PROCESSUS CRIMINALIS

CONTRA

DON JOANNEM GÆTANUM DE PADILLA

et ceteros

impinctos de aspersione facta Mediolani

Unguenti pestiferi

anno MDCXXX

 

 

PARS OFFENSIVA

 

 

 

[pagine 393-406]

 

 

ESITO

 

Don Gioanni Padilla, il perno attorno a cui tutta quella trama si aggirava, tenuto gran pezzo prigione, quando venne agli esami confutò il luogo, il tempo, i testimonj: provò come in quel dì fosse coll’esercito sotto Casale, nè mai avesse avuto che fare con costoro. Io mi maraviglio molto che il Senato sii venuto a risoluzione così grande, vedendosi e trovandosi che questa è una mera impostura e falsità fatta non solo a me, ma alla giustizia — Come? un uomo della mia qualità, che ho speso la vita in servigio di S. M. in difesa di questo Stato, nato d’uomini che hanno fatto l’istesso, avevo io da fare nè pensare cosa, che a loro nè a me portasse tanta nota ed infamia? [1]

[394] Buon per lui che apparteneva ad una classe privilegiata, sicchè la verità che sarebbe scomparsa fra le vie solite, potè dimostrarla colle legali. Nè perch’egli venisse chiarito innocente, egli capo di tutto l’infame malefizio, si credè vana la cosa.

Già era venuto fuori un terribile decreto in questi sensi:

 

Philippus IV

Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.

havendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per le case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de cittadini e famiglie senza distintione di età, di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arrivati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi, gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto nei Chiostri d’huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Tempii, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda avaritia, divenuti parricidi siano arrivati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini coi quali s’erano nodriti ed allevati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori hu[395]mani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p., fù d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi gravi, con l’impunità ad uno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fù comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei d’un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio, fatta co ’l parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberazione di trè banditi di casi riseruati, purchè havessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, hà posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla Christiana pietà.

Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, hà risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., co ’l parere anche del Senato di far pubblicare la presente grida.

[396] Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel suo vigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute comune e beneficio pubblico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricare ò far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata spezzate ad uno ad uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti vivi fra i raggi di detta ruota, e poiché in essa fra quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informava quel corpo scelerato, sia quell’infame cadauere come peste del mondo gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua d’un vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia sepoltura in quella città ò luogo, che havrà così empiamente tradito.

E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi de’ traditori, siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranuo hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo privi di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti trattati in tutto e per tutto come stranieri e di altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati frà que’ popoli che sono stimati più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio [397] di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la severità delle leggi, havuto risguardo all’attrocità del fatto, richiederà.

Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo couseruare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nelgenere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone, seruando però sempre la dovuta seuerità.

E perché il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto d’essequire le sudette pene.

Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’impunità a quello dei complici che prevenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno prevenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della giustizia.

Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti subito a venirli a denuntiare alta giustizia, sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati prevenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et essemplare castigati.

Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fa[398]bricare, usare, portare ò ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed esseguite.

E commanda S. E. al Capitano di Giustizia, podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notizia di tutti.

Data in Milano alli 7 di agosto 1630.

Ex ordine S. Ex. Antonius Ferrer.

Vidit Ferrer.

         Proueria

 

Quando il legislatore imperava così colleroso, così fiero, così ingiusto, fin a colpire l’innocente discendenza, che aspettare dagli esecutori della legge? Era il tempo che ogn’anno, nè solo in Italia, si bruciavano centinaja di fatucchiere. Tre anni dopo, Giacinto Centino d’Ascoli, messosi in fantasia di far papa un suo zio cardinale, studiò le malìe, e formò di cera l’effigie del papa regnante per incantarlo: ma scoverto, egli fu decapitato, parecchi frati ed altri suoi correi, di cui al più potea punirsi l’intenzione, o meglio inviarli ai pazzarelli, furono condannati al fuoco, alla galera, ai ferri in vita.

