Anonimo

LA QUISTIONE D’AMORE

TESTO INEDITO del SEC. XV

BOLOGNA

Edizione di riferimento:

La fabula del pistello da l'agliata, Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1878, Ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna 1968

UN PO’ DI PREFAZIONE

Questo libretto si compone di due cose: una rarità bibliografica, e una versione poetica, fatta nel secolo XV, finora inedita. Darò di tutte e due alto alto qualche notizia. ..... (testo completo)

La quistione dAmore io la esemplai dal Cod. Marucelliano A. 101, dove ha per titolo: Di due che parlavan d’amore sendo in letto; ma è una copia di mano di A. M. Salvini, il quale, in fine appose questa dichiarazione: «Copiata da un Ms. degli eredi di Andrea Cavalcanti [1], ed è dietro il Romanzo di Parigi e Vienna, traslatato di franzese per Charlo di Piero del Nero in toschano, l’anno 1476 in Firenze.» Nè il luogo nè l’anno della traslazione sono esatti, perchè quello fu Monpolieri, questo il 1471, come lo stesso del Nero dichiarò, e il Salvini stesso copiò, in fine del dialogo. Il quale io riscontrai diligentemente col Cod. Palatino CCCLXV. dove ha appunto il titolo quassù accennato, e col Riccardiano di N. 2919. dove ha il titolo: Di due che parlan damore: pure debbo dire che in qualche punto resta oscuro [2]. Il componimento è erotico; è una specie di Arte damare; è in terza rima; è scritto in buona lingua, salvo cheil buon mercatante fiorentino nel tradurre, senza guardarla tanto per il sottile, qua e là troppo liberamente tradusse, raffazzonando voci e maniere schiette francesi all'italiana; chi sa? forse preconizzando l'anno di grazia 1878, in cui un professor di letteratura italiana avrebbe detto: che «la quistione de' francesismi non esiste,» e che «fra due lingue sorelle, due lingue latine, non vi ha differenza!» Insomma, se questo dialogo non è una gran bella cosa, il suo merito, e quanto a lingua, e quanto a opera poetica l'ha; e ne è prova questo, che il Salvini (che se ne intendeva un po') se lo copiò di sua mano, e l'annotò; il che pur fece dell'altro romanzetto La Donna senza merzede, parimente dal del Nero tradotto, e pubblicato nel Borghini (Anno III. 1865, p. 217). Anche qui sono stato parco di annotazioni; e di quelle del Salvini ho riprodotto le più importanti.

Nel giugno del 1878.

C. ARLIA.

LA QUISTIONE D’AMORE.

Infra duo sonni, appresso mezza notte, [3]

L’ora ch’amore e veri amanti desta,

Chi la più gente a riposo è ridotte: [4]

Sendo nel letto, e non con molta testa,

Uno amoroso dolente ascoltai,                                     5

Che par ben ch’abbia la pulce alla testa. [5]

Ch’a un si consigliava [6] de’suoi guai.

E’son colcati [7] insieme in un sol letto;

Io a udir l’orecchio lor prestai.

Un che non dorme ama di cor perfetto.               10

E’non husava [8] il compagno svegliare,

Credendo dorma, e noll’abbia a dispetto.

E’molte volte principiò il parlare;

E il non dormente, qual se si sentissi,

Cominciò coll’amante a ragionare.                              15

Dissegli: Tu credevi ch’io dormissi?

Ciò vo’ben far, nè di gracchiar [9] mi curo;

Parlar dovevi avanti al letto gissi.

Però, compagno, credi di sicuro,

S’a tuo piacere impari di vegghiare,                            20

A chi non piace sarìa aspro e duro.

- Ciascuno a suo piacer ne debbi fare;

Rispuose l’amoroso. Caro amico,

Tal vegghia, ben che si vorria posare.

Tal piange e plora (intendi quel ch’io dico),                        25

Che riderebbe volentier, potendo;

Alcuno ce [10] n’è misero e mendico,

Che di dormir s’afforza, ed io il comprendo;

Che si risveglia contro a suo volere,

E io son l’un che non me ne difendo.                           30

La voglia ho buona, e mi manca il potere;

E tuttavolta buon amor consiglia,

Dicono, i molti e hanno tal parere.

Chè il buon amico l’un per l’altro viglia [11],

E a piacer d’altrui, non a suo grado,                          35

Quando l’amor degli amici è pariglia. [12]

- El disputare or cercando non vado,

Disse el dormente; e molto volentieri

Per tuo amor vegghierei, poi ’l prendi a grado.

