Giuseppe Ripamonti

La peste di Milano del 1630

tradotta da Francesco Cusani

Edizione di riferimento

Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei LX Decurioni dal Canonico della Scala  Giuseppe Ripamonti, istoriografo milanese volgarizzati per la prima volta dall’originale latino da Francesco Cusani, con introduzione e note, Milano, Tipografia e Libreria Perotta e C., 1841.

LIBRO SECONDO

GLI UNTORI.

I

 

 

molti era entrata nell’animo la persuasione che la peste fosse  seminata e diffusa per frode dei principi congiurati, affine d’invadere la città e il territorio di Milano con buon esito, dopo che invano l’aveano tentato altrimenti. Devastate così, e rese dappertutto squallide le campagne per mancanza d’agricoltori, nè più essendovi chi impugnasse le armi, avrebbe chiunque potuto occupare il nostro paese inerme e deserto. Re potenti, e ministri loro, si accusavano autori di sì disperato consiglio, e il publico, nell’impeto della sua di-sperazione ingiuriava altresì coloro che forse commiseravano altamente i nostri guai. Nè faccia meraviglia se in tal guisa agivano i cittadini, incriminando lontani ed estranei, poichè nutrendo eguali sospetti, si diffamavano a vicenda gli uni gli altri.

La quale agitazione degli animi, non meno fatale delle strage della peste, dobbiamo attribuirla agli imperscrutabili decreti della Provvidenza. E tanto crebbe la cosa, sia per calamità e miseria, sia per superbia e pazzia, che ogni giorno si punivano gli Untori in città, mentre al tempo stesso nel Lazzaretto, simile ad una pubblica sepoltura, i sospetti egli indizj del loro delitto sussistevano e in una svanivano.

Mirabile a dirsi! si trovarono nel Lazzaretto alcuni con indosso cassettine, ampolle e tutti gli altri utensili del delitto. Confessarono, e non ricredutisi sotto il cruccio della tortura, vennero tradotti al patibolo. Ma ivi nelle mani del carnefice, che già avea loro posto al collo il laccio, protestarono d’essere innocenti, gridando al popolo che morivano volontieri per altri misfatti da loro commessi, ma che giammai avevano praticata l’arte di ungere, ignari di qualunque veneficio e incantesimo. Tale era l’infamia degli uomini, ovvero la malvagità ed il livore del demonio. Per tal modo sempre più si confondevano gli indizj, e gli animi dei giudici rimanevano perplessi.

Il primo e fondatissimo sospetto degli unguenti sparsi dall’umana malizia per creare od alimentare la peste, nacque allorchè fu visto in tutta la lunghezza della città le pareti delle case a destra ed a sinistra contaminate qua e là di grandi macchie. Ciò accadde il 22 aprile allo spuntare del giorno, che era sereno, cosicchè ognuno vedea chiaramente co’ proprj occhi tali macchie. Alcuni che uscivano pei loro affari sull’albeggiare le videro; poi altri che eccitarono i passanti ad esaminarle, finchè cresciuta la curiosità v’accorse il popolo in folla. Erano codeste macchie sparse e sgocciolanti in diverse guise, come se alcuno avesse imbevuta una spugna di marcia, appiccicandola alle pareti. Anche le porte delle case e gli usci qua e là scorgevansi bruttate da quell’aspersione. Funesto delitto di recente commesso quasi per insultare il popolo, e che io pure andai a vedere. Inorridirono i circostanti, ma, giusta il consueto, presto le ebbero dimenticate; se non che crescendo il male e le stragi quotidiane, tornarono loro più vivamente al pensiero le vedute macchie. Ogni dì si andava narrando essersi trovati oggetti unti e bisunti, ed avere in un subito contratta la peste coloro che li toccarono. Diffusa tale credenza, si ritenne che venissero unte altresì le persone, cosicchè nel gran numero dei morti pochi si credeva non fossero stati in tal guisa infetti; sia perchè unti all’insaputa loro, sia pel contatto avuto con altre persone già contaminate con quel veleno, sia finalmente per aver tocco legni, muri, o checchè altro serve ad uso giornaliero. In breve la pubblica credenza s’accrebbe a tale, che non solo i ferri, i legni, e simili oggetti, ma le contrade medesime della città e l’aere si temevano infettati dagli untori. E siccome correva quella stagione dell’anno in cui il frumento ammucchiasi, secondo l’usanza, sulle aie e nei campi, il timore persuase fosse appestato anch’esso. La pubblica voce aggiungeva avervi parte gli incantesimi, e che i demonii erano conpgiunti cogli uomini per desolare Milano e il suo territorio [1].

II.

D’un terribile e falso rumore divulgato in Milano ad all’estero.

Non ignoro che a taluni sembreranno esagerate le cose che narrai e quelle che mi rimangono a dire; ed io suppongo altresì favoloso quanto a que’ giorni venne divulgato e creduto tra simili vaneggiamenti degli uomini o esempii di calamità. Fu adunque in Milano comune la credenza, non isventata come assurda nemmeno dagli uomini di senno, tenere i demonii sicure stanze in essa città, nelle quali avevano stabilito l’emporio delle loro arti per dispensare gli unguenti. Molti osavano indicare il quartiere dove erano situate quelle case, nominandone perfino i proprietarii. Finalmente citavasi a nome, e s’indicava a dito un tale che faceva il seguente racconto.

Essendo un giorno fermato a caso sulla piazza del Duomo, vide venire un cocchio tirato da sei cavalli bianchi, nel quale, scortato da numeroso seguito, sedeva un uomo con aspetto da principe, ma con fronte infocata, occhio fiammeggiante, irti capegli, labbro minaccioso, e con una fisonomia che mai egli non aveva veduta l’eguale. Mentr’ei stava guardando a bocca aperta lo strano personaggio, il cocchiere, tirate le briglie a sè, arrestò la carrozza, e gli disse di salire e andar con loro. Avendo annuito per cortesia, lo condussero alquanto in giro per la città, finchè giunti dinanzi la porta di una certa casa, scese e v’entrò insieme coi forastieri.

Quella casa, continuava il narratore, gli parve somigliantissima a colui che l’aveva fatto montare in carrozza, e i cui ordini osservò che là venivano da tutti ubbiditi. La descrizione della medesima, si può dire eguale a quella che fa Omero, immaginando nella Odissea l’antro di Circe. Orrori congiunti a maestà, un non so che di ameno e di terribile: qua fulgori e luce, là tenebre e notte artificiale; dove larve sedute in giro quasi a consesso, dove vasti deserti, sale, boschi, giardini, e dall’orlo di nereggianti scogli acque cadenti con gran fracasso nel sottoposto bacino. Altri portenti meravigliosi aggiungeva il nostro narratore, i quali, esaminati sul serio, divengono insulsi e ridicoli. Da ultimo conchiudeva che in quella casa gli furono mostrati immensi tesori, e scrigni pieni di denaro, colla promessa che ne avrebbe la sua parte, e di più quanto mai potesse desiderare, purchè, giurando in nome del principe, coadiuvasse a quanto si doveva fare. Ove gli offerti patti accettasse, desse il segnale del consenso, alzando il dito, facendo un giro sulla persona e piegando il ginocchio a terra. Il che avendo egli ricusato di fare, repentinamente si trovò trasportato sulla piazza del Duomo dov’era salito in cocchio.

In simil guisa impastoiava colui la sua favola, che molti ritennero desunta da un fatto riferito nell’antica storia. Credettero i Milanesi, credettero gli esteri, ed i libraj di Germania trassero partito da quella fola per guadagnar denaro, alle spalle della curiosità pubblica, vendendo una stampa rappresentante il supposto mirabile avvenimento.

Ho veduto io stesso frammenti di un disegno in carta eseguito in Germania, sul quale scorgesi il demonio sopra un alto cocchio, e con sotto un’iscrizione in lingua tedesca, in cui è detto qualmente l’apparizione di lui illudesse i Milanesi. Ho veduto altresì lettere scritte dall’arcivescovo di Magonza al cardinale nostro, richiedendo lo informasse sulla veracità dei maravigliosi avvenimenti che la fama divulgava, accaduti tra il suo popolo. Gli venne rescritto che nessun cocchio infernale, spettro nessuno erasi veduto in Milano. Così le estranee genti non davano piena credenza a tali fole, perchè vivendo da noi lontani, poco interesse vi prendevano, fra noi invece il malore crescente ogni dì sotto gli occhi, e nell’ime viscere, rendeva vieppiù credibili tutti i racconti quanto più erano truci e stravaganti.

Dappoichè adunque il timore che gettasi prontamente ad ogni stolta credenza ebbe persuaso avere le frodi e le malvagità degli uomini, compagni all’opera i demonj, ed esistere in Milano un’officina per ispargere il contagio, nacque quella noncuranza che suole venir compagna della disperazione. I primarj cittadini, incapaci di trovar rimedj e purgare la città, vedute le tante stragi della peste, andavano tra loro commentando con sottigliezze le dicerie del volgo ignorante, e indagavano da qual principe o re straniero avesse potuto chiamare l’inferno in ajuto, e far ministri i demonj della sua malevolenza contro noi. Codesta era l’insana investigazione, nè ritengo che mai riuscissero a scoprire l’autore del misfatto, stantechè non ne esisteva per avventura alcuno. Mentre la tabe, i cadaveri a mucchj e i moribondi qua e là giacenti facevano inorridire, ed i morti commisti ai vivi tramutavano questa città in un solo sepolcro ed in un rogo, la pubblica calamità diveniva vieppiù orrenda per gli odj intestini, l’esacerbazione degli animi e il mostruoso sospetto; che taluni, corrotti e compri dai demonj, a prezzo d’oro attendessero a disseminare la pestilenza. I congiunti medesimi e gli amici si schivavano; nè paventavasi solo il vicino e l’ospite come pericoloso, ma i genitori, il figlio, il fratello, il marito e la moglie, cui ne uniscono i vincoli dell’affetto. Orribile e vergognoso a dirsi! la mensa, il talamo geniale, e checchè altro v’ha di santo per diritto di natura e dalle genti, incuteva terrore, come se ivi appunto s’appiattasse e si effondesse il morbo. Trepidanti e con piè sospeso giravano i cittadini le strade, sopraffatti dalla tema de’ pestiferi unguenti [2].

III

Del Piazza, del Mora, del Baruello e d’altri untori.

Io non credo cadere nell’assurdo introducendo in questo tragico racconto anche i rei degli unguenti e dei maleficj, affinchè, siccome tra i ferri innanzi ai giudici o tra i tormenti offrirono uno spettacolo tetro e in un curioso, così sieno in oggi spettacolo ai leggitori, ed essi, e le risposte loro, e ciò che fecero, o vennero convinti d’aver eseguito [3]. Un certo Piazza [4], capo di tutti gli untori, fu messo in carcere: alcune donne, chiamate ad esame, dissero averlo veduto dalle loro finestre imbrattare con unguenti i muri. E sì bene concordarono nelle risposte, descrivendo la fisonomia e gli abiti del Piazza, che, riconosciuto dai magistrati, fu tradotto in carcere. Era egli uno degli ufficiali incaricati di girare giornalmente per le case, e notare in un elenco i nomi dei malati: gli era stato destinato il quartiere della città detto di Porta Ticinese. Arguivasi che incominciando dallo sbocco della Vedra de’ Cittadini avesse unto tutte le vicine case, gli angoli, i vicoli, le contrade, le chiese ed i palazzi dei nobili [5]. Il capitano di Giustizia, per ordine del Senato, lo fece tradurre in carcere il sabato 22 giugno. Era il Piazza un furfantaccio d’alta statura, scarmo, di barba rossigna, capelli castagni, portava calzoni e stivaletti stracciati, ed un corpetto di panno nero; un cappello a falde cascanti gli copriva la testa e la faccia.

Interrogato, dopo i consueti preliminari solenni del foro, se avesse udito dire che si erano trovate in Porta Ticinese molte pareti stropicciate d’unguento, negò, dichiarando essere al tutto inscio di ciò. Si misero i giudici a redarguirlo ed a convincerlo, giacchè, sendo ormai la cosa nota e divulgata in tutta la città, non era verosimile che egli, incaricato di visitare le case in Porta Ticinese, nulla ne sapesse, e fosse l’unico che ignorava una faccenda sì conosciuta e sì pericolosa per tutti.

Le interrogazioni e le risposte si smarrirono in ambiguità, perocchè il malizioso co’ suoi sutterfugi lottava per sottrarsi al sapere ed alla prudenza de’ giudici.

Posto sull’eculeo, e sospeso alla corda, fu tormentato più del consueto con tutte le carneficine della tortura per le sue contraddizioni, dalle quali emerse il delitto, che egli persisteva a negare. Pure, anche in mezzo ai tormenti, negava con risposte sempre intralciate, le quali davano campo a maggiori sospetti, laonde fu più volte sottoposto alla prova.

Il quarto giorno, insistendo egli pur sempre sulla negativa, i giudici, dopo avergli indarno fatte squassare le membra, lo fecero per stanchezza, anzichè per clemenza, calare. Allentate le corde che gli annodavano le braccia, stava per essere sciolto, e, senza rimettere a luogo le ossa slogate [6], ricondotto nella sua prigione, allorquando, contro l’aspettativa d’ognuno: — Un barbiere, gridò, mi diede gli unguenti! [7]

I giudici, raccolta avidamente questa spontanea confessione, che sembrava palesare l’origine del delitto e della pubblica salvezza ad un tempo, cominciarono ad esaminarlo con gran diligenza sui particolari. Nè finirono prima d’aver indagato chi fosse il barbiere, in qual giorno e luogo, ed a che patti avesse il medesimo somministrato l’unguento. Diceva il Piazza avergli il barbiere insieme coll’unguento dato un ampollino con certa acqua, la quale, bevendola, possedeva la virtù d’impedire, per occulta forza, che uno confessasse. E gridava non poter egli in conseguenza palesare cosa alcuna finchè i giudici lo tenevano sospeso alla corda: e quando veniva calato a basso, e rientrava in sè, ricuperando il senno, offuscato da quel beveraggio, non solo abborriva di confessare il delitto, ma gli usciva anche di memoria chi fosse il reo.

Ciò detto, spiegava il modo tenuto per ungere, quanto denaro gli esibì il barbiere se avesse lavorato con zelo e fedeltà; però fino allora era rimasto colla speranza, non avendo ancora toccato denaro. Il barbiere, accusato dal Piazza come autore e complice degli unti, aveva nome Giacomo Mora [8], abitava alla Vedra dei Cittadini, ed aveva casa e bottega, laddove oggidì sulle ruine di essa casa sorge la Colonna Infame, monumento del commesso delitto, siccome si legge nell’ appostavi iscrizione.

Il giudice, udito che ebbe quanto il Piazza affermava con giuramento, recossi colla sua squadriglia all’officina del delitto, credendo cogliere sul fatto il nemico della pubblica salute. Entrati, trovarono il Mora occupato ad un fornello con ampolle: anche il camino ardeva, perch’egli distillava acque in diverse maniere; piena la casa d’utensili per accendere il fuoco e di caldaje. Gli scrivani, i birri, lo stesso giudice, susurrando tra loro profferirono che quella era l’officina degli unguenti.

Il barbiere, a tutta prima imperterrito, disse che quelle acque erano medicinali e spiegò per qual uso le componesse o le mescolasse. Indicava specialmente un rimedio contro i contagi, chiedendo scusa d’averlo composto senza licenza della pubblica autorità, mosso dal desiderio di salvare dal generale flagello almeno i congiunti e gli amici, ai quali era sua intenzione dare esso medicamento [9]. Le sue parole furono udite in mezzo al fremito eccitato dai sospetti e dall’ ira.

