PROCESSUS CRIMINALIS

CONTRA

DON JOANNEM GÆTANUM DE PADILLA

et ceteros

impinctos de aspersione facta Mediolani

Unguenti pestiferi

anno MDCXXX

 

 

PARS OFFENSIVA

 

 

 

[pagine 337-360]

 

 

1631 die 8 Ianuarij.

Carolus Cribellus ut supra debent fuit examinatus qui suo iuramento

Dicit, habito in P. N. nella Parochia di S. Vittore quaranta Martiri doi anni saranno al S. Michele che viene, ma prima habitavo nella contrada delle Cornachie in casa propria, e non hò mai habitato in altro luogo parlando di casa d’affitto, del resto hò anche habitato in casa d’amici li otto, dieci, e quindici giorni per volta.

[338] Ad alias ait, doppo uscito di prigione che fù del mese di Marzo 1620 andai ad habitare in casa del Signor Cristofforo Visconte nella contrada de Biglij dove stetti un mese in circa, e doppo andai ad habitare in casa del Sig. Gioanni Confalonero alla piazza del Castello di là della porta del Sig. Auditore Quintana, dove habitai un mese e mezzo in circa, e poi mi tornai à retirare in casa di detto Visconte, e fra una casa, e l’altra in varij tempi habitai in esse sino alla festa di S. Michele di detto anno, nel qual tempo andai poi ad habitare nella casa dove habito di presente à S. Vittore quaranta Martiri.

Ad alias ait, io sono d’età de ventiquattro ò vinticinque anni.

E fù osservato esser detto essaminato di statura grande, di corpo sottile, e magro in faccia.

Interrogatus dicit, per l’ordinario habito di continuo in Milano, mà nel tempo della pestilenza me n’andai à Valenza col Sig. Mastro de campo Filangeri Napolitano e partei da Milano alli 17 ò 19 di Giugno, e me n’andai a Valenza ove stetti doi mesi e mezzo, ò trè, e poi andai a Masio discosto da Valenza circa diecisett’ miglia, ove stetti un mese, e poi venne mio fìatello, e con lui me ne ritornai à Milano, mi raccordo, che partei da Milano il 17 ò 19 di Giugno, perche quando partei il giorno avanti me n’andai al Castellazzo del Sig. Galeazzo Arconati, insieme con li Signori Galeazzo Canevese e Francesco Aliprandi per certa controversia, che era per nascere trà me, e detto Sig. Canevese per una sigurtà dalla quale pretendevo esser rilevato, et il Sig. Arconati promise di farmi dare settecento lire con che non havessi datto molestia a detto Signor Canevese sin che non si fosse terminata la lite, e così havendo lasciato un bianco a mio fratello me ne partii il giorno seguente, et il bianco fù poi compito sotto il 17 ò 19 di Giugno.

Interrogato, se prima di partire da Milano come dice, era sempre stato à Milano.

[339] Respondit, Sig. sì, se non che credo, che hora sarà un anno, perche era d’inverno, io fui à Cassino di Strada, et anche al Castellazzo.

Ad alias ait, quando io stavo à Milano solevo conversare col Sig. Fermo Porro, con mio fratello, e col Barone Crivello, ma per il più col Sig. Galeazzo Arconato, nè mi soviene d’haver praticato con altri.

Interrogato, se sì, che cosa sij Cavaglier di Malta, di S. Giacomo e d’Alcantara.

Respondit, conosco la croce di Malta, quella di S. Giacomo, ma quella d’Alcantara nò, la qual croce di Malta è bianca, e quella di S. Giacomo è rossa, e questa rossa la porta il Sig. Don Gerolamo Pozzo, il Sig. Giacomo Maria Stampa, et il Sig. Marchese Acerbo.

Interrogato, se sà che altri, che questi, portano la croce rossa.

Respondit, de Cavaglieri Milanesi non mi sovengono altri.

Interrogato, poichè dice, che non conosce Cavaglieri di Alcantara, che dica almeno se ha conversato con alcuno Cavagliere, che porti croce, anche che non sij Milanese.

Respondo, dico à V. S. extollens manus, che non hò conversato con alcuno Cavagliere, che porti Croce e V. S. mi faci gratia d’informarsene, che trovarà, che così è la verità.

Ad alias ait, sò dov’è P. T. e vi vado talvolta con occasione d’andare dal Sig. Dottor Bazetti, il quale attende alle mie liti, e dal Sig. Fermo Porto.

Dettoli, che dica in particolare se nel spacio del tempo di Pasqua di Resurretione prossima passata sino al giorno 17 o 19 di Giugno andò mai in detta porta, in che luogo particolare, con qual occasione, e con quali persone.

Respondit, d’esser stato in P. T. l’hò per possibile, e per credibile d’esservi stato, mà il saper dire il luogo preciso, con chi, e con che occasione questo non lo posso dire, perche non ne hò memoria.

[340] Dettoli, che per eccitarli la memoria, acciò che meglio possi raccordarsi s’andarà interrogando a parte delle contrade di P. T. che più pareranno a proposito, e però dica se sa dove sij il Carobio.

Respondit, Signor sì, che li sono stato, e può essere, che vi sij stato in quel tempo e nò, che non me ne raccordo per trattarsi di cosa seguita otto mesi fà.

Ad alias ait, Sig. sì, che vicino al Carobio vi è la Chiesa di S. Lorenzo, ma non mi raccordo d’esser stato à detta Chiesa in quel tempo, nè d’esser passato per là.

