Giuseppe Ripamonti La peste di Milano del 1630

La peste di Milano del 1630

tradotta da Francesco Cusani

Edizione di riferimento

Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei LX Decurioni dal Canonico della Scala  Giuseppe Ripamonti, istoriografo milanese volgarizzati per la prima volta dall’originale latino da Francesco Cusani, con introduzione e note, Milano, Tipografia e Libreria Perotta e C., 1841.

LIBRO TERZO

IL CARDINALE FEDERICO BORROMEO E IL CLERO DURANTE LA PESTE.

 

 

 

 

 

astantemente chiaro, io son d’avviso, appariscono nel libro che composi intorno alla vita ed il pontificato del cardinale arcivescovo Federico, l’animo generoso e le virtù di lui in ogni circostanza gareggianto colle sublimi del santo suo cugino. Il quale volume [1] consegnai a Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, ed erede delle virtù avite, perchè, esaminata la mia narrazione di que’ singolari avvenimenti, la pubblichi, se il crede opportuno. Si ammirano in esso opere pastorali e virtù degne degli antichi Vescovi ed imperatori: fatiche, sto per dire, militari nelle cose ecclesiastiche, animo cupido solo dell’onesto; modestia, sobrietà e quel misterioso candor virginale [2] che mai viene facilmente creduto in alcuno, e che Federico, per opinione comune custodì intatto per tanti anni: vi si discorre altresì de’ suoi studj e delle opere che compose. Avessi io almeno esposte tutte queste cose colla dignità e l’eleganza, eminenti doti proprie di quell’esimio scrittore!

La virtù di cui egli più compiacevasi, e che recava a tutti meraviglia, fu la vigilanza assidua pe’ suoi soggetti, non già come suol essere in molti limitata a sole parole e consigli; ma generosa, pronta a qualsiasi dispendio a vantaggio della pubblica salute, e della vita degli individui.

II

Provvidenze e disposizioni del Cardinale ai primi rumori di peste.

Federico in quell’anno (1629) che si cominciò a susurrare della peste, udito che già serpeggiava all’estremità della milanese diocesi nelle vallate soggette ai Grigioni ed agli Svizzeri, si turbò a tale annunzio come un padre di famiglia che sente colpiti all’improvviso i suoi figli da una grande sciagura. Prima inviò ordini ai parrochi ed ai vicarj su quanto dovevano tener d’occhio o fare, onde i rei di gravi colpe non morissero senza i soccorsi della Chiesa, ed anche perchè spinti dal bisogno e dalla fame non s’abbandonassero alla disperazione il peggiore di tutti i peccati. Indi elesse un sacerdote di sperimentata prudenza, e di specchiati costumi, e fornitolo di denaro lo spedì nelle valli affinchè dirigesse co’ suoi consigli que’ rozzi abitanti; siccome fece con molto senno.

Di ritorno da essa missione, venne largamente rimunerato dall’arcivescovo, il quale aveva presa cura di quei valligiani appena tra loro s’introdusse, per le facili comunicazioni colla Germania, la peste, di cui allora neppure eravi timore fra noi. Durante la carestia, che fu la prima ruina del nostro paese, non il solo Milano, ma le terre vicine e discoste, gli abitanti della pianura e dei monti sperimentavano del pari gli effetti della paterna sollecitudine di lui. Come se fosse ei pure uno del pubblico Consiglio, emulatore della carità cittadina e promovitore in uno di essa, spediva e faceva distribuire pe’ villaggi sacchi d’orzo e frumento, perchè almeno patissero meno la fame se non gli era dato di nutrirli tutti. E allora che quella turba di contadini, abbandonati i campi, i monti e le valli rifuggiossi, come narrammo, in Milano, egli dischiuse agli infelici spontaneamente una casa dove ogni giorno venivano loro distribuiti alimenti: le schiere de’ poveri rifocillati il mattino con pane e minestra, avevano per quel giorno certa la vita, cui minacciava la fame [3] .

E siccome i poveri, allettati da quella elemosina, accorrevano sempre più numerosi alla città, e molti, sfiniti per languore, giacevano moribondi per te strade, esalando l’ultimo fiato prima di poter ricevere alcun alimento, il Cardinale con antiveggenza paterna faceva girare de’ sacerdoti [4], che a quei moribondi porgevano cibi e bevande confortanti, e li munivano ad un tempo de’ conforti religiosi; conducendoli poscia in attigue case, ove col necessario riposo e coi rimedj potessero riaversi. Cotesta caritatevole istituzione continuò fintanto che il pubblico Consiglio giudicò opportuno raccogliere tutti i poveri vaganti per la città e rinchiuderli nel Lazzaretto.

Non per questo desistè Federico di nutrire in egual modo e riconfortare i molti che, o nojati della disciplina del Lazzaretto e della chiusura ne uscivano, o giungevano nuovi in Milano, abbandonati i proprj abituri. Egli sostenne, insieme al Consiglio, il peso di quegli affamati fin dove concedevano le sue rendite: e in lui trovarono ancora sostegno i miserabili quando, usciti dal Lazzaretto, riempirono e camminarono di nuovo la città. La carità del nostro Pastore è paragonabile alla carità e munificenza del municipio verso l’afflitta patria, e verso tanto popolo ridotto agli estremi [5]. Il qual paragone sarà valutato dagli imparziali, poichè siccome Federico era anch’egli uno de’ cittadini, così la gloria comune di questo esempio vivrà duratura nei secoli.

III

Suoi fatti durante la peste.

Assecondando i magnati, che alle prime minaccie del contagio fecero quanto loro suggeriva il timore e l’esperienza, Federico si diede premura per salvare i corpi, e più assai le anime del proprio gregge. Nè credendosi atto a sostenere da solo sì grave incarico, raccoglieva ogni giorno a consiglio i più prudenti suoi sacerdoti, eccitandoli ansiosamente ad esporre le loro opinioni, ed agiva in conformità delle medesime e della propria saggezza.

Ottimo consigliere, sulla cui autorità riposava sicuro, era S. Carlo, che scrisse i Commentarj ed il Memoriale intorno la pestilenza del suo tempo (1576). Traendo norme da tali Memorie, altre aggiungendone; Federico stabilì il metodo di tenersi in quelle calamitose circostanze, additando ai sacerdoti ed al popolo la via che guidava a salvamento. Indicò che cosa dovessero fare, che cosa evitare, per non contrar la peste coll’alito o col contatto, e per non inasprire vieppiù l’ira divina.

Tramise a’ sacerdoti tutte le facoltà ch’agli aveva dalla Santa Sede per assolvere i moribondi, e nuove impetronne dal Pontefice, estendendole a tutto quanto il clero della diocesi, affinchè non mancassero ai peccatori negli estremi momenti i soccorsi della religione. Tali provvedimenti furono disposti dal Cardinale allorquando andavano crescendo i romori di peste; ma non appena ella avvicinossi a Milano, crebbe in lui lo zelo; teneva continui colloquj coi decurioni, inanimava i parrochi, calmava lo spavento, ed offriva premj perchè si affrontassero con coraggio pericoli ormai inevitabili. Eccitò anche i superiori de’ monasteri ed i capi degli Ordini religiosi, i quali, mossi dalla celebrità dell’Arcivescovo, volonterosi accorsero, offerendo l’opera loro, pronti ad ubbidire ogni suo cenno. Ed egli gli encomiava, dando promessa, che oltre l’eterno premio che sperar potevano dal cielo, terrebbe conto della carità e dell’ossequio dei singoli, ricompensandoli in modo, che, riuscisse a vantaggio de’ rispettivi loro Ordini.

Assicurava che non si muoverebbe dal suo posto finchè la peste durasse in Milano [6], non uscendo nè dalla città, nè dal palazzo se non chiamato dalla salute del popolo o da qualche pubblica necessità. E attenne la promessa fino al punto che da taluni si tacciò la sua costanza di pertinacia; imperocchè, morti quasi tutti i famigliari, Federico, desolato e mancante de’ necessarj sussidj, ricusò di partire, contro le preghiere degli amici, dei grandi, degli stessi medici, i quali lo persuadevano a ritirarsi per alcun tempo in una salubre villa [7].

Pregato, andava a visitare i Lazzaretti, e affacciava alle porte ed alle finestre dei poveri tenuti in sequestro per soccorrerli. Non vietava l’accesso a chiunque voleva parlargli, non tralasciava i sacri riti e le cerimonie e le omelie, e rimproverava con voce paterna ora dal pulpito, ora sui carrobbj chi fosse restio a riconoscere gli oracoli e gli avvisi del cielo. Fui presente anch’io allorquando predicò al fonte di San Barnaba [8], ove si recò processionalmente a ordinarvi preghiere affine d’impetrare soccorso dal cielo per mezzo dell’Apostolo, che le antiche memorie di Milano e la comune credenza acclamano fondatore e primo vescovo della Chiesa nostra.

Non erano ancona serrate tutte le case, come avvenne in appresso, non ancora i cittadini si evitavano l’un l’altro, non era la città ancor ridotta in solitudine, e il popolo, che in breve cader doveva vittima del contagio, tuttora in vita, seguiva alla rinfusa l’Arcivescovo supplicante, il quale col ricordare, per la scarna e pallida faccia, S. Carlo, traeva le lagrime sugli occhi ed i sospiri dall’imo petto ai molti, che rammentavano averlo veduto girare orando per la città nell’antecedente peste.

Celebrato che fu al fonte di San Barnaba il divino sacrificio, Federico salì in pulpito, e con voce quando chiara e sonora, quando rauca e flebile, facendosi intendere in tutto il circostante campo, vaticinò, come i profeti, ciocchè avvenne.

«Milanesi! popolo infelice! moltitudine che stai per divenir preda della peste! Già già ti sovrastano le saette della giustizia divina; andrete cadaveri sotterra, e le anime vostre dovranno presentarsi al tribunale di Dio. Ma tu, o popolo, non mi vuoi credere finchè non avrai riempiti di morti le fosse, finchè le tue carni non saranno pasto ai vermi.» E continuò di questo tenore.

Allorchè poi si chiusero tutte le case della città, e fu pieno il Lazzaretto, l’Arcivescovo scelse i più cospicui del clero che attendessero ai singoli ufficj, invigilando ai loro soggetti. E non fidandosi alla cieca nè degli uni, nè degli altri, mandava in segreto alcuni suoi fidi, che ogni giorno lo informassero esattamente di tutto quanto accadeva. Voleva egli sapere prima il numero dei morti; indi i casi speciali, e se alcuno ve n’era nuovo atroce, miserando, o andava all’istante, egli stesso [9], ovvero spediva altri, porgendo tutti i possibili soccorsi. Rimproverava e puniva, colla severità dello sguardo, i renitenti al loro dovere; ed era il gastigo da lui adoperato quando aveva giusto motivo di malcontento. Un sacerdote che abbandonò il proprio gregge, fu da Federico costretto a tornare, sotto pena di sospensione: con tutti poi largheggiò di ricompense, estendendole anche ai loro parenti. I parrochi furono i più benemeriti, poichè fra le azioni mirabili ch’io narrai, primeggiò l’alacrità indicibile colla quale essi sprezzarono i pericoli ed affrontarono la morte, mentre servivano a Dio, alla patria, al Cardinale.

Vedersi a que’ giorni i sacerdoti accorrere in mezzo al popolo moribondo: spettacolo orrendo e in un pietoso, che forse più non rinnoverassi! A tutte le ore della notte andavano in giro per le case dov’eranvi malati o morti di peste per assisterli ed amministrar loro i sacramenti. Alcuni de’ medesimi contrassero la peste, e morirono insieme con tutta la famiglia; altri, superstiti ai loro cari, non vinti dall’angoscia, nè l’immagine della morte, continuarono imperterriti fino all’ultimo nell’adempimento de’ proprj doveri. I parrochi, i canonici, i semplici preti si meritarono lodi per sì esemplare condotta; e molti, cui sarebbe stato lecito l’allontanarsi, rimasero al posto, fungendo il ministero di parrochi. I Domenicani specialmente, i Teatini, i Frati Minori, distinti pel cappuccio, ed i zoccoli [10] presero parte alle fatiche ed al martirio; e come martiri gli ammirava l’intera città. Accrebbero essi con tali meriti la nobiltà de’ proprj Ordini, e i Milanesi gli tennero e li terranno sempre in luogo di padri. Bello vedere quei religiosi frammisti ai parrochi gareggiando nella gloriosa lotta contro i pericoli e la morte i bello e consolante in mezzo a tanto lutto vedere i parrochi raddoppiare gli sforzi per uscir vincitori, e se pure venivano da’zelanti religiosi superati, andarne lieti come d’un loro trionfo.

Il Viatico portavasi intorno per le strade coll’apparato e coi lumi che permettevano le circostanze: ove incontravasi qualche moribondo giacente per terra, sostavano, ed uditane la confessione, gli porgevano il pane degli Angeli, il che era d’eccitamento agli altri a ricevere il santo Viatico, che loro schiudesse le porte del cielo. Frati e sacerdoti battevano alle porte, salivano con scale per le finestre, recando seco vivande e distribuendole con pronta e fervorosa carità. Traevano seco loro dal palazzo del Cardinale cestelli con entro frutti e ghiottornie che stuzzicassero il palato anche de’ moribondi.

Mentr’essi così provvedevano ai bisogni corporali, ed in uno delle anime, sopraggiungeva sovente il Cardinale medesimo, con gran gioja dei malati e de’ pietosi sacerdoti che gli assistevano. E se egli ne incontrava alcuno portante sotto il serico ombrello il Viatico in qualche casa d’appestati, il seguiva, e ritornava fino alla chiesa d’ond’era uscito. Accadde un giorno, cosa degna d’essere ricordata: una vecchia ed un uomo d’età matura s’inginocchiarono dinanzi un sacerdote che portava il Viatico, chiedendo di comunicarsi, sebbene non avessero lavata l’anima dalle peccata. Il cardinale presente li rimbrottò in tal tuono, che agli astanti sembrò udire un profetico vaticinio. « Perchè qui venite con falsa e intempestiva pietà? perchè non mondarvi col Sacramento della Penitenza innanzi d’accostarvi al tremendo mistero dell’Eucaristia?» I due se ne andarono confusi, e palesarono, confessandosi, il tentato sacrilegio.

Adoperavasi il Cardinale che l’augustissimo Sacramento Eucaristico venisse amministrato con decoro in mezzo a tanta confusione d’uomini e di cose. E ciò fu di grande vantaggio spirituale.

IV

Lazzaretto ecclesiastico istituito da Federico.

Indegna e sconcia cosa era non solo il vedere, ma il pensare che i sacri ministri venivano ammonticchiati sui carri, insieme fin anche a’ nudi cadaveri di donne, e gettati alla rinfusa nelle fosse senza onor di sepolcro. Turpe spettacolo e turpe uso, conseguenza di quei giorni di miserie e calamità! L’edificio che dicesi la Canonica, apparteneva già agli Umiliati, i quali vi passavano i giorni nell’inerzia colle inutili loro ricchezze: incorsero le ecclesiastiche censure, e dopo l’inaudito misfatto, abolito l’Ordine [11], vi sottentrarono i chierici che ivi hanno stanza, e vengono educati al sacerdozio. Federico destinò codesto edificio per lazzaretto ecclesiastico, all’uopo di trasportarvi non già tutti i preti ed i chierici appestati, ma quelli soltanto che prendessero il contagio nell’esercizio del loro sacro ministerio. Vi mise a direttore Girolamo Settala [12], fratello del protofisico, e che da arciprete di Monza era venuto penitenziere maggiore in Milano; uomo di tal sapere e virtù, che pochi ne ebbe d’eguali la Chiesa nostra, e pochi forse ne vedranno in futuro le altre chiese e città. Lui morto, vi mandò Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, nominato dal principio di questo libro. I due accennati direttori del lazzaretto ecclesiastico scelsero parecchj tra i più idonei della veneranda Congregazione degli Oblati, i quali avessero, cura che i sacerdoti infermi alla Canonica fossero ben trattati, e in uno non mancassero dei sussidj della religione a ben morire. Grandi provviste eransi fatte nel locale delle cose necessarie; e il Cardinale ordinò si mandasse ivi dal suo palazzo ciocchè abbisognava.

Eranvi medici, chirurghi, inservienti ed altri mercenarj per supplire alla meglio qualora alcuno di loro perisse. Morti i primi Oblati nel lazzaretto [13], altri di quella Congregazione sottentrarono alacremente, desiderosi della palma e per far cosa grata al Cardinale, e perchè reputavano una gloria l’avventurare la vita in quell’ufficio di carità. Siccome però le ricchezze del Borromeo ed i denari del pubblico mal bastavano a tante spese, s’invitarono i parrochi, i canonici e gli altri ecclesiastici della città a voler dare quella somma che ciascuno poteva per sostenere quel lazzaretto, aperto a loro vantaggio, e del quale forse ciascuno avrebbe bisogno. Non pochi inviarono denaro per sentimento di carità, altri per rossore, altri perchè ricchi.