Gli uffiziali si misero a perscrutare la casa, e postala in un momento tutta sossopra, ricominciarono più adagio a frugare, finchè ordinatamente ebbero presa nota dei vasi, degli orciuoli, barattoli, trepiedi, caldaje, e di quant’altri utensili, atti a nuocere, rinvenivano in quell’infelice abitazione. Più d’ogni altro irritò gli animi una cosa forse per sè innocua, e scoperta a caso, comechè sudicia, e che dava maggior adito a sospettare di quello che cercavasi.

Trovarono due caldaje di rame piene di liscio marcio e i vecchio, aventi sul fondo un sedimento sporco, tenace come vischio, color di cenere, e che puzzava come gli umani escrementi. Ispezionato e analizzato codesto sedimento dai mèdici, i quali per abitudine non hanno a schifo siffatte immondezze, non rimase dubbio che tale materia servisse a preparare veleni [10]. Furono trascinati in prigione il barbiere, la moglie, i figli, i parenti di lui, i garzoni di bottega, e coloro che venivano ad impararvi il mestiere. Infelice ed imprudente padre, accusato di sì infame delitto, persisteva, in mezzo ai tormenti, a negare, giusta la usanza dei malfattori. Allorchè il tormento vinceva, egli implorava alcun sollievo, dando lusinga che scoprirebbe il vero, e alcuna cosa andava dicendo che aveva del verosimile; ma tosto si ritrattava, accusando la violenza degli spasimi che suo malgrado gli avevano strappata la parola dal labbro. Ritormentavasi più aspramente, ed egli di nuovo, per aver tregua, rispondeva a beneplacito de’ giudici, poi subito si contraddiva. Si fece venire il Piazza, accusatore e complice suo; messi al confronto, altercarono fra loro i due rei, ma con notabile differenza. Il Piazza volgevasi con parole familiari ed amare al Mora; e questi negava d’averlo mai conosciuto neppure: s’ingiuriavano l’un l’altro. Il Piazza rimproverava al barbiere l’infame delitto, le stolte sue speranze, e il fine cui si trovavano ridotti; l’altro gridava, invocando la vendetta di Dio contro la calunnia e le insidie che qualunque malevolo può tendere ad un innocente. Sottoposto di nuovo alla tortura, il Mora continuò nell’alterno confessare e ricredersi, fintantochè, smarrito d’animo, quasi gloriandosi del misfatto, palesò fedelmente l’origine delle unzioni, l’arte adoperata, il progetto di distruggere la città, quanto aveva apparecchiato nei singoli barattoli, e quai luoghi fossero di già contaminati ed unti.

 Mentre ferveva il processo del Mora, e facevansi indagini, scoprirono altri indizj e novelli untori, gente da bettola e da lupanare, e tutti usciti da quell’officina, nomi degni di forca e di rogo: un Migliavacca, un Baruello, un Bertone [11]. Mandata per essi la sbirraglia, furono tradotti dinanzi ai giudici, e con poca fatica confessarono il delitto, come s’erano trovati e che avessero operato in quella iniqua congrega. Sorse una voce che fece abbrividire i giudici stessi d’orrore, senza che osassero parlare, come accade lorquando gli uomini neppur i ardiscono palesare i proprj mali. L’untore Baruello, fra le sue deposizioni, disse che eravi un gran capo all’ombra, e sotto il patrocinio del quale ascondevansi tutti gli untori, senza temere danno o pericolo di sorte.

Questa confessione fu tenuta per indizio di un male maggiore, ed insistendo i giudici per conoscere chi fosse codesto gran capo sì potente, riuscirono a fargli dichiarare essere Giovanni Gaetano Padilla [12], colui che aveva somministrato il denaro, promettendo un politico cambiamento, quindi onori e titoli, qualora rovesciato il vigente Governo di Milano e dello Stato, egli ne diventasse il supremo signore. Riferirono senz’indugio i magistrati tutto ciò al governatore prima di continuare le investigazioni: frattanto occultavasi la cosa sotto rigoroso silenzio. Per ordine del governatore venne replicato l’esame, ed i furfanti, ora interrogati con dolcezza, ora sottoposti a tormenti d’ogni sorte, esponevano, incominciando dall’origine, quanto segue. Avere avuto frequenti colloquj col Padilla; molte cose aver discusse e pattuite insieme, e essere corsi avanti indietro messaggi tra loro, finchè da ultimo si trovarono di notte oscura sulla piazza del castello, ed ivi, nella spianata dove fa i suoi esercizj la cavalleria, scelto un luogo per eseguire l’incantesimo, e confermare con riti infernali i patti dianzi fra loro convenuti, asserivano aver evocati i demonj a prendere parte nei veneficj, giurando ai medesimi con empie cerimonie di ungere. In quell’incantesimo apparì un Pantalone, con indosso una toga, colle brache, ed in testa una perrucchetta; il Padilla che si copriva la faccia con un tabarruccio, ed un prete, il quale, tenendo in mano una bacchetta, descriveva linee e circoli [13]. Queste ed altre cose che soggiunsero, cadono nell’assurdo e nel ridicolo. Il Padilla, incarcerato, confutò gli accusatori suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza essere egli a que’ giorni assente da Milano, e non avere conosciuti nè mai veduti costoro. Gli untori furono nonostante puniti con sì acerbi supplizj, che la città ne avrebbe inorridito, ove la gravezza del misfatto non avesse fatta parer lieve qualsiasi pena [14].

IV.

D’altri che a torto furono creduti untori, e per tali imprigionati.

Molti innocenti, che la fisonomia, l’abito sdruscito o il soffermarsi qua e là rendeva sospetti, furono accerchiati dal popolo con grida e con tale tempesta di sassi e di colpi, che anelavano d’arrivare al carcere, come in porto di salvamento. I campagnoli e gli agricoltori, gente nelle calamità crudelissima, irritati dai proprj mali e dalla scarsezza delle biade, se scorgevano alcun viandante camminare a rilento lungo le strade maestre, o lasso riposarsi sul terreno, unendosi a frotte, lo circuivano, e, ben legato, lo traducevano a Milano. Ogni giorno capitavano turbe di contadini con siffatti prigionieri in catene [15].

Io stesso fui testimonio della disgrazia toccata ad un vecchio, che oltrepassava gli ottantanni, e che all’aspetto ed al vestire appariva di agiata condizione. Entrò il medesimo nella chiesa di Sant’Antonio, dei Padri Teatini, i quali sono modello a Milano di sapere e di virtù, seguendo le orme dell’Abate istitutore del loro Ordine. Recitate che ebbe in ginocchio le sue preci, sentendosi stanco, e volendo riposare alquanto, spazzò col mantello la polvere da una panca per sedervisi. Alcune donne, lì vicine, al vedere un tal atto, gridarono che il vecchio ungeva le panche, e i quanti erano in chiesa vociferando, fecero coro.

Correva in quel giorno, non mi ricordo che festa, ed il concorso del popolo era numeroso quanto permetteva il tristo tempo del contagio e lo squallore della città. Udite appena le grida essere un untore, tutti gli astanti si precipitarono addosso a lui. I più vicini, afferrato l’infelice vecchio, gli strappano i capegli, lo pestano a pugni ed a calci, e lo trascinano, già semivivo, per le gambe. Un solo pensiero trattenne que’ furibondi dal ferirlo di coltello nella testa o nel ventre; volevano tradurlo in prigione per serbarlo alla tortura dinanzi i giudici.

Io lo vidi trascinare, nè seppi altro che ne avvenisse, ma ritengo sia morto in breve, tanto era malconcio. Coloro che, sdegnati per quell’atroce caso, indagarono chi fosse il vecchio, raccontarono che era persona rispettabile ed onesta.

Il dì seguente fui spettatore d’un caso consimile, ma meno luttuoso, perchè la stolta plebe non inferocì contro un concittadino, ma contro Francesi. Certi giovani di quella nazione eransi associati per visitare l’Italia, e investigarne gli antichi monumenti. Seppesi dappoi essere i medesimi istruiti nelle arti che valgono a guadagnarsi il vitto lontano da casa, quale letterato, quale pittore e meccanico, in guisa che potevano essere utili a Milano se vi fossero capitati in tempi diversi.

Essi destarono sospetti nel popolo, perchè contemplando i bassirilievi della facciata del Duomo, non paghi di saziare la vista, gli andavano con diletto toccando colle mani. Un passaggero si fermò a guardarli, poscia un secondo; s’aggiunsero altri, e in un momento si fe’ calca, e tutti a bocca aperta e con occhi spalancati affissavano i pretesi malfattori. A poco a poco la folla circondò gl’incauti stranieri, e li vide tasteggiare quanto a loro sguardi sembrava pregevole in que’ marmi.

Questo bastò per giudicarli colpevoli; il popolo non seppe più a lungo frenarsi, e tanto più inferocì contr’essi, che dal vestire, dalle zazzere, dal fardello che portavano in spalla, e dalle grida con cui cercavano sottrarsi alle busse, furono riconosciuti per francesi. La prigione li salvò dal furor popolare; interrogati da’ magistrati, e conosciuti innocenti, vennero posti in libertà.

Ho narrati questi due casi per mostrare la leggerezza e la crudeltà della sospettosa plebe in quei giorni. E li scelsi a preferenza, non già come i più atroci tra’ quanti accadevano giornalmente, ma perchè d’entrambi fui spettatore io stesso: piansi il destino di quegli innocenti, e più ancora la follia cui abbandonavasi la nostra plebe durante il contagio.

Oltre codesti casi lagrimevoli, per tutti coloro che hanno senso d’umanità, altri pure ne accaddero faceti e quasi ridicoli a sègno, che in mezzo a tanto pubblico lutto costrinsero a involontario riso chi ne fu spettatore a li udì raccontare. Ed ora, cessata la calamità, giovi il ricordarli a sollievo de’ leggitori, servendo, per così dire, di piacevoli fermate nel mesto campo che percorriamo.

Infuriando, come dissi, la pestilenza e gli atroci sospetti delle unzioni in Milano, il nostro Cardinale Arcivescovo volle sottrarre al pericolo due chierici suoi famigliari, de’ quali molto servivasi, e sì fedeli e industri, che difficilmente avrebbe potuto supplire se il contagio glieli rapiva. Mandolli perciò a Senago, villa discosta sette miglia da Milano, dove poco prima aveva comperata la rocca e gli orti ameni che la circondano. L’umano e dotto Arcivescovo, mentre viveva parcamente e fra gli stenti col restante della famiglia in mezzo alle morti quotidiane e le afflizioni di quei giorni, ordinò che venissero cautamente trattati i due chierici che dovevano in essa villa occuparsi d’alcuni lavori letterarj.

La peste non era fin allora penetrata in Senago, che anche in seguito rimase illeso [16], quindi i terrazzani lo custodivano vigilantissimi, e per la propria salvezza ed anche per l’ambizione di preservare fino all’ultimo sè stessi incolumi nel generale incendio: ricinto di cancelli il villaggio non vi lasciavano penetrare alcuno.

Sorge la casa del Borromeo sopra una collinetta che domina Senago, i chierici nel dì stabilito, girando intorno al paese, giunsero in cima, senza che i guardiani li vedessero, seppure non dissimularono d’averli scorti. Il giorno seguente non uscirono, aggirandosi per le vuote e silenziose sale, pieni ancora l’animo dello sbalordimento e del terrore recato seco da Milano. Trascorso però alcun tempo, s’inanimarono a metter piede nell’atrio, poi nell’orto: contemplavano i fiori, gli alberi, il frutteto, e allettati dall’amenità del luogo, valicarono la siepe, e salirono il colle vicino. Ivi sedettero al rezzo degli alberi, ed avendo seco loro il breviario, per non isprecare il tempo nell’ozio, si misero a salmeggiare alternativamente l’officio divino di quel giorno.

Il luogo ameno e solitario andava loro a genio, per cui, recitato che ebbero alacremente l’uffizio, tratte di tasca le loro lezioni, si diedero a ripassarle, lieti d’adempire in quel giorno, senza noja, i doveri ecclesiastici e i letterarj. E tanto più volontieri s’ajutavano a vicenda negli studj, che non eravi maestro cui ricorrere durante il pericolo del contagio.

Quattro fanciulli che trovavansi sopra la collina a custodia del gregge, si divertivano a giuocare alle palle: uno di essi, scorgendo sdrajati all’ombra due giovani in negre vesti, i quali parlavano ad alta voce e gesticolavano con in mano scartafacci, li additò ai compagni, e tutti estatici, affissarono que’ sconosciuti. D’improvviso decisero essere due di coloro che dalla casa del demonio in Milano (già erasi sparsa nel contado la favola) mandavansi nelle campagne a spargere gli unti. Non si avvilirono per questo i contadinelli, due corsero ad avvisare i terrazzani di Senago, affinchè accorressero armati, e due restarono a guardia per vedere se quei malefici fantasmi si dileguavano nell’aria. Intanto i due supposti untori a tutt’altro pensando che all’imminente pericolo, discorrevano tranquilli di poesia al rezzo degli alberi, alloraquando, alzati gli occhi a caso, videro il vicino bosco pieno di contadini armati di archibugi e di ronche. Era corsa l’intera popolazione di Senago, e molti giungevano altresì dai circostanti villaggi, cui erasi dato l’avviso per affrontare i ministri dei demonj, schiamazzando essere venuto il momento di vendicarsi di quei mostri infernali. Già avevano circondati i due chierici, ed i più lontani altro non aspettavano per scaricare gli archibugi che un cenno di coloro, i quali, essendosi di più avvicinati, volevano guardare in faccia que’ neri uomini, e interrogarli d’onde venissero, e con quali intenzioni. I chierici, alzatisi senza profferir parola, meravigliavano di quella turba d’armati; per loro ventura sopraggiunse un contadino di Senago al servizio del Cardinale come custode della casa, il quale, essendo stato esonerato d’ogni altra incumbenza per servire i due giovani, appena avuto sentore del tumulto, corse anelante con uno spiede da caccia, e visto di che trattavasi, arse di rabbia e di vergogna, e insieme ridendo dell’equivoco, disse loro di seguitarlo.

Per tal modo sfuggirono ad una morte sicura gli innocenti giovani, che non già di veleni e di unzioni, ma dei proprj doveri e di letteratura si occupavano.

V.

D’un grande e insigne personaggio sul quale cadde il medesimo assurdo sospetto.

Ricorderò un altro fatto che nel tragico e lugubre aspetto di Milano pur mosse al riso. E fu caso tanto più ridicolo, in quanta non trattavasi di chierici oscuri, ma d’uomo conosciutissimo e stimato. Il rispetto dovuto al medesimo e la dignità storica esigono ch’io ne taccia il nome; però egli era tale che riuniva quanti pregi danno diritto all’altrui stima ed alla gloria: uno di quegli uomini che nel corso dei secoli di rado fioriscono nelle città.

Dotto nelle lettere sacre e profane, filosofo, teologo, oratore, poeta, commoveva e calmava a voglia sua gli animi quando parlava al popolo; e, dote rara in un Sacro oratore, era sì esperto nel maneggio degli affari, che pochi politici l’avrebbero superato. Conosceva i segreti e le intenzioni dei principi, e quanto ciascuno di essi poteva meditare ed eseguire; famigliare e ministro d’un potentato, che gli ignoranti dell’età nostra tennero per astutissimo, corse gravi pericoli alla corte del medesimo, ma da ultimo ne uscì salvo. Di nobile schiatta, d’aspetto dignitoso, riuniva la pietà e la religione a modi affabili e lepidi, doti che ben di rado trovansi congiunte. Tenevasi come un oracolo in Milano, ed ogni giorno molti andavano da lui per consigli. Poco prima che scoppiasse il contagio, volle peregrinare a Roma, per la brama, dicevasi, di rivedere quella metropoli e baciare devoto le glebe innaffiate dal sangue dei Martiri, ed i luoghi nobilitati dalle vestigia de’ Santi. Siccome però alla pietà egli univa, come dicemmo, le cure civili, taluni affermavano avere intrapreso il viaggio per qualche affare.