Interrogatus dicit, vicino alla detta Chiesa vi è anche il luogo del patibolo, mà io non vi sono mai stato in quel tempo, che mi raccordo.

Interrogato, se sà dove sij la contrada detta la Vedra de Cittadini.

Responde, lo sò di presente per quello, che si è discorso qui.

Dettoli, che dica, che cosa si è discorso.

Respondit, qui si è discorso, che vi sij un luogo dove vi sono delle colonne, che sostengono un coridore, che traversa la strada, e che hora vi sij la colonna infame, la quale io viddi anche hieri, e perciò mi sono posto in pensiero, che quella strada così descritta sij la vedra de Cittadini, perche se bene sapevo molto tempo, che là vi era una strada chiamata la Vedra de Cittadini, io però non sapevo qual fosse, mà dalla descritione di sopra fattami hora, come hò detto nel discorso seguito, dico, che la conosco.

Interrogato, se in detta contrada nel tempo, che se li è detto di sopra quest’anno vi è stato alcuna volta.

Respondit, io posso dar la risposta, che hò dato alle altre, perchè non posso dir affermativamente d’esservi passato, ò nò.

Interrogato, se sà, che in detta contrada vi sij alcuna hostaria.

[341] Respondit vi deve essere l’hostaria delli sei ladri.

Interrogato, se è stato à detta hosteria.

Respondit, posso dar la risposta, che hò dato nelle altre interrogationi in simili particolari.

Interrogato, se conosce alcun Cavagliere Spagnuolo.

Respondit, di vista conosco il Capitano della Porta, conosco il Sig. Visitatore, et il Sig. Don Gonzal di Salamanca, e non ne conosco d’altri.

Dettoli, se conosce il Sig. Castellano di Milano.

Respondit, Signor nò, che non lo conosco.

Dettoli, che non è credibile, perche a pena non si trovarà persona in Milano, che non lo conosca, tanto per la qualità della persona, del carico suo, e del tempo, che vi habita.

Respondit, io mi raccordo d’haverlo visto in carrozza, e d’haver inteso dire quello è il Sig. Castellano di Milano, anche per haver una carozza da sei cavalli, e questo V. S. lo creda sopra l’honor mio, che se lo conoscessi lo direi.

Ad alias ait, per quello che tutti dicono quella colonna infame, e per quello, che dice l’inscrittione, è piantata perche un tal Barbiere, che stava là, che non mi raccordo come havesse nome, facesse onti, e di queste poltronarie, mà io questo Barbiere non l’hò conosciuto, nè per quanto la memoria mi serve conosco alcun soldato del Castello, nè conosco altro Spagnuolo, che il Capitano Salina cognato di Gioanni Confaloniero, che stà al Bosco dell’Alessandrino.

Dettoli, che questo pare molto inverisimile, sendo lui Cittadino, et havendo habitato nella piazza del Castello dove sogliono conversare frequentemente li soldati di detto Castello, il Sig. Castellano istesso, e quelli della sua famiglia, non si sa vedere come possi negare di conoscerli.

Respondit hò detto a V. S. la verità, e se vedessi ii Signor Castellano privatamente non lo conoscerei.

[342] Ad alias ait, visto una Sig. in Carrozza con detto Sig. Castellano, e dicevano, che era sua moglie, et adesso hò sentito dire, che vi è prigione un figliuolo del Signor Castellano, e tutto Milano lo dice, mà che habbi altri figliuoli io non lo sò, e non hò ne anche sentito dire come habbi nome questo figliuolo, che è prigione.

Interrogatus dicit, Sig. sì, che sò che sopra la piazza del Castello vi è la cavalarizza, dove andavano della gente, come io hò visto una volta, ò due nel passare per là, et in particolare vi hò visto il Signor Marchese Beccaria, il Signor Conte Aluiggi Arconati, et altri de quali adesso non mi raccordo.

Et fuit consignatus etc.

 

Sed iterum die 12 Februarij

Examinatus suo iuramento

Dicit, io hò abitato sopra la piazza del Castello in casa del Signor Gioanni Confaloniero un mese in circa doi anni sono, ma del mese preciso non me ne raccordo, però mi rimetto all’instromento, che fù rogato dal Cancell. del Magistrato ordinario di certi danari, che mi furono pagati da Bartolomeo Mantegazza, e se ben mi raccordo credo fosse di Settembre.

Ad alias ait, Sig. sì, che sono doppo stato altre volte alla piazza del Castello con occasione d’andar à visitare detto Signor Gioanni, e l’ultima volta che vi fui saranno trè mesi in circa, e può anche essere, che vi sij passato delle altre volte dalla detta piazza del Castello con occasione, che andavo à casa del Signor Questor Lattuada per una lite, che hò in Magistrato, mà che passassi alla cavalarizza non me ne raccordo, mi raccordo bene, che quando stavo in casa di detto Signor Confaloniero, che ero amalato, qualche volta alla mattina andavo à detta cavalarizza, dove vedevo che li andavano il Signor Conte Aluiggi Arconato, il Sig. Cavaglier Visconte, il Sig. Marchese Beccaria, il Sig. Pietr’Antonio Fossano, et il Signor [343] Tiberio e Gio. Battista fratelli Crivelli, e ve ne venevano anche degli altri, che non li conosco.

