PROCESSUS CRIMINALIS

CONTRA

DON JOANNEM GÆTANUM DE PADILLA

et ceteros

impinctos de aspersione facta Mediolani

Unguenti pestiferi

anno MDCXXX

 

 

PARS OFFENSIVA

 

 

 

[pagine 173-218]

 

 

 Io. Stephanus Baruellus autem examinatus usque sub die 21 Augusto, suo iuramento

Inquit [1] io sono venuto à consignarmi spontaneamente e sono stato esaminato sopra un vasetto, che diedi à Gerolamo Foresaro.

Ad alias ait, Sig. si, che detto Gerolamo hà uno figliolo chiamato Gaspare e sono pregioni tutti doi padre, e figliolo ma non sò la causa.

Interrog. dicit, il vasetto, che diedi à detto Foresaro è una canevetta di vetro regentino piccola, con dentro certa dormia, però poca cosa, e glie la diedi quattro mesi sono in circa alla sua bottegha cosi in strada, perche lui me la dimandò, dicendo che non poteva dormire.

Interrog. dicit, Signor nò, che non glie la diedi per altr’effetto:

Dettoli, ch’averti à dir la verità, perche dal processo [174] consta, che per la causa, che dice non gliela volse dare, ma che glie la diede per altra causa.

Respondit, non è vero.

Ad alias inquit, Sig. si, che sono stato nella bottegha di detto Gerolamo Foresaro in P. T. ma non più inanti.

Redargutus dicit, dico, che non sono mai stato in casa sua, se non in bottegha.

Ad alias ait, Signor si, che hè mangiato con detto Foresaro, almeno una dozina di volte all’hostaria delli sei ladri, e quattro, ò cinque volte nella sua bottegha, ma non in altro luogo, ch’io sappi.

Ad aliam ait, non hò mai mangiato con detto Gero lamo in altri luoghi, che nelli sei ladri, e nella sua bottegha.

Dettoli; che avverta à dir la verità, perche consta, che hà mangiato con lui in altri luoghi.

Resp . non è vero.

Dettoli, che consta, che anche hà mangiato con lui nell’hostaria della Stella.

Respondit postquam aliquantulum cogitasset [2], Sig. sì, che è vero adesso che mi raccordo, una volta sola, che saranno cinque mesi, e non saprei dire il giorno preciso, ma mi raccordo, che mangiassimo di magro, et in particolare delle rane, et era con noi Pietro Vacazza, e Pietro Gerolamo mio cognato.

Interrog. come andorono così à mangiare a detta hostaria.

Resp. il Vacazza era mio conoscente, e come quello, che era sbarozore [3] da bestie andassimo al detto mercato, perche adesso, che mi raccordo era un giorno di Sabbato, ma prima passando per P. T. tolessimo sù detto Gerolamo Foresaro, e credo spendessimo sedici soldi per caduno, la qual hostaria la faceva uno chiamato il Rosso, che vendeva gambari.

[175] Interrog. dicit, Sig. si, che al nostro disnare vi fù presente una donna chiamata Meneghina.

Ad alias ait, io li diedi da bere à detta donna un poco della dormia, che havevo fatto per vedere se faceva operatione, ma non fece alcuna operatione.

Dicens, io era in letto col mal francese, pieno di croste, à segno, che non potevo dormire, e sendomi stato insegnato di far una dormia, la feci, e perche in me non fece operatione, ne feci anche la prova con detta donna, ma non riuscì, e la feci questa dormia in casa mia, con vino bianco, opio tabaico, e semenza de colandre, et anche ne feci una volta in casa di Gerolamo Foresaro, cioè nel luogo posto appò la sua bottegha, dove vi era detto mio cognato, e nella bottegha vi era la moglie di detto Gerolamo Foresaro.

Ad alias ait , à casa mia non havevo commodità di carbone di farla, e così, comprai una pignatta nuova, et andai à casa di detto Foresaro, che sapevo, che teneva del carbone, e la feci, ma non mi riuscì, perche non potei stopar bene la pignatta, e di questa ne feci la prova con quella donna, e perche non riuscì, la tornai à far in casa mia, e riuscì, benche la facessi con delle legne, la qual dormia l’adoperai per me, et un poco ne diedi à detto Foresaro.

Interrog. se à detto Foresaro li hà mai dato altro, che dormia.

Resp. non li hò mai dato altro.

Interrog. perche causa interrogato se ha mai mangiato con detto Gerolamo ad altra hostaria, che alli sei ladri hà detto absolutamente di no, e poi ad altra interrogazione hà detto, che mangiò con lui alla Stella.

Resp. perche quando V. S. me l’hà detto, me ne sono raccordato.

Ad alias ait, quando feci la dormia in casa del Foresaro, la feci con gli ingredienti, che hò detto, e non con altri.

[176] Redargutus dicit, non usai altri ingredienti.

Ad alias ait, conosco il Sasso, l’ Alfier Angera, e l’Ugatio.

Interrog. dicit, cominciai l’anno passato à far amicizia con detto Foresaro, con ordine che eravamo amici di buon dì, e buon anno, e sapendo, che lui molava forbici, andavo a casa sua per passatempo.

Ad alias inquit, io vivo d’ entrada, nè faccio alcun essercitio, perche hò più di quattrocento scudi d’entrada sopra l’hostaria di S. Paolo e altre case.

Interrog. dicit, conosco Giacinto Maganza, perche era mio ragazzo nell’assedio sotto Casale, ma lo cacciai via con delle bastonate, perche trovai, che mi vendeva la biada, e s’accordava col patrone, che cosa sij poi adesso di detto Giacinto non lo sò, e quando io lo cacciai via, andò a stare con Melchion Bertone mio suocero, nè dall’hostaria in quà l’hò mai più visto, se non una volta, ò due, una vicino alla Chiesa di S. Croce, e l’altra in casa ili Fabricio Landriano, nè li parlai d’altro se non delli soldati, nè dall’hora in qui li hò mai più parlato.

Redargutus dicit, dico che non li hò mai parlato altre volte.

Verum redargutus, che li parlò altre volte.

Resp., dico che non è vero.

Ad alias dicit, conosco Gio. Battista Vazzo, perche era mio sarto, del resto non vi passava altra amicitia.

Sò anche dove è l’hostaria della rosa d’oro, perche vi sono stato più volte, et in particolare mi raccordo, che tre mesi sono n’andai in compagnia del Vacazza, e di Pietro Gerolamo Bertone mio cognato, e d’un Barbiere, che stà in P. Tosa, et un’altra volta di prima vi stetti con Giulio Limo.

Interrog. che dica, se vi è stato con detto Maganza.

Resp. questa è una falsità, e Dio mi facci perder la vista se vi sono stato con lui.

[177] Redargutus dixit, dico che non sono mai stato a detta hostaria con detto Maganza.

Interrog. dicit, non conosco Gio. Giacomo Mora Barbiere, mox dixit, lo conosco cosi di vista, almeno quattro mesi sono, che lo viddi sopra la sua bottegha, ma non hò mai, parlato con lui, e se è quello, che io penso, l’hanno fatto morire per giustitia, perche dicevano, che haveva fatto di queste porcherie de questi onti.

Iriterrog. se sà, che detto Barbiere havesse alcun compagno nella fabrication di questi onti.

Resp. non sò niente.

Interrog. se conosce Guglielmo Piazza che era Commissario.

Resp. Signor nò,

Redargutus dicit, non lo conosco.

Ad aliam ait , vi fui una volta in casa di detto Barbiere trè mesi sono con un mio amico chiamato Domenico per causa d’una spinetta, ma non lo trovassimo in casa, e sopo anche stato in casa sua quell’ istesso giorno, che fù fatto pregione, nè vi sono mai stato altre volte.

Redargutus dicit, dico, che non li sono mai stato in casa altra volta.

Ad alias ait, li miei amici in questa Città sono li figliuoli del Sig. Senator Visconte, li Signori Meliavacca, ma de Cavaglieri, e Gentilhuomini non hò altra amicitia, nè famigliarità, se non come hò detto con li figliuoli del Sig. Visconte.

Interrog. dicit, Sig. si, che partei dalla compagnia del Sig. Vercellino con licenza, mox dixit, adesso siamo amici, del resto io partei senza licenza, et mi liberai col decreto gratioso.

Ad alias ait, quando mi partei senza licenza dal servicio, stetti un pezzo retirato à S. Eustorgio, poi andai alla piazza del Castello, ove stetti circa quattro mesi, con licenza del Sig. Sargente Magiore del Castello.

[178]] Interrog. dicit, io conosco Don Gioanni figliuolo del Signor Castellano, ma io non hò mai trattato, nè parlato con lui.

Dettoli, che questo suo essame si scuopre tutto pieno di bugie, di contrarietà, et inverisimilitudini, massime havendo lui negato d’haver havuto pratica, et conoscenza delli detti Barbiere, e Commissario, e di Don Giovanni figliuolo del Sig. Castellano, oltre altre tante bugie, poiche consta benissimo dal processo, che era loro conoscente, e famigliare, si legono ancora in questo suo essame quantità de inverisimilitudini, e de contrarietà, massime havendo à principio negato d’haver mangiato all’hostaria della Stella di P. C. con Gerolamo Foresaro, e pure ad altre interrogationi dice d’haver mangiato à detta hostaria con detto Foresaro, hà detto ancora di non esser mai stato in altri luoghi della casa di detto Foresaro solo, che in bottegha, e pure ad altre interrogationi dice, che è stato nel luogo contiguo a detta bottegha, mentre fabricò la dormia, che hà detto, di più dice, che per non poter lui dormire per il mal francese, che teneva, e che tiene, compose la dormia, che dice, e pure si vede, che questa è inverisimilitudine, anzi sproposito, poiche per dormire non mancano il latte delle arme de meloni, e altri rimedij tutti canonici senza apigliarsi ad un rimedio composto da lui, il quale non è verisimile, anzi è da credere, che non fosse per far dormire, ma che fosse fabricato ad altro effetto, e però dica un poco la causa di tante bugie, contrarietà e inverisimilitudini, che altrimente si metterà alla corda anche grave.

Resp. per la prima io non mi raccordavo d’haver mangiato all’hostaria con lui, per la seconda dico, che la hottegha, e quell’altro luogo contiguo, è tutta una cosa, per la terza dico, che è rimedio per dormire; per rispetto poi, ch’io habbi havuto amicitia, e prattica con quelli, che V. S. dice non è vero.

Et sic sernper sine præiuditio confessi et convicti, ac [179] aliorum iurium Fisco aquisitorum, fuit servatis servandis, super dictis contrarietatibus, mendatijs, et inverisimilitudinibus tantum, torturæ subiectus eetiam adhibita ligatura canabis, et etiam in eculeo elevatus, et semper persistit in negativa, et quod veritatem dixerat.

Ideoque fuit monitus ad dicendum veritatem [4] perche dal processo consta come lui constituto non solamente haveva prattica, e famigliarità di Gio. Giacomo Mora, e di Gulielmo Piazza Commissario già giustitiati, come huomini scelerati, diabolici, e inimici di Dio, e della propria patria per gl’unti, che facevano, dispensavano, e facevano dispensare à ruina, e morte de gl’huomini, ma che ancora per far cosa grata à Don Giovanni figliuolo del Sig. Castellano di Milano fabricava simili onti, come particolarmente n’hà fabricato in casa sua propria, et in casa di Gerolamo Foresaro, poste in Par. di S. Lorenzo Maggiore di questa Città, havendone dispensato, e fatto dispensare, ungendo per la presente Città, havendo con tal arte diabolica fatto morire quantità di persone, ricevendo perciò lui constituto, come più volte hà ricevuto dalli banchieri in processo nominati quantità de danari, de quali poi ne dava, come ne hà datto a Gerolamo Foresaro, et à tutti quelli, da quali faceva dispensare tal onto, che sono particolarmente detto Foresaro, et altri molti, come nel processo, il che è seguito dalla quadragesima prossima passata fino al tempo della sua detentione in diversi tempi, si che si fa reo lui constituto, che contro la forma della legge divina, et humana habbi commesso la sceleragine, et inhumanità contenuta nella presente monitione.

[180] Resp. non è vero, non si trovarà mai tal cosa, son huomo da bene, et honorato, come provarò a suo tempo.

Et fuit reconsignatus cum monitione generali etc.

 

Die 13 Augusti.

Præf Io. Stephanus Baruellus servatis servandis protestatus fuit habere quoscunque testes pro repetitis, et confrontatis salvo iure etc.

Et dicta protestatione attenta fuit successive ei publicatus processus cum termino dierum trium ad suas faciendum defensiones, etiam cum oblatione copiæ processus etc.

Die 19 eiusdem fuit eidem Baruello statutus novus terminus aliorum trium dierum ad suas faciendum defensiones etc. etiam cum oblatione etc.

Die 23 Augusti, Senatus ad preces dicti Baruelli mandavit, illi statuendum esse novum terminum perempt. ad suas facien. defensiones, prout eadem die fuit ei statutus dierum sex.

Die 26 eiusdem Defensor præf. Baruelli præsentavit exceptiones, quibus multa in iure allegavit.

 

Philippus III Hispaniarum etc. Rex, etc.

Mediolani Dux III etc.

 

Dilecte noster, postquam Tribunal Sanitatis huius Civitatis Præside caret per mortem D. M. A. Montij, qui præsidebat, et alius sufficiendus est, qui processus ab ipso olim Præside cæptos adversus fabricatores, geminatoresque pestiferi veneni, et alios scelestos homines perficiat; Senatus, communicato etiam negotio cum Ill. L. T. nostro, censuit nos ad id muneris eligendos, quos meminit, iam ipsi Præsidi fuisse adiunctos ad portam eius oneris capessendam. Quapropter mandamus vobis, ut ad perfectioni dictorum processuum incumbatis quanta maxima diligentia fieri poterit, et quæ consultatione ipsius Senatus digna erunt ad eum  referatis.

Mediolani die 23 Augusti 1630.

Signat. Perlasca.

 

[181] A tergo ‒ Spectab. L. C. D. Octaviano Picenardo  Senatori nostro dilettissimo[5].

 

Die 27 Augusti.

Relato in Senatu, præsente Illustriss. D. Visitatore generali per D. Auditorem, processu constructo contra dictum Io. Stephanum Baruellum, impictum quod pestiferum unguentum con fecerit, et Civitatem per se, et alios, promissa, et etiam soluta pecunia infecerit.

In eam ivit sententiam, ut denuntiata morte torqueatur, adhibita ligatura canabis super alijs, et complicibus, et postea habitus prius pro repetito, et confrontato, impositus plaustro ad locum patibuli solitum traducatur, inter eundum candenti forcipe vellicetur et in loco ubi venenatum unguentum confecit, nempe ante apotecham Hieronymi Miliavacæ ei dextera manus amputetur, deinde ductus ad locum supplicij, fractis ei de more ossibus rota, vivus ipsi rotæ intertexetur, et postea populo vivus ad exemplum exponatur, et post sex horas iuguletur, mox eius cadaver comburatur, et cineres in proximum flumen proiciantur, ipsius bona confiscentur, et super pariete in loco publico sua ipse effigies altero pede furcis appenso, pingatur, cum inscriptione delicti, et titula proditoris Patriæ ad perpetuam sui ipsius infamiam, et posterorum notam, et demonstrationem etc. [6]

Sign. Belingerius, Proveria, et sigillata etc.

 

Philippus IIII Dei gratia Hispaniarum etc.

Rex, et Mediolani Dux III etc.

 

Ambrosio Spinola Marchese de los Balbases, Comendator Maggiore de Castilia, del Consiglio di Stato di S. M. suo Capitano Generale, e Governatore nello Stato di Milano.

Magnific. dilettissime nobis, in conformità del parere datoci dal Senato, con lettere de’cinque del corrente, concederete impunità in virtù della presente à Steffano Baruello condannato come fabricatore, et dispensatore de gl’unti pestiferi, sparsi per questa Città, ad estintione del popolo, [183] se dentro del termine, che li sarà statuito dal detto Senato manifesterà gli autori , e complici de tali misfatti , conchè per ò resti sempre bandito da questo dominio, e così essequirete. N. S. vi conservi.

In Milano à 7 Settembre 1630.

Ex ordine S. E. Signata Antonius Ferrer.

V. Ferrer.

Proveria.

A tergo, al Senator Picenardi.

 

Die autem 11 Octobris, Senatus censuit præfigendum esse Baruello terminum horarum sex ad deliberandum an velit uti dicta impunitate, et ubi ea non præstet, exequendam esse condemnationem etc.. [7]

 

Dicta die 11 Octobris.

Accessi ego una cum D. Auditore, et Secretario Proveria ad prætorium, et d. Baruello coram me conducto, fuit ei electa sententia Senatus, etiam vulgari sermone.

Postea illi dixi, vitam, et mortem in manus eius esse ubi vellet patefacere auctores, et conscios dicti facinoris, hacque de causa Senatum hanc facultatem petijsse à S. E. medio impunitatis, et hoc à S. E. concessum fuisse, eique ideo lectæ fuerunt dictæ impunitatis litteræ.

Additum fuit agi de poena satis atroci et infami, posse ipsum non solum vitam sibi conservare, et evitare atrocitatem illius poenæ, et etiam alterius cuius libet præter illam exilij perpetui, posse insuper emendare scelus commissum in damnum propriæ patriæ detegendo auctores, et conscios tanti sceleris, ut tandem aliquando possit consuli saluti patriæ, et eam a futuris malis præ [184] servare, hoc gratum futurum Deo, S. E., Senatui et patriæ ipsi; et sciat si emendare non curaverit scelus patratum, vix aliam viam ei superesse in hoc sæculo, ac agi de salute ipsius, ac patriæ, nihilque amplius ei proponi posse, quo suaderi posset ad consulendum sibi ipsi, et cadenti patriæ.

Et quo certius deliberare posset, consignata fuerunt ei exempla sententiæ, ac litterarum S. E., et statutæ, iuxta decretum Senatus sex horæ ad peragendum, et quæ peragere debebat, ut impunitate prænassa frueretur lectumque ei fuit decretum Senatus, et data copia.

Tandem ei dictum fuit, ut non solum vellet nominare auctores, et conscios tanti sceleris, sed etiam dicere causam ipsius, et dare eas probationes, quas posset earum omnium, quæ dixisset.

Ipse autem his omnibus auditis, dixit se maius tempus desiderare, ut posset omnia memoria repetere.

Responsumque fuit, ita Senatum censuisse, et sex horas esse spatium satis congruum revocandi ad memoriam res, quas dicturus erat, quod si postea maiori tempore opus  fuisset de hoc agi posse cum Senatu.

Quibus auditis dixit, V. S. venga frà tre hore,

Quibus actis etc.

 

Dicta die, hora 21 vel circa, iterum cum dictis DD. Auditore, et Secretario me contuli ad dictum Baruellum, qui iuratus, etc. [8]

[185] Interrog. dixit, hò deliberato di dir la verità, e godere dell’impunità promessa, et sic