I curiosi sfaccendati, sempre proclivi al misterioso, susurravano essersi recato a Roma per trattare di una guerra importante che andavasi macchinando in segreto, per far conquista di regni e provincie. Altri interpretavano più semplicemente la cosa, affermando che il Papa, mosso dalla celebrità ovunque divulgata dell’ingegno ed erudizione di lui, avevalo, per conferire seco, chiamato a Roma. Ivi giunto dalla Toscana, venne ricevuto con grandi onori nella Corte pontificia, e tutti gli altri ufficiali, giusta il consueto delle corti, lo festeggiarono, vedendolo così accetto al Pontefice.

La nostra patria, quantunque di certo non bisognosa delle lodi d’estranei, pure rallegravasi che un suo cittadino venisse in tal guisa onorato. E noi udivamo con piacere narrare che il Papa gli aveva fatti alcuni regalucci, e l’invitava a pranzo in Vaticano, o a villeggiare con lui sugli ameni colli cari alle muse; che uno ed anche più cardinali erano stati lo stesso giorno a fargli visita per salutarlo e parlar seco. Cotanto in Roma, ammiratrice solamente delle cose proprie, era piaciuto quest’uomo per l’ingegno, i modi e que’ pregi che rendono benevisi gli inferiori ai personaggi oppressi dalla loro medesima grandezza. Divulgavansi per Milano notizie anche più liete, non essere improbabile ch’egli divenisse cardinale in quella città dove gli uomini ponno repentinamente salire in alto. E vieppiù ci rallegravamo in udire che il nostro concittadino con elevatezza di sentimenti aveva sprezzato d’usare le solite arti con cui ivi spianasi la via agli eminenti gradi.

Così un solo uomo peregrinante lontano dava argomento a discordi in mezzo a tante miserie e tante stragi, per cui l’afflitta Milano paventava l’estrema ruina. I nostri, quantunque afflitti, pure si divertivano con quelle dicerie, e non essendo proibita ancora la venuta a’ forastieri, questi vi recavano notizie d’esteri paesi, e in pari tempo diffondevano in altre contrade i discorsi giornalieri e le favole credute nella città nostra.

Quand’ecco all’improvvisa spargersi una stolida, atroce diceria infamante quest’uomo: da sicuri indizj risultare che egli era il capo degli untori. Trovossi il nome d’un nuovo delitto, ma che in quel tempo ammettevasi come le altre colpe comuni, e per tale veniva punito. Scorsi sette od otto giorni, si sparse nuovamente nel pubblico la voce, che egli, rinchiuso in profondo carcere, veniva custodito dai soldati: che il Papa aveva ordinato si recassero a lui ogni sera le chiavi della prigione, di nessuno fidandosi, ch’eransi suggellate le porte, cambiati e raddoppiati i guardiani. Aggiungevasi come si sperasse ottenere dal reo indizj di cose portentose, e tutte codeste notizie si affermavano con tale uniformità, che gli stessi congiunti ed amici più autorevoli dell’assente non ardivano aprir bocca e rispondere agli accusatori.

Attivissimi a spargere siffatta calunnia erano i nobili e le persone addette alle più cospicue famiglie. Arrossivano d’essere lontani parenti di lui, negando aver avuti comuni gli antenati, e ricusavano, spergiurando, quei legami di cui per l’addietro andavan superbi, falsando perfino le genealogie, tanto premeva loro di vantare una benchè lontanissima parentela con uomo sì pieno di meriti e sì rinomato. Nè tralasciarono nei discorsi e nei crocchi di spargere calunnie, come s’usa a danno degli infelici colpiti da qualche sventura o da un disonore di famiglia. Vennero a duello, e fu detto che taluni sostennero fino cogli schiaffi la verità dei loro racconti.

Infrattanto acquistava più fede la notizia che il reo, in catene e con una scorta di cavalleria, per togliere ogni adito di fuga, veniva tradotto, dietro un ordine del Papa, a Milano, non già per sottoporlo ad una procedura, essendo manifesto il delitto; ma perchè salisse al patibolo, ove le straziate sue membra servirebbono di spettacolo alla città, ch’egli voleva coi veneficj distruggere. Sparse la plebe simili dicerie, e le credettero anche i nobili minori [17], e con tale convincimento, che s’indicavano le fermate del viaggio ed il giorno dell’ arrivo. Si precisava l’ora della notte in cui il prigioniero, levato dal carcere e messo in carrozza, era uscito da Roma; quando per la via Emilia valicò i gioghi dell’Appennino, giunse a Bologna, sostò a Modena, fu aspettato a Parma; ed altre particolarità del viaggio, come se venisse tradotto fra l’armi quel re dei Vandali che poco prima aveva tumultuato [18]. Fissavano il giorno in cui giungerebbe a Milano, e il genere di supplizio cui era dannato, spacciando il tutto con tale asseveranza, che se fosse stato vero, non avrebbe ottenuta più ferma credenza.

Allora i parenti di lui non si lasciarono più vedere in pubblico, ed i suoi nemici, che poc’anzi imbaldanzivano per l’accadutagli disgrazia, compiangevano con finta pietà il caso d’un sì onorando cittadino, rattristandosi, come se fosse loro propria, dell’onta che i delitti ed il supplizio d’un solo uomo recherebbero alla patria e ad una stimabilissima famiglia. Ma non esisteva ombra di colpa o di vergogna, perocchè mentre quel cittadino assente era fatto ludibrio tra noi, godeva il favore del Papa e di tutta la romana Corte, che sel teneva carissimo. Reduce in seguito a Milano, vi fu più stimato e ben voluto di prima, per avere, come dicevasi, ricusati tutti gli onori e le ricchezze offerte. Tali ridicole scene accadevano quasi ogni giorno in mezzo alla strage, all’incendio, e, per dir giusto, alle esequie di Milano. Ed io credetti farne cenno come nelle tragedie, fra le lagrime introduconsi talvolta cori e danze.

Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di male, e corsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì veri untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici alla vita comune, siccome con troppo ingiurioso sospetto si andava affermando. E non solo è argomento arduo perchè dubbioso in sè stesso; ma altresì perchè non mi è conceduta la libertà sì necessaria allo storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun fatto. Ov’io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della Provvidenza ed i celesti gastighi, molti griderebbero tosto empia la mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi.

L’opposta opinione è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com’ è suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore, come se avessero a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me il combattere siffatta credenza, laonde esporrò soltanto le altrui opinioni e i detti senza affermare o negare, e senza propendere nè per gli oppugnatori, nè pei sostenitori delle unzioni [19].

VI.

Si espongono le opinioni di filosofi e medici chiarissmi

oltre gli unguenti pestiferi,  e vari casi.

Esposi nel precedente libro qual fosse il carattere ed il sapere di Lodovico Settala, e di che fama godesse, narrando il pericolo da lui corso con stolidi plebei, i quali per nulla volendo credere alla peste, schiamazzavano essere egli medesimo che ne spargeva il nome tra il volgo. Alessandro Tadino, alunno ed amicissimo di codesto filosofo, cui era eguale, o almeno somigliante per indole, cuore, nobiltà di stirpe, studj, in una parola, per tutto, l’età eccettuata, ebbe anch’egli a soffrire le ingiurie della plebe, e trovò scampo ricoverandosi in una casa; il corso pericolo accrebbe la riputazione d’entrambi.

Il Tadino, nel fiore della virilità, quasi di già principe de’ medici egli stesso, compagno assiduo negli studj ed emulatore del venerando ed illustre Settala, cui stava di continuo a fianco, lo pareggiò, per così dire, dappoichè fu morto [20]. Entrambi, per quanto concedevano gli affari e la vita operosa, specialmente in quel tempo di peste, molto filosofavano insieme circa l’origine del morbo e l’avvelenamento di cui i Milanesi credevano essere vittima.

Morto il Settala, il superstite Tadino continuò ad esaminare tali fatti, giovandosi e delle proprie osservazioni e dei colloqui già tenuti coll’amico; ed espose la sua opinione diffusamente e con sottigliezza. Avendo io avuto sott’occhio alcuno de’ suoi scritti, ed udendo egli che già stava per uscire in luce questo mio libro, mi comunicò gentilmente le proprie opinioni e dispute, prestandomi i suoi commentarj [21]. Dai medesimi riferirò fedelmente le principali sentenze di codesto medico e filosofo chiarissimo circa la peste manufatta, e codesta diabolica fattura degli unti. Ma non pertanto rimarrà ancora per noi indecisa la cosa; in quantochè le unzioni, siccome d’origine diabolica e tenebrosa, ingeneravano mille dubbiezze negli animi.

Il Tadino, giusta lo stile dei filosofi, incominciava la sua disputa con argomenti cavati dagli astri, essendo egli non meno abile nello studiare le regioni celesti, di quel che fosse nella medicina, che vien detta una delle tre scienze nate, e in uno adulte. Scriveva egli avere preceduto agli unguenti una cometa, apparizione che si ritenne sempre presagio di grandi novità e sciagure. Tale cometa, d’aspetto più spaventevole ancora dell’usato, comparve nel cielo il mese di giugno, tempo in cui è opinione aver maggiormente lavorato l’officina degli unguenti [22]. Brillava a settentrione, e molti la videro; ed uomini esperti e presaghi delle future cose, dietro giornaliere osservazioni del cielo, vaticinarono da essa cometa quanto avvenne dappoi. Un’altra cometa apparì nel 1628 nel cardine destro perla congiunzione di Saturno, portento che fra tutti i celesti è ritenuto il più minaccioso e sanguinario.

Queste ed altre conseguenze deduce Tadino per mezzo di quella scienza sublime che ascende tra le celesti sfere, vi soggiorna, ne scruta gli arcani, e ardisce perfino trarre gli astri sempiterni, a partecipar colla vita e i casi dei mortali, ed imparenta il firmamento col genere umano. E forse egli ne è capace [23]; ma io, privo di siffatto coraggio o potenza, e chino a terra, sto pago di narrare alcune cose comuni e terrestri al par di me, citate anche dallo stesso a proposito degli unguenti. A confermare la credenza nei quali, furono non tanto un argomento quanto una specie d’oracolo le lettere che il re nostro scrisse al governatore Spinola del seguente tenore.

Eransi scoperte in Madrid quattro persone [24], le quali avevano recato seco unguenti per spargere la peste nella reggia. Fuggirono, ma ignorandosi per dove fossero rivolte, avvertiva il governatore stesse sull’avviso affinchè Milano e il ducato, cui egli presiedeva, non rimanessero vittime di quella scelleraggine.

Queste lettere, essendo firmate di propria mano del re, furono di gran peso sugli animi de’ cittadini, già proclivi a credere ogni più nefando delitto. Spedite dal governatore al Tribunale di Sanità, comunicate ai grandi, divulgate per Milano, suscitarono in tutti sì fieri sdegni, indignazione, sospetti, che ormai fu creduto lecito il dubitare di chicchessia.

Codesto avviso del monarca si tenne dunque per prova certissima degli unti ben più della cometa, cui attribuiva tanta influenza il citato filosofo. Subito dopo ricevute le lettere regie, occorse il caso d’un forastiere, che sulle prime accrebbe la fede del temuto e misterioso delitto delle unzioni, spargendo nuovi terrori; ma dappoi ridotto a nulla, come parecchi altri fatti, mescolò vieppiù, per una specie di fatalità, il vero coll’ambiguo in codesta faccenda, aggiungendo tenebre a tenebre, perocchè succedettero altre cose, le quali confermarono quant’era dubbioso.

Nell’albergo dei Tre Re, in cui sono usi prendere alloggio i forestieri oltremarini e oltremontani, e stanziano per solito i viaggiatori francesi e tedeschi, capitò un giorno un Girolamo Bonincontro, giovane sui ventiquattro anni, di bell’aspetto, e che dall’abito elegante, dalla bionda e lunga capigliatura e dalla florida carnagione appariva francese. L’albergatore notificò il suo arrivo al magistrato, descrivendo il bagaglio, e riferì i discorsi tenuti dal giovane a mensa, ed ogni sua parola che i servi dell’albergo avevangli riferito a puntino.

Spacciavasi egli, fra le altre cose, esperto in medicina, portatore di farmachi ignoti, ed in ispecie di certe cassettine con entro un balsamo mirabile contro la peste, tutti i quali rimedj era disposto a far conoscere al Tribunale di Sanità, qualora lo mandassero a curare gli appestati nel Lazzaretto. Si vantava che la città di Palermo, desolata, nell’anno 1624, dalla pestilenza, erasi salvata dall’estremo eccidio soltanto pe’ suoi rimedj; e in prova esibiva diplomi e privilegi, dal vicerò di Sicilia a lui dati in premio del segnalato servigio, e conchiudeva, instando, di presentarsi alla Sanità perchè gli schiudesse il Lazzaretto [25].

Il presidente Arconato, ciò saputo, memore delle lettere reali, e riflettendo essere costui un francese, e parlar di medicamenti cotanto a que’ giorni sospetti e invisi, tanto più che cercava entrar nel Lazzaretto, come luogo opportuno a’ maleficj delle unzioni, ordinò che il forastiere venisse imprigionato, sequestrando i vasi, i fardelli e quanto seco aveva.

Fattone l’esame, si rinvennero oggetti che sembravano proprj di un famigerato untore, molte ampolle e barattoli ripieni di polveri, di liquori, d’unguenti, ciascuno col suo cartellino, chiusi e suggellati con molta diligenza. Egli affermava che erano tutti specifici innocui preparati per varie malattie.

Il medesimo Tadino, intervenuto per sicurezza come conservatore della Sanità, all’apertura della valigia ed all’esame che fu fatto nel Lazzaretto, li giudicò per tali. Il forastiero, esaminato, rispondeva in modo soddisfacente ai giudici; se non che confessò d’essere apostata d’un ordine religioso e che aveva abbandonata Ginevra, lupanare d’eresia, desideroso di viaggiare alquanto e recarsi a piedi in Roma ad implorare dal Papa perdono de’ suoi traviamenti. Il giovane venne rilasciato [26], ed apparve sì chiara l’innocenza di lui, che cessarono i sospetti anche sugli altri forestieri.

Però i vaghi sospetti e la credenza delle unzioni crebbero nel pubblico per questo caso e per altri molti che il Tadino, chiamato a darne giudizio, non solo per la sua esperienza medica, ma per l’esimia prudenza, registrò siccome argomenti irrefragabili, e nei quali non poteva alcuno muover dubbio. Constava che alcuni rei del misfatto, sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio, che le medesime case, untate una notte, lo furono in seguito ripetutamente, ed il nuovo unto sovraimposto alle prime macchie in guisa che apparivano segni d’arte diabolica. Dodici vagabondi, arrestati e posti in ferri, confessarono e sostennero, anche fra i tormenti, esservi un tale che ogni giorno li menava all’osteria, e dopo che avevano ben mangiato e bevuto, li spediva ciascuno alla sua volta, ovvero in cerca della materia per fabbricare gli unguenti, rospi, scorpioni ed altri schifosi animali, e marcia di bubboni [27]. E perchè non si dubitasse di simili iniquità, di cui era capo il demonio, gli Inquisitori del Sant’Uffizio, nel lutto e nella disperazione della città, notificarono al presidente Arconato qualmente fosse stabilito al demonio un termine, oltre il quale l’inferno non avrebbe più alcun potere sulla vita del popolo milanese. Le quali parole dell’Inquisitor generale può dirsi aver troncata la questione degli unguenti coll’autorità apostolica che non può ingannarsi nè venire ingannata. . .

