi, vidde lo ’mpiccato esser stato tolto e portato via. Ser Cola tenendosi a mal partito, dubitando di morire, ritornò alla donna volendo da lei prendere cumiato per andarsene via.

E giunto alla casa e trovato la donna piangere, picchiò dicendo: «Donna, apremi». La donna, che lo cognobe, aperse l’uscio e domandolo se elli era tornato a dormire con lei. Ser Cola disse: «La cosa sta male e vo’mi partire però che lo ’mpiccato m’è stato levato; che se io restassi sarei apiccato». Monna Legiera disse: «Di ch’era vestito quello apiccato?» Ser Cola disse: «Di nero». La donna disse: «Noi possiamo fare un bene. Lo mio marito è vestito di nero: caviamlo del monimento e possiallo apiccare; e per questo modo tu scamperai». Ser Cola udendo la sua salute: «U’ è? Ci spacciamo!» E basciatola, e la donna disse: «Facciamo tosto e poi ci potremo inne’ letto abracciare». Ser Cola disse: «U’ aremo uno cavestro?» La donna subito ne prese uno, e mossesi co’ lume et andorono al monimento.

Et apertolo, la donna entrò dentro e ’l cavestro li misse alla gola e poi con quello lei e ser Cola lo tironno fuori del monimento. E ricoperto lo monimento, lo portarono alle forchi; e su per la scala la donna montò e, legato lo cavestro alle forchi, lo marito apiccò; e disse: «Omai se’ libero del pericolo <in> che eri». Ser Cola ricordandosi che quello ch’era stato apiccato avea meno du’ denti dinanti, la donna disse: «Lassa fare a me». E prese una pietra e montò su per la scala; e quando fu alto, colla pietra percuote alla bocca del marito e rompeli du’ denti dinanti. E scesa, disse: «Ser Cola, andianci a riposare, che questa notte non si perda». Ser Cola contento colla donna n’andò e tutta notte si denno piacere.

La mattina ser Cola torna a Perugia: lo podestà trovò un altro suo notaio che l’apiccato guardasse. E per questo modo lo marito di monna Legiera rimase fracido in sulle forchi. Ser Cola avendo una donna in Spoleti che molto l’amava, pensando di quello che gli era incontrato di monna Legiera, parendo largo quel tempo che stare dovea in officio, desiderando di tornare per fare esperienzia della sua dimora fine alla fine del suo officio.

Ex.° xiii.

XIIII

Lo preposto avendo sentito lo poco amore e subito perduto di quella che piangea il marito, spregiandola, si volse verso l’autore dicendo che una novella apparecchiasse la mattina quando da Cortona si moveano. Al quale l’autore rispuose che presto ubidirà il suo comandamento. E venuta la mattina per caminar verso la Città di Castello, a la brigata rivoltòsi dicendo:

DE MULIERE ADULTERA

Di ser Cola da Spoleti e di Matelda sua donna

Uno nomato ser Cola da Spoleti — il quale altra volta avete udito contare innella novella dell’uomo giustiziato a Perugia —, lo quale ser Cola avendo una sua donna bella nomata Matelda et avendo veduti i modi tenuti di quella di Perugia, tornato a Spoleti pensò di provare la moglie se il bene che a lui dimostrava di volere era fermo come in apparenza dicea.

E restato alquanti dì in Spoleti con lei, uno giorno fingendosi d’esser malato disse: «Matelda, per certo l’aire di Perugia e l’affanno che io vi portai all’officio m’ha condutto a tale che veramente io mi morrò». Matelda, che ode ser Cola, piangendo disse: «O marito mio, come farà la trista tua donna? Se morissi, per certo io m’ucciderei!» E tale era il duolo che Matelda facea di quello che ser Cola li avea ditto che parea che dinanti li fusse morto, mettendo guai inestimabili. Ser Cola disse: «Donna, qui bisogna altro che piangere; però, mentre che avrò vita in corpo, ti prego m’aiuti in quello si può». La donna disse: «Oimè, marito mio e diletto mio che mai altro non cognovi, or non debbo languire udendoti così dire? Per certo non me ne posso tenere, tanto è l’amore e la leltà ch’i’ t’ho portato e porto». Ser Cola disse: «E’ mel par cognoscere, nondimeno ora ti prego mi soccorri che uno argomento mi facci: forsi Idio vorrà che io al presente non muoia». La donna, quasi transita, strinse le pugna dandosi per lo petto. Et alquanto stata, dicendo: «O ser Cola mio, quanto la morte tua mi cuoce, che più tosto vorrè’ i’ morire che tu!»; ser Cola disse: «La morte è durissima e molto scura a vedere». La donna disse: «Ser Cola mio, non dite più, che ogni volta per voi muoio». Ser Cola rafermando che credea che lei l’amasse, ma che subito ordini d’avere erbi per fare uno argomento, e tanto lo disse, che Matelda si mosse et andò fuori di Spoleti per alcuni erbi a uno orto.

E mentre che fuori andò, ser Cola prese un gallo — il quale Matelda se l’avea notricato et era sì domestico che sempre per casa andava dirieto a Matelda —, e preso questo gallo, subito lo pelò e sotto una cesta lo misse sotto i’ letto. E postosi ser Cola innel letto faccendo vista di dormire tanto che la moglie tornò, e giunta la moglie in casa et andata a’ letto, vedendolo colli occhi serrati disse: «Ogimai serò mia donna».

E stato alquanto, ser Cola sbavigliando misse uno strido gridando: «Soccorretemi!» La donna che quine era, piangendo disse: «Oh, tu se’ vivo?» Ser Cola disse: «Donna, io m’ho sognato che la morte de venire a me in forma di uno ugello pelato e dèmi uccidere e portarmi via». La donna piangolente dicea: «O morte, portane me e ser Cola lassa». E questo disse molte volte. Ser Cola disse: «Donna, prima che io muoia io mi vorrei confessare dal nostro sere». Monna Mattelda disse: «Io l’andrò a dire l’ambasciata». E molto stregghiandosi se n’andò ad uno luogo della camera là u’ era uno specchio, specchiandosi e conciandosi come se dovesse andare a nozze. Ser Cola che l’avea sentita la voce et aveala veduta specchiare, pensò di Matelda sospetto, e pensò tutto vedere senza dire alcuna cosa.

Concia la donna e col mantello uscita di casa per andare al sere, il quale avea nome prete Pistello (e tal nome li fu dato perché era bene amasariziato da far pestare salsa inne l’altrui mortaio); ser Cola, come la donna fu uscita di casa, lui per un altro uscio dalla parte dirieto uscìo. E prima che la donna fusse a casa del sere, ser Cola vi fu dentro entrato e quine secretamente si nascose.

Venuta Matelda a casa del prete Pistello, senza picchiare né chiamare montata una scaletta al prete se n’andòe. Prete Pistello disse perché era venuta, meravigliandosi dicendo: «Stanotte ci fusti et ora a che vieni, che sai che stanotte passata io pestai innel tuo mortaio tre volte la salsa, e anco sai che ogni giorno che ser Cola è stato a officio io t’ho cantato alcuna volta una messa et io una cavata? Ora che vuoi?» Disse Matelda: «Se fusse tempo, prima che altro vi dica vorrei che una volta pestasse la salsa innel mio mortaio». Lo prete disse che le dovea vastare quella salsa che avea auta la notte almeno per tre dì.

Ser Cola, che hae veduto la donna montare così liberamente, disse fra sé: «Costei ci è stata altra volta». E udendo le parole di prete Pistello e di Matelda disse: «Omai potrò navicare a buon tempo, poi che Matelda fa dire sì spesso tante messe e tante cavate». E sentìo l’ambasciata che Matelda dicea al prete; la quale, poi che vidde che prete Pistello non volea far salsa, disse: «Ser Cola vuol morire, e prima che morisse vuol esser confesso». Lo prete disse: «Vattene e dì che s’aparecchi et io verrò». Udito licenziare ser Cola la moglie, subito se n’andò a casa spettando Matelda.

