Giuseppe Ripamonti

La peste di Milano del 1630

tradotta da Francesco Cusani

Edizione di riferimento

Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei LX Decurioni dal Canonico della Scala  Giuseppe Ripamonti, istoriografo milanese volgarizzati per la prima volta dall’originale latino da Francesco Cusani, con introduzione e note, Milano, Tipografia e Libreria Perotta e C., 1841.

LIBRO PRIMO

CONDIZIONE DI MILANO PRIMA DEL CONTAGIO. —

 LA CARESTIA. — LA PESTE.

I. [1]

 

 

 

 

 

crittori sì nazionali che stranieri narrarono l’origine ed i  primordj della città di Milano, e quanto in essa accadde poscia di memorabile per vizi e virtù cittadine, e pel volgere delle umane sorti. Noi pure imprendemmo, non ha molto, a trattare questa storia, esponendo in trenta libri molti avvenimenti degni di ricordanza. E in vero, dopo l’epoca romana, e quel Senato che governava il mondo, non fuvvi, a mio credere, repubblica o popolo alcuno che più del milanese offrisse esempj di beni e di mali, e un più continuo avvicendarsi di paci, di guerre e di studj civili. A Milano fiorirono, più che altrove, codesti studj, e gli scrittori qui volsero l’ingegno alla istruzione degli uomini. Tutte le quali cose io credo averle esposte nella citata mia storia.

Ma ora che m’accingo a narrare le orrende stragi della peste, la città stremata dalle morti, e i diritti più sacri di natura violati, m’è d’uopo impetrare indulgenza dai lettori, i quali, nella loro politica gravità, forse spregeranno me ed il mio racconto al leggere codesta atroce e mesta storia simile a squallido deserto. Però non fia inutile rivolgervi la mente: gli uomini onesti, stanchi delle frodi e delle tristizie che deturpano i nostri annali, vedranno in questo racconto il gastigo dei vizj, e stimeranno adequatamente cose che loro danno sì gran pensiero, qualora vedano tante migliaja di uomini essere periti, pel loro alito avvelenato, tante famiglie rimaste senza eredi; la metropoli fatta deserta, e insultata la gloria e la rinomanza del nome. Da ultimo, per mostrare quanto più sia fatale codesta rinomanza, di cui taluni cotanto insuperbiscono, e perchè viemeglio si conosca la fierezza della pestilenza, e da quali principj originata, grado a grado diventasse così desolatrice, io premetterò alcuni cenni sulla posizione e lo stato di Milano prima della catastrofe che per poco non la distrusse.

II

Posizione e stato della città avanti la Peste.

Milano, situata in un’aperta pianura, riceve purissimi i raggi del sole, vantaggio non comune ad ogni città. L’aria salubre non è contaminata dai vapori degli irrigati terreni, i quali danno abbondanti raccolti, laonde il mite clima e il suolo ubertoso nulla lasciano desiderare di quanto serve a nutrire gli uomini ed a rendere loro piacevole l’esistenza; nè più lunga, nè più felice scorre altrove la vita, purchè l’intemperanza non distrugga l’effetto di tanti doni di natura. Buona copia di frumento si esporta fra gli Svizzeri, i Grigioni ed altre genti che scarseggiano, di terre coltivabili; e con tal mezzo si riesce spesso ad averli alleati, e si ottiene dai medesimi pegno di fede che non apriranno al nemico i passi dei loro monti verso la Lombardia. Così anche il principe, per rimunerarli della fedeltà, concede talvolta agli stessi licenza di estrarre granaglie, dividendo a metà il guadagno dei trasporti. I governatori poi adoperarono sovente questo modo speditissimo di far denari, sì grande è l’esuberanza dei grani nell’ubertoso agro milanese.

I due celebri fiumi, l’Adda e il Ticino, agevolano l’importazione e l’esportazione. Uscendo il primo dal Verbano, il secondo dal Lario, abbracciano, in tutta la sua larghezza, il milanese territorio, e andando a gettarsi per diversa via nel Po, il quale mette foce nell’Adriatico, avvicinano in certo modo l’Oceano alla città nostra. Imperocchè ogni merce che o viene dal mare o ad esso si deve condurre, trasportasi per un canale navigabile, che, estratto dall’Adda e dal Ticino, fa il giro delle mura, e la congiunge co’ due fiumi anzidetti.

Milano, potente per uomini, armi e ingegni, non è soltanto dominatrice de’ confinanti popoli, ma nutrice altresì di estranee genti. E l’essere non ultima cura del re Cattolico cui è suddita, accresce vieppiù lo splendore del suo nome, che in uno coll’Italia è il più bell’ornamento e la forza dell’impero di lui, che si estende su due mondi. Non ha Milano più di sette mila passi in circuito, ma fu tanto popolata, che molti de’ suoi quartieri somiglierebbero ad altrettante città qualora venissero isolati. Contava un tempo trecento mila abitanti; duecento mila avanti la peste, cui mi sono proposto descrivere. Le abitazioni ed il vestire dei cittadini erano tali, che appalesavano ricchezza principesca; i grandi poi imitavano il fasto reale: i negozianti ed i banchieri erano divenuti sì ricchi, che, abbandonato il commercio e sprezzando ulteriori guadagni, innalzavano l’animo al dominare, e molti ambivano fregiarsi di coronati stemmi, ignoti ai loro oscuri antenati. Il mediatore si faceva coraggio di occupare i luoghi da essi abbandonati, l’infima plebe deponeva i cenci, e il marito spregiava la moglie se non indossava veste di seta ricamata in oro. L’abito di pura seta veniva ormai lasciato ai mendichi; il portar gemme, anello di gran valore in dito o orecchini divenne ostentazione spregiata, e le nobili matrone, cui tali ornamenti erano venuti a noja, quasi per soverchiare le donne del volgo, sfogavano la superbia vestendo con tutta semplicità. Del pari gli uomini facevano pompa di quadri, statue e d’altri miracoli dell’arte antica in sì gran copia, che io stimo non ve ne fossero tanti a Siracusa o nell’Attica, allorquando Marcello e Filippo il Macedone per diritto di guerra le devastarono.

Monumenti pubblici, oratori e poeti fanno fede che a Milano non fiorivano soltanto le belle arti, le quali, inventate dai Greci, dilettano gli occhi e l’udito, ma altresì le scienze educatrici degli uomini. Molti coltivarono con buon esito l’eloquenza e la poesia, lasciandone prova nelle opere loro. E come nella felice etade antica gli imperatori lavoravano colle proprie mani la terra, che, fessa da regio vomere, pareva dare più rigogliosi frutti, così a Milano i più nobili cittadini, applicando l’ingegno agli studj, ne traevano abbondevole messe. Nè la pestilenza, che tanti danni arrecò, mutando quasi interamente le cose, potè gran fatto nuocere alle lettere.

In esse coi ricchi gareggiavano anche i poveri, spronati, non come i primi, dalla gloria e dal desiderio di accrescere l’avita nobiltà, ma dall’amor del guadagno, e dalla speranza di premj in una città dove le lettere ottenevano la preminenza appo i dominatori. Infatti fu in ogni tempo sì grande la liberalità de’ principi nostri verso gli studiosi, che i fanciulli poveri ebbero agio ad istruirsi quanto i ricchi, e l’intera città sembrava un tempio sacro alle muse, se ponevasi mente alle scuole, ai collegi ed alle pubbliche librerie della medesima.

Così Milano, ricca, fiorentissima e beata un tempo, indi ridotta misera per intestine e continue discordie, superò altre città e popoli nelle scienze e nelle civili discipline. I L’affetto alla religione primeggiava su tutto; e i costumi e le leggi del popolo milanese accrebbero fama alla metropoli per aver riunite cose fra loro disparate, e fatto sì che regnassero a vicenda la ricchezza pubblica e la tempe ranza, l’irrequietudine e l’ubbidienza dei cittadini, la carità pubblica ed il fasto, e quanti vizj per l’indole umana sono in continua lotta colle opposte virtù.

III

Come gli apparecchj di guerra, indi la fame, cominciassero ad affliggere Milano.

La pace inveterata e il lungo disuso delle guerre estere, che sono sorgente di beni e di mali per ogni città, avevano radicati i costumi e le abitudini da noi più sopra descritte. Dopo le guerre combattute tra Francesi e Spagnuoli sotto i re Carlo V e Francesco I, per le quali con gran strage d’ambe le parti fu decisa la sorte del milanese ducato, nemico alcuno non aveva più disturbata la metropoli lombarda. E siccome ella non mosse guerra ad alcuno, rimase per quasi cento anni (1535-1630) tranquilla, siccome mare cui non agita il più lieve soffio di vento. Ma dappoichè i capi di molti regni e provincie, congiurati col fiero Enrico re di Francia, cominciarono ad armarsi, quel mare, immagine della città nostra, s’agitò con moto sì intestino che esterno, suscitando tale una burrasca, che ne addusse la guerra, la fame, e da ultimo la pestilenza, che quasi interamente ne distrusse. La mano ed il furore d’un solo uomo, seppure non fu la mano d’un nume, fiaccò ad un tratto quella tremenda congiura che minacciava principalmente la nostra città [2]. Ma i semi di quella congiura, sparsi da lontano, furono causa di molte vicende, che misero sossopra re e principi minori cogli odj, i sospetti, la tema per le atroci insidie che si erano tese gli uni gli altri, aizzati a ciò segretamente dai loro ministri. Durante il qual tempo, la nostra provincia, in mezzo a continui apparecchi guerreschi, attendeva che scoppiassero le ostilità, come conseguenza inevitabile della congiura.

IV.

Dei vovernatori di Milano Fuentes, Velasco e Mendoza

e ancora dell’origine e delle cause di guerra.

Governava a que’ giorni Milano Azevedo, conte di Fuentes, il quale, mentre tutte le cose erano sicure e quiete, non si abbandonava al riposo. Educato fin dalla prima gioventù alle armi, che gli avevano procacciata fama di valoroso, ora che già vecchiezza il premeva, più che la stessa morte, abborriva dal terminare tranquilli i suoi giorni. Egli, per indole guerriero in tutta la sua vita, impaziente d’ozio, irrequieto, smodato ne’ desiderj, acceso della gloria, ansioso per inveterata fedeltà al suo re, d’ogni cosa sospettoso, a tutti sospetto egli stesso, simulatore, indagatore degli altrui pensieri, stipendiava uomini che spiassero non solamente le aule, ma i pensieri de’ principi inimici. E radunando ad un tempo armi e soldati ed ogni apparecchio di guerra, aveva ridotto a tale le cose, da tener assopiti, in una falsa sicurezza, i nemici, e da poter egli stesso co’ suoi preparativi farli avvertiti del pericolo in cui si trovavano, suscitandoli a muoversi. Ma già i mal certi suoi alleati, che in segreto gli erano nemici, di loro spontanea volontà si agitavano, ed ordivano macchinazioni. Rimane ancor dubbio se il vecchio governatore le avesse sottomano suscitate, ovvero se ignorandole, morisse di dolore posciachè le ebbe scoperte.

