Giovanni Sinicropi

 

La vita e le opere di Giovanni Sercambi

 

Edizione di riferimento

Giovanni Sercambi, Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, volume secondo Bari Gius. Laterza & figli tipografi - editori - librai 1972

Proprietà letteraria riservata: Gius. Laterza & Figli S. p. A., Bari, via Dante 51 CL 20-0349-X

I. LA VITA

Giovanni Sercambi nacque nel 1348, durante la peste, nella città di Lucca e precisamente «innella contrada di Santo Christofano, innelle case di messer Santo Falabrina», come egli stesso annota nelle sue Croniche [1], da Lucia Campori di Fibbialla e ser Jacopo di ser Cambio, speziale. La famiglia, il cui capostipite pare fosse il notaio ser Jacopo da Insegna, era oriunda da Massarosa, da dove era stata trasferita verso l’inizio del secolo xiv dal figlio di lui, ser Cambio, anch’egli notaio, dal quale i discendenti presero il cognome.

Dal padre, morto verso il 1370, Giovanni era stato avviato verso l’arte dello speziale, ma dovette certo ricevere da maestri privati [2] una istruzione che, a giudicare dai titoli dei libri esistenti nella sua biblioteca [3] e dalle citazioni che s’incontrano nelle sue opere, possiamo definire buona per i tempi, che gli permetteva una certa familiarità col latino e con gli atti cancellereschi, indispensabile ad un uomo di governo della sua esperienza, e che gli diede un forte stimolo ad apprendere. Prese in moglie, quando ancora non aveva forse vent’anni, una Pina Campori che proveniva dalla stessa famiglia della madre e gli portò una buona dote ma nessun figlio.

Allorché l’imperatore Carlo iv si recò a Lucca rispondendo alle istanze dei rappresentanti lucchesi ansiosi di scuotere il giogo pisano, nell’anno 1368, il Sercambi si recò da lui assieme al suo amico Davino Castellani per presentargli una supplica in versi, opera dell’amico, a nome del Comune [4]. Subito dopo la liberazione, volendo il Comune rioccupare il castello di Pontetetto ancora in mano ai pisani, il Sercambi si arruolò come balestriere [5]. Egli aveva allora ventun anno e si affacciava alla vita pubblica nel clima d’entusiasmi provocato dalla fine della servitù della patria durata per quasi tutto il secolo. Fu in quello stesso anno che, come diremo in appresso, egli diede inizio alle sue Croniche.

La vita politica costituì forse la vera vocazione di Giovanni, il quale, appena potè, lasciò la bottega di speziale ereditata dal padre in altre mani, forse più esperte [6], per dedicarsi completamente alla vita pubblica. Dal 1372 in poi, non vi è forse ufficio militare, diplomatico e politico in cui il Sercambi non assuma incarichi di alta responsabilità, acquistando quella vasta esperienza che varrà a far di lui, verso la fine del secolo, un eminente statista.

Già nel 1372 fa parte del Consiglio Generale della Repubblica, in cui lo troviamo ripetutamente fino al 1397; così come ritroviamo spesso il suo nome fra i membri del Consiglio dei Trentasei, a partire dal 1381. Di questo stesso anno è la prova più evidente della stima in cui era tenuto dai suoi compatrioti, che lo inviarono a capo di un’ambasceria al temutissimo conte Alberigo da Barbiano, il quale, dopo aver crudelmente saccheggiato Arezzo, si apprestava a muovere verso Lucca. La missione ebbe buon risultato, poiché, pur non riuscendo il Sercambi a moderare le pretese del conte che si concretavano in cinquemila fiorini d’oro, riuscì a scongiurare il pericolo di un’azione armata contro Lucca. La città fu salva, ed il risultato dell’ambasceria accrebbe il prestigio del Sercambi.

Intanto la classe dei mercanti rientrati in Lucca dopo la caduta di Giovanni dell’Agnello aveva riportato in patria le forze finanziariamente e socialmente dinamiche che erano le sole che potessero far sperare in una ripresa della vita economica e politica dello stato, e senza le quali Lucca sarebbe tornata ad essere disponibile, come lo era stata per cinquant’anni, all’ambizione e all’ingordigia dei vicini tiranni. Con il ritorno di quella classe, dunque, la vita politica lucchese, che si era arrestata dopo le giornate di Bonturo Dati, torna a rifiorire e diventa ineluttabilmente lotta di partiti e di fazioni [7]. Il Sercambi si allinea ben presto con la fazione capeggiata dalla potente famiglia dei Guinigi.

Questi, che erano riusciti ad accumulare un’enorme fortuna con l’industria della seta e le attività di cambio, erano stati costretti all’esilio volontario dalle pressioni finanziarie di Giovanni dell’Agnello. Tornati in patria subito dopo la sua cacciata, essi fondarono una società di cambio con agenti a Genova Pisa Venezia Napoli Firenze Roma Bruges e Londra, e durante i regni di Gregorio xi ed Urbano vi divennero anche collettori ed amministratori della Camera Apostolica. A capo della famiglia Guinigi era Francesco, il quale assunse presto in Lucca una funzione simile a quella che circa mezzo secolo dopo Cosimo de’ Medici avrebbe assunto nella vicina Firenze. Attorno a loro si raccolgono determinate forze sociali che tendono ad assumere il controllo totale della vita lucchese.

L’opposizione ai Guinigi è rappresentata dal sorgere di un’altra coalizione, capeggiata dalla famiglia dei Forteguerri. Francesco Guinigi muore nel 1384 aprendo un vuoto che nessun altro membro della famiglia sembra poter colmare. L’egemonia finanziaria e politica, che per tanti anni era stata appannaggio dei Guinigi, passa presto dalla parte dei loro avversari. La situazione precipita allorché nel 1392 Forteguerra Forteguerri viene eletto Gonfaloniere di Giustizia. Il 12 maggio di quell’anno i Guinigi con la loro consorteria scendono in piazza San Michele dove vengono affrontati dagli avversari e dalle milizie del Gonfaloniere, che tuttavia dopo una giornata di lotta rimangono sopraffatti. Trucidati i capi della fazione dei Forteguerri, incluso il Gonfaloniere di Giustizia, i Guinigi si trovano aperta la via verso il potere incontrastato; infatti, il figlio maggiore di Francesco, Lazzaro, assumerà ben presto nella vita lucchese il posto che era stato per tanti anni tenuto dal padre.

I fatti del 1400, per cui i Guinigi divengono finalmente signori di Lucca con Paolo, non sono che un epilogo di quelli del maggio 1392. Da quest’anno in poi il Sercambi, che aveva combattuto a fianco dei Guinigi, è legato alla loro fortuna e negli otto anni che vanno fino al 1400 egli rimane alla ribalta della vita civile e militare di Lucca. Nel 1393 è uno dei quattro capitani lucchesi inviati in aiuto al marchese di Ferrara in una spedizione contro il ribelle Opizzo di Montegarullo; nel luglio del 1396 viene inviato al campo militare contro i pisani ed i fuorusciti lucchesi come uno dei due Commissari del Comune; sei mesi dopo circa, eletto fra i condottieri della Repubblica, è mandato in Garfagnana a preparare la resistenza armata contro le truppe alleate di Pisa e di Milano, che, dopo aver devastato gran parte del territorio lucchese, si erano accampate minacciosamente a Moriano; nel giugno dello stesso anno lo troviamo, come Commissario del Comune, a Camaiore, che i fuorusciti lucchesi incitavano alla ribellione. Più di una volta, poi, viene inviato ad ispezionare e provvedere alle opere di fortificazione di castelli lucchesi [8].

Dopo essere stato membro della balìa formata subito dopo i fatti del 1392, anziano per il bimestre settembre-ottobre dello stesso anno e poi per il bimestre marzo-aprile 1396, il Sercambi viene infine eletto alla suprema magistratura dello stato, quella cioè del Gonfaloniere di Giustizia, il 23 agosto del 1397, per il bimestre successivo; ufficio che egli ricoprirà ancora una volta, in sostituzione di Stefano di Poggio, nel 1400, all’epoca cioè in cui il suo aiuto diventa indispensabile perché Paolo Guinigi possa strappare al popolo lucchese i pieni poteri.

Naturalmente, in questo schizzo biografico non si è tenuto conto che delle tappe più importanti della carriera politica del Sercambi, avendo evitato di menzionare gli uffici ed incarichi minori come pure le missioni diplomatiche di minore importanza che gli vennero affidate. L’esperienza accumulata in questi anni fu condensata nella Nota ai Guinigi, di cui parleremo fra poco, e nella Nota a Lucca, inserita nella prima parte delle Croniche [9]. Dalla lettura di questi due documenti si nota come non vi fosse problema importante per la vita della Repubblica del quale il Sercambi non avesse diretta conoscenza ed al quale egli non avesse cercato una soluzione. Quei due documenti provano chiaramente che il Sercambi aveva avuto modo di formarsi delle idee precise sul modo di reggere la Repubblica e di preservarne l’indipendenza. È bene dunque notare che sul piano della prassi politica tornava più utile ai Guinigi potersi avvalere di un uomo di tale esperienza, che viceversa. Non fa perciò meraviglia se, non appena se ne presenta l’occasione, il Sercambi, da attore, anche se importante quale era stato, divenga protagonista della storia di Lucca.

Si è detto già che negli ultimi anni del xiv secolo le redini del potere erano state raccolte nelle mani di Lazzaro Guinigi, capo riconosciuto e rispettato della famiglia, che governava con polso fermo ed un certo acume politico e diplomatico. Ma il 15 febbraio 1400 egli cadeva sotto il pugnale del proprio fratello Antonio e del cognato Nicolao Sbarra, per motivi che riescono poco chiari [10].

L’assassinio di Lazzaro mise la fazione dei Guinigi in serio pericolo. Se il delitto, come pur si mormorava, aveva trovato incitatori a Milano ed a Pisa, il momento non poteva essere più opportuno : mancavano infatti gli uomini migliori dei Guinigi, essendo Michele, fratello di Francesco, e Dino, cugino, troppo vecchi per poter prendere alcuna iniziativa, ed essendo morto, dopo Lazzaro ed Antonio (condannato a morte in seguito al delitto), anche il terzo figliuolo di Francesco, Roberto. Rimanevano, dei figli maschi, i due più giovani, Bartolomeo e Paolo. Per di più, la peste era entrata in Lucca nel settembre del 1399, e, benché se ne fosse allontanata col sopraggiungere dell’inverno, vi rientrò in primavera con tanta violenza da mietere, scrive il Sercambi, « più di cl persone per die » [11]. La città era perciò rimasta vuota dei cittadini più influenti e responsabili che avevano cercato scampo altrove. Si stentava a mantenere i servizi indispensabili. Il morbo, infine, colpì i figli superstiti di Francesco Guinigi: Bartolomeo ne morì, mentre Paolo ne uscì immunizzato.

Firenze seguiva intanto gli avvenimenti con la massima attenzione: anzi, per non lasciarsi sfuggire un’eventuale occasione propizia, aveva mandato delle truppe in Valdinievole e in Valdarno, pronte ad intervenire, mentre i fuorusciti lucchesi ed i nemici interni davano i Guinigi per spacciati, dicendo apertamente che ormai « la casa dei Guinigi non valeva uno boctone », e brigavano essi stessi coi fiorentini.

