Francesco Cusani

Introduzione

a

La peste di Milano del 1630

di Giuseppe Ripamonti

Edizione di riferimento

Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei LX Decurioni dal Canonico della Scala  Giuseppe Ripamonti, istoriografo milanese volgarizzati per la prima volta dall’originale latino da Francesco Cusani, con introduzione e note, Milano, Tipografia e Libreria Perotta e C., 1841.

A

SUOI CONCITTADINI

QUESTA NARRAZIONE

DI

TREMENDA CATASTROFE

CHE DESOLÒ LA COMUNE PATRIA

DAL PIÙ ELOQUENTE STORICO MILANESE

DI QUELLA ETÀ

TRAMANDATA AI POSTERI

NELL’IDIOMA DEL LAZIO

ORA

SVOLTA NELLA LINGUA D’ITALIA

PERCHÈ SIANO A TUTTI ESEMPIO

LA VIRTÙ GLI ERRORI LE SCIAGURE

DEI NOSTRI AVI

OFFRE

CON CANDIDO ANIMO

FRANCESCO CUSANI

ÏÒÏÒ

Introduzione

Da un ragionamento inedito

sui principali storici e cronisti milanesi

I.

Siamo all’epoca spagnuola, che comprende un periodo di cento settant’anni, d’allora che le armi vittoriose di Carlo V e il Trattato di Cambray aggiunsero anche il nostro paese agli sterminati possedimenti di quel monarca, fino alla venuta degli Austriaci sull’incominciare dello scorso secolo. Epoca fatale e di amara ricordanza pei Lombardi! Re lontani e di tanto più difficile accesso, che per giungere a Madrid era d’uopo traversare la Francia quasi sempre in guerra colla Spagna, ovvero altri Stati Italiani per prendere imbarco in qualche porto del Mediterraneo. Governatori, che rappresentavano il Sovrano, estranei alle leggi, alle abitudini, alla lingua nostra, avidi di saziare la loro ambizione e l’avarizia, non reggevano, ma angariavano il paese ad essi per tre anni lasciato in balia. Un Senato, composto in buona parte di Spagnuoli, che giudicava inappellabile come Iddio. Il Consiglio segreto di Stato; il Magistrato di Sanità; i Sessanta Decurioni; il Capitano di Giustizia; il Magistrato ordinario, lo Straordinario: tutti poteri che agivano indipendenti nella propria sfera, urtandosi e collidendosi sovente nell’esercizio dei loro attributi non troppo chiaramente definiti. All’allegria ed all’attività ingenita nei Lombardi sottentrò il cupo sussiego, l’albagia e l’indolenza spagnuola; quindi i nobili abbandonarono il commercio, riputandolo disonorevole al casato; le manifatture andarono in decadimento, le arti e gli studj furono negletti, le opere pubbliche trascurate, in breve il nostro paese, consumandosi per lenta inedia, da florido e ricco che era, fu ridotto sterile e inerte per mancanza d’industria agricola e manifatturiera e di civile energia.

Però l’attribuire il decadimento e la ruina della Lombardia esclusivamente al dominio spagnuolo, come fecero parecchi scrittori, mi sembra un peccare d’esagerazione. E valga il vero: que’ disordini erano in buona parte conseguenza del trambusto d’idee e di passioni, generale fra i popoli d’Europa, che, usciti di recente dall’età di mezzo, incominciavano a stabilire su nuovi principj i loro governi.

Ma, per tornare a noi, in due periodi credo si possa dividere l’epoca spagnuola: dal 1537 al 1632, e da quest’anno al 1705 in cui vennero gli Austriaci. Le due pestilenze del 1576 e 1630 sono fatalmente i fatti più importanti del primo; come S. Carlo e Federico Borromeo ne sono i più celebri personaggi. Il secondo non è segnato da verun grandioso avvenimento, giacchè prostrata dalla carestia e dai contagi, e rallentato l’impulso dato al clero ed al popolo da quei due arcivescovi, la Lombardia giacque in un letargo sempre più profondo.

Esaminando quali sieno le tradizioni storiche, conservate tra il popolo fino a noi, ho dimostrato essere poche e confuse e procurai indagarne le cause [1]. Or bene, del dominio spagnuolo, il più lungo di tutti fra noi, altra memoria non sopravvisse nel volgo fuorchè quella di S. Carlo e della peste avvenuta sotto il suo pontificato.

Le visite fatte in tutta la milanese Diocesi, le riforme di tanti abusi, l’istituzione delle scuole della dottrina cristiana, le generosissime e continue limosine agli indigenti d’ogni classe; lo zelo e l’esimia carità di lui durante la peste, radicarono profondamente negli animi dei cittadini e dei campagnuoli la memoria di S. Carlo.

La congregazione degli Oblati, che lo ebbe a fondatore, mantenne d’età in età, per mezzo de’ Seminarj, viva nel clero milanese la ricordanza de’ suoi benefizi. Aggiungasi la venerazione del popolo, il quale accorre a pregare al sepolcro del santo arcivescovo, ed ogni anno, ricorrendo la festa di lui, soffermandosi dinanzi i quadri, che rappresentano i principali fatti della sua vita, ne rinnovella la memoria. In tal guisa si andò perpetuando questa tradizione religiosa e civile ad un tempo; e se ben consideriamo i meriti esimj del Borromeo, non è meraviglia che il nome di esso rappresenti tutta un’intera epoca pel popolo milanese. De’ tanti governatori spagnuoli e dei nostri concittadini, che pure furono celebri per virtù o delitti, non conservò il medesimo la ricordanza di un solo nome.

Ed a chi mi citasse il cardinale Federico, degno imitatore delle virtù di S. Carlo, e la peste del 1630, senza confronto più micidiale della precedente, risponderei che sarebbe errore il credere che avanti la pubblicazione dei Promessi Sposi se ne fosse conservata una tradizione popolare. Il voler qui indagare le ragioni presumibili d’un tale obblio sarebbe troppo lungo. Basti il dire che Federico, per carattere e pe’ suoi studj, fu di gran tratto meno popolare del cugino. Quanto al contagio del 1630, il popolo, che confonde assai sovente le epoche, ne fece un solo coll’antecedente, di cui aveva conservata memoria a motivo sempre del Borromeo. In prova di che, interrogate anche in oggi gli uomini volgari intorno la peste di Milano, e vi risponderanno citando sempre quella di S. Carlo, come se mai vi fossero state altre pesti.

Onore dunque ad Alessandro Manzoni, che, adoperando con tanta potenza d’ingegno i materiali copiosissimi di cui riboccano le storie e gli archivii, sparse di luce sì viva quel luttuoso episodio della nostra storia, e richiamò gli studj e l’attenzione sopra uomini e vicende, caduti pei più in dimenticanza.

Ora, venendo agli storici ed ai cronisti milanesi dell’epoca spagnuola, incomincerò da . . . . [2]

II.

Eccoci a Giuseppe Ripamonti, uno de’ più illustri e benemeriti scrittori delle cose patrie. Parlerò delle sue opere e della sua vita più a lungo che non abbia fatto degli altri storici, perchè le prime sono importantissime, e la seconda rimase finora ravvolta in una specie di nube misteriosa, che tenterò diradare.

Tutti gli scrittori milanesi contemporanei, i quali parlano del Ripamonti, lodandone alle stelle il sapere e l’elegante latinità, pochissimo dicono delle sue vicende. E per quanto io frugassi, non mi venne fatto di trovare neppure una parola intorno al processo e ad una prigionia di cinque anni da lui subiti.

Anche nella Biblioteca Ambrosiana, di cui fu dottore, non se ne rinviene traccia, meno un’annotazione [3], in cui è detto che il Ripamonti fu escluso, poi riammesso nel collegio, e null’altro. Girolamo Legnano, uno de’ 60 Decurioni, il quale lo incaricò di scrivere la storia di Milano, e che dopo la morte di lui pubblicò la Decade V.a, contenente la vita di Federico Borromeo, serba egli pure un assoluto silenzio. Nella breve vita che premise a quella V.a Decade dice: «Provò varj casi di fortuna, ora prospera, ora avversa; ma l’animo suo fu sempre imperterrito;» concetto così vago che significa un bel nulla. L’accusato medesimo, nelle sue opere posteriori, mai si lascia sfuggire parola intorno a’ proprj casi. Eppure il processo era stato sì lungo e clamoroso, che i contemporanei era impossibile l’ignorassero. Perchè dunque un sì generale ed assoluto silenzio? Per deferenza a’ dottori dell’Ambrosiana ed alla congregazione degli Oblati, parecchi membri della quale non figurarono troppo bene in quel processo. E la venerazione altresì al cardinale Federico indusse probabilmente al silenzio, giacchè, quantunque Egli non solo mitigasse la pena al Ripamonti, ma lo tenesse in seguito vicino a sè, colmandolo di favori, pure è sempre vero che lo aveva lasciato languire in carcere molt’anni per lenta procedura. Tutte le quali cose appariranno chiare da ciò che verremo esponendo.

Il primo a sparger luce sulla vita del Ripamonti fu Ignazio Cantù, consacrandovi il capitolo XLI delle sue Vicende della Brianza.

Egli esaminò il voluminoso processo sostenuto dal nostro storico, e che si rinvenne nell’archivio dell’Ill. Famiglia Borromeo, archivio prezioso per documenti importantissimi di storia patria [4]. Avendomi il conte Vitaliano Borromeo, colla cortesia che il distingue, permesso di esaminare i documenti relativi al Ripamonti ed alla Peste del 1630, io ne cavai molte nuove particolarità che varranno, di certo, a mettere del tutto in chiaro questa specie di mistero storico, non senza compiacenza degli amatori delle cose patrie.

Nacque Giuseppe Ripamonti nel 1577 a Tegnone [5], paesello della pieve di Missaglia in Brianza [6]. I parenti di lui non erano ricchi, ma, senza coltivare la terra, vivevano con parsimonia del ricavo de’ loro campi. Il fanciullo, di belle forme, cresceva robusto nell’aria balsamica di que’ ridenti colli; e siccome appalesava ingegno precoce e svegliatissimo, fu dai genitori destinato alla carriera ecclesiastica, che allora schiudeva largo campo d’onori e di fortuna anche ai giovani del ceto medio.

È bello sentire lo stesso Ripamonti raccontare quali furono i suoi studj.

« Sino alli 17 anni io sono stato allevato da mio zio curato di Barzanò [7], chiamato prete Battista Ripamonte, che è morto. Studiavo grammatica che m’insegnava detto mio barba. Io andai dopo li 17 anni in Seminario ad interessamento di mio barba suddetto, il quale m’haveva insegnato parte della lingua Hebraica della quale il sig. Cardinale si dilettava, e da esso sig. Cardinale fui esaminato e da lui posto nel Seminario in Canonica, nel quale stetti un anno. Et in detto Seminario il sig. Cardinale mi fece attendere alla lingua Hebraica et io l’insegnavo a certi altri giovani. Et perchè mio barba non poteva o non voleva pagare la dozzina del Seminario, uscii fuori, e mi misi in una camera vicino a Brera in compagnia d’un prete Antonio Giudici di Macconaga, et andava a Brera a scuola alla logica, et lì stetti un anno. Finito poi l’anno, mi ruppi con questo mio barba, et andai a stare con il sig. Giacomo Resta in Milano per maestro d’un suo figlio che hoggi si chiama il sig. G. Battista, con il quale io stetti quattro anni. Dippoi andai a stare con il vescovo di Novara, monsignor Bescapè, quale mi voleva introdurre per scrivere sue lettere, con il quale stetti sei mesi. Dippoi ms. Settala, arciprete di Monza, mi fece andare a Monza per maestro di quella Comunità dove stetti duoi anni, et da Novara mi partii perchè non mi piaceva servire quel vescovo, et da Monza partii chiamato dall’Illustr. sig. Cardinale Borromeo nel Seminario di Milano, dove stetti per maestro di Grammatica per lo spatio di quattro anni circa. Nel qual tempo con li ammaestramenti et indirizzi dello stesso sig. Cardinale fui incamminato allo studio della Historia, et insieme della lingua Greca, Hebraica et Caldaica; nelle quali lingue avendo fatto qualche progresso, esso Cardinale, comandò ch’io attendessi solamente all’Historia. Et finiti detti quattro anni [8], dopo essere stato due anni nel detto Seminario a studiare ciò che il sig. Cardinale mi aveva ordinato, fui aggregato al Coleggio Ambrosiano et ivi addottorato, sebbene stetti altri quattro anni nel Seminario della Canonica. Poi per le liti che aveva coi rettori del Seminario, i quali pretendevano ch’io pagassi la dozzina, et io non pretendeva pagarla, il Cardinale per sua cortesia m’accettò in sua casa a sue spese, attendendo io al Coleggio Ambrosiano, dal quale era stipendiato di lire 1000 all’anno [9]».

