Ghigo Brunelleschi?

GETA E BIRRIA

1672-1750

Edizione di riferimento:

Geta e Birria, Novella riprodotta da un’antica stampa e riscontrata co’ testi a penna da C. Arlia, Presso l’Editore Gaetano Romagnoli, Bologna 1879. Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati, Stabilimento Tipografico Successori Monti.

 

A Francesco Zambrini

Onore delle lettere italiane

Questo lavoro offre riverente

G. Arlia

PREFAZIONE

Una delle Commedie di Plauto è Anfitrione, il cui argomento è questo qui. Anfitrione, nato in Argo, fu messo a capo dell’esercito spedito da’ Tebani a far guerra a’ Teleboi. Egli parte conducendo seco il servo Sosia, il numero uno dei poltroni, e lascia in Tebe sua moglie Almena incinta. Giove s’ innamora di costei; prende le sembianze di Anfitrione, e con Mercurio, che assume la figura di Sosia, si presenta ad Almena. Figurarsi con qual cuore costei accoglie lo sposo, tanto più che gli sente raccontare le battaglie e i fatti d’armi, da’ quali era sempre uscito vittorioso. Ma ecco che l’esercito Tebano torna davvero, e Anfitrione manda innanzi Sosia a darne l’annunzio alla moglie. Costui va, e trova quell’altro Sosia (Mercurio) a guardia della casa; il quale lo scaccia via come un birbone, dicendo che Anfitrione è già in casa, e che lui è Sosia. Il vero Sosia rimase di stucco: domandò i contrassegni di Sosia, e quegli glieli dette tali quali; dunque egli non era più lui, e va via vaggellando con la mente. Incontra Anfitrione, e gli dice come stanno le cose. Anfitrione corre a casa; rimprovera la moglie di violata fede coniugale, perchè in casa e’ era un ganzo quando Sosia fu respinto. Almena giura e spergiura che allora non c’era stato altri che Anfitrione; il quale in tanto arruffio si confonde, e si dà al disperato. Fra questo tempo Almena entra soprapparto, ed ecco che si sente rumoreggiare un tuono grandissimo, e che è che non è, senza un gemito, senza un lamento, scodella una coppia di bei maschi. Allora Anfitrione non sa che pesci si pigliare; e’ vuol ricorrere agli auguri per sapere per filo e per segno ogni cosa; ma Giove si mostra al fortunato babbo, e gli dice senza tanti complimenti: « Sta tranquillo: eccomi in tuo ajuto, o Anfitrione: non c’ è nulla da temere; lascia in pace gl’indovini e gli arusipici tutti: io che son Giove ti dirò molto meglio di loro ciò che è avvenuto, e ciò che avverrà. Prima di tutto dico, che io ebbi che fare con Almena , e ella rimase incinta di me. Di te pure rimase incinta quando andasti alla guerra: ed ora a un sol colpo ha partorito due figliuoli, l’un d’essi, quello ch’è sangue mio, ti renderà sempre glorioso con le sue opere. Intanto ritorna in pace con la moglie: ella non ha colpa nessuna; fu costretta da me: io ritorno in cielo. » Anfitrione, vittorioso dei nemici, pensato che alloro più alloro meno non guastava la sua corona, rassegnato rispose: « Farò la tua volontà, e ti prego a mantenere la promessa [1] »: e lieto e contento come una pasqua se n’andò alla moglie.

Ho voluto esporre l’argomento della Commedia Plautina, affinchè chi legge questa novella vegga quanto essa sia diversa e nelle persone e negli incidenti. Altri osservò che non da Plauto era stato tolto l’argomento, ma invece da un Carme elegiaco latino del secolo XII, intitolato Geta , ovvero Carmen de Amphitryone, et Alcmena, attribuito a Vital de Blois [2]; anzi, che la novella non è altro se non una parafrasi molto allargata del carme; l’argomento del quale è questo: [3]  

Azzecorum studia nimiumque diuque sequutus

Amphitruon aberat, et sibi Geta comes.

Intrat in Alcmenam fleto Saturnius ore,

Cui Comes Arcas erat: credidit esse virum.

Geta redit tamdem praemissus ab Amphitruone;

Arcadis ille dolis se putat esse nihil.

Se dolet esse nihil, et ab Arcade lusus abilat:

Visa refert Domino: vir dolet: arma parant.

Laetus abit socio Pater Archade; quaeritur illis

Moechus: abest: gaudenti; lis cadit, ira tepet.

E poi:

Carmina composuit voluitque placere Poeta :

Fallitur, hoc studio carmina nulla placent etc.

L’osservazione veramente non è punto infondata; per altro non si può negare che lo scrittore del Carme, dal Mai reputato de’ tempi cristiani, attinse l’argomento, o almanco la prima idea dalla Commedia Plautina: sicchè il primo inventore della favola è sempre Marco Accio Plauto.