Molti danarosi, che trovavansi malati in quel lazzaretto, vedendo avvicinarsi la morte, testarono ai custodi le ricchezze che seco non potevano portare, e che ormai dispregiavano, rivolti i desiderj ai beni dall’altra vita. In tal modo s’accrebbero i fondi di quella caritatevole istituzione. Sussistè per quattro mesi il lazzaretto nel locale della Canonica, con numero variabile di ammalati, però non minori giammai di sessanta. Ognuno di essi, guarendo, assisteva gli altri, ed in tal guisa mostravano la loro riconoscenza della ricuperata salute a Dio, al Cardinale ed alla nostra Chiesa.

V.

Denaro portato al Cardinale da due contadini e dal Lomellini di Genova

Il 22 giugno stava Federico nella sala del palazzo in cui si custodisce la croce arcivescovile. Erano due ore di giorno, ed egli, celebrata nella domestica cappella la messa, passeggiava su e giù a lenti passi immerso ne’ suoi pensieri, ovvero appoggiandosi al muro, dava udienza a chiunque bramasse parlargli, essendo a tutti libera l’entrata: così soleva impiegare il Cardinale quell’ora mattutina a sollievo dell’animo oppresso da tante cure. Io mi trovava a caso in un angolo di quella sala vicino alla porta, e vidi per la lunga fila di stanze inoltrarsi a pari passo due contadini d’età quasi eguale, d’onesta fisonomia, ma con vesti ancora più vili di quelle che indossano i bifolchi.

Entrati alla foggia contadinesca, s’inginocchiarono innanzi il Cardinale, e quegli che pareva il maggiore, disse:

« Signore, noi siamo due fratelli coltivatori d’un campicello, che nostro padre, contadino anch’esso, ci lasciò. Abbiamo nascosti in seno e cuciti negli abiti due mila zecchini, denaro raccolto colle nostre fatiche e a forza d’economia, ed è nostra intenzione deporre quest’oro ai piedi di Vostra Eminenza, affinchè lo adoperi come crede meglio».

Una sì inaspettata offerta fece stupire l’Arcivescovo, il quale sospettando un equivoco, ovvero che i due contadini fossero pazzi, rispose badassero bene a quanto dicevano.

L’altro replicò essere sani di mente, e che parlavano da vero; allora l’Arcivescovo, chiamato uno de’ suoi famigli, ordinò li conducesse a parlare coll’arcidiacono. Scesi per le interne scale e introdotti alla sua presenza, dopo alcune parole sulla loro intenzione, levate le casacche, trassero fuori parecchi cartocci di zecchini, e avendoli numerati, chiesero che un pubblico notajo rogasse un atto, qualmente il denaro da loro portato rimanesse nelle mani dell’Arcivescovo da spendersi a suo beneplacito: firmata la quittanza, che l’arcidiacono rilasciò a nome di Federico, i due contadini la riposero e se ne andarono.

La narrata avventura, della quale fui testimonio, m’ispirò allora e sempre grande venerazione per l’animo sublime del Cardinale, che, sprezzando l’oro, non volle giammai contaminare le mani toccando l’altrui denaro. Anzi egli non soleva maneggiare neppure il proprio; e spinse la delicatezza fino a ricusare in que’ giorni somme ingentissime offerte da alcuni donatori.

Viveva in Milano un Lomellini, ricchissimo genovese, d’alta statura, di colorito bruno, e che girava per città con abiti da privato anzichè da gran signore. Egli, o per negozj, o perchè il soggiorno di Genova gli fosse venuto a noja, dimorava di quando in quando in Milano, ed era degno di esserne cittadino. Uomo pio e caritatevole, inviava segrete limosine a’ monasteri, quando sapeva esservi alcun urgente bisogno, e dicevasi aver egli portati in più volte tre mila zecchini da distribuirsi, come avrebbe creduto opportuno il Cardinale, che molto encomiò la pietà e la splendidezza del forastiero. Ma ritornato questi con dieci mila zecchini e più, Federico, sorpreso per l’entità di tal somma, rimase titubante, e corrugò la fronte sul riflesso che non fosse decoroso per l’Arcivescovo il ricevere tanto denaro da un privato. Indi, rasserenandosi, rispose: «Date piuttosto quest’oro ad altri che ne abbiano maggior bisogno». Il Lomellini partì stupefatto, e come si seppe in seguito, distribuì parte del denaro a persone avvezze a non rifiutarlo mai, le quali, accettato ben volontieri sì magnifico dono, comperarono molti sacri vasi di gran costo, ed abbellirono la loro chiesa di colonne, statue, pitture e dorate soffitta [14]. Il residuo lo impiegò a sollievo de’ pubblici bisogni, che erano molti ed urgenti a quei giorni.

VI

Avvisi e consigli del Cardinale al suo clero.

Esiste una lunga nota di rimedj e di cautele pubblicate da Federico per uso del clero, ed io credo non inopportuno riferirne le principali, e per mostrare l’attiva vigilanza del nostro Pastore, e per utilità altrui se mai in alcun luogo, che Iddio tolga, ne venisse il bisogno. Quanto al battesimo de’ bambini nati da donne appestate e in pericolo di vita, Federico ingiungeva:

« Ove occorra a te, parroco del luogo, o a te, sacerdote, che ne adempi le funzioni, di battezzare uno di codesti bambini, procura di avvicinare alla faccia il fuoco per dissipare l’aria pestilenziale d’intorno al volto del bambino, o almeno correggerla: adopera altresì absenzio o erbe aromatiche per preservativo.

« Quanto all’amministrare il sacramento della penitenza, la seconda porta di salvezza dopo il battesimo, ti regolerai nel modo seguente. Se l’ammalato trovasi in istato che si possa muovere, lo farai venire in luogo dove entrambi siate all’aria aperta; ed ivi ne udirai la confessione; che se non può muoversi, ti collocherai vicino alla finestra o sull’uscio in tale distanza però, che i segreti della confessione non corrano pericolo d’essere uditi al difuori. Ove poi necessitasse l’avvicinarsi di più, bada a non toccare colla tua veste gli abiti o le coperte del malato, ed abbi la massima cura di non aspirare l’alito suo [15], tenendo, per quanto è fattibile, la faccia rivolta dall’opposta parte della sua bocca.

« La camera in cui sarete dovrà purgarsi con qualche suffumigio per scacciarne la puzza e l’aria contagiosa. Ciò si ottiene con facilità, bruciando lauro, ginepro od altre simili bacche; e in caso estremo, che null’altro si trovi, anche paglia. Giova altresì umettare con aceto la fronte e le tempia, ed avvicinare al naso pallottoline d’avorio o d’osso con entro spugne odorifere, come si usò anche nell’ultima peste. Voi, usando tali cautele e tenendovi riguardati, avrete ad ogni modo almeno il merito dell’ubbidienza».

Con eguale premura il Cardinale prescrisse a’ suoi sacerdoti quant’altro concerneva il loro ministero. Poter essi tralasciare del tutto il sacramento dell’estrema unzione, che prepara all’ultima lotta i moribondi; che se alcun sacerdote d’esimia pietà voleva pure amministrarlo, ungesse soltanto l’occhio, omettendo le unzioni meno necessarie alle reni ed alle gambe: ingiungesse poi al malato di giacere colla bocca chiusa e il corpo ricoperto, per evitare di contrar la peste dall’alito o dalle esalazioni di lui. Quanto ai matrimonj, diceva Federico, che non abbisognando contatto, il sacerdote poteva tenersi lontano dagli sposi mentre pronunziava le parole del sacro rito. Circa poi alla messa, mistero del quale è impossibile escludere il popolo, che si raccoglie promiscuamente nelle chiese, ordinava di collocare un altare portatile vicino alla porta del tempio, affinchè la gente potesse udire la messa in modo che nè il sacerdote contragga la peste dall’accalcata moltitudine, nè questa ritorni a casa con maggior numero di appestati che non aveva al suo venire [16]. Però badasse il celebrante di non adoperare paramenti usati da altro sacerdote morto di peste.

