Giuseppe Ripamonti

Storie Patrie

Edizione di riferimento:

Alcuni brani delle Storie Patrie di Giuseppe Ripamonti per la prima volta tradotti dall’originale latino dal C.T. Dandolo, coi tipi di Antonio Arzione e C., Milano 1856.

II.

LA  PESTE DEL 1524

....Ma prima sporrò un avvenimento tocco alla nostra città, più brutto ancora del sopravvenirle di quel Re nemico, vo’ dir la peste, la qual, mentre il Re muoveva di casa sua coll’esercito, e superava le Alpi avanzandosi a grandi giornate, stremò colla infezione e coi funerali Milano, ed all’arrivare dei Francesi diella ad essi mano a porte spalancate, co’ cittadini ch’e’ rangli rimasi per sé vinti e incatenati.

Principiò la moria ad Abbiate, ove Bonivet venuto da Chiaravalle avea posto il quartiere; di là diffusa per le vicinanze facilmente penetrò dentro le mura, e le invase occupandovi i corpi, e le case per contagio delle masserizie che i già marci Francesi, lorchè furono cacciati, aveano lasciate dietro di sé.

E primamente molti soldati al contatto di quelle robe ammalaron, e morirono, indi chi li curava, e chi li visitava, e chi rendendo lor qualche servigio, toccavali, vicini, servi, amici; chiunque ne aveva anche unicamente spirato l’alito e tocco il vestimento, ecco che assorbiva il male, e trasferivalo ad altri, i quali alla lor volta contaminavano altri molli colla presenza, col fiato; sicché, spargendosi ovunque il contagio più ratto che non si crederebbe, la intera Città n’andò presa, e moltitudine di morenti vi fu vista giacer allato a moltitudin di morti, sendochè vennero pretermesse le consuete cure di rimuovere le miserande reliquie, a cui gli sguardi inorriditi de’ superstiti rifuggono.

Questo vituperio er’alimento ed accrescimento del male. Giaceano, infatti, per le vie e nelle vuote case a mucchi i cadaveri, minacciando d’ugual fine gli anco vivi, a’quali il fetore, la malinconia e quelle fere immagini di morte null’altro desiderio lasciavano che di prestamente alla lor volta su que’mucchi cadere, unico rimedio apprestato dalla stessa moria.

Svenne ogni senso d’amorevole consuetudine: gl’infetti trapassavano derelitti, o, se alcuno sedeva al loro capezzale, diventava pauroso esempio ad altrui non avervi più spedita via di quella a conseguire il fine della propria miseria.

Né si potea ricorrere alle solite scappatoie de’campestri recessi, dal momento che i campagnuoli, invidiando la condizion de’ cittadini, nello sforzarsi che facevano di condursi a Milano, lasciavano in lunga fila i propri corpi vestigii della migrazione infelice.

Però il ratto morire così a’ campagnuoli come a’ cittadini recava sollievo in quella penuria d’ogni cosa. Presso e discosto, il milanese contado, sottostato a spoliazione, esaurimento, devastazione continuata per anni da grandi eserciti composti di genti varie per lingua e costumanze, ma simili per rapacità e licenza, più non somministrava bastevoli i quotidiani volgari alimenti; molto meno poi avrebbe saputo fornire i cibi dilicati e il vitto occorrente a malati. A stenti grossi mercanti, opulenti gentiluomini forzati a stringer le uscite, per l’entrata mancata a’ poderi sperperati dal guerresco turbine, discacciavan la fame, che divorava invece il minuto popolo, seppure non la precorrea la moria. Miseranda cosa mirare chi conquiso da inedia, nel punto che sforzavasi masticar vivande abbominate dal palato, sovrappeso da quell’altro malore, la peste, di botto spirava!

Ma di peggiori fogge di morte corsero voci ch’io riferirò, onde, per la comparazione de’ tempi i Milanesi, comprendano quanto si è alleggerita di presente sovr’essi la mano di Dio; perchè così tremende manifestazioni della celeste collera né dianzi pensiam che apparissero, né che possan unqua ripetersi

V’ebbe una casa, né spregevole, che, avanti la pestilenza, dalle rapine francesi, dalle taglie spagnole, dalle intollerande espilazioni di tutti giacque stremata a fame, a nudità. Lorchè il contagio cominciò a serpeggiare per la Città, quella casa fu tra le prime ad-esserne invasa, e il morbo vi occupò gli animi e i corpi della squallida famigliuola stivata tra le angustie dell’umil dimora. Chi vi penetrò primo li trovò tutti morti in fogge strane. Quando le condizioni di Milano vennero migliorarsi, il terribile spettacolo fu ricordato e celebrato, e pittori, a sperimento d’arte, gareggiarono in cavarne ardite rappresentazioni. Arrovesciata la madre in cadere, s’era spezazato il cranio, e le cervella avean intorno schizzato sul pavimento: due bamboli inconscii dell’eccidio materno, trascinatisi carponi alle fonti lor note del vitale amore, dopo averle inutilmente succhiate, disseccate com’eran da morte, l’ultimo fiato avean pur essi esalato mordendo; fanciulletti più grandicelli, cui la cresciuta età rendea men fragili, intorno alla madre qual giaceva spirato in atto di stritolare alcunché tra i denti, qual recandosi indosso i segni del morbo, lasciava incerto se fame o peste uccidesseli: il padre poi di quei fanciulli, e marito della donna, orribil a dirsi, per l’angoscia impazzato, affrettando la morte s’er’appiccato alla soffitta, e ne penzolava esanime. Questo fu lo spettacolo che la infausta casa porse a coloro che vi penetrarono primi: poco se ne parlò durante la peste creatrice feconda d’orrori; ma, tosto ch’essa svanì, e la Città ricuperò la salute, la notizia di quella tragedia nel popol rinnovato si diffuse, ampia materia, ripeto, all’esercitazione degli artisti.

Altri casi di simil tenore furono raccontati dai sorvissuti alla morìa a scrittori che ne tramandarono la ricordanza; scolte su per le mura in Castello stramazzate morte ne’ fossi; il Castellano, mentre faceva la ronda, esser caduto esanime a terra; il presidio aver perduto ogni nerbo, di maniera che se colà non fossero durati in pie i torrioni, i muri, e sovr’essi i cannoni, ed impendenti alle porte le saracinesche, niente più vi si sarebbe riscon trato atto a spaventare e tener discosto il nemico.

De’ Senatori e maggiorenti della Città, mentre in tanto comune pericolo congregansi a provvedere, e dar tumultuario ritrovo si riconducon a casa, oppur anche se a casa rimasero, molti sorpresi dal male, come gli ultimi della plebe, perirono, lasciando senza capi il Municipio; e a que’ che duraron vivi niun’autorità restò di checché provvedere, o comandare.

Mentre nobili e plebei, chiari ed oscuri erano mietuti ad un modo, e di maschi e di femmine i nudi corpi senz’ombra di pudore si accumulavano per le vie a vista di ognuno, nemmen i vivi della verecondia si mostravano meglio curanti; riputandosi in procinto di aver a finire la vita, disperati, impudenti, non d’altro che dell’ora presente si davan pensiero; e il sovrastante trapasso, che avria dovuto per la tema del Sovrano Giudice vietar colpe, er’anzi desso suscitamento a commetterne, e sprone, d’infamie a que’ morenti, avidi di tutte afferrare le lascivie da cui sentiansi presso ad essere strappati per sempre.

Valse però appo certuni la vista dei dissolventisi corpi, alimento in pronto pei vermi, e più ancora le immani spalancate fauci dell’Orco, e l’imminente Tartaro e le sempiterne fiamme; valsero, per contrapposto i premii delle beate sedi, nella cui aspettazione e considerazione molti pii si piacquero, a far sì che pietosi fatti e morti edificanti nobilitassero i casi di quell’era deforme: conciossiachè, tocchi da spirito propriamente celeste, uomini e donne co’ piedi scalzi, cinti il collo da funi, volontariamente flagellantisi, e stillanti sangue dalle spalle lacerate, concorrevano alle chiese chiedenti il perdono di Dio con flebili voci; e talun d’essi, in quel mentre rapito dal morbo, rendea testimonianza colla splendente fisonomia, che con quel supremo sacrifizio si era mercato il cielo, ondechè non pena, ma premio avea conseguito in morire.

Generosi d’ambo i sessi già aveano con stupenda annegazione fatto il compito evangelico, cibi e conforti distribuendo a’ bisognosi, che cosa sopravvivesse alla tomba insegnando agl’ ignari, ricordando a’ dimentichi, diffondendo speme e terrore appo tutti della vita futura.

Anche la carità del vecchio Tobia verso gl’insepolti aveva trovati imitatori, i quali, per sé, o stipendiando altri, davan opera di rimover e tumulare gli esanimi corpi putrescenti allo aperto: questi ben diremo che furono i veraci pastori del gregge cristiano a que’ giorni; imperocché, assente l’Arcivescovo, i mercenarii ministri, a cui la cura delle anime cittadine trovossi devoluta, mostrarono di tenerla a vile, e, quasi venali mandriani di gregge non suo, che al sorvenir del lupo voltan le spalle fuggendo, e le mal consegnate agnella derelinquono, ed essi, quegli avveniticci pastori d’anime, a null’altro intendendo che a porre in salvo il peculio, e la persona, al primo comparire della moria, fecero fardello, e se n’andarono.

Dio si placò finalmente, ed al compiersi del pestilenzial anno, che fu il 1524 dopo Cristo, i Milanesi trovarono spogli di qualsia metropolitana maestà, ridotti a piccolo spregevole popolo; e, siccome i corpi son presti a sciorsi, tardi a crescere, così lento fu il riaffollarsi della cittadinesca moltitudine; gli atti a figliare scarsi, attoniti, vuoto il più delle case, disabitati anco i palagi, sotto ogni tetto splendido od umile solitudine e silenzio, vie e trivii testé gremiti di folla, vestitisi d’erbe, simili a landa, e ciascun de’ cittadini, quasi alzasse il capo da scoperchiato avello, spiar intorno la tuttavia minacciosa fosca luce diurna, a gran fatica persuadendosi essersi mansuefatto il cielo, giacere smussati i dardi della pestilenza, e la vita riappresentarsi assicurata. Epperò questa era veramente la condizion delle cose; si poteva omai respirare, e di nuova progenie ristorar la città, a cui sovrimpendeva il Re Francese, quel desso, che allora vittorioso, indi a poco prigioniero, era destinato a riportare oltremonte la vergogna della sconfitta, e ceppi da cui doveagli riuscir arduo disciorsi ……..

III.

LA  PESTE  DEL  1576

... A questi studii, e a queste opere di Carlo s’infrappose un malore, prima sospetto, indi certo, la peste, che allo schiudersi del marzo, apparita sulle rive del Verbano, cominciò col maggio ad infierire in città. Da principio, decresciuti funerali furon accagionati i soliti morbi; ma presto si fe’ palese esser contagio, andarne infetto l’aere, e sovrastar eccidio a Milano: i cittadini se ne spaventarono; indi che cos’avvenisse racconterò.

Se ne stava la Nobiltà apparecchiando feste e spettacoli ad accogliere un Principe atteso a giorni, al quale, non che al suo splendido corteo, volevasi dare un’alta idea delle ricchezze lombarde, della bellezza de’ cavalli, della perizia de’ cavalieri in trattar l’arme, non che d’ogni altra valentia militare in cui si erano a bella fama levati i Milanesi, declinati allora, in quella pace ed ozio d’Italia setto il Re Filippo, a meri passatempi e vane pompe.

Che se quel romoroso apparato di giochi e cavalli era tale da riuscir in ogni tempo molesto al Cardinale, tanto più se ne sentiva egli gravato a que’ dì, che, appena chiuso il Giubbileo, toccavagli veder la Città sì presta in ricondursi alle vanità pretermesse, sprecando il frutto de’ conseguìti doni celesti. E in questo mentre il Principe arrivava.

Or ecco, intanto che più fervono i cavallereschi ludi, e per le magioni patrizie meglio si gozzoviglia, questa sinistra voce di sùbito alzarsi a invadere la Città, la peste essere scoppiata a Milano: già si nominavano le case funeste da cui era sbucata. Presso Santa Maria Segreta, in porta Comasina, nel rione degli Oliari, certuni in mangiare, certi altri in lavorare eran caduti morti, ed, indi a poco, altri, che gli avevan tocchi. Cogli infausti annunzii, balli e conviti si sciolsero, e il Principe visitatore, insieme col Governatore, se ne fuggì ratto e spaventato a Genova, derelitta siccome paurosa e nemica quella Città della quale testé non rifiniva di encomiare le sontuose delizie, e di celebrare il lusso molteplice.

Al Cardinale, reduce da Lodi, si fece incontro, speditogli a furia dai Decurioni, un corriere, che a lui pontéfice e pastore notificasse la calamità sovrimpendente al popolo, al gregge; avvegnacchè ogni gara di giurisdizione, ogni rivalità di poteri era sfumata, né più restava speranza altro che nell’Uomo divino. Allo entrare ch’ei fece l’attonita Città, scorgendo gran moltitudine in cocchi, su carri, a piè, ingombrar le vie, intenta a fuggire a' campi prima ch’escisse decreto a trattenerla, è narrato, che piangesse: mosse difilato al Duomo, e quivi adorato Dio risalì la mula, e in veste da viaggio com’era, andò dritto alla casa da cui buccinavasi escito il contagio: apparteneva a’ Robbii, gente patrizia, già nota a’ concittadini, ma che quel caso rese notissima. Quivi giunto, trovò che, morta la padrona con alquanti figli e servi, alcuni superstiti, còlti dalla moria, sarebbero periti per mancanza di soccorso, se le pie Suore di Sant’Orsola non fossero accorse a curarli; e quelli, acciò non propagassero il male, per ordine del Cardinale, furon tenuti in disparte, ed impediti da qualsia comunicazione con sani. Passato di là al proprio palazzo, vi si diede an- siosamente co’ suoi più fidati familiari e più prudenti ministri a consultare quai pastorali soccorsi avesser a prestare caso che il morbo, com’era da prevedere, allargasse le sue devastazioni, e quali esempii, a questo proposito, somministrassero gli annali cittadini, e le rimembranze patrie, non peranco svanite; conciossiacchè, al diffondersi dei primi terrori, eran emerse commemorazioni senza fine d’antiche e moderne pestilenze: al Cardinale, che le raccoglieva, consultava e studiava, fecersi innanzi i principali della Città, e i Regii Ministri, a pregarlo, che contro il micidial morbo invocasse anzitutto a prò della patria in pericolo l’ajuto di Dio; indi, nello stupore e nella desolazione che li avea còlti soccorresseli d’un qualche salutare avviso. Avendoli egli brevemente intrattenuti, e benignamente confortati, li rimandole, tornato alle sue consulte, determinò che per tre giorni v’avessero supplicazioni di tutto il popolo continue, che tosto furon bandite. Ugualmente scuri in volto, e turbati nell’animo convennervi magistrati, patricii, plebei, quanti n’avea lasciati in Città lo sgomento; perciocché gran turba, come accennammo, al primo terrore se n’era fuggita, quasiché gli aperti campi, e gli ameni ripostigli potessero esser riparo alle saette dell’ira celeste.

Agli astanti, mesti e stupiti del male presente, e dell’altrui foga, il Cardinale, nel primo giorno delle preghiere, parlò cogliendo da ciò stesso argomento di sgridare la vanità delle presunzioni umane, riprovando, cioè, la lusinga di potere, mutando dimora, sfuggir Dio punitore e il sovrastante gastigo. Fece indi passaggio al lusso patrizio, alla mollezza cittadina, alla futilità degli spettacoli, a quanto, spirato appena il Giubbileo, in cambio di rinfervorata virtù, era stato visto venir a galla di neghittosità e scioperatezze: né tralasciò di sferzare le sopraffazioni de’ Regii a danno della Chiesa e de’ suoi diritti, qua impediti i Sacerdoti nel disimpegno dei sagri ministeri!, là pie confraternite tribolate, anco del tutto soppresse, dimodoché, non potendo più senza risico i confratelli ragunati fungere lor consueti officii di associata pietà, e lor preci avendo soggiaciuto ad interruzione insieme coll’altre quotidiane deprecazioni dell’ira celeste, ben era naturale che alla fin fine il Signore Iddio avesse vibrato suoi dardi ed apparecchiata rovina alla rea Città; a menò che non foss’ella per implorare misericordia, e conseguire perdono, imitando Ninive nel pentimento, e nella riparazione delle colpe commesse. Da questo ed altri simili discorsi, conquisi gli animi, dieronsi a supplicare; ma inutilmente, essendo volere di Lassù che la Città avesse a subire gastigo, che dai percossi superstiti fosse per derivare una men rea generazione; seppur non garba a certuni asserire che non furono tanto a que’ dì le pecche cittadine, e l’ire celesti, quanto condizioni naturali e accidentali a suscitar la moria, per- mettendol Dio; od anche se non piace dire con certi altri che fatalmente doveva esser così, non v’avendo ragione in contrario!

Il contagio ogni dì più si allargò; come le vampe d’appiccato incendio di tetto in tetto si communicano, dapprima le vicine case, a mano a mano le discoste invadendo, sicché, in breve arde tutto quanto l’abitato; così, da lievi principii esordita la moria, corse ed occupò la Città senza differenza tra tugurii e palazzi, e presto si trovò addotta alle Mura Gre- goriane...; albergo apprestato alla peste, che appellasi volgarmente Lazzaretto.

Il Cardinale prescrisse che là si trasportassero quanti per dimestichezza avuta con appestati al fatal sintomo de’ buboni chiarivansi presi dal male; a soddisfare ogni giornaliero bisogno della vita fu provveduto dal Cardinale con tanta sollecitudine che i ricovrati in quel pubblico ospizio quasiché vi dimenticavano gli agi della casa propria: epperò qual ordine vi regnasse, e qual disciplina vi fosse osservata sarà spiegato in appresso; n’avrem soggetto a tal descrizione di salutari provvedimenti, ed anche a tal commemorazione di casi varii, che ad altra simile potria diffìcilmente prestare materia il più costumato popolo, e qualsia capitale di più grande imperio.

Carlo s’era da principio proposto di prodigare le sue pastorali cure avunque fosse vista infierire la pestilenza, senza rispetto a checché sgomenta l’anima umana per la imminenza del pericolo; e quantunque avesse ciò seco stesso fermato, nullameno, piegato dalle rimostranze di autorevoli personaggi, s’indusse a raccogliere il suo Clero a consulta, e richiederlo s’era lecito a Vescovo esporre ad evidente risico la vita nell’adempimento de’pastorali ufficii: sorsero disputazioni tra gli assembrati, accordatisi per ultimo a dire: — non esser lecito a Vescovo affrontare un certo attuale pericolo, come farebbe chi aspirasse sgomberarsi d’attorno d’un colpo i tedii della vita, avido di scaricarsene anzi tempo —. Udita la qual sentenza, replicò il Cardinale: — considerando le azioni degli antichi Pontefici, lor geste, lor morti, riscontrarle egli piene di virtù, di costanza, mercé cui siffatti uomini sublimi disprezzarono la morte, anzi raffrontarono ogniqualvolta si trattò di servire alla comune salute —. Gravi personaggi presero allora dire: — esistere, infatti, antichi esempii di così severa virtù, ma quei tempi essere passati, nè tai fatti narrarsi che di Santi. — Replicò il Cardinale: — appunto per questo star bene che il Vescovo imiti cotali esempii, e provisi a calcare le vie stesse che addussero quegli Antichi al Cielo —. Detto questo, sciolse l’adunanza, stese il suo testamento, come se fosse in punto di morte, distribuì danaro a’ familiari, sborsò a ciascuno la mercede de’ prestati servigli, e all’Ospital Maggiore legò tutto quanto lo avere di cui sarebbe stato trovato possessore all’epoca del trapasso; e così, libero e spedito da qualsia briga, intrepidamente diessi a frequentare il Lazzaretto, ch’era tenuto in conto di casa di funerali, e col solo nome suscitava orrore, per la peste come in propria reggia stanziata, pe’ cadaveri di cui era coverta la funerea campagna, e per le sozzure del morbo che l’ingombravano, peggiori dello stesso morbo...

Carlo, poich’ebbe preparato il proprio animo al modo ch’esposi, a quella dimora della peste venuto visitatore, se ne dipartì conturbato; e, ciò che ivi fece lo ricorderò colle parole di coloro che accompagnaronlo in quella visita, e riferirono intera la serie delle cose per lui operate, al modo che ne fecero precisa annotazione.

Eppertanto raccontano, che, appena ebb’egli visitato il Lazzaretto, e se ne tornò a casa, ogni domestica lautezza di vestimenti e tappeti comandò si vendesse a cavarne danaro, con cui alleviare la inopia di tanti infelici, quanti glien’erano caduti sott’occhbi in quella stanza d’inaudite angosce. Ogni sua tenda, pagliericcio, materasso, lenzuolo colà mandò, appena ritenuto lo strettamente necessario a sé e suoi. Quanti vasi poi di preziosi metalli si trovò avere, altrettanti consegnò alla zecca da essere conversi in moneta; e perchè col vieppiù infierir della moria crescea di pari passo la miseria, e quei provvedimenti omai chiarivansi insufficienti, si studiò supplirvi per ogni verso; mandava cercatori in proprio nome per le città e le campagne, i quali vi facessero incetta di quanto era necessario: e riuscì questa incetta abbondante, che i richiesti sarebbonsi vergognati di non secondare l’illustre esempio del loro Pastore. Provveduto così alla urgenza del vitto, subentrò sollecitudine non meno penosa, pel sottrarsi che ciascuno faceva dal prestare la propria opera a soccorso degl’infermi, il cui contatto veniva giudicato, ed era infatti chiarito esiziale, ond’è che gli stessi parochi, e gli altri che da sagri voti si trovavano stretti, a ritroso da principio prestavansi, indi cominciarono, lorchè venivan chiamati per confessar moribondi, e porger loro gli altri ecclesiastici soccorsi, cominciarono, dico, a tergiversare, e ritirarsi. Fra gli stessi familiari del Cardinale ve n’ebbero non pochi, che, vedendolo rimescolarsi cogli appestati, quasi sfidando il contagio, lo abbandonarono, ond’egli, a mirarsi crescere intorno il vuoto, avvisò trovare rimedio al duplice abbandono de’ sacerdoti e dei domestici, con chiamare a sé, promettendo larghe mercedi di presente, e pel futuro, idonei collaboratori dalle pievi elvetiche: sapeva quegli uomini, pel loro fisico, non che pel morale, esser più acconci a sfidare la paura della peste; e questa lue, per noi sì abbominanda, parer ad essi poco diversa da febbre o scabbie.

