Francesco Redi

 

Bacco in Toscana

 

 

Edizione di riferimento

Francesco Redi, Opere, vol. I, Tipografia dei Classici italiani, Milano 1809

Dell'Indico [1] Orïente

Domator [2] glorïoso il Dio del vino [3]

fermato avea l'allegro suo soggiorno

a i colli Etruschi intorno;

e colà dove imperïal palagio [4]

l'augusta fronte inver le nubi inalza

sul verdeggiante prato

con la vaga [5] Arïanna [6] un dì sedea,

e bevendo, e cantando

al bell'idolo suo così dicea:

Se dell'uve il sangue [7] amabile

non rinfranca [8] ognor le vene,

questa vita è troppo labile [9],

troppo breve, e sempre in pene.

Sì bel sangue è un raggio acceso

di quel Sol [10], che in ciel vedete;

e rimase avvinto e preso

di più grappoli alla rete.

Su su dunque in questo sangue

rinnoviam l'arterie e i musculi;

e per chi s'invecchia [11], e langue

prepariam vetri maiusculi [12]:

ed in festa baldanzosa

tra gli scherzi, e tra le risa

lasciam pur, lasciam passare

lui [13], che in numeri e in misure

si ravvolge, e si consuma,

e quaggiù Tempo si chiama;

e bevendo, e ribevendo

i pensier mandiamo in bando [14].

Benedetto

quel Claretto [15]

che si sprilla in Avignone,

questo vasto Bellicone [16]

io ne verso entro 'l mio petto;

ma di quel, che sì puretto [17]

si vendemmia in Artimino [18],

vò trincarne più d'un tino [19];

ed in sì dolce e nobile lavacro [20],

mentre il polmon [21] mio tutto s'abbevera,

Arianna, mio Nume, a te consacro

il tino, il fiasco, il botticin, la pevera [22].

Accusato,

tormentato,

condannato

sia colui, che in pian di Lècore [23]

prim'osò [24] piantar le viti;

infiniti

capri, e pecore

si divorino quei tralci,

e gli stralci

pioggia [25] rea di ghiaccio asprissimo;

ma lodato,

celebrato,

coronato

sia l'eroe, che nelle vigne

di Petraia e di Castello [26]

piantò prima il Moscadello [27].

Or che stiamo in festa, e in giòlito [28]

bei [29] di questo bel Crisòlito [30],

ch'è figliuolo

d'un magliuolo [31],

che fa viver più del solito:

se di questo tu berai,

Arianna mia bellissima,

crescerà sì tua vaghezza [32],

che nel fior di giovinezza

parrai Venere [33] stessissima.

Del Leggiadretto,

del sì divino

Moscadelletto

di Montalcino [34]

talor per scherzo

ne chieggio un nappo [35],

ma non incappo

a berne il terzo:

egli è un vin, ch'è tutto grazia,

ma però troppo mi sazia.

Un tal vino

lo destino

per stravizzo [36], e per piacere

delle vergini severe,

che racchiuse in sacro loco

an di Vesta [37] in cura il foco [38];

un tal vino

lo destino

per le dame di Parigi,

e per quelle,

che sì belle

rallegrar fanno il Tamigi:

il Pisciancio [39] del Cotone [40],

onde ricco è lo Scarlatti [41],

vò, che il bevan le persone,

che non san fare i lor fatti [42].

Quel cotanto sdolcinato,

sì smaccato [43],

scolorito [44], snervatello [45]

Pisciarello [46] di Bracciano [47]

non è sano,

e il mio detto vò che approvi

ne' suoi dotti scartabelli [48]

l'erudito Pignattelli [49];

e se in Roma al volgo [50] piace

glie lo lascio in santa pace:

e se ben Ciccio d'Andrea [51]

con amabile fierezza,

con terribile dolcezza

tra gran tuoni d'eloquenza

nella propria mia presenza

innalzare un dì volea

quel d'Aversa acido Asprino [52],

che non sò s'agresto [53], o vino,

egli a Napoli sel bea

del superbo Fasano [54] in compagnia,

che con lingua profana [55] osò di dire,

che del buon vino al par di me s'intende;

ed empio ormai bestemmiator pretende

delle Tigri Nisee [56] sul carro aurato [57]

gire in trionfo al bel Sebeto [58] intorno [59];

ed a quei lauri, ond'ave il crine adorno,

anco intralciar la pampinosa vigna,

che lieta alligna [60] in Posillipo e in Ischia [61];

e più avanti s'innoltra, e in fin s'arrischia

brandire il Tirso [62], e minacciarmi altero:

ma con esso azzuffarmi ora non chero;

perocché lui dal mio furor preserva

Febo [63] e Minerva [64],

forse avverrà, che sul Sebeto io voglia

alzar un giorno di delizie un trono:

allor vedrollo umiliato, e in dono

offerirmi devoto

di Posillipo e d'Ischia il nobil Greco [65];

e forse allor rappattumarmi [66] seco

non fia ch'io sdegni, e beveremo in tresca [67]

all'usanza Tedesca;

e tra l'anfore [68] vaste, e l'inguistare [69]

sarà di nostre gare

giudice illustre, e spettator ben lieto

il Marchese gentil Dell'Oliveto [70].

Ma frattanto qui sull'Arno

io di Pescia [71], il Buriano [72],

il Trebbiano, il Colombano

mi tracanno a piena mano:

egli [73] è il vero oro potabile [74],

che mandar suole in esilio

ogni male inrimediabile [75];

egli è d'Elena [76] il Nepente [77],

che fa stare il mondo allegro

da i pensieri

foschi e neri

sempre sciolto, e sempre esente.

Quindi avvien, che sempre mai

tra la sua filosofia

lo teneva in compagnia

il buon vecchio Rucellai [78];

ed al chiaro di lui [79] ben comprendea

gli atomi tutti quanti, e ogni corpuscolo,

e molto ben distinguere sapea

dal mattutino il vespertin crepuscolo,

ed additava donde avesse origine

la pigrizia degli astri, e la vertigine.

Quanto errando, oh quanto va

nel cercar la verità [80]

chi dal vin lungi si stà!

Io stovvi appresso, ed or godendo accorgomi,

che in bel color di fragola matura

la Barbarossa [81] allettami,

e cotanto dilettami,

che temprare [82] amerei l'intera arsura,

se il greco Ipocrate [83],

se il vecchio Andromaco [84]

non mel vietassero,

né mi sgridassero,

che suol talora infievolir lo stomaco;

lo sconcerti quanto sà;

voglio berne almen due ciotole [85],

perché so mentre ch'io votole

alla fin quel che ne va.

Con un sorso

di buon Corso,

o di pretto [86] antico Ispano [87]

a quel mal porgo un soccorso [88],

che non è da Cerretano [89]:

non fia già, che il cioccolatte [90]

v'adoprassi, ovvero il tè [91],

medicine così fatte

non saran giammai per me:

beverei prima il veleno,

che un bicchier che fosse pieno

dell'amaro e reo caffè [92]:

colà tra gli Arabi

e tra i Giannizzeri [93]

liquor sì ostico [94],

sì nero e torbido

gli schiavi ingollino.

Giù nel Tartaro [95],

giù nell'Erebo [96]

l'empie Belidi [97] l'inventarono,

e Tesifone [98], e l'altre Furie [99]

a Proserpina [100] il ministrarono [101];

e se in Asia il Musulmanno

se lo cionca [102] a precipizio,

mostra aver poco giudizio.

Han giudizio, e non son gonzi [103]

quei Toscani bevitori,

che tracannano gli umori

della vaga e della bionda,

che di gioia i cuori innonda,

malvagia [104] di Montegonzi [105];

allor che per le fauci, e per l'esofago

ella gorgoglia e mormora,

mi fa nascer nel petto

un'indistinto [106] incognito diletto,

che si può ben sentire,

ma non si può ridire.

Io nol nego, è preziosa

odorosa

l'Ambra [107] liquida Cretense;

ma tropp'alta ed orgogliosa

la mia sete mai non spense;

ed è vinta in leggiadria

dall'Etrusca Malvagia [108]:

ma se fia mai, che da Cidonio [109] scoglio

tolti i superbi e nobili rampolli [110]

ringentiliscan su i Toscani colli,

depor vedransi il naturale orgoglio [111],

e qui dove il ber s'apprezza

pregio avran di gentilezza.

Chi la squallida Cervogia [112]

alle labbra sue congiugne

presto muore [113], o rado giugne

all'età vecchia e barbogia [114]:

beva il Sidro d'Inghilterra [115]

chi vuol gir presto sotterra;

chi vuol gir presto alla morte

le bevande usi del Norte:

fanno i pazzi beveroni [116]

quei Norvegi, e quei Lapponi;

quei Lapponi son pur tangheri [117],

son pur sozzi nel loro bere;

solamente nel vedere

mi fariano uscir de' gangheri:

ma si restin col mal die [118]

sì profane dicerie,

e il mio labbro profanato

si purifichi, s'immerga,

si sommerga

dentro un pècchero [119] indorato

colmo in giro [120] di quel vino

del vitigno

sì benigno [121],

che fiammeggia in Sansavino;

o di quel che vermigliuzzo,

brillantuzzo

fa superbo l'Aretino,

che lo alleva in Tregozzano,

e tra' sassi di Giggiano [122].

Sarà forse più frizzante,

più razzente [123] e più piccante,

o coppier, se tu richiedi

quell'Albano,

quel Vaiano,

che biondeggia,

che rosseggia

là negli orti del mio Redi [124].

Manna dal ciel sulle tue trecce piova [125]/ [126],

vigna gentil, che questa ambrosia [127] infondi;

ogni tua vite in ogni tempo muova

nuovi fior, nuovi frutti e nuove frondi [128];

un rio di latte in dolce foggia [129], e nuova

i sassi tuoi placidamente innondi:

né pigro giel, né tempestosa piova [130]

ti perturbi giammai, né mai ti sfrondi:

e 'l tuo Signor nell'età sua più vecchia

possa del vino tuo ber colla secchia.

Se la druda [131] di Titone [132]

al canuto suo marito

con un vasto ciotolone

di tal vin facesse invito,

quel buon vecchio colassù

tornerebbe in gioventù [133].

Torniam noi trattanto a bere:

ma con qual nuovo ristoro

coronar [134] potrò 'l bicchiere

per un brindisi canoro?

col Topazio pigiato in Lamporecchio [135],

ch'è famoso Castel per quel Masetto [136],

a inghirlandar le tazze or m'apparecchio [137],

purché gelato sia, e sia puretto [138],

gelato, quale alla stagion del gielo

il più freddo Aquilon fischia pel cielo.

Cantinette [139] e Cantimplore [140]

stieno in pronto a tutte l'ore

con forbite [141] bombolette [142]

chiuse e strette tra le brine

delle nevi cristalline.

Son le nevi il quinto elemento [143],

che compongono il vero bevere:

ben è folle chi spera ricevere

senza nevi nel bere un contento [144]:

venga pur da Vallombrosa [145]

neve a iosa:

venga pur da ogni bicocca [146]

neve in chiocca [147];

e voi Satiri [148] lasciate

tante frottole [149] e tanti riboboli [150],

e del ghiaccio mi portate

dalla grotta del Monte di Boboli [151].

Con alti picchi [152]

de' mazzapicchi [153]

dirompetelo,

sgretolatelo,

infragnetelo [154],

stritolatelo,

finché tutto si possa risolvere

in minuta freddissima polvere,

che mi renda il ber più fresco

per rinfresco del palato,

or ch'io son mortoassetato [155].

Del vin caldo s'io n'insacco [156],

dite pur ch'io non son Bacco.

Se giammai n'assaggio un gotto [157]

dite pure, e vel perdono,

ch'io mi sono un vero Arlotto [158]:

e quei, che in prima in leggiadretti versi

ebbe le grazie [159] lusinghiere al fianco,

e poi pel suo gran cuore ardito e franco

vibrò i suoi detti in fulmine conversi [160],

il grande Anacreontico [161] ammirabile

Menzin [162], che splende per Febea ghirlanda [163],

di satirico fiele [164] atra [165] bevanda

mi porga ostica [166], acerba e inevitabile;

ma se vivo costantissimo

nel volerlo arcifreddissimo,

quei, che in Pindo [167] è sovrano, e in Pindo gode

glorie immortali, e al par di Febo ha i vanti,

quel gentil Filicaia [168] inni di lode

su la Cètera [169] sua sempre mi canti;

e altri Cigni [170] ebrifestosi [171],

che di lauro s'incoronino

ne' lor canti armonïosi,

il mio nome ognor risuonino,

e rintuonino

viva Bacco il nostro Re:

Evoé [172]

Evoé:

Evoé replichi a gara

quella turba sì preclara [173],

anzi quel Regio Senato [174],

che decide in trono assiso

ogni saggio e dotto piato [175]

là 've l'Etrusche voci [176] e cribra [177] e affina

la gran Maestra [178], e del parlar Regina [179];

ed il Segni [180] Segretario

scriva gli atti al Calendario,

e spediscano courier [181]

à Monsieur l'Abbé Regnier [182].

Che vino è quel colà,

ch'ha quel color dorè? [183]

la Malvagia sarà,

ch'al Trebbio [184] onor già diè:

ell'è da vero, ell'è;

accostala un po' in qua,

e colmane per me

quella gran Coppa là:

è buona per mia fe,

e molto a grè [185] mi va:

io bevo in sanità

toscano Re di te [186].

Pria ch'io parli di te, Re saggio e forte,

lavo la bocca mia con quest'umore [187],

umor, che dato al secol nostro in sorte

spira gentil soavità d'odore.

Gran Cosmo [188] ascolta. A tue virtudi il Cielo

quaggiù promette eternità di gloria [189].

E gli Oracoli miei, senz'alcun velo [190]

scritti già son nella immortale istoria.

Sazio poi d'anni, e di grandi opre onusto [191],

volgendo il tergo a questa bassa mole [192]

per tornar colassù, donde scendesti,

splenderai luminoso intorno a Giove

tralle Medicee stelle Astro novello [193],

e Giove stesso del tuo lume adorno

girerà più lucente all'etra intorno [194].

Al suon del cembalo [195],

al suon del crotalo [196]

cinte di Nebridi [197]

snelle Bassaridi [198]

su su mescetemi

di quella porpora [199],

che in Monterappoli [200]

da' neri grappoli

sì bella spremesi;

e' mentre annaffione

l'aride viscere

ch'ognor m'avvampano,

gli esperti Fauni [201]

al crin m'intreccino

serti di pampano [202];

indi allo strepito

di flauti e nacchere [203]

trescando [204] intuonino

strambotti [205] e frottole [206]

d'alto misterio [207];

e l'ebre Menadi [208],

e i lieti Egipani [209]

a quel mistico lor rozzo sermone

tengan bordone [210].