S’io credessi con tutti e tuoi pensieri                   40

Che dormissi per me, per me è a bastanza,

Siccome a me el dormir sarà leggieri.

Deh, per dormire metti in oblianza

Tutto; ch’or è mestier più ch’altra cosa;

Or dorma dunque chi n’arà possanza.                      45

— Perchè languisce quel che non riposa;

L’amoroso rispuose tosto e presto,

Dimenticare a questo amor s’opposa. [13] 

A chi ben ama obliar è molesto.

Ciascun dice: dimentica et oblia;                                50

Tal lo vuol, che non può; e certo è questo.

E pensar gli bisogna come sia;

Piaccia o non piaccia; o vuol tosto o adagio.

Ma chi per ciò non n’è maninconia? [14]

— Que’sono e qual’ne parlano a lor agio;          55

Disse el dormente; che ho bene acquisto,

Nè può a uom venir che naufragio [15].

Degli altri innamorati io n’ho pur visto.

Che val vegghiare e rompersi la testa

Per esser la mattina lasso e tristo?                               60

Fuggir riposo, e seguir tal tempesta,

Nè questo non ti serve di nïente,

Nè può seguir di nulla a questa festa.

Dormi, se tu mi credi e diligente;

Penserai poi a questo c’ha’intrapreso:                         65

E’me’varrà, che ciò che fai al presente.

E l'amoroso, quando l’ebbe inteso.

Rispuose a lui: E’ non ti costa guari [16],

Ma io lo sento bene, e d’altro peso!

Al ben dormire è pochi contrari.                          70

Per ispezial chi pensa leggermente;

E però la bilancia non v’è pari.

Ma bene spesso perchè altrimente

Avviene a uomo c’ha cotal pensiero, [17]

E quanto più l’assaggia me’lo sente.                           75

Quel che vorrie dormir disse: Per vero,

Di’tu pur ciance, o è com’io lo sento,

O pur ti va così di tal mestiero?

Quanto a me non potresti esser contento.

Nè star così, o senza dormir punto,                             80

Nè come tu travagliare ho talento. [18]

Io non so ora qual mosca t’ha punto,

Al forte io non mi curo che farai,

Perch'io di parlar non fo più conto.

Io dormirò; vegghia tu se vorrai.                           85

L’amoroso rispuose: Vero, lasso,

Sì, nè sì certa cosa non fu mai

E sì al vivo, c’ogni falso ha casso.

Sì che è viva e perdita e guadagno.

E io son sol che la pena ne passo.                                  90

Nè sanza gran cagion, credi, mi lagno:

Ma quando un buon amico ben si porta

Verso l’amico, quello è galdio [19] magno.

Cosa non v’è che tanto il riconforta

E in tutti e luoghi, et a ciascuna ora;                           95

Ristora l’alma quasi quando è morta.

El dormiglioso gli rispuose allora:

Quale soccorso, o voglian dire ajuto

Ti può, per me, amico, venire ora?

Se questo male t’è d’amor venuto;                      100

O per un solo riguardo piacente, [20]

O che fatto ti fusse alcun rifiuto;

Perchè esser non possi paziente?

Di che per vero ell’è aspra prigione?

Ma quella t’ha ferito; veramente                                  105

Porta con seco la tua guarigione.

— Tal medicina non mi può venire,

Disse l’amante, per nulla ragione. 

Nè tu, nè altri farmel consentire;

E se non sol per la mercè di quella ,                             110

Che tutto il mal ch’i’ho mi fa sentire.

Come amico l’amico ti favella,

Noto ti fo di che ’l cuor ho carcato [21],

Per ammorzar quest’ardente fiammella.

E però teco mi sarò allargato.                               115

Disse il dormente: Poichè sì ti piace,

che il parlar te n’ha riconfortato

Del dolor, perchè se’in contumace, [22]

Ch’aminuisce [23] in esser mostro e detto,

Contento son, nè d’udir mi dispiace;                            120

Se sia per me’, sie contato l’effetto.

Contento sol d’aver tal disonore ,

Qual s’appartiene, e mi vi sottometto.

L’amante gli rispose con timore:

Come ad amico tutto ti diroe,                                       125

Perchè di te mi fido e hotti amore.

