Giuseppe Ripamonti

Storie Patrie

Edizione di riferimento:

Alcuni brani delle Storie Patrie di Giuseppe Ripamonti per la prima volta tradotti dall’originale latino dal C.T. Dandolo, coi tipi di Antonio Arzione e C., Milano 1856.

VI.

VISITE PASTORALI DI SAN CARLO BORROMEO

... Lasciata Milano, mosse alle Vallate, che, suddite in antico de’ nostri Duchi, or lo sono degli Svizzeri, appellate Blenio e Leventina, discoste dalla Città centomila passi circa: teneanle in feudo, a’ giorni del Ducato, quattro Canonici Metropolitani con titolo di Conti, e ne governarono gli abitanti, così rispetto al regime sagro, come al profano, insinché, sorta guerra cogli Svizzeri, questi prevalsero, e si appropriarono le Valli. Allora fu che lo Sforza, in fermar la pace, le cedette a’ vincitori, attribuendo in compenso ai Canonici altri redditi e possessi del tenere di Seprio; e consentirono alla lor voto gli Svizzeri, che l’ecclesiastiche prerogative perdurassero appo i Canonici, le principesche per sé ritenendo. E’ si fu a cotesto Popolo, che, memore dell’antica giurisdizione, Carlo amò andarne visitatore, e mandò lettera a’ capi dell’Elvetica Federazione, richiedendoli che da parte loro gl’inviassero alcuno che nell’ideata apostolica peregrinazione lo avesse ad accompagnare. I tre Cantoni [1] spedirono ciascuno un proprio rappresentante, a cui commisero rendere onore al Cardinale nel miglior modo che avrebbon saputo, appoggiandone l’autorità. Que’ valleggiani, più simili allora ai proprii greggi che ad uomini, aveano dimentica ogni ragione, dommi e riti, vieppiù abbrutiti, in proporzione dell’esser tanto discosti dalla Città, e non riconoscere legge che lor vietasse malfare, né quella degli scaduti padroni, né quella de’ nuovi. Quanto a questi ultimi, essi stessi eran barbari, fieri, dediti all’ubbriachezza, considerati dai Milanesi siccome nemici. All’arrivo di Carlo, e dopo che per alquanti giorni si aggirò per le Valli, fu bello vedere genti che tra’ propri con fini unqua per avventura non aveano accolto vescovo, piegarsi a pietà religiosa, e temperanza; la qual facilità in arrendersi al bene ci vale argomento per giudicare con qual cieco impeto gli uomini lasciansi poi trascinare al male, ogniqualvolta non abbiansi direzione e coscienza altro che imposte da stranieri.

Quegli animi rozzi davansi precipuamente vinti alle larghezze del Cardinale, distribuendo egli danaro in ciascuna villa, ed accogliendone i maggiorenti cortesemente a mensa sempre ben imbandita. Delle quai lautezze er’anzitutti compartecipe la Legazione Elvetica accompagnatrice; narrasi anzi che il Cardinale, per viemmeglio conciliarsela, si degnò talora banchettare con essa alla foggia del paese: corse a questo proposito opinione avere valso cosiffatte cortesie presso d’uomini, grandi estimatori della virtù tra lo scontrarsi de’ colmi nappi, meglio della severità dei decreti e dei sermoni. Il Capo dell’ambasceria, conquiso dalle seduzioni di cotal familiarità, trovo ricordato, che, per mostrarsene grato al Cardinale, dell’affollato convegno de’ valleggiani, l’ultimo dì della visita, arringò il Popolo e il Clero intorno le salutari novità introdotte dal sapiente Pastore; né con quel discorso died’egli menomamente saggio d’indole grossolana a Carlo, e suoi compagni: conciossiaché parlò presso a poco in questo tenore: — essi montanari ben vedere per sé in quanti errori, e in quante miserie fossero sin allora vissuti: vie nuove loro schiudersi, che conveniva calcare, non meno per salvarsi appo Dio, di quello che per andare immuni da esigli, da multe, ed anco da peggio. Conciossiaché gli Svizzeri, lor signori, aveano decretato che i canoni del Tridentino Concilio, al qual era intervenuto precipuo collaboratore il Cardinal Borromeo, avessero nei proprii Stati a venire scrupolosamente accettati ed osservati: che se pertanto qualcuno tra’ sudditi fosse per arrischiarsi a violarli o sprezzarli, tal darebbero esempio a sue spese, da indurre ogni altro a professare ciò che avrebbe trasgresso: non si figurassero che per l’avvenire avesser a riprodursi le licenze e sbadataggini dianzi usate dagli elvetici padroni rispetto la giurisdizione ecclesiastica: sendochè in tempi avversi alla Chiesa, scarseggiando i sacerdoti, rabboccando le colpe, mancando così la disciplina come il pastore, fu per avventura scusabile il magistrato laicale d’essersi avvisato metter mano e consigli delle cose sagre; ma presentemente doversi avere ogni riguardo, e portar ogni rispetto a’ diritti di tal Uomo, che dalla Provvidenza era stato prescielto e mandato a rigenerazione del paese, conseguibile mercè la prudenza ed autorità ch’erano in lui.

Tali cose disse il Capo della Legazione accompagnatrice del Cardinale, certamente conquiso, come dissi, dalla di lui cortesia e generosità, poderosi stromenti in qualsia arduo affare; e con queste sue parole terminò di piegare gli animi a timore ed ossequio. Altri blandimenti aggiunse Carlo suoi proprii ad oggetto che il favore verso la Chiesa, destosi colà repentino, avesse anco a durare; né tanto furono blandimenti, quanto beneficii, e dei maggiori che far si potessero alla Svizzera: alquanti giovinetti, figli di valleggiani, scielti tra quei che giudicò di miglior indole, trasferì nel Seminario che avea da poco fondato, e ve li fece educare a letterarie di scipline, acciò, reduci al paese, vi avessero a diffondere la civiltà e moltiplicarvi i figli alla Chiesa; e, intanto che quegli eletti andavano erudendosi e crescendo alla sacerdotale età, Religiosi idonei, e in numero sufficiente, destinò e chiamò a proprie spese, i quai fungessero presso tai Genti ad ogni pastorale officio, senza riescir loro del benché menomo aggravio....

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... Vasta è la Diocesi Bresciana, ed ha confini che si sprofondano in vallate, si ergono in montagne, per le quali rado presentansi le vestigie della civiltà, dove insieme coll’indole anche la cristiana disciplina può dirsi inselvatichita. Taluno di que’ burroni tocca le terre elvetiche, e ne ritrae mal’influssi. Il Clero, per le Città e nei luoghi maggiori, è quale suol essere altrove, colto e modesto; ma sulle balze e ne’ siti appartati, ecclesiastici e laici, giacevano ugualmente affondati nella ignoranza e nella scioperatezza.

Il Cardinale, poich’ebbe disaminate le condizioni della Città, e quivi lasciate scritte le norme che giudicò opportune, stava per muovere alla Valcamonica, lorchè i Veneziani, temendo che la ideata visita pastorale non avesse a cagionare soverchia commozione appo que’ montanari per sé naturalmente inquieti, sconsigliarono il Borromeo dall’andata, suggerendogli fidasse l’officio ad altro che nominerebber essi, il quale, familiare e indulgente a quel popolo, gl’ingegni sospetti e torbidi con manco fatica richiamerebbe ad ordine e quiete; avvegnacchè per la rilassatezza postasi ne’costumi, e pe’ semi d’eresia provvenuti dalla confinante Rezia, sembrava piuttosto conveniente blandire che attaccare di fronte. Ciò stesso che veniva esposto al Cardinale per dissuaderlo, fugli sprone all’andare, e vedere coi proprii occhi; e pertanto andò, contro l’avviso del Veneto Senato.

Que’ montanari, nonostante che trovavansi avere scambiata la semplicità campestre ne’ vizii cittadineschi, lui senz’avversione e tumulto accolsero, comechè censore, e apportatore di nuova disciplina. Sacerdoti e parochi, i quai tenevansi in casa donne, quasi mogli, vennervi a Carlo confessando la propria onta, e caldamente attestando, che, conseguito il perdóno delle loro colpe, sarebbero quind’innauzi stati scrupulosamente osservanti del proprio dovere. Sorpreso e benigno gli accolse il Cardinale, e dichiarò poscia a’ suoi dimestici non avere mai peregrinato paesi, e visitato chiese con più frutto e letizia, a cagione di quella gran prontezza a correggersi e spogliare ogni mala consuetudine, onde i vizii anco più radicati, quasi mala nebbia, di sùbito svanivano al sopravvenire della luce: sovrattutto lo confortò una intera popolazione da rea caparbietà convertitasi a religiosa pietà e filiale ossequio, al modo che or sono per dire.

Gli abitanti di Piano, non ignobile borgata della Valcamonica, si rifiutavano a pagare le decime dovute al Vescovo di Brescia, perlochè, caduti in censura, giaceano segregati dalla comunione delle cose sante. Costoro, al sorvenire del Borromeo, fattiglisi incontro, e, piegati a terra i ginocchi, ne implorarono la benedizione; ma, informato de’ fatti loro, si tenn’egli compressa al petto la mano, e transitò senza dar segno di apostolica benevolenza. Vedendosi trattati a quel modo, cioè da profani e contumaci, dieronsi a lamentosamente gridare, ed inseguire il Cardinale, chiedendo pace e perdóno; e il Cardinale, dolcissimo com’era di cuore, fu conquiso da quelle voci imploranti la misericordia del Cielo; nientemeno andò oltre, onde aumentare colle apparenze della severità la bramosia della remissione. Continuando quelli ad accompagnarlo e gridare, comandò ad un Vescovo, suo compagno di viaggio, che si facesse a trattare con essoloro della desiderata riconciliazione. Giambattista Centurione, gentiluomo genovese, vescovo di Marano in Corsica, s’er’associato a Carlo in quella visita coll’intendimento di viemmeglio erudirsi nella ristorazione dell’ecclesiastica disciplina, uomo chiaro per virtù e sapere: ei fu l’inviato; e appena si abboccò coi supplici, e risepper essi il perchè dello sdegno del Cardinale, tosto rimosserlo, soddisfacendo il dovuto al loro Vescovo; onde, pagate le decime arretrate, conseguirono dal venerato Visitatore pubbliche dichiarazioni di pastorale affetto e soddisfazione; e da quel punto poterono a buon diritto reputare di possedere in lui un protettore e un amico.

Bramava Carlo intensamente di visitare il santuario di Maria Vergine a Tirano in Valtellina, celebre dianzi per miracoli e concorso, e che allora col proprio squallore accusava la diffusione dell’eresia, e la contaminazione degli abitanti: oggi, rimossa la dominazione de’ Griggioni, è desso tornato consolazione e lustro de’ quivi prevalenti cattolici. Confinano tra loro Valcamonica e Valtellina; onde la vicinanza vieppiù invaghì il Cardinale al pellegrinaggio: divisava altresì profittare dell’occasione per tentare gli animi de’ maggiorenti di quel popolo infetti di calvinismo, e vedere se vi avesse modo di guarirli; al qual intento aveva poco dianzi consultato il Papa, e il Vescovo di Como, alla cui giurisdizione apparteneva la Valle, acciò le cose avessero, per opera sua, a procedere ordinatamente. Presa quella determinazione, affrontò pedestre l’ascesa del monte Prica, in assetto di pellegrino, col bastone in mano, seguitato, non senza difficoltà, dal vescovo Centurione, e da pochi altri: la impazienza d’arrivare al Santuario addoppiavagli lena; però sostava ogniqualvolta s’imbatteva in montanari, o poneva piede in villaggi, per ammonire, esortare, dimostrare quanto ree e detestabili fossero le calvinistiche dottrine; e come, ritratto il piè da quella via di perdizione, avessero, la mercè de’ suoi suggerimenti, a ricondursi alla ortodossia. Si avanzava conversando a questo modo; e gli animi degli uditori andavano scossi dalle sue parole. Gran dolore provava tratto tratto a vedere le immagini dei Santi maltrattate, abbattute, fatte segno a vituperio

A Carlo, che, valicato il col-di-monte, scendeva, fecersi incontro i principali della Valle, gran turba di popolo, perfino i Magistrati Griggioni, a pregarlo che s’innoltrasse, e giovasse al paese col senno e l’autorità sua: il Governatore gli confidò e promise di volersi fare cattolico, esposte le cagioni che lo costringevano a differire. Quando giunsero al Santuario, e il giorno dopo, ch’era una domenica, cattolici misti ad eretici assistettero alle sagre funzioni, e udirono predicare il Cardinale, certamente ogni cuore dovette sentirsi chiamato a conversione: sordidi interessi pur troppo insorgevano ad avversarla, sendochè gagliardo era il fascino delle magistrature, degli stipendii che non sarebbonsi potuti conservare cambiando religione: però v’ebbero alcuni che preferirono la salvezza dell’anima ad emolumenti ed onori; se più a lungo si fosse quivi Carlo trattenuto, ella è opinione comune che molti più sarebbonsi riavuti dagli errori di Calvino: fu pregato a soffermarsi, ma no ’l potè, dovendo visitare molte altre parti della Diocesi, e per essere da gravi affari chiamato a Milano.

