Francesco Redi

Arianna inferma

Arianna  inferma

DITIRAMBO

Edizione di riferimento

Francesco Redi, Opere, vol. III, Milano 1809, Società Tipografica dei Classici Italiani, con annotazioni degli abati Anton Maria Salvini e Giuseppe Bianchini

Questo Ditirambo è un frammento pubblicato per la prima volta nel 1809 nel terzo volume di tutte le opere del Redi, che è stato messo insieme e "accozzato nella miglior maniera che si è potuto, da diverse bozze e minute dell'Autore" che andava di volta in volta prendendo note e appunti e stendendo brani a seconda della fantasia del momento. Noi abbiamo apportato solo una modifica al testo del 1809, introducendo nel testo, e  stampandoli in corsivo, quei versi che il Redi aveva annotato o per inserirli in un secondo momento o per cambiare versi già esistenti. In diverse occasioni il Redi aveva manifestato l'intenzione di scrivere un Ditirambo in cui a parlare sarebbe stata solo Arianna, come continuazione e risposta al Ditirambo in cui parla soltanto Bacco, che tante cose dice alla bellissima moglie e tanti inviti a partecipare agli innumerevoli brindisi, senza mai profferir parola.

prefazione

Edizione di riferimento: Opere di Francesco Redi, gentiluomo aretino e accademico della Crusca, tomo IV, in Napoli MDCCLXXXVIII, a spese di Michele Stasi, con licenza dei Superiori e Privilegio.

Ben degno di grande stima, e di ammirazione fu sempre nelle cose sue il celebre Francesco Redi. Egii compose (non considerando presentemente le Opere sue Filosofiche in prosa) il Bacco in Toscana, in cui la Ditirambica Poesia nella nostra Lingua fu per esso condotta alla perfezione; tante sono le grazie, e le gentilezze, che vi risplendooo, e il buon giudicio, e la proprietà, che gli dà spirito, ed ornamento. Pensò egli poi di fare un altro Ditirambo, intitolato l’Arianna In­ferma; e siccome nel Bacco in Toscana avea lodato il Vino, così in questo nuovo Ditirambo volea prendere a lodare l'Acqua. E veramente questa è un’impresa assai difficile, poiché, propria cosa essendo dei Ditirambici Com­ponimenti la forza, l'agitazione, e l'entusiasmo, onde perciò da Orazio audaci furono appellati:

Seu per audaces nova Dityrambas

Verba devolvit;

creder si dee, che il Poeta con gran difficoltà trall’acqua riscaldare si potrebbe, e sopra se stesso sollevarsi; ma per ben riuscire in maneggiando sì fatta materia per entro ad una spezie di Poesia, che sembra non confacevole alla medesima, non ci volea se non l’Ingegno fecondissimo del Redi. Egli diede principio al comporre l’Arianna Inferma, ma benché avesse un gran desiderio di trarla a fine, e molte, e diverse Acque lodare, nella maniera che fatto avea de’ Vini, e di alcuni suoi amici Letterati fare onoratissima menzione, come ricavar si puote da alcune sue Lettere, scritte ad Egidio Menagio Franzese, e a Giuseppe Valletta Napolitano, tuttavolta a cagione delle sue molte, e diverse occupazioni, e della sua debole complesione, per la quale, spezialmente nella sua vecchiezza, da nojose infermità trava­gliato era, non potè terminare prima della sua morte quello Componimento; e noi non abbiamo di esso pre­fentemente, che un Frammento, che è bisognato metterlo infieme, ed accozzarlo nella miglior maniera, che si è potuto, da diverse bozze, e minute dello stesso Autore; il quale, secondo che la sua Poetica fantasia a lui suggeriva i leggiadri, e spiritofi pensieri, e li andava a otta otta in versi spiegando. Sperasi nondimeno, che pubblicandosi per mezzo delle stampe questo Frammento, sia per incontrare l'approvazione degli eruditi Uomini, così per riguardo alla fama grande del Redi, come ancora perché se le Statue di Donatello, e di Michelagnolo, benché meno che mezzo abbozzate, potrebbero altrui piacere, e ne’ riguardanti risvegliare ammirazione, poiché in quelle si vedrebbero certamente colpi di Maestro; così in questo abbozzato, e non terminato Ditirambo  si riconoscerà senza dubbio la maniera dell'Autor suo, graziosa, leggiadra, e fempre ammirabile. Non è da passarsi sotto silenzio, che  al Redi da alcuni Amici suoi, e fegnatamente da Egidio Menagio con una sua Lettera Franzese, inserita nelle Mescolanze di lui, veniva opposto, che  nel Bacco in Toscana egli facea dire da Bacco tante cose  ad Arianna, fenza che ella mai una parola gli rispondesse, onde non parere, che in ciò si offervasse il verisimile: alla qual cosa egli rispondea, che avea già pensato di fare un altro Ditirambo, in cui avrebbe parlato sempre Arianna; e così sarà bene il pubblicare questo Frammento, tal quale egli si sta, se non per altro, almeno per questo motivo ancora, cioè di far vedere, come il Redi intende di far parlare Arianna, e come volea, che un Ditirambo dall'altro dipendesse.

Al replicato invito [1]

del bevitor Marito [2]

tanto bevve Arianna [3],

ch'alla fin s'ammalò;

e nulla le giovò                                                          5

la Greca Panacea [4], l'Egizia Manna [5].

Per fiera febbre ardente

giacea mesta, e dolente,

e senza trovar mai sonno, o quiete,

in eterno delirio [6]                                                   10

la sconsolata [7] si moria di sete [8].

Delirava, e delirante [9],

Affannata, ed anelante [10]

si doleva, e tra' lamenti

garruletta [11],                                                          15

sdegnosetta [12],

proruppe alfine in cosìffatti accenti:

Damigelle troppo ingrate,

a servirmi destinate,

perché il bever mi negate [13]?                                20

Su portate pel mio bevere

tutte quante le gelate

acque d'Arno, acque del Tevere;

su portate al labbro asciutto

ogni flutto [14]                                                           25

che dal Nilo, e che dal Gange

mormorando [15] al mar si frange [16].

