Giuseppe Ripamonti

La peste di Milano del 1630

tradotta da Francesco Cusani

Edizione di riferimento

Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei LX Decurioni dal Canonico della Scala  Giuseppe Ripamonti, istoriografo milanese volgarizzati per la prima volta dall’originale latino da Francesco Cusani, con introduzione e note, Milano, Tipografia e Libreria Perotta e C., 1841.

Appendice del Traduttore

al  Libro  IV

Intorno la mortalità della peste del 1630

e la popolazione di Milano a quell’epoca

La città stremata dalle Morti.

Ripam. lib. I

 

 

hanno nella presente storia molti lati oscuri e controversi, ma nessuno di certo sul quale le opinioni siano tanto divergenti come sulla mortalità cagionata dalla peste. Volerne determinare la cifra con esattezza riesce impossibile, perchè i registri battesimali o mortuari erano tenuti, a quell’epoca, con gran trascuranza. Inoltre si trovano in questi registri grandi lacune durante il contagio, conseguenza inevitabile delle morti di chi li teneva, e del generale trambusto. Nel secolo XVII non s’aveva idea di quadri statistici, per cui lo storico, in questo argomento, non può fondare le sue opinioni che su congetture.

Mi proverò nondimeno a schiarire possibilmente la questione, e prima di tutto giovi qui riportare le cifre della mortalità, secondo varj autori contemporanei.

Ripamonti, che lavorava sui documenti autentici messi dal Consiglio a disposizione di lui qual storiografo di Milano, dice, giusta la comune congettura, si calcolò morissero 140,000 persone. (Pag. 222.)

Tadino, stabilendo la popolazione di Milano avanti la peste a 250,000, dice che morirono 185,558, esclusi i religiosi (pag. 136); altrove invece parla della grandissima mortalità seguita in numero eccedente di 165,000 persone (pag. 86).

Somaglia afferma che ne perirono 180,000 oltre i bambini.

L’iscrizione dei Frati della Pace da me riportata (pag. 164) dice 190,000.

Pio della Croce: Morirono entro il circuito della mura 150,000 di certissima scienza, non mancando chi lo accresce di altri 20,000.

Il Rivola nella vita di Federico, lib. V, cap. XIV, più moderatamente: Cessata per divina misericordia la ferocità del morbo, la quale, secondo il calcolo fattosi circa la metà di settembre (1630), trovate furono essere morte di peste 122,000 persone.

Al Rivola s’avvicina il canonico Torri, che, scrivendo quarantanni dopo il Ritratto di Milano, diceva: Nel 1630, vivendo in que’ tempi anch’io benchè fanciullo, sovvi dire che vidi spettacoli da inorridire pietre non che cuori umani, morendo de’ cittadini più di dugento alla giornata ne principj del male, ed in meno di sei mesi nella stessa città più di cento mila. (Pag. 8.)

Siccome però questi ultimi due scrittori non parlano che della mortalità di sei mesi, così estendendola ai due anni e mezzo cho durò il contagio (novembre 1629 — febbrajo 1632), si avrebbe una cifra poco minore della citata.

Ma sarà dunque vero che in Milano il contagio mietesse da 160,000 a 180,000 vittime? Su che fondasi questa spaventevole cifra? Sulle vaghe asserzioni del Tadino e del Ripamonti copiati dagli altri, i quali scrissero parecchi anni dopo.

La vera e positiva base su cui istituire i calcoli della mortalità fu, e sarà sempre, la popolazione. Vediamo quindi se indagando qual era la popolazione di Milano d’allora, ne riescisse di sciogliere in modo plausibile la questione.

Che la città nostra anticamente fosse numerosa d’abitanti, pare indubitato, stante le manifatture d’armi, di lane e seterie che occupavano gran nomero d’artefici e commercianti, Bonvicino fa ascendere nel 1288 a 200,000 gli abitanti. Il Morigia dice che nel 1500 erano 264,000.

Il Ripamonti: Contava un tempo trecento mila abitanti, duecentomila avanti la peste, ec. (Pag. 6.) Il Tadino va oltre: Trouandosi la città per raddietro più di duecento cinquanta mila persone.

Ma nel 1630, quando già da un secolo la dominazione spagnuola aveva minate le manifatture e il commercio, è egli presumibile ragionevolmente che Milano fosse ancora sì popolato? Arrogi[1] il gran numero di chiese e monasteri che ricettavano un piccolo numero di persone a confronto dell’area occupata.

Io feci lunghe indagini per rinvenire in qualcuno dei vecchi archivj pubblici l’anagrafi della popolazione, eseguita durante la carestia nelle singole parrocchie per ordine del Consiglio che voleva conoscere in modo positivo il numero dei poveri da alimentare. Ma questo documento, di cui parla a lungo il Ripamonti (pag. 225), senza però indicare la cifra, che appunto è ciò che importerebbe, andò fatalmente smarrito; almeno io non ne rinvenni traccia.