Queste prove intorno le unzioni adduce il Tadino, medico, filosofo, conservatore della Sanità, ed altre più efficaci a conferma. Non è cosa nuova, e accaduta soltanto nella città nostra, il creare, per arte umana, la peste, che altre volte ritenevasi morbo naturale, prodotto dalla corruzione dell’aria o da interno guasto dei corpi, diffuso e contratto per mezzo dell’alito e del contatto. Anche a Palermo, in Sicilia, quattr’anni circa prima della nostra peste, apparve il furore dei demonj frammisto alla stoltezza e frode de’ mortali; certi scellerati cospirarono in orribile accordo coll’eterno e implacabile nemico del genere umano, per avvelenare i precordi degli altri uomini, e toglier loro il bene dell’alito e della luce, per la quale noi, per favore divino, respiriamo e viviamo.

In quell’ antica, nobile ed opulenta metropoli perirono, nello spazio di sei mesi, cento trentacinque mila persone, vittime della furibonda scelleraggine d’uomini iniqui al pari dei demonj. E vi furono Monatti che, salariati allo scoppiare di quel contagio con sei zecchini il giorno [28], temendo, allorquando la furia del male andò scemando, di perdere il vistoso guadagno, si rivolsero per ajuto agli spiriti infernali, forse col mezzo delle streghe, e ottenuto che l’ebbero, manipolarono, con infame miscuglio, veleni, ne’ quali racchiudevasi una forza per sè mortifera e insieme il nodo del veneficio.

Anche fra noi accaddero eguali e non ambigui portenti nell’antecedente peste, che afflisse Milano nel 1576; maggiore d’ogni altra ove quest’ultima non ne avesse scemata la fama. Uno degli untori, scoperto e convinto del delitto, mentre veniva appeso alle forche, confessò, palesando altresì l’antidoto del venefico unguento; il qual antidoto, sperimentata che de ne ebbe l’efficacia, divenne celebre sotto il nome d’Unguento dell’Impiccato [29]. A questi esempj conosciuti e recenti, s’aggiunse l’autorità d’antiche memorie; che più volte furono punite donne venefiche per manufatta peste. E trovasi ricordo di untori, i quali, per  mezzo di sapone, d’aghi e d’altri oggetti d’uso giornaliero, sparsero il contagio in grandi città, sulle flotte, in intere provincie e regni; nè le pene cui vennero condannati valsero ad impedire in altri malvagi lo stesso delitto.

Finchè uomini esisteranno sulla terra, accaderà mai sempre di scoprire di tempo in tempo nuovi delitti e punirli; ma dopo la pena riproduconsi, e compressi risorgono nuovamente, tale essendo il giro delle colpe come d’ogni altra umana vicenda. Da ciò si arguisce che se in altri tempi e luoghi, ed anche in Milano, audaci mortali provocarono la natura e l’inferno colle arti loro, formando, per così dire, una terza potenza disiruggitrice, altrettanto poteva accadere a’ giorni nostri.

Tali cose discute con lungo esame il Tadino, notando persone, luoghi, epoche, testimonî. Afferma aver veduto co’ proprj occhi nella contrada di San Raffaele un furfante a cavallo, che di soppiatto e destramente, allungando la mano, gettava una polvere venefica addosso ai passeggeri [30]. Essendosi messo a gridare per avvertire gli astanti, colui, dato di sprone al cavallo, fuggì.

Ho conosciuta, egli prosegue, un’onesta famiglia, ch’io frequentava come medico ed amico, la quale perì tutta quanta per la polvere venefica e contagiosa. Due giovani nubili [31], recatesi alla chiesa de’ Padri Serviti, attinsero col dito l’acqua benedetta nella pila, e si toccarono la fronte, il petto, le spalle , facendosi il segno di croce. Esse videro dei pulviscoli ed un sedimento sabbioso, che rimase loro attaccato sulle dita e sulle vesti. Tosto s’annebbiarono gli occhi, e furono prese da vertigini e dolore acuto di testa: portate a casa, dopo quarant’ore morirono fra gli spasimi, senz’indizio veruno di peste. La madre e tutti i servi morirono anch’essi di quel male inesplicabile. Il senatore Caccia divenne rinomato in Milano non tanto pel suo grado, ma per l’ultimo suo caso, il quale per la novità del delitto rese a tutti notissimo il nome di lui. Un certo Ferletta [32] col suo servo, ovvero uno di que’ clienti che frequentano le case de’ senatori ed ambiscono accompagnarli allorchè escono di casa, si presentò una mattina tutto ossequioso e sorridente, e porse al Caccia un fiore, lodandone per avventura la specie o la fragranza. Il buon Senatore per gentilezza l’appressò alle nari, e tocco all’istante nelle parti vitali, morì in brev’ora [33].

A Volpedo, nel Tortonese, si scoprirono sette malfattori: confessarono d’aver fabbricati gli unti, e mentre subivano il supplizio della ruota, si vide, sopra la macina d’un mulino vicino, una macchia di quel pestifero veleno [34]. Se ne fece l’esperimento, stropicciando quell’unto con mollica di pane, che fu data in briciole ad alcune galline; in una mezz’ora caddero morte, e sparate, si trovarono le interiora nerissime. Un moscone, che forse erasi posato sopra quella macchia, volò sull’orecchio d’un cocchiere, il quale in quattro giorni morì senza dolore o sintomi d’altro male, accusando soltanto ch’era stato morsicato da quell’insetto. I riferiti casi di persone e animali sono indizj che la peste non era solo naturale, ma vi concorreva altresì l’arte degli uomini, i quali manipolavano le più velenose sostanze della natura, fatali alla vita. Se non che le unzioni erano fattura più diabolica che umana, come apparisce dal fatto che racconterò [35].

Antonio Croce e Giovan Battista Saracco, abitanti in Porta Ticinese, nella contrada di Cittadella, si presentarono al Tribunale di Sanità, e deposero con giuramento quanto segue: « Che ivi loro vicino si ritrovava un legnamaro infermo suo amico, al quale di notte v’andorno alcune persone in camera senza sentire aprire l’uscio; e li fu commandato dovesse di subito levare e andare al bastione, che colà avrebbe ritrovato una persona di molta autorità, la quale gli avrebbe dato da ungere le case in quel suo contorno, e dipoi gli promettesse andar seco che lo avrebbero risanato. Fratanto pigliasse a buon conto 25 scudi, li quali per quello fu riferito, furno riposti sopra una tavola, e benchè l’infermo ricusasse più volte il fare questa funzione, prima perchè non poteva per la sua infermità, e non voleva pericolare la sua vita; e poi perchè non vedeva persona alcuna, se non sentirse movere il letto e legarli la coperta e li lenzuoli; il meschino, non sapendo più che dire, atterrito di tanto accidente, si risolse dimandare che persone erano, e da chi mandate. Uno di loro rispose nominarse Ottavio Sasso, il quale mai s’è ritrovato, per certo essere stato il demonio. Finalmente non volendo promettere di fare questa loro volontà, ritornarono pregare con lasciarli altri denari, sentendo l’infermo il moto sopra la tavola. E dopo molto contrasto gli fu detto, che si vestisse: sarebbero poco dopo tornati per andar seco, e dopo partiti, si ritrovò una voce di uno lupo che mugghiava sotto la lettiera, e tre gattoni sopra il letto, che sino al far del giorno vi dimorarono. Dopo tutti sparvero, restando il meschino mezzo morto, e riavuto alquanto domandò ajuto, e v’andarono i sopra menzionati suoi amici vicini, a’ quali raccontò subito tutto il successo seguito quella notte; il quale fu riferito subito al Presidente allora della Sanità ».

Per questo fatto e per altri, il Tribunale di Sanità ed il Tadino, conservatore di essa, avevano piena fede nelle unzioni.

VII

Repentino e pestifero tumulto.

Ormai il sospetto e il terrore de’ mortiferi unguenti, se non era dileguato dall’animo in tutti i cittadini, in molti almeno andava, di giorno in giorno scemando; quand’ecco il 25 luglio repentinamente e contro la comune aspettazione, correre il popolo d’ogni parte all’armi, innondare le strade e scoppiare incendj in diversi luoghi. Dubitarono i magnati, ed il volgo tenne per sicuro, che il subbuglio fosse suscitato per spargere dappertutto gli unti. Verso l’ora undecima di quel giorno [36], pochi Decurioni trovavansi in Palazzo, consultando intorno i provvedimenti, che ogni dì diventavano più necessarj. Giunse fino al loro orecchio il romore, per cui, balzando in piedi costernati, s’affacciarono ai balconi; alcuni più animosi scesero le scale. Non udivasi che un solo grido: «All’armi! i nemici sono in città!» I pianti delle donne ed un confuso schiamazzio rintronava l’udito, mettendo in agitazione gli animi, perchè nessuno ne conosceva la causa. Alfine serpeggiò, fra la tumultuante moltitudine, la voce che i Francesi si trovavano presso le mura, e quivi appiattati, avevano introdotti emissarj per dar fuoco a Milano.

Alcune persone mandate dal Palazzo a scoprire che fosse, riferirono aver viste le fiamme. Bruciavano infatti alcune beccherie a Porta Tosa: al Carrobbio ed al Gordusio ardevano cataste di legna, ammucchiate da taluni della plebe, i quali suscitarono il tumulto per aver occasione di rubare e depredare. Ivi accorreva d’ogni parte la folla, non già per ispegnere it fuoco e portar soccorso con acqua ai vicini, come s’usa, ma per godere lo spettacolo, spinta dalla solita curiosità. In un momento tutti i cittadini rimasti fino a quel giorno illesi dal contagio, si stivarono intorno ai roghi, e quasi ne avessero l’ordine, con impeto accorrevano, non per agire, ma per essere spettatori di que’ straordinarj incendj.

I magnati, ignari ancora del vero, e ritenendo i fuochi accesi dai Francesi già penetrati in Milano, diedero armi a quanti avevano d’intorno, e, armatisi essi pure, corsero alle porte, mettendosi ivi a difesa colle caterve - di popolo che li aveva seguiti. Colà rimasero non solo quella notte, ma i dì e le notti seguenti, come se i nemici potessero entrare a porte chiuse, o già dentro le mura dovessero sbuccare all’improvviso fuori dalla terra. Il tumulto però non era che una congiura di pochi ladri.

Del resto, il popolo, correndo qua e là, raccogliendosi a gruppi, ora cianciando, ora rimanendo estatico a guardare, diede nuovo fomite al contagio. Il quale, siccome trasse a morte parecchj senza che i consueti segnali di peste apparissero, fu creduto per sicuro che i Francesi e i loro partigiani avessero unto in quel trambusto. Opinione anche questa che in seguito si riconobbe insussistente [37].

La peste, rinnovata in esso tumulto repentino, dopo ch’ebbe per qualche tempo fatta strage del popolo, s’attaccò agli animali: i buoi e l’altro bestiame che serve ai bisogni dell’agricoltura, stramazzavano di colpo durante il lavoro, ovvero nelle stalle e ne’ pecorili morivano come colpiti da un dardo. Tre anni durò la mortalità nelle campagne [38], ed al danno presente univasi il timore per l’avvenire, che non avesse termine l’ira divina ora contro la vita degli uomini, ora contro gli animali e le messi che servono agli alimenti.

Fu riferito in que’ giorni al Tribunale da certi Padri religiosi gravissimi, i quali non avevano motivo di mentire e non v’erano usi, qualmente nei loro campi e nelle ville, dove si ritiravano per ricrear gli animi stanchi degli studj; si fossero trovate palle e gomitoli, tutti ravvolti, agglomerati, intrecciati di filo unto e sgocciolante veleno. I contadini e alcuni religiosi malcauti, che li raccolsero e maneggiarono, caddero estinti al momento. Così pure morirono repentinamente altri, che raccogliendo le spiche ne’ corbelli, s’imbrattarono le dita dell’unto, di cui erano contaminate.

VIII.

Varj casi di peste nel Lazzaretto. — Il padre Felice presidente del medesimo.

Mentre questi casi ed altri, sì tragici che burleschi, accadevano ogni giorno in città e nelle campagne, la peste infuriava ostinata e senza tregua nel Lazzaretto. Regolatore ed arbitro d’ogni cosa in esso recinto, fu tal uomo degno d’essere ricordato negli annali milanesi, anche se io narrassi non già il contagio e le stragi, ma i fasti e le glorie della patria nostra.

Il padre Felice Casati di Milano, del sacro Ordine dei Cappuccini, attissimo a quell’ufficio, parve fosse stato disposto dalla Provvidenza celeste per soccorrere la patria in quell’estrema ruina. Di corpo indomito alle fatiche, nel fiore della virilità, d’animo grande, placido, mansueto, all’opportunità rigoroso; sprezzatore della vita e delle terrestri cose, cui aveva rinunziato fin da quando, abbandonate le delizie del secolo, vestì l’abito de’ cappuccini ed entrò in quell’austera religione.

Era perito negli studj che sollevano al cielo l’umana mente e del pari nelle scienze indagatrici dei segreti della natura. V’univa l’eloquenza, sublime dote che a nulla giovava tra le miserie e le morti, ma utilissima in quanto, lasciata in disparte la vanità e la pompa oratoria, rimaneva quel solido e grave ragionare con cui l’oratore cristiano eccita gli animi ai proprj doveri, e li sa all’ uopo raffrenare.

I Decurioni, chiamato il padre Felice, lo pregarono che per la santità sua e dell’ordine, assumesse l’arduo governo del Lazzaretto. Ei, parlato che ebbe modestamente di sè e con ornate parole dell’importanza e gravezza di tale ufficio, prese tempo a deliberare, risoluto ad aprirsi col cardinale arcivescovo. Ove il sommo e religioso Federico annuisse, egli, interpretandone il cenno come volère di Dio, entrerebbe tosto nel Lazzaretto; in caso diverso il padre Felice non si credeva destinato a quell’incarico dal cielo. Ma accadde un non so che di faceto e di elegante [39] in quel lutto generale, nella visita che il cappuccino fece all’arcivescovo.

Questi, udito il padre Felice, rimase alquanto sospeso, e disse alcune cose che parevano esprimere la titubanza dell’animo suo, per cui il cappuccino, piegato il ginocchio a terra, già già si accommiatava. Quand’ecco Federico, con ilare volto «È dunque vero, disse, o padre, che senza difficoltà entrerete tosto nel Lazzaretto!» e gettando le braccia al collo, al padre Felice, lo baciò e ribaciò [40], dimostrando, colla familiarità e tenerezza sua, quanto fosse lieto d’aver trovato un uomo che, spregiando ambizione e vita ad un tempo, era pronto a lasciare la sua carica di guardiano, e gire incontro a tremendi pericoli. Ripieno d’ammirazione per tanto sacrificio, nulla ommise per accrescergli poteri ed onori, e confermando il pubblico decreto coll’autorità propria, lo elesse capo supremo del Lazzaretto.

Ricevuto il mandato, entrò fra gli appestati in quel recinto il padre Felice, quale vittima volontaria del contagio, di cui morir non doveva [41]. E ciò accrebbe la venerazione per esso, imperocchè l’uomo che salvò a tante migliaja d’infelici la vita, ebbe egli pure bisogno de’ soccorsi che prestava altrui; e dopo averne seppelliti mille e mille, bramando invano la morte, quasi periva per lo strazio che fece del proprio corpo siccome narrarono. Era spettacolo bello, e in uno miserando, che mostrava la miseria e le angustie di que’ giorni, vedere il padre, esercitare il comando nel Lazzaretto, con indosso il cilicio, quasi paludamento di guerra. Vigilantissimo, quasi sempre digiuno, mal reggendosi per bianchezza, spargendo lagrime e sudori, egli s’aggirava pei portici, le capanne, le vie del Lazzaretto, di giorno imponendo coll’autorità del nome e del cappuccio, la notte armato di una lunga asta. Qua raffrenava in segreto misfatti, là distribuiva pubblicamente premj e gastighi, dove recava vesti e farmachi, dove porgendo orecchio alle confessioni dei moribondi gli confortava a lasciare il mondo colle speranze d’una vita migliore. Erano queste le giornaliere fatiche del padre, senza riposo mai; sovente cure ed affanni più gravi lo angosciavano. Aveva egli sotto di sè ne’ portici e le capanne cinquantamila appestati all’incirca, cui la città forniva gli alimenti, ma soverchiando la moltitudine de’ malati, non bastarono le cure, i denari o l’ordine stabilito per la distribuzione, talchè molti pativano fame e sete in mezzo all’abbondanza di cibi e di vino.