Morto appena un prete, tutti i sacri arredi, i camici, le tovaglie, i pannolini e le robe medesime del defunto, dovevansi spurgare e porre in disparte. Soggiungeva che sarebbe anzi meglio - avanti la sua morte, ai primi indizj di vicino pericolo, mettere in custodia gli oggetti preziosi della chiesa e quanto è difficile a spurgarsi, facendone un esatto elenco, affinchè, cessata la peste, si potessero scernere le cose integre dalle sospette. Anche le cerimonie e i riti funebri temperò a seconda del pericolo.

Tutte le quali cose, quantunque di minor conto, io le ho riferite per vieppiù chiaramente mostrare la vigilanza del nostro Pastore, che nulla trascurava, e perchè argomenti il lettore quali fossero le cure di lui nelle cose di rilievo, dacchè anche delle più lievi cotanto s’interessava. Le pastorali diramate dall’Arcivescovo ai parrochi ed ai vicari della milanese diocesi, esprimono ancora più al vivo i sentimenti di lui per le anime del suo gregge. Le parole di Federico sembrano quelle dell’apostolo Paolo.

«Vestite viscere di carità: vedete il gregge, vedete ridotti all’estremo bisogno i figli, che la santa Madre Chiesa vi partorì e vi affidò. Siate pronti come noi siamo pronti a perdere questa vita mortale anzichè abbandonare la nostra famiglia, la casa, i figliuoli. Abbracciate la peste come vita e consolazione, purchè possiate guadagnare un’anima a Cristo. La modestia, la sobrietà e la pudicizia vostra e tutte le virtù risplendano come fiaccole. Ciò placherà l’ira celeste».

Altre ammonizioni quasi colle stesse parole ritrovai nelle lettere arcivescovili da lui dirette ai parrochi, cui inculcava ammonissero sovente il popolo di non dissimulare e tener occulta la peste, perocchè il farlo era gravissimo peccato.

VII.

Premura del Cardinale pei Monasteri delle sacre Vergini.

Federico sovvenne, premuroso, con ogni sorta di soccorsi e conforti, le vergini consacrate a Dio ne’ monasteri, dove il debol sesso vive dal sociale consorzio segregato. Egli prescrisse quanto doveva farsi subito e per l’avvenire, affinchè quelle religiose e solitarie vergini conservassero integra la fama, tranquillo l’animo, nè mancassero loro i necessarj alimenti. Provvide che si comperassero di tempo in tempo i cibi duraturi per alcuni giorni, ordinando, fra le altre cose, di evitare in tali compere gli inutili discorsi coi venditori e l’intromettersi di molte persone ne’ monasteri, non esclusi i servi, perchè sempre sospetti.

Le cose poi che soglionsi introdurre pel torno fossero senza panni od involucro, ma poste in vasi di stagno, di rame, di vetro. I quali vasi e le cordicelle non si ricevessero entro il monastero, ma cavato fuori il contenuto nei medesimi, si restituissero subito, mandandoli al di fuori. Così pure non dovevasi per allora mandar fuori stoviglie, canestri, cesti, ovvero usciti una volta che fossero non più riprenderli e toccarli. Proibì altresì di ricevere scrigni, casse e quant’altri oggetti i parenti, gli amici o i benefattori del monastero e dell’Ordine volessero dare in custodia alle sacre vergini.

Stabilì e circoscrisse il numero degli inservienti, e limitò pare i soliti cicalecci al parlatorio, le lettere femminili, i donativi di dolci ed altre futilità quasi illecite sempre, e in quel tempo pericolose e fatali, perchè non vietandole avrebbero introdotto il contagio ne’ monasteri.

VIII.

Il Cardinale presagisce per ispirazione divina la prossima fine

della pestilenza e si accinge a riordinare gli studj e le arti.

Il Cardinale, quando gli fu riferito essere morti sessanta parrochi urbani [17], lagrimò per la gran strage. E i pochi ecclesiastici sopravvissuti che stavano al suo fianco nel solitario palazzo, narrarono come in quel momento di costernazione e di lutto lo videro rivolgersi all’effigie di Sant’Ambrogio con tal espressione di fisonomia e muovere di labbra, che udivansi lagni misti a preghiere all’antico pastore della città nostra, affinchè non lasciasse tutto perire il suo clero e la sua chiesa. E notarono altresì che dopo quel colloquio s’avvicinò a loro con fronte rasserenata come se avesse ricevuta la favorevole risposta, che cesserebbe la pestilenza, e che Iddio, placato, consentiva a salvare l’ambrosiana diocesi.

Da quel giorno l’animo del Cardinale s’andò calmando; e insieme scemava gradatamente la peste, finchè all’incominciar del settembre, Federico, vieppiù rassicuratosi, celebrò con solenne pompa la Natività di Maria, e recitando, giusta il consueto, l’omelia non esitò a promettere al suo popolo giorni fausti e lieti, ed il termine del contagio; e così avvenne. Ricuperata che ebbe Milano la salute, e sgombro il nembo che aveva ogni cosa ottenebrata, rifulse di nuovo lo zelo di Federico per gli studj e le belle arti, da cui l’orribile calamità l’aveva a forza distolto.

Egli diede opera a riordinare i seminarj pei giovani, a proporre premj, cercar maestri e dotti, e tutti i mezzi opportuni ad educare gli ingegni. E siccome morti in tanta strage esimj pittori e scultori, le belle arti, delizia e decoro di Milano, erano abbandonate, il Borromeo attese con tutta la premura a far rifiorire in città le arti stesse, le lettere e le maggiori scienze. Riaprì a tal uopo nella Biblioteca e nel Collegio Ambrosiano scuole d’ambo i generi; e comperati a giusto prezzo i lavori d’illustri artisti che giacevano negletti nelle deserte case, li trasportò nel museo della Biblioteca medesima. Non ebbe il Cardinale cure più gradite di queste, com’io credo avere più diffusamente esposto nella vita che di lui scrissi.

IX .

Opinioni e sentenze di Federico Borromeo circa la peste.

Narrati i precedenti fatti ch’io vidi, o udii, mi diedi ad indagare e raccogliere d’ogni parte altre notizie che viemeglio illustrino la memoria del Cardinale, e la tramandino all’esempio dei posteri. In tali ricerche ho rinvenuto un breve manoscritto [18] in cui, secondo era uso, notava, anche fra tanta calamità della patria, le amene lucubrazioni della feconda sua mente, sempre intenta al filosofare. Ed io, non volendo defraudare lui di questa gloria, e gli uomini d’ingegno del frutto che trar ponno da’ suoi utili ed eleganti scritti, riporterò in codesta mia storia molti fatti belli e insieme tristissimi, che l’Arcivescovo, testimonio oculare della pestilenza, lasciò scritti, ovvero raccontò ne’ discorsi famigliari. In quel modo che antichi scrittori conservarono i detti memorabili di Socrate e l’altissima sapienza di lui, così noi conserveremo i commentarj e i detti di Federico intorno la peste.

Egli incomincia a paragonare la strage di Milano con quella di Gerusalemme al tempo de’ Maccabei, quando il re Antioco, ministro dell’ira divina, la desolò; e le attribuisce entrambe ai giusti e clementi giudizj d’Iddio; affermando che quei castighi furono prove della benignità e misericordia di lui, perchè il popolo Ebreo ed i Milanesi divenissero migliori. E soggiungeva, che mirando egli le buone opere e la pietà dei cittadini, sperava non si rinnovasse più sì tremendo esempio dell’ira celeste; quantunque non sia lecito all’uomo scrutare gli arcani della Provvidenza. La quale sentenza, da lui profferita, sarà sempre un conforto ed una grata testimonianza per la nostra metropoli.

Viene poscia a esporre la sua opinione circa l’origine della peste, col senno che in esso univasi ai talenti letterarj ed alle molteplici cognizioni, affermando che, sebbene scoppiata per divino volere, avevano contribuita a spargerla anche cause umane. Appoggiandosi all’autorità di Omero, citato da gravissimi filosofi e dai Santi Padri, dimostra che non senza ragione il poeta introduce Apollo che vibra i dardi avvelenati sul campo de’ Greci, per indicare che la Divinità si serve anche di questo mezzo per castigare i mortali. E da ciò conferma che la nostra pestilenza fu divino castigo, notando a maggior prova che l’esercito alemanno, il quale recò a noi il contagio, ne andò quasi immune; e che le truppe spagnuole occupate all’assedio di Casale, ricevendo quasi giornalmente viveri dalla Lombardia, non contrassero il male per tale comunicazione, essendo manifestamente così piaciuto a Dio. Il quale volle certi luoghi ed uomini punire con tale morbo, ed altri risparmiare, serbandoli forse ad altre pene. Anche nel recinto del Lazzaretto, quella notte che poteva essere l’ultima ai rinchiusi per l’allagamento, furono salvi dalle acque coloro che poscia la peste tolse di vita. Laonde chiaro appariva essere destinato che tali uomini dovevano morire di contagio. Stabilita in tal guisa una causa soprannaturale, ragionava delle umane cose come segue, non diversamente da quanto noi abbiamo esposto.