Pungevate spezialmente sollecitudine degli abitanti della Val Trompia, tra’ quai sapeva che l’eresia si er’infiltrata, e contava ostinati fautori: gente per l’asperità e profondità de’ luoghi, aspra, caparbia, vi scava e lavora il ferro, di continuo affaccendata per caverne e forni; così costumarono i padri, così proseguono i figli... A prò di costoro intendeva il Cardinale mettere in opera suoi apostolici officii; né ciò reputava riguardare sola mente l’assuntasi missione di visitare e purgare la Diocesi Bresciana; ma spettare altresì ai suoi diritti di metropolita inseguire e svellere la eresia ovunque si fosse ficcata: ond’è che, dato con tenue frutto un tasto ai Valtellinesi, fe’ passaggio ai Trompii, e ben potè, al primo affacciarli, comprendere come fossergli avversi, ed arduo dovesse riuscirgli amicarseli. Per niente commossi dal suo arrivo, continuarono a starsene in lor antri e officine, senza pur alzare il capo da forni od incudi. Giunto l’Arcivescovo a Gardone, capoluogo della Valle, fevvi solenne ingresso a suon di campane; e n’andò drittamente alla Cattedrale, spediti messi per le ferriere che convocassero i lavoratori ai riti che stava per celebrare: imbevuti di prave opinioni, e disprezzati dell’autorità ecclesiastica, chiarirono in quell’occasione qual conto facessero di chi li chiamava; niuno si mosse. Parve allora opportuno ricorrere ad altro più efficace richiamo. Ad alcuni della borgata, che gli si erano presentati reverenti e pii, Carlo disse: — che se niun frutto era egli per conseguire mediante l’apostolica mansuetudine, varrebbesi del braccio secolare; conciossiacch’era volontà del Prìncipe che la cattolica fede non soggiacesse nel proprio Stato a deturpamento e disprezzo —. Chi l’udì parlare in questo modo addiedesi che minacciasse a’ ricalcitranti il gastigo de’ ribelli; ne corse ovunque ratta la fama, ed operò la paura ciò che conseguito non avrebbe la maestà dell’Apostolico Visitatore, né la riverenza della Religione; ella si fu la paura che cavò que’ caparbii dalle loro topinaie; trepidi d’avere a scontare la resistenza per mano di soldati mandati a trucidarli, o di fiscali inviati a multarli, sbucarono dai lor sotterranei, e si avviarono alla Chiesa, arsi, intonsi com’erano, strani ceffi, la cui efferatezza veniva cresciuta dalla stizza che li rodeva di dovervi andare. Poiché vi convennero, Carlo si volse loro con detti che di umano non aveansi che il suono; perciocché, quanto al resto, sembravano scesi dal cielo; e che tali paressero agli uditori lo chiarì il fatto, che, subitamente mutati, diersi ad invocare salvamento e perdóno con alte grida interrotte da singhiozzi: tale si fu la conversione di quel popolo, testé ribelle, che, al dipartirsi del Cardinale, tutti furono visti lagrimare, sforzarsi di trattenerlo, richiederlo non meno di perdóno della vita trascorsa, che di sussidii per serbarsi cattolici nell’avvenire. A soddisfarli e confermarli nella ristorata disciplina, lasciò quivi il vescovo di Marano, e alcuni Gesuiti, i quai colla predicazione, e ogni altro pastorale officio dieronsi a coltivare que’ valleggiani con sì prospero successo, che, da scioperati ed ostinati eretici, li tramutarono in ben costumati e fervorosi cattolici.

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... Due giorni dopo aver reso omaggio alla sagra Sindone, ed essersi trattenuto a colloquio col Duca, il Cardinale approdò a Magadino, ove finisce, o, diremo, comincia il Verbano. Accadde lì un caso mirabile, pel quale conobbero gli abitanti quanto Carlo fosse accetto a Dio, e qual fermezza d’animo possedesse. Aveva egli spedito per la via di terra Ambrogio Fornero coi valletti e dieci somieri, di cui divisava valersi per traversare i monti, con ordine che, lasciate a Magadino le cavalcature, procedesse a Bellinzona, e là si fermasse ad aspettare: ed egli, in conformità del ricevuto comando, erasene ito innanzi, lasciando i somieri all’ostiere. Un ragazzo, che costui aveva lasciato a custodia della casa, rovesciò in fallo nella paglia la lanterna; tosto gran vampa si accese, e in poco più ch’io no 1 dico, osteria, stalla, giumenti, tutto giacque bruciato. Già alle attigue case l’incendio irreparabilmente appiccavasi, lorchè il Cardinale accorso, lanciò in mezzo alle divampanti fiamme una immagine del celeste Agnello, e l’incendio si spense. Niente conturbato delle perdute cavalcature, compensato dell’arsa casa l’ostiere, affrontò pedestre la scoscesa salita. Gli traluceva dal viso la letizia d’avere a pellegrinare in siffatta guisa propriamente apostolica; per salite e discese, tenendo dietro alle sinuosità de’ burroni, si avanzava per aspri sentieri, sorreggendosi col bastone; ed incoraggiava coll’esempio gli altri a seguitarlo. Il Prevosto di Biasca, per dottrina e virtù caro a Carlo, e che gli fu compagno in quel viaggio, ne lasciò i seguenti ricordi. — Chi non li vide cogli occhi proprii, mal potria figurarsi gl’incomodi e gli stenti subiti dal Borromeo, e la pazienza, anzi la ilarità con cui tollerava disagi che parevano da più della perse veranza umana: lo vedevamo, senza dar segno di stanchezza, poggiare su dirupi, calare entro burroni, come se il cammino gli si fosse appresentato facile e piano. Un giorno lo giudicammo sopraffatto dalla fatica, perchè non si era premunito a sostenerla, nè dormendo, nè cibandosi: ciò gli accadde oltre Airolo, né per quello sfinimento potè venire indotto a ristare dal viaggio; solamente appoggiato al muro d’un cimitero prestossi alcun poco ad ascoltare certi tali; indi proseguì a Bedretto percorrendo quattro miglia di montagna, alacre come se si fosse posto allora in cammino; ned a Bedretto quietò prima d’avervi celebrate in Chiesa tutte le funzioni che soglionsi in occasione di visita solenne —. In aggiunta a queste particolarità degli stenti incredibili sostenuti e vinti da Carlo, il Prevosto di Biasca lasciò scritto: — essendo tra’ montanari corsa voce dell’incendio che gli avea bruciate le cavalcature, mandaron essi incontro all’Arcivescovo un giumento che gli avesse ad alleviare le fatiche dell’erta: ma non l’accettò, dichiarando che troppo l’avrebbe gravato agiatamente cavalcare in mezzo a suoi, che lo circondavano ansanti e spossati —. Questi diportamenti pieni d’austerità, e nel tempo stesso di dolcezza, diffondevano per tutti i paesi traversati da Carlo l’ammirazione e l’amore di lui; la fama che lo precorreva disponeva gli animi a riceverne con profitto le ammonizioni e gli esempii: festose, reverenti accoglienze erangli fatte ovunque, e ad ogni passo gli pioveano inviti e preghiere d’andare oltre a fare altri più lontani pur essi lieti di vederlo.

Thusis, nobile borgata de’ Grigioni, possiede una nobilissima chiesa, dedicata a San Martino, frequentissima di cattolico concorso per lo accogliere e custodire che fa le reliquie del Martire, il quale, versato il sangue per la fede di Cristo, quelle spoglie lasciò laddove appunto per opera dei carnefici il sublime suo spirito era stato restituito in grembo a Dio. È officiato il Santuario da Religiosi Benedettini, chiari per integrità di costumi e per opulenza, della quale si valgono, non solo a sostentamento proprio e decoro del tempio, ma altresì a beneficio degli abitanti e de’ pellegrini. A quella volta si addrizzò Carlo, avvisati i compagni che non tanto si pensassero imprendere un viaggio, quanto un pellegrinaggio; sicché meditando e salmeggiando poggiarono sul monte, la cui vetta toccarono che tramontava il sole, polverosi e cosparsi di sudore: ivi, disseminati per le capanne de’ pastori, cenarono di castagne e di latte, e dormirono sulla paglia. Il dì seguente, sull’alba, scendevano, parimenti salmeggiando, avviati al desiderato Sacrario, quand’ecco lo Abate e i Monaci, che da esploratori spediti all’uopo, avevano avuto avviso che il Cardinale sovraggiungeva, pensandosi non poterlo onorare in migliore guisa, farglisi incontro processionalmente trasferendo quelle reliquie, per amor delle quali s’era ei condotto fin là: lo Abate, colla mitra in capo, e i Monaci cinti di stole, procedevano trasferendo entro argentea cassa le venerande ossa; teneva dietro tutto il Clero, tutto il Popolo della vallata: i colli, i boschi attornianti echeggiavano da ogni parte festosamente allo squillo delle campane, alla salmodia della moltitudine. Il Cardinale, a cui di solito le onorificenze degl’incontri riuscivano pesanti, di questo festeggiamento si sentì profondamente tocco e allegrato; all’arrivare delle reliquie s’inginocchiò, venerando la celestiale anima a cui avevano servito d’inviluppo: indi, entrato a far parte della processione, si avanzò con essa verso la chiesa, e vi arrivò digiuno a sole già tramontante: ivi il pregare, il salmeggiare, il restituire su’ loro altari le testé trasferite reliquie, lui e il popolo trattennero fino a notte scura...

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... Non si drizzò a Milano per la via più spedita, ma trascorse altri monti ed altre valli della sua Diocesi. Porlezza, Cavarnia, Capriasca, Valsassina son nomi di regioni scoscese abitate da tribù alpestri, e aventi sbocco sui laghi di Lugano e di Como: il buon Pastore, già presso al termine della visita, non ebbe cuore di lasciare derelitta della sua presenza quella parte del proprio gregge, tanto più che risapeva andar essa infelicemente guasta da una deplorabile miscela di brutture: frodi e superbie cittadinesche vi si appaiavano a selvatica fierezza; ardeanvi feroci nimicizie tra’ nobili, da che provvenivano frequenti tragici fatti e molti dei popolani dell’opera loro, presta ad ogni delitto, facevanvi aperto mercato...

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... [2] Vennero dalla Mesolcina inviati a supplicare il Cardinale, che si adoperasse riscattarli da tanti guai; né senza generale sorpresa furono visti eretici, deposta l’ingenita ostinazione, indursi a tal passo.

Francesco Borsato di Mantova, celebre giureconsulto, alle brighe del Foro, alle fallacie del secolo preferita la sicurtà e la quiete della vita ecclesiastica, si era profferto al Borromeo, da questo benignamente accolto e stava erudendosi al di lui fianco nelle ambrosiane discipline; no ’l moveva avidità di lucro, o d’onori, fomite non insolito agli stranieri frequentatori dell’aule arcivescovili, ma in sé accoppiava, con mistura a vero dire rarissima, mente conoscitrice d’ogni umana fraude, ed anima schietta. Demandatogli da Carlo l’officio di procedere contro i maliardi, fatte sue pràtiche, si convinse che molti sommavano coloro che avevano stretto patti coll’inferno; che se ne noveravano anche tra’ denunziatori di tal misfatto, e, finalmente, rifugge a dirlo, che duce dell’impura schiera era il prevosto di Rovereto, diventato traditore del suo popolo, dopo d’aver tradito so stesso e la propria dignità. Con moltiplicare le disamine intorno le pratiche diaboliche, e loro iniziati, Borsato si trovò in grado di precisamente e circostanziatamente ragguagliare d’ogni cosa a quel proposito il Cardinale, che stava per giungere; e giunse infatti, con tal forza ed autorità, e preceduto da tal riputazione da riuscire formidabile a’ dimonii medesimi: accompagnavanlo Gagliardo, Panigarola, ed altri, per buone lettere, e peregrina prudenza, sovrammodo acconci alle imminenti bisogne; e si era fatto scortare da ministro anco più poderoso, vo’ dire gran somma di denaro, muli carichi di monete; intendeva valersene a cattivarsi gli animi, e colla profusa liberalità verso i poveri mettersi sotto a’ piè l’avaro regno infernale. Cominciò la visita da Rovereto, ch’è come il capoluogo della Mesolcina, ove il Prevosto eragli stato denunziato preside di scellerata congrega, disertore e concultatore delle cose di cui avrebbe dovuto essere sovrattutti buon amministratore, e zelante propugnatore.

Venutone alla Cattedrale in mezzo a grande insolito concorso, presevi a dire: — essere mandato dal Papa a visitarli, al modo ch’era loro noto il vecchio Giacobbe aveva spedito Giuseppe ai fratelli in Egitto; veder egli, infatti, e riscontrare lo squallore del Santuario, e l’abbandono dei riti —. Moltiplicò le prediche, le spiegazioni del catechismo, e l’altre pratiche con cui richiamare i traviati, rinfrancare i fedeli, a che molto profittavano le parole del Cardinale e dei valenti oratori che seco aveva addotti; anco più valsero il denaro largito, e l’autorità del suo esempio; quello, dispensato per ogni dove agl’indigenti, questo, mercè cui egli si offriva al cospetto di ciascuno in veste logora, nudrito di pane ed acqua, solito dormire poco, su duro giaciglio, e senza pararsi del freddo, benché glaciale in quel paese volgesse il verno: gli animi restavano salutarmente feriti da quella strana foggia di vivere; molti ripudiarono l’eresia e maledissero la propria apostasia, né solamente plebei, ma anche de’ primi della Valle, e lo stesso Cancelliere tra questi, dianzi col comando e l’autorità fanatico istigatore a defezione, ora tramutatosi in sostegno e tipo de’ convertiti. Aveasi egli in casa gran copia di pestiferi scritti ed avvelenati libelli d’eretici: nell’atto che abiurò in mano al Cardinale i professati errori, quelle nequitose stampe ammucchiate consegnò alle fiamme, e la mercè del suo ritorno in grembo alla Chiesa, la parte cattolica si andò sempre più rinvigorendo in paese. I ministri della eterodossia, scórta la nuova piega che assumevano le cose, si affrettarono a fuggire; che, se per esitazione od ostinatezza indugiaronsi, venne lor intimato d’andarsene; fissato il giorno in cui avessero a trovarsi fuor de’ confini. Ve n’ebbero due, che colle mogli e figli, chiesta udienza al Cardinale, ne abbracciarono supplici le ginocchia, implorando d’essere restituiti al chiostro, all’Ordine per loro abbandonati; domandarono in pari tempo, che tenesse conto di lor cinque o sei nati, che considerasse la età nubile delle figlie, la cadente delle madri, invocando per tutti provvedimento ed asilo. Non mancarono alle fanciulle i procacciati mariti; i fanciulli conseguirono ricetto ed educazione in milanesi collegii; alle madri furono assegnati danaro ed alimenti, ed ambo i genitori, reduci a’ lor conventi, vi menarono vita, a quanto dissero, egregia, essendoché, dopo avere spezzato sì clamorosamente il freno, ed essersi macchiati di cotante intemperanze, niuno unqua mosse loro querela o rinfacciamento dell’accaduto, e dimorarono di compagnia cogli altri, come se fosse stato per loro un sinistro sogno il passato.