Approfittando di questa situazione, nella notte fra il 13 ed 14 ottobre del 1400, Paolo Guinigi convocò i membri della balìa creata qualche mese prima per assicurare i servizi più urgenti in tempi così calamitosi, e chiese i poteri assoluti. La mattina dopo corse la città senza incontrare alcuna resistenza.

Pare che il colpo di stato fosse stato architettato in ogni dettaglio dal Sercambi, come egli stesso dà ad intendere [12], e da lui, allora Gonfaloniere di Giustizia, messo in esecuzione. Queste responsabilità gli diedero la fama, presso gli storiografi lucchesi risorgimentali [13], di nemico delle libertà popolari, e gli venne rivolta l’accusa di essere stato il maggiore artefice della restaurata tirannide. Interpretazione dei fatti che potrebbe essere anche convincente se si isolassero gli eventi che condussero al colpo di stato dalla storia di Lucca dell’ultimo trentennio del secolo, o, per meglio dire, della storia lucchese dal 1308 in poi.

Nel valutare le responsabilità del Sercambi, bisogna invece tener presente che non si può parlare di un vero e proprio colpo di stato, ma solo di un consolidamento di quella auctoritas che era stata appannaggio della casa Guinigi sin dal primo nascere della nuova Repubblica, del riconoscimento de jure di una trentennale situazione de facto. Però, mentre Francesco e Lazzaro Guinigi avevano potuto reggere lo stato, pur non essendo ufficialmente a palazzo, in virtù del loro indiscusso prestigio personale, questo mancava al giovane ed inesperto Paolo: il riconoscimento ufficiale della signoria dei Guinigi era indispensabile perché Paolo potesse governare senza contrasti interni e con apparenza di legittimità. È questo il senso e la portata politica del cosiddetto colpo di stato del 1400.

Per tutto il resto della sua vita, il Sercambi visse nella familiarità del Guinigi, di cui sempre gode l’amicizia ed i favori e dal quale gli vennero affidati delicati incarichi civili e militari. Lo troviamo quasi ogni anno fra gli eletti al Consiglio privato del signore, finché, dal 1407, non venne confermato nell’ufficio sino a data indeterminata, e cioè fino alla morte. Fu in vari tempi consigliere dell’Abbondanza, governatore della Dogana, ufficiale sull’entrata dell’amministrazione pubblica e di quella privata del Guinigi. Nel 1402 fu vicario nella valle Ariana, e nel 1405 comandò, assieme a Dino di Volterra, una spedizione militare contro la fortezza di Ortonuovo, che si era ribellata a Lucca dietro istigazione di Gabriello Maria Visconti, allora signore di Pisa.

Ottenne inoltre delle concessioni a favore della sua bottega, che aveva intanto trasferito in un punto centrale della città [14]. Non sappiamo per quanto tempo, ma sembra accertato che poco dopo l’inizio del nuovo regime, gli venne anche assegnata una sine cura di diciotto fiorini d’oro mensili [15]. A tutto questo bisogna aggiungere che la familiarità del Guinigi gli permise di vivere ad una corte piuttosto evoluta, nella compagnia dei dotti e degli umanisti protetti dal munifico Paolo [16].

Verso la fine delle Croniche troviamo un gruppetto di capitoli raccolti sotto il titolo: Del danno che Johanni Setcambi dì Luccha à ricevuto per essere stato amico della casa dei Guinigi e del signore Paolo Guinigi [17]. Questo titolo, più che il contenuto di quelle pagine, fece pensare il Minutoli [18], prontamente seguito dagli altri biografi, ad una pretesa espressione di ingratitudine e rancore del Sercambi nei confronti di Paolo. Il cronista, che scriveva nel 1423 all’età di settantacinque anni, sembra fare il bilancio, in quei capitoli, dei danni ricevuti a causa della sua fedeltà ai Guinigi. E così, narra di essere stato assalito dai nemici del signore mentre si trovava a Venezia per affari; di aver avuto la bottega messa a fuoco da ignoti; e soprattutto di aver perduto, sempre a causa della sua fedeltà di amico e di suddito, l’eredità che un suo zio morto a Parigi, Giglio Sercambi, gli aveva lasciata. I danni ammonterebbero, secondo i suoi stessi calcoli, a ben diecimila fiorini. La narrazione di questi infortuni è preceduta da una serie di violente e circostanziate accuse contro i corrotti legulei lucchesi.

Nel corso di quelle pagine, però, il Sercambi trova modo di riaffermare la sua lealtà e la sua amicizia verso il Guinigi, a cui rimprovera solo di non aver appoggiato con sufficiente energia le richieste dell’amico nella lunga vertenza giudiziaria riguardante l’eredità dello zio Giglio. Più che da astio o da senso di ingratitudine, sia pur larvato, quelle pagine potrebbero forse, con più verisimiglianza, esser state dettate dal desiderio di reagire ad eventuali accuse, formulate dai suoi avversari dentro o fuori di Lucca, di aver approfittato dell’amicizia di Paolo per ottenere dei vantaggi personali.

Il Sercambi morì di peste il 27 marzo del 1424. La moglie gli sopravvisse di qualche mese, e l’eredità, in mancanza di figli propri, andò a quelli dell’unico fratello; i quali si affrettarono a scialacquare i beni ereditati, in tanta furia che il podestà, su istanza della moglie di uno di essi, dovette ordinare il sequestro di quello che ne era rimasto, e cioè i mobili del palazzo di San Matteo e dei libri dello scrittore [19].

II. LA «NOTA AI GUINIGI»

La testimonianza più significativa dell’esperienza acquistata dal Sercambi nelle cose di governo è costituita, oltre naturalmente ai dati biografici passati brevemente in rassegna, dalla Nota ai Guinigi, già conosciuta nella scorrettissima edizione che ne fece il Mansi [20], e restituita finalmente dal Bongi alla sua forma genuina [21]. Il titolo completo del breve scritto è: Nobilibus et potentibus viris Dino, Michaele, Lazzarino et Lazario de Guinigiis — Nota a voi, Guinigi. Essa fu certamente scritta, come osserva il Bongi [22], fra il 1392, l’anno cioè in cui i Guinigi, sopraffatta la fazione Forteguerri, riacquistano la supremazia politica in Lucca, ed il 1400, l’anno della morte di Lazzaro, uno dei quattro destinatari della Nota.

Questo arco di tempo si potrebbe tuttavia ulteriormente restringere, tenendo presente che la Nota vien dedicata ai quattro capi della famiglia e non al solo Lazzaro, il quale specialmente a partire dal 1395 veniva riconosciuto universalmente come l’unica guida dello stato e del partito ; che proprio all’inizio dello scritto si accenna ai « pericoli che passati sono », « ai pericoli presenti » e a quelli che « puonno avvenire », frasi che possono comprendersi solo se inserite nel clima che seguì i fatti del 1392 ed al quale debbono riportarsi anche le strette cautele contemplate dal documento per la difesa personale dei membri della famiglia Guinigi ; ed infine, tenendo presente che essa è un programma di governo e come tale da supporsi scritto perché servisse da testo ai nuovi oligarchi e non certo per correggere il corso politico già impresso allo stato. Non si andrebbe lontano dal vero, perciò, se si assegnasse alla Nota la data appunto del 1392 [23].

Lo scritto potrebbe esser diviso in tre parti : la prima, che comprende i consigli riguardo la difesa di Lucca e della oligarchia; una seconda, che contiene raccomandazioni sulla politica amministrativa, ed una terza con suggerimenti di natura politico-finanziaria. Nella prima parte il Sercambi prescrive il numero esatto di armati necessari alla difesa della città e dei castelli, nonché un numero fìsso di armati per la difesa delle persone dei Guinigi e dei loro beni. Questa parte sarà più tardi sviluppata, nel 1398, ed integrata dalle raccomandazioni sul numero di uomini e sui mezzi necessari alla difesa di ciascun forte e castello dello stato, nella Nota a te, Lucca [24].

Un’importanza maggiore rivestono invero le altre due parti del documento, quelle cioè riguardanti la politica amministrativa e finanziaria dello stato. Il Sercambi consiglia prima di tutto la nomina di un « consiglio di commissari », con autorità legislativa uguale a quella del maggior consiglio, del quale dovrebbero far parte parenti ed amici fidati degli oligarchi, in numero non superiore a diciotto. Esso dovrebbe avere come scopo che «quello che per consiglio generale vincere non si potesse, o vero che a loro paresse non doversi a quel consiglio mettere, si potesse per questo ottenere». Comunque, tutte le cariche più importanti, come appunto il consiglio dei commissari, «l’officio dell’anzianatico, [...] conductieri, gonfalonieri, vicari di Pietrasanta, Montecarlo, Camaiore, Castillioni, segretari, officio di balya », ecc, dovrebbero essere gelosamente affidate a «homini amici e confidanti», mentre le cariche amministrative di minore importanza dovrebbero esser distribuite fra «tucti i ciptadini, acciò che non paia in tucto dalli honori di Lucca exclusi» [25].

Secondo il Sercambi, poi, la sorveglianza sui confinati politici dovrebbe esser resa più rigida, ponendo financo taglie sui più pericolosi di loro, mentre tutti coloro i quali «senza colpa» si fossero allontanati dalla città e dal contado dovrebbero esser costretti con le buone o con le cattive a rientrarvi, « acciò che la [...] ciptà non vegna meno di mercadanti e d’artefici ciptadini né contadini».

Il popolo dovrebbe essere tenuto in pace ed in tranquillità; onde prevenire ribellioni, tutte le armi in possesso dei privati dovrebbero esser confiscate.

Un altro suggerimento importante è quello di creare un organismo che avesse l’ufficio di conciliare i piati legali «che non bene chiari per l’una parte e per l’altra mostrare si puonno». Organismo che naturalmente non dovrebbe sostituire il giudice ma solo adoprarsi a che le parti, temprando gli animi, giungessero ad un accordo pacifico prima che la vertenza finisse in mano ai legulei, cosa che spesso portava i contendenti alla rovina economica.

Raccomanda il Sercambi che si proceda immediatamente al censimento di tutta la popolazione, così che si possa aver sempre presente il numero esatto dei cittadini di cui si può disporre in caso di guerra o di crisi economica, il loro stato, la loro residenza. Il pennoniere della contrada dovrebbe occuparsi di segnalare al governo ogni mutamento di domicilio di ciascun cittadino. Con tali misure il popolo potrebbe esser tenuto sotto stretta sorveglianza ed i pericoli di ribellione diminuirebbero di gran lunga.

Per poter attuare un simile programma, specialmente nella parte riguardante le misure di difesa interna ed esterna, sarebbero necessari dei fondi finanziari di una certa consistenza. Il Sercambi si domanda appunto da dove si potrebbero ricavare tali fondi, e la risposta che egli dà rappresenta la parte più interessante del documento. Lo scrittore invoca qui prima di tutto una politica finanziaria protezionista: Lucca non esporta più seta, un tempo principale fonte di ricchezza per lo stato; si dovrebbe dunque imporre «forte e smisurata gabella» sulle importazioni, in special modo sul vino forestiero che aveva messo in forte pericolo la produzione locale. Si dovrebbe poi proibire per tutto il territorio di Lucca l’importazione di merci (eccezion fatta per il legname, avena, bestiame, cacio, pesce, carne salata e vino) che non venissero tratte direttamente da Lucca. I commercianti sarebbero così costretti ad aprire dei fondachi nella città, «e di questo avrebbe il comune du’ gabelle, l’una nello intrare, l’altra innell’uscire e il guadagno rimarrebbe in Lucca».

Si dovrebbe riordinare il catasto (una riforma catastale era stata auspicata da Francesco Guinigi, ma non venne attuata che dal figlio Paolo, forse anche sotto le pressioni dello stesso Sercambi, nei primi anni del suo governo) e lo stato dovrebbe cercare di disfarsi, o mettere a frutto quei possedimenti immobiliari che fossero improduttivi o non potessero essere sfruttati con profitto. Sercambi mostra di aver riflettuto a lungo su questo punto, giacché conosce esattamente quale sarebbe il gettito di tale operazione.

Egli conclude infine affermando che « delli altri modi soctili ci sono, li quali colla penna in mano trovare si puonno » e che potrebbero apportare nuova ricchezza allo stato. Reticenza che senza dubbio potrebbe esser interpretata come un invito ai destinatari della Nota a valersi più direttamente dell’opera dell’esperto uomo politico. Invito che sarà stato accolto, se, come abbiamo visto, la carriera politica del Sercambi registra i maggiori successi proprio a cominciare dal 1392.

Come si vede, se le prime due parti in cui abbiamo diviso la Nota rappresentano il risultato più cospicuo della riflessione dell’uomo politico e dell’esperienza del funzionario, gli spunti più originali e dibattuti del documento sono tuttavia contenuti nella terza parte. In forza di essi la Nota è stata indicata come il documento in cui per la prima volta appaiono espressi i principi del protezionismo economico 26]. Al Bongi pare invece impossibile « che i cittadini delle nostre antiche repubbliche, che passavano la lor vita fra le gare politiche e i traffici ed erano così sottili gabellieri, non avessero molto tempo prima del Sercambi pensate, sapute e forse scritte le stesse massime, ch’erano infine quelle che dettava il più facile opportunismo»[27]. Così infatti era stato, e nella stessa Lucca [28]. Ma il problema rappresentato dalla Nota ai Guinigi supera i limiti supposti dal Bongi (al quale si potrebbe comunque ribattere che anche i metodi discussi e propugnati nel Principe erano parte normale della prassi politica delle istituzioni signorili), come anche va al di là dei limiti entro i quali era stato collocato dal Burckhardt, per il quale essa stava a testimoniare che «in Italia la riflessione politica si svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione» [29].

Le misure propugnate dal Sercambi miravano soprattutto a rendere possibile allo stato di accumulare il capitale necessario alla difesa ed alla preservazione delle istituzioni oligarchiche, e apprestare i fondi necessari a condurre a termine il loro programma politico. Sotto questo punto di vista esse vanno messe in rapporto con le idee che alcuni secoli dopo dovevano formare l’oggetto della ricerca di Antonio Serra.

Ma a parte questo, la Nota va collocata sullo sfondo della politica perseguita dai Guinigi, eminentemente difensiva e protettiva, concepita come unica alternativa alla perdita dell’indipendenza così faticosamente riconquistata dopo tanti decenni di servitù. Sercambi vuole essere dunque assertore ed interprete di quella direttrice politica che egli aveva chiaramente intuita; la Nota contiene perciò un programma realisticamente pensato ed adattato allo stato delle cose in Lucca sullo scorcio del secolo xiv.

Realismo politico che trasse in inganno gli studiosi del Sercambi e della pubblicistica economica in generale, e nel quale si trovano, da una parte le limitazioni del trattato, e dall’altra la sua originalità ed importanza. In quanto la Nota non si preoccupa di fondare la prassi propugnata su leggi politiche o economiche di ordine generale, se ne può parlare come di una raccolta di massime. In quanto poi essa si propone la formulazione di un programma d’azione amministrativa inteso a difendere le istituzioni dello stato, bisogna riconoscere ad essa il valore di primo trattato sul reggimento di una signoria.

Il Sercambi rimase certamente al di fuori sia delle correnti di pensiero politico che facevano capo agli scolastici, sia delle nuove correnti giuridico-politiche iniziate da Bartolo di Sassoferrato o da umanisti come Coluccio Salutati [30]. Nelle sue opere non si trova traccia della pur minima informazione tratta dalla pubblicistica politica contemporanea. Nondimeno egli doveva conoscere le prassi istituzionale e costituzionale che erano state al centro della riflessione di Bartolo. Nella Nota ai Guinigi, infatti, egli evita accuratamente di accennare alla legittimità delle istituzioni lucchesi durante il predominio dei Guinigi. Carlo iv, liberando Lucca dalla tirannide pisana nel 1369, l’aveva presa sotto la sua diretta sovranità; l’anno successivo il cardinale Guidone, suo vicario, aveva trasferito la fonte della legittimità, in questo caso il vicariato, nelle mani degli anziani della città. Soltanto nel 1413, dopo vani e ripetuti tentativi, riuscirà Paolo Guinigi ad ottenere dall’imperatore il vicariato sulla città e sullo stato lucchese. Fatto di grande importanza, che però il Sercambi, di solito informatissimo su quello che capita al Guinigi, passa sotto silenzio. Nelle Croniche, invece, nel narrare gli avvenimenti del 1392 e quelli che portarono al colpo di stato del 1400, egli insiste sull’impellente necessità di salvare la libertà di Lucca. Egli tenta così di giustificare le istituzioni signorili invocando lo stato di necessità ed il bene universale della Repubblica, venendosi così a trovare, e non sappiamo fino a qual punto inconsapevolmente, sulla linea della riflessione di Bartolo.

Nella Nota ai Guinigi, dunque, il Sercambi, evitando di affrontare una questione di diritto (che d’altra parte era fuori luogo, anche per il carattere programmatico che lo scritto doveva avere) ed evitando di riflettere sulla origine o legittimità delle istituzioni lucchesi, ricerca solo le misure utili al loro mantenimento e, riconoscendo la validità di certe norme della prassi ed assumendole come valide de facto, le applica alla situazione contemporanea degli affari lucchesi. Il Sercambi ci appare perciò come il primo teorico delle istituzioni signorili, un precursore del genio politico del Machiavelli e del Guicciardini dei Discorsi sul reggimento di Firenze.

Sul piano puramente storico, infine, la Nota indica come già alla fine del secolo xiv le istituzioni signorili avessero acquistata piena coscienza di sé e fossero già impegnate a ricercare i mezzi necessari alla propria preservazione.

III. LE « CRONICHE DI LUCCA »

Le Croniche di Lucca sono l’opera più estesa del Sercambi, non solo per la vastità della materia ma anche per l’impegno che essa richiese dal cronista, il quale vi attese dal 1368 fino a qualche mese, o qualche giorno, prima della morte [31]. Le Croniche sono divise in due parti, la prima delle quali narra gli avvenimenti che vanno dal 1164 al 6 aprile del 1400, allorché il Sercambi aveva deciso di arrestarsi e non procedere oltre; la seconda invece venne iniziata nel maggio del 1400, quando sotto la pressione degli eventi il cronista decise di continuare la registrazione delle sue testimonianze, e giunge fino al luglio del 1423.

Le due parti formano due distinti e preziosi codici che dovevano andare in dono al signore ed amico Paolo Guinigi [32], anche se il progetto non venne certo iniziato con questa intenzione. Del primo di essi esistono pure tre altre copie: una che risale alla prima metà del secolo xvi e venne prodotta a cura di una commissione di tre cittadini, cui nel 1536 fu dato incarico di provare i diritti di Lucca sopra alcuni territori contestati; una seconda ed una terza che risalgono invece al secolo xviii e vennero tratte da Bernardino Baroni e da Tommaso Gaetano Sergiusti [33]. Del codice contenente la seconda parte delle Croniche [34] esistono anche due copie incomplete e scorrette, una delle quali va dall’inizio fino al 1409 [35], e l’altra che comprende la registrazione degli eventi dall’anno 1418 alla fine [36]. Il codice della prima parte è anche illustrato da miniature e figure a pieni colori che lo rendono inestimabile e che il Bongi pensa possano attribuirsi allo stesso cronista [37]. Nel secondo codice mancano le miniature, ma si vedono gli spazi lasciati perché esse venissero aggiunte in un secondo tempo.

Le Croniche rimasero sconosciute agli studiosi, eccezion fatta per i lucchesi, finché il Muratori non trovò il cod. Ambrosiano contenente la copia parziale della seconda parte e lo stampò nel tomo xviii dei R.I.S. [38] Messo però sull’avviso dalla dichiarazione del cronista stesso che si rifà alla parte precedente, si mise alla ricerca del cod. contenente la prima parte con tanto zelo da insospettire le autorità lucchesi, che fecero fallire le ricerche [39].

L’iniziativa di pubblicare le Croniche fu presa invece molto tempo dopo, in pieno clima risorgimentale, dalla direzione dell’«Archivio storico italiano», subito dopo la sua fondazione nel 1842 da parte del Vieusseux, che ne affidò l’incarico a Girolamo Tommasi, allora direttore dell’Archivio dello Stato di Lucca. Il Tommasi si accinse all’impresa scrivendo come introduzione alle Croniche il suo Sommario della storia di Lucca [40]; egli però morì nel 1846 senza poter condurre a termine l’opera, e, quattro anni dopo, trasformatosi l’« Archivio storico » in periodico, il progetto venne abbandonato. Pare che intorno allo stesso tempo, e precisamente nel 1848, l’idea di portare alla luce le Croniche sia venuta anche ad un altro illustre storico lucchese, il Mazzarosa, senza però che il progetto trovasse seguito [41].

Finalmente, la sezione lucchese della Deputazione di storia patria per la Toscana l’Umbria e le Marche avanzò la proposta di pubblicare le Croniche all’Istituto storico italiano, il quale nel 1866 decideva di assumersi l’impresa affidandone l’incarico a Salvatore Bongi, anch’egli direttore dell’Archivio dello Stato di Lucca. Le Croniche apparvero dunque nel 1892 in un’ottima edizione in cui poterono financo essere incluse le riproduzioni a disegno delle miniature che illustrano il primo codice. L’opera occupa i voll. 19, 20 e 21 delle « Fonti per la storia d’Italia »; i primi due di essi sono dedicati al contenuto della prima parte delle Croniche, mentre il terzo è occupato dalla seconda parte assieme agli indici ed ai glossari [42].

