PROCESSUS CRIMINALIS

CONTRA

DON JOANNEM GÆTANUM DE PADILLA

et ceteros

impinctos de aspersione facta Mediolani

Unguenti pestiferi

anno MDCXXX

 

 

PARS OFFENSIVA

 

 

 

[pagine 360-393]

 

 

Sequitur Epistola n. q. Don Francisci de Padilia per Don Auditorem consignata, super qua Don Ioannes fuit examinatus, et est tenoris ulz.

 

Hijo mio, dies de 26 del mes pasado a ca me falta cartas tuyas aguardolas, con buenas nuevas de tu salud avisa della sempre que podieres, pues saves quanto nos olgamos desto, y mira lo que quies que al punto seras servido, a cano ay cosa que poderte dezir, lo de la contagion va creciendo que me da cuidado, tus hermanos quedan buenos. Dios los guarde, y a ti como deseo. Del Castillo de Milan à 7 Mayo 1630.

Tu madre sta buena, la peste haze de las suyas, io tratto de serrar el golpe, avisare dello, no nos olvides, y mira lo que quies que es todo tuyo; Agustin de Velasco te darà dinero, y à ca se lo pagaremos al mismo puto. Al Senor Comissario general beso las manos.

Don Fracis.

 

1631 Die 10 Iunuarij.

Præf.   D. Ioannes Caytanus de Padilia fuit e loco Piceleonis traductus ad carceres Egr. Capitanei Iustitiæ, et eadem die coram me, et D. Fil. Arias

Constitutus ex se dixit [1] Sig. Senatore io non recuso d’esser essaminato, però protesto che per questo atto non inteudo mai di pregiudicare alla mia religione per esser Cavagliere di S. Giacomo, però risponderò a quello V. S. mi dimandarà, et sic tacta cruce, quam in pectore defert iuravit de veritate dicenda, ideoque

[361] Interrogatus dicit, Signor nò, che non sò la causa della mia pregionia.

Ad alias ait, fui preso à S. Giacomo prossimo passato circa le vint’un’hora, nel luogo del Cerro Monferrato, ove havevo quartiere quattro ò cinque giorni erano, salvo il vero, ma prima d’andar al detto quartiero ero stato all’assedio di Casale dal primo dì, che se li accampò sotto l’essercito, che credo fossi à quindeci, ò venti di Maggio, però queste sono cose, che si potranno accertare in ordine al tempo preciso.

Ad alias dicit, per cinque giorni prima dell’assedio io stetti nel luogo detto S. Martino del Monferrato longi trè miglia dal luogo dove era il Commissario generale con la sua Compagnia, quella di Don Pietro d’ Haro, di Carlo Robustelli, quella di David Nelli, e la mia, mà prima d’andar à S. Martino fui à Rosignano pure del Monferrato vicino à Casale quattro ò cinque miglia, dove stetti quattro giorni con la Cavalleria, che venne dal Piemonte, e col Sig. Conte Manfrino Castione, e prima d’andar à Rosignano fui ad un luogo chiamato Galiano lungi sei miglia da Asti, e se V. S. vole ch’io racconti tutto il mio viaggio, lo racconterò.

Dettoli, che lo racconti.

Respondit, a Galiano stetti di transito una notte, e prima d’andar à Galiano stetti a Govone nel Piemonte due notte, e prima stetti nella terra di Cerecete del Piemonte, mà prima stetti per alloggiamento fermo nella terra di Cavalhumore del Piemonte, dove dimorai vinti, ò vinti quattro giorni, che non hò memoria precisa, però sicuramente furono più de vinti giorni, e prima fui mezzogiorno in Polonghera del Piemonte, e quell’istesso giorno andassimo à Polonghera à mettere l’armata, e prima stetti in Cavalhumore.

Ad alias ait, stetti nel Piemonte dal Venerdi Santo sino al mio ritorno a Rosignano, che credo fossero otto, ò dieci giorni prima di metter l’assedio sott’à Casale.

[362] Interrogato, da dove partì mentre andò nel Piemonte, e da che tempo.

Respondit, partei da Milano alli quattro di Marzo, e fui à Mortara dove mi fermai quindeci ò sedeci giorni, cioè sino al Venerdì Santo, solo ch’il Mercore Santo alla mattina partei per la posta da Mortara, e venni à Milano chiamato da mio padre, e ritornai quell’istesso dì a Mortara dove arrivai circa le 23 hore, nè mi fermai a Milano due hore; da Mortara poi andai alla Villa del fuoco, e vi dimorai una notte, e da lì andassimo à Fontanè terra del Monferrato, dove stetti un’altra notte per transito, poi andassimo alla Terra di Nieve del Piemonte, et ivi stassimo undeci giorni, e da lì a Cervera ove stetti, e ritornai à Casale come hò detto sopra.

Interrogato, se durando questa sua absenza ha mai havuto altr’occasione di venir à Milano.

Respondit, Signor sì una volta sola, che fù la notte di S. Pietro, e mi vi fermai quel giorno di S. Pietro, nè mai più vi sono tornato.

Interrogato, se saprebbe dire dove stette più precisamente la quinta settimana di Quadragesima.

Respondit, precisamente io non lo saprei dire, dico bene, che di stanza stavo in Mortara, mà perche di tempo in tempo s’andava repartendo le guardie nella Vilatta, et in Sartirana, può essere, che fossi in uno di questi trè luoghi, mà al sicuro fui in uno di questi trè.

Dettoli, che pensi un poco bene se la quinta settimana di Quadragesima fù in Milano.

Respondit, Sig. nò, che non vi fui.

Interrogato, se si raccorda ove fosse la terza Dominica doppo Pasqua di Resurretione.

Respondit, ero nel Piemonte.

Dettoli, che si metta bene à memoria se in quel tempo fù à Milano.

Respondit, Signor nò, che non fui à Milano, nè alla Dominica, nè al Lunedì, nè quella settimana.

[363] Interrogato, che si metta un poco bene à memoria, se del mese di Maggio fù mai à Milano.

Respondit, Signor nò, che non vi fui.

Interrogato, se nel mese d’Aprile fù a Milano.

Respondit, Signor nò, che non vi fui, e in tutto questo tempo non sono mai stato à Milano se non li doi giorni, che hò detto, cioè il Mercore Santo, e il giorno di S. Pietro.

Ad alias ait, hò conosciuto Pietro Francesco Fontana bombardiere, et hò anche conosciuto trè, ò quattro tamborini del Castello, frà quali può essere, che vi fosse questo Michel Tamborino, che V. S. dice, ma io non lo conosco di nome.

Ad alias ait, Signor sì, che mentre stavo a Milano mi dilettavo di gioccar di spada, e mi raccordo ancora ch’in Castello gioccorono doi scrimatori Filippo e Francesco, et al mio giuditio Francesco gioccò meglio di spada, e pugnale, ma Filippo gioccò meglio di spada, e gioccorono sotto il portico della Chiesa del Castello, dove per gioco publico altri non hanno mai gioccato; vi sono bene venuti delli Maestri, massime per insegnar a me, m’insegnò detto Filippo, et un certo Francese grande, che stava col Piccolhuomini.

Ad alias ait, io non hò mai visto che mio fratello il Signor Don Carlo habbi imparato à gioccar di spada da maestro particolare, può essere che lui qualche volta habbi scrimato con qualch’uno, ch’io non lo sappi, però per via di maestro fermo sono sicuro, che non h’a havuto maestro, se non è statto doppo ch’io sono absente e pregione, anci oltre che è piccolo, è sempre stato debole et infermo.

Dettoli, che si legge in processo, che Don Carlo habbi havuto maestro di scrima, che sij andato ad insegnarli per il corso d’un mese, e che con quell’occasione esso constituto volse gioccar di spada due volte con detto mastro, come gioccò in effetto.