E saprai tutto quel che nel cuore hoe,

E, fussi per mia morte e per mia vita,

El cuor segreto tutto t’apriroe.

Lungo tempo una donna io ho servita;                 130

Al mio parere faccia onesta e bella,

D’ogni virtù; d’ogni biltà compita.

Manca sol che pietà non trovo in ella.

Rispose l’altro: Ciò forte mi pare,

Che fra tante vertù non abbia quella,                          135

Poichè natura la volle dotare

Di tanti ricchi doni , e pàrne l’opra, [24]

Esser non può, nè ciò ragion mi pare, [25]

Che piatà sotto quelle non si cuopra.

Nè ti consiglio che tu t’isconforti ,                                 140

Perchè sì tosto non ti si discuopra.

Fa che bene al continüo ti porti:

Et in ogni tuo fatto diligente,

Troppo non parla, nè credi a’rapporti.

Rispuose l’amoroso: Lealmente                              145

Me’non potre’si una donna amare,

Che i’ho amato ed amo di presente,

Nè forza alcuna me n’potre’guardare;

E già sofferte n’ho cotante pene,

Ch’altri fuor ch’ella me n’può sodisfare.                       150

Che legato continovo mi tiene,

E credo aver le rose, et ho le spine;

Per troppo amare, amico, ciò m’avviene.

Pur seguirò: non so se vedrò il fine.

Compagno ascolta. Chi si vuol sometre, [26]                  155

Disse il dormente, e nota un poco quine,

Di tutto in tutto il cuor bisogna metre

A servir l’amorosa maestrigia.

E tutto il tuo volere in lei rimetre;

Et in suo mano rimetter tuo franchigia; [27]             160

Quand’uom si fa di tal, ch’è in tal dangiero, [28]

Ragion è ch’ella ne faccia a sua guisa.

Chi vi si metterà di cuore intero,

Non è a lui il poterla cambiare,

Ma di servir sia sempre il suo pensiero.                             165

A me non s’appartien, certo mi pare,

L’amante disse, che lagrime spingere,

Come chi va merzede a domandare.

Con questo fare, amor la puote stringere;

Chè se molti hanno ben per udir dire,                               170

E che lor viene sol per saper fingere,

E leali non possono avenire ?

Ben pò amico mio, esser chiamato

Sanza volersi dal vero partire.

Fra tutti maledetto e sventurato,                                175

Disse il dormente, non ti abbandonare; [29]

Ch’ogni bene è alla fin remunerato.

Chi ben comincia debbe seguitare,

E chi bene ha iscelto non si muova,

Perchè col tempo quel ch’abbia a’ncontrare;                    180

Chi bene ha meritato, alfin lo truova.

Intendi? io dico chi l’ha meritata:

Sì come un cuor leal di tutta pruova.

Che più di gioja alla fine gli è dato,

Che a coloro, e quanto che è tardi,                                     185

Che nuovo amore ognora hanno cambiato

Di ciascheduna che un po’gli riguardi.

Cotesto par si venga per ragione; [30]

Chi nol crede si metta infra codardi.

Rispuose l’amoroso in suo sermone:                           190

E’me’vale un sol ben di cuor leale,

Che cento di contraria opinione.

Ma il troppo aspettar è grieve male:

E gran dolor non esser satisfatto

Colla conclusion, che ’l tutto vale.                                      195

El dormente rispuose: D’altro fatto

Ti vo parlar, se troppo non domando,

Po’che di tanto fidarci abbian patto.

Alcuna volta, credo, con lei stando,

D’amor la prieghi , e le chiegga merzede                           200

A giunte mani, e pur basso parlando.

Se alle tuo parole mostra fede,

O ti rompe il parlare o tienti il freno,

Al parer tuo s’ella ’l crede o non crede,

E ’n fin se tu vi truovi più o meno.                              205

L’amante disse: Alla dimanda tale

Creder cui puoi ciò che ne dicemo.

Che la dolcezza di lei tanto vale ,

E ’l bel parlar, dove non n’ho difesa,

Chè nulla a lei stimo esser eguale.                                      210

E la risposta sua tanto è cortesa,

Quanto più priego la sua grazia avere:

Tanto men so, quanto il mio dolor pesa.

Disse il dormente: I’ti fo a sapere

Che donna alcuna è sì netta e sì monda,                            215

Che alla richiesta non faccia dovere.