Il Sercambi cominciò a scrivere le Croniche all’età di vent’anni, nel clima entusiastico del 1368, quando le speranze dei lucchesi di scuotere il giogo pisano cominciavano a diventare realtà. Egli cominciò appunto registrando i documenti che consacravano la liberazione di Lucca. Solo più tardi si accorse che quegli avvenimenti non potevano rimanere isolati dal resto della storia lucchese durante il secolo xiv e vi aggiunse, quasi come introduzione, una parte che narra gli avvenimenti importanti nella storia di Lucca e della Toscana a partire dal 1335, l’anno cioè in cui Benedetto xii liberò la città dall’interdetto scagliato contro di essa ai tempi di Castruccio. Non essendo egli stato testimone diretto dei fatti narrati in questa parte, si servì di pochi documenti e di molte testimonianze indirette che lo fecero incorrere in molte imprecisioni. Più tardi, e forse sotto la spinta data dall’esempio delle cronache fiorentine, volle giungere più addentro nel passato, e pensò di valersi di una cronichetta lucchese in volgare [43], mutila, che comincia dal 1164. Accrescendo man mano il materiale contenuto nella cronichetta con l’aiuto di altre fonti [44], il Sercambi porta questa parte fino all’anno 1313, data della fine della Repubblica per la conquista di Uguccione della Faggiuola. Questa parte occupa i primi 117 capitoli. Ma che essa sia stata aggiunta in un secondo momento è provato dal fatto che il vero inizio, con invocazioni e dediche e professione di fede e di credo, si trova nel cap. cxviii, al principio cioè della seconda partizione della materia, che va, come si è detto, dal 1335 al 1368.

In questo capitolo, dopo aver dichiarato di volersi attenere alla verità nel registrare gli avvenimenti della storia lucchese e toscana, l’autore passa a ricercare una giustificazione alla sua opera di cronista, dividendo gli scrittori in tre categorie: nella prima egli pone quelli che compongono « libri teologi e divini coi quali si difenda la fede di Christo dalli heretici e scismatici, judei e da altri li quali volessero la dicta fede di Christo diminuire »; nella seconda, « i gran maestri e poeti in scienzia esperti », ai quali spetta di scrivere libri di « leggi civili e morali, filozofia, medicina et di tucte le vii scienzie », sempre che non offendano la fede di Cristo e la verità; alla terza categoria egli assegna infine quegli « homini senza scienzia aquisita, ma segondo l’uzo della natura experti e savi », ai quali compete « compuonere canti di bactaglie, canzoni, suoni et altre cose, a dare dilecto alli homini simplici et materiali, e alcuna volta dinotare alcune cose che appaiono inne’ paezi ». Nessuna meraviglia, aggiunge, se i libri di questa categoria di scrittori non sono così corretti come si converrebbe né così consoni alla ragione, poiché, come dice il proverbio, « nemo dat quod non habet ». Bisogna dunque apprezzare la volontà di far bene e la buona fede: « Assai fa l’uomo quando fa alcuna cosa puramente, posto che non abbia saputo me’ fare, pur à facto a buon fine ». Il Sercambi pone se stesso in quest’ultima categoria, reputandosi « non ammaestrato in scienza teologa, non in leggie, non in filozofia, non in astrologia, né in medicina, né in alcuna delle septe arti liberali », e sapendo invece di scrivere « como homo simplici e di pogo intellecto, materialmente ».

Le Croniche sono il diario dell’uomo politico lucchese, che ne è il vero centro prospettico, ed attraverso le cui passioni ed i cui interessi gli eventi vengono filtrati. Ciò porta, come avviene nelle cronache di questo genere, ad una certa deformazione dimensionale dei fatti: ci passano davanti, nelle identiche proporzioni, le scaramucce periodiche fra pisani e lucchesi, la fine della cattività babilonese, casi di abigeato nel contado lucchese, la conquista fiorentina di Pisa, l’esecuzione capitale di un ladro, l’incoronazione di Giovanna di Napoli o la guerra dei Cento anni.

Ma per la stessa ragione, e cioè in virtù di quell’individuabile centro prospettico, una certa vitalità s’insinua nella narrazione, che non rimane mai fredda ma di frequente si leva in un tono di coraggiosa enfasi a rinfacciare ai contemporanei le loro viltà, le loro inutili crudeltà, gli errori di governanti o i vizi della curia, o ad apostrofare imperatori, papi, tiranni e popoli. Verso la fine della sua vita, quando non gli erano più rimasti peli sulla lingua, il Sercambi giunge al punto di fare i nomi dei lucchesi che esercitavano «la notaria senza alcuna ragione di gramatiche» [45], quasi ad additarli al disprezzo dei posteri. Di apostrofi morali se ne trovano moltissime sparse nelle due parti delle Croniche: alcune brevi come delle semplici annotazioni moraleggianti, altre invece di struttura ampia, involuta, vero commento morale ad un avvenimento, specialmente quando il cronista scorge in esso un gioco di forti istinti e di passioni umane. Egli impianta perfino dei lunghi dialoghi con immaginari interlocutori che si difendono malamente dalle accuse incalzanti.

Nelle apostrofi e nei suoi giudizi sembra che le due costanti più caratteristiche che il Sercambi riconosce alla prassi politica siano l’utile particolare come movente e fine, e l’assoluta necessità, come mezzo pratico, di appoggiare il potere sugli amici fidati e di diffidare dei nemici. In forza della legge dell’utile particolare egli spiega e comprende i moventi dei nemici suoi e di Lucca. Tipico a questo proposito è l’atteggiamento che egli assume nei confronti di Iacopo d’Appiano, signore di Pisa, astutissimo nemico di Lucca, che il cronista detesta chiamandolo « piccolo verme» e «maestro di tradimenti» presentandolo come l’incarnazione del demonio. A lui rivolge le apostrofi più eloquenti e le più tremende minacce, rivelandone gli stratagemmi più subdoli e le più ciniche macchinazioni. Pure, egli non può fare a meno di subire il fascino dell’uomo che, sfruttando ogni minima circostanza e mettendo da parte scrupoli e leggi morali, realizza il suo utile particolare. E nel bel mezzo delle descrizioni di abietti tradimenti e congiure, il Sercambi esce in improvvise esclamazioni di plauso («O quanto questo modo di parlare fu sagacie, che con bello dire si partio a dare ordine al suo pensieri!»; «O astutia d’uomo savio, in piccolo tempo prendere riparo al suo danno!») [46], allo stesso modo che egli difficilmente riesce a nascondere la sua interna soddisfazione narrando in tutti i particolari il complotto che portò il Guinigi al potere nel 1400.

L’ideale virtù del Sercambi è volitiva ed operante: egli ammira il vincitore che ha saputo e voluto soggiogare circostanze ed eventi. Virtù che forse in lui non fu mai consapevolezza di giudizio, ma istinto. Ma è appunto a causa di questo istinto che la sua narrazione acquista rilievo e dimensione, e che fa sentire sotto il piatto paesaggio della cronaca il pulsare della storia.

IV. LE NOVELLE

Il Sercambi diede inizio alla raccolta delle sue novelle verso i primi anni del xv secolo. Nell’Introduzione egli immagina che una brigata lucchese si fosse riunita nella chiesa di Santa Maria del Corso, nel febbraio del 1374, per decidere di iniziare un viaggio attraverso l’Italia allontanandosi da Lucca per sfuggire alla peste che vi infuriava. Ma questa data, come abbiamo cercato di dimostrare altrove [47], non può esser presa come terminus a quo per la datazione delle Novelle, essendo parte della struttura, e come tale fittizia e romanzesca.

Nel 1374, infatti, la peste era cessata a Lucca già da un anno, e si era sparsa nelle vicine città toscane. In quell’anno, anzi, Lucca era considerata come luogo immunizzato, tanto che, come assicura il Tommasi [48], molti abitanti delle vicine città si indussero a cercare scampo proprio dentro le sue mura. Il Sercambi registra puntualmente nelle Croniche la data del flagello, durato dal settembre del 1371 all’ottobre del 1373 [49]. Anche, perciò, a voler credere che la brigata delle Novelle fosse partita da Lucca quando la peste stava per cessare, non si potrebbe invero spiegare come mai essa visiti per prime ben diciassette città toscane in cui sappiamo che il morbo infuriava proprio in quell’anno.

Fittizio non è solamente il riferimento alla peste, ma anche quello relativo al luogo di riunione della brigata. La chiesa di Santa Maria del Corso, infatti, nella quale il Sercambi immagina che la brigata si fosse riunita decidendo di intraprendere il viaggio per la penisola, nell’anno 1374 non esisteva più, in quanto, trovandosi fuori del secondo perimetro delle mura lucchesi, era stata distrutta nel 1341, durante il lungo assedio pisano [50].

Si trovano tuttavia nel testo delle Novelle elementi sufficienti ad accertare la data di composizione della raccolta. E vorremmo qui cominciare prima di tutto coll’indicare alcuni riferimenti storici contenuti nelle novelle o nei prologhi. La novella n. lxxxx ha inizio con la frase: «Al tempo del marchese Alberto d’Este marchese di Ferrara»; non vi possono esser dubbi che si tratti qui di Alberto v d’Este, morto nel 1393; e poiché la frase lascia supporre che un certo numero di anni fosse già trascorso al momento della narrazione, la data di composizione della novella potrebbe essere spinta almeno verso la fine del secolo. Un dato ancora più importante ci viene offerto dalla novella lxxxiiii, nella quale è menzionato il grave delitto di cui si macchiò il capitano dei Visconti messer Stanghelino da Palù, che, per averla trovata in flagrante adulterio, uccise la moglie con i quattro figliuoli.

Messer Stanghelino, o Stangalino, da Palù viene menzionato nelle Croniche come uno dei capitani della compagnia del conte Giovanni da Barbiano, assoldata dai fuorusciti lucchesi per marciare contro Lucca nel giugno del 1396 [51]. La storia di messer Stanghelino viene posta dal Sercambi « innel tempo che messer Bernabò signoregiava gran parte della Lumbardia », ed il capitano scopre la moglie in adulterio tornando a casa improvvisamente, « essendo alquanti mesi che [...] non era innelle suoi parti stato ». Quest’ultimo particolare, anche se anticipato al tempo di messer Bernabò, morto nel 1385, ci pare contenere un’allusione alle assenze di messer Stanghelino impegnato a servire ora una parte ora l’altra, e insieme una velenosa insinuazione contro i fuorusciti lucchesi che assoldavano simili capitani. Per cui la novella ci sembra dovette esser scritta qualche anno dopo il 1396; anzi molti anni dopo, se il Sercambi sente il bisogno di insistere sulle apposizioni: « Innel tempo che messer Bernabò signoregiava gran parte della Lumbardia, era uno cavalieri suo cortigiano nomato messer Stanghelino da Palù », le quali lasciano supporre che il nome del capitano cominciava a svanire dalla memoria dei lucchesi a cui erano indirizzate le novelle. Nella cornice della raccolta troviamo poi alcuni elementi che valgono a suffragare queste induzioni : come già rilevato dal Renier [52], l’itinerario seguito dalla brigata è modellato su quello di Solino nel libro iii del Dittamondo di Fazio degli Uberti [53]. Questa parte del poema si trova trascritta anche nelle Croniche, inserita fra gli avvenimenti dell’anno 1398. Il Sercambi, come gli stesso dichiara, in attesa di ulteriori sviluppi degli avvenimenti, si dà a copiare quella parte del poema, cosa che fa sospettare che egli ne fosse venuto a conoscenza solo intorno a quel periodo; nessun’altra citazione dal Dittamondo si trova prima di quella data nelle Croniche, ma tutte le altre si incontrano solo in anni successivi al 1398. Lo stesso dicasi per i prestiti dal Soldanieri: nelle Croniche troviamo ben venti fra canzoni, componimenti vari o brani di componimenti appartenenti al Soldanieri: nessuno di essi si legge prima dell’anno 1398.