[364] Respondit, io non hò memoria di cosa tale, sò, bene, ch’hò gioccato di spada con molti, perche di questo me ne deletavo, che poi habbi gioccato con quello, che V. S. dice, ch’appare in processo, io non lo posso nè dire, nè negare, ma quando V. S. mi dirà il nome di quel tal s’avrò gioccato con lui lo dirò.

Dettoli, che questo scrimatore si chiama Carlo Vedano detto per soprannome il Tegnone genero di detto Pietro Francesco Fontana.

Respondit, io lo conosco molto bene, et hò gioccato con lui di spada, ma come può essere, che questo andasse ad insegnare à mio fratello, se in quel tempo detto Vedano non era nè anche scolaro, e vorrei sapere da V. S. il tempo, perche quando gioccai con lui saranno poco meno de quattro anni, e da qui potrà V. S. argomentare se mio fratello era in età di gioccare, e d’ammaestrarlo.

Ad alias ait, io non hò mai havuto con detto Carlo Vedano altra conversatione, e può essere, che mi sij venuto dietro, mà io non li ho mai dato tal commissione, nè mi raccordo che sij venuto con me, ed in casa vi veniva rare volte, perche il suo gioco non era di stima.

Ad alias dicit, quando stavo a Milano era molto mio amico il Sig. Conte Carlo Borromeo, uno figliuolo del Sig. Marchese Visconte, et il Sig. Vercellino Visconte, et havevo anche amicitia con Alfonso Quadro col quale andavo sovente volte a caccia, nè mi raccordo d’altri, perche mi fermavo poco à Milano, et anche un Signor Pietr’Antonio Fossano, nè mi raccordo d’altri.

Ad alias ait, conosco il Sig. Auditore Quintana, mà non mi sovviene d’haver conosciuto alcuno gentil’huomo giovine di mediocre fortuna habitante vicino a detto Signor Quintana particolarmente della casa de Crivelli, e ne anche conosco alcuno de Crivelli, che habiti alla Piazza del Castello.

Interrogatus dicit, molte volte hò camminato per Milano, è ben vero, che per ordinario andavo dal Castello al [365] Palazzo, et alla Cavalerizza della Piazza, et anche à quella di P. T., et à S. Dionigio.

Interrogato, se hà mai camminato per P. T.

Respondit, mi raccordo d’esservi stato trè ò quattro volte con occasione d’andar fuori a Pavia, et altre volte a S. Eustorchio, però sono trè anni, che non sono stato al corso di S. Eustorchio.

Interrogato, può essere, ch’io habbi traversato verso la Chiesa di S. Lorenzo alcuna volta per andare in alcuna parte, però non mi raccordo d’haver havuto à che fare cosa alcuna in detto luogo.

Interrogato, se sà che là vicino vi sij un’hostaria chiamata delli sei ladri, et una contrada detta la vedra de Cittadini.

Respondit, non sò dove sij nè l’uno, nè l’altro, nè anche per nome.

Dettoli, che questa è una contrada la quale hà uno passadizzo, che và da una parte all’altra sostentato da quattro colonne, il cui principio è verso S. Lorenzo.

Respondit, può essere, ch’io l’habbi vista, ma non hò memoria della descritione che V. S. mi fa.

Ad alias ait, li miei servitori si chiamano uno Bernardino, quale mi serve vintidoi anni sono, doi stafieri Francesco, e Pasquarello, li quali mi servono quattro anni sono, un’altro si chiama Benedetto, quale parimente mi serve quattro ò cinque anni sono, et un paggio chiamato Gerolamo quale mi serve dodeci anni sono, e non ne hò d’altri.

Interrogato, se nel Castello vi è alcuno, che sij di Saragozza, ò della parentela.

Respondit, io non hò mai conosciuto alcuno di questa parentela, ne di detta Città di Saragozza, però di questa Città di Saragozza credo vi sij Melchion de Blanca, che serve in Contadoria.

Interrogato, se frà li Soldati del Castello conosce alcuno, che si chiami Pietro.

[366] Respondit, ne conosco uno, che si chiama Pietro, credo Gutierez, qual è un’huomo bianco, d’età de cinquant’anni, vecchio, moretto, e complesso di corpo, con barba bianca, mà poca, e non ne conosco d’altri di questo nome.

Ad alias ait, credo, che nella mia compagnia ve ne siano uno o doi de soldati Milanesi, ma che habbi havuto amicitia con alcuna persona di quelle, che sono venute in Italia per la Valtellina non è vero in nessuna maniera.

Dettoli, che vi pensi un poco bene, perche si legge in processo, che sij stato veduto una volta con alcuni vestiti alla Francese, che havevano la barba come la sogliono portare gl’Alemanni.

Respondit, può essere, mà io non me ne raccordo.

Et lecta ei depositione istorum facta per Baruellum.

Dixit, io hò parlato con diversi Alemanni, e con diverse persone della qualità che V. S. mi ha detto, ma non sò chi siano.

Ei dicto, che si legge in processo, che questi doi erano in compagnia d’uno, che erano in abito da Prete.

Respondit, nè per questo mi può venir à memoria chi siano.

Iterum ei dicto, che per quello si legge in processo fù Sua Signoria veduto a parlare con questi doi, e con quel Prete sù la Piazza del Castello, e verso la Cavalarizza.

Respondit, nè anche per questo vengo in cognitione chi siano questi che V. S. dice, perche non mi raccordo di haver parlato con doi, come V. S. dice, e che vi fosse di compagnia uno, che fosse in habito da Prete.

Et fuit reconsignatus animo etc.

 

Die ultimo mensis Ianuarij 1631.

Iterum examinatus præf. Don Ioannes de Padilla sub iuramento

Dicit, hò giocato di spada due ò trè volte con Carlo Vedano, mà non mi raccordo del tempo preciso, sò bene, che da una volta e l’altra vi sarà stato differenza, otto o dieci giorni.

[367] Dettoli, che guardi bene, perche si legge in processo che l’anno prossimo passato 1630 con occasione che detto Carlo andava ad insegnare di scherma al Signor Don Carlo suo fratello esso giocò di spada con detto Carlo.

Respondit, io non sò, che costui habbi mai giocato con mio fratello, e non sapendo io questo, come posso haver giocato io con lui con detta occasione?

Dettoli, ch’almeno risponda se ha giocato di spada con detto Vedano l’anno 1630.

Respondit, io non mi raccordo d’haver gioccato con lui l’anno passato, e sarà un anno, che non l’hò veduto, che lo viddi in Castello con occasione, che stava nella piazza d’arme col Fontana suo parente, e potrebbe anche essere, ch’in detto anno l’havessi visto in altra parte, ma precisamente non me ne raccordo.

Dettoli, che procuri di metterselo à memoria, perche si legge in processo, che lo vidde, e parlò seco.

Respondit, potrebbe essere, ma non me ne raccordo.

Dettoli, che per eccitarli maggiormente la memoria si legge in processo, che lo vedesse, e parlasse con lui la Quadragesima passata, che v’erano ancora presenti Pietro Francesco Fontana suo suocero, et uno tamborino del Castello chiamato Michele.

Respondit, potrebbe essere, ma non me ne raccordo.

Iterum ei dicto, che si legge in processo, che nel modo, che se li è detto di sopra parlò con lui un Lunedì sopra la piazza del Castello verso il luogo della Cavalarizza.

Respondit, nè anche per questi segni me ne raccordo.

Dettoli, che si legge in processo, che questo fu un Lunedì della settimana di Quadragesima.

Respondit, io uscei di Milano alli quattro di Marzo e non ritornai à Milano se non il Mercoledì Santo, e per questo non può essere, ch’io parlassi con lui detto Lunedì nel luogo, che dice.

Interrogatus dicit, Signor sì, che mentre sono stato absente da Milano, hò ricevuto lettere da mio padre.

