PROCESSUS CRIMINALIS

CONTRA

DON JOANNEM GÆTANUM DE PADILLA

et ceteros

impinctos de aspersione facta Mediolani

Unguenti pestiferi

anno MDCXXX

 

 

PARS OFFENSIVA

 

 

 

[pagine 027-066]

 

 

[29]

P.R.

 

Cum instrueretur processus contra nonnullos reos de unctionibus pestiferis in hac Civitate secutis, emerserunt nonnulla inditia contra Don Ioannem Gaietanum De Padillia Equitem S. Iacobi, et Ducem Equitum in hoc Dominio Mediolani, qui ob id  fuit detentus, et iussu Senatus reus constitutus de mandato dato Io. Stephani Baruello, mediante pecunia, ad conficiendum, et dispargendum, pro extinctione populi, unguentum pestiferum, qui suas fecit defensiones, de quibus nunc definitive agitur.

Agitur quoque de Carolo Vedano, appellato il Tegnone, pariter detento, et reo constituto, quod ad effectum prædictum, fuerit mediator ad ineundam amicitiam inter dictum Don Ioannem, et n. q. Stephanum Baruellum, qui fassus fuerat se unguentum pestiferum iussu dicti Don Ioannis confecisse, etiam mediante pecunia, quodque, de eo ad effectum illud disseminandi pro hanc Civitatem diversis personis tradiderit.

Item reo constituto, quod parentes baculo percusserit, qui pariter suas defensiones præstitit.

Agitur etiam de Francisco Griono, appellato il Saracco etiam detento, reo constituto de aspersione dicti unguenti, mediante pecunia, qui nullas defensiones fecit.

[30] Et denique agitur de Io. Baptista Sanguineto campsore, reo constituto de subministratione pecuniarum ijs, qui dictum unguentum disseminarunt, qui pariter præstitit defensiones.

Et res sic se habet ulz [1].

 

[31]

1630. Die Sabbati 22 mensis Iunij

Cum Excellentissimum Senatus intellexisset, die antecedenti fuisse in vico la Vedra de Cittadini nuncupato, pestiferum unguentum disseminatum Egr. Capitaneo Iustitiæ mandavit, ut illico se informaret præcipue à Sacristano Ecclesiæ Divi Alexandri edocto, prout incontinenti ad dictum Sacristanum se contulit, et ab eo intellecto id fuisse verum, et quod præcipue imputabatur de tali unctione quidam gener obstetricis Paulæ sanitatis Commissarius, ad dictum vicum della Vedra nuncupatum pariter se contulit, et ibi infrascripta vidit, ac fecit ulz [2];

Entrando nella detta strada della Vedra de’ Cittadini dalla parte verso il Carobio, si è visto la muraglia à mano dritta di quelle case fumata in diversi luoghi alto da terra circa un brazzo et mezzo, et entrando nella porta, dove stanno li Tradati, si è vista la muraglia fumata sotto l’andito di quella, tanto da una parte, quanto dall’altra in diversi luoghi.

[32] Di più si è visto, che la muraglia intorno alli uschij della barberia di Gio. Giacomo Mora, posta sù l’altro cantone della detta strada della vedra de Cittadini verso il Carobio, è stata imbiancata di fresco tanto quanto dura la longhezza di detta muraglia, et questo per levare altre ontioni, che erano sopra essa muraglia, et fu detto da diversi, che erano ivi, che quelli luoghi fumati, erano così per aver dato il fuoco a quelli luoghi, dove si era trovato ontato di onto tirante al giallo, come attestano in effetto esso Sign. Capitano et Notaro, d’haver visto nelli luoghi abbrugiati alcuni segni di materia ontuosa, tirante al giallo, sparsovi come con le deta.

Quibus visis, examinavit ipse D. Capitaneus Hortensiam Castilioneam uxorem Alexandri Tradati, quæ cum iuramento

Dicit [3], hieri mattina circa le due hore di giorno trovassimo li muri dell’andito della nostra porta imbrattati di una certa cosa gialla, et in grande quantità, si che li dassimo il fuoco con della paglia, ma Nicolò mio figliuolo disse che non bastava, perche bisognava anche piccar il muro, et sendo in quel mentre concorso ivi gran quantità de donne, fu detto, che era stato visto a ongere il Commissario genero della Comadre Paola, et anche hieri una figliuola del Sargente Bono disse, che era stato da lei uno cognato di detto Commissario à commandarli, che tacesse: chi sij poi detto Commissario, io non lo conosco, nè sò perche ongesse, sò bene, che fra le altre, che dissero, che era stato detto Commissario, che haveva onto, fu l’appellata la Rosa, che stà sopra quel portico, che traversa  la Vedra, et dissero, che questo seguì circa le ott’hore.

[33] S. g. r. salvo ut supra, non tamen etc. annorum 20 in circa. Successive etiam

examinata Catterina uxor Alexandri Rosæ, testis nominata, cum iuramento

Inquit [4], hieri mattina, che di poco erano sonate lo otto hore, io ero nella mia camera, una delle stanze che traversano la strada, detta la Vedra, et vidi venire uno da verso il Carobio, qual era incappato di cappa nera, con capello già nelli occhi, et haveva in mano una carta piegata al longo, sopra la quale metteva le mani, che pareva, che scrivesse, et viddi, che si fece presso alla muraglia delle case subito voltato il cantone, venendo dal Carobio à mano dritta, et viddi, che à luogo à luogo tirava con le mani dietro al muro, per il che mi venne pensiero, che fosse uno di quelli, che à giorni passati andavano ongendo, et viddi, che teneva taccato le muraglie pure della parte dritta, sino alla casa di S. Simone, dove habitano li Tradati, et poi viddi, che tornò indietro, et voltò verso il Carobio, et nel voltar il cantone, s’incontrò in un’huomo, qual io non conosco, et viddi, che costui lo salutò, et io poi dimandai a detto huomo, chi si fosse detto tale, et lui mi rispose, che era uno Commissario della Sanità, et io dissi à questo tale, è che ho visto colui à fare certi atti, che non un piacevano; subito poi si divulgò questo negotio, et uscessimo, et si viddero imbrattate le muraglie di un certo unto, che pareva grasso tirante al giallo, et in particolare quelli del Tradate dissero, che havevano trovati imbrattati li muri dell’andito della sua porta.

[34] Ad alias ait [5], fù visto ancora detto Commissario da Ottavia moglie del Sargente Bono: la quale dice di conoscere quel tale che fu salutato da detto Commissario, il qual Commissario io in faccia non lo potei comprendere, mà era huomo di grandezza commune, vestito di sargia nera con un capello al quale cascavano le ale nel volto, ne se li vedevano arme alcune.

S. g. r. annorum 50 in circa.

 

Octavia de Persicis uxor Hieronymi Boni, eadem die tanquam nominata examinata cum iuramento

Ait [6] hieri mattina alle otto hore levai, et me n’andai alla fenestra della camera, che guarda sopra la la strada, et viddi uno vestito di nero, che veniva da verso il Carobio, et doppo passato il portico, che è sopra la strada, viddi, che si fermò in fine della muraglia del giardino de Crivelli, et viddi, che costui haveva una carta in mano sopra la quale misse la mano dritta, che pareva, che volesse scrivere e poi viddi, che levata la mano dalla carta la fregò sopra la muraglia di detto giardino in un luogo dove era un poco di bianco et ciò fatto, viddi, che, andò verso il corso di Porta Ticinese. Chi si sij poi detto tale io non lo sò, ne lo conoscerei, perchè in volto non l’hò visto, mà è huomo più tosto grande che, altrimente, con uno capellaccio con falda grande, che li cascava sù gl’occhi, et era vestito di ongarina, feraiolo, et calcette neri. Dicens, doppo, che costui fù contrapassato, una donna chiamata la Rosa, che stà sopra detto portico vedendo un malossaro da legne, che stà nella casa del Rastello li dimandò chi fosse detto tale, et lui li rispose, per quanto lei mi disse, che era un Commissario.

[35] Interrogata se sà à che effetto questo tale fregasse di quella mano sopra il muro, Respondit, doppo fù trovato onte le muraglie, particolarmente nella Porta del Tradate, et viddi poi, che con paglia accesa andavano abbrucciando, in quelli luoghi ove si era visto onto, et viddi, che quel tale fece quell’atto qualche due volte in un istesso luogo, et poi ritornò per dove era venuto.