Esaminando poi il viaggio della brigata delle Novelle, si noterà come esso assomigli molto da vicino ad un pellegrinaggio: nelle apostrofi introduttive, l’autore si rivolge, tra gli altri, a banchieri, mercanti, pubblici magistrati, servi, giudici, monaci e monache, preti e financo re e signori di città. A meno che quelle apostrofi non si ritengano rivolte ad un uditorio immaginario e generico, bisogna pensare che tali professioni e mestieri fossero veramente rappresentati nella brigata [54]. È evidente inoltre il carattere moralmente esemplare delle attività della brigata: ogni sera, prima o dopo la cena, l’autore o i religiosi sono pregati di dire una moralità; secondo quanto vien detto nell’ Introduzione, i sacerdoti che fanno parte della brigata sono tenuti a dir la messa quotidiana a cui deve partecipare tutta la brigata; la sera poi i religiosi devono recitare « tutte l’ore e compieta »; sembra che di sabato sia prescritta l’astinenza, anche dalle danze e canzoni; molte sono le chiese visitate lungo il viaggio (solo a Roma sono sette) ; prima della partenza da Lucca il preposto chiede a tutti i partecipanti una solenne promessa di castità, che viene subito fatta; il fine stesso del viaggio, poi, è, come afferma Aluisi prima di venire eletto preposto, quello « di fuggire la morte dell’anima, la quale è più d’averne cura che lo corpo », e di « pigliare la via di Dio e’ suoi comandamenti ».

Ci sembra che tutti questi caratteri e precetti siano riconducibili ad un fatto di cronaca che ebbe grande risonanza sul finire del secolo xiv e che colpì l’attenzione e l’immaginazione del Sercambi al punto da dedicare ad esso ben settanta pagine della prima parte delle Croniche: i pellegrinaggi della congregazione dei «Bianchi» [55]. Pare che nei primi mesi del 1399, ad un contadino della Provenza fosse apparso un angelo, che gli consegnò un libro da portarsi al papa a Roma, ordinandogli inoltre di esortare gli uomini a vestirsi di bianco ed andare per il mondo a predicare pace e penitenza. Il contadino narrò la sua visione al vescovo di Marsiglia, il quale, assieme agli altri prelati della città, prese l’abito bianco dando inizio ai pellegrinaggi. Ai primi di maggio dello stesso anno un gruppetto di questi « Bianchi » era a Genova; di là il movimento si propagò rapidamente in quasi tutte le città dell’Italia settentrionale.

Sercambi ci offre dettagliate testimonianze di molte fra le innumerevoli processioni che in quell’anno ebbero luogo in Toscana. Fra l’agosto ed il settembre, tre di queste processioni mossero da Lucca visitando « ciptà, chastella, ville et luoghi devoti » della regione, fra cui Firenze, Pistoia, Pisa, suscitando ovunque entusiasmo religioso e causando impressionanti miracoli. La principale di queste processioni lucchesi ebbe inizio la domenica del 10 agosto nella chiesa di San Romano, dove si erano radunati i pellegrini, ed ebbe termine il 21 dello stesso mese, nella chiesa di San Martino. Ad essa presero parte, dice il cronista, « più di 1500 tra homini et donne delle maggiori, belle et ricche, e simile delli homini », che formavano « la terza parte dell’onore et bene di Lucca ». E continua: «Et parve divino miracolo che donne d’onesta e buona vita e donne di persone da bene, come macte uscivano di fuori non curando di lassare padre, mariti o vero figliuoli, caldo né faticha, a seguire lo crocifizo».

Tutti erano infatti liberi di seguire la processione che durava nove giorni, durante i quali erano tenuti ad osservare strettamente alcuni precetti. Era prescritto che i penitenti vestissero l’abito bianco col cappuccio, che essi « non dormino di nocte in alcuna terra murata potendo star seguri di fuori », che « le donne stiano di per sé dalli homini », che « non si debbia mangiare charne, e vivere chasto tanto quanto dura la loro processione »; era inoltre prescritto il digiuno il sabato, e l’astinenza dalla mercanzia e dal lavoro in generale.

Fra i penitenti vi furono signori e castellani: il Sercambi segnala esplicitamente Guccio di Cortona, che aveva preso l’abito bianco in seguito ad un miracolo. Si sa tuttavia che della processione più importante, cui abbiamo sopra accennato, fecero parte anche Bartolomeo Sercambi, fratello dello scrittore, e Paolo Guinigi, che l’anno dopo sarebbe divenuto signore di Lucca [56].

Le processioni dei « Bianchi » ebbero termine nella prima metà di settembre dell’anno 1399; verso la fine dello stesso mese, a Lucca scoppiava la peste [57].

È difficile credere che si tratti qui di coincidenze casuali: il Sercambi modellò il viaggio della sua brigata sulle processioni dei penitenti « Bianchi » attraverso la Toscana, ampliando l’itinerario sulla scorta di Solino e prendendo spunto dal fatto di cronaca immediatamente successivo ai pellegrinaggi, cioè la peste, per la forte attrazione esercitata dal Decameron. Lo scrittore collocò l’inizio del viaggio nell’anno 1374 perché questa data era ormai abbastanza remota dalla memoria dei contemporanei da permettergli di rendere più verisimile lo strano viaggio della brigata. Che dieci giovani si ritirino coi servi in una villa appartata per sfuggire la tragica visione della peste, poteva passare facilmente inosservato; il viaggio invece di una brigata così numerosa come quella immaginata dal Sercambi, che va in giro per quant’è lunga la penisola a raccontar novelle, non poteva passare inosservato, anche se la verisimiglianza di esso si appoggiava, oltre al resto, all’esodo di molta gente da una città colpita dalla peste.

Bisogna infine ricordare che nell’Introduzione il preposto affida all’autore (e cioè al narratore, che è poi, come si rileva dall’acrostico dell’Introduzione, lo stesso Sercambi) un preciso mandato:

A colui il quale sen’ cagione ha di molte ingiurie sostenute, et a lui senza colpa sono state fatte, comando che in questo nostro viaggio debbia esser autore e fattore di questo libro e di quello che ogni dì li comanderò.

All’autore, dunque, non veniva solo affidato l’incarico di narrare le novelle, ma anche quello di « fare il libro », di raccogliere cioè in volume le varie esperienze ed il vario materiale offerto dal viaggio; di tenere insomma una specie di giornale. Mandato che giustifica l’inclusione di poesie, della descrizione del viaggio, ecc. Esso dimostra inoltre che il Sercambi, nell’accingersi a raccogliere le sue novelle, si riconosceva già scrittore di cronache, cosa che non avrebbe potuto fare se avesse iniziato la raccolta nel 1374, quando cioè gli eventi che aveva registrato a cominciare dal 1368 riempivano solo poche carte. L’allusione poi alle ingiurie sostenute innocentemente non si adatta ad un giovane di ventisei anni, ma piuttosto ad un uomo già maturo e navigato.

Ci sembra perciò evidente che la raccolta delle Novelle non potè essere inziata prima dell’anno 1399 o 1400 [58]. È appunto di quest’anno la decisione del Sercambi di voler porre termine alle Croniche e non procedere più oltre [59]. Decisione che potrebbe esser stata causata dal desiderio di dedicarsi a raccogliere le sue novelle.

Nella prima parte delle Croniche, che, come abbiamo già detto, giunge fino all’anno 1400, non si trova inclusa nessuna novella. Nella seconda parte invece egli ne include, come esempi morali indirizzati a signori e governanti, ben quattordici, dodici delle quali corrispondono ad altrettante della nostra raccolta [60]. Crediamo che l’esame delle varianti (incluse qui nell’Apparato) mostri in modo inequivocabile la dipendenza della redazione delle Croniche dall’archetipo del codice Trivulziano 193.

Ma quel che preme rilevare qui è che le prime quattro novelle incluse nelle Croniche (e cioè i nn. lxxiiii, cxxxiiii, cxxxvii e cxxxviiii della nostra raccolta) sono inserite fra gli avvenimenti del biennio 1400-1401, compresi nelle prime diciotto carte del codice. Anche supponendo che le novelle fossero state aggiunte al momento della trascrizione degli appunti nel codice, non si andrebbe molto al di là del 1402-1403, dato il costume del Sercambi di mettere in bella copia il materiale raccolto nei quaderni un anno circa dopo la registrazione dei fatti narrati. Ma è dunque possibile che il Sercambi, avendo iniziato la raccolta nel 1400, fosse giunto in due soli anni al n. cxxxviiii? Possibilissimo.

Preferiamo però credere che egli avesse già scritte molte delle novelle in forma sciolta e che in seguito, prendendo spunto ed ispirazione dalle processioni dei « Bianchi », dalla peste, dalle sue letture e dalle nuove circostanze politiche che si erano intanto verifìcate in Lucca, avesse deciso di raccoglierle insieme in una cornice simile a quella del Decameron. Questa supposizione troverebbe fermo appoggio nel fatto che in più di un caso egli dispone le novelle in gruppetti a seconda del loro argomento: quelle, ad esempio, attinenti alla storia romana (dal n. xli al n. l), quelle riguardanti Venezia e i suoi costumi (n. cxxv-cxxx), quelle che avevano per argomento imprese di ladri e briganti (dal n. xviiii al xxiii, mentre la brigata passa per la Maremma, e dal n. lxxxiiii al n. lxxxxii mentre si attraversa l’Italia meridionale).

Vi sono però alcuni altri elementi nella struttura delle Novelle di cui va reso conto. Dei partecipanti a questo viaggio lungo la penisola conosciamo, per sua esplicita dichiarazione, solo il nome dell’autore, il Sercambi stesso. Ma chi si nasconde fra i membri della brigata?

Bisogna riconoscere intanto che questo viaggio attraverso l’Italia di una brigata che fugge la peste è certo alquanto suggestivo, e persino nel facile quanto inevitabile accostamento ad altri schemi novellistici medievali o prerinascimentali riesce a mantenere un tono di novità e di originalità. D’altro canto non si può fare a meno di consentire con quelli che, come il Di Francia [61], rilevano che l’espediente di far narrare le novelle sempre dalla stessa persona risulta in una certa monotonia di ritmo, specialmente quando si ricordi la mobilità suggerita dall’alternarsi dei dieci narratori del Decameron o quella degli strani e vivaci pellegrini dei Canterbury Tales del Chaucer.

Ed infatti, i due soli personaggi delle Novelle sono l’autore ed il preposto: tutti gli altri partecipanti al viaggio rimangono assolutamente in ombra e appaiono solo attraverso la funzione che viene loro assegnata nei servizi «logistici», e mai comunque individualmente: vediamo cioè dei cantarelli o delle cantarelle che suonano o cantano o danzano allietando la brigata, dei religiosi che recitano le moralità per ammaestrare la compagnia, o i servitori che hanno l’incombenza di servire i pasti, o dei barcaioli che appaiono qualche rara volta. Per il resto l’azione è ristretta ai rapporti fra il preposto e l’autore.