[368] Et ei exibita epistola dicti eius patris die septimi Maij 1630 de qua supra

Dicit, Sig. sì, che questa lettera è di mio padre, e fu a me recapitata.

Interrogato, che dichiari un poco, che cosa vogliono significare quelle parole, io tratto di serrar il Golpe.

Respondit, io non sò dire à V. S. che cosa vogli dire quella parola Golpe, cioè non sò, che cosa il mio Signor Padre habbi voluto dire con quelle parole Serrar il Golpe, perche sò bene, che quelle parole vogliono dir serrar una porta, mà non sò perche il Sig. mio padre in questo senso me l’havesse à scrivere, e se io hò da dire quello mi credo, credo che detto Signor mio padre volesse dire, che volesse serrar una porta del Castello.

Interrogato, se crede, ch’in altro senso si possano intendere.

Respondit, io non credo, che si possano intendere in altro senso.

Interrogato se dopo haver ricevuto detta lettera hebbe avviso dal detto Sig. suo padre conforme à quello, ch’in essa si contiene.

Respondit, dopo haver ricevuto questa carta non ebbi altra carta nella quale mi dicesse di serrar il Golpe, mà n’ hebbi una con la quale m’avvisava, che haveva serrata la porta del Castello verso la Città per causa della pesta.

Interrogato, se il Castello hà altra porta.

Respondit, ne hà un’altra chiamata del soccorso.

Ad alias ait, Sig. sì, che hò conosciuto uno Barbiere in Milano, che habitava verso il Monte di Pietà, mà non li sò il nome, et è un giovine sbarbato di statura mediocre, di grossezza proportionata, del resto non ne ho conosciuto d’altri in Milano, hò ben conosciuto doi, ò trè Chirurghi, cioè il Monte, il Bergamasco, et il Palanchino.

Interrogato, se hà conosciuto un Gio. Giacomo Mora, che stava su ’l corso di P. T.

[369] Respondit. Sig., nò.

Dettoli, che procuri di metterselo à memoria, perche in processo si legge, che habbi parlato con lui più d’una volta.

Respondit, nè per il nome, nè per il luogo dove stà non lo conosco.

Dettoli, che non solo si legge in processo che habbi parlato con lui più d’una volta, ma si legge ancora, che questo sij succeduto vicino alla casa di detto Mora in una contrada nella quale si va per il corso di P. T. e fù vicino ad un’hostaria, che si chiama delli sei ladri.

Respondit, non sa dove sij questa contrada, nè meno sò dove sij questa hostaria.

Dettoli, che la contrada si chiama la vedra de Cittadini.

Respondit, potrebbe essere ch’io fossi passato per detta contrada, ma io non sò dove sij.

Dettoli, che non solo si legge questo in processo, mà si legge, che questo fù circa al fine del mese di Maggio, ovvero al principio del mese di Giugno dell’anno prossimo passato.

Respondit, questo non può stare perche io stavo fuori di Milano.

Dettoli, che si legge però altrimente in processo.

Respondit, già hò risposto, ch’in quel tempo io stavo fuori di Milano, e questo si può provare.

Interrogato, che dica quante volte fù à Milano, nel tempo, che stette absente, come hà detto nel suo primo essame.

Respondit, due volte, una nel Mercordì Santo, e l’altro nella notte di Santo Pietro, e la prima volta venni con un mio paggio chiamato Antonio Lane, e la seconda volta venni col Sig. Don Christofforo de Gaviglia, e la prima volta mi fermai in Milano trè, ò quattro hore salvo il vero, e la seconda volta arrivai à Milano circa le 17 hore, tornai via il giorno seguente circa le 22 hore.

Interrogato, se in detto tempo trattò alcun negocio qui in Milano.

[370] Respondit, la prima volta, che fù il Mercore Santo, venni à trattar il matrimonio di mia sorella col detto Sig. Don Christofforo, e la seconda volta venni con detto Signor Don Christofforo per vedere se havevamo da conchiudere detto matrimonio con mio padre.

Dettoli, che non si è interrogato, perche causa venesse, mà se con l’occasione, che si trovò qui trattò alcun negocio.

Respondit, nò, Signore, che non trattai alcun negocio, perche la prima volta uscei solamente dal Castello con la Signora Madre, con la sorella, e con doi servitori, et andassimo alla Madonna di S. Celso, e la acconda volta non uscessimo del Castello, se non alla mattina col Signor Don Christofforo sodetto, col Capitano Romeras, e con alcuni paggi, et andassimo à visitare il Sig. Prencipe de Montenero, e se bene mi raccordo mandai à chiamare il cavalerizzo per comprare un cavallo, e questi credo siano li negocij, che feci in Milano.

Dettoli, che il Mora nominatoli era di statura manco di mediocre, grosso, con faccia bianca e rossa, con barba e capelli, che tiravano al biondo, ma che cominciavano à diventar bianchi, d’età d’anni 45 in circa.

Respondit, Signor mio non lo conosco.

Ad alias ait, Signor nò, che non hò conosciuto Gio. Steffano Baruello.

Dettoli, che avverta a quello, che dice, che non solo si legge in processo, che l’habbi veduto, ma che habbi parlato seco più d’una volta.

Respondit, dico à V. S. che quest' huomo di questo nome non lo conosco, manco hò parlato con lui.

Dettoli, come può dir questo, se in processo si legge, che un giorno havendolo veduto sopra la piazza del Castello verso la cavalarizza, li disse Buon giorno Sig. Baruello.

Respondit, non è vero, perche questo Baruello non lo conosco, ne à miei giorni hò mai sentito nominar un simil nome.

[371] Interrogato, se conosce un Gerolamo Foresaro.

Respondit, non lo conosco.

Dettoli, che questo Gerolamo è della famiglia dei Migliavacca, ma si dimanda i Foresaro, perche la sua professione era di molare le forbice, con le quali le donne tagliano l’oro.

Respondit, nè per l’uno, nè per l’altro io lo conosco.

Dettoli, come può dir questo se si legge in processo, che parlando un giorno con una persona, li disse, Sete voi amico di Gerolamo Foresaro?

Respondit, dico à V. S. Illustrissima se non conosco Gerolamo Foresaro, come posso haver detto questo, che V. S. dice?

Ad alias ait, il Tenente della mia Compagnia è Spagnuolo, nè è vero, ch’io habbi mai trattato di volerla dare ad un Italiano.

Dettoli, che questo però si legge in processo.

Respondit, Signor mio, io non hò sin adesso offerto la mia tenenza ad alcuno, perche il mio Tenente si deporta in maniera, che non se le può levare.

Dettoli, che non solo le cose, che se li sono dette di sopra si leggono in processo, ma si legge di più, che queste cose seguirono sù la Piazza del Castello, mentre fossero presenti li sodetti Carlo Vedano, Pietro Francesco Fontana, et uno Tamborino del Castello, nominato Michele.

Respondit, Signor mio, questo non è vero, et io non potevo procedere di Tenente se non è finito il termine, e non la potevo nè anche offerire, nè l’hò offerta.

Dettoli, che non solo questo si legge in processo, ma si legge di più, che quando seguì questo, esso si trovava sù la piazza del Castello di compagnia d’un prete, ò di uno che era in habito di prete, e di due altri, tutti duoi grandi, rossi in faccia, con barba longa, acuta in ponta, uno de quali l’haveva di pelo rosso, l’altro castano et era longa, capelli scuri, e smilci tutti duoi in faccia.

[372] Respondit, non mi raccordo d’esser stato con questi huomini sopra la piazza, nè d'haver visto prete, nè huomini di questa maniera.

Dettoli, che non solo si legge questo in processo, ma che questi tali sono in processo nominati, così il prete, come gl’altri, per francese.

Respondit, io non crede d’haver parlato troppo con francesi, se non sopra Casale, molto meno sopra la piazza del Castello, perche essendo mio padre suo nemico, non li lasciava stare alla fortezza et alla piazza, anzi se se ne trovava qualch’uno li faceva prendere.