S. g. r. annorum 60 in circa.

 

Examinata etiam Angela de Bonis fil. Hieronymi testis nominata cum iuramento

Dicit [7], hieri mattina circa le dieci hore mi levai dal letto, et dalla finestra viddi gran donne, che erano per strada, et fu detto, che erano state imbrattate le muraglie, e così venni à basso, et viddi alla nostra porta, che sopra la muraglia vi era una cosa gialda, che pareva, che in duoi luoghi vi fosse stata buttata sù con un deto, et viddi che con paglia accesa andavano la gente abbrucciando li muri dove dicevano, che vi erano di questi imbrattamenti, et mia madre disse, che aveva visto uno vestito di nero, che imbrattava, et noi facessimo piccar via la calcina, mà chi si fosse quello vestito di nero, che imbrattava non l’hò inteso, et circa verba, sibi dicta à dicto Mathæo concordat cum matre.

S.g.r. annorum 20 circa.

 

Examinatus Supradictus Petrus Martyr Pulicellus quod Ambrosij, lignorum proxeneta, ut s. nominatus cum iuramento

Ait [8] hieri mattina levai alle sett’hore, et mezza, poi [36] andai alla prima Messa di S. Celso, poi alla Piazza del Castello passando per la Vedra de Cittadini.

 Ad alias ait, quando passai per la detta Vedra, potevano essere otto hore et mezza in circa, et ivi in detta Vedra scontrai uno vestito di nero, che non so se sij Commissario, o Paradore, il quale saludai, et ello mi rese il saluto, et è magrotto, di statura alta, con barba rossa, vestito di ongarina, et cappa di saglia nera, et un capello nero alla francese di quelli, che si usano adesso, ma come habbi nome io non lo sò, sò bene, che stà al Torchio dell’Oglio al Carobio, et doppo una donna, che era ad una fenestra mi dimandò chi era quel tale, et io li risposi, che lo conoscevo di vista, et che era commissario, ò sia paradore, et essa mi disse, che l'aveva visto trigato [9] lì, et che li haveva dato un poco di sospetto, et poi andai per li fatti miei, et ritornato à casa circa le dieciotto hore, sendo in casa mia, sentei di fuori in strada donne, che facevano fracasso, et dicevano che erano state onte le porte, et che si era scoperto, che quello, che le aveva onte era stato un commissario, et nominarono un certo Guglielmo, et fra un’hora passò un carro, che andava à tuor morti, et sentei, che le donne dicevano, che era con il carro era quello Gulielmo, siche andai alta finestra, e viddi, che quello, che era con il carro era quello medemo che io avevo incontrato, et salutado la mattina.

Interrogato, se passando lui per la Vedra de Cittadini, vidde le muraglie imbrattate.

Respondit, non li feci fantasia, perchè fin’all’hora non si era detto cosa alcuna.

S g. r. annor. 46 in circa dicta die.

 

[37] Fuit detentus Gulielmus Commissarius, et incontinenti facta diligenti perquisitione, tam pœnes eum, quam in eius domo, nihil ad rem fuit compertum, et præcipue nulla quantitas pecuniarum. Et cum supervenisset D. Auditor dixit, ipse D. Auditor fuisse consimile processum ab Octavio Suario ex eius ordine, in quo inter alios examinatus fuit die 22 Iulij Thomas Grillus, quon. Francisci ex habitatoribus in sedimine dicti Gulielmi suo iuramento.

Dicit [10], adesso detto Guglielmo fa il Commissario, et per questo è schivato da tutti, anche da sua moglie, et dapoi, che è Commissario, viene à casa alle due, et tre hore di notte, et hieri mattina levò sù trà le sette, et otto hore, et trovai, che era aperta la porta della casa, et la camera di detto Gulielmo era chiusa, che credo che lui fosse già uscito di case, per che non lo viddi più sino a hieri sera alle due hore di notte.

S.g.r. annorum 20 in circa.

 

Die eiusdem Junij, et coram DD. Capit. Iust. et Auditore

Constitutus quidam homo infrascriptæ qualitatis, ulz [11]

[38] Un’huomo di statura grande magro, con barba rossa assai lunga, capelli castani scuri, in camisa dal mezzo in su, con calzoni di mezzalana mischia stracciati, calcette di stamo nero, et ligazzi di cendal nero, qui cum iuramento.

Inquit, io mi chiamo Gulielmo Piazza, figliuolo di Domenico, et habito in Porta Ticinese nella Paroc. di S. Pietro in Caminadella, cioè al Torchio dell’Oglio, et habito insieme con mio padre.

Interrogatus dicit, ho anche un vestito di saglia nera di scollo, cioè una cappa, ed un’ongarina longa, et hò anche un capello alla polacca, et anche un ferraiolo di panno cavilino.

Ad alias dicit, alli 26 del mese di Maggio, cominciai à far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrar sù gl’infetti, condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et ad altri, et quest’ufficio lo faccio per Porta Ticinese, insieme con duoi altri Commissarij, mà prima di far il Commissario attendevo à scartezar filisello.

Ad alias ait, la forma del mio vivere, doppo che sono Commissario è questa; alla mattina levo ad un’hora, ò due di giorno, et havute le denuntie delli Antiani vado à provedere secondo il bisogno, et alla sera saranno sempre cinque, ò sei hore di notte quando vado a casa et mangio in una camera à basso, perchè, doppo che sono Commissario non prattico con li miei di casa.

Interrogatus dicit, hieri mattina levai dal letto, che erano più de nove hore, poi andai à tuor sù la nota delli amalati di Porta Ticinese cioè andai al Carobbio, da S. Lorenzo, poi a S. Michele la Chiusa, dipoi andai sù dietro al fosso trà il molino delle armi, et il Ponte di Porta Ticinese poi in Cittadella, poi in Viarenna, et poi tornai al Carobbio, dove poi commisi all’Apparitore, che andasse à pigliar li carri, et poi andai al Lazaretto.

Interrogato con che habito, uscì di casa.

[39] Respondit, havevo l’ongarina, et il feraiolo di panno cavellino, perchè pioveva, et sino à sera andai con detto feraiolo.

Interrogato con chi parlò hieri mattina.

Respondit, parlai con alcuni che vennero a chiamarmi.

Ad aliam dicit, hieri non steti nella Vedra de Cittadini se non una volta, che erano più de dodeci hore, e vi steti con li Signori Depitati della Parochia.

Interrogatus ait, Sig. sì, che detta Vedra hà uno passadizzo, che la traversa, dove vi stanno delle persone, il qual passadizzo hà delle fenestre, mà non mi raccordo, che hieri mattina vedessi alcuno à dette fenestre, et quando vi passai era tardi.

Interrogato se hieri mattina fù salutato da alcuna persona.

Respondit, io non lo sò.

Interrogato, se hieri mattina fù salutato da alcuno alla ponta della contrada della Vedra de Cittadini.

Respondit, Sig. nò,

Interrogatus dicit, Sig. sì, che sò dove è il Pasquaro di S. Lorenzo, mà non so che ivi vi habiti alcuno malossaro da legna, se non fosse uno malossaro da legna, chiamato il Spagnoletto quale non sò come habbi nome ma è piccolo.

Interrogato, se conosce un Pietro Martire Pulicello malossaro da legna.

Respondit, Sig. nò.

Interrogato, se sà, che siano stati trovati alcuni imbrattamenti nelle muraglie delle case di questa Città, particolarmente in Porta Ticinese.

Respondit, mi non lo sò, perchè non mi fermo niente in Porta Ticinese.

Dettoli, che habitando lui in Porta Ticinese come dice, et sendo Commissario di Porta Ticinese, et pratticando per Porta Ticinese, non è verisimile che non sappi se vi sij alcuna novità, particolarmente in materia di questi ontumi, sendo anche cosa, che appartiene al suo ufficio.

[40] Respondit, se mi stò sempre fuori di Porta Ticinese à far condur via morti, et amalati.

Dettoli, che ne anche questa è scusa bastante, tanto più essendo di necessità di praticare in Porta Ticinese se non fosse per altro, almeno per l’occasione d’andar raccogliendo li morti, et amalati.

Respondit, è perche vado poi via à far li fatti miei.

Dettoli, che dal processo appàre, che hieri mattina furono onte le muraglie delle case di questa Città in diversi luoghi di Porta Ticinese per la qual causa furono accesi fuochi, et abbrucciati in diverse parti dove si scoprivano tali onti; il che è cosa pubblica, non solo per Porta Ticinese mà per tutto Milano, e però dica per qual causa nega cosa tanto notoria, non admettendoli la scusa, che non prattichi per Porta Ticinese, volendo la raggione, che per il domicilio, et per l’officio vi prattichi più, che in altre parti della Città.