Che non convenga ch’ella risponda,

E, che con suo ragion non si difenda,

ben che fossi di senno profonda,

Alla fine convien che ella s’arrenda.                            220

— Per pianger, disse, o per sospirare,

L’amante, ho che dice io la ’ntenda,

Null’altra cosa ne posso tirare,

Nè rifiutar mi vuol, nè ritenere,

Che sol mi voglia ben mi dee bastare.                                 225

Sanza volermi altra ragion avere,

ch’ella ama il mio bene e lo disira,

Vuol ciò mi basti, nè più dei volere.

Disse il dormente: Quand’huom ben rimira,

Questa è cosa che molto sta bene                                        230

A donna, che in buon voler si tira.

Quando con dolce accoglienze altrui viene,

che da nullo non può esser vista,

Questo a buona speranza assai si tiene.

Ma s’un leal si mette alla conquista,                            235

E che del tutto a una e’si dona,

Dolgasi del suo mal se non acquista,

O s’altrimenti non lo guiderdona.

— Lasso! disse l’amante, io sudo e tremo

Con tristo cuore e fiebole persona,                                      240

Mutar colore, e ’l cuor quasi allo stremo

Visto m’è spesso, e gli occhi lagrimare

Drente, e rider di fuor di gioja scemo.

Per volere el giojoso contraffare.

E quando venga ben cercando avanti,                               245

Null’altra cosa i’non ci so trovare,

Che cortese parlare, e bel sembiante,

Se bel sembiante parte da buon cuore.

Disse il dormente al tormentato amante:

Credi amico, non è senza valore                                  250

E ch’oggimai ne comprenda l’effetto,

E che conosca la pena e ’l dolore,

Che porti per suo amor dentro al tuo petto.

Sendo sì vertuosa e non villana,

Se tu per lo suo amor, che t’à sì stretto,                              255

Malato se’, credi ella non è sana.

Nessun non piglia mai maninconia

Di rosa, che non curi o tenga vana.

Disse l’amante: E s’io per mia follia

Ho mal, di ciò non gli fa freddo, o caldo [31]                      260

Io solo il sento, e la vuol che sì sia.

Quanto più parlo di ciò più mi scaldo.

Disse il dormente: Per la dovuta fede,

Ch’amor in tua donna ha fermo e saldo;

Se questo solo amore ti concede,                                 265

Sanza aver altra promessa o speranza,

Sanza aspettar d’esser di gioja erede,

A’la tu presa, e non vuon [32] esser sanza

Amarla sempre, e non aver mai bene,

E rinunzi a ciascuna altra piacenza.                                   270

Pur continuo a stare in tante pene,

L’amante disse: oh lasso! ch’io mi sento

Agghiacciar tutto il sangue nelle vene,

E parmi ch’al cuor manchi il nutrimento;

Ma dapoi ch’io li ho donato e done                                    275

Senno o pazia che sia, io son contento.

E non n’avessi io altro guidardone, [33]

Io ho disposto vivere in tal modo;

E s’io morrò, sarà per sua cagione.

Così di questo male io mi disnodo,                             280

Mercè di donna è sì gran tesoro!...

Disse il dormente: E sopra gli altri il lodo.

Pari non n’ha, e sia d’argento o d’oro,

Per arricchire amor sopra la terra;

Nè l’ha de’molti a gran pena un di loro.                            285

E chi di questa volontà si serra, [34]

Conquistar non lo può sanza periglio;

Tal crede averlo, e non lo tien, nè serra.

E credi a questa volta al mio consiglio:

Soffrir bisogna assai dolor amaro;                                      290

Chè per pregar non s’ha al primo piglio

El ben, se non si compera ben caro.

L’amante gli rispuose: Amico mio,

Cotesto credo, e lo tengo per chiaro.

Ma comperar più caro nol posso io:                            295

Mettovi aver, senno, vita e coraggio.

Nè far tal posta altrove non disio. [35]

Ma la mia amata ha troppo gran vantaggio,

Perché la cosa non n’è ben unita,

Perchè, come tu vedi, ha ’l cuor mio ’n gaggio. [36]          300

E però ella è giudice e partita. [37]

Disse il dormente: Agli amanti il servire,

E ’l ben per grazia aver, se lo merìta.

È alle donne il distribuire

Grazie a color, che dritto si mantengono,                         305

et a loro è dovuto d'ubidire.

Dapoi ch'e ben d'amor da esse vengono,

Ben s'appartiene, et è ragione al forte

Che a serventi qua’signor li tengono.