Laonde più volte fu grande l’angustia, non sapendosi in qual modo rimediare, finchè si riconobbe per esperienza, Iddio vi provvedeva. Ed i regolatori del Lazzaretto vi si avvezzarono, in guisa che mancando gli alimenti necessarj a tante migliaja di persone, nell’ultime strettezze aspettavano fiduciosi i soccorsi della provvidenza.

Narrava il padre Felice, e narra anche oggidì, che più volte, quando mancato del tutto il denaro ed esaurite le provviste di pane e vino, temevasi nel Lazzaretto la fame, estremo de’ mali, sopraggiungevano all’improvviso i viveri in abbondanza, senza che si conoscessero i nomi dei benefattori. E venne largito oro ed argento in tal copia, che il detto Padre ebbe stupito ad ammirare i sacchi ammucchiati a sè dinanzi. Le persone ricche ed i più opulenti j cittadini, o per divina ispirazione, o perchè, deposto ormai ogni pensiero delle terresti cose, nè stimando più utile il denaro a qualsiasi uso, infervoravano a placare lo sdegno di Dio, mandavano il vile metallo affinchè si recitassero preghiere. Ma non era ancora giunto il termine della calamità, imperocchè, non appena provveduto ad un bisogno, un altro ne sopravveniva più grave ed istantaneo, cui era impossibile riparare. Casi luttuosissimi e repentini, mentre distribuivansi le vivande a sollievo degli infermi, turbarono l’alacrità del donare e di stolsero gli animi dei caritatevoli da future elargizioni, i deliquj e le morti di coloro cui sporgevasi il cibo, la spuma grondaute di bocca, i veleni rinvenuti nelle cinture, le confessioni fatte nella stessa morte, ed altri manifesti indizj, appalesarono come quei miserabili fossero untori essi pure, ed insieme rimanessero unti.

Un subitaneo portento celeste e fatale, se mirabilmente non vi si rimediava, allagò di nottetempo, con ruina impreveduta, le capanne innalzate nel recinto del Lazzaretto. La notte del 13 luglio cadde un acquazzone così dirotto, che i vecchi non si ricordavano averne veduto uno simile, talchè uomini e donne credettero precipitasse il cielo medesimo. Smosse e rovesciate le capanne e le tettoje, sotto le quali giaceva la turba infelice, travi, paglia, letti nuotavano travolti dall’acqua in mezzo al prato.

Padri e madri, ansiosi non della propria, ma della salvezza dei figli, ne corrono in traccia, e con difficoltà li rinvengono fra le tenebre in mezzo agli urli, ai vagiti, al generale schiamazzo. I gridi di disperazione, di dolore, i clamori non rompevano il silenzio di quell’orrida notte, chè il fracasso del cielo romoreggiante non lasciava udire verun altro suono. E se fin dal principio non apparissero in questa storia congiunti i prodigi celesti colle stragi de’ mortali, chiunque terrebbe per incredibile come un solo uomo abbia potuto tener fronte a simile violenza; e in quel tremendo diluviare notturno salvare da morte i naufraganti bambini, e loro restituire la quasi spenta vitalità.

Al primo scoppiare della procella, il padre Felice, prevedendo che l’acqua irromperebbe dovunque, che gli infermi correvano grandissimo pericolo, e che i soccorsi riuscirebbero inutili ove non fossero istantanei, accorse, seco traendo un drappello d’uomini, ne’ quali ripor soleva maggior fiducia nelle più difficili circostanze. Sprezzando l’acqua, e più rapido di essa, si precipitò colla sua scorta tra gli appestati, che s’annegavano, e i crollanti tugurj [42]. A guisa che il pescatore trae dalla rete i pesciolini, porgendoli ai compagni, che tosto li chiudono nel corbello, così il padre Felice districava i bambini e li trasmetteva ai satelliti, che a tutto potere lo ajutavano a salvarli, recandoli di mano in mano dal prato nel portico, e da questo nelle stanze. La procella s’acquetò finalmente dopo alcuni giorni, in cui piovve sì a rovescio, che fu detto non essere mai caduto simile acquazzone [43].

Tra il diluviare, che non cessava giorno nè notte, e l’impeto del turbinoso vento, rovesciante ogni riparo nel Lazzaretto, gli agonizzanti appestati, quasi infraciditi dall’acqua, esalavano l’anima. Io non ardirò discutere se la mancanza di soccorsi fosse imputabile all’incuria dei magistrati municipali, ovvero effetto dell’imprevista intemperie; perocchè se da un lato l’esempio di quanto fecero i nostri maggiori nell’antecedente contagio suggeriva d’innalzare tugurj, tavolati e ripari in più gran numero, dall’altro fu sì grande lo spavento e la violenza del morbo, che, stupefacendo gli animi, impedì le necessarie previdenze.

Perirono in quel trambusto fatale anche coloro che il morbo non aveva colpiti, perchè i servi ed i becchini in mezzo al disordine gettarono a fascio malati e sani. Per verità i nostri magistrati presero cura di far allestire altri locali e lazzaretti sussidiarj; ma ciò eseguivasi lentamente, talchè sembrava esservi un’occulta forza impediente que’ soccorsi. Frattanto gl’infermi, ammucchiali ne’ tugurj del Lazzaretto grande, morivano, attaccandosi il contagio ai sani pel contatto e pel fetore dei cadaveri, ovvero trasportati ne’ lazzaretti incompiuti, malgrado i soccorsi perivano.

IX.

Come incominciò a rallentare la pestilenza e come ebbe termine.

Il morbo, contumace a tutti gli umani rimedj, e mandato dal cielo a punizione delle umane scelleraggini, non poteva infrenarsi e spegnere fuorchè dalla misericordia divina, la quale non mancò all’infelice Milano, ormai in tanta desolazione ridotta all’ultimo eccidio.

Fra i tempii che l’avita pietà de’ cittadini e l’età più recente, imitatrice de’ costumi e degli esempj paterni, sacrò a Maria, celebratissimo è quello cui diede nobile nome il favore della Vergine per la città nostra, e che chiamasi delle Grazie, per le molte grazie dalla Madre Santissima a’ Milanesi impartite. Lo adornarono i nostri duchi con munificenza regale, allorchè governavano questo paese; e i Padri di S. Domenico, colonne della fede, stanno a custodia del tempio, e hanno stanza nell’attiguo monastero, dove risiede il Sant’Uffizio ed il tribunale supremo dell’Inquisizione [44].

Là il 23 settembre, nel queto silenzio, della notte, mentre alcuni de’ Padri riposavano o attendevano agli studj nel ritiro delle singole celle, ed altri a ciò destinati vegliavano in orazione negli oscuri angoli del tempio aspettando l’ora della mattutina salmodìa, d’improvviso le campane suonarono da sè. Coloro che sonnecchiavano si riscuotono, i desti meravigliano di cosa tanto insolita, e tremanti s’aggirano pel monastero; ma in un subito conobbero agitarsi le campane per forza miracolosa, che niuno le aveva tocche. Meraviglia e terrore invasero gli animi de’ Religiosi, che, riunitisi, discutevano su quel portento; allorquando, narrasi, fra i suoni de’ sacri bronzi fu udita una voce più sonora che se fosse umana, prorompere in questi detti:

AVRÒ PIETÀ DEL MIO POPOLO, O MADRE.

e tosto s’interpretò che cessar doveva in breve la peste; averlo implorato la Vergine dal divin Figlio, che esaudì le sue preghiere.

Ho riferito questo portento, perchè era giusto ed equo l’annoverarlo tra i fatti autentici, dietro la testimonianza dei Padri Dominicani, la credenza generale della città, e l’esito che lo confermò. Anche la desta turba de’ prigionieri che per delitti contro la religione, o per sospetti trovavansi nelle carceri del Sant’Uffizio in una remota parte del monastero, udirono il rimbombo delle campane. Interrogati, risposero essere loro venuti all’orecchio in quella notte suoni e voci inusitate, e per togliere qualunque dubbio, che la pubblica salvezza sia venuta da Maria patrona del tempio delle Grazie, aggiungerò come l’olio della pendente lumiera che arde avanti l’effigie della Vergine Sacratissima fu salutare antidoto anche in seguito contro la peste.

Quell’olio cercavano a gara ne’ giorni seguenti i grandi e gli infimi del popolo come mirabile rimedio, e i Padri lo distribuivano a stille quasi dono celeste [45]. Allorchè poi il scemare giornaliero dell’intensità del morbo e delle stragi, la fede nel miracolo ed il numero dei morti che di continuo sminuiva [46] attestarono placato Iddio; i magnati si animarono a togliere di mezzo ogni negligenza, che assai di rado è meritevole dei divini favori. Intimarono una quarantena [47], nuova ed ultima speranza della città ed all’intera popolazione, che per tale spazio di tempo rimaner doveva chiusa e nascosta nelle case. Vietarono comunicare coi limitrofi, uscire in istrada, e quant’altro poteva attaccare e far ripullulare il contagio, con minaccia di pene capitali che, disprezzate per l’addietro, ormai la vezzeggiata speranza di salute e gli allettamenti del vivere inducevano ad iscansare e temere. In sul finire di quell’anno era quasi scomparsa la peste, ma non rediva agli animi la sicurezza, e Milano, trepidante, afflitto, quasi annientato, pareva risorgesse da morte. I superstiti, con faccie pallide e smunte, macilenti, stravolti gli occhi e lo stupore in viso, sbucavano, per le vie come se uscissero dal sepolcro: appena osavano tremebondi appressarsi e far colloquj, sfuggendosi l’un l’altro: non stringevansi le destre, temevano l’alito reciproco, e con tronco saluto s’allontanavano, non prestando per anche fede alla ripristinata salute ed alla patria salva. A costoro sì guardinghi venivano incontro altri, i quali nell’incuria domestica, noncuranti delle pubbliche sciagure, e divenuti pingui pel lungo ozio, ridevansi dell’altrui prudenza e del terrore intempestivo, perciò solo che essi ignari di tema, e senz’usar cautele, erano nondimeno usciti illesi dalla pestilenza.

Gli uomini semplici, caparbj, che, restii a qualsiasi persuasione, non volevano credere ascondersi ne’ panni, e in molti altri oggetti un principio mortifero a chi li toccava; ed altri, i quali superando ogni timore per cupidigia di rapinare e per la dolcezza del lucro, afferravano quanto loro capitava alle mani, e poscia avidissimamente il custodivano, porsero di nuovo alimento alla peste. Il Tribunale di Sanità fu in grande travaglio per questi miserabili e per le robe ch’essi tenevano nascoste o sotterrate.

Gli punivano i giudici, ed ogni giorno emanavansi sentenze con multe e pene; ma nè i gastighi, nè il timore del contagio valevano a impedir loro di comperare, rubare e nascondere cose sospette o venderle altrui. Nessun vantaggio ritraevano da quel mercimonio perchè, o venivano colti e puniti dai satelliti [48] di sanità, o, se pure riusciva ad essi di deluderne la vigilanza, incorrevano in peggior danno per le robe comperate o vendute. Parecchi morirono per gli abiti, o i lenzuoli trafugati, e vi furono taluni che per un meschino guadagno, non solo la propria famiglia, ma villaggi, borghi, interi municipj, ormai liberi dalla peste, in nuovi guai e in nuove stragi precipitarono.

FINE DEL LIBRO SECONDO.

Note

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[1] La quale assurda opinione fu comune a tutti gli scrittori del tempo. Io sono di parere che li capi malfattori ed autori di tanta inumanità avessero anche patto col demonio, e che perciò, volendo eglino palesar il fatto, venissero da quello soffocati, perchè io ne ho visto alcuni li quali imputati di tal scelleraggine, temendo il dovuto gastigo, arrabbiati se gli crepò il ventre in due parti (Somaglia.)

Il Croce. Sino all’ultimo pertinacemente affermarono esser innocenti, sopportando del rimanente quella morte con assai buona disposizione, dal che si argomenta la diabolica fattura di questo fatto. (Pag. 49 )

Ed altrove aggiunge: che la diabolica fattura era tale che chi preso ne veniva con darle il primo consenso, sentiva tal gusto e diletto nell’andar untando che umano piacere sia qualsivoglia, non è possibile se gli agguagli (Pag. 52.

Il Tadino. In questo tempo non fu medico alcuno, nè persona inteligente che hauesse sentimento diverso di queste untioni pestilenti che non fossero con arte diabolica fabricate. (Pag. 117, e negli altri passi dove favella degli Untori.

La quale credenza delle unzioni, diffusa, come è detto sopra, nell’aprile, andò crescendo ne’ mesi successivi. Si poneva in opera ogni mezzo per scoprirne i supposti autori, e le gride succedevansi sempre più minaccevoli.

Cito i passi più importanti delle Gride medesime.

Avendo alcuni temerarj e scellerati avuto ardire di andare ungendo molle porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città, con unzioni varie bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali untuosità siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo stato, dal che potendone seguire molti mali effetti ed inconvenienti pregiudiciali alla pubblica salute, ai quali dovendo gli signori Presidenti e Conservatori della sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto per beneficio publico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d’ordine loro usate per metter in chiaro i delinquenti far pubblicare la presente grida.

Con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, ajutato o dato il mandato, o recettato  o avuto parte o scienza: ancorchè minima in cotal delitto, scudi 200 de’ danari delle condanne di questo Tribunale: e se il notificante sarà uno de’ complici, purchè non sia il principale, se gli promette l’impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio.

Ed a questo effetto si deputano per giudici il signor Capitano di Giustizia, il signor Podestà di questa città ed il signor Auditore di questo tribunale a’ quali o ad uno di essi avranno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali volendo saranno anco tenuti segreti.

Dato in Milano li 19 Maggio 1630.

M. Antonio Monti, Presidente,

Giacomo Antonio Tagliabue, Cancelliere.

Essendo pervenuto alle orrecchie dell’Illmo ed Ecc.mo Marchese Spinola etc., il disordine et temerità seguita in questa città di Milano et in quella di Cremona et Lodi dove sono stati unti quasi tutti li muri delle case, molte porte, e cadenazzi di esse con untioni di colore parte bianco, e parte giallo et il travaglio d’animo e spavento che questa mala atione ha cagionato al popolo per il timore conseguito che sia stata fatta per aumentare la peste, conferma la grida di Sanità 19 maggio, e promette altri 200 scudi, e liberazione di due banditi per casi gravi a chi soministra indizj ed impunità anche al complice purchè non sia il principale.

( 13 Giugno).

In molte parti dello Stato et in particolare delle città di Milano, Pavia e Cremona, et altri molti luoghi hanno con unti velenosi untate le porte, etc. con animo diabolico di dilatare la peste.

Promette l’impunità dei complici del detto delitto mentre non siano dei principali.... et il premio di scudi mille et la liberazione di tre banditi. (14 Luglio.)

La continuazione del velenoso male causato dalle untuosità pestilenziali che senza alcun timore delle minacciate pene si vanno tuttavia spargendo in questa città con tanta mortalità de’ cittadini, inducono S. E. a bandire nel termine di due giorni tutti i forastieri di qualsivoglia nazione, stato, grado, qualità, condizione, pena la vita et confiscazione dei beni. Mille scudi, e cinque anni di galera agli osti e tavernieri che non li denunziassero. (30 Luglio.)