Ma i maliardi e le streghe, genia ligia al demonio, perchè stretta a lui d’esecrandi patti, venivano da ogni angolo trascinati a Borsato, e da lui convenientemente inquisiti, confessavano in qual modo si fossero iniziati alla setta infernale, ed avessero giurato sudditanza allo Spirito delle tenebre; gran fatica durarono a riscattarsi da quella, e indursi a domandare d’essere perdonati. Centotrenta fattucchiere furono imprigionate d’un colpo, le quali, dopo ripetute esortazioni, disconfessato Satana, si riconciliarono con Cristo e colla Chiesa: ciò stesso fecero non pochi stregoni; sole undici vecchie ostinatissime, ch’erano caposetta, dichiararonsi parate a subire ogni supplizio, piuttosto che rompere la fede che avevano giurata al diavolo; vennero bruciate, e salì con esse il rogo lo sciagurato Prevosto di Rovereto, avendo anch’egli, con pari contumacia, perseverato a respingere il perdóno del passato ed a rifiutare la espiazione coll’avvenire: avanti di essere consegnato a’ Magistrati, lo sconsacrò di sua mano il Cardinale; e, mentre dava opera al doloroso rito, fu visto dirottamente piangere per l’angoscia di quell’anima presso a perdersi; del proprio affanno chiamando testimonio la moltitudine, è narrato che sclamò: —mirate, o fratelli, qual cumulo di angoscia la frenesia di questo misero valse ad infondermi in cuore! considerate da quai primordii a quall’esito può traboccare la mente dell’uomo!... [3]

Mentre questi lugubri giudizii si compilavano, pubblicavano ed eseguivano nella Mesolcina contro indomabili dispregiatori del profferto perdóno, volle il Cardinale stornare alquanto da quelle deformità l’animo e lo sguardo, e si trasferì nella vicina Valcalanca. Ivi, sul cocuzzolo d’un monte, è un antico tempio sacro alla Vergine Madre di Dio: Carlo deliberò condurvisi in cerca di alleviamento all’animo afflitto; ma l’altezza d’oltre quattro miglia, i sentieri ingombri di neve, e le rupi che s’infrapponeano scoscese ad ogni tratto, indussero i suoi compagni a sconsigliargli l’ascesa: nondimeno ei la imprese, e sul culmine dell’aggiaccata balza, in mezzo al rabbioso soffiare de’ venti, nel deserto antico Santuario, a dilungo stette pascendosi di meditazioni e preci. Nei dì seguenti percorse ogni angolo più appartato della Calanca, mostrandovisi a ciascuno sì affabile, che, per la fama che ne corse, gli abitatori della Valle del Reno, che oltre i gioghi è tutta eretica, inviaron gli legati a promettergli ossequio ove si fosse spinto fin là: amorevolmente gli accolse, ed incaricò di riferire a’ compatriota che andrebbe ad essi, tostochè avesse dato compimento a quanto restavagli da fare di qua delle Alpi.

Venuto infrattanto a risapere che i principali tra’ Griggioni si erano raccolti a consiglio in Coira, spedì a quella volta Bernardino Mora, tra’ suoi dimestici apertissimo di tai bisogne, il qual si presentasse agli adunati, e, ben informatosi di tutto quanto spettava la conferma del Cattolicismo per quelle valli, si adoperasse presso de’ consiglieri a conseguirla: commisegli inoltre, così ammonisse il Vescovo di Coirà: — più diligenza (non volere dir fede) desiderare Carlo Borromeo da lui nel disimpegno del suo pastorale officio; asserire questo in base di quanto avea scorto al primo suo affacciarsi alla Diocesi —: quanto al Consiglio precipuamente insistesse il Mora che decretasse non doversi ammettere, né tollerare per le Valli cattoliche e in loro borgate i predicanti le eresie, i disertori del monachismo, e che, per lo contrario ad onesti sacerdoti cattolici stranieri, derogando al prescritto di legge anteriore, venisse ovunque concessa libera dimora. Ricevuto ch’ebbe da Carlo questi ordini, il Mora, degno del fidatogli mandato per destrezza e coltura dello spirito quai si addicono ad ecclesiastico, degno del committente e maestro per la religiosità del cuore; n’andò agli adunati di Coira, espose loro l’oggetto della sua ambasceria, e, dopo alcuni giorni di sosta, ripartì con risposte abbastanza piaciute: annuirono, cioè, che si rimovessero dalle Valli i predicanti e gli apostati; ma negarono l’accesso a’ sacerdoti che non fossero del paese, o almeno Svizzeri. Il Vescovo poi, scusatosi con memorare la necessità e le colpe de’ tempi, accettò la riprensione, e promise che presto dimostrerebbe in qual pregio la teneva.

In mezzo a cotante amarezze questi annunzii giungevano abbastanza confortevoli al Cardinale. Già egli, confermati ed emendati i valleggiani della Calanca, erasi trasferito a Bellinzona, borgata cattolica e nobile, ma piena di corrutele; ed ivi salutari istituzioni, e scuole in perpetuo per la gioventù stava fondando, lorchè il Mora fece a lui ritorno: che se non fossero stati il tragico fine del Prevosto di Rovereto, e il rogo di quelle undici streghe, del quale s’aveva innanzi, a continuo rattristamento della fantasia, il fumo e il bagliore, avrebbe aperto il cuore a piena consolazione per sì faustamente cominciati riuscimenti; e perchè il Natale era presso, ad oggetto di celebrarne le pompe, si ricondusse a Milano.

Era egli appena partito da Bellinzona, che i predicanti, sciòltisi dalla paura, e alzatisi d’animo, sbucarono da’ nascondigli, si raccozzarono, diersi a lamentare i perduti agi della vita, ed istigati dal demonio, macchinarono di ricuperarli. Non erasi peranco sciolto a Coira il Consiglio, al quale dissi che il Mora era stato mandato, e che alle domande del Cardinale avea fatto buon viso, in parte annuendovi, e in parte modestamente scusandosi di non potervi annuire: a quel Consiglio medesimo presentaronsi i predicanti, introdottivi da loro fautori ad artificiosamente querelarsi, non tanto del proprio esiglio, della persecuzione della religione riformata, e dell’avvenuto bruciamento di umani corpi, quanto delle insidie tese alla retica libertà, e, sotto pretesto di catolicismo, degli artifizii spagnaoli del Borromeo, ligio al proprio re, messi in campo a rovina della Repubblica; raccomandarono fosse presente a ciascuno essere il Borromeo figlio della sorella di quel Gian Giacomo Medici, che di Chiavenna e Morbegno si era anticamente per frode impossessato, ed assalita colle armi la Valtellina, l’avea messa in grave pericolo: il Cardinale, dissero, calcare di presente le orme dello zio, ad oggetto di conseguire, con maschera di religione, ciò che a quello er’andato fallito per via di tradimento e di guerra, onde finalmente riuscire a ricacciare oltremonte il dominio Griggione, con sottomettere le Valli al giogo spagnuolo; al qual intento già si faceva correre voce quelle Valli essersi dianzi trovate annesse al Milanese Ducato, ed esistere fondato diritto di rivendicarle: che se anco quei funesti tentativi andassero sventati, e le Valli fossero per restare in podestà delle Leghe, un altro gran danno certo impendeva, cioè il rilassamento della francese alleanza, stata sin allora baluardo della retica libertà, e l’insensibile crescente addimesticarsi de’ valleggiani collo Spagnuolo: così ricapitolavano avvisi e lamenti: — sia vietato al Borromeo ed ai suoi di mai più introdursi nelle Valli; il tribunale della Inquisizione, testé istituito dal Borsato, per comando del Consiglio, andasse soppresso; e fosse severamente punito qualunque dei Mesolcinesi, per servilità verso il Cardinale, era stato causa al paese di diminuzione delle proprie franchigie —.

Il Consiglio sedente a Coira componevasi così di eretici avversi alla Religione cattolica, come di ben pensanti, approvatori del Cardinale, persuasi essere tutte bugiarde le asserzioni de’ predicanti; ma prevaleva il partito de’ primi, oltre che per numero, pegl’inevitabili influssi degl’invocati prestigiosi nomi di franchigie manomesse, di pericolante libertà. Per decreto di costoro alcuni de’ principali Mesolcinesi, chiamati in giudizio, furono imprigionati con ispavento della intera Valle. In udirne novella il Cardinale ricorse immediatamente alla Dieta Elvetica, ed ottenne che i carcerati fossero tosto restituiti in libertà; conciossiachè gli Svizzeri ne fecero intimazione a’ Griggioni, con minaccia di rompere altrimenti ogni patto di alleanza che a loro li legava, e sospendere ogni somministrazione di sussidii. Questo evento aumentò per tutta Mesolcina la confidenza de’ Cattolici nel Borromeo; e i maggiorenti delle vicine valli, veduto con quale vigoria il Cardinale potesse e volesse sussidiare all’uopo i suoi benevoli, segretamente richieserlo che ad essi pure fornisse modo di tornare alla infelicemente derelitta ortodossia.

Ma già spuntava l’anno che doveva essere ultimo alla vita, e primo alla immortalità di Carlo Borromeo, fonte di suprema disperazione, d’insanabile angoscia al Popolo Milanese, se la divina Provvidenza non avesse tenuto in serbo, e ascosamente cresciuto un Giovine, ch’era destinato ad essere un giorno continuatore della sapienza, erede della magnanimità dello Zio...

 

VII.

VIRTÙ E BENEFICII DI S. CARLO BORROMEO

RICORDATI DA RIPAMONTI

Carlo Borromeo cessò di vivere il giorno quattro novembre 1364, con sì grande costernazione di ogni buono, che i tristi pur essi ne furono impressionati: in popolosa città qual è Milano vi dovettero essere, e v’ebbero di tali che reputarono a sé fausto quel giorno per l’acquistata libertà di malfare: nientedimeno, conquisi dal pubblico lutto, e, in mezzo al comune pianto, costretti a dissimulare, fecero vista anch’essi di condividere il sentire universale. A vedere quel duolo, qua finto, là vero, de’ malvagi, e dei pii, e quella effusa mestizia di patrizi! e plebei, d’uomini e donne deploranti la perdita del pastore, del padre, sarebbesi detto la Città caduta in mano a nemica, trovarsi nel punto che, delle case saccheggiate ed arse, i miseri abitanti sono fatti segno alle ferite ed a’ ludibrii degl’irrompenti vincitori.

Corse dapprima incerta la voce essere morto il Cardinale, la quale, simile a fiamma che da tetto a tetto si apprende e trasvola, strappò ciascuno alla mensa, al letto, alla camera, e li cacciò ad uscire in istrada, ad affacciarsi alle finestre, a formare crocchii in su’ trivii, a correre come impazzati alla volta dell’arcivescovado; né quegl’infuriati aveano indossato mantello, o assunta vesta, ma discinti, a capo nudo, appena salvo il pudore, si affrettavano, dimentichi di sé, di tutto, eccetto dello spavento che li rendea quasi folli. In quel mentre dalla torre del Duomo cominciarono con lugubri rintocchi a squillare le campane, a cui tosto risposero quelle della intera Città, onde ogni dubbio svanì. Allora scoppiò lamentosa, desolata la costernazione del popolo. Le pie Confraternite si raunarono, e, percuotendosi di verghe le spalle, mossero a questo o quel Santuario secondo le traeva consuetudine, o divozione. A quelle notturne processioni, precedute da stendardi, associaronsi quanti le incontravano per via: le case si vuotarono; avrebbono potuto di leggieri venire spogliate, se quella notte fosservi stati ladri a Milano: per conto mio credo che le mani e gli animi anco più addimesticati coi misfatti trovaronsi allora sopraffatti da mesto torpore, e che la confusione, la quale solitamente incita a delinquere, allora, per lo contrario, sortì effetto di spauracchio e di freno.

Spesa così la notte, non ispuntò manco malinconico il giorno, pieno pur esso di strazianti grida e di lugubri silenzii: i cittadini erano visti strapparsi i capegli, percuotersi il petto, affisarsi a terra istupiditi: che se alzavano gli occhi, e aprivano la bocca, ne uscivano sole voci — la Città è perduta! non vi ha più speranza! lo sdegno divino rimosse la testa che unica valeva a trattenerne i fulmini! Le donne spezialmente, che più espansivo hanno l’affetto, romoroso il dolore, calda la pietà, non metteano modo alle querele: condoleansi perfino gli Aulici dal duro e torvo ingegno, che dallo spento Pontefice s’erano reputati offesi in loro prerogative, sia che per consentire alla moltitudine fingessero, sia che compartecipassero davvero all’angoscia circostante.