Così fu sapientemente provveduto che ned a’ corpi mancasse l’opera d’infermieri soccorritori, ned all’anime quella di sacerdoti confortatori; e contemporaneamente svanì anco l’accennata domestica diserzione, per divino volere, ammirazione della fermezza del Cardinale, e subitaneo mutamento di volontà; a tale che i testè impauriti e fuggiaschi fecerglisi innanzi, reduci e profferitori dell’opera loro, dichiarando di non volerlo più abbandonare sinché s’avessero fiato di vita. Anche Monaci, che, col pretesto dell’istituto, o adducendo altre scuse, s’erano sottratti, di nuovo chiamati, presentaronsi parati ad accompagnare l’Arcivescovo ovunque fosse per andare, a costo d’averne a morire. Tra’ servi e ministri, omai cresciuti a buon numero, nove n’elesse Carlo destinati a stargli sempre a fianco, pronti a disimpegnare ogni sua commissione (officio tale da incutere spa- vento): costoro, e sé medesimo, siccome sospetti di peste, volle che dai sani fosser evitati, e che ciascun d’essi si recasse in mano una verga la quale fosse segnale a’ non infetti di scostarsi da loro, che del contagio avrebbon di leggieri potuto essere trasmettitori. Dichiarando poi sé medesimo sempre indiziato o sospetto, provvide che la sala ove soleva disbrigare le bisogne pubbliche fosse divisa in due da uno steccato, per guisa ch’egli, rimanendosene da un lato, parlava ad alta voce a coloro che stavangli discosti nell’altro: epperò l’avvenuto andò tanto lunge dal temuto, che cioè il Cardinale propagasse la peste, che fu notato ned egli ned alcuno di que’ suoi collaboratori aver unqua patito a quei giorni nemmeno un lieve dolore di capo.

Questi eran i provvedimenti; ma la peste ogni dì più infieriva, e niun frutto parevano apportare i rimedii adoperati, e le sollecitudini mostrate dal Cardinale...

Allora fu che alquanti parochi della Città, i quai sin lì aveano prestata santa opera a prò dell’anime, spaventati alla lor volta dalla quantità de’ morenti, spirati tra le lor mani, cominciarono, come se un fulmine gli avesse tocchi, ad inorridire del lor officio: certuni celavansi; altri scamparono dalla Città; ve n’ebbero che dichiararono non tenersi obbligati a così rischioso ministero. Ne provvenne gran dispiacere al Cardinale, anche perchè cominciava a dubitare egli stesso se in cosiffatti casi avesse diritto di comandare. Già er’abbastanza manifesto pel contatto de’ corpi infetti comunicarsi il male; ned a manifesta morte pareagli potere cacciar repugnanti. In quella dolorosa esitazione deliberò di consultare il Papa; e Carmilia,uomo di sicura fede nell’Aula Romana, informò per lettera dell’agitazione del suo spirito pel rifiuto de’ parochi, imponendogli esporre ogni cosa al Pontefice acciò il suo responso avesse a valergli di legge...

È narrato, che, tocco nel profondo del cuore, il Papa lacrimasse a quegli annunzii, non solamente per cotanto danno della Chiesa Milanese, ma altresì pel pubblico pericolo che quella moria avesse a privare la Cattolicità d’un suo preclaro ornamento qual era il Cardinale, che, di continuo tra gli appestati, si esponeva incessantemente a perire con essi; dalla qual pietosa sollecitudine conquiso il Papa, scrisse a Carlo, ammonendolo con quanta s’aveva autorità, che considerasse in lui stare la salvezza dell’intero popolo Milanese; che, se soggiaceva a jattura, il suo gregge n’avrebbe risentito troppo gran danno. Nonostante questi amorevoli avvisi il Cardinale continuò nell’addottato tenore di vita; e, quanto più si diffondeva ed infuriava il contagio, con tanta maggior noncuranza di sé frequentava i moribondi: s’er’addossati ei solo i doveri de’ parochi fuggiaschi: ciò stesso fu di eccitamento a costoro di sfidar i pericoli che dianzi avevano sfuggiti, dimanierachè tornarono spontanei all’adempimento de’ derelitti doveri.

Ma un altro guaio sorvenne ad aggravare l’infortunio della peste, e fu la dirotta fuga dalla Città de’ nobili, e degli agiati, che v’erano sin allora rimasi, sicché la misera plebe restava sola, abbandonata; sudò il Cardinale per trattenerli, ad alcuni persuase restare, con altri gettò il fiato: i rimasi, distribuiti pe’ rioni, ebbersi mandato di visitarvi le dimore più povere, e, conosciutine i bisogni, consultare in comune quai rimedii chiedessero. Cominciarono pertanto a girare le case, e, disaminatevi le urgenze, dieronsi uniti a cercarne il riparo; lo che procedette ordinatamente e pacatamente, sinché non si trattò che di esaminare e deliberare; ma lorchè fu mestieri metter fuori danaro, ciascuno se ne scusò, adducendo le proprie angustie; sicché, sorta tra gli adunati discordia, fu d’uopo far capo a’ Magistrati Regii che provvedesser essi alle necessità della turba: que’ Magistrati affermavan tal bisogna spettare a’ Decurioni; i Decurioni se ne scaricavano sui Magistrati...

Altra cura sorvenne al Cardinale, de’ servi d’ambo i sessi, che dalle patrizie case, per la penuria, erano stati rimandati, e senza tetto e focolare, vagavano per le vie; turba non solo per inopia e fame miserrima, ma anche per la nequitosa infingardaggine a cui s’er’avvezza, pasciuta alla mensa di ricchi, tarda al lavoro, presta a’ misfatti. Costoro, ordinati a guisa di gregge compatto, fecer capo al Cardinale, quanti erano, uomini e donne, con voci dolenti implorando un qualche alleviamento alla lor inedia. Il cuore del buon Pastore fu commosso da quella inattesa supplicazione: disaminata con rapido ma sicuro sguardo la schiera, que’ che giudicò meglio gagliardi raccomandò a’ magistrati che se ne valessero come scolte a perlustrare i luoghi sospetti; il rimanente de’ venuti ad altri usi destinò: la turba poi de’ vecchi, de’ fanciulli, delle femmine, non avendo trovato sito più acconcio, aquartierò sotto a’ portici di Santo Stefano, e ciò sinché di migliore stanza non gli riusciva provvederla; e furon costoro da quattrocento, che il Cardinale a riparo di quelle vôlte provvide d’asilo e di cibo. Sovvenutogli indi che sulla Via Romana, quattro miglia fuor della Città, sorgeva un ampio edificio eretto dal re Francesco di Francia sul campo della vittoria da lui riportata sugli Svizzeri, avvisò che quivi la miserabil turba troverebbe stanza opportuna: quivi l’addusse, e, date le convenienti disposizioni, non solo ve la soccorse di quotidiani alimenti, ma dielle regola e istituzione quasi direi monastica, visitandola sovente, e curando che d’ogni istinto servile, d’ogni turpe consuetudine s’avesse a mondare: nelle campagne circostanti muovevano schierati non ingratamente cantando, al modo ch’erano stati edotti, invocando il nome de’ Santi; ne provennero da parte de’ villici del dintorno simpatia e largizioni verso di loro, siccome a prò di più onde la brigata in breve tempo riuscì a supplire a sé atessa, senza gravare di veruna ulteriore spesa il Cardinale.