[17]E se temete, che schiamazzi il medico

colla solita sua burbera cera,

pe' rabbuffi [18] schivar di quel malèdico [19]         30

portatemi dell'acqua di Nocera [20].

Questa è buona alla febbre e al dolor colico [21],

guarisce la renella [22], e il mal di petto [23],

fa diventare allegro il malinconico,

l'appigionasi [24] appicca al cataletto [25],                35

ed in ozio fa star tutt'i becchini,

ma non bisogna berla a centellini [26];

e quel che importa, il medico l'approva,

e in centomila casi stravaganti

ha fatto ancor di sue virtù la prova                          40

celebrandola più del vin di Chianti.

Ci vuol altro alla mia sete,

che le frottole [27] e i riboboli [28],

su su pronte omai correte

alle Najadi [29] di Boboli [30].                                    45

Bella Najade diletta,

se per sete io vengo meno,

porgi a me dal fresco seno

l'onda pura, e l'onda schietta.

Su su d'edere [31], e di salici                              50

coronatemi la fronte,

voglio ber di quel bel fonte

più di mille, e mille calici.

Vo' tuffarmi in quell'argento [32];

vo' guizzar fin giù nel fondo,                                  55

perché resti affatto spento

del mio sen l'ardor profondo.

Non è tanto ardore a Stromboli,

quanto in seno io n'ho ristretto [33];

parmi proprio che nel petto                                     60

faccia il cuor de' capitomboli [34].

O Sileno [35] vecchierello,

se non vuoi gire a bisdosso [36],

metti il basto [37] all'asinello,

e poi trotta a più non posso.                                    65

Trotta lassù, dove tant'acqua spande

sotto Fiesole antica il buon Vitelli [38],

colma un otro [39] d'argento assai ben grande,

ben tronfio [40], pettoruto, e de' più belli.

Vecchierello mio cortese,                                  70

se mi fai questo piacere,

ti vo' fare alle mie spese

più che mezzo cavaliere [41]:

va' pur via senza far motto,

e ritorna ma di trotto [42].                                        75

Una sete superba, che regna

tra le fauci [43], e nel mezzo del sen,

dispettosa, adirosa si sdegna

d'ogni indugio, che fatto le vien.

Corri Nisa [44], prendi una conca [45]             80

di maiolica [46] invetriata,

empila, colmala d'acqua cedrata [47],

ma non di quella, ch'il volgo si cionca [48]:

ma se vuoi, Nisa, farti un grande onore,

togli di quella, che d'odor sì piena                          85

serbasi per la bocca del Signore

che le contrade dell'Etruria affrena,

questa è l'idolo mio, e il mio tesoro,

e questa è il mio ristoro;

e mentre ch'io la bevo, e ch'io la ingozzo [49],        90

o per dir più, la mastico, e la ingollo,

fatti di conto io ne berrei un pozzo,

ma come un pozzo vorrei lungo il collo [50];

e se si affronta,

che lesta e pronta                                                     95

in dorata cantimplora [51]

tu non possa averla or ora,

corri, o Nisa, e in un baleno

cerca almeno

di portar la Manna Iblea [52]                                  100

della Tosca limonea [53],

e ancor essa tolta sia

dalla gran bottiglieria [54]

del famoso Re Toscano,

ma con larga, e piena mano.                                 105

Ah! tu Nisa non corri, e neghittosa

forse di me ti ridi,

e sbadata, melensa, e sonnacchiosa

già per dormir t'assidi.

Via via dal mio servizio,                                         110

vattene in precipizio,

che non ti voglio più;

e per maggior disgrazia

lungi dalla mia grazia

io priego il Ciel, che tu                                            115

possi aver per marito un Satiraccio [55]

sgherro [56], vecchio, squarquoio [57], e giocatore,

che sofistico [58] in tutto, e senza amore

con le pugna ti spolveri il mostaccio [59],

e per tuo vitto a ruminar [60] ti dia                         120

tozzi di pan muffato, e gelosia:

e a consolarti in casa sua vi stia

una suocera furba al par d'un diavolo,

che sol per frenesia

cerchi mandarti a ingrassare il cavolo [61].            125

Via via dal mio servizio,

vattene in precipizio

brutta, segrennucciaccia [62], salamistra [63],

dottoressa [64] indiscreta, e spigolistra [65]

via via dal mio servizio,                                           130

vattene snamorata in precipizio.

Fanciulletto [66]

vezzosetto, su gli ardori del mio petto

almen tu fa che vi cada

la rugiada                                                                 135

congelata di sorbetto [67]:

oh come scricchiola tra i denti, e sgretola;

quindi dall'ugolo [68], giù per l'esofago,

freschetta sdrucciola fin nello stomaco. [69]

E l'arse viscere                                                   140

con giusta tempera [70]

tutte contempera

quella, che qual nevischia [71] congelata

su gli orli delle tazze alzasi in monti,

e costante in se stessa, e ben guardata                       145

del Sol più caldo sa schermir gli affronti;

quella, che vaga, amorosetta, e bella

con nome gentilissimo espressivo,

fresca pappina [72] il bottigliere [73] appella.

Oh se i medici in oggi un po' più esperti          150

desser di queste pappe a i lor malati,

quegli spedali, che stan sempre aperti,

si potrebbon tener sempre serrati;

e quel povero vecchio di Caronte [74]

potria dormir talora un sonnellino                           155

nella sua barca in riva all'Acheronte [75].

Ma i medici che mai non furon cuccioli [76],

e fanno con giudizio il lor mestiere,

non v'è pericol,

che nel dar da bere                                                      160

di queste pappe alcun di lor mai sdruccioli [77]:

Anzi esclamando van, che entro lo stomaco

sconcertano la buona concozione [78];

e di questa sì dotta opinione

citan per grande Autore il vecchio Andromaco [79]165

e mill'altri moderni, e pellegrini,

celebri Dottoroni, e sopraffini,

che si vantan di far di belle cose

con le ricette lor misteriose.

Che per li tanti ingredienti, e tanti,                          170

sì gentili,sì nuovi, e sì galanti,

son veramente gravi, e maestose [80],

e quegli che le ingollano [81], lo sanno,

e insino agli speziali, che le fanno,

riescono a suo tempo arcigustose.                              175

E quel che importa più, riescon utili,

perché se fosser veramente inutili,

agli speziali ancor sarieno odiose,

per quei nomacci strepitosi, e strani,

nomi da fare spiritare i cani,                                     180

quai sono, se però gli saprò dire,

il Lattovaro [82] Litontripticone [83],

e 'l diatriontonpipereone [84].

Ma tu vago fanciulletto,

tu non porgi del sorbetto                                           185

la gelata alma pappina

per la sete mia meschina,

e i' non trovo alcun sollievo

mentre chiacchiero, e non bevo.

Ma l'ardente mia sete è troppo sconcia,          190

troppo arida, rabbiosa, ed insaziabile.

Ed or che ha vota affatto ogni bigoncia [85],

rendesi totalmente insopportabile.

Oh Lieo [86],

Dioneo [87],                                                               195

sposo amato Dionigi,

per ristoro di mia bocca,

versa in chiocca [88]

Sidro, e birra del Tamigi.

Ma se la birra, e 'l sidro non s'appaia                      200

colla neve, e col giel dell'Appennino,

fia col cembalo [89] gire in colombaia [90].

[91]Cantinette [92], e cantimplore [93]

stieno in pronto a tutte l'ore

con forbite [94] bombolette [95],                               205

chiuse, e strette tra le brine

delle nevi cristalline.

Son le nevi il quinto elemento [96],

che compongono il vero bevere:

ben è folle chi spera ricevere                                    210

senza nevi nel bere un contento [97].

Ma per la sete intanto

dubito di non dar la volta al canto [98],

e pur di ber mi vanto

d'aloscia [99], e di candiero [100]                              215

un colmo lago intero.

Ah che s'io fossi Giove,

quando a Firenze piove,

farei, che fosse aloscia

d'Arno la bionda stroscia [101],                               220

e che lassù da' Fiesolani monti

con novella ed incognita delizia

mandasser quelle fonti [102] in gran dovizia [103]

ad irrigare il Fiorentin Paese

Nebbia di Scozia e Sillabub [104] Inglese.                 225

Non mi sieno contese [105],

Bacco gentil consorte,

brame sì giuste ed al mio mal dovute,

se vuoi la mia salute,

e non vuoi la mia morte.                                         230

Già parmi sulle porte [106],

esser del mio morire, e s'io non ho

chi da bever mi porte,

certo che morirò.

Vengan via, vengan in chiocca                      235

per aita [107]

della vita,

per ristoro della bocca,

fragolette moscadelle [108],

e ciliege visciolette [109],                                         240

che fann'acque rosse, e belle

collo zucchero perfette;

e di quest'acque con mia gran ventura [110]

or n'arrovescio giù per l'arsa strozza [111]

una piena tinozza [112],                                        245

che del morir sommerge ogni paura;

ma la sete non giugne a sommergerla [113];

anzi la sete più fiera suol crescere,

quanto più m'affatico a dispergerla

col non far altro ad ogni ora che mescere;         250

e mescer acque smaccate [114] dolcissime,

per centomila Giulebbi [115] ricchissime.

Questi tanti dolciumi

per ora io gli rifiuto;

e darne il ben venuto                                           255

piacemi a' freschi odorosetti agrumi [116]

misti all'acqua schiettissima [117]

di fonte limpidissima.

Il vin puro, ed il vin pretto [118]

sia bandito, ed interdetto [119];                           260

nomi orribili d'inferno

sieno il Chianti, ed il Falerno.

Maledetti sien gli zipoli [120]

di quel vin di pian di Ripoli [121].

Si fracassi il caratello [122]                                  265

del Trebbian, del Moscatello.

si rimiri ad ognor con occhio bieco [123]

di Polisippo [124] il Greco; [125]

e quel di Somma [126], ch'è vieppiù tremendo,

vada a scorrere i lidi                                             270

del nero acheronteo [127] baratro orrendo;

e seco vada quella rea Vernaccia,

che in mille mali i nostri corpi allaccia [128].

Oh se aver or potess'io

all'ardente mio desio                                           275

l'onda [129] fresca, e l'onda altera

della tanto celebrata

Portughese Pimentera [130]!

Mi parrebbe esser beata;

ma se posso ora bramarla,                                 280

io non debbo già sperarla:

voglio sì, vo' che mi spanda

per le fauci sitibonde

tutte omai le sue bell'onde

la Sanese Fontebranda [131].                             285

Per Fontebranda io donerei quant'ave

mosto ne' tini suoi Valdarno, e Chianti,

e quanti serra altresì vini, e quanti

il Riccardi [132] gentil con aurea chiave.

Così da me si spera                                    290

di cacciar via l'infesta

febbre, e con essa il gran dolor di testa,

e quella sì molesta

oppilazion [133], che non per mio difetto,

ma per influsso d'un crudel pianeta                295

steril mi rende al mio consorte in letto;

onde il fervido affetto,

ch'oggi per me lo preme, e lo rincalza,

intiepidirsi in lui forse potrebbe;

ed ei forse infedele un dì vorrebbe                   300

lasciarmi in qualche solitaria balza [134]

Teseo [135] novello, abbandonata, e sola.