[2] La gente camminava con pistole in mano: i nobili senza mantello, e con sportole per provigioni. (Pio della Croce.)

[3] Il Processo degli Untori, di cui s’è tanto parlato in quest’ultimi anni, esiste per intero nell’Archivio Criminale, o, per dir meglio, esisterà, giacchè andò in gran parte smarrito anni sono in un riordinamento di vecchie carte. La parte di esso che riguarda il Mora e gli altri condannati, si stampò nel 1630, perchè servisse a continuare il Processo medesimo coll’accusato Padilla. Pietro Verri fu il primo a spargere luce su questa miseranda storia degli Untori, scrivendo nel 1777 le sue Osservazioni sulla tortura, e singolarmente sugli effetti cee produsse all’occasione sulle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò milano l’anno l630. Fino dal 1761, Verri aveva abbozzate alcune idee sulla tortura, e nel Mal di Milza celebre almanacco che, unitamente al Zoroastro, pubblicò per filosofica celia in quell’anno, così esprimevasi, facendo, sotto forma d’indovinello, parlare la Tortura. «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la ferita, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me, il mio imperio è nato nei tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Undici anni dopo, cioè nel 1777, egli riassunse le proprie idee su quell’orribile abuso, e le ordinò nelle sue Osservazioni. Non vi sia discaro, o lettori, udire il giudizio che ne dà il benemerito Pietro Custodi nelle Notizie del Verri premesse al  volume XV, Economisti Italiani, Parte moderna.

"Per rendere più efficace la forza dei ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocini e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle Osservazioni sulla Tortura in grado eminente. Non temo d’incontrar taccia di esagerato, se dico che quest’Opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era il Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi; d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre (il conte Gabriele), era presidente di quel collegio di supremi giudici, che centoquarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del Senato potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sue Osservazioni, così il pubblico rimase defraudato di un’opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

Queste Osservazioni, unitamente alle Memorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, scritte nel 1768, furono pubblicate dal Custodi l’anno 1804, e formano il volume XVII, Parte moderna degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica. «Il manoscritto originale, dic’egli, di questa importantissima Opera, già disposto dall’autore per la stampa, mi venne cortesemente comunicato dalla stimabile di lui vedova. Io ho creduto di aggiungervi, quasi in forma di una lunga nota, le Osservazioni sulla Tortura, per soddisfare a alla curiosità di molti dhe bramavano di vederle pubblicate, e perchè altronde l’esempio del fatto atroce che ne forma il principal soggetto, può servire di più ampia dimostrazione della barbarie dei tempi ». (Pag. 53, Volume XV, Parte moderna).

Cesare Cantù, ne’ suoi Ragionamenti intorno alla Storia Lombarda del secolo XVII, pubblicati in via di commento ai Promessi Sposi nei volumi 11, 12 dell’Indicatore 1832, tolse dal Verri, e riprodusse tutto ciò che avvi di più importante nei due opuscoli citati, circa la condizione politico-economica di Milano a quell’epoca, e circa il Processo. Nel 1839 si sparse la voce in Milano cbe pobblicavasi un lavoro sulla Colonna Infame, e molte ciarle se ne fecero, nell’idea che fosse lo scritto tanto desiderato di Manzoni, o se d’altro lavoro originale. Ma al comparire del volume fu delusa l’aspettativa del pubblico, non essendo che una semplice ristampa della Parte Offensiva del Processo data in luce, come accennai più sopra, nel 1630, aggiuntovi, per informativa e per conclusione del fatto, due brani dei Ragionamenti di Cesare Cantù. Il libro non poteva gradire alla comune dei lettori, perchè nulla più nojoso d’un processo in istile barbaro e prolisso; quindi giace dimenticato: però è un documento storico non senza importanza pei Milanesi. Sceglierò alcune note ad illostrazione del Ripamonti, tanto dal Verri che dal Processo, citando di quest’ultimo l’edizione del 1839 degli Untori.

[4] Figlio di Domenico e di Paola, levatrice, habito in porta Ticinese nella Parochia di S. Pietro in Caminadella cioè al Torchio dell’Oglio: alli 26 di Maggio cominciai a far il Commissario sopra la Sanità per far sequestrare su gli infetti, farli condur via, et anche far condur via li morti di peste con li carri, commandando alli monati, et questo ufficio lo faccio per porta Ticinese; ma prima di far il Commissario attendevo a scartezar filisello. ( Processo, pag. 37. )

[5] Vedi nel Processo i lunghi costituti dei testimonj, i quali concordemente deposero che circa le due ore della mattina avevano veduto passare dalla Vedra dei Cittadini il Piazza, imbacuccato, tenendosi rasente i mori, e con in mano una carta fregare qua e là le pareti delle case e le porte, che si scoprirono imbrattate d’un certo onto che pareva grasso tirante ai giallo ... una cosa gialla che pareva che in duoi luoghi vi fosse stata buttata su con un deto. (Processo, pag. 10 e seg. )

[6] Di questa crudelissima esacerbazione non trovasi cenno nel Processo; forse è amplificazione rettorica del Ripamonti.

[7] L’infelice protestò nei primi esami la sua innocenza; ma lo spavento di venir sottoposto ogni giorno agli spasimi della tortura, e l’impunità promessa qualora palesasse il delitto ed i complici, lo spinsero, per amore della vita, alle più strane ed assurde confessioni.

« Il Piazza dunque chiese ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d’aver unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire che l’unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull’angolo della Vedra; che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose: è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì. Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si facessero a persone appena conoscenti, amico di buon dì, buon anno. Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. Il barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega: vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede poi. Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi erano tre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, però m’informerò da uno che era in mia compagnia, chiamato Matteo che fa il fruttaruolo e che vende gambari in Carrobio, quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano con detto barbiere. Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di quattro testimoni si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette: I. Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano. II. Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all’aria aperta, al solo contatto diano la morte. III. Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli. IV. Che si possa nel cuore amano formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso. V. Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione. VI. Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da sè le muraglie, cercasse superfluamente de’ complici. VII. Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l’occhio sopra uu uomo appena conosciuto. VIII. Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l’incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere! Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de’ spasimi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più inverosimiglianza». (Verri, Osservazioni, pag. 215.)

[8] Gio.Giacomo Mora era huomo di statura mezzana, grosso, faccia più tosto tonda che altrimenti, con carne bianca e rossa, con poca barba castana chiara, et era di trentotto anni in circa. ( Processo, pag. 374.)

Aveva in moglie Chiara Brivio, un figlio di nome Paolo Gerolamo, arrestato con lui, e quattro figlie, Anna, di 14 anni; Clara Valeria, di 12; Teresa, di 7, ed un’altra Teresa, di 6, onde è verosimile che fosse morta la precedente. ( Dai libri parrocchiali di s. Lorenzo, citati dal Verri)

[9] Gli si trovò fra gli altri: Un vaso con Ellettuario, con boletino che dice contra pestem, fatto a 21 Giugno, et è circa quattro deta. Se per sorte mi sono venuti in casa perchè io abbi fatto questo Ellettuario et che non s’abbi potuto fare, io non so che farli, l’ho fatto a fin di bene, et per salute de poveri, come si trovarà, perchè ne ho dato via per amor di Dio. (Processo, pag. 51.)

Questo unguento preservativo della peste era composto, secondo la deposizione del Mora, di olio d’olivo, olio filosoforum, laurino e di tasso; di polvere di rosmarino, salvia e ginepro, e d’aceto forte. E con questo s’onge li polsi, sotto l’asselle, la sola de’ piedi, il collo della mano, nelli genochij. (Ivi, pag. 75.)

[10] Il Tribunale chiamò Margarita Arpizarelli e Giacomina Andrioni, lavandaje, perchè esaminassero il liscio. Le loro risposte furono tanto stolide quanto potevasi aspettare da donne del volgo ignoranti e superstiziose.

Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle forfanterie, perchè il smoglio puro non ha tanto fondo, nè di questo colore, et non è tachente (viscido) come questo. Sa V. S. che con il smoglio guasto si fanno delli più eccellenti veleni che si possono imaginare. E l’altra. Quanto più si ruga in detto smoglio, si vede che viene più negro, et più infame, et con il smoglio marzo cattivo si fanno grandi porcherie, et tossici. (Processo, pag. 59-60.) Assurdità che non meritano la pena di una confutazione.

[11] Girolamo Migliavacca, arrotino, fu giustiziato il 7 settembre.

Pietro Girolamo Bertone, oste della Rosa, fu arrotato e scannato il 23 dicembre insieme con Gaspare figlio del Migliafacca ed altri.

Gio. Stefano Baruello, oste di San Paolo, e cognato del Bertone, si costituì volontario in prigione il 1.° luglio; l’undici ottobre gli venne intimata la sentenza di morte; promettendogli però l’impunità ove manifestasse gli untori e complici degli unti. Accettò, e in una deposizione, che è un assurdo romanzo, accusò come capo degli Untori il Padilla.

Baruello morì di peste in prigione il 18 settembre.

[12] Figlio del castellano di Milano. Dopo lunga procedura uscì innocente nel 1632.

[13] Il Baruello, nella sua pazza deposizione, eccitato a dire la verità, contorcendosi e battendo i denti, gridò: ù ù ù, se non lo posso dire: V. S. m’agiutti, ah Dio mio! ah Dio mio! È là quel prete francese con la spada in mano, che mi minaccia, vedetelo là, vedetelo là sopra quella finestra. I Giudici ritenendolo ossesso, fecero chiamare un sacerdote, il quale usò varj esorcismi, e benedì la finestra accennata dal Baruello, che intanto strillava, gridando scongiurate quello Gola Gibla. Alla fine eccitato più volte a parlare, egli proruppe in queste parole: «Signore quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bachetina nera lunga circa un palmo, che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano ad uno libro largo in foglio, come di carta picciola da scrivere, ma era grosso trè deta, e l’aperse, et io viddi sopra li foglij delli circoli, e lettere a torno, a torno, e mi disse, che era la clavicola di Salomone, e disse, che dovessi dire, come dissi queste parole Gola Gibla, e poi disse altre parole hebraiche, aggiongendo, che non dovessi uscir fuori del chierchio, perche mi sarebbe succeduto male, et in quel ponto comparve nell’istesso circolo uno vestito di Pantalone, et all’hora il detto Prete tenendo il quadretto dell’onto nelle mani disse, Attaccatevi à me, ne babbiate paura, e poi voltatosi verso di me, disse, Riconoscete voi questo quà per vostro Signore, facendomi cenno, che dicesi de sì, et io all’hora risposi: Signor sì, che lo riconosco per mio Signore, e lui, cioè detto Prete andava dicendo, nec propter te, nec propter alios, mirando all’ampolino dell’onto, che haveva nelle mani, oltre molte altre parole de quali non mi raccordo, e mentre ero in detto circolo io non vedevo alcuno fuori, che il detto Prete, e detto Pantalone: partì poi detto Pantalone, sentito che hebbe ch’io lo riconoscevo per mio Signore, et uscito fuori del circolo, viddi il Signor Don Gioanni il quale mi disse avete visto colui? denari non ve ne lascerà mancare; et io dimandandoli chi era detto Sig. Don Gioanni rispose che era il diavolo: all’hora detto Prete li restituì detto ampolino, et il Sig. Don Gioanni lo diede à me dicendo: Horsù vi ho conosciuto per galant’homo mi voglio affidar di voi, pigliate questo vaso, che è di quelli onti, che hoggi dì vanno per Milano, e perche non è perfetto, trovate ghezzi, e ratti, come ho già detto di sopra, poi mi soggionse: Non vi dubitate, che se la cosa va à luce, io sarò padrone di Milano, e voi vi voglio fare delli primi di Milano ». (Processo, pag. 227)

E seguitò la sua filastrocca, accusando molte persone, e particolarmente un Carlo Vedano maestro di scherma. Baruello era un furfante matricolato, che fingendosi invaso dal diavolo, sperava a forza d’invenzioni e bugie, scampare la vita, godendo l’impunità promessa; ma egli non fece che compromettere nuovi innocenti, e chi sa quante altre vittime avrebbe sagrificate se in pochi giorni non fosse morto, come notai, di peste.

[14] Il Mora e il Piazza subirono la morte il 2 agosto con tutte le barbare esacerbazioni portate dalla sentenza 27 luglio del seguente tenore:

«Riferito in Senato dal Magnifico Senatore Monti, presidente dell’Uffizio di Sanità, il processo istrutto contro G. Piazza e G. G. Mora, che con pestifero unguento unsero la Città, e udito esso magnifico presidente, e raccolti i voti di tutti i Senatori, venne nella determinatione che i predetti Mora e Piazza, intimata ad essi la morte, vengano tormentati colla corda ad arbitrio d’esso magnifico Presidente, intorno agli altri punti e ai complici; e che avuti per ripetuti e confrontati, sopra un carro sieno condòtti al solito luogo del sopplitio, e per via sieno morsi con tenaglie infocate nei luoghi dove peccarono; ad entrambi si tagli la destra davanti alla barbieria del Mora, e spezzate le ossa secondo il costume, e la ruota si levi in alto e si intreccino vivi in quella, e dopo 6 ore sieno strozzati, e subito i loro cadaveri sieno bruciati, e le ceneri gettate nel fiume, e la casa del Mora si distrugga, e al posto suo s’alzi una colonna che si chiami infame con un’iscrizione del fatto, e a nessun più in perpetuo sia concesso rifabbricarla. Ai creditori particolari si soddisfaccia coi beni dei condannati se ne avranno, se no del pubblico; i beni del Mora e del Piazza si confischino. Nel condurli al patibolo si tenga questa forma. Precedano due trombetti che annuntino al popolo la causa della condanna e del supplizio. Siavi bastante scorta, che non avvenga tumulto nel popolo, e perciò si chiudano le case dei sospetti; e si proclami che ciascuno stia in casa, e si guardi. Il luogo dove avrassi a far la giustizia cingasi di steccati di legno, i quali affinchè non possan essere infetti con quell’unguento pestifero, custodiscansi da uomini a ciò; e a quel luogo facciasi un coperchio, acciocchè i frati possano con minor incomodo assistere ai condannati, e di tutto diasi avviso al vicario di Giustizia. Ottaviano Perlasca sottoscrisse, sigillò ecc. ».

Chiuderò questo capitolo con un documento importantissimo, perchè prova ad evidenza l’intima persuasione, e in uno lo spavento che i magistrati avevano degli unti. Si noti che il fulminante decreto uscì cinque giorni dopo il supplizio del Mora.

Philippus IV Dei gratia Hispaniarum ecc. Rex, et Mediol. Dux ecc.