Respondit, non dico, che non praticassi; dico, che non l’hò saputo.

Dettoli, che hà detto liberamente di non pratticare per Porta Ticinese, e però dica perchè neghi cosa tanto chiara, et tanto notoria.

Respondit, dico, che pratticavo per Porta Ticinese, mà di questi onti non sò nè ho inteso cosa alcuna.

Ad aliam ait, li Deputati con quali andai hieri alla Vedra de Cittadini li conosco solamente di vista; ma non di nome.

Redargutus dicit, io sò bene dove stanno, et conosco il Sign. Giulio Lampugnano, che sta ancora lui nella contrada di S. Simone.

Ei dicto, che non è verisimile, che non sappi li loro nomi, e però dica per qual causa mostra di non saperlo.

Respondit, è perchè non li sò.

Dettoli, che dica la verità per qual causa nega di sapere, che siano state onte le muraglie, et di sapere come si chiamino [41] li Deputati, che altrimente, come cose inverisimili, si metterà alla corda per haver la verità di queste inverisimilitudini.

Respondit, se me la vogliono anche far attaccar al collo lo faccino, che di queste cose, che mi hanno interrogato non ne sò niente.

Et sic semper sine præiuditio conuicti, et iurium Fisco acquisitorum, et ei prius reiterato iuramcnto etc. fuit torturæ subiectus, qui dùm retineretur in ea elevatus acclamavit pluries [12]: ah per amor di Dio V. S. mi faccia lasciar giù, che dirò quello che sò.

Et, cum esset in plano depositus dixit, non sò niente V. S. mi facci dar un poco d’acqua.

Et cum persisteret, che non sa niente; fuit denuo in eculeo elevatus, et in eo per satis spatium temporis retentus, nihil emersit. Quare fuit depositus, dissolutus, et reconsignatus etc. animo etc. [13]

 

Die 25 eiusdem

Senatus Excellentiss., auditis Magnif. Præside Sanitatis, Egreg. Capit. Iustitiæ super præmissis

Censuit dictum Plateam, adhibito etiam Egr. Fisc. Torniello denuo esse torturæ subijciendum, adhibita ligatura canabis, et interpolatis vicibus arbitrio præfatorum Præsidis, et Capitanei, abraso prius dicto Gulielmo, et vestibus Curiæ induto propinata etiam potione ea purgante, [42] scilicet super aliquibus ex mendatijs, et inverisimilitudinibus resultantibus ex processu, iuxsta mentem Senatus, de qua erant edocti.

Pro cuius examinatione assistentibus dictis DD. Præside, Capitaneo Iustitiæ, et Fiscali Torniello, fuit die prædicta 25 iterum examinatus prædictus Platea, qui suo juramento

Ad interrogationes ait [14], Signor sì, che Venere mattina alli 21 del presente, li Antiani, che sono sotto la mia cura mi portorno delle denuntie, et de vivi, et de morti, à segno tale, che ne feci portar via quindeci de morti, et duoi carra de vivi, et le denontie me le portorno circa le trè hore di giorno, cioè alle undeci hore.

Interrogatus, se prima d’haver dette denuntie era uscito di casa.

Respondit, alle nove hore partei à visitare li sequestrati, [43] delle quali visite ne feci parecchie; ma non so il numero preciso, nè li nomi.

Ad alias ait, cominciai le dette visite alle colonne di S. Lorenzo, poi à S. Michele la chiusa, poi à S. Pietro in campo Lodegiano, poi venni dietro il fosso, poi andai in Cittadella, poi in Viarenna, poi al Lazaretto, et sempre andai con l’apparitore.

Interrogato, se sotto la sua cura vi sono altri sequestrati.

Respondit, ve ne sono nella contrada di S. Simone, nella contrada del Gambaro, et al Carobio.

Interrogato, che dica liberamente, che feraiolo portò detto giorno.

Respondit, un feraiolo di panno cavelino, perchè pioveva, ma quando non piove, porto quello di saglia nera.

Interrogatus dicit, detto giorno di Venerdi havevo il feraiolo di panno cavellino, un ongarino di saglia nera, et il resto era quello, che mi trovo indosso.

Interrogato, che dica liberamente la verità se detto giorno di Venerdì alla mattina portò il feraiolo di saglia.

Respondit, Sig. no, portai quello di panno sino alla sera.

Ei dicto, che pure si legge in processo, che alla mattina portò il feraiolo di saglia nera, et che si mutò di feraiolo, et portò quello cavellino.

Respondit, dico, che non lo portai quello di saglia.

Ad alias ait, Sig. sì, che l’ufficio mio vuole, che io porti sempre meco un libro, ò altra cosa da scriverli sopra.

Interrogato, se quella mattina di Venerdì, haveva seco, il libro.

Respondit, non lo sò dire à V. S. non mi raccordo.

Interrogato, se l’attioni, che fece quella mattina ricercorno scrittura.

Respondit, Signor sì.

Interrogato, per qual causa donque hà detto, che non si raccorda d’haver havuto seco il libro.

Respondit, è perche ne feci la memoria con uno [44] quinternetto di creta, che porto, et poi il doppo disnare li reportai in quinternetto.

Dettoli, perche causa portando seco il quinternetto non li scrive sopra d’esso, et non sopra quello di creta.

Respondit, perche non ho tempo.

Dettoli, perchè fà doppia fatica.

Respondit, perchè bisogna farne una per il Lazaretto, et l’altra per lui, mà quella del Lazaretto, et quella del libro le faccio con commodità.

Ad aliam ait, io non ho occasione di far visite nella Vedra de Cittadini, perche non vi è altro, che una casa serrata dalli deputati della quale non ne ho preso nota.

Dettoli, per qual causa non hà tenuto nota di detto sequestro, havendo obligatione per l’ufficio suo di tenerla.

Respondit, è perche io non lo sapevo ne anche, et quelli Signori mi menorono là per far menar via un’infetto, et trè al Lazaretto.

Interrogato, se di detti infetti hebbe alcuna denontia.

Respondit, l’havrà havuta l’altro Commissario et poi saranno venuti da me à farli menar via, come occorre molte volte.

Dettoli, perche causa fà questo non potendo per l’obligatione dell’ufficio menar via ne infetti; ne morti se non hà prima il giudicio.

Respondit, gl’Antiani dicono haverlo datto al mio compagno, mox dixit, trovo poi il mio compagno.

Dettoli, che se non risolverà di dire la verità perchè habbi fatto tante inverisimilitudini, sopra delle quali è statto di già tormentato, se bene legiermente, si verrà contro di lui à più rigorosi tormenti adoperando ancora la ligatura del canepo per haver la verità, il che si farà sempre senza pregiudicio di quello è convitto, et confesso et non altrimente.

Respondit,  che posso dire se non che m’apiccano adesso adesso.

[45] Tunc, temper sine prœiuditio ut supra, fuit ductus ad locum tormentorum prius abraso, et vestimentis curiæ induto, et ibi ei prius reiterato iuramento veritatis dicendæ fuit tormento canabi subiectus iuxta mentem Senatus, et etiam in eculeo elevatus, ac per satis spatium temporis retentus, semper negavit aliud scire, et propterea fuit dissolutus, et reconsignatus etc. animo etc.

 

Verum die 26 Iunij et coram Egr. D. Auditore fuit iterum dictus Platea introductus, ut ei prius delato iuramento veritatis dicendæ fuit ei dictum, per dictum D. Auditorem [15],

Che dica conforme à quello, che estraiudicialmente confessò a me alla presenza anco del Notaro Balbiano, se sa, chi è il fabbricatore delli unguenti con quali tante volte si sono trovate ontate le porte, et mura delle case, et cadenazzi di questa Città.

Respondit, a me l’hà datto lui l’unguento il Barbiere.

Dettoli, che nomini detto Barbiere.

Respondit, creddo habbi nome Gio. Giacomo, mà non sò la parentella, ma habita sù la pônta della Vedra de Cittadini, che non ne ve sono d’altri.

[46] Interrogato, se da detto Barbiero, ne hà avuto ò poco ò assai di detto unguento.

Respondit, me nè hà datto tanta quantità come potrebbe capire questo caramale, ostendens atramentariun parvum Notarji quarum untiarum trium in circa [16], et è giallo, duro come l’oglio gelato di unguento.

Ad aliam ait, Signor sì, che detto Barbiere è mio amico di bondì, et bon’anno.