Comunque sia, per mirabile coincidenza opportunissima a mantenere la quiete, l’assassinio del re di Francia e la morte del conte di Fuentes accaddero quasi al tempo stesso. Il qual ultimo non saprebbesi dire se mancasse di vita per vecchiaja o pel rammarico della sua congiura di repente sventata. Allora, per reciproca dissimulazione delle parti, non fu turbata la pace tra Francia e Spagna; e la Lombardia rimase più sicura che prima nol fosse nella vacillante pace.

Era questa però affatto precaria, e l’odio ed i guerreschi apparecchi tenevano in sospeso gli animi. Al morto Fuentes succedettero governatori Velasco e Mendozza, grandi  di Spagna, nè temuti dai nemici, nè intenti a spiarne le mosse. Il Velasco, dedito agli studî ed ai piaceri, il Mendozza alquanto piò attento all’ufficio suo, entrambi paghi della gloria dei loro avi, venivano lodati dai saggi perchè, malgrado le istigazioni di molti, mantenevano la pace e la tranquillità degli animi, cotanto necessaria a quell’epoca. Ruppe la quiete e l’ozio del Mendozza il duca di Savoja, il quale, nemico di suo genero, invase colle sue truppe il Mantovano, turbando la pace d’Italia, e dando un pessimo esempio agli altri principi col trascendere i limiti della moderazione. Le armi del re di Spagna s’interposero a difesa della parte più debole, e da ciò ebbe origine la calamità d’introdurre in Lombardia soldati stranieri, i quali vi diffusero il contagio. A questo precedette la carestia, di cui narrerò gli andamenti in quanto servono a rischiarare la storia di essa terribile pestilenza.

V

Toledo, Figueroa Consalvo di Cordova

governatori di Milano — Origine delln carestia.

Scoppiata, come dicemmo, la guerra, ed introdotti gli stranieri, si schiuse larghissimo adito alla fatale carestia ed alla peste desolatrice, che per ordine naturale sovente le tiene dietro. Gli artifizj e la tristizia dei dominatori, non che la malvagità degli uomini accesero la guerra, e da questa scaturirono la fame e la pestilenza.

Le vettovaglie in vero bastavano a Milano, a’ suoi cittadini, a’ forestieri, alle truppe, e fino al nemico avventizio, giacchè da quindici anni alternavasi la guerra e la pace, durante la quale, esportavasi più frumento all’estero di quanto se ne consumasse per gli abitanti e pe’ soldati.

Codesta abbondanza di granaglie era dovuta in parte ai saggi regolamenti dei due governatori mandati da Spagna a reggere il milanese ducato, il conte di Toledo ed il Figueroa, tanto lodati dal pubblico quanto vennero biasimati i loro due antecessori.

Il conte di Toledo, che correva fama appartenesse alla famiglia reale di Spagna, era uomo cupo, avido di gloria, insofferente di rivali, sprezzatore di tutti in cuor suo, esperto nell’armi, aspro in tempo di pace: tutta la vita conformò ad esempio dell’antichità. I prudenti del nostro secolo però ardivano dare ben altri nomi alla virtù, all’innocenza ed alla severità del conte di Toledo. Ora agevolando, or restringendo l’esportazione delle vettovaglie, secondochè l’annata prometteva scarso od abbondante raccolto, e bilanciando le spese coi redditi come un diligente padre di famiglia, egli sempre provvide alle vettovaglie, e in tempo di guerra e quando per l’inclemenza delle stagioni scarseggiavano i grani. Mercè tali provvidenze, la carestia era scomparsa, e neppure se ne ricordava il nome.

La medesima sicurezza continuò sotto il Figueroa, che gli succedette. Benchè fosse giovane, non era inferiore per senno e per esperienza al Toledo, il quale, ormai decrepito, gli rendeva giustizia, non sdegnandosi punto che venisse paragonato, e fino anteposto a lui. E veramente lo superava nella gentilezza dei modi e nelle arti d’ingannare gli scaltri, i quali si burlavano del vecchio e rabbuffato suo predecessore.

Dopo un breve interregno, ricominciando più accanita la guerra, venne governatore il Consalvo, uomo d’illustri natali e di animo grande; ma cui la sorte riuscì contraria negli affari d’Italia.

Dopo Consalvo, lo Spinola, tutto occupato nell’assedio di Casale. Per tale impresa, migliaja di soldati tedeschi discesero in Lombardia: il paese fu oppresso da imposte; i ricchi ammucchiavano grano, e la terra non dava raccolti. In tal modo, col trasportare il frumento pel campo, sprecarlo od occultarlo per avidità di guadagno, cominciò a patire la fame il nostro popolo, che dianzi alimentava le altre genti, e fu ridotto a tale, che anche vendendo ogni suppellettile, non trovava da comperare gli alimenti necessarj alla vita [3].

VI

Della fame che precedette la peste.

Molti e orribili esempj di fame trovansi raccolti negli storici, come più volte gli abitanti delle città assediate siansi nudrìti de’ più schifosi animali, d’erbe e fin di cuojo, e come talora per smania di cibo taluni si gettassero dalle mura, offrendo l’inerme petto ai colpi del nemico, per morire di ferro anzichè spegnersi in lenta inedia, ai quali delitti spingeva la disperazione della fame. Ma io racconterò non già esagerazioni scritte per amor del meraviglioso, sibbene quanto ho veduto e pianto co’ miei occhi medesimi. Questa fatale carestia si diffuse tra il popolo non all’improvviso, ma grado a grado, e, sto per dire, metodicamente. Gli abitanti del contado furono i primi, a morir di fame, poscia i campagnuoli più doviziosi, cui le glebe, oltremodo da loro stancate, negarono quasi a gastigo le messi.

Il lusso e i vizj de’ cittadini furono domati dalla calamità. La quale, se non fosse stata sì forte da istupidire le menti, avrebbe offerto uno spettacolo ridicolo, e in uno mortificante l’umana alterigia. Coloro poc’anzi terribili al popolo pei soprusi e pe’ bravi che loro facevan codazzo, pronti al menomo cenno ad eseguirne i sanguinarj capricci, ora giravano soli, mansueti, ad orecchie basse, con volto che sembrava implorar pace; e taluni colle vesti sdruscite appalesavano chiaro il mutamento delle cose.

Un somigliante spettacolo offrivano anche i servi ed i bravi, dianzi azzimati e profumati, ed ora vagabondi per la città, seminudi, e stendendo la mano a chiedere elemosina; a tal segno la fame aveva prostrata la superbia dei viziosi! Ma più aspramente furono colpiti gli innocenti contadini, gli artefici, l’infima classe quasi indigente, ed i mendicanti.

Dapprima cessarono i lavori, che, servendo al pubblico uso, e, diciam anche, a fomentare i vizj, alimentavano però un gran numero d’individui. Si cominciò dal chiudere le botteghe, dalle quali il popolo nelle città trae in gran parte la sussistenza; e le poche rimaste aperte, somigliavano a deserto campo, reso squallente dalla sterilità e dalla carestia. La plebe, priva di lavoro con cui guadagnarsi il pane, senza traffico alcuno, costretta a marcire nell’ozio, non usa a patire entro la città, anzi emulante perfino nel vestire e nelle vivande il lusso dei ricchi, la plebe cominciò a stentare, indi a languir per fame, e da ultimo moriva. Cessata qualunque elargizione, era la moltitudine divenuta tutta quanta mendica, gli accattoni novizj in ciò solo diversi dai vecchi, che mal sopportavano con pazienza le frequenti repulse. Sfiniti per mancanza di cibo, cadevano morti per le strade, ovvero vagolavano per le piazze ed i tempj con faccia cadaverica. Nè scemava di numero quella turba infelice, poichè tanti più ne rapiva la morte, e tanto più ingrossavano i rimasti per le famiglie che ogni giorno piombavano nell’ultima miseria, trascinandone seco altre, sia col cessar di soccorrerle, sia col defraudarle con malizia de’ loro crediti. E quasi non bastasse la folla de’ mendichi accorrenti verso la città dalle nostre campagne e colline, ve ne giungevano altresì dalle città limitrofe e dall’estero come in asilo sicuro, dove non mancherebbe alimento, illusi dal nome di Milano, ed ignorando in che triste condizione fosse caduta.

Era uno spettacolo lagrimevole il vedere cittadini, campagnuoli e forastieri elemosinare insieme spinti dalla fame, mentre i nostri Milanesi andavano nelle campagne e nelle vicine città in cerca di pane. Ma delusi tutti egualmente nelle vane speranze, morivano per le strade o in terra straniera.

Vid’io, passeggiando con alcuni compagni lungo le mura sulla strada militare, una donna con un fardelletto sul dorso ed un bambino in fasce pendente dal seno, la quale, non trovando alimento, erasi, a quanto sembra, indotta ad uscire dalla città, seco recando il bimbo e i pochi oggetti più cari; ma sopraggiunta dalla morte, cadde estinta appena fuori delle porte. Le usciva di bocca un pugno d’erba semimasticato, il cui sugo verdastro le imbrattava le fauci, prova della rabbiosa fame: il bambino vagiva sul cadavere della madre. Noi rabbrividimmo a quell’atroce caso, e sopraggiunte alcune persone compassionevoli, raccolto il lattante, ne presero cura.

Parecchi casi simili, ed alcuni anche più atroci, si raccontavano giornalmente da persone che li avevano veduti o uditi da testimoni oculari. Per quegli infelici, ridotti a tanta miseria, la morte era il più lieve dei mali.

È legge di natura che l’uomo, animale ragionevole, nato alla virtù ed al cielo, si nutrisca di pane, che fu suo cibo dacchè abbandonò il vivere ferigno tra le selve, pascendosi di ghiande [4]. Ora in que’ giorni, mancato il pane ai contadini, e costretti a rosicchiare erbe come gli animali, vivacchiarono con corteccie d’alberi, che in breve li traevano a morte.

I contadini, tanto benemeriti della società, perchè colle fatiche alimentano anche gli oziosi, esalavano l’anima lungo le strade e sulle glebe medesime, che, bagnate dai loro sudori, diedero sovente copiose messi.

Ve ne furono molti i quali fuggirono in città, e coll’aspetto macilente, e il racconto della patita miseria, spinsero molti altri ad abbandonare la città stessa [5]. Le vedove coi figliuoli, il marito colla moglie, portando sulle spalle i bambini e i pochi attrezzi rusticali, si trascinavano alla volta di Milano, dove, arrivando giornalmente a frotte, sdrajati per terra sotto le grondaje, empievano le contrade frammisti ai vecchi mendicanti. Il tanfo che esalavano per sudiciume, i visi grami, e più l’immagine ributtante di miseria che in tutta la persona appariva, ispirava tal ripugnanza ai passaggieri, che questi turavansi la bocca e le nari, quasi camminassero in mezzo ad appestati. La misera turba rattristiva la città: il giorno coll’aspetto, la notte coi gemiti; ed era una nuova calamità, perchè ciascuno dava in parte a sè la colpa della disperazione cui vedeva ridotti que’ sciagurati.