In quest’anno stesso, all’occasione della peste, i Bormiesi aveano proibito che uom non passasse nella confinante Engaddina. Ora alle scolte diè dentro un paesano che avea violato il confine, e che confessò esser andato di là per interrogare un astrologo su certa bisbetica malattia di sua moglie, e che questi gli avea fatto vedere in un’ampolla tre persone che l’aveano fatturata. Di queste còlta una vecchia, domandata alla corda, nominò ben trenta persone come complici, che tutte furono bruciate.

Già prevedete adunque a che finissero i poveri untori. L’editto riportato vi accennò i due condannati ai 27 luglio, ed uccisi il 2 agosto, che furono Gian Giacomo Mora, e Guglielmo Piazza. Quei miseri, certi di morir innocenti [399] se non in quanto la giustizia gli avea costretti a mentire, non aveano neppure a sostenerli nel gran punto quella forza che è propria dei gran delinquenti, la forza, il cui abuso li trasse all’atrocità.

Posti essi sovra un alto carro, vennero tanagliati lungo tutta la via che è dal Capitano di Giustizia al Carrobbio quivi si recisero loro le destre: poi giunti alla Vedra, luogo dei supplizj, ebbero ad una ad una frante le ossa; ed intrecciati alla ruota stessa, poi innalzati, rimasero vivi sei ore, fra che spasimi neppur regge l’immaginazione a pensarlo! E le povere lor donne e i poveri figli loro? ‒ Infine scannati e bruciati, ne furono gettate le ceneri nel vicino rivo.

Allora veramente era un accidente abituale della vita pubblica il veder la giustizia strascinare le sue vittime ai tormenti e alla forca: il mondo colto appena ne parlava; il meneghino al più sospendeva un tratto i suoi lavori per correre a motteggiare con insulto codardo il condannato, ad osservare con barbara compiacenza l’impressione che fa la morte calcolata sopra un volto senza malattia e senza speranza. Ma quella volta trattandosi di un tanto delitto, corse il popolo affollato, e deliro di quella oscena e spietata ebbrezza che rende capace d’ogni delitto, applaudiva a quest’orribile lusso di supplizj. La voce del popolo era anche in questo caso voce di Dio?

Nè qui s’arrestò la vendetta della giustizia. Ai 7 di settembre furono decapitati Girolamo Migliavacca arrotino, Francesco Manzoni detto il Bonazzo e Caterina Rozzana. G. B. Farletta, quel che unse il fiore, morto in prigione, fu bruciato in effigie. « I quali tutti, dice il Ripamonti, nell’atto del supplizio giuravano al popolo la propria innocenza, di morir volentieri per altri peccati, ma non essere colpevoli delle unzioni, de’ venefizj, degli incantesimi: tanta era e la insania de’ mortali, e la perversità, oppure il livore e l’astuzia del diavolo ». Gian Paolo Rigotto appestato, che dal P. Felice Casati, col porgli una reliquia sul capo, [400] fu indotto a rivelare d’aver unto l’arte dei falegnami, venne condotto dal Lazzaretto a P. Vercellina, ove rimasto 4 ore spezolone per un piè, fu schioppettato dal boia. Gli assistevano esso P. Felice e un Teatino, et affermarono questi che al solito degli altri avea costui rivocata la confissione, e sin all’ultimo fiato protestato di morir innocente [2]. Giacinto Maganza, Gianandrea Barbiere, G. B. Bianchino, Martino Recalcato, Gaspare Migliavacca figlio dell’arrotino e Pier Girolamo Bertene furono messi alla ruota e tosto scannati.