Venuta Matelda a l’uscio, ser Cola alzò un poco la cesta dov’era il gallo pelato. La donna giunta in camera, ser Cola disse: «Donna, la morte è venuta poi ti partisti et hamene voluto più volte portare; se non che io li ho ditto che io mi volea prima confessare me n’arè’ portato. E però solicita il sere che vegna». La donna dice: «O ser Cola, dite alla morte che ne porti prima me e voi lassi!» Ser Cola disse che solicitasse il sere. La donna fattasi in su l’uscio, prete Pistello giunse, et entrato in camera se n’andò a ser Cola solicitandolo. Ser Cola disse: «Ben vegna il santo prete!»

E postosi a sedere a lato a ser Cola, in presenzia della moglie disse che peccato avea. Ser Cola disse: «Io ho tanti peccati che io non ve li potrei mai dire, ma io vi so ben dire che se non fusse che la donna mia v’ha fatto dire delle messe e delle cavate, per li miei peccati io sarei dannato». Disse lo prete: «E altro peccato hai?» Disse ser Cola: «Sìe: avendo io gran voglia di mangiare, non avendo salsa, per vostra grazia più volte avete a Matelda prestato il vostro pistello e lei innel suo mortaio ha fatto spesso la salsa che m’ha tutto allegrato; ma ben vorrei che ’l pistello non v’avesse renduto quando liei avete prestato, perché dé valer assai. E questo è il terzo peccato dell’avarizia». Lo prete disse: «O altro peccato hai?» Ser Cola disse: «Sì, che la donna mia tanto m’ama che vorrè’ morire prima di me; e questo è sommo peccato che io hoe».

E ditto questo, mostrando di starnutire si voltò e levò tutta la cesta da dosso al gallo, e ritornò al prete dicendo: «Datemi l’asoluzione». Lo prete postoli la mano al capo, lo gallo acostatosi alla donna, la donna spaurendo si mosse, lo gallo dirieto. Ella credendo fusse la morte dicea: «Portane lui e non me», e voleasi fugire: lo gallo dirieto, che non sapea la donna che fare dicendo: «Portane lui e non me». Ser Cola, che tutto sapea et udia, disse al prete: «Andate là a Matelda che mi pare che abia paura». Lo prete andò alla donna dicendo: «Costui è morto, omai faremo a nostro modo». Disse la donna: «Or non vedete qui la morte?» Lo prete subito si fuggìo di casa stimando ser Cola dover essere.

La donna venuta in camera per paura dicendo: «Ser Cola, non volere che io muoia, che sai che le messe e le cavate che io ho ditto per te t’han libero da l’inferno»; ser Cola disse: «Per premio di ciò io ucciderò la morte». E prese uno bastone et una bastonata dava a Matelda, l’altra al gallo (dando alla donna assai forte), tanto che la morte fue uccisa. La donna, secura, disse: «Or perché m’avete dato?» Ser Cola disse: «Perché già eri incorporata co’ lei e così t’ho scampata». Et altro non li disse.

Ex.° xiiii.

XV

La brigata avendo auto gran piacere della novella del gallo pelato, ma bene arenno voluto che ser Cola avesse casticato la moglie altramente che non fe’. Di che il preposto, vedendo il piacere che la brigata s’avea preso, disse: «Non isgomentate, che l’autore vi farà contenti». E rivoltosi a l’autore disse che per la giornata seguente contentasse la brigata fine al Borgo Sansipolcro di bella novella. L’autore disse che pensava farli contenti, e voltosi alla brigata disse:

DE BONO FACTO

Di Pincaruolo.

Innel contado di Milano fu uno contadino assai sofficente, il quale avea uno suo figliuolo nomato Pincaruolo, bello del corpo. E morendo, il padre del ditto Pincaruolo lassò la donna sua nomata madonna Buona, e lei lassò donna in casa con questo suo figliuolo. La qual donna essendo vedova rimasa al governo del figliuolo avendo già anni xv, la ditta monna Buona disse: «Pincaruolo, figliuol mio, tuo padre è morto et a noi ci converrà vivere con quello che tuo padre ci ha lassato. E pertanto, figliuolo mio, e’ ti conviene fare alcuna volta delle legna et a Milano portarle, e col nostro acino ci potremo passare com’e’ nostri vicini». Pincaruolo disse: «Madre, io farò quello vi piacerà». E cominciò a fare delle legna et a Milano le portava e i denari recava alla madre. E così seguìo più tempo.

Avenne uno giorno che essendo molto ingrossate l’acque e Pincaruolo volendo fare legna in uno ontaneto, l’acino essendo carico non potendone uscire, de’ colpi dati e del fango et anco per lo pogo avere mangiato, l’acino convenne morire. Morto che Pincaruolo vidde l’acino, pensò di scorticarlo et il cuoio aportare a Milano a vendere. E come pensò fe’. Et avuto li denari del cuoio subito ritornò alla madre dicendo: «Ecco i denari del cuoio dell’acino nostro». La madre volse sapere in che modo l’acino morto era. Pincaruolo lei disse. La madre disse: «Figliuolo, non te ne dare malinconia: noi aremo un altro acino». Standosi la sera la donna con pensieri dell’acino perduto e Pincaruolo se n’andarono a dormire.

La mattina Pincaruolo disse: «Madre, io voglio andare a vedere che è dell’acino nostro». La madre disse: «Non te ne curare che bene aremo denari». A cui Pincaruolo disse: «Io andrò pure a vedere». E mossosi, andò a’ luogo dove l’acino morto avea lassato; e vedutovi molti corbi intorno, disse: «Se io avesse uno di quelli ugelli io sarei ricco». E subito prese delle pietre e cacciatoli se n’andò a l’acino pensando intrare innel corpo dell’acino, e come li corbi venissero, per li piedi prenderne uno.

E come pensò misse in efetto, che, cacciato i corbi et entrato in corpo a l’acino, li corbi venuti, Pincaruolo uno ne prese, e di letizia uscìo fuori dell’acino e quello legò con uno cordone che aveva. E fu tanto l’alegrezza che avea che non si ricordò di tornare alla madre, ma missesi in camino verso ponente.

La sera arivò in una villa di lungi da Milano xv miglia e venendo la notte si ristéo a casa di uno contadino. Quine essendo la donna del contadino e chiedendo Pincaruolo albergo la sera con quello suo ugello, la donna disse: «E’ non c’è lo mio marito, ma spettalo e elli t’albergherà». Pincaruolo aspettò, avendo gran fame, e puosesi a l’uscio della casa a posarsi. E mentre che in tale stato stava, la donna subito d’una pentra cavò uno cappone cotto et in una tovaglia lo ’nvolse e misselo innell’arcile. E poi trasse di du’ testi una grosta di pollastri e quella misse in una cassetta. Riposta la grosta, aperse uno forno e di quello trasse una fogaccia incaciata e simile quella innell’arcile misse. Pincaruolo fa vista di non vedere. La donna pensa che ’l giovano non s’acorga di nulla.

E pogo stante lo marito della donna nomato Bartolo chiamò la donna sua chiamata Soffia: «Chi è questo giovano?» Disse: «Parmi persona che vorrè’ che stasera noi l’albergassimo; e però se se’ contento io te ne prego». Bartolo disse: «E’ mi piace». E misse il giovano in casa.

E chiuso l’uscio e acceso i’ lume, si misse Bartolo a taula per cenare e disse al giovano che cenasse con lui. Pincaruolo, ch’avea gran fame, credendo mangiare di quelle cose che la donna avea riposte, fu contento et a taula si puose col corbo in braccio. La donna arregò a Bartolo et al compagno un pan migliato et alquante fave fredde e due capidagli con alquante fronde di porro. Bartolo, che tutto ’l dì avea vangato uno campo presso a casa, avendo fame mangiò, e simile il giovano, parendo loro un presutto. La donna, atinto il vino, alcuno boccone si misse in bocca e così cenarono di brigata. E poi Bartolo disse al giovano: «Va posati in cotesto lettuccio». E lui con la donna se n’andarono a dormire innel loro letto.

