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Edizione di riferimento:
Franco Sacchetti, La battaglia delle belle donne, le sposizioni di vangeli, le lettere a cura di Alberto Chiari, Gius. Laterza & figli, tipografi-editori-librai, Bari 1938
Tu, santa Madre del benigno Iddio,
del Creator di tutte creature,
che l’universo muove al suo disio,
e dà chiarezza ne le cose oscure,
tu Vergine pietosa, il cui ricrio
è sol conforto a le mondane cure,
tanto mi presta del tuo lume santo
ch’io possa seguitar mio vago canto.
E tu, o madre del pietoso Enea,
o Venus, pace de’ fedeli amanti,
tu, alta donna, valorosa dea,
ch’ogni sospiro muti in dolci canti,
tu che ‘l mio petto con amor ricrea
di bel piacere e di vaghi sembianti,
tu, che vincendo vinci crudel pruove,
grazia mi presta pel tuo santo Giove.
Egli è ragion, Signor, che la bellezza,
quando con la virtù si vede unita,
sia gloriata con felice altezza,
acciò che più da tutti sia gradita;
che, poi che giugne la crudel vecchiezza,
donna non è per virtù reverita;
e ciò si vede nel mondano errore
ch’oggi non s’ama il frutto, ma sí il fiore.
Dunque, davanti che bellezza mora,
acciò che la virtù lodar si possa,
d’alquante donne che ‘l gran Giove onora
intendo di cantar con dolce mossa,
che ne l’alta Fiorenza fan dimora
e quella tengon d’ogni vizio scossa,
ferendo or qua or là sanza contesa
che non è cor che possa far difesa.
Quest’alte donne di somma potenza,
veggendosi gradire in tale stato,
in un burletto apresso di Fiorenza
fu lor collegio tutto ragunato;
e quivi con felice providenza
segretamente fecion tal mercato:
mirando l’una l’altra in si bel coro,
puoson di far reina sopra loro.
Un sí bell’orto non si vide mai
che quel dove le donne sono andate,
con prati verdi dilettosi e gai,
con alberi fioriti verno e state;
fontane vive ancor v’erano assai
con acque chiare nitide e stillate;
uccei v’avea e di molte ragioni,
aranci, pini, datteri e cedroni.
Ed era circumpreso d’alte mura,
sí che quel dentro di fuor non si vede,
là, dove essendo la turma sicura,
ciascuna sollazzando si provede
con canti vaghi, dolci oltre a misura;
chi dritta scherza e chi ne’ fior si siede;
poi, raunate con silenzio cheto,
fecion consiglio provido e discreto.
Leggiadra donna, giovinetta e bella,
si drizzò in piè molto discretamente,
dicendo: – Vaghe donne, quale è quella
che sia tra noi più alta e risplendente,
più saggia, più gentil, più vaga e snella,
più valorosa, nobile e possente,
si vuol chiamar reina sopra noi,
sí che governi tutte l’altre poi.
Però che disinor di tal brigata
saria sanza reina più durare,
che tanta gran biltà disordinata
fa li nostri amador tutti turbare,
perché talor, trovando donna ingrata,
non sanno a chi si debbian richiamare;
e spesso avien che, ricevendo torto,
si partorì da l’amor sanza conforto.
Ond’io vi priego per seguir ragione
che donna sopra noi si faccia tosto,
che doni pace a chi amor ci pone,
acciò che l’amador non sia disposto.
– Cosí faccendo fine al suo sermone
un fiore in testa l’altre l’hanno posto,
giurando tutte il ben de’ loro amanti,
e che reina voglion con gran canti.
Tutto quel giorno stette il bello stuolo
sanza diliberar chi donna sia;
però ch’egli era lor sí grave duolo
vedere a chi la corona si dia,
che quella notte nel fiorito suolo
convenne dimorar la compagnia,
arpe sonando naccheri e liuti,
organetti d’argento con freùti.
L’aurora giunse poi l’altra mattina
mostrando il giorno, e Febo sopravenne,
dove ciascuna donna con dottrina
il suo parer per più volte sostenne;
ma pur diliberaron che reina
fosse alta donna che corona mantenne,
gridando l’altre: – Viva, viva quella
Costanza, valorosa tanto bella. –
Cosí Costanza in mezzo d’un bel prato
chiamata fu reina di valore,
come più bella e di più alto stato,
fior risplendente sopra ciascun fiore.
O graziosa dea, quant’è beato
chi ti porta nascosa dentro al core!
Tu se’ colei ch’avanzi ogn’altro lume,
come l’imperio ciel per suo costume.
E poi ch’ell’ebbe presa la bacchetta,
immantanente in piè si fu levata,
e con amor di gran virtù constretta
incominciò parlando a tal brigata:
– O care donne, che m’avete eletta
per vostra donna cotanto pregiata,
grazia vi rendo piena di merzede,
reggendo sempre voi con dritta fede.
Io son vostra reina alta Costanza,
da Dio formata per accender pace;
li Strozzi dieron sí chiara speranza
quanto si vede per mirar verace,
la quale intendo con molta certanza
usar sopra di voi quel ch’a me piace,
immaginando che la mia virtute
sia sol disposta per vostra salute. –
Cosí questa magnifica reina,
per ordinar sue donne con gran festa,
a sé chiamò una stella divina,
che s’avea fatta una grillanda in testa,
e consigliera la fe’ la mattina,
alta più ch’altra e di magior podestà:
questa fu Itta, più bella che Dido,
con l’arco in mano a guisa di Cupido.
Il ciel legato con caten d’argento
condusse al mondo questa bella diva,
per consumar durezza e greve stento
e per far cosa morta venir viva;
Alberti degni e d’ogni ben contento
e d’ogni nobiltà perfetta riva,
da poi che tanto lume al mondo deste
che la luce del sol prender voleste!
Posossi a’ piè de la lor nuova dama
Itta leggiadra d’ogni virtù piena;
e poi Costanza una altra donna chiama,
più bella che Cassandra o Pulisena,
la quale ha nome Telda, dolze rama
gentil più ch’altra lucida e serena;
e per compagna di Itta consigliera
la fe’ sedere apresso dov’ell’era.
De’ Bardi scese questa per grandezza,
più ch’altra donna graziosa e vaga,
la qual per sua virtute ognor s’avezza
di fare a tanti cuor la dolze piaga,
quant’ha canton di fuoco per altezza
ne l’arme sua, che già mai non si smaga;
cosí, ferendo con franca giustizia,
nel mondo spegne dolore e tristizia.
Poi che Costanza il suo consiglio ha fatto
e ordinato come si conviene,
a sé chiamò con un piacevol atto:
– O Caterina, fonte d’ogni bene,
grandezza ti vo’ dare a questo tratto,
perché tua mente ogni virtù mantene.
– In man le puose un ricco gonfalone,
dove triunfa Venus con ragione,
dicendo: – Cara donna, questo porta
sovra ‘l mio capo e de le duo compagne;
l’altre verranno dietro a tale scorta
per lor somma virtù sanza magagne.
– E di tanto valor poi la conforta
che per rigoglio d’allegrezza piagne
questa leggiadra e bella giovinetta,
ne le cui mani il gonfalon s’assetta.
Tal Caterina de’ Bigliotti scese
si degna di portar questo vessillo,
perch’ell’è saggia nobile e cortese
più ch’altra donna, bene ardisco a dillo;
e quanto tutto ‘l mondo a sé accese
d’alto splendore e di perfetto stillo,
onesta più che donna al mondo nata,
che par maestra di Diana stata!
Dato quel gonfalon vitturïoso,
Costanza volle uscir di tal giardino,
e con disio gentile e valoroso
venne a la porta a guisa d’un rubino,
sí che ‘l ciel, ch’era tutto nebuloso,
divenne chiaro più che serafino,
veggendo quella donna con sua schiera,
e quella che portava la bandiera.
In su la porta del vago burletto
fece Costanza tutte aparechiare,
e disse: – Donne mie, con gran diletto
una foresta ci convien trovare,
la quale è molto vaga, ciò m’è detto;
quivi ciascuna intendo insegnare;
e però venga chi bella si tene,
che chi non fia, morrà con gran pene. –
Cosí le donne a la foresta guida:
chi con sparvieri e chi con cani a mano,
e chi cantando con suavi grida,
chi danza e chi saetta per lo piano,
chi corre un palafren, che par che rida,
e chi pescando va con bianca mano;
infin che giunsono a quella foresta
dove sta la reina con suo gesta.
Non fa mestier ch’io dica, o cari amanti,
del gran valor che le donne mostraro,
però che voi vi fosti tutti quanti,
mirando ciò ch’io viddi molto chiaro;
ma pur per sadisfar, che gl’ignoranti
non muoian tutto di col cuore avaro,
intendo di mostrar gli dolci regni,
che forse fia cagion di farli degni.
Una foresta tanto vaga e bella
per alcun tempo non si vidde mai;
da le duo parti i poggi chiudon quella,
poi da la terza v’ è pianura assai;
nel mezzo siede un monte, el quale appella
ogni diletto sanza pena o guai;
quivi si posa un’alta e bella rocca
dove non entrò mai fuso né rocca.
Di questo monte gira un vago fiume
a pié dintorno quasi magior parte,
che mena pesci più ch’altro lagume,
dove le donne pescan per loro arte;
quivi ha boscaglie con sagreto lume,
che vive fonti mai non le diparte,
e presso a quel palazzo ha un giardino,
che par creato dal Signor divino.
Non si potrebbe mai per tempo e tempo
narrar la gran biltà di quel gioiello,
dove le donne al più fiorito tempo
in quella parte fanno lor drappello;
quivi Costanza, che non cura tempo
né rea fortuna né mortal quadrello,
con gran diletto tutte le rassegna
sotto la sua celeste e vaga insegna.
Ora ch’è giunta vaga primavera,
Costanza vuol le sue donne vedere;
ed in un prato con l’alta bandera
con atto di silenzio e bel piacere,
ogni stormento di vaga maniera
tosto comanda che debba tacere;
poi dice ch’a ciascuna veder vuole
grillanda in testa di belle vivole.
Fatte son le grillande prestamente,
e Caterina in pié si fu levata,
col gonfalon di Venus rilucente,
allegra come donna inamorata;
e cominciò con un atto piacente
a rassegnar la nobile brigata,
chiamando prima una giovine bella:
– O Alessandra, lume d’ogni stella!
O Alessandra con leggiadra fronte,
alta sí come donna signorile,
tu vai raggiando a guisa di Fetonte,
quando a’ paterni carri diede stile,
sperando altezza con sue virtù pronte,
ne le gran rotte del celeste mile;
tu se’ colei che sopra ogn’altra degna
se’ prima di seguir la nostra insegna. –
D’Alberti nacque tanto chiara stella
quanto si sa per chi sua fama sente;
mai non si vidde petra tanto bella
in cerchio d’oro giunta d’oriente.
Oh beato colui cui questa appella
venire in forza del Signor possente,
perch’ell’è sol d’amor dolce speranza,
e d’ogn’altro valor ferma costanza!
Elena poi, che si sedea fra l’erba,
chiamata fu da questa Caterina;
nemica Elèna d’ogn’altra superba,
da cui valore e leggiadria dichina;
chi la sua luce dentro al cor si serba
per tal virtù la mente ognor raffina,
né può morir già mai, né sente male;
pensate quanto questa donna vale.
Elena bella più che la rapita
ne la greca foresta del Troiano,
costei che morti fa tornare in vita,
ch’a Dido ha tolto la palla di mano,
e come valorosa e più gradita,
sempre saetta e mai non coglie invano;
la casa de’ Bomben l’hanno creata
per donar pace a chiunque la guata.
Come le grue, seguendo lor signore,
ne l’aire van cantando a gran diletto,
similemente giugne un altro fiore,
con melodie di spirito perfetto,
chiamato Caterina, il cui valore
stimar non si porria con vero effetto,
perché natura a sé la fe’ si propia
che solamente el ciel ne vede copia.
Triunfate, Mannelli, or triunfate,
che fama gloriosa vi risona
per questa donna, la cui gran bontate
già mai valor virtù non abandona;
ma sempre degna per sua nobiltate
li petti rozzi a bene amar isprona,
come pruova l’amante, ch’al suo porto
si vede vivo, e già si vidde morto.
Nobile donna più che ninfa in fiume,
più che chiarezza di verace frutto,
segue Giovanna col vago costume,
con l’alta testa ch’ha vizio distrutto;
questo sí degno e glorioso lume
virtù notrica e spegne amaro lutto,
sí come Febo, nel ventre terreno
giugnendo, il purga, e di valor l’ha piéno.
Creato fu sí bel piacer de’ Bardi,
sí dolce foco, sí perfetta riama,
che, s’egli avien che fiso la riguardi,
il cor contenta e subito disgrama;
sempre porta costei gli aguti dardi
per avanzar nel mondo onore e fama,
a guisa de la nobile amanzona,
che per Pirro crudel mutò corona.
Una sorella di Costanza vene
cantando a guisa di celeste dea,
Nanna leggiadra e d’amorosa spene,
più bella assai che donna in Citarea;
che chi la mira morir le convene,
s’amor di lei nel petto non si crea,
che la sua vista è di tanta virtute
ch’ancide chi non vuol la sua salute.
Gli Strozzi dieron questa donna al mondo,
questa fiammella che d’amor s’accende,
sí che, mirando lei, vive giocondo
chi guarda suo biltà quanto risplende;
aventurosa lammia, che nel fondo
de l’acque chiare suo biltà si stende,
però che ninfa di somma potenza
ti mostri, degna d’alta reverenza.
Segue chiamando questa giovinetta
per mostrar la biltà di duo sorelle:
– O fonte di virtù, o Agnoletta,
che se’ sí bella fra l’altre donzelle,
tu, Agnola verace e benedetta,
da Dio formata sovra l’altre stelle,
tu giunta se’ da ciel per nostra pace,
guidando ciò che vuoi, come a te piace. –
L’altra sorella, Ginevra piacente,
con Agnoletta suo presa per mano,
sí bella giugne che Tisbe niente
fu pari a questa con l’aspetto umano;
e come el fior s’aviva di presente,
sentendo il sol che giugne là di mano,
cosí l’altre, mirando questo fiore,
mostraron lor biltà di più valore.
Ancor gli Strozzi, degni d’alta fama,
da ciel condusson questi duo smeraldi,
che quale amante la lor vita brama
beato vive d’amorosi caldi;
non si può dir biltà, se non si chiama
la lor, che mostri li suo raggi caldi;
oneste, sagge, vaghe e leggiadrette,
sempre fornite d’archi e di saette.
Più non si dèe celar la gran bellezza
d’una che pare un falcon pelegrino;
si vien sopra di sé con tanta altezza
che fa risplender tutto quel giardino;
chiamata Lissa di gran gentilezza,
piéna d’ogni virtù più che zaffino,
e più che piétra chiara e preziosa,
umil, soave, dolce e vergognosa.
Venne tanto valor da’ Bivigliani,
com’al Signor de l’universo piacque,
ch’ai tempo che le donne de’ Troiani
passavan di biltà la terra e l’acque;
avria fatti parer lor volti vani
questa ch’onora tanto ond’ella nacque,
quest’alta donna, lucido tesoro,
con angelico viso e coi crin d’oro.
A cotal festa Loba fu chiamata,
la qual rispuose con benigno volto:
– Dolce reina mia tanto pregiata,
ecco la mia biltà gradita molto,
ecco la vaga giovinetta amata
da ciascun cor gentil che non è stolto;
i’ son colei che, se virtù non manca
d’abatter vizii, sempre sarò franca. –
Amor, che dolce lume fa d’oscuro,
tien questa donna nel verace seno;
non Polisena nel valor sicuro
vide suo stato lucido e sereno,
né splendor di biltà sentí si puro
quanto costei ognor che n’ebbe meno;
perché soletta s’è, cotal virtute
da’ Bardi tolse piéna di salute.
Come di fior la vaga primavera
s’adorna per virtù de’ sommi raggi,
tal segue per amor l’alta bandera
costei, che pare un fior fra verdi faggi;
qual è quel lume, che l’ottava spera
mova sí chiaro ne’ dolci viaggi,
tal move questa penetrante stella,
per suo virtù chiamata Lissa bella.
De gli Ammannati scese cotal fiore,
come si può veder, da Dio formato;
che chi nel mondo cerca più valore
pò gir cercando Glauco trasformato.
Pensate adunque chi la tien nel core
quanto si vede più ch’altro beato;
più non ne dico perché par vergogna
narrar quel ver ch’ha faccia di menzogna.
A l’alta voce de la vaga figlia
Francesca bella subito rispuose;
costei veracemente m’assomiglia
la santa Venus fra vermiglie rose;
chi guarda ne le suo pulite ciglia
subito corre a le celesti cose;
tanto dolcezza ne’ begli occhi porta,
che ‘l mondo sempre di virtù conforta.
Chi de la schiatta sua mi dimandasse,
io credo che da ciel per arte venne,
o l’alto Giove per piétà spirasse
tutta la sua virtù, che nulla tenne,
e missela in costei, che trasformasse
contra Medussa le frontali antenne
in chiari lumi d’alte condizioni;
e gli Asini di ciò son testimoni.
Ben è Felice più ch’altra filice
per ogn’altra virtù e per bellezza;
già mai non fu reina o ‘mperadrice
ch’a questa s’assembrasse in gentilezza;
e come canta in sul morir fenice,
cosí con melodie di gran dolcezza
sempre s’infiamma ne l’etterna via,
donde fortuna non la può tor via.
Ell’è si vaga bella ed amorosa
ch’i’ non ardisco gloriar costei,
però che d’una tanto altera cosa
non si può dir se non tra’ sommi iddei;
benigna donna, più ch’altra vezzosa,
or veggio che tu se’ sola colei
per cui s’adorna il mondo di chiarore:
gli Strozzi partoriron sí bel fiore.
Oretta bella guardi, chi vedere
vuol quella gran biltà ch’onora ‘l mondo;
viva fontana di vago piacere,
leggiadra ninfa col viso giocondo
ben si può dir costei sanza temere
che suo virtù già mai si truovi in fondo,
però che Giove la dotò nel cielo
coperta dal superno e alto velo.
Voli la fama sopra l’alte stelle
di chi formò sí bella creatura;
ciò furon gl’Infangati, che novelle
rendono al ciel di sí fatta figura;
le suo fattezze, Amor, son tanto belle
che non si posson dir per iscrittura,
però che Palas di valor trapassa,
e ‘l suo bel viso ogni bel viso cassa.
Ecco chi giugne nel fiorito prato,
vagando suo biltà come Narcisso,
non per vano piacer, ma più beato
d’alcun che spenga fuoco ne l’abisso;
chiamar si fa Maria, di grande stato,
questa che corre lampeggiando fisso,
con l’alta chioma legando gli amanti
al ben servir con amorosi canti.
La bella schiatta, che l’alta reina
creò, questa creò similemente;
furon gli Strozzi per virtù divina,
sí come piacque a Giove onnipotente;
chi mira il suo bel viso, in cui s’affina
valor d’ogni valor più risplendente,
vede la gloria che da gli occhi suoi
per umiltà discende sopra noi.
Chi sente pena per alcun dolore
volga la luce a gli occhi di costei;
e subito, fuggendo ogni tremore,
la pace sentirà, virtù di lei,
perch’egli è tanto dilettoso
fiore questo che par creato tra li dei,
Donnina leggiadretta come donna,
fontana di virtù, superna gonna.
Superna donna de’ Bomben discesa,
in chiara vista glorioso lume;
non faccia di biltà nessun contesa,
che questa sola nel benigno fiume,
qual figlia di Penneo, si vidde accesa
di bella vista o d’alto e bel costume,
che la minor virtù sola di questa
non sia più che di quella manifesta.
Amore a ciascun ben Moraccia prende
per alto suo valore in ogni loco;
ben è beato chi con lei s’aprende
in dolce fiamma d’amoroso foco;
e come pelegrin falcon discende,
calando giù de l’aire a poco a poco,
cosí costei dal ciel per sua virtute
volando viene a noi con gran salute.
E come che si chiamin Bonfigliuoli
la schiatta donde questa donna nacque,
pur venne suo virtù da gli alti poli
si come piace a Giove e sempre piacque;
la fama di costei convien che voli
nel fondo chiaro de le tiepide acque,
sí come cosa che poco né troppo
non volle mai che fosse suo rintoppo.
Cosí chiamando Caterina bella
quest’alte donne con sommo diletto,
com’è usanza d’ogni vecchierella
sempre portare invidia e gran dispetto,
nascosa s’era fra l’erba novella
una vecchietta di crudele aspetto;
la quale era di Borgo Tegolaio,
Ogliente, moglie di ser Calamaio.
Venuta quivi questa donna Ogliente,
si fece inanzi tutta schizzinosa,
quasi adirata, perché primamente
non la chiamaron donna valorosa;
la buccia crespa molto strettamente
s’avia tirata questa invidiosa,
e cosí giunse tutta vezzeggiando
con lenti passi, quasi minacciando.
Ciascuna la guardò per maraviglia,
e Caterina subito si volse
a la lor donna con le belle ciglia;
l’una con l’altra per ira racolse,
veggendo questa vecchia che bisbiglia
co’ denti neri e con le carni bolse,
venuta quivi, sanz’esser chiamata,
più ch’altra viziosa e arrabbiata.
Allor gridò Costanza, e disse:
– Via, subitamente fate che sia morta
questa superba vecchia tanto ria,
ch’ardita fu passar la nostra porta.
– Per che tutta la bella compagnia
ciascuna ver la vecchia stette acorta,
e chi con priete e chi con gran bastoni,
chi con cinture e chi pur con punzoni
tanto le dieron che fuor di quel prato
per forza la sospinson tutta rotta;
ella fuggendo cadde in un fossato,
percossa in terra d’una lunga grotta.
Cosí morí la vecchia in tale stato
per esser dal peccato mal condotta;
la piéna giunse e ‘l corpo menò via,
e ‘l diavol ne portò l’anima ria.
Morta la vecchia, le donne tornaro
a la lor donna tutte con gran risa;
Costanza bella con l’aspetto chiaro,
veggendo la dolente sí conquisa,
ogni stormento dilettoso e caro
comanda che si suoni, e ‘n ciò l’avisa,
con canti e balli dilettosi e gai, che,
ciò veggendo, in paradiso andai.
Qual paradiso o armonia celeste
generrò mai sí dolce e vago canto;
o quale dea per le vérdi foreste,
o ninfa in chiaro fiume fe’ mai tanto?