Da questo passo apparisce chiara la predilezione che Federico ebbe pel Ripamonti, fin da quando lo conobbe giovanetto. Nel 1609, instituendo l’Ambrosiana, lo nominò dottore, affidandogli l’onorevole incarico di scrivere la storia patria; e più tardi, per toglierlo alle brighe in cui era avvolto coi colleghi del Seminario, l’accolse nel suo palazzo arcivescovile. Ne ottenne Federico gratitudine? non troppa. Il Ripamonti, d’indole altiero e irrequieto, e facile a sparlare d’altrui, era, bisogna pur dirlo, un accattabrighe: s’inimicò il rettore del Seminario, un Bernardo Rainoni, dileggiandolo di continuo perchè balbuziente, e gli altri colleghi, non volendo uniformarsi alle rigide discipline della congregazione. È vero che essendo costoro uomini di poco ingegno e pedanteschi, mal sapevano tollerare la superiorità d’un letterato il quale viveva tutto solo intento agli studj.

Nè le cose camminavano meglio coi dottori dell’Ambrosiana, tra per l’irascibilità di lui, tra per l’invidia che il favore del Cardinale gli suscitava contro. Uno dei colleghi, il teologo Antonio Rusca, una volta trafugò e nascose la medaglia che il Ripamonti portava al collo, come distintivo della carica. Corsero tra l’offeso e l’offensore dapprima parole d’insulto, poi vennero alle mani. Anche col primo bibliotecario Antonio Olgiato col Giggeo ed il Saturnia, furonvi aspri e ripetuti alterchi, i quali, sebbene eccitati da frivoli cause, esacerbarono in guisa gli animi contro il Ripamonti, che non tardò a scoppiare la tempesta. Uscita in luce nel 1617 la prima Decade della Storia Ecclesiastica di Milano, ottenne elogi universali, e lo stesso Federico ne lodò l’autore. Ma i suoi avversarj lo accusarono di aver narrato i proprj casi, e così pure di avere qua e là denigrato con maligne allusioni il buon nome di parecchi suoi colleghi, tanto del Seminario che della Biblioteca, e di avere, nel raccontare le vicende di un prete Fortunato, falsate le lettere di S. Gregorio Magno, d’onde aveva tolto quell’episodio.

Vociferavasi che, durante la stampa, avesse intrusa quella storia nel manoscritto già approvato dal censore Bariola, membro del Santo Uffizio.

Rispondeva il Ripamonti, averne avuta licenza a voce, ma siccome il censore era morto nel frattempo, riusciva impossibile dicifrare il vero. Frattanto, l’instabilità di carattere, l’amore di lucro e forse più di tutto il presentimento delle vendette minacciate, invogliarono il Ripamonti ad accettare l’offerta del conte di Toledo, governatore di Milano, il quale voleva condurlo in Spagna, stipendiandolo per iscrivere storie. Federico, zelante protettore degli studj, e buon letterato egli stesso, non poteva di certo essere indifferente alla perdita del suo protetto, il quale, ad onta d’un carattere irascibile e irrequieto, dava lustro al nascente Collegio Ambrosiano, ed avrebbe fatto onore all’arcivescovo ed alla patria, continuando a pubblicare le sue Decadi. Però Federico, come esigeva la dignità sua, non pose ostacolo all’andata di Ripamonti, limitandosi ad una tacita disapprovazione. Questa bastò a rendere dubbioso il nostro scrittore, che era d’un’instabilità senza pari.

Chiunque non abbia avuta la flemma di scorrere il lunghissimo processo di lui, mal crederebbe quante volte mutasse consiglio; ora lietissimo di recarsi in Spagna, ora pentito d’abbandonare la patria ed il suo illustre mecenate. In queste dubbiezze trascorse al primavera del 1618. Alfine lo stipendio di 400 ducatoni annui e la metà di questa somma che gli venne sborsata nel luglio dal segretario del Toledo, vinse la titubanza del Ripamonti a partire senza l’esplicito consenso del Cardinale. Ma, pochi giorni dopo, si pentì per la centesima volta, e col mezzo d’un Padre Ignazio cappuccino, «il quale fece il servitio [10]», fece restituire i 200 ducati. Mandò in pari tempo l’abbate di Chiaravalle ad intercedere perdono da Federigo, il quale trovavasi nella sua villa di Groppello, supplicando gli permettesse di rimanere ivi, perchè temeva una vendetta del governatore. L’arcivescovo non volle riceverlo, e rispose: «facesse quello che gli tornava a conto, che egli non ne voleva saper altro [11]». Suggerì però che si recasse in casa del proposto Melzi alla Canonica, presso Vaprio (29 luglio): « Et gli piacque (al Ripamonti) et andò et pregò me che subito fatta la restituzione dei suddetti denari dal Padre Capucino, io l’hauisassi subito per un uomo a posta per sua consolatione, perche non «hauria potuto dormire fin a tanto che non haueva nuova della restituzione: di che lo consolai la mattina seguente [12]». Ma la consolazione fu assai breve, perchè ai primi d’ agosto venne ivi arrestato.

Vistosi a mal partito, trovò il mezzo di spedire segretamente una lettera al segretario del conte di Toledo: Mi vien fatta violenza, scriveva, dimani mi porteranno altrove e non so il luogo. Perciò supplico V. E. a cavarmi dalle mani, perchè ad ogni modo voglio venire in Spagna seco [13].

Ma il vecchio e bizzarro spagnuolo, per quanto ambisse d’avere al suo servigio un elegante storico, non era uomo da tirarsi addosso una seria contestazione coll’autorità ecclesiastica, per difendere un uomo di carattere così volubile [14]. Ripamonti fu tradotto il giorno seguente a Milano, dove ebbe per carcere una stanza del palazzo arcivescovile; e si aprì l’inquisizione.

I capi d’ accusa furono:

D’avere nella Decade Prima della sua Storia Ecclesiastica di Milano intruso, mentre stampavasi, la storia del prete Fortunato dopo la revisione del censore, raccontando sotto il nome di Fortunato i casi del Rainoni, rettore del Seminario. — D’avere ricordate certe azioni di S. Agostino prima della sua conversione, che era bello tacere, e di aver derisa la canonizzazione di S. Carlo. — Gli si imputava che sotto il nome di certi finti religiosi, vissuti all’epoca di S. Ambrogio, raffigurasse alcuni suoi colleghi, deridendoli con maligne allusioni. — Che negli anni in cui era maestro in Seminario, trascurasse i doveri religiosi a tale che non l’avevano mai veduto recitare l’ufficio, e neppure farsi il segno di croce. — Da ultimo accusavasi perfino di ateismo, e di negare l’immortalità dell’anima. — Ripamonti venne imputato anche di vergognose turpitudini; ma fin da principio emerse sì patente la calunnia , che di ciò non si fece più motto durante la procedura o nella sentenza.

Oppresso da sì gravi accuse e spinto dal naturale desiderio della libertà, l’inquisito cercò sedurre il carceriere, promettendo venticinque scudi se voleva dargli mano, e rifugiarsi seco presso il Duca di Savoja, il quale, come dicemmo, l’aveva invitato alla sua Corte con largo stipendio. Trovato incorruttibile colui, una sera uscì pian piano, e, serratolo a chiave nella vicina stanza, stava già per uscire quatto quatto dall’arcivescovado, allorchè fu raggiunto dal custode, che i compagni accorsi alle sue grida avevano liberato.

Codesto tentativo d’evasione, di cui il Ripamonti cercava giustificarsi, dicendo temere che il Cardinale volesse farlo morire in prigione, complicò il processo, tanto più che il carceriere, o per stolidaggine o per vendetta, l’accusò d’essere indemoniato. Crebbero i rigori, nè gli fu conceduto altro libro che il Breviario; soltanto a Pasqua 1619 gli si accordarono le Opere di Cicerone. La quale mancanza di libri dovè riuscire penosissima ad un uomo avvezzo dall’infanzia a studiare gran parte del giorno. Vennero esaminati tutti i dottori dell’Ambrosiana, gli Oblati del Seminario e quanti avevano avuta relazione in qualsiasi modo col Ripamonti, e le deposizioni loro furono aggravanti per l’accusato.

Il vicario ecclesiastico criminale Arcelli, cui era devoluta la causa, era suo personale nemico, e per soprappiù uomo da poco [15].

I torti reali del Ripamonti, e le suggestioni de’ moli suoi nemici, bilanciavano in cuore del Cardinale la stima e l’affetto che nutriva per esso, per cui mal sapeva indursi a condannarlo o ad assolverlo. Riferiremo in prova alcuni brani di lettere scritte a’ suoi procuratori presso la Corte di Roma che palesano l’animo benevolo e moderato dell’esimio Federico.

A Monsignor Settala.

Roma, 19 Settembre 1618.

Il Ripamonti non sta in privato carcere ma in prigione formale da quei primi giorni in qua, che si tenne in una camera sinchè si terminassero alcune cose concernenti la sua persona. Nè si trattiene per impedirgli l’andare e servire il Sig. D. Pietro di Toledo ma per le cause che si vedranno a suo tempo dal medesimo processo il quale si va facendo giuridicamente. Avvenga che si stimi d’andar procurando la verità con qualche destrezza e con un poco tempo, anzichè usare certi termini rigorosi di torture, e simili. Non essendo possibile d’ovviare che il mondo non dica ciò che le pare in questo come nel rimanente, Vostra Signoria assicuri Nostro Signore, et ogni uno con chi occorrerà trattarne, che dal vedere il processo quale si manderà, resteranno soddisfati della maniera con cui si procede, e vedranno i fini che si hanno in questa causa, ec.

A Monsignor Besozzo.

28 Marzo 1619.

Attendete voi a spedire il negozio del Ripamonti, restate in concerto col Padre Commissario che di tutto quello che qui seguirà, se ne darà parte costì. Et che bisogna solo pensare alla sicurezza, acciocchè non ci dia costui un giorno da sospirare a tutti; et che questo è il mio fine et timore. Perchè se non fosse questo io già l’hauerei lasciato di prigione 6 mesi sono, ec.

A Monsignor Besozzo.

17 Aprile 1610.

Alla carcere perpetua che certi disegnano condannare il Ripamonti, io non posso inclinare tenendola per troppo gran pena. Ma vorrei che fosse per qualch’anni, come già vi scrissi. Et con disegno di poterlo anco dopo alcun tempo habilitare per ajutarlo con ogni possibile mezzo e non lasciarlo cadere in qualche miserabil stato o disperatione. Vedete però di operare che l’ispedizione sia tale che ci resti maniera di usarle misericordia, se si vedrà emendato, et speranza di ridurlo in buon segno. Almeno si potrà pigliar l’espediente di soprassedere un poco nella causa et tenerla alquanto sospesa, et dare un poco di tempo per poter meglio deliberare. Et il tempo mostrerà quello che si ha da fare. E se S. Santità dubita di qualche molestia che possa ricevere per questa causa tenuta così in sospeso, rispondere quando si sentirà alcuna cosa all’hora si potrà poi deliberare subito senza dimora. Così veremo a fuggire pericoli da tutte due le parti, ec.

Al medesimo.

Il Maggio 1619.

Nel negotio del Ripamonti per far bene bisogna che non sappia quello che si è deliberato costì perchè entrerebbe in superbia e sarebbe peggiore ogni dì più. Però desidero che lo tenghino in timore, poi staremo a vedere, ec. [16].

Da queste lettere avrete scorto, o lettori, come il Pontefice e la congregazione de’ Cardinali avessero avocato a loro, quai giudici supremi in materie ecclesiastiche, l’affare del Ripamonti. Il padre dell’accusato si rivolse al Papa nella primavera del 1619, col seguente ricorso che trovasi negli atti del Processo, e che riferiremo come documento importantissimo.

“Bartolomeo Ripamonti devotissimo servitore di Vostra Santità umilissimamente li espone qualmente Giuseppe suo figlio sacerdote ed autore dell’Historia Ecclesiastica di Milano, doppo longo servicio fatto al Sig. Cardinale Borromeo così nel Seminario come nel coleggio ambrosiano et in altre occasioni, a persecutione d’alcuni suoi emuli et maleuoli che con diaboliche suggestioni et falsi pretesti gli hanno implacabilmente irrittato contro il Sig. Cardinale viene ritenuto prigione a quella corte archiepiscopale da molti mesi in qua, senza sapersi il pretesto della sua carceratione. Et per molte istanze che si siano fatte di hauer copia degli indiccj, o di nobilitarlo con sigurtà, et promesse haute della sua liberatione, non si è però potuto mai conseguire cosa alcuna, nemeno vedere che si formi altro processo contro di lui. Disperando pertanto il povero petente di poter hauere altro compimento di giustizia a quella corte, ne da alcuno de suoi ministri, et vedendo già in manifesto pericolo il figlio per la poca sua sanità offesa anche dal patire longo delle carceri, supplica humilissimamcnte Vostra Santità a degnarsi ordinare che la causa sia conosciuta per giustizia, e terminata da alcuno de Cardinali della Sacra Congregazione dei Vescovi, o da altro giudice di questa corte; con comandare che sia trasmessa la inquisitione, et processo contro di esso fabbricato quando ve ne sia, che sarà gratia della molta pietà di Vostra Beatitudine quam Deus, ec.

Giovan Ambrogio Crivelli

Per il Supplicante.

Infatti i cardinali Millino e Cadonisi scrissero, d’ordine del Papa, a Federico, che facesse terminare il Processo, custodendo frattanto l’accusato, ed informando a Roma de’ suoi diporti [17]. Ma che fosse, che non fosse, per due anni l’affare rimase stazionario, e trovasi una lacuna nella procedura dal 1620 al 1622.

Il prigioniero, languente in carcere da quattro anni e ridotto a pessimo stato di salute, instava che lo mandassero a Roma per essere giudicato; anche la Congregazione lo reclamava colà; e infatti il cardinale Millino, tra le altre lettere, scrisse il 22 aprile 1622 avere il padre del Ripamonti presentato un nuovo ricorso al Papa: Il quale ordinò che si faccia venire a Roma insieme al suo processo, et per l’esecuzione S. S. mi ha comesso di scrivere a V. S. Ill. perchè il suddetto Giuseppe sia rilasciato con rinnovare la sigurtà data altre volte di 4000 scudi di venir qui addirittura tra 20 o 25 giorni et presentarsi a questo S. Ufficio, col mandare al tempo stesso le scritture relative [18]. Allora Federico, posto alle strette, nè trovando conveniente che un uomo così irascibile, ed inasprito da lunga prigionia, si recasse a Roma, affidò la causa all’inquisitore generale Abbondio Lambertenghi ed al vicario Antonino, succeduto all’Arcelli. Nel luglio vennero oditi per la prima volta, dopo sì lungo tempo, i testimonj in difesa. Il confessore del Seminario, varj parrochi e sacerdoti, alcuni segretarj del Senato e molte persone d’integra fama di Milano, Pavia, Lodi ed altre città, deposero tutti a favore del Ripamonti. Un canonico Rossignoli del Duomo, nominato difensore d’Ufficio con altri due causidici, sventò di molto le accuse, ed il 16 agosto di quell’anno venne finalmente emanata la sentenza.

Dichiarato nel preambolo essere egli meritevole di severo gastigo, ma che pure volevasi usare qualche benignità, venne condannato:

I. Ad incorrere nelle censure ecclesiastiche del Concilio Lateranense, con facoltà però d’invocarne l’assoluzione.

II. A tre anni di prigionia nelle carceri arcivescovili e ad altri due anni in qualche luogo pio a scelta dell’arcivescovo, e ciò a titolo d’emenda, e coll’obbligo di dare idonea sigurtà.

III. Sospesa la sua storia finchè non si ristampi colle debite correzioni.

IV. Proibita la pubblicazione di altre opere senza speciale autorizzazione del Santo Ufficio.

V. Gli fu ordinato di digiunare per un anno tutti i venerdì, e di recitare il rosario ogni settimana.

Venne lasciata facoltà all’Arcivescovo ed agli Inquisitori di commutare ed alleggerire la condanna.

Fu equa codesta sentenza ed il severo castigo pari alla gravità delle colpe? Ecco il dubbio che sorge nell’animo di ogni lettore imparziale. Siami quindi conceduto di esporre quanto, dopo il minuto esame ch’io dovetti necessariamente fare del Processo e d’altri, documenti, emerge, a senso mio, di vero o almeno di molto probabile.

L’accusa d’aver falsato il passo di S. Gregorio, narrando i casi di prete Fortunato, è falsa, e basta a provarlo il semplice raffronto dei due testi [19]. Quanto ai passi, nei quali il nostro Autore venne accusato di sparlare di S. Carlo o di S. Agostino, è un’imputazione assai vaga e insostenibile, per poco che si ammetta una ragionevole libertà di opinioni nello storico.

L’accusa gravissima di ateismo e di materialismo, non solo manca di prove reali, ma è sventata da validissime testimonianze in contrario. Le quali testimonianze d’uomini riputati per dottrina e pietà non mancarono al Ripamonti per giustificarlo altresì di aver sempre trascurati i proprj doveri ecclesiastici.

Una riprovevole freddezza nell’adempiere gli obblighi del suo stato non curandosi d’altro che degli studj, un carattere irascibile e impaziente di qualunque disciplina, la facilità di mettere in ridicolo chiunque non gli andasse a genio, l’amor del denaro un po’ spinto e la poca gratitudine per l’Arcivescovo suo benefattore; ecco i veri e provati torti del Ripamonti, che lo rendevano meritevole di gastigo, ma che vennero oltre misura ingranditi dall’astio profondo de’ molti suoi nemici.

Persuaso di non aver meritato le severe pene inflitte dalla sentenza, egli voleva appellarsene a Roma; ma calmato il primo sdegno, con più savio consiglio invocò grazia dall’Arcivescovo, il quale, d’animo benigno e ritenendolo abbastanza punito, mutò la prigionia in un semplice arresto nel suo palazzo. Esultante il Ripamonti per tale grazia, che mitigava quasi per intero la rigorosa sentenza, dettò, la mattina del 29 settembre, la seguente dichiarazione :

« Constituito io Prete Gioseffo Ripamonti alla presenza di noi Notaro e testimonij infrascritti: Dico e protesto che mia mente non fu, nè di presente è, che hauendo io renontiato all’appellatione ch’era stata da me interposta dalla sentenza data contro di me dai signori Giudici Deputati da Monsignor Illustrissimo Cardinale Borromeo Arcivescovo di Milano mio Signore e Padrone con rimettermi del tutto alla pietà del Signor Illustrissimo acciò modificasse le pene e penitenze impostemi in detta sentenza, persona alcuna facesse più ricorso dal sommo Pontefice nè da altro superiore per ottenere la revisione o altr’ordine contra detta sentenza, et se tal ricorso è stato fatto dopo detta mia renuntia, ciò non è stato fatto di mio consenso et più non uoglio che sortisca effetto alcuno. E per che detto Monsignor Illustrissimo hieri per quanto da te notaro mi fu notificato, ordinò che io fossi allargato con assegnarmi (per sua mera gratia e benignità) tutto il palazzo arcivescovile, con che io dia prima sicurtà di non partirmi poi senza prima speciale licenza, dico et protesto, che l’intentione mia è, che quando io sarò posto in tal libertà, nel qual caso io potrò a mio piacere trattare con miei parenti et amici e dargli quei ordini che a me pareranno necessarj per mio seruitio se di nuouo fosse tentata cosa alcuna col far ricorso in mio nome, o in fauor mio al sommo Pontefice o ad altri superiori come sopra, ciò non sarà, nè uoglio che s’intenda fatto di mio consenso, se di ciò non constarà per qualche scrittura fatta o almeno firmata di mia mano perchè non intendo di far ricorso ad altro superiore per mio aiuto che al suddetto Monsignore Illustrissimo mio Signore e Pron. dalla cui pietà spero ottenere ogni giusta gratia [20] ».