« La fame, dice Federico, originò il contagio; e la fame venne dalla sterilità dei campi e più dai soprusi delle soldatesche e dalle violenze usate dagli stranieri a questo paese. È la lombarda gente forte e in uno delicata: la robustezza sua la rende indomita alla guerra ed alle fatiche come attestano le storie; ma d’altronde sprezza ed abborre, per superbia e mollezza, gli incomodi a’ quali aggiungasi anche l’avvilimento. Laonde essendo ne’ Lombardi più vivo il senso dei mali, la noja, la disperazione e l’impazienza loro li rese più proclivi a contrarre la peste ».

Tale è l’opinione di Federico intorno la duplice origine del morbo; quanto a inganni ed artificj di principi e re stranieri per diffonderlo, ed a congiure per devastare Milano, egli nega ve ne siano stati. Circa l’unto venefico per spargere la peste, le misture avvelenate, i veneficj, egli lascia in dubbio se realmente ve ne furono, ovvero se li abbia sognati la vanità ed il timore degli uomini. Pur nondimeno mostrasi proclive a dar fede a quanto fu detto e creduto, che alcuni facinorosi e insani immaginassero la scelleraggine degli unti nella speranza di rubare; e paragona la loro follia alla stoltezza di certe arti. Che mai non fantasticano gli astrologi e gli alchimisti? così del pari gli untori avevano forse vagheggiato un immenso bottino e cambiamento di fortuna qualora si estinguessero le famiglie e si distruggessero le case; ad ogni modo è cosa incerta ed ancora nascosta nel mistero, ciò solo è sicuro ed evidente, che la peste afflisse Milano per voler celeste, affinchè i cittadini si emendassero.

Dopo le stragi della pestilenza, apparvero in maggior numero che per l’innanzi delitti e libidini dei plebei e de’ nobili; della quale corruttela e perversità, molteplici furono per avventura le cause e principalissima la seguente. Gli uomini, cessata la peste, insuperbirono, abbandonandosi ad una gioja smodata e puerile come se avessero trionfato della morte, essendo favoriti dalla prospera loro sorte nell’universale calamità. Siccome quei che privi a lungo di cibo e di vino, non appena vien loro fatto d’averne se ne riempiono l’epa, così costoro, immergendosi in ogni genere di voluttà delle quali credevano essere rimasti defraudati, si gettarono più sfrenatamente ad ogni vizio, gozzovigliarono, lascivirono.

Le esposte cose rinvenni scritte nelle Memorie che il Cardinale compilava di mano in mano.

In esse con eguale diligenza e saggezza notò e raccolse quanto riferiva sì alle arti di spargere il contagio ed all’origine loro; ragionò de’ mostri, dell’orribile aspetto della peste, della penitenza dei cittadini e frequenza ai sacri misteri de’ sacerdoti: descrisse i vani specifici adoperati dal volgo per evitare il contagio; ed i rimedj salutari che potevano adoperarsi per ristorare, dopo sì gran strage, la città, e far rifiorire le arti. Tali ed altre cose desunte dalle sue Memorie, e qui ripetute, hanno tanta maggiore autorità, in quantochè lo Scrittore, per grado e per santità eminente, discuteva con somma prudenza ogni fatto riferito.

Nel capitolo Degli Unguenti pestiferi, Federico s’esprime in questa guisa: «Agevolmente e volentieri si mischia la verità colla menzogna, le cose veridiche colle false; quindi intorno la peste manufatta molto fu detto che può essere creduto, o confutato con pari facilità. E noi abbiamo ammesse alcune cose, mentre siam d’avviso che a certe altre si possa negare credenza. Non esitiamo di affermare per sicuro che furonvi molti i quali per iscusarsi della loro riprovevole negligenza, divulgavano che venne loro attaccata la peste cogli unguenti, mentre la contrassero coll’ alito od il contatto.

«Circa le arti dell’ungere, raccontavansi le seguenti cose, se vere o false lo ignoro. Aggirarsi e vagarsi per Milano taluni con carte avvelenate che, sporte come suppliche agli incauti, contaminavano e davan morte a chi le pigliava. La terra, i grani e perfino le picciole monete distribuite in elemosina a’ poveri, essere asperse di quella materia venefica. Aggiungevano che si appiccicavano gli unti alle pareti col mezzo di pertiche e soffietti, e che la rabbia de’ congiurati untori giunse a tale, che uno dei loro emissarj cercò d’introdursi in un monastero, dove ammesso, recò, sotto velo di santimonia, il contagio, ungendo dal primo all’ultimo gl’infelici monaci, i quali tutti perirono prima che venisse discoperta la frode.

« Questi ed altri racconti che giravano in bocca di molti, noi nè crediamo, dice il Cardinale, nè osiamo dire temerariamente divulgate ».

Quanto poi al furore dell’ ungere si esprime come segue.

« Nel Lazzaretto un untore confessò in pubblico d’aver fatto patto col demonio, e additò il luogo ove aveva nascosti i barattoli e i vasi dei veleni, ed appena ebbe finito di parlare, spirò. Momenti prima, stimolato da disperazione e rabbia, egli aveva cercato un pugnale per uccidersi; ma non riuscendogli ottenerlo, tentò segarsi la gola con una pietra tagliente. Una donna confessato il delitto, accusò la figlia sua partecipe e ministra: arrestata immediatamente, si rinvennero presso di lei i barattoli e gli altri stromenti delle unzioni. Un tale reo convivinto dello stesso misfatto traducevasi al supplizio sopra un carro fra la moltitudine accorsa allo spettacolo, martoriato, a tenore della sentenza, per tutta la strada dal carnefice, il quale con tenaglie roventi gli stringeva le « braccia e le nude membra. Il paziente, additando uno degli spettatori, disse ai satelliti d’arrestarlo, essendo reo d’aver sparsi in sua compagnia gli unti, facendo morire un gran numero di persone.

Questi ed altri casi furono raccolti e narrati dal Cardinale, ed io ne trascelsi alcuni pochi per offrire un saggio ed un esempio della stoltezza di quegli untori. Ma poichè, siccome accennai più sopra, gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la questione se vi furono realmente unti ed un’arte di spargerli, ovvero se fu uno di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti nell’estremo de’ mali [19]; io, per conchiudere sulle controverse opinioni, riferirò un passo del medesimo Federico, che pone ad esame le ragioni addotte da entrambe le parti.

« Consta, dic’egli, non essere stata questa la prima o l’unica pestilenza che si dice composta per frode e colpa dei mortali, poichè e in Italia e fuori ebbero luogo più d’una volta somiglianti sfrenatezze. Esiste un libro della peste manufatta, prova non dubbia che gli uomini inferocirono altre volte a danno della vita e della pubblica salute, imitando in certa guisa le divine saette, con scellerate invenzioni, per compiere il loro delitto. Nè questa è cosa di facile esecuzione, sibbene soggetta a molte e incredibili difficoltà, Come si riferisce dell’ arte degli alchimisti, i quali s’affannano a cuocere metalli e trasmutarli, ma ad onta degli indicibili loro sforzi, invecchiano senza riuscirvi. Gli untori però, trovato che abbiano i venefici unguenti, paghi d’aver in mano questo colpevole mezzo, con molta facilità e speditamente commettono il misfatto. Agli sfrenati appetiti degli uomini ed a’ molteplici veleni che offre la natura, s’aggiunse il potere dei demonj, nemici sempre del genere umano, eccitatori e maestri ai delitti con cui i mortali, nuocendosi tra loro, offrono all’eterno nemico graditissima preda di corpi e di anime.

« Tutto ciò conferma la divulgata opinione degli unguenti e dei veleni, ma alla stessa opponesi che tali misfatti erano ineseguibili con soli mezzi privati, e d’altronde nessun re o principe ajutò gli untori coll’autorità sua o con sussidj. Di più non si rinvenne mai alcun capo od autore di codeste scellerate unzioni, a provare l’insussistenza delle quali non è lieve congettura, l’essere svanite da sè, mentre sarebbero, fuori di dubbio, continuate fino all’ultimo, ove fossero state sparse con metodo sicuro. La storia pende dubbiosa fra le due opposte sentenze. Soltanto sì Lombardi che stranieri, di carattere violenti, usi alle lascivie, annojati dello scarso stipendio, de’ faticosi lavori e di soffrire la fame, conseguenze tutte della condizione infelice dei tempi, incominciarono a far tra di sè combriccole per rinvenire un termine ai proprj mali. Ajutati dal demonio, il quale vieppiù aizzava i loro animi accesi, immaginarono quest’arte di ungere, i cui elementi avevano per avventura imparati ne’ paesi, d’onde la peste fu recata in Lombardia.

« E non è cosa nuova che uomini scellerati, per sottrarsi a’ mali ed incomodi, ricorrano ai delitti. In ogni secolo esisterono uomini che i sentimenti e la fortuna eguale consociò, siccome attestano le storie romane, dei congiurati di Catilina. Che poi codesti untori fossero i più spregevoli e corrotti degli uomini, chiaro apparisce dal modo con cui incontrarono la morte. Parecchi di loro, sprezzando gli inviti all’eterna salute e i sacramenti, perseverarono torvi e impenitenti già col laccio alla gola, talchè, dopo varj tentativi ed esortazioni, si strangolavano come già dannati all’inferno.

« Uno tra essi, côlto sul fatto mentre ungeva, e tradotto senz’indugio alla forca, veduto un carro sul quale stavano i Monatti sovra cadaveri d’appestati, prese la corsa, e si slanciò in mezzo a quella pestifera turba, quasi in sicurissimo asilo, fra i bubboni e la marcia grondante, dove nessuno avria osato porre le mani su lui. Côlto da un nembo di sassi e projettili, cadde ferito in più parti, e sul carro medesimo fu tradotto alla fossa [20]».

Fin qui il Cardinale con prudenti sentenze; e continua a discutere con maggiore sottigliezza, all’uso dei filosofi, sui veleni ed unguenti per comporre, alimentare e spargere la peste, affinchè gli untori avessero tutto l’agio di rapinare e far bottino in mezzo ai malati ed ai cadaveri.

Il Cardinale narra poscia i seguenti miserandi e abbominevoli casi.

Ad una nobile fanciulla erasi talmente enfiata la lingua chiudendo la chiostra dei denti, che per otto interi giorni non potè inghiottire cibo. Tagliata dappoi l’ulcera, ed introdotta in bocca una cannuccia, i genitori vi stillarono alcune goccie, che diedero all’inferma un momentaneo ristoro; ma rincalzando il male, poco stante spirò. Un monaco, per un eguale tumore, rimase dieci giorni senza potersi cibare, e colla lingua sporgente dalle fauci due dita di lunghezza, sicchè tra spasimi atroci, e presentando un ributtante spettacolo, morì. Una donna nel Lazzaretto continuò cinque giorni a correre su e giù, percorrendo sempre lo stesso tratto, nè fu possibile tenerla quieta, che il morbo l’aveva resa furente: stracciava la veste, nudandosi il corpo, e spezzando i legami. Casi simili e la smania di andar nudi, riferisce Tucidide, che nobilitò colla sua storia la peste di Atene.

Fuvvi un altro nella turba del Lazzaretto che avendo a nausea il cibo, rimase per otto giorni quasi digiuno e senza parlare come fosse privo di lingua, talchè fu ritenuto per morto. Il nono dì, ito alla stalla dei Monatti, ed agguantato la notte un indomito cavallaccio, lo inforcò, e cacciandolo a corsa fino all’ alba senza respiro, l’affaticò in guisa, che il cavalcatore e la bestia, cadendo esanimi a terra, spirarono.

Uno rimase in vita, cadutegli ambidue le gambe incancrenite; un altro, scoppiatogli un bubbone sul petto, mostrava, in respirare, orrenda vista, i palpitanti precordj.

Un giovane monaco, smarrito il lume dell’intelletto e in delirio per violenza del morbo, fuggì dal chiostro, e vagava per la città, e dicendo esser egli il papa, sporgeva il piede al bacio. E siccome niuno appagava questa pazza fantasia, si astenne dal cibo, risoluto di morire. Il simulato ossequio fu rimedio all’infelice deliro, e venerato come pontefice da taluni, consentì a prendere gli offerti alimenti, e risanò dalla peste, e in uno della sua monomania.

Miseranda e ridicola fu l’insania d’un altro, il quale, immersosi in uno stagno coll’acqua fino alle fauci, durò per tre giorni senza pigliar cibo, canterellando d’aver trovato un asilo sicurissimo contro i satelliti, e che gli erano stati derubati dieci mila zecchini avuti in regalo dall’imperatore.

Un fenomeno quasi identico a quello della pestilenza d’Atene, secondo racconta Tucidide, fu rimarcato anche tra noi, cioè che i moribondi cercavano i pozzi e le acque in genere.

Orrendo spettacolo e ributtante a vedersi più d’ogni altro, fu che malati ed anche gli uomini sani e robusti, stillando marcia e sangue dalla bocca o dal naso, stramazzavano a terra, spirando al momento.

Il dolore di capo fece ad alcuni schizzar gli occhi ridendo, e vantandosi di non aver indosso la peste, esalavano l’anima; altri si precipitarono dalle finestre. Taluni vennero a rissa armati di bastoni: abbattuti dalle percosse, e in uno dal morbo, giacquero estinti nel luogo stesso dove si batterono, spinti da pazzo furore.

Le donne incinte abortivano, e i bambini che nascevano vivi, davansi da allattare alle capre, le quali, addestrate a codesto pietoso ufficio, vagavano pei prati del Lazzaretto, porgendo le poppe con amorevolezza quasi materna. E si osservò che una di esse capre aveva preso tanto amore ad un suo lattante, che se le veniva tolto, ricusava dare le mamme a qualunque altro. Alcuni, per curiosità di far sperimento di questa strana affezione della capra, nascosero il bambino; e la bestiola, irrequieta, palesò il dolore belando e rifiutando il pascolo; e sembrava cercasse in modo intelligibile il suo alunno, il quale, riavuto che ebbe, saltellava con insolila vivacità, esternando la propria gioja.

Ultimi esempj codesti delle umane miserie; ma dono speciale della misericordia divina in tanta confusione di cose e tante sciagure, fu il seguente. Alcuni uomini scelleratissimi, i quali da venti anni non avevano mai confessato le loro colpe, e se per avventura lo fecero, astretti dalle leggi ecclesiastiche, con frode e sacrilego inganno contaminarono sè stessi ed il sacramento della penitenza, tocchi di repente nel Lazzaretto dalla grazia celeste, si pentirono, lasciando dopo morte tale opinione di loro come se fossero saliti direttamente in paradiso. A taluni fu sì benigno Iddio, che negli estremi momenti di vita concesse la beatifica visione dei Santi, e specialmente della Vergine Maria, che additarono ai circostanti, i quali resero testimonianza del prodigio. Ciò affermava il cardinale Federico.

Al medesimo non andava punto a genio la traslazione del corpo di San Carlo, proposta quando cominciava a infierire la peste. La credeva per varj motivi cosa assai pericolosa, e in cuor suo sospettava che certi stolidissimi uomini e le semplici femminuccie specialmente, use ad apprezzare dalle apparenze anche le cose divine, immaginavano più grande ciocchè dovevano vedere, e che per nulla concerne i meriti e la beatitudine dei santi. Vale a dire che anche i cadaveri di coloro i quali furono dopo la morte annoverati fra i santi, vadano sempre esenti dalla dissoluzione, come è sorte di tutti i mortali al cessar della vita.

Ma più temeva e prevedeva ciocchè avvenne infatti, che se v’erano in Milano untori ed unguenti venefici, la processione darebbe loro opportunità al delitto, e potrebbero, nella inevitabile affluenza di popolo, ungere comodamente e nascondere le empie e impure mani. Se poi untori non esistevano, sarebbe del pari inevitabile ciocchè ogni giorno; succedeva tra i singoli anche senza concorso di gente.

Il popolo affollato per le contrade, i cittadini stretti gli uni cogli altri, le vesti femminili, il contatto dei corpi e dell’alito sarebbero un male certo, prescindendo anche dagli unti.