... Dappertutto stragi, e cumuli di morti, e aspetto di città maledetta da Dio... Si ricordò (Carlo Borromeo) allora del martire Sebastiano, per la cui intercessione da simile flagello la Città era stata un’altra volta liberata: reputandolo, dal lato materno, originario milanese, sperò che a cotanto malore della patria non verrebb’egli meno, ove puramente e piamente lo s’invocasse. Eppertanto, celebrate solenni preci in Duomo, e convocato ai Santi Misteri il popolo, concionò l’atterrita moltitudine intorno al sussidio che doveva invocare dal Martire, ed insistette che un pubblico voto avesse a farsi in di lui onore: affermò che avanti le calende di gennaio la peste sarebbe finita; soltanto lo credessero, si astenessero dal peccare, e fidassero nella Provvidenza. Milano, a vedere indi come volser gli eventi, ebbe a reputare quel vaticinio essere stato suggerito al Borromeo da Dio; conciossiachè, proclamato il voto, sebben non si avesse subitanea salute, le stragi e i mucchi di cadaveri di giornoin giorno vennero scemando, e il morbo all’epoca annunciata sparì: i Milanesi al Santo liberatore alzaron una Chiesa nel sito ov’eran le vestigia di una cappella statagli anticamente dedicata; la empirono di lor doni, ed ogni anno la fèsta di San Sebastiano è celebrata nella Città.

Ad esempio imitabile da ogni Vescovo, spetta ricordare altresì, come che brevemente, ciò che dal punto di quel voto profferito, fece Carlo a prò del suo popolo: son ricordi che i Milanesi gelosamente raccolsero e trasmisero da celebrarsi a’ secoli avvenire.

Ci avean, oltre il Lazzaretto, altri recinti fuor di Città stivati d’infermi; né bastando il solo giorno a visitarli, Carlo muovea di nottetempo or a quegli steccati, cinti di fosso, intorno a cui stavano sentinelle a vietare che alcun ne fuggisse, or alla Chiostra Gregoriana, ora per la Città a’ tugurii, secondo che portava la prestabilita vicenda delle perlustrazioni...

Con sì effusa generosità per tutta quella rea stagione fu egli visto diportarsi, che quasi n’andò ridotto a miseria: forzato a mutuar denari da’ suoi parenti per sostentarsi, contrasse tanta mole di debiti di quanta in appresso potè scaricarsi a fatica nel corso di varii anni. Conciossiachè non solamente cittadine turbe fornì di alimenti, ma per la intera diocesi allargò le sue cure solerti, trecento luoghi provvedendo del bisognevole ove la moria era scoppiata; spediti quivi oculati messi ad esplorare le angustie de’ villici, a sollevarle, indi seguitili, trasferiva in giro egli stesso i farmaci dell’anima e del corpo; ovunque muoveva, i gemiti della disperazione si convertivano in clamori di gioia. Durante quelle peregrinazioni non ebbe agio mai di spogliarsi, ned è narrato che riposasse sotto coltri le membra: fermo in arcione, facendosi della mano sostegno al capo, oppure, quando gli riusciva (e pareagli mollezza), sdraiatosi su panche, ritraeva una breve quiete dal sonno, e, al primo spuntare dell’alba, ripigliava la via che proseguiva indi fino alla seguente notte: a’ suoi pasti era mensa la sella... Tante fatiche da lui sostenute, e tanti pericoli da lui incontrati in visitare a questo modo la diocesi, furono cagione che, non avendosene per alcun tempo nuove in Città, lo si tenne quivi per morto, e se ne diffuse ovunque il sinistro rumore...

... Alcuni giorni dopo tornò a Milano e fuvvi accolto con tanta letizia ed effuso plauso che, non da una suburbana escursione parve reduce, ma esser uscito dal sepolcro, e restituì loper via di miracolo all’amore comune. A far sempre più pensare a miracolo concorse il cessare affatto della moria lorch’egli tornò; onde la Città ricreossi tutta quanta all’aspetto del suo Pontefice, a cui andava debitrice di salvezza. Ed egli, ogni cosa riferendo al Signore, esortava che colla emendazione della vita meritassero impetrare da Dio, che dianzi avean irritato, la fine di lor patimenti: aspirando il santo Arcivescovo a rinnovar di pianta, quanto ad istituzioni e costumi, la sua Città, ch’esausta pe’ funerali, già già per novella generazione ripopolavasi, deliberò tutti i templi, e tutte te case visitare in persona, quelli restituendo a sagri riti, stati interrotti per le subite calamità, queste affino di mondarle coll’aspersione dell’acqua lustrale, e corroborarle delle sue benedizioni.

Eppertanto, avendo principiato dal Duomo, dalla dimora de’ Canonici, e dalla propria abitazione, progredendo indi ordinatamente, andò ristorando colla pastoral presenza Milano, tuttavia squallida, e che, a fatica capace di cotanta letizia, andava a rilento persuadendosi che la peste fosse propriamente finita: erale delizioso spettacolo mirare il suo Pastore, ammantato delle splendide assise della propria dignità, lui, che dianzi avea scôrto soffuso di sudore e di polve, errante per tugurii, ansioso, derelitto, quasiché divenuto egli stesso oggetto d’alta pietà, or procedere sereno in viso, attorniato da festose frequenze, tra fausti auspicii e liete acclamazioni, non tanto suo pastore, quanto suo salvatore...

Ella è opinione comune cbe i morti di questa peste ammontassero a trentamila, numero sì tenue che lo si ascrisse a miracolo di Carlo: così ne giudicarono i nostri padri che ce ’l riferirono, i quali, rispetto all’altra moria infierita mezzo secolo prima sotto Francesco Sforza, avevano alla lor volta udito da proprii padri aver essa mietute assai più vite; talché, considerando quanto minore fosse stata questa seconda jattura, attribuirono alla efficacia delle orazioni di Carlo la comparativa tenuità de’danni che aveva inflitti.

Poiché svanì la peste, tornarono a galla le controversie, e l’arti malvage...

IV.

LA  PESTE DEL   1630

Al sopravvenir della peste, cominciata in città la fame, e molti morendone miserissimamente per le contrade, ecco che cosa il cardinale Federigo Borromeo stabilì di fare, e fece infatti, sinché darò quella calamità: aggiravansi per le vie Sacerdoti, accuratamente scelti de’più robusti e pietosi, chiariti tali dai lor precedenti diportamenti, a cui teneano dietro facchini recanti fiaschi di vino, pane, uova e minestre: quanti derelitti, già presso a versare l’ultimo fiato, od anche men aggravati, che presentavano sintomi di languidezza o di fame, trovavan essi per via, altrettanti soccorrevano co’ Divini Sagramenti, non che di vesti, farmaci e cibi, secondochè reputavan richiesti a lor uopo i rifocillamenti della vita presente, oppure gli addrizzamenti alla futura. Assiduo fu cosiffatto aggirarsi a perlustrare la Città di Sacerdoti: portavan seco per giunta denari da scompartire di propria mano, non solamente a’ più bisognosi, ma anche a chi si fosse assunta cura di nodrire ed albergare i miseri abbandonati.