Intanto il corpo veniva apprestato pel funerale; deposto nella cappella domestica, nemmeno di cadavere facea vista a chi lo assettava, sibbene, di larva, di scheletro, nelle cui membra stecchite e consunte pareva impossibile che avesse potuto allogarsi calore e vita, si aderiva alle ossa la pelle segnata a mezzo la schiena della traccia della palla escita dall’archibugio di Farina: tal era l’aspetto del corpo, quale sogliono i pittori figurare la Morte, eccetto che i labbri mostravano di sorridere amabilmente, come a salutare l’anima volante al Cielo: tre dì, pontificalmente ammantato di bianco, stette esposto a vista della turba, la quale così densa convenne altresì dalla campagne e dai borghi, che fu mestieri munire il palazzo di milizie, e distribuire chi tenesse ordine tra’ concorrenti; contuttociò non si evitarono pericoli, tumulti, né pochi sarebbono stati soffocati se non fosse suggerito di atterrare una parete della mortuaria cappella, onde la pressa ebbe sfogo in un portico attiguo.

Portato da’ Canonici, il corpo fa tolto di là con accompagnamento di tutto il Clero, guidando il funerale il Vescovo di Cremona, che fu poscia papa Gregorio XIII: v’intervennero il Governatore e tutti i Magistrati in corruccio. Il testamento, scritto sette anni prima, manifestò eredi al Defunto i poveri, i Canonici, il Duomo, assegnate annue limosine a’ primi, la ricca biblioteca a’ secondi, e donati alla sagrestia Metropolitana quanti lo spento s’aveva in proprio splendidi paramenti, e vasi preziosi.

Questo fu il fine di Carlo Borromeo, al quale, primo ed unico, toccò di venire scritto nel ruolo de’ Santi anco vivi i nodriti, beneficati, corretti da lui: a niuno, ripeto, di coloro che, per le praticate virtù, conseguirono stanza in Cielo alla loro anima, iscrizione ne’ fasti della Santità a’ loro nomi, credo accadesse di conseguire quest’onore; e aggiungerei volontieri che niuno altrettanto operò per conseguirlo. Carlo fu campione infaticato del Cattolicismo: a lui precipuamente, lorch’era Papa suo zio, dessi la convocazione del Concilio di Trento, sommo beneficio fatto alla Cristianità, mercè cui fu provveduto in perpetuo alla salute pubblica, e venne proclamato inalterabilmente ciò ch’è pio e giusto di professare e di credere. Ai Papi seguenti, coi consigli, e con esempio diventato legge alla Romana Curia, Carlo si porse oppugnatore acerrimo della eresia: dentro a’ confini poi della propria Diocesi fu sollecito di svellere ogni seme d’errore, al modo che ne adopra chi sa d’aversi ladri in casa, e fa di snidarneli. Chi, per traffici e studii dimorato in terra straniera vi aveva contratta la lebbra eterodossa, espatriava, veniva, per così dire, intercettato sul giungere dal Borromeo, né lasciato andare pria che radicalmente sanato. Diede opera di richiamare all’ordine, invocato all’uopo il braccio regio, le turbe soldatesche solite profanare i sacri giorni colla intemperanza dei cibi. Sedendo in Brescia ad un convito di Principi Alemanni, accompagnanti due sorelle dell’Imperatore avviate a farsi spose, avendo uno dei commensali profferito un motto empio, Carlo balzò in piè, dichiarando che ne avrebbe scritto a Cesare, al Papa, nè depose il giusto sdegno se prima il turpe detto, con segni di pentimento, non fu ritrattato da quel desso che l’avea profferito.

... I sagri riti, prima del pontificato di Carlo Borromeo, celebravansi non senza confusione, affrettatamente, da ministri servili, in assetto non decoroso, anche fuori del ricinto delle Chiese, in private dimore: provvid’egli che auguste cerimonie, destinate a placare Dio, non avessero invece ad irritarlo: fe’ rimuovere gli altari da ogni luogo disdicevole, li volle forniti di suppellettili monde; assegnò loro inservienti, stabilì le norme de’ sa grifizii, vigilò che stranii ministri non ne facessero mal uso: rispetto ai tabernacoli ricettanti il Corpo di Cristo, curò che, in ragione dell’importanza della Chiesa, si presentassero adorni. Fondò in ogni parochia confraternite a cura ed onore del Sagramento, assegnate rimunerazioni o multe a’ membri zelatori oppure negligenti degli assuntisi officii. Le settimane dell’Avvento e della Quaresima, ed in questa le ore solenni, non che altri giorni della cui santità si mostravano facilmente immemori i cittadini, e talora per giunta spendevanli in trattenimenti licenziosi, li restituì Carlo con austere cerimonie alla maestà della Religione. Collocò nelle Chiese vigili a vietare che in occasione di concorso vi si commettessero profanazioni, e ne interdicessero l’accesso alle femmine non velate la faccia, non decenti nel vestito. Vietò che nel sacrario dentro la balaustrata s’introducessero laici; si fermò in tale proibizione, che, venendo il re Filippo a Milano, e chiedendo taluno se quel divieto colpirebbe lui pure, non altro il Cardinale rispose che — tenersi certo della religiosità del Monarca — Purgò d’ogni apparato mondano le chiese, rimovendone spezialmente i mausolei patrizii; non que’ che, come oggi costumasi, posano scavati nel pavimento ad occultarvi sotto sculto sasso le squallide reliquie della umanità, sibbene quegli altri che, sospesi in aria, faceanvi di sé mostra vanitosa, impendendo agli altari, e minacciando le teste de’congregati: cotai cenotafii, o tombe pensili, con lor corredo di stemmi, armi e busti proscrisse, deliberato che la casa di Dio, non alla vanagloria umana, ma a Dio solo ed al suo culto avesse a servire. Sulla forma delle chiese, e sul modo d’edificarle in armonia col loro scopo, cioè comode e decorose, dettò un volumetto, e, dopo aver provveduto, dirò meglio, nel tempo stesso che provvedeva a’ lor pregi materiali, alla disciplina da tenervisi, ed a’ riti da celebrarvisi, annesse a ciascuna Scuole della Dottrina Cristiana, che vi serbassero e trasmettessero sempre viva la pietà; le quali Scuole, diffuse per la Diocesi, ebbersi leggi, censori, capi, costituite a modo di ben ordinata repubblica: spedì ovunque suoi delegati a fondarle; e le visitò in persona, anche per balze, a superare le quali eragli uopo arrampicarsi carpone; sì grande fu la sollecitudine che risentiva per la sua Chiesa, pel suo Popolo; sì gli stava a cuore che i fanciulli venissero piamente e castamente cresciuti a’ rudimenti da cui dipende lo sviluppo della vita; tenendosi certo, che, quali venivano iniziati da bimbi, tali sarebbonsi conservati in gio ventù, tali mostrati in vecchiezza, l’avo trasmettendo i ricevuti principii al nipote, non meno che il padre ai figli.

Amò Carlo il suo popolo con sensi propriamente di padre, o dicasi, per esprimerne meglio la tenerezza, di madre; intollerante d’ogni indugio al ritorno, quando se ne trovava discosto, affrontatore d’ogni disagio, e prodigo di sé, quando si trattava di servirlo, avversissimo a checché nel distraesse o allontanasse: né del suo amore facea segno le masse, sibbene i singoli, qua visitandoli nelle infermità, là soccorrendoli nella inopia, questi nei pericoli, quelli nelle afflizioni sorreggendo, gli uni di consigli, gli altri di sussidii corroborando. A lui facevano capo, come a loro nume, tutti i bisognosi; ed ei corrispondeva a tutti con non minore larghezza di affetto che di danaro: v’ebbe giorno in cui gli sfilarono innanzi cento zitelle che forniva di dote e di sposo. Oltre gli arredi dell’arcivescovile opulenza, e i navigli, e il principato venduti, niente ebbesi in casa che fosse chiuso o negato agli indigenti: alcuni se ne dividevano in palese le limosine, altri n’erano sussidiati in segreto per la vergogna che risentivano della loro povertà: del genovese Tomaso [4] (portento d’impudente prodigalità, celebre in Milano per la magione che tuttodì vi si vede elevarsi oltre la misura conveniente a casa di privato, tra’ circostanti tetti sovreminente superba), poiché, divenuto segno a’ colpi della fortuna, precipitò nell’inopia, Carlo fu soccorritore assiduo, perfino a pro di quello stolto borioso profondendo le squisitezze della sua carità.

Solea dire che ogniqualvolta ne veniva alla casa paterna, o d’alcun congiunto, sentivasi invaso da un recondito senso che gli agghiacciava nell’anima le migliori disposizioni: per questo proibì a’ suoi sacerdoti di abitare tra’ consanguinei, prescrivendo loro separate dimore.

Anche dopo le assottigliate fortune si tenne intorno numerosa famiglia, a cagione del decoro del pontificato: titoli ad eleggersi i familiari erangli dottrina, modestia, bontà; trattavali come figli, spezialmente intento ch’avessero, mercè la disciplina introdotta in palazzo, e gli esempii del padrone, a sempre più rinfrancarsi nella via adduceste a perfezione: essi di rimbalzo si erano avvezzi a non pensar mai checchesifasse servile, ned aspettarsi ricompensa altro che per mezzo di virtuose prove; capaci di siffatte aspettazioni, non alla solita foggia servidoresca, tra lusinghe, timori, contrasti invecchiavano, ma sicuri e fidenti ne’ provvedimenti del Padrone: qualunque d’essi, infatti, dal primo all’ultimo, per età o per infermità diventava inetto a servire, non perdeva per questo il salario, ma gliel venne continuato anco dopo la morte del Cardinale, avendo egli lanciato gravato di tale peso l’asse ereditario; sarebbegli paruto peccare di spoliazione se avesse ricorso per rimunerare que’servigi al patrimonio ecclesiastico.

Ugualmente si diede a conoscere scrupoloso nel concedere le investiture di quella maniera di Benefizi! che fruttano provventi, senza imporre pesi; non tollerava che se ne cumulassero parecchi in mano d’un solo; costringeva i possessori annunziarli, e sen giovava pe’ bisogni della Chiesa, sostentando Capitoli minacciati di sciogliersi per indigenza, attribuendo a studiosi di teologia gli assegni occorrenti per addurli al sacerdozio, raggiunto il quale, cedevanli ad altri che ne avessero a profittare parimenti.

Riguardava l’Ordine Sacerdotale siccome cosa divina da doversi conservare scevra da ogni umana corruttela, onde lo volle superiore a qualsia menda, né consentì tampoco a Principi raccomandargli individui da venirvi ascritti. A coloro che vi s’iniziavano indettava anzitutto la innocenza della vita, indicando loro qual tipo (come farebbe un padre che propone il migliore tra’ suoi figli modello agli altri) questo o quel Religioso di cui gli era nota la santità: esaminatili in ogni ramo delle Sagre Dottrine, davasi precipuo pensiero dei ben rispondenti, non però trascurando gli altri: attribuiva a ciascuno appropriate incombenze, distribuendo ponderatamente i Benefizii, lasciato nei minori, a farvi sperimento di sé, chi poscia, assaggiato, elavava a’ maggiori. Aveva ridotto il suo Clero ad essere esclusivamente studioso d’innocenza e sapienza, cioè, puro e dotto. Dianzi gli ecclesiastici Benefizii trovavansi fatti scopo di brutte cupidigie; redditi, onori, cadeano preda di accorta precorrente ambizione: la lingua latina, quasi fosse indiana, feriva di suoni incompresi le orecchie de’ Prevosti; considerato questo, aggiungi per te stesso sotto quanti altri aspetti disciplinari il nostr’Ordine si trovasse scaduto prima che da Carlo Borromeo fossimo, al modo ch’esposi, rialzati e inciviliti.

L’intimo illuminato amore delle buone Lettere che in lui risplendeva, certuni glielo credettero dono gratuito di Dio, ignari, che, dopo d’avere compiuto il corso teologico e filosofico, non v’ebbe per lui giorno, nonostante le occupazioni infinite, senza che almeno quattr’ore non ispendesse nel raccoglimento d’elevati studii. Durano, monumento del suo ingegno, nella Biblioteca Ambrosiana, volumi di sermoni scritti di suo pugno, fonti copiose di religiosa eloquenza: li contengono grandi fogli recanti sull’alto il suggetto della predica, dalla quale intestazione, a somiglianza di rivoli, scendono a dritta e sinistra linee che tratto tratto si spezzano giunte che sono a spazii, quasi direi ripostigli, in cui scritti con mano affrettata si allogano tropi spettanti l’arte del ben dire, sia che l’argomento chieda semplicità, lucidità, sia che l’oratore miri alla commozione degli animi, col vibrato e col sublime. Quelle linee, che segnano colla loro successione sghembi e curve a disseminare i ricordi dell’arte, ben sanno esse trascorrere a penetrare ne’ sacrarii della sapienza, con una nota, con una parola, con un asterisco designando sentenze, testimonianze de’ Santi Padri, oracoli de’ Profeti, casi ed esempii d’ogni età; i quai nodrimenti dell’anima, poiché il divino Predicatore se li era ben masticati e ottimamente digeriti, rimosso ogni apparato rettorico, li porgeva al suo popolo; in supplicarlo che avesse ad astenersi da peccato Carlo fu assai fiate visto sciogliersi in lagrime; questi furono i suoi apparecchi oratori!, questo era il suo florilegio: son da vedere nella collezione degli Atti de’ Concilii Provinciali che celebrò, i suoi discorsi e quegli altri, cui, ammirati della sua santità, certuni, robusti di memoria, raccolsero usciti appena dal suo labbro, e fidarono alla carta.