Il mio pensier sen vola

per tutto quanto il die

in queste frenesie,                                              305

perché purtroppo a mio dispetto avvezza

mi trovo alla stranezza

della infedel d'Amore aspra fortuna,

che tanti inganni aduna

contra le semplicette                                         310

povere donzellette,

qual mi son io meschina

in questa piaggia alpina.

Ma zitta, oimè, che Bacco, oimè non senta

ridir questa faccenda,                                       315

al dolente mio cuor tanto tremenda,

e per mia fiera doglia [136]

gne [137] ne venga la voglia.

Oimè, oimè che il giusto mio timore

verificato io provo.                                            320

E dove, oimè, e dove, oimè, mi trovo

in questa spiaggia setardente [138], ed orrida,

sotto la zona torrida?

Dove guardo mortal non v'è che allumi [139]

fonti, laghi, paludi, o rivi, o fiumi,                   325

ma sol fetido zolfo, e pigro asfalto [140]

qui vomitan l'arene [141],

per dar l'ultimo assalto

alla sete, che viene:

se la mia non ottiene                                         330

più proprio assalto, e presto,

ritorno a dire,

che il cuore è lesto

pel suo morire.

Che morire, o non morire?                       335

Non mi sento d'aderire

a' pensieri del mio cuore.

Scappo via da questo ardore,

e con nuova meraviglia

ne ritorno in gozzoviglia                                  340

tra le fonti a Pratolino [142],

e ne ringrazio il fresco mio destino.

Oh qui sì, che l'acqua croscia [143],

e ti fa più d'una stroscia [144],

più di venti, e più di cento,                              345

che mi fanno il cuor contento.

 

Note di Giuseppe Bonghi

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[1] - Al replicato invito: "L'invito, che a bere altrui si fa da chi è ad un banchetto, è lo stesso che far brindisi; e chi non corrisponde, pecca in gemtilezza, ed è tenuto per iscortese. Mons. Giovanni della Casa nel suo pulitissimo Galateo: 'Lo invitare a bere, la qual usanza, siccome non nostra, noi nominiamo come vocabolo forestiero, cioè far brindisi, è verso di se biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso; sicchè egli non si dee fare. E se altri inviterà te, potrai agevolmente non accettar lo 'nvito, e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, senza altramente bere.' Oggidì questo precetto del Casa è andato letteralmente in disuso. (Salvini-Bianchini)"

[2] - del bevitor Marito: di Bacco-Dioniso: era in uso che la moglie dovesse assecondare le inclinazioni del marito; per questo il Redi compose questo Ditirambo di Arianna in risposta al Ditirambo di Bacco

[3] - Arianna: figlia di Minosse e di Pasifae; innamoratasi di Teseo, gli diede, quand'egli fu condannato ad essere divorato dal Minotauro, un gomitolo di filo che gli servì per ritrovare la strada d'uscita del labirinto dopo l'uccisione del mostro; fuggì poi con l'eroe, che però l'abbandonò sull'isola di Nasso, dove si fece sacerdotessa di Dioniso, che la liberò e la sposò, secondo alcune versioni del mito

[4] - Panacea: pianta medicinale delle Ombrellifere, di cui si faceva grande uso nell'antichità, perché si riteneva che guarisse da tutti i mali

[5] - Manna: cibo caduto miracolosamente dal cielo per gli ebrei durante la loro fuga dall'Egitto attraverso il deserto, che gli Egizi non poterono assaggiare; significa, quindi, qualcosa di irraggiungibile

[6] - delirio: alienazione di mente provocata dalla febbre, follia e vaneggiamento

[7] - la sconsolata: priva di consolazione, disperata; per Bacco la consolazione era il bere vino, per Arianna la consolazione avrebbe potuto essere l'acqua, ma non ne aveva a disposizione

[8] - si moria di sete: non potendo bere più vino e non avendo a disposizione acqua

[9] - Delirava e delirante: "Curiosa, ed erudita è l'origine che fanno alcuni del verbo delirare. Dicono, che deriva dal latino lirare, che significa arare, e coltivare il terreno ... Or pigliando la metafora dai buoi, i quali veramente fanno quel lavoro, che chiamasi lirare, e noi lavorare per la semente, se altri vagando se ne va fuori del solco, e dei termini della ragione, si dice che egli delira, cioè che egli opera, o parla fuori di senno, che egli non è in se. (Salvini-Bianchini)"

[10] - anelante: che respirava affannosamente per la febbre e desiderava ardentemente bere

[11] - garruletta: un po' noiosa e petulante perché chiedeva sempre la stessa cosa

[12] - sdegnosetta: arrabbiata, mostrava con l'atteggiamento e con le parole il suo disprezzo per il vino che le aveva causato la febbre: il tutto comunque con grazia

[13] - perché il bever mi negate?: da una Canzonetta di Anacreonte:

perché mi combattete, amici,

[14] - flutto: onda, per gran quantità; tutto il periodo è costruito sull'iperbole: quantità esagerata di acqua per una sete smisurata

[15] - mormorando: il mormorio è il tipico rumore dello scorrere delle acque d'un piccolo fiume; in questo caso il verbo non dà l'idea della maestosità e della grandezza del fiume Gange

[16] - frange: il corso del fiume Gange che si spezza nella onde dell'Oceano

[17] - vv.  un'altra copia di mano del sig. Redi legge così:

E se temete il medico che gridi

con la solita sua burbera cera,

e voi datemi l'acqua di Nocera,

che nasce là nei perugini lidi.