In siffatto disordine, nulla conturbava maggiormente gli animi compassionevoli, quanto il mirare i semplici ed innocenti agricoltori ridotti come scheletri, e moribondi di fame. Come il bue dell’aratore, che, dopo aver lavorato l’intero giorno sotto la sferza del sole, tirando il pesante giogo per aprire i solchi, s’infuria, allarga le narici, e gira minaccioso il muso se gli viene negato il suo pasto; così i contadini giravano torvi gli occhi spalancati e invasi da egual furore, trovando di non aver potuto, col tanto affaticare, sottrarsi ai tormenti della fame, anzi ridotti, per mancanza d’ogni sussidio, a non poter lavorare. Vedevansi colle facce abbronzate dal sole, gli occhi stravolti, i petti vellosi, la pelle informata sull’ossa, lacere le membra, vergognarsi della loro nudità. E i cittadini arrossivano come di pubblico disonore al mirare in loro sì avvilita l’agricoltura, che dagli stessi romani imperatori venne cotanto nobilitata.

VII

Del pubblico Consiglio, ossia dei LX Decurioni di Milano

che provvidero allo miseria generale.

Fra i magistrati di Milano, vi sono i sessanta Decurioni, scelti tra il fiore dei nobili, i quali hanno l’incarico di regolare l’annona, e d’amministrare il patrimonio municipale. Vengono eletti dal governatore tra i patrizj originarj, nè alcun straniero viene ammesso in questo Consiglio. Zelanti, istrutti nelle cose patrie, concordi, gareggiano pel bene dello Stato, e loro precipua cura è di conservare ed accrescere l’antico lustro di Milano, col restaurarne gli edifizj. Un tempo novanta, sono oggidì sessanta, numero sufficiente pel decoro del corpo e pel disimpegno delle loro funzioni.

V’hanno fra essi alcuni educati alle pacifiche discipline, altri che conobbero le arti della guerra, secondochè sortirono dalla natura indole mansueta o focosa. Taluno vi entrò per bontà di animo e per sentimenti religiosi, tal altro, esacerbato per i vizj degli uomini, si trova costretto a immischiarsi fra le umane nequizie per l’ufficio suo. Questi opera con cautela, quegli propende sempre a facili concessioni, e cotanta varietà di opinioni giova mirabilmente al bene della patria comune, siccome notarono gli antichi Saggi, immaginando un perfetto governo, giacchè erano d’avviso che le aspre e blande sentenze temperandosi fra loro, riescano utilissime alla pubblica amministrazione. Ed io stimo che fu ottimo pensamento di scegliere, istituendo il Consiglio, per membri appunto coloro che hanno il maggior interesse alla prosperità del paese, e che ponno contribuirvi colle loro ricchezze.

I sessanta Decurioni vedendo il misero stato cui era ridotta per la carestia Milano, dove il popolo moriva di fame come fosse in un meschino abituro, per dar coraggio, aprirono il Lazzaretto, come un generale asilo ai bisognosi [6].

VIII

Del Lazzaretto e della moltitudine del poveri in esso ricoverati.

Il Lazzaretto venne edificato dai duca di Milano all’epoca in cui Francesco Sforza, salito al trono, cercava renderlo ereditario nella sua famiglia. I successori di lui abbellirono la città, innalzando molti pubblici edificj, tra i quali il Lazzaretto fa prova che l’animo de’ nuovi principi era superiore all’umile loro origine [7]. La porta che dicesi Orientale, perchè a destra guarda ad oriente, apresi nella parte più salubre di Milano, rimpetto alle colline donde spira un’aria mite. Non vi sono all’intorno fetide paludi che corrompano l’aere come in altri siti, e lo rendano greve [8]. Colà innalzarono il Lazzaretto gli Sforza, ricovero degli appestati, perchè in caso di contagio si provvedesse alla pubblica salute, dividendo i malati ed i sospetti dai sani. Credo che derivasse il nome da Lazzaro, il quale viene ricordato dal Vangelo, coperto di piaghe, come esempio della giustizia e in uno della misericordia divina.

L’edifizio è quadrato, e racchiude un gran campo; lo circonda una fossa piena di acqua. Ha tante stanze quanti sono i giorni dell’anno [9]; ciascuna capace di otto o dieci persone, oltre i portici che corrono all’ingiro dai quattro lati, e servono di ricovero ai malati, piene che sieno le camere. Inoltre sorgevano allora nel campo fila di capanne per iscaricare il numero soverchiante de’ malati, quasi in altrettanti cortili del Lazzaretto, come ricordavasi aver fatto i nostri padri allorquando la peste afflisse Milano. Sorge in mezzo la cappella visibile d’ogni parte, coperta da un tetto sostenuto da un portico a colonne che la circonda , affinchè nè la vista sia impedita, nè il vento o la pioggia turbina i sacri misteri in essa cappella celebrati.

Il Lazzaretto, fabbricato per caso di peste, diventò utile anche per la carestia, quantunque scorso poco tempo tornasse all’antica destinazione, ricoverando colà gli appestati.

Tutti i poveri che trovavansi nella città, i venuti dalle campagne, e quanti vagavano o giacevano per le strade e le piazze, ignudi e famelici, vennero raccolti con decreto in quell’ospizio pubblico [10]. Il Municipio ed il Governo, scordando le proprie strettezze, provvidero largamente ai bisogni. Erasi indugiato alquanto ad aprire il Lazzaretto per timore di dar fomite all’imminente contagio, il quale, preceduto dalla fame, avvicinavasi minaccioso alla città nostra, dopo aver desolati i paesi limitrofi. Quindi tutte le merci provenienti da luoghi o da gente sospetta, venivano ivi rinchiuse, e in breve il Lazzaretto ne fu tutto quanto ripieno.

IX

Discipline stabilite al lazzaretto e nell’ospitale della Stella

Sussidiò il Lazzaretto un secondo locale di mendicanti, abbastanza vasto pel momento, e per la sua posizione, vicino a grandi ortaglie, facile, occorrendo, ad ampliarsi.

Quel ricettacolo della più abbietta miseria chiamavasi ospitale della Stella, e vi si alimentavano fanciulli e fanciulle senza parenti, senza tetto, e ignari di loro origine, quasi fossero nati dalla terra.

In questo ospitale si raccolsero pel momento le turbe degli affamati, vecchi cadenti, giovani d’ambo i sessi, pei disagi sofferti simili ai vecchi, fanciulli, cittadini e forensi insieme; coloro che da lungo tempo pativano la fame e quelli che da poco penuriavano, i vergognosi per nuova miseria, gli sfrontati per vecchia abitudine, tutti spinti dalla fame e dal bisogno, vennero colà radunati. A misura che aumentavasi ogni giorno il numero, s’allargavano i confini dell’ospizio, e cresceva adeguata ai bisogni la munificenza dei cittadini.

Parecchi nelle domestiche strettezze restringevano i cibi, mandandone parte colà in elemosina, altri venuti a morte, deludendo la speranza e la cupidigia de’ parenti, legavano le sostanze alla Stella, per cui tanta moltitudine di poveri viveva in separate camere, e divise le mense secondo il sesso e l’età. In pochi giorni salirono a tre mila, e giornalmente crescevano. Ma fu osservato e conosciuto a prova la verità di quel proverbio che si diceva per ischerzo: Esservi nel mendicare una tal quale dolcezza”. Uomini e donne senz’asilo il giorno, senza ricovero la notte, nè certi di procacciarsi il giornaliero nutrimento, che sdrajavansi esposti ai venti ed al gelo, ora si trovavano al coperto, avevano cibo, letto e quiete. Cionnondimeno era d’uopo farveli condurre legati dai bargelli, i quali ricevevano dal magistrato due soldi per ogni povero che là traducevano. Era chiaro preferire i nostri accattoni il questuar per le strade e il piagnuccolare all’aperto, all’essere pasciuti e dormire rinchiusi nell’ospizio. Ormai i molti bagagli venuti dall’estero e mercanzie d’ogni genere sospette di peste, le quali ne’ primi giorni ingombrarono il Lazzaretto, spurgate co’ suffumigi e raccolte in un sol luogo, davano agio a potere ivi raccogliere i poveri, che l’ospizio della Stella ormai più non capiva. Laonde, aperto anche il Lazzaretto, una parte de’ medesimi fu trasferita colà, dove ebbero stanza un tempo gli appestati, ed aver la dovevano di nuovo tra breve.

Entrambi i luoghi in breve furono zeppi, venendovi ogni giorno alcuni spontaneamente, altri molti trascinati a forza; pure non iscemava la sollecitudine per nutrirli

Ammiratori noi dell’antica età, e poco curanti di quanto è recente, non lodiamo per consueto le virtù dell’epoca nostra, spregiando quanto essa offre di splendido e di ammirabile. Ma io, quand’anche ritornassero i tempi lodati degli Spartani e le vecchie loro leggi, non credo che possano offrire istituzioni migliori per nutrir una folla di poveri in chiuso recinto, di quelle che adottarono in allora i nostri magistrati. Erano scomparsi l’inumano rigore e durezza , e quell’indulgenza che spinge a nuove colpe; difetti che, fuor di dubbio, deturpavano le antiche ed encomiate istituzioni dei Greci, allorquando, uniti nei medesimi recinti gli abitanti d’una provincia, mescolavansi i loro vizj e virtù. Presso di noi non stimavasi virtù la sfrenata libidine ed il furto come già nelle riunioni profane di quelle antiche genti. In un’accozzaglia d’uomini, prese le dovute cautele per l’onestà, si cercò, con tutto lo zelo, di rivolgere le menti di quei traviati ai doveri religiosi ed ai riti della Chiesa, da essi posti in dimenticanza. I magistrati ed i nobili milanesi offrirono in que’ giorni un esempio luminoso di cattolica pietà, alimentando ed instruendo ad un tempo il popolo. Nè i superbi politici mi faranno carico se faccio qui un cenno della disciplina introdotta nel Lazzaretto e delle sacre funzioni, alle quali più d’una volta io assistetti con indicibile piacere.

Celebravasi ogni giorno la messa nella cappella, sorgente, come dissi, in mezzo al campo, e che aperta all’intorno, è visibile da tutto il circostante portico. Dal quale e dagli usci delle stanze ciascuno poteva assistere all’incruento sacrifizio, in cui il figliuol di Dio è immolato per la salute del genere umano. Dappoi, andavano i poveri al lavoro, ciascuno secondo il mestiere che professava, procurando qualche utile al luogo, e sfuggendo l’ozio, dannosissimo anche ai più miserabili. Molti infingardi giravano qua e là sciupando il tempo fino all’ora del desinare. Costoro molestavano gli altrui lavorerj, nè fu possibile mantenere sì rigorosa la disciplina, che non pullulassero alcuni vizj tra quella moltitudine.

X.

Il Lazzaretto è riprovato e si sgombera.