La lezione era stata amara, ma non inutile al nostro storico, poichè, rimessosi egli con ardore agli studj interrotti, ricuperò l’amicizia la protezione di Federico, e si aprì larga carriera di onori e fortuna. «Fu riammesso nei Dottori dell’Ambrosiana, anzi dichiarato di non licenziarsi mai, e graziato di aumento di soldo in lire 1600 all’anno in esecuzione della mente del Cardinale [21] ».

Nominato dal re di Spagna canonico di Santa Maria della Scala, e storiografo regio [22] dal marchese di Legnanes, governatore di Milano, che lo tenne alcun tempo presso di sè [23] , stampò la seconda (1625), indi la terza parte (1628) della sua Storia Ecclesiastica di Milano.

Cessata la peste, il Consiglio Generale lo incaricò di scriverne la storia, e Ripamonti la pubblicò nel 1640. Tre anni dopo diede in luce i primi dieci libri d’un grandioso lavoro affidatogli dal Consiglio medesimo, che l’aveva eletto a cronista patrio, vale a dire la Storia di Milano, dal 1313, dove ha termine quella di Tristano Calco, fino alla morte di Federico Borromeo [24]. E attendeva a compiere quest’opera, ma i lunghi e laboriosi studj e la sofferta prigionia avevano logorato il robusto temperamento di lui. Soprappreso da lenta febbre, gli si enfiarono, per idropisia, il ventre e le gambe. I più esperti medici, per decreto pubblico, ne intrapresero la cura; ma vani furono i rimedj [25]. Allora decisero, come sempre, che l’unica speranza di guarigione stava nel respirare l’aria nativa. Il malato andò sui colli briantei a Rovagnate in casa del parroco, ma cresciuta l’idropisia, il 14 agosto 1643, con cristiana rassegnazione trapassò [26].

L’annunzio della sua morte rattristò Milano e i letterati [27], e trovai scritto in certe Memorie che il Senato sospese la seduta a solenne testimonianza di lutto per la perdita dell’istoriografo della patria. Ma fu momentaneo entusiasmo, che si esaurì in gran numero d’epigrammi, nei quali, con tutta la gonfiezza del seicento, si portavano alle stelle l’ingegno e le opere di lui, e s’inveiva perfino contro la Parca che ardì troncargli la vita. Io ve ne fo grazia, o lettori, e se v’aggrada conoscerli, li troverete stampati in fronte ai diversi volumi delle sue storie. Neppure fu posta una lapide, che nella chiesa di Rovagnate ne additasse il sepolcro, anzi cadde in tale dimenticanza, che le sue vicende, e perfino l’epoca della sua morte, rimasero una specie di mistero fino ai giorni nostri. Del che niuno vorrà farsi meraviglia, infiniti essendo in tutte le epoche gli esempj di noncuranza e ingratitudine verso gli uomini benemeriti del proprio paese!

Chiuderemo questa biografia, che i lettori mi perdoneranno d’aver forse allungata di soverchio, per la simpatia che ho a questo storico, e per il desiderio di rivendicarne la memoria, col ritratto che di esso ne lasciò un contemporaneo, Imparò con tanta prestezza lettere greche et hebraiche, et arrivò tant’oltre nella perfezione di queste lingue, che facilmente si sarebbe fatto credere agli huomini d’esser nato et allevato piutosto in Atene o in Gerusalemme che in Lombardia. Ch’egli poi vaglia molto nella lingua latina, non m’affaticherò in accennarlo, posciachè riesce così mirabile in quella, come altri nella materna. Favorillo il cielo d’una sì “tenace memoria, che di quanto ha letto distintamente si ricorda, e di questa virtù particolare se ne servì più volte nel sentire le prediche, le quali da esso nel tesoro della sua memoria portate a casa, nel latino idioma trasportava, come le aveva sentite in volgare. Al presente va componendo la vita del cardinale Federigo [28]”.

IV.

Ora veniamo all’esame delle opere del Ripamonti in ordine cronologico. La Storia Ecclesiastica di Milano .   .   .   .

La Storia della Pestilenza del 1630 scritta, come abbbiamo notato, per ordine dei 60 Decurioni, fu data in luce nel 1640 e dedicata al Consiglio Generale ed ai medesimi. E un volume in 4.°, di pagine 400 circa, diviso in cinque libri. La Carestia e la Peste. — Gli Untori. — Gesta di Federico Borromeo e del Clero durante il contagio. — Atti della Sanità ed altre magistrature. — Paralello fra gli antecedenti contagi e quello del 1630.

È libro importantissimo per autenticità, sì perchè l’autore fu testimonio oculare di gran parte degli avvenimenti, come perchè ebbe a sua disposizione gli archivj pubblici pei documenti necessarj. Il racconto è maestoso, energico, pittoresco; la lingua forbita, elegante, che il Ripamonti conosceva e maneggiava il latino da maestro. Lo stile però si risente del falso gusto del tempo; quindi periodi intralciati, antitesi, arzigogoli, turgidezza di pensieri e d’immagini. I quali difetti rendono assai difficile ad intendersi, anche pei valenti latinisti, codesto libro.

Manzoni, che lo cita più volte ne’ Promessi Sposi, dice « questa narrazione va di gran lunga innanzi a tutte e per la scelta dei fatti e ancora più pel modo di vederli ».

Le Decadi III, IV, V della Storia in continuazione di Tristano Calco .  .  .  .  .

V.

Alessandro Tadino, di antica e nobile famiglia milanese, fu aggregato al Collegio medico nel 1603. « Uomo, dice l’Argellati, che ad un grande ingegno e sapere univa molteplice esperienza e destrezza negli affari ». Inviato dal Magistrato di Sanità come commissario sul lago di Como e nella Brianza, all’avvicinarsi della peste diede ottimi provvedimenti. Penetrato il contagio in Milano, il Tadino s’adoperò con zelo instancabile, e sostenne, si può dire, solo il grave incarico del Tribunale di Sanità, di cui era uno dei conservatori, stantechè il protofisico Settala era reso inabile ad operare dalla vecchiaja.

Tadino morì ottuagenario [29] il 26 novembre 1661, e fu sepolto nella chiesa de’ Cappuccini di Porta Orientale, benchè fino dal 1617 avesse posta, giusta una consuetudine non infrequente in quel secolo, la seguente lapide in Santa Maria della Passarella.