Esiste per buona fortona nell’archivio di San Fedele un registro mortuario dal 1452 in avanti, anno per anno, anzi mese per mese[2] con poche lacune, con importanti annotazioni in margine sulle epidemie e contagi che accrebbero in diversi tempi il nomero dei morti.

Questo registro è l’unico documento che offre una base non certa ma plausibile per determinare la popolazione di Milano in date epoche. La mortalità ordinaria si ritiene al sommo di quattro per cento all’anno: aggiungendo tutt’al più un due per cento pei morti negli ospitali e conventi che non venivano notificati, riusciremo in qualche modo a dedurre dai registri della Sanità quale fosse la popolazione. Nei quattro anni prima delle carestia abbiamo il seguente quadro:

Anno    1625        Morti   Num.   4181

   »        1626           »           »        3482

   »        1627           »           »        3157

   »        1628           »           »        3513

Sommando i quali anni trovasi un adequato di 3600, trascurate le frazioni. Aggiungasi il 2 per cento per la mortalità degli ospitali, conventi, ec., e risulterà che la popolazione di Milano avanti la peste era di 140 a 150 mila anime.

Ora quanti è da supporsi ne morissero di peste o d’altre malattie dal novembre 1629 al febbrajo 1632, periodo in cui durò il contagio? Il citato registro mi dà le seguenti cifre:

Anno  1629   Novembre     Morti  Num.              422

    »         »      Dicembre           »         »                 488

    »      1630                               »         »            13,350

    »      1631                               »         »              3,288

    »      1632   Gennajo             »         »                  181

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      Totale        17,729

I morti nel Lazzaretto, ove, secondo Ripamonti e Somaglia, salirono fino a 1700-1800 per giorno nel maggior furore della pestilenza in luglio o agosto, si possono calcolare al più 60,000, ritenuto come dato abitrario il numero di 1700 morti per giorno, stante l’incremento ed il rallentamento proprio sempre dei contagi. Aggiungasi per ultimo i morti negli ospitali, nei conventi, per lo strade e i non registrati, che non ti potrebbero con ragionevolezza spingere più di 8000-9000, e si avrà:

Dai Registri              Num.     17,729

Nel Lazzaretto            »          60,000

Ospitali, ec                  »            8,271

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  Totale      86,000

La qual cifra ritengo sia la più vicina al vero. In prova di che torna in acconcio un passo del Tadino, il quale scrive che per le santissime feste del Natale (1631) era restato nella città per le diligenze fatte solamente il numero di 64,442 persone. Dunque, supposti come sopra

i morti                                                  86,000

I sopravvissuti circa                            64,000

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Avremo on totale di                           150,000

che sarebbe a un dipresso la popolazione di Milano avanti la peste.

Che poi gli abitanti fossero morti più della metà, riducendosi appunto a circa 60,000, lo comprova il più volte citato registro, dal quale risulta, che nel 1632 morirono soli 1795, e che per undici anni, cioè dal 1633 al 1643, la mortalità annua rimase fra i 1700 e 2000, che è appunto la metà di quella dei quattro anni precedenti il contagio.

Quanto alla mortalità del Ducato di Milano è impossibile determinarla per la mancanza di documenti; oltrechè le morti subirono variazioni innumerevoli secondo i paesi, i quali soffrirono più o meno, e alcuni perfino rimasero deserti, essendo periti tutti gli abitanti. Forse però non andrebbe molto lontano dal vero chi facesse ascendere a mezzo milione i periti di contagio nella Lombardia spagnola.

Tanta perdita di gente recò gravissimo danno all’agricoltura, al commercio, alle arti, e lasciò nei superstiti alla catastrofe e nei loro discendenti un profondo sentimento di terrore. Di ciò fa prova il più volte citato registro, nel quale dal 1630 s’incominciò a porre le iniziali S. S. P., ovvero S. P. S., sine suspicione pestis sine pestis suspicione, segnatura d’ordine, che trovasi continuata per un secolo e mezzo, cioè fino al 1780.

« Per tutto il passato secolo (dice Verri) [3] risentì questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors’anche al giorno d’oggi abbiamo dei terreni incolti, che prima di quell’esterminio trattavano a coltura. Si avvilì il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze, e non si citerà una casa fabbricata per cinquant’anni dopo la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s’inselvatichirono; ciascuno, vivendo in una società molto angusta di parenti, si risguardò come isolato nella sua patria; e non si ripigliarono i costumi sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del secolo presente.»

Francesco Cusani.

FINE DEL LIBRO QUARTO.

Note

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[1] da arrogere: aggiungere qualcosa all'oggetto della ricerca o della discussione: aggiungi al totale della popolazione il numero di persone che viveva nei monasteri e nelle chiese piccolo in confronto all'area occupata (Bonghi).

[2] Liber in quo descripta sunt nomina defunctorum civitatis et corpora S.tor M.li per me Tragilum Zumalum locotenentem Not. D. Christophori Zumali Canzel. Sanitatis Medi. Coram Ill. R. D. Senat. D. D. Simone Bossio Praeside Offitij Sanitatis.

[3] Della Tortura. & VII.

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Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2008