All’autore incombe il ruolo di narrare le novelle, di recitare qualche volta una moralità e quello di enunciare il senso esemplare del racconto. Quest’ultimo ruolo è forse quello dove egli mostra più libertà di iniziativa, giacché tale espediente gli offre l’opportunità di sottolineare il valore dell’amicizia o i pericoli che covano le vecchie inimicizie, di esercitare una certa critica dei costumi insistendo su certi vizi o su certe debolezze. Per il resto, l’autore si mostra completamente sottomesso al preposto in un’acquiescenza assoluta condivisa da tutti gli altri membri della brigata.

Il preposto è il vero fonte dell’azione: egli stabilisce l’ora della partenza, la direzione del viaggio, in quante tappe esso si compirà, l’ora della cena e quella del riposo o della danza o del sollazzo; invita i religiosi a recitare le moralità, i cantarelli a cantare o suonare, impone all’autore di narrare la sua novella, suggerendone in qualche caso persino l’argomento. La brigata è attenta ai suoi comandi ed ai suoi desideri; viene notato financo quando egli si astiene dal ridere assieme al resto della comitiva: ogni sua reazione o commento al racconto è puntualmente registrato.

La vita della brigata sembra avere i caratteri della vita di una città del Quattrocento, dove tutto si svolge attorno alla venerata persona del signore e tutto dipende dalla sua volontà. Sercambi, che si era assunto il ruolo di consigliere politico dei Guinigi e di cronista della loro signoria, si assume anche quello di narratore e poeta ufficiale. Per cui si intende come lo schema offerto dalla occasione del viaggio diventi man mano più composito e complesso, passando da caratteri piuttosto semplici modellati sulla vita di un popolo acquiescente a quelli più elaborati di una corte che vive in grazia ed opulenza intorno al suo signore. L’eco di quella vita si sente nella disposizione della poesia morale accanto alla ballata ed al madrigale, dell’esempio morale che pur scaturisce dalla novella erotica smussandone gli spigoli. Quell’eco si sente nell’estensione stessa e nella ricchezza della lingua del Sercambi, che con timbro personalissimo trascorre dall’accento vernacolare del dialogo realistico ai toni allusivi di intonazione dotta che dovevano esser compresi a volo dall’uditorio borghese gravitante attorno ad una corte di origine mercantilesca che si era scoperta delle ambizioni di mecenatismo.

Un uditorio dal gusto soprattutto buontempone e salace (certamente lontano dalle raffinatezze delle corti che sarebbero fiorite decenni più tardi) che poteva apprezzare l’ammiccante narrativa sercambiana fondata specialmente sul nudo e crudo commercio del sesso e della furbizia, che ha scandalizzato ed offeso i benpensanti dell’Otto e Novecento. Sercambi ha certamente la mano pesante; bisogna tuttavia domandarsi se egli in fondo non sia stato la vittima di un tiro birbone, anzi di un vero tradimento perpetrato dagli editori (non escluso il presente) che con tanta diligenza si sono accaniti ad imbandire ad un pubblico sempre più vasto una raccolta forse destinata ad un circolo per uomini soli che si riunivano in cerca di un onesto passatempo durante lunghe e noiose serate. Può ben darsi che il Sercambi si trovi nell’imbarazzante situazione in cui si troverebbe una onorata signora il cui diario segreto venisse improvvisamente trafugato e pubblicato a sua insaputa. Sappiamo che in una lista di libri in possesso dello scrittore compilata dopo la sua morte [62] viene annotato « Un libro di nouelle fece Johanni », che rappresenta quasi certamente l’autografo. Ma non sappiamo se esso fosse stato rilegato e curato come i due volumi delle Croniche per apparire degnamente nella biblioteca del Guinigi, se fosse stato curato in modo da essere almeno destinato alla lettura di amici, o se invece avesse una veste ed una destinazione più private.

Il mondo che ritrae il Sercambi è, per molti aspetti, quello comune alla novellistica del Tre e Quattrocento: ma non ingentilito dalle istituzioni borghesi e mercantili com’è quello del Boccaccio, e neppure da quel tepore domestico che traspira dal Trecentonovelle. Il mondo del Sercambi poggia su una brutalità nuda, disincantata, da cui ci si riscatta solo mediante la violenza, o mediante la furbizia, anch’essa una specie di violenza più sottile. In esso perfino l’amore non ha tenerezze. Il solo sentimento che riscaldi questo mondo è quello dell’amicizia, anche se intesa in modo pragmaticamente politico. L’atteggiamento del narratore nei riguardi di questo mondo è quello pessimista e smaliziato del consumato politicante realista per il quale la vita ha ormai svelato i suoi trucchi. Da ciò l’ironia ammiccante che traspare dietro il personaggio o l’episodio e che discretamente sostiene e guida passo passo il racconto, e che irrompe attraverso quegli improvvisi epifonemi mediante i quali il Sercambi entra direttamente nella vicenda ed interloquisce col personaggio [63]. Una ironia che dissolve in anticipo qualunque attrattiva ideale che gli offriva la tradizione illustre [64], o la porta a un grado di tensione che sfiora l’intonazione parodistica [65].

Questo rifiutarsi agli allettamenti della tradizione illustre lascia libera la sintassi del Sercambi novelliere di fondarsi, in modo ancor più massiccio di quella del cronista, sui moduli della narrazione parlata, in cui lente ed involute gradazioni paratattiche avvicinano progressivamente all’azione in cui culmina il periodo. Una struttura paraipotattica chiaramente distinta in due livelli gerarchici: quello degli elementi accessori della narrazione, serrati nell’implicita gerundiva o participiale a carattere ellittico e ridondante, e quello degli elementi primari, allineati nell’esplicita su cui poggia e si riposa tutto il periodo. Ne risulta una costruzione dal ritmo rallentato, in cui sembra che ogni particolare debba essere assaporato per sé, e quel tipico tono di suspense che si forma nell’attesa dell’azione principale imminente.

Una simile costruzione, estesa dal periodo sintattico all’episodio narrativo, permette al Sercambi di valicare i limiti e le strettoie dell’aneddoto e giungere ad una forma di racconto abbastanza complesso, in cui lasciti e prestiti eterogenei vengono fusi insieme fino a ritrovare una singolare omogeneità [66].

La fedeltà al parlato rende, inoltre, possibile al Sercambi quella genuina intonazione del dialogo che quasi sempre riesce da sola a rivelare il personaggio ed a costruirne la coerenza interna. La novellistica ci offre pochi esempi di un dialogo così felicemente verace come quello che troviamo, per citare un esempio, nella novella cvi, in cui la ricostruzione dei movimenti interni ed esterni del racconto viene quasi esclusivamente affidata alle battute ed ai timbri delle voci.

Ma la vocazione del Sercambi ad essere l’interprete della vita lucchese agli inizi del xv secolo è visibile non solo negli elementi che abbiamo brevemente indicati, ma ancor più nel suo mondo novellistico.

Sercambi è, dopo il Boccaccio, il novelliere più ricco di motivi. Ricchezza che non gli proviene tanto dal modo in cui ha saputo profittare delle sue fonti [67], quanto piuttosto da una curiosità per il tipo ed il personaggio, per l’uomo insomma, derivante a sua volta da quel realismo che già formava la base delle sue convinzioni politiche. I racconti più validi del Sercambi non sono certo quelli che si svolgono nel breve giro dell’aneddoto o quelli imitati dalla tradizione più illustre, e neppure quelli dove le sue tendenze realistiche lo portano verso compiacimenti di natura crudamente erotica: i suoi migliori racconti sono quelli che aderiscono più profondamente alla convinzione (che era già pienamente umanistica) che l’uomo foggia il suo destino a dispetto delle circostanze e dominandole. La parte più originale e vera del suo mondo si ritrova nelle novelle in cui riesce a far vivere la leggenda, così vera a quel tempo, del povero pastorello che con la forza del suo ingegno, sfruttando « politicamente » le circostanze, diventa condottiero di eserciti e signore di città. Pincaruolo, Malagigi devoto di san Martino, Paulo figlio di Taddeo, Calidonia, il Nibbio sono di questa pasta. Tutti, più o meno, con la faccia di popolani lucchesi; e chi non ce l’aveva, come il Nibbio che era nato figlio di re, se l’era fatta prima di mettersi sulla strada della fortuna.

Non si tratta però di leggenda nel senso di fiaba (ed ecco perché non ci piace parlare di fiabesco nei riguardi del Sercambi) ma in quello di esempio, di mito; in quel partire verso il mondo alla ricerca della fortuna è forse il segno del lucchese che andava a Parigi, a Bruges, a Londra a tentare la sua fortuna; o forse quello dello stesso Guinigi, o dello stesso Sercambi.

 

Note

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[1] Cfr. Le Croniche di G. S. lucchese, ai cura di S. Bongi (Roma, « Istit. Stor. ital.»), Lucca, Giusti, 1892, 1, p. 96. A proposito della data di nascita del S., si v. la prefazione del Bongi, p. xi. Le Croniche rimangono una fonte importante per le notizie biografiche sul S., ma per notizie più vaste, oltre che l’introd. del Bongi, si veda Vita di G. S. di C. Minutoli, in «Atti della R. Acc. dei Filomati », Lucca, Giusti, 1845, pp. 133-56 (poi ristamp. nel vol. Alcune novelle di G. S. lucchese ecc, Lucca, tip. Fontana, 1855, pp. v-lx), e specialmente l’articolo del Dinucci, G. S. e le sue Cronache, in «Rassegna Nazionale», ser. 2», lvii (1927), pp. 46-72 e 95-103, che rimane lo studio biogr. più ampio, condotto sui registri delle Riformazioni pubbliche lucchesi. Anch’esso è però molto scarno di notizie per la parte della biografia sercambiana posteriore all’anno 1400. Non c’è dubbio che gli archivi lucchesi contengano ancora molto materiale biogr. che gli studiosi potrebbero utilizzare.

[2] Sulla situazione delle scuole in Lucca ai tempi del S. si v. la sez. 1 dell’introd. dello studio di C. Lucchesini, Della storia letter, del duc. lucchese l. sette (vol. ix delle «Memorie e doc. per serv. all’Ist. della città e Stato di L. »), Lucca, F. Bertini, 1825; e il libro del Barsanti, Il pubbl. insegn. in Lucca dal sec. XIV alla fine del sec. XVIII, Lucca, A. Marchi, 1905, pp. 50-51.

[3] La lista è inclusa negli Atti civ. del Pod. di Lucca dell’anno 1426, nell’Arch. d. Stato di Lucca (filza n. 1038, cc. 52-53), ed è la seguente: «Un libro di novelle fece Johanni; Un testo di Dante in carta montonina; Una comedia di Dante del Paradiso; Una comedia di Dante disposto, colle coverte bianche, cioè il Purgatorio; Uno salterio di salmi, con coverte rosse; Uno libro d’Apollonio di Tiro con profetie, con coverte verdi; Uno Boetio in carte di capretto; Uno Donato, in carte di capretto; Una tragedia di Senecha, in carte di bambace; Uno Doctrinale, in carte di bambace; Uno libro di medicine, in carte di capretto; Uno libricciolo di chiesa, con lettere antique; Uno libro di Rettoricha Marci Tullii Ciceronis, in carte di capretto; Uno Teseo in vulgare, in carta di bambacia; Uno libro di lettora anticha, in carta di capretto, di cose ecclesiastice; Uno libro di Salmi, in carta di bambacia; Uno libro da cognoscere Erbi, in carte di capretto; Uno libro di cose ecclesiastice, in lettere antiche et in carte di capretto; Uno libro, in carte di capretto, di cose ecclesiastice, in vulgare; Uno libricciolo, con coverte verdi, in carte di capretto; Uno libricciolo, con coverte verdi, tratta de’ Vitii et Virtù ».