In aggiunta allo studiare indefesso erangli state scuola di spontanea squisitezza quelle Notti Vaticane (lorchè sedea primo a Roma sotto lo zio Pontefice), che, fiorente d’anni, aveva spese ne’ fecondi colloqui! e nella santa dimestichezza de’ più sapienti uomini d’Italia, soliti adunarglisi intorno: squisitezza che, tra l’apparente squallore di vita sì aspra, e virtù sì rigida, faceva effetto di sole, il qual fiocamente luce a traverso la bruma : unica rifulgea la eloquenza, a cui gli animi si arrendevano conquisi ; però anch’essa, come dissi, nemica degli artificii e della pompa.

Alla qual altezza di sentire letterario, fu vista corrispondere in Carlo quella magnificenza che, soccorrendo le arti, crea monumenti, ed è connaturale alle anime grandi; anch’essa però coordinata alla rettitudine che gli era propria, cioè, contemperata a non guastare d’inutilità ciò che la generosità suggeriva. A Roma ampliò, decorò la chiesa di Santa Maria degli Angioli e l’attigua Certosa [5]: in Bologna crebbe d’aule l’Università, onde la sapienza conseguissevi seggio degno di sé: un’altra sua opera esiste in quella Città, vaga marmorea fontana, che fa invito al popolo, di salubri linfe vagamente e copiosamente zampillanti; ricordi quivi lasciati dal Borromeo mentre vi stette Legato Pontificio: a Marcantonio Colonna [6] donò i suoi Orti Romani, reputandoli troppo lussureggianti, e dispendiosi, epperciò meno dicevoli a nipote di Papa, a cui sta bene guardarsi dal fasto per iscansare le maligne censure: delle fabbriche poi di cui arricchì Milano, erette dalle fondamenta a proprie spese, consacrate ad usi ecclesiastici, e sussistente decoro della Città e della provincia, mal saprei dir il numero. Ai Canonici del Duomo apprestò abitazioni, a cui entromettono spaziosi porticati a due ordini, circondanti ampio cortile quadrato, stanza degna di Cardinali (questo titolo a’ membri del Capitolo Metropolitano anticamente er’attribuito). A fianco di quel palazzo n’alzò un altro, non meno vasto, per ricettare il minor Clero, sicché l’Arcivescovo trovasse aversi accosto, e come sotto mano, ad ogni suo uopo tutta intera la clericale gerarchia. Anche la via che per sotterraneo giro di vòlte mena in Duomo, fu opera di Carlo; e suo dono gli arazzi intessuti di molt’oro, perciò pesantissimi, che vantano anco più prezioso della materia il lavoro artifiziato a figure che paion vive alla moltitudine concorsa a contemplarle, ogniqualvolta mettonsi in mostra alla ricorrenza delle maggiori solennità della Chiesa.

Non v’ebbe, a mia notizia, nella Città, nella Diocesi, nella Provincia, chiesa, convento, confraternita a cui Carlo Borromeo non largisse sossidii tostoché fa avvisato ch’erano travagliati da povertà. Ampliò co’ proprii redditi i presbiterii indigenti; con ugual liberalità favorì l’esordire d’Ordini Religiosi da lui chiamati a Milano. Faceva frequenti invìi di soccorsi, né tenui, a Svizzeri, a Griggioni [7] onde promuovere l’Ortodossia appo quelle Genti, qua segreti, là palesi, al modo che le circostanze chiedevano. Anche il tribunale della Santa Inquisizione fu da lui sostentato d’annuo assegno, che tuttodì gli si sborsa.

Diceva convenirsi a Vescovo andare gravato di debiti; l’Arcivescovo poi di Milano incorrere nella taccia d’avarizia se non trovavasi aver impegnate le sue rendite almeno per tre anni avvenire. Gli amministratori del patrimonio sgrido, anche licenziò, ogniqualvolta li tenne in conto di tenaci; li voleva blandi, e corrivi.

Cardinali, Principi, Vescovi, ogni personaggio chiaro per nome e meriti, che arrivava a Milano, Carlo amava d’averselo ospite, ponendo in conseguire questo la cura che altri suole a schivarlo: incaricato di pescare, dirò così, all’amo siffatti ospiti, s’aveva tra’ familiari un cotale, modesto, colto, disinvolto, al quale noti erano il fare e l’umore de’ Grandi, quindi sapeva cattivarseli: Carlo teneva corrispondenze cogli ostieri, che, al capitare loro di pellegrini, di quei che ambiva appropriarsi, l’avvisassero, e allora conducevasi tosto a visitarli, e invitarli, e da quel punto quegli stranieri trovavano presso di lui servi, guide, cavalli, ogni squisitezza della ospitalità, sino al dì della partenza: ve n’ebbero che s’indugiarono mesi a lasciarlo; il Cardinale ritraeva da ciascun qualche gran prò; che s’erano magnati e principi, raccomandava loro la emendazione dei costumi del popolo, la eccellenza della pace, l’incremento del divin culto, ed anco dolcemente ammonivali rispetto le condizioni, i vizii e le virtù del viver loro: che s’erano prelati, porporati, o investiti di pontificia missione, quasi da sé rimossa ogni cura amministrativa, davasi a tutt’uomo ad intrattenerli, accompagnarli, condurli a visitare suoi seminarii e collegi, mostrando loro la fiorente generazione di leviti che vi cresceva alla Chiesa, e facendoli dilettati di letterarie lizze quivi a lor onore celebrate. Queste erano lo solerzie della ospitalità del Borromeo. Gli ospiti dipartivansi dalla sua casa, seggio abituale d’austerità, stupiti dalla sua graziosa splendidezza; stante ch’egli, in que’ giorni eccezionali, sospendeva le leggi di penitenza che si era imposte, sedeva alla mensa comune, ed anche provvedeva che fosse lauta, spezialmente se tra’ convitati noveravansi Svizzeri o Griggioni.

Carlo contava frequentatrice un’altra generazione, assai diversa dalla precedente, perchè seminuda e famelica, cherici e religiosi d’oltremare e d’oltremonti, ch’erano denominati Scolastici. Vaghi di viaggiare paesi, e attirati dalla fama delle lautezze Borromeo, costoro moveano da lontano ad assaggiarle; accolti, nodriti, vestili e provveduti in partire di viatico; se adducevano pretesto di malattia o languore, venivano trattenuti e curati; taluni, sperimentati valenti e probi, conseguirono posti, onori; a niuno ricusavansi buone accoglienze per la opinione espressa dal Cardinale, che un solo d’essi, il quale fosse tornato al suo paese trasferendovi buon frutto cólto nel milanese episcopio, avrebbe compensati gli spendii occorsi per tutti. Tanto era il consumo di vettovaglia richiesto da cotale ospitalità, che i gabellieri dell’annona sospettarono di contrabbando gli approvigionatori del Cardinale che le introducevano in città [8],e ne vennero a lui per querelarsi dei frodati balzelli; ma quand’ebbergli veduto intorno sì gran moltitudine di pellegrini, sì gran pressa di nobili e plebei, partirono senza far motto.

Fece curioso riscontro a queste lautezze e splendidezze l’austerità sorprendente del vivere di Carlo, la quale non toccò d’un tratto l’apogeo a cui salì, ma grado per grado, mercè di assaggi ch’egli andò facendo della sopportazione e delle forze ch’erano in lui, spintasi, infine, a rinnovare le mostre stupende di coloro che anticamente aveano dell’astinenza fatto esclusiva professione.

Aveva principiato ad affrontare lievi battaglie contro le mollezze tra cui era nato, ora privandosi di quest’agio, or di quello, e di nuove penitenze gravando a mano a mano più le sue membra: venutone per ultimo a prova decisiva, rinunziò alle mense, deliberato di non sostentarsi che di pane ed acqua, contento d’alimenti cui niuno può rifiutare se vuol protrarre la vita. Nei giorni solenni per la Chiesa, tra la comune letizia, rimetteva alquanto di quella severità, e, continuando astemio di vino, carni e pesci, si permetteva un qualche frutto; indi abbandonò anche il pane, ristrettosi a carrube e lupini: ma avendo dato motivo di temere che questo regime avesse a riuscirgli funesto, usando il Papa dell’autorità apostolica, lo ammonì che non tribolasse a quel modo il proprio corpo, e vietògli usar cibi che gli avrebbero rosa la vita a guisa di lima.

Queste pontificie lettere giunsero in Milano a Carlo nel corso dell’anno che gli fu supremo, sul chiudersi della Quaresima, lorch’egli stava per santificare la Settimana Santa con aumentate macerazioni: in leggerle, come a comando di Dio, loro si arrese, e reputò fare un gran che dismettendo i lupini.

Com’ei si diportasse col sonno che sempr’ebbe leggero e brevissimo, ciò ch’esposi fin qui lo farà pensare senza che mi fermi a svilupparlo; solo aggiungerò che da natura era tirato forte a dormire, o per soverchi umori che s’avesse, o per altre cause cui lascierò assegnare a’ medici: egli confessava che la sonnolenza gli era tormento, e, diffatti, in occasione di protratte cerimonie, gli si abbassavano le ciglia, e inchinava il capo; ma era sopore del corpo, e le facoltà dell’anima, sempre concitate e sveglie, intendevano a quanto accadeva. Un dì che, concionando Toleto, insieme cogli altri Cardinali Carlo stava ascoltandolo in sembianza di sopito, taluno degli astanti susurrò al vicino — se io fossi il direttore spirituale del Borromeo, gl’imporrei per penitenza di dormire davantaggio la notte per indi vegliare a predica —. Scioltasi radunanza, Carlo, che aveva udite quelle parole, ripetè al suo censore l’intero sermone di Toleto, mostrando che niuno lo aveva inteso e ritenuto meglio di lui.

A scuotersi di dosso la sonnolenza, stabilì far a meno di coperte, di lenzuola e dormire così vestito come si trovava: spesso su d’una sedia, appoggiata la testa allo schienale, dormigliava alcun poco, e in riscuotersi conturbavasene come di tempo perduto. Queste furono le sue battaglie, queste le sue nimicizie col sonno... Vinto poscia da preghiere e da comandi, si arrese a quietare alquanto più, ad usare d’un materasso, non però empiuto di lana o piuma, ma di paglia; solito dire — se per duci e soldati non vi hanno speciali ore di sonno, non esiste differenza tra giorno e notte, e colgono a volo gl’istanti di sdraiarsi a terra ravviluppati nel mantello, ben deve fare altrettanto un Vescovo, ch’è l’uomo (secondo il significato del titolo) a cui spetta per obbligo d’essere la scolta sempre vigile della Cattolica Religione, l’esploratore delle anime commessegli —; e così, con tolleranza propriamente militare, sopportava e sprezzava freddo, caldo, anco la febbre, che alcuna volta lo tribolò ricorrente nel disimpegno dei suoi officij.

Fu notato, che, visitando la Val-Travaglia, preso da terzana, la dissimulò fino al diciassettesimo parossismo: era cosa invero mirabile e spaventosa vedere in giugno e luglio il Cardinale infermo aggirarsi per valli e monti, cosparso di polve e sudore, rifiutando i fomenti e i farmaci; a’ quali anco i montanari ricorrono contro quella infermità. Giacque còlto dall’accesso febbrile un dì a Canobbio nel punto che vi consacrava una chiesa, e vi predicava al popolo: perseverò con violento sforzo a disimpegnare le sagre funzioni, costretto per lo immenso concorso di popolo di predicare nell’aperto cimitero (solo capace di tale moltitudine), sferzato da sole canicolare, vieppiù molesto a lui pesantemente ammantato, che s’aveva la mitra in testa, e la febbre nel sangue. Addivenuto spesso, in estiva stagione, a montane consacrazioni di campisanti, celebrandole egli a capo nudo, gliene derivarono per le guancie e sul fronte zone di scuro e bruciato, cui non poterono dissimulare i pittori, e dura tuttodì parte caratteristica de’ suoi ritratti.

Anco del freddo, non men dannoso alla salute, Carlo fu sofferentissimo per amore di Cristo. Mentre ogni cosa giaceva irrigidita dal gelo, e la terra andava coverta d’alti strati di neve, ad ogni chiamata che gli giungesse usciva fuori senza guanti, senza pelliccia; e così ascese più fiate le Alpi sino alla regione de’perpetui ghiacci. Nella sua camera unqua non accese fuoco; onde le mani gli si gonfiavano, screpolavano e stillavano sangue. Nel seminario di Canonica dimorò in celletta ove da più lati penetrava la pioggia, e per otto dì vi stette senza curarsi che il pavimento gli si presentasse innondato.

Al meditare sommamente dedito, vi si abituò per modo che talora a mezzo d’un discorso cadeva in astrazione contemplativa, e viderlo i valletti più volte sovra pensiero lasciarsi cadere da cavallo. Cesare Spedano, che fu poi vescovo di Cremona, narrò che, tornando affrettato da Como, la sera della vigilia d’Ognissanti, Carlo precipitò colla mula in un fosso, senza che alcuno se ne accorgesse: addatisi della sua disparizione, retrocedettero a cercarlo, e, trovatolo sotto la mula nel fango, l’udirono dire, come se si destasse da sonno — perchè mi siete molesti sturbandomi dai miei pensieri? —

Qual si fosse il tema prediletto, e pressoché continuo delle sue meditazioni ben lo si poteva desumere dalle abitudini e dalle parole di lui; ma appena mori chiarironlo aperto le immagini e i libretti rinvenuti in ogni suo scaffale e ripostiglio, ricordi ch’ei si teneva sotto mano in ogni ora, in ogni luogo, spettanti la santa passione di Gesù, con incisioni apposte ad ogni capitolo rappresentanti il Figlio di Dio lacerato dai carnefici per la nostra salvezza.

La verginità sommo decoro dell’uman corpo, fiore delle virtù, vanto sì raro da no ’l si credere facilmente posseduto da mortale, e del qual niuno si dichiarò ad altri insignito senza un intimo senso di verecondia, la verginità, dico, terso cristallo che a solo encomiarlo si appanna, mai non iscompagnossi da Carlo, sino ai trasvolare della sua anima al Cielo.

Vi ha un’altra virtù (di chi tiene in bassa stima sé medesimo) parimenti sconosciuta agli Antichi, che perfino affibbiarono al suo appellativo un significato sinistro di abbiezione e pusillanimità; opperò è virtù insita per guisa ne’ cristiani costumi, che li costituisce difettivi e guasti, caso che ne vadano spogli: or bene potremmo dire che Carlo facesse acquisto delle altre virtù, ma’ che l’umiltà gli fosse connaturale e donata: se la cosa non istesse a questo modo mal comprenderemmo com’egli fin da fanciullo, in mezzo a tanti fomiti di superbia, ne potesse andare adorno. Humililas è il motto dell’antico stemma Borromeo, scritto a gran caratteri teutonici che n’esprimono la provenienza vetusta, superiormente decorato d’una corona. Carlo rimosse stemma, motto e corona, più sollecito di smettere siffatte onorificenze, che altri non è di assumerle: mostrò temere che il demonio della superbia non l’avesse a tentare con quelle apparenze di grandezza. Corse altresì voce ch’egli per umiltà intendesse deporre porpora e mitra, dissuaso a fatica da coloro che potevano sulla sua coscienza, pel dimostrargli che fecero come ne sarebbe provenuto danno alla Chiesa: al qual proposito vuolsi avvertire che fu tanta la sua deferenza all’autorità altrui, da tenersi presso due fidatissimi incaricati di avvertirlo ogni sera di checché lungo il giorno avessero scòrto in lui, o uditogli dire che lor paresse riprensibile, quindi emendabile. Contro avventato predicatore che lui dal pulpito malignamente e superbamente ingiuriò, non diessi a conoscere punto irritato, sarebbesi anzi allegrato della mortificazione se foss’ell’andata esente da scandalo: la sua letizia, invece, fu senza ombra in occasione (trattavasi di mandarlo al Re in Ispagna) che un tale gli rinfacciò brutalmente una sua naturale imperfezione, con dire — questo balbuziente non farà onore alla Sedia Apostolica, né gioverà alle cose nostre.— Carlo, udendo quegli inurbani detti, sorse ad abbracciare colui che li avea pronunziati, ed indi se l’ebbe sempre carissimo; avvegnaché dichiarava che, per quel suo difetto della lingua, ben meritava d’aversi interdetto il pulpito... Così sprezzava sé stesso !

Spettò alla sua umiltà lo avere spoglio di qualsia adornamento la casa, eccetto che in occasione di prestata ospitalità: abitava sotto le soffitte; vestiva abiti logori, rappezzati, a tale che un accattone, a cui ne furono dati alcuni, gli si fe’ innanzi querelandosi che con quella limosina, anziché soccorrere al suo bisogno, lo avessero schernito; e gli mostrava que’ cencii Carlo riconobbeli e rise....

Era solito aggirarsi pedestre per le vie fangose di Milano, anche quando imperversava la stagione: sciocchi o maligni ne lo accusarono a Roma, come se con ciò disonestasse la porpora: papa Pio V, che calcava quel medesimo cammino di perfezione, tenne le denuncie in conto di elogii. Né solo gli uomini fremevano d’invidia e d’odio per quella virtù cotanto nemica d’ogni vanità; anco i demonii dieronsi a conoscere divorati da quella stizza per bocca d’ossessi, delle cui labbra si valsero a rabbiosa manifestazione, cioè più delle fiamme tormentarli non aver unqua potuto rinvenire artifizio mercé cui penetrare in quella inespugnabile rócca d’umiltà.

Niun’acerbità della fortuna, niuna ingiusta fallacia, o checché altro sanno immaginare ed operare la temerità e l’insolenza degli uomini, valsero a commoverlo, eccetto se riguardavano la Città, la Chiesa, la Religione; salvo il caso d’alcun pubblico danno, non seppe, ripeto, che cosa fosse turbarsi; corre anzi opinione che perfino gli fosse ignoto lo sdegno per cagioni private.... A suoi preti caduti in colpe preferiva porgersi ammonitore, piuttosto che punitore; i caparbii pungeva a parole; schivava, siccome gran danno delle cose ecclesiastiche, infliggere carceri, od altri disonoranti gastighi: v’ebbero di tali che a sé chiamò e nascose in palazzo; e là, costrettili a riconoscere e detestare lor falli, trattenerli in digiuni e orazioni, sinché giudicava la penitenza avere fruttificato; allora dalle arcivescovili stanze escivano sanati e netti a dar egregi esempii al popolo; ben diversi da coloro, che, infelloniti dai ceppi e dal carcere, in ricuperare la libertà si chiariscono peggiori di quando l’hanno perduta: e potrei citare nomi di convertiti da lui con poche dolci parole lanciate ad essi per via, dalle baratterie, dal giuoco ed altre tristizie richiamati a virtù, dal disprezzo, dallo sconoscimene delle cose divine restituiti a retti sensi di religione; il suo sgridare era presso a poco di questo tenore — guai a te, figlio mio caro! vai dritto a perdizione — abbi fede in me — cercherò di salvarti — Dio accoglierà le nostre lagrime penitenti — a supplicarlo sarò io — prenderò sovra di me il peso della sua collera — oh così potessi anch’io trovare un deprecatore delle mie proprie colpe! — Né solamente i suoi preti e dipendenti fec’egli segno di queste sollecitudini, ma altresì principi e personaggi d’alto affare, secondo che giudicò di poter loro giovare, consigliandoli, ammonendoli. Un gentiluomo eretico, che all’errate credenze appaiava il vizio della gola, caduto gravemente infermo, dettò un testamento, in cui prescrisse al suo erede che a lui, quando fosse agonizzante, dovesse versar in gola gran copia di vino, nella quale avesse a trovarsi poco men che sommerso; se trascurasse far ciò, fosse diseredato. Carlo assalì questo insano con avvisi giunti in tempo, e lo richiamò a saviezza, di modo che, dimessa la intemperanza, e mutato testamento, comprese quanto stoltamente si fosse pensato accattare sussidii dall’ebbrezza nei tremendi istanti del supremo trapasso: abbiurati anco i fallaci dommi della Setta, Cristo solo invocò soccorritore e confortatore al suo morire: ma pria di morire (ei che dalle parole di Carlo era stato trasformato) con detti di consimile suono si volse ai compagni de’ suoi mali abili di violenza e d’empielà, e profondamente li commosse: ciò accadde in una di quelle Vallate Griggione dove giaceano confuse le reliquie dell’antico Vero co’ recenti errori calvinistici, in occasione che Carlo si condusse a visitarle. A Vigevano, menato nel giardino annesso all’episcopio per aiuole, tappeti verdi, e densi boschetti amenissimi, e dicendogli il Vescovo che a lui puranco staria bene procacciarsi di consimili alleviamenti dello spirito, placidamente rispose tenersi a giardino le Sante Scritture; queste costituire i trattenimenti e le delizie di zelante pastor d’anime.

Similmente riprese il cardinal Gambara, che lo trasse a visitare la sua magnifica villa di Vetulonia: — oh quanto sarebbe da desiderare, sclamò, che il molto danaro qui speso, avesse servito piuttosto ad usi pii!

Un vescovo della provincia gli spedì un corriere chiedendogli con grande istanza, che d’un certo grosso Beneficio rimaso allora vacante gli ottenesse l’investitura dal Papa, sendochè trovavasi povero d’assegno, e mal poteva reggere agl’impegni del Seggio. Carlo gli rispose — molti Vescovi averlo preceduto su quel Seggio, i quai tennersi contenti dei redditi annessi: il richiesto Benefizio parere fondato con altro intendimento che non era quello d’investirne il Vescovo: s’avesse dinanzi gli occhi l’esempio d’Agostino, che suolea pregar Dio di tenergli discosta ogni brama di ricchezze; queste essere di grande impedimento a salvarsi l'anima: meglio avrebbe collocato le sessanta monete che gli era costato il corriere se le avesse date ai poveri — Così rescrisse Carlo a quel Vescovo. Ad un altro poi, che nella familiarità di lunga lettera s’era lasciato sfuggire dalla penna queste parole — non so che farmi del tempo; mi mancan occupazioni; e mi annoio — mandò, nonostantechè discosto, Antonio Seneca portatore de’ seguenti detti — Ove n’andarono le cure e l’animo del Pastore? ove il santo timor di Dio? ove il rispetto dovuto agli uomini? Mancare occupazioni a vescovo! cercar passatempi! non sapere che fare! inudite querele esser queste: badasse di non avere in appresso ad usare simili detti; e molto più badasse di sbandire dall’animo i sentimenti espressi da simili detti —.

Tra gli autografi delle lettere familiari di Carlo Borromeo ne rinvenni una ad Enrico Re Portoghese, che riferisco siccome saggio e documento della santa franchezza di cui usava coi Monarchi, mirabilmente temperata dal rispetto dovuto alla lor dignità. Quell’Enrico, cardinal-prete e già vecchio, per la morte avvenuta in Affrica del valoroso Sebastiano che dovea succedergli, si pensò deporre la porpora, sciogliersi dal sacerdozio, e, menata moglie, cercare di dar continuatori alla dinastia. Ne scrisse’ al Borromeo come chi non chiede tanto consiglio quanto appoggio; conchiudeva — essendo Carlo in somma grazia del Papa, lo supplicasse, e ne impetrasse la desiderata dispensa dai voti:— Carlo rispose: — matrimoniali progetti reputar egli inopportuni e intempestivi a cardinal-prete; oltreché di pessimo esempio terrebbe quel fatto, che invero sarebbe nuovissimo: dover il Re ai politici divisamene preferire i sublimi Misterii ai quali era iniziato: fidasse a Dio le sorti dell’avita Monarchia; provvederebbe Egli che le cose portoghesi non avessero a soffrire jattura. — Cosi rescrisse al Re, ned indugiò di aprirsi al Papa intorno quella sua disapprovazione.

Conchiuderò riferendo alcuni bei detti di Carlo Borromeo, non chb’ei si studiasse o piacesse profferirne di tali, sendo dotato della naturalezza di modi e semplicità d’animo ch’esposi, ma perchè cotai rapidi spontanei detti valgono a dinotare l’indole degli Uomini, più degli elaborati discorsi e delle azioni di parata.

Diceva salda base della Chiesa, e sovrano rimedio a correggere e confermare nel bene il genere umano, essere una intemerata distribuzione degli ecclesiastici Benefizii, sulla quale niun influsso straniero fosse unqua per venir esercitato; non i Benefizii assegnarsi agli uomini; sibbene gli uomini ai Benefizii; ondechè a ciascun investito in accomiatarlo solea dire — bada, o figlio, che non questo Benefizio a te, ma te do alla Chiesa: abbi cura di non tradire l’aspettazion mia: quando verrò a visitarti investigherò tuoi diportamenti e costumi; infrattanto il Vicario e il Prevosto da cui sei per dipendere sapranno da mie lettere quanto mi stai a cuore. Vanne in pace, o figlio: ti affido e raccomando alla grazia di Dio....—

Tra’ parochi milanesi impudentissimo per certo dovett’essere quello che, impedito dal celebrare colla pompa delle Feste Natalizie, l’onomastico del Santo Tutelare della sua Chiesa, l’apparato per lui disposto con ricercato sfarzo trasferì in suburbani orti, e quivi, chiamando commensali simili a sé, mangiando e bevendo sfogò la stizza: indi, poiché furono quasi ebbri, né solamente la vergogna ma la stessa ragione ebbero abiurata, si mascherarono, ed improvvisarono una farsa a derisione del Cardinale, essendone promotore e direttore quei che aveva imbandito il convito. Carlo, tosto venuto a cognizione dell’accaduto, il colpevole fe’ chiamare a sé, e questo solo gli disse — non fu cosa conveniente mettere secolari a parte de’ nostri dissapori; con far ciò ci rimettiamo ambedue d’autorità e di decoro —.

In modo diverso, ma con ugnale clemenza, Carlo n’adoprò verso d’un gentiluomo di gran casato, che lo aveva altrevolta ingiuriato, ed allora, precipitato in fondo alla sventura, stava per andarne in Ispagna a subirvi capitale processo: osò costui rivolgersi al Cardinale chiedendogli consigli, ajuto, perfino lettere commendatizie pel Re: Carlo ne lo compiacque, e soggiunse — la tua contrarietà verso della Chiesa, e di me aveami attristato: or mi allegro e ti lodo di ricercare sussidii da chi dianzi avversavi: ti soccorra ed esaudisca il Signore; io mi ricorderò di te nelle mie orazioni — a questo modo parlava ai malvagi; or si pensi qual fosse co’ buoni!

... Morì come s’er’augurato; oppresso dall’apostoliche fatiche ... In udire il Vescovo di Novara spirato vittima della sua operosità sclamò — così denno morire i Vescovi!...

... Ad Arona nella chiesa de’ Gesuiti diede opera per l’ultima fiata ai sagri riti, sì debole, che ogniqualvolta s’inginocchiava non potea sorgere se non l’aiutavano. Tornò la sera in Milano a coricarsi nel duro giaciglio, a cui più non dovea togliersi vivo: volle che, senza perder tempo, gli si alzasse rimpetto un altare, e che quadri rappresentanti la Passione venisser appesi in giro, sicché, da qualsivoglia parte volgesse lo sguardo, l’avesse a riposare su quei monumenti e ricordi dell’umano salvamento. Prendendo la seguente mane a dire ad alta voce le consuete preci, gliel vietaron i medici; le recitò in cambio Gerolamo Castano, uno de’ suoi dimestici, che noi vedemmo grazioso vecchio, e canonico, lorchè stavamo scrivendo queste commemorazioni. Di momento in momento il male si andava aggravando; e l’infermo non si dava il menomo pensiero del suo fisico, dicendo che ci provvedesser i medici; i quai, non trovando febbre all’ora solita, si affrettarono di pronosticar bene; ma, sendo sovraggiunto il parossismo, non senza vergognarsi del mutato avviso, dichiararono imminente la morte: il padre Adorno ne diede avviso al Cardinale, e furongli indilatamente porti i sussidii supremi degli agonizzanti. Allora i suoi intimi, memorando avergli spesso udito dire che s’augurava morire alla foggia de’ Santi Vescovi cinto di cilizio, e coverto di cenere, piamente soddisfecero quel suo voto cospargendol di cenere, e sovrapponendogli il cilizio. Fiso in un quadro esprimente l’agonia di Gesù nell’Orto, spirò sereno, colle labbra socchiuse, come se imprendesse a parlare.

VIII.

CENNI STORICI SULLA VITA DI S. CARLO BORROMEO [9]

Serena adolescenza e santa giovinezza, guidata dalle care amorose di piissimi parenti, addussero Carlo Borromeo all’anno suo ventunesimo (1559), nel quale lo zio Giovanni Angelo de’ Medici, eletto pontefice con nome di Pio IV, chiamollo a Roma, destinato a salirvi ai primi seggi; ai 31 gennaio 1560 venn’egli, infatti, creato cardinale, e, poco stante, destinato arcivescovo di Milano.

Tutti sanno che di que’ giorni a Roma conveniva una turba di giovani delle più cospicue famiglie d’Italia e d’Europa, e intorno ad essi un codazzo di sfaccendati con titolo di segretarii e gentiluomini, letterati ciancioni, poeti inetti, ignoranti razzolatori di anticaglie, artisti svagati, i quai attizzavan le passioni de’ lor patroni, provocavanli a rivalità, obbligavanli a dispendii, e, quando non ne facevano di peggio, tenevano impigliati in mille cure profane: un’altra oziosa folla d’ogni ragione di gente correva quivi ad assiepare i palagi dei Grandi per isprecarvi una vita consacrata ad ogni maniera di servilità: ivi era una più molesta e vil plebe di supplicanti, che agognavano ai posti men alti, alle men laute rendite.

Appena Carlo giunse a Roma fe’ proposito di vivervi come vissuto avrebbe nella fidata quiete di claustrale ritiro, e di comporre suoi costumi sulle norme che a’ Vescovi segnò l’Apostolo scrivendo al suo Timoteo. E questo è fuor di dubbio, che fin d’allora unqua mai non venne meno a quella gravità di costumi, a quella prudente riserva, a quella sollecitudine delle divine cose che in vescovo si richiede. Titolare della Chiesa che si onora del nome di Ambrogio, tols’egli ad imitare di questo la fermezza, lo zelo, la conversevole piacevolezza; e ben presto divenne egli stesso un imitabile esempio a quanti erano in Roma giovani prelati.

Né Pio IV stette pago di averlo nominato cardinale ed arcivescovo, ma gli diede eziandio la suprema dignità ed autorità nel Palazzo; ed ei, costretto ad occuparsi di molteplici negozii alieni dall’indole sua, studiò ogni via d’impratichirsene, non per fare mostra di accortezza, ma per isdebitarsene degnamente: timido di sé, e dubitoso di venir meno a tanta mole di cose, si trasse intorno gli uomini più prudenti e saputi, e fece opera, nel domestico conversare con essi, di maturare la propria esperienza; attendeva di continuo ad erudirsi di cose pertinenti alle scienze sacre, alla politica, alle lettere; al qual fine istituì un’accademia in cui giovani e provetti si esercitavano a gara ragionando or l’uno or l’altro sopra argomenti proposti, ed insieme conferendo di ogni maniera di belle discipline: questi esercizii ebbero nome Notti Vaticane, perchè si teneano di notte nel palazzo pontificio: da essi molto giovamento ritrasse Carlo, e ne fu condotto, mercè l’uso del parlare improvviso, e del recitare, a francarsi da un impedimento della lingua che s’avea fin da fanciullo. Narrasi che a quei dì si piacessegli assai anco nello studio degl’antichi Filosofi; massime di Epitteto. Oh il bello spettacolo che sarà stato veder raccolto il fior di Roma intorno al pio e modesto Giovine, che, in tanta nobiltà di sangue, in tanta altezza di dignità, dimostrava, non a parole sole, ma a fatti, di non riputare vera grandezza se non quella che dalla virtù deriva e dal sapere; udire questo Giovine, che vivea in mezzo a tutti i blandimenti cortigianeschi, professare altamente le severe dottrine della Stoa, mentre la vita componeva alle dottrine severe, e, ad un tratto, soavi del Vangelo; scorgerlo tutto intento a migliorare, ed ingentilire sè stesso ed altrui, mentre si preparava a sostenere gli alti ufficii del pastorale ministero!

Ma le sue più vive sollecitudini erano vôlte alle cose ecclesiastiche. Correvano allora giorni per la Cattolica Chiesa assai travagliosi: la Svizzera, la Germania, il Settentrione sossopra per la eresia di Lutero, di Calvino, di Zuinglio; sossopra la Inghilterra per lo scisma di Enrico VIII; sossopra molte provincie di Francia pel diffondersi degl’Ugonotti; tutte le altre contrade d’Europa agitate dal sordo fremito delle novelle opinioni; i popoli per tutto ansiosi, divisi i principi, ed intenti i più a spiare gli eventi per cavarne profitto. La condizion delle cose era tale ch’esigeva prónto, efficace, generale provvedimento, epperò ben presto gettossi un motto della necessità di convocare un Concilio Ecumenico; il quale finalmente, dopo lunghe esitazioni ed ambagi, venne con solenne Bolla bandito: Paolo III lo raccolse a Trento nel 1545, d’onde nel 1547, a cagione della guerra e della peste, fu trasferito a Bologna: indi Giulio III di nuovo lo convocò a Trento nel 1550: nel 1552 nuovi timori lo fecero sospendere, né più si potè riunire che nel 1561, secondo anno del pontificato di Pio. Persuaso della necessità di riuscire ad un termine decisivo di cotanta controversia, Carlo si adoperò efficacemente presso il Pontefice perchè accogliesse saldo il proposito di porre termine al Concilio: e, come poi venne da lui incaricato di applicarvisi con particolar cura, vi si diè con tutto l’animo, mostrando un’operosità piuttosto unica che rara. Pio IV prescrisse al Nipote di sopravvegliare ogni cosa che concernesse l’andamento del Concilio; e però i Legati Pontificii, che stavano in Trento, a lui davano ragguaglio di quanto accadeva, dei dubbii che si proponevano, dei pareri diversi, delle loro decisioni, e di tutte le difficoltà e differenze che vi nascevano; ed egli, consultando d’ogni cosa una Congregazione di diciotto Teologi col Pontefice stesso, dava ai Legati le risposte, ordinando loro quanto avevano a fare. E contemporaneamente conduceva in Roma stessa a buon fine quelle particolari riforme di cui gli sembravan bisognare la Curia e lo Stato; tra le quali va distinta quella della Penitenzieria, riforma di grandissimo momento, che toglieva ed impediva grandi abusi per l’abolizione delle tasse che la impinguavano, opera tanto più meritoria e ammirata nel Borromeo, in quanto che il Grande Penitenziere, a cui quelle tasse fruttavano, era Carlo stesso.

Il fratel suo primogenito Federigo, e molti dei parenti furon attorno al Papa a sollecitarlo che obbligasse Carlo a menar moglie, e continuare il lustro della sua Casa, di cui rimaneva unico erede: ma Carlo, fermo nel suo proposito, per levare affatto ogni speranza a chi avesse su lui altri disegni, indi a non molti mesi ricevette gli Ordini Sacri, e fu prete. Nel corso di quell’anno (1562) si volse il Borromeo a porre in effetto un pensiero che accolto aveva sin da quando stava a studio in Pavia; e fu di fondarvi un Collegio, ove fossero decorosamente mantenuti alquanti giovani per ingegno e bontà di costumi distinti, a’ quali le famiglie civili e non agiate mal avrebbero potuto procacciare i mezzi di venire liberalmente educati; pensiero bellissimo suggerito dall’amore degli studii migliori, scaldato da zelo religioso, e da illuminata carità: così avvenne che Pavia si ornasse del Collegio Borromeo, nella cui fabbrica, quanto altra mai grandiosa e magnifica, Carlo cominciò a dar chiari segni di quella intelligenza del bello architettonico, che dovea poi dimostrare in tutti gli edifizii da lui fatti costruire: giovossi a tal opera di Pellegrino Pellegrini bolognese, pittore ed architetto de’ più chiari di quella età; e in breve tempo fu condotto quell’edifìcio a termine, e reso capace di accogliere buon numero di giovani alunni, al cui mantenimento egli applicò alcune entrate ecclesiastiche, che ottenne impiegare a sì degno uso dalla liberalità del Pontefice.

Ma in questi giorni Carlo metteva singolarmente opera diligentissima ad affrettare la conclusione del Concilio, applicandosi a fare che il Papa durasse nel buon proposito, col mezzo de’ Legati, di opprimere ogni difficoltà, di toglier via le opposizioni, di serbare intatta l’autorità pontificia, e di ottenere, sovra ogni altra cosa, l’assestamento tanto desiderato e necessario dell’ecclesiastica disciplina. A lui devesi il principal merito dello avere Pio IV vigorosamente resistito a coloro che insinuavano di lasciare che un’altra volta il Concilio si sciogliesse; a lui il merito eziandio dello avere, stando a Roma, agevolato l’opera dei Legati, onde poterono accelerare la trattazione de’punti più scabrosi; a lui, finalmente, il merito non meno grande di avere, dopo il chiudimento del Concilio, messa la maggiore sollecitudine nel farne sancire dal Papa, e porre in esecuzione i decreti, massime quelli che riguardavano la disciplina del Clero, il riordinamento degli studii, e la integrità dell’insegnamento cattolico. Così il nome di Carlo Borromeo rimane indissolubilmente associato ad un dei fatti più gravi e memorabili dei tempi moderni; e, di vero, se il Concilio di Trento pel Teologo rappresenta l’ultima decisione di una grande disputa tra la verità e l’errore, tra la Fede convalidata dall’autorità e dalla ragione, e la ragione stessa sciolta da ogni freno, e fu la sua mercè pronunziata una irrefragabile sentenza con cui vennero asseverati i dommi consentiti da tutte le generazioni cattoliche sin dai tempi degli Apostoli; se pel Canonista il Concilio di Trento è la norma più sicura della giurisprudenza ecclesiastica accomodata abbisogni dei tempi moderni; per lo Storico dei civili eventi desso esprime l’esito finale di una delle maggiori battaglie che unqua siano state combattute fra’ principii di conservazione, e que’ d’innovamento, onde risulta l’alterno moto della società umana. Pubblicati i decreti del Concilio, Carlo pensò che, ad ottenere ch’essi fossero rispettati ed eseguiti, bisognava che precedessero coll’esempio a tutti gli altri coloro i quali erano più alto collocati, e più esposti alla pubblica luce; cosa per consueto non punto ai riformatori accetta cominciare a riformare sé medesimi: epperò di proposito diessi ad introdurre nuovo ordine nella sua casa e a governare con nome più severe la sua persona, deliberato ch’era di assumere in tutto la gravità di sacerdote e di vescovo; implorò ed ottenne dal Papa d’essere sgravato del governo dello Stato Ecclesiastico, e il 22 settembre 1565 venne a Milano, con animo di non più dipartirsene, accoltovi con festa innenarrabile; e vi attese tosto a convocare un Sinodo Provinciale per accordarsi co’ Vescovi suoi suffraganei intorno le norme più capitali della rinnovata disciplina. Undici vescovi e due cardinali intervennero alla sacra adunanza, a cui presiedette Carlo, che vi recitò una calda orazione sull’istituto, e la necessità de’ Concilii Provinciali; e si adoperò con vivo zelo ad ottenere che vi fossero sanciti molti decreti spettanti la riforma del costume del Clero, e massime de’ Vescovi. Intorno a che vuolsi notare una circostanza che fa ritratto de’ tempi; ed è che avendo Carlo una domenica predicato al popolo, tutti ne fecero le grandi meraviglie, come di cosa affatto straordinaria; tanto n’era dimesso ne’ Vescovi l’uso; tanto avevano i primi Pastori dimenticato il debito che corre loro di pascere il gregge col pane della parola!....

Morì Pio IV, e Carlo, condottosi a Roma pel Conclave, diedevi opera, che il successore fosse Michele Ghislieri, che fu Pio V.