Conciossiachè, oltre cotesti primi e subitanei provvedimenti, il Cardinale aveva prescritto, che, ovunque nel dintorno fossersi rinvenuti infermi e poveri, venissero pregati i terrazzani proprietarii delle vicine case di ospitarli, e conceder loro un qualche angolo, sotto al proprio tetto; officio riuscito a bene appo molti agiati, tenutisi ad onore di arrendersi gratuitamente alle raccomandazioni del Cardinale: agli altri poi veniva retribuito un compenso pel mantenimento, e l’alloggio che accordavano; ed ogni giorno que’ Sacerdoti stessi, che testé mentovammo, perlustravano siffatti improvvisati ospizii, solleciti che di nulla i ricovrati v’avesser a mancare.

Essendosi così provveduto a moltissimi, il Cardinale pe’ residui impetrò dal Consiglio dei Decurioni che dentro la chiostra del Lazzaretto s’avessero a ricevere, ove già una famelica turba veniva a pubbliche spese sovvenuta. Così alla carestia cittadina Federigo, da parte sua, provvide con effusa misericordia, e per quanto potè. Rispetto poi alle ville circonvicine, ed alle men accoste vallate, indi a’ greppi ed a’ burroni delle montagne, non intermetteva di spedirvi moggia di riso, e gran quantità di sale, mercè cui perfino l’erbe de’ prati, e le corteccia stesse degli alberi si convertono in alimenti; maniera di cibi che la mancanza di cereali avea resa familiare a’ montanari.

Destosi sospetto che alla carestia già già si ponesse alleata la peste, e, principiando questa a dar segni di sé, il buon Pastore non adoprò di minor diligenza in contrapporre i tesori della divina clemenza agli spaventi del contagio cresciuti per la inefficacia d’ogni umano rimedio; e, mentre, mettendo a repentaglio la propria persona, dell’anime, in quelle orribili strette, davasi sovratutto pensiero, nemmen a’ corpi chiedenti sussidio lasciava mancare quanto er’acconcio a ristorarli. Aveva egli in prevenzione impetrato dal Papa facoltà di assolvere anche coloro le cui colpe fossersi trovate riservate alla Sede Apostolica, e ciò perchè Satana non s’avesse ad impossessare di una qualche anima unicamente per averla trovata stretta da indissolubili lacci: di questo pontificio privilegio era stata fatta copia a’ parochi, a’ quai, perchè ne adoprassero a mo’ di amorevoli padri con figli che voglion salvi e difesi contro sovrastante pericolo, diè le convenienti paterne istruzioni. Sommamente ebbesi a cuore questa cooperazione de’ parochi; ned altro mai più temette, quanto ch’essa gli avesse a venir meno; che in mezzo a tanti guai, era convinto che non v’avrebbe trovata sostituzione.

Esistono sue lettere contenenti ogni maniera di suggerimenti ed avvisi a questo proposito, le quai ti lascian dubbioso se più debba ammirar la prudenza o la carità di lui; ivi è ricerco, prescritto, antiveduto tutto che da apertissimi medici fu suggerito a scanso e freno della moria: nè sarebbe fuor del caso, a riparo di future eventuali calamità, di cosiffatte preziose lettere inserire qui un sunto.

Del resto niente sembrò, trammezzo tanti egregii e stupendi casi, am mirabile più dello aver egli per l’altrui salute rimossa ogni precauzione opportuna a guarentire la propria, e ciò affine di poter accudire senza impaccio al disimpegno de’ pastorali officii. Non è ch’ei si arrischiasse temerariamente, come farebbe uom disperato smanioso di finirla, od un ambizioso che aspira a menarsi lode coll’audacia; ma niun pericolo scansò ch’ebbe giusto e legittimo titolo di affrontare. Frequentò il Lazzaretto, visitò gli appestati, s’intrattenne con essoloro, ne disaminò bisogni e casi, indi a tutto provvide: chiamò a sé i parochi, gli esortò, gli ammonì a prestarsi indefessi soccorritori, e pazienti ascoltatori d’ogni supplichevole: si aggirò pe’ quartieri omai resi disabitati della Città, e, scortivi a’ balconi chiedenti sussidio, comandò che questo non avesse quind’innanzi a venire lor manco. Reputando poi non improbabile che del morbo potesse egli stesso trovarsi côlto un dì o l’altro, prescrisse, che, ove ciò fosse per accadere, niuno ponesse piè nella sua camera, ma lo sussidiassero dal limitare della medesima con porgergli l’occorrente su lunga pala, evitando così ogni contatto e risico.

Con queste parole sin qui riferite, presso a poco, il vicario Costanzo rese testimonianza del modo con cui il Cardinale si diportò, rispetto la propria e la comune salute durante la moria, e come diligentissimamente curò di rintuzzare questa, senza menomamente mostrare di sprezzar quella, o arrischiarla, come altri, per ambizione...

Or io, avendo scritto quanto udii e vidi, né rimanendomi dallo indagar e ricogliere checché vale a destare nei pastori un salutare terrore, e fornir loro profittevoli esempii, mi avvenni ne’ Commentarii entro cui il medesimo cardinale Federigo, secondo il suo costume, raccolse ciò che il fecondo suo intelletto, sempre inchinevole a filosofare, gli suggerì, tra tante sciagure patrie, che fosse utile, ed anco bello ed ameno. Eppertanto non vo’ frodare lui di questa gloria, né privare altri di cosiffatti squisiti frutti d’eleganza e d’utilità : giova conservare e trasmettere cotai bellissimi, e tristissimi ricordi, cui l’illustre Pontefice, spettatore dell’eccidio, a que’ dì nefasti parte lasciò notati di propria mano, e parte eleggeva frequente suggetto di narrative, e discorsi. Al modo che v’ebbero scrittori studiatisi di ricoglier i detti della memorabile sapienza di Socrate, e così noi ci proponiamo far tesoro de’ commentarii e delle parole di Federigo intorno la peste.

Primamente avvertiremo com’egli paragonasse questa calamità milanese all’antica gerosolimitana, per una certa qual simigliata e corrispondenza de’ giudicii e della clemenza di Dio; rinfrescando la memoria (com’è da vedere ne’ libri de’ Macabei) del re Antioco, che, ministro dell’ire celesti, avea diffuso per ogni dove strage e rovina, que’ flagelli affermava branditi dalla superna benignità, non ad altro intento che a riforma del popolo: ciò disse, e scrisse il Cardinale, e soggiunse: — considerando le cittadine dimostrazioni di religiosità, non sarebbesi aspettato un così imponente tra boccamento della collera divina; ma questi essere arcani che gli uomini non denno ricercare, ned investigare—; il qual detto sublime vuolsi continuamente citare a suffragio e conforto della Città.