Ma chi compose la novella? Qui entro in una selva selvaggia, dove corro il pericolo di perdere la tramontana, tanto la è intrigata; pure cercherò alla meglio di andare avanti, e chiarire ogni cosa. Dico però, che io non intendo di dare una sentenza, ma via via esporrò, quando me ne viene il bello, la mia opinione.

La novella c’è chi l’attribuì a Mess. Giovanni Boccacci, chi per gran parte a Ghigo (Federigo) di Ottaviano Brunelleschi, o a Pippo (Filippo) di ser Brunellesco: e per l’altra all’Acquettino, e a ser Domenico da Prato. Passiamo a rassegna Codici e Bibliografie.

Il sig. cav. G. B. Passano nel suo libro Novellieri Italiani in Poesia registra questa novella, e aggiunge: « Coloro che tengono per il Boccaccio, primo de’ quali è il Marcheselli, s’appoggiano ad un passo dell’Amorosa Visione, ai ricordi fatti su’ Codici ne’ quali è trascritta la novella, ed alla stanza da me riportata citando l’ediz. 2.a. » La stanza è questa:

Incliti e venerandi cittadini

Miser Zuane Bocazo, huom luminoso

Infra li altri poeti fiorentini

Quest’opera compose il viro famoso,

Volgarezzando diversi lattini

Con laiuto dappollo glorioso

Et io Lorenzo Amalagiso frate

Stampir lo fatto per che piacer nabiate.

Che a frate Lorenzo ( il quale sembra essere stato del Veneto ) facendo stampare la 2.a edizione della Novella (il che sarebbe stato sul finire del secolo XV [4]), senza guardarla tanto per la sottile, piacque appiopparla al Boccaccio, altrimenti ciò non potè essere, se non che raccolse la voce allora corrente, che al gran Novelliere l’attribuiva ; perocchè nè la prima stampa aveva il nome dell’Autore, nè i Codici gliene davano documento; anzi tutto il contrario. Come sorse la voce, che faceva il Certaldese autore del Geta ce lo dice il Salvini. Egli, in testa al Cod. Ricc. 2281, p. 18, scrisse: « Birria e Geta, » e nel margine: « Di Ghigo d’Attaviano Brunelleschi, G. B., e dell’Acquettino da Prato. Dal G. B. fu stimato essere Giovanni Boccacci. »

E il Crescimbeni addusse la ragione di tale opinione scrivendo così: «l’eruditissimo Antonio Maria Salvini ecc. in una lettera a Monsignor Marcello Severoli intorno a quest’opera, mostra di credere ch’ella non sia altramenti del Boccaccio, ancorchè egli ne abbia una copia scritta a penna colla seguente nota in principio: « Liber Giete et Birrie traductus de latino in Vulgare per Dominum Iohannem Bocchaccium Poetam Florentinum », e colla seguente altra nel fine: « Qui finisce el Gieta, e ‘l Birria tradutto di Latino in Vulgare per Messere Iohannio Boccacci Poeta Fiorentino, e scripto per me Piero di Bartholomeo Ghaleotti da Pescia Notayo Fiorentino per mio uso a dì XXX di Dicembre MCCCCLXIII; e stima piuttosto che sia di Ghigo Brunelleschi in parte, e in altra parte di Domenico da Prato, autori più antichi del Boccaccio; ovvero di Giovanni Acquettini autor più moderno; imperocchè quanto a’ primi egli afferma aver veduto in un testo a penna  appresso il Cav. Cesare del Priore Senat. Ricasoli [5] dopo l’ottava Gieta ubidisce, e l’armi tosto piglia, la nota che siegue: Insino a qui tradusse e misse in rima il nobile Ghigo d’Attaviano Brunelleschi, e di qui  insino alla fine tradusse e misse in rima il sapiente huomo ser Domenicho del Maestro Andrea da Prato, de’ quali le loro figure fieno disegnate qui da piè...» e che l’occasione dello sbaglio dal nome Ghigo Brunelleschi a quello di Giovanni Boccaccio pensa poter essere nata dall’uso di scriver talora i nomi degli autori colle sole prime lettere, che allora era molto frequente, avendo egli in una copia (Aggiungi, per chiarezza: di un’opera, o libro) di que’ tempi, che l’Autore era noto, trovato appunto il di lui nome abbreviato così B. G., la quale abbreviatura il trascrittore, facendo ad indovinare, spiegò per Giovanni Boccaccio.» [6] Il Manni confermò questa opinione scrivendo: «Anche un poema di Ghigo Brunelleschi per tali accorciamenti (delle lettere G. B.) si crede che venisse giudicato essere di Giovanni Boccaccio. » [7]