Interrogato, con qual occasione detto Barbiere li diede detto onto.

Respondit, passai di là, e mi chiamò, e mi disse: hò poi da darvi un non so che, et dimandandoli io che cosa era, mi disse, che era non so che onto, et io dissi, Si ti verrò poi à tuorlo, et così da li à doi ò trè dì me lo diede nel passando, et quando disse di darmelo ero per contro alla sua bottega, et lui era con trè, o quattro persone, quali adesso non hò à memoria chi si fossero, mà m’informarò da Matteo fruttarolo, che vende gambari al Carobbio, che all’hora era con me che saprà dire chi erano, et quando disse, che haveva tal onto da darmi fù di sei, ò otto giorni prima della mia detentione, et era passata l’Ave Maria della sira, che poteva essere mez’hora, ò un’hora di notte, et due giorni prima, ch’io ontassi là nella contrada della Vedra de Cittadini, come già V. S. hà visto, ricevei l’onto da detto Barbiere, quale me lo diede mentre passai dalla sua bottegha la mattina avanti il disnare, in uno vasetto di vetro rotondo.

Interrogato, che cosa li disse quando li consignò detto vasetto di onto.

Respondit, mi disse, pigliate questo vasetto, et ungete le muraglie qui adietro, et poi venete da me che have[47]rete una man de danari, et io li dimandai, chi mi havrebbe datto tali danari, et esso rispose ve li darò io. Così pigliai il vasetto, et lo misi in essecutione il Venerdì mattina seguente.

Interrogato, se detto Barbiere li disse per che causa facesse ongere.

Respondit, non mi disse niente: m’immagino bene, che detto onto fosse velenoso, e potesse nuocere alli corpi humani, poichè la mattina seguente mi diede un’acqua da bevere, dicendomi, che mi sarei preservato dal veleno di tal onto, come in effetto io la bevei, qual acqua poteva essere un’onza, et mezza, ò due in circa, et non era ne bianca ne torbida; et mi pareva lambicata, e me la diede sù l’uschio della sua bottega, che risponde al Carobbio alla mattina circa le otto hore, et là proprio la bevei subito, et era in una ampolina di vetro, Subdens, ex se [17], se lui ne fa incetta di quelle cose.

Interrogatus dicit, quando detto Barbiere mi diede detta acqua, mi disse che la bevessi perche haveva virtù tale, che mi havria preservato dal veleno di quell’onto, et dalla peste.

Ad aliam ait, non ho avuto altr’onto, che quello hò detto, ne hò onto in altri luoghi, che là, dove lo dispensai tutto, che fu Venerdì mattina, come ho detto.

Interrogatus dicit, il vasetto nel quale era detto onto lo buttai via là nella Vedra de Cittadini sotto il portico, che traversa la strada contro il muro della parte dell’hostaria, et si ruppe in cento fangaglie.

Ad alias ait, vedendo l’effetto credo che detto Barbiere facesse detti onti, et acque à mal fine, che poi li fabrichi di suo capricio, overo à persuasione d’altri, io non lo sò, come anche non sò, ch’altri ne fabricano, ne che [48] altri n’abbino havuto da detto Barbiere, et se lo sapessi l’havrei già detto, mà è ben sicuro che si come ne ha datto à me, ne habbi datto ad altri ancora, cioè me l’immagino vedendo la quantità delli onti sparsi per la  Città, perchè havendo io ontata la Vedra de Cittadini, et pure essendo ontata la Città in tanti luoghi, et tante volte, bisogna per necessità, che da altri sij stata ontata.

Interrogato, che dica li luoghi precisi, dove lui ontò.

Respondit, cominciai ad ongere poco lungi dall’uschio della bottega di detto Barbiero, che guarda sù la detta Vedra de Cittadini andando già per la Vedra verso il ponte de Favrici, et poi ungei fino vicino alla porta dell’hostaria vicino al luogo dove Saracco tiene li cavalli da vittura, et poi tornai indietro sotto detto portico ongendo, et poi sotto il medemo portico buttai il vasetto, come hò detto.

Interrogato, se detto Barbiere assignò à lui constituto luogo preciso da ongere.

Respondit, mi disse, che ungessi lì nella Vedra de Cittadini, et che cominciassi dal suo uschio, come feci così circa le otto hore.

Interrogato, se quella mattina che ungè come ha detto incontrò alcuna persona che lo saludasse.

Respondit, fui incontrato, et salutato da uno malossaro da legna, che sta su ’l pasquaro di S. Lorenzo, et questo non l’hò mai potuto dire se non adesso,

Interrogato, perchè non l’ha potuto dire altra volta.

Respondit, io non lo sò, ne sò à chi attribuire la causa se non à quell’acqua, che mi diede da bere, perche V. S. vedda bene, per quanti tormenti m’hanno datto non ho potuto dir niente.

Ad alias ait, Signor nò, che non hò mai havuto dal detto Barbiere li danari, che mi hà promesso, ne mai glie l’hò ricercati, perche non ho havuto tempo, s’andò che l’effetto seguì il Venerdì, et il Sabbato fui preso.

Dettoli, perche causa non ha detto questa verità prima d’adesso.

[49] Respondit, io non l’hò detta, perche non ho potuto, et se io fossi stato cent’anni sopra la corda non havrei mai potuto dir cosa alcuna, perche non potevo parlare, et quando mi veniva dimandato alcuna cosa circa questo particolare, mi fugiva dal cuore, che non potevo respondere.

Et fuit riconsignatus, etc. etc.

Incontinenti præf. D. Auditor accessit ad apothecam suprascripti Barbitonsoris Io. Iacobi, sitam semper angulo vici Cittadinorum, illaque simul cum eius filio in dicta apotheca reperto ambos detineri iussit; qui tonsor dixit [18], sò, che è venuta per quell’onto; V. S. lo vedda là, et aponto quel vasetino l’havevo apparecchiato per dar al Commissario mà non è venuto: io non hò gratia di Dio fallato, V. S. vedda per tutto, io non hò fallato, può sparagnare di farmi tener ligato.

Postea facta diligentia in dicta domo, et primo in dicta apotheca reperta fuere inter alia [19].

Un scrittorio di noce con doi anti [20], et duoi cassetini, in uno de quali si è trovata una pignatta di terra con dentro unguento per medicar la rogna, come egli dice.

Stracci, et papelli [21] imbrattati d’alcune polvere.

Una scatola di tolla [22] con dentro sei sorte d’unguento.

[50] Un papello con alume di rocco abbrucciato.

Un vaso grande di vetro tondo, alto quatro deta, coperto di carta nel quale vi era unguento di color barettino, qual dice haver fabricato, per preservar gl’huomini dal contaggio, et dice esserli stata datta la ricetta da un Prete chiamato Antonio Bonsignore suo amico.

Un’altro vasetto piccolo con dentro dell’istesso unguento, che di sopra hà detto.

Un ampolla de oglio de Scorpioni.

Un vaso di terra, con dentro robba gialla et bianca che dice esser grasso de mulo rosso.

Uno vasetino di vetro quadrato alto circa due dita con dentro, per quanto disse, oro potabile.

Un vasetto di terra rotondo con dentro oglio di noce puro come disse.

Un’ampolla con aceto, che dice haver morto argento vivo per prepararlo.

Uno vasettino di vetro quadro con residuo di oglio di zolfo

Una scatola di legno con dentro unguento disse per la tegna.

Uno sciattino di vetro con dentro oglio di lucerte, come dice il bolettino, che vi è sopra.

Un’altro simile con dentro oglio di sambuco

Un’altro, quadretino con dentro oglio philosoforum.

Una carta con dentro balette; fatte per li cauterij, come lui hà detto, con il levate, et cantarides.

Una carta con dentro unguento giallo, et verde.

Un’altro papèro piccolo con dentro polvere rossa.

Et dixit, hò a piacere, che li traditori sieno castigati.

Un vaso con eletuario, con boletino, che dice contra pestem, fatto a dì 21 giugno, et è circa quattro deta.

Un libretto di recette,

Un vasetto alto doi diti pieno di mitridate.

Due pignatte, una delle quali hà dentro argento vivo

Un’altro vaso pieno d’ellettuario contra pestem, per quanto lui dice.

[51] Un baslotto con dentro cinque parpagliole.

Una ricetta consignatali in mano da detto Signor Auditore, et lui l’hà stracciata in più pezzi, mà poi raccolta et conservata, et lui ha detto non haverla stracciata per malitia.