Mentre si conducevano al supplizio alcuni di costoro, furono unti i Cappuccini, alcuni birri e due confratelli di S. Giovanni alle Case rotte [3], che loro assistevano. Al modo che si diceva e si stampava sul serio, i tribunali bruciarono, le leggi condannarono le streghe, dunque le streghe vi sono [4], così dal veder perseguitata quella scelleraggine delle unzioni, il popolo venne a crederla sempre più, e moltiplicare così i sospetti e le vittime. E forse al[401]cuno, convinto effettivamente coloro fossero untori, volle divenirlo esso pure, e si persuase di poterlo, caso non nuovo nella fisiologia [5]. Durante l’agosto e il settembre non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maledette unzioni  ... e pochi malfattori si ritrovavano. E in particolare li duoi padri cappuccini (Casati e Pozzobonelli) d’ogni ecettione maggiore [6], assicuravano esservi molti tintori nel Lazzaretto, quasi fosse mestieri arte umana per accrescere l’orrore di quel luogo. Si disse fino che quelli deputati in P. Nuova a distribuire il pane ai poveri, lo ongessero; opinione resa più probabile dall’esser eglino plebei; giacché i nobili e i mercanti se ne erano iti da Milano [7]. Onde anche il Tadini confessava di non capire, come mai se al solo fabbricatore dell’onto il Mora, non se ne era trovato che poco tanto poi se ne propagasse, ed anche dopo morto lui.

Moltissimi, aggiunge il La Croce, ne furono fatti prigione nella città di Milano per lasciar da parte tutti quelli di fuori... Più di 1500 complici furono scoperti, [402] e lo disse di propria bocca il M. R. P. Felice che inteso l’aveva da uffiziali supremi: ne erano piene le prigioni ... molti furono posti in ruota ... moltissimi scoppiavano nella prigione, di modo che quando pensavano gli uffiziali di ridurli a nuovo esame o punirli di morte, morti in carcere li ritrovavano. ‒ Questi malvagi savevano tra loro divise le arti, le chiese e le religioni, ed in modo tale compartitasi la povera città, ne facevano miserabile strage. E segue a dire che una donna nel Lazzaretto confessò ai cappuccini d’averne appestati 4000: un altro d’esservi per danari entrato ad ungere: un vecchio tentò indurre un ragazzo a porsi la polvere venefica fra le dita, e fingendo tastare le frutte in piazza, infettarle; ma scoperto, non si potè trargli parola, finché un sacerdote nol benedisse. A un prete complice, mentre volea confessare il principal reo, apparse il diavolo minacciandolo di una spada; e una donna indemoniata gli venne innanzi con una carta, affermandogli in faccia che ed esso ed altri v’aveano posti i loro nomi. In somma ogni giorno mille stravaganze venivano scoperte, ed il danno che ne seguiva nella povera città mostrava pur troppo chiara questa maladetta fattura [8].

La casa del Mora fu rasa dalle fondamenta, e sopra quella eretta una colonna detta infame, ed a fianco una iscrizione che suonavacosì :

[403]

HIC UBI HÆC AREA PATENS EST

SVRGEBAT OLIM TONSTRINA

JOANNIS JACOBI MORÆ

QVI FACTA CVM GVGLIELMO PLATEA PVB. SANIT. COMMISSARIO

ET CVM ALIIS CONSPIRATIONE

DVM TESTIS ATROX SÆVIRET

LÆTIFERIS VNGVENTIS HVC ET ILLVC ASPERSIS

PLVRES AD DIRAM MORTEM COMPVLIT

HOS IGITVR AMBOS HOSTES PATRIÆ JVDICATOS

EXCELSO IN PLAVSTRO

CANDENTI PRIUS VELLICATOS FORCIPE

ET DEXTERA MVLCTATOS MANU

ROTA INFRINGI

ROTÆQVE INTEXTOS POST HORAS SEX JVGVLARI

COMBVRI DEINDE

AC NE QVID TAM SCELESTORVM HOMINVM RELIQVI SIT

PVBLICATIS BONIS

CINERES IN FLVMEN PROICI

SENATVS JVSSIT

CVJVS REI MEMORIA ÆTERNA VT SIT

HANC DOMVM SCELERIS OFFICINAM

SOLO ÆQVARI

AC NVNQVAM IMPOSTERVM REFICI

ET ERIGI COLVMNAM

QVÆ VOCARETVR INFAMIS

IDEM ORDO MANDAVIT

PROCVL HINC PROCVL ERGO

BONI CIVES

NE VOS INFELIX INFAME SOLVM

COMACVLET

MDCXXX KAL. AUG.