Dixit, io stavo in P. Ticinese, ove tuttavia stò di camerata di Carlo sopranominato il Scrimatore, qual era genero d’uno chiamato il Fontana, Bombardiero del Ca[186]stello, quando essendo io la quinta Domenica di Quadragesima sopra il Ponte di P. T. qual è sopra il Naviglio sopra il corso detto, che và à S. Eustorgio, viddi detto Carlo venire dietro il fosso dalla volta di P. V. L’aspettai, e dimandai ove era stato, e mi rispose, che era stato alla Piazza del Castello, e così d’accordo andassimo cena a casa del Cuoco, che stà a S. Marta, quale hà nome Gerolamo, et ivi cenato che havessimo, partissimo per andar à casa, e nell’andar che facevamo, egli proruppe in queste parole: Hò pure la bell’occasione di diventar ricco, et io li dissi Come? insegnami un poco ancora à me, e lui mi rispose, A far un servicio al figliuolo del Sig. Castellano, et io li dissi che servicio era questo, et egli mi rispose che non me lo voleva dire, ma se havessi voluto la mattina seguente parlare con il figliuolo del Sig. Castellano, m’haverebbe fatto parlare con lui, e soggiunse, che sarebbe venuto per quest’effetto la mattina seguente à casa mia, e così andassimo ciascuno di noi à dormire a casa nostra; la mattina poi seguente, che fu il Lunedì, il detto Carlo venne à casa mia, e con un sibilo mi chiamò, e uscei di casa, et andai con lui alla Piazza del Castello, ove si trattenessimo in quelli magazeni sino all’ hora del disnare, e poi disnassimo in casa di Messer Cesare Pezzano, il quale fa bettolino, e dopo haver disnato io m’adormentai, et esso d’indi ad un pezzo mi svegliò, e disse, Averta a fatti tuoi, ch’io andarò sin qui, et adesso adesso tornarò, come ritornò circa le 22 hore, e mi conclusse alla cavalarizza sopra detta piazza, dove trovai detto Fontana Bombardiere suocero di detto Carlo, e Michel Tamborino, che suona in Castello, e quando mi viddero cominciorono far accoglienze con dire, che aspettavano ivi il figliuolo del Sig. Castellano, il quale da ivi a poco sopravenne in compagnia di due vestiti alla francese, et un Prete, da quali si spiccò, e venne solo alla volta nostra, saltando, dicendo Chi viva, e Carlo e il Fontana, e detto Michele dissero, Viva casa Padiglia, et il figliuolo del Castellano soggionse, E li Francesi. Doppo questo venne da me, e mi disse: Buon giorno Sig. Baruello, è molto tempo, che desideravo parlar con voi, non sete quello, che sete stato retirato tanto tempo sopra la Piazza del Castello, e che volevate esser soldato della mia compagnia? et io risposi di sì, et egli soggionse L’ho a caro, perchè hò inteso, che sete galanthuomo, e me ne ha fatto fede qui il Fontana, e Michel Tamborino, e subito cacciò mano ad un sachettino pieno de danari, e mi diede 15 ducatoni veneciani, dicendomi, Godete questo per amor mio, et io li prendei, et egli mi disse, Sete amico di Gerolamo Foresaro? et io resposi de sì, e lui all’ hora mi lasciò, et andò da quelli due vestiti alla francese, e quello Prete, che erano distanti da noi circa trenta passi, e stette ivi a parlare con loro tanto come si direbbero quattro credo, ò puoco più, e poi ritornò con un vaso di vetro quadro, lungo un palmo, che poteva tener due zaine, e me lo diede, dicendomi: Prendete questo, e perché confido di voi, raccordatevi che trattate con il Cavalier Don Gioanni de Padiglia, che sono huomo di portarvi fuori di qualonque pericolo si sia, e che hò una buona retirata in Spagna per me, e per li miei amici. Questo è un vaso di onto di quello, che si fabbrica in Milano, et io hò a centenara de galanthuomini che mi fanno di questi servicij, e questo vaso non è perfetto, ma bisogna prendere delli ghezzi, e delli zatti, e del vino bianco, e mettere tutto in una bozze, ovvero in una pignata vitriata, e farla bollire acconcio, acconcio, acciò questi animali possano morire ar[188]rabiati nella materia, che è in questo vaso, in modo che morti, che siano questi animali, si levino fuori, e tutta quella materia si riduca delle quattro parte a trè; e poi mi disse: Tenetevi amico Gerolamo Foresaro, e datteli delli danari, che non ve ne lasciarò mancare, e fatto quest’unguento dattene al detto Foresaro, che non vi è meglio di lui per fare la vendetta. Et io li dimandai, che vendetta era questa; et egli mi disse: La vendetta del Sig. Don Gonzalo, che è stato trattato così male in quella P. T. [9] e poi mi soggionse: Raccordatevi di tenermi secreto, e non parlate di me con alcuno di questo particolare, perche sono cavagliere, e ne farei quello resentimento, che ne dovrei come Cavagliere: et io li risposi, che non dubitasse, ma che dovesse dirmi, chi m’assicurava che quest’onto non offendesse ancora me, et egli disse: Andate, e non dubitate, che tutti quelli, che l’adoperano in mio servitio, non saranno offesi, e se per sorte dubitate, se bene non dovete dubitare, andate da qualche speciale, e pigliate in quindeci, ò venti soldi di triacca, e pigliatene ogni mattina, che non vi sarà pericolo alcuno. Nel qual vaso vi era una cosa, che pareva spuma, che puzzava malamente, e così lui partì verso la Piazza del Castello, e io con gli altri trè, cioè detto Carlo, il Fontana, et il Tamburino andassimo verso P. T. sempre dietro al bastione, e per strada dimandai alli trè miei compagni, chi erano quelli vestiti alla francese, e detto Prete, e loro mi risposero, che erano gente calate à basso dalla Valtellina, ma non mi dissero li nomi, e di quelli due vestiti alla francese uno era vestito con un gippone di raso bianco, e li calzoni di panno cremesi, e l’altro haveva un vestito tutto guarnito d’oro, così spesso, che non si vedeva di che cosa [189] fosse, e tutti due havevano stivalli, e il Prete haveva barba nera, longa, et haveva una veste fino à mezza gamba, di statura commune, nè grasso, nè magro, alquanto smorto in volto, e senza stivalli. Così divisando detti Carlo, Fontana, Tamborino, et io arrivassimo à P. T. et ivi trattassimo dove dovevamo andar à cenar et andassimo à casa di detto messer Gerolamo cuoco, che stà a S. Marta delle Monache, ch’io avrei pagato per tutti, così si tratteness imo nell’hostaria delli sei ladri, che poi andassimo a cena à casa di detto messer Gerolamo, et io pagai per tutti, e poi andassimo tutti a casa nostra, e la mattina seguente, levato andai sopra la cascina della stalla, et ivi nascosi detto vaso di vetro, ove stette sino passata la terza settimana di Pasqua, Dicens sino alla terza settimana doppo Pasqua, et in quel tempo incontrandomi con detti Fontana e Tamborino, mi dimandavano come havevo fatto, et io li rispondevo, bene hò fatto, se bene non havevo fin a quell’ hora fatto cosa alcuna. Arrivati che fossemo alla terza settimana cloppo Pasqua venne da me detto Fontana un giorno, che non era festa, nè meno si mangiava di magro, e mi disse che il figliuolo del Sig. Castellano desiderava parlar con me, e questo fù alla mattina, e così quando fù quasi vicino all’hora del disnare alla piazza del Castello andassimo a casa dell’istesso Cesare Pezzano a disnare, e disnato che havessimo, passegiassimo un pezzo sopra la piazza, et egli si licentiò da me, dicendo, che dovessi andare ed aspettarlo nell’hostaria del Moro, il che feci, e d’indi a poco tornò, e mi menò alla cavalarizza sodetta, ove arrivati, da lì a poco sopravenne il Sig. Don Giovanni, figliuolo del Sig. Castellano; solo, il qual mi disse: Ebbene, che havete fatto? et io li risposi: a dir la verità a V. S. io hò fatto niente, dicendo, Come vuole V. S. ch’io facci à pigliar ghezzi, et zaffi? et egli mi rispose: Vi và tanto à che fare à dare mezzo un ducatone ad un figliuolo, che li vada à prendere? et io all’ hora dissi lo farò, et esso [190] stette così mutto per il spacio, che si direbbero due Ave Marie, e poi mi disse: Hò così paura, che mi burliate, et io risposi: Nò Signore, e lui soggiunse: Lo vedrò, et io li dissi: Signore per questa volta lo farò, ma da qui avanti non voglio questo fastidio d’andar cercando zatti, et egli disse: Horsù fattelo per questa volta, che da qui avanti vi pensarò, et egli all’ hora cavò fuori dalle calce una borsa, mi contò trenta cechini, e poi cavò fuori uno calamaro di lottone, et un foglio di carta bianca, e mi disse, Fatte qua la ricevuta del danaro, che vi hò datto, dicendomi Fatte così, cioè per tanti ducatoni, e per tanti cechini ricevuti, et in fede, Io Gio. Steffano Baruello affermo come sopra, e questa ricevuta me la fece fare così à mezzo il foglio, nè questa ricevuta conteneva nè giorno, nè mese, nè anno, e restò presso detto Sig. Don Gioanni, e poi mi soggionse: Se volete qualche cos’altra, parlate qua col Fontana, che lui vi darà sodisfatione, perchè io hò fretta, e bisogna monti a cavallo, e me ne vadi via, in uno servicio, e poi soggionse nel partirsi: Raccordatevi che la tenenza della mia compagnia è vostra, se mi servirete bene, così partì, et io, et il Fontana andando dietro al bastione verso Porta Ticinese, si fermassimo à casa della Parazana, bevessimo così là in strada, et andassimo verso Porta Ticinese. Gionti al datio viddi il già Ragazzo del Sig. Sasso soldato della compagnia del Sig. Vercellino Visconte, chiamato Carlini, al quale m’accostai, sendo egli sopra il Pasquaro di Sant’Eustorgio, e dissi se voleva andar à cercarmi delli ghezzi, et zatti, che li havrei donato mezzo un ducatone, quali tolendo fuori delle calze, li mostrai, et egli mi disse de sì, et io li dissi, che me li portasse il giorno seguente, che mi havrebbe trovato sopra il ponte di Porta Ticinese, come in effetto me li portò là, dove stanno fachini, il giorno sodetto, et io li diedi all’ hora il mezzo ducatone, e comprai sei canevette di vetro, longhe poco più di mezzo un palmo, di tenuta di un bichiero in circa [191] per caduna, e preso il vasetto; che mi haveva dato il Sig. Don Gioanni, et trè di quelle canevette comperate, e con quelli zatti, quali erano trè, e quelli ghezzi, che erano due, mezzo sormentati, involti in uno mantile strazzato, me n’andai a casa di Gerolamo Foresaro, et li dimandai s’haveva carbone, e lui mi disse de si, et io li dissi, Appizza un poco la padella tanto, ch’io vadi di fuori a comprar una pignatta, e nell’uscir di casa del Scudelaro, viddi mio cognato Pietro Gerolamo Bertone, e dicendoli dove era stato, disse che era stato à cercarmi, e così esso venne meco in compagnia in casa di detto Foresaro, e misi mano ad otto soldi, e dissi a mio Cognato, che andasse a casa mia à pigliar delle pezze sottili, et in quello mentre io posi il vino bianco, la materia, che era nel vaso del Sig. Don Gioanni, li ghezzi, et zatti in detta pignatta, facendola bollire à fuogo lento, e frà tanto venne mio cognato, et interrogatolo se vi era del pane in casa: egli mi disse di nò, et io li dissi, tolete delli danari, compratene e portatelo à casa, ma prima di mettere tutte le cose sodette nella pignatta, dissi à Gerolamo Foresaro: Veddi quà, tu dirai che sono divenuto un Zarlatano, et poi finiti di morir li ghezzi, et zatti, quali tolsi fuori della pignatta, li buttai in una ferrata fuori della bottegha del Foresaro, e feci tener le pezze a Gerolamo, e la materia, che era nella pignatta l’andai colando nelle pezze, et impij il vasetto dattomi da Don Gioanni, et uno di quelli havevo portato meco come hò detto di sopra, e mentre bolliva quella materia puzzava in modo, che non si poteva star là, e la feci bollir troppo, stoppai doppo li quadretti con cira, e dissi à detto Gerolamo: Non voglio più star sospeso, guarda che danari tu vuoi, che teli darò, piglia questo vasetto, nel quale vi è dentro di quell’onto venenoso, qual fa morire, ongi li forbici delle donne, et egli mi rispose: Chi m’assicura ehe quest’onto non offenda ancora me? et io li dissi che non dovesse temere, perche il Sig. Don Giovanni haveva fatto [192] sicuro ancora me, et all’hora li diedi quattro cechini, ma prima li havevo dato un ducatone per far uno gippone à sua moglie, et anche doppo altri due cechini, e questi prima di scoprirli il secreto per farmelo amico, conforme all’ordine del Sig. Don Gioanni, et esso si mostrò alquanto difficile, et al fine disse, che era huomo da far del tutto, et dicendomi come doveva fare, io li dissi, che in cambio di mettere oglio come soleva sopra li forbici delle donne, vi mettesse di quest’onto, e li dissi anco, che facendoli bisogno de danari, m’avisasse che non li sarebbero mancati, ma che dovesse star secreto, così io li lasciai l’ampelino più grande, dattomi dal Sig. Don Gioanni, e con l’altro me n’andai à casa, e lo nascosi ove havevo tenuto quell’altro, et queste cose tutte successero in due giorni della terza settimana doppo Pasqua, di indi poi à sei, ò otto giorni andai, à casa d’uno Speciaro, e mi feci dare dell’opio tabaico, et semenza de colandre, e gionto à casa ne feci acqua per far dormire una puttana, et anco con intentione, che scoprendosi il fatto delli onti potesse coprire la mangagna; la mattina seguente poi sendo in casa del detto Gerolamo, li dissi come havevo fatto della dormia, et egli mi disse: O per amor di Dio damene un poco, che hò tentata tante volte una sposa, e non mi vuole accontentare, la farò dormire, et mi scuoderò l’appetitto, così gli ne diedi, che à ponto mandai à casa Pietro Gerolamo mio cognato à pigliar il fiaschetto, quale era sopra la credenza, ma li ne diedi poca cosa. Gionti al fine di Maggio, detto Foresaro mi disse, mentre eravamo in sua buttegha: O Baruello, la và male per me, guadagno sì da un canto, mà perdo assai più dall’altro, perche venevano da me molte spose a far molar forbici, et adesso più non vi viene alcuna, et io all’ hora li feci animo, dicendo che non temesse, perché danari non li sarebbero mancati, e lui mi disse: Dattemene un’altro ampolino, che lo voglio dare ad una mia cugina, che sta in Porta Romana, che [193] anche lei ne dispenserà, ma avvertite che vuole danari, e cosi glielo portai subito, e subito dattoli il vaso, mi disse: E li danari? io all’hora dissi: Aspettate un poco, che ve ne darò, cosi andai subito à casa del detto Fontana, al quale dissi, che havevo bisogno de danari, e lui mi disse, ch’il giorno seguente, che fù il primo di Giugno mi trovassi al Carobio alla postaria del fieno, che risponde nella contrada di San Simone, alle ventidue hore in circa, che m’havrebbe dato sodisfattione, et interrogato, che danari havevo bisogno, li dissi che volevo almeno cento scudi, e lui rispose: Farò, che saranno poco manco; il giorno seguente poi alle ventidue hore andai da Gerolamo Foresaro, e li dissi: Vien meco se vuoi, che andiamo a pigliar danari, che ne hò bisogno anch’io, e così andassimo ambidue nella contrada di San Simone alla detta postaria, e di lontano viddi venire il Fontana, il Tamborino, et un vestito di nero, et andando alla volta loro il Fontana, e Tamborino, entrorono dentro della porta di San Simone, e quello vestito di nero mi fece cenno, che dovessi fermarmi, e così mi fermai, sendo io dalla parte dritta, e detto vestito di nero dalla parte di San Simone, e poi mi disse: Signor Baruello, vi vorrei dire una parola, e così mi disse, Tolete questi danari, quali sono cinquanta cechini, date un cantone al Foresaro, et andate avanti, che vi vogliono parlare, cioè il Fontana, et il Tamborino, et io vado sú dal Carobio, che vi venirò poi ad incontrare al Ponte de favrici, così lui partì, et io svilupato il palpero, feci vedere al Foresaro li cechini, e dissi: Guarda, che danari tu vuoi, e lui disse: Dattemi sei, ò otto cechini, et io gli ne diedi sei, accompagnatolo poi sino al Carobio, feci finta d’andare in dentro, così lui andò verso casa sua, et io andai à ritrovare detti Fontana, e Tamborino, quali ancora erano in San Simone. Così accompagnato con loro, andassimo caminando verso il Teraggio di dentro al Naviglio, e dietro la strada mi dissero il Fontana e il Tamborino: Non [194] ne notificare al Foresaro, perche passando trà noi poca intelligenza, dubitiamo delli fatti suoi. Arrivati à mezzo il Teraggio, incontrassimo il già detto vestito di nero, e tutti quattro di compagnia andassimo à casa del Fontana, e detto vestito di nero mi disse: Havete bene ricevuto cinquanta cechini? et io dissi de sì, all’hora detto vestito di nero mi disse: Fattemene ricevuta, et io pigliai la carta, che mi diede, e gline feci confessione, qual diceva, 1630 adi primo di Giugno. Io Gio. Steffano Baruello confesso haver ricevuto dal Sig. Gio. Battista Bonetti à nome del Sig. Cavalier Don Gioanni de Padiglia cechini numero cinquanta, dico num. 50. Et in fede etc. E questo era scritto così à mezzo il foglio, come anco quell’altra, e così pigliata la carta, detto vestito di nero si partì, et io restai in casa con detti Fontana, e Tamborino, poi detto Fontana levò fuori d’una credenza due canevette piene di quell’onto, che potevano tenere un boccale per cadun, et mi disse: Pigliate, e dispensate allegramente di questo, già che mi havete detto di non voler voi questo fastidio di fabricarlo, e quanto più ne dispensarete, haverete maggior quantità de danari, e dattene à chi volete, ma più secretamente che sij possibile, che vi dò parola esser trecento scudi in un luogo, che li haverete sicuri. All’hora portai à casa mia le dette canevette, et le nascosi sopra il solaro al luogo solito; la mattina seguente riempij quella canevetta già datta al Foresaro, perche me l’haveva restituita, et glie la portai in sua bottegha, doppo datta mi disse: E quell’altra per mia cugina? e io dissi: Taci che te la porterò. Passati poi tre, o quattro giorni, tolsi uno di quelli quadretti piccioli, che haveva comprati, arrivato sopra il ponte, trovai il Fontana, et contendendo dove dovevamo andarre à far colacione, venne in sù Giacinto Maganza mio ragazzo altre volte, e dietro lui Gerolamo Foresaro, et arrivato presso me, mi saludò, et il Fontana mi disse: Costui sarà buono, et io scostandomi dal detto Fontana, m’avvicinai al detto [195] Giacinto, e l’invitai a venir meco à far colacione, che vi avrei hanche menato il Foresaro, et egli disse de si, così andassimo io, Giacinto, et il Foresaro all’offelaria delli sei deta, et il Fontana restò addietro. Entrati nell’offellaria facessimo colatione, e pagata la spesa venni fuori dell’offelaria, e dissi à Giacinto se voleva farmi un servitio, e lui accettando l’invito, li mostrai una canevetina, e pigliai una carta pecora, quale accomodai in forma d’un bussolo, e vi posi dentro tanto di quell’onto, quanto sarebbe mezz’uovo, e li dissi: piglia questa cosa, e và all’hostaria del gambaro, et ongi la porta, e li cantoni dell’hostaria, e se per sorte vedi qualche camarata andar dentro, taccati a loro, che pensando sii uno de servitori, non ti poneranno mente, et ongi per tutto, dove potrai, ma guarda bene à non lasciarti vedere, che prometto darti di buona mano, et averta bene, che ti seguitarò, e vedrò se vi vai. E poi tirai da parte detto Foresaro, e li diedi la canevetina, dicendoli, che la poteva dare à quella sua cugina, che l’accettò, e dimandandomi li danari, promisi darline doppo pranzo, se bene non li diedi. Così dissi a Giacinto: Và avanti a far li fatti tuoi, egli se ne andò, io finsi di fermarmi in Carobio, ma non dissi già al detto Giacinto, che fosse cosa cattiva, ma solamente che era cosa da fare ridere, lo seguitai poi pian piano, et andai sino all’hostaria di S. Paolo sempre lontano trè tiri di mano, e viddi una camarata entrar dentro all’hostaria del gambaro, e viddi anco attaccarsi dietro il detto Maganza, né più lo viddi venir fuori, ancorche lo aspettassi quasi un’ hora. Venni poi a casa a disnare, e dopo pranso trovandomi sopra il corso di P. T. venne il detto Maganza, e mi disse: Hò fatto quello mi avete commandato, ma non hò mai visto cosa alcuna, et io dissi: Vuoi ch’io ti dica? è di quell’onto che fa morire, et esso disse: Et io, che farò? et io replicai: Non ti dubitare, che non poi pericolare, che così è stato promesso anche a me, e richiesto a volerli donare qualche cosa, li [196] dissi, che la mattina seguente li ne havrei dato. Lui all’hora partì, et io andando a casa, trovai il Fontana sopra la sua porta, al quale dissi: Come và Sig. Fontana? tutti questi a quali io dò l’onto, mi dicono, che hanno paura, come và? lui mi rispose: Non dubitate, che quest’onto è fabricato in modo, che non può offendere chi l’adopra. Andai poi à casa, e di lì à poco tempo, che saranno scorsi dieci, ò dodeci in circa, fù preso il Foresaro, ma tre giorni prima andasse prigione mi restituì la canevetta grande vota, doppo preso, la sira li birri vennero à casa mia, e presero mio cognato, etc io venni quì alla mattina alla pregione, perche il Sig. Podestà mi haveva fatto un precetto, che dovessi comparere quà alla mattina alla prigione, e lì a basso trovai un mio compadre, chiamato Gio. Battista Besozzo, quale mi disse: Vien di sopra, che ti voglio mostrare un vasetto, che hanno trovato in mezzo alle gambe alla moglie del Foresaro, e chiamatoli, se il Signor Podestà era levato dal letto, disse di nò, et io venuto di sopra mi condusse nell’anticamera, e mostratomi il vaso, riconobbi esser quel vasettino, che li havevo datt’io con dentro quella poca dormia, e per questo io pigliai animo di venire conforme al commando, e dissi al Sig. Besozzo: Quel vasettino l’hò datto io al Foresaro, et è dormia, e per sganare il Sig. Podestà, dissi à lui medemo doppo presentato, che in presenza sua io ne havrei mangiato, o ne dasse ad altri, che havrebbe veduto l’effetto, e detto Sig. Podestà mi disse, che dovessi tornar à casa, che quando fosse stato bisogno, m’havrebbe fatto chiamare, così me n’andai à casa, e quest’è quanto mi raccordo sin’hora, e se mi raccorderò di più, farò dimandare loro Signori, e dirò quello di più, che mi raccorderò, perche adesso sono mezzo balordo per il longo ragionare, e dimani dirò tutto quello di più mi sovenirà.