Ad alias ait, il Sig. Tiberio Crivello è grande, sottile di corpo, faccia longa, e magra, color smorto, li occhi non saprei dire di che colore fossero li capelli castani scuri, barba similiante un poco aguzza, et il naso aquilino, et d’età d’anni 35.

Et il Sig. Gio. Battista Crivello suo fratello è huomo di statura poco piú alta della comune, corpo sottile con faccia longa, et è scarno, e color smorto, capello castano chiaro, barba pongente con un poco de barbisetti, naso aquilino, d’età di 26 o 27 anni, et habitano questi fratelli in P. N. nella contrada di S. Agostino delle Monache.

Interrogatus, se conosce alcuno della famiglia de Crivelli, che stij alla piazza del Castello.

Respondit, vi stava il Sig. Gerolamo Crivelli nella contrada di S. Nicolao, quale è huomo piccolo, grosso, faccia tonda, e capelli biondi, e vicino alla contrada di S. Vincenzo vi stà il Signor Camillo Crivello, huomo di statura grande proportionato, faccia longa di color rubicondo, capelli e barba neri, naso aquilino, d’età d’anni 35 in circa.

Postea dixit, V. S. mi faci gratia di far descrivere tutte le mie qualità, perché se in processo viene nominato un Carlo nella casa de Crivelli, vi sono delli altri, che hanno nome Carlo, e prego V. S. à farmi riconoscere, che restarà giustificato della verità, et genuflexus dixit,

Signor Dio e Vergine Santissima, vi dimando in gratia, che se sono quello, che è descritto sopra questo processo come delinquente, facciate aprir la terra, e diate licenza alli Diavoli di strascinarmi nel più profondo dell’inferno, mà se non sono quello che è descritto sopra questo processo come delinquente, vi dimando in grazia, che vogliate agiutarmi in modo, che si conosca l’innocenza mia, et postea surrexit, et petijt denuo describi, et cum effectu sic describitur ulz.

[344] Huomo di statura grande, corpo sottile, faccia longa, colore frà il nero et il bianco, anzi smorto che nò, naso longo, che tira al tondo, la fronte mediocre, ciglie inarcate, capelli neri rari, l’orecchie mezzane, occhij color baretino scuro, barbisi neri, e nel mento un poco de peli, mà rari con un poco di barbezzo sotto il labro, mà corto, d’età d’anni 25 in circa.

Vestito di calza e casacca, con feraiolo verdone nero, guarniti, cioè la casacca e calzoni, de bottoni d’oro e seta, con maniche di raso soglio verde stratagliato, guarnito di un passamano d’oro, et il ferraiolo è guarnito con cinque liste di raso con le tarnette d’oro, si come è anche guarnito il colare di detto feraiolo, calcette di seta cremesite, ligami di cendal nero con pizzi longhi di seta, e con due rose di cendal nero con pizzi neri alle scarpe, un capello nero senza ornamento come per il più si usa.

Quibus actis dicit ipse Cribellus, E perche V. S. conosca maggiormente l’innocenza mia, dico, che dopo, che sono venuto da Maso sono stato in palazzo più volte publicamente, et à casa di V. S. Signor Gaspare Alfiere, come molti ne ponno far fede,

Et fuit reconsignatus deinde fideiussori relaxatus.

 

Die autem 18 Septembris.

Iterum examinatus præf. Carolus Vedanus suo iuramento

Dicit, io hò detto la verità, perche di quella cosa, che sono imputato ne sono innocente.

Interrogato, di che cosa innocente.

Respondit, io non lo sò.

Dettoli, come sà dunque d’esser innocente.

Respondit, non lo sò.

Dettoli, che dica donque come sà d’esser innocente,

Respondit, perche non ha mai fatto niente.

Ad alias ait, passai alla piazza del Castello con Francesco Barbiero, e messer Andrea Spadaro, con occasione che havendo io venduta una spada al detto Barbierei et [345] havendo rimesso il prezzo a detto Spadaro, così n’agiustò, con detto barbiere pagasse un disnare, e così concertassimo d’andar à disnare à casa della Parazana in P. V. et il Barbiere disse: Andiamo à vedere se vol venire il Baruello; come andassimo, e venne insieme con suo cognato, e facessimo quella strada, perche il Baruello ne menò à messa alli Carmeni, e così finita la messa andassimo à casa della Parazana passando per la piazza del Castello, ma Andrea Spadaro non vi era perche lui disse, che si sarebbe trovato lì come fece, il che seguì quattro ò cinque mesi sono, e dall’hora, in quà non credo d’esser passato per detta piazza due volte.

Dettoli, che vi era passato prima.

Respondit, non me ne raccordo.

Et fuit reconsignatus etc. animo etc.

 

Et die 18 eiusdem.

Iterum examinatus dictus Vedanus suo iuramento

Dicit, io non sò dir più di quello, che hò detto.

Dettoli, che dica la causa perche interrogato se haveva mangiato à casa di Gerolamo cuoco à S. Sisto di compagnia del Baruello, non contento di dire una volta di nò, rispose, Sig. nò, Sig. nò, Sig. nò.

Respondit, perche non è la verità.

Dettoli, che per negar una cosa basta dir una volta di nò, e che quel replicare Sig. nò, Sig. nò, Sig. nò, mostra il calore con che lo nega, e che per maggior causa neghi, che perche non sij vero.

Respondit, perche non li sono stato.

Dettoli, che occasione haveva di scaldarsi così.

Respondit, perche non li sono stato.