 

 PRÆSIDE PUBL. SANIT.                PRÆSIDE SENAT. AMPL.               R. JUSTITLE CAPIT.

 MARCO ANT. MONTIO                     JO. BAPT. TROTTO                      JO.BAPT.VICECOMITE

 

[404]

« Dov’è questa piazza sorgeva la barbieria di Gian Giacomo Mora, che congiunto con Guglielmo Piazza commissario della pubblica sanità e con altri, quando la peste era più atroce, sparsi mortali unguenti, molti a cruda morte trasse. Questi due adunque, giudicati nemici della patria, sopra alto carro, martirati prima con tanaglie roventi; recisa la destra, il Senato li fece frantumare dalla ruota, e alla ruota intrecciati, dopo sei ore scannare e bruciare; e perchè nulla rimanga d’uomini sì scelletati, confiscatine i beni, fe’ gettarne le ceneri nel fiume, e ad eterna memoria spianò questa casa officina del delitto, e che mai più non si rifacesse, ma si alzasse una colonna detta infame. Lungi di qui, lungi buoni cittadini ché non vi contamini l’infelice infame suolo. 1.° agosto 1630. Capitano di giustizia G. B. Visconti. Presidente dell’amplissimo senato G. B. Trotto Presidente della pubblica sanità M. Antonio Monti[9]. »

Da’ tanti argomenti consolidata, questa credenza prese tale mente fra il popolo, che quasi dimenticata ogn’altra sciagura, fece chiamar quella la peste degli untori, come l’antecedente erasi chiamata di S. Carlo. La ragione dormigliosa [405] guardò quella colonna con terrore ed esecrazione; e uomini di gran senno parevano dar fede al delitto ch’essa attestava; Honorifica mentio era chiamata dall’Argellati nel 17l5 quella che ivi si fa del Monti[10]. Ne esiste tuttavia dice il Muratori[11], la funesta memoria nella Colonna infame posta ove era la casa di quegli inumani carnefici. Che più? il Parini, il poeta della civiltà non pareva disapprovarla almeno nel frammento serbatoci dal Balestreri[12]. Il qual, Balestreri nel luogo stesso accenna una dissertazione sulla Colonna infame letta nell’accademia dei Trasformati dell’avvocato fiscale Fogliazzi; ma per cercare, a me non venne mai fatto di trovarla. Il primo che di proposito e con assennatezza ne ragionò fu quel Pietro Verri, che disse tanto male della sua patria e che le volle tanto bene[13]. Preso egli a considerarne il processo, mostrò come fosse piuttosto segno di gran pietà per le vittime, di vera infamia pei giudici e pei tempi. Ma la verità era timida ancora: rispetto ai figli di coloro che v’aveano dato mano fe’ che lo scritto rimanesse inedito fino ai nostri giorni. Il Conte [406] di Firmian, a cui Balestreri dedicò la sua Gerusalemme Liberata, tradotta in milanese, e dove si fa menzione della Colonna Infame, rispondendo a quel poeta quando vi inviò a Vienna i tomi successivi (1772 ), si maravigliava come avesse potuto senza disapprovazione citare quello sciagurato monumento. Sapevasi dunque che a Vienna era disapprovato: ma abbatterlo non si seria potuto senza riformare il processo medesimo, senza dimostrar in errore un Senato che giudica tamquam deus, senza chiarire che può passar in giudicato anche la menzogna, anche l’assassinio. E che avrebbero detto i discendenti di coloro, il cui nome stava ad onoranza coscritto al monumento? Pure la ragione dei tempi incalzava, e il primo passo ch’ella dee fare è valersi di legalità. Un antico ordine vietava si ristorassero i monumenti infami se mai ruinassero. Venne dunque sottomano eccitato il possessore della casa vicina a scavare là intorno in modo, che la colonna minacciasse cadere. Allora come oggetto di pubblica sicurezza, si chiese fosse demolita e infatti la mattina 1 Settembre 1778 fu trovata a terra.