Pincaruolo, avendo veduto che di quelle cose che la donna avea riposte niente se n’era toccato, stimò per certo la donna esser di cattiva condizione; e pensò nuovo modo d’apalesare quelle cose a Bartolo per potere mangiare meglio che mangiato non avea. E stato alquanto, il giovano strinse il piè al corbo, tale che ’l corbo cominciò a gracchiare. Pincaruolo gridando che stesse cheto, dicendo: «Tu fai male a svegliar questo buono omo e la donna, che sai quanto onore stasera ci hanno fatto»; Bartolo udendo gridare il corbo disse quello volea dire. Lo giovano dice: «Questo mio ugello dice che vorrè’ di quella grosta di pollastri che è innella cassa». Bartolo, subito levatosi et andato alla cassa, trovò la grosta. Chiamato lo giovano, lo fe’ levare e preso del pane quella grosta mangionno, dandone alquanta al corbo, parlando Bartolo, dicendo: «Soffia mi tratta a questo modo, a me da pan migliato e fave, e per sé con qualche prete si gode la grosta di pollastri». La donna questo udendo maladice la venuta del giovano. Mangiato ch’ebe, Bartolo ritornò a letto e niente dice alla moglie.

E stato per ispazio di II ore, Pincaruolo di nuovo fa gridare lo corbo, con parole alte biasimando il corbo. Alle cui grida Bartolo disse che volea dire. Lo giovano dice che non volea dire altro se non che di quel capone e di quella fogaccia che è innell’arcile li fusse data. Bartolo, ciò udendo, uscito del letto all’arcile se n’andò e quine trovò uno cappone et una buona fogaccia. Bartolo, chiamato il giovano, atinto del vino, quella fogaccia e cappone mangionno e a lo corbo ne dienno.

Mormorando la donna di quello avea sentito, Bartolo disse a Pincaruolo: «Deh, piacciati dirmi che cosa è questo ugello». Pincaruolo disse: «Èglie uno indivino che tutto ciò che si facesse di dì o di notte indivina». «Ora lo credo», disse Bartolo, «a quello ho veduto, e però ti prego che questo mi vendi». Disse il giovano: «E’ vale tutto il tesoro». Disse Bartolo: «Io ti vo’ dare fiorini 500 et uno paio de’ miei buoi, e tu mi da questo indivino». Lo giovano dice: «Poi che stasera m’avete ricevuto io sono contento; ma tanto vi vo’ dire che se per aventura niuno omo li pisciasse in capo, subito morire’; altramente morir non puote». Bartolo disse: «Io farò una pertica tanto alta con uno spago lungo che persona non li potrè’ in capo pisciare». Lo giovano dice che bene ha pensato. Monna Soffia che ha udito tutto, cheta sta fine al giorno.

Lo giorno venuto, Pincaruolo si parte co’ denari e co’ buoi e camina verso ponente. Bartolo, concia la pertica e lo indivino e prese suoi vanghe, innel campo presso a casa andò a lavorare.

La donna rimase trista e sconsolata in casa. Sopravenne prete Rustico, prete della chiesa, e disse: «Soffia, come godiamo?» Soffia disse: «Male». Lo prete disse: «Perché?» Soffia disse tutta la convenenzia della grosta e del capone e della fogaccia e del giovano e dello indivino, dicendo che Bartolo l’avea comprato fiorini v cento et uno paio di buoi, e che mai quel fatto non poteranno più fare. Disse prete Rustico: «O perché?» «Ci abiamo lo ’ndivino». «Or non si può lo ’ndivino far morire?» Monna Soffia disse: «Sì, se altri li pisciasse a dosso». Lo prete disse: «Cotesto farò io bene». La donna disse: «Come?» Lo prete disse: «Io monterò in sul tetto: tu picchia sotto e sopra il capo dello ’ndivino et io scopro del tetto e quine metterò il mio compagnone e pisciando ucciderò lo ’ndivino». La donna disse: «Sere, Idio vel cresca et ingrossi il vostro compagnone, che bene avete pensato».

Lo prete montato in sul tetto, monna Soffia con una pertica picchia il tetto: il prete sente, discuopre il tetto e per le tempie mette il suo compagnone assai prospero e cominciò a pisciare sopra lo ’ndivino. Lo corbo, che naturalmente trage alla carogna, come sentìo l’odore della carogna del prete, subito alzati li occhi verso il tetto, vedendo il compagnone di prete Rustico, stimando fusse carogna com’era, subito volando, cogli artigli, col becco tale carogna prese. Lo prete, sentendosi per la coda preso, subito cominciò a gridare.

Bartolo, che innel campo era a lavorare, alzati li occhi al grido vidde prete Rustico in sulla sua casa gridare. Partisi et a casa n’andò, quine u’ vidde il suo indivino tenere stretto la carogna del prete. Bartolo gridando: «Indivino, tieni forte!»; prete Rustico, udendo Bartolo, per lo dolore e per la paura del morire dicea: «O Bartolo, io mi ti racomando!» Bartolo gridando allo ’ndivino dicea: «Tiello forte!» Lo prete avendo pena grande disse: «O Bartolo, io t’imprometto se allo ’ndivino mi fai lassare che mai in questa casa non entro. E più, che io ti vo’ dare fiorini 300 et uno cavallo et un guascappo nuovo, e tu mi fa lassare». Bartolo, udendo ciò che prete Rustico ha ditto, disse ch’era contento; e preso la corda dello ’ndivino e stirato l’ha per modo che tutta la carogna del prete isquarciò (che poi non molto tempo visse).

Venuto prete Rustico in casa e dato a Bartolo fiorini 300 e lo cavallo e ’l guascappo e quasi morto andatosene, Bartolo montò in sul cavallo e co’ fiorini 300 e col guascappo si misse et andò per quella via dove Pincaruolo era andato. E trovatolo disse: «Quel tuo indivino vale quello dicei», e tutto li contò la novella del prete. E poi disse: «Giovano, io non ti pagai bene: ora ti do questo cavallo e fiorini 300, ma io ti prego che i buoi mi rendi e questo guascappo mi rimagna». Pincaruolo disse: «Io sono contento». E preso li denari e ’l cavallo, e’ rendéo i buoi et acomandònsi a Dio.

Pincaruolo, montato a cavallo co’ fiorini 800, dice fra se medesmo: «Io posso esser un gran signore; e poi che io sono a cavallo et ho tanti denari, da qui innanti mi potrò far chiamare Torre e non Pincaruolo». E caminò verso Troia, in Campagna. E tanto fu lo suo camino che giunse, passato l’alpe di Briga, in sulla pianura di Campagna.

E come passò per la pianura vidde uno: il quale stando alzato per modo che correr volesse, Torre fermandosi, non vedendo alcuno co’ lui disse: «Che fa costui?» E apressandosi a lui disse che facea. A cui rispuose: «Spetto di prendere un cavriolo». Disse Torre: «Oh, tu non hai cani né reti, come pensi alcuna cosa prendere?» Rispuose: «Io lo prenderò col corso». Torre meravigliandosi disse: «Come può questo essere?» «Se aspetti lo vedrai». E poco stante uno cavriolo uscìo del bosco; colui li tenne dirieto et in pochi passi l’ebbe preso et a Torre l’apresenta dicendo: «Vedi se io corro?» Rispuose Torre: «Di vero tu corri molto bene, e dìcoti se vuoi meco venire io ti darò fiorini c e la spesa: e se niente avanzo, arai la tua parte. Ma pregoti che mi dichi il nome tuo». Rispuose: «Io sono chiamato Rondello e sono contento teco venire; e tu mi dà fiorini c». Torre, aperta la borsa, fiorini c li diè, Rondello si misse in camino con lui.

Dilungati alquanto, Torre vidde uno giacere in terra e disse a Rondello: «Colui dé esser morto». Rondello disse: «Io andrò a vedere». Subito fu a lui e vidde ch’era vivo. Torre andò a lui e vidde che tenea l’orecchie in terra. Disse Torre: «Che fai?» Colui rispuose: «Sento nascere la grimigna». Torre meravigliandosi noi credea. Lui disse: «Io vi sentì quando diceste colui è morto». Torre disse se con lui andar volea, domandandolo del suo nome. Al qual e’ disse: «Io ho nome Sentimento, e sono contento avendo alcuno pregio». Torre l’offerse fiorini c, Sentimento li prese e insieme caminaro.