Dunque l’interpretazione di una sigla fu l’argomento per il quale il Boccaccio fu reputato l’autore del Geta, Ma chi non sa che nelle interpretazioni spesso e volentieri la fantasia corre e corre a briglia sciolta? Ma io credo che la voce un certo fondamento pur l’avesse, ed era questo, che la novella così nel Cod. Riccard. di n. 2259 segue al Ninfale Fiesolano, come nel Cod. Magliab. II, 38 (già Strozziano) è immediatamente dopo Il Corbaccio ecc.; e come nell’uno l’amanuense scrisse il Ninfale e il Geta; così nell’altro una mano stessa trascrisse il Corbaccio e il Geta; onde il Geta fu ricevuto come componimento di M. Giovanni. Di più notai, che al ms. Strozziano fu fatta con un foglio una coperta, sulla quale il figliuolo del Senatore Strozzi scrisse il titolo delle tre opere, e appose il nome di Giovanni Boccacci perchè, come pare, in que’ tempi n’era creduto l’autore. Così spesso si formano gli errati giudizj!

Alcuno però potrà osservare, che il Salvini, non assegnando altra più plausibile ragione, non avrebbe dovuto giudicar falsa o errata l’indicazione dell’autore data dal Codice da lui posseduto, e vera quella del Cod. del Ricasoli, e, secondo me, l’osservazione torna; piuttosto era da dire che quel ms. non essendo l’autografo, ovvero tale da tenerne il luogo, era miglior consiglio starsene a’ parecchi testi a penna, i i quali hanno il nome di Ghigo.

Andiamocene ora all’altro argomento, per il quale la novella fu attribuita al Boccaccio, vo’ dire a quello di averne egli fatto cenno in un passo dell’Amorosa Visione. È vero: nel canto XVIII Messer Giovanni scrisse così: [8]

Vedeasi appresso quivi la beltate

In altra istoria, che venia d’Algmena

Di gratie ornata, e piena d’onestate,

In suoi sembianti gioconda e serena

Con Giove trasformato nel marito

Tre notti in una in dolce gaudio mena.

Tutto vedeasi poscia sbigottito

Anche il suo servo Cetta, e doloroso

Ch’un altro Cetta in casa havea sentito,

Appresso v’era Birria neghittoso

Caricato di libri a picciol passo

Con viso ribbuffato, e dispettoso,

Senza alcun ben dicendo, ohimè lasso

Quando sarà ch’io posi questo peso,

Che sì m’affolla? e pur porrollo a basso.

In ver’ il ciel veggio poi ch’ebbe preso

Giove il diletto, che di lei li piacque,

Pregna lasciarla su al salir inteso.

Del cui piacer il forte Ercol ne nacque.

Sì, signore: questo è un sunto fedele della novella, ma che per ciò si può conchiudere che il Boccaccio ne fu l’autore? E da quando in qua il far cenno di un fatto, di una narrazione, che è in un libro anonimo, importa che questo si debba riputare d’essere stato composto da colui che fa il cenno o sunto se non v’è alcun indizio? Messer Giovanni nell’Amorosa Visione fa pur cenno delle altre « Storie delle trasformazioni di Giove », e ragion voleva che accennasse anche questa di Anfitrione; e però che si dee dire che egli scrisse il poemetto? Benedetta logica! Congettura più probabile a me pare che sarebbe stata quella, che il Boccaccio si sia servito del carme elegiaco del secolo XII nel descrivere questa trasformazione di Giove. Io credo quindi che si possa conchiudere, che gli addotti argomenti non valgono a far tenere per certo che il gran Novellatore scrisse il Geta.

Passiamo ora a vedere la parte che v’ebbero l’Acquettini da Prato, Ghigo Brunelleschi, Pippo di ser Brunellesco Lippi, e il loro continuatore. Quanto all’Acquettini, sebbene l’ab. Salvini e il can. Crescimbeni da prima sostenessero, che vi avesse avuto anche egli parte; poi il Canonico nel Vol. II de’ suoi Comentarj corresse quello che aveva detto nel Vol. I, scrivendo che l’Acquettino « non v’ebbe parte. » Veramente in nessuno de’ parecchi Codd. da me riscontrati si fa menzione di lui. D’onde l’Abate ebbe la notizia non accennò; e senza testimonianza come si fa a credergli? Dunque l’Acquettini rimane fuori: forse copiò parte della novella, e fin là dove copiò, scrisse il suo nome.