Turba villana intanto

applauda al nostro canto,

e dal poggio vicino accordi e suoni

talabalacchi [211], tamburacci [212] e corni;

e cornamuse e pifferi e sveglioni [213];

e tra cento colascioni [214]

cento rozze forosette [215],

strimpellando il dabbuddà [216],

cantino e ballino il bombababà [217];

e se cantandolo,

arciballandolo

avvien che stanchinsi,

e per grandavida [218]

sete trafelinsi [219],

tornando a bevere

sul prato asseggansi,

canterellandovi

con rime sdrucciole

mottetti [220] e cobbole [221],

sonetti [222] e cantici [223];

poscia dicendosi

fiori [224] scambievoli

sempremai tornino

di nuovo a bevere

l'altera porpora,

che in Monterappoli

da' neri grappoli

sì bella spremesi;

e la maritino

col dolce Mammolo [225],

che colà imbottasi [226],

dove salvatico [227]

il Magalotti [228] in mezzo al Solleone

trova l'Autunno a quella stessa fonte [229],

anzi a quel sasso, onde l'antico Esone [230]

diè nome e fama al solitario monte [231].

Questo nappo [232], che sembra una pozzanghera,

colmo è d'un vin sì forte [233] e sì possente,

che per ischerzo baldanzosamente

sbarbica i denti, e le mascelle sganghera:

quasi ben gonfio e rapido torrente

urta il palato, e il gorgozzule inonda,

e precipita in giù tanto fremente,

ch'appena il cape [234] l'una e l'altra sponda:

madre [235] gli fu quella scoscesa balza,

dove l'annoso Fiesolano Atlante [236]

nel più fitto meriggio e più brillante

verso l'occhio del Sole il fianco innalza [237]:

Fiesole [238] viva, e seco viva il nome

del buon Salviati [239], ed il suo bel Maiano [240];

egli sovente con devota mano

offre diademi alle mie sacre chiome,

ed io Lui sano preservo

da ogni mal crudo e protervo:

ed intanto

per mia gioia tengo accanto

quel grande onor di sua real Cantina

vin di Val Marina [241]:

ma del vin di Val di Botte [242]

voglio berne giorno e notte,

perché so che in pregio l'hanno

anco i Maestri di color che sanno:

ei da un colmo bicchiere e traboccante

in sì dolce contegno il cuor mi tocca,

che per ridirlo non saria bastante

il mio Salvin [243], ch'ha tante lingue in bocca:

se per sorte avverrà, che un dì lo assaggi

dentro a' Lombardi i suoi grassi cenacoli,

colla ciotola in man farà miracoli

lo splendor di Milano il savio Maggi [244]:

il savio Maggi d'Ippocrene [245] al fonte

menzognero liquore unqua non bebbe [246],

né sul Parnaso [247] lusinghiero egli ebbe

serti profani all'onorata fronte [248]:

altre strade egli corse [249]; e un bel sentiero

rado, o non mai battuto aprì ver l'etra [250];

solo ai numi, e agli eroi nell'aurea cetra

offrir gli piacque il suo gran canto altero:

e saria veramente un Capitano

se tralasciando del suo Lesmo [251] il vino,

a trincar si mettesse il vin Toscano;

che tratto a forza dal possente odore,

post'in non cale i Lodigiani armenti,

seco n'andrebbe in compagnia d'onore

con le gote di mosto, e tinte e piene [252]

il Pastor de Lemene [253];

io dico Lui, che giovanetto scrisse

nella scorza de' faggi e degli allori

del Paladino Macaron [254] le risse,

e di Narciso [255] i forsennati [256] amori:

e le cose del Ciel più sante e belle

ora scrive a caratteri di stelle:

ma quando assidesi

sotto una rovere [257],

al suon del zufolo [258]

cantando spippola [259]

egloghe [260], e celebra

il purpureo liquor [261] del suo bel colle [262],

cui bacia il Lambro il piede [263],

ed a cui Colombano [264] il nome diede,

ove le viti in lascivetti intrichi

sposate sono invece d'olmi a' fichi [265].

Se vi è alcuno, a cui non piaccia

la Vernaccia

vendemmiata in Pietrafitta [266],

interdetto

maladetto

fugga via dal mio cospetto,

e per pena sempre ingozzi

vin di Brozzi,

di Quaracchi e di Peretola [267],

e per onta e per ischerno

in eterno

coronato sia di bietola [268];

e sul destrier del vecchierel Sileno [269],

cavalcando a ritroso ed a bisdosso [270],

da un insolente satiretto osceno

con infame flagel venga percosso,

e poscia avvinto in vergognoso loco

ai fanciulli plebei serva per gioco;

e lo giunga di vendemmia

questa orribile bestemmia [271].

Là d'Antinoro [272] in su quei colli alteri,

ch'han dalle rose il nome [273],

oh come lieto, oh come

dagli acini più neri

d'un Canaiuol maturo

spremo un mosto sì puro,

che ne' vetri zampilla,

salta, spumeggia e brilla!

e quando in bel paraggio [274]

d'ogni altro vin lo assaggio,

sveglia nel petto mio

un certo non so che,

che non so dir s'egli è

o gioia, o pur desìo:

egli è un desio novello,

novel desio di bere,

che tanto più s'accresce

quanto più vin si mesce:

mescete, o miei compagni,

e nella grande inondazion vinosa

si tuffi, e ci accompagni

tutt'allegra e festosa

questa, che Pan [275] somiglia

capribarbicornipede famiglia [276],

mescete, su mescete:

tutti affoghiam la sete

in qualche vin polputo [277],

quale è quel, ch'a diluvi oggi è venduto

dal Cavalier dall'Ambra,

per ricomprarne poco muschio ed ambra [278].

Ei s'è fitto in umore [279]

di trovar un odore

sì delicato e fino,

che sia più grato [280] dell'odor del vino:

mille inventa odori eletti,

fa ventagli e guancialetti [281],

fa soavi profumiere [282],

e ricchissime cunziere [283],

fa polvigli [284],

fa borsigli,

che per certo son perfetti;

ma non trova il poverino

odor, che agguagli il grande odor del vino.

Fin da' gioghi del Perù,

e dai boschi del Tolù [285] / [286]

fa venire,

sto per dire,

mille droghe, e forse più,

ma non trova il poverino

odor, che agguagli il grande odor del vino.

fiuta, Arianna, questo è il vin dell'Ambra [287]!

oh che robusto, oh che vitale odore!

sol da questo nel core

si rifanno gli spiriti, e nel celàbro [288],

ma quel che è più, ne gode ancora il labro.

Quel gran vino

di Pumino [289]

sente un po' dell'Affricogno [290],

tuttavia di mezzo Agosto

io ne voglio sempre accosto;

e di ciò non mi vergogno,

perché a berne sul popone [291]

parmi proprio sua stagione:

ma non lice ad ogni vino

di Pumino

star a tavola ritonda [292];

solo ammetto alla mia mensa

quello, che il nobil Albizzi dispensa,

e che fatto d'uve scelte

fa le menti chiare e svelte.

Fa le menti chiare e svelte

anco quello

ch'ora assaggio, e ne favello [293]

per sentenza senza appello:

ma ben pria di favellarne [294]

vo' gustarne un'altra volta.

tu, Sileno, intanto ascolta,

chi 'l crederia giammai? Nel bel giardino

ne' bassi di Gualfonda [295] inabissato,

dove tiene il Riccardi alto domino,

in gran palagio, e di grand'oro ornato,

ride un Vermiglio [296], che può stare a fronte

al Piropo gentil di Mezzomonte [297],

ove talora io soglio

render contenti i miei disiri a pieno,

allor che assiso in verdeggiante soglio

di quel molle Piropo empiomi il seno,

di quel molle Piropo almo e giocondo,

gemma ben degna de' Corsini eroi,

gemma dell'Arno, ed allegria del mondo.

La rugiada di Rubino [298],

che in Valdarno [299] i colli onora,

tanto odora,

che per lei suo pregio perde

la brunetta

mammoletta

quando spunta dal suo verde [300]:

s'io ne bevo,

mi sollevo

sovra i gioghi di Permesso [301],

e nel canto sì' m'accendo,

che pretendo, e mi do vanto

gareggiar con Febo [302] istesso;

dammi dunque dal boccal d'oro

quel Rubino, ch'è 'l mio tesoro;

tutto pien d'alto furore [303]

canterò versi d'amore,

che saran via più soavi,

e più grati [304] di quel che è

il buon vin di Gersolè [305]:

quindi al suon d'una ghironda [306],

o d'un'aurea cennamella [307],

Arianna idolo mio,

loderò tua chioma bionda,

loderò tua bocca bella,

già s'avanza in me l'ardore,

già mi bolle dentro 'l seno

un veleno

ch'è velen d'almo liquore [308]:

già Gradivo [309] egidarmato [310]

col fanciullo faretrato [311]

infernifoca [312] il mio cuore:

già nel bagno d'un bicchiere [313],

Arianna idolo amato,

mi vo' far tuo cavaliere,

cavalier sempre bagnato [314]:

per cagion di sì bell'ordine

senza scandalo, o disordine

su nel cielo in gloria immensa

potrò seder col mio gran padre a mensa [315];

e tu gentil consorte

fatta meco immortal verrai là dove

i numi eccelsi fan corona a Giove.

Altri beveva il Falerno, altri la Tolfa [316],

altri il sangue, che lacrima il Vesuvio [317];

un gentil bevitor mai non s'ingolfa

in quel fumoso e fervido diluvio:

oggi vogli'io, che regni entro a i miei vetri [318]

la Verdea [319] soavissima d'Arcetri:

ma se chieggio

di Lappeggio [320]

la bevanda porporina,

si dia fondo alla cantina.

Su trinchiam di sì buon paese

Mezzograppolo [321], e alla Franzese [322];

su trinchiam rincappellato [323]

con granella e soleggiato [324];

trincanniamo [325] a guerra rotta [326]

vin Rullato [327], e alla sciotta [328];

e tra noi gozzovigliando [329],

gavazzando,

gareggiamo a chi più imbotta [330].

Imbottiam senza paura,

senza regola, o misura:

quando il vino è gentilissimo

digeriscesi prestissimo,

e per lui [331] mai non molesta

la spranghetta [332] nella testa;

e far fede ne potria

l'anatomico Bellini [333],

se dell'uve, e se de' vini

far volesse notomia [334];

egli almeno, o lingua mia,

t'insegnò con sua bell'arte

in qual parte

di te stessa, e in qual vigore

puoi gustarne ogni sapore;

lingua mia già fatta scaltra

gusta un po', gusta quest'altro

vin robusto, che si vanta

d'esser nato in mezzo al Chianti [335],

e ta' sassi

lo produsse

per le genti più bevone

vite bassa, e non broncone [336]:

bramerei veder trafitto

da una serpe in mezzo al petto

quell'avaro villanzone [337],

che per render la sua vite

di più grappoli feconda,

là ne' monti del buon Chianti,

veramente villanzone,

maritolla ad un broncone [338].

Del buon Chianti il vin decrepito [339]

maestoso

imperioso [340]

mi passeggia dentro il core,

e ne scaccia senza strepito

ogni affanno, e ogni dolore;

ma se Giara [341] io prendo in mano

di brillante Carmignano [342],

così grato in sen mi piove,

ch'ambrosia e nettar non invidio [343] a Giove.

Or questo, che stillò all'uve brune

di vigne sassosissime [344] Toscane

bevi, Arianna, e tien da lui lontane

le chiomazzurre Naiadi [345] importune;

che saria

gran follia

e bruttissimo peccato

bevere il Carmignan [346]; quando è innacquato.

Chi l'acqua beve

mai non riceve

grazie da me:

sia pur l'acqua o bianca [347], o fresca,

o ne' tonfani [348] sia bruna [349]:

nel suo amor me non invesca [350]

questa sciocca ed importuna [351],

questa sciocca, che sovente

fatta altiera e capricciosa,

riottosa [352] ed insolente

con furor perfido e ladro [353]

terra e ciel mette a soqquadro:

ella rompe i ponti e gli argini,

e con sue nembose aspergini [354]

su i fioriti e verdi margini

porta oltraggio ai fior più vergini [355];

e l'ondose scaturigini [356]

alle moli stabilissime,

che sarian perpetuissime,

di rovina sono origini.

Lodi pur l'acque del Nilo

il Soldan [357] de' Mammalucchi [358],

né l'Ispano mai si stucchi [359]

d'innalzar quelle del Tago [360];

ch'io per me non ne son vago [361]:

e se a sorte alcun de' miei

fosse mai cotanto ardito,

che bevessene un sol dito,

di mia man lo strozzerei:

vadan pur, vadano a svellere [362]

la cicoria e raperonzoli [363]

certi magri mediconzoli [364],

che coll'acqua ogni mal pensan di espellere:

io di lor non mi fido,

né con essi mi affanno,

anzi di lor mi rido,

che con tanta lor acqua io so ch'egli hanno

un cervel così duro e così tondo [365],

che quadrar nol potria né meno in pratica

del Viviani [366] il gran saper profondo

con tutta quanta la sua Matematica.

Di mia masnada [367]

lungi sen vada [368]

ogni bigoncia [369]

che d'acqua acconcia [370]

colma si sta:

l'acqua cedrata,

di limoncello [371]

sia sbandeggiata

dal nostro ostello [372]:

de' gelsomini

non faccio bevande,

ma tesso ghirlande

su questi miei crini:

dell'aloscia [373] e del candiero [374]

non ne bramo, e non ne chero [375]:

i sorbetti ancorché ambrati [376],

e mille altre acque odorose

son bevande da svogliati,

e da femmine leziose;

vino vino a ciascun bever bisogna,

se fuggir vuole ogni danno,

e non par mica vergogna

tra i bicchier impazzir sei volte l'anno [377],

io per me son nel caso [378],

e sol per gentilezza

avallo questo, e poi quest'altro vaso [379],

e sì facendo del nevoso cielo

non temo il gielo,

né mai nel più gran ghiado [380] m'imbacucco [381]

nel zamberlucco [382],

come ognor vi s'imbacucca

dalla linda sua parrucca

per infino a tutti i piedi

il segaligno [383] e freddoloso Redi.

Quali strani capogiri [384]

d'improvviso mi fan guerra?

Parmi proprio, che la terra

sotto i piè mi si raggiri;

Ma se la terra comincia a tremare,

e traballando minaccia disastri

lascio la terra, mi salvo nel mare [385].

Vara [386] vara quella gondola [387]

più capace, e ben fornita [388],

ch'è la nostra favorita.

Su questa nave,

che tempre ha di cristallo [389],

 e pur non pave [390]

del mar cruccioso il ballo,

io gir [391] men voglio

per mio gentil diporto,

conforme [392] io soglio

di Brindisi nel porto,

purché sia carca [393]

di brindisevol merce [394]

questa mia barca.

Su voghiamo,

navighiamo,

navighiamo infino a Brindisi:

Arianna, Brindis [395], Brindisi [396].

Oh bell'andare

per barca in mare [397]

verso la sera

di Primavera!

Venticelli e fresche aurette [398]

dispiegando ali d'argento

sull'azzurro pavimento [399]

tesson [400] danze amorosette,

e al mormorio de' tremuli cristalli [401]

sfidano ognora i naviganti ai balli.

Su voghiamo,

navighiamo,

navighiamo infino a Brindisi:

Arianna, Brindis, Brindisi.

Passavoga [402], arranca [403], arranca,

che la ciurma non si stanca,

anzi lieta si rinfranca

quando arranca inverso Brindisi:

Arianna, Brindis, Brindisi.

E se a te Brindisi io fo,

Perché a me faccia il buon pro [404],

Ariannuccia, vaguccia, belluccia [405],

Cantami un poco, e ricantami tu

sulla Mandola [406] la cuccurucù [407]

la cuccurucù

la cuccurucù

sulla Mandola la cuccurucù.

Passa vo

passa vo

passavoga, arranca, arranca;

che la ciurma non si stanca;

anzi lieta si rinfranca,

quando arranca

quando arranca inverso Brindisi:

Arianna, Brindis, Brindisi.

E se a te,

e se a te Brindisi io fo,

perché a me

perché a me

perché a me faccia il buon pro

il buon pro,

Ariannuccia leggiadribelluccia,

cantami un po'

cantami un po',

cantami un poco, e ricantami tu

sulla Viò

sulla Viola [408] la cuccurucù

la cuccurucù

sulla Viola la cuccurucù.

Or qual nera con fremiti orribili

scatenossi tempesta fierissima [409],

che de' tuoni fra gli orridi sibili

sbuffa [410] nembi [411] di grandine asprissima?

Su nocchiero [412] ardito e fiero,

su nocchiero adopra ogn'arte

per fuggire il reo periglio [413]:

ma già vinto ogni consiglio [414]

veggio rotti e remi e sarte,

e s'infurian tuttavia

venti e mare in traversia [415].

Gitta spere [416] omai per poppa [417],

e rintoppa [418], o marangone [419],

 l'orcipoggia [420] e l'artimone [421],

che la nave se ne va

colà dove è il finimondo,

e forse anco un po' più in là.

Io non so quel ch'io mi dica,

e nell'acque io non son pratico [422];

parmi ben, che il ciel predica

un'evento [423] più rematico [424]:

scendon Sioni [425] dall'aerea chiostra [426]

per rinforzare coll'onde un nuovo assalto,

e per la lizza [427] del ceruleo smalto [428]

i cavalli del mare [429] urtansi in giostra [430]:

ecco, oimé, ch'io mi mareggio [431]

e m'avveggio,

che noi siam tutti perduti [432]:

ecco, oimè, ch'io faccio getto

con grandissimo rammarico

delle merci prezïose,

delle merci mie vinose [433];

ma mi sento un po' più scarico [434].

Allegrezza allegrezza: io già rimiro [435],

per apportar salute al legno infermo [436],

sull'antenna da prua muoversi in giro

l'oricrinite [437] stelle di Santermo [438]:

ah! nò, nò, non sono Stelle:

son due belle

fiasche gravide di buon vini [439]:

i buon vini son quegli, che acquetano [440]

le procelle sì fosche e rubelle,

che nel lago del cor [441] l'anime inquietano.

Satirelli

ricciutelli [442],

satirelli, or chi di voi

porgerà più pronto a noi

qualche nuovo smisurato

sterminato calicione [443]

sarà sempre il mio mignone [444],

né m'importa se un tal calice

sia d'avorio, o sia di salice,

o sia d'oro arciricchissimo,

purché sia molto grandissimo.

Chi s'arrisica [445] di bere

ad un piccolo bicchiere

fa la zuppa nel paniere:

questa altiera, questa mia

Dionea [446] bottiglieria [447]

non raccetta [448], non alloggia

bicchieretti fatti a foggia:

quei bicchieri arrovesciati,

e quei gozzi strangolati [449]

sono arnesi [450] da ammalati:

quelle tazze spase [451] e piane

son da genti poco sane:

caraffini [452],

buffoncini [453],

zampilletti [454] e borbottini [455]

son trastulli [456] da bambini:

son minuzie, che raccattole

per fregiarne in gran dovizia

le moderne scarabattole [457]

delle donne Fiorentine;

voglio dir non delle Dame,

ma bensì delle pedine [458].

In quel vetro, che chiamasi il tonfano [459]

scherzan le Grazie, e vi trionfano;

ognun colmilo, ognun votilo,

ma di che si colmerà?

Bella Arianna con bianca mano

versa la manna [460] di Montepulciano;

colmane il tonfano, e porgilo a me.

Questo liquore, che sdrucciola al core

o come l'ugola e baciami, e mordemi [461]!

O come in lacrime gli occhi disciogliemi [462]!

Me ne strasecolo [463], me ne strabilio,

e fatto estatico [464] vo in visibilio [465].

Onde ognun, che di Lieo [466]

riverente il nome adora,

ascolti questo altissimo decreto,

che Bassareo [467] pronunzia, e gli dia fe,

Montepulciano [468] d'ogni vino è il re [469].

A così lieti accenti [470]

d'edere e di corimbi [471] il crine adorne

alternavano i canti,

le festose Baccanti [472];

ma i Satiri, che avean bevuto a isonne [473],

si sdraiaron sull'erbetta [474]

tutti cotti [475] come monne [476].

 

Note di Giuseppe Bonghi

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[1] - indico = indiano

[2] - domator: molti poeti latini e greci hanno dato questo titolo a Bacco

[3] - il Dio del vino: Bacco o Dioniso avea deciso di fermarsi sui colli etruschi, fuori le mura di Firenze nel palazzo imperiale della Granduchessa di Toscana

[4] - imperial palagio: villa imperiale, nel Cinquecento fuori dalle mura di Firenze, fabbricata dalla Serenissima Arciduchessa Maria Maddalena d'Austria Granduchessa di Toscana, lasciata in eredità alle future Granduchesse, all'inizio del Novecento sede del Regio Istituto della S.S. Annunziata

[5] - vaga: bella e desiderabile

[6] - Arianna: figlia di Minosse e di Pasifae; innamoratasi di Teseo, gli diede, quand'egli fu condannato ad essere divorato dal Minotauro, un gomitolo di filo che gli servì per ritrovare la strada d'uscita del labirinto dopo l'uccisione del mostro; fuggì poi con l'eroe, che però l'abbandonò sull'isola di Nasso, dove si fece sacerdotessa di Dioniso, che la liberò e la sposò, secondo alcune versioni del mito

[7] - dell'uve il sangue: il vino è detto sangue dell'uva già nel Cantico di Mosè (nel Deuteronomio 32.14) e nell'Ecclesiaste 50.16;  la stessa definizione troviamo in molti poeti minori del Cinquecento e del Seicento: ricordiamo il Chiabrera: "Tosto che per le vene erra ondeggiando / delle bell'uve il sangue"; se il vino non rinnovasse il sangue e le vene la vita sarebbe ancora più breve

[8] - non rinfranca: non dona un nuovo vigore alle vene, cioè al corpo

[9] - labile: effimera, fuggevole

[10] - di quel Sol: il Sole porta a maturazione le uve coi suoi raggi, che vengono conservati dal vino, acquistandone forza e vigore; il vino è il sangue acceso dai raggi del Sole

[11] - per chi s'invecchia: Comune in Firenze era il detto che il vino è la poppa dei vecchi, dove per poppa (seno) si intende il grappolo

[12] - vetri maiusculi: Vetro come nome generico, molto usato, di 'vaso da bere', maiusculi perché grandi

[13] - lui: riferito al tempo che si consuma sulla terra fra numeri e misure(l'ora, il giorno, il mese, ecc. sono sia un numero che una misura del tempo)

[14] - i pensier mandiamo in bando:  il vino libera dai 'torbidi pensieri', come dice il Chiabrera; per questo Bacco è chiamato Liber (Libero) nell'antica Roma

[15] - Claretto: nome di un vino, color rosso chiaro, prodotto in Avignone

[16] - Bellicone: parola derivata dal tedesco wilkomb o wilkumb che è il bicchiere nel quale si beve all'arrivo degli amici e significa anche benvenuto

[17] - puretto:

[18] - Artimino: villa del Serenissimo Granduca di Toscana, fabbricata da Ferdinando I, deliziosa sia per le feste che culminavano con la caccia ai daini, ma anche per i preziosi vini che produceva, che secondo molti erano i migliori della Toscana

[19] - vo' trincarne più d'un tino: citazione dal Ciclope di Euripide: il Ciclope chiede a Sileno se il mangiare era pronto e se pieni erano i vasi per bere il latte; Sileno gli risponde che ne potrebbe bere perfino un tino

[20] - nobile lavacro: recipiente che contiene il liquido per purificarsi, l'acqua o, come in questo caso, il vino, nobile perché serve per lavarsi e purificarsi

[21] - mentre il polmon: Platone insegnò nel Timeo che i liquidi bevuti finiscono nei polmoni, opinione diffusissima nell'antichità, sembra già a partire da Omero, e che si mantenne viva almeno fino a tutto il Quattrocento

[22] - pèvera: strumento, per lo più di legno, che serviva da imbuto quando si doveva travasare il contenuto dei barili nella botte; nell'antichità il pèvero era un intingolo fatto di vari ingredienti con la peverada, l'acqua in cui si cuoce la carne con le varie spezie, tra cui il pepe o pevere

[23] - Lècore: villaggio vicino Firenze, nella parte più bassa della vallata; il vino di Lècore in Firenze era proverbialmente debolissimo e di nessun valore, poco migliore dell'acqua. In Arezzo c'era una legge che proibiva severamente di piantar viti in pianura, destinata alla semina del grano

[24] - prim'osò: sia condannato perché ha osato piantar le viti nel pian di Lècore perché producono un vino di cattiva qualità

[25] - pioggia rea di ghiaccio: la grandine distrugga le viti piantate nella piana di Lecore perché producono un vino poco buono

[26] - di Petraia e di Castello: due ville della Casa Serenissima di Toscana, famose per i buoni vini che producevano, ricavati da vitigni fatti venire dalle Canarie, dalla Spagna, dalla Francia; in particolare, la villa di Castello, oggi sede dell'Accademia della Crusca, venuta in possesso dei Medici nel 1480, ha un giardino all'italiana sistemato nel 1540; la villa della Petraia fu ricostruita nel 1576 da B. Buontalenti per i Medici: al 1° piano conserva l'appartamento privato di Vittorio Emanuele II, al tempo di Firenze Capitale

[27] - Moscadello: vino ricavato dal moscato, di sapore un po' dolce, adatto alle donne, detto così perché infestato da mosche e api

[28] - in giòlito: stare in giòlito significa stare in riposo, espressione tratta dal linguaggio marinaro; si dice delle navi che si trattengono nella darsena, nel porto o quando sono ferme in alto mare per la calma che non permette la navigazione

[29] - bei: bevi; parola abbreviata per ragioni metriche

[30] - Grisòlito: varietà di olivina, pietra preziosa dal color verde limpido

[31] - magliuolo: tralcio che si taglia dalla vite, adatto per essere trapiantato

[32] - vaghezza: la bellezza e l'essere desiderabile

[33] - Venere: (Afrodite per i Greci) figlia di Zeus e di Dione, la più bella delle dee; dea della bellezza e dell'amore sia ideale che sensuale, nata dalla spuma del mare; andata sposa ad Efesto, brutto e zoppo, le fu permesso dallo stesso Zeus di avere molte avventure extraconiugali; molti sono i miti che la celebrano

[34] - Montalcino: cittadina in provincia di Siena, celebre per i suoi vini ancora oggi, soprattutto per il Brunello e il Moscadello

[35] - nappo: vaso di legno usato per bere o per altri usi al tempo della vendemmia (trasporto di uva e mosto); parola usata soprattutto in Arezzo

[36] - per stravizzo: stravizio, abbandono al piacere del bere; è una voce entrata nella storia della lingua anche con un altro significato, che è quello usato dal Redi: si chiamava così l'annuale convito degli accademici della Crusca: questo vino ha tanta grazia che può essere bevuto durante il banchetto annuale dei rispettabili Accademici e destinato anche al piacere delle severe vergini Vestali

[37] - Vesta: Estia presso i Greci, figlia di Crono e di Rea sorella di Zeus; dea della casa, del focolare domestico e della patria, il cui culto, secondo alcuni, fu portato in Italia da Enea; da ricordare che nei banchetti la prima e l'ultima libazione si faceva in suo onore

[38] - an di Vesta in cura il foco: vestali, sacerdotesse di Vesta, che dovevano tenere perennemente acceso il simbolico sacro fuoco;

[39] - Pisciancio: vedi più sotto pisciarello

[40] - Cotone: così si chiamava una villa della famiglia Scarlatti

[41] - Scarlatti: personaggio dell'epoca, forse il musicista Alessandro Scarlatti, nato a Palermo, vissuto anche a Napoli, Roma e, dopo la morte del Redi, per qualche tempo a Firenze

[42] - persone ... fatti: bevano un vino debole come il Pisciarello le persone che non sanno agire bene nella vita perché superficiali

[43] - smaccato: dolcissimo fino alla nausea

[44] - scolorito: di color rosa chiaro

[45] - snervatello: senza nerbo, senza forza, languido

[46] - Pisciarello: vino da Dame, un po' gentile e dolce, chiamato Pisciancio in Firenze

[47] - Bracciano:  cittadina in provincia di Roma, sull'omonimo lago

[48] - scartabelli: libri importanti e di gran pregio per cultura  e intelligenza

[49] - Pignatelli: Stefano Pignatelli, cavaliere romano, amico del Redi, autore di un trattato platonico

[50] - volgo: popolo, in questo caso non in termini di disprezzo; il vino Pisciarello, proprio perché debole e dolciastro non può che piacere alla massa, al volgo, non ai nobili, ai quali s'addice vino nobile e forte

[51] - Ciccio d'Andrea: Francesco D'Andrea, avvocato e letterato napoletano, di vasta cultura, amico del Redi, conosciuto sul finire del 1671, citato nella Lettera intorno all'invenzione degli Occhiali

[52] - Asprino: rinomato vino  di Napoli, Aversa, Sorrento e dintorni dal sapore un po' aspro e forte, così diverso dai vini forti ma amabili della Toscana

[53] - agresto: specie d'uva che non matura mai completamente da cui si ricava un vino acre; in alcune città, come Verona, questa parola è usata col significato di aceto, accolto in questo caso dal Redi

[54] - Fasano: Gabbriello Fasano, di Napoli, poeta, traduttore in napoletano della Gerusalemme liberata del Tasso, leggendo un giorno il Ditirambo, come afferma il Redi, fingendo d'essere in collera perché non vi si lodavano i vini generosi di Napoli, esclamò: Voglio fa venì Bacco a Posileco, e le voglio fa vedè, che differenza n' c'è tra li vini nostri e le pisciazzelle de Toscana

[55] - lingua profana: il Fasano osa mettersi sullo stesso piano del dio Bacco come intenditore di vini, ma non essendo un dio ha una lingua profana, contrapposta alla lingua divina degli dei, e tutto ciò che dice è empio, contrario alla religione e al rispetto per gli dei immortali

[56] - Tigri Nisee: tigri abitatrici del monte Nisa, in India, in cima al quale fu allevato, secondo i mitografi greci, Bacco-Dioniso (ma questa parte del mito non è univoca presso i vari mitografi, in quanto Nisa è anche il nome di varie città della Grecia, dell'Etiopia e dell'Egitto) - Nisa è anche il nome di una nutrice di Bacco

[57] - carro aurato: carro dorato; è così rappresentato il carro del sole

[58] - Sebeto: antica denominazione del Rio della Maddalena, fiumiciattolo che sfocia nella baia di Napoli

[59] - ...intorno: proprio perché crede di essere un intenditore di vini come il dio Bacco, crede di poter fare le stesse cose cha fa il dio, come andare verso il Sebeto sul carro dorato trainato dalle tigri Nisee

[60] - alligna: attecchisce bene e cresce prosperosamente

[61] - ed a quei lauri ... Ischia: il Fasano pretende di unire alla corona di lauro, che lo distingue come poeta, la corona formata dai pampini di quelle viti che crescono bene a Posillipo e nell'isola di Ischia

[62] - Tirso: presso i Greci e i Romani era un lungo bastone, attributo di Bacco-Dioniso che aveva in cima un ornamento più spesso di pampini intrecciati, ma anche a forma di pigna o di foglie d'edera; era portato dai seguaci del dio durante la celebrazioni delle feste dionisiache

[63] - Febo: altro nome di Apollo, figlio di Zeus e di Leto, ad indicare l'immagine del sole splendente che serve per riscaldare i vigneti per la produzione di buon vino (a questo proposito vedi nota n. 10)

[64] - Minerva: Atena o Pallade presso i Greci, dea della saggezza; avendo Zeus nascosto dentro di sé Meti, la madre di Atena, per prevenire la nascita di un figlio che avrebbe potuto un giorno detronizzarlo, un giorno sentì un forte mal di testa; si fece spaccare la testa dal dio Efesto (Vulcano) e ne uscì fuori Pallade-Atena bellissima e armata; la dea guerriera è protettrice delle arti e della pace

[65] - Greco: celebre vino della baia di Napoli

[66] - rappattumarmi: riconciliarmi

[67] - tresca: ballo caratterizzato dall'agitarsi di mani e di piedi; dal tedesco

[68] - anfore: vasi di varie grandezze e capacità usate per contenere e conservare liquidi (vino, acqua, olio)

[69] - inguistare: anche: engrestare, grasta, guastada, inguistara: vaso largo nel corpo e stretto alla base e al collo; in alcuni dialetti meridionali grasta è il vaso per piantare fiori, ed ha la stessa forma del vaso per bere

[70] - Marchese gentil dell'Oliveto: conoscenza napoletana del Redi

[71] - Pescia: cittadina in prov. di Pistoia, attraversata dal fiume Pescia

[72] - Buriano: famoso vino bianco prodotto a Pescia, prodotta da un'uva chiamata Buriana o Burianese

[73] - egli: il vino

[74] - oro potabile: che si può bere, vino prezioso come l'oro; un tempo si credeva che esistesse un liquore fatto con l'oro ridotto a liquido, cui gli alchimisti attribuivano una grande forza, quella di riavere vicini coloro che stavano per morire, di rendere le forze ai vecchi, di rinforzare il cuore e ridare coraggio e simili

[75] - che mandar ... inrimediabile: il vino scaccia via, manda in esilio, ogni male inguaribile, al quale non si può porre rimedio

[76] - Elena: Figlia di Zeus che si era accoppiato con Leda sotto forma di cigno, celebre per la sua straordinaria bellezza; sposa di Menelao, fu rapita da Paride e portata a Troia, originando la guerra dei Greci contro Troia; conquistata Troia, Elena torna col marito e alla sua morte si approda nell'isola di Rodi ospite di Polisso, sua lontana parente, che per vendicare la morte del marito Tlepolemo l'accolse con apparente gentilezza e poi la fece impiccare ad un albero da alcune sue ancelle, travestite da Erinni, dopo averla tirata fuori dall'acqua nuda mentre faceva il bagno

[77] - Nepente: medicina, droga, che, messa nel vino, faceva rallegrare il cuore e toglieva ogni tristezza: venne data ad Elena da Polidamna, moglie di Tone d'Egitto; secondo Omero (Odissea, libro IV, vv. 220 e segg.) sopiva il dolore, calmava la collera e faceva dimenticare tutti i mali (approdata in Egitto con Paride, Elena fu trattenuta da Proteo, re di Menfi, mentre Paride fu scacciato e costretto a portarsi dietro il simulacro di Elena)

[78] - Rucellai: Orazio Rucellai, Cavaliere e Priore di Firenze, autore dei Dialoghi filosofici, discendente dalla famiglia Ricasoli, filosofo e letterato di fama presso i suoi contemporanei, citato nella Lettera intorno all'invenzione degli Occhiali perchè nella sua Casa avvenivano spesso riunioni di dotti e di lettarati, folosofi e artisti

[79] - lui ... e la vertigine: in compagnia del vino il Rucellai comprendeva bene gli atomi e i corpuscoli, sapeva distinguere il crepuscolo vespertino da quello mattutino, dimostrava le cause della lentezza del moto degli astri e lo stordimento del cervello, al quale, in preda ai fumi del vino, sembrava che tutto girasse intorno

[80] - nel cercar la verità: ricordiamo il proverbio in vino veritas: nell'ebbrezza l'uomo tende a dire la verità che conosce e che comunque sta lontano dall'ebbrezza

[81] - Barbarossa: è un vino gentile, di colore simile al Claretto, rosa forte (fragola matura), d'un vitigno particolare, coltivato per lo più sulle colline di Pescia (Pistoia), che produceva grappoli grandi di colore rosso chiaro, che davano l'impressione di essere tante barbe rosse

[82] - temprare: temperare, moderare, diminuire

[83] - Ipocrate: Ippocrate, primo grande medico della storia umana, del IV sec. a.C.; le sue opere raccolgono tutto lo scibile medico dell'epoca - ricordiamo il giuramento di Ippocrate

[84] - Andromaco: medico di Nerone, nato a Creta - gli si attribuisce l'invenzione della teriaca, potente antidoto contro i veleni animali

[85] - ciotole: dal greco Kotyla, usata anche dai Romani per misurare liquidi, bicchiere senza manici, simile a una piccola conca, differente dal calice

[86] - pretto: puro, non mischiato con acqua o con aromi

[87] - Corso ... Ispano: vini generici della Corsica e della Spagna

[88] - Euripide nelle Baccanti dice che solo il vino è la medicina utile contro gli affanni e i mali della vita, scoperto proprio per guarire dalle malattie (del corpo e dello spirito)

[89] - Cerretano:  da Cerreto, località nei pressi di Spoleto, oggi scomparsa, vicino alla Forca di Cerro: venditore di bagattelle, impostore, ciarlatano (in origine significava: medico di Cerreto

[90] - cioccolatte: mistura di vari ingredienti, tra i quale c'è soprattutto il cacao e lo zucchero

[91] - te: anche il the, come la cioccolata, era una bevanda conosciuta nel '600, anche se diffusa solo negli strati più elevati della popolazione

[92] - caffè: bevanda usata nel Seicento soprattutto tra i Turchi, gli Arabi e i Persiani, e che comincia ad essere usata anche nei paesi dell'Europa mediterranea e all'inizio del Settecento nell'Europa centro-occidentale; qualcuno affermava che il caffè era il famoso nepente di Elena (v. nota 43)

[93] - giannizzeri: soldato scelto della fanteria turca, guardia del Sultano, dal turco ieniceri

[94] - ostico: di sapore aspro e amaro, oltre che sgradevole

[95] - Tartaro: abisso sottostante all'Averno, dove Giove precipitò i Titani ribelli (Averno, inferno dei pagani, da Avernus, lago presso Pozzuoli in Campania, dove si credeva fosse l'ingresso dell'oltretomba

[96] - Erebo: come Averno e Tartaro: inferno, regno dei morti

[97] - Belidi: le 50 Danaidi, figlie di Danao, discendenti di Belo (da cui Belidi), furono condannate da Zeus nel Tartaro ad affannarsi ad empire una botte senza fondo per l'eternità, per aver ucciso i rispettivi mariti durante la prima notte di nozze (si sposarono tutte insieme) istigate dal padre che aveva saputo da un oracolo che sarebbe stato detronizzato e ucciso dai cinquanta mariti se fossero rimasti in vita; una delle Danaidi, Ipermestra,  fece però fuggire il marito, Linceo, avvertendolo di quanto sarebbe successo; Zeus condannò le Danaidi nel Tartaro a riempire d'acqua per l'eternità una botte senza fondo

[98] - Tesifone: una delle Furie

[99] - Furie: o Erinni, di cui si conoscono tre nomi: Aletto, Tesifone, Megera: Divinità infernali, figlie di Acheronte e della Notte (secondo altri della Terra). I Greci le immaginarono alate, cattive, con serpi per capelli e alito portatore di morte: personificano la maledizione, la vendetta e il rimorso e perseguitano per l'eternità gli assassini e soprattutto i parricidi

[100] -  - Proserpina: in Greco Persefone, figlia di Zeus-Giove e Demetra-Cerere, rapita da Plutone, il dio degli inferi, per volere di Zeus viveva sei mesi nell'Olimpo e sei mesi col deforme marito negli inferi

[101] - ministrarono: le Furie fecero bere a Proserpina/Tesifone il caffè, il liquido nero che avevano inventato

[102] cionca: tracanna, beve avidamente; il musulmano che tracanna il caffè mostra di aver poca intelligenza - scrive il Redi nelle Etimologie Italiane (1685, stampate in Genova da Gio. Antonio Chouët, compilate dall'amico Egidio Menagio): "Cioncare vale bere di soverchio, e con troppa avidità; credo che sia stato detto dal modo sconcio col quale beve la broda il porco, che dagli Aretini è chiamato Cioncarino, e da' Cortonesi cioncolo."

[103] - gonzi: creduloni, sciocchi

[104] - malvagia: malvasia, uva di sapore dolce e di delicato profumo, da un vitigno proveniente dall'isola di Candia della Morea , che porta lo stesso nome, e che si è ambientato bene anche in Italia, soprattutto in Toscana

[105] - Montegonzi: paesino nei pressi di Arezzo

[106] - un'indistinto: nell'edizione del 1685 è scritto con l'apostrofo

[107] - Ambra: vino di Creta, dall'odore di ambra,, chiaro e forte, ma incapace di spegnere la sete troppo alta e orgogliosa di Dioniso

[108] - Etrusca Malvagia: vino ricavato dall'uva malvasia della Toscana

[109] - Cidonio scoglio: Appartenente all'isola di Creta, detta Cidònia dal nome di un'antica località sulla costa settentrionale, vicino all'odierna Canea, secondo alcuni Policastro e secondo altri Platania,  celebre per i suoi vini e per gli archi che vi si fabbricavano, oltre che per le cotogne, specie di mela commestibile dal sapore molto aspro; isola cidonia significa anche isola delle cotogne

[110] - rampolli: presi dallo scoglio cidonio, i superbi e nobili germogli, come figli di nobile stirpe, possano ringentilire, cioè trovare sul suolo Toscano una nuova nobiltà

[111] - depor vedransi il naturale orgoglio: le viti trapiantate dall'isola Cidonia in Toscana, perdendo il naturale e primitivo sapore, avrebbero acquistato un nuovo sapore, più gentile e quindi più gradevole al palato

[112] - Cervogia: birra; "Cervogia è una maniera di beveraggio che l'uomo fa di formento, di vena e d'orzo. Ma quella Cervogia che si fa di formento e di vena val meglio... e chi con essa il vin la bee, si inebria tostamente... Ma la Cervogia fatta di segale, è sopra tutte l'altre la migliore." (Redi)

[113] - presto muore: pensa con un po' d'ironia allo slogan: chi beve birra, campa cent'anni

[114] - barbogia: rimbambita o istupidita

[115] - Sidro d'Inghilterra: vino di mele, celebre soprattutto quello d'Inghilterra, il migliore

[116] - beveroni: beveraggi, bevande senza gusto né sapore, dal nome generico di una bevanda composta di acqua, farina e semola, che si dà agli animali per farli ingrassare

[117] - tangheri: gente stolida, villana, zotica, di costumi rozzi

[118] - ma si restin col mal die: formula di malaugurio: restino col male della vita, che solo il vino può guarire

[119] - pècchero: vocabolo di origine germanica: sorta di bicchiere grande

[120] - colmo in giro: colmi fino all'orlo

[121] - sì benigno: il vino Albano, prodotto in contrada Sansavino sul Monte Albano nei pressi di Pistoia, definito benigno già da Marziale

[122] - Tregozzano ... Giggiano: sono nomi di collinette della campagna di Arezzo

[123] - razzente: frizzante, spumeggiante

[124] - Redi: l'autore allude a se stesso, nominando i vini da lui prodotti, l'Albano e il Vaiano

[125] - Manna dal ciel sulle tue trecce piova: da un verso del Petrarca: fiamma dal ciel sulle tue trecce piova

[126] - trecce: le trecce simbolicamente sono i pampini delle viti

[127] - ambrosia: come il nettare, è una bevanda squisita e il cibo degli dei immortali; in questo caso il vino è come il nettare degli dei, anche perché allontana i mali dall'uomo

[128] - ogni tua vite ... nuove frondi: riprende Omero, che nel settimo libro dell'Odissea scrive che le piante di ogni tipo degli orti di Re Alcinoo sempre sono fiorite e tutto l'anno danno frutti, e le sue vigne sono cariche d'uve, con le viti in parte fiorite, in parte con uva ancora acerba, in parte con uva matura e in parte con uva già raccolta e pigiata

[129] - un rio di latte in dolce foggia: "Euripide nelle Baccanti, contando nel suo linguaggio poetico le meraviglie di Bacco, dopo aver detto che le Baccanti, ferendo le pietre con le loro aste, facevano scaturire i rugiadosi umori dell'acque, e che alcuna di esse ficcando il suo bastone in terra, Bacco ne faceva sorgere fontane di vino, aggiugne che a quante aveano gusto di bevanda bianca e lattata, bastava, che chiamandosi, prendessero pizzichi di quella terra per la quale passavano; e tosto si vedevano le mani piene di fiali di latte. E nella stessa favola una di esse Baccanti dice che per dove passava Bacco la campagna correva latte, vino e nettare o miele."  (Redi) - battendo col tirso per terra le Baccanti facevano scaturire ruscelli di vino, o di latte, o di acqua

[130] - né pigro giel, né tempestosa piova: né gelo né pioggia ti sconvolga o ti strappi le foglie

[131] - druda: amante, nel senso positivo di colei che ama - è Aurora, o Eos, che ama Titone, figlio di Laomedonte, e lo rapisce per la sua straordinaria bellezza; per lui la dea chiese l'immortalità, e la ottenne, ma non pensò a chiederne anche l'eterna giovinezza. Lo amò finché non fu vecchio e lo curò con molta cura; quando divenne decrepito lo lasciò solo in un luogo chiuso

[132] - Titone: figlio di Laomedonte e marito di Eos-Aurora, per il quale la dea ottenne l'immotalità ma non l'eterna giovinezza

[133] - quel buon vecchio ... tornerebbe in gioventù: il vecchio Titone sarebbe tornato giovane se l'amante Aurora gli avesse dato da bere una gran ciotola di vino, e quindi lo avrebbe tolto dalla sua solitudine

[134] - coronar: riempire il bicchiere fino all'orlo

[135] - Lamporecchio: villa di proprietà della famiglia Rospigliosi, ai tempi del Redi,  nel paese di Lamporecchio, in prov. di Pistoia, vicino ai Monti Albani, celebri per la produzione di ottimi vini; nel Seicento era in pratica ristretto a un Castello e a poche case di contadini e artigiani

[136] - Castel per quel Masetto: castello di Lamporecchio reso famoso da Masetto, protagonista della prima novella della terza giornata del Decameron di Boccaccio

[137] - a inghirlandar le tazza or m'apparecchio: vedi nota 87: mi preparo a riempire i bicchieri fino all'orlo

[138] - puretto: i contadini fiorentini chiamavano puretto il vino non annacquato; da puretto nacque l'aggettivo pretto, secondo l'opinione di alcuni studiosi dell'epoca

[139] - Cantinette: vasi di metallo o di terracotta, pieni d'acqua e ghiaccio, in cui si mettevano in fresco le bottiglie di vino (oggi usati per lo champagne

[140] - Cantimplore: Cantimplora: parola composta da canta e implora: vaso di vetro, non più molto in uso ai tempi del Redi, che ha nel mezzo un vano nel quale si mettono pezzi di ghiaccio, o di neve, per rinfrescare il vino contenuto, ed aveva un lungo e grosso collo, che sorgeva da uno dei fianchi come un annaffiatoio; la cantimplora fu definita da Lorenzo Magalotti come una sorbettiera ampia e dorata

[141] - forbite: pulite

[142] - bombolette: parola derivata dal Greco, diminutivo di bombola, vaso di vetro col collo torto che serviva per contenere vino o liquore, che si usava immergere nel ghiaccio o nella neve per rinfrescare il vino - anticamente si chiamava così l'orciolino dell'olio

[143] - quinto elemento: essere il quinto elemento in gergo toscano significava essere una cosa  necessaria; la stessa Firenze era stata denominata più volte come il quinto elemento per la grazia, la ricchezza artistica, l'intelligenza dei governanti, ecc

[144] - contento: sostantivo, per contentezza, soddisfazione, gusto, piacere; è folle chi spera di provare gusto nel bere vino se questo non è ben fresco

[145] - Vallombrosa: stazione di villeggiatura del Pratomagno nel comune di Reggello (Firenze), dove sorge l'omonima abbazia, fondata nel 1051 da Giovanni Gualberto, più volte rimaneggiato fino al '700

[146] - bicocca: piccola rocca o fortezza costruita su un colle isolato a difesa delle valli

[147] - in chiocca: in gran quantità

[148] - Satiri: seguaci di Dioniso, esseri mostruosi,  divinità di ordine inferiore, insidiatori delle Ninfe, dal corpo villoso, le orecchie aguzze dietro le brevi corna ritorte, e le zampe caprine: sono la personificazione di forme e manifestazioni della natura selvaggia, dei bassi istinti, sensuali e brutali, dell'uomo primitivo; col passar del tempo la loro figura è stata ingentilita, fino a perdere il loro aspetto animalesco primitivo

[149] - frottole: canzoni popolari e scherzose, che cantano fatti e pensieri bizzarri senza nesso e senza ordine

[150] - riboboli: giochi di parole della parlata dialettale fiorentina

[151] - Monte di Boboli: "Col nome di Boboli si chiama comunemente in Firenze il giardino del Serenissimo Granduca. In una delle collinette si mantiene una ghiacciata per conservar quei vini che si tengono la State nella grotta incavata sotto di essa ghiacciaia." (Redi)

[152] - alti picchi: il picchiare insistente e continuato

[153] - mazzapicchi: martelli di legno che servivano per cerchiare le botti

[154] - infragnetelo: infrangetelo, rendetelo a pezzettini minutissimi

[155] - mortoassetato: morto di sete

[156] - insacco: lo stomaco è detto anche sacco, per cui insaccare significa mandar giù nello stomaco

[157] - gotto: bicchiere, parola d'origine veneziana

[158] - Arlotto: uomo vile e sporco, che mangia e beve smodatamente, sciocco;  un tal fiorentino Arlotto Mainardi, pievano di San Cresci a Macinoli, era celebre nel Seicento per il suo ingegno arguto e bizzarro

[159] - ebbe le grazie: le tre Grazie, seguaci di Venere e compagne delle Muse, rappresentate mentre si tengono nude per le mani

[160] - vibrò i suoi detti in fulmine conversi: vibrò i suoi pensieri convertiti in fulmini

[161] - Anacreontico: che scrive poesie seguendo il poeta greco Anacreonte

[162] - Menzin: nato a Firenze nel 1646 e morto a Roma nel 1704, Benedetto Menzini era di umili origini e potè studiare grazie all'interessamento del Marchese Salviati; dopo essere stato ordinato prete, divenne col passare degli anni sempre più feroce e sarcastico contro i suoi avversari; interessanti le Satire, violenta polemica contro i vizi del secolo (avarizia,, invidia, ipocrisia) e le Rime

[163] - Febea ghirlanda: ghirlanda data ai poeti che hanno raggiunto una certa celebrità, in nome di Febo, altro appellativo di Apollo, il dio radioso del Sole, della luce e dell'arte, della poesia e della divinazione - Apollo era figlio di Zeus e Leto (Latona)

[164] - fiele: simbolicamente per astio, odio

[165] - fiele: nera, nel significato di disgustosa

[166] - atra: dal latino hostis: nemico

[167] - Pindo: catena di monti della Tessaglia, regione occidentale della Grecia, fra i quali spiccano il Parnaso e l'Elicona, sacri ad Apollo e alle Muse

[168] - Filicaia: Filicaia Vincenzo (1642-1707), poeta celebre presso i suoi contemporanei, che la critica dalla seconda metà dell'Ottocento ha molto ridimensionato; autore dei celebri Sonetti all'Italia. Si racconta che Murat durante l'occupazione francese dei primi dell'Ottocento, volesse far arrestare il Filicaia, di cui girava fra gli italiani il primo sonetto, patriota e pericoloso: ma il Filicaia era morto da un secolo

[169] - Cètera: cetra, simbolo della poesia

[170] - Cigni: il cigno è simbolo del poeta; quindi: mi circondino altri poeti, oltre il Filicaia

[171] - ebrifestosi: nelle edizioni successive a quella del 1685 è scritto staccato: ebri festosi; festosi e gaudenti a causa dell'ebbrezza

[172] - Evoè: invocazione al dio Bacco (Dioniso), ma anche acclamazione

[173] - turba sì preclara: moltitudine di persone celebri, detto in senso non dispregiativo, ma sicuramente ironico

[174] - Regio Senato: allude all'Accademia della Crusca, che come un Regio Senato decide sulle parole

[175] - piato: decisione, sentenza

[176] - Etrusche voci: parole toscane

[177] - cribra: vaglia (da cribrare=vagliare)

[178] - la gran Maestra: la Crusca

[179] - Regina: la Crusca è la Regina del parlare italiano perché risolve tutti i dubbi sia di pronuncia che di grafia e soprattutto di significato, cercando l'etimologia esatta delle parole e suffragando le sue affermazioni con esempi tratti dalle opere degli autori famosi

[180] - Segni: segretario dell'Accademia della Crusca e, quindi, estensore dei verbali delle riunioni

[181] - courier: parola francese in onore di Régnier, corriere per la posta; in una lettera del 1684 al Régnier così scrive: "Ancora (anche, ndr.) a me  era saltato l'umore di far versi Franzesi:

A Monsieur Monsieur Régnier

qu'avec sa vraie éloquence

la nouvelle tost en die

de la France

 à la grande Académie.

Ma non m'è dato l'animo di tirar avanti"; questi versi scompariranno nell'edizione definitiva

[182] - Abbé Régnier: Régnier de Maret, segretario dell'Accademia Francese (corrispondente alla nostra Crusca, di cui era anche accademico onorario perché scriveva in versi toscani con tanta proprietà di linguaggio da sembrare toscano, con la stessa facilità d'uso della lingua francese; era buon conoscitore anche della lingua spagnola)

[183] - dorè: francesismo: dorato; uno dei quattro colori del vino: bianco, dorato porpora o sanguigno, nero

[184] - Trebbio: villa posseduta dai Medici, in Mugello; al tempo del Redi era di proprietà dei Padri della Congregazione di San Filippo Neri

[185] - molto a grè: francesismo, dal provenzale grat, francese gré: gradisco molto

[186] - di te: bevo alla tua salute, Toscano re dei vini; la formula del brindisi era: Bene a Te, Bene a Me

[187] - umore: vino in generale

[188] - gran Cosmo: Cosimo III dei Medici, Granduca di Toscana dal 1670 al 1723, successore di Ferdinando II

[189] - eternità di gloria: elogio un po' eccessivo delle doti di Cosimo, abulico e pigro Granduca

[190] - senz'alcun velo: senza bisogno di essere interpretati gli oracoli, le poesie che trattavano del futuro

[191] - di grandi opre onusto: carico, ricco di grandi opere

[192] - volgendo il tergo a questa bassa mole: volgendo le spalle (il tergo) alla terra e al peso della vita umana

[193] - tralle Medicee stelle astro novello: è antica credenza popolare e consuetudine poetica trasformare le anime dei personaggi celebri in stelle; questo simbolo nel Seicento era particolarmente usato dai poeti marinisti; in questo caso ai quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo, se ne aggiunge un quinto che è l'anima trasformata di Cosimo III

[194] - e Giove stesso ... del tuo lume adorno: lode iperbolica rivolta a Cosimo III: colla sua luce farà risplendere ancora di più lo stesso Giove

[195] - cembalo: strumento musicale antico formato da un cerchio di legno su cui è tesa una cartapecora, circondato da sonagli e girelline di ottone

[196] - crotalo: specie di nacchere composte di due piastre di rame

[197] - Nebridi: le Baccanti, così dette perché vestite di pelle di daino e cervi (detta nebris)

[198] - Bassaridi: Baccanti, dette Bassaridi perché indossavano a Bassara, città della Lidia, e nella Tracia, la bassara, una lunga veste policroma; Bacco era detto anche Bassareo, derivato dal nome della città di Bassara oltre che dalla veste bassara

[199] - di quella porpora: vino dal colore caldo rosso porpora

[200] - Monterappoli: paesino 6 km a sud di Empoli, sull'omonima collina

[201] - Fauni: divinità campestri, seguaci di Fauno o di Pan, che proteggevano il lavoro dei campi e più in generale le campagne

[202] - serti di pampano: si intreccino ai capelli corone fatte con pampini di vite

[203] - nacchere: "due strumenti di rame in foggia di due grandi pentole vestite di cuoio, e per di sopra nel largo della bocca coperte con pelle da tamburo, e si suonano con due bacchette, battendo con esse vicendevolmente a tempo or sopra l'uno, or sopra l'altro di questi strumenti, detti ora Taballi, e presentemente timballi i quali autenticamente erano per lo più in uso tra' Saracini." (Redi)

[204] - trescando: ballando la tresca (v. nota 40)

[205] - strambotti: breve poesia amorosa o satirica, di origine popolare di 6 o 8 endecasillabi a rima alternata o baciata

[206] - frottole: vedi nota 102

[207] - d'alto misterio: spesso le frottole erano di senso oscuro e misterioso

[208] - Menadi: altro nome delle Baccanti, con allusione al loro smaniare, invasate da Bacco, in danze tumultuose e licenziose

[209] - Egipani: lo stesso che satiri, fauni, ritenuti figli di Pan e della ninfa Ega, concepiti come piccoli uomini molto villosi, con corna e zampe caprine; il passo ed il saltare degli Egipani era imitato dagli antichi coll'andare sui trampoli, imitatori che venivano chiamati grallatores pantomimi

[210] - tengan bordone: i lieti Egipani accompagnino coi loro movimenti i sermoni e i canti delle Menadi furiose, ebbre di vino

[211] - Talabalacchi: strumenti che venivano suonati in guerra dai Mori

[212] - Tamburacci: "Il tamburaccio è un grande strumento da suono alla Moresca simile di figura ad uno de' due timballi della cavalleria alemanna, fatto di rame coperto di tamburo, e si suona con battervi sopra un pezzo di canapo incatramato. Teria lo dicono i Mori in loro lingua

[213] - sveglioni: accrescitivo di sveglia, strumento da suonare usato dagli antichi

[214] - colascioni: strumenti musicali a due corde, talvolta tre, una vola molto in uso presso i Turchi, con un manico assai lungo, che producevano un suono rauco

[215] - forosette: contadinelle

[216] - dabbuddà: strumento a corda che si suonava con due bacchette che si battevano sulle corde stesse. Annota il Giacosa: "Federico Nomi in una nota autografa all'esemplare del Ditirambo, ediz. del 1685, regalatogli dall'autore, e posseduto dall'Ab. Sebastiano Lotti: 'Dabbudà dicono li nostri una pentola con una carta pecora ben tirata, a bocca alla quale è legato in mezzo un bastone con capo grassetto, e questo dimenando in giù e in sù forma un suono, che pare dica Dabbudà onde piglia il nome tale strumento da maschera'." Piero Giacosa, Le più belle pagine di Fr. Redi, ed. Treves, Mi 1925, p. 172)

[217] - bombababà: canzone molto in voga in Firenze nel '600, cantata dai bevitori popolani

[218] - grandavida: grande e avida

[219] - trafelinsi: respirino faticosamente, ansanti, come dopo una lunga corsa o un ballo sfrenato

[220] - mottetti: composizione poetica toscana di pochi versi (normalmente da due a 5) contenente un solo concetto fondamentale

[221] - cobbole: dal provenzale cobla, significa semplicemente componimento lirico, della lunghezza di una stanza (10-15 vv.)

[222] - sonetti: composizione poetica composta generalmente da due quartine e due terzine per un totale di 14 versi endecasillabi (ma si trovano esempi con soli versi settenari)

[223] - cantici: componimento lirico perlopiù di natura religiosa

[224] - fiori: breve "scherzo" in rima che si recitava durante le veglie o i balli del contado fiorentino, e cominciava: Voi siete un bel fiore, a cui vien risposto: che fiore? Lo scherzo era molto diffuso e la sua usanza antichissima: es, in un libro scritto nel 1592, riportato dal Redi:

P. Voi siete un bel fiore.

R. Che fiore?

P. Un fior di mammoletta.

R. Qualche mercede il mio servire aspetta.

[225] - Mammolo: era una specie d'uva rossa notissima nel contado di Firenze e deriva da mamma, mammella e riprende il significato più largo di bambino, fanciullo, giovanetto

[226] - imbottasi: si mette nelle botti

[227] - salvatico: poco socievole, ma anche amante della natura

[228] - Magalotti: Conte Magalotti Lorenzo, di nobile famiglia fiorentina (Roma 1637, Firenze 1712), di cultura enciclopedica, linguistica e letteraria, che godè di notevole notorietà ai suoi tempi sia cone poeta dell'Arcadia che come autore di volumi pseudoscientifici

[229] - a quella stessa fonte: il Magalotti "era solito nel solleone della grande estate portarsi ad una sua villa posta alle falde del Mantisone, da cui sorge il fiumicello Antella, che dà il nome al paese ove passa e sbocca nell'Ema." (Giacosa, op. cit.)"

[230] - Esone: figlio di Creteo, padre di Giasone. Quando fu decrepito ringiovanì per opera di Medea, secondo un desiderio espresso da Giasone

[231] - diè nome e fama al solitario monte: "Allude a Montisone, dove in tempo di state fa la sua villeggiatura il signor Conte Lorenzo Magalotti, ed è una montagnola, nella quale ha la sua sorgente il fiumicello Antella, che dà il suo nome al paese, per lo quale passa fino a metter foce nell'Ema ." (Redi)

[232] - nappo: coppa, bicchiere

[233] - d'un vin sì forte: forte perché non annacquato

[234] - ch'appena il cape: che appena può essere contenuto

[235] - madre: le viti sono piantate sulla parte scoscesa del colle sul quale è situata la cittadina di Fiesole, a 8 km da Firenze, esposta a mezzogiorno

[236] - Fiesolano Atlante: il colle su cui sorge Fiesole, dal quale si gode di una  bella vista su Firenze

[237] - verso l'occhio del Sole il fianco innalza: convincimento comune , già dall'antichità, è che i vigneti debbano essere piantati in modo da essere esposti al sole il più a lungo possibile durante la giornata

[238] - Fiesole: bellissima cittadina presso Firenze, fondata, secondo la leggenda, da Atlante, come racconta Boccaccio nel Ninfale fiesolano

[239] - Salviati: Salviati Lionardo (Firenze, 1540-1589), accademico della Crusca col nomignolo di Infarinato, ebbe molta parte nella messa a punto dei criteri che avrebbero guidato la compilazione del Vocabolario degli Accademici della Crusca; la famiglia Salviati aveva sotto Maiano una villa detta il Salviatino

[240] - Maiano: bellissima località dei dintorni di Firenze

[241] - Val di Marina: fra la valle della Sieve e quella del Bisenzio

[242] - Val di Botte: in una valle presso Empoli, possesso dei Padri Gesuiti del Collegio di Firenze al tempo del Redi

[243] - Salvin: "Il sig. Anton Maria Salvini gentiluomo fiorentino, Lettore della lingua greca nello Studio di Firenze, oltre a una vasta e recondita erudizione, possiede (conosce ndr.) ancora le più diffuse lingue d'Europa." (Redi)

[244] - Maggi: "Il sig. Carlo Maria Maggi segretario del Senato di Milano, Professore di Lettere Greche nello Studio di quella città, Poeta celeberrimo del nostro secolo, e mio riveritissimo amico" (Redi); aveva scritto anche in dialetto milanese, fondando in pratica la tradizione della poesia in milanese. In una lettera a Lorenzo Magalotti del 29/12/1684 (op.cit., vol. VII, pag. 180) così scriveva: "L'amicizia che passa tra il sig. Maggi, e me, nacque dall'aver egli fatto un sonetto sopra il mio Ritratto in tempo, che né meno io lo conosceva. Sicchè mi correva questo debito. Sono stato stimolato a pagarlo. Un pover'uomo, come sono io, non ha trovato miglior modo, che nominarlo nel Ditirambo".

[245] - Ippocrene: famosa fontana del monte Elicona, nella Beozia, scaturita per effetto d'un calcio del cavallo Pegaso; era sacra ad Apollo e alle Muse e si credeva che le sue acque infondessero ispirazione divina

[246] - menzognero liquore mai non bebbe: mai bevve acqua, liquore menzognero, ma sempre vino liquore della verità

[247] - Parnaso: monte dell'Antica Focide, regione greca a nord di Atene, sacro ad Apollo e alle Muse, oltre che allo stesso Dioniso-Bacco; i mitografi raccontano che sulla sua cima si fermò la barca di Deucalione alla fine del diluvio da questi scatenato

[248] - serti profani all'onorata fronte: non ebbe grandi onori come poeta

[249] - altre strade egli corse: il Redi allude  alla produzione in dialetto milanese del Maggi

[250] - etra: cielo, etere; aprì una nuova via alla poesia

[251] - Lesmo: deliziosa villa del Maggi nelle vicinanze di Milano, nella cittadina di Cislago, oltre Saronno, dove aveva un vigneto che produceva un discreto vino, ma poco forte

[252] - con le gote di mosto e tinte e piene: Bacco era rappresentato con le gote rosse e come tinte

[253] - "Il sig. Francesco de Lemene, gentiluomo lodigiano, e celebre poeta del nostro secolo, come chiaramente, fra l'altre sue nobili Opere, fa conoscere il libro intitolato Iddio in Milano l'anno 1684"(Redi).

[254] - Paladino Macaron: personaggio d'un poema del Maggi in onore della nobiltà e discendenza dei Maccaroni (Giacosa)

[255] - Narciso: Figlio del fiume Cefiso e della Ninfa Liriope, era bellissimo ma inaccessibile al sentimento amoroso; amato dalla Ninfa Eco, che si uccise per il dolore per essere stata respinta; un'altra Ninfa, ugualmente innamorata e respinta, pregò Nemesi di punirlo e la dea lo fece stoltamente innamorare di se stesso, tanto che egli stava continuamente a mirare la sua immagine riflessa nell'acqua delle fonti e dei fiumi; un giorno, essendosi chinato troppo a guardare la sua immagine, cadde nella foce e annegò.

[256] - forsennati: amori forsennati, folli, sia delle due ninfe che dello stesso Narciso, terminati tragicamente, nella follia della morte

[257] - rovere: albero delle cupulifere, dalla grande cupola, particolarmente adatto nelle calde giornate estive a proteggere dal sole

[258] - zufolo: strumento a fiato primitivo, fatta con una canna tagliata ad un capo in modo trasversale e con alcuni buchi per regolare le varie note

[259] - spippola: dire con franchezza i propri sentimenti; letteralmente significa: staccare gli acini ad uno ad uno, o anche i semi del granturco

[260] - egloghe: componimenti poetici con contenuto e personaggi del mondo pastorale

[261] - purpureo liquor: un vino locale che gli abitanti del posto chiamavano Pignuolo, dai quali è ritenuto fra i migliori vini esistenti

[262] - bel colle: "La collina di San Colombano nel territorio di Lodi abbondantissima di ogni sorta di frutti, ed in spezie d'uva e di fichi, dove il sig. Francesco de Lemene si ritira in autunno. Quivi, tra gli altri vini, se ne fa uno rosso, il quale dai paesani si chiama Pignuolo, e per la soavità e per la generosità è creduto poter stare a tavola ritonda con ogni altro vino d'Italia." (Redi)

[263] - cui bacia il Lambro il piede: il colle di S. Colombano ha le falde bagnate dal Lambro che attraversa il paese; il Lambro è un celebre fiume del milanese

[264] Colombano: monaco irlandese, protetto da Agilulfo e Teodolinda, che secondo la tradizione abbia sostato in questa località nel suo viaggio verso Bobbio dove, all'inizio del sec. VII fondò il famoso monastero

[265] - sposate sono invece d'olmi a' fichi: le viti sono piantate vicino agli alberi di fichi anziché di olmi, ai cui rami si reggono i tralci

[266] - Pietrafitta: località nei pressi di Castellina in Chianti, a una ventina di km da Poggibonsi,   patria della Vernaccia insieme a San Gimignano

[267] - Brozzi, / di Quaracchi e di Peretola: queste tre località, insieme a quelle di S. Donnino e di Lecore (v. nota n. 16) erano dette le cinque terre di Toscana, da non confondere con le Cinque Terre di La Spezia, ed erano note per la produzione di vini cattivi e di nessun pregio

[268] - coronato sia di bietola: per scherno, essendo la bietola insipida e dolciastra, e quindi un po' il simbolo degli sciocchi

[269] - Sileno: Sileno: vecchio Satiro che era il balio e il compagno di Bacco e veniva rappresentato a cavallo di un asino, con un corpo molto grasso e con in testa una corona di edera o di tralci di vite, bruttissimo e ridente, sempre ubriaco; si stabilì nell'Arcadia dopo aver seguito Bacco nella conquista dell'India e fu molto amato da pastori e pastorelle del luogo - Come padre dei Sileni o Satiri era chiamato Pappasileno; a lui fu dedicato un Tempio benché fosse mortale

[270] - a bisdosso: all'indietro e senza sella

[271] - orribile bestemmia: in questo caso significa biasimo, maledizione, quasi una condanna (servire da gioco ai fanciulli plebei legati in luogo vergognoso, lontano dai banchetti) inflitta al tempo della vendemmia, tempo di libertà presso gli antichi, cui doveva essere condannato chi non amava la Vernaccia ma i pessimi vini citati

[272] - Antinoro: gli Antinori erano una nobile famiglia fiorentina

[273] - d'Antinoro ... dalle rose il nome: "Le Rose sono una collina vaghissima a poca distanza da Firenze, sulla via per Roma: vi erano al tempo del Redi, e vi sono tuttora, possessi della fiorentina nobil famiglia degli Antinori" (Giacosa)

[274] - paraggi: paragone: che vince il paragone con ogni altro vino

[275] - Pan: dio delle selve e dei pascoli, dei pastori e delle greggi, figlio di Zeus e di Penelope secondo alcuni, di Ermes e della ninfa Callisto, nacque già perfettamente sviluppato, con aspetto di satiro, mezzo uomo e mezzo caprone, appunto capribarbicornipede, cioè dotato di corna e barba, e di piede caprino

[276] - capribarbicornipede famiglia: ci accompagni nelle danze e nei canti la famiglia di satiri che somiglia al dio Pan con la barbetta, le corna e i piedi di capra

[277] - vin polputo: vino puro e forte

[278] - poco muschio ed ambra: per ricomprare cose inutili (muschio ed ambra): è grave vendere molto vino per comprare muschio ed ambra, vendere vino per acquistare semplici odori

[279] - s'è fitto in umore: si è fissato nella decisione di trovare

[280] - che sia più grato: gradevole

[281] - guanciali: particolari guanciali che venivano riempiti di erbe aromatiche e di profumi

[282] - profumiere: contenitori di profumi

[283] - cunziere: qualsiasi vaso che può contenere la cunzia preparata con odori per profumare le stanze, dalla forma di catinella di cristallo o di porcellana. Cunzia è parola castigliana ed è una specie di giunco di radice lunga e odorosa, molto nota agli intenditori di erbe

[284] - polvigli: polvere finissima; anche guancialetto ripieno di spigo, pianticella odorosa da cui si estrae l'essenza di lavanda

[285] - Tolù: città dell'America meridionale, famosa per il balsamo che da essa arrivava in Europa, estratto per incisione della scorza di un albero che si assomiglia al pino (Piero Giacosa)

[286] - Perù ... Tolù: nomi di sapore fantastico più che geografico

[287] - Ambra: località in provincia di Arezzo

[288] - Celàbro: voce antica: cervello

[289] - Pumino: terra della valle inferiore della Sieve, rinomata per il suo vino (Giacosa, op.cit.,p.172)

[290] - Affricogno: di sapore aspro, da afro; come da verde si forma verdognolo e verdigmo, così da afro si forma africogno; da affro, affricogno; l'afrezza è il sapore di afro

[291] - popone: melone

[292] - star a tavola ritonda: aver l'onore di essere presentato sulla tavola di nobili personaggi; la tavola ritonda è un'espressione che si collega ai Cavalieri di re Artù della Tavola Rotonda

[293] - ne favello: ne parlo emanando una sentenza senza appello

[294] - ma ben pria di favellarne: ma ancor prima di parlarne

[295] - Gualfonda: strada di Firenze, oggi Valfonda, nella parte bassa della città (rispetto alla parte alta del giardino di Boboli), in periferia ai tempi del Redi, oggi nella zona della stazione di S.M. Novella, dove aveva un bellissimo palazzo con giardino la famiglia Riccardi

[296] - Vermiglio: vino di Gualfonda di buon sapore, anche se coltivato nella parte bassa della vallata, che poteva rivaleggiare col Piropo di Mezzomonte, coltivato in collina assolata

[297] - Mezzomonte: nome della parrocchia situata su un'amena collina circa 5 km a sud di Firenze, dove la nobile famiglia dei Corsini aveva una villa e una fattoria e vi si produceva un vino chiamato Piropo

[298] - Rubino: vino che si produce in Valdarno

[299] - Valdarno: valle del fiume Arno tra Arezzo e Firenze

[300] - mammoletta / ... verde: ha un odore il Rubino più buono e più forte e gradevole della verde mammoletta quando spunta tra le erbe

[301] - Permesso:  come Parnaso, monte delle Muse

[302] - gareggiar con Febo: gareggiare con Febo-Apollo: "il vino mette un cieco amore di loro stessi negli uomini, e gli rende vantatori più assai del dovere ." (Redi)

[303] - d'alto furore: invasato dall'ispirazione data dall'ebbrezza causata dal vino

[304] - e più grati: i miei versi saranno più dolci e gratificanti del vino di Gersolè

[305] - Gersolè: "San Gersolè è una villa poche miglia lontana da Firenze in vicinanza dell'Impruneta, ed è così detta dal nome della chiesa della stessa villa, che è intitolata san Giovanni in Gerusalemme di padronato della nobile famiglia de' Gherardini." (Redi) - il nome deriva da una deformazione dialettale e popolare del nome di Gerusalemme

[306] ghironda: strumento musicale che si suona facendo girare una ruota, per cui da girare è derivato ghironda, poco in uso già nel Seicento

[307] - cennamella: strumento musicale che si suona colla bocca. In alcuni luoghi della Toscana, in particolare tra gli aretini, si chiamava Ciaramella

[308] - almo liquore: il vino, che è creduto il veleno-antidoto di molti mali e affanni della vita

[309] - Gradivo: uno dei soprannomi che i Romani davano a Marte quale dio favorevole all'agricoltura (secondo alcuni da grandire, crescere; secondo altri da gradior, camminare)

[310] - egidarmato: armato di scudo

[311] - fanciullo faretrato: Eros (nella mitologia romana Cupido, figlio di Giove e di Venere), nella mitologia greca figlio di Ares (Marte) e di Venere, armato di frecce contenute in una faretra, per colpire i cuori d'amorosa passione

[312] - infernifoca: riscalda il mio cuore con un fuoco caldo come quello dell'inferno, fa diventare il mio cuore un inferno di fuoco

[313] - già nel bagno d'un bicchiere: secondo la fantasia di Ronsard, che, per fare una lode al proprio bicchiere, dice che Bacco sia stato lavato in un bicchiere quando, partorito intriso di sangue e di polvere celeste dei lampi e dei fulmini di Giove, dai quali fu colpito la madre Semele mentre lo partoriva, fu lavato in un bicchiere; da quel tempo, essendo rimasta nel bicchiere qualche divina scintilla, il vino mette nell'uomo un inestinguibile desiderio di bere

[314] - cavalier sempre bagnato: allude all'antichissima milizia dei Cavalieri Bagnati; ma in questo caso parodisticamente allude all'abitudine del bere vino fino a ubriacarsi, ad essere tutto e sempre bagnato di vino; un parente di Lorenzo Magalotti era stato nominato Cavalier Bagnato

[315] - potrò seder col mio gran padre a mensa: "Un antico costume dei Longobardi non permetteva, che i figliuoli del Re si trovassero a mensa col padre, se prima non erano stati armati cavalieri, perché solo questi potevano essere ammessi alla tavola del Re" (Redi)

[316] - Falerno, Tolfa: rinomati vini del napoletano

[317] - lacrima: particolari vini rossi della zona di Napoli, e del Vesuvio in particolare, detti popolanamente lacrime (ricordiamo il moderno lacrima Christi

[318] - vetri: genericamente per bicchieri

[319] - Verdea: celebre vino, nel Seicento, della collinetta di Arcetri, oggi alla periferia sud di Firenze; la Verdea, vino d'uva bianca, così detta perché il suo colore tende al verde, diversa dai vini verdetti, dal sapore secco e quasi brusco (ricordiamo il moderno celebre verdicchio)

[320] - Lappeggio: villa di Francesco Maria di Toscana, sulla via per le colline del Chianti, rinomata per le differenti qualità dei vini che si producevano nelle sue terre per la diversità dei vitigni secondo le usanze delle nazioni da cui i vitigni erano stati importati

[321] - Mezzograppolo: vino fatto togliendo la parte bassa del grappolo, meno matura della parte superiore

[322] - alla Franzese: modo tipico di vinificare: allude ai vini briosi e spumeggianti precedenti lo champagne

[323] - rincappellato: si dice rincappellato il vino vecchio che viene ringiovanito quando viene gettato sulla vinaccia nuova e torchiato insieme a questa

[324] - soleggiato: modo particolare di fare vino bianco: un mese prima della vendemmia si torcevano i tralci pieni di grappoli fino a spezzare il flusso della linfa e si toglievano le foglie lasciando l'uva al sole; una volta vendemmiata l'uva veniva posta al sole ad asciugare fino all'appassimento; l'uva appassita veniva tolta dal sole e ammassata nei tini nel momento di maggior calore del giorno e pigiata il mattino seguente

[325] - trincanniamo: formato dai verbi trincare e tracannare

[326] - a guerra rotta: senza misura o regola, smoderatamente

[327] - Rullato: particolare lavorazione: vino derivato dalla schiacciatura dell'uva senza la torchiatura

[328] - alla sciotta: senza fine (forse dal francese chott: lago senza sponde); vino lavorato con odori particolari

[329] - gozzovigliando, gavazzando: mangiare e bere senza misura

[330] - imbotta: letteralmente mette vino nella botte, qui significa: chi beve di più

[331] - lui: riferito, in via eccezionale, a vino; intendiamo: per colpa del vino

[332] - spranghetta: "Aver la spranghetta si dice di coloro, i quali avendo soverchiamente bevuto, sentono gravezza, o dolore di testa nello svegliarsi la mattina seguente dal sonno. Così fatta spranghetta viene disegnata da Plinio quando parla de' vini Pompeiani del Regno di Napoli" (Redi)

[333] - l'anatomico Bellini: Lorenzo Bellini, lettore di Notomia nell'Università di Pisa, e celebre per le sue opere di Anatomia e Medicina

[334] - notomia: scienza che per via della dissezione studia la struttura del corpo umano o animale

[335] - Chianti: la zona del Chianti è racchiusa nel triangolo tra Impruneta, Poggibonsi e Montevarchi a sud di Firenze, mentre i monti del Chianti si trovano a est di Montevarchi e hanno come centro la badia di Coltibuono; la zona si trova parte nella prov. di Firenze e parte in quella di Siena

[336] - vite bassa e non broncone: la vite bassa è coltivata specificamente per la produzione di uve scelte da tavola e da vino; il broncone è la vite coltivata per la quantità (viene potata infatti lasciando sul ramo parecchie gemme anziché due sole come nella vite bassa) a dispetto della qualità

[337] - villanzone: abitante di campagna zotico, villano e senza quel minimo di educazione che comincia a farlo essere uomo

[338] - maritolla ad un broncone: ha potato la vite legandola a un broncone, a un grosso ramo non ripulito, che non ha la forma del palo: è indice di disordine

[339] - decrepito: vino stravecchio

[340] - maestoso / imperioso: pieno di maestà e superiore agli altri perché più buono

[341] - Giara: vaso di cristallo senza piede con due manici che serviva per bere; dallo spagnolo iarra. Veramente il vino non si sarebbe potuto bere da una giara, perché questa era fabbricata per contenere soltanto acqua; ma gli ubriaconi non fanno differenza tra bicchiere, giara, boccale, fiasca, ecc.

[342] - Carmignano - vino dal nome della località situata a 15 km circa da Prato

[343] - ch'ambrosia e nettar non invidio: "Paolo Silenziario nel secondo libro dell'Antologia in proposito del vino assicura a dire, che gli piace tanto, che purché n'abbia sempre, lascia ad un altro l'ambrosia" (Redi) e il nettare degli dei

[344] - sassosissime: Già dall'antichità i contadini sanno che le viti vanno piantate in terreni sassosi e soleggiati, meglio se collinari per produrre uva di qualità e vino saporito e forte; celebre il proverbio toscano: vino nel sasso, popone in terren grasso

[345] - chiomazzurre Naiadi: ninfe d'acqua dolce (laghi, fiumi, fonti, ecc.) rappresentate con la chioma azzurra, colore dell'acqua marina; sono importune, moleste e fastidiose, a causa della loro predilezione per l'acqua

[346] - C<rmignan: vedi nota 259

[347] - acqua bianca: per la spuma che si origine dal frangersi delle onde o dall'agitarsi in un bicchiere

[348] - tònfani: punti d'un fiume in cui l'acqua è più profonda

[349] - sia bruna: nelle pozze del fiume l'acqua sembra più scura fino ad essere nera

[350] - me non invesca: non mi invischia

[351] - sciocca ed importuna: senza sapore, fastidiosa e molesta, perché mette a soqquadro terra e cielo (inondazioni, ecc.)

[352] - riottosa: rissosa, indocile, che non sa restare in limiti prestabiliti, perché sovente li abbatte

[353] - ladro: usata soprattutto per far rima con soqquadro, ma non priva di una sua logica intima: con la sua violenza l'acqua ruba la pace agli uomini oltre che quella quantità di ricchezza che serve per rimettere tutto in ordine come prima

[354] - con sue nembose aspergini: con le sue piogge abbondanti (spruzzi d'acqua dalle nuvole)

[355] - vergini: ai fiori più delicati

[356] - ondose scaturigini: l'onda della piena delle inondazioni delle sorgenti e dei fiumi sono fonte di rovina per le costruzioni che di per sé sarebbero perpetue

[357] - Soldan: Sultano

[358] - Mammalucchi: milizie turche e circasse che tennero l'Egitto dal 1252 al 1517 (furono sterminati nel 1811 nella città del Cairo) - Ultimamente ha assunto valore e significato negativo; mammalucco e il credulone un po' sciocco e goffo che crede a tutto

[359] - si stucchi: si annoi, si stanchi di lodare lo Spagnolo le acque del fiume Tago

[360] - Tago: uno dei fiumi più importanti della Spagna; nasce dalla Sierra de Gredos e sfocia nell'Atlantico a Lisbona, attraversando il Portogallo

[361] - ch'io per me non ne son vago: non me ne importa niente perché non sono desideroso di acqua

[362] - svellere: sradicare

[363] - raperonzoli: erba dei campi, selvatica, con radice simile a quella della rapa, ma più piccola; si mangia in insalata; qui il suono e il significato nascosto ci porta verso una bonaria presa in giro degli sciocchi (teste di rape o di raperonzoli) che bevono acqua, anziché vino

[364] - medicònzoli: medici di scarsa intelligenza e preparazione, perché consigliano erbe, infusi e acqua, con la quale ogni mal pensan di espellere, anziché la vera medicina, che è il vino; in questo caso il Redi, quale medico di casa Medici, allude anche a se stesso, sempre magrissimo e asciutto, portato a suggerire medicine semplici e naturali

[365] - tondo: sciocco, poco intelligente; dice un proverbio: chi nasce quadro non muore tondo

[366] - Viviani: Vincenzo Viviani, Firenze 1622/1703, grande e celebre matematico del Seicento

[367] - masnada: parola usata più per far rima con vada che per la sua violenza; qui significa solo: compagnia dedita al vino, ai canti, alle danze, ai divertimenti

[368] - lungi sen vada: venga allontanata, buttata via

[369] - bigoncia: recipiente di legno, a doghe, senza coperchio, rotondo, più largo in cima che nel fondo, senza manici

[370] - acconcia: preparata, ripiena d'acqua

[371] - cedrata, / di limoncello: due bevande, la prima e con sciroppo di cedro, pianta delle rutacee che produce un frutto simile al limone; la seconda con uno sciroppo tratto dal limone, ricco di acido citrico

[372] - ostello: casa, abitazione, anche ritrovo

[373] - aloscia: bibita di limone strizzato e bollito nell'acqua con miele e spezie (pepe e chiodi di garofano)

[374] - candiero: bevanda di vino o latte con tuorli d'uovo poco cotti, zucchero, nuschio, ambra gelsomino, limoncini

[375] - chero: chiedo

[376] - sorbetti ... ambrati: il sorbetto è un succo di frutta o di latte con uova, condito e congelato, da usare in estate; ambrati perché insaporiti con ambra di cui acquistano l'odore

[377] - sei volte l'anno: un proverbio latino dice: semel in anno licet insanire, una volta all'anno è lecito impazzire; col vino, secondo Bacco, diventa lecito sei volte all'anno impazzire, ma solo tra i bicchieri, bevendo vino fino ad ubriacarsi e perdere la ragione - "Il Maestro Aldobrandino part. I cap. 3 : Non dee l'uomo bere tanto, che divenga ebro, tutto sia ciò che molti filosofi dicano, che esser ebro due volte il mese è santade, perciocchè dicono, che la forza del vino distrugge le superfluitadi del corpo, e le purga per sudore e per orina." (Redi)

[378] - Io per me son nel caso: io mi trovo in questa condizione

[379] - avallo questo, e poi quest'altro vaso: "I Franzesi dicono avaller un verre. Della stessa formula si valsero i provenzali antichi. Il Maestro Aldobrandino frequentemente costumò di servirsi del verbo avallare in significato di bere, d'inghiottire, d'ingollare." (Redi); significa quindi: bevo e m'ingollo questo e quest'altro bicchiere

[380] - ghiado: ghiaccio, freddo polare

[381] - m'imbacucco: coprirsi il capo col bacucco, panno che copriva la testa e il volto, e s'usava soprattutto nelle prigioni; per estensione: coprirsi il corpo

[382] - zamberlucco: "È una lunga e larga veste di panno colle maniche strette, la quale, invece di bavero, ha un cappuccio così largo, che può coprire la testa, anco quando vi è il turbante de' Turchi, o il carpacco de' Greci (sorta di berretto tondo, variante di colbacco, ndr): e se ne servono i Turchi e i Greci portandolo sopra tutte l'altre vesti in tempo di freddo, o di pioggia. I Turchi in lor lingua lo chiamano Iamurluk donde è nata la voce zamberlucco degl'Italiani, che da poco in qua hanno cominciato ad usare una tal veste nella stagione più fredda."  (Redi)

[383] - segaligno: dal corpo asciutto e magro

[384] - strani capogiri: effetto del vino sia sul fisico che sulla capacità di parola

[385] - "Lascio la terra e mi salvo nel mare - Fa qui a proposito la storia raccontata da Timeo di Tormina, e riferita da Ateneo nel lib. I di coloro nella città de Gergenti (Agrigento, ndr) in Sicilia, che per l'ubbriachezza impazziti, gittavano dalle finestre le robe della casa, credendo di essere in mare pericolando, e perciò convenir far getto delle mercanzie onde la loro casa fu nominata trieres come se noi dicessimo la nave, la galera." (Redi)

[386] - Vara: da varare, mettere in mare, tirare il naviglio dalla terra in acqua

[387] - gondola: nel XVI secolo, ai tempi del Redi, la gondola era la barca dogale veneziana a 12 remi (da non confondere con l'attuale gondola veneziana, bislunga e sottile, con una copertura nel mezzo che si chiama felze a fondo piatto e con prua e poppa rialzate e arcuate

[388] - più capace, e ben fornita: più grande, che può quindi contenere un maggior numero di persone e un maggior peso di rifornimenti, per cui è ben fornita, cioè provvista del necessario e del superfluo

[389] - cristallo ... ballo:  che ha la stessa delicatezza del cristallo, ma è resistente e non teme le tempeste del mare capriccioso

[390] - non pave: non teme, non ha paura (dal latino pavère)

[391] - gir: andare; me ne voglio andare per  gentile divertimento (diporto)

[392] - conforme: come son solito fare quando mi metto in viaggio per divertimento voglio andare fino al porto di Brindisi

[393] - carca: carica

[394] - brindisevol merce: di vino, coi quali bere e fare brindisi

[395] - brindis: del XVI secolo: saluto augurale a mensa bevendo, voce catalana dal ted. bringdir's, formula usata durante la bevuta (bevo alla tua salute) e passato dai lanzichenecchi alle soldatesche spagnole

[396] - Brindisi: nella mente ubriaca di Bacco si confondono il brindisi e il porto di Brindisi in una specie di gioco e divertimento

[397] - "Oh bell'andare / Per barca in mare: Finge Euripide, che al Ciclopo imbriacato da Ulisse pareva di andare per mare a sollazzo, come una barchetta" (Redi)

[398] - venticelli e fresche aurette: come danzatori e danzatrici

[399] - azzurro pavimento: sul mare senza onde o appena increspato

[400] - tesson: intrecciano danze d'amore

[401] - mormorio dei tremuli cristalli: al tintinnio dei bicchieri di cristallo, tremolanti durante la navigazione

[402] - passavoga: comando dato a tutti i remi di vogare contemporaneamente

[403] - arranca: camminare che fanno con fretta gli zoppi o gli sciancati; si dice delle navi quando tutti i rematori remano

[404] - perché a me faccia il buon pro: perché il brindisi mi sia favorevole

[405] - Ariannuccia, vaguccia, belluccia: questi diminutivi sono già effetto del bere e mettono in evidenza il divertimento e la gioia espressi attraversi il gioco dei suoni delle parole

[406] - mandola: strumento musicale a cinque corde

[407] - cuccurucù: "Canzone così detta, perché in essa si replica molte volte la voce del gallo; e cantando si fanno atti, e moti simili a quegli di esso gallo." (Redi)

[408] - viola: strumento a corda che si suona con l'arco, simile al violino ma dal manico più lungo

[409] - tempesta fierissima: si scatenò un mare una tempesta furibonda con tuoni terribili nell'aria nera; ma altrettanto terribile è la tempesta scatenata dal vino in Bacco

[410] - sbuffa: soffio impetuoso a intermittenza del vento tempestoso carico di grandine; ha la stessa origine di bufera, buffone (vaso di vetro soffiato panciuto dal collo lungo) e buffone (giullare), buffetto(colpo di un dito che schiocca con un altro dito sulle gote gonfie) e buffetto (pezzetto di pane), rabbuffare e rabbuffo, ecc.