Trè lettere scritte, che non contengono cosa ad rem, et libretti, et altre scritture che si sono portate via, et uno scattolino con dentro bottoni d’oro.

In una stanza annessi alla bottega.

Un piatto di maiolica con dentro mele di Spagna.

Dicens ex se, se per sorte mi sono venuti in casa, perche io habbi fatto quest’elettuario, et che non s’habbi potuto fare, io non sò che farli, l’ho fatto à fine di bene, et per salute de poveri, come si trovarà, perche ne hà datto via per l’amor de Dio, et un vaso l’ho fatto io, et l’altro l’hà fatto il Sig. Gerolamo Speciaro alla Balla.

Un amolone con dentro un bocale di oglio philosophorum, un con dentro circa due bocali di oro potabile, disse dattoli da Davit Parin.

Un fiasco con dentro acqua di ruta capraria.

In un’altro camerino attaccato alla detta bottegha.

Et cum ibi inventa fuissent duo vasa stercore humano, plena, et Guerinus satelles dixisset [23], che di sopra vi è il condotto, ipse Mora respondit, io dormo qui da basso, et non vado di sopra.

In uno cortino.

Un fornello con dentro murata una caldara di rame nella quale si è trovato dell’acqua torbida, in fondo della quale si è trovata una materia viscosa gialla, et bianca, la quale gettata al muro si è attaccata.

Dixit ipse tonsor, è smoglio [24].

[52] Ivi vicino, una panara piena di fiore di calcina.

Dixit tonsor, io l’haveva comprata per far accomodar la casa.

Due cadreghe da camera piene di sterco humano.

Sopra la detta caldara un basloto grande con dentro acqua, et cenere.

In cantina

Uno parolo [25] mezzo d’acqua della sorte di quella della caldara, con infondo un’istessa materia.

Un parolo con dentro, lisciva, et cenere.

Dixit ipse tonsor non hò fallato, mà se havessi fallato dimando misericordia.

Et sic fuit recessum.

Dieque 26 Iunij in officio, et coram Egr. Capitaneo Iustitiæ, Auditore, et Fiscali Torniello.

Fuit dictus tonsor examinatus, qui suo iuramento

Dixit [26], Io mi chiamo Gio. Giacomo Mora, et mio Padre si chiamava Cesare, et sono nato nella casa dove sono stato tolto.

Ad alias ait, Signor si, che prima di partire da casa mia alla mia presenza hanno descritto ogni cosa.

Et ei lecto inventario dixit. Signor sì, che quest’è l’inventario delle robbe trovate in casa mia.

Interrogato, in che modo et à che fine si trova haver fatto quel smoglio ritrovato in corte nella caldara, et quello che si è trovato nel parolo, qual era in cantina.

Respondit, sono state, le donne, che ne dimandano conto à loro: sapevo io, che quel smoglio vi fosse, come sapevo d’esser hoggi condotto prigione.

[53] Ad alias ait, ne conosco trè Commissarij in Porta Ticinese, doi di vista, et uno, che dicono esser stato posto prigione sin Sabbato, il cui nome adesso non mi soviene, mà è figlio d’uno coriere, et lo conosco perche passa del continuo avanti la mia bottega, et l’istessa mattina, che fù preso, io li dovevo dar un vasetto di vetro pieno d’onto, per ongersi li polsi per preservarsi dal mal contagioso, mà fù posto prigione, et il vasetto è ancora là in bottega et descritto nell’inventario lettomi.

Interrogato, in che modo detto Commissario ricercò a lui il detto preservativo.

 Respondit, m’incontrò sopra il Carobio, et mi disse, sò, che havette fatto dell’oglio, ne voglio un vasetto, il che fù di trè giorni prima della sua detentione.

Interrogato, narrat ingredentia ad dictum oleum conficiendi.

Ad alias ait, tutto il mondo dice che detto Commissario è stato posto prigione per haver ontato il muro, et le case, intorno alla mia bottega, come ancora quella mattina, che furono onte le mura delta Vedra de Cittadini, trovai onta la mia bottega in quattro luoghi, sopra il muro, et sopra le ante della bottega, di una cosa tirante al giallo, più che ad altro colore, e stetti per piccarlo via, mà poi volsi, che vi stasse finche la giustitia lo visitasse, come venne là il signor Capitano di Giustitia, et visitò per tutto, salvo la mia bottega, se bene io era in essa lavorando, et havrei procurato di farla visitare, mà il Signor Castione, et il Sig. Tradate mi dissero, che lasciassi la cura à loro.

Interrogato, se con detto Commissario hà mai trattato d’altro, che di darli il vaso.

Respondit, Signor nò mai mai, eccetto che un anno fa fù à casa mia ad impremudar un serviciale [27].

[54] Interrogatus dixit, nella mia bottegha circa al particolare della Sanità non hò mai fatto altro, che un’elletuario per preservarsi della peste:

Et fuit reconsignatus, etc. animo etc.

 

Successive

Examinatus Filius Præfati Moræ una cum eo ad carceres ductus, qui suo iuramento

Inquit [28], io mi chiamo Paolo Gerolamo Mora.

Ad alias ait, Signor sì, che hoggi la giustizia hà fatto diligenza in casa mia, è vero, che nella nostra corte vi è uno fornello fatto alla foggia di quelli delli tintori per lavar li panni, e può essere circa un mese, che non si è adoperato perchè si fece bugata.

Interrogato, se nella caldara del fornello resta poi lisciva.

Respondit, Signor nò.

Ad alias ait, Gulielmo Piazza lo conosco così di vista, et si tratta che habbi onto le porte, et le muraglie della Vedra de Cittadini, et quell’istessa mattina fù con l’istèsso onto imbratata ancora la nostra bottega di un’onto tirante al giallo, come io viddi, et sentei, che una donna di quelle che stanno sopra il portico che traversa la detta Vedra, quale non sò come habbi nome, disse che detto Commissario ongeva con una penna havendo un vasetto in mano, mà io non lo credevo, perche detto Commissario andava in mezzo la strada, et quando parlava con qualch’uno li parlava di lontano.

Interrogatus dicit, Signor si, che nella detta nostra casa vi è un condotto, et à basso vi è una segietta.

Ad alias dicit, l’hò visto detto Commissario per mezzo alla mia bottegha palare con delle persane; mà non mi [55] raccordo con chi, et saranno quindeci giorni, ò tre settimane che non l’hò visto; mi raccordo ancora, che quella mattina, che furono onte le muraglie, un’hora doppo in circa viddi detto Commissario passare dalla nostra bottega, che potevano essere circa le nove hore.

Et fuit reconsignatus animo etc.

 

incontinentique

Examinata Clara Brippia dicti Moræ uxore, cum iuramento.

Inquit [29], non lo conosco Gulielmo Piazza.

Ad alias ait, sono forsi dieci, o dodeci giorni, che non hò fatto bugata, et per farla adopero della cenere, del sapone, quella caldara che è la in corte, et il secchione.

Interrogata dicit, Signor sì, che soglio governare [30] della liscia, e smoglio delle bugate per far delli strentori se occorre, come ne hò governato un poco in uno parolo, che è là in cantina, et un poco nella detta cantina, la quale lisciva, stando lì si purga, et il sapone cala giú et fa fondo brutto, et detto fondo resta bianco, et del smoglio avanzato dalle bugate si adopera per far delli strentori alle mani.

Et fuit licentiata etc.

 

Comparuit successive Sebastianus Testa Custos Carcerum, etc.

Dixit [31], Hò ordinato al Bulone Fante, che si trova prigione con il Piazza, che fatta diligenza con esso per saper la verità del negotio, per qual è preso per servitio publico. Gioanni Bulone, che si trova prigione con il Piazza mi dice, [56] che detto Piazza li hà confessato, come vi sono duoi barbieri per porta, che ongiono.

Et sic statim introductus prædictus Ioannes Bobes, dictus il Bulone cum iuramento

Inquit [32], sono nella prigione di S. Giovanni, nella quale siamo dodeci, et l’ultimo condotto è quello della Sanità, à cui fù data la corda hieri, et per far appiacere à Sebastiano, e cavarli di bocca qualche cosa, e dubitando non si fidasse di me per esser fante, hò datto il carico à Melchion pregione, che li hà cavato di bocca, che vi era uno Barbiero dentro in questo, et che vi era più d’uno barbiere per porta, che ongeva, et anche di presente li è dietro à farlo parlare, il Piazza discorrendo de gli unti con Melchione Torello, che ancora lui è prigione, ha detto, che credeva, che fossero doi barbieri per porta, che ongevano.