Da questo punto comincia la vita pastorale di Carlo, cominciano le sue grandiose opere, i suoi travagli, le sue perturbazioni, i suoi trionfi, comincia quella gloriosa sequela di sante imprese che lo hanno fatto collocare nel novero degli eroi della Religione e dei benefattori della umanità. Scioltosi da ogni impaccio fermò da quell’epoca non voler essere altro che vescovo, ma vescovo nel pieno significato della parola, visitatore e riformatore del costume, maestro di religiosa vita, esempio di tutte le cristiane virtù. E ben avea bisogno la Chiesa Milanese di un vescovo siffatto, siccome quella che, da oltre ottantanni; er’andata priva della presenza del suo pastore, stata governata da vicarii quasi tutti di poco senno, e tepido zelo, ohe nessun pensiero si erano dati di mantenervi e rinnovarvi la buona disciplina. Quali disordini vi regnassero ognuno sel può pensare; pochissimi i sacerdoti pii, dotti, costumati; i più impigliati nelle secolaresche faccende, od intristiti nell’ignoranza e nella dapocaggine; moltissimi rotti ad ogni scostumatezza, usi agli abiti ed ai Colloqui! laicali; le chiese squallide, rovinose, spoglie de’ sacri arredi, converse ad usi profani, in granai, in botteghe; il divin culto per tutto trascurato, e i sacri riti dismessi, o celebrati solo a vana pompa, non a edificazione del popolo; dimenticata l’osservanza dei giorni santi, quasi per ogni dove profanati da spettacoli od osceni o feroci; poste in [non] cale tutte le divote pratiche; i Regolari più scorretti ancora del Clero Secolare; le Monache abituate ad uscire secondo che loro ne veniva il capriccio; i nobili e i ricchi prepotenti, rissosi, ingolfati nelle dissolutezze; la plebe imbestialita dall’ignoranza e dalla crapula; fiacco il sussidio che al pubblico costume potea venire dalle leggi molteplici, incerte, mal eseguite; il Governo Spagnuolo sospettoso perchè nuovo, improvido perchè straniero, non intento ad altro che a svigorire il paese e a togliergli ogni reliquia d’autonomia.

All’aspetto ed alla considerazione di mali così gravi Carlo si contristò nel profondo, ma punto non si sbigottì; e fidando, sovra ogni cosa nel divino aiuto, si accinse ad una generale riforma; assunto grave, difficile, pericoloso, dachè trattavasi di abusi inveterati, e sostenuti; dal pregiudizio, e dalle passioni più interessate ed astiose.

Molti sono che ai nostri giorni fanno un gran parlare del progresso morale e civile delle presenti generazioni, e che, raffrontando gli odierni costumi con quelli dei secoli precedenti, e massime dei rozzi ed incomposti secoli del Medio Evo, non rifiniscono dal celebrare la mansuetudine e gentilezza dei tempi nostri a paragone della fierezza e scapestrataggine dei passati: ma di sì felice rinnovamento pochi sono che additino le vere cagioni, chi si faccia da capo a consultare le storie riconoscerà che bisogna in ispecie saperne obbligo al rintegramento della morale evangelica, procurato dal Concilio Tridentino, e da quei primi uomini che in ogni parte d’Europa si adoperarono, intorno a questi tempi, al raddrizzamento generale del pubblico costume.

L’oggetto a cui Carlo rivolse le maggiori cure fu la educazione del Clero, dalla quale ben vedeva dipendere in gran parte il buon esito, e la durata delle sue riforme. Quindi, fra breve, due Seminarii sorsero in Milano ad accogliere que’ cherici che attendevano allo studio della filosofia e della teologia, e tre altri nella Diocesi pegli studiosi di grammatica e di lettere: né solo pensò a fornirli di valenti maestri, che chiamò da ogni parte d’Italia, ma eziandio a costituirli stanza agiata e decorosa; nel che secondò quella vaghezza del bello ch’è sempre connaturale agli uomini sublimi per qualità d’animo o d’ingegno; di ciò fanno fede il magnifico cortile Sei Seminario che fu costrutto a sue spese co’ disegni del Pellegrino, e il Collegio Elvetico, del quale non è certo in Milano nè più grandioso nè più splendido palagio.

Introdusse stabilmente nella Città i Padri della Compagnia di Gesù, i quai se gli mostrarono docili, solerti, premurosi, massima, nell’opera dell’assistenza al Seminario e nella predicazione; ed a gara coi Barnabiti, Congregazione regolare poco dianzi nata in Milano stesso, divennero specchio di ecclesiastico costume, e di fervido zelo a tutta la Diocesi.

Indi volse l’animo a provvedere il popolo della istruzione religiosa con fondare le scuole della dottrina cristiana, con regole cosi savie, che furono tolte per tutto a modello.

Imprese a far la visita di tutte le chiese e parrocchie della Città e Diocesi (duemila duecentoventi) parte, oltrecchè nel Milanese, nel Monferrato, nel Veneto, in Isvizzera; ardua impresa che nol fece spaurito per le molte malagevolezze che gli avrebbero opposto la distanza e asprezza de’ luoghi, la selvatichezza degli abitanti, la ritrosia del Clero e de’ Governi, la gravezza del dispendio e della fatica: e noi lo seguimmo in talun di que’ viaggi colla eloquente scorta del Ripamonti.

E nemmeno ignoriamo le gravi controversie che, per tutelare l’onore e i diritti della Chiesa ebb’egli a sostenere coi Governatori Spagnuoli del Ducato.

Contra Uomo sì coraggioso asseritore del giusto, ed intrepido avversatore d’ogni pravità, ben dovevano alzarsi torbide nimicizie ed odii feroci; raccontammo come un ascritto all’Ordine degl’Umiliati, ch’egli volea riformare perchè corrotto, gli sparò contro un’archibugiata, e fu miracolo il suo salvamento.

Infuriò nel 1576 la pestilenza; e quali e quanti provvedimenti, nella Città vedovata di rettori, e sprofondata nel terrore, il Borromeo prendesse colla carità di un vescovo, colla prudenza d’un magistrato, anche questo ci fu ricordato da Ripamonti. Offerto a Dio il sacrificio della vita, lo vedemmo abbandonarsi alle ispirazioni del suo animo; non vi fu bisogno di cui non si pigliasse pensiero; non vi fu miseria a cui non soccorresse con prontezza uguale ai casi ed ai pericoli.

Titolo d’altissima lode si fu in San Carlo la celebrazione di quei molti Sinodi Diocesani, e di quei molti altri Provinciali, i cui atti, colle pastorali e avvertimenti del Santo, vennero raccolti a formare un volume, che nel suo genere è capolavoro non mai abbastanza consultato e ammirato; i canali del Concilio Tridentino unqua non conseguirono comentario più splendido, dichiarazione più lucida, ampliazione più vantaggiosa, e meglio armonizzata colle località.

A procacciarsi un fido aiuto e durevole il maraviglioso Arcivescovo istituì una Congregazione di Preti, che intitolò degli Oblati, perchè dovevano offrirsi pronti sempre a fare la volontà del Vescovo; e le diede sapientissime leggi, commettendole il governo de’ Seminarii, l’obbligo di supplire alle parochie vacanti, il carico delle Missioni, e la vigilanza sulle Scuole della dottrina cristiana: a dinotare con brevissime parole quai servigi fosse atta a prestare (né certo si rimas’ella dal prestarli) questa Congregazione, basti dire che le appartennero tutti quasi gli ecclesiastici milanesi, che, insino a questi ultimi tempi, furono in grido di pietà e di sapere.

Dove le rare virtù del Borromeo mandaron luce più viva fu propriamente nel governo della sua Chiesa, in cui prò, nel corso di dicianove anni, fe’ tante cose quante sarebbero bastate ad illustrare il pontificato di molti vescovi operosissimi. Deliberato di mettere in esecuzione tutte le prescrizioni promulgate dal Concilio di Trento, si attenne fedelmente, ed operò anche che i suoi Suffraganei si attenessero al decreto che fe’ stretto obbligo a’ Vescovi di risiedere nella lor diocesi; né dalla propria dipartissi altro che per gravi interessi della medesima, o di tutta la Chiesa: imprese e proseguì la riforma de’ costumi con impertubata costanza; attese a vegliare la disciplina degli Ordini Regolari; le Monache ravviò a regole più severe; il popolo, mercè le Scuole della dottrina cristiana, ridusse alla cognizione ed alla pratica del vivere pio. Zelatore del culto esterno, in cui riconosceva un efficace stimolo alla pietà, pose nuove norme alle sacre cerimonie, togliendo via ogni consuetudine superstiziosa. Persuaso che buon paroco fa buona parochia, e che preti buoni e dotti fanno buon popolo, si applicò sovra tutto a raccogliersi intorno un Clero costumato e pio, delle Sacre Lettere istrutto, non digiuno delle profane; al qual uopo mise ogni sua cura nel reggimento dei Seminarii, nell’ammissione de’ candidati ai Sacri Ordini, e nel conferire i Beneficii ecclesiastici. Delle parochie fe’ nuova distribuzione, e le urbane e le forensi commise alla vigilanza dei visitatori, dei vicarii, della Curia; accrebbe le rendite ai Curati più poveri, ne ristorò le case, studiò con ogni argomento di conciliare loro l’affetto e la reverenza del popolo: mercè i Sinodi, le visite, le Congregazioni, curò di avere precisi ragguagli dei bisogni di tutta la Diocesi; in una parola, tanto imprese, tanto eseguì da meritare che i contemporanei e i posteri lo salutassero specchio dei Vescovi.

Morì il 4 novembre 1884, di soli quarantasei anni, consumato dall’amore di Dio, e degli uomini: come avria potuto lungamente vivere se solo pane era suo cibo, sua bevanda non altro che acqua, aspro governo faceva del corpo colle discipline e i cilizii, e appena qualche ora concedeva al riposo delle membra su durissimo letto, tutto il resto del tempo spendendo a meditare ed orare? Allorché, poco prima del trapasso, n’andò al Santuario di Varallo, più fiate, in mezzo ai silenzii della notte, fu veduto uscire dalla sua cella, e condursi solo, con un lanternino chiuso, pe’ sentieri del Monte a visitare or questa, or quella cappella, ove, prostrato in orazione, stava lungamente senza accorgersi della notturna brezza alpina: quando volò a continuare in Cielo que’ solenni colloquii della sua anima con Dio, Milano, che l’amava qual padre, fu inabissato nel dolore, l’Italia, che lo venerava qual riformatore, fece eco a’ gemiti lombardi; tutta la Cristianità, che lo ammirava qual luminare, precorse col suo culto quel 21 agosto 1610, in cui fu ascritto da papa Paolo V al numero de’ Santi...

Che, se debbesi sapere maggior merito a quegli Uomini i cui benefizii si allargarono a molte generazioni, grandissimo sarà sempre il merito che si dovrà rendere a questo gran Vescovo, delle cui sante opere durano tuttodì provvidi effetti; ancora si mantengono i savii ordini da lui posti a regolamento nella Diocesi Milanese; ancora fioriscono le benefiche sue istituzioni; e ben può dirsi che il venerato suo Nome continui a splendere tra noi associato a tutte le commozioni più nobili della patria carità.

Note

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[1] Uri, Unterval e Schwitz, ch’erano i Signori di quelle valli.

[2] Qui prosegue il racconto de’ provvedimenti presi da S. Carlo per sanare la Val Mesolcina; vedasene la prima parte nel Ragionamento preliminare, pag. 80.

[3] Se fosse per parere strano ad alcuno de’ lettori lo intervenire del misericordioso S. Carlo al supplizio del Prevosto di Rovereto, e delle undici maliarde mesocinesi, ecco considerazioni valevoli a collocare quegli scandolezzati in condizione di rendersi miglior conto dell’avvenuto.

I casi qui raccontati da Ripamonti accaddero in età fieramente agitata dalla credenza generalmente invalsa cbe le streghe cagionassero guai infiniti: le leggi le punivano di morte, e veramente (come chiarii rendendo conto d’un curioso processo tirolese del 1646), eran desse per lo più meritevoli del subito supplizio, siccome quelle che insidiavano e spegnevano le altrui vite con veleni e abortivi, peggio cbe con malie e spaventi: oltreché rovinavano gli averi con ruberie e incendii, e menavano la vita più infame e scellerata che immaginare si possa. Quel processo tirolese ci recò innanzi mandate a morte, sebben pentite, sei streghe con sentenza che appellammo crudele: le streghe mesolcinesi, invece, furono tutte liberate appena si ritrattarono; solo undici su cencinquanta soggiacquero a condanna, perchè voller esse soggiacervi ostinate e caparbie a non rinunziare alla lor dimestichezza col demonio, ed alla contratta inveterata abitudine de’ misfatti. La intercessione del Borromeo a favore di cotal genia nequitosissima e pericolosissima sarebbe riuscita vana, anco se si fosse indotto ad usarne. Poniam mente, ripeto, a’ tempi che allora correvano; né ci piaccia giudicarne come giudicheremmo i presenti: oggi simili maniache (caso che non fossero indiziate e convinte di commessi delitti) sarebbono da noi mandate allo spedale dei pazzi: sul tramontare del secolo decimosesto S. Carlo non potè cbe piangere scorgendo quelle sciaurate, convinte de’ misfatti più infami, avviarsi al rogo colle spume della rabbia e le bestemmie sul labbro.

[4] Allude qui Ripamonti a Tomaso Marino.

[5] Le terme Diocleziane prestarono i fondamenti e le pareti a questi mirabili edifizii.

[6] Il vincitore di Lepanto.

[7] Mi reca sorpresa che Ripamonti non abbia qui mentovata la fondazione del Collegio Elvetico (oggidì palazzo della Contabilità), ch’è, nello interiore de’ suoi gemelli cortili, una delle splendide costruzioni dell’architettura moderna.

[8] Queste parole dello Storico ci fanno pensare che l’Arcivescovo andasse esente da gravezze per quanto gli occorreva introdurre in Città a sostentamento della propria famiglia.

[9] Vedi la Vita di san Carlo scritta da Achille Mauri, della quale questo capitolo è una specie di sunto.

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Ultimo aggiornamento: 29 marzo 2008