Dettoli, che non solo si legge questo in processo, ma si legge di più, che il detto vestito da prete haveva una barba nera, longa, et haveva una veste sino à mezza gamba, et era di statura commune, nè grasso, nè magro, et alquanto smorto in faccia.

Respondit, dico à V. S. che da niuna maniera conosco questo prete.

Dettoli, che non solo si legge questo in processo, ma si legge di più, che quando fo gionto vicino al luogo, dove erano detti Baruello, Vedano, Fontana e Tamborino, esso si spiccò dalla compagnia di detto vestito da prete, e dalli altri due nominati francesi, e descritti come sopra, e saltando se n’andò verso il luogo dove era detto Baruello, et altri, e gionto vicino a loro disse Chi viva? e che Carlo Vedano, Fontana e Tamborino risposero, Viva casa Padiglia.

Respondit, Signor mio, nò, che non hò detto questo, perche in Milano non mi raccordo d’haver detto tali parole, solo che con l’occasione d’haver la spada in mano contro l’inimico.

Dettoli, che non solo si legge questo in processo, ma si legge di più, che in quel ponto doppo haver salutato il Baruello, e passate alcune parole con lui, mettesse mano alla borsa, e li dasse 25 ducatoni della stampa di Venetia.

[373] Respondit, non hò mai portato danari nelle calci al tempo di vita mia, nè posso haver dato danari al Baruello, perche non lo conosco.

Dettoli, che non solo si legge questo in processo, ma si legge di più, che doppo haverli dato detti danari, si spiccò da lui e compagni, e se n’andò verso quelli, che erano venuti seco, e poi con quello che era vestito in habito da prete, tornò alla volta di detto Baruello, e lo fece parlar con lui, in modo, che tirandosi da parte, vi stettero qualche tempo da loro duoi.

Respondit, Signor nò.

Et fuit reconsignatus etc. animo etc.

 

1631 die 9 Maij.

Censuit Senatus contra dict. D. Ioannem procedendum ad reatum de fabricato veneno, eoque pluribus distributo ad desseminandum, et inficiendum hunc populum, pollicita et erogata multa pecunia cum narratione facti, iuxta dictum Io. Jacobi Moræ, et Io. Stephani Baruelli, ac aliorum, de quibus in processu, mox publicandum processum, dandas defensiones, perfictisque perficendis, quam primus facendum Senatui relationem [2].

 

Die 22 Maij.

Iterum pro executione ut supra, examinavi dictum Don Ioannem, qui suo iuramento tacta cruce

[314] Dixit, conosco Melchion Reyes, ma saranno quattro ò cinque anni, che non l’hò visto, e là nel Castello li parlavo alcune volte.

Interrogato, se fù mai visitato da detto Reyes in tempo, che lui constituto fosse in letto.

Respondit, non me ne raccordo.

Interrogatus dicit, non mi raccordo d’haver mai fatto vedere à detto Reyes alcuna cosa.

Dettoli, che procuri un poco di mettersi à memoria se mai in una camera della casa là del Castello, presente lui Constituto, detto Melchione vidde alcuni vasi di vetro, sopra quali passò ragionamento frà esso Signor Constituto, e dotto Melchione.

Respondit, può essere, che non mi raccordo.

Dettoli, che però si legge in processo questo, e però si desidera, che voglia procurar di metterlo à memoria.

Respondit, non mi raccordo di questo.

Dettoli, che si legge in processo, che si parlò frà esso Sig. Constituto e detto Melchione de los Reyes, che esso Signor Constituto disse, che in quelli vasi vi erano cose mortifere.

Respondit, non mi raccordo di cosa tale.

Ad alias ait, doppo che detto Melchione fù fatto pregione non hò mai inteso niente di lui.

Dettoli, che si legge in processo, che questo fatto succedesse poco prima, che lui fosse fatto pregione.

Respondit, dico à V. S. Illustrissima che di questo non me ne raccordo.

Ad alias ait, io in Castello dormivo in una camera posta frà quella di mio padre, e quella di mia madre, et hò anche dormito in una sala grande da basso, qual sala hà tre porte e due finestre, una che guarda alla piazza d’arme, e l’altra al fosso, mox dixit, sono quattro porte, per una delle quali si và di sopra per una scala di legno, per un’altra si và in un’altra sala grande, come quella dove [375] io dormivo, che uscisse in un’altro salone, quale hà una porta verso la Chiesa, la terza và in una camera piccola depinta, e la quarta và in uno corridore, ò sia passadizzo, che va in altre camere.

Interrogato, se si raccorda mai d’esser stato in detta Camera con detto de los Reyes.

Respondit, non mi raccordo d’esser stato con lui in quella camera, però può essere, perche d’estate eravamo ivi per esser luogo più fresco.

Ad alias ait, se non fallo, l’anno 1619 ò 1620 io ebbi una compagnia d’infanteria, e da ivi ad un’anno e mezzo in circa mi fù data una compagnia de cavalli, la quale tenni per alcun tempo, poi fui reformato, e dopo con l’occasione della campagna di Verua, un poco prima mi fù data la compagnia, che tengo di presente, del resto non n’hò mai, havuto d’altra.

Ad alias ait, in Poirino terra del Piemonte, d’Aprile, ò di Maggio dell’anno passato, con l’occasione della guerra, e d’avanzarmi in posto, offersi al Sig. Marchese Spinola far leva di quattro compagnie de cavalli archibugieri, oltra la mia, con che mi dasse titolo di colonello, et esso mi disse, che per adesso non haveva bisogno di cavallaria, però che presentandosi l’occasione, n’avrebbe tenuto memoria, e che m’havrebbe anteposto à qualch’un altro, et il modo con che volevo far dette levata era che S. E. dasse à me le patenti in bianco, perche le dassi a quelli Capitani, che mi fosse piaciuto, perche à questo modo pensavo non solo non spendere del mio, ma avanzar denari, Dicens se V. S. vuol sapere chi sono li Capitani, che destinavo d’elegere glie lo dirò.

Uno era Don Rodrico de Musica, un altro era il Tenente Montero, un’altro era Bartolomeo Poiato de Roueda, e l’altro era il Tenente Carbonello.

Interrogato, di quanti soldati sono le compagnie.

Respondit, le piazze d’archibugieri sono cento, però [376] vi si computano le bocche delli Ufficiali, Capitano, Foriere, et altri, e per far una di queste compagnie Sua Mæstà suole darli trè mila scudi.

Ad aliam dicit, non mi raccordo del tempo preciso quando trattai col Vermiglio cavalarizzo di comprar quel cavallo, mà sò bene, che fa la seconda volta, ch’io venni a Milano, et hora che mi sovviene, fù quando venni la notte di S. Pietro.

Interrogato, che si metta bene à memoria se venne altre volte à Milano, oltre quelle due, che hà detto.

Respondit, Sig. nò.

Interrogatus dicit, Signor sì, che quando venni à Milano il giorno di S. Pietro era chiusa la porta del Castello verso la Città.

Dettoli, che miri bene, perche si legge in processo, che quando trattò col Cavalarizzo di comprar il cavallo, non era ancora serrata.

Respondit, quando trattai di comprar questo cavallo, fu la seconda volta, che venni a Milano, et all’ hora era serrata la porta.

Interrogato, che si metta bene a memoria se hà conosciuto un barbiere, che stava sul corso di P. T. poco longi dalla Chiesa di S. Lorenzo, nella contrada appellata la vedra de Cittadini.

Respondit, io hò detto, che non lo conosco.

Dettoli, che si legge però in processo, che ha parlato con lui nel luogo, che se li è detto vicino all’hostaria delli sei ladri.

Respondit, io non sò dove sij l’hostaria delli sei  ladri, nè hò conosciuto tal barbiero, nè parlato con lui in tal luogo, nè hò conosciuto barbiere alcuno in quella vicinanza.