Certo già mai non furon pari a queste
d’Orfeo le melodie, o di chi vanto
si diè di Febo me’ saper sonare,
quando di pelle Apollo il fe’ spogliare.
Un suon non fu già mai di tal virtute
quanto fecer le donne a quella volta;
ghirlande dritte e ghirlande cadute
scherzando si vedien per l’erba folta;
e cosí, tutte d’amor provedute,
chi balla, canta, suona e chi ascolta,
chi l’una l’altra bascia, e chi s’abraccia,
e chi la vecchia suocera minaccia.
O cari amanti, e’ mi par tempo omai
lasciar le donne alquanto sollazzare
con gran diletto sanza pena o guai
ponendo fine al mio primo cantare;
e nel secondo con diletto assai
seguire intendo sanza dimorare,
narrando la biltà di molte donne,
che di valor nel mondo son colonne.
Da lei discenda la verace manna,
da quella pura Vergine Maria,
che figlia fu di Giovachino e d’Anna,
più ch’altra donna graziosa e pia,
e sparga sopra me, che chiamo osanna
per non morir ne la fallace via;
ch’ogn’anima dolente sempre volge
al tristo porto, ne l’etternal bolge.
E tu, che reggi l’amorosa stella
che’ valorosi amanti sempre guida,
o penetrante Venus chiara e bella,
ne le cui chiome non dimora strida;
tu con merzé, tu con pietà se’ quella
che doni pace a chi di te si fida;
cosí ti priego, degna e graziosa,
che la tuo grazia non mi sia nascosa.
Venite, amanti, ch’io ritorno al prato
dove le donne sollazzar lasciai,
e muovo per passar l’alto fossato,
dove morí la vecchia con gran guai.
Risuona la foresta d’ogni lato
de gli angelichi canti dolci e gai;
Costanza bella, nobile reina,
si posa a guisa di stella divina.
Poi che Costanza tempo da tacere
vidde ne gli atti di sí gran valore,
silenzio puose a tanto bel piacere,
e drizzossi in pie’ con ardito core,
dicendo: – Donne mie, sanza dolere
viver possiam, poi ch’ha voluto Amore
che la nostra biltà non sia turbata
da vecchia alcuna misera e ingrata.
Le vecchie son crudeli e invidiose,
le vecchie son nimiche d’ogni bene,
verso gli amanti sempre dispettose,
e sempre aparechiate a veder pene;
arabiche, superbe e maliziose,
avare, cieche e fuor d’ogn’altra spene;
vadan le vecchie a’ frati col malanno,
da poi ch’amor né fede al cor non hanno!
Lascino star la nostra giovinezza,
la nostra gran biltà e ‘l nostro amore;
noi diamo al mondo pace e allegrezza,
somma felicità che mai non more;
ogni valore e ogni gentilezza
per noi si vede sempre in alto core,
e ogni vizio da noi si ribella,
seguendo d’onestà Diana stella.
O care donne, alquanto rimirate
che vale il mondo sanza nostro lume;
e poi a queste vecchie imaginate
quanto son fuor d’ogni alto e bel costume;
però vi priego che sien discacciate
dal nostro prato e dal nostro villume,
si che lor legge fra noi non si mischi
che male sta il falcon fra’ badalischi.
E come donna Ogliente, concia sia
quale entrerrà nel nostro bel giardino,
sí che punite de la lor follia
veder si possan tutte a gran ruino;
se ciò non basta, dico, in fede mia,
che subito si cerchi ogni cammino,
e dove alcuna vecchia ritroviano
sanza piatá sia morta a mano a mano.
Vadan con Ericon e Proserpina
faccendo pe’ fossati amara festa,
e chiamin Nuccia, Matta, e la Gemmina,
Cianghella dispiacente, e la gran gesta,
la Sempre-schizzinosa, e la Dondina,
Puccia barbuta con canuta testa,
e lascin noi con Venus, nostro duce,
che a morte né a vecchiezza non c’induce. –
Costanza, dato fine al suo sermone,
tutte le donne con piacevol dolcezza
gridando: – Muoia la cruda Ericone,
e viva Venus con felice altezza –,
intanto quella del bel gonfalone
in pie’ drizzossi, piena di bellezza,
come a Costanza piacque di seguire
a rassegnar le donne da gradire.
E Maddalena prima fu chiamata
come più degna in questo primo canto,
la qual rispuose d’alto amor guidata:
– Reina nostra, prezioso ammanto,
ecco colei che sempre fia beata
donando a queste vecchie mortal pianto;
perch’io ho tanti vizii al mondo spenti
quant’ha nel cielo stelle rilucenti.
In verde selva Amor m’ha fatta dea,
come ben vedi, Donna, se raguardi;
qual è quell’arco che mai non ristea
di saettar li dolci e vaghi dardi,
altro che l’arco mio ch’ogni ben crea
ne gli alti petti che non son codardi?
Che mai per mia virtù non fia disfatta;
formata fui de la Guascona schiatta. –
Il seno e ‘l grembo avea pien di vivole,
per far ghirlande nel mezzo de’ fiori,
una che sola par figlia del sole,
di raggi adorna con tanti valori:
Agnola bella che già mai non duole,
per tempo che secondi o per errori
che ‘l mondo muova, ma, come smeraldo,
suo lucido splendor tien sempre saldo.
In che punto del cielo, o ‘n che pianeto
congiunse Amore a generar costei
quando ne’ Tornaquinci tanto lieto
entrò per tor biltà a gli altri dei?
O gentil donna, o animo discreto,
omai ben veggio che tu se’ colei,
Agnola bella sol da Dio formata,
il qual per nostra pace t’ha mandata.
Tal come la diman la bella aurora
caccia la notte tenebrosa e scura,
cosí, giugnendo la vezzosa Dora,
viltà sommerge e caccia ogni paura;
qual misero colui non s’innamora,
mirando suo biltà felice e pura
e gli atti gloriosi sí leggiadri,
ch’a tor l’anima altrui son dolci ladri!
O bella Dora coi dorati crini,
con gli occhi vaghi e con la dolce bocca,
co i denti ritondelli e minutini,
che sola la tua man gentil gli tocca;
ognor convien che tua biltà raffini
nel vago lume che da ciel ti fiocca;
de’ Boscoli discese questa ninfa,
nel verde bosco più bella che ninfa.
Inghirlandando il suo bel capo biondo,
Antonia bella si sentí chiamare: –
Antonia, Antonia col viso giocondo,
vien’oltre inanzi, e più non dimorare
ch’omai la tua biltà qui non nascondo,
che non è cosa da poter celare,
ch’Amor di tanti raggi ti fiammeggia
che ‘l cieco veder fai chi ti vagheggia.
Tu se’ de Bardi degna d’alta fama,
bella, leggiadra, saggia e graziosa,
non dove Troiol puose la sua brama
biltà si vede quanta in te si posa;
tu frutto d’ogni ben, tu verde rama,
tu donnesca colonna valorosa,
tu le Sibille avanzi di sapere,
come chi ben ti mira può vedere. –
Una donna gentil, soave e piana,
giugne cantando: – Io son Bartolomea,
che vegno da le selve di Diana
per imparare onor da cotal dea;
la valorosa mia biltà sovrana
concede sempre che tra voi mi stea
per mantenere altezza e grande onore
e per privar le vecchie con dolore. –
O Baroncelli, o casa degna e alta,
ben ti dèe gloriar di sí bel frutto,
che questa donna ogni valor essalta
spegnendo dove truova amaro lutto!
Fino a le stelle la suo fama salta,
che quasi ogni biltà si vede in tutto:
tanto valor del cielo in lei discende
e tanta gentilezza gli risplende.
Diana con le chiome penetranti
giugne, mostrando sé ne’ be’sereni;
specchiansi gli amorosi viandanti
ne’ raggi suoi perch’a virtù gli meni.
O vaga donna, pace de gli amanti,
che sempre vizio e crudeltà raffreni,
tu se’ un lume di tanta chiarezza
che non si può stimar tuo grand’altezza.
Cosí bella fortezza da’ Belforti
edificata fu per divina arte,
con gli atti dilettosi tanto accorti
che le fort’armi torrebbono a Marte,
se rimirasse per le belle porti
che ‘nfiamman chi da’ vizii si diparte;
sí presta giugne per cacciar martiri
che prima ha preso altrui ch’altri la miri.
Per agradir la valorosa schiera,
dal ciel discende una giovane donna
apresso a quella triunfal bandiera,
ch’oggi nel mondo si può dir colonna;
e giugne con amor di virtù vera,
tutta coperta di celeste gonna:
quest’è Filippa, tanto graziosa
ch’ al mondo non fu mai sí bella cosa.
Quella catena bianca incatenata,
che ‘l corpo lega azzurro oltramarino,
diede nel mondo la donna beata,
la qual risplende sopr’ogni rubino:
Filippa bella de gli Alberti nata,
più alta di valor che Serafino,
più vaga che Ginevra o che Cassandra,
ed è carna, sirocchia d’Alessandra.
– Or credi tu non mai sentir d’amore?
– Tommasa dolcemente vien cantando,
tal che le donne a sí vago romore,
per maraviglia tutte riguardando,
a lei si volson faccendole onore,
e di sue gran bellezze ragionando,
del vago aspetto e de la gentilezza,
che sempre ride per piacevolezza.
De’ Giuochi scese questa, e non per giuoco
di quei che salgon l’amorose scale;
il forte scudo contro gli val poco,
ch’ogni durezza passa col suo strale.
O dilettosa fiamma, o dolce foco,
di cui verace fama batte l’ale,
se valore o virtù non fosse al mondo
tu ‘l rifaresti più che mai giocondo.
Volgete, amanti, gli occhi a questa diva,
che lampeggiando vien per la campagna:
Giovanna, il cui valore sempre viva,
come stella nel ciel sanza magagna;
chi vuol suo porto con virtute arriva,
per tempo né per morte non si lagna,
tanta dolcezza sente dentro al petto
ch’ogni crudel martiro gli è diletto.
Scese de’ Cavalcanti tanto lume,
che ‘l mondo non potea sanz’esso fare;
o alta dea, o fior d’ogni costume,
tu, che le fiere e li pesci del mare,
l’aquile grandi con l’oscure piume,
e’ freddi marmi stanno a rimirare,
per maraviglia, tua virtù gradita,
donde mi par che tragan dolce vita.
Chi non rimirerà questa vezzosa
ch’al mondo dà felice providenza?
Or rimirate s’ell’è graziosa,
o s’ell’è degna di gran reverenza,
questa che giugne tanto dilettosa,
adorna di leggiadra conoscenza;
mirate dunque, amanti, il vostro lume,
ch’ell’è la Nera, fior d’ogni costume.
Qual de’ Mazzetti per chiara scintilla
discese sopra noi co’ raggi ardenti.
Certo più bella Filis o Cammilla
non furon di costei, che si rammenti;
che, quando gli occhi volge, si sfavilla
un fuoco che, portato fra tre venti,
dà carità, dà fede e dà speranza
nel cuor di chi la mira per sua manza.
Come leggiadra donna inamorata
del buono amor ch’ogni virtù disia,
Lorenza leggiadretta e costumata,
dicendo viene a l’alta compagnia:
– Cupido mio signor m’ha qui mandata
sì bella perché onor fatto mi sia,
e per distruggimento d’Ericone,
vecchia crudel di mala condizione. –
Le pere d’oro nel celeste campo,
nobile schiatta valorosa e grande,
fermaron si bel segno in quello stampo
ch’è chiara ninfa con pulite bande;
questa d’ogni virtù si vede scampo,
come lucido sol che raggi spande;
questo bel frutto, lume d’alto fiore,
rende per l’universo sommo odore.