Che l'abbin sopra lor giustizia e corte.                       310

Disse l'amante: Dio me ne difenda

Che l'opposito voglia avanti morte.

Che giudichi le pene, e sì l'amenda

Come le piace, perchè io son a lei

Venir costretto come a Reverenda. [38]                              315

Mai mi scusai, nè mai difensa fei,

Et ella del mio mal non si ricorda;

In un giudice tal per ver vorrei

Che fusse un poco più misericorda.

Disse il dormente: Poi se’sì avanti                                      320

Al ben servire, amico mio, t’accorda.

Pensa che non se’solo infra cotanti;

Che viver ti bisogna in ben servire

Alcuna volta in riso, e altra in pianti.

Al suo piacer ti bisogna soffrire:                                 325

Esser umil, segreto, e ben zelante

Conoscendoti tal potrà indolcire.

— El suo onor, qual non è di diamante,

Lasso! io non ho ispazio nè potere

Tornare a drieto, nè tirare avante.                                      330

E come il pesce, che di suo volere

Entra alla nassa, nè l’uscita truova,

Così, disse l’amante, al mio parere,

Son io; nè così esser non mi giova,

Chè il cuore o il corpo mi sento fallire, [39]                         335

Nè per mal ch’io sopporti o faccia pruova

Io non ne posso scappare, nè uscire.

El dormente rispuose: Amico caro,

Tempo è da vegghiare e da dormire.

Senza fastidio, l’aspettar amaro                                  340

Non è; nè altro ti può achusare;

A forza pazienza è buon riparo.

E aspettando, pel tempo passare

Bene, aspettar non è tempo perduto

Di tutto in tutto, ma’ben può fallare.                                  345

Ma troppa gran tardanza, è conosciuto,

La speranza sovente iscresce e ’nfosca; [40]

Ma sotto un cortese e bel rifiuto

E ben d’amor sono spesso all’ambosca. [41]

— Di gran lunga non ho saputo aprire,                             350

Nè maniera trovare, e ciò mi attosca,

(Disse l’amante), a saper discoprire

La ’mbosca, che tu di’, e allo ’ntorno,

E presso stato son sanza mentire.

Quanto più vengo e vo, sempre ritorno                     355

Indrieto, nè fin là i’non fu’mai,

Sempre m’è notte, nè ma’viene il giorno.

Nel medesimo stato che giammai,

Né so più dove debbia aver ricorso:

Or mi consiglia, amico, se tu sai,                                        360

Ch’i non so dove più trovar soccorso.

El dormente rispuose: Assai mi duole

Che in tale ti vegga esser trascorso.

Bella accoglienza in nimicata suole

Esser d’amor, che superbia disdegna,                                365

Ma la fa franca in tutte le sue scuole.

E nessuno è sì ardito che vegna

A richiamarsi di bella accoglienza,

Nè biasimare il ben, ch’ella consegna,

O ch’ella dona di sua preminenza.                             370

Disse l’amante: Nessun può forzare

Amor dare i suo’beni a suo piacenza

Nè io nol posso, nè usarei fare,

Ma sol domandar grazia, e più nïente ;

Assai farei potendola impetrare.                                         375

E ’ntrattanto ch’io amo lealmente,

Un altro ne potre’sopravvenire,

E tormi del mio ben il più vagliente.

Che mi saria valuto il mio servire

Perdendo quel, che ho tanto procacciato?                         380

— Questo è caso che può spesso avvenire;

Disse el dormente. Tu ha’ben pensato,

S’altri gli piace, e la lo voglia amare,

A torto ti sarai ramaricato.

Se per servente ella ti vuol chiamare,                          385

Falle merzè, e grazie gliene rendi,

Nè altrimenti non vi ti giucare.

Perchè conviene, se tu ben lo’ntendi,

Vadino al santo ov’elle son botate :

Conosci or la muneta che tu spendi.                                   390

L’amante sospirò molte fïate,

Poi disse: Lasso! potrei pigliare

In pazienza ciò che ora contate?

Ch’io ho tanto servito, e lo vo’fare;

Et ad uno altro vedrò possedere                                          395

Ciò ch’io ho guadagnato, sanza errare,

In ben servendo, e non lo potrò avere?

Del mio salaro sarò mal contento,

ben avrò cagion di mi dolere,

Che un altro lo goda a piacimento.                             400

Disse il dormente: Tu sara’ingannato,

Fara’ne sperienza e sperimento.