[4] Cfr. Croniche, 1, 154, dove sono riportati anche i versi.

[5] Ibid., 1, 165.

[6] Nelle ani del parente Gabriello Nerio; ma non completamente né così presto come crede il Minutoli (Alcune novelle cit., p. xi): che il S. fosse attivo in bottega anche nel pieno della sua carriera politica, lo dimostrano i conti pagati dal maestro Iacopo Coluccini (cfr. Il memoriale di Iacopo di Coluccino Bonavia medico lucchese, a cura di P. Pittino-Calamari, in « Studi di filol. ital. », xxiv (1966), pp. 92, 115 ecc.) ed ancor di più, il fatto che lo stesso maestro Iacopo fu socio del S. nel negozio di speziale per cinque anni a partire dal 1379 (ibid., pp. 155-57 e 172-73).

[7] Per le vicissitudini ài Lucca durante questo secolo, si veda, oltre alle Croniche, A. Mazzarosa, Storia di Lucca dalla sua origine al 1814, 3 voll., Lucca, Giusti, 1833; G. Tommasi, Sommario della storia di Lucca dall’a. MIV all’a. MDCC (esteso in seguito dal Minutoli al 1799), t. x dell’« Arch. stor. ital. », Firenze, Vieusseux, 1847; A. N. Cianelli, Dissertazioni sopra la storia lucch. (t. ii delle « Memorie e doc. per servire all’ist. della città e stato di Lucca »), Lucca, Bertini, 1814; come pure la breve sintesi di A. Mancini, Storia di Lucca, Firenze, Sansoni, 1950.

[8] Cron., i, 318-19, e ii, 63.

[9] Ibid., ii, 117-54.

[10] Pare che Lazzaro avesse rifiutato ad Antonio l’ultima e ricca discendente di Castruccio, Caterina Antelminelli, di cui il giovane era innamorato, destinandola invece al fratello minore Paolo. Per i particolari di questo episodio, oscuro tuttavia, si veda l’op. cit. del Mazzarosa, i, pp. 249-50, e C. Minutoli, Alcune novelle cit., pp. xv-xvi. Il S., che dedica al tragico avvenimento molte pagine, più per divagare sulla personalità e sul destino di Lazzaro che per registrare i fatti, tace i moventi del delitto, indicandone il vero responsabile nel «nimicho dell’humana natura», il quale «di continuo è stato e serà chagione di far peccare l’humana natura » (cfr. Cron., ii, 405 sgg.).

[11] Cfr. la descrizione di queste giornate e del flagello in Cron., iii ,4 sgg.

[12] Ibid., 6-18.

[13] E specialmente il Tommasi (op. cit., pp. 286-88) ; per una esposizione più pacata degli avvenimenti, si v. anche la Storia cit. del Mazzarosa, voi. i, pp. 250 sgg. La difesa del S. fu presa dal Dinucci (art. cit., pp. 63 sgg.) con argomenti sui quali, tuttavia, non possiamo trovarci d’accordo.

[14] Il Bongi, nella prefazione alle Cron. (pp. xiii-xiv), pubblica due documenti dai quali appare che al negozio del S. era concessa l’esclusività della fornitura non solo « prò libris, cartis membranis et bombicinis, atramento, cera rubea et viride, spago, pennis, vernice ed aliis quampluribus rebus necessariis, datis Cancellarie et aliis officialibus Domini», ma anche «prò nonnullis quantitatibus cere, confetionum et spetiem ab eo habitarum prò usu Palatii, ac medelarum et unguentorum datorum familiaribus stabuli prò equis ».

[15] Ibid., p. xiv.

[16] Sulla corte di Paolo Guinigi e sul suo mecenatismo, si veda soprattutto lo studio del Bongi, Di P. Guinigi e delle sue ricchezze, Lucca, Guidotti, 1871. Sugli umanisti a Lucca intorno a questo periodo, si veda anche lo studio di A. Mancini, Per la storia dell’Umanesimo in Lucca: i, G. Vanni Cirignani, Lucca, Artigianelli, 1957, e ii, Ser Cristoforo Turrettini e Leonardo Bruni, estr. del « Bollett. stor. lucch. i, xi (1939), n. 1, pp. 1-16.

[17] Cron., 333-48.

[18] Alcune novelle cit., pp. xxiv-xxv.

[19] Si veda la prefazione del Bongi alle Cron., p. xv, e l’articolo cit. del Dinucci, a p. 100.

[20] In Stephani Dalutii Tutelensis Miscellanea Novo Ordine digesta, Lucca, 1764, pp. 81-83; per le vicissitudini attraverso cui il documento giunse al Mansi, si v. la pref. del Bongi alle Croniche cit., p. xvii n. Sul testo del Mansi essa venne pubblicata da P. Vigo, col titolo di Monito ai Guinigi, Livorno, Vigo, 1889.

[21] La si veda in appendice alle Croniche, iii, 397-407. Su questa ed. fu esemplata da C. Varese e pubbl. assieme ad alcuni brani delle Croniche in Prosatori volgari del Quattrocento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1955, pp. 125-33. Per le citazioni dal testo ci siamo valsi dell’ed. del Bongi.

[22] Cron., iii, 398.

[23] Corre dunque a proposito ricordare qui lo scritto del Guicciardini più vicino alla Nota,

e cioè il discorso Del Governo di Firenze dopo la restaurazione de’ Medici nel 1512.

[24] Cron., ii, 117-44. Per la datazione di questa Nota si v. le pp. 118-19 dello stesso vol.

[25] L’idea che i signori dovrebbero reggersi sulla fedeltà degli amici sembra molto cara al Sercambi, ed egli vi ritorna ogni qual volta ne ha occasione, sia nelle Croniche che nelle Novelle. I biografi hanno in ciò visto la prova del fatto che egli scrivesse pro domo sua. Ci sembra invece che ciò procedesse da una profonda convinzione radicata nelle sue idee politiche e nella sua esperienza, più che da semplice opportunismo. Ricordiamo in proposito le idee del Guicciardini dei Discorsi.

[26] Si v. L. Cossa, Guida allo studio dell’economia politica, Milano, Hoepli, 1876, p. 128 (il quale peraltro registra lo scritto, che egli legge sull’ed. del Mansi, con il titolo di Avvertimenti politici); ma anche ciò che afferma il Renier, Novelle inedite di G. S., a c. di R. R. Torino, Loescher, 1889, pp. xxii-xxiv.

[27] Si v. la prefazione alle Croniche, p. xviii.

[28] Come sapeva bene il Bongi, editore dei Bandi lucchesi del sec. XIV (Bologna, tip. del Progresso, 1863), dove è riportato il bando del 7 genn. 1346 (n. 182), che proibiva l’esportazione o l’importazione di «alcuna victualia o strame» se non attraverso Lucca e pagando la debita gabella (ibid., pp. 118-19). Ma queste misure (come spiega lo stesso Bongi nelle Annotazioni, p. 365) furono prese durante una situazione di emergenza, e cioè la memorabile carestia del 1346 che afflisse soprattutto la regione lucchese.

[29] Cfr. La civiltà del Rinascimento in Italia, trad. it. a c. di G. Zippel, Firenze, Sansoni, 1944, p. 101.

[30] E, come si sa, Coluccio era ben conosciuto a Lucca; sul soggiorno del famoso umanista a Lucca si v. A. Mancini, in « Marzocco», 10 apr. 1927, e l’art. di G. B. Bellissima, Nuovi documenti sulle compagnie degl’Inglesi e dei Bretoni in Italia (contributo all’epistolario del Salutati), in « Annali delle Università toscane », n. s., xi (1927), 137-45.

[31] L’ultima frase delle Croniche rimase infatti incompiuta. Il S. stava registrando la notizia della peste, scoppiata nel luglio del 1423 e di cui egli sarebbe morto da lì a qualche mese. Siccome egli aveva l’abitudine di notare i fatti dopo qualche mese da che erano accaduti, si può anche pensare che la frase rimasta in sospeso fosse stata scritta qualche giorno prima della sua fine.

[32] Il primo di essi fu infatti rinvenuto fra i libri appartenenti a Paolo Guinigi all’atto del sequestro dei suoi beni (cfr. S. Bongi, Di Paolo Guinigi e delle sue ricchezze cit., p. 79). È ora conservato nell’Archivio dello Stato di Lucca, al n. 107.

[33] Le copie sono conservate nella Biblioteca governativa di Lucca, rispettivamente ai nn. 108, 931 e 1572. Per la descrizione di questi mss. si v., del Bongi, l’Inventario dell’Archivio dello Stato di Lucca, iv, 343-346.

[34] Ora nell’Archivio dello Stato di Lucca, al n. 266 (Arch. dei conti Guinigi). Per la sua descrizione si v. più sotto alle pp. 811-14.

[35] Finita nella Biblioteca Ambrosiana, dove si conserva al n. D 391.

[36] Nella Bibl. governativa di Lucca, n. 1634.

[37] Pref. cit., p. xxxv.

[38] Johannis Sercambii auctoris synchroni Chronicon De Rebus gestis Lucentium ab anno MCCCC usqut ad annum MCCCCIX nunc primum in lucem productus e manuscripto codice Bibliotecae Ambrosianae, in R.I.S., t. xviii, Milano, 1751, pp. 793-898.

[39] Per questa strana vicenda dei rapporti fra lo stato di Lucca ed il Muratori a proposito del cod. delle Croniche, che qualche volta giunse anche ad assumere dei toni comici, si v. la pref. cit. del Bongi, pp. xxxvi-xli, e lo studio di C. Sforza, L. A. M. e la Repubblica di Lucca, in «Memorie della R. Acc. delle Sc. di Torino», lvii (1907). pp. 227-68.

[40] Cfr. la pref. di C. Minutoli al Sommario (che uscì appunto nel 1843, come voi. x dell’« Arch. stor. ital. »), pp. xx-xxi.

[41] La notizia è data dal Renier, nella sua pref. alle Novelle inedite di G. S. cit., p. xxv, n. 3.

[42] Sull’ed. del Bongi, si v. la recensione del Renier, in « GSLI », xxi (1893), 157-60, e quella di G. Rondoni, in « Arch. stor. ital. », xii (1893), 424-35.

[43] Di cui esistono due copie, una che va dal 1070 al 1304, ed un’altra che dal 1164 giunge fino al 1260. Un raffronto fra le due copie mostra che il S. si è dovuto servire della seconda (le Croniche infatti hanno inizio con il 1164). Ambedue furono stampate dal Bongi, in «Atti della R. Acc. Lucch. di Sc. ed Arti», xxvi (1893), rispettivamente alle pp. 223-42 e 243-54, precedute da un’introd. Uno squarcio della seconda è pubblicato in La prosa del Duecento, a c. di C. Segre e M. Marti, Milano-Napoli, Ricciardi, 1959, pp. 903-06.