Chi è costei che vien con l’alta chioma?
Chi è costei che giugne sí leggiadra?
Quest’è colei che tanti vizii doma
per la virtù de l’amorosa squadra:
Nonnina bella fra l’altre si noma,
che ‘l ciel rapisce con la luce ladra,
ne la qual luce chi ben mira vede
la nobile virtù che dentro sede.
Non affatichi la callosa mano
l’antico fabro del focoso Marte;
io dico del sollecito Vulcano,
che dardi e frecce fabrica per arte,
però ch’ogni suo ferro è dolce e vano
presso a que’ di costei che’ cuor diparte;
con gran virtù dà pena e dà dollere;
e’ Lischi dieron tanto bel piacere.
Mentre che, penetrato dal disio,
gli occhi posava donde gli ochi presi,
non viso uman, ma di celeste iddio,
mirando viddi allor, se ben compresi;
e Caterina subito ferrio
con l’alta boce che mi fe’ palesi
li raggi e ‘l nome di colei che raggia,
chiamando Tora gentilesca e saggia.
Non so se Febo partorì costei
quando da Giove fu mostrato al giorno,
perché non credo che mondani omei
potesson far d’oscuro tanto giorno;
o giovinetta vaga de li dei,
tu, perché giorno mai non perdi, giorno
de’ Brunelleschi se’ e tu lor fai,
però che sanza te non furon mai.
Ecco, seguendo, quatro Margherite,
ch’adornan di chiarezza tutto ‘l mondo,
tal che ne duole Stigia e piange Dite,
veggendo abandonar l’amaro pondo;
in oriente l’una fa reddite,
e l’altra l’occidente fa giocondo;
la terza in tramontana, e poi la quarta
dal mezzogiorno Amor non vuol che parta.
La prima Margherita orientale,
come si fece avanti a la reina,
cavò del suo turcasso un bello strale,
tutto sanguigno, per usar rapina,
e disse: – Donna, questo è quello al quale
riparo alcun non è né medicina;
quest’è del sangue de gli amanti carco
per forza di virtù ch’usa ‘l mio arco. –
L’oscura luna nel raggiante sole,
che portano i Covon per loro insegna,
formò quest’alta donna, che non dole
per gran valor, che vizio sempre sdegna;
certo la suo biltà non è da fole,
e ciò comprende chi nel cuor l’assegna
immaginando quando gli occhi gira,
che par che s’apra il cielo e fugga ogn’ira.
De l’occidente l’altra Margherita
seguita l’ombra de la prima petra,
e, quando giunse, parve vita a vita
si raccozzasse e, vel dich’io, m’impetra.
O nobil donna di virtù gradita,
il cui valor per tempo non s’arretra;
o vago lume, ne la qual pupilla
la deità d’amor sempre sfavilla!
Qual petto stimerà la gran bellezza
di questa donna, donna veramente?
Non sofficente a renderne chiarezza
sarebbe ‘l mondo di suo convenente,
però ch’eli’è di tanto grande altezza
che Giove solo a ciò saria possente;
quest’è la giovinetta da Paterno,
che ‘l pasto toglie a Pluto dal ninferno.
Al mezzogiorno Margherita terza
edificata fu per lo gran mastro,
che, quando Febo con ardente ferza
percuote chioma d’oro in alabastro,
sí che per forza lo splendor rinterza
cerchiando sé di rilucente nastro,
turbo sarebbe cosí gran chiarore
apresso quel che spande questo fiore.
Chi mi domanda: – O dolce peregrino,
che se’ presente a tanto bel diletto,
chi è costei che nel vago giardino
di sí gran lume mostra chiaro effetto?
– Dico che l’alto Creator divino
le diè valor sí lucido e perfetto
che par formata sol per le suo mani,
ben che chiamata sia de’ Gavacciani.
La quarta ne la vaga tramontana
la superbia raffrena d’aquilone;
questa comanda a Eulo che Diana
sia reverita per ogni cagione,
e quivi giugne leggiadretta e piana,
ch’assembra la bellissima Alcione
Ghino pregando con piaceri addomi
per Ceix suo marito che ritorni.
Cosí, pregando questa, l’altre priega,
ed a pregar Costanza lei conforta, dicendo:
– Donne, io sento che la lega
s’ordina fra le vecchie per la morta
Ogliente, invidiosa mala strega;
ciascuna adunque debba stare a pruova;
io forte petra son de’ Frescobaldi
ch’a ciò gli stocchi miei saranno saldi. –
Per allegrezza gran romor si sveglia
fra queste donne, e ciascheduna
grida a male e morte d’ogni falsa veglia,
chiamando Venus con soavi strida;
il cielo ogni virtù par che diveglia
da l’alte stelle, e quivi par che rida;
tanto valor mostrarono a quel punto
ch’i’ dissi ciò che può esser qui congiunto.
Non vuol Costanza che romor si faccia
infin che la rassegna non ha fine,
e Caterina in seguitar s’avaccia;
chiamò Filippa fra l’altre divine, dicendo:
– Bella donna, in questa traccia
per tuo virtù morranno assai tapine;
certa sarà per te nostra vittoria,
tanto se’ piena di perfetta gloria. –
Filippa, leggiadretta ed amorosa,
Filippa, saggia, gentilesca e bella,
al mondo non fu mai sí bella cosa
quanto costei, che sempre rinnovella;
gli Strozzi portan fama valorosa
per questa chiara e rilucente stella,
la quale ha fatto in terra nuovo cielo
sí come degna d’abitare in cielo.
Una vezzosa e vaga Colombina
dal ciel si move con benigno foco;
Giove s’allegra e piange Proserpina,
veggendo questa donna in cotal loco;
ella si trasse avanti a la reina,
la qual cosí le disse, e non per gioco:
– Tu se’ la mia speranza, o leggiadretta,
beato chi riceve tuo saetta. –
Diedon Baldovinetti cotal donna
ne l’universo per accender pace;
di calamita pare una colonna,
ch’a sé commuova ogni piacer verace;
ognor la cuopre el sol de l’alta gonna,
di che si veste lui come gli piace,
sí che vestita s’è de’ raggi suoi;
dir non saprei qual più risplenda poi.
Quale il pavon per la riviera verde
vagando suo biltà si volge e grida,
sí che s’adorna e tutto si rinverde
faccendo per letizia dolci strida,
cosí vien Caterina, che non perde
il suo valor per tempo che ‘l divida,
vincendo ogn’ira co’suoi occhi belli,
quando si volge, a l’ombra de’ capelli.
Come d’alto valore alta chiarezza
spirar si vede in angelica forma,
cosí de gli Ammannati tal bellezza
discese, che nimica par che dorma.
Deh, chi porria narrar la gentilezza,
che nel suo petto per virtù s’informa?
Esser può ben la sua virtù stimata
ma sol dal Creator che l’ha formata.
Apresso segue un’altra donna ancora
col nome di costei ch’è qui davanti,
leggiadra Caterina, che rincora
qual fiso mira i suoi dolci sembianti;
un occhio porta che ciascuno accora,
e fa con umiltà rider gli amanti;
questa m’assembra d’ogni virtù dea
per gran valor che dentro a lei si crea.
Vedila gir nimica di paura,
snella, soave, benigna e acorta;
Giotto, che vidde più ne la pintura,
non avria suo biltà veduta scorta,
perché sí vaga la formò natura
che sol natura in sé tal fregio porta;
dal ciel discese questa cosí bella,
tra noi chiamata di Malagonnella.
Checca vezzosa, giovinetta pia,
porta fra l’altre di bellezza nome;
non può sapere alcun che biltà sia,
se prima non rimira questo pome;
e come tramontana caccia via
davanti al ciel le nebulose chiome,
tal discacciò costei, com’ella nacque,
vizio dal mondo, tanto a virtù piacque.
Volle col suo valor ne’ Portinari
donasse vera fama in sempiterno,
la qual risuona sopra gli alti mari,
in cielo, in aire, in terra e in inferno;
costei, che fa magnanimi gli avari,
etternalmente la formò l’Etterno
per far con umiltà vincer superba,
e per sommerger ogni vita acerba.
Miri chi d’Eva la bellezza scorse,
di Cleopatra e di Pantasilea;
miri quel forte Acchille, che si torse
per Pulisena, e ferir non valea;
miri quel Nisso, ch’a la morte corse
per Degianira più bella che dea;
mirin se mai biltà fu pari a questa
d’una Adola, ch’è giunta a la gran festa!
Titan veduto fu con tosta riga
muover correndo gli veloci carri
quando nacque costei che ‘l mondo riga,
e a veder l’andò su gli alti carri;
di lei s’innamorò prendendo riga
ad essa volontà muovere i carri;
ne’ Corbizzi si die cotale altezza,
che tanto piacque a la divina altezza.
Chi l’Adovarda guarda là dov’arde
il gran valor che suo biltà dimostra,
tosto dispregia l’opere codarde,
uscendo fuor de la mondana chiostra;
e di tanta virtù nel cor riarde
che spande el nome suo da borea a l’ostra;
Amor si vaga l’ha da ciel dotata,
esser mostrando in equator formata.
Bisdomini, duo volte gran signori,
poi che si vede in voi tal signoria!
Amor, che può ferir ne gli alti cori,
non può, se da costei non ha balia,
perch’ella è degna di tutti gli onori
in acquistar di gloria leggiadria;
Diana ne può far testimonanza,
che sempre seco ha fatto dimoranza.
Intanto che più stanno di sicuro
le vaghe donne con diletto e gioco,
ed ecco giugner con visaggio scuro
una vecchia crudel di senno poco;
e, come falso e dispietato furo,
sovr’una mula venne in questo loco,
acompagnata d’altre sette streghe
con gli occhi rossi e’ visi fatti a pieghe.
Tutte le belle donne stupefatte
tosto gridando: – A la morte, a la morte! –,
Costanza le chiamò soavi e ratte
dicendo: – Non uscite de le porte. –
E tutte in su la porta si son fatte per
sentir le novelle che son porte,
e quella vecchia con un grande strido
a gridar cominciò: – Io vi disfido. –
E prese una stracciata e unta cuffia
insanguinata, ch’era sopr’un pruno, e disse:
– Questo vi manda Matuffia,
che sonn’io dessa, d’anni cenventuno,
da parte de la gran vecchia paruffia,
in segno di battaglia e in remuno,
però che Ogliente vogliam vendicare
con vostra pena, sanza dimorare. –
Com’ebbe diffinita l’ambasciata
incominciò la mula a punzecchiare,
e dipartissi quella digrignata
con l’altre sette di noioso affare;
Costanza in quella, più che mai beata,
incominciò con le donne a cantare,
e tutti gli stormenti fe’ romire
ballare e sollazzar con gran disire.
Fatto silenzio a li stormenti vaghi,
incominciò parlando: – Donne mie,
ciascheduna di voi nel cuor s’apaghi,
ch’egli è venuto quel beato die
il qual ci ha fatto segno de le piaghi,
che porgeremo a quelle vecchie rie;
adunque omai s’attenda a provar l’armi,
che tempo non si perda; e questo parmi. –
Io lascerò le donne in tanta festa
e ‘n tal disio che dir non si potrebbe;
ciascuna corre dentro a la foresta
l’armi trovando, ch’a cercar non s’ebbe;
chi spica l’elmo e chi la sopravesta,
qual di grillanda suo cimier ricrebbe.