S. g. r. annorum 23. in circa.

Melchion autem Taurellus successive examinatus cum iuramento

Dicit [33], Sebastiano disse al Bulone et il Bulone disse à me di veder di cavare qualche cosa dal detto Commissario, così cavai da lui hieri sera: il Piazza mi disse, che Venerdì da sera haveva havuto da uno barbiero, che stà alla ponta della Vedra de Cittadini, uno vasetto di materia da ungere le porte, et li muri, et che la mattina seguente haveva havuto il preservativo da bevere dall’istesso barbiere, et che haveva promesso darli una buona mano de danari, et che lui haveva onto dove li haveva detto il barbiero, ma che detto unto non haveva fatto effetto, [57] perche sendo stato visto da una vecchia, li diedero subito il fuoco, et mi hà detto d più, che bisogna, che siano più de duoi barbieri per porta, che faccino l’istesso.

S. g. r. annorum 35, in circa.

 

Io. Andreas Ciprandus, quon. Francisci Par. Sancti Laurentij Maioris testis in processu nominatus, cum iuramento

Dicit [34], hò inteso, che Guglielmo Piazza è un giotto, et di mala vita, et che ha onto per la Città, et l’hò sentito dir da molti.

S. g. r. annorum 66. in circa.

 

Successive etiam

Examinatus Franciscus Hieronimus Iustus pariter nominatus quon. Joannis eiusdem P. S. Laurentij cum iuramento

Dicit [35], hò sentito dir da molti, che Gulielmo Piazza, è pregione per haver onte le muraglie della Città, et in particolare in Porta Ticinese et ancora in mia vicinanza, et communemente non è tenuto in buona considerazione.

S. g. r. annorum 46. in circa.

 

Die 27. Iunij.

Ex offitio examinata Margarita de Arpizarellis qu. Silvestri P. S. Nazarij lavandaria, cum iuramento

Inquit, quando il smoglio è stato lì per otto, ò dieci giorni, fa un poco di residenza in fondo per il sapone, che [58] è in esso, et quando è più stentivo, fa di sopravia una teletta; del resto riesce chiaro.

Et mostratoli il smoglio posto nella caldara trovata in corte, rugò in esso smoglio diligentemente con uno bastone, postea dixit, questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfantarie, perche il smoglio puro non hà tanto fondo; nè di questo colore, perche lo fà bianco bianco, et non è tachente come questo, il quale hà brutto colore, et è tachente [36], et stà à fondo, et pare cosa grassa, ma quello del vero smoglio in movendosi il vaso, in che si trova, si smove tutto il detto fondo: che materia sij poi questa, io non lo sò.

Dixit etiam, hò anche visitato il smoglio, che è in cantina in quello parolo, et dico esservi qualche alteratione, mà non in tanta quantità come in quello della caldara, perche anche di questo ne hò cavato un poco di quella residenza, et si è attaccato al muro come vischio, il qual effetto non lo fa la residenza dell’altro smoglio. Ho poi anche visto uno parolo di liscìa, ma in quella non vi hò conosciuto alteratione alcuna.

Dixit insuper, sà V. S. che con il smoglio guasto si fanno delli più eccellenti veleni, che si possono imaginare.

S. g. r. annorum 40. in circa.

 

Dicta etiam die.

Examinata ex officio Iacobina de Andeionis, quon. Dominici P. S. Calimeri, s. g. r. annorum 50. in circa, pariter lavandaria, in substantiam concordat cum dicta Margarita de Arpizarellis. Dicit tamen [37], et nel ba[59]slotto, nel quale è quella liscìa mi pare, che vi sij qualche alteratione.

Et addit [38], quanto più si ruga in detto smoglio si vede, che viene più negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grande porcherie, et tossici.

 

Dicta etiam die.

Ex Officio, coram D. Auditore examinatus Phisicus Archileus Carcanus ætatis annorum 31. in circa suo iuramento

Dicit [39], d’ordine di V. S. Sig. Auditore io hò visto, et molto bene considerata la robba, che è in quella caldara, posta nella corte del Barbiero Gio. Giacomo Mora, havendola con un legno fatta sollevare dal fondo, et hò visto esser di color brutto, e di materia viscosa, et hà della qualità della colla di garnuzzo, ma precisamente io non saprei dire, che cosa fosse, solo, che è viscosa, ontuosa, et di cattivo odore, del resto io non hò mai osservato, che cosa faci il smoglio, dico bene, che per rispetto dell’ontuosità, che si vede in detta acqua, può essere causata da qualche panno ontuoso lavato, come mantidi, tovaglie, et simili, ma perchè in fondo di quell’acqua vi hò visto, et osservato la qualità della residenza, che vi è, et la quantità in rispetto alla poca acqua, dico, et concludo al mio giuditio non poter essere in alcun modo smoglio.

Hò di più visitato li vasi, et unguenti, et acque, trovatoli in casa, et dico, che questa non è mia professione.

Interrogato, se sà, che materia possi haver causata quella residenza

Respondit, io non lo sò, ma già hò detto, che pare come colla di carnuccio.

[60] Interrogato, che giuditio fa de vasi, et unguenti, et acque à lui mostrate

Respondit, questa non è mia professione, però per rispetto di quel vaso d’elettuario, iò l’hò, per elettuario reale, et del resto come dell’oro potabile, e dell’0glio filosoforum mi pare cosa strana l’avere in tanta quantità, però di questo bisognerà parlarne con li distilatori.

 

Examinatusque successive coram ut supra ex Offitio Phisicus Io. Battista Vertua,  P. S. Laurentij, ætatis annorum 63. et S. g. r. suo iuramento

Inquit, la robba, che è in quella caldara doppo haverla vista, et considerata molto bene non posso venir in altro parere, che sia smoglio, perchè non vi hà quella qualità di sapone, et anche perche quella residenza, che ha in fondo non mi pare residenza naturale di smoglio, perche quella materia è viscosa, et ontuosa, che perciò io giudico che sij cosa fabricata, ma che cosa possi essere, ò à che cosa possi servire, io non lo sò, se non fosse per comporre qualche grassume.

 

Examinatusque pariter ex Officio, ed incontinenti coram ut sopra Victor a Basilicapetri Chirurghus, quondam Francisci P. S. Nazarij suo iuramento.

Ait, hò visto la robba, che è in quella caldaia, che è nella carte del Mora, et quanto à me non li tengo per smoglio, ma più tosto per acqua composta, et bollita, et quella materia, che è sul fondo, la stimo parimente per composta, per haver dell’ontuoso et viscoso, perche il smoglio non fa in fondo à quella maniera, perche si vede, che levando di quella materia, che è in quella caldara: fila à fogia di colla di carniccio; a che cosa poi servire, io non lo posso giudicare, ma bisogna, che sij da componere con  qualche altra materia.

 

Die 27. eiusdem et

Coram DD. Præside, Capitano Iust. Auditore, et Fiscali Torniello.

[61] Iterum examinatus præf. Gulielmus Platea suo iuramento

Dicit, Signor sì, che quanto deposi hieri nanti il Signor Auditore, è vero, et quando il Barbiero mi diede il vasetto dell’onto, uscì dall’uschio di dietro, et me lo diede.

Interrogatus dicit, io non hò altro, che dire, et non hò mai trattato con detto barbiero, se non come hò detto, et mi promise una buona mano de danari, ma non hò ancora havuto niente.

Dettoli, che non è verisimile, che trà lui, et detto Barbiere sij passato più di quello hà detto, trattandosi di negotio grave, quale non si commette à persone se non di grande confidenza, et perciò se non se si resolverà di dire interamente la verità come ha promesso, se li fa protesta, che non se li servirà l’impunità promessa, ogni volta che si trova diminuta la sodetta sua confessione, et non intiera di tutto quello è passato trà lui, et il detto Barbiero, et per il contrario dicendo; la verità puntualmente se li servarà l’impunità promessa.

Respondit, dirò a V. S. Doi dì inanti, che mi dasse l’onto era detto Barbiero sul corso di Porta Ticinese con trè d’altri, et vedendomi passare, mi disse, Commissario, hò un’onto da darvi. Io li dissi, volete darmelo adesso? lui mi disse di nò, et quando poi me lo diede, mi disse, che era onto da ungere le muraglie per far morir la gente, ma io non li dimandai se l’haveva provato.

Interrogato, che dica, che cosa tra quella, che l’impediva, perche quando fu tormentato non potesse parlare, siccome nell’altro suo essame hà deposto.