Dettoli, che si legge però in processo, che hà parlato con lui nel luogo, che se li è detto non una volta, ma due.

[377] Respondit, nè io sò dove sij questo luogo, nè in tal parte hò parlato, nè conosciuto barbiere nessuno.

Interrogato, che si dechiari con quelle parole, che cosa vuol dire in tal parte.

Respondit, io m’intendo in questo luogo, che V. S. IIlustrissima mi hà nominato.

Interrogato, come può stare, che dica, che non h’a parlato, nè conosciuto in quella parte tal barbiero, supposto, che dice che non sà dove sij quella parte.

Respondit, io sò dov’è S. Lorenzo in P. T. però io non sò dove sij la vedra de Cittadini, nè quell’hostaria delli sei ladri, e quest’è quello, che voglio dire.

Dettoli, come può dir questo, se in processo si legge, che esso parlò con detto Barbiere in quella parte, che se li è detto, che è vicino à San Lorenzo?

Respondit, io dico à V. S. che in vita mia in quella parte io non hò parlato con barbiero nessuno.

Interrogato, se hà mai trattato con nessuno di far alcuna ontione, ò dargliela.

Respondit, nò Signore.

Dettoli, come può dir questo se si legge in processo, che hà parlato con alcune persone di far certa ontione, e che li ne habbi anche dato, e mandato.

Respondit, io dico di nò Signore.

lnterrogato, che dica di nuovo se hà conosciuto un Don Pietro di Saragozza.

Respondit, Signor nò.

Dettali, come può dir questo se si legge in processo, che questo Don Pietro fù quello, che fù mezzano trà la persona sua, e detto Barbiere per farli parlar insieme.

Respondit, io non hò conosciuto nessuno Don Pietro di Saragozza, né l’hò mai sentito a nominare se non qui.

Interrogato, che dica di nuovo se hà conosciuto un Gio. Steffano Baruello.

Respondit, Signor nò, che non lo conosco.

[378] Dettoli, come può dir questo se si legge in processo che hà parlato con lui, nominandolo col proprio cognome, e che il mezano di farli parlar insieme fù Carlo Vedano.

Respondit, io non conosco nè Carlo Vedano, nè il Baruello.

Dettoli, come può dir di non conoscere Carlo Vedano, se nelli suoi essami hà detto d'haver giocato di spada con lui alcune volte.

Respondit, le altre volte V. S. me lo nominò per il Tegnone, per il qual nome lo conosco, e l’hò sentito nominar sempre, ma per Carlo Vedano non l’hò mai conosciuto.

Dettoli, che dica dunque se detto Tegnone, poiche per tal nome lo conosce, è mai stato mezano, perche parlasse con detto Baruello.

Respondit, mai mi hà trattato di questo.

Dettoli, che si legge però questo in processo.

Respondit, dico di nò.

Interrogato, se si è mai servito di Pietro Francesco Fontana per farlo parlare con detto Baruello.

Respondit, Signor nò.

Dettoli, che si legge però questo in processo, cioè ch’il Fontana habbi detto di parlare d’ordine di esso Sig. Constituto con detto Baruello, e sij stato mezzo di farlo parlar con lui.

Respondit, questo non è vero, nè mai mi è passato per pensiero.

Mionitus ad dicendam veritatem, perche in processo si legge, che esso Sig. Constituto parlò con Giacomo Mora Barbiere sul corso di P. T. vicino alla Chiesa di S. Lorenzo nella contrada detta la vedra de Cittadini, vicino all’hostaria detta delli sei ladri una mattina circa al principio del mese di Maggio à mezza mattina, e da lì à pochi giorni pure à mezza mattina, e nell’istesso luogo accompagnato da altri, e diede ordine à detto Barbiero, che facesse un’ontione di ongere le porte e cadenazzi, del qual onto sarebbe risultata [379] la morte delle persone, che danari non li sarebbero mancati, e che non dovesse haver paura, che li havrebbe trovato molti compagni, e perche sopravenne della gente, si partirono, e da lì a pochi giorni tornò di nuovo à parlar con lui nell’istesso luogo, e li disse che dovesse prender la detta ontione, et andar a bordegare, che li havrebbe datto tanti danari, come havesse voluto, e che à quest’effetto li diede molte dople, cioè quattro per volta, due volte, e si legge di più, che nel tempo che parlò con detto Barbiero haveva seco alcuni, e frà gl’altri un gentilhuomo de’ Crivelli, che stava alla piazza del Castello, e si legge di più, che tutto questo trattato fù fatto per quello Don Pietro di Saragozza, il quale diede un vaso di onto à detto Barbiere à quest’effetto, e mandò detto Mora à casa d’alcuni Banchieri di questa Città per prendere danari da spendere in questa causa, de quali uno si nomina Giulio Sangninetti, e l’altro Gerolamo Turcone; da quali detto Gio. Giacomo Mora disse, che andò, e dicendo, che era di quelli del figliuolo del Sig. , Castellano ricevè alcuna quantità de danari, che sono espresse in processo, le quali disse d’haver compartito à quelli che andavano ongendo per questa Città.