Hauendo prodotto questo infelice secolo huomini per non dir mostri, usciti dalle più horride parti dell’Inferno, quali già divenuti così scelerati et crudeli, che con fini barbari ed infami eccedendo nella lor ferità tutti i termini dell’humana crudeltà, hanno havuto ardire di cospirare nella morte ed eccidio de’ Popoli e Città di questo stato, co ’l fabricare veneni pestiferi e dispergerli per lo case, per le strade, per le piazze e sopra gli huomini stessi, uccidendo in questo modo infinito numero de’ cittadini e famiglie senza distintione di età e di sesso e di stato; nè contenti di questo sono arriuati a segno tale d’empietà verso Dio, che fatti sacrileghi gli hanno ancora disseminati sopra persone sacre, ed introdotto ne’ Chiostri a huomini Religiosi, e Vergini sacre ed innocenti, ed ancora nei Sacri Tempij, imbrattando con essi le Sante Immagini ed i Sacrosanti Altari, acciocchè niun luogo restasse in tutto della loro empietà sicuro a’ miseri, che per la salute propria e comune ai Santi intercessori ed allo stesso Dio ricorressero. E quello che più accresce l’horrore è, che molti di questi tali scellerati, mossi da una infame ed essecranda avaritia, diuenuti parricidi siano arriuati a stato tale d’empietà, di tradir per danari la propria Patria, e quei Cittadini, coi quali s’erano nodriti ed allettati, col fabricare e disseminare in essa questi pestiferi veleni, rompendo con più non udita inhumanità quei legami sacrosanti d’amore, coi quali dalla  natura, da Dio stesso, e dalla continua consuetudine i cuori humani si sogliono insieme stringere ed alligare. Per rimediare ad un delitto tanto grande, e sradicare dal mondo huomini tanto empj ed inhumani, oltre il premio proposto a chi metterà in chiaro il detto delitto dal Tribunale della Sanità di scudi 200 e l’impunità ad uno dei complici con grida del 19 maggio p. p. fu d’ordine di S. E. publicata altra grida sotto il 23 giugno susseguente, con premio di altri scuti 200 da pagarsi dalla R. Camera, e d’altri scuti 500 offerti dalla città di Milano, e della liberazione di due banditi di casi graui, con l’impunità ad uno dei complici, a chi mettesse in chiaro il detto delitto. E communicato poi il negotio col Senato, il quale stimò questo delitto in questa parte andar di paro con quello di Lesa Maestà, anzi esser con esso inseparabilmente congiunto, fu comminato con publico Editto del dì 11 Luglio a quelli che sapessero quali fussero i rei di un tanto delitto, e non lo rivelassero, la pena della vita, e confiscatione de’ beni che dalle leggi era prescritta a quelli che non scoprissero i rei di Lesa Maestà. Ed ultimamente con altra grida delli 13 luglio, fatta col parere del medesimo Senato: per dar maggior animo a quelli che havessero voluto metter in chiaro questo fatto, si propose nuovo premio dell’impunità a trè complici e di mille scuti, e la liberatione di trè banditi di casi riseruati, purchè hauessero le opportune remissioni. Ed il Senato, essendo venuto sotto il suo giudizio due di questi traditori della patria, con la sentenza del 27 luglio, ha posto mano a quella maggior severità delle leggi, che fosse conforme, non all’enormità del delitto, poichè a quella è impossibile arrivare, ma all’habilità della natura humana ed alla Christiana pietà.

Ma perchè non conuiene tralasciar alcun rimedio per sradicare dal mondo sceleratezza tanto empia, e fiere tanto crudeli, ha risoluto l’Ill. ed Ecc. signor Ambrosio Spinola ecc., con parere anche del Senato, di far pubblicare la presente grida.

Con la quale inherendo alle sudette, le quali vuole che restino nel suo rigore e forza, ed a tutte le proibitioni e pene fatte ed imposte dalle sacrosante leggi, così comuni come particolari di questo stato, per la salute commune e beneficio publico, prohibisce a ciascuna persona di qualunque conditione e stato sia, senza eccettuarne alcuna, il fabbricarne o far fabbricare questi pestiferi veneni, o l’usarli sotto pena della vita, in modo che condotti al luogo del Patibolo, le siano dal Carnefice con una ruota ben ferrata, spezzate ad uno ad uno tutte le ossa principali del corpo dal cranio della testa impoi, perchè possino i loro corpi esser intessuti viui frà i raggi di detta ruota, e poichè in essa frà quelli acerbi cruciati in pena della sua sceleratezza ed ad esempio de’ simili mostri di crudeltà havranno vomitata quell’anima infelice, che informaua quel corpo scelerato, sia quell’infame cadavere come peste del mondo, gettato nelle fiamme, e ridotto in minima polvere che sparsa nell’acqua di vn vicino fiume, si disperda, non convenendo che qualsiuoglia minima parte di lui habbia sepoltura in quella città ò luogo, che haurà così empiamente tradito.

E se questi tali saranno Cittadini ò Sudditi di questo Stato, commanda S. E. che le Case di tanto empj parricidi, come Nidi dei traditori, siano rouinate e distrutte; e che i posteri loro, come quelli che haueranno hauuto la descendenza da’ traditori della patria, siano in perpetuo priui di tutti gl’honori, commodi, priuilegi, utilità proprie de’ Cittadini e Sudditi di questo Stato, e siano tenuti, trattati in tutto e per tutto come stranieri e d’altre nationi, e per la nota che porteranno sempre seco d’esser discesi da sangue d’empij parricidi contra la propria patria, sia abborito il Commercio loro, come se fossero nati fra que’ popoli che sono stimati, più barbari e fieri, e sogliono seruir ad altri per esempio d’ogni inhumanità e crudeltà. Riseruando sempre al Senato l’arbitrio di aggiunger a queste pene quei maggiori cruciati che la giustizia, e la seuerità delle leggi, havuto risguardo all’attrocità del fatto, richiederà.

Commanda di più S. E. che tutti i complici di un così horrendo delitto siano sottoposti alle stesse pene, ed in oltre ordina che non sia alcuna persona che habbia ardire di tenere in Casa ò in altro qualsivoglia luogo conseruare sotto pena della vita, questo pestifero veneno, nè trattar di fabricarlo, ò usarlo, rimettendosi nel genere della morte all’arbitrio del Senato, havuto riguardo al fatto, ed alle persone, seruando però sempre la dovuta seuerità.

E perchè il distinguer da veleno a veleno potrebbe turbare l’essecutione della presente grida, dichiara S. E. che tutti li Veneni che non saranno nella sua semplice e natural forma, ma misti ò trasformati, siano giudicati per pestiferi, ad effetto all’essequire le sudette pene.

Et acciochè tale e così essecrando delitto non possa restar occulto, promette S. E. l’Impunità a quello de’ complici che preuenerà gli altri in darne parte alla giustizia; e si dichiara che a quelli che si lasceranno preuenire sarà da S. E. denegata ogni Gratia e misericordia, e lascierà che abbia contro di loro effetto la seuerità della giustizia.

Di più commanda S. E. che tutti quelli che sanno ò sapranno alcuni esser colpevoli di tutti ò alcuno de’ sodetti delitti, siano tenuti subito a venirli a denuntiare alla giustizia, sotto pena d’esser tenuti Complici, auuertendo bene a non lasciarsi prevenire da alcuno, perchè se si scoprirà che l’habbino saputo, e si siano lasciati preuenire da altri, non s’admetterà alcuna scusa, ma saranno con ogni pena più severa et essemplare castigati.

Dichiara inoltre S. E. che per la presente grida fatta in materia di questo pestifero Veneno, non si intende di derogare a qualsiuoglia altra Legge, che proibisca il fobricare, usare, portare e ritenere veleni: anzi vuole che tutte le leggi intorno a ciò fatte siano inuiolabilmente osservate ed esseguite.

E commanda S. E al Capitano di Giustizia, Podestà di Milano ed agli altri Podestà delle Città e Terre solite, a far pubblicare questa Grida acciò venga a notitia di tutti.

Data in Milano alli 7 di agosto 1630. Ex ordine S. Ex. Antonini Ferrer

Vidit FERRER.

Proueria.

[15] Esaminando i processi degli Untori, che esistono in gran numero nei nostri archivj pubblici e privati, trovai molti inquisiti, arrestati appunto nelle campagne. Mi ricordo aver letto tra gli altri il processo d’un frate laico, che venne preso nelle vicinanze di Legnano, perchè alcuni ragazzi, i quali custodivano le vacche al pascolo, corsero in paese gridando ch’ egli aveva unta una pianta, vicino la quale erasi soffermato per bisogni naturali.

[16] Anche il vicino Limbiate andò immune dalla peste, se vuolsi dar fede alla tradizione popolare conservata in paese fino ad oggi. Però in entrambi gli archivj parrocchiali non esiste ricordo alcuno intorno il contagjo del 1630 a conferma d’una tanto fortunata eccezione nella generale catastrofe.

Devo questa notizia alla gentilezza del Rev. parroco di Limbiate Domenico Galli, che dietro mia inchiesta ebbe la compiacenza di esaminare i suddetti archivi.

[17] Plebeij quoque nobilium.

[18] Pare che alluda a Gustato Adolfo re di Svezia, detto il Leone del Nord, che per sostenere la Riforma di Lutero guerreggiava in quel tempo contro l’imperatore Ferdinando ed i principi cattolici della Germania.

[19] Da queste franche parole appare che il nostro Storico non era persuaso delle unzioni. Infatti egli si limita a tradurre nel seguente capitolo il Tadino, nomo, e pei suoi talenti e per la carica di Conservatore della Sanità, molto stimato. L’urtare un’opinione generalmente creduta non solo dal popolo, ma dai nobili e magistrati, e cui inclinava a credere lo stesso Arcivescovo, era per sè pericolosissimo. Aggiungasi le traversie sofferte dal Ripamonti ed i molti suoi nemici, e si troverà che il lasciare, siccome fa, in dubbio se le unzioni fossero reali o immaginarie egli è quanto potevasi esigere da uno storico posto nelle sue circostanze.

[20] Atque post ejus mortem futurus alter quodammodo Septalius, dice il testo. La frase affixus lateri senis haerebat, indica con molta forza l’amicitia e famigliarità strettissima che unirà questi due medici, così distinti per talenti e bontà di animo, e i quali, per eminenti servigj prestati alla patria durante una lunga carriera, e specialmente nel contagio, meritano che la loro memoria sopravviva benedetta tra i non ingrati posteri.

[21] Il Tadino somministrò importanti notizie al Ripamonti, senza le quali avrebbe difficilmente potuto rischiarare molti punti della storia del contagio. E perchè questo Istorico personalmente non si trovava presente alla crudeltà di questo pernitioso contagio (finora non mi fu dato scoprire dove si fosse ritirato il nostro Ripamonti), però ne anche poteva essere informato d’alcune certe speciali et esentiali particolarità che la città desidera; anzi la sua fatica si sarebbe resa molto imperfetta, quando che o sì per ubbidire a chi mi poteva commandare come che anche per essermi in persona à comune prò della mia Patria dal principio sino al fine di così grande flagello adoperato, non hauessi soccorso de’ molti avvisamenti et osservationi come ne’ suoi libri, con più et longhe memorie egli testifica. (Ragguaglio, ec., nella Dedica al vicario Orrigoni)

[22] Apparve nel fine del mese di Giugno una Cometa molto grande verso settentrione et durò longo tempo, vista da più persone; come ancora si viddero alcuni Eclissi et in particolare del Sole et della Luna; inditio manifesto del futuro gastigo della peste che N. S. ci voleva mandare . . . . Di modo aponto spirata la Cometa, puoco doppo successero di nuovo le untioni nella città principalmente, et suo Ducato et doppo passarono per tutto lo Stato. (Tadino, pag. 110.).

[23] In questo pomposo elogio del Tadino, come «strologo, e nella protesta che fa il Ripamonti della propria ignoranza e timidezza nella medesima scienza, non ti sembra, o lettore, di travedere una pungentissima ironia? Era il nostro Storico, per acume d’ingegno e libertà d’opinioni, molto innanzi de’ contemporanei, e in tutte le opere di lui scorgesi come disprezzasse buona parte dei pregiudizj comuni a que’ giorni; ma la credenza delle unzioni era così generale, che il negarla sarebbe stato, lo ripeto, pericoloso. Nè Ripamonti, sfuggito una volta all’Inquisizione, era uomo da incapparvi la seconda, ciocchè non sarebbe stato difficile, stantechè l’inquisitore generale, come vedremo avanti, le autenticò, per così dire, coll’autorità delle sue parole.

[24] Secondo il Tadino erano francesi. (Pag. 111.)

[25] Occorse che costui (il francese) trattò per accidente di tutte queste cose con un Battiloro detto il Borghino, il quale habitava vicino alla casa del Senator Arconato, presidente all’hora della Sanità di tutto lo Stato, et subito consèrto dal Borghino questo negotio, con Gio. Battista Cogliate persona giuditiosa et prudente, et desideroso molto della salute publica, et domestica della casa del sodetto Presidente. Il quale essendo stato avvisato dal detto Cogliate et ricordandosi delle lettere reali... nel fare del giorno seguente dell’avviso, lo fece far prigione, ec. (Tadino, pag. 111.)

[26] Tutt’altro che rilasciato! Essendosi rinvenuta fra le sue robe una vestina dell’habito di S. Francesco di Paola con una cintura del detto ordine, dovè confessare ch’era frate. Arrivò questa nuova al Padre Inquisitore Generale, il quale per suo officio, come appostata et habitato in Geneura lo sequestrò con tutte le sue robbe, et puoco dopo lo fece condurre al Santo Officio, il quale esaminato sopra altri particolari, di più di quello haueua fatto il Tribunale della Sanità per interesse del suo officio, s’intese che confessò il pregione molte cose pregiudiciale alla salute dell’anima sua et scandalo universale; dove puoco doppo fu condotto a Roma d’ordine di quella Santa Congregatione. (Tadino, pag. 112.)

[27] Il Tadino dice che gli Untori servivansi di escrementi putrilaginosi; delli buboni, carboni, et antraci pestilenti misti con altri ingredienti, li quali per hora non conviene riporgli in carta .... ( Pag. 119. )

Sono incredibili le assurdità che si propalavano intorno la compositione di tali supposti unguenti. I poveri accusati, per sottrarsi agli atrocissimi spasimi della tortura, facevano sì pazze e strane confessioni, che sarebbe bastato un po’ di buon senso nei giudici per scorgere a colpo  d’occhio la falsità; sgraziatamente la credenza generale nelle unzioni era sì forte, che soffocava non solo il buon senso, ma ogni principio di giustizia. Si pigliava di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, nè vi entrava altro ingrediente o bollitura. Così il Mora, in uno dei costituti; le quali aberrazioni da delirante, prodotte dal bisogno di sottrarsi al martirio, e dopo ritrattate, cadevano al solo riflesso che i due ultimi schifosi ingredienti nemmeno per sogno sono velenosi, e la bava degli appestati non era facile raccoglierla clandestinamente in gran quantità, e maneggiarla senza contrarre la peste.

Ed il Maganza, figlio di frate Rocco, altro implicato nel processo. Il cognato del Baruello mi disse: andiamo fuori di Porta Ticinese, lì dietro alla Rosa d’oro, ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei ratti e dei ghezzi ed altri animali. Quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra, e fanno gli unguenti, e li danno poi a quelli che ungono le porte: perchè quell’unguento tira più che non fa la calamita.

« Un pazzo legato non potrebbe fare un dialogo più privo di senso di questo, e allora seriamente veniva scritto. L’unto malefico, secondo il romanzo del Mora, era di bava, sterco e ranno; ora, secondo il figlio del frate Maganza, era di serpenti, rospi, ec. nodriti di carne umana, ma non si sapeva allora che questi animali non mangiano carni! A un sì strano e bestiale racconto conveniva di opporre alcune interrogazioni necessarie ... Tutto si ommise. Il fanatismo voleva trovare il reo dopo di avere immaginato il delitto ». (Verri, Osservazioni, pag. 232.)

[28] Dice il Tadino che i Decurioni di Palermo per liberarse da questo nemico così crudele si facevano tanto liberali con abbondanza de dinari che somministravano fin due dople al giorno di mercede alli Monatti oltre li straordinarj et furti che potevano fare .... E si ridussero (i Palermitani) a tal stato miserando, che se la peste s’appizzava in due case in una contrata, v’erano gli ordini tanto rigorosi, che subito attaccata s’abbruggiasse tutta, spettacolo invero horrendo! (Pag. 119.)

[29] Avete curiosità di sapere in che consistesse questo famoso Unguento? Ecco la ricetta che insieme con altre parecchie trovasi nel Trattato di vari Rimedi contro la peste nel libro del cavaliere Ascanio Centorio intorno il contagio del 1576.