 

1630. die 12. septembris.

Iterum examinatus coram me, et D. Auditore d. Baruellus suo juramento.

[197] Dixit, Carlo Scrimatore, è un giovine, che stava con quel francese mastro da scrima, giovine d’età d’anni 22, qual habita vicino à me, e faceva scuola vicino alli vedraschi, et il Fontana sta nella medesima casa di detto Scrimatore, perche è socero di detto Scrimatore, et è bombardiere del Castello; il Tamborino poi è uno che suona il tamboro in Castello, e sta al mercato del lino di P. T.

Et Gio. Battista Bonetti è huomo assai più grosso, che altrimente, di statura ordinaria, qualche cosa di più, grasso in volto, ma non troppo, bianco, e rosso, barba, e pel neri, d’età d’anni 45. in circa, et era vestito di nero, con un’ongarina nera, e cappa nera, di saglia.

Interrogato, che conoscenza haveva lui col figliuolo del Castellano.

Respondit, io lo conoscevo prima di vista sendo statto retirato sopra la piazza del Castello, per il spatio de sette mesi, e lo vedevo andar inanti, et indietro à cavallo, et à piedi, e sentivo publicamente dire, che era figliuolo del Sig. Castellano, e lo vedevo trattare, et honorare universalmente da tutti come tale.

Interrogatus dicit, detto figliuolo del Sig. Castellano è un giovine grande alquanto più dell’ordinario, d’età di anni 25. in 28. barba pungente castana rossegiante, capelli neri, cioè castano scuro, carnagione bianca, magro in volto tondo di facia, svelto sù la gamba, una croce sopra il vestito, mà non era bianca, e l’haveva sopra il gippone.

Interrogatus dicit, quelli due Francesi erano tutti due grandi, rossi in faccia, con barba longa acuta in ponta, uno l’haveva di pelo rosso, e l’altro castano, capelli scuri, smilzi tutti due in facia, et era longa.

Interrogato, se vi è persona informata del fatto, che hà raccontato.