ALESSANDRO TADINO FILOSOFO E MEDICO

E GIOVANNA TADINO DONEGANA

CONIUGI CONCORDI

POSERO

Lasciò varie opere di medicina e la relazione della pestilenza del 1630, di cui diremo, avendolo appunto per essa annoverato fra i nostri storici. Ha il titolo pomposo di «Ragguaglio dell’Origine et Giornali Successi Della Gran Peste Contagiosa Venefica et Malefica seguita in Milano e suo Ducato dall’anno 1629 al 1631 ». Un volume in 4.°, di pag. 150, stampato nel 1642, e dedicato al vicario di provvisione Francesco Orrigone.

Il Tadino dice che rimase perplesso in quale lingua scrivere, « sendoche in idjoma latino dal fu D. Giuseppe Ripamonti alcuni anni sono fu data fuori. Ho risoluto valermi del naturale linguaggio anche perchè così dal pubblico era molto desiderata, come che con maggiore facilità da ogni qualunque persona potrà essere letta.» La mia fatica qual si sia contiene ciò che in questo contagio dal principio al fine è occorso. Un racconto minuto et distinto di tutti i casi di tempo in tempo et luogo seguiti in generale et in particolare, con molti ordini et provigioni fatte per beneficio publico ».

Ed è veramente tale, offrendo questo Ragguaglio di particolarità storiche, mediche, statistiche, che invano si cercherebbero altrove. Quanto poi al pregio letterario del libro, il Tadino sta al Ripamonti come un disadorno ma esatto racconto prosaico sta ad un’elegante ed immaginosa narrazione poetica.

Un Agostino Lampugnani, benedettino, morto nel 1646 in S. Simpliciano, dov’era priore, pubblicò nel 1634 un libriccino, in cui nulla trovasi d’importante, e dettato con uno stile sì falso e barocco che non si potrebbe far peggio. Lo cito soltanto per essere stato il primo a scrivere intorno la Peste: «Correndo il quart’anno, dic’egli, ch’è cessata, nè veggendosene ancora alcun volume alla luce, ho voluto intraprendere io a raccontarti quel poco che, trovandomi in essa, ho avvertito».

Pio della Croce, guardiano de’ Cappuccini, cinquant’anni dopo compilò, servendosi, a quanto pare, di una cronaca esistente nel suo convento a Porta Orientale, la Memoria delle cose notabili successe in Milano in quel contagio e del Ricorso dei signori della città ai Padri Cappuccini pel governo del Lazzaretto. Il libro è dedicato al marchese Giuseppe Arconati, pronipote di quello che si distinse nel 1630 come presidente della Sanità, e tratta per diffuso di quanto operarono i Cappuccini durante il contagio. Sotto quest’aspetto è di molto interesse, perchè è noto il gran bene che fecero quei Padri adoperandosi con uno zelo superiore ad ogni encomio.

Il conte Carlo Cavazzo della Somaglia nel suo Alleggiamento dello Stato di Milano per le imposte, ec. opera di cui ragioneremo più innanzi, offre importanti particolarità di statistica ed economia intorno il contagio.

Omettendo parecchi altri libri e scritti su questo argomento, che riuscirebbe nojoso e superfluo renumerarli, conchiuderò con uno di sommo rilievo. È un manoscritto del cardinale Federico Borromeo che si conserva nell’Ambrosiana tutto di sua propria mano, col titolo: De Pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. L’esposizione di varj fatti dei quali Federico fu testimonio, le sue opinioni intorno gli Untori, l’impulso che diede al proprio clero, sono dati preziosi a chi studia codesto periodo. Il Ripamonti trasfuse nel libro III della sua storia i passi più rilevanti di esso racconto.

E basti, poichè di editti, processi, lettere e documenti d’ogni genere intorno la Peste del 1630 riboccano i nostri archivj pubblici, e varj delle famiglie private, in guisa che lo storico, nell’abbondanza dei materiali, trovasi imbarazzato a scegliere.

Venendo ora agli storici milanesi che scrissero durante il secondo periodo del dominio Spagnolo, ecc.  .  .  .  .  .

ÏÒÏÒ

Il desiderio di far conoscere a’ miei concittadini questa storia della Peste che rimaneva necessariamente ignota al più de’ lettori, m’indusse a tradurla. Come vi sia riuscito, ne giudichino gl’intelligenti latinisti, i quali condoneranno, spero, i difetti della versione, in vista della somma difficoltà del testo talvolta quasi inintelligibile.

Quanto alle note, io le desunsi dagli autori contemporanei e da documenti inediti, nè mi si farà, spero, rimprovero d’avere in esse ecceduto, ove si consideri che valgono a mettere in luce il più fatale e miserando periodo della storia milanese.

Il Traduttore. - Francesco Cusani

Agli Illustrissimi Signori

IL VICARIO ED I SESSANTA DECURIONI

DEL CONSIGLIO GENERALE

DELLA CITTÀ DI MILANO

Volge il terz’anno dacchè il Consiglio Generale, per decreto degli Illustrissimi Decurioni, affidommi la cura di raccogliere i documenti della patria storia e di ordinarli in continuata narrazione dall’origine della città nostra fino al principio del regno di Filippo II ed alla morte di S. Carlo. E siccome la nostra Opera riuniva sotto un titolo ecclesiastico le cose sacre e le profane insieme, fu decretato, per servire alla fama di Milano, che le Memorie da me anche posteriormente raccolte fossero scritte nella lingua del Lazio, come quella che sempre venne giudicata propria alle storie, e che sola può rendere sempiterna la ricordanza degli umani eventi. Così statuirono i due sapienti decurioni Giovanni Maria marchese Visconti e Gerolamo Legnani [30], a’ quali era affidata la tutela della storia patria. Opinarono essi che i miei scritti aggiunti a volumi già da me dati in luce, formerebbero uniti un corpo di storia completo e d’uniforme tenore; monumento che fra tanti d’Insubria manca tuttora al desiderio degli studiosi.

Le memorie dell’Insubria e di Milano, dalla sua fondazione fino ai giorni nostri, ci furono, è vero, tramandate da molti e chiari autori, ma nè l’arte, nè la diligenza sono eguali in essi, nè tutti servironsi nel compilarle, della medesima lingua. Talvolta si contraddicono gli uni gli altri; e la storia di Milano, come quella dei grandi imperj, pecca per soverchia copia di materiali, laonde soccombe, per così dire, sotto il proprio peso.