Laonde il Cardinale negava l’assenso, e cercò dissuadere la traslazione del corpo di San Carlo, perchè i cittadini non solo, ma tutti gli abitanti dei vicini villaggi, non si raccogliessero in una sola caterva. E quando annuì alle ripetute istanze, aggiungendo agli ordini del Consiglio Pubblico ed alla magnificenza della città la pompa e lo splendore ecclesiastico, ebbe ogni cura perchè la processione riuscisse decorosa in modo, che se non pareggiava la santità del Borromeo, attestasse almeno la divozione del clero e dei Milanesi.

Egli prescrisse ed emanò ordini, che trovansi riuniti in un libriccino, circa le fermate, le preci e le flebili cantilene, onde impetrare il soccorso e la misericordia divina. E siccome il desiderio del popolo ed una certa esultanza pubblica fra le sciagure, esigevano che il corpo di San Carlo non venisse rinchiuso subito dopo la processione, ma si lasciasse esposto perchè la folla dei divoti lo potesse contemplare e venerare, Federico accondiscese ai pii desiderj della città e di tutta la popolazione, siccome già dissi. Egli stabili pure e pubblicò la norma disciplinare per la venerazione, affinchè tutti stessero innanzi al santissimo corpo con quella disposizione di animo, che avrebbe in essi voluto eccitare il santo Pastore allorquando la celeste anima sua era unita al corpo.

FINE DEL LIBRO TERZO.

Note

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[1] Forma, come dissi nella mia Introduzione, la Decade V della Storia di Milano del Ripamonti.

[2] Occultum virginale illud.

[3] Somaglia, lodando le elargizioni di Federico, riferisce che soltanto nella sua parrocchia di San Vittore Quaranta Martiri, faceva distribuire un quartaro di riso la settimana per ogni povero.

[4] Si provvide di sei sacerdoti d’approvata vita e forti della persona, i citati in tre parti ripartiti, avessero a due a due a scorrere ogni giorno la tripartita ampiezza della città, ec. (Rivola, Vita di Federico, pag. 564.)

[5] Le splendide elargizioni dell’Arcivescovo nostro trovansi per minuto notate dal Rivola, dal Somaglia e da altri contemporanei. È celebre un suo detto, che appalesa quale carità veramente cristiana lo infiammasse. Era intenzionato Federico di offerire alla Madonna dell’Albero in Duomo un pallio tutto d’oro massiccio, tempestato di gemme. Sopraggiunta la carestia e la peste, impiegò invece quel denaro a soccorrere i poverelli, e rallegrandosene: Lodata sia, esclamò, la Reina del cielo, che dandomi occasione di porger a’ poveri nelle loro estreme necessità soccorso ed ajutto, m’ha fatto fare il pallio a suo modo!

[6] Il 30 settembre, trovandoti nella chiesa di San Dalmazio per la rielezione degli uffiziali della dottrina cristiana, disse.: Se ’l Signore Iddio per nostro gastigo hauesse determinato di mandar sopra di noi questo gran flagello, non dubitate, fate animo che ne da me, ne da miei preti sarete giammai abbandonati. (Rivola, pag. 574.)

[7] Esiste una vaga e assurda tradizione che Federico, durante il contagio, si allontanasse da Milano, e che fu questo uno dei motivi che vennero addotti contro la sua canonizzazione. Siccome però in nessuna delle tante memorie dell’epoca trovasi indizio di ciò, io la ritengo falsa. Tutt’al più si potrebbe supporre alcuna momentanea gita fuori di città, che fu per avventura esagerata dai malevoli, tacciando di pusillanime e trascurato il zelantissimo Arcivescovo. (Vedasi il Rivola.)

[8] Nel luogo ove sbocca la via detta di Santa Croce, sulla piazza attuale di Sant’Eustorgio, esisteva da antichissimi tempi un fonte, traduco l’Alciati, ove si pretende che San Barnaba battezzasse primo i Milanesi, e celebrasse la messa, catechizzando il popolo. La tradizione aggiungeva che il santo Apostolo dimorò sette anni in quel solitario sito, che San Cajo, il terzo arcivescovo della nostra Chiesa, ivi battezzò gran numero di Gentili, fra i qnali i più nobili cittadini. Grandissima era la venerazione dei Milanesi, che nelle infermità venivano a bere di quell’acqua, reputandola, per intercessione di San Barnaba, miracolosa. Non essendovi alcun vestigio di chiesa, Federico Borromeo pensò ad innalzarne una, ed il 28 ottobre 1623 pose la prima pietra coll’assistenza del Governatore , Tribunali e Città, con infinito popolo accorso a quella divota funzione. (Così il Lattuada.)

[9] «Non affrontava i pericoli temerariamente, come se disperazione o noja lo costringessero a morire, ovv cercasse lode fra i precipizj, giusta quanto si narra facessero alcuni grandi uomini. Ma del pari non evitò mai alcun pericolo cui fosse giusto e legittimo l’avventurarsi». Così lo stesso Ripamonti nella Vita di Federico, pag. 389.

[10] Esisteva una tradizione fra i Padri Minori Osservanti che, scoppiata la peste in Milano, il Guardiano del convento della Pace dicesse in refettorio, che tutti coloro i quali erano disposti a prestarsi si alzassero in piedi; e che neppure uno rimase seduto. Questo fatto lo raccontava il vescovo Cerina, antico religioso dell’Ordine, e morto in Milano nel 1827.

Onorevole Documento di quanto fecero i Minori Osservanti in tempo del contagio è la seguente Iscrizione posta in una lapide nell’ortaglia dell’ex convento della Pace, e oggidì di proprietà della Raffineria di zuccaro dei signori Azzimonti e C. Tanto più volontieri io cito quest’iscrizione, traducendola, in quanto che, malgrado la sua importanz storica, non venne finora giammai pubblicata.