Ma ben più degli animi si viziavano i corpi, e ne seguirono tante morti, che quasi poteva chiamarsi un piccolo contagio. Certuni attribuivano la causa alla furfanteria degli inservienti, che avessero adulterato il pane, meschiando la farina con sabbia. Ma io sono d’avviso che la mortalità fosse attribuibile al caldo eccessivo di quell’anno, al sudiciume ed ai pidocchi, brutali compagni, quasi indivisibili dei mendici, e che pel contatto più schifosamente li affliggevano. Intanto que’ poveri gementi e frementi, per aver perduta la libertà ed il diritto di vagabondare, anelavano le antiche ed a loro sì care abitudini. La noja, la melanconia, la disperazione e l’odio pel Lazzaretto trasparivano su tutti i volti: crescevano sempre più le lagnanze. Gridavano che per certo erano stati chiusi in quel recinto a morirvi fuori della patria senza che nemmeno volger potessero alla medesima gli occhi moribondi; così imprecando, esalavano molti l’ultimo respiro. I nobili anch’essi vergognavano e sdegnavansi che tante cure e la liberalità stragrande in quelle pubbliche angustie, non avessero servito che a far morire in maggior numero i poveri che si volevano nutrire [11]. Perciò, riferita la cosa in consiglio, trovarono che l’unico spediente era il mettere al più presto in libertà quella poveraglia, lasciando che tornasse, come per l’addietro, ad accattare. Ciò stabilito, si aprì il Lazzaretto, e le turbe irruppero con pazza gioja e gratitudine maggiore di quando, vagabondi senza fuoco e senza tetto, avevano ottenuto ricovero e nutrimento.

La città, liberata per poco dall’esosa vista dei mendici, ne rivide il funesto spettacolo; anzi s’accrebbe la pietà in coloro che pensavano come tanti poveri fossero morti, ad onta dei sussidj della pubblica carità, per cui ne arrossivano più ora che in prima, alloraquando li vedevano morire di fame.

XI

Tumulto popolare per la carestia [12].

Il giorno di S. Martino di quell’anno 1628 si tumultuò in Milano per la carenza del frumento. Rade volte in passato erano accaduti simili tumulti, giacchè, siccome accennai fin da principio, l’agro milanese, ubertissimo, forniva annualmente in copia i grani, non solo alle vicine popolazioni, ma altresì alle lontane. Narrerò l’origine e la fine di questa sommossa, quali disordini commise la plebe, e come vennero repressi, quali furono le misure adottate dal Consiglio, e per frenarla al momento e perchè non si rinnovasse, affinchè la plebe, animale di molte teste, terribile sempre alle città più potenti, avesse un gastigo condegno al suo ardire, nè s’attentasse alzar di nuovo il capo.

Reggeva la città e il ducato in quel tempo, trovandosi assente il governatore Consalvo, occupato nell’assedio di Casale, il gran cancelliere Ferrer. Egli, crescendo giornalmente la penuria del grano, nè trovandovi riparo, e sentendo il fremito ed i lamenti del popolo, immaginò un ripiego, che non tolse il fomite della sedizione, ma solo la protrasse. Al qual ripiego, i negozianti di frumento ed i fornaj, gente che conveniva blandire in quel tempo, esacerbati, minacciavano un’estrema ruina, d’abbandonare cioè il traffico dei grani, la fabbricazione e la vendita del pane. Il prezzo minimo del frumento era dalle quarantacinque alle cinquanta lire; prezzo adeguato e volgare, che il venditore non arrossiva domandare, nè gli acquirenti udivano con indegnazione. Ma gli incettatori danarosi, gli sfrontati usuraj ed i ricchi possidenti, fissato in segreto fra loro il prezzo, dissero, pronunziarono, richiesero con infame e sfrenata cupidigia prezzi enormissimi, quasi che fossero arbitri della vita dei cittadini, od essi solo avessero diritto di vivere. Mi consta che vi furono certuni, e li ho conosciuti, i quali pretesero cento lire al moggio, e non ancora contenti, per avidità di maggior guadagno in avvenire, tenevano chiusi i granaj, insultando la pubblica fame. Nè giovarono contro siffatta cupidigia, anzi rabbia degli avari, le solite gride con cui ordinavasi che ciascuno notificasse la quantità di frumento che aveva in casa.

Il gran cancelliere, in mezzo alle frodi ed all’avarizia degli uomini ed alla penuria di grano, in que’ difficili momenti, aveva immaginato, tenendo una via di mezzo, di far sopportare a’ fornaj il danno derivante dalla calamità dei tempi e dall’umana malizia. Ordinò che si facesse e si vendesse il pane al peso prescritto ad una metà che ragguagliavasi a lire trentatrè al moggio, fissando questo limite ai venditori ed ai compratori. Credeva egli per avventura che lo scapito si compensasse coi precedenti guadagni de’ fornaj, e con quanto lucrerebbero in appresso. Fors’anche aveva loro data lusinga, calmata quella burrasca, di compensarli a spese dell’erario; ma codeste erano speranze vaghe, e intanto la perdita sicura rendeva insopportabile l’editto. Schiamazzarono i fornaj, protestando senza tregua che avrebbero chiusi i forni ed abbandonata l’arte loro. Il gran cancelliere punto non si smosse, fermo nel voler eseguito il suo decreto, ed il popolo, quasi per rapire a gara il pane a sì buon prezzo, che era una specie di regalo, assediava l’intero giorno i forni con tanta importunità, che i fornaj, per quanto si sbracciassero a cuocere, non riuscivano a soddisfare i compratori. Rinnovaronsi più forti le grida e le lagnanze, cui i magistrati non sapevano ormai come rispondere. I Decurioni scrissero al governatore, al campo, e stabilirono di concerto con esso lui di trovare un temperamento. Consalvo nominò il presidente del Senato, i presidenti dei due magistrati e due fra i questori, i quali, adunatisi, fissassero il prezzo del frumento, tanto allo stajo, in modo che i fornaj potessero continuare a fare il pane. Favoriti i fornaj, venne cresciuto il prezzo di dieci soldi il moggio.

Grande fu la rabbia ed il furor della plebe per tale accrescimento, che dava agio a respirare ai fornaj, poichè aspettavasi che si calasse il prezzo del pane anzichè aumentarlo. Visto essere caduta in peggior condizione, non si curò altro di editti e tariffe, e si fece ella stessa padrona e dispensatrice dei grani. Allora in Milano, città rinomata dai tempi più remoti per ossequio ai governanti e per modestia degli abitanti, fu conosciuto a che servano le armi contro il popolo infuriato, anzi contro una turba imbelle di donne e ragazzi spinti dalla fame.

Correva il dì di S. Martino, giornata allegra sempre e geniale, perchè si finiscono le vendemmie, si mettono in botte i vini, e chiudonsi nelle case de’ ricchi i prodotti dell’annata. All’albeggiare molti garzoni di fornai uscivano in volta con gerla e canestri pieni di pane per recarlo ai monasteri ed alle case dei signori, o per venderlo al minuto in altri luoghi. Il popolo si pigliò tutto quel pane come suo, e come se avesse già pattuito che dovessero portarglielo a casa. Drappelli di ragazzi, di giovanetti, donne e vecchi senz’alcun arme, ma forti pel numero, ed aizzati dal bisogno, mossero incontro ai garzoni de’ fornaj, che portavano in ispalla il pane, e quanti ne trovarono, costrinsero colla violenza a fermarsi e deporre il carico, intimando poscia che se ne andassero. Bisognava ubbidire, perchè, circondati all’improvviso, sbalorditi, gettavano il peso, e fuggivan a gambe, temendo di peggio: chiunque tentava opporsi, veniva malconcio a pugni ed a calci. Così ebbe principio la sommossa della plebe, che, adescata dalla gustosa preda ottenuta senza sangue, imbaldanzì, credendosi capace di tutto purchè l’osasse, e giudicando che la sofferta miseria era una conseguenza della mansuetudine fin allora usata. Il popolo erasi fatto superbo ed audace per aver rapito il pane con la sola intimazione, forzando pel momento a starne senza le famiglie cui recavasi. I magistrati però, invece d’irritarsi, compassionavano que’ traviati, ridendo essi medesimi, di dover in quel giorno aspettare assai tardi il pane. Ma il popolo proruppe a misfatti più gravi, e risoluto a distruggere il forno, s’avviò alla volta del medesimo senz’alcun capo, che l’innumerevole turba era guida a sè stessa. Vociferavansi sediziose grida, strepitavano che avrebbero distrutte le botteghe de’ fornaj, centri di raggiri, di fame e della calamità pubblica.

Capitarono a caso dinanzi il forno di porta Orientale [13].

La moltitudine erasi già armata di bastoni, di sassi è di quanto gli capitava alle mani, come se andasse a battagliare [14]. Scassinarono le porte, e vi diedero fuoco, e rotti i cancelli, fecero man bassa su tutta la farina ed il grano ivi raccolti, spargendone per terra, e gettandolo anche in istrada per disprezzo.

Alcuni empirono di farina i sacchi rubati, e via se li portarono; altri caricarono con carri, e tornarono più volte senza che veruno si opponesse al loro depredare [15]. Le contrade per dove andavano e venivano i saccheggiatori, biancheggiavano di farina come se fosse nevicato, ed era preda dei poveri e dell’infima plebe, che s’affaccendava a raccoglierla. Intanto i caporioni della turba, avendo trovato il banco del fornajo in cui eravi il denaro di molti giorni, lo rubarono tutto quanto. Sfogata ia tal guisa la rabbia sopra quanto aveva eccitata la sommossa, e più nulla restando da rubare, sfogarono da ultimo il furore sulle tavole, i banchi, i canestri e gli altri utensili da bottega, che non eccitavano l’avidità dei saccheggiatori, e fattone un mucchio, vi diedero il fuoco, quasi olocausto a Cerere, alla carestia ed in uno al Santo, la cui festa avevali riuniti a quell’impresa! Gettarono altresì tra le fiamme tutti i giornali ed i registri del negozio, e v’avrebbero gettati anche il fornajo ed i suoi garzoni, se questi, per buona ventura, non si fossero salvati fuggendo o appiattandosi. Il capitano di giustizia, co’ suoi satelliti armati accorso per ultimo spediente per sedare il tumulto colle armi, colto da una sassata, mentre fuggiva, ebbe la buona sorte di rifuggirsi nella casa del fornajo, e nascosto in una soffitta, vi rimase in un angolo finchè, dispersa la folla, potè uscire a salvamento [16].

Trascorsa in tali fatti la mattina, la plebe giunse al colmo dell’atrocità, correndo delirante e furibonda per uccidere il vicario di provvisione (magistrato milanese, che viene eletto annualmente, ed è capo del pubblico consiglio, e quasi della città stessa), nobilissimo ed ottimo personaggio, contro il quale esternava un odio accanito [17]. Il suo nome, profferito forse da qualcuno a caso, risuonò in un subito per tutta la città. Il vicario, o sentito lo strepito o avvisato che fosse, si teneva chiuso e nascosto in casa.

Siccome la tempesta scoppiata da un negro nembo tutto riempie il paese d’acqua, di lordure, di spavento, così le caterve de’ plebei accerchiarono di repente la casa, traendo a sè dietro la morte e l’ignominia se riuscivano nell’intento. Recavano seco scale e ferri per spezzare le porte ed introdursi dalle finestre od anche dal tetto. Imposte e ferriate sarebbero riuscite inutili a schermo contro l’impeto della romoreggiante moltitudine, la quale voleva penetrare a tutta forza, ed era sicura di riuscirvi. Fu veduto un vecchio che portava chiodi, un martello ed una corda, e andava dicendo di voler impiccare il vicario alla porta della sua casa, dove sarebbe straziato ed ucciso dal popolo.