[18] - rabbuffi: rimproveri fatti in modo severo

[19] - malèdico: maldicente, che parla male della gente

[20] - acqua di Nocera: acqua minerale leggera, che sgorga in frazione Bagni di Nocera, nella  sorgente di Angelica e in frazione Schiagni nella sorgente del Cacciatore, piuttosto nota ai tempi del Redi, anche perché citata in varie poesie di autori minori del Seicento - Nocera, cittadina umbra in prov. di Perugia, che domina da un'altura la valle del Topino

[21] - febbre ... còlico: per le sue caratteristiche minerali l'acqua di Nocera fa bene alla febbre e lenisce il dolore causato da una colica

[22] - renella: materia minutissima simile a granelli di sabbia,

[23] - mal di petto: bronchite

[24] - appigiònasi: affittasi, cartello con cui si comunica la possibilità di affittare

[25] - cataletto: si indicava con questo termine sia la barella che serviva per trasportare gli ammalati all'ospedale sia  il letto addobbato in modo particolare su cui veniva esposto il morto nella bara (detto anche catafalco) tipico di certi linguaggi centro-meridionali - Scrivono Salvini-Bianchini:

L'appigiònasi appicca al cataletto: cioè, fa restar voto il cataletto, fa viver molto tempo. In Toscana quando in una casa non sono abitatori, e che il padrone di essa la vuole allogare, e come altrimenti si dice, appigionare, fa scrivere in una cartella a lettere grandi, appigionasi, e fa collocare quella cartella sopra la porta di essa casa, acciocchè sia noto ad ognuno, che si ha da appigionare. A Lucca mettono sopra le porte delle case latinamente est locanda. Il cataletto è lo stesso, che la bara, dove si pongono i cadaveri, quando si espongono in Chiesa.

[26] - non bisogna berla a centellini: non bisogna berla a piccoli sorsi ma in grande quantità

[27] - frottole: canzone d'argomento leggero di vario metro; anche: cosa senza verità detta o cantata per scherzare e prendere in giro le persone

[28] - riboboli: parole caratteristiche della parlata popolare fiorentina

[29] - Najadi: statue del giardino di Boboli dalle quali sgorgava acqua potabile - Le Naiadi erano le ninfe dei fiumi, dei laghi e delle fonti, considerate dai Greci divinità dotate di poteri benefici e salutari

[30] - Boboli: "Col nome di Boboli si chiama comunemente in Firenze il giardino del Serenissimo Granduca. In una delle collinette si mantiene una ghiacciata per conservar quei vini che si tengono la State nella grotta incavata sotto di essa ghiacciaia." (Redi)

[31] - edere: Bacco aveva la testa coronata di edera, usata perché d'estate manteneva il fresco e allontanava il pericolo d'insolazione. "Vi ha chi è stato di opinione, che l'edera consacrata a Bacco, di natura sua ella sia fredda, e che portandosi di essa coronata la fronte, possa restare estinto il calore del tracannato vino" (Salvini-Bianchini)

[32] - argento: tipico dell'acqua è il colore cosiddetto argentino

[33] - Non è tanto ... ristretto: ho più ardore io nel petto di quante fiamme possano essere nel vulcano di Stromboli

[34] - capitomboli: il capitombolo non era una caduta improvvisa dalla quale sarebbe stato difficile rialzarsi, quanto quelli "fatti dai ragazzi della plebe, i quali, ponendosi inginocchioni, mettono il capo in terra, si reggono colle mani, ed alzandosi coi piedi si arrovesciano per innanzi." (Salvini-Bianchini)

[35] - Sileno: vecchio Satiro che era il balio e il compagno di Bacco e veniva rappresentato a cavallo di un asino, con un corpo molto grasso e con in testa una corona di edera o di tralci di vite, bruttissimo e ridente, sempre ubriaco; si stabilì nell'Arcadia dopo aver seguito Bacco nella conquista dell'India e fu molto amato da pastori e pastorelle del luogo - Come padre dei Sileni o Satiri era chiamato Pappasileno; a lui fu dedicato un tempio benchè fosse mortale

[36] - a bisdosso: all'indietro e senza sella

[37] - basto: oggetto che si mette in groppa alle bestie da soma come una sella

[38] - dove tant'acqua spande / sotto Fiesole antica il buon Vitelli: si riferisce forse alla fonte sotterra, serbatoio d'acqua che si crede una tomba sotterranea etrusca a cupola o, più probabilmente, alla fonte lucente, tuttora zampillante, sulla strada vecchia fiesolana, vicino alla quale si trova la Villa Rondinelli Vitelli del '500, nella quale si trova una statua di Cosimo III e una tipica grotta che veniva usata per mantenere fresca l'acqua, come la grotta di Boboli (v. nota n. 30)

[39] - otro: otre, contenitore per lo più di pelle; la parola si pone in contrasto con argento ed evidenzia l'iperbolica sete di Arianna

[40] - tronfio: eccessivamente gonfio, come il successivo pettoruto

[41] - mezzo cavaliere: titolo dato a coloro che non potevano essere nominati cavalieri perché mancavano di imprese eroiche o di origini nobili, come Sileno, che non poteva paragonarsi a un personaggio come Arianna; il mezzo cavaliere era il donzello, il cavalier servente delle dame

[42] - trotto: è la corsa veloce dell'asino, che non sa galoppare

[43] - fauci: la parola, un po' plebaica sulle labbra di Arianna, indica il carattere scherzoso del Ditirambo, come molte altre: la sete che domina Arianna sia in gola che nell'ardore del seno, è perfino dispettosa, piena di ira e si adira per ogni ritardo che impedisce il bere

[44] - Nisa: nome di una Ninfa, nutrice e ancella di Dioniso-Bacco

[45] - conca: vaso di terracotta abbastanza capiente, più stretto alla base che all'orlo

[46] - maiolica: dal nome dell'isola spagnola di Maiorca, dove si trova un'ottima argilla per vasi

[47] - cedrata: bevanda fatta con sciroppo di cedro, pianta delle rutacee che produce un frutto dal sapore simile al limone ma meno aspro; il frutto ha un colore più giallo, una dimensione più grande e la stessa forma di quella del limone

[48] - cionca: il volgo tracanna, beve avidamente e in modo scomposto una bevanda non buona; per questo invita Nisa a procurarsi la stessa acqua cedrata che viene fatta per Cosimo III, il Granduca che governa le contrade dell'Etruria (Toscana) - scrive il Redi nelle Etimologie Italiane (1685, stampate in Genova da Gio. Antonio Chouët, compilate dall'amico Egidio Menagio): "Cioncare vale bere di soverchio, e con troppa avidità; credo che sia stato detto dal modo sconcio col quale beve la broda il porco, che dagli Aretini è chiamato Cioncarino, e da' Cortonesi cioncolo."