Dettoli, perche interrogato se haveva mai mangiato col detto Baruello all’hostaria sopra la piazza del Castello rispose, Signor nò, mai, mai, mai.

Respondit, vi hò mangiato una volta con il figliuolo di Alfonso barbiere, e quando hò risposto mai, mai, mi sono inteso d’haverli magnato col Baruello solamente.

[346] Ei dicto, che esso non era interrogato se havesse magnato là col Baruello solo, ò in compagnia d’altri, mà semplicemente se haveva magnato con lui alle dette hostarie, e però se li dice, che in questo si mostra bugiardo, perche all’hora hà negato, et adesso confessa; di più se li dice, che si ricerca di saper da lui perche causa con tanta essagiaratione neghi d’haver mangiato, nè li bastò di dir di nò, che anche vi aggionse quelle parole, mai, mai, mai.

Respondit, perche Signore io non vi hò mai mangiato altro che quella volta, et intesi, che l’interroganza di V. S. se vi havevo mangiato con lui solo, e quanto al secondo dico, che m’affocavo così perche non vi hò mai mangiato.

Et denuo dicto, perche interrogato se hà mai trattato col Baruello, se hà mai trattato di far servicio al Sig. Don Gioanni, rispose di nò, et essendoli replicato, che ciò li sarebbe stato mantenuto in faccia, haveva risposto, che questo non si sarebbe trovato mai, et essendoli di nuovo replicato, che di già s’era trovato, rispose con parole interrotte sarà un un un.

Respondit, perche non hò mai parlato con lui,

Interrogato, chi è questo lui.

Respondit, è il figliuolo del Sig. Castellano.

Ei denuo dicto perche causa questa mattina interrogato se si è risoluto di dir la verità più di quello che fece ieri sera, non contento di rispondere, che hieri sera disse la verità, ha proroto in queste parole Perche io ne sono innocente di quella cosa che m’imputano; le quali parole oltre che sono fuori di proposito non essendo esso mai stato interrogato sopra imputazione che li sij stata data mostrando che esso sappi d’esser imputato di qualche cosa, e pure interrogato che imputazione sij questa, ha detto di non saperlo, onde se li dice, che oltre che si vol saper da lui perche ha detto quella risposta fuori di proposito, si vuol anche sapere, che imputazione è questa, che dice, che li vien data.

[347] Respondit, io hò detto così perche non hò fallato.

Dettoli di nuovo perche interrogato se quando passò sopra la piazza del Castello col detto Baruello viddero alcuno, hà risposto, Che non vi era alcuno, poi hà sogionto: Mà Signore vi era della gente, che andava inanti, et indietro, e dettoli perche donque haveva detto, Signor nò, hà risposto: Io mi ero inteso s’havevo veduto delli nostri compagni, soggiongendo: Sò Signore sicuro per la Vergine Santissima vera, che non hò fallato, le quali parole ultime, come sono state fuori di proposito non essendo egli sin’hora stato interrogato d’alcun delitto specificatamente, così mettono in necessità il giudice di voler sapere perche le ha dette, e però s’interroga hora: dica perche hà detto quelle parole fuori di proposito con tanta esageratione.

Respondit, perche non hò fallato.

Dettoli, che sopra tutte le cose, che è stato interrogato adesso si vole più opportuna risposta, altrimente si venirà à tormenti per haverla.

Respondit, torno a dire, che non hò fallato, et hò tanta fede nella Vergine Santissima, che m’agiutarà, perche non hò fallato.

 

Et sic ductum ad locum tormentorum semper sine præiuditio iurium Fisci, fuit toruræ subiectus, etiam adhibito canabe ad effectum tantum ut opportune responderet, eo prius abraso, et in eculeo interrogatus ad dicendam veritatem, nihil emersit, licet pluries promiserit veritatem dicere, et per satis congruum temporis spatium stetisset in tormentis.

 

Die 15 Ianuarij 1631.

Examinatus iterum præf. Carolus Vedanus suo iuramento

Dicit, non sono mai andato por questa Città col Signor Don Gioanni de Padiglia.

Redagutus dicit, non li sono mai andato.

Et lectis eis inditijs habitis super hoc, dixit, questo non è vero, non si trovarà mai, ch’io habbi passeggiato [348] nè à piedi, nè à cavallo, nè conversato con detto Sig. Don Gioanni, se non con occasione che andavo ad insegnare al Sig. Don Carlo à gioccar di spada, con la qual occasione detto Sig. Don Gioanni volse gioccar doi colpi con me.

Dettoli, come può dir questo, se l’istesso Signor Don Gioanni dice, che il Sig. Don Carlo suo fratello non hà mai imparato di schermire, nè con lui, nè con altri, sì per la sua poca età, come per la sua infirmità.

Respondit, io vi sono andato qualche trent’un giorno, e per segno il Sig. Don Carlo mi diede li danari per comprar le spade da scrima, come le comprai, e ne cavai fuori un refesso di quattro, ò cinque lire, mox dixit, li danari me li fece dare da uno, che si chiamava il Cancelliere, e furono dieci ò dodeci lire, e sarà un’anno, che l’insegnavo, e sarà stato vicino al Carnevale, mà al sicuro non era d’inverno, e quando il Signor Don Gioanni giocò con me erano circa otto giorni, ch’havevo incominciato ad insegnare al Sig. Don Carlo, che non mi raccordo mò del mese preciso.