Non facilmente si troverebbe altrove una schiera numerosa di scrittori quale ne offre Milano, città dal poeta Ausonio, precettore dei Cesari, chiamata Roma Seconda; a misura che in essa succedevansi gli avvenimenti, cresceva tra gli uomini d’ingegno il desiderio di lasciarne memoria nei loro scritti. Ciò accadde ai tempi della Repubblica, allora cioè che i Milanesi liberi governavano l’Insubria con regime quasi eguale a quel de’ Romani, e vieppiù allorquando essa Repubblica cadde in eredità dei duchi. Da ultimo crebbe il numero degli scrittori dappoi che, spenta la milanese repubblica ed estinta poscia la stirpe dei duchi, venne la città nostra aggregata all’impero del cattolico monarca.

Fuvvi adunque, ripeto, una turba di storici i quali scrissero o di proprio moto o per ordine di chi comandava, e che sono diversi tra loro per indole e per tendenze. Galvano Fiamma inclina volontieri a’ favolosi racconti, derivando da’ tempi eroici i nomi delle più illustri famiglie, mescolando sempre qualche miracolo all’accaduto, vago di narrare cose incredibili anche laddove la nuda verità basterebbe ad allettare i leggitori. Altri, scrittore sincero, si smarrisce nella caligine dei tempi, e non dà per sicuro se non quanto rinviene negli archivj. Alcuni de’ nostri storici studiarono la brevità dello stile, invece l’Arluno, coll’ampollosità de’ vocaboli e lo scrivere prolisso, guastò le sue storie colla vaniloquenza, come del declamatore Alcidamante riferisce Platone.

Taluni lasciarono giornali delle cose accadute a’ tempi loro in Milano. Bonaventura Castiglione già canonico della Scala e nostro collega, fece raccolta di iscrizioni e di marmi, e con non lieve fatica, sebbene da molti stimata pedantesca, notando luoghi, epoche, nomi, e colla durevole memoria delle lapidi fe’ in guisa che la patria, per così dire, narrasse i proprj casi, divenuta storica di sè medesima. Tristano Calco e Simonetta, i soli due tra i nostri che si sforzarono di raggiungere il genio dell’antica storia romana, lasciarono imperfette le loro opere; il Simonetta la sua Sforzeide ed il Calco la Storia di Milano, che non continuò oltre la morte dell’imperatore Enrico III.

Per la qual cosa i due sullodati Decurioni stimarono partito più facile e più idoneo che io, ripigliando il filo delle storie milanesi, le quali scrissi e pubblicai in addietro, le continuassi collo stesso metodo. Sono tre anni che m’affidarono codesto incarico: morto nel frattempo il Visconti, il superstite collega di lui, Legnano, continuò ad instare perchè dessi mano alla storia di cui m’aveva incaricato, e che avrebbe potuto scrivere benissimo egli stesso. Io non reputai quindi di oltre procrastinare, e pigliate le mosse dalla fine del regno di Filippo II e dai principj dei due Borromei, dapprima reggente il vicario Sormani, indi il vicario Archinti, stabilii narrare i casi e le azioni di questo periodo, e la guerra che ora si combatte implacabile ed atroce fra i due re, e che sarà famosa anche alle venture generazioni. Un volume di questa storia consegnai al decurione Legnano perchè, esaminatolo giusta l’ufficio suo, decida se debbasi tosto dar mano a stamparlo, ovvero sospendere, secondochè approverà o no il mio scritto. Frattanto, avendo io raccolte parecchie note e memorie intorno la peste che fu in Milano nel mdcxxx, risolvetti, tra per sdebitarmi in parte col Legnano, tra per le vive istanze del vicario Castiglioni, poi dell’Alfieri, suo successore, di pubblicare il racconto di essa peste diviso in cinque Libri, stampandoli senza indugio, staccati dal corpo delle storie. E ciò, dietro l’esempio di celebri storici, i quali staccarono alcun brano dell’opera loro, allorchè o la grandezza d’un avvenimento superava ogni altro, ovvero l’ammirazione ond’erano compresi li infiammava ad illustrarlo con maggior cura. Siami lecito imitare l’esempio loro, quantunque non possa eguagliarne i pregi.

Cercai procacciare un grand’onore a questo mio lieve e melanconico lavoro, pubblicandolo in nome del Consiglio Generale, e dedicandolo a voi, Illustrissimi Decurioni, com’era di diritto. Nato sotto i vostri auspicii, a voi era devoluto, che foste in quell’ epoca funestissima padri della patria e di codesta città. L’ordine vostro, durante quella strage, erogò denaro in tal copia, che alle altre genti sembrerà incredibile come siasi potuto raccogliere, qualora con minuto esame de’ giornali e de’ libri non vedano in che fu speso. E invero, le generose vostre offerte furono tali da equivalere al valore di altre città.

Giuseppe Ripamonti

Note

__________________________________

[1] Ciò feci per esteso nel principio di questo Ragionamento, esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla Peste del 1630.

[2] La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione, provengono dalla necessità di ommettere i passi del mio Ragionamento sugli Storici e Cronisti milanesi, che sono estranei a questo libro.

[3] Nel libro I Delle Ordinazioni, MS. pag. 39 e 74.

[4] L’attuale archivista sig. Crivelli lo ordinò con sapere e diligenza lodevolissima.

[5] Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.

[6] Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei Collis aspero et confragoso, ipsum dein illustraturus. Così il Legnano nella vita citata.

[7] Piccolo paese non lontano da Tegnone.

[8] Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.

[9] Da uno dei costituti del Ripamonti. Processo MS.

[10] Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle. Processo MS.

[11] Processo.

[12] L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.

[13] Processo.

[14] Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.

[15] Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice : In verità è poca perdita.

[16] Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.

[17] Negli atti del Processo.

[18] Processo.

[19] Vedasi Decade I della Storia Ecclesiastica del Ripamonti, pag. 515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.

[20] Processo.

[21] Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana , pag. 74.

[22] Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.

[23] In ejus aula cum ego viverem. Ripamonti, introduziotie alla Decade III.

[24] Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto:

Petrus Paulus Confalonerius l. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit.

[25] Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti essent, etc. Legnano, vita citata.

[26] « A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti, Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo, e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno dell’Assunta di Nostra Signora ».

Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù, Vicende della Brianza, 1837, Vol. II, pag. 83.

[27] Magno cum urbis atque litteratorum moerore. Legnano, ivi.

[28] Ghilini Gerolamo. Teatro d’huomini illustri, p. 137. Venezia 1647.

[29] Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel collegio medico doveva avere almeno vent’anni.

[30] G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico. Cusani.

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Ultimo aggiornamento: 29 marzo 2008