Caminato alquanto, vidde uno che stava con uno balestro teso con uno bulcione. Torre disse quello facea. Rispuose: «Spetto prendere alcuno ugello per desnare». «Or come lo potresti mai prendere che qui non sono arbori dove li ugelli posare si possino?» Disse: «Se aspetti vedrai quello che non credi». E poco stante una rondina volando per l’aria, colui balestrando li diede et a piè di Torre cadde morta. Veduto Torre la virtù di costui, pensò di lui con li altri aver buona compagnia; e domandandolo del nome, offerendoli fiorini c se con lui volesse andare, il quale disse lui esser chiamato Diritto e che era contento seco andare. E presi fiorini c, con lui e con li altri si misse in camino.

Acostandosi verso Parigi a una giornata, vidde uno il quale avea dinanti da sé uno molino senz’acqua e senza vento. Torre disse: «Deh, che fae colui?» Et andati a lui lo dimandonno quello facea. Rispuose: «Macino grano col mio soffio». Torre disse: «Ben aresti buon fiato se macinassi grano». Lui disse: «La prova tosto veder ne potrai». E messo staia iii di grano innella tremoggia, dato un soffio alla macina, la macina non restò di volger tanto che staia iii di grano funno macinate. Torre vedendo la sua bontà li disse se con lui andar volea, e che a lui come a li altri dare’ fiorini c, e come avea nome. Colui rispuose: «Io ho nome lo Spazza e sono contento avendo fiorini c». Torre subito li diè fiorini c e con lui n’andò.

Avuto Torre li IIII compagnoni et apressandosi verso Parigi, sentìo dire che re Filippo avea una sua figliuola nomata Drugiana, giovana da marito, ma che la costuma era che quale la vincesse di correre averla per isposa, e chi fusse perdente morire. E molti già aveano preso a correre con lei e tutti erano stati morti, perché ella li avanzava.

Torre, sentendo questo, ristrintosi <con> Rondello corritore, disse se lui volea esser quello che con Drusiana corresse, e che lui mettere’ la testa alla incontra. Disse Rondello: «Messer, non dubitate, che se volasse la vincerò e voi arete di lei vostro piacere». Piacque a Torre il bel parlare e la buona proferta che Rondello avea fatta. Voltatosi a li altri tre dicendo: «A voi che ne pare?», disse lo Spazza: «Signor nostro, poi che desideri d’aver la figliuola de’ re Filippo, la quale è corrente e bella, ti dico che securo me ne permetti di farlo: che se Rondello non corresse quanto lei, io la riterrò col fiato, ch’e’ largamente porrà giungere a’ luogo ordinato prima di le’. E per questo modo arai Drugiana». A Torre piacendo disse: «O voialtri che dite?» Dissero Sentimento e Diritto che loro staranno a vedere con loro argomenti e se bisogno sarà adoperanno per lui quello bisognerà.

Rimaso Torre contento et auto la impromessa, giunti a Parigi, smontati a l’abergo e vestito sé e li altri onorevilmente, riposati alquanti dìe, Torre se n’andò a corte de’ re Filippo dicendo che lui era venuto per esser suo genero, offerendo a tenere la costuma. <Lo> re disse che li piacea.

Et ordinato la giornata e dato l’ordine, mettendo Torre in prigione con carico che, se colui che menato avea a correre con Drugiana perdea, li fusse la testa tagliata, la domenica ordinata che correr si debbia ciascuno s’adobba per correr e tali per vedere. Rondello presto dinanti a’ re, domandando che camino fare doveano, a cui lo re disse: «Voi vi moverete con uno fiaschetto di cuoio per uno e correte fine a San Donigio; e qual prima tornerà col fiasco pieno d’acqua della fonte di San Donigi arà vinto; e qual rimanesse arieto sera perdente». Udito Rondello tal cosa, subito disse: «Omai fate dare la mossa».

Lo Spazza fattosi in sulla strada con Sentimento e con Diritto, aspettando che la mossa si desse; ordinato la mossa e datola, la damigella correndo, Rondello, che di leggerezza passava ogni animale, subito fu giunto a San Donigio e ’l fiasco dell’acqua della fonte empìo. Et adirieto tornando trovò Drugiana al mezzo il camino, la quale fattasi inanti a Rondello disse: «Giovano, omai veggo che hai vinto, che per certo ti dico che bene hai il tuo e mio signore servito. E pertanto senza molto affanno ti puoi un pogo posare». Rondello udendo le dolci parole si puose a sedere con Drugiana, e tanto funno le dolci canzoni che Drugiana dicea che lo fece adormentare. E come vidde che dormla, Drugiana li cavò il fiasco pieno de l’acqua di sotto il capo e il voto vi misse; tornata indirieto, verso Parigi se ne venia correndo.

Lo Spazza vedendo Drugiana venire disse: «Male sta!» E fattoseli incontra, soffiando la mandava indirieto: e come innanti venia, lo Spazza la rivolgea di x tanto adirietro; e per questo la ritenne alcun tempo. Vedendo che Rondello non venia, lo Spazza disse: «Per certo costui s’è morto». Disse Sentimento: «Io saprò tosto sua condizione». E posto l’orecchia in terra, sentìo che Rondello dormìa e disse: «E’ dorme». Disse Diritto: «Quanto ci può esser ove dorme e da qual parte della strada s’è posto a dormire?» Disse Sentimento: «iii miglia ed è a man diritta della strada».

Diritto tende il balestro e, postovi un bulcione, percosse il fiasco che Rondello avea sotto il capo. E’ svegliandosi e veduto il bulcione e ’l fiasco voito, pensò: «Io sono stato ingannato»; ma sperando che Spazza ritenesse la giovana, subito prese il fiaschetto, et a San Donigio ritornato et empieto il fiasco dell’acqua, dato volta, in poga d’ora giunse a Parigi prima che la donna.

E per questo modo Torre fu scampato e libero dalla prigioni. Lo re Filippo fatto sposare la figliuola e fatto la festa grande, più tempo <. . . . . . . . . . . . . . . . . . .>. Del qual Torre dipoi uscinno quelli della terra di Milano. Restata io la corte, <Torre> auto parte de’ reame di Francia, li preditti Rondello Spazza Diritto e Sentimento fe’ conti di alcuni paesi, e visseno lungo tempo.

Domando a voi, donne et omini, chi ha miglior ragioni dell’acquisto di Drugiana: o Torre, o Rondello, o Spazza, o Sentimento, o Diritto? E questo mi direte domane quando saremo levati per andare a nostro camino.

Ex.° xv.

XVI

L>a brigata e ’l preposto avendo udita la dilettevole novella di Pincaruolo e dello ’ndivino, essendo giunti al Borgo Sansipolcro lo preposto diliberò tenere il camino verso Massa di Maremma. E voltosi a l’autore, disse che ordinasse qualche dilettevole novella per confortare la brigata, pensando di far di tal camino ii giornate. Al quale l’autore parlò che volentieri dare’ piacere alla brigata fine che perverranno a Passignano di Perugia. E voltosi al preposto et alla brigata parlò alto dicendo:

DE VENTURA IN MATTO

Di Grillo che diventò notaio.

I>nnel contado di Siena, in una villa chiamata Cera vecchia <era> uno giovano il cui nome era Grillo, il quale ponendosi a stare con uno fornaciaio di matoni presso a Siena, e con alcune bestie portava li matoni e la calcina in Siena. E questo era tutto ciò che Grillo facea.

Et essendo stato alquanto tempo a portare matoni, divenne che uno senese, volendo fare uno palagio, comprò molti matoni dal maestro di Grillo. E tale avea uno notaio apresso alla casa dove Grillo andava. Et avendone portati molti giorni, et acostandosi alcuna volta alla cantora del notaio e vedendoli dare molti denari senza dare alcuna mercantia salvo che parole, stimò fra se medesmo: «Se io fusse notaio, io arei tanti denari senza molta fatica». E pensò al tutto volersi far chiamare ser Martino e non portare più matoni.

E tornato al suo maestro disse che facesse la sua ragione e che quello li dovea dare li desse, però che non era atto più di portare matoni. Lo maestro vedendo la volontà di Grillo disse: «Grillo, io ti darò quello hai guadagnato». Rispuose e disse: «Non dite più Grillo, ma dite ser Martino». Lo maestro suo disse: «Or dove aparasti che vuoi esser notaio?» Ser Martino disse: «Io so troppo». Lo maestro disse: «Tu dì lo vero». E allora, fatto il conto, diè a ser Martino lire xxv senesi.