Respondit, bisogna che fosse quell’acqua, che mi diedero da bere, quale mi dissero, che era preservativo, nè mi disse altro.

Ad alias ait, Signor sì, che tutto quello, che hò deposto contro detto Barbiere è la verità, et come tale glie lo mantenirò in farcia.

[62] Et tunc, ut purgaret infamiam, et faceret inditium contra nominatum tonsorem fuit servatis servandis torturæ subiectus, et dum in eculeo retineretur dicit [40], tutto quello che hò deposto contro il Barbiero è vero, e però non l’hò aggravato indebitamente, et se non dissi a principio quello, che hò detto doppo, è stato per l’impedimento dell’acqua, che avevo bevuta come hò detto, e V. S. mi lasci un poco pensare sino à dimani, perche andrò raccordandomi se havrò da dir altro tanto contro di lui quanto contro d’altri.

Dicens, pratticava famigliarmente con lui il Baruello genero del Bertone, qual Baruello è stato retirato un pezzo sù la piazza del Castello; stà sù la spada, sul fare delle indignità, et è un grande bestemiatore; et pratticano anche con lui li Foresari padre, et figliuolo, gente forfanta che anche sono stati nella S. Inquisitione.

Et sic fuit depositus, dissolutus, ac reconsignatus a[nim]o...

 

Ex processu consignato, et fabricato per Cancellarium Taliabovem, legitur: examinatus.

Die prædicta Dominicus De Furijs denuntiavit [41], che un mese fa trovò dietro al bastione certi figliuoli, quali pigliavano delle lucerte, et che poi le vendevano al detto Mora per una parpagliola l’una, ò sia per un soldo l’una; et pueros ipsos nominavit, qui incontinenti fuerunt detenuti, scilicet Franciscus Gallus, Carolus de Martigno[63]nis, Franciscus Bareta, et Carolus Taurellus, et examinati concludunt omnes [42], che era vero, che un mese fa in circa andavano al bastione a pigliar delle lucerte, et che le portavano al detto Barbiere, quale glie le pagava un soldo l’una, et che le pigliavano à sua instanza di detto Barbiere.

Verùm Taurellus dicit, che li comandò che andassino al bastione à pigliarli 25. lucerte, et che non fossero di minor numero, le andorono à pigliare, e le portorono à detto Barbiero, che glie le pagò un soldo l’una, et li diede soldi sedeci in tutto: et Gallus addit, che la moglie di detto Barbiere li disse, credere li volesse dar da mangiare à Francesco Saracco suo vicino amalato, Carolus Martignonus addit, che non sono andati altre volte à pigliar dette lucerte.

Nec aliud in substantiam deponunt.

 

Cum die 27. Iunij 1630. fuisset Egr. Prætori denuntiatum, che Gerolamo Migliavacca detto il Foresaro in conto d’ongere, et che haveva avuto a dire, che voleva far morire delle altre donne.

 

Super quo examinata

Lucia Maineria quon. Hieronymi Par. S Laurentij Majoris, cum  iuramento

Dicit, andando io à pigliar segni della misericordia, et passando dalla bottegha del Speciaro Vilano, posta a Cambio, sentei che Gerolamo Foresaro disse con un’altro, che era con lui, quale non conosco simili parole, Non sono ne anche morte queste bozirone? bisogna anche farne morire delle altre, et ciò detto andò verso S. Lorenzo et io andai per li fatti miei, il che seguì circa le 18 hore.

S. g. r. annorum 21. in circa.

 

[64] Et sic fuit dictus Hieronymus Miliavacca detentus

 

Successive

comparuit Arcangelus Leva quon. Ioannis P. S. NicoIai, et

Dixit, trovandomi poco fa alla ferrata della Communa nuova, nella quale vi è detenuto Gaspare Miliavacca, figliuolo di Gerolamo Foresaro, hò sentito, che detto Gaspare hà detto à sua moglie, qual era alla ferrata, Se tu sarai dmandata, dì la verità, perchè io non vi sono dentro in queste cose, et lei li hà risposto, è la verità, che io ti hò visto portar a casa un non sò che, credo habbi detta un vaso con non sò che oglio, ma che non li volse, dire, che cosa vi fosse dentro

S. g. r. annorum 60. in circa.

 

Fuit pariter facta diligentia in domo dicti Hieronymi Miliavacæ, quæ dum fieret, illius uxor nescio quid inter eius coxias abscondidit [43].

 

Dicta die.

Examinata Brigida Glussiana uxor præfatis Gasparis Miliavacæ sua iuramento

Inquit, trovandomi alla ferrata a parlar con mio marito, li hò raccontato, che facendosi la diligenza in casa di suo padre, sua madregna haveva nascosto in mezzo le gambe un vasetto, cioè una canevetina di vedro longa circa un deto, con dentro non sò che oglio, et che havendoli il Sig. Podestà dimandato, che oglio era, lei li rispose, che era oglio, che li haveva portato à casa, suo marito per medicare una fogatione, che aveva nella natura, et che sendomi io poi doluta con lui di questa cosa, la mi disse, che era oglio, che adoperava suo marito con Steffano Baruello, et perche io raccontavo queste cose bassamente detto [65] mio marito mi commandò, che parlassi forte, perche ogni uno sentesse, et così lo raccontai forte.

Ad aliam ait, ponno essere sei settimane che li ne viddi un’altra canevetta con dentro acque di cedro, per quanto lei disse, et disse, che glie l’haveva data il Baruello, perche trà loro passava grande famigliarità.

Dicens, hò anche inteso, che hanno preso un cognato di detto Baruello per causa de questi onti, et lui andava quasi del continuo di compagnia delli sodetti mio suocero, et Baruello, come si vedeva publicamente.

S: g. r. salvo ut supra, non tamen etc. annorum 26. in circa.

 

Die 28. eiusdem mensis Iulij.

Examinata Margarita De Albertinis uxor præf Hieronymi Miliavacæ, cum iuramento

Dicit, sarà un’anno, che sono maritata con Gerolamo Migliavacca detto il Foresaro, et sono gravida, et habitamo con Gaspare figliuolo di detto mio marito nella stanza del Giussano, posta per contro le colonne di S. Lorenzo.

Ad alias ait, mio marito non prattica con altri, che con Gio. Steffano Baruello, perchè bisogna, che lui attendi alla bottega, et vedo che vanno insieme all’hosteria delli sei ladri, che amicitia poi passi tra di loro, io non lo sò.

Interrogata dicit, dirò a V. S. l’altro hieri da sera circa mezz’ora di notte, sendo in casa, mi fù detto, che havevano fatto prigione mio marito, si che subito corsi alla bottegha a dar ordine alli forbici, poi tornai a casa et trovai V. S. Signor Podestà, quale mi fece guardare per tutte le casse, ed havendo inteso, che si faceva diligenza per coloro che ongevano le porte, mi raccordai, che havevo in una cassa una canevetina di vedro con dentro un non sò che, che mi portò à casa mio marito per medicarmi li porri rizzi, che lui m’haveva taccato, dissi frà me, ò poveretta mi se mi trovassero mai tal cosa, et che si sospettassero di qualche male, et così presto presi tal canevetta e me la na[66]scosi fra le gambe, ma presto li fanti me la levarono, et così V. S. mi fece condur prigione.

Dicens, detta canevetina con dentro detta robba, mia marito me la portò a casa poco doppo Pasqua, et de quindeci giorni in circa doppo, che mi fù dato fuori il male, e così m’andavo medicando.

 

Dicta die.

D. Prætor curavit dictam mulierem per peritos in partibus pudendis visitari, prout fuit visitata, et relatum [44], che quel male, che haveva nella natura era mal francese, ma per rispetto dell’acqua, che era nella detta canevetina dissero detti periti, che non sapevano, che giudicio fare, ma che si remettevano à chi l’haverà composta.

 

Note

_______________________________

 

[1] Instruendosi processo contro alcuni rei di unzioni pestifere fatte in questa città, emersero alcuni indizii contro Don Giovanni Gaetano Padillia, cavaliere di S. Giacomo, e capitano della cavalleria in questo stato di Milano, il quale per ciò fu arrestato, e per comando del Senato costituito reo d'aver con danaro dato incombenza a Giovanni Stefano Baruello di fare e spargere lui unguento pestifero, per isterminio del popolo. Egli fece le sue difese, delle quali or si tratta la definitiva.