Respondit, vi è uno detto il Trentino, che dà cavalli à vittura, quale un doppo disnare era in sua botegha gioccando al cento, e perche perdeva disse, che havrebbe [198] venduta l’anima per far danari, et io li dissi: Che occorre vender l’anima? se tù vuoi danari te ne darò quanti vorai volendo dispensare questo onto, che si dispensa in Milano, quale hò ricevuto dal Sig. Cavagliere Don Gioanni figliolo del Sig. Castellano, quale mi dava tutti li danari, che volevo, et egli mi rispose, che non li voleva, e questo glielo dissi, perchè m’instò per sapere da chi l’havevo havuto, e sentendo la sua risposta lo pregai volesse tacere, come cosi promise.

Interrogato, se haverà altra prova, quando queste, che hò proposte fossero mancate.

Respondit, Sig. nò.

Interrogato, dove tiene l’onto, che li avvanzò.

Respondit, quando io viddi pregione Gerolamo Foresaro andai à casa, e tolsi sù tutti li vasetti dell’onto, et andai nell’hostaria del Gallo in P. T. e li gettai nel naviglio.

Ad alias, quando parlai la prima volta con il figliolo del Sig. Castellano, il Tamborino, Fontana, e Carlo sentirono, e viddero molto bene à darmi li 25. duc. e viddero quando mi diede quel vaso di vedro, etc.

Ad aliam dicit, non viddi dove detto Don Gioanni prendesse detto vaso di vetro, se non che viddi doppo dattomi li danari, che andò ad abboccarsi con quelli vestiti alla Francese, e con detto Prete per il spacio di quattro Credo, e ritornando da me li viddi il fiaschetto in mano, che lo havesse mò nelle calce, ò che l’havesse havuto da quelli non lo posso sapere perche non lo viddi.

Ad aliam ait, doppo partito il figliolo del Sig. Castellano da me la prima volta, io, detto Carlo, il Fontana, et il Tamborino cominciassimo à discorrere frà di noi, cioè io li dimandai chi erano quelli vestiti alla Francese, e loro dissero, erano discesi dalla Valtellina, e poi tutti m’essortorono à servir fedelmente al Sig. Don Gioanni, che altrimente non m’havrebbe lasciato sopravivere quarant’hore, e servendolo non mi havrebbe lasciato mancar danari, di [199] cendomi ancora che queste erano cose secrete, e d’importanza e di non far da burla, mà da dovero, ne li dissero altro intorno à questo particolare.

Dettoli, che dica un poco più esplicitamente le parole, che li disse il Sig. Don Gioanni.

Respondit, mi diede quel vaso con dire, che me lo dava per far morire la gente, e m’insegnò il modo col quale dovessi ridurlo à perfettione, e poi mi disse, che dovessi tenermi amico Gerolamo Foresaro, e che à questo fine li dassi di quell’onto perche ongesse le forbice delle donne in vece d’ongerli d’oglio, e poi mi commandò, che stassi secreto.

Dettoli, che dal ragionamento che di prima hà detto, che facesse con lui il Sig. Don Gioanni, e quello, che dice hora e confessa d’haver fatto vi è molta diversità e che perciò conviene, che si esplichi meglio, perche si possi cavar cosa accertata da quello, che dice, poiche nel primo ragionamento che dice esserli statto fatto dal Signor Don Gioanni non pare, che si possa altro inferire, se non che esso Sig. Don Gioanni volesse vendicare l’ingiuria fatta al Sig. Don Gonzalo, la quale ingiuria, come esso dice li fù fatta dal popolo di P. T. e pur hora dice, che li dasse ordine, che il Foresaro ongesse li forbici delle donne, che era vendicarsi non contra il popolo, mà contra il sesso feminile, e non solo contra quelli di P. T. mà contra quelli di tutta la città, che concorreva dal detto Foresaro per molare detti forbici, et in oltre confessando esso d’haverne datto al Maganza perche ongesse nell’hostaria del Gambaro posta in P. O. et al detto Foresaro, perche lo dasse ad una sua cugina habitante in P. R. chiaramente da queste cose si ricava, che ciò si faceva non per vendicar l’ingiuria del Signor Don Gonzalo, mà per ruinare tutta la Città, e che questo tanto più si scuopre, poiche il Sig. Don Gonzalo tanto fò lontano, che desiderasse la vendetta dell’ingiurie ricevute, che anzi con sue lettere scritte alla Città, [200] come Cavaglier  Christiano e d’animo grande perdonò a tutti, e fece ufficio, perche niuno per quel fatto patisse; però che si risolva di dire più distintamente quello li disse detto Sig. Don Gioanni, poichè non havendoli detto più, esso venirebbe ad haver ecceduto li suoi ordini col far infettar il popolo di P. O. di P. R. che non haveva colpa alcuna nell’ingiurie fatte al Sig. Don Gonzalo, ne anche era di mente di detto Sig. Don Gioanni, se altro non disse, che solo si dolse di P. T.

Respondit, il Sig. Don Gioanni non mi disse di più di quello, che dissi all’hora, e se io diedi al Maganza l’onto per ongere nell’hostaria del Gambaro lo feci, perche il Fontana mi disse, che questo sarebbe stato buono, e che dassi di quell’onto, che mi diede ultimamente à chi volevo per ongere da per tutto, che danari non sariano mancati, dicendomi esservi trecento scudi in un luogo, de quali saressimo stati padroni d’andarli à pigliare a nostro beneplacito.

Et cum hæc dixisset, et ei replicaretur hæc non esse verisimilia, et propterea hortaretur ad dicendam veritatem [10].

Respondit, ù ù ù, se non lo posso dire extendens collum, et toto corpore contremiscens, et dicens V. S. mi agiutti, V. S. m’agiutti.

Dettoli, che se si sapesse quello vuol dire si potrebbe anche agiutarlo, che però accenni, che se s’intenderà in che cosa vogli esser agiutato s’agiutarà potendo.

Tunc denuo increpit se torquere, labia aperire, dentes perstringendo, et stridendo, tandem dixit [11], V. S. mi agiutti Signore ah Dio mio, ah Dio mio.

[201] Tunc ei dicto , havete fossi qualche patto col Diavolo? non vi dubitate, e rinunziate alli patti, e consignate l’anima vostra à Dio, che v’agiutarà.

Tunc genuflexus dixit, dite come devo dire Signore.

Et ei dicto, che debba dire, io rinuntio ad ogni patto ch’io habbi fatto col Diavolo, e consegno l’anima mia nelle mani di Dio, e della B. Vergine col pregarli à volermi liberare dal stato nel quale mi trovo, et accettarmi per sua creatura.

Quæ cum dixisset, et devote, et satis ex corde, ut videri potuit, surrexit, et cum loqui vellet, denuo prorupit in porrigendo collum, dentibus stridendo, volens loqui, nec valens, et tandem dixit, quel Prete francese.

Et cum hac dixisset, statim se proiecit in terram: et curavit se abscondere in angulo secus bancum, dicens [12] ah Dio, ah Dio mi! agiutatemi, e non m’abbandonate.

Et ei dicto di che temeva.

Respondit, è là quel prete francese con la spada in mano che mi minaccia, vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra[13].

[202] Ei dicto, che facesse buon animo, che non vi era alcuno e che si segnasse, e si raccomandasse à Dio, e che di nuovo renunciasse alli patti, che haveva col Diavolo, e si donasse à Dio, et alla B. Vergine.

Quæ cum ei dicta fuissent, dixit iterum ah Signore al viene, al viene con la spada nuda in mano, quæ omnia quinquagies replicavit, et a ctus fecit per aliquot temporis spatium, quos facere solent obsessi à Demone, et spumam ex ore, sanguinemque e naribus emittebat semper fremendo, et clamando non mi abandonate, agiutto, agiutto non mi abandonate.

Tunc iussum fuit afferri acquam benedictam, et vocari [203] aliquem sacerdotem, quæ cum allata fuisset, ea fuit arpersus, cum postea supervenisset Sacerdos, sique dicta fuissent omnia suprascripta Sacerdos benedicto loco, et in spetie illa fenestra ubi dicebat Baruellus extare illum Præsbiterum cum ense nudo , præ manibus ei minantem varijs tandem exorcismis usus fuit, et auctoritate sibi uti Sacerdoti à Deo tributa omnia pacta cum Demone inita, irrita, et nulla declarasset, imo ea irritassat, et annullasset, interim vero d. Baruellus stridens, dixit scongiurate quello Gola Gibla contorquendo corpus more obsessorum, et tandem finitis exorcismis Sacerdos recessit.

Excitatur pluries ad dicendum, tandem in hæc verba prorupitt [14].

Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachettina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, mà era grosso trè deta, e la aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere à torno à torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, agiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe [204] succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’ hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne habbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore? facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’ hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo, nec propter te, nec propter alios, mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi li detti Fontana, Carlo, e Melchione, li detti due Francesi, et il Sig. Don Gioanni, quale mi disse: State di buona voglia, ne più abbiate fastidio, perche è fatto tutto quello bisognava in questo fatto, ne habbiate paura, che danari non vi mancaranno, dicendomi: Havete visto colui? è colui non ve ne lasciarà mancare, et io demandandoli chi era, detto Sig. Don Gioanni rispose, che era il Diavolo: all’ hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Signor Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi hò conosciuto per galant’huomo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e zatti, come hò già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano. Mi dimandò s’havevo beni, et havendoli risposto, che ero padrone dell’hostaria di S. Paolo, mi disse, che questo era una bagatella, e stassi allegramente perche, se andava fatta come sperava, mi voleva fare de principali della Città; subdens e V, S. mi perdoni, perche quello hò detto di vendicar l’ingiuria di Don Gonzalo, non mi fù detto altrimente dal figliuolo del Sig. Castellano, ne è vero [205] che si trattasse di vendicare la di lui ingiuria, mà il Diavolo m’haveva sugerito così, e se V. S. non mi havesse fatto renontiare alli patti fatti col Diavolo, e rassegnare la anima mia nelle mani di Dio, e se questo Sacerdote non mi havesse benedetto, e revocati tutti li patti fatti con l’autorità, che da Dio li è statta concessa, non sarebbe mai stato possibile dire la verità.