[44] Su di esse v. la pref. del Bongi, pp. xx-xxi.

[45] iii, 326.

[46] Nelle Cron., rispettivamente 1, 290, e 11, 70.

[47] Si v. il nostro art. Per la datazione delle Novelle del S., in « GSLI », cxli (1964), fasc. 436, pp. 548-56, anche per ragguagli sulle datazioni della raccolta precedentemente proposte.

[48] Tommasi, Sommario della stor. di Lucca cit., pp. 251-53, e, per i documenti, p. 261, n. 7.

[49] Cron., 1, 206 08. Il Tommasi (op. cit., p. 251) rimprovera al S. di aver registrato la peste con un anticipo di due anni (al 1371), senza avvedersi che, secondo le Cron., essa invece dura dal sett. del 1371 all’ott. 1373. La contraddizione fra la data della peste delle Novelle e quella registrata nelle Croniche venne già rilevata dal Lòhmann (Die Rahmenerzàhlung des Decameron: ihre Quelle» u. Nachwirkungen, Halle, Niemeyer, 1935, p. 125, n. 1), il quale suppose un errore da parte dell’amanuense, che avrebbe scambiato il 1374 con il 1384, anno in cui cessava un’altra peste (cfr. Cron., 1, 242-43), e che perciò potrebbe assumersi (anche a causa della vicinanza a questa data dei riferimenti a Bernabò Visconti contenuti nelle novelle n. vi e lxxxii) come terminus a quo della raccolta.

[50] Cfr. G. Bindoli, Le prime e le seconde mura di Lucca, in Atti della R. Acc. lucch. di Sc. Lett. ed Arti », n.s., i, Lucca, Giusti, 1931, pp. 322, n. 5. Per notizie sulla chiesa cfr. l’indice dei nomi in questo volume.

[51] Cfr. Cron., 1, 322.

[52] Pref. alle Novelle inedite di G. S. cit., p. lvii, n. 1.

[53] Con una certa libertà durante il passaggio della brigata per la Toscana, della quale il S. aveva una conoscenza più o meno diretta, mentre l’itinerario è seguito alla lettera da Roma in giù fino a Reggio, e su per la costa ionica ed adriatica, non senza esistazioni ed incongruenze. Fazio, ad esempio, menziona la città « la qual fu dieta già Partenopea » (Ditt., in, 1, 44, e cfr. Cron., 11, 85, v. 53): S. la crede diversa da Napoli e vi dirige la brigata, procedendo verso Napoli solo tre giorni dopo, attraverso Arpi e L’Aquila. Altre incongruenze sono di ordine cronologico: il S. conduce la brigata da Firenze a Siena in due giornate, ma questo tempo è sufficiente anche per coprire il tratto da Benevento a Reggio Calabria, ed una sola giornata per il tratto di viaggio che da Squillace {Squillati) va a Taranto (che nel testo, a causa di un errore di lettura dell’autore, diventa Forati). Strano sembra poi l’itinerario che conduce la brigata da Cesena a Cervia, a Bertinoro e finalmente a Ravenna, e ancor più strano un viaggio per acqua che da Bologna porta ad una località chiamata Lungellino (o Lugellino) e da qui a Torre della Fossa (per l’ordine delle tappe nell’itinerario della brigata, cfr. l’indice dei nomi in questo volume alla voce viaggio). Il viaggio della brigata attraverso tutta la penisola ha la durata complessiva (se i nostri calcoli non sono errati) di centoventiquattro giorni; bisogna tuttavia tener presente che la brigata si ferma dieci giorni a Roma, cinque a Napoli e due a Bologna, e che in alcune giornate vengono narrate due, e qualche volta più, novelle.

[54] Il senso morale del racconto non solo è accennato alla fine della novella, ma viene di solito enunciato dai versi del prologo. Ciò appare in modo evidente in trentasei prologhi, ed in quindici altri si potrebbe trovare una connessione fra i versi ed il racconto. Il significato morale è poi esplicitamente annunciato dall’autore nell’apostrofe con cui di solito ha termine il prologo.

[55] Cron., ii, 302-71. I documenti e le testimonianze riguardanti le processioni dei « Bianchi » a Lucca si possono vedere nel vol. di T. Bini, Storia della sacra effige, chiesa e compagnia del SS. Crocifisso de’ Bianchi, Lucca, Giusti, 1855.

[56] V. lo studio cit. del Bini, pp. 23-24, ed inoltre p. 85 per la registrazione del giuramento del Guinigi sulla sua testimonianza, e p. 88 per quello di Bartolomeo Sercambi.

[57] Cron. 11, 296-97.

[58] Sarebbe utile qui menzionare che questa nuova collocazione cronologica delle Novelle risolve un’altra questione: se il Chaucer, cioè, scrivendo i Canterbury Tales fosse a conoscenza della raccolta o del progetto del S. Cosa impossibile, dato che l’autore inglese, com’è noto, finiva di scrivere la sua raccolta nel 1385-87. Per la questione, comunque, si v.: M. Landau, Beiträge z. Gesch. d. ital. «Novelle», Wien, Rosner, 1875, p. 47 n. 1; H. B. Hinkley, Notes on Chaucer, a Commentary on the Prolog and Six « Cant. Tales », Northampton, The Nonotuk Press, 1907, pp. 2-3; K. Young, The Plan of the « Canterbury Tales », in Annivers, Papers by Colleagues  and Pupils of G. L. Kittredge, Boston, Ginn, 1913, p. 417n.; R. A. Pratt, Chaucer’s « Shipman’s Tale» and S., in « Modern Langu. Notes», lv (1940), 142-45; R. A. Pratt - K. Young, The Literary Framework of the « Cant. Tales », in Sources and Analogues of Chaucer’s t Canterbury Tales », ed. by W. A. Bryan and G. Dempster, New York, The Humanities Press, 19582, pp. 31-32; J. Spargo, The « Shipman’s Tale», ibid., pp. 439-46.

[59] Cfr. le dichiarazioni dello stesso S., in Cron., ii, 427.

[60] Corrispondono, nell’ordine in cui appaiono nelle Cron., ai nn.: lxxiiii, cxxxiiii, cxxxvii, cxxxviiii, lv, cxvi, cxviii, cxxiiii, lxi, cliii, cxxxvi, xlviiii. Della redazione delle Cron. diamo tutte le varianti nell’Apparato critico che qui segue alla Nota filologica.

[61] La novellistica (voll. 8 e 9 della « Storia dei gen. lett. »), Milano, Vallardi, 1924, 1, 229.

[62] Cfr. qui sopra, p. 762, 11. 1.

[63] Valgano due esempi: « O Passavanti, che pensi poter tornare in Barsellona a que’ denari: certo veruno ve ne troverai per te, però che Veglio n’avea pochi a consumare! » (nov. lxxxvi, pp. 374-75); « Ma che giova, o monna Appollonia, quello che ricolto avete, che dapoi arete più freddo che di prima? » (nov. lxxvii, p. 339).

[64] Ad es.: « Avenne quello che Dante mette, che l’amore che al cuor gentile ratto s’’aprende, tale amor al cuor d’uno aconciatore di cavalli s’aprese » (cfr. p. 456).

[65] Si legga, ad es., il dialogo fra Dianabella e Giacchetto all’inizio della nov. lxii.

[66] Si veda in proposito il nostro art., Le progressioni narrative nelle Novelle del S., in « Italica », xlii (1965), 218-23.

[67] Allorché questo sembrava assolutamente essenziale, si sono indicate per molte delle novelle del S. alcune fonti, che noi abbiamo annotate in apparato per comodità dello studioso. Non abbiamo creduto di dover andar oltre questo dovere di natura bibliografica, dato che un’analisi delle sospettate fonti, malgrado le affermazioni in contrario del Di Francia (La novellistica cit., 1, 229 sgg.), conduce alla convinzione che il S. non si sia potuto servire di fonti scritte. Qualunque tentativo in questo senso (si v. per la bibliografia il cap. seguente) non ha mai approdato a risultati soddisfacenti. Noi propendiamo invece a credere che molti motivi novellistici siano giunti al S. dalla tradizione orale piuttosto che scritta. Ben diverso è il caso dei prestiti dal Boccaccio, che, come aveva già rilevato il Di Francia, sono ben 24, e cioè:

Novelle :                  Decameron :

x - cviiii                                ii,5

xxxii                                      viii,1

liii                                           I, 9

lviiii                                      i, 20

lxxxii                                   ii, 2

lxxxvi                                 ii, 3

xciii                                       ii, 4

c                                              iii, 1

ciiii                                         iii, 2

cvii                                        iii, 3

cxi - cxvii                          iii, 4

cxxi                                      vi,1

cxxvi -  cxxviii              iii, 8

cxlvi                                   vi, 3

cxxxv                                 iv, 9

cxxxviii                             vii, 2

cxli                                      iii, 10

cxliii                                   vii, 4

cxlviii                                v, 4

cli                                        vii, 3

cliii                                      x, 10

Una simile tavola fu anche pubbl. da A. Chiari, nello studio sulla Fortuna del Boccaccio, in Quest. e corr. di stor. letter., Milano, Marzorati, 1949, iii, p. 299; essa però dà solo ventitré novelle, non includendo la nov. n. xxxii, che sembra esser stata confusa con quelle nn. cxxviii e cxlvi). Questi prestiti diretti (per i quali non sapremmo con certezza indicare tuttavia il cod. utilizzato dal S.) si possono classificare in tre gruppi: novelle cioè che il S. trascrive quasi alla lettera (come la famosa nov. di Griselda, Dec. x, 10, che appare anche nelle Cron., ma anche quelle tratte dal Dec. iii, 1; iii, 10; v, 4; vi, 1; vi, 3; vii, 2; vii, 3; vii, 4. Tuttavia, in due di esse, nn. cxxxviii e cxliii — rispettivamente derivate dal Dec. vii, 2 e vii, 4 —, la moglie infedele viene punita e sfregiata nella prima, uccisa nella seconda) limitandosi a riassumere qualche dettaglio; altre che egli riassume tenendosi in tutti i dettagli molto vicino all’originale (quelle tratte dal Dec. ii, 2; ii, 4; ii, 5 — prima parte della nov. di Andreuccio —; iii, 2; iii,3; iii,8); altre ancora che il S. elabora con una certa libertà pur mantenendosi fedele al modello nell’impianto generale (quelle tratte dal Dec. i, 9; i, 10; iii, 4 e viii, 1). Bisogna aggiungere, infine, un gruppetto di tre nov. che il S. elabora con una certa indipendenza (quelle che corrispondono al Dec. ii, 3; ii, 5 e iv, 9): ad es., la nov. del re d’Inghilterra (Dec. ii, 3) si stenta a riconoscerla nella nuova forma che assume nelle Novelle, dove l’impianto generale, i luoghi ed gli incidenti minori sono completamente diversi dall’originale. Nella nov. cxxxv, corrispondente a quella di Guglielmo Rossiglione (Dec, iv, 9), il marito fa mangiare alla moglie non già il cuore, ma la faccia dell’amante che lei aveva tanto ammirata; tutto il dialogo e l’azione, centrati intorno a questo particolare, conducono alla cruenta conclusione con terribile logicità.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 23 ottobre 2006