Cosí mi parto, e mai da lor non parto
seguendo ‘l terzo canto e poscia ‘l quarto.
L’alta chiarezza di quell’alta Madre,
la gran piatá di quel benigno Lume,
che ‘l Creator del ciel prese per madre,
per figlia, per isposa e per suo lume,
per divota sirocchia, si che madre
non fu ch’ai figlio desse tanto lume
quanto mostrò nel mondo, poi che ‘l Figlio
dal ventre suo discese come giglio,
del Figlio e di tal Madre el lume chiamo
sí ch’al mio canto segua dolce fine.
La santa Venus, che ‘l nimico gramo
sempre sommette a velenose spine,
mi porga un frutto dal benigno ramo,
quale soccorso di tutte ruine.
Cosí, per grazia de le luce sante,
dirò la pace di ciascuno amante.
Dico che s’apparecchia gran battaglia
infra li duo nimici disfidati.
Le vecchie mandan per ogni boscaglia,
per siepi, per spilonche e per fossati,
cercando di loro armi e vittuvaglia,
e di color che son disamorati,
faccendo loro sforzo prestamente
per vendicar del tutto donna Ogliente.
Nel Borgo de la Noce un casolare
siede cerchiato da ogni bruttura,
dove le vecchie per consiglio fare
tutte si ragunar sanza misura;
or quivi si facea si gran ciarlare
con urli e canti di maniera oscura,
che nel ninferno non si fece mai
tanto romor di strida o tanti guai.
Quivi era gente di vil condizione,
bigliocchi, portatori e beccamorti,
ragazzi che facean nuovo sermone,
streghie sonando e pannatoi ritorti;
quiv’era dispiegato un gonfalone,
terribile a veder, pien di sconforti,
tutto dipinto d’infernal ruina,
e poi nel mezzo siede Proserpina.
Tanti neri mantili o canovacci
adoperati a fuoco mai non furo,
quanti a le teste lor facean legacci,
e questo ben parea timido e scuro;
pendevano a quell’ombra capellacci,
canuti e unti d’olio e di bituro;
gli occhi focosi e le vizze mascelle
avrebbon morto el diavolo a vedelle.
Erano armate d’uncinuti raffi,
di pale, coltellacci e di schedoni,
e l’una a l’altra: – Or credi ch’io l’accaffi?
diceva spesso con brutti sermoni.
Qual’eran sanza sella e sanza staffi,
montate con gran pena a cavalcioni
su magri tori e su bufale nere,
come più sozze e di maggior podere;
e quale a pié con un forcon da stalla
di gran valor combatter intendea;
gli portator con la callosa spalla
con grandi urli seguon tal ginea;
il villan canta e ‘l sottocuoco balla,
gridando ver Proserpina loro iddea:
– Dacci vettoria, imperadrice diva,
verso chi vuol che la suo fama viva. –
Cosí nel casolare apparecchiate,
con tal tempesta che dir nol porria,
lor capitana fecion (or pensate
se dovea esser piena di follia,
essendosi gran pezza sconsigliate
sanza ragion ma con invidia ria),
la qual fu una, che, se bene affisola,
da l’altre era chiamata donna Ghisola.
O Ghisola tapina e dolorosa,
di quanto mal se’ fatta capitana!
Tu brami, o falsa strega invidiosa,
la fama spegner de l’alta Diana?
Non pensi tu quel gran valor che posa
nel regno di Costanza umile e piana?
Le spade rilucenti per lor mani
distruggeranno e vostri cuor villani.
Amor benigno, e dolce mio signore,
or tra’ mi, tu che puoi, di tal matera,
che queste vecchie m’hanno spento il core
in parte de la santa tua lumera,
però ch’egli è si grave il loro errore
ch’a ciò pensando l’alma si dispera;
e io che li lor regni ho qui veduti
son quasi morto, se tu non m’aiuti.
Tu se’ nel petto mio tanto soave
che prima ch’ io ti chiami tu rispondi,
e con la tua perfetta e vera chiave
aperto m’hai e tratto a le chiar’ondi;
correte, amanti, poi che non v’è grave,
e udirete con versi giocondi
come Costanza bella s’apparecchia
per dar la morte a ciascheduna vecchia.
Nel verde prato del vago giardino,
che siede in quella nobile foresta,
dove si puose il Creator divino,
con le suo mani e con la dritta sesta
formando tanto lucido camino,
come ben vede chi d’amor fa festa,
quivi, sonando trombe e ciemamelle,
eran con gran valor le donne belle.
E se nel regno di Ghisola prava
grave spavento e tenebre si vede,
cosí da l’alto ciel virtù si schiava,
virtù di queste donne e di lor fede,
con allegrezza tanta che ‘nchinava
le pietre e l’acqua per trovar merzede,
pensando quanta dolce melodia
allora in quel bell’orto si sentia.
L’alta reina de le chiare ninfe,
che de le vecchie sente l’apparechio,
ridendo si rivolse a quelle ninfe,
la cui somma biltà non ha parechio;
e disse: – Donne, leggiadrette ninfe,
gli alti stormenti del dolce apparechio
mettete omai ne le veste dorate,
e me alquanto priego ch’ascoltiate.
Molto s’apressa la vostra vittoria
che Venus ci ha promesso veramente;
ma per più pregio di viva memoria
parmi che manchi a nostro convenente,
non già per tema, ma per crescer gloria,
in ciascun ch’è d’amor fedel servente,
il caro duca de’ leali amanti.
Però mandian per lui che venga avanti.
Mandian per lui che tostamente vegna
con quelli amanti che ‘i vorran servire
la sua celeste e triunfale insegna,
acciò che noi veggiamo il loro ardire;
e, come fia venuto, non ci tegna
prieghi né tema del nostro partire,
ma tosto, fatte le sovrane ischiere,
seguasi di presente le bandiere. –
Andaron duo messaggi a quel barone,
e subito gli fer comandamento
ch’al terzo dí, spiegato suo pennone,
con gli amador si muova e non sia lento.
Udito ‘l duca quell’alto sermone,
tosto rispuose sanz’alcun pavento
che non ch’ai terzo di ma al di secondo
verrà con tutti gli amador del mondo.
Spirato ‘l duca di molta letizia,
d’argento fe’ sonar trombe e trombette,
la cui gran voce priva di tristizia
sentita fu, mentre che non ristette,
in acqua, in terra, in alta primizia,
dove dimoran l’anime perfette,
a la cui voce quasi in men d’un punto
ogn’amador dinanzi a lui fu giunto.
Qual de’ Troian già mai le ricche schiere
de’principi, de’ regi e de’ signori;
qual greci adornamenti di cimiere
de’ rilucenti scudi in più colori;
qual’armi de’ Romani usate, fiere,
lucide più che ’l sol ne gli alti cori,
simile a queste furon chiare e sperti
de le qual gli amador venien coverti?
Perle, zaffir, balasci, argento e oro,
galatide, bandine e amatiste
ornavan per virtù li drappi loro;
con ricamate fiere, e chi con liste,
chi rilevati cuor di gran tesoro
porta feriti d’amorose viste;
ghirlande avien di fior maravigliose
sovra i destrier coverti tutti a rose.
Dinanzi al duca lor con reverenza
allegramente si rapresentaro;
e ‘l duca per la sua magnificenza,
come più degno più felice e caro,
per non poter ricever violenza
d’alcuna piaga o d’altro colpo amaro,
si fe’ menare i suo’ quatro destrieri,
che son sí forti, poderosi e fieri.
Egli eran bianchi più che l’ermellino,
coverti di maravigliose veste,
con pomi tutti quanti d’oro fino
sovr’un velluto di color celeste,
e ogni pomo avea il suo rubino
sí come il fior che prima si digeste,
e per picciuoli avean chiari topazii,
le foglie circuncinte in grisopazii.
Perché mi metto in quel che dir non posso
né io né altri che nel mondo sia?
Egli avea el duca tante perle adosso
che non val tanto Spagna e la Turchia.
Immagini ciascun che non è grosso
omai la lor virtù e vigoria,
e quanto sia lucente lor ricchezza
che ragionarne più mi par mattezza.
Da poi che furon tutti apparechiati
il duca comandò d’esser seguito;
cosí la schiera de gli innamorati
si mosse su per l’amoroso lito;
non eran li stormenti amutolati
ma ben parea quel suon da cielo uscito;
trombe, trombette, nacchere e sveglioni,
e d’altra guisa più di mille suoni.
Serrati sotto un vago pennoncello,
verso quella foresta cavalcando,
chi fosse stato sovr’un monticello,
la lor bellezza in quella rimirando,
sariegli il sol paruto oscuro e fello,
simile a lo splendor che va raggiando
la vaga schiera de la santa dea,
che d’angioli una nuvola parea.
Già eran tutti sovra la fiumana
a pié de la foresta pervenuti,
dove Costanza, di valor sovrana,
prima che gli altri tosto gli ha veduti,
e una danza leggiadretta e piana
fece sonar pian pian con duo leuti,
prendendo un ballo a quella vaga danza,
qual fu cagion d’amor fede e speranza.
Or chi potria contar la gran letizia
di quelli amanti tanto valorosi,
spogliati di dolore e di trestizia,
quando si viddon ne’ porti amorosi?
Ciascun raguarda sua dolce primizia
con gli occhi bassi onesti e vergognosi,
d’animo giusti e di perfetto core,
come leali amanti d’alto amore.
Non creder tu che leggi, o tu ch’ascolti,
ch’amanti di parole sian costoro;
non giovinetti di maniera stolti,
come si veggono oggi fare a loro.
O ignoranza, quanti n’hai tu tolti
al ben servir de l’amoroso coro,
esser mostrando a tale innamorato
che dir si può più tosto ismemorato!
Amore in cuor villan non ha suo loco,
ch’amor per suo virtù vizio abandona.
O quanta pace, quanto dolce gioco,
cosí alto signor al servo dona!
Chi sente fiamma dal benigno foco,
la cosa amata amar chi l’ama sprona;
or pensa, pensa s’allegrezza induce
l’alto valor di sí perfetta luce!
Ma tu, che segui l’impeto carnale,
usando nuove e dolorose leggi,
se piangi per angoscia o senti male,
ramárcati di te, che più non veggi,
e non di donna, il cui valore è tale
che non intende a li tuo’ bassi seggi.
Amore è tanto quanto onesta brama,
non già carnal disio, com’altri ’l chiama.
Dunque non sia chi pensi alcun difetto
del savio duca e de la sua compagna;
amanti son di quello amor perfetto
che chi più ‘l segue più virtù guadagna.
Rimanga nel poetico intelletto
omai quel che per me non si diragna;
voi, che portate amor de l’alte Muse,
sarete pronti in far tutte mie scuse.
Poi che Costanza ne la sua foresta
si vidde tanto bene acompagnata,
Itta chiamò e Telda molto presta,
e disse: – Che vi par di tal brigata? –
E quelle, rispondendo con gran festa:
– Più bella schiera non fu mai trovata,
che sol gli amanti, che qui giunsono ora,
combatterian con tutto ‘l mondo ognora.
Dunque, reina, omai non dimoriano,
faccian sonare a stormo l’alta grida,
e a ciascuna donna comandiano
che s’apparecchi per donare strida
a quelle vecchie, contro a’ quali andiano,
per la virtù d’amor che ‘n noi s’annida;
e ‘l duca con gli amanti si sovrani
par che si strugga d’essere a le mani. –
La tromba per lo campo già risuona,
com’a Costanza piacque, del partire;
e certo quivi allor non si tenciona
né con ragazzi si sente garrire;
l’una arma l’altra, e l’altra a l’una dona
chi scudo e chi cimier sanza mentire.
Cosí con pace e con molta dolcezza
a l’arme viddi il fior d’ogni bellezza.
Costanza bella sovr’un gran destriere
era salita come imperadrice,
per ordinar le valorose schiere
de l’alta schiera ch’è tanto felice;
ell’avea sovra ‘l capo tre bandiere
in segno tal com’a reina lice;
e più di mille cavallotti a destra,
e palafren da dritta e da sinestra.
In quella insegna, che nel mezzo siede,
triunfa Giove e suo bella pintura;
ne la seconda Venus poi si vede
più bella che mai fosse criatura;
nel terzo luce il sol con tanta fede
ch’ogn’altra cosa fa parere oscura,
quando per vento sventolando vole,
o che tal sol dal sol riceva sole.
Tre chiare lune in fiammeggiante foco,
atraversate in campo d’oro fino,
coprivan gli destrieri da ogni loco,
che ben pare a veder atto divino;
gli addornamenti suoi non vaglion poco
che sarie sciocco a la stima Merlino;
però silenzio mostri gloriato
quel che per dir non può esser lodato.
Il ciel non credo che di maggior lume
mostrasse mai virtù per suo grandezza,
né altro cerchio sovra ‘l suo caccume
non porse in occhio mai tanta allegrezza;
quivi d’ogni diletto corre un fiume,
che cerchia l’universo per altezza,
e io, che tanto lume rimirai,
non porria dirlo, sí forte abagliai.
Mentre che l’occhio mio guardava fiso
gli addornamenti de la bella dama,
ed ecco giugner con pulito viso
Itta vezzosa, d’ogni virtù rama,
sovr’un destrier coverto d’un aliso
velluto incatenato per suo’ fama
d’incrocichiate catene d’argento
con tante perle che mi fe’ pavento.
Ben dimostrava questa bella donna
la suo grandezza in ciascheduna parte;
ella par veramente una colonna,
che ‘l ciel sostenga e ‘l mondo
d’ogni parte; pel campo corre a guisa
d’alta monna, maestra in arme de l’ardito
Marte, ordine dando a l’altre tuttavia:
– Armatevi, sorelle, in cortesia. –
Telda con l’arme de’ piccon vermigli
di montare a caval già non dimora;
questa conforta gli amorosi figli
e al ben far, più ch’altra, gli rincora.
Deh, quanto son perfetti i suo’ consigli
in distrugger le vecchie d’ora in ora!
Questa risplende sí ne l’armi bella
qual nel sereno ciel si vede stella.
Segue ne l’arme col bello stendardo
chi gentil Caterina si può dire;
con un volpon nel petto sí gagliardo
che propio vivo par sanza mentire.
E, poi ch’a tutte puose il dolce sguardo,
nel mezzo si fermò con grande ardire;
intanto l’altre con un bel drappello
armate corson sotto suo pennello.
Or si rallegri tutto l’universo,
l’imperio grande e ’l regno di Plutone,
sentendo d’allegrezza il dolce verso,
veggendo l’armi di tanta ragione,
l’oro e le perle e ‘l vermiglio col perso,
i fior, la seta e poi l’alte corone,
la festa, il gioco, l’amor e la fede,
la franchezza del cor che ‘n lor si vede.
Cosí le belle donne apparechiate
ne l’armi rilucenti e ne le schiere,
la prima schiera, e ciò non dubitate,
il savio duca prese volentiere
per correr prima tra quelle arrabbiate,
con valorosi amanti, a chi mestiere
fa di provare il giorno francamente
per viver con amor benignamente.
Piacque a Costanza l’altra schiera dare
ad Alessandra valorosa guida,
la qual sovr’un destrier di grande affare
era montata per donare strida
al vecchio campo, e con lor provare
vole sé contro a chi d’amor s’annida;
e per insegna lucide catene
porta nel serafin che ben la tene.
La terza poi condusse Elena bella,
saggia, benigna, onesta e gloriosa,
chiara ne l’armi, a guisa d’una stella,
amorosa, vezzosa e valorosa;
rigati tre febe il bel petto di quella
nel campo febo in banda sanguinosa,
in segno quale altezza nel suo sangue
è per sommerger l’arrabbiato angue.
L’ultima e quarta Costanza reina
con le reali insegne poi conduce,
con Itta, Telda e bella Caterina,
e con alquante d’ogni virtù luce.
Quest’alta ischiera valorosa e fina
governa ‘l mondo come savio duce;
or pensa quando questa sarà vinta,
ch’allor sarà la luna stella quinta.
Fatte le schiere e ordinati i segni,
la santa Venus fu data per nome;
e li stormenti di dolcezza pregni
incominciaron le vaghe ideome.
Allor le vecchie con crudeli isdegni
con gli aspri volti e con canute chiome,
sentendo l’apparecchio ch’era fatto,
bacini e corni fecion sonar ratto.
E poi ch’alquanto doloroso suono
ebbon finito con superbo fine,
Ghisola si levò con un gran tuono,
e la sua strozza paurosa aprine
dicendo: – In nome del crudel dimono,
Silla, Cariddi e tutte altre ruine
adempian oggi il nostro mal volere,
sí ch’ogni ben si possa far cadere.
Dolor tormento e grida ci notrica,
dunque la pace non si fa per noi;
la grande invidia, ch’ai cor ci s’abica,
farrà Costanza sempre gridar ‘Ohi’;
altro non fa bisogno ch’io vi dica
se non che ciascuna sia morta,
poi che più di noi si tengono esser belle,
asine brutte, disdegnose e felle. –
E fece quatro schiere di sua gente,
e dié la prima al Ciuffa portatore,
vecchio bistorto pazzo e frodolente,
ch’un cercine per arme ha messo fore.
Or udirete come francamente
si porterà ne l’arme il feritore,
che, volendo in su l’asino salire,
sei volte o più ne cadde, a lo ver dire.
A Nuccia trista impuose la seconda,
la qual per arme portò un strufinaccio;
questa d’ogni bruttura sempre abonda,
porta padella per un tavolaccio,
una pentola in testa poi si fonda,
in pugno prese lo schedone avaccio;
minacciando Costanza sovr’un toro,
salí rivolta indietro per ristoro.
La terza a Dogliamante concedette
con l’arme sua dipinta di malie;
costei porta per guanti duo scarpette
e per barbuta una cesta d’ubie;
fatt’ha lo scudo di cuoia ben sette,
dico di topi, e non s’armò di die;
questa sovr’una bufola s’inforna,
legata con la coda tra le corna.
[La] Ghisola, tapina di tristizia,
volle la quarta sotto ‘l suo condotto,
con Puccia, Matta, Tondina e la Vizia
con Semaldrudo, che pare un merlotto;
e menò seco per magior letizia la Grigna,
la Germina e ser Margotto; queste,
che mai non calan di gridare
per rabbia e per invidia del ben fare.
La ‘nsegna sua, che gli è portata sopra,
riluce a guisa de l’oscura notte,
però che Proserpina vi s’adopra,
cerchiata di ramarri, serpe e botte;
e di tal dama intendo che si scopra
il gran cimier ch’uscí de l’alte grotte
d’asino; dico che pare un balestro,
legato sovra ‘l fondo d’un canestro.
Sovr’una mula magra, zoppa e cieca
trecento portator la caricaro
con gran fatica questa vecchia bieca;
e poi dintorno ben la puntellaro
di paglia e di capechio ch’ognun reca,
sí che non caggia per un colpo amaro;
e un paiuolo li dieron per targetta
con una forca per doppia vendetta,
Secchie, bacini e vecchi can latrando,
corni, vassoi e altri vaghi suoni,
e quelle vecchie a gridar cominciando,
Giove temette di sí fatti tuoni;
però che ‘l ciel si venne anuvolando,
sentendo lo stridor de’ gran dimoni,
che fecion quando fu Ghisola armata
e ciascuna altra vecchia apparecchiata.
Ben che lecito sia narrare il vero
del brutto campo che ‘n quel luogo vidi,
parmi pur tanto grande il vitupero
che signoreggia li mortali stridi,
ch’Amor chiamando dal celeste impero
priego ch’alquanto con piatá mi fidi,
sí ch’io possa tornare al santo regno
del qual Costanza mi fa vero segno.
Cosí, per grazia del benigno Amore,
lieto ritorno a l’alta tragedia,
lasciando queste vecchie con dolore
in una valle chiusa d’aspra via;
e pongo fine al mio terzo tenore,
seguendo l’altro poi con mente pia,
dove si narran le crude ruine
de l’aspre vecchie e ‘l doloroso fine.
Maria reina, madre di quel re,
che costrigne le stelle a patir legge
di quel gran Lume che lume ci diè,
cui tu creasti fra l’umane gregge,
grazia mi presta per tua santa fé
e per amor di Quel che tutto regge,
ch’alfin di questo poco, che m’è troppo,
snodar m’aiuti il contemplato groppo.
O Venus, Venus, né tu m’abandona,
però che sanza te durare affanno
van mi parria di ciò che si ragiona,
d’amor benigno, di gloria e di danno;
adunque, terza luce, tu m’intruona
de’ canti vaghi, che ne’ cuor si danno
apparechiati al ben sanza malizia,
sì che risuonan poi con gran letizia.
Move Costanza da la sua foresta
e va cercando le vecchie crudeli
con le suo belle donne, e mai non resta
per monti, boschi, piagge, caldi o geli,
infin che truova quella falsa gesta,
ch’Amor per tempo non vuol che si celi
a gli occhi vaghi di sí fatto lume,
però che ‘l buon distrugge il rio costume.
Al suon de’ corni e al mughievol sido
Costanza per virtù di suo grandezza
di botto sente dove sta lo strido
di tanto grave, oscura e ria gramezza,
e dritta su le staffe misse un grido,
che l’inferno crudel sentí dolcezza,
e volsesi a le donne e a gli amanti, dicendo:
– Fate i vostri cuor diamanti. –
Sotto la ‘nsegna del dorato pome
si fece avanti il valoroso duca,
e fe’ sonar la tromba in segno come
chiamar battaglia, dove si conduca;
intanto giunson le cattive some
de’ vili amanti sanza amor che luca:
ciò fûr bigliocchi, portatori e fanti
col Ciuffa capitan, che giunse avanti.
Il savio duca e principe amoroso,
veggendo contro a sé tanta vil gente,
abassa l’aste e ‘l caval poderoso
ferí spronando molto francamente;
e come amante più che valoroso
il Ciuffa giunse col ferro pungente,
il qual gli misse per lo grave petto
e morto l’abatté de l’asinetto.
Mosso da virtuoso e alto sdegno,
il duca con gli amanti poi trascorse
fra quella gente sanza alcuno ingegno,
la qual, fuggendo, subito si torse;
allor gli amanti, seguendo lor segno,
molti n’uccison ne le gravi corse.
Costanza bella, che questo mirava,
il duca con gli amanti gloriava.