Proseguendo il Cardinale nelle sue investigazioni, dall’alto della sua sa viezza, della qual fece sì largo uso scrivendo ed operando, emise questa opinione rispetto alla origine della peste; ch’ella fu inflitta e per volere divino e per umane cagioni: si valeva ad autorità d’Omero, (del quale adoprarono Filosofi gravissimi e Padri santissimi), dimostrando che il sommo Vate non aveva senza una recondita ragione rappresentato Febo in atto di vibrare suoi pestiferi dardi: e così, affermando egli ch’era stato il volere divino a siffattamente sferzare i mortali, studiavasi chiarire la nostra peste doversi ascrivere a decreto superno. Argomentavalo da ciò stesso che le tedesche schiere, che avevano diffuso il contagio in Città, n’erano andate esse quasiché immuni; né senza una misteriosa volontà l’esercito cattolico aquartierato a Casale, aver ricevuto quotidianamente vettovaglie da qui, mentre la peste ci tribolava, senz’andarne esso infetto; certi luoghi e certi uomini trovare un dato rimedio contro del tremendo male; altri ricorrere con buon esito ad altro rimedio, ed a morbi diversi aver soggiaciuto chi dalla peste era ito sciolto; tantoché nel recinto del Lazzaretto, quella notte, che, per la innondazione, avrebbe potuto di leggieri riuscir suprema ai rinchiusi, niuno dalla furia dell’uragano fu spento, epperò la peste quasiché tutti indi li rapì; era, cioè, destinato che que’ meschini non solo perissero, ma di peste perissero. Così rimontava egli al divino beneplacito per ispiegare le cause e gl’inizii della moria. Quanto poi alle cagioni umane, ne ragionava al modo seguente, poco discosto dal riferito: — la peste, diceva, provvenne dalla carestia, e la carestia si generò nella sterilità de’ campi, originata dalle militari devastazioni, e dalle intollerande violenze di che gli stranieri avean afflitte le nostre terre: sendochè la razza lombarda è dilicata e forte nel tempo stesso; naturalmente gagliarda, come attestano le storie, a sostenere guerre e fatiche, per riscontro mal riuscente a sopportare i tedii inflittile dall’altrui corruttela e superbia; provvenirlene più pungente la sensazione de’ mali, e nella facile disperazione de’ medesimi trovar la peste meglio parati alimenti.

Queste eran le opinioni del Cardinale relativamente alla origine del contagio, riferentisi, come vedemmo, non meno alle cagioni divine che alle umane; discostissimo dall’opinare che derivasse da frodi, artifizii, o cospirazioni di stranieri Principi desiderosi di spopolare la Città per indi occuparla.

Intorno alle misture virulenti, agli unti tossicati per diffondere la peste, se ve ne avessero realmente, o se figurati se li fosse la umana stoltezza, punto non se ne apriva, e di siffatti particolari lasciò il proprio avviso in ombra. Parve però arrendersi alla opinione che vi avessero menteccati e scellerati, per aspettazione e speranza di rapinare, ideatori di quegli unguenti; e la costoro nequitosa demenza paragonava alla stoltezza di certe arti: che cosa si proposer infatti gli alchimisti con lor manipolazioni, gli astrologi con lor oroscopi? A quel modo gli untori ripromettevansi larghe prede, e grandi trasmutazioni d’averi se molte famiglie si fossero andate estinte, rimanendo vuote assai case: però tai pensieri appena lasciava intravedere, serbandone chiusa la maggior parte: ciò che apertamente asseriva, questo era: la pestilenza, per arcano divino volere piombata su Milano, esservisi allargata per istoltezza rea degli abitanti, ed aversi ultimo scopo la loro rigenerazione. Che poi, dopo il volgere di cotante stragi, appena svanita la moria, più scioperatezza fosse stata vista insinuarsi appo ricchi e poveri, più, dico, della dianzi lamentata, Federigo a tal impensata perversione varie scaturigini assegnava; ed in primo luogo la natural tendenza negli spaventati, poiché sgomberaron la paura, di abbandonarsi a sciocca stordita allegrezza, quasiché avessero riportato trionfo sulla morte, e fosser essi soli, in mezzo alle generali sciagure, felici e prevalenti: come chi patì digiuno, tosto che gli è fatta copia di cibi, se ne ingozza, così costoro ne’ godimenti dianzi interdetti, a rifarsi dell’esserne stati frodati, si tuffavano sin alla gola; voleansi dare una satolla di piaceri, non mai sazii d’orgie e stravizzi. Ciò che sin qui ho riferito lo cavai dai commentarii che il Cardinale di tratto in tratto scriveva a’ giorni della peste; quasiché mi son valso delle sue proprie parole.

Del rimanente vi trovai, con egual cura sapientemente raccolti ragguagli sugli artifizii per diffondere la peste, e lor provvenienze; su portenti, sugli orrendi aspetti della moria, sulla penitenza fatta da’ cittadini, e lor frequenza a’ Misteri, sui vani rimedii contro il contagio adoperati dalla plebe, non che su quegli altri rimedii che riuscirono salutiferi alla Città, e sovra simili suggetti, che, svolti in que’ commentarii, conseguono un’autorità tanto più efficace, quanto è più palese e acclamata la dignità e la santità del loro Autore, al quale tutto facea capo, e che tutto accuratissimamente con siderava.

Esordisce così a ragionare degli artificii pestiferi: — facil è mescolare la bugia alla verità, sicché della peste ad arte diffusa molto fu asserito, che con uguale facilità puoi accettare o respingere: ed alla nostra volta parte delle correnti voci accogliamo, e parte ripudiamo. Ciò che teniamo certo si é che molti, ad assolvere sé stessi da taccia per aver soggiaciuto alla peste in conseguenza d’imprudenti contatti o male abitudini, n’affibbiarono agli untori la colpa. Queste poi dell’ungere buccinavansi essere l’arti, vere poi o false che fossero: vagare gli untori per la Città, portando seco in giro carte avvelenate, che, a modo di petizioni, porgevano ad incauti, contaminandoli e rovinandoli; questo alimento della peste venire diffuso sui frutti della terra, sulle monete di men valore, acciò se n’impregnasse la plebe; i saliscendi, le chiavi delle porte, gli stessi vasi lustrali, tutto infine su cui gli untori potevano stendere la mano, di que’ veleni, di quella tabe cospargerli; a’ siti elevati giunger essi con pertiche e scale; ed a tale esser giunto cosiffatto furore di ugnere, che, ad uno dei congiurati sendo riuscito penetrare in un convento, quivi, sotto sembiante di santità, apportatore della peste, v’unse gl’inservienti, niuno eccettuato, e fu scoperto il vero esser suo avanti che ciascun d’essi non vi fosse morto. Queste ed altre simili novelle circolavano, e vennero, non senza fondamento, credute.

Di codesta furia d’unzioni, prosegue a dire ne’ seguenti termini: — un untore nel Lazzaretto confessò pubblicamente d’aver fatto un patto col diavolo; mostrò il sito ove teneva celati i vasi, e le cassettine piene di veleni; e sùbito dopo quella confessione spirò: ma, prima di spirare, cacciato da disperazione e da rabbia, cercò, per trafiggersene, un coltello; negato questo o sottratto, tentò soffocarsi inghiottendo una moneta. V’ebbe una femmina, che, dichiaratasi rea, svelò complice la figlia, che tosto fu arrestata, e le si trovaron in casa gli arnesi per ungere. Un cotale, tradotto a morte per essere stato côlto sul fatto, mentre sul carro, a vista della turba veniva dal carnefice tenagliato con roventi tenaglie nelle braccia, e nell’altre membra ignude, com’è il tenore di quel supplizio, additò uno degli spettatori, gridando che lo pigliassero, quello essere reo al pari di sé, averlo avuto socio nel diffondere veleni, e causar rovina a molti.

Cosiffatti ed altri simili casi memora il Cardinale da me riferiti siccome saggi di quella stoltezza scellerata.