Veniamocene agli altri. Premetto che alcuni hanno confuso Ghigo e Pippo come se fossero la stessa persona [9], o della stessa famiglia; male, che l’un nome è accorciatura di Federigo, e l’altro accorciatura di Filippo; quegli fu della nobile famiglia de’ Brunelleschi; questi della famiglia de’ Lippi. Attribuiscono la novella a Ghigo i Codd. Riccardiani 2281 (ma l’annotazione è di mano dell’ab. Salvini) e 2839 (ma anche qui l’annotazione è moderna) e 2825; de’ Laurenziani quello di n. 28 plut. 42; de’ Magliabechiani, e de’ due della comunale di Siena nessuno. – L’ attribuisce a Pippo il Ricc. 2259; ed il Magliab. II. 38 lo dà come lavoro di un Brunellesco, e di Pippo. Anzi è pregio dell’opera fermarci un po’ su questo Codice de’ primi anni della 2.a metà del secolo XV, e recare la dichiarazione apposta in principio della novella, perchè se non ci darà il bandolo in questa arruffata matassa, forse ci offrirà argomento a qualche probabile congettura. In cima al Cod., adunque, leggesi , in rosso, così: X addi 22 d’aprile 1454 comincia a scrivere — Qui comincia Ilibro del Birria et del Gieta messo in nasstanze per . . (sic) . . . . Brunelleschi Il forte, et tiensi che Filippo di ser Brunellesco anche fosse in chompagnia del detto . . (sic) . . .  ma rimanendo imperfetto si dicie che ser Domenico da Prato famoso dicitore v’ aggiunse . . (sic) . . ciò è l’ultime. Questa annotazione dell’amanuense Michele ( com’è notato nella notizia premessa al Cod.) fa sorgere il dubbio, che la novella, fissato l’argomento, fosse poi distesa da due; dal Brunellesco, di cui l’amanuense lasciò in bianco il nome, o perchè nol sapeva, o perchè nol ricordava, ma cita per il nomignolo, e da Pippo di ser Brunellosco. Se non che, dopo la stanza 161, egli scrisse: Nota che l’onventore di quest’opera non procedette più oltre, non so la cagione, o egli andò fuori di Fiorenza, forse morì. Fecene come si vede stanze 161. Di poi si dicie che ser Domenico da Prato notajo et valente huomo agiunse queste 24 stanze che qui seguiteranno. Se prima Michele annotò, che furono due coloro che avevano Il libro del Birria e del Gieta messo in istanze; o come mai poi dice « l’onventore »? Dunque non due, ma uno fu il verseggiatore. E chi de’ duo: l’ignoto Brunellesco, o Pippo? Non so quale scrittore propende per costui, da che egli con una brigata di begli umori, tra’ quali erano Tommaso Pecori, Donatello, ed altri artisti, ordì quella solenne e notissima burla a Manetto Ammannatini, lavorator di tarsie, detto il Grasso legnaiolo, al quale fu fatto credere ch’ e’ fosse diventato un cotal Matteo, mettendo così in opera (dice il citato Autore) quello che era accaduto al Geta, che dubitò di non esser più lui, quando, ito a casa e picchiato, sentì scacciarsi come un farabutto, perchè Anfitrione era in camera con la moglie, e perchè non era lui il Geta, ma sì quello che stava dentro. L’argomentazione, in verità, non mi pare che quadri di molto; perocchè l’avere il Brunellesco ordita la burla non importa che egli abbia dovuto verseggiare, prima, o poi la novella: poteva averla letta, o pure letto sentito parlare della Commedia di Plauto, e di quella notizia servirsi per architettare la burla. Vuolsi anche notare, che se egli lasciò nome di grande architetto, e la cupola di S. Maria del Fiore informi, non si ha però notizia che pizzicasse di letterato, o di poeta. Il Vasari narra che il suo babbo « con ogni accuratezza gl’insegnò nella sua puerizia i primi principii delle lettere, nelle quali si mostrava tanto ingegnoso e di spirito elevato, che teneva spesso sospeso il cervello, quasi che in quella non curasse venir molto perfetto [10]; » e poi non aggiunge altro, sebbene faccia menzione della burla. Non è neppure annoverato tra gli scrittori fiorentini. Non dico che la novella sia un capolavoro; tutt’altro: ma neppure è, come sentenziò il Crescimbeni, un poema « assai scipito e dozzinale [11] ». Certe locuzioni e voci un po’ libere, sfido io a non dar nel naso al Custode dell’Arcadia. Io invece dico, che la novella, non poema, sebbene non manchi di garbatezza e di lepore ( il Mai: elegans ac festiva est ), pure tra le sue parti v’ è tale ineguaglianza di stile, di grazia, e di spontaneità, che, a parer mio, come da argomento a giudicare di non essere opera di un solo, e molto meno del Boccaccio; così fa giustamente sospettare, come di sopra ho accennato, che essa altro non sia se non il Carme elegiaco Il Birria in gran parte volgarizzato e ampliato da una brigata di amici, rimasto interrotto, e compito poi da un altro.

Il cav. Passano scrisse che « nelle genealogie della famiglia Brunelleschi non si fa menzione alcuna di Ghigo d’Ottaviano »; sicchè vuol dare a credere che Ghigo non visse mai in questo mondo. È egli vero? A c. 37 del Protocollo dell’ anno 1371 del Notajo ser Niccolò di ser Piero Mazzetti da Sesto [12] vi ha un rogito, del 27 aprile, con cui Ottaviano, morendo, diè facoltà a Ghigo di adire i Tribunali, e, giustificando di avere compiuto i 18 anni essere esente dalla tutela.

Onde sappiamo che Ghigo fu della nobile famiglia de’ Brunelleschi; che fu figliuolo di Ottaviano di Tuccio; che visse nella seconda metà del secolo XIV, e forse anche ne’ primi anni del secolo seguente; che ebbe quattro germani; e che di lui altro lavoro letterario finora non si conosce se non questa novella, per la quale il Crescimbeni e l’Argelati non dubitarono di dargli posto tra i primi volgarizzatori [13]. Vuolsi però notare che il P. Negri nella Istoria de’ Fiorentini scrittori non registrò il nome di Ghigo Brunelleschi, e neppur quello di Filippo; e il Salvini, che abbondanti annotazioni appose all’opera, nè meno di loro fece motto: e pure egli avea sentenziato, che la sigla G. B. dovesse intendersi « Ghigo Brunelleschi! »

Discorso « dell’ inventore » della novella, fermiamoci un po’ sul nome di colui che la continuò. Si crede forse che questi almanco sia certo? Ohimè, nè pur questo! Il Com. C. Guasti accennò il dubbio se « Domenico del Maestro Marco da Prato fu veramente diverso da Domenico del Maestro Andrea», giudicando errato il nome di Bartolomeo da Prato, che si legge nel Cod. Laurenziano di n° 43. pl. 40 [14]. Ma non solo in questo Codice è mentovato tal nome, sì bene anche nel Riccardiano di n.° 2259: del quale, come degli altri Codd. e Riccard. e Magliabech. sembra che il compilatore della Bibliografia non avesse allora notizia, perchè citò solamente i tre Laurenziani. Comunque sia, la maggior parte di questi Codd. e le stampe hanno il nome di « ser Domenico da Prato, notajo, valente huomo, et famoso dicitore. »

Il cav. Passano espresse il parere di essere inverisimile che, come pensò il Quadrio, il poemetto abbia potuto essere cominciato nel secolo XIII e finito nel secolo XV con tanta somiglianza di stile e di locuzione [15]. La « tanta somiglianza di stile e locuzione » mi pare che non ci sia, come dietro ho detto, e il lettore potrà accertarsene leggendo la novella. Per altro o che autore volgarizzatore ne sia stato Ghigo Brunelleschi ( n. 1358 - v. 1378), Filippo di ser Brunellesco di Lippo Lapi ( n. 1377, m. 1446 ), o tutti e due in compagnia di altri; certo è che la fu scritta sul finire del secolo XIV, e “continuata nella prima metà del secolo seguente” come notò il Bandini [16], e come appare e dal Riccard. di n.° 2281 e dalla data apposta in testa al Cod. Magliab. di n. 38 (del 22 aprile 1454); e di più doveva esser tanto nota in quel tempo, che anche il Bambino, Poeta Aretino, la rammenta riferendone un verso:

Non stette mai Cieta in tanto dubbio

Sì l’era dess’ o diventato zero. [17]

Come c’entra dunque il secolo XIII? Dov’ è questo grande spazio di tempo di un segolo e più, se coloro, a’ quali è attribuita, vissero tutti tra la seconda metà del secolo XIV e la prima metà del secolo seguente?

Essa fu impresa più volte, e il Brunet e il Passano ne registrano le seguenti edizioni:

1.° El libro del Birria e del Gieta. Senz’alcuna nota; in 4.° di c. 32 di tre ottave per ogni fac., in caratteri rotondi, senza num. o richiami, ma con segnatura. Il libretto incomincia con questo verso: (c)haro signor per cui la vita mia, e in fine si legge: Finisce ellibro del Birria e del Gieta compo[sto in rima da Filippo Brunelleschi e da Ser] Domenico da Prato, Laus Deo] Amen, Il Bandini [18] annotò prodiit primum Florentiae ante annum MD; mentre il Fossi [19] la credè stampata nella tipografia di S. Jacopo di Ripoli nel 1483: in certo modo le due notizie riscontrano fra loro.

2.° Incomincia el libro chiamato Geta et Birria, senz’alcuna nota; in fol. c. 12 a 2 col. il testo comincia subito dopo il titolo, alla c. 11 e finisce al verso della c. Bvi con la stanza: Incliti e venerandi cittadini ecc. Ediz. procurata in sul finire del sec. XV.

3.° Geta et birria. Senz’ alcuna nota, in 4.°, c. 12, a 2 col. di 36 righe per ogni facciata, in caratteri gotici, con segnatura a-b ecc. l’ediz. sembra fatta sul finire del serolo XV.

4.° Geta e birrio. Novella tracia dall’Amfitrione di Plauto. Senza alcuna nota, e probabilmente fatta in Firenze al principio del sec. XVI.

5.° La stessa. In Venezia per Gio. Antonio e Fratelli di Sabbio, 1516 in 8.° - Ed. cit. dal Mazzuchelli [20].

La presente edizione è condotta sopra un esemplare della 3a impressione, il quale or si possiede dall’eg. bibliog. sig. Conte Manzoni. Però il testo di questo esemplare è stato da me diligentemente collazionato co’ Codd. Laurenz. 28. plut. 42, del secolo XIV; 43 plut., 40, del principio del sec. XV, e 103, plut. IX, del sec. XV; co’ Magliabech. II, 38, della seconda metà del sec. XV; II, 39, del sec. XV; e VII, 1062, del sec. XVI circa; co’ Riccardiani di 1591, 1592, 2254, 2259 [21] e 2825, tutti del sec. XV, e 2281 del sec. XIV, e co’ due della Biblioteca Comunale di Siena, segnati l’uno I, VII, 35, della fine del secolo XV, e l’altro L, VI, 30, della metà del sec. XV.

Di non poche delle varianti di tutti questi Codd. mi sono giovato là dove la stampa era scorretta, ovvero là dove mi è parso che accrescesse venustà e pregio al testo, però ho segnato i luoghi dove ho corretto o mutato, affinchè il lettore possa giudicare se io abbia fatto bene o male. Altre varianti non ho stimato necessario riportare, siccome ora corre l’uso, perocchè io credo che nel riscontrare differenti testi a penna bisogna seguir la regola posta dal Salviati: « a niuno di loro si va dietro del tutto; ma di ciascuno, si prende il buono, e nel non buono si abbandona. » [22] Una mutazione ho fatto al testo, ed è stata quella di aver diviso il racconto in VI parti, ma non l’ho fatta di mio arbitrio, sì bene con l’autorità de’ Magliab. 39 e 1062, perchè tra la stanza 33 e la seguente fu lasciato uno spazio maggiore di quello che è tra un’ottava e l’altra, nel 1.° verso dell’ottava 34 è uno spazio per farvi una lettera iniziale a disegno e miniata; il che si osserva anche in principio delle stanze 60, 95, 146, e 170. Ma vie più mi decisi a così fare osservando specialmente il Magliab. di n.° 39. Ivi, Unita la stanza 33, ò scritto in rosso: Sechonda parte – Torna allo Idio dell’amore, e segue la stanza 34 « Non sare’ stato quel ch’i’ vi promissi ». Dopo la stanza 59 è pure scritto in rosso, ma senza esservi segnato il numero della parte, « Volendo lo autore seghuire questa prima (sic) parte, torna alla donna sua; e continua la stanza » Tempo mi par che ecc. Finita la stanza 95 è scritto, senza num. di parte: Torna alla materia ecc. Mi sarò bene apposto? Anche gli altri due Magliab. hanno a’ posti accennati un segno di divisione in parti o canti; quello, cioè, di essere fuori rigo l’iniziale della prima stanza. In secondo luogo ho tolto nel mio testo tutto quello che è puro accidente di pronunzia, come l’h in charo, chasa ecc.; il t per z ; ph per f, ecc.

In fine vo’ prevenire una osservazione. Nella versione della Commedia di Plauto l’eg. prof. Rigutini conservò tale quale, come sono nel testo, i nomi di Amfitrione e Alcmena; il Boccaccio scrisse Algmena: o perchè qui nella novella è messo Anfitrione e Almena? Potrei dire a mia difesa: così è nel testo, e lì. Ma voglio aggiungere il perchè: Coloro che volgarizzarono e parafrasarono questa novella sentivano quanto era duro a pronunziare le due consonanti mf di Amfitrione, e peggio che peggio le tre lcm di Alcmena, e vollero, secondo l’indole della lingua nostra, addolcirle, mutando l’m in n nella prima, e togliendone il c nell’altra; onde fecero Anfitrione e Almena. Il Boccaccio sentì quest’asprezza, e mutò il c in g, alquanto più dolce. Oggi poi la cosa sarebbe ben diversa: quanto più aspre, e barbare sono le parole, tanto più sono accolte e gradite, e con una certa compiacenza pronunziate. E qui fo punto, e basta.

Firenze – 1879

C. Arlìa.

APPENDICE 1

Credo utile riportare qui un frammento del poemetto del Cod. Vaticano, secondo la stampa del Mai, anche per differenzia alquanto dal Riccardiano.

DE AMPHITRYONE ET ALCMENA

ARGUMENTUM

Graecorum studia nimiumque diuque seculus

Amphitryon aberat, et sibi Geta comes.

Ardet in Alcmenam Acto Saturnius ore,

Qui Comes Arcas erat. Credidit esse virum.

Geta redit tandem praemissus ab Amphitryone,

Archadis ille dolis se putat esse nihil.