Con tali intenzioni assediavano la casa, battendola con spessi colpi, e tentando d’ogni parte la scalata. I magistrati chiamarono, dal prossimo castello di Porta Giovia, una squadriglia di soldati spagnuoli, per mandarla a presidiare la casa del vicario; ma quei soldati, invece dell’incutere timore, furono colti da subita paura al vedere il popolo che circondava, come un esercito, quell’abitazione. Che far potevano cogli archibugi, scaricati che li avessero sulle donne ed i fanciulli misti cogli uomini? dar mano alle spade? Non ne avevano l’ordine, e d’altronde avrebbero inferocita vieppiù la moltitudine, la quale, già rotto ogni freno, correva agli estremi delitti. Titubarono gli Spagnuoli, e si tennero lontani, mentre il popolo gl’insultava insieme ai loro archibugi, che temuti sempre perchè colpiscono da lungi, allora diventavano inutili e soggetto di scherno. L’arrivo dei soldati non rallentò punto la furia di quelli che battevano la casa.

A frenare alquanto l’impeto loro, sopraggiunse il gran cancelliere Ferrer, venerabile per vecchiaja, e che si guadagnò la simpatia del popolo, appunto perchè non temeva di esporsi in quel parapiglia. Avanzandosi in carrozza tramezzo la folla, ora chiedeva colla mano silenzio, supplicando che lo ascoltassero, ora coll’alzar delle spalle e col piegar la testa interrogava che cosa volessero. E quando, cessato un momento il fracasso, poteva farsi sentire, egli, ponendosi la mano al petto, imprometteva pane a josa, sedando colla sua dolcezza il tumulto. Ma più gli giovò l’arte, che riuscì sempre anche nelle antiche sedizioni utilissima agli uomini, che il popolo voleva uccidere. Affermava il gran cancelliere ch’egli veniva per condurre il vicario colla sua carrozza in castello, dove, se era colpevole di qualche ingiustizia contro una tanto benemerita popolazione, sarebbe punito giusta gli antichi statuti di Milano. Questa promessa calmò la plebe, ed il vicario, messo in carrozza, sotto finta di condurlo al supplizio, evitò, in quel terribile incontro, la morte [18].

Era già tardi, e tra per la sorvegnente notte, tra per la fatica e la sazietà, tutti a poco a poco si ridussero alle proprie case, contenti del bottino e della vendetta che loro pareva aver fatta de’ sofferti stenti; e tra le domestiche pareti gustavano il riposo, e raccontavano gli avvenimenti di quel giorno. Non riposavano però i magistrati ed i decurioni, timorosi che durante la notte si commettessero nuovi delitti; assicurarono la casa, del vicario con travi [19], e vi posero a guardia una mano di soldati; indi si raccolsero a consulta.

Provvidero in prima affinchè l’indomani, che era domenica, vi fosse pane in abbondanza: i forni lavorarono tutta la notte. Al tempo stesso diedero gli ordini opportuni che si cercasse dappertutto frumento, onde non mancasse. Nominarono gli anziani, che, recandosi ciascuno di buon mattino al suo posto, custodissero il forno del loro quartiere coll’autorità del nome, cercando, col favore di che godevano presso il pubblico, d’impedire il tumulto qualora ricominciasse, siccome accadde. Spuntato il giorno, il popolo era tranquillo, ed uscendo, mezzo sonnolento, a comperare i viveri, ciascuno andava per la sua strada, appena soffermandosi per scambiar parole. Avresti detto che erano confusi per vergogna della precedente sommossa.

Ma fu una breve sosta, ed ecco infuriare, con più violento impeto, la plebe, non tanto per far bottino nelle botteghe de’ fornaj, quanto per atterrarle dai fondamenti e darvi il fuoco. La nuova rabbia mirava principalmente al forno del Cordusio, e già dilapidata quanta farina vi si trovò, il frumento e ogni utensilio, stavano per incendiarlo e involgere tutto il caseggiato nelle fiamme, sia che non badassero alle conseguenze, sia con intenzione di propagare l’incendio alle vicine case, indi alle lontane. Mentre stavasi per commettere il delitto, un uomo pio del vicinato, scorto il pericolo, riuscì, se non a calmar subito la ferocia della plebe, almeno ad evitare un’irreparabile sciagura. Prese egli un crocifisso, ed accese alcune candele, lo calò d’improvviso innanzi la bottega. Il Salvatore pendente dalla croce, che salvò il genere umano, sembrava chiedesse il termine della follia e dei misfatti. I tumultuanti si mitigarono un poco, che i Milanesi, anche nei tempi più calamitosi, non obbliarono giammai l’avita pietà; al mirare l’immagine di Cristo crocefisso rimasero stupefatti.

Giunse nel frattempo [20] tutto il clero della metropolitana a croce alzata: i canonici colle cappe procedenti in fila si mescolarono tra la folla [21]. Avevano lasciato in Duomo gli arredi solenni per timore della sommossa. In tal modo si evitò il minacciato incendio. La minuta plebe allora corse alle botteghe di secondo ordine, in cui vendevasi il pane nero; e cessò dal tumultuare allora soltanto che il gran cancelliere ebbe fissata la tariffa di quello e del pane di frumento ad un prezzo che non potevasi desiderare più vile. Fu decretato che il pane nero di otto oncie costerebbe un soldo, e l’altro migliore si vendesse in ragione di tre lire lo stajo [22]. A tale annunzio i plebei tripudiarono con pazza gioja, ridevano amaramente, e su per gli angoli delle vie e nelle taverne si millantavano d’aver essi medesimi creata così bassa la tariffa. In pari tempo cavillando, borbottavano che finirebbe in breve la baldoria: dicevasi il pane esser mescolato con materie venefiche, non aver fiducia in sì gran beneficio, però volerlo intanto godere. Laonde correvano in folla ai forni, comperandone oltre il bisogno; o ne empivano le casse, le caldaje, gli orciuoli, nascondendolo in mille guise , come se ormai fossero i medesimi venditori quelli che dovevano rapir loro il pane di bocca.

Io fui spettatore di tutti questi avvenimenti: testimonio per caso del principio della sommossa, il desiderio di ben conoscere l’indole umana in quella circostanza, mi spinse ad osservarla fino al termine, lontanissimo dal pensare che un giorno avrei dovuto esserne lo storico. In seguito trovai esattamente registrato, negli atti della città, l’origine e il crescere del tumulto, non che il finire e reprimersi spontaneo di esso, come appunto io aveva veduto.

La sommossa della plebe milanese afflisse ed angustiò il pubblico Consiglio, il quale altresì ne arrossiva, come un padre di famiglia se scopre svergognato il casato, violato il pudore dei figli e macchiato il suo buon nome. Un’altra volta, a nostra memoria, fuvvi penuria in Milano di granaglia, perchè vendevasi il frumento sette lire lo stajo ed anche più; ma non per questo il popolo, amato e stimato dai nobili, e per la sua fedeltà ed ossequio verso il monarca, tenuto come un’altra classe di nobili, non per questo ruppe il freno all’ubbidienza, nè ribellossi ai decreti del Consiglio. Ora invece aveva calpestata l’autorità pubblica, insultando lo stesso re e la patria nostra, a lui carissima, perchè nutrice sempre di uomini forti e in uno modesti.

Siffatti riflessi angustiavano i magnati, per tema che la notizia dell’accaduto, misto il vero col falso, non pervenisse al monarca, come se la popolare sommossa per la carestia fosse scoppiata per colpa del Consiglio. Aveva la città, per altre sue faccende, spedito al re cattolico un legato [23], il quale trovavasi allora in Madrid, con buona speranza di riuscita in alcuna delle trattative affidategli, di altre disperando. A lui il Consiglio inviò, con apposito corriere, lettere del seguente tenore.

Pochi dell’infima plebe, colla speranza di rubare, aver eccitati da principio ragazzi e donne, a questi essersi uniti altri, poi altri, finchè il tumulto, per la carenza del pane, diventò una specie di sommossa. Dilapidati i forni, il vicario di provvisione cercato a morte, e quanto avvenne dappoi. In conseguenza scrivevano al legato, si presentasse, quanto prima, ai piedi del re, ed esposto il caso, soggiungesse: Che fu un impeto repentino ed una follia del popolo, non mai una meditata rivolta, che la nobiltà conservava intatta la fede ereditata, dai suoi maggiori verso Sua Maestà, che non era vi in Milano alcun nobile il quale titubasse a sacrificare la vita, se quella popolare agitazione non si calmava [24].

I membri del Consiglio aggiunsero a questa altre lettere, di cui doveva servirsi il legato a tempo e luogo, ove mai, sotto pretesto dell’accaduto, si tentasse ledere gli antichi statuti della città, e indurre il re a gastigarla, promulgando nuove leggi. Raccomandavano di esporre la premura del Consiglio, le spese sostenute, e la non interrotta diligenza affinchè non mancassero al popolo i viveri. E come recentemente avesse comperato a spese pubbliche quindici mila moggia di frumento e dodici mila di segale, trattando inoltre, per un acquisto maggiore, da trasportare in città, alla quale non sarebbe giammai mancato grano, se si fosse eseguito quanto i Decurioni avevano impetrato dall’autorità suprema, vale a dire, che a chiunque non fosse lecito l’esportazione. Invano avevano i medesimi implorato si decretasse con leggi e pene gravissime che non potessero gli incettatori venire dagli estremi confini del Verbano fino sulle porte della città co’ somari a far compera di grano, e poscia dalle loro case portarlo ai confinanti Svizzeri, come loro riusciva facile per la vicinanza. Ed eziandio si proibì di trasportare in esteri paesi il frumento della Lumellina, che è il granajo di Milano. Ai fornai ed ai mugnai di questa città era stata negata la chiesta licenza di comperarlo e trasportarlo ne’ loro magazzini.

XII

La peste scoppia in Milano

Sono il Ponte Vetro ed il borgo di Porta Orientale quartieri di Milano, paragonabili, per ampiezza, a due piccole città. In essi apparvero i primi sintomi della peste, la quale, al pari di fiamma sbuccante dai tetti, doveva invadere le vicine case, percuotere quasi tutti i cittadini, e diffondersi lontano nelle campagne, cessando soltanto allorchè, ministra dell’ira celeste, avesse ogni cosa purgata. Non fia inutile notare in che luogo e in che giorno scoppiò il contagio, e quali persone furono le prime colpite per vedere, come da lievi principj, ingrossata la tremenda procella, invase l’intera città, uccidendo tante migliaja di vittime. Il primo fu un soldato di nome Pietro Paolo Locato, il quale, trovandosi di quartiere a Chiavenna, a motivo delle agitazioni della Valtellina, ebbe un permesso dal suo comandante. Entrato in Milano il 22 novembre [25], recossi da certa Elisabetta sua zia, e vi rimase per tre giorni nè visitato, nè custodito, quantunque proveniente da luoghi infetti. Ammalò, e peggiorando, venne trasportato all’ospital grande, non avendo mezzi da farsi curare in quella casuccia. A capo i due giorni morì, e fatta l’autopsia del cadavere, si trovarono i bubboni, indizio sicuro di peste, non mai i riscontrati per l’addietro in città, benchè il volgo molto ne cianciasse. Morirono in breve quanti abitavano in quella casa, togliendo ogni dubbio che la peste fosse introdotta in Milano. Denunziato il caso al magistrato di Sanità, venne posta sotto sequestro la casa di cui era proprietario un Colona, il quale morì egli pure insieme alla moglie ed ai figli [26].

Il morbo incominciò a serpeggiare lentamente; quasichè Iddio misericordioso, concedendo respiri ad intervalli, desse campo ad usare rimedj. Ma i nostri nobili, nelle cui mani risiedeva il governo dello Stato, non giovandosi della bontà divina, non curanti opponevansi alla strage, come accade sempre quando il cielo vuol gastigare gli uomini. Furono lenti i rimedj, quantunque la peste, che minacciava la città, ne’ primi giorni si nascondesse come timorosa.

L’essere disceso il contagio dalle valli Rezie, e rimanendo pochi giorni in casa del Colona, fu causa, e per la distanza del luogo donde veniva e per la lentezza a diffondersi, che si considerasse come tutt’altra malattia. Eppure, prima dei suaccennati casi, verso il principio del febbrajo 1627 erasi sparso un vago romore di vicina pestilenza: più tardi giungevano ogni dì avvisi funesti, che la calamità ne sovrastava. Ormai era venuta, ed in segreto, e quasi di furto, colpendo i cittadini, alcuni ne prostrava a viva forza; sostava, irrompeva di nuovo, alternando così, giusta l’indole degli uomini, la speranza e i timori, per cui ora si davano a credere aver esagerato per vano sospetto il pericolo, ora di non aver usate sufficienti cautele per guarentirsi dal medesimo. Quindi furono posti cancelli e guardie a ciascuna porta, istituite le quarantene ed altri consueti provvedimenti; ma non andò molto, che si levarono, negligentando per indolenza le precauzioni con tale volubilità ed incostanza, che sembrava uno dei fenomeni della peste.

Scorsero circa tre anni fra le ansie cure e la fatale trascuranza; scoppiata la peste in casa del Colona, non più di cento morirono nel decorso di quattro mesi; piccolo numero, avuto riguardo alla natura del male, all’ampiezza di Milano ed alle tante migliaja che tra breve dovevano caderne vittima.

Ben presto però la belva, irritata dai vincoli che la raffrenavano, gli spezzò, lacerando senza contrasto i corpi. E furono veri strazj, quantunque non fatti da armi o ferite. Spettacolo più orribile le morti pel contatto, l’alito e l’occulta tabe, che non è il vedere sul campo lacerate viscere, sparse cervella, tronche braccia ed altre orrende ferite, allorchè due nemiche schiere, spinte dal furore, vengono a battaglia.

XIII

Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste.

Io son d’avviso che tra i fomiti del contagio, molti pur troppo e fatali, nessun altro contribuì di più ad accrescerla, quanto l’ostinazione della plebe in negarlo, insultando con fischi, con ghigni ed improperj chiunque ne profferiva il nome [27]. E tale follia non era invalsa soltanto tra la plebe: ma anche in alcuni medici, i quali, perdendosi in dispute interminabili, ridevansi de’ bubboni e della gonfiezza degli inguini, chiamandoli effetti di sfrenata libidine ogni qual volta un appestato mostrava loro quei segnali certissimi di peste, e chiedeva rimedj. Quegli ignoranti [28] andavano vociferando ne’ crocchi, che le stesse febbri sono un contagio, e che molti morivano all’improvviso per mancanza di vitalità, ovvero per occulti guasti de’ visceri. Con tali assurdi e con altre dicerie, proprie dell’arte loro fallacissima, distolsero i malati dal prendere i rimedj cui bisognava ricorrere in tempo. Codesti medicastri si guadagnarono il favore del volgo a segno, che i savj, i quali, ben altrimenti opinando, convinti esistere omai la peste in città ed essersi l’influenza morbosa indonnata [29] dei corpi, predicavano doversi usare ogni cautela, furono trattati come impostori, anzi quai nemici della patria [30]. Gridava la plebe che essi cercavano occupazione, e che per avidità di guadagno introdurrebbero la peste anche dove non esisteva.

XIV

Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della peste.

Ricorderò il caso di tale cui la pubblica catastrofe sopraggiunta avrebbe potuto accrescere gloria, se egli non ne avesse già raggiunto l’apice per chiari studj e ingegno grandissimo. Era Lodovico Settala, il primo dei medici e dei filosofi, e letterato esimio [31]. Alla dignità dell’arte sua aggiungeva una vita illibata, ed il disprezzo del denaro ogni qual volta veniva chiamato dai poveri o dai letterati ed amici, menomo questo de’ suoi pregi. Vecchio e sommamente autorevole per l’esattezza de’ suoi pronostici, l’Ippocrate del secol nostro godeva un’illimitata fiducia anche tra i più circospetti, e la plebe l’aveva in gran venerazione prima ch’ella s’infatuasse nella sua pazza credenza. Un giorno che il Settala recavasi a visitare i suoi ammalati in lettiga, a cagione della vecchiaja, fu insultato con tali urli da’ facchini e donnicciuole, che i portatori della lettiga, temendo per la sua vita, entrati nella vicina casa d’un amico, vi si trattennero finchè, quetato il subbuglio, quei mascalzoni si fossero dispersi.

Vociferavano tutti in coro, essere il protofisico capo di coloro che asserivano vera la peste, spargere egli colla barba e col cipiglio il terrore in tutta la città, affinchè non rimanesse in ozio la turba de’ medici e si trovasse modo da occuparli. In tal guisa l’ottimo vecchio, che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia dell’arte e col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo per la stolidaggine e la petulanza del volgo. Il quale non insultò lui solo, ma gli stessi tribunali e la santa giustizia, osando deludere le leggi sanitarie come inutili ed ispirate dal solo timore alle pubbliche autorità.

XV

I magistrati pensano a più sani rimedj.

Ormai la peste era patente, confessata anche dai più ostinati contraddittori, e faceva mostra di sè colle stragi e i mucchj di cadaveri come in battaglia, invadendo ogni parte della città: pur nondimeno molti disprezzavano la furia e la tremenda possa di lei. Fu necessario istituire tribunali, mettere guardie, pubblicar editti, e d’ogni cosa aver cura con somma attenzione e previdenza.

Furono eletti a presidenti della Sanità due gravissimi senatori; Giovanni Battista Arconati, e M. Antonio Monti suo successore [32]. Entrambi con vera carità della patria esposero la vita nell’ufficio loro, sprezzando il pericolo per difendere con prudenza, fedeltà e vigilanza le reliquie della misera città e la nostra milanese provincia, bellissima tra le contrade soggette al cattolico re.

Il regime fu il seguente: tutti gli altri magistrati e i primarj nobili davano consiglio ed ajuti alla Sanità, a misura del coraggio di ciascuno e della prudenza nel pericolo. In ogni porta e regione di Milano vennero fissati i giorni e le volte che ciascun nobile doveva visitarle, e gli uffici da esercitarvi. Si ordinò primamente che uomini, animali e merci non si lasciassero entrare in città senza prima esaminare le bollette comprovanti la provenienza loro da’ luoghi sani. E perchè non si sforzasse il passo, si misero cancelli fuor delle porte, e dietro i cancelli s’innalzarono capanne, dove stavano giorno e notte i soldati a custodia.

Altri nobili e persone dai medesimi elette, giravano ogni giorno nelle regioni, nelle parrocchie e nei borghi di Milano, visitando le case e provvedendo ai bisogni di molti a spese pubbliche, ed anche con private elemosine.

Quanto al male, ai sospetti ed ai casi giornalieri di peste, fu proveduto nel modo seguente. Quelli che ammalavano venivano immediatamente trasportati al Lazzaretto, in uno colla famiglia, e quanti dimoravano sotto lo stesso tetto; ovvero se esternavano il desiderio di rimanere in casa, si custodivano, postevi le guardie di Sanità [33]. Coloro poi su’ quali non eranvi che vaghi sospetti, venivano per cautela segregati, ma con meno severa custodia, ricevendo gli alimenti dal pubblico se riconosciuti poveri. I cadaveri trasportavansi sopra carri, preceduti da un fante, il quale, gridando, allontanava i passaggeri, avvisando ad alta voce chiunque venisse all’incontro di tirarsi in disparte, d’astenersi da qualunque contatto e scansare i Monatti, che erano ivi i morti, ivi la peste. Furono scavate immense fosse profonde sino al livello dell’ acqua, e depostivi i cadaveri, gettavasi sopra ogni fila uno strato di calce viva, perchè col suo caustico più presto assorbisse il putridume, pericoloso anche da sotterra, alla vita ed alla comune salute [34].

Ma ormai sembrava non esservi più speranza di vita e salute, che quanti più morti seppellivansi ogni giorno, e tanto più ne cresceva ad ogni momento il numero. Riempite quelle immani voragini, altre ed altre se ne scavarono, e neppur queste bastavano.

XVI

Il corpo di San Carlo viene trasportato solennemeate

per Milano, onde impetrare che cessi la Peste.

I Magistrati, visto che umani provvedimenti più a nulla giovavano contro sì fiero morbo, ed il terrore della moltitudine, impetrarono, dal cardinale arcivescovo Federico, che aperta l’arca in cui riposava il corpo di S. Carlo, venisse reso alla luce e trasportato per la città. Nutrivano vivissima speranza che le spoglie mortali del Santo, rivedendo le contrade un tempo percorse, il cielo e l’aure della città natia, ne scaccerebbero la tabe, il veleno e qualunque influsso spirava funesto ai corpi ed alla vita. L’eminentissimo Borromeo annuì alla preghiera fatta dai Decurioni a nome della città, e permise che, tratto dal sepolcro il corpo di S. Carlo, venisse portato per Milano. Senz’indugio si disposero apparati e pompe, in guisa che le vie, le pareti e fino i tetti delle case, l’aspetto del popolo supplichevole, e, sto per dire, l’aere circostante, facessero palese testimonianza del vivo affetto pel Santo, avvalorando, per così dire, le preci al medesimo indirizzate.

La privata magnificenza gareggiò colla pubblica, e i cittadini non badarono a dispendio in quelle, pompe, con cui la misera umanità pretende onorare il supremo Fattore. E la gara non fu soltanto tra privati e privati, ma di questi col municipio, forzandosi superare quanto i Decurioni ordinarono co’ loro editti. Aveva il Vicario [35] pubblicato un ordine, che in tutti i luoghi pei quali transiterebbe il corteo, ciascuno adornasse colla maggior pompa la fronte della sua abitazione, aggiungendo che ove i cittadini si fossero mostrati indolenti e avari, non avrebbero forse avuta mai più occasione di dar prova della divozione e dell’agiatezza loro. Ogni casa senza padrone, ovvero abitata da poveri inquilini, veniva adorna a spese di qualche ricco vicino o dell’erario. Da ultimo fu imposto che per quel giorno non potessero girare carrozze, carri ed altri impedimenti, affinchè le strade tutte e le piazze dove passerebbe la processione rimanessero sgombre alle reliquie del Santo, del quale imploravasi il patrocinio. Anche il cardinale arcivescovo emanò un cerimoniale pel clero: che si raccogliessero i sacerdoti nel giorno e nell’ora fissata in Duomo, e purificati prima coi Sacramenti, procedessero in modesta schiera cogli occhi proni a terra, senza tumulto e senza distrazioni.