Tal piacere in amor molt’ha fallato:

Cotal si crede esser ben ricevuto,

E ben piacere e ben essere amato,                                      405

Che spesso gli è il contrario avenuto.

E quando intendi d’una e d’altra gente

Largamente ad ogni parte veduto

Lecito e’voglia quel gli è più piacente,

Di poi che il corpo solo v’è ’nbrigato.                                 410

E l’amante rispuose tostamente:

Amor io prego sol che mi sia dato,

Secondo ho meritato per ragione,

Nè che giammai non mi sia perdonato.

Se mai ver lei feci variazione;                                      415

Nè se di poi, che prima la pregai,

Che di mie voglia ell’ebbe cognizione.

Io priego Amor, po’tanto mi fidai

In lei , che non le dia peggio a pigliare,

Ma migliorar la faccia sempre mai.                                    420

Poi venne l’alba e finì ’l lor parlare

Non so sed e’si furno adormentati,

Credo di sì; e ciò ragion mi pare.

E io, ch’il terzo ero de’svegliati,

Dormii tanto alsì che fu gran giorno;                                  425

Quando ch’i’mi svegliai, eron levati.

Non so che di lor fussi, o ove andorno.

E io mi messi in cuor di recitare

Ciò ch’avian ditto, e che d’amor parlorno.

Fatto l’ho come l’ho saputo fare:                                  430

Se non è bene, iscusimi ignoranza,

E priego sia corretto il mio parlare,

Quant’io non ne ricolsi altra sustanza.

Finito una quistione di dua che parlavano d’amore, traslatata per me Charlo del Nero a Monpolieri di franzese in toschano l’anno 1471.

Note

___________________________

 

[1] Dotto letterato fiorentino vissuto nel secolo XVII (1610-1673). Si hanno molte opere di lui tra le quali non dee noverarsi il Commento ai Sonetti di Francesco Ruspoli.

[2] Indarno ho cercato il testo francese; basta che non sia La discussione d’amore; ms. di Margherita regina di Navarra, venduto or ora, con gli altri libri del defunto ellenista Ambrogio Firmin-Didot , per lire ventimila!.

[3] Il Cod. Palatino legge: Infra duo sonni in sulla mezza notte.

[4] Che la più gente: la maggior parte delle persone è andata a dormire

[5] Alla testa: Essere in angustia, coll’animo agitato, irrequieto.

[6] Che a un si consigliava; Prendeva consiglio, ma anche "confidava"

[7] Colcati: coricati

[8] E’non husava: non osava, non ardiva.

[9] cicalare del inutilmente del più e del meno.

[10] Alcun ce n’è. Ce intendi nel mondo (avv. di luogo), Dante: Onde i’temetti non tornarci mai.

[11] veglia

[12] Quando l’amor degli amici é pariglia. - Intendi: Quando due sono veri amici, si amano con lo stesso intenso amore, di pari amore.

[13] Dimenticare a quest’amor s’opposa - Intendi : Non si può dimenticare l’amor

[14] Così è in tre codici, ma il significato zoppica.

[15] danno

[16] non ti costa nulla

[17] il pensiero d'amore

[18] né ho desiderio di penare come fai tu

[19] gaudio

[20] sguardo amoroso

[21] caricato, schiacciato per spegnere la fiamma dell'amore

[22] orgoglioso, indocile

[23] diminuisce

[24] e ne sembra l'opera (della natura

[25] nè ciò ragion mi pare: nè mi pare cosa ragionevole

[26] sometre: sottomettere (lo stesso vale per metre e rimetre).

[27] dal francese  franchise, libertà, (immunità)

[28] dangiero: danno, pericolo francesismo)

[29] non disperarti

[30] ragione = Giustizia

[31] resta indifferente

[32] così nel testo: potrebbe essere : vuol ?

[33] ricompensa

[34] chi non ha questa volontà

[35] né desidero fare la stessa cosa con un'altra donna

[36] ha il mio cuore in suo possesso

[37] il mio giudice e la mia controparte

[38] persona alla quale si deve tutto il rispetto incondizionatamente, come a un giudice (vv. 301 e 318)

[39] venir meno

[40] iscresce e ’nfosca: scema e svanisce

[41] francescismo: imboscata, agguato

 

 

 

Indice Biblioteca Progetto Cantari e serventesi

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2007