Dettoli, ch’in questi suoi detti pare un poco discorde, e forsi anche contrario, perche di sopra hà detto, che è un’anno, ch’insegnò à gioccar di spada al Sig. Don Carlo, e che li insegnò circa un mese, poi dice, che comprò le spade in tempo, che non faceva nè freddo, nè caldo, e che al sicuro non era d’inverno, cose, che non ponno star insieme, e però si dichiari un poco meglio.

Respondit, il spadaro, che me le diede non sò come habbi nome, mà forsi sarà vivo, e saprà dirlo lui, del resto non sò dir altro, se non che sarà circa un anno, ch’io insegnavo al Sig. Don Carlo.

Ad alias ait, non hò mai gioccato di spada in Castello con alcuno schermtore alla presenza del Sig. Don Gioanni, nè del Sig. Castellano, hò ben sentito dire, che v’hanno gioccato Filippo e Francesco schermitori, che saranno doi anni in circa.

[349] Interrogato, come può dire di non haver caminato, col Sig. Don Gioanni, se in processo si legge, chè lui fù veduto nel mese di Marzo in circa à caminar col Sig. Don Gioanni sul corso di P. R. vicino al Monastero Lentasio?

Respondit, non hò mai caminato col Sig. Don Gioanni.

Ad alias ait, Sig. sì, che quest’anno sono stato à Ossona, e vi stetti quattro mesi continui, avanti d’esser fatto pregione, perche vi hò un poco d’una casetta, et havevo meco mia moglie con uno figliuolino.

Ad alias ait, in detto tempo sono venuto à Milano trè ò quattro volte per causa del mio tosetto Geronimo, che restò quà con mio messere e con mia madonna, e la prima volta vi venni da lì à venti giorni, e la seconda credo che stassi quindeci giorni d’altri, e la terza volta credo che stassi un mese, però non mi raccordo precisamente, mà di sei giorni più, manco stà così, e la prima volta stetti à Milano una notte, e la seconda tornai fuori quel giorno medemo, come anche feci la terza volta.

Interrogato, se doppo esser andato à Ossona è stato in altro luogo.

Respondit, andavo à Casorezzo ad insegnar di scrima à certi Castioni, e sono anche stato à Magenta, una volta ò due salvo la verità, à veder un mio barba chiamato Pietro Giacomo, che non sò la sua parentela ma fa il ferraro.

Ad alias dicit, v’andai à Magenta una volta con uno che si chiama il Cucco, o con uno detto il Formaggiaro, quali non sò come habbi nome, e v’andai per parlare con detto mio barba, come vi parlai, e merendai con lui, e ivi dimorai un’hora ò due in circa, perche non havevo à che far ivi se non di parlar con lui, nè feci altro, che mi raccordi in detta terra.

Redargutus dicit, parlai anche con Andrea genero di mio zio per accordarlo per la cosa del bolino, perche fa bettolino.

Dettoli, che si metta à memoria se fece altro in Magenta.

[350] Respondit, non feci altro Illustrissimo Signore.

Ad alias ait, fù una festa, e credo una Dominica, e si mangiava di grasso, perché mi raccordo che mi diede della mortadella.

Dettoli, che dal processo resulta, che quel giorno non si mangiava di grasso.

Respondit, tengo che si mangiasse di grasso, perche mio barba mi diede della mortadella.

Ad alias ait, era festa quel giorno perche ogn’uno faceva festa, et io sentei messa nella Chiesa di S. Cristofforo in Ossona, subdens, adesso che mi raccordo, in Ossona si faceva festa, ma in Magenta credo, che si lavorasse.

Dettoli, come dunque hà detto, ch’in Magenta si faceva festa, perche non si lavorava.

Respondit io non hò memoria, ma V. S. potrà trovarlo là.

Iterum ei dicto, che già hà detto, che era Dominica, e che in giorno di Dominica si fa festa per tutto.

Respondit, che vuole V. S. Illustrissima ch’io dica?

Ad alias ait, arrivai à Magenta circa le 18 o 19 ore, e subito col detto Formaggiaro andai a casa di mio barba, e non havendolo trovato andai a cercare Andrea suo genero, e nè anche lo trovai, e però tornassimo a casa del barba, et aspettassimo che venesse a casa, come venne, e ne diede da mangiare, e da bere, e perche li trattai di detto bolino, andassimo a casa di detto suo genero, e li parlassimo, poi il Formaggiaro clisse: Andiamo a trovar il Cuoco. Dicens la dirò giusta, quel giorno che andai a Magenta il Moretto da Barco s’appigliò con mio barba da Ossona, perilche io diedi d’un pugno sopra la faccia ad uno figliolo di detto Moretto, e perche un’altro cacciò mano alla spada per darmi, io ancora cacciai mano alla mia per deffendermi, e mi retirai nella bottegha di detto mio cugino Andrea, dove poi venne il Signor Ludovico Melzo, e mi fece andar pregione, ma alla mattina mi fece rilasciare.

[351] Ad alias ait, detto Formaggiaro comprò là in Mazenta quel giorno certi visighetti ad una speciaria, quæ dum diceret sputum diglutiebat.

Interrogatus dicit, non comprò altro, che pevaro, cinamomo, e visighetti, e li comprò in una speciaria vicino all’hostaria.

Interrogato, se nel tempo che ha detto è stato più di una volta in Magenta.