L’ordine della processione , le fermate dell’ arca, il giro vennero stabiliti come segue :

Dal Duomo doveva avviarsi per la strada detta anticamente Decumana, indi piegando per la contrada dei Tre Re, al Bottonuto, poscia per la contrada Larga e la piazza di Santo Stefano, svoltare nel corso di Porta Tosa, fin dove sorge la croce vicino agli olmi. Di là entrar nella via che mette alla cloaca di essa porta; indi alla croce di Porta Orientale, donde procedendo in linea retta, dopo la chiesa di Sant’Andrea, giungerebbe a capo della contrada ove s’innalza la croce di Porta Nuova. Presa una scorciatoja, pel vicolo di Sant’Agostino, venire alla croce del Ponte Vetro, poi alla chiesa di San Tomaso, e piegando per la contrada di San Prospero, alla croce di Porta Vercellina; indi alle Cinque Vie, a San Sepolcro, al Cordusio, e finalmente per la Piazza dei Mercanti, far ritorno in Duomo. Stabilito in tal modo il giro, si fecero i preparativi con siffatta pompa, che non avresti detto essere la città in preda allo squallore per tremenda pestilenza, bensì celebrare con pubblico tripudio una festa nazionale. In quel giorno la stessa letizia de’ Milanesi e l’apparato festivo dei proprj funerali era spettacolo lugubre. Nè lieve saria stato il dolore e la compassione de’ nazionali come pure degli stranieri, qualora avessero posto mente a tali pompe e presagito quanto stava per accadere. Avrebbero essi contemplata l’allegria e la magnificenza d’una città già invasa dalla peste, e di una popolazione tra breve moritura; le ricchezze profuse e un’ingegnosa gara per ricevere, con modeste acclamazioni, le ossa dell’Arcivescovo, il quale, vivente, aveva, giusta la popolare credenza, scacciata la peste da  Milano. Ma come presagire l’immensa strage imminente, e che, coloro i quali addobbavano a festa la città, per trarre in luce il cadavere del Santo, tra breve, quasi Iddio si fosse irritato del pubblico supplicare, giacerebbero ammucchiati cadaveri!

Tre soli giorni v’ebbero pei preparativi, ed in tempo sì corto, le vie tutte ed i crocicchi assunsero un aspetto trionfale, che teneva dell’antica magnificenza romana: anche le iscrizioni erano nell’idioma latino. Tanto fecero i cittadini, che l’ingegno natio e la peste già contratta agitavano con febbrile inquietudine. Emblemi, versi, cento e cento iscrizioni a lettere cubitali dorate, rammentavano le virtù del defunto Arcivescovo, e sentenze sublimi a consuetudine degli antichi Romani, quasichè la festa nel Lazio si celebrasse, e non in una città longobarda. Sorgevano frequenti archi ed altari, e cori posti sui balconi, udivansi ad ogni angolo di strada dove svoltava la processione. Arazzi, quadri, drappi d’ogni genere, vasi e tutto quanto di prezioso e d’antico possedeva ciascuna famiglia, fu esposto per dove passava il cadavere di S. Carlo. I tetti e le mura delle case de’ poveri risplendevano per lusso regale: tutta la strada era coperta al disopra con drappi, che difendevano dai raggi del sole, e qua e là rami d’alberi, fiancheggianti la via, ancor più l’abbellivano. Invero che se non era statuito negli eterni decreti di purgare od ammonire il popolo, io sono d’avviso che tanto ossequio e tante preci avrebbero placata l’ira divina salvando la città nostra dal fatale eccidio.

Il corpo di S. Carlo, o piuttosto le reliquie di esso, sopravanzate alla voracità del tempo, che distrugge fino i più duri metalli, giaceva entro un’ arca coperta d’un drappo di seta bianca con ai lati finestrelle di cristallo, traverso le quali intravedevasi la consunta faccia del Santo, più venerabile agli occhi dei divoti, che se fosse stata intatta. Portavano l’arca i canonici della metropolitana, preceduti da una parte del clero e del popolo, seguiti dal restante; adorni delle loro insegne venivano i sacerdoti, i magistrati, i più cospicui della città, con doppieri accesi; molti a pie’ scalzi e colle vesti strascicanti quai penitenti palesavano la costernazione dell’animo. Però gli sguardi d’ognuno, non distratti dai circostanti oggetti, rivolgevansi ansiosi alla calva e mitrata testa di S. Carlo, alla bocca semiaperta, ai pochi denti, che più la sformavano, alle livide e vuote occhiaje, che in tal guisa la morte, coll’ineluttabile sua possa, aveva guasto il venerabile capo del santo Arcivescovo. Pur nondimeno rimanevano alcune tracce indicanti la benevola fisonomia del Pastore quale la tramandarono ai posteri gli antichi simulacri.

Ad esso erano rivolte le preci di mille labbra, che osavano quasi per diritto implorare che di nuovo difendesse colla sua intercessione, appo Iddio, il popolo già da lui altra volta salvato. Il guardavano ed oravano, e da quel teschio inanimato e corroso, volgendo le preci e la speranza al vivente capo della Chiesa milanese, ad alta voce supplicavano il cardinale arcivescovo Borromeo, il quale seguiva da vicino l’arca, che offerisse i pubblici voti al cugino, cui egli andava dappresso per parentela, per dignità, per meriti [36] .

XVII

Dopo la processione s’accresce la peste.

Riuscirono vane le preci; e la pestilenza, quasi eccitata dal vociferare de’ supplicanti, più crebbe e inferocì. Non è lecito a noi l’indagare le cause di sì grande arcano, ed il voler determinare per qual motivo il contagio, che prima lentamente serpeggiava, si diffondesse terribile appunto dopo la traslazione del corpo di S. Carlo. Gli uomini savj e pii, vedendo la violenza del morbo crescere a dismisura, dopo che s’era invocato il celeste patrocinio, lo dissero un gastigo divino; gli stolti invece sostenevano che neppur lo stesso Iddio poteva domarlo [37]. Da alcuni mesi la peste, nascosta, s’era mostrata ad intervalli qua e là; ma ormai infuriava a tutto potere.

L’ undici di giugno, giorno sacro a S. Barnaba, erasi fatta la solenne processione con somma gioja de’ cittadini, e da quel giorno veramente la peste acquistò nome, forza e impero, giacchè dianzi non esisteva che l’ombra di essa [38]. È da notare che tutti i contagi e simili mali che afflissero e noi ed altri popoli e città, assumono il nome improprio di peste.

L’arca in cui giaceva il cadavere del santo Arcivescovo in abiti pontificali e mitrato, rimase otto giorni e altrettante notti esposta in Duomo sull’altar maggiore. Il popolo v’accorreva in folla, implorando, con lagrime ed orazioni, quell’ajuto che per gli imperscrutabili decreti divini era ormai ad esso inesorabilmente negato.

In que’ giorni molti perirono, come se le morti fossero la risposta del Cielo. E perchè niuno ne dubitasse, cresceva giornalmente il numero delle vittime, finchè giunse a mille e ottocento [39] per giorno. Vuotavansi le case, e si trasportavano sui carri i cadaveri d’ogni età, sesso, e condizione, che la morte non perdonava ad alcuno. Le grandi fosse scavate fuori della città non bastavano a seppellire i cadaveri, come le stanze del Lazzaretto erano poche alla moltitudine degli agonizzanti appestati che invocavano, come un sollievo, la morte.

E costoro erano più sgraziati di quelli che il terribile morbo repentinamente uccideva.

XVIII

Aspetto ributtante di Milano pe’ mucchi di cadaveri e l’insolenza dei monatti.

Miserandi spettacoli degli umani eventi pei furori guerreschi o per le stragi della morte, che i sommi agli infimi adegua, vengono descritti nelle storie; ma io son d’avviso che in nessun luogo mai fu visto tale ludibrio quale presentava Milano in quel tempo ad ogni ora della giornata. Nessuno ignora che razza d’uomini fossero i Monatti, disperati ministri della peste, ed i becchini, i quali, sprezzatori della morte, affrontavano qualunque pericolo.

Il loro nome deriva dalla solitudine in cui devono stare, che ad alcuno non è conceduto l’immischiarsi con essi [40]. Codesta genia maneggiava, senz’alcuna precauzione, morti e moribondi, toccando i bubboni, la tabe, le membra sanguinanti, e perfino facendo gozzoviglia con pazza gioja sopra i mucchi de’ cadaveri. I Monatti, arrossisco in narrare tanta turpitudine! violarono gli stessi cadaveri, ultimo eccesso della libidine e dell’umana pazzia, che neppure riscontrasi fra le belve! Introducendosi in ogni casa, fosse o no sospetta di peste, perchè ormai era lecito il sospettare di tutti, afferravano i mariti, le mogli, i figliuoli per trascinarli al Lazzaretto, se non redimevansi sborsando denaro. Alcuni giovani sfacciatissimi, legatesi le campanelle a’ piedi, s’introdussero per le case, frugando le stanze, ed anche per le strade facevano quanto loro saltava in capo come se fossero Monatti rivestiti di pubblica autorità [41]. Accadde una volta che nella casa medesima s’incontrassero codesti Pseudo-Monatti coi veri, e ne seguirono risse e colpi, nè l’alterco terminò senza sangue. Fu altresì una calamità pubblica il modo con cui i magistrati provvidero a simili disordini, perocchè gli stessi impiegati subalterni ed i satelliti irrompevano nelle case, commettendovi, colla maggior petulanza e impunità, i furti, le rapine, le ingiurie cui sempre sono usi, E non cessarono dal rubare e dall’estorcere denaro, finchè accusati e presi alcuni di essi, vennero, per gastigo ed esempio, condannati alle forche. Un giorno che si doveva impiccarne tre, mancando il carnefice, si esibì ad uno la grazia qualora volesse farne le veci : accettò con gioja, e strangolò i compagni.

Ma la ciurma de’ Monatti maltrattava a sua voglia e viventi e morti, trascinandone i cadaveri, come il beccajo trascina al macello, legati tutti con una sol corda, vitelli e capretti. Andavano a fascio uomini e donne, adolescenti, fanciulle, bambini pendenti dalla poppa materna, giovani, vecchi. Il servo coricato addosso al padrone pestandogli coi piedi la faccia, ricchi e poveri ignudi, raro essendo che un cencio loro coprisse per pudore le nudità, e se a caso veniva gettato sovr’essi un lenzuolo, tosto gli avidi becchini via lo strappavano. Teste, braccia, gambe spenzolavano dal carro, s’ intricavano fra le ruote, ed i cadaveri rotolavano qua e là per terra! [42]

FINE DEL LIBRO PRIMO.

Note

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[1] Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una specie di prologo al libro medesimo. (Il Trad.)

[2] Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano, quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il grande Enrico.

[3] Il frumento salì fino a lire 100 il moggio; la segale 70, e 60 il miglio.(Tadino, pag. 9. — Somaglia, pag. 478.)

[4] Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della Società.

[5] Pare un controsento od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi, in tempo di carestia, che si debba ivi morir di fame. Quindi lo spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è naturale.

[6] Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.

[7] Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII, allora padrone del Milanese.

[8] Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere salubre di Milano del cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a Milano praterie, che rendono greve l’aria.

[9] Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213 solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non finite.