Ser Martino quelli prese e compròsi uno capuccio colla becca corta et uno libro, penna e calamaio, e prese una bottega e févi fare una cantora faccendosi nomare ser Martino da Cera vecchia. Stando ser Martino savio, alquanti giorni durò che fanciulli e manovali et altri lo schernivano. Ser Martino non rispondendo tacea, e dicea dapoi: «Se arete alcuna quistione venite a me et io v’aiuterò». E per questo modo passò li giorni ditti.

Spartosi la novella di ser Martino per la contrada, alcune donne et alquanti omini di buona pasta andavano a lui dicendo: «Noi abiamo la tale quistione». E l’altro dicea: «Et io hoe la tale». Ser Martino, che sapea tanto legere e scrivere quanto colui che mai non lesse, dicea a l’una: «Io t’aiuterò». E poi si rivolgea a l’altro dicendo: «Io ti difenderò». E udito quello diceano, tenendoselo a mente dicea che andasseno con Dio et altra volta tornassero. La donna li dava grossi VI, l’uomo fiorini uno, dicendo: «Questi abiate per principio». Ser Martino vedendo li denari disse: «Buon fu il mio pensato a farmi notaio». E asottigliandosi la memoria, pensò ogni dì sua quistione proponere a uno giudici nomato messer Cassesepetri.

E subito si partìo dicendoli: «Messere, la tal donna ha la tale quistione et hami dati grossi vi, e lo tale uomo ha la tale quistione et hami dato fiorini uno. Io voglio che tutto ciò che io guadagno sia mezzo vostro». Messer Cassesepetri disse fra sé: «Costui è fatto tosto procuratore: e’ non sae legere né scrivere e già truova de’ matti, et io che sono giudici non ho persona che mi chiegia. Per certo, poi che costui a me così simplicimente viene et offre la metà lo vo’ consigliare». E fattoli la risposta della donna e quella dell’uomo e preso la metà de’ denari, disse a ser Martino che ogni volta che altri vi venia si facesse lassare le suoi scritture e che intendesse bene la cosa. Ser Martino disse di farlo e tornò alla cantora.

La donna torna, e l’uomo. Ser Martino disse: «Tenete e rispondete questo, e da ora innanti m’aregate le vostre ragioni». La donna se n’andò alla corte e di subito il piato ebe vinto; e tornò a ser Martino dicendo: «Buono è stato il vostro consiglio: io ho vinto, e però tenete questi du’ fiorini». Ser Martino li prende. E pogo dimorando, venne l’uomo e simile disse che la quistione avea vinto et a ser Martino diè fiorini IIII. Ser Martino che vede questi denari, subito se ne va a messer Cassesepetri mostrandoli li VI fiorini et a lui ne diè III dicendo: «La cosa va bene». E partisi da lui. Lo giudici disse ridendo: «Li matti vagliano più che’ savi, che in uno dì m’ha dato di guadagno quello che tutti li notari di Siena non m’hanno dato in uno anno». E pensò sottigliarsi innelle quistioni che ser Martino li portasse dinanti.

Avenne che, partitosi la donna e l’uomo della quistione, dicendo alla vicinanza loro lo savio consiglio dato per ser Martino da Ceravecchia per lo quale aveano vinta la quistione, e tanto fu il lodo che molti concorseno a ser Martino. Ser Martino udendo le questioni dicea: «Lassate fare a me, lassate le vostre ragioni». E presi di molti denari, a messer Cassesepetri tutti portava. E fu tanto il guadagno che ser Martino portava al giudici, che in men d’uno mese più di fiorini ccc li fe’ guadagnare, dicendo il giudici: «Costui mi farà il più ricco giudici di Siena». E tanto crebe la fama per lo contado di Siena che moltissime quistioni l’erano comesse con grandi salari, che ogni dì fiorini xxv portava a messer Cassesepetri e tutte quistioni lo giudici li dava spedite senza a persona apalesare questo fatto; però se il giudici l’avesse appalesato, non che avesseno creduto sua sentenzia, li arebeno fatto male.

E per questa maniera il giudici fu straricco; e portava vestimenti di gran valuta, intanto che tutti i giudici di Siena si meravigliavano come messer Casesepetri vestia sì bene al piccolo guadagno che pensavano facesse, non sapendo altro.

Avenne che, sentitosi la fama per tutto Toscana della scienzia di ser Martino e delle quistioni che saviamente asolvea, essendo nata una quistione tra certi savi di Viterbo e non avendo chi tale quistione sapesse asolvere, udito il prefetto la fama di ser Martino di Ceravecchia pensò di mandare per lui. E subito scrisse a Siena al comune che piacesse loro di mandare a Viterbo ser Martino, et a lui scrisse una lettera che andasse, e che ben lo contentarè. Lo comune di Siena aute tali lettere, subito mandonno per ser Martino dicendoli tutto. Ser Martino, che s’avea fatto legere la lettera a messer Cassesepetri, disse quello voleano. Li anziani di Siena disseno che voleano che andasse a Viterbo. Ser Martino malvolentieri volea andar’e per comandamento si partìo da Siena con quella imbasciaria ch’era per lui venuta e caminò a Viterbo.

Giunto a Viterbo, il prefetto li fe’ grandissimo onore, disponendoli la cosa della quistione. Ser Martino, che così era grosso come l’acqua de’ maccaroni, a niente rispondea, salvo che disse che volea mangiare e dormire solo, con uno famiglio. Lo prefetto, credendo che per lo studio ciò dicesse, rispuose che li piacea, e subito li fe’ aparecchiare una camera e da poter vivere e comandò che la sera li fusse onorevilmente apparecchiata, dicendoli che s’aparecchiasse per la mattina seguente d’esser valente contra di coloro che la quistione non sapeano assolvere. Ser Martino penseroso (che li pare esser in un mondo nuovo) e impacciato, intrato innella camera e quine trovato la mensa posta e ben fornita, mangiò e poi si misse un pane in busteccoro, dicendo: «Se io andasse in luogo che io stesse troppo, voglio questo pane e mangeròlo».

Ito a dormire, la mattina venuta, innella chiesa magiore apparecchiato una sedia e banche, là u’ ser Martino dovea disputare della Trinità; levatosi ser Martino col pane a lato, lo prefetto venuto in sala e fatto venire ser Martino, disceso la scala alla chiesa n’andarono, là u’ ser Martino vidde molte persone e smarrito non sapea che farsi. Giunto il prefetto, fe’ montare ser Martino in catreda, e fatto fare silenzio a tutti, uno maestro in telogia cominciò a dire della Trinità, arguendoli altri incontra.

E stando ser Martino a vedere senza parlare, non intendendo alcuna cosa, fu per quello maestro in telogia chiuso il pugno in significazione che Dio tutto chiude in uno pugno. Ser Martino, che il pugno vede chiuso, pensando il minacciasse, alzò un dito quasi dicesse: «Se mi dai del pugno, io ti caverò l’occhio con questo dito». Vedendo il prefetto il dito di ser Martino, disse: «Veramente ser Martino dice vero che Dio col dito tutto sostiene». Lo maestro in telogia, vedendo il dito di ser Martino, pensò dicesse: «Uno Dio». Alzò il dito, quasi dicesse che a lui caverè’ l’occhio con quello dito. <Ser Martino> alzòne due, quasi dicendo: «Et io a te con amendue». Lo prefetto disse: «Veramente ser Martino bene giudica, che uno è il Padre, un altro è lo Figliuolo». Lo maestro in telogia levò II dita dicendo che ’l padre generò il Figliuolo. Ser Martino ciò vedendo, stimando che quello maestro dicesse che con que’ du’ diti li caverè’ amburi li occhi, levò tre dita dicendo fra sé: «Et io ti caverò li occhi e la corata con queste tre dita». Lo prefetto disse: «Maestro, tacete, che ser Martino ha asoluto la quistione, ch’è veramente che uno è il Padre; du’, Padre e Figliuolo; tre, Spirito Santo; e nondimeno, come vedete, ser Martino vel dimostrava innel primo tratto quando dimostrò uno solo Dio».