Trattasi pure di Carlo Vedano detto il Tegnone, egualmente arrestato e costituito reo, perchè al prenunziato effetto sia stato mediatore dell'amicizia fra il detto Don Giovanni e l'ora defunto Giovanni Stefano Baruello, il quale avea confessato d'aver fatto l'unguento pestifero per comando di esso Don Giovanni, anche mediante danaro: e d'averlo dato a diverse persone ad oggetto di disseminarlo.

Lo stesso è pure imputato d'aver bastonato i suoi genitori, del che pure esibì le difese.

Tratttasi anche di Francesco Griono, detto il Saracco, pure arrestato e reo costituito di aver asperso col detto unguento, mediante danaro; il quale fece alcune difese.

Da ultimo trattasi di Giovanni Battista Sanguineto banchiere, imputato d’aver somministrato danaro a quelli che il predetto unguento disseminarono, il quale pure offrì discolpe.

Così sta la cosa, come si vedrà.

[2] Avendo l'eccellentissimo senato inteso qualmente ieri nella via detta la Vedra de' Cittadini, fu disseminato l’unguento pestifero, comandò all'egregio capitano di giustizia, che subito s'informasse, principalmente dal sacristano della chiesa di S. Alessandro informato. Il quale incontanente si recò ad esso sacristano, e da lui udito che ciò era vero, e che principalmente veniva imputato un genero della Paola comare, commissario della sanità, si recò parimenti alla contrada della Vedra, e vide quanto sotto.

[3] Le quali cose viste, esso Sig. Capitano esaminò Ortensia Castigliona, moglie d'Alessandro Tradati, che con giuramento dice:

[4] (S. g. r. vuol dire super generalibus recte, cioè che rispose bene sulle domande generali da cui soglionsi principiar i costituti. Le altre son forme notarili). Avea 20 anni circa, successivamente fu esaminata Caterina moglie d'Alessandro Rosa, testimonio nominato, che con giuramento disse.

[5] Ad altre domande rispose.

[6] Di circa 50 anni. Ottavia de' Persici, moglie di Gerolamo Bono, lo stesso giorno esaminata, come nominata, depose con giuramento.

[7] di 60 anni circa. Esaminata anche Angela de Bonis e il figlio Girolamo, testimonio nominato, con giuramento rispose

[8] Sulle parole dettegli da esso Matteo, concorda colla madre. D’anni 20 circa. Esaminato il sopraddetto Pietro Martire Pulicello del fu Ambrogio, sensale di legna come sopra nominato, risponde con giuramento

[9] Fermo

[10] Di circa  anni 46. Lo stesso giorno fu arrestato Guglielmo commissario, e subito fatta diligente ricerca sopra lui, come in sua casa, nulla fu trovato in proposito, e principalmente nessuna quantità di danaro. Ed essendo sopravvenuto il signor ascoltante, disse esso signor ascoltante essersi fatto un consimile processo da Ottavio Suario di quell’ordine, nel quale fra gli altri fu esaminato ai 22 Luglio Tomaso Grillo del fu Francesco, abitante nella stessa porta di Guglielmo, che con giuramento disse

[11] Di circa 20 anni: il 22 Giugno, in presenza dei signori Capitano di Giustizia e auditore, fu costituito uomo dell’infrascritta qualità

[12] E così sempre senza pregiudizio del convinto e dei diritti acquistati dal fisco, e più volte ripetutogli il giuramento, ec. ec., fu sottoposto alla tortura: il quale mentre in essa era tenuto sollevato, più volle esclamò.

[13] Deposto al piano disse ecc.  E persistendo . . . fu di nuovo elevato nel tormento, e trattenutovi per abbastanza di tempo, nulla ne emerse. Onde fu deposto, sciolto e riconsegnato ec. con intenzione ec. ec.

[14] L'eccellentissimo Senato, uditi il magnifico presidente della sanità, l'egregio capitano di Giustizia, intorno alle premesse, giudicò che il detto Piazza, udito anche l'egregio fiscale Torniello, dovesse esser di nuovo sottoposto alla tortura, adoperata la legatura del canape e a più volte interpolate, ad arbittio degli antifati (sunnominati, ndr.) presidente e capitano (raso dapprima il detto Guglielmo, e vestito cogli abiti del tribunale, datogli prima anche purga), sopra alcune menzogne e inverosimiglianze risultanti dal processo, giusta la mente del senato, della quale erano informati. Al qual esame assistendo i predetti signori presidente, capitano di Giustizia e fiscale Torniello, fu il detto 23 giugno di nuovo esaminato esso Piazza, che con giuramento alle interrogazioni rispose.

NB. Siccome supponevasi che il reo potesse per arti magiche e per patti col diavolo resistere ai tormenti, perciò lo si radeva, svestiva e purgava.

[15] Allora, sempre senza pregiudizio, come sopra fu condotto al luogo del tormento, raso in prima e vestito cogli abiti della curia, ed ivi rinnovatogli il giuramento di dir la verità fu sottoposto al tormento del canape, secondo la mente del senato, ed anche alzato sulla tortura, e per abbastanza tempo tenutovi, sempre negò saper altro, e perciò fù sciolto e riconsegnato, ec. ec. con animo, ec.  ec.

Il 26 di giugno poi, in presenza dell'egregio signor Auditore, fu di nuovo introdotto esso Piazza, e datogli prima il giuramento di dir la verità, gli fu detto da esso sig. Auditore.

[16] Mostrando il calamaio piccolo del Notaio, che può tener tre oncie.

[17] Soggiungendo fra sè.

[18] E fu riconsegnato.

Incontanente il prefato signor Auditore andò alla bottega del sovraddetto barbiere Gio. Giacomo Mora, posta sull'angolo della via de'Cittadini, e trovatolo colà insieme col figlio, ambedue fe arrestare : il quale barbiere disse:

[19] Poi fatta diligenza in essa casa, e prima nella bottega, si trovò fra l'altre cose.

[20] Imposte

[21] Cartoccio.

[22] Latta.

[23] E trovatisi due cantari pieni di sterco uniano, e avendo lo sgherro Guerino detto ... esso Mora rispose.

[24] Ranno, liscivio.

[25] Pajuolo.

[26] E cosí s'andò. Il 26 giugno, in uffizio, e in presenza dell'egregio Capitano di Giustizia, dell'Auditore e del fiscale Torniello, fu esso barbiere esaminato, il quale con suo giuramento disse.

[27] A prender in prestito la canna da serviziale.

[28] E fu riconsegnato ec. ec.

Successivamente esaminato il figlio del prefato con lui arrestato, con suo giuramento disse:

[29] Di subito esaminata Chiara Brivio, moglie di detto Mora, con giuramento disse:

[30] riporre

[31] E fu licenziata. Comparve poi Sebastiano Testa, custote delle carceri e disse:

[32] E subito introdotto esso Giovanni Bobe, detto il Bulone, con giuramento depose:

[33] Di circa anni anni 23.  Melchiorre Torello esaminato da poi, con giuramento disse:

[34] D'anni 35 in circa Giovanni Andrea Ciprando del fu Francesco della parrocchia di S. Lorenzo grande, testimonio nominato in processo, disse con giuramento:

[35]Di circa anni 66 successivamente esaminato anche Francesco Gerolamo Giusto, del quondam Giovanni della parrocchia di S. Lorenzo con giuramento disse: Da qui innanzi ci par inutile il tradurre queste semplici e solite intestazioni.

[36] Viscido, appiccaticcio

[37] Esaminata d'Ufficio Giacomina de Andrioni quondam Domenico della Parrocchia di S. Calimero, di 50 anni circa, pure lavandaia, in sostanza concorda con Margherita de Arpizarelli, però dice:

[38] E aggiunge.

[39] D'uffizio esaminato in presenza del sig. Auditore il fisico Archileo Carcano, dice ecc.

[40] E allora per purgare l'infamia e costituir indizio contro il predetto barbiere, fu colle debite riserve, sottomesso alla tortura, e mentre era tenuto sul tormento, disse

[41] E così fu deposto, slegato e riconsegnato, con intenzione ecc. Dal processo consegnato e fatto dal Cancelliere Tagliabue, leggesi. Esaminato la stesso giorno Domenico Del Furia, denunziò.

[42] E nominò essi fanciulli che subito furono legati cioè . . . ed esaminati conchiudono tutti che ec.

[43] Fu pure fatto diligenza in casa di Gerolamo Migliavacca, e mentre la si faceva, la moglie di lui ascondeva non so che fra le cosce

[44] il signor Pretore la fe' visitare da periti nelle pudende, e fu riferito che

 

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© 1996 - Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 ottobre 2004