[49] - ingozzo: mandar giù nel gozzo, bere con avidità e in fretta, verbo dalla trivialità popolaresca,  ribadito e rafforzato dal successivo ingollo (ingoio dopo aver masticato) e dal verso seguente dal carattere iperbolico fatti di conto io ne berrei un pozzo

[50] - vorrei lungo il collo: per poter bere direttamente dal pozzo, senza perdere tempo con bicchieri e conche o secchi

[51] - Cantimplora: parola composta da canta e implora: vaso di vetro, non più molto in uso ai tempi del Redi, che ha nel mezzo un vano nel quale si mettono pezzi di ghiaccio, o di neve, per rinfrescare il vino contenuto, ed aveva un lungo e grosso collo, che sorgeva da uno dei fianchi come un annaffiatoio; la cantimplora fu definita da Lorenzo Magalotti come una sorbettiera ampia e dorata

[52] - Manna Iblea: sui monti Ibla, nella città di Ibla in Sicilia, si produce un miele d'api dolcissimo e rinomato: qui vale per bevanda dolce e molto gustosa

[53] - Tosca limonea: bevanda fatta con estratto di limone toscano

[54] - bottiglieria: raccolta di bottiglie che contengono le bevande della Casa del Granduca 

[55] - Satiraccio: dispregiativo: i Satiri erano la personificazione della natura selvaggia, esseri mostruosi dal corpo villoso e dalle orecchie aguzze, col capo adorno di piccole corna ritorte

[56] - sgherro: uomo d'armi capace di violenze anche contro gli indifesi, come bambini e donne

[57] - squarquoio: vecchio cascante e buono a nulla

[58] - sofistico: difficile da accontentare

[59] - mostaccio: dispregiativo per muso, viso: spolverare il mostaccio significa prendere a sberle e pugni il viso

[60] - ruminar: masticare e digerire il cibo; la donna è ormai assimilata alla bestia;

[61] - ingrassare il cavolo: morire; essere sepolto nel cimitero, che anticamente era l'orto della Chiesa; nell'ode a Pierfrancesco Vitelli scrive:

E contro me sì bestialmente ei s'anima,

che vuol mandarmi ad ingrassare il cavolo.

Ma faccia lui: che poco ingrasserollo,

perché il freddo m'ha secco il cuoio addosso

[62] - segrennucciaccia: peggiorativo e dispregiativo di segrennuccia, che a sua vola è il diminutivo di segrenna, parola antica già ai tempi del Redi, che indicava una persona magra e pigra

[63] - salamistra: saccente, che fa il sapiente senza avere profonda cultura

[64] - dottoressa: era detto di donna saccente e ignorante, che si dedicava al pettegolezzo anzichè alla cultura, persona senza discrezione e moderazione, senza il senso della misura

[65] - spigolistra: donna che si nasconde dietro gli spigoli nelle chiese; è detto di quelle persone che s'ingegnano di sembrare buone anzichè esserlo, abili a parlare anzichè ad agire, superstiziose e bigotte

[66] - fanciulletto: si riferisce a uno dei suoi paggi

[67] - sorbetto: succo di frutta congelato con panna, zucchero e aromi, opportunamente lavorato

[68] - ugola: gola

[69] - in altra copia di mano dell'autore sono riportati i seguenti versi, che trascriviamo in corsivo, che potrebbero essere qui aggiunti

[70] - tempera: giusta misura tra il freddo della bevanda e il caldo dello stomaco e del petto

[71] - nevischia: nevischio, neve finissima

[72] - pappina: piccola pappa, che si poteva raccogliere e gustare col cucchiaino

[73] - bottigliere: colui che presso le case nobiliari aveva il compito di scegliere, conservare e servire i vini e le bevande in genere; più in generale era colui che fabbricava e vendeva liquori e distillati, sorbetti, acque preparate, ecc.

[74] - Caronte: figlio di Erebo e della Notte; era il barcaiolo dell'Inferno, e traghettava le anime attraverso l'Acheronte, purchè esse lo pagassero con un obolo che doveva esser messo nella bocca di ciascun cadavere prima del seppellimento (traghettava anche qualche vivo, ma questi doveva presentarsi munito d'un ramoscello d'oro che doveva essere donato a Persefone)

[75] - Acheronte: figlio del Sole e della Terra, fu mutato in fiume e precipitato nelle regioni infernali per aver dato da bere ai Titani nella guera contro Zeus. Le sue acque melmose sono amarissime, straordinariamente rapide e possono dissolvere i metalli più duri. Le anime dell'inferno non potevano più riattraversarlo per tornare tra i vivi

[76] - cuccioli

[77] - non v'è pericol ... sdruccioli: non c'è il rischio che possa sbagliare il medico un po' esperto nel dar da bere queste pappe

[78]concozione: voce dotta del linguaggio medico ormai in disuso: digestione

[79] - Andromaco: medico di Nerone, nato a Creta - gli si attribuisce l'invenzione della teriaca, po­tente antidoto contro i veleni animali

[80] - maestose: le ricette, con tanti ingredienti nuovi, delicati, un po' dolci, sono veramente impegnative e e magnifiche

[81] - ingollano: mandano giù d'un fiato

[82] - Lattovaro: voce antica, oggi: elettuario, voce dotta farmaceutica: preparato farmaceutico composto di diversi farmaci disciolti o stemperati in miele e sciroppi, largamente usato dall Medioevo al tardo Rinascimento per la cura di svariate malattie