Taciuto il maestro in telogia che disputava della Trinità, si levò un altro filosafo che dicea il mondo esser fatto da Dio. E venendo dal principio della creazione del mondo fine al fare Eva et Adamo e l’altre cos’e’ pianeti, assimigliando il mondo esser fatto com’uno vuovo — e questo disse alto —, ser Martino, che niente avea inteso, udendo mentovare il vuovo, cavatosi il pane della busteccora, prendendolo in mano disse fra sé medesimo: «Se hai il vuovo, io hoe il pane». Il prefetto ciò vedendo disse: «Filosafo, ser Martino ha ditto il vero, che Idio, oltra l’altre cose che fe’, fe’ il pane, del quale la natura umana se ne governa».

E per questo modo ser Martino fu onorato e messo in mezzo tra ’l prefetto e quelli maestri filosafi, dicendo fra sé il prefetto: «Costui è ’l più valoroso filosafo sia al mondo». E diliberò farli belli doni. Giunti a casa, ser Martino entrato innella sua camera e quine trovato da desnare, desnò. Lo prefetto, com’ebbe desnato, li fe’ presentare gran quantità di vagellamenti d’ariento. E dimorando alcuni dì col prefetto, un giorno di festa del mese di magio lo prefetto andando di fuori a spasso in uno prato a cavallo e ser Martino con lui, divenne che correndo lo prefetto per lo prato, uno grillo si levò di terra. Lo prefetto quello prese con mano e vennesene a ser Martino dicendo: «er Martino, indivinate quello habbo in mano; se indivinate, sarete lo migliore filosafo del mondo, e se non indivinate, vi farò morire». Ser Martino, udendo <ciò che> il prefetto li avea messo innanti, lassando la materia, ricordandosi quando andava portando i matoni che il suo nome era Grillo, disse con gran paura: «Grillo, Grillo, alle cui mani se’ venuto a morire!» Lo prefetto, che uno grillo avea in mano, aperse la mano in presenzia de’ suoi baroni e disse: «Ser Martino, voi siete lo miglior filosofo del mondo, che bene indivinaste!» Ser Martino disse: «Lodo Idio». E pensò dover ritornare, dicendo: «Costui mi potrè’ giungere a uno punto che io morrei».

E tornati a casa, prendendo licenzia dicendo: «Io avea li miei fatti lassati in abandono»; e per volerlo servire si mosse, e che li piacesse licenziarlo e se altra volta lo volesse, tornerò’; lo prefetto, udendoli dire sì eficaci ragioni, li donò fiorini v cento et alcuni cavalli.

Ser Martino, preso licenzia, con l’ariento e coi denari ritornò a Siena né mai per la paura volse più essere notaio, ma come contadino volse poi vivere, prendendo moglie.

Ex.° xvi.

XVII

La dilettevole novella di ser Martino ha molto contentata la brigata; e pertanto lo preposto, volgendosi a l’autore, disse che per lo dì seguente ordinasse bella novella. Al quale l’autore rispuose che molto li era a grado se la brigata era stata contenta lo giorno, e che pensava lo dìe seguente farla assai contenta. E voltosi alla brigata, parlò dicendo:

DE TRISTITIA ET VILITATE

Di Isabetta e Tristano da Cortona.

Innella città di Cortona — posta in sun un gran poggio e circandata di vigne e giardini di mandole, innelle quali vigne si ricoglieno buoni e preziosi vini bianchi e vermigli nomati vini cortonesi, di che le donne ne prendono molta consolazione — avenne che una giovana grande e grossa di suo corpo et assai bella nomata Isabetta, nata di persona non molto ricca ma <di stato> assai buono secondo Cortona, et essendo il tempo della vendemia, la ditta Isabetta ogni dìe recava tre o quattro canestre d’uva dalla vigna, non toccando le suoi però ch’erano alla scesa del monte. Di che uno nomato Tristano vedendo Isabetta tornare colle canestre dell’uva, dicendo: «Costei torna sì tosto?», pensò non dover dalle sue vigne venire ma dell’altrui quell’uva regare.

Et avendone Tristano innel poggio, pensò voler vedere d’onde Isabetta tale uva aregava. E uscito di Cortona, andatosene alla sua vigna, vidde venire Isabetta colla canestra in capo et entrar in una vigna acosta a quella di Tristano, andando cercando dell’uva più bella. E poca in tal vigna ne colse che saltò in quella di Tristano. E quine trovandone assai, disse Tristano fra se medesmo: «Se costei empie lo canestro della mia uva, io l’empierò la tana della mia terra». E stando in tal maniera, Isabetta ebbe piena la canestra d’uva. E quando volse partirsi, aconciandosi lo sottocaporo per volere la canestra mettersi in capo, Tristano, che tutto ha veduto e postosi in cuore alcuno fatto, si mosse; e giunto dove Isabetta era, percossela dicendo: «Tu mi vai rubando et empi la tua canestra di uva, et io empierò la tua tana di terra».

E gittatola in terra, standole tra le cosce dicea: «E’ vien voglia di fartelo». Isabetta sta cheta e nulla dice. Tristano dice: «Or mi vien voglia di fartelo». Isabetta ferma, tenendo aperte le cosce. Tristano dice: «Per certo e’ mi vien voglia di fartelo»; e pure non si muove. Isabetta cheta, senza alcuna resistenzia fare. Tristano replica: «Se non che io non voglio, tu se’ pur giunta: io tel farei». Isabetta, udendo ciò ch’e’ ha ditto, alzando le gambe innel petto a Tristano diè per sì fatto modo che più di x braccia giù dal poggio lo fe’ cadere.

Isabetta, rivoltasi, la canestra si misse in capo et a Cortona ne gìo ratta, narrando a’ vicini la valentia che Tristano avea fatta e come con du’ calci l’avea gittato giù per lo poggio a mal suo grado. Li vicini consentendo, spregiando Tristano in tutte le parti, dicendo: «Isabetta, tu porti lo onore sopra Tristano»; Tristano, che ciò sente, più tempo sta che in Cortona non torna.

Ex.°xvii.

XVIII

<. . . . . . . . . . . . .>: «Poi che a Massa siamo giunti a salvamento colla nostra brigata, parendoci paese assai salvatico, ti comando, autore, che guidi la brigata con alcuna novella piacevole fine alla città di Grosseto». Al qual e’ rispuose: «Volentieri». E voltòsi alla brigata dicendo:

DE PERICULO IN AMORE

Di Checca delli Asini F igliuola di Asinino, vedua bella.

Fue innella città di Firenze, in una contrada chiamata Santo Spirito, una giovana bella nomata Checca delli Asini, figliuola d’Asinino, vedua, la quale stava in una casa a iiii solaia innella quale tornavano più donne faccendo ciascuna vita per sé: innel primo solaio tornava monna Lionora de’ Pulci; innel secondo solaio tornava monna Pasquina de’ Medici; innel terzo solaio stava la stessa monna Checca, sola; innel quarto tornava monna Onesta de’ Peruzzi vedua, con alcuna fante. Della quale monna Checca uno giovano fiorentino nomato Matteo Rucellai, figliuolo di messer Nicolò, s’inamorò. E tanto fu lo stimolo che Matteo diede a monna Checca che lei aconsentìo. Ritrovandosi alcune volte con lei ad alcuno orto, con grande maestria Mateo caricò la Checca bene con gran paura dell’uno e dell’altro, perché molte donne con Checca andavano; ma pur colto il tempo con Matteo spessisime volte si prese piacere.

E dimorando per tale modo, parendo a Checca troppo indugiare a dover stare fine che all’orti andavano (però che alcuna volta pioveva e di fuori lo giorno di festa non si poteva andare), deliberò Checca con Matteo che quando di fuora andare non si potesse, che almeno ordinasse in qualche ordine di monache, piovendo, che ella colle sue compagne a spasso andar potessero. Mateo che una sua sorella avea in uno monistero di Santa Chiara, disse che quello farè’ volentieri.