Respondit, li stetti un’altra volta con mia moglie, che gliela condussi a cavallo per recrearla, poiche li erano morti il padre e la madre. Dicens il padre morse alla Muscida in casa del Sig. Sinodoro Sarono, e la madre morse in casa sua, e la condussi a Magenta una settimana prima di S. Christofforo, che viene d’estate, ma non dimorassimo ivi più di trè hore, e marendassimo a casa di mio barba, e poi tornassimo ad Ossona.

Interrogatus, dove era lui constituto il giorno della Madonna di Agosto prossimo passato.

Respondit, credo, che venessi à Milano con Francesco Portalupo, e credo, che quel giorno il Sig. Senatore Arconato mi dasse una lettera da portare al Sig. Aluiggi Palazzo in Ossona, e circa le 21 hora tornassimo fuori, et arrivassimo ad Ossona circa le due hore di notte.

Interrogato, che dica, che cosa fece il giorno seguente.

Respondit, havrò portata la lettera al Sig. Palazzo, poi sarò andato a messa, poi alla piazza, e doppo il disnare mi sarò messo a gioccare al cento con delli massari.

Dettoli, se è possibile, che essendo quel giorno dedicato a S. Rocco, al quale si suol raccorrere da tutti li Christiani in tempo di peste, esso non facesse qualche devotione a detto Santo.

Respondit, ma Signore andai al mio Vespero, perche là si usa.

Interrogato, se si fa la festa di S. Rocco in alcun luogo in quelle parti.

[352] Respondit, io non lo sò.

Dettoli, che si fa in terra tanto vicina, che è quasi impossibile, che non lo sappi.

Respondit, può essere, ma io non lo sò.

Dettoli, che nella Terra di Magenta si fa detta festa di S. Rocco.

Respondit, ma io detto giorno non vi stetti.

Dettoli, che si legge in processo, che lui detto giorno non solo andò a Magenta, ma ancora invitò una persona ad andar seco.

Respondit, Illustrissimo Signore non vi stetti, nè invitai alcuno, perche quel giorno era fiacco, e stetti in Ossona tutto quel giorno.

Redargutus dicit, stetti tutto quel giorno in Ossona.

Interrogato, se ha mai camminato di compagnia del Baruello, e di Gerolamo Foresaro.

Respondit, Sig. nò mai.

Dettoli, che dal processo consta, che vi ha camminato di giorno e di notte delli mesi di Giugno e Luglio, e che è stato nella bottegha di detto Foresaro, e che sono stati tutti insieme a mangiare nell’hostaria delli sei ladri.

Respondit, col Foresaro nò, ma col Baruello sì.

Ad alias ait, in questo mondo havrò vinticinque pertiche di terra in Ossona, e la metà d’una casa grande, che doi anni sono ne trovai quattro milla lire, nè hò altro, le quali pertiche di terra le affitto trè lire e cinque soldi la pertica, et ho anche una colombara in quella parte di casa, che ne cavo quattro ducatoni l’anno, e quest’anno hò cavato vinte lire in danari delle frute che hò nel giardino; et hò venduto una pianta di cornale per uno ducatone, et anche hò venduto due piante di martello per mezzo scudo, et il fitto della colombara de doi anni l’hò datto via per cinque ducatoni anticipati, et anche il Prete della Cura mi hà datto trè stara di robba, segale, formento, et orzo da vivere, uno Evangelino mi hà datto [353] uno staro di formento perche li facessi accomodare una spada, et un’altro massaro mi diede uno staro di segale, e me la donò.

Interrogato, se nel tempo che state in Ossona fù onto

Respondit, si diceva bene un non sò che, mà per gratia di Dio non vi fù altro.

Ad alias ait, fù detto che era stato onto, ma li Gentiluomini della terra dicevano, che non era vero: ah fù detto, che vi erano gente in campagna, che pareva è . . .

Dettoli, che si dechiari.

Respondit, io sono balordo come una tappa, tanto posso dire il mio male, come il mio bene.

Dettoli, che si cerca la verità, e che anche li balordi dicono la verità.

Respondit, che vole V. S. ch’io sappi.

Dettoli, che si vole, che sappi quello, che si è detto, e fatto per Ossona dove lui habitava.

Respondit, dicevano, che era stato onto in casa del Curato, et il Prete brusava, e chi diceva una cosa, e chi ne diceva un’altra, et il Prete andava mostrando sopra il muro, dicendo quest’è onto.

Interrogato, se in Magenta conosce alcuno de Sant’Agostini.

Respondit, Sig. nò.

Ad alias ait, conosco Gerolamo Foresaro, mà non sò che habbi figliuoli, e può essere che ne habbi, e ch’io habbi conversato con loro, che non lo sappi.

Et fuit reconsignatus etc. animo etc.

 

1631 die 2 Iunij.

Examinatus denuo dictus Vedanus suo iuramento

Dicit, è stato pregione Antonio Costa con me, detto Tame, mà di che cosa vuole V. S. che parlassimo insieme.

Dettoli, che resulta, che parlavano della loro pregionia.

Respondit, se non sò ne anche perche io sij pregione: sò che mi è stata fatta una poltia.

[354] Interrogato, che poltia è questa.

Respondit, non saprei dirlo à V. S.

Dettoli, ch’il suo detto suppone, ch’esso lo sappi.

Respondit, io non lo sò, vuole V. S. ch’io dica quello, che non sò.

Dettoli, che non si vuole altro che la verità.

Respondit, s’io non lo sò, vole V. S. ch’io lo dica.

Dettoli, che si legge in processo, che lui ha detta la causa della sua prigionia, e pertanto dica la verità.