 

Fine

 

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V.° Si permette

Novara il 17 Giugno 1839

LUSERNA Senatore-Prefetto

Revisore per la Gran Cancelleria

 

 

 

Note

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[1] Il Verri dice che questa risposta è forse il solo tratto nobile che si legga in tutto l'infelice volume. Padilla era nobile, nobile il Verri, e il sangue non è acqua: ma vedete se la risposta fia i tormenti del Vedano e del Fornasaro figlio, non sia altrettanto e più generosa.

[2] La Croce, p. 51.

[3] Tadini. Quella confraternita avea per istituto di assistere i condannati a morte, Ragguaglio dell'ottava meraviglia.

[4] Preterea plurimæ (streghe) per inquisitores fuerunt traditæ brachio seculari et combustæ, quod minime factum fuisset, nec summi Pontifices hoc tolleravissent si talia tantummodo fantastica contingerent ... nam ecclesia non punit crimina nisi sint manifesta et vere deprehensa. — Lucerna Inquisitorum, de strigiis, pag. 93. — Cogli argomenti stessi 200 anni dopo il Tartarotti, che avea negato i congressi delle streghe, sosteneva poi che v'era la magia perchè tutte le leggi divine ed umane, civili ed ecclesiastiche a pena di morte condannarono sempre i maghi. Congressi delle Lamie 357.

[5] Un melanconico, visto a giustiziare un reo ne risentì un vivo trasporto d'uccidere: un altro prese desiderio di divenir l'eroe di uno di quegli spettacoli, e assassinò per questo. V. Gal, phisiologie da cerbeau, T. 4; p. 99. Il dottor Mathey di Ginevra narra di uno che, visto ad arruotare un reo, ne fu si tocco che si credette preso da un demonio che lo strascinasse irresistibilmente all'omicidio, Nouv. recherches sur les maladies de l'esprit, p. 113. La Gazette des Tribuneaux, 30 Mai 1829, riferisce che giustiziandosi a Nantes una ragazza, un'altra all'udirne il supplizio si sentì spinta fortemente all'ammazzare.

[6] Tad. p. 119 e 120.

[7] Id. p. 131.

[8] La Croce pag. 48 e segg.

[9] Il Monti di cui qui si fa menzione era fratello del successore di Federigo Borromeo, uno de'più reputati leggisti, consigliere dell'Inquisizione, avvocato fiscale e Senatore, e morì di quella peste. Il Trotti adoprò grande studio in quella sventura, e il re volle essere da lui stesso informato per iscritto dell'affare delle unzioni. Se mai un giorno alcuno potrà cercare negli archivj di Madrid i monumenti della storia italiana, fra altre importantissune cose, troverà anche questa. Ripamonti c'informa come a tutto il processo presiedettero i senatori Pacenardo ed Aria, fior d'uomini: e che fu lodata non poco la clemenza onde si condussero nel non avere fatto sbranare dai cani quei miserabili.

[10] Script. med. in Monti.

[11] Del governo della Peste c. 10.

[12] Traduzione milanese della Gerusalemme Liberata, canto 8, st. 70 in nota. Ecco alcuni di quei versi :

Quivi romita una colonna sorge

Infa l'erbe infeconda e i sassi e il lezzo

Ov'uom mai non penétra: però ch'indi

Genio propizio all'insubre cittade

Ognun rimuove, alto gridando: lungi,

O buoni cittadin, lungi, che il suolo

Miserabile infame non v'infetti.

[13] Il Botta vi crede ancora come ad un articolo di fede.

 

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Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2004