E dato l’ordine colla sorella che quando piovesse potessero andare, dicendo alla sorella l’amore che portava a Checca delli Asini e tutto il suo pensieri, le disse che volea che quando Checca colle brigate venissero al monistero, che lo metta dentro nascondendolo dove si ripuone il fieno e quine ella conduca la Checca e con lei stia: «Tanto che Checca m’abia servito». La sorella, udendo tali parole dire al fratello, rispuose che tutto farè’, ma ben vorrè’ che Dio le facesse grazia che ella si trovasse <. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .> Checca delli Asini.

Lo fratello auta l’ambasciata e fatto sentire a Checca che quando fusse maltempo invitasse la brigata al monistero di Santa Chiara, Checca contenta che almeno non perderà tempo per piova, avenne che la domenica essendo maltempo, Checca invitato le compagne al monistero là u’ doppo il desnare andarono, la badessa quelle misse dentro. E menatole in chiesa e poi per tutto il dormentorio et alla cucina, le donne ch’erano con Checca si prendeano piacere che la badessa mostrava loro i’ luogo; però Checca, che non avea pensieri al monestero, ma pensando dove potesse puònere il sedere per potere Mateo in sul corpo sostenere, stava pensosa. Matteo — che la sorella l’avea messo dentro innel monistero e messolo innel luogo dove si riponea il fieno, dicendoli: «Io condurrò quella Checca dove tu potrai ripuonere il tuo ronzino» —, Matteo, che ode il motto della sorella, sorridendo disse: «Và alla badessa e dille che faccia alla brigata onore».

La monaca sorella di Matteo si partì e giunta in cucina, dove trovò la badessa colla brigata, e chiamò da parte la badessa, dicendo: «Poi che qui queste gentili donne sono venute è bene che s’ordini ch’elle abiano de’ maccheroni. E pertanto voi ve n’andate giù con costoro et io darò ordine. . . . . . . . . .» vedendo, pensava dover perdere la piumata, malanconosa stando e niente rispondea. <La sorella> monaca di Matteo disse: «Checca, io ti voglio dimostrare bella cosa che pure immaginandola mi fa un piacere sentire». Checca per ispasso più tosto che per altro pensier si mosse. La monaca la menò dov’era il fieno, e quine trovato Matteo, si ralegrò, ma stupefatta dimostrando disse: «Che vuol dir questo, o monaca?» La monaca disse: «A me pare uno ugello il quale qui è venuto per beccare innel vostro granaio, che volentieri io vorrei che un simile venisse a beccare innel mio». Checca, che provato avea spesso tal cosa, non curando la monaca s’acostò a Matteo: Mateo fattala certa che la monaca era sua sorella, fu lieta. E gittatala in sul fieno, quine preseno diletto e piacere a loro agio. La monaca, vedendo sentendo aspettando, fornìo il suo desiderio e chiamò Checca dicendo: «Andiamo a madonna la badessa, e dìcoti che io ho sparto e tu hai ricolto». Checca consolata si mosse et alcuni fili di paglia, o vero fieno, avea alle reni apiccate.

Venuta alle compagne, la badessa cognoscendo disse: «Checca, tu se’ bella ora; fusse io stata quella cosa che quella paglia dirieto ti fe’ apiccare!» Le donne ch’erano con Checca, cognoscendo quello che sa fare la femina e vedendo Checca innel viso e ne’ panni dirieto increspati e la paglia, pensonno di lei sospetto e disseno: «La badessa se ne potrè’ assai contentare a trovarsi sì giovana e bene stretta come tu, Checca!» Checca, che intende le parole, infingendosi di intendere disse: «Madonna la badessa e voialtre, <poi> che qui siemo venute per prendere diletto e piacere, non bisogna motti, ma se altra volta ci seremo, delle paglie non essendocene, per noi se n’aregherà». La badessa disse: «Costei ci fu altra volta». E ditto alle monache che i maccheroni fatti aregassero e dell’altre cose, e così fu fatto e mangionno in santa caritade. E quine stato presso all’ora della cena le donne e Checca preseno cumiato; la badessa offrendo loro lo monestero e loro acettando, si partirono.

Giunte le donne a casa, ciascuna stimando Checca lo giorno aversi prima piena di sotto e poi di sopra, non voleano più con lei andare a feste, e così le disseno la mattina seguente: «Checca, noi non vogliamo più teco venire alle feste». Checca disse: «O perché?» Le donne disseno: «Però che tu t’empi il corpo senza noi richiedere». Checca infingendosi d’intendere disse: «Mai non mangiai né in corpo mi missi se non erba o fieno: l’erba a li orti e ’l fieno al monistero senza voi». Rispuoseno le donne: «Di tale erba o fieno ne fusse pasciuta la nostra ronzina». E così si partirono.

Checca che la rabia non le mancava, ma crescendole, trovò modo, poi che di fuori et al monistero andar non potea, che Matteo venisse seco a dormire, dicendoli: «Tu puoi venire su per le scale e passerai la prima sala e poi la seconda, e venuto a me con diletto starai». Matteo, che <l’>amava, disse: «Volentieri». E la sera ordinata se n’andò alla casa et entrato dentro saglìo in sala dove monna Lionora tornava, la quale colla sua fante filava: vedendo un’ombra per la scala, disse alla fante che ombra era quella. Matteo subito saglìo la scala seconda, e già monna Lionora e la fante disseno a monna Pasquina. . . . . . . . . . dicendo ch’era quello. Checca sentendo lo romore delle donne di sotto e di quella di sopra, e dice a Matteo: «Io so’ morta; che faremo?» Matteo che non vede modo potersi nascondere, sentendo montare le donne di sotto e scendere quella di sopra, gittòsi in sulla finestra. Le donne disseno: «Checca, u’ è quell’uomo che a te è venuto?» Checca disse: «Io non so che uomo». Disse monna Onesta: «Cerchiamo le finestre». Matteo, udendo ciò dire, pensò non volere vergognar Checca, e gittandosi giù dalla finestra, atenendosi colle mani alla balconata, divenne che sotto li piedi li venne una cornice di ferro in su la quale uno de’ piedi vi tenea stando colle mani alla balconata. Le donne, aprendo le finestre e non vedendo alcuno, disseno: «Per certo uno omo è intrato. Se tu non l’hai in corpo», disseno a Checca, «veramente in questo solaio è». Checca, che sapea che Matteo era in sulle finestre montato, non vedendolo stimava esser caduto, per la qual cosa lei esser vituperata, trovandosi Matteo morto. E non sapea che fare e stava in pensieri.

Matteo, che apiccato era colle mani né altro sostegno avea auto se non quella cornice di ferro, avendo pena grande e per lo molto stare, più volte diliberò lassarsi cadere; ma pur la speranza lo confortava, faccendosi forte si tenea. E tanto steo che le donne si partirono tornando ciascuna alla sua camera. Checca, stimando Matteo fusse caduto, si fece alla finestra e pianamente dicea: «Matteo, dove se’?» Matteo rispuose con bassa voce: «Io son qui assai doglioso». Checca disse: «Torna su». Matteo disse: «Se vuoi che io vegna, prendi una benda et alle braccia me la lega e tirami su, altramente montare non potrè’». Checca prese una benda che avea in capo, alle braccia lei puose legandole; montata in sulla finestra, meglio che potéo Matteo condusse in sulla finestra.

E’ sceso in sala disse: «Checca, omai ti dico che Matteo non si troverà più a sì fatti pericoli. Se il tuo sedere fusse più odorifero che moscato, non mi t’apresserò mai a questo modo. Ma se nella paglia o fieno ti vorrai ritrovare, in terreno mi potrai avere». E partitosi da lei, né mai più si misse a tali pericoli.

Checca, svergognata né dalle donne più acompagnata, con altri che con Matteo si potéo far battere la lana del suo montone.

Ex.°xviii.

XVIIII

L>a brigata e ’l preposto avendo sentito la novella e ’l pericolo dello innamorato, parendoli che fusse mal partito e piacendo il modo dello scampo, rivoltósi a l’autore comandandoli che per quello oscuro camino che aveano a fare per quella maremma piacesse di dire alcuna novella per trapassare i mali passi. Al qual e’ con reverenza disse che tutto farè’, e voltosi alla brigata parlando disse:

DE NOVO MODO FURANDI

Di Cupin ladro in Parigi.