Respondit, io non sò d’haver contato niente.

Tunc fuit ei lecta depositio dicti Antonij Costæ deinde

Interrogatus dixit, V. S. vole, che dica quello, che non sò: non credo mai d’haver detto queste cose, che mi hanno letto.

Dettoli, come può dir questo perche esso hà confessato d’esser stato a mangiare in detta hostaria di compagnia di detto Baruello.

Respondit; che vuole V. S. ch’io dica di questo? e dico à V. S. che non mi raccordo d’esser mai stato col Baruello all’hostaria di S. Sisto, e ne hanche d’haverlo confessato, e sarà quest’huomo, che mi vorrà male.

Dettoli, che s’il Tame li volesse male non havrebbe parlato nel modo, che hà parlato, e però dica la verità del ragionamento che passò tra lui, e detto Tame.

Respondit, non sò ne anche d’haver detto questa parola.

Dettoli, che si risolva di dir la verità se nun vuole, che si venga contro di lui à rimedij rigorosi.

Respondit, sono qui, non sò che dire.

Dettoli, che non solo si legge in processo, che esso dicesse à quello Tame le cose, che se li sono lette di sopra, ma si legge di più, che esso dicesse à detto Tame, ch’il Baruello l’haveva dato fuori per li onti, mà che li soggiunse, che li farebbe guadagnare una mano de danari dal Signor Don Gioanni figliuolo del Sig. Castellano di Mi[355]lano, e poi soggiunse, che esso constituto li rispose, che non è vero.

Respondit, Illustrissimo Signore, che mi dasse cento giuramenti, non sò d’haver detto queste parole.

Ei dicto denuo, che non solo si legge in processo tutto quello, che se li è letto, mà si legge di che esso constituto disse a detto Tame, che tali danari de quali si è detto di sopra non trattò di guadagnarli per causa della scrima.

Respondit, Illustrissimo Signore non mi raccordo.

Ad alias ait, una volta sola hò gioccato di spada col Sig. Don Gioanni de Padiglia, ma del tempo non me ne raccordo, sò bene, che fù con occasione che andavo ad insegnare al Sig. Don Carlo.

Ad alias ait, saranno quattro anni, che è morto mio padre, e mia madre fù un anno à S. Cristoforo passato.

Interrogato, come hà trattato bene suo padre, e sua madre.

Respondit, li hó trattati conforme che erano mio padre, e mia madre, voglio dire che li hò sempre fatto buon trattamento, e facevo quello che mi comandavano di fare.

Dettoli, che si legge in processo, che suo padre, e sua madre si sono doluti, che lui li trattasse male de fatti, e de parole.

Respondit, non si saranno doluti, perche facevo sempre quello, che mi comandavano.

Et fuit reconsignatus etc.

 

Et die septima eiusdem

Iterum constitutus, et examinatus dictus Carolus Vedanus suo iuramento

Inquit, mentre ero prigione col Tame havevo un paro de scarpe, e detto Tame me le tolse, et io dissi, perche me le pigliava, e lui non me le voleva nè anche dare, mà il guardiano me le fece dare, il che seguì de quindeci giorni in circa doppo la mia prigionia.

[356] Interrogato, che si risolva da dire se successe altro.

Respondit, esso voleva, che li pagassi la podestaria, et io non gliela volevo pagare, perche non havevo danari, e perciò mi tolse le scarpe, nè mi raccordo d’altro.

Dettoli, che si legge, che si diedero delle pugne.

Respondit, non è vero.

Dettoli, che non solo si legge questo, ma si legge di più, che venessero anche ad ingiurie con dire, Andarai fuori con un Christo in mano, e che per questo vennero alle pugne.

Respondit, non si trattò di questo.

Dettoli, che si legge di più, ch’in quella contesa si dissero l’un l’altro, Tù sei pregione per l’onto, e altro disse, Sì ti, e poi sogionsero quelle parole Ti vogliono impiccare.

Respondit, che vole V. S. ch’io dica? hò detto la verità.

Dettoli, che si legge però altrimente in processo.

Respondit, non trattassimo altro.

Dettoli, che dica, che cosa trattorono frà di loro in materia della causa perche fossero prigioni.

Respondit, come posso dirla se non la so?

Dettoli, come può dir questo se quando fù posto pregione, e fù confrontato con Stefano Baruello glie lo disse, e glie lo mantenne in faccia.

Respondit, restai talmente incantato, che non sò quello dicessi.

Dettoli, come può dir questo se, come se li è detto un’altra volta, esso rispose à detto Baruello, che non era vero quello, che diceva, per il che si suppone, che l’intendesse molto hene.

Respondit, s’io l’havessi detto di nò, m’havrebbe usato una qualche infamità Dicens voglio dire, che se lui m’hà detto qualche cosa, e ch’io habbi detto di nò havrò detta la verità.

Ei dicto, che non s’interroga di questo per adesso, [357] mà solo se li dice, ch’il Baruello li disse in faccia la causa, perche era pregione, e che esso non può negare d’haverlo inteso, poiche li disse di nò.

Respondit, V. S. me lo legga.

Tunc ei lecta confrontatione cum dicto Baruello

Dixit, mi non me ne raccordo sopra l’anima mia id pluries repetendo.