Subdens denuo, il figliolo del Sig. Castellano, mi disse, che se per sorte fossi pervenuto nelle mani della giusticia, io non havrei in alcun tempo confessata cosa alcuna, se non fosse stato di mia volontà, e pur troppo volontieri la havrei detta s’havessi potuto, mà in verità non potevo, perche mi sentivo chiudere le parole nella gola, che non potevo proferirle, in modo che anche di presente mi brusa la gola, e l’ho anche tutta sgarbellata. Subdens denuo, partiti che fossemo dalla piazza del Castello detti Carlo, Fontana e Tamborino mentre andavamo à casa io li dimandai: M’havete voi veduto quando era con quel Prete? loro mi risposero de sì, et io li dissi: Io non vedevo già voi, et essi dissero: Tutti quelli, che hanno servito al figliolo del Sig. Castellano hanno fatto così, e mi dissero, che vi era dentro il Barbiero grosso di Porta Ticinese, il Commissario, cioè quelli, che sono stati giusticiati, e che vi era dentro il Vacazza, il Liscio, Saracco, il Fusaro, Battista Barbirollo di P. C. e Pedrino Datiario, quali tutti mi disse il Fontana havevano fatto quello, che havevo fatto anch’io. Subdens mi raccordo, che mi dissero, che vi era dentro un’altro chiamato il Masno, che faceva compagnia de’ cavalli con il Saracco, et è morto prima ch’io sij venuto pregione hora morto, e tant’altra gente, che non sapevo i loro nomi. Subdens denuo adesso dirò più di quello che hò detto poichè lo posso dire. Quel tale vestito di nero da me di sopra nominato, quale mi diede li 50. cechini, intesi di bocca del Fontana, doppo che fù partito, che quel tale da me chiamato Gio. Battista Bonetto era fattore del [206] Turcone Banchiere, e vedendolo lo conoscerò molto bene, e di più dico, che detto Fontana mi fece parlare col Barbiere nominato, e li disse: Miscier Gio. Giacomo, è qua il Sig. Baruello, qual è dilla lega ancora lui, vuole servire al figliolo del Sig. Castellano, bisogna tenerne conto, e detto Barbiere rispose, che s’havevo bisogno dell’onto me ne havrebbe datto, et io dissi, che sapevo far l’onto, mà che non volevo questo fastidio, e lui mi disse, che non mi dovessi prender travaglio, perche me n’havrebbe datto tutta quella quantità, ch’havessi voluto, come in effetto me ne diede la quinta settimana doppo Pasqua, che apunto havevo finito di dispensar il mio, e mi diede la prima volta, che vi andai con Gerolamo Foresaro dodeci cechini, e la seconda volta, che vi sarà stato otto giorni d’intervallo di una volta all’altra, mi diede otto ducatoni, et era solo. Subdens quando il popolo di P. T. fece la processione, et offerta sino al duomo, all’ hora il Barbiere haveva onta la sua torza di quell’onto, e di mano in mano che colava, la faceva colare sopra la testa alli poveri figlioli; et anco sopra le mani, e tutti li sodetti danari, ch’io hehbi da detto Barbiere li diedi tutti al Foresaro, come anche li diedi l’onto sodetto, e l’ultima volta, ch’io diedi l’onto al Foresaro li nominai ancora tutti quelli, che m’haveva notificato il Fontana, e per farli magiormente animo li nominai l’Ugatio, il Sasso, e l’Alfier Angera, mà che in realtà loro ne habbino colpa, cioè questi trè ultimi non lo sò. Subdens denuo nell’andar à casa doppo partiti come hò detto dalla piazza del Castello, dimandai al Fontana: Dove piglia il Sig. Don Gioanni tanti danari, che spende in questi onti? vi è forsi dentro il Signor suo padre? et egli mi rispose: Ben bisogna, che vi sij dentro, dove vôi tù, che pigli tanti danari? di più mi disse, che dovessi guardarmi dalle persone infette perche trattando con esse havrei pigliata la peste.

Dettoli, perche nomino il Sig. D. Gioanni al Foresaro et al Trentino se haveva ordine di non nominarlo.

[207] Respondit , fu perche me ne fecero instanza, e perche io volevo farli animo, et anche perche io sapevo, che questi erano galant’huomini che non havrebbero palesato cosa alcuna.

Ad alias ait, non dissi hieri quello, che hò detto hoggi, perche se bene lo volevo dire non potevo per l’impedimento, che V. S. hà potuto vedere, e V. S. mi creda, che l’havrei detto volontieri, ma che potevo io contro la forza del Diavolo?

Interrogato se con detto Barbiero hà mai parlato dell’incanto.

Respondit, Sig. nò, se non col mezzo del Fontana, come hò detto, et anche due altre volte li hò parlato, mà mai di questa cosa successami col prete, perche mai l’hò potuta dire da quella volta impoi, che ne parlai col Fontana, e Tamborino.

Interrogato, se hà poi parlato seco, et inteso da lui come havesse trattato col figlio del Sig. Castellano, e del fine con che si facevano questi onti.

Respondit , Sig. si, e mi disse, che non dovessi dubitare, che saressimo stati delli primi di Milano, mà ne esso mi disse, ne io li hò mai ricercato come fosse passato il concerto tra lui, et il figliuolo del Sig. Castellano, il che fù da quattro, ò cinque settimane doppo pasqua.

Ad alias ait, non hò visto il figliuolo del Sig. Castellano dalla seconda volta che parlai con lui in quà.

 

Die 13 eiusdem.

Deum coram me, et D. Auditore examinatus præf. Baruellus suo iuramento

Inquit, non mi è sovenuto altro.

Tunc fuit ei dictum , che averti bene, se le cose, che hà detto sono vere, e se hà tralasciato cosa alcuna, die possi assicurare questo popolo dalli mali presenti, perche dovendosi procedere contro tutti li nominati da lui, tanto vivi, quanto morti, se à loro, ò alla posterità ne avenirà qualche [208] danno, che fosse contro giusticia del tutto, esso ne avrà da dar conto à Dio se indebitamente li havrà agravati, e dall’altra parte, se per haver lui tralasciato di scoprire qualche cosa, ò persona, che fosse necessaria scoprire per provvedere alla salute di questo popolo, e seguendone perciò male ad alcuno per non haverlo rivelato, ne dovrà render conto à Dio, e perciò s’interpella à dire puramente, e liberamente la verità.

Respondit, io hò detta la verità pura, e mera, ne hò agravato alcuno indebitamente, ne hò tralasciato di dir cosa vera, nemmeno tralasciato di nominare le persone colpevoli di questo misfatto, ò consapevoli; anzi dico di nuovo, che tutto quello, che hò detto è più che vero.

Et denuo dicto, che sin’ hora per l’impedimento, che allegò si può escusare se nel termine prescritto non havesse detto tutto quello, che sapeva, mà hora, che sono levati gl’impedimenti, se tacerà qualche cosa, o non dirà la verità pura, e netta, come è obbligato, non haverà più occasione di scusarsi, nè di lamentarsi, che di se stesso, e però s’essorta, che s’havesse detto qualche cosa, che non fosse, o tralasciato qualche cosa, che fosse obligato a dire, à non lasciar più passar il tempo, perchè possa godere dell’impunità concessa, et hoc fuit dictum re prius participata cum Illustriss. Præside Senatus præsente etiam D. Auditore Sanitatis.

Respondit, la verità io l’ho detta liberamente, ne sò più che dire, et hò detto tutto quello che sò, et à mia notizia è pervenuto fin qui circa al fatto.

Interrogato, se li bastarà l’animo di sostener in faccia alli nominati da lui quello hà deposto in questa sua manifestazione.

Respondit Sig. si à tutti, et à tutte le hore.

Tunc ad purgandam infamiam, et etiam ad effectum ut sufficiat, nominatus  fuit ductus ad locum eculei, et ibi ei prius reiterato iuramento veritatis dicendum, fuit torturæ subiectus, et dum in eculeo retineretur

[209] Dixit, la verità l’hò detta, ne mi raccordo d’haver tralasciato cosa alcuna, che fossi obbligato à dire, e non hò agravato alcuno indebitamente, id pluries repetendo, et sic fuit depositus, dissolutus, et reconsignatus etc.

 

Verum die 14 eiusdem.

Iterum coram me, et D. Auditore examinatus præf. Baruellus suo iuramento

Ad interrogat., che voglia esplicar meglio, come fù l’introduttione con la quale detto Carlo incominciò a trattare del negotio, che hà detto con la persona sua, poiche il modo, che hà espresso pare molto asciutto e poco verisimile, dicit, A punto mi è sovvenuto, che nel narrare detta introduttione hò variato dal fatto, poiche fù vero, che l’introduttione, che hebbe Carlo Scrimadore con me per questo negocio, fù vero, che detto Carlo, et io si trovassemo al ponte di P. T. e che doppo haver parlato insieme, come si suole, esso m’invitò ad andar à cena all’hostaria di S. Sisto à mangiar una trota, e se bene non mangiassimo la trota, cenassimo però, e bevessimo bene, e doppo essersi ben scaldati dal vino, detto Carlo mi parlò nel modo, che hò detto nel mio primo essame ne vi passò altro.

Dettoli, che si risolva di dire, come s’inducesse credere sopra la parola del Sig. Don Gioanni, che quell’onto non lo potesse offendere, poiche in simili cose non è credibile, che s’induca l’huomo à credere sì facilmente.

Respondit, m’indussi à credere per le cose, che hò detto nel mio secondo essame, mà quello, che m’assicurò di più, fu perche detto Sig. Don Gioanni per assicurarmi, quando mi diede quel vaso di vetro con dentro quella materia levò via la cera, e vi mise dentro un deto, e disse, Vedi, se la tocco io.

Interrogato, se sà per qual causa, Don Gioanni desiderasse il Foresaro ongesse li forbici.

Respondit, mi disse che questa era la via più facile [ 210] d’infettar tutto Milano, poiche concorrendo da tutte le parti di Milano li forbici delle donne, infettandosi essi si sarebbero infettati li figliuoli, li mariti, e le moglie loro, e quelli ori tagliati, e lavorati da quelle donne dovevano andar per le mani de molti, quali tutti si sarebbero infettati.

Ad aliam ait, quando il Sig. Don Giovanni parlava con me parlava mezzo Italiano, e mezzo Spagnuolo, in modo, ch’io l’intendevo benissimo.

Interrogato, perche non ha detto questo nel suo primo essame.

Respondit, non si può sempre raccordar del tutto, et cum graviter febri vexaretur fuit reconsignatus etc.

 

Die 14 . eiusdem, iterum coram me examinatus dictus Beruellus suo iuramento

Negat licet sœpius redargutus se unguentum pestifirum dedisse appellato il Brusa, Bapt. Barbitolo, Saxo, fantulo Marchionis Homodei, et appellato il Folletto.

Et ei dicto, che averti à dir la verità, perche si legge, che ne hà datto à detto Battistino mentre fosse di compagnia del Brusa.

Respondit, sono bugie.

Et ei lecto examine Hieronymi Foresarii in ea parte etc. iterum negavit hoc vera esse, ed egli hà agravato l’anima sua.

Et negat haver confessato d’haver datto onto ad alcuno de Sassi, mà che disse ciò al Foresaro per animarlo.

Negat etiam haver datto onto, e sei cechini ad uno giovino, che serviva il Saracco, e che hora serve al Signor Amadeo, quale mi ha servito per ragazzo.

Et ei dicto, che ciò consta per processo

Et lecto ei examine dicti Hieronymi, Respondit, anzi non è vero, Prout idem factum fuit respectu appellati il Folletto unde respondit, come può esser vero questo, se è più di un’anno, che non hò parlato con costui?

Ad alias ait, non conosco Gio. Battista Cinquevie, co[ 211] nosco bene Gio. Paolo Cinquevie, giovine de 22. anni in circa, smortino in facia, di statura più che ordinaria, che non sponta ne anche barba, et hà capelli neri, del resto non conosco altri delle Cinquevie.

Dettoli, che lui disse à persona nominata in processo, che quello, che li diede cinquanta cechini à S. Simone fù uno delli Cinquevie.

Respondit , Sig. nò , dissi , che era un Gioanni Battista Bonetto.

Redargutus, et lecta ei depositione Hieronymi Miliavacæ, dixit, non è vero, nominai uno delli Bonetti, e non è anche vero il fatto come narra il Foresaro, perche il fatto stà realmente, come hò narrato io nel mio essame.