Se dolet esse nihil, et ab Arcade lusus abibat,

Visa refert domino; vir dolet; quaeritur illis

Moechus, abest, gaudent, lis cadit, ira repet.

PROLOGUS

Carmina composuit voluitque poeta videri:

Fallitur, hoc studio, carmina nulla placent.

Carmina nulla placent, quaeruntur seria cunctis

Quemlibet immodicus alligat aeris amor.

Vincit amor census, et nummis carmina cedunt;

Multa licet sapias, re sine nullus eris.

Si quem scripta iuvant, scriptis tamen invidet ille,

Et laudans veteres nescit amare novos.

Utilius tacuisse foret quum scribere versus,

Scriptor enim pretio, scripta que laude carent.

Quem iuvat iste labor, soli sibi scriptitet ille,

Et sibi pulcer eat, et sua solus amet.

POEMA

Ardet in Alcmenam Saturnius atque beatum

Amphitryona probans, se dolet esse Iovem.

Et quid, ait, superum coetus Iove patre superbit?

Nam superum pater est Amphitryone minor.

Exiesat patri Caducifer obvius, ibat

Nuntius, optato Iuppiter inquit ades.

Uror in Alcmenam, nec eam tamen uro, sed utar

Tempore, sponsus abest, utar et ipse loco,

Iuppiter Alcmenae studeat thalamis, vir Athenis

Philosophetur, amet Iuppiter, ille legat.

Disputet Amphitryon, et fallat Iuppiter; artes

Hic colat, Alcmenam Iuppiter ipse suam.

Iam parat hic reditus: ergo, precor, indue Getam.

Induet ipse tuus Amphitryona pater.

Sostinuere dii mortales sumere formas,

Fit pater Amphitryon, Getaque natus erat.

 

Continua fino a 358 v.

APPENDICE II.

Dal Protocollo del Notaro Ser Nicolò di Ser Pietro Mazzetti di Sesto, a. c. 37, che si conserva nel Pubb. Arch. de’ Contratti in Firenze.

Filiorum Octaviani de Brunelleschis Tutela

In Dei nomine amen – Anno Domini ab ejus incarnatione millesimo trecentesimo septuagesimo primo, jnditione nona, die vigesimo octavo mensis aprilis.

Actum Florentie in populo Sancti Lei, presentibus Nepo domini Pauli populi sancte Marie majoris et ser Guelfo etc. Manetti notario florentino et aliis testibus ad haec vocatis et rogatis ecc.

Constituti in praesentia sapientis et discreti viri domini Zanobi etc.

Nerii judicis fiorentini matriculati in arte et matricula artis judicum et notariorum Civitatis Florentiae

Bocchaccius domini Ottaviani de Brunelleschis populi sancti Lei de Florentia et Ghighus major annis decem octo et Tuccius et Brunellinus pupilli fratres et filii quondam Ottaviani Tucci de Brunelleschis populi sancti Lei de Florentia dixerunt et exposuerunt coram eo quod Ottavianus olim Tucci de Brunelleschis populi Sancti Lei de Fliorentia suam nuncupativum sine scriptis condidit testamentum, in quo in effectu sibi heredes instituit Ghighum Iacobum Iohannem Tuccium et Brunellinum filios suos equis portionibus. Tutores autem et curatores dictorum filiorum suorum maschulorum et feminarum esse voluit et reliquit dictum Ghighum filium suum et dominam Catherinam uxorem dicti Ottaviani testatoris. Et si contingat aliquem predictorum tutorum et curatorum decedere ante depositionem offitii tutele vel curatele, reliquit et esse voluit tutorem et curatorem dictorum suorum filiorum maschulorum et feminarum in locum primi decedentis, Bocchaccium domini Ottaviani de Brunelleschis de Florentia, ita tamen quod dictos Bocchaccius non possit aliquid gerere facere vel administrare aut vendere vel alienare aliqua bona dicti testatoris absque superviventibus ex dictis domina Catherina et Ghigho pro ut haec et alia plura ipsius instrumenti testamenti forma demonstrat. Et quod postea dictus Ottavianus mortuus est et decessit jam sunt septem anni et ultra; Et quod per tutorem attilianum solepniter et legitime datum dictis Jacobo Johanni Tuccio et Brunellino hereditas dicti Ottaviani solepniter et legitime adita fuit et adprehensa; Et quod postea dictis Ghigho et domine Catherine tutoribus testamentariis praedictis deacta fuit tutela dictorum Johannis Jacobi Tucci et Brunellini, et cujuslibet eorum et eisdem commissa fuit gestio et administratio personarum bonorum rerum et Jurium dictorum pupillorum et inventarium fecerunt, et alia fecerunt ad que de jure tenebantur et debebant; Et quod postea dicta domina Catherina mortua est et decessit jam sunt sex menses et ultra; Et quod admodo tutela testamentaria dictorum Tucci et Brunellini minorum septem annorum, et curatela dictorum Jacobi et Johannis majorum quattuordecim annis minorum decem otto defertur et delata est dicto Bocchaccio et Ghigho quare petierunt dicti Ghighus et Bocchaccius tutores predicti eidem Bocchaccio tutori relicto predicto decerni tutelam dictorum Tucci et Brunellini filiorum dicti olim Ottaviani pupillorum, et eidem Bocchaccio committi gestionem et administrationem personarum honorum rerum et jurium dictorum Tucci et Brunellini pupillorum. Cum hoc sit quod dictus Bocchaccius paratus sit etc. juro etc. Qui dictus Zanobius judex predictus auditis etc. et intellectis petitionibus et expositis predictis; Et visa forma juris statutorum et ordinamentorum Comunis Florentie, et omnibus visis et consideratis que in predictis et circha predicta videnda et consideranda fuerunt omni modo via jure quo et quibus magis et melius potuit eidem Bocchaccio presenti et volenti decrevit dictam tutelam sibique commisit gestionem et administrationem personarum honorum rerum et jurium dictorum Tucci et Brunellini, et cujusque ipsorum dummodo dictus Bocchaccius jure etc. Qui Bocchaccius tutor predictus proisit et solepni stipulatione et pacto convenit dictis Tuccio et Brunnellino et utrique ipsorum ac etiam dicto domino Zanobio judice et mihi Notario infrascripto et utrique minorum personarum publice recipientibus et stipulantibus predictis Tuccio et Bruneliino et quolibet ipsorum. Ac etiam juravit ad sancta Dei evangelia scripturis corporaliter manu tactis omnia et singula dictorum pupillorum et cuiusque ipsorum utilia facere etc, et rem ipsorum et cujusque ipsorum salvam fere ac etiam personas res bona et jura ipsorum salvare etc, et defensionem ipsorum suscipere; et de bonis rebus et juribus dictorum pupillorum et cujusque ipsorum inventarium facere etc, et debito tempore administrationis sue reddere rationem integram et plenariam cum integra restitutione reliquorum, et que reliquato nomine continentur secundum formam juris et omnia et singula facere circha personas res bona et jura etc sub poena dupli et insuper florenorum centum qua poena etc. pro quibus etc. obligavit etc. renuntiavit etc. per guarantigiam etc.

Quibus omnibus etc. dictus dominus judex suam etc. et eidem coramisit gestionem etc.

Filiorum Ottamani curatela

Insuper eisdem anno inditione die et loco et coram testibus suprascriptis ut supra vocatis et rogatis, constituti in presentia sapientis et discreti viri domini Zanobii etc. ut supra in proximo preterito instrumento usque ad quare et tunc etc. Quare petierunt dicti Ghighus et Bocchaccius tutores et curatores predicti eisdem Bocchaccio et Ghigho curatoribus predictis decerni dictam curam dictorum Jacobi et Johannis adultorum ipsisque committi gestionem ed administrationem personarum bonorum rerum et jurium dictorum Jacobi et Johannis adultorum. Cum hoc sit quod dicti Bocchaccius et Ghighus parati sint et paratos offerant jurare etc. Qui dominus Zanobius judex predictus, audita petitione et expositione predicta, et visa forma juris statutorum et ordinamentorum comunis Florentie, et omnibus visis et consideratis que in predictis et circha predicta videnda et consideranda fuerunt, eisdem Bocchaccio et Ghigho presentibus et petentibus decrevit coram dictorum Jacobi et Johannis adultorum, sibique Bocchaccio et Ghigho commisit gestionem et administrationem personarum bonorum rerum et jurium dictorum adultorum, et cujusque ipsorum secundum formam testamenti predicti, dummodo dictus Bocchaccius juret promictat inventarium faciat etc. Qui Bocchaccius et Ghighus curatores predicti promiserunt etc. omnia et singula dictorum addultorum et cujusque ipsorum utilia facere et inutilia pretermictere etc. Et de benis etc, et debito tempore administrationis sue reddere rationem cum integra restitutione reliquorum etc. et omnia facere etc, sub poena dupli etc, obligans etc, renunptians etc, per guarantigiam etc. Quibus omnibus etc, dictus dominusjudex suam etc, et eidem commisit gestionem etc,

Appendice III

Ecco un alberello della famiglia Brunelleschi; del qual

sono grato all’erudito sig. G. Gargani, mio carissimo amico

Tuccio ( 1352)

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Jacopo 1352                                                                                     Ottaviano

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           Isabella                                            Ghigo   Jacopo   Giovanni   Tuccio   Brunellino

Durante Giandonati                            n.   1353      1371         1371          1371          1371

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Leggi il poemetto: GETA E BIRRIA

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Ultimo aggiornamento: 14 gennaio 2010