[83] - Litontripticone: è il lattovaro che serviva in particolare per far sciogliere i calcoli (letteralmente significa: stritolatore di pietre)

[84] - diatriontonpipereone: voce dotta farmaceutica che indicava l'uso di tre varietà di droghe, tre tipi di pepe, variabili a seconda del composto

[85] - bigoncia: "Bigoncia, o come dicono a Pistoia bicongia più vicino all'origine, è un vaso di legno, fatto a doghe, colla bocca più larga del fondo, e senza coperchio. Viene questa voce dal latino bis e congium, che si disse cogno, e i contadini dicono cogni quelli che danno al padrone per l'uva mangiata. Si adopera questo vaso nel tempo della vendemmia, e vi si pone l'uva mezzo premuta, ed ammostata, e talora il vino quando dal tino si cava. Si dice ancora in Toscana montare in bigoncia, per salire in cattedra a fare una orazione, o ad aringare. Il Varchi nel Dialogo delle Lingue così lasciò scritto: Aringare si pronunzia oggi, e conseguentemente si scrive per un R sola, e non, come anticamente, con due, e significa non solamente correre una lancia giostrando, ma fare un'orazione parlando, ed è proprio quello che in Firenze si diceva, favellare in bigoncia, cioè orare pubblicamente, e nel consiglio, o fuori." (Salvini-Bianchini)

[86]Lieo: soprannome di Dioniso-Bacco; vuol dire 'senza affanni', o piuttosto 'colui che allontana gli affanni'; così era chiamata nell'antichità anche una bevanda sacrificale

[87] - Dioneo: amico di Diona, cioè di Venere

[88] - in chiocca: in gran copia, abbondantemente; chiocca è storpiatura del latino copia

[89] - cembalo: strumento musicale antico formato da un cerchio di legno su cui è tesa una cartape­cora, circondato da sonagli e girelline di ottone

[90] - colombaia: gire in colombaia significa fare una cosa a rovescio

[91] - i seguenti otto versi si trovano anche nel Bacco in Toscana

[92] - Cantinette: vasi di metallo o di terracotta, pieni d'acqua e ghiaccio, in cui si mettevano in fre­sco le bottiglie di vino (oggi usati per lo champagne

[93] - Cantimplore: Cantimplora: parola composta da canta e implora: vaso di vetro, non più molto in uso ai tempi del Redi, che ha nel mezzo un vano nel quale si mettono pezzi di ghiaccio, o di neve, per rinfrescare il vino contenuto, ed aveva un lungo e grosso collo, che sorgeva da uno dei fianchi come un annaffiatoio; la cantimplora fu definita da Lorenzo Magalotti come una sorbettiera ampia e dorata

[94] - forbite: pulite

[95] - bombolette: parola derivata dal Greco, diminutivo di bombola, vaso di vetro col collo torto che serviva per contenere vino o liquore, che si usava immergere nel ghiaccio o nella neve per rinfrescare il vi­no - anticamente si chiamava così l'orciolino dell'olio

[96] - quinto elemento: essere il quinto elemento in gergo toscano significava essere una cosa  ne­cessaria; la stessa Firenze era stata denominata più volte come il quinto elemento per la grazia, la ricchezza artistica, l'intelligenza dei governanti, ecc

[97] - contento: sostantivo, per contentezza, soddisfazione, gusto, piacere; è folle chi spera di pro­vare gusto nel bere vino se questo non è ben fresco

[98] - dubito di non dar la volta al canto: dubito di non impazzire; "e forse questo modo di dire è cagionato dal Canto alla mela, che è un luogo nella città di Firenze presso al quale vi è lo Spedale, dove si tengono rinchiusi i pazzi, detti i pazzerelli." (Salvini-Bianchini)

[99] - aloscia: bibita di limone strizzato e bollito nell'acqua con miele e spezie (pepe e chiodi di garo­fano); "Il Franciosini da Castelfiorentino, Lettore in Siena di Lingua Spagnuola, traduttore nella Italiana del famoso Don Stivale, o vogliam dire Don Chisciotte, nel suo buon Dizionario Spagnuolo dice: aloja, un'acqua composta con miele, e spezie, che in molti luoghi di Spagna s'usa bere la state" (Salvini-Bianchini)

[100] - candiero: bevanda di vino o latte con tuorli d'uovo poco cotti, zucchero, nuschio, ambra gel­somino, limoncini

[101] - d'Arno la bionda stroscia: "cioè, che torna in Arno, quando è molto piovuto; e si dice bionda perché è gialliccia, per esser divenuta torbida l'acqua, in riguardo alla dirotta pioggia che ha osso, e seco portato la terra dei campi." (Salvini-Bianchini)

[102] - fonti: acque

[103] - questi due versi in corsivo in altra copia di mano dell'Autore sono così composti

quaggiù nel verde Fiorentin Paese

Nebbia di Scozia e Sillabub Inglese,

abbiamo scelto i due versi in corsivo perché ci sembrano più legati al contesto sul piano sintattico

[104] - Sillabub: latte rappreso con vino e zucchero; anticamente era una bevanda fatta di birra e di vin bianco dolcificata con zucchero (Salvini-Bianchini): metaforicamente sta ad indicare un fiorito e inutile discorso

[105] - contese: negate; propriamente: non sia fatto in modo che non le abbia

[106] - sulle porte:  essere sul punto di

[107] - aita: aiuto

[108] -  fragolette moscadelle: piccole fragole con sapore di moscato

[109] - ciliege visciolette: qualità di ciliegia più oiccola del normale e dal sapore acidulo, altrimenti detta anche amarena, buona per sciroppi e bevande

[110] - ventura: sorte, destino

[111] - strozza: gola, nome popolaresco e un po' volgare

[112] - tinozza: tino per il vino, tinozza per l'acqua: recipiente costruito con doghe di legno; la tinozza era leggermente più piccola del tino

[113] - sommergerla: ricoprire con liquidi, far affondare; se il contenuto d'una tinozza basta a far passare la paura della morte, non basta però a far passare la sete, che anzi cresce sempre più feroce quanto ci si affatica a eliminarla, disperderla nelle bevande che vengono servite ad ogni momento

[114] - smaccate: si dice di bevande tanto dolci da essere sgradevoli

[115] - Giulebbi: bibite a base di acqua zuccherata e aromatizzata

[116] - agrumi: come l'arancio, il limone o il cedro

[117] - acqua schiettissima: "L'acqua per cavare, e spegnere la sete è molto migliore del vino, e spezialmente se vi si aggiugne l'agro di cedro, o di limone. Il Firenzuola in un suo capitolo in lode della sete, dopo aver detto che Artaserse bevve con gustoso piacere dell'acqua, che gli diede in capagna un contadino, soggiugne:

Avea una gran sete il poverino

patito un pezzo, e vedevela quasi;

però gli parse l'acqua me' che 'l vino

(Salvini-Bianchini)

[118] - pretto: o puro si dice di vino non mischiato con acqua

[119] - bandito ed interdetto: allontanato e proibito; come Bacco aveva maledetto l'acqua e allontanato da sè chiunque la bevesse, così Arianna maledice il vino, del quale cita  i migliori di Firenze e di Napoli

[120] - zipoli: voce antica: "turacciolo di legno, col quale si turano le cannelle delle botti, de' caratelli, e di altri somiglianti vasi". (Salvini-Bianchini)

[121] - Ripoli: "Il Pian di Ripoli è una piccola deliziosa pianura vicino a Firenze, posta tra alcune vaghe, e dilettevoli colline, e 'l fiume Arno, dalla quale ha preso la denominazione un'antica Badia de' Monaci Vallombrosani." (Salvini-Bianchini)

[122] - caratello: piccola botte per vini pregiati

[123] - bieco: con occhio ostile, con malanimo

[124] - Polisippo: altro nome di Posillipo: il vino di Posillipo denominato Greco

[125] - i versi in corsivo si trovano in altra copia dell'autore che abbiamo aggiunto nel testo perché ben legati al resto, con una piccola differenza nel quarto verso che in un'altra copia è riportato in questo modo:

e si bestemmi quella rea Vernaccia

[126] - Somma: Somma Vesuviana, paese in prov. di Napoli

[127] - acheronteo: da Acheronte, il fiume infernale che le anime dovevano attraversare per entrare nel Tartaro o Erebo

[128] - che in mille mali i nostri corpi allaccia: che procura ai nostri corpi molti mali ed altri li aggrava; è notorio che il Redi non era un bevitore di vino, anzi come medico spesso lo sconsigliava, specialmente se bevuto puro, non innacquato, come ebbe a scrivere anche a Monsigmor Rinaldo degli  Albizi, lodando al contrario tutte le bevande fatte con acqua

[129] - onda: acqua

[130] - Portughese pimentera: "Pimentera da pimenta, cioè pepe. In una relazione venuta all'Autore di Portogallo, e da lui lasciata con questo frammento di Ditirambo, si legge: tra tutte l'acque che sono in Lisbona, la meglio di tutte è una di Pimenteira, lontana dalla città quattro migia, vicina questa fonte a Alcantara, palazzo celebre del Re di Portogallo, dove va a ricrearsi alcuni giorni della settimana a caccia, perché qui c'è una grande bandita (ristorante, ndr), che noi la chiamiamo 'a Tapada' nel nostro idioma portughese. Da questa acqua bebe sempre il Re di Portogallo, e della medesima bebè sempre il nostro Sereniss. Granduca tutto il tempo che stette in Lisbona." (Salvini-Bianchini)

[131] - Sanese Fontebranda: è la più famosa delle fontane senesi e si trova al termine della via Santa Caterina; ricordata già nel 1081, rifatta nel 1246 tutta in laterizi, viene fatta risalire ai tempi romani, a una fons Blandusiae cantata da Orazio; si diceva tra l'altro che l'acqua fosse buona per curare la gotta

[132] - Ricardi: Marchese Riccardi, Cavaliere fiorentino, presente già nel Bacco in Toscana

[133] - oppilazion: voce medica: chiusura, occlusione

[134] - balza: parete ripida d'un monte; qui sta ad indicare semplicemente un luogo deserto

[135] - Teseo: figlio di Egeo, re di Atene, e di Etra, figlia del saggio Re Pitteo, eroe dell'impresa contro il Minotauro. Il Re Minosse assediò Atene, dopo che gli Ateniesi gli avevano ucciso il figlio Androgeo, costringendo la città a mandare in pasto al Minotauro, che si cibava solo di carne umana, sette fanciulle e sette fanciulli all'anno. Teseo si recò a Creta e aiutato da Arianna, dalla quale ebbe un filo che gli permise di non smarrirsi nel Labirinto, uccise il Minotauro, liberò i prigionieri e tornò trionfante in Atene insieme ad Arianna che venne abbandonata su uno scoglio dell'isola di Nasso, dove la trovò Dioniso che la sposò, donandole una corona d'oro, capolavoro di Efesto

[136] - fiera doglia: fiero dolore

[137] - gne ne: gliene

[138] - setardente: priva di acqua, e quindi ardente di sete

[139] - allumi: riesca a vedere

[140] - asfalto: bitume solido che si può facilmente fondere, abbondante sulle rive del Mar Morto, non ancora usato per costruire strade

[141] - arene: spiagge su cui si trova l'asfalto

[142] - Pratolino: "La fonte Docciuola di Pratolino, villa del Granduca di Toscana, fatta fabbricare dal Granduca Francesco ... Lo stare preesso alle fonti suole altrui cagionare quiete, contento e allegria." (Salvini-Bianchini)

[143] - croscia: rumore continuo tipico della pioggia e dell'acqua che cade

[144] - stroscia: lo stesso che croscio, rumore d'acqua che cade

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2011