Ad aliam negat noscere Turconum, etc.

Redargutus dicit, posso haver detto quello mi disse il Fontana, che colui, che mi diede quelli cinquanta cechini fosse agente del Turcone, ma non sò se sij, et io dico, che non hò ricevuto danari da Gerolamo Turcone, ch’io sappi; tanto più, che quelli non ricevei à nome suo, mà del Sig. Don Gioanni.

Ad alias negat noscere illum Dieghum à Foresario nominatum, minusque ab eo recepisse unguentum.

Negat etiam noscere Petrum Saragozam Hispanum.

Et fuit reconsignatus etc.

 

Eadem die coram me, et in camera in qua infirmus jacebat dictus Baruellus appellata la camera della corda,

Introductis, et positis Io. Baptista de Quinquevijs sponte presentato, et Benedicto Lucino, inter alios eiusdem fere staturæ, et qualitatis, et delato iuramento dicto Baruello de veritate dicenda fuit.

Interrogatus à dire, se frà gli huomini, che così in schiera vede, vi è Gio. Battista Bonetti.

Respondit, postquam eos diligenter inspexisset, Sig. si, che vi è, et capite indicavit esse secondum in ordine, Cui respondit illo secundus, qui vocatur Io. Baptista de Quin quevijs, guardate bene, che v’inganate.

[212] Replicavit Baruellus, non m’inganno oltrimente: non vi ricordate, che doppo che me li havesti datti, mi dicesti che dovessi dar un cantone al Foresaro, e che il Fontana, e Tamborino mi volevano parlare, e che poi mi saresti venuto ad incontrare al ponte de Favrici, come in effetto venesti, e poi andassimo in casa del Fontana, e mi chiedesti la ricevuta delli danari , la qual vi feci, et all’ hora vi facevate nominar Gio. Battista Bonetti.

Cui contra replicavit dictus de Quinquevijs, guardatevi non v’ingannare.

Ei dictus Baruellus iterum contrareplicavit, non mi inganno niente, e per segno V. S. era vestito con un’ongarina, et feraiolo di saglia nera, e sotto d’ormesino nero, e dico à V. S. Sig. Senatore, che è quello.

Et postquam omnes recessissent dixit, Sig. Senatore egli è quello: è ben vero, che all’ hora non parve così grasso, come è di presente, et postea subdit , è quello Signore.

Dettoli, che guardi bene à non ingannarsi.

Respondit, Sig. Senatore non m’inganno , è quello , et cum dictus de Quinquevijs petijsset fieri recognitionem Hieronymi Turconi, ex eo quod videatur sibi maxime assimiliari.

Fuit dictus Turconus vocatus, et in eadem camera coram dicto Baruello positus dictus Hieronymus Turconus inter alios eiusdem fere staturæ, et qualitatis, deinde reiterato juramento dicto Baruello veritatis dicendæ, etc. fuit

Ei dictum, che veda se frà gl’huomini, che colì sono vi è quel tale, che nella contrada di S. Simone li diedi li 50. cechini.

Respondit postquam illos inspexisset, Signore non vi è.

Quibus actis etc..

 

Dicta die, et coram me.

Assumptus Io. Baptista de Quinqueviæ sponte præsentatus, quondam Io. Pauli P. N. P. S. Domini ad Matiam et cum iuramento examinatus

[213] Dixit, io non conosco colui che è là infermo, nè tampoco io li ho datto cinquanta cechini nella contrada di Simone, perche in quella contrada non vi sono stato molto tempo fà.

Et ei lecto examine dicti Baruelli in illa parte etc.

Respondit, non è vero questo.

Dettoli, che non può negarlo, perche nel detto del Baruello si contiene l’anno, il giorno, l’ hora, il mese, il luogo, il modo con che furono pagati detti cechini, e col quale fu fatta la ricevuta.

Respondit, hò sentito il tutto, e ringratio V. S. che me l’habbi fatto esprimere così chiaramente, mà dico, che di questo fatto non sò niente.

Ad alias ait, io non conosco, nè questo Fontana, nè questo Tamborino, che V. S. dice, conosco bene il Signor Capitano del Castello, conosco il Sig. Castellano, et il Signor Don Gioanni suo figliolo, mà non ho mai havuto alcun negocio con loro.

Interrogatus dicit, conosco benissimo Gerolamo Turcone, e con lui per causa delli cambij hò havuto molti negotij, da un’anno indietro.

Interrog. se hà conosciuto quelli, che facevano li negotij del Turcone.

Respondit, mentre andavo à scuodere lettere di cambio mi pagava il proprio Turcone, overo il Bonesana, et un pezzo fà le scritture credo, che le tenesse Benedetto Lucino, e vi stava anche in casa Alessandro Pallavicino più de trè anni sono.

Ad aliam ait, della mia famiglia vi è il Sig. Ludovico, il Sig. Gioseppe, et il Sig. Gio. Andrea Cinquevie tutti miei cugini, et il Sig. Gioseppe habita in Ancona, il Signor Gerolamo in Milano, e gl’altri Monza.

Ad alias ait, il Sig. Gerolamo haverà sessant’anni, gli altri 50. in circa, ne io hò altro cognome, mà di dirittura mi chiamo Gio. Battista Cinquevie.

[214] Interrogatus dicit, Signor si, che negocio ancora, mà ch’io sappi dire, che negotij hò fatto da trè anni in quà, sarebbe un chaos.

Ei fuit relaxatus cum fideiussione aureorum sexmille.

 

Dicta die.

Fuit detentus Carolus Vedanus in loco Ossonæ, et ductus ad hanc Civitatem, et die 17 Septembris

Coram me examinatus cum iuramento [15]

Inquit, mi chiamo Carlo Vedano, e faccio Scola di Scrima, hò moglie, e due figlioli, la qual mia moglie hà nome Hortensia Fontana, figlia di Pietro Francesco Fontana mastro da muro, e Bombardiero in Castello, mà è morto quaranta giorni sono in circa alla Mussida in casa del Sig. Simodoro Serono.

Ad alias ait, sono stato preso in Ossona, mà non sò la causa della mia detentione.

Interrogatus dicit, Signor sì, che ho conosciuto Michel Tamborino con occasione ch’il Fontana mio Messere [16] praticava in Castello dove andavo anch’io qualche volta et anche con occasione che stava nella contrada dove habitavo anch’io, e faceva il Batiloro.

Tunc ad omnem bonum finem ductus ad præsentiam dicti Baruelli secuta fuit inter ipsos mutua recognitione personarum.

Deinde iterum dictus Carolus ductus ad locum examinum et ei reiterato iuramento veritatis dicendæ fuit.

Interrogat. à dire se trà lui, e detto Baruello è passata amicitia.

Respondit, Signor si, et hò mangiato seco nell’hostaria [215] delli sei Ladri, et anche in altri luoghi, cioè nell’hostaria del Gallo vicino a casa mia.

Interrogato, se hà mai mangiato con lui in casa di Gerolamo cuoco vicino à S. Sisto.

Respondit, Signor nò, questo non é vero.

Dettoli, che si legge in processo, che mangiò con lui in casa di detto cuoco la quinta Dominica di Quadragesima.

Respondit, io non hò mangiato minga.

Ad alias ait, Signor sì, che sono statto per la presente Città con detto Baruello, al Duomo, alla Madonna di S. Celso, in Cittadella et in altri luoghi.

Interrogatus dicit, Signor sì, che sono stato con lui alla Piazza del Castello così passando, et eramo cinque ò sei, mà non si firmassimo, mà non hò mai mangiato con lui nell’hostaria di detta Piazza mai, mai, mai.

Dettoli, che si legge in processo che vi mangiò il Lunedì della quinta settimana della Quadragesima passata, e in casa di Cesare Pezano.

Respondit, non é vero.

Interrogato se hà mai caminato alli bastioni con detto Baruello, venendo dalla Piazza del Castello verso P. T. insieme ancora con suo suocero, e detto Tamborino.

Respondit, non me ne raccordo.

Redargutus dicit, non me ne raccordo.

Interrogato, dica, se hà pratica con alcun Soldato del Castello.

Respondit, mà Signore andavo ad insegnare à gioccar di spada al Sig. Don Carlo figliolo del Sig. Castellano, mà vi sono andato solamente un mese in circa, et alle volte andavo nell’hostarie dove andavano li Bombardieri, e li Soldati.

Interrogatus dicit, delli figliuoli del Sig. Castellano conosco solamente il Sig. Don Carlo, et il Sig. Don Gioanni, qual Sig. Don Gioanni hà tirato due volte di spada con me.

Ad alias ait, io non hò parlato col detto Signor Don [216] Giovanni se non quelle due volte, ne mai li hò fatto alcun servicio, perche non avevo amicizia seco.

Interrogato, se hà mai trattato col Baruello di far alcun servicio à detto Sig. Don Gioanni.

Respondit, Signor no.

Dettoli, che li sarà mantenuto in faccia.

Respondit, sarà un, un, un, voglio dire che non è vero.

Interrogato, se è mai stato presente quando il Sig. Don Gioanni parlò col Baruello.

Respondit, Sig. nò.

Dettoli, che averti à dir la verità, perche si legge in processo, che lui constituto insieme col Fontana, e Tamborino furono presenti quando il Sig. Don Gioanni sopravenne accompagnato da due vestiti alla Francese, con un Prete, e lasciati in disparte i detti due vestiti alla Francese, e detto Prete, venne alla volta di lui constituto, e compagni, e parlò con detto Baruello, e però dica la verità.

Respondit, Signor nò.

Iterum redargutus sospira emittens dixit, non mi raccordo, ch’ il Sig. Don Gioanni parlasse col Baruello.

 

Tunc fuit dictus Vedanus ductus ad præsentiam dicti Baruelli infirmi in dicta camera appellata della corda, et ambobus delato iuramento veritatis dicendæ fuit dictus Baruellus

Interrogatus à dire se é vero, che la quinta Dominica di Quadragesima, incontrandosi con detto Carlo Vedano qui presente sopra il Ponte di P. T. interpellato da lui detto Carlo li dicesse, che era stato alla Piazza del Castello, e che s’accordassero d’andar à cena à casa di Gerolamo cuoco, e che doppo haver cenato, per strada andando à casa detto Carlo li dicesse, che haveva una bell’occasione di diventar ricco, e pregato detto Carlo a volergliela insegnare, detto Carlo li rispondesse, a far un servitio al figliolo del Sig. Castellano, e ricercato nuovamente à voler dire, che servitio era questo, esso Carlo gli rendesse, che non [217] voleva dirlo, mà, che se havesse voluto la mattina seguente parlare col figliuolo del Sig. Castellano l’havrebbe fatto parlar con lui, e che, per quest’effetto sarebbe venuto la mattina seguente á pigliarlo a casa sua.

Respondit, Signor sì.

Dixit Vedanus, non è vero niente.