Unguento Pretioso et Mirabile

Contro la peste, che fu manifestato da uno che venne per infettar Milano, che fu poi per questo giustitiato

Piglia Cera nuova                 oncie 3

Olio d’oliva                             oncie 11

Olio di Hellera                       ½

Olio di sasso                           ½

Foglie di aneto                       ½

Orbaghe di lauro peste      ½.

Salma                                       ½

Rosmarino                             ½

Un poco d’aceto.

Et tutte queste cose si fanno negli sopradetti oglij bollire tanto che ogni cosa sia bene incorporata insieme ammodo d’ unguento del quale poi si ungono le narici del naso, ovvero li polsi della testa, o delli bracci, et sotto la suola de’ piedi, usando prima il mangiare de agli, cipolle, e gustare dell’aceto.

[30] E come se gli unguenti non bastassero, si trovarono anche le polveri venefiche.

S’aggiunse di più, che oltre l’unguento pestilente et venefico fabricavano ancora una polvere della moderna natura et qualità, la quale spargevano nelli vasi dell’acqua benedetta pigliata dal popolo nelle chiese et ancora nelli luoghi della povertà dove si trouauano camminare con li piedi ignudi, attaccandose alle mani et piedi haueva tanta forza che incontinente quelle misere creature s’infettavano et morivano in brevità di tempo. ( Tadino, pag. 119.)

[31] Tadino dice che erano figliuole di un Antonio Vailini di Caravaggio. (Pag. 121. )

[32] Codesto G. B. Farletta, morto in prigione durante la procedura, venne abbruciato in effigie il 7 settembre mentre si giustiziavano il Maganza ed altri untori.

[33] Mentre odorava la superficie, nel manico ouero piede vi si trouava il veleno, et morse in brevità di tempo. (Tadino, pag. 121.)

[34] Che si trouaua di colore gialdetto oscuro. Questa pretesa unzione accadde nel settembre 1630, ed il Tadino s’appoggia alla relazione del dottore e avvocato Giuseppe Dondeo, delegato nel Tortonese.  (Pag. 122.)

[35] Avendo il Ripamonti tradotto questo pazzo racconto dal Tadino, io cito l’originale perchè sarebbe inutile ed assurdo il ritradurre dal latino. ( Tadino, pag. 123. )

[36] Alle ore 23, secondo il Tadino, meglio informato; perchè il Ripamonti non trovavasi a Milano.

[37] Ma il camminare con tanta gente fu causa, che di queste persone molte fossero unte, et morsero in breve tempo, et per dir il vero nel principio del mese di agosto et nel prossimo non vi era giorno che non si sentissero grande novità di queste maladette untioni per le contrade di questa città, il che tutto di notte succedeva, et pochi malfattori si ritrouauano. (Tadino, pag. 129)

[38] Ma non dimorono quà le miserie nostre, che queste untioni passorno ancora fuori della città per le terre, et ville, et di più corse voce che sino li frutti fossero stati unti. Oltre di questo comminciò entrare il contagio et mortalità nelle bestie bovine, et ancora nei caualli et durò longo tempo sino l’anno 1635. (Tadino, pag. 129.)

[39] Accidit vero facetum atque elegans quiddam.

[40] Hominem sine fine deosculabatur.

[41] Il Padre Casati uomo d’animo mite ed il compagno più severo entrarono nel Lazzaretto il 30 marzo: era un sabbato santo. (Croce. )

Era il Padre Felice Casali di età matura, e l’altro Padre Michele giovine d’anni, ma ambi duoi di molto senno, et di prudente giuditio cittadini milanesi; Padri invero tanto caritatevoli et infervorati nel servitio di Dio ..., che se questi Padri iui non si ritrouauano, al sicuro tutta la città annichilata si trouaua.

Poco dopo il Padre Casati s’ammalò in causa del manigoldo portinaro ed apparitore del Tribunale Paolo Antonio Gallorate, il quale per li furti che lui, figliuoli et figliuole lavandare faceuano, restorno per divino giuditio tocchi dalla peste: doue non palesandola al fisico Appiano, al quale detto Gallarate seruiua portandogli il libro sopra il quale scriueua le medicine per gli infermi, restò ancor esso contaminato .... et puoco doppo restorno offesi li due padri cappuccini con un bubbone all’inguine atteso che li medemi padri spesse volte teneuano nelle mani il medemo libro, sì che il portinaro con li figliuoli presto morirono et li Padri con detto Fisico Iddio lodato si risanarono. (Tadino, pag. 94, 98.)

In maggio s’infettò anche il padre Michele Posbonello; ma sì mitamente che non fu quasi mai obbligato a letto. In principio di giugno il Padre Cristoforo di Cremona sacerdote molto avanti eletto a quel servitio tolto li ostacoli, che sin allora gliel’avevano impedito alfine entra nel desiderato aringo .... Desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente, a’ 10 di giugno, morendo di peste per il servitio di que’ poveri, nella persona de’ quali serviva il suo diletto Gesù.  (Croce, pag. 12.)

[42] Per stragem illam hominum atque tuguriorum.

[43] L’esimia condotta del Padre Casati e del suo compagno Pozzobonello ottennero meritamente il più dolce compenso che uomo bramar possa in terra; la riconoscenza di tutta una popolazione. I Cappuccini desiderar non potevano con più lusinghiero attestato di quello che loro diede la sanità colla patente sottoposta. E sembra che per onore dell’Ordine ne diramassero copie in varj conventi. Lo desumo da quella che io ebbi sottocchio, e che ha in calce quanto segue.

« Collazionata coll’originale da me Frate Ilario da Milano, sacerdote Cappuccino, e socio ordinario, per ingiunzione del Rev.o Padre Lorenzo da Novara, Provinciale e Ministro dei Frati Cappuccini della provincia di Milano. E siccome trovai concordare parola per parola, in fede sottoscrissi, apponendovi il suggello maggiore di essa provincia, per mandato del prefato Rev.o Padre Provinciale. Dato in Milano nel nostro convento della Concezione il xxi Ottobre 1646.

Frate Ilario da Milano

Il Presidente et Conservatori della Sanità dello Stato di Milano».

« Poichè la memoria delli egregij fatti, si deve procurare di accrescere, e mantenere nelle menti degl’huomini, per accenderli a gloriose opere, et innanimarli a mostrare di sè quel valore, et virtù, che puonno farli in ogni secolo immortali, e renderli dopo morti vivi. Con questa ragione, debbiamo donque essaltare l’opere insigne, et eroici fatti del Padre Felice Casato hora Guardiano del Monastero nuovo de’ Capuccini in Porta Orientale di questa Città, il quale con animo invitto, andò ad incontrare la morte, col sottoporsi a manifesto pericolo delta vita, mentre pregato da’ Signori Carl’Antonio Roma, et Geronimo Legnano nobilissimi Cittadini, a nome di questo Tribunale, et de’ Signori di Provisione, a far opera con li superiori di quel Monastero, acciò mandassero qualche Padre della loro Religione ad assistere, et governare il Lazaretto di S. Gregorio fuori di P. O. di questa Città. Egli prontissimamente fece offerta di sè stesso, la quale fu accettata con molto giubilo da detti Signori. Ed ottenuta ch’ebbe detto Padre la dovuta licenza da’ suoi superiori: si rinchiuse col Padre Michele Posbonello suo Compagno (il quale dopo rihavuto dal male contagioso, e continovando nelle solite fatiche di molti mesi nell’istesso Lazaretto: caduto in grave infermità, e portato dal detto Lazaretto al suo Monastero, in fra pochi giorni, rese l’anima a Dio) nel Lazaretto sodetto alli 30 di Marzo l’anno 1630 con carico di Regente e Governatore di detto Lazaretto, con ampia autorità concessagli da questo Tribunale sotto il Presidentato del Signor Senatore Marc’Antonio Monte di gloriosissima memoria, di amministrar giustizia, di castigare i delinquenti, disobedienti, et inosservanti degl’ordini di questo Tribunale; di comandare, ordinare, prevedere, e fare tutto quello, che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario al buon governo d’esso Lazaretto, et al servitio degl’infetti, et sospetti, che in quello si ritrovavano: e che nell’avvenire vi fossero entrati per dover essere curati, o per fare la quarantena. Ha atteso questo Padre al detto carico vintitrè mesi continovi con somma pendenza, vigilanza, e carità, con l’agiuto di dodici Padri della sua Religione, quali sono morti di peste nel medesimo Lazaretto per servitio di esso; havendo hauto sotto al suo governo, et commando, tal’hora più di sedici mille anime, e governato nel detto spatio di tempo da cento milla persone, e più alle quali ha fatto provedere, non solo li alimenti, e medicinali necessari per il corpo, ma ancora somministrato li santissimi Sacramenti, et altri agiuti spirituali per l’anime loro, havendo quotidianamente celebrato il santo sacrificio della Messa, predicato, frequentemente esortando li poveri appestati alla patienza, penitenza, et rassegnatone di se medesimi nel voler di sua Divina Maestà. Ma non contento degli infiniti travagli, et dell’inesplicabili fatiche del Lazaretto, ha voluto adoperarsi anco in servitio della Città, e suoi contorni, col provedere de’ Monatti, e Carri per condurre alli fopponi i cadaveri, e per levare gli appestati vivi, col far interrare i morti del Lazaretto, e quelli che di giorno e di notte erano portati dalla Città in tanto numero; havendo anco fatto cavare diversi fopponi vicino al Lazaretto, e provisto agli altri sparsi in diverse parti fuori dalla Città, acciò da quelli non esalasse fetore, et accompagnato molte volte (portando la Croce) li medesimi appestati levati dal detto Lazaretto, a quello di S. Barnaba per dar luogo ad altri più pericolosi; havendo anco eletto tanti Ministri, quali appena assentati, si trovavano caduti nell’infettione, et morti. Et con la sua opera, et industria, in tempo tanto calamitoso, in gran parte ha provisto a tanti migliaja di persone il vitto necessario. E finalmente dopo d’aver patito infiniti disagi, sostenuto diverse infermità et esser stato due volte sì crudelmente dal male contagioso oppresso, che più tosto ad opera Divina, che ad agiato hamano si può attribuire la di lui ricuperata salute: se n’è ascito con buona licenza di questo Tribunale vittorioso dal detto Lazaretto nel quale ha dimorato dal principio del male sino al fine, sotto il comando delli Signori Presidente della Sanità, Monte, Arconati, Visconte; et ultimamente, sotto il Sig. Senatore Sfondrato hora Presidente. Et perche la grandezza dei meriti di detto Padre, et il voto di povertà della Religione, lo rendono incapace di premio terreno: l’habbiamo almeno voluto honorare colla presente nostra testificatione d’indubitata verità di tutte le predette cose, et anco maggiori, la quale servirà a perpetua memoria, et essaltatione sua, a gloria di Dio, et ad esempio de’ buoni Cittadini, et benemeriti della Patria loro. Dato in Milano li 20 Magio 1632.

D. Giovanni Sfondrato, Presidente.

Giacomo Antonio Tagliabue, Cancelliere.

[44] La chiesa ed il convento delle Grazie furono edificati nel luogo ov’esistevano i quartieri delle soldatesche di Francesco I Sforza. Il conte Gaspare Vimercati, generale delle medesime, donò ai Domenicani il sito e pose nel 1464 la prima pietra del convento. Egli morì prima di aver finita la chiesa e la raccomandò a Lodovico il Moro, che la fece ultimare da periti architetti, gettando a terra la maggior cappella e l’antico coro: fu ultimata nel 1497 dopo la morte di sua moglie Beatrice d’Este. La stupenda cupola delle Grazie è opera del Bramante. Sarebbe superfluo ricordare che nel monastero esisteva il famoso cenacolo di Leonardo, di cui oggi non rimane, per ingiuria del tempo, quasi più traccia.

[45] Il Consiglio Generale dei 60 Decurioni, dopo avere con solennissima pompa visitata la cappella della Madonna del Rosario in questa chiesa, il 27 maggio 1631, decretò, in rendimento di grazie, una lampada d’argento del valore di 500 a 600 scudi con tanto reddito annuale che bastasse a comperare l’olio per tenerla continuamente accesa. Nel 1796 la lampada fu rubata mediante un foro praticato nel muro della cappella; nel 1816 la fabbriceria delle Grazie fece istanza alla città, e fu messa in corso l’antica prestazione di quattro zecchini all’ anno per la spesa dell’ olio.

Di ciò esiste memoria sopra l’ingresso, munito di cancelli di ferro, che mette all’antica cappella della Madonna. Trovasi nella mezzaluna un dipinto a fresco, del quale non indicano l’autore nè il Torri, nè Lattuada, nè lo stesso elenco delle pitture esistente in detta chiesa, ma che io crederei di scuola del Cerano. Rappresenta la Vergine che apparisce in mezzo a due angeli, uno dei quali sostiene la lampada dell’olio miracoloso entro cui un Domenicano intinge una penna per toccare gli appestati che in diversi gruppi sono disposti nel fondo. Sotto leggesi la seguente iscrizione, che traduco al solito dal latino:

A

D.   O.   M.

la città di Milano

infuriante in essa crudelmente la peste

negli anni mdcxxx e mdcxxxi

sperimentato l’olio salutifero

della lampada di maria delle grazie

alla medesima

con lampada argentea

perchè arda in perpetuo

dinanzi la sacra effigie sua

il voto della riconoscenza

esultante sciolse

l’anno di riconciliazione

MDCXXXII.

 

[46] Dove morivano 1700 persone al giorno, cessò in modo la strage, che non rimanevano estinte che tre o quattro al giorno. (Somaglia.)

[47] La quarantena generale fu proposta nel luglio: ma non attivata dietro parere della Sanità, perchè, dice il Tadino, mai fu osservato in niuno tempo di peste nel maggior fervore dell’estate venire a quarantena ... molto più che le persone stesse sarebbero crepate nelle loro proprie stanze, nelle quali ogni giorno se ne trovavano morti e infetti.

Verso poi il fine di settembre et principio d’ottobre fu dato principio alla quarentena generale..: si cominciò a prohibire a tutti gli infetti et sospetti che non caminassero più per la città, sapere nome cognome de commissarj, apparitori, et Monatti, perchè molti non rolati andavano con grande temerità facendo l’offitio che più le gradiua, mentre potessero rubare.

In novembre s’incominciò veramente la quarantena di giorni 22, affidando la sovr’intendenza di ciascuna porta della città a gentiluomini con ampli poteri. Il municipio somministrava ogni mattina pane e riso ai poveri quarantenanti.

Nel dicembre la peste scoppiò nel castello, ma essendo luogo chiuso, spurgate le stanze, e mandati in campagua gli infetti, presto fu libero. In Milano però al tempo stesso Iddio lodato si vedeuano cessati li carriaggi del tutto, et si cominciava a rasserenarsi, et aprirse le botteghe de’ mercanti

L’anno 1631 si godè puoco meno che intera salute, seguitando le purghe particolari delle case sospette et infette le quali si trouauano chiuse; et sebbene occorrevano alcuni casi di peste benchè rari, con tutto ciò Iddio lodato non passauano più oltre. Si continuavano ancora le guardie alle porte della città, poichè vi restauano ancora molte terre del Ducato contaminate. Infine dopo molti ordini e provvedimenti sanitarj ai duoi di Febraro 1632, a suono di Trombe, fu fatta la liberatione della città et ducato di Milano. (Tadino, pag. 135 e seg.)

[48] Fu d’uopo dare esempj di rigore. Non residuano li furbi fare delle ladrarie et furti, dove fu preso un Monatto et convinto fu impiccato. Duoi infetti che non volevano ubbidire, andando per la città furono presi, et gli fu troncata la testa. (Tadino, pag. 136.)

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Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2008