Si legge ancora in processo, ch’esso Sig. Constituto, essendo mezano detto Carlo Vedano nominato il Tegnone, su la piazza del Castello di questa Città, il Lunedì dopo la quinta Dominica di Quaresima dell’anno 1630 prossimo passato, parlò col detto Gio. Steffano Baruello pur di fare, et adoprare quest’ontioni, e che li diede danari per questo effetto, e che il fatto seguì nel modo che se li dirà, che havendo il detto Vedano detto il Tegnone concertato la sira antecedente dopo haver cenato nell’hostaria di S. Sisto, ch’il giorno seguente l’haverebbe fatto parlare con esso Sig. Constituto, et havendolo il detto di condotto sopra la piazza del Castello verso il luogo della Cavallarizza ove si trovava ancora Pietro Francesco Fontana e, Michel [380] Tamborino, esso Sig. Constituto sopravvenne accompagnato da uno vestito in habito da Prete, con una barba nera, larga, et una vestina à mezza gamba, e due altri vestiti alla Francese, con la barba in ponta, come portano gl’Alemani, si spiccò da loro, et andò solo alla volta di detto Baruello, Tegnone, Fontana e Tamborino saltando, e dicendo Chi viva? et essendoli risposto dalli detti Tegnone, Fontana e Tamborino, viva casa Padiglia, esso Sig. Constituto soggionse, e li Francesi, e dopo questo andò alla volta di detto Baruello, e li disse: Bon giorno Sig. Baruello, è molto tempo che desideravo parlar con voi, non siete quello che siete stato retirato tanto tempo sopra la Piazza del Castello, e che volevate esser soldato della mia Compagnia? et havendoli il Baruello risposto de sì, esso Sig. Constituto soggiunse: L’hò à caro, perche hò inteso che siete galant’huomo, e me n’hanno fatto fede il Fontana et il Tamborino, e subito cacciò mano ad uno sachettino pieno de danari, e li diede 25 ducatoni Venetiani, e disse: Godete questo per amor mio, soggiungendo Siete voi amico di Gerolamo Foresaro? et havendoli risposto de sì, esso Signor Constituto si spiccò da loro, et andò alla volta di detto Prete, e vestiti alla Francese, et ivi si fermò à parlare tanto come si direbbero quattro credo, ò poco più, e poi ritornò con uno vaso di vetro quadro, longo , un palmo, che poteva tenere due zaine, e lo diede al detto Baruello, dicendoli: Prendete questo, e perchè confido di voi, raccordatevi, che trattate col Cavagliere Don Gioanni de Padiglia, che sono huomo di portarvi fuori da qualonche pericolo si sij, e che hò una buona retirata in Spagna per me, e per li miei amici: soggiongendo: Questo è un vaso d’unguento di quello che si fabrica in Milano, et io hò à centenara de galant’huomini che mi fanno di questi servitij, e questo vaso non è perfetto, mà bisogna prender delli ghezzi e zatti e del vino bianco, e metter tutto in una bozza, ovvero in una pignata vitriata, e farla bollire accon[381]cio, acconcio, acciò questi animali possino morire arrabbiati, e perche il detto Baruello dubiti, che detto onto non li nocesse, esso Sig. Constituto per assicurarlo aperse il detto vaso, e li pose dentro un deto rivoltandolo in sù perche la materia li toccasse il deto, e li disse: Vedete se la tocco io, e non m’offende, poi lo consignò al detto Prete, quale viene nominato per Francese dal detto Baruello, it quale lo condusse in disparte, e con una verga nera fece un cerchio, e glie lo fece andar dentro, dicendoli che non temesse, e poi aperse uno libro che haveva sotto, qual disse nominarsi la clavicola di Salomone, e li disse, che dovesse dire alcune parole incognite, facendoli ivi comparer uno in forma d’huomo in habito di Pantalone, il quale lo fece riconoscere per suo Signore, e poi sopra quello vaso di vetro ove era dentro quella materia disse alcune parole, et essendo dopo scomparso detto Pantalone, et essendo esso Baruello uscito dal cerchio, esso Sig. Constituto li disse: State di buona voglia, nè più habbiate fastidio, poiche è fatto tutto quello bisognava in questo fatto, nè habbiate paura, che danari non vi mancaranno, dicendoli: Havete visto colui? e colui non ve ne lasciarà mancare, et havendoli esso Baruello dimandato chi era colui, esso Sig. Constituto li rispose, Che era il Diavolo, et havendoli il detto Prete restituito il detto vaso di vetro, esso Sig. Constituto lo diede al detto Baruello, dicendoli, Pigliate questo vaso, che è di quelli onti che hoggidì vanno per Milano, poi li soggionse, Non vi dubitate, che se la cosa và à luce io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio far delli primi, soggiongendo di nuovo, Che se per sorte fosse pervenuto nelle mani della giustitia non havrebbe in alcun tempo confessato cosa alcuna, se non fosse stato di sua volontà, poi l’interrogò se conosceva Gerolamo Foresaro, et havendoli risposto de sì, li disse, Che dovesse tenerselo amico, e darli delli danari, perche questa era la via più facile d’infettare tutto Milano, perche concorrendo da tutte le parti di Milano le forbici delle donne [382] per farle amolare da detto Foresaro, infettandosi esse con l’unguento, che voleva che ongesse detti forbici, si sarebbero infettati li figliuoli, li mariti e famiglie loro, e quelli ori tagliati e lavorati da quelle donne dovevano andar pe le mani de molti, quali tutti si sarebbero infettati, parlando esso Sig. Constituto mezzo Spagnolo e mezz’Italiano, il modo che detto Baruello l’intendeva benissimo per quant’hà detto.

Si legge di più, che arrivati alla terza settimana dopo Pasqua di Resurretione di detto anno 1630 un giorno, che non era festa, nè meno si mangiava di magro, un dopo pranzo il detto Baruello fù condotto sù la Piazza del Castello da detto Pietro Francesco Fontana, ove sopravenne esso Sig. Constituto, il quale disse: E bene, che cosa ha vete fatto? et havendoli risposto esso Baruello: A dir la verità a V. S. non hò fatto niente, dicendo, Come vole V. S ch’io facci a pigliar ghezzi e zatti? al quale esso Sig. Constituto li rispose, Vi và tanto à che fare a dar mezz’un ducatone ad uno figliuolo, che li vada a prendere? et havendoli il Baruello risposto Lo farò, esso Sig. Constituto stette così muto per il spacio di due Ave Marie, e poi li disse, Hò cosi paura, che mi burlate, et havendoli detto Baruello risposto, Nò Signore, esso Sig. Constituto soggionse, Lo vedrò; al che esso Baruello rispose: Per questa volta lo farò, mà da qui avanti non voglio questo fastidio d’andar cercando zatti, et esso Sig. Constituto li rispose Horsù fattelo per questa volta, che da qui avanti vi pensarò, e poi posto mano ad una borsa li contò trenta cechini, e si fece fare la ricevuta sopra un foglio bianco mezz’il foglio, e delli ducatoni datteli la prima volta, e delli cechini ch’all’hora li dava, poi li disse, Se volete altro parlate quà co ’l Fontana, che lui vi darà satisfattione, perch’io hò fretta, e bisogna, che me ne monti a cavallo, e tu ne vadi in uno servitio; soggiungendo nel partirsi Raccordatevi che la tenentia della mia compagnia è vostra se mi servirete bene.

[383] Respondit, di tutti questi huomini, che V. S. mi hà nominato, io non conosco altro, che il Fontana et il Tegnone, e tutto quello che V. S. hà detto, che si legge in processo per bocca di costoro, è la maggior falsità e mentita, che si trovasse mai al mondo, ne è da credere, ch’un Cavaglier par mio havesse nè trattato, nè pensato azione tanto infame, come è questa, e prego Dio, e sua Santissima Madre, se queste cose sono vere, che mi confondono adesso, e spero in Dio, che farò conoscere la falsità di questi huomini, e che sarà palese al mondo tutto.

Dettoli, che si risolvi di dir la verità, che per ordine del Senato esso Sig. Constituto si fa reo d’haver fabricato veneno, e distribuito à molti da seminare, et infettare questo popolo con promessa e sborso de molti danari, conforme à quello che se li è detto di sopra, et altro come più pienamente dal processo.

Respondit, io mi maraviglio molto, ch’il Senato sij vevuto à resolutione così grande, vedendosi e trovandosi, che questa è una mera impostura e falsità fatta non solo à me; ma alla giusticia istessa: esclamando, come? un huomo di mia qualità, che hò speso la vita in servigio di S. M. in difesa di questo Stato, nato d’huomini ch’hanno fatto l’istesso, havevo io da fare, nè pensare cosa, che à loro, nè à me portasse tanta nota, et infamia e torno à dire, che questo è falso, et è la più grande impostura, che ad huomo sij mai stata fatta.

Et fuit reconsignatus cum monitione generali etc.

 

Die vero 14 Iulij

Præf. Don Ioannes de Padilia fecit comparationem, qua dicit, asserto quod tempore opportuno eius nomine petita confrontatione fuerit denegata, protestatur habere quoscunque testes pro repetitis, et confrontatis, salvo iure etc.

Qua protestatione attenta, fuit ei publicatus processus cum termino ad suas faciendum defensiones etc.

[384] Prout prævia protestatione facta tam per Sanguinettum, quam per Vedanum de habendo testes pro repetitis et confrontatis, salvo iure se defendendi etc. fuit eis pariter public atus processus cum termino ad eorum faciendum defensiones.

Fuitque inquisitus ante traditionem copiæ processus, præf. Don Petrus de Saragozza .

Quod cum anno 1630 mense Maij seviret pestis in hac Civitate, bis vel ter accesserit dictus inquisitus ad tonstrinam Io. Jacobi Moræ barbitonsoris sitam in P. T. P. S. Laurentij Maioris intus Mediolani, scilicet super angulo viæ nuncupatæ la vedra de Cittadini versus cursus dictæ Portæ sub specie tonsionis barbæ, et dictum Moram  tonsorem ad desseminandam pestem in hac Civitate eius patria induxerit profitendo, che li havrebbe fatto guadagnare tutti li danari che havesse voluto, et inde ad nonnullos dies obtulerit eidem vasculum unguenti, dicens, quod et ipse ungebat, et plures alios habebat, qui eo unguento utebantur, et miserit dictum Moram ad domum quorundam nomulariorum huius Civitatis ad accipiendas pecunias erogandas iis, qui eo unguento utebantur, prout cum effectu accepisse dixit, quod unguenturn dictus Mora dispensavit cum effectu in perniciem plurium innocentium, ex quo ingens clades in hac Civitate secuta fuit.