Interrogatus iterum dictus Baruellus à dire se è vero, che la mattina seguente, che fù Lunedì, detto Carlo lo andasse à levar di casa chiamandolo con cifolo, e partitosi di casa andassero di compagnia alla piazza del Castello ove disnassero in casa di Cesare Pezzano, et addormentatosi doppo pranzo lo svegliasse, dicendo Avertite a fatti vostri, che io vado, et adesso sarò di ritorno; che poi tornasse alle 22 hore, e lo conducesse alla cavalarizza sopra detta piazza, dove trovorono detto Fontana, e detto Michel Tamborino, e vicendevolmente avoltosi li dicessero, che aspettavano ivi il figliuolo del Sig. Castellano, il quale sopravenendo accompagnato da doi vestiti alla Francese, et uno Prete, da quali si spiccasse, et andasse alla volta di loro saltando, e dicendo Chi viva, al quale fosse risposto da detti Carlo, Fontana, e Tamborino Viva casa Padiglia, e dal figliuolo del Signor Castellano fosse sogionto, E li Francesi.

Respondit, Signor sì, che è vero.

Replicavit dictus Vedanus, et io dico, che non è vero.

Et Baruellus iterum dicit, dico che è verissimo.

Replicavit iterum Vedanus, dico che non è vero, etc.

Interrogatus postea dictus. Baruellus ad dicendum, se è vero, che doppo seguiti li saluti del detto Signor Don Gioanni figliuolo del Sig. Castellano, l’accogliesse con cortesi parole, e dicesse, che il Tamborino et il Fontana li havessero fatto fede come lui era galant’huomo, e subito cacciasse mano ad uno sachettino pieno de danari, e li dasse venticinque ducatoni tutti Venetiani, et insieme anche li dasse uno quadretto di vedro quadro, lungo un palmo, pieno di matteria puzzolente, dicendoli, che era [218] dell’onto che si dispensava in Milano, e che per assicurarlo che detto onto non potesse offenderlo levasse la cira dalla bocca di detto vaso, e dentro vi mettesse uno deto, insegnandoli anche la forma, e quello restava à farsi per ridurre à perfettione detto onto, presente sempre detti Carolo Fontana e Tamborino.

Respondit, Signor sì, che è verissimo.

Vedanus dixit, dico, che non è vero, Signore.

Contrareplicavit Baruellus, dico, che è verissimo.

Interrogatus successive Baruellus ad dicendum, se è vero, che doppo licentiatosi detto Sig. Don Gioanni, lui constituto, Carlo Fontana, e Tamborino se n’andassero à P. T. caminando dietro al bastione, e dicessero à lui constituto, che detti due vestiti alla Francese e detto Prette erano calati giù dalla Valtelina.

Respondit, Signor sì , che anche questo è vero.

Replicavit Vedanus, io dico, non è vero.

Contrareplicavit Baruellus, Signore, è vero tutto quello, che hò detto , se bene questo mostacchio da porco lo nega, et è stato lui causa di farmi far il marone, et adesso vol negare la verità.

Dixit ipse Vedanus, sì tì sei uno mostachio da porco; non è vero.

Et cum quilibet perseveraret in suo dicto, fuit dictus Vedanus iterum ductus ad locum examen, et ibi ei reiterato iuramento veritatis dicendæ,  fuit

Ei dictum, che dice hora, che li è stato mantenuto in faccia tutto quello, che hà negato.

Respondit, io dico, che non è vero, e non l’hò mai visto parlare col figliuolo del Signor Castellano.

Et fuit reconsignatus animo etc.

Et fuit etiam examinatus ut infra dicetur etc.

 

Die 18 Septembris.

Dictus Baruellus epidemiæ causa

decessit in carceribus, ita per peritos judicatum.

 

Note

_______________________________

 

[1] E il 23 per esecuzione della sopraddetta sentenza furono uccisi, come il 21 Agosto antecedente era stata eseguita sentenza contro Girolamo Migliavacca.

Giovarmi Stefano Baruello esaminato fin dal 12 Agosto, con suo giuramento disse.

[2] Dopo alquanto pensato.

[3] Bastrozzò, barattiere.

[4] E così sempre senza pregiudizio del confesso e convinto, e degli altri diritti acquistati dal fisco, fu solo sopra esse contraddizioni e bugie e inverisimiglianze sottoposto alla tortura anche colla legatura del canape, e alzato sopra l'eculeo, sempre duró nella negativa e d'aver detto la verità, e perciò fu ammonito a dir la verità.

[5] Filippo IV Re di Spagna Duca di Milano.

Diletto nostro. Essendo il Tribunale della Sanità di questa città vacante di presidente per la morte del S. M. A. Monti, e dovendosene surrogar un altro che compia i processi cominciati da esso fu presidente contro i fabbricatori e spargitori del veleno pestifero, ed altri scellerati, il Senato comunicato l'affare anche all'ill. nostro Luogotenente, pensò di eleggere a questo ufficio quelli che sa essere già stati aggiunti ad esso presidente in questo incarico. Onde affidiamo a voi di attendere a terminar essi processi colla massima diligenza, e riferir al Senato ciò che paja meritar consulta.

A D. Ottaviano Picenardo Senatore.

[6] Riferito in Senato il processo istruito contro Stefano Baruello, imputato d'aver fatto unguento pestifero e infettatone la città per sè e per altri, promettendo e anche pagando danaro, opinò che, denunziatagli la morte, sia torturato col canape ec., e poi ritenuto per ripetuto e confrontato, posto sul carro sia condotto al luogo del supplizio solito, e per via sia morso con tanaglie roventi, e nel luogo dove fabbricò l'unto, cioè avanti alla bottega di Girolamo Migliavacca, gli si tagli la destra, quindi condotto al luogo del supplizio, rottegli le ossa come di costume, vivo s'intrecci alla ruota, poi vivo si esponga al popolo per esempio, e dopo 6 ore sia strangolato; poi il suo cadavere s'abbruci, e le ceneri si gettino nel vicino fiume, si confischino i suoi beni, e sopra una parete in pubblico luogo si dipinga la sua effigie, sospesa per un piede alla forca, coll'iscrizione del delitto, e il titolo di traditore della patria a sua perpetua infamia e per avviso ai posteri ec.

[7] Alli 11 ottobre il Senato stabilì doversi prefiggere il termine di sei ore al Baruello per deliberar, se voglia l'impunità, e quando, no, si eseguisca la condanna.

[8] Alli 11 ottobre, io col Sig. Auditore e il Segretario Proveria andai al pretorio, e condottomi avanti il Baruello, gli fu letta la sentenza del Senato anche in volgare.

Poi a lui dissi che la vita e la morte eran in man sua se volesse palesar gli autori e consci d'esso delitto, per questa causa aver il Senato chiesto facoltà da S. Eccell. per l'impunità, e ciò essere stato concesso dall'Eccellenza Sua, e gli furono lette esse lettere di impunità.

Si aggiunge trattarsi di pena assai atroce e infame, lui potere non solo conservar la vita a sè ed evitare l'atrocità d'essa pena, ed anche qualunque altra, eccetto il bando perpetuo, poi espiar il delitto commesso contro la patria collo svelar gli autori e conscii di tanto delitto, onde si potesse finalmente provveder alla salute della patria e preservarla da futuri mali, il che sarebbe grato a Dio, a S. E., al Senato e alla patria. E sappia che, se non procura d'emendar  il delitto commesso, non gli resta più vita in questo secolo, e si tratta della salute sua e della patria; e non poterglisi propor cosa migliore per persuaderlo a provveder a sè e alla patria cadente.

E perché potesse più sicuramente risolvere, gli furon consegnate copie della Sentenza e della lettera di S. E. e prefinito sei ore a far quel che doveva per ottenere la promessa impunità, e gli fu letto il decreto del Senato e datagliene copia ec.

Finalmente gli fu detto, volesse non solo nominare gli autori e conscii di tanto misfatto, ma anche la ragion di quello, e dar le prove di quanto dicesse.

Udito ciò, egli disse richiedersi maggior tempo per rammentar tutto ciò.

Gli fu risposto, il Senato aver cosi stabilito, e sei ore essere spazio bastante per trarsi a mente tutto quel che doveva dire: se però maggior tempo chiedesse, se ne tratterebbe in Senato.

Il che udito disse . . .

Alle 21 ore circa, di nuovo coi dd. Auditore e Segretario andai al detto Baruello, che giurato, disse

[9] Governator di Milano, cacciato via a torsi di cavoli.

[10] Ciò detto, e replicandosi che queste cose non eran verosimili, e perciò esortandolo a dir il vero ... stendendo il collo, e tremando per tutto il corpo.

[11] Allora tornò a storcersi, aprire le labbra, stringere i denti e stridere.

[12] E avendolo detto devotamente e di cuore a quanto pare, si alzò, e volendo parlare, tornò a prorompere sporgendo il collo, stridendo coi denti, volendo parlare e non potendo, e finalmente disse . . . Ciò detto, subito si buttò per terra e cercò nascondersi in un angolo lungi dal banco, dicendo

[13] Quest'era il maleficio della taciturnità, col quale gli stregoni sapevano fare che i torturati non dicessero il vero. Et se alcuno addomandasse come questo faccino, si risponde che lor procurano per via et mezzo de li Demonj varj commodi, i quali si tacciano per brevità e modestia. (Compendio dell'arte esorcistica e possibilità delle mirabili et stupende operationi delli demonj et de malefici, I. 2, c. 12). Certe donnicciuole camminando dietro a Satana involte in questo maleficio stanno immobili negli tormenti, e gridano dietro agli giudici riprendendogli d'ingiustizia e crudeltà, e come le fossero invitate a nozze stanno allegre nelli tormenti. Per conoscere tale fattucchieria bisogna por mente se il reo possa piangere, giacchè per scongiuri nol può chi sia fatturato. Per vincerla saria cosa ispediente di radergli tutti gli peli del corpo ....  spogliarli dei propri vestimenti, acciocchè in quelli non fosse nascosto il predetto maleficio, poi tosatogli o radutogli i capegli, pigliato un bicchier di acqua benedetta e gettatogli dentro una gocciola di cera benedetta e fatto l'invocazione della Santissima Trinità a stomaco digiuno gliene dasse a bere, che allora, con l'ajuto di Dio, struggerà tal maleficio. Insegnano anche di mettergli al collo parole sante, o l'evangelo di S. Giovanni, o reliquie, sale esorcizzato, palma, ruta ed altre cose tali, da cui, poter ch'egli abbia, rimarrà vinto l'incanto. Vedi l'opera del P. Menghi da Viadana stampata nel 1605 per norma della Santa Inquisizione.

(Nota tolta dai prelodati Ragionamenti del Cantù).

[14] Allora fu fatto portar acqua benedetta e chiamar qualche sacerdote, portata la quale ne fu asperso, ed essendo poi sopravvenuto il sacerdote e dettogli tutte le cose precedenti, il sacerdote, benedetto il luogo, e specialmente la finestra ove il Baruello diceva esservi quel prete colla spada nuda in mano che il minacciava, usò varj esorcismi, e coll'autorità datagli da Dio come sacerdote, dichiaró nulli i patti di lui col demonio, e mentre gli annullava, il Baruello strillando disse... Eccitato più volte a dire, finalmente proruppe in queste parole.

[15] E fu rilasciato colla garanzia di 6000 zecchini. Esso giorno fù arrestato Carlo Vedano in Ossona, e condotto in città il 17 settembre, esaminato ec.

[16] suocero

 

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Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2004