Monitus à dir la verità se la quinta Domenica di quadragesima dell’anno 1630 prossimo passato havendo ritrovato Stefano Baruello sul ponte di P. T. s’accordò con lui d’andar à cena quella sira à casa di Gerolamo cuoco, che faceva bettolino vicino à S. Sisto, et essendovi andato, et havendo cenato insieme, lui constituto disse al detto Baruello, che haveva una bella occasione di diventar ricco, e pregato dal detto Baruello a volergliela insegnare, rispose, à far un servitio al figliuolo del Sig. Castellano, e restò in concerto con lui di farli parlar insieme il giorno seguente, e perciò la mattina seguente condusse detto Baruello alla piazza del Castello dove disnorono nell’hostaria di Cesare Pezano, e dopo disnati d’indi ad un pezzo lo condusse alla Cavalarizza dove trovorono il Fontana suo suocero, e Michel Tamborino, e fermatosi ivi, venne il figliuolo del Sig. Castellano accompagnato da doi vestiti alla francese, et un prete, et dum hæc scriberentur ipso constituto audiente prorupit in hæc verba, colui, che hà detto queste parole è là ... Dio è misericordioso, mà è la.

Fuit ei replicatum, perche lo pongono più queste parole, che s’andavano scrivendo adesso, che le altre de prima.

Respondit, mi non sò, mi taserò, io hò dato a mente all’hora à quelle parole, che diceva il Signor Senatore.

Tunc proseguendo monitionem dictum fuit, che dica, se è vero, che essendo ivi gionto il Signor Don Gioanni, e spiccatosi da quei doi e da quel prete, venuto saltando alla volta dove erano loro col detto Baruello, et ivi giunto dicesse: Chi viva? et esso, e suo suocero, et il [358] detto, Michele Tamborino li rispondessero: Viva casa Padiglia: e che dopo havendo passato il Signor Don Gioanni parole col detto Baruello dell’informatione havuta di lui, da suo suocero, e da detto Tamborino, caciasse mano ad uno sachetto de danari, e li dasse vinticinque ducatoni insieme con uno quadretto di vedro longo un palmo, pieno di materia puzolente, dicendoli, che era doll’onto, che si dispensava in Milano, e soggiungendo quello, che restava farsi per ridurre à perfezione detto onto, e che doppo l’essersi partiti, il detto Signor Don Gioanni da una parte, e dall’altra il Baruello con lui constituto, suo suocero, e Michel Tamborino s’inviassero à P. T. dietro al bastione, e dicessero al detto Baruello, che detti doi vestiti alla francese, e detto prete erano calati giù dalla Valtellina.

Respondit, questo non è vero.

Monitus ad dicendum veritatem, perche queste cose resultano dal processo, e le sono state mantenute in faccia dal detto Baruello, e perciò si fa reo d’esser stato mezzano di fare, che detto Baruello parlasse con detto Signor Don Gioanni per indurlo, come l’indusse, à ongere in questa Città, per far morir il popolo nella forma sodetta.

Respondit, ò Signor Senatore, prego Dio, che mi castighi se hò fatto questo, repetens pluries, et flens, dicens Dio mandi inspiratione a V. S. à chi fa questa causa, perche si trovi la verità, e faccia miracolo sopra di questo: io sono peccatore certo, e che habbi offeso Dio è vero, mà di questo sono innocente, nè mai hó trattato di questo con detto Baruello, che per venire alla mia scuola perche io dò lettione à trè ò quattro Alabardieri Spagnuoli, e perche il Sig. Don Carlo mi promise una licenza d’armi, à me parve buona occasione d’agiutarmi, et introdurmi in Castello, curai d’haver ivi delli scolari, nè per altro hò praticato in Castello, quæ dum diceret flebat.

Dettoli, che da questo suo ragionamento si ricava che [359] esso habbi parlato di questo con detto Baruello, e che questo fù l’utile, che esso disse à detto Baruello.

Respondit, Sig. sì, che n’hó discorso con detto Baruello, et io facevo li miei conti, ch’il Sig. Don Carlo m’havrebbe datto almeno doi ducatoni al mese, e gl’altri Alabardieri e soldati tanto che mi possi agiutare.

Et fuit reconsignatus cura monitione generali etc.

 

1631 die 17 Iunij.

Senatus ordinavit præf. Vedanum reum esse constituendum de percussionibus, et verderibus patri et mate; impie impactis, et Petrum de Saragoze esse inquirendum iuxta emergentia [1].

 

1631 die 20 Iunij.

Iterum examinatus præf. Carolus Vedanus, suo iuramento

Dicit, mi sono sempre deportato bene con messer padre e madonna madre, perche facevo sempre quello, che mi comandavano.

Monito à dir la verità, perche consta in processo, che esso hà battuto suo padre, e sua madre.

Respondit, di questo non havrò mai da dar conto à Dio, nè alla Vergine Santissima ch’io mi sij portato male con loro.

Dettoli, che tutto ciò consta in processo, e che però anche per ordine del Senato si fa reo, che habbi battuto suo padre, e sua madre trè anni saranno à Settembre che viene in circa, et anche in altri tempi.

Respondit, Illustrissimo Signore, non è vero, e non trovarà mai, ch’io habbi fatto questo: non nego già, che non vi sij stata qualche contesa frà di noi, come si fa, mà di esser venuto a quest’impietà non è vero.

[360] Et fuit reconsignatus cum monitione generali etc.

 

Note

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[1]  Il Senato ordinò che il Vedano dovesse costituirsi reo d'aver battuto padre e madre, e doversi cercare Pietro di Saragozza.

 

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Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2004