Ride Costanza e a le donne dice:
– Certo le vecchie mal fanno vendetta;
parmi che’ loro amanti a le pendice
vadan caggendo in su la fresca erbetta. –
Alessandra chiamò in quella vice,
e disse: – Figlia, che sia benedetta,
percuoti con tuo gente, e fa’ che sia
oggi palese la tuo gagliardia. –
Non ebbe appena inteso la parola
che per disio d’amor tosto si mosse,
e diventò qual vermiglia vivola,
parendole mill’anni ch’a ciò fosse;
cosí guardando, vidde Nuccia sola,
fermata in mezzo de le genti grosse;
broccò il destrieri e con l’asta abassata
a ritrovar l’andò fra la brigata.
Nuccia, veggendo Alessandra venire,
di dietro a l’altre si trovò di botto,
sí che Alessandra convenne ferire
a una vecchia d’anni novantotto,
la qual chiamata fu donna Garire,
e a costei percosse cotal botto
caggendo morta, e non valse il tagliere
che ‘n man portava per un broccoliere.
Or quivi cominciò la bella zuffa
tra quelle quatro schiere principali;
di pentole e vassoi una baruffa
vediesi per lo ciel volar sanz’ali;
ed era già la gente del gran Ciuffa
tutta sommersa per li colpi tali,
e già le vecchie tutte scapigliate
corrien pel campo a guisa d’arabiate.
Era Alessandra in questo mezzo chiusa,
e guarda pur se Nuccia può vedere;
e fitto avea ‘l destrier fino a la musa
nel sangue di cotanto vil podere;
i cercini, le stangha, marre e fusa,
le pentole, i paiuol di quelle fiere
avieno il campo tutto asserragliato
e del lor puzzo tutto infastidiato.
Poi ch’Alessandra, al cui veder niente
si chiude per virtù che in lei dimora,
la Nuccia scorse misera e dolente,
che non calava di minacce ancora,
ferí sovra di lei sí francamente
che Giove d’allegrezza si rincora,
e giù del toro morta l’abatteo;
poi a ben cento simil gioco feo.
L’altre compagne non si stanno oziose,
ma ben dimostra sua virtù ciascuna,
intanto che di quelle dolorose
poche n’eran campate over nessuna;
la Ghisola, che vede queste cose,
a Dogliamante comandò, che l’una
de le suo quatro schiere governava,
ch’a lo stormo si metta, e ciò la grava.
Alzò la fronte, e del ciel si rammarca
Ghisola, che si vede a tal partito,
e dice a Giove: – Tua ragion travarca
in fare altrui gran torto e hai fallito;
deh, e chi sarà colui che mai ti parca
poi ch’a distrugger noi se’ stato ardito,
donando a cui non dèi benigna vita?
Ma la tua ingiuria forse fia pulita. –
L’alta Costanza, donna serenissima,
da l’altra parte vide, sanza dubito,
che tutta la sua gente potentissima
vinto vincendo vinceranno subito;
volsesi adunque a la Virtù pienissima,
alzando le suo brazza e tutto il gubito;
gridò chiamando quest’alta memoria:
– Merzé, Signor, poi che ci dai vettoria. –
E poi comanda, preso maggior core,
che li stormenti faccian gran letizia,
e che ciascuna donna di valore
tosto la segua per donar trestizia
a chi nel mondo porge grave errore,
brighe crudeli e ogn’aspra malizia,
gridando: – L’arme d’allegrezza sia! –
Tutte si mosson con gran vigoria.
Era l’amante venuta in sul campo
che di combatter le parea già tempo,
e a la schiera sua fece far campo
sanza ordine, misura o fermo tempo;
e veniesi avolgendo per lo campo
con uno spazzatoio di molto tempo,
correndo con quell’arme verso Elèna
quest’amante crudel, di fuoco piena.
Elena, ciò veggendo, tosto rise,
dicendo fra suo cuor: – Ecco diletto! –
E con la spada il capo le divise,
e morta cadde su l’erboso letto.
Elena bella per gran cuor si mise
di tor la vita a Ghisola del petto;
correndo per lo mezzo di suo schiera
trovò per forza la crudel bandiera.
Trovato ch’ebbe l’infernale insegna,
Ghisola vidde con la spada in mano,
e a fedir l’andò con mente pregna
d’alto valor d’ogni viltà lontano.
Ghisola, ciò veggendo, forte sdegna
e cominciò gridando in urlo istrano,
che fece tutto il mondo impaurire
e tutta l’aria e la terra putire.
Il puzzo fu sí duro, crudo e forte,
ch’uscí di quel canal disabitato
che questa Lena, a cui vezzose sorte
e leggiadrie gentili erano a lato,
costumi vaghi di celeste corte
e nimicizia d’ogni rio peccato,
sentendo il suo contrario con gran pena,
a gridar cominciò: – Or muori, Elèna. –
Ma prima disse: – Io non verrò già meno
ch’io non mi sazii del sangue doglioso. –
Punse il destrieri e alentogli il freno
e prese il brando tutto sanguinoso,
faccendo de le vecchie aspro rimeno,
ch’a mille o a più donò mortal riposo;
ma poi, essendo per lo puzzo affritta,
chiamò Costanza, sua sorella, e Itta,
Gridando: – Donne mie, Elena vostra
non può durare in vita più con voi. –
E sola, in mezzo de la crudel chiostra,
dice piangendo: – E’ convien pur ch’i’ muoi! –
Costanza parla: – Dov’è Elena nostra,
ch’io non la veggio? – E riguardando poi,
nel mezzo vide il suo vago cimiere
apunto a pié de le crudel bandiere.
Dice Costanza: – Elena sia soccorsa. –
E ad un tratto mosse il grande stuolo;
ma troppo tardi fu la brieve corsa
però ch’al cuor sentiva il mortal duolo;
molte n’uccison in quella trascorsa
di quelle vecchie, nel veloce volo,
Costanza e Telda e Itta per atare
Elena, che si muor per ben provare.
E quando furon tutte a’ pié di lei,
fuor la cavaron di quell’aspro loco,
pregando Giove e tutti gli altri dei
ch’aiutin Lena trar di cotal foco.
Smontò Costanza del destriero a piei,
in braccio la portò lontano un poco,
sí che dal campo la ritrasse alquanto
in un bel prato sovr’un ricco amanto.
Fuor che Costanza, Telda e Itta bella
l’altre rimason tutte combattendo,
e queste disarmaron quella stella;
a chi di testa il bell’elmo traendo
vidon che morta non era ancor quella,
ma gli occhi aperse quasi sorridendo
verso Costanza, e con un gran sospiro
l’alma produsse al ciel sanza martiro.
Cosí morí chi più d’altra gentile
mentre che visse si potè dar vanto;
benigna, saggia, cortese e umile,
vezzosa, leggiadretta e bella tanto,
sempre nemica d’ogni cosa vile
più ch’altra donna in virtuoso manto;
onesta, piena di perfetta gloria,
piatosa donna sanza vannagloria.
Piange Costanza la perduta Lena,
spesso baciando suo candido viso, e dice:
– Donna, d’ogni virtù piena,
come farò, che sento il cor diviso?
Morir convienimi teco in grave pena
che tutto ‘l mio valor sento conquiso. –
Cosí piangendo cadde tramortita,
chiamando: – Elena mia, dove se’ gita! –
Itta si duole e Telda fortemente
con grave pianto del perduto bene;
ciascuna dice: – Lassa me, dolente!
Morir con teco, Lena, mi conviene;
ma, prima che la morte ci abbia
spente, tutte le vecchie sofferranno pene! –,
sopra quel corpo ciascuna giurando
metterne mille al taglio di suo brando.
Cresce lo stormo e la zuffa s’accende
con gravi strida e con urli mortali:
quivi ciascuna vecchia si difende,
preso rigoglio de’ commissi mali;
Ghisola d’allegrezza il cuore apprende,
dicendo a l’altre: – Ciascuna si cali,
donando pena a quella grave sorta
che la più pro’ di loro è stata morta. –
Itta pigliò Costanza per lo braccio,
che sopra ‘l corpo piangendo giacea,
dicendo: – Donna mia, soccorri avaccio
le nostre donne da la morte rea! –
Costanza si levò qual freddo ghiaccio
ch’appena per dolor si sostenea,
volgendo gli occhi al cielo, e quel compianse,
che l’alto Giove per piatá ne pianse.
Poi dice a Telda che con molti fiori
quel corpo celi sí che sia coverto;
la quale andò scegliendo i sommi odori,
dove nel prato alcun ne vede aperto,
e cosí la coperse in più colori
perché non fosse a gli occhi l’occhio certo;
e poi, montata sovra un gran destriere,
segue Costanza, e Itta le bandiere.
E poi ch’a quello istormo furon giunte.
Costanza con gran pianto a l’altre dice:
– Volgete, donne, le taglienti punte
per far vendetta del corpo felice,
e fate che le vecchie sian diffunte;
che, s’elle son disperse, il cor mi dice,
Venus pregando e l’alto Giove poi,
Elena viva tornerà con noi. –
Crebbe la forza per tal diceria
nel cor di queste donne doppiamente;
ciascuna per provar sua gagliardia
move col ferro in man arditamente;
Diana, Dora e Filippa s’invia,
Felice, Torà e Agnola piacente,
Margherita, Lorenza e Caterina,
Adola, Nera, Giovanna e Nonnina,
Francesca bella e poi Bartolomea,
Colombina, Tommasa e Maddalena,
Giovanna, Antonia in cui virtù si crea;
ciascuna corre sanza prender lena.
Incominciò Costanza la mislea
con una lancia e a ferir non pena,
e per amor de la dolce sirocchia
uccise Matta, Grigna e la Pannocchia.
Ben par Costanza un affammato drago
tra quelle vecchie, tante ne conquide;
le quai vanno caggendo per lo brago
con gran dolori, pianti e con istride;
dumila o più ne misse in tristo lago
questa reina e tutte le conquide,
perché d’Elèna non si può dar pace,
cercando pur di Ghisola rapace.
Or chi porria contar quanto valore
ciascuna donna in quel punto mostrava,
ch’a tante dieron l’ultimo dolore
quanta ne l’occean rena si lava.
Il duca, valloroso feritore,
con gli amorosi amanti non si stava,
ma, combattendo da la costa, giva
e fatto avea de’ morti lunga riva.
Duo parti de le vecchie son per terra,
svenate, sbudellate e smozzicate,
e de la terza, se ‘l mio dir non erra,
eran più che le mezze innaverate;
sí che mal posson seguitar la guerra
quelle dolenti streghe sventurate;
Ghisola dentro d’ira si consuma,
faccendo al ceffo velenosa schiuma.
Itta benigna, Costanza seguendo,
di suo prodezze fa gran maraviglia
disamorati e vecchie percotendo,
che fan la terra diventar vermiglia;
l’insegna poi di Ghisola veggendo,
irata corse e subito la piglia
col manco braccio e con l’altro divise
quella che la tenea, sí che l’uccise.
La bella Telda, che tante n’ha morte
quante nel ciel si veggon chiare stelle,
Ghisola vidde; allor, correndo forte,
la lancia le ficcò per le mascelle;
quella, gridando con parole scorte,
vendetta chiese a le ruine felle,
e un crudo stridor sí forte misse
che Telda quasi da vita divisse.