Huic causæ primo loco incubuit n. q. Fis. Torniellus, secundo loco n. q. Fis. Corius, et tertio loco Egr. Advoc. Fis. Arias, ut ex ordinibus per amplissimum ordinem dicto Egr. Arias datis tenoris ulz.

 

1630 die 5 Octobris.

Audito Magnif. Senatore Picenardo referente, quo in statu sit causa Hieronymi Turconi campsoris detenti ex causa Excellentiss. Senatui notæ, omnibus que consideratis,

Censuit Senatus ad ulteriora esse procedendum, iuxta [385] mentem suam ipsi Magnif. Senatori notam, Egregique Fis. Arias ipsi causæ assistere omni studio debere etc.

 

1630 die 11 Octobris.

Verum est in Senatu de accessu ad Castrum Piceleonis ad subijcendum examini Don Ioannem Caytanum ex causa nota, dictumque fuit convenire, ut intersit unus ex Egr. Advocatis Fiscalibus Regijs, attenta qualitate causæ, et personarum.

Censuitque ordo ipse Magnif. Picenardum Deleg. cum primum poterit, accedere debere illuc, ad examen ipsum, et alia opportuna, cum eoque ire, et prædictis assistere Egr. Advoc. Fiscalem Arias.

Cum in carceribus Prætorij Mediolani reperiretur quidam Petrus Verdenus Hispanus ulz. de Civitate Saragotiæ, reus constitutus de tentata robaria in hac Civitate, Senatus audita illius causa definitive,

Censuit eundem adhibita ligatura canabis acriter esse torquendum, et ubi nihil emergeret, perpetuo exulare debere.

Ulterius mihi dedit litterus tenoris sequentis ulz.

 

Philippus etc.

Dilect. noster. Tortura irroganda est Petro Verderio, seu Verdea Hispano, militi Castri Portæ Iovis, super tentata robaria, pro executione ordinis Senatus. Cum autem suspitio sit hunc militem esse eum ipsum, qui Petrus est nomine, cognomine autem Saragotia, visus inquiri causa unctionum pestiferarum, mandamus vobis de sententia eiusdem ordinis, ut assistatis prædictæ torturæ, et hominem hunc interrogetis excutiatisque pro vestra prudentia et diligentia, iusta mentem ipsius Senatus, de qua satis edocti.

Dat. Mediolani die 18 Decembris 1631.

 

Et sic die 16 Martij prox præteriti coram me.

Constitutus quidam homo staturæ communis infra [386] scriptæ qualitatis ulz. [3] di statura comune, di grossezza proportionata, testa grossa, faccia olivastra, occhi piccioli, e concavi, fronte piana, naso proportionato, grosso d’ossi, capelli neri, barba castana tirante al nero, con [387] barbisi voltati in sù, labbri grossi, e cigli dritti neri, qui iuratus est

Interrogatus dicit, io mi chiamo Pietro Verdeno natural de Saragozza, e sono Soldato del Castello di Milano dalla presa di Bradà in quà, e solamente sono stato in [388] Roma et in Napoli un’anno e mezzo, da dove venni quest’inverno passato un anno, poco prima che mi facessero pregione.

Ad alias ait, quando partei per Roma fu d’Agosto prima che qui si trattasse di male, et il Signor Castellano era à Cremona.

Interrogato, di che male s’intende.

Respondit, m’intendo di questo male, che è passato quà tanto forte, perche io non m’intendo d’altro male.

Interrogato, che male è questo.

Respondit, il male del popolo del quale è morta tanta gente, che io non sò che male si sij, perche non mi trovavo, che ero absente.

Ad alias dicit, io hebbi disgusto col Capitano del Castello, e dimandai licenza a S. E., e lui mi rispose se volete andare andate, che licenza non ve la voglio dare, e così andai a Roma perche havevo fatto un voto spirituale, dove stetti forsi trè settimane, nel qual viaggio dimandavo elemosina, mà in Roma stetti in casa d’uno cognato di mia moglie, il quale mi teneva in un’hostaria, e mi dava doi reali il giorno, il quale si dimanda Carlo Ripamonte, quale è dispensiero in casa del Signor Cardinale Aldobrandino. Dicens non sò di sicuro, che sij dispensiero, però sta lì, e li portai una lettera di raccomandatione di mia suocera, mia cognata e di mia moglie, nè sono mai stato altra volta in Roma.

Ad alias ait, doppo partito da Roma andai di longo à Napoli ove m’assentai soldato nella Compagnia d’uno Portughese chiamato Don Francesco, et il mio quartiero era nella contrada della Cengia, et ivi in Napoli vi dimorai tre mesi e poi andassimo à Varletto della Poglia dove stassimo sino passato Pasqua dell’ove, poi tornassimo à Napoli dove stassimo sino à S Francesco che s’imbarcassimo per venir in questi paesi con cinque compagnie de soldati.

Ad alias ait, in Roma non conosco altri, che mio co[389]gnato, e nel tempo che dimorai in Roma feci le mie devotioni, cioè mi confessai, mi communicai, visitai S. Pietro, S. Maria Maggiore, S. Gioanni Lateran, la Madonna al Monte, et altre Chiese, che non sò nominare, solo che visitai le Sette Chiese.

Interrogato, se queste Sette Chiese erano tutte dentro, ò fuori di Roma.

Respondit, che sò io.

Redargutus dicit, io non uscei mai dalle Porte di Roma.

Dettoli, che bisogna donque che lui si formasse le Sette Chiese, poiche le sette Chiese, che si visitano in Roma sono parte fuori, e parte dentro.

Respondit, se havessi qua il mio passaporto si potrebbe vedere, perche credo, che vi sia scritto tutto; però non sò leggere.

Interrogatus, che strada fece per andar à Roma.

Respondit, andai per la strada di Fiorenza, cioè andai à Piasenza poi di longo andai dove vi è uno Collegio di Spagnuoli, che credo chiamarsi Bologna.

Dettoli, che dica un poco a luogo per luogo dove alloggiò,

Respondit, non ò memoria, sò bene, che andai à Cremona à dimandar licenza al Signor Castellano, poi andai à Piasenza.

Dettoli, che questa non era strada per andar à Roma.

Respondit, io andai per quella strada, che mi fu mostrata.

Dettoli, che questo non è credibile, perche non vi è niuno che dica, che per andar da Cremona a Roma si passi per Piasenza.

Respondit, mi dissero che era buona strada.

Interrogato, che strada vi è per andar da Bologna a Fiorenza.

Respondit, si và per pianura, e poche montagne, e vi passano le carrozze.

[390] Dettoli, che passi per la verità.

Respondit, la dico Signore, mà saranno qualche otto giorni che mi viene un’accessione, che usi travaglia.

Dettoli, che questo non hà a che fare col viaggio.

Respondit, già hò detto, che vi è strada piana, con poche montagne, ultra le montagne di Fiorenza, le quali sono di là da Fiorenza, e vi è sopra quella di Recofano.

Dettoli, come può dir questo, se nell’andar da Bologna à Fiorenza si passa l’Apenino, che è il più alto monte, che si passa in questo viaggio.

Respondit, ma Signore il giogo dell’Apenino si trova nella prima giornata che si parte da Bologna.

Dettoli, che questo non stà con quello, che hà detto di sopra, poiche di sopra hà detto, che da Bologna a Fiorenza vi è strada piana, che vi vanno carrozze, e che vi sono alcuni pochi monti, et hora dice il contrario.

Respondit, mi credevo che V. S. dicesse di quella Città, che è di quà da Bologna, e per questo havevo detto che era tutta pianura, la qual Città non sò come si chiami.

Interrogatus dicit, Sig. nò, che nell’andar da questa Città à Bologna non si passa alcun fiume.