Ma perchè moltissimi occupò questo quesito – se vi avessero propriamente veleni diffondenti la peste ed una spezial arte d’ungere; oppure se ciò non fosse altro che vano rumore, un di que’ che sogliono occupare gli animi preoccupati da mali estremi a farli delirare –; per chiusa e riepilogo del mio discorso, riferirò intorno tai particolari i dubbii del Cardinale medesimo» al modo seguente: « Consta la pestilenza da noi subita non esser né l’unica, né la prima che venga asserita diffusa per frode d’iniqui; avvgnacchè fuori e dentro d’Italia noverarono operatori di simili nequizie, ed esiste un libro che tratta della peste artifiziale, non dubbio argomento che v’ebbe altre fiate uomini che insidiarono la vita e la salute de’ lor simili, e con ribaldi trovati riuscirono ad imitare ed emulare gli eccidii della moria... Né questa è impossibile impresa, però avversata da difficoltà numerose, grandissime, sul fare delle incontrate dagli alchimisti, che, cuocendo metalli, mutan colore e natura alle cose, ed invecchiano tra crogiuoli e fornelli, sprecando la vita in ardui sforzi con inesplicabile perseveranza. Che se da farmaci avvelenatori (purtroppo ve n’ha copia) la peste può venir convalidata e diffusa, certo è che l’umana scelleratezza non tralascerà di valersi d’arma siffatta, mercè cui causare grandi e rapidi danni. Che se a travolgere gli animi nella nequizia è suscitamento la magnificenza della natura offrente ad ogni passo veleni, stimolo gagliardissimo dicasi altresì l’azione diabolica, sempre vigile ed operosa a trascinare gli uomini a reciprocamente danneggiarsi, onde averseli poi in corpo ed anima, preda graditissima. Considerazioni son queste che presterebbero appoggio alla opinione invalsa della verità degli unguenti pestiferi. Ma, d’altra parte, cotesta rete di misfatti, maraviglia per la sua vastità, avanza la possa di qualsia privato, né mai fu detto che si ordisse, a spesa o per istigazione di Principi; unqua non fu rinvenuto un capo o direttore di untori; ned è lieve argomento della inconsistenza di quella opinione vedere come sia svanita da sé, mentre avria ben altramente durato, se avesse avuto un qualche positivo fondamento. Or ecco un terzo avviso sul punto controverso: soldati virulenti e libidinosi, forestieri e nostrali, dopo ch’ebbero sopportate le angustie delle pugne, le asprezze della fatica, le strette della fame, macchinarono seco stessi di trovare rimedio a’ loro guai; e, suggeriti dal demonio degno accenditore di quelle anime inique, idearono la oscena arte d’ugnere, i cui rudimenti avevano per avventura seco recato da’ luoghi donde la peste stessa era venuta: né si reputi spediente nuovo, che uomini, iniqui a scansar pericoli o disagii, sieno ricorsi a sempre peggiori iniquità: sempre v’ebber di tali che vieppiù s’infiammarono dacché trovarono socii d’ardimento; questo ci trasmisero le romane memorie di Catilina».

Con questi modi pieni di prudenza e vibralezza, più diffusamente e sottilmente ch’io riferii, svolse Federigo il quesito relativo a’ veleni ed unguenti destinati a creare, alimentare e propagare la moria, acciò, trammezzo le stragi di questa, potessero gli untori aversi agio di rapire impunemente e bottinare a lor talento. Di morenti, questi casi abbominevoli, e spettacoli miserandi ci trasmise;

– a nobil giovinetta ingrossò ed irruppe fuor della chiostra dei denti la lingua, e per otto giorni non potè inghiottir cibo; tagliatole il tumore, ed insinuatale una cannuccia in bocca, vennevi stillato qualche po’ di nutriente,succo, da cui parve confortata; ma tosto riarse il morbo, e la poveretta trapassò:

– similmente ad un religioso, fessi tumida la lingua vietandogli alimentarsi, e gli sporgea d’un dito fuor delle labbra; nel quale stato durato dieci dì, n’ebbe a morire fra tormenti indicibili con sommo raccapriccio de’ risguardanti:

– una donna, impazzita pel male, non potendo venire trattenuta da chicchessia, cinque giorni corse senza posa quanto era lungo e largo il Lazzaretto: gettate le vestimenta, spezzate le corde, vagava ignuda, come è narralo di quella femmina ateniese (che simil esempio diede di nudità e demenza) dal grande Storico, che seppe nobilitare la ricordanza di tal antica moria:

– nello stesso Lazzaretto, uno, che, repugnando a’ cibi, erasene ri maso digiuno otto giorni, e teneasi per isfinito anzi morto, d’improvviso penetrò in una stalla di monatti, e, cavatone indomito cavallo, lo montò, indi tutta notte sin l’alba fello correr a furia, sinché l’animale cadde morto, e cadde con lui morto parimenti il cavaliere:

– chi, perdute per corrosione ambo le cosce, tuttavia fu visto vivere:

– chi, spaccatoglisi il ventre, pel fesso perdette le interiora:

– un giovin Frate, venutogli manco per la peste il lume razionale, scappò dal convento, e diessi a girare, gridando ch’era il Papa, chiedendo gli si baciassero i piè; e, siccome niuno gli dava retta, si astenne per mestizia da’ cibi, determinato a lasciarsi morir d’inedia; l’avrebbe fatto, se non gli fosse stata benefica l’altrui simulazione; adoraronlo come Papa, ed ei si lasciò porger vivande; con guarire rinsanì:

– pazzia ridicola e miseranda fu quell’altra d’un, che, cacciatosi fin alla gola entro uno stagno, vi dimorò tre giorni, affermando quella essergli stanza sicurissima, dacché diecimila monete d’oro, donategli da Cesare, gli erano state involate; anco questo è fatto simile a quell’altro ateniese, narrato da Tucidide, di non pochi moribondi che si precipitavano ne’ pozzi o correvano ad affogarsi nell’acque.

Stomachevole ed orribile riusciva per sé veder uomini, quale ammalato e qual sano, ad un tratto, versando dalle nari e dalla bocca sangue, e marcia, cader a terra e spirare. A certuni lo spasimo cacciò gli occhi fuor dell’orbite; altri, mentre ridevano e si chiamavan ignari delia moria, versaron l’anima; questi si precipitavano dai balconi, quelli battagliavano a bastonate sin a morirne, spenti non meno dalla peste, che dai colpi che si erano portati furiosamente laddove avvenne che si scontrassero. Femmine incinte partoriron anzi tempo; maturi feti dieronsi da allattare a capre, che, approntate a quell’uopo, erravano per le praterie del Lazzaretto, e porgevano a quegli orfani le mamme con istinto matèrno: anzi, una del gregge fu notata, che pose grande affetto in un bambolo, sicché se quello le veniva tolto, non ne accettava altro; anzi, essendole a titolo di sperimento, e per appagamento di curiosità, stato occultato quel pargolo prediletto, la bestiuola diè nelle smanie, ed attestò il suo dolore col belato, col digiuno, in certo qual evidente modo chiedendo le si rendesse l’alunno; in veder selo restituito, si lasciò andare a cavriole d’incomposta allegrezza.

Questi saranno gli ultimi esempli d’umane miserie ch’io addurrò. Certo fu singolar volere della Provvidenza, che tra tanto traboccamento di guai e in mezzo a tali calamità, molti, che, per ventanni non aveano confessati lor peccati, e, quando dall’ecclesiastiche leggi s’erano trovati stretti ad accostarsi a’ Misteri, aveanlo fatto sacrilegamente, contaminando gli altari e sé stessi, tocchi d’improvviso dallo spirito celeste, nel Lazzaretto deponessero la contumacia, onde lasciarono opinione di esser ascesi dritti al Paradiso: noveraronsene certuni così favoriti dal Cielo, che, in escir di vita, ebbersi gl’istanti supremi allegrati dalle visioni mirifiche de’ Santi, della Madre di Dio; e additavano questi aspetti stupendi a’ circostanti, che ne divulgarono il grido per ogni dove...

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Ultimo aggiornamento: 27 marzo 2008