FRANCESCO BraccioliniNI

Pistoiese

RAVANELLO ALLA NENCIOTTA

E RISPOSTA DELLA MEDESIMA

Edizione di riferimento

Poesie rusticali, raccolte ed illustrate da Giulio Ferrario, Milano, Società tipografica dei Classici Italiani, contrada di s. Margherita, n.° 1118, anno 1808.

BRACCIOLINI, Francesco, nasce il 26 novembre 1566 a Pistoia. Dopo aver studiato legge per compiacere suo padre, a vent'anni si trasferì a Firenze ed entrò a far parte dell'Accademia Fiorentina, ove lesse componimenti poetici, alcuni dei quali, come L'amoroso sdegno, più tardi pubblicati; qui acquistò l'amicizia del cardinal Maffeo Barberini, divenuto poi papa Urbano VIII, che lo protesse sempre. Dopo aver servito i principi di Sulmona a Napoli e il cardinal Federico Borromeo a Milano, vivendo sei anni in quest'ultima città, seguì come segretario il Barberini, nunzio pontificio in Francia; in questo periodo pubblicò una prima parte del poema Della Croce racquistata. Nel 1605, nel momento in cui la candidatura del Barberini al papato pareva tramontare, il B. abbandonò il suo protettore ritirandosi a Pistoia: di questo lo punse il Tassoni, ool quale il B. ebbe altre controversie quando, nel 1618, diede alle stampe Dello scherno degli dèi: il Tassoni infatti vantava la precedenza de La secchia rapita che, non ancora pubblicata, era però già conosciuta. Urbano VIII, la cui elevazione al papato il B. esaltò con un poema (1628), procurò all'amico un incarico presso  il cardinal Antonio Barberini, suo parente, che il Β. nel 1628 seguì quando fu fatto vescovo di Sinigaglia. Tornò poi a Roma dove tenne altri incarichi, e scrisse poemi d'argomento religioso, come la Roccella espugnata (1630) e La Bulgheria convertita (1637), finché dopo la morte del papa tornò a Pistoia. Lasciò anche alcune tragedie di stampo classico, come Evandro, Arpalice, Pentesilea. Muore a Pistoia il 31 agosato 1645. (Diz. Bompiani)

RAVANELLO [1] ALLA NENCIOTTA

I.

Nenciotta, io senti' jeri in sul mercato

Leggere una gran carta di scrittura,

Che s'è nella città determinato

Di mutar gli elementi e la natura,

E non ha esser più, com' egli è stato.

In quanto a me la cosa mi par dura;

Non ha l'uom della donna a innamorarsi,

Né volersi più ben, né vagheggiarsi.

II.

Non occorrerà più con la pezzetta [2]

Farsi più bello, o rubicondo il viso,

Nè cantar, Cor mio lasso, o la Brunetta,[3]

O altri versi fatti all'improvviso,

Nè portar nuovi nastri alla scarpetta,

O portare all' orecchio il fioraliso; [4]

Che dove amor non è, come tu vedi,

Non ci voglion per lui tanti corredi.

III.

E perchè il mondo non abbia a mancare

S'ha trovar nuovo modo a far figliuoli,

Hannosi per li campi a seminare,

Siccome il babbo semina i fagiuoli:

Non si avranno i bambini a nutricare,

Ch' ogni notte scompisciano i lenzuoli,

Ma cresceran da sè, come la biada,

Col far buona cotenna alla rugiada.

IV.

Fin da principio ti dirò la cosa,

Perchè tu sappia ben come l'è ita.

Io me n'andai coll'asina pelosa,

Che mi prestò Mengaccio [5] della Bita, [6]

Fino a città per quella strada erbosa, [7]

Che fa presso alla porta riuscita,

A vendere una soma di lupini,

E comprar delle ghiande a porcellini.

V.

Or mentr'io me ne stavo sulle sacca

Aspettando che suoni la campana,

Vien un, [8] che di due sorti ha la casacca, [9]

E suona quando corrono in quintana,[10]

Con un corno di ferro e non di vacca,

Che par la voce d'una tramontana:

Viene nel mezzo e ferma la giumenta,

E corron le brigate a trenta a trenta.

VI.

Or io che veggo andare a gambe piene [11]

Di quel mercato il gran formicolaio,

Lasso le sacca, e Nencio me le tiene,

E corro a quel ch' ha di due fatte il sajo;

Il qual dopo ch' è zeppo bene bene,

E del popol ve n'è più d'un migliajo,

Grida con alta voce il banditore,

Acciocché senta ognun le sue palore;

VII.

E dice: O contadini e paesani

Col berrettino e col cappel di paglia,

Ch'avete dure e sudice le mani,

Ma fanno presa come una tanaglia,

Illustri gonzi e nobili villani,

Ruvida gente e povera canaglia,

State in orecchie, ch'ella viene a voi,

E così legge i scartafacci suoi:

VIII.

Da parte del Soffi [12] si fa sapere

A tutti quei, che stan fuor delle porti, [13]

Che la vigna lavorano, o il podere,

O sarchian magolati, [14] o zappan orti,

Che non abbian più dame, nè mogliere,

E sindaco nessun non lo comporti,

Sotto pena di scudi insino in cento,

E de' buoi e del carro in supplimento.

IX.

Perchè l'amore è una certa cosa,

Che non sta bene a gente contadina,

Vuol morbida la mano e non callosa,

E la camicia fina fina fina;[15]

E il contadini l'ha sempre polverosa,

In fuor che la Domenica mattina;

E vuole il Prete lor che li confessa,

Che si stian cheti e badino alla messa.

X.

E' fa un altro mal, che importa molto,

Quando l'amore un contadiuo acchiappa,

Lo fa grinzoso e rancido nel volto,

Che la rabbia di dentro se lo pappa;

E quando a lavorare egli è rivolto,

Cade sempre col mento in sulla zappa,

Che non ha tanta forza il poveraccio,

Che rompesse co' denti un castagnaccio.

XI.

E dice anco il Soffi, ruvida gente,

Che lasciate ir le donne per le vie,

E non gli presentiate mai niente,

Nè fichi secchi, nè galanterie,

Salvo s'ella non fusse tua parente:

E così dice il bando del Soffie.

Finì il Trombetta, e toccò di speroni,

E quivi ci lasciò tanti minchioni.

XII.

Sicché, Nenciotta mia, tu senti il bando,

Bisogna comportarlo in pazienza:

Non ti vo' ben, ma mi ti raccomando,

E fo con esso te la dipartenza.

Dell'andarmiti poi rammemorando,

So che il Trombetta me ne dà licenza,

E tu verso di me farai ristesso,

Che non è proibito nel processo.

RISPOSTA DELLA NENCIOTTA.

I.

Amor mio, dolce assai più della sapa, [16]

E saporito più della mostarda,

E più bianco e rotondo d'una rapa,

Che il cor mi passi come una bombarda.

Tu vai ronzando, come fa la Lapa [17]

Intorno al bugno, quando l'ora e tarda.

Di là da quel cespuglio di ginestra

Io t'ho veduto, e fommi alla finestra.

 

Francesco Bracciolini

II.

Io t'ho veduto, e sento lamentarti,

Come la vacca che perde il vitello,

E va mugliando per tutte le parti

Da imo a sommo d'ogni monacello.

Ma sta pur cheto, ch'io vo' consolarti,

O mio desiderato Ravanello,

Tu sai di buono a me più che la menta,

Tu se' colui che mi puoi far contenta.

III.

Quel dì, ch' io non t'ho visto, alla capanna

Torno ingrugnata e non vo' far da cena,

Scaglio da me la rocca mia di canna,

E non beo e non mangio per la pena,

Né mangerei, benché mi dessi manna

O la Cecca, o la Togna, o Maddalena:

E se la mamma mi dice, che hai?

Sto cheta cheta, e non rispondo mai.

IV.

Ma quand' io t'ho veduto, e che passando

M'hai stretto l'occhio, ed io t'ho teso un ghigno,

Le mie faccende le fo poi volando,

E non ho del perverso, o del maligno,

Meno a pascere i buoi sempre cantando,

E tengo [18] insino a quel ch'è più ferigno,

Senzachiamar il babbo che m'aiti,

E non gli lascio mai pascer le viti.

V.

Io ripíi [19] l'altro dì sur un susino

Per adocchiarti, quando tu passavi;

Egli era poco più del mattutino,

E tu forse dormendo te ne stavi:

Volea gettarti un fior di gelsomino,

Sicuramente tu lo riparavi;

E perchè ti sapesse più d'odore,

Me l'avea posto in seno appresso il core.

VI.

Appresso il cor, ch'io sento pizzicarmi

La poppa manca come un formicone,

E sospirando aver mutato panni

La canna della gola in un soffione;

Né potendo la notte addormentarmi

Frugo di qua di là tutto il saccone,

E mi par quella paglia convertita

In tanti stecchi a pungermi la vita.

VII.

Sicché, mio Ravanel, s'io ti vo' bene

Consideralo tu senza ch' io 'l dica,

Che mi fai pizzicar dentro alle vene

Più che non fa la man dentro all' ortica.

Deh così pur tu ne volessi a mene;

Ma me ne vuoi un briciolo a fatica,

Ed hai più innamorate in questi piani,

Che le dita dei piedi e delle mani.

VIII.

S'io non son bianca bianca scanidata, [20]

Basta, ch' io non son nera, come mora,

E ti prometto ch'io non son lisciata,

E mi lavo con acqua della gora.

Se non son bella bella, io son garbata:

La garbatezza è quella ch' innamora;

E sopra tutto quel che tiene e vale,

A te vo' bene, a tutti gli altri male.

IX.

Sicché, mio Ravanel, come m'hai detto,

Se fino ad oggi m'hai portato amore,

Seguita pur, ch'io così far prometto,

E cicali a sua posta il Banditore;

Che colui che vuol ben non è soggetto

Né a Sindaco, né a Re, né a Imperadore;

E chi ama di cor non si rimane

O per sonar di trombe o di campane.

Le poesie seguenti sono tratte da:

Rime burlesche di eccellenti autori, raccolte, ordinale e postillate da Pietro Fanfani, Felice Le Monnier, Firenze 1856

IN LODE DELLA LENA FORNAJA.

1.

Ero digiuno, ed a comprar del pane

Mando un famiglio, e 'l suo ritorno affretto;

Giunge alla Lena, e, quel divino aspetto

Mirando attento, attonito rimane.

Alle bellezze inusitate e strane

Resta senza più muoversi in effetto: [21]

Mando il secondo, e rampognando aspetto

Con le viscere mie bramose e vane.

Non torna anch'egli; onde cruccioso io stesso

Vommene al forno, e mi vi fermo, e taccio,

Pur anch' io rimanendo un uom di gesso.

E se la Lena a rassettar lo staccio

Non se n' andava, io sarei fino adesso

Il terzo voto di carta di straccio. [22]

2.

Fammi serrar con questo petto, Lena,

Il forno tuo, quando gli è più fervente;

Fammi la pila dell'acqua bollente,

Dove ogni stecco i suoi fervori affrena.

Fammi la pala, che sull' ampia schiena

Porta la pasta tenera e cedente ;

Fammi lo strofinacciolo pendente

Che alla punta dell' asta si dimena.

Fammi il frullon, che i sonnacchiosi sveglia

Alle notti più lunghe e più serene;

Fammi tuo staccio, o radimadia, o stregua;

Fammi la brace che il calor mantiene,

Fammi agli arrosti tuoi tegame o teglia;

Non farai mai eh' io non li voglia bene.

3.

Menico, prova a metterti la mano

Dove il cor batte, e dir tre volte Lena,

Se non ti pare un gatto soriano

A chi lo ripulisce sulla schiena.

Chi non si muove, non è corpo umano;

E chi non è di marmo, si dimena;

E però sempre ogni fedel cristiano

Sarà soggetto a così dolce pena.

Non mi biasmar adunque, se tu vedi

Ch' io mi consumo come neve al sole ;

E s'io dico sto male, e tu mei credi.

Se l cuor patisce, ogn'altro membro duole

Dalla cima del corpo sino a' piedi

Sopra di me, che le non son parole. [23]

IN MORTE DELLA LENA.

1.

Ohimè le belle e infarinale mani,

Che facean l'aria balenar più chiara,

E i piè, che davan calci a mille cani,

Veggio portar legati in su la bara.

Ohimè 'l bel viso, e gli atti onesti e piani,

E la luce degli occhi al mondo rara,

Sono spariti; e non farà più pani

Questa data dal ciel bella fornara.

Forno disconsolalo, onde mai lauti

Strofinaccioli avrai per asciugarne

Gli occhi d'amaro umor gravi e stillanti ?

Non arrosto mai più, piccioni o starne

Cocerai tu, ch' agli angosciosi pianti

Lessa riuscirà qualunque carne.

2.

lo me n' andava sopra fantasia [24]

Tra 'l fin del giorno e 'l cominciar la notte,

Quando mi veggo attraversar la via

Da un' ombra grande che parea Nembrotte.

Guardo, e ravviso esser la Lena mia,

Ghe mi porta un piattel di mele cotte:

Tremo allora e m'arretro, e par ch' io sia

Un topo che si fugge tra le botte.

E correndomi un ghiaccio tra le vene,

Va' via, dico a quell' ombra, alma dogliosa ;

Diman mattina li farò del bene.

E concludo col lesto e colla glosa

Questa sentenza in carte pergamene,

Che l'esser morto l' è una brutta cosa.

3.

Quand' io comincio, poiché Lena è morta,

Mattina e sera a masticar del pane,

E mi rammento la mia bella accorta

Che lo solea formar colle sue mane,

Di qua di là la lingua mia lo porta

Alle due canne separate e vane,

Ma l'affanno all'insù me lo riporta,

E in bocca a biascicar mi si rimane.

Io pur lo spingo, e poi che 'l varco ho chiuso

Del cibo, in quel del fiato entra talora

Che l'apre e chiude alle anelanti scosse.

Ma con impeto fuor dal petto escluso

Per non morirmi sofifocato allora,

Il sospirar mi si converte in tosse.

 

Note

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[1] Ravanello, intendilo per soprannome del damo della Nenciotta.

[2] Pezzetta: propriamente piccola pezza; ma si prende ancora per un pezzo di buratto, ossia, panno rado, tinto in rosso, o simil cosa, che serve per liscio, e viene di Levante. - Pezzo di panno bambagio, preparato con minio, che soffregato sulla pelle la tinge in rosso. La usavano le donne per lisciarsi, e dicevansi anche Pezzette di Levante

[3] Così principiavano due canzoni allor popolari.

[4] Fioraliso. Fior campestre, di color azzurro, tanè, e bianco, la pianta del quale è detta Battisegola. I fioralisi, perciocché avevano il gambo un po' più lungo, ec. furono chiamati ralisi, quasi fiori cui visi, o fiori atti all'adornamento del viso. Firenzuola Dial. bell. donn. Vol. I p. 78. Ediz. Class. Ital.

[5] Mengaccio da Domenico.

[6] Bita da Margherita.

[7] Via presso la porta lucchese, presso Pistoja, che tuttora ha il home di Via erbosa.

[8] Vien un, che di due sorti ec. I trombetti del Comune di Firenze portavano, e portano ancora un abito di due colori, e montano sopra di un cavallo, qualora debbono pubblicare alcun ordine del governo.

[9] Un banditore con la casacca divisata.

[10] Quintana, che si dice ancora Chintana. Segno, ovvero uomo di legno, ove vanno a ferire i giostratori. Nel plurale si usò pure con la desinenza in i.

[11] A gambe piene, correndo.

[12] Soffi è titolo del re di Persia ; e dice così per coprire il suo intendimento, intendendo forse il Bracciolini di accennare a qualche pubblico officiale d'allora, che avesse fatto qualche strano bando di questo genere.

[13] Porti inv. di porte scambiamento di lettera assai frequente nel discorso rustico toscano, e nelle antiche scritture.

[14] Magolato.  Quello spazio di  campo nel quale i contadini fanno le porche più dell'ordinario accosto l'una all'altra.

[15] Fina fina fina. Ripetizioni di questo genere s'incontrano ancora nelle poesie di grave e serio argomento. Servirà per esempio quello del Petrarca nella nobilissima Canzone: Italia mia, benché il parlar sia indarno, la quale si finisce con quel verso famoso:

io vo gridando Pace, pace, pace.

E più, che una parola sola, talvolta ancora si replicò come fece Dante nel C. 27. del Paradiso, dove scrisse:

Quegli, ch' usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che vaca

Nella presenza del figliuol di Dio.

[16] La sapa è mosto cotto, alquanto condensato nel bollire; e la mostarda è lo stesso, aggiuntavi un poco di senapa.

[17] Lapa. Questo vocab. con un solo p manca alla Crusca. Lappa in Toscana presso i contadini è una sorta di insetto, che va ronzando di sera intorno al bugno, o sia cassetta delle pecchie per vedere di poter involare alcun poco di mele.- Lapa, idiotismo contadinesco per Ape.

[18] Tengo, tengo in freno, tengo a segno.

[19] Ripire: Salire colll'ajuto delle mani. Montare. È voce anticiiissima pistojese

[20] S'io non son bianca bianca scanidata. Canido dissero talora gli Antichi invece di candido, e S. Canida per S. Candidi, come si legge nel Sacchetti Nov. 148. Vol. II. p. 279. Ediz. de' Class. Ital. Esser fra le forche, e S. Canida. Di qui la voce Scanidato. La differenza poi che passa fra bianco e candido, è mostrata dal Firenzuola nel Dial. della Bell. delle Donne Vol. I. Ediz. de' Class. Ital. «Candida è quella cosa, che insieme colla bianchezza ha un certo splendore, com'è l'avorio; e bianca è quella cosa, che non risplende come la neve. Se alle guance dunque, a voler che si chiamin belle, conviene il candore ec.»

[21] In effetto. Di fatto, veramente.

[22] il terzo voto, cioè il terzo che rimase come un vuoto di carta pesta.

[23] Non sono baje. È la pura verità.

[24] Sopra fantasia. Pensoso, Sopra pensiero.

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Ultimo aggiornamento: 27 aprile 2007