Dettoli, che si passa il fiume Panara.

Respondit, io non me ne raccordo, sò bene, che da quella Città a Bologna v’andai in doi giorni e mezzo.

Ad alias ait, quando andai a Roma partei da Milano alli 23 ò 24 di Luglio.

Redargutus dicit, dico che sono stato a Roma, come molti Soldati del Castello lo diranno.

Interrogato, se sa andare per la Città di Milano.

Respondit, saprò andare a casa del Sig. Grancancelliere, et à casa del Sig. Corriere Maggiore, del resto vi saprò andar per Milano, mà dimandando.

Redargutus dicit, dico, che non sono troppo pratico per Milano.

Iterum redargutus dicit, dico, che non sò, andar troppo bene per Milano.

[391] Ad alias dicit, quando mi facevo far la barba me la facevo , fare dal Barbiere del Castello, mà non mai da altri.

Interrogatus dicit, Signor nò, che non sò dove sij la Chiesa di S. Lorenzo, nè sono mai stato ad alcuna hostaria se non all’hostaria del Baggio.

Interrogato, per qual porta entrò in  Milano quando venne da Roma.

Respondit, all’ hora io ero Soldato del Capitano Villalba, il quale alloggiava in una villa poco lontana da Milano, e dimandai licenza di venir à vedere la mia casa da Milano, e così entrai per la porta del borgo de gl’Hortolani, et entrai nel Castello, nè tornai più alla compagnia.

Et fuit reconsignatus etc. anima etc.

 

Die vero 4 Aprilis.

Iterum examinatus dictus Petrus Verdenus, suo iuramento

Dicit, quando partei da Fiorenza per andar a Roma arrivai ad una Fontana posta poco lungi da Redecofani.

Dettoli, che trà Fiorenza e Redecofano vi sono molti luoghi insigni.

Respondit, è vero, ma da poi che sono pregione hò perso la memoria.

Dettoli, che racconti la strada che fece da Roma a Napoli.

Respondit, andai per acqua, perche m’imbarcai in quel rio di Roma, mà non mi raccordo del nome di detto rio, et in Napoli disbarcai à Pozolo, et ivi in Napoli mi fermai doi, ò tre mesi.

Et dum pro executione ordinis Senatus Excellentissimi torqueretur adhibita ligatura canabis super reatu, etiam me assistente, fuit ei dictum, che si risolvi di dire la verità dove era l’anno 1630 nelli detti mesi.

Respondit, non m’intendo di trenta, nè di trent’uno.

Dettoli, che l’anno 1630 fù quello nel quale morsero in questa Città per causa della peste miliaia di persone.

[392] Respondit, non hò visto di queste cose, perche all’hora ero a Napoli.

Institus ad dicendum veritatem, dove fù l’anno 1630. Respondit acclamando, era à Napoli.

Et pluries institus, et etiam postergatis manibus in eculeo elevatus ad dicendum veritatem, dove fù l’anno 1630 semper perstitis, che ero in Napoli.

Dettoli, ch’averti bene à dir la verità, perchè ha confessato d’essersi partito senza licenza del Sig. Castellano, et un’altra volta d’esser partito dalla compagnia di quell’altro Capitano, sapendo che vi era pena la vita, per non confessare d’esser stato in queste parti l’ anno delta peste, cosa che mostra che resti di dir la verità in questo per grave causa, non curandosi più presto di patir la pena della desertione, che di confessare d’esser stato in queste parti, la qual cosa tanto più si congettura, quanto che hà detto molte cose contrarie al vero, e molto inverisimili.

Respondit, ero à Napoli, hò detto la verità.

Et licet squassatus ter, aliud ab eo haberi non potuit[4].

 

Note

_______________________________

 

[1] Il Prefato D. Gio. Gætano di Padiglia fu da Pizzighettone tradotto alle carceri dell'egr. Capitano di Giustizia, e il medesimo giorno in presenza mia e del dottor Fiscale Aria costituito, da sé disse ... e toccata la croce che porta sul petto, giurò dir la verità, onde interrogato rispose ...

[2] Opinò il Senato doversi contro esso Don Gioanni procedere per accusa d'aver  fabbricato veleno e distribuitolo a molti da disseminare ed infettare questo popolo, promettendo e spendendo danaro, colla narrazione del tutto, secondo la deposizione di G. Giacomo Mora e G. Stefano Baruello, ed altri di cui in processo; poi doversi il processo pubblicare, dargli le difese, e compiuto il tutto,   al più presto farne le relazione al Senato.

[3] Il prefato Don Gioanni Padiglia fece una comparsa in cui dice; che essendogli stato negato il confronto domandato a suo nome in tempo opportuno, protesta di aver per ripetuti e confrontati qualsivogliano testimoni, salvo il diritto ecc.

Attesa la qual protesta gli fu pubblicato il processo col termine per far le sue difese.

Così previa la protesta fatta dal Sanguinetto e dal Vedano di tener  i testimoni per ripetuti e confrontati,  salvo il diritto di difendersi ecc. fu loro pure pubblicato il processo, col termine per difendersi.

E prima di consegnare copia del processo, fu inquisito D. Pedro de Saragozza, perchè nel Maggio 1630, infierendo la peste in questa Città, due o tre volte andò alla barberia del Mora, sotto pretesto di farsi radere, e lo eccitò a sparger la peste in questa Città sua patria, promettendo ... e da lì ad alquanti giorni gli portò un vasetto d'unguento, dicendo che anch'esso untava, e avea molti che adopravano di quell'unguento: e mandò detto Mora a casa di alcuni banchieri di questa città a ricever danaro da dare a quei che spargevano l'unto, come disse d'aver in fatto ricevuto; perchè esso Mora dispensò l'unguento con effetto a danno di molti innocenti, onde venne gran guasto a questa città.

A questa causa attese prima il fiscale Torniello, poi il Corio, da ultimo l'egregio Avv. fiscale Aria, secondo gli ordini dati dal Senato ad esso Aria del tenor seguente:

1630. 5 ottobre. Udito il Maggior Senatore Picenardo a rifinire in quale stato sia la causa di Girolamo Turconi banchiere, arrestato per causa nota ad esso magnifico Senatore, il Senato stabilì che si proceda secondo la sua intenzione, e che l'egr. fiscale Arias assista con ogni premura ad essa causa.

1630. 11 ottobre si tratta in Senato d'andar al Castello di Pizzighettone a sottoporre ad esame D. Gioanni Gaetano per causa nota, e fu detto che conveniva vi intervenissero anco degli egregi Avvocati fiscali regii, attesa la qualità della causa e della persona.

Esso Senato pensò che il magnifico Picenardo delegato tosto che possa, vada colà ad esso esame e alle altre occorrenze, e con lui vada e assista l'Avv. fiscale Aria.

Nelle prigioni del pretorio di Milano trovandosi un tal Petro Verdeno spagnuolo, come sotto, di Saragozza costituito reo di furto tentato in questa città, il Senato, udita definitivamente la causa di lui, stabilì che colla corda fosse fortemente tormentato, e quando nulla non emerga, sia bandito in perpetuo.

Poi a me istruttore diede lettere del seguente tenore: Filippo ecc. Diletto nostro. Si dia la tortura a Pietro Verderio o Verdea Spagnuolo, soldato del Castello di porta Giovia sopra il furto tentato, per ordine del Senato: ed essendovi sospetto che questo soldato sia quel desso, di nome Pietro, di cognome Saragozza, che fu inquisito per le unzioni pestilenziali, vi ordiniamo che per ordine di questo Senato, assistiate alla tortura, ed escutiate questo uomo secondo la prudenza e diligenza vostra; giusta l'intenzione d'esso Senato, che ben v'è nota.

[4] Incalzato a dir la verità più volte, e anche alzato sul tormento colle mani dietro ... E sebbene squassato tre volte, nulla da lui si potè cavare.

 

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Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2004