Trattieni il passo viatore non il pianto

l’anno della Natività di Cristo mdcxxx

un funesto contagio

invase l’italia devastò la Lombardia

e lo stato e la città di Milano quasi annichilò

seicento mila nel primo

centonovanta mila nella seconda morirono

questa milanese provincia

dei frati osservanti di s. Francesco

più che cento dei suoi frati rapiti dal morbo

con giusto dolore lagrimò

essi col prestare agli appestati uffici di carità

perdettero la vita acquistando in cielo

il premio dei caritatevoli

nove di loro estinti in questa diocesi

quattro a s. Stefano in Broglio

due a s. Bartolomeo in Milano

due in Abbiategrasso uno a s. Pietro fuori di Monza

tumulati riposano

undici altri sacerdoti insigni

per dottrina evangelica predicazione e pietà

la medesima peste vulnerò non estinse

così la furibonda morte e i cadaveri sanguinolenti

non poterono spegnere il fuoco di carità

dei figli di s. Francesco

nè raffreddare le sacre ceneri di esso fuoco

questo ufficio più di ogni altro pietosissimo

la misera patria sperimentò

divota riconobbe grata encomiò

o tu che vai oltre impara

da sì grande contagio l’umana calamità

da tanta abnegazione la pietà religiosa

da sì tremendo flagello

il gastigo e insieme l’indulgenza divina

i frati novizj della casa della pace

supplicanti la pace celeste

questa lapide

a sempiterno monumento dei defunti

e salutare ricordo dei beati

posero

il quarto giorno di ottobre anno mdcxxxxvi

[11] A schiarimento di questo passo, giovi richiamare l’attentione dei lettori sull’Ordine degli Umiliati, il quale estinto da quasi tre secoli, cadde in dimenticanza, benchè abbia sostenuto una parte importante nella storia. Sull’incominciare del secolo XI (1014), e regnando l’imperatore Enrico I, alcuni nobili milanesi furono tradotti prigionieri in Germania, e là fra le angustie dell’esiglio fecero voto che se un giorno riveder potevano la patria, condurrebbero una vita santa, rinuntiando agli agi ed alle pompe mondane. Tornati in patria, attennero il voto, e riuniti gli ingenti loro patrimonj, si raccolsero in un cenobio sotto la regola di San Benedetto, assumendo il nome di Umiliati per ricordo della umile vita cui erano stati ridotti dall’inopia durante la cattività. L’Ordine crebbe rapidamente, e in meno d’un secolo Milano contava sessanta ospizj, trenta per gli uomini, e trenta per le donne. Gli Umiliati si resero benemeriti al paese, dissodando in molte parti terreni, istituendo setificj, e specialmente lanificj, ramo d’industria che fecero prosperare in Lombardia, attivandone un esteso commercio. Le ricchezze loro crebbero a dismisura, e, come accade, pervertiti i costumi, traviò l’Ordine dall’originaria regola. All’epoca di S. Carlo contavansi in tutta l’Italia non più di cento Umiliati, compresi i novizj, i quali avevano nullameno che un reddito annuo di sessanta mila zecchini imperiali, sommanti più d’un milione delle nostre lire. S. Carlo, fin da quando trovavasi in sua gioventù a Roma, s’informò degli Umiliati, e conosciutane la decadenza, stabilì richiamarli all’osservanza. Infatti nel 1567 intimò un capitolo generale, privò i Proposti (così chiamavasi i superiori delle diverse case degli Umiliati, e da ultimo vivevano alla principesca, coll’autorità quasi dispotica) delle entrate, e nominò un Generale dell’Ordine di sua scelta. Fu allora che diversi Proposti congiurarono per togliere di mezzo l’Arcivescovo, scegliendo un frate Donati, milanese, detto il Farina, perchè l’uccidesse. L’attentato andò in lungo, tra per mancanza di denaro, tra per l’irresolutezza del Farina, in cuore del quale il rimorso lottava colla sete dell’oro. Un bel giorno, rubate le argenterie della sua chiesa in Cremona, egli fuggì a Mantova, e di là a Venezia ed a Corfù, sciupando in bagordi il ricavo della rapina. Tornato in patria, recossi in Isvizsera, sempre indeciso a farsi mandatario de’ suoi superiori. Finalmente le costoro suggestioni vinsero la titubanza del Farina; la sera del 2 ottobre 1569, mentre S. Carlo, in una cappella posticcia di legno, perchè stavasi riattando l’ordinaria nel palazzo arcivescovile, assisteva co’ famigliari ad alcune orazioni cantate dai musici, l’empio frate presa la mira dall’apertura dell’uscio, sparò contro il Borromeo uno schioppo carico a palla e migliaroli grossi (pernigoni); ma nol ferì, perdendosi il piombo entro le pieghe del rocchetto, con lieve scalfittura soltanto.

Fuggito in Savoja, dove s’arruolò nelle truppe, il Farina venne più tardi scoperto, consegnato, e insieme co’ Proposti suoi complici salì il patibolo nel 2 agosto 1570. L’anno medesimo l’Ordine degli Umiliati fu abolito con breve di papa Pio V, con lieve rammarico del pubblico, irritato dal recente delitto. S. Carlo, oltre i locali di San Calimero e di San Giovanni in Porta Orientale, già avuti sei anni prima (1564), e dati il primo ai Padri Teatini, il secondo trasmutato nel Seminario Maggiore , ottenne dal Papa la chiesa e cenobio di Brera (vi mise i Gesuiti); — Santo Spirito (ne fece il Collegio Elvetico); — la Canonica in Porta Nuova (altro seminario), — e finalmente Santa Sofia lungo il naviglio in Porta Romana. Delle rendite degli Umiliati vennero messi a disposizione di lui 25,000 Zecchini imperiali all’anno.

[12] Intraprese la carriera ecclesiastica, e studiò indefessamente diritto civile e canonico. Appena ordinato sacerdote, il Bescapè, vescovo di Novara, nominollo vicario generale di quella diocesi, ove si distinse col sapere e lo zelo. Di là passò arciprete a Monza, ove nel 1602 fece costruire i due armadj che stanno ai lati dell’ altar maggiore in San Giovanni per riporvi le reliquie ed il famoso papiro che contiene il catalogo delle medesime spedito da S. Gregorio papa alla regina Teodolinda. In tale circostanza andò smarrito il papiro, e, se stiamo alla tradizione, esso fu sottratto dallo stesso arciprete Settala. E invero i dottissimi monaci Maurini, Germain e Mabillon, viaggiando in Italia, lo scopersero nel 1638 nel museo della famiglia Settala. Passato molti anni dopo in proprietà del conte di Firmian, il successore di lui, ministro plenipotenziario in Lombardia conte Wilzeck, generosamente lo restituì il 7 settembre 1777 alla Basilica monzese, nel cui tesoro si custodisce. Un’apposita iscrizione, indicando il fatto, dice che fu rinvenuto a caso nel museo Settala; Frisi nelle sue Memorie accenna la perdita del papiro; ma sembra che per riguardi alla famiglia abbia taciuto il nome dell’imputato. Io l’accenno per amore della verità storica. Nel 1618 il Settala passò canonico alla cattedrale di Milano e penitenziere maggiore; Federico lo aveva carissimo, e molto se ne servì per comporre le vertenze tra il foro ecclesiastico ed i regj ministri. Agitavasi in quei giorni a Roma la causa della canonizzazione di S. Carlo, ed il Settala fu scelto a pieni voti per recarsi colà quale procuratore arcivescovile. Esiste nel carteggio di Federico buon numero di lettere scritte al Settala durante il soggiorno in Roma, e provano la stima e l’affetto che nutriva per lui. Tornato in patria, fu dal Cardinale, durante la peste, messo alla direzione del lazzaretto ecclesiastico, in cui morì nel 1630. Lasciò da cinquanta manoscritti concernenti casi di morale, di diritto, ec. Se ne può vedere il catalogo nell’Argelati, Biblioteca degli Scrittori Milanesi.

[13] L’oblato Carlo Rasino fu scelto per direttore spirituale, e vi morì di peste: gli succedette Francesco Volpi, sacerdote esemplare ed uno dei guariti. Nel Lazzaretto, rimasto aperto dai primi di luglio sino alla fine di settembre, ebbero ricovero sessanta appestati, dei quali risanarono soli quattordici. (Rivola, pag. 591.)

Stando ad alcune Memorie manoscritte la Congregazione degli Oblati perdette 17 de’ suoi membri.

Varie importanti notizie, su quanto fecero gli Oblati anche nella Diocesi in questo contagio, rinvenni in uno di quei libri dimenticati nelle biblioteche, ma che riescono molto utili agli studiosi delle cose patrie. Ha per titolo: De origine et progressu Congregationis Oblatorum ab anno congregationis conditae 1678 ad 1737. M.° 1739. L’autore è un Bartolomeo Rossi, oblato e dottore dall’Ambrosiana, poscia preposto a Cantù, e infine missionario nella Casa di Ro, dove morì circa il 1750. In questo libro scritto in buon latino, leggesi il fatto seguente:

«Nè fu minore la pietà degli Oblati al di fuori di Milano. Adamo Molteni e G. Battista Bassi, il primo, parroco a Monza, l’altro a Biasca, morirono di peste. Dureranno fatica i posteri a credere ciocchè è confermato da’ gravissimi documenti, esservi stato alcuno che incontrò con tale rassegnazione la morte, da celebrare a sè medesimo le esequie e scendere vivo ancora nel tumulo. Codesta fermezza d’animo, sto per dire miracolosa, mostrò G. Battista Ro, proposto di Leggiuno, il quale, nel confessare e portare il Viatico ai moribondi, contratta per l’alito la peste, mentre sentiva venirsi meno lavita, discese entro la fossa che aveva fatta scavare per sè. Ivi, dette alcune brevi parole sulla miseria dei beni di questo mondo a’ suoi parrocchiani che in folla lo circondavano tratti dal nuovo spettacolo, adagiando decentemente le sue membra e incrociate le mani sul petto, dolcemente spirò».

[14] Ripamonti, misterioso sempre, non dice quale fosse codesta chiesa, nè a me fu dato per indagini scoprirla.

[15] Halitusq: tuos cum ipsius anima et spiritu quam minime consociabis.

[16] Questa savia disposizione prova sempre più quanto Federico cercasse di ovviare il contatto, sì fatale nelle pestilenze; che se annuì prima alla traslazione del corpo di S. Carlo, bisogna dire si fosse indotto dal desiderio dei magistrati e di tutta la popolazione, giacchè non è supponibile che ignorasse il pericolo inevitabile di vieppiù spargere il contagio con quell’imprudente funzione.

[17] Morirono in città 62 curati e 33 coadjutori: nella diocesi infiniti. (Pio della Croce, pag. 62.) Secondo il Rivola, 64 curati e quasi altrettanti coadjutori.

[18] La Storia MS. della Peste, vedi l’introduzione, pag. XXXI.

[19] Anche questo passo, secondo Verri, fa prova che il Ripamonti, per timidità piuttosto che per persuasione, sostenne l’opinione degli unti malefici.

[20] Da qui trasse Manzoni l’episodio di Renzo che si pone in salvo sul carro dei monatti.

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Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2008