Costanza vede Telda stupefatta
per lo stridor di quella vecchia cruda;
irata corse molto presta e ratta
con una spada valorosa e gnuda,
e per ferir la Ghisola si è tratta
in parte che ‘l valor vuol che si chiuda,
dicendo: – Vecchia, vecchia maladetta,
la vita ti convien lasciare in fretta. –
E con quella parola un colpo mena
del forte brando sanguinoso e molle;
la testa le parti con grave pena
e morta cadde la Ghisola folle.
Vendetta fece Costanza d’Elèna
qual ne l’animo suo dispuose e volle;
al ciel volgendo gli occhi dilettosi,
sospiri porge vaghi ed amorosi.
Tutte le belle donne fanno pruova
per consumare al tutto quelle fiere,
intanto che la fine amara piova
che vecchie non si possa più vedere;
e cosí, mentre ch’a le donne giova
di far contento lor sommo volere,
quelle seguendo, uccison di presente
fin che le spade menan vanamente.
Non truovan più le spade che ferire
ed è la terra piéna di carogne;
quivi molti moscon si fan sentire,
nibbi, cornacchie, corvi e gran cicogne;
chi con budella fugge, a non mentire,
chi li lor membri portan per le fogne;
i teschi e l’ossa i lupi divoraro,
le mosche il sangue tutto consumaro.
Non compiÈ di passare un’ora intera
che di que’ corpi nulla se ne scorse;
e cosí capitò la prava ischiera
per la superbia che in lor mente corse;
invidia e avarizia vuol che pera
chi strigner si lasciò a le lor morse,
sí come queste di vizio profondo,
le qua’ Costanza discacciò del mondo.
Rimase con vettoria chi dovea,
ciò fur le ninfe di sommo valore;
grand’allegrezza fra lor si facea
in una parte, in altra gran dolore,
perché ciascuna sola si vedea
di quella bella Elèna di gran core
per cui si piagne, e poi da l’altra parte
de la vittoria si ringrazia Marte.
Fece Costanza far comandamento
ch’ogni suo donna debba far gran festa,
e che sonar si deggia ogni stormento
sanza più doglia e sanza più tempesta;
onde ciascuna, tal proponimento
seguendo, d’allegrezza si fe’ presta.
Le donne tragon gli elmi a gli amadori,
donando lor ghirlande di be’ fiori.
Chi canta, chi s’abraccia e chi pur suona,
e chi si lava il volto a la fontana;
chi dolce bacio a la compagna dona,
e chi per bigordar fa la chintana;
chi l’una verso l’altra corre e sprona
per allegrezza sovra la fiumana;
chi giuoca con la palla e chi pur danza,
chi porta rose a la bella Costanza.
Tutto quel giorno con sommo diletto
le donne nel bel prato fan dimora,
e poi ciascuna il suo bel trabacchetto
acconcia per la notte l’ultim’ora.
Drappi, zendadi, non capanne o tetto
la notte le coperse, infin ch’aurora
mostrò del giorno il giovane mattino,
tornando Febo a esser montanino.
Ecco le rote del veloce carro
su per la schiena d’un poggio rapente;
allor le donne tutte, s’io ben narro,
aperson l’occhio a l’occhio rilucente,
e d’allegrezza fanno grande sbarro
con molti suoni, e poi benignamente
davanti a la reina tutte vanno
e con gran reverenzia onor le fanno.
Poi che Costanza l’ebbe tutte a sé,
dimostrar volle la sua gran virtù,
e da seder drizzossi ritta in piè,
dicendo: – Donne, tempo non è più
d’abandonare Elèna che mort’è,
ma volger gli occhi si vuol colassù,
dove l’anima sua con Giove sta,
pregandol che la renda per piatà.
In questa notte vidi, donne mie,
che Venus dolcemente lagrimando
pregava Giove con parole pie:
‘Rendimi l’alma e non mi dar più bando
del vago corpo pién di leggiadrie,
perché sanz’esso il mondo vien mancando
d’ogni chiara virtù, sanza soccorso
di questa donna, ch’era suo ricorso’.
E vidi Giove per pietà di lei
riprender quasi sé d’aver mal fatto
di tener tanto l’anima a costei,
considerando il ben ch’avea disfatto;
allor promisse d’esser con li dei
e far concilio prestamente e ratto,
nel quale intende che Elena si renda
e che già mai più morte non ci offenda.
Dunque ciascuna si rallegri omai,
e faccia per letizia dolce festa;
il ciel più non consente i nostri guai,
e qui si vede l’opra manifesta;
libere fatte siàn per sempremai
più non temendo la vecchiarda gesta,
che morte tutte son per nostre mani
e le lor membra mangiate da’ cani.
Facciasi tempio in questo loco grande
e sacrificio a Giove si largisca,
e un’alta colonna tanto grande
a la foresta vo’ che si largisca,
ch’al cielo agiunga la parte più grande;
quivi ciascuna donna si largisca,
scolpita con intagli si notabili
in alabastro che non sian mancabili. –
Il fine fu di quella diceria
ch’ ‘l tempio s’argomenti sanza sosta;
ogni stormento per gran vigoria
a le celesti melodie s’accosta,
faccendo gran romor con voce pia;
cosí nessuna d’allegrezza sosta,
e quel bel tempio tosto edificaro
d’argento e d’oro molto ricco e caro.
Presono il corpo de la vaga Elèna
con molti fiori e molti drappi d’oro,
e in quel tempio sanza prender lena
il puoson sopr’ un letto dentro al coro.
Ciascuna canta con la dolce vena,
doppiéri accesi v’ha di gran tesoro,
con priete preziose in somma grande
che ‘ntorno al corpo fanno più ghirlande.
Cosí, cantando con festa gioconda,
priegano il ciel che l’anima ritorni;
Giove pertanto non sa che risponda
se non di render quella e non soggiorni;
al sol la dié ne la luce ritonda,
il qual la prese infra li raggi addorni,
e, come l’ebbe, tostamente corse
nel nuovo tempio e quella al corpo porse.
Il corpo sente la suo dolce vita
e subito si drizza sopra il letto,
correndo a la sorella sua gradita:
ciò fu Costanza, che dentro dal petto
per gran dolcezza fu quasi smarrita,
veggendo Elèna con benigno aspetto;
e poi la prese in braccio istrettamente,
baciando il viso suo benignamente.
Tutte le donne con somma letizia
corron dintorno a quella giovinetta;
quivi con gioco e festa ogni tristizia
tosto cacciar si vede con gran fretta.
Or chi potria narrar quanta dovizia
apparve di biltà fra quella setta,
veggendo Elèna bella ritornata,
da l’alto Giove per piétà mandata?
Cosí con allegrezza il campo mosse
ver la foresta con ulivi e fiori
in segno di vittoria e di lor posse,
andando inanzi tutti gli amadori;
le belle insegne non parian percosse,
ma, rilucendo con vaghi colori,
danno nel ventolar sí bella vista
che ‘l cielo allegro più valor n’acquista.
E poi ch’a la foresta sono andate,
entraron dentro al nobile castello,
e quivi prestamente disarmate
rapiccan l’armi nel sovrano ostello,
e di lor veste si sono adobbate
sí riccamente che, narrando quello,
parrebbe a chi l’udisse non credibile,
per lo tesoro di stima valibile.
Taccia la lingua mia di raccontare
il minimo diletto ch’io vi scorsi
nel vago canto e dolce sollazzare
ch’allor faccendo le donne m’accorsi;
il gran Neutunno rabbonaccia el mare,
e per le selve si rallegran gli orsi;
tutte le fiere son venute pie
per la virtù de l’alte melodie.
L’alta colonna de la fama etterna
Costanza dice ch’ordinare intende,
non come cosa di virtù moderna,
ma qual celeste più nel ciel s’aprende;
cosí, chiamando la gloria superna,
da l’alte rote tal grazia discende
che quivi giunse la ricca colonna,
etterna vita d’ogni bella donna.
D’uno alabastro lucido e perfetto
si veggon dentro gli sottili intagli
di queste donne con verace effetto,
con fronde, capitelli e più frastagli:
son le lor chiome d’oro puro e netto,
dove ciascuno amante vuol ch’abagli
quell’alto Giove che da ciel la puose
per la virtù de le donne amorose.
Di grado, in grado, d’una in altra bella,
le vaghe donne son quivi scolpite;
e sopra l’alta sommità di quella
Costanza regna, minacciante Dite;
spiriti vaghi sono intorno a quella
con trombe d’oro lucide e pulite,
sonando sempre con la boce tale
che l’universo teme di far male.
Armato il duca con la spada in mano
si vede in quella più che valoroso,
e ogni amante di virtù sovrano
v’è posto dentro fiero e coraggioso;
or quivi d’allegrezza a mano a mano
si fa gran festa con sommo riposo,
con sí perfetta gloria e alto bene
ch’è ne l’alme dannate manco pene.
Tre gran parole vuol Costanza dire
in questa bella fine sanza fine,
onde ciascuna, pronta a ubbidire,
a li soavi canti puose fine;
l’alta reina di perfetto ardire
allor la voce sua pulita e fine
incominciò parlando, e cosí dice:
– Nostra virtù sarà sempre filice.
Noi abian morte quelle maladette,
che ‘l mondo d’ogni bene avien disposto;
ma pur si cerchi ancor de le lor sette,
e dove alcuna n’è, sia morta tosto;
cosí con pace viveren perfette
sanza sentir di morte il grave costo;
Elena bella tal pruova n’ha fatta
ch’omai beate noi e nostra schiatta. –
Finito ch’ebbe quell’alto sermone,
nel verde prato fanno dolce festa
le belle donne per ogni stagione.
Allor mi diparti’ da la foresta,
lasciando quelle omai sanza quistione
in allegrezza tanto manifesta;
e non creda alcun che la tornata
mi sia per tempo o tempo mai vietata.
Amor, adunque omai lecito sia
ch’io ponga fine al dilettoso canto;
e tu, Costanza, d’ogni virtù pia,
de la tua grazia mi concedi alquanto
con l’alta, vaga e bella compagnia,
ch’a gli occhi mi mostrasti valor tanto,
sí che per me si possa omai lasciare
quel che per dir non si porria stimare.
Io son chiamato dal Fioretto mio
per cui mi mossi a gloriar Costanza;
e dice ch’io ritorni al suo ricrio,
al vago lume di dolce speranza,
il qual m’accende ognor vago disio
nel cor che contro a lui non ha possanza,
e dicemi che ‘l termine è passato;
però ritorno, e qui prendo commiato.
In donna non fu mai simil virtute,
donna non fu già mai di tanto pregio
come quest’alto fior, la cui salute
volle ch’al vecchio vizio tal dispregio
in sé portasse con aspre ferute,
valor donando di vittoria fregio
a la biltà che val sopr’ogni bella,
cioè virtute in vaga damigella.
Non nacque questo fiore in verde prato,
né lungo riva di veloce fiume,
ma nel più alto ciel fu conlocato
il suo principio per etterno lume,
dinanzi al cui valor son ritornato
pognendo fine a questo mio vilume,
nel qual si può veder favoleggiando
virtù nascose e virtù gloriando.
A onta de le vecchie dolorose
e de gli avari tristi smemorati,
a bene e pace de le valorose
leggiadre donne e de gli innamorati,
chiamo li santi dei e le lor cose
ch’a questo fine sien tanto beati
che ‘l mio vilume al pregio de’ cattivi
già mai per alcun tempo non arrivi.
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