A> Parigi, città di gran nome e di gran giustizia innella quale la corte de’ re di Francia si tiene, fu uno ladro <di> nome Cupin lo quale di continuo di dì e di notte si mettea a ’nvolare così le picole cose come le grandi, non avendo paura della giustizia.

E dimorando molto tempo per tal modo, vedendo non poter uscir del fango, pensò di volere tenere modi da diventare ricco tosto. E ’l modo che questo Cupin pensò si fu fra sé dicendo molti omini per furti e per altre cagioni erano ogni stimana impiccati al giubetto di Parigi, et erano apiccati con belli vestimenti et alcuna volta con cintore d’ariento. Di che questo Cupin dispuose di furare le veste di quelli, apiccati fussero, fine alla camicia, pensando che tanti fussero e di sì gran valuta che tosto serè’ ricco.

Fatto tal pensieri, un giorno il giustizieri di Parigi menando al giubetto più di xx persone — tra’ quali erano alcuni cavalieri li quali erano stati a rubare le strade, e altri <a> rubare botteghe, e chi in uno modo e chi in uno altro assai orevoli di vestimenta coi quali il giustizieri li fe’ apiccare — veduto Cupin l’impiccati e ben vestiti, si mosse et andò al giubetto, e quine spogliòsi in camicia, e montato in sulle forchi tutti li ditti apiccati ispogliò. E poi rivestitosi, tutte le robbe che furate avea ne portò, spettando che de’ nuovi vi s’apiccassero.

E non molti dì steo che di nuovo circa x il giustizieri ne menò al giubetto per impiccare. E vedendo li primi esser nudi in camicia, meravigliandosi chi quelli avea spogliati e non potendo sapere tale cosa, diliberòe pensare qualche modo di trovare quel ladro che a li altri rubava. E feceli condurre al giubetto et impiccare e ritornò con dare ordine di mandarvi alcuni a vedere; e così fe’.

Cupin che stava atento, veduti quelli che di nuovo erano impiccati, subito se n’andò al giubetto. E spogliatosi in camicia e concio uno cavestro alla forca con uno nodo di sotto pendente incominciò a spogliare. E quando l’ebbe tutti spogliati, vidde dalla lunga alcuni venire li quali lo giustizieri li mandava alla guardia per vedere chi era quello che i ladri apiccati ispogliava. E tali viddeno in quel punto uno sopra le forchi; e speronando verso il giubetto per giungerlo, Cupin, che ha veduto coloro di trotto venire al giubetto, quel nodo del capestro co’ denti prese e tra li apiccati nudi si misse pendente colle mani dirieto. Li guardiani giunti al giubetto e non vedendovi persona, che stimavano tutti essere impiccati, e vedendoli tutti in camicia si meraviglionno forte come colui che da la lunga aveano veduto non aveano trovato: si ritirorono arieto e tutto ricontarono al giustizieri. Lo giustizieri pensò trovare altro modo. Cupin, partiti coloro, subito prese li <vestimenta> de’ ladri, si partìo e quelle nascose, sperando ogni giorno tenere questi modi.

<Essendo> Cupin in Parigi e vedendo tre menare al giubetto, li quali aveano assai <tristi e poveri> vestiti, salvo che uno di loro avea una scarsella di stima di grossi due, disse: «Cotesta scarsella sarà mia; e simile cotesti panni, posto che tristi siano, me li torròe». Lo giustizieri, secretamente senza dimostrare a persona quello che volea fare, innomerò e tutti quelli ch’erano al giubetto e giungendovi li tre; e tutto tiene a mente.

E impiccati quelli tre, tornò a Parigi e disse ad alcuno che andassero al giubetto per vedere chi era quello che spogliava li apiccati; e se trovassero essere stati ispogliati, rimagnano tutti a guardia, salvo che a lui mandino uno. E quelli udita l’ambasciata uscirono fuori di Parigi e quando viddeno lo giubetto, viddeno uno sopra le forchi per lo modo di prima. Cupin, che già li avea spogliati et erasi per partire, veduti coloro che al giubetto veniano, subito co’ denti s’ataccò al nodo del capestro lassandosi pendere come di prima tra quelli impiccati. La brigata giunta e non potendo vedere il ladro, vedendo quelli tre spogliati, subito mandarono uno al giustizieri.

Lo giustizieri venne al giubetto: vedendo ogni persona spogliata, cominciò a nomerare l’impiccati e trovò che uno ve n’era più che non dovea essere. Subito comandò a uno sergente che con una lancia forasse all’impiccati li piedi, e disse forte. Lo sergente così fe’, andando ferendo le piante de’ piedi a li impiccati; e neuno sentimento aviano. Venendo a Cupin e percotendolo innelle piante colla lancia, sentendoli forte tirò in su le gambe. Lo giustizieri ciò vedendo, disse: «Questi è quello ladro che i ladri più volte ha rubati». E fatto montare uno sergente in sul giubetto, trovò Cupin che tenea in bocca quel nodo. E fattoli lassare, lo giùstizieri disse: «O Cupin, non t’è valuto lo tuo ingegno, e come tu t’hai eletto i’ luogo, così ti rimarai». E quine con uno laccio al collo in quel luogo lo fe’ impiccare per la gola.

E per questo modo fu poi salvo il giubetto, che più li apiccati non funno spogliati.

Ex.°xviiii.

XX

 

. . . . . . all’ombra tra Grosseto e Civitavecchia la brigata. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Stoldo anorevilmente con cintura d’ariento e con bottoni d’argento.

E stando per questo modo sempre furando, avenne che una sera il ditto Stoldo comprando candelle di sevo da una triccola, e innel pagare le ditte candelle lo ditto Stoldo dava meno che non dovea vi denari e colle candelle se n’andava. La tricca gridandoli dirieto dicea: «A’ ladro che m’ha rubata!» Lo cavalieri del podestà udendola — perché stavano molto in ascolto per li furti fatti —, acostandosi alla tricca disse: «Donna, che hai?» Ella disse: «Colui che va innanti m’ha rubato le miei candelle». Lo cavalieri subito si mosse e giunse Stoldo, dicendo: «Va piano!» Stoldo fermatosi, avendo le candelle in mano, dicendo che volea, in quello la donna giunse e disse che l’avea rubata. Stoldo disse che l’avea pagata, salvo che sei denari, e quelli non li parea doverli dare. Il cavalieri, vedendo Stoldo con uno bello scagiale d’ariento e con bella abotonatura d’ariento e tanto orrevile, vedendo portare le candelle e per sì piccola cosa farsi gridar dirieto a’ ladro, a’ ladro, prese sospetto di lui, dicendo: «Costui de esser di cattiva condizione». E fatto rendere le candelle alla donna, subito lo menò innel palagio.

Stoldo vedendosi menare, a neuna cosa rispondea. Lo podestà domandò lo cavalieri chi era il preso e per che cagione. Lo cavalieri disse il fatto tutto delle candelle e il sospetto preso di lui. Lo podestà, vedendolo tanto orevile, stimò: «Per certo costui de esser cattivo poi che così tristamente si lassava la tricca gridare dirieto»; e stimò: «Costui de esser forsi quello che tanti furti ha fatto». Minacciandolo di parole per sentire sua loquela, li cominciò a dire: «Ladro, tu farai ragione meco». Stoldo, udendo il podestà, tremando a niente rispondea.

Lo podestà comprese costui esser di cattiva vita, e subito menatolo alla colla e fattolo spogliare per tirarlo suso, Stoldo disse: «Io veggo che io debo morire: non mi fate male et io dirò tutto». Lo podestà disse: «Dì». E al notaio suo disse: «Scrive». Stoldo cominciò a dire che lui era quello che di notte colle candelle furava, nomando i luoghi dove furato avea et ove avea le cose tolte et apiattate. Lo podestà mandato a cercare trovò tanta roba che più xxx mila fiorini valea.

Sentitosi che i’ ladro era preso, ogni persona che perduto avea riebbe il suo perché poche cose avea consumate. Perché era re de’ ladri, lo podestà con una corona in testa in sun un paio di forchi alte lo fe’ apiccare. E così finì sua vita.

Ex.° xx.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2006