[10] In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine città , che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629, in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e si dovettero sospendere le visite.

Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto ed alla Stella a 14,000.

[11] La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura, predicendo che la gran moltitudine dei poveri quale causava un necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro principalmente atteso la mala dispositione dei corpi fiaterebbe acceso un contagioso morbo. Il numero dei morti dal 1.° gennajo a tutto settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.

[12] Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec, ebbi sott’occhio un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnola, spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale: Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S. Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628. Concorda pienamente col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di manoscritti riguardanti le cose patrie.

[13] Il prestino delle Grucce, detto volgarmente di Scanso, posto anche in oggi sulla corsìa che dal Duomo mette a porta Orientale, a mano sinistra sul principio della medesima.

[14] Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile scroccheria. Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo Borromeo. (Tra i MS. Civelli).

[15] Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella riporla. (Tadino, pag. 7.)

[16] Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. — Li Padroni et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare anch’essi contro della Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le porte, ec.

[17] Il vicario di provisione di quest’anno 1618, del quale Ripamonti e Manzoni tacciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni fino dal 1628, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone del pericolo corso nella sommossa.

Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi il Somaglia.)

[18] La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha. Lettera del Foppa, citata più sopra.

[19] Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la strada, et con la moschetteria custodirla. (Tadino, pag. 7.)

[20] Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero in processione al prestino etc. Traduzione letterale della Relacion etc. in lingua Spagnola sopra citata.

[21] Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giovò assai essendo personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la detta Plebe et tutta la città. (Tadino, pag. 8.)

[22] Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di 100,000 scudi di perdita.

[23] il decurione Legnani.

[24] Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove abitava il vicario di provvisione.

[25] Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo. Entrò nella città Pietro Antonio Lonato soldato alti 22 ottobre del sodetto anno 1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parrocchia di S. Babila nella casa detta dell’orefice .... conducendo seco molti vestimenti comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto s’infermò, et fu condotto all’ospitale, il quale essendo soprapreso da un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto Diuino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto Hospitale et Barbiere con il Rever. P. Tenago, per la longa esperienza del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi essersi amalati del medemo male, se bene per gli preservativi, et loro robustezza mediante l’aggiutto Diuino si fossero mantenuti (guariti). (Tadino, pag. 51.)

[26] Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’ esso venuto da Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò . . . morse nella quarta. (Tadino, pag. 51.)

[27] Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto circoscrivere con buone provvidenze.

[28] A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero cascavano ancora li chirurgi della città Corcano, Monte, Calvo et il Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno, con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di peste, etc. (Tadino, pag. 73

[29] impadronita, impossessata (Bonghi)

[30] Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio pestilente, nè loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con le pietre restassero percossi. (Tadino, pag. 83.)

[31] Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua, e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina, specialmente duranti le due pesti.

Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco, giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane. Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese. In quel tempo (scrive il Settala nel Trattato della peste) il Grande Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi, destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità, compagno all’esimia opera.

Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608 il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a Pisa, Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste nel 1630, il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attirare le più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non s’avvilì perciò, e durante quel contagio giovò colla sua sperienza, poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità. Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo cittadino.

Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione, ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere il catalogo nell’Argelati. Bibliot. Script. Mediol.

Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Lazzaro, dove, quarantanni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide, la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830 quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione, piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale, tradotta in italiano, suona così:

d. o. m.

a Lodovico Settala

per splendori di nobiltà e dottrina chiarissimo

archiatro di Filippo re di Spagna

cittadino e salvatore di Milano

che vinse la morte quante volte volle

e la vinse quante volte apprestò rimedj

pugnante coi morbi e colla morte

colle sue lucubrazioni

anche dopo la domata peste

padre amantissimo e dottissimo

i figli Carlo vescovo di Cortona

e

Antonio insignito più volte d’ onori municipali

offrono tributo di lagrime

Manfredo poi Canonico di questa basilica

nel domicilio della sua immortalità

un monumento immortale

pose

ai primi idi d’agosto

l’anno intercalare mdclxxii

[32] Il primo nel 1629, il secondo nel 1630.

[33] Tadino espone minutamente le preterizioni pei malati che rimanevano in casa. Il Commissario doveva suggellare tutte le porte, meno una, collocandovi guardie, profumare stanze e robe, visitare in persona le case in sequestro, almeno una volta il giorno, e farne esatta relazione alla Sanità. I provvedimenti erano buoni; ma tra per la cupidigia degli uffiziali subalterni, tra per l’infierire della peste, vennero mal eseguiti. (Vedi Tadino, pag. 76.)

[34] Fino dal febbrajo 1630 i Medici Conservatori avevano suggerito di preparare fopponi longhi profondi, e non troppo larghi, tanto che si puotesse stare quattro cadaveri per traverso. E questi fuori di ciascuna porta; ma tale prudente misura non venne adottata che nel maggio, quando crebbe il numero dei morti. Il Tribunale di Sanità, conoscendo l’importanza somma d’una pronta e diligente tumulazione, invigilava perchè fossero eseguiti i suoi ordini; pure, in onta alle pene severissime non riusciva a farli ubbidire. Il caso seguente, narrato dal Tadino, prova ad evidenza la verità dell’esposto. Morì nell’aprile un Brasca d’anni 15, figlio d’un macellajo in Porta Orientale, et fu sepolto sopra il Cimiterio di S. Babila et perchè s’era sparsa voce, che il caso fosse dubbioso, uno de sotterratori per interesse de’ vestiti doppo duoi giorni di sepoltura, hebbe ardire di leuare la cassa dalla fossa profonda, et aperta spogliarlo; et accortosi l’altro compagno, dicesi, che lo riprendesse dell’errore commesso contra gli ordini del Tribunale per le pene gravi intimate; ma non palesandolo anzi per quello s’intese escusandolo fu messo in prigione, et giustificata la verità del fatto, fu appicato d’ordine del Tribunale per mezzo al sudetto Cimiterio, ad esempio degli altri, et bandito il principale. (Tadino, pag. 92).

[35] Il Vicario di Provisione nel 1630 era Francesco Landriani.

[36] Questa processione ebbe luogo l’undici giugno: durò dalle ore 7 alle 19 italiane. (Pio della Croce.)

[37] La vera ed evidente causa fu il contatto di tante migliaja di persone sempre fatale nei contagi, e specialmente colla caldura allora dominante; ma l’ignoranza dei tempi non l’ammetteva. Il Tribunale di Sanità comprese il pencolo; ma non aveva forza di opporsi al voto di tutta una popolazione. Adottò quindi, come accade in simili casi, un mezzo termine, cioè di escludere da Milano in quel giorno i sospetti; inutile misura dacchè la peste era già penetrata in città.

Il Tribunale di Sanità fece promulgare rigorose grida con pena della confisca de’ beni e della vita stessa che niuna persona delle terre infette o in cui fosse avvenuto qualche caso pestilente, ardisse, sotto qualsiasi pretesto, intervenire alla detta processione. Furono chiuse le porte della città e inchiodate le porte delle case infette; pure si sviluppò il contagio. Così il Somaglia, il quale lo attribusce agli Untori.

[38] Esagerazione rettorica, poichè in detto giorno le case sequestrate erano già 500, ai primi di luglio crebbero a’ 2000. Prima della processione la mortalità giornaliera arrivò a’ 130, dopo caddero talmente li ammorbati, dice il Somaglia, che in brevissimo tempo si condussero più di dodici mille persone al Lazzaretto, sendosi tant’oltre con progressi così orrendi avanzata la peste, che obbligò quasi tutte le famiglie de’ ricchi, nobili, mercanti o chi poteva aver ricetto nelle ville, a colà fuggirsene. (Somaglia, pag. 484).

[39] Somaglia dice 1700 al giorno durante il luglio e l’agosto.

[40] Cioè da μονο o da μοναχο: solitario. Il Boga lo invece lo deriva dal latino monere, affisare, perchè col tintinnio delle campanelle attaccate ai piedi avvitavano la gente di scostarsi. Ambedue le etimologie sono stiracchiate, ma non si saprebbe indicare donde senga precisamente questo vocabolo.

I Monatti erano distribuiti nelle seguenti stazioni:

Al Guasto in Porta Comasina.

All’osteria di Sant’Antonio in Porta Fercellina andando alle Grazie.

All’osteria del Padroncino in Porta Romana.

In tutto il Borghetto di Porta Orientale vicino al Dazio.

Gli carri che di continuo dallo spuntare al tramontare del sole si adoperavano per la condotta dei morti o delle persone o robbe infètte, erano circa cinquanta. ( Somaglia, Alleggiamento. )

Ad ogni carro servivano due Monatti ed un cavallo. (Lampugnani, pag. 35.)

[41] Indegna cosa parimenti fu l’aversi alcuni mal consigliati giovani, poste le campanelle a piedi, per essere anch’essi creduti Monatti. Colla quale inventione usurpavansi licenza di andar tra sani per le case altrui, fingendo cercare se vi fossero infermi o morti. Dal che ne avenivano robbarie e scandali notabilissimi (Somaglia, Alleggiamento, pag. 500.)

[42] Non meno viva è la pittura che il Della Croce fa della condizione di Milano. Spettacolo orribile a vedere era allora la già tanto gloriosa, ma in detti tempi misera città di Milano. Stavano desolate le case, le famiglie estinte, chiuse le botteghe, cessati i traffichi, serrati i tribunali, abbandonate le chiese, le contrade solitarie. Ed ormai più non si vedevano per le strade che quei ministri funebri, che dalle case ai lazzaretti conducevano gli infelici appestati Stridevano mai sempre per le strade i carrettoni dei morti, tanto pia orrendi alla vista quanto che i cadaveri confusamente caricativi sopra, davano di loro stessi vista più spaventosa, Uscivano dal Lazzaretto cantando li condottieri Monatti, già fatti duri in cuore in quell’orribile ufficio, con piumacci e galle su le berrette, e quasi che a parte fossero del trofeo di Morte, entravano audaci tanto nelle case infette, che più pareva volessero darle nemico sacco che amichevole ajuto.

Pigliavano que’ Monatti per il capo, per le gambe, come loro meglio comodo veniva, gli appestati caduti sul dorso, e dalle spalle gli venivano poi a scaricare sul carro come sacco di grano, nulla curandosi che indecentemente giù dai lati pendessero e gambe e braccia e teste. E malamente copertegli le nudità con uno straccio di tela, se ne andavano a scaricarli al foppone, celebrandogli intanto il funerale le flebili grida dei famigliari che si vedevano tanto malamente trattare gli amati cadaveri de’ suoi più cari e congiunti. Non udendosi altro suono di campane che il doloroso, che andavano facendo le campanelle che li stessi Monatti e cavalli de’ carrettoni portavano legate al collo ed alle gambe per avviso di quelli che loro venivano incontrati.

Non men doloroso era anche la vista dei poveri infetti, cui non era permesso spirar l’anima sotto il paterno tetto fra i lor cari. Altri venivano sopra carri e talvolta forzatamente legati, empiendo l’aria di lamentevoli strida, altri sopra sedie portati, altri a piedi a bastoncelli appoggiati, andavano gemendo ad incontrare, prima che medico e medicina, la morte e la fossa. (Pio della Croce, pag. 58 e seg.)

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Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2008