[411] - nembi: nuvole basse di colore scuro apportatrici di tempeste e piogge persistenti

[412] - nocchiero: il pilota della nave

[413] - reo periglio: pericolo portatore di male e sciagura

[414] - ma già vinto ogni consiglio: ma ogni decisione che poteva essere presa per resistere alla tempesta è stata vinta e la capacità del nocchiero e dei marinai è risultata vana

[415] - veggio rotti ... s'infurian ... traversia: vedo già rotti i remi e spezzate la sartie che reggono le vele, mentre infuriano sempre più pericolosamente i venti tempestosi e il mare agitato dalla traversìa, dal vento di forte intensità che, spirando dal largo in una direzione perpendicolare al lido o secondo l'asse dell'apertura del golfo, agita col massimo di violenza le acque e può produrre i danni maggiori

[416] - spere: fasci di corde che si gettano a poppa, dietro le navi, per rallentarne il corso e riequilibrarne  la stabilità durante la tempesta mentre si lascia andare la nave secondo il capriccio del vento; la parola ha la stessa radice di speranza, e il gettar spere sembra essere l'ultima speranza dei marinai - nelle navi vi era il cavo della speranza, canapo grossissimo conservato per gettar l'ancora negli estremi bisogni _ è possibile anche che derivi dal latino spirare, avvolgere: i fasci delle funi erano infatti avvolte

[417] - poppa: la parte posteriore dei navigli, in cui si trovano il timone e la bandiera

[418] - rintoppa: blocca, ferma, poni un rimedio alla difficile situazione, rattoppa le vele stracciate

[419] - marangone: marinaio specializzato che poteva lavorare anche sott'acqua

[420] - orcipoggia: t. mar., fune che serve a tirare la vela di poggia (corda che, legata al capo inferiore dell'antenna, serve a tirare il cavo e l'antenna e la vela sottovento), che si trova tra la vela di poggia e la vela di orza (l'orza è la corda che serve a tirare l'antenna e la vela sopravvento)

[421] - artimone: vela latina che s'inalbera a poppa

[422] - pratico: perché più pratico è dei vini

[423] - un'evento: così scritto nell'edizione del 1685

[424] - rematico: nel senso di fastidioso, strano, inusitato

[425] - Sioni: "Credono i marinari che il Sione non sia altro, che una guerra di due, o di più venti d'uguale, o poco differente possanza tra loro, i quali urtandosi, e raggirandosi in alto aggirano ancora le nuvole; quindi con esse nuvole calando in mare, e raggirando l'acqua, e assorbendone molta, stimano, che il Sione vada crescendo e rigonfiando, e che sia possente in quel ravvolgimento a far perire il vascello: Son da vedersi l'opinioni de' Filosofi del nostro secolo: Delle ridicolose e vane superstizioni costumate da' marinari per tagliare, come essi dicono, il Sione, sarà bello il tacere. (Redi)"

[426] - chiostra: formata dalle nuvole

[427] - lizza: anticamente era il recinto nel quale avvenivano i tornei cavallereschi o i combattimenti

[428] - ceruleo smalto: metafora che indica il mare, ceruleo per il colore azzurro pallido e smalto per la durezza con cui colpisce la nave e gli ostacoli in genere quando è in tempesta

[429] - cavalli del mare: "Cavalli in termine marinaresco si dice a que' gonfiamenti dell'onde, quando il mare è in fortuna (tempesta, ndr), che con altro nome son chiamati marosi, fiotti di mare, ecc., ed oggi più comunemente son detti cavalloni." (Redi)

[430] - giostra: gara cavalleresca nella quale un cavaliere cercava di buttar giù da cavallo l'avversario con la lancia; qui è detto dei marosi, o cavalloni, che si frangono l'uno contro l'altro

[431] - mi mareggio: ondeggio insieme alle onde tempestose del mare

[432] - siam tutti perduti: col doppio significato di essere tutti ormai perduti sconfitti dalla tempesta marina e perduti perché preda dell'ubriachezza

[433] - getto ... delle merci mie vinose: getta nel mare dalla nave le preziose merci, il vino, per alleggerirne il peso e salvare il salvabile (cioè la vita); significa anche vomitare un po' del vino ingurgitato, per sentirsi leggero

[434] - più scarico: più leggero, dopo essersi liberato di parte del vino ingozzato

[435] - rimiro: già vedo, guardo

[436] - per apportar salute al legno infermo: ciò che può portare salvezza alla nave in balia del mare e ferita dalla ferocia dei marosi

[437] - oricrinite: dalle chiome d'oro, lucenti, che danno un vivo bagliore

[438] - Santermo: "Dicono i marinari, che nelle più spaventose fortune (tempeste, ndr) di mare suole soventemente verso 'l fine di esse apparire una certa luce, o splendore, il quale si posa sopra gli alberi, o sopra l'antenne, o sopra le pale de' remi del navilio; e questo splendore è chiamato da essi marinari la luce di  Santermo, ovvero di Santelmo. Gli antichi greci e latini favoleggiando crederono, che fossero le stelle di Castore e Polluce, e altresì di Elena. Alcuni de' moderni pensano, che sia una esalazione spiccatasi dalla moltitudine degli uomini del vascello. Altri dicono essere un genio buono, che annunzi il fine della tempesta. Altri un genio cattivo, che, dando speranza e salute a' naviganti, brami d'essere adorato: Certuni s'immaginano, che quel poco di barlume di luce, che al volgo stordito dalla paura par di vedere su gli alberi e sull'antenne, sia un effetto dei raggi solari, che percuotono sull'antenne, o sulle funi incatramate, nelle quali dopo la tempesta, soglion rimanere quasi sempre molte bolle d'acqua, che a guisa di specchietti sono abili a rendere alcuni riflessi luminosi. Cert'altri, ancorché abbian navigato tutto il tempo della lor vita, affermano non essersi mai imbattuti a vedere così fatta cosa; e la credono un trovato del semplice e credulo volgo, il che fa molto a proposito per confermar l'opinione dell'antico Metrodoro citata da Plutarco nel 2 de Placit. I marinari cristiani, come che venerano per loro protettore sant'Elmo vescovo Siciliano, tengono fede, che sia un soccorso del santo loro protettore." (Redi)

[439] - fiasche gravide di buon vini: l'ubriachezza fa veder lucciole per lanterne: le due stelle di Santermo non sono che due fiasche di vino, di quelle gettate magari poco prima in acqua

[440] - acquetano: potenza divina del vino: anche le tempeste furiose, dopo il sacrificio delle fiasche gettate in mare, si acquietano, si calma l'ira del mare davanti al divino sacrificio

[441] - nel lago del cor: espressione già usata da Dante (Inf. I-20), la parte intima del cuore, dove abitano gli spiriti vitali

[442] - ricciutelli: dal pelo riccio come quello dei caproni

[443] - smisurato / sterminato calicione: iperbolici accrescitivi: smisurato sterminato grande calice, bicchiere che va restringendosi verso il fondo ed è fornito di un piede o base

[444] - mignone: amico, intimo, favorito, forse dall'antico germanico minna, amore, da cui i Francesi hanno derivato mignon, il favorito, e mignonne, donna leggiadra e amata; la parola conserva un fondo morale negativo

[445] - s'arrisica: s'arrischia di bere ad un piccolo bicchiere non prova niente, come chi vuole far la zuppa in un paniere, perché tutto il liquido cola via prima di essere assaggiato

[446] - Dionea: dedicata a Dione, figlia di Urano e di Gea, considerata anche madre di Afrodite, è la dea dell'elemento umido, quindi anche la protettrice del vino

[447] - bottiglieria: cantina, luogo dove si raccolgono le bottiglie

[448] - raccetta: non riceve o accoglie

[449] - gozzi strangolati: bicchieri dalla forma strana, dal collo lungo e storto, strani come i bicchieri fatti a foggia, cioè a forma di fossette

[450] - arnesi: oggetti che possono essere usati solo dai malati, come i bicchieretti, i gozzi le tazze basse, ecc.

[451] - spase: tazze dai bordi bassi, quindi un po' piatte (piatti spasi sono quelli che servono per le pietanze, la carne, il pesce, ecc.)

[452] - caraffini: piccole caraffe, vaso di vetro dal corpo largo e dal collo lungo e sottile

[453] - buffoncini: piccoli bicchieri di vetro soffiato (diminutivo di buffone, vaso di vetro); vedi anche la nota n. 327

[454] - zampilletti: oggetti da cui attraverso un tubo zampilla del liquido, come le botti , e in questo caso le botticine, dalle quali zampilla il vino mediante una cannuccia posta sulla parte bassa di uno dei lati

[455] - borbottini: recipienti di vetro a collo ricurvo con imboccatura stretta; da borbottare per il rumore che fa il liquido uscendo

[456] - trastulli: oggetti coi quali si divertono i bambini

[457] - scarabattole: "Fogge di stipi, o studioli trasparenti da una, o più parti, dove a guardia di cristalli si conservano tutti i generi di minute miscee, cui la rarità, la ricchezza, o il lavoro rende care, preziose, o stimabili: e sono per lo più arredi e gale per gli appartamenti delle dame, a divertimento e trastullo delle quali pare, che fossero inventati in Ispagna, di dove ne abbiamo ricevuta la moda. Diconsi in Castigliano escaparrates, dalla qual voce ebbe origine tra noi, scarabattola e scarabattolo... Ne' tempi, che verranno, quest'etimologia sarà forse stimata un sogno; e si vorrà credere che scarabattola abbia avuto origine dalle minute bazzecole, o miscee, che per altro nome son chiamate carabattole." (Redi)

[458] - pedine: "Son dette per ischerzo le donne di bassa condizione, perché vanno a piede: o è tolta l'appellazione dal giuoco della dama, e degli scacchi." (Redi)

[459] - tonfano: un gran bicchiere è come un pozzo d'argento; vedi nota n. 266

[460] - manna: vino come nettare e ambrosia degli dei o come manna caduta dal cielo

[461] - oh come l'ugola e baciami, e mordemi: "Sileno presso Euripide beve furtivamente il vino al Ciclope: il Ciclope se n'avvede, e addrizzandosi a lui, gli dice:

Olà, che fai? cionchi di furti il vino?

Sileno, mettendo la cattività in ischerzo, risponde

Non io, signor, ma ben costui baciavami,

perch'io cortese il guardo, e dolce il miro". (Redi)

[462] - disciogliemi: la dolcezza del vino discioglie gli occhi in lacrime quando lo si beve

[463] - strasecolo: accrescitivo di trasecolare, essere fuori di sé per la meraviglia

[464] - estatico: "Estatico in questo luogo risponde al latino externatus, uscito fuor di se, il che è cagionato dalla violenza dell'affetto dominante, o del piacere presente." (Redi); stato dell'animo staccato dai sensi, prodotto in questo caso dall'ebbrezza causata dal vino

[465] - in visibilio: "la plebe fiorentina da invisibilium, parola del Simbolo Niceno, da lei, siccome molt'altre, male intesa e storpiata, ha fatto invisibiliom, e poi, come se fossero due parole, in visibilio. Onde andare in visibilio per andare in estasi quasi strasecolato, cioè fuor di questo secolo, e nell'altro mondo. Ma non si userebbe se non per ischerzo." (Redi)

[466] - Lieo: soprannome di Dioniso-Bacco; vuol dire 'senza affanni', o piuttosto 'colui che allontana gli affanni; così era chiamata nell'antichità anche una bevanda sacrificale

[467] - Bassareo: altro appellativo di Dioniso/Bacco, derivante pare dal nome della lunga veste con la quale il dio veniva raffigurata detta bassara

[468] - Montepulciano: città in prov. di Siena, di nobile aspetto e di impronta rinascimentale, in posizione panoramica su un'altura che domina il sottostante piano della Chiana, celebre ancora oggi per la produzione di pregiati vini

[469] - Montepulciano d'ogni vino è il re: è la sentenza finale dell'analisi dei quasi cinquecento vini nominati in questo ditirambo

[470] - accenti: parole

[471] - corimbo: frutto o infiorescenza a grappolo; in particolare grappolo delle bacche d'edera

[472] - vv 974-976: le festose Baccanti alternavano i canti con le liete parole di Bacco con i capelli adorni di corone di foglie e di frutti di edera

[473] - a isonne: vale lo stesso che a ufo

[474] - sull'erbetta: i Satiri venivano rappresentati dagli artisti solitamente sdraiati sull'erba addormentati profondamente stanchi sia per il troppo vino bevuto che per le danze d'amore con le ninfe

[475] - cotti: ubriachi

[476] - monne: "Monna coll'o stretto è lo stesso che scimmia, o bertuccia. Esser cotto come una monna, pigliare la monna, che significano essere ubbriaco, e imbriacarsi, non solamente son modi di dire usati da noi Toscani, ma ancora da altre nazioni" (Redi)

 

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 settembre 2006