Anonimo

LA FABULA

DEL PISTELLO DA L’AGLIATA

Tratta da un'antica stampa

Edizione di riferimento:

La fabula del pistello da l'agliata, Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1878, Ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna 1968

UN PO’ DI PREFAZIONE

Questo libretto si compone di due cose: una rarità bibliografica, e una versione poetica, fatta nel secolo XV, finora inedita. Darò di tutte e due alto alto qualche notizia.

La rarità bibliografica, che si conserva nella Biblioteca V. E. in Roma, è una novella o favola, di cui non è menzione ne’Cataloghi de’novellieri, e nè pure ne’Cataloghi generali de’libri, e specialmente di quelli che venner fuori ne’primi tempi che si cominciò a diffondere l’invenzione della stampa; perocchè questa novella è appunto di quel tempo a giudicarne da’suoi particolari. Essa componesi di sole quattro carte in 4.o. non numerate, con la segnatura A ii nella 2.a, senza richiami; in ciascuna faccia vi sono otto stanze divise a due colonne, salvo l’ultima che ne ha sette; in tutto 55 ottave. Il carattere è semigotico: nota di autore, o di luogo, o di anno non ce n’è ombra; in fine due chiavi incrociate è il marchio della carta. Nella 1.a pagina in cima vi è il titolo, in carattere semigotico grossetto, così: La Fabula del Pistello | da l’Agliata, sotto segue una figura, che qui dietro tale quale è riprodotta. È una donna (altri crede che sia una Sibilla, e forse così è che, stando ritta nel mezzo ai ben ornati stipiti di una porta, con la man sinistra solleva in alto e mostra un libro aperto nel mezzo, e posa il piè sinistro anche sur un libro, ma serrato. Nella man destra ha uno stilo, donde si parte uno svolazzo. che le gira a torno, ma in esso non c’è alcun motto. Vedremo più qua il significato della figura. Questo quanto alla parte esteriore: ora diciamo alcun che della favola.

Narra un giovine, che un giorno gli venne il pensiero di conoscere

.    .    .    .    .    .    .    .  se stanza

Se retrovava paese o counfìino,

Che de fortuna non fosse in possanza;

onde si pose in viaggio, e cammina cammina, finalmente giunse

Su un alto monto sotto ingenti faggi,

ove trovò una vecchiaccia. che coglieva erbe al lume della luna. A costei da prima dispiacque la venuta di lui, ma poi lasciò correre, e lo condusse seco giù in un profondo burrone, dov’era un antro, che le serviva di ricovero. Lì giunti, la vecchia fa un’evocazione. ed eccoti bell’e imbandito il desco con vivande d’ogni ragione; sicchè figurarsi se con tutto quel po’po’di ben Dio innanzi il giovine ne fosse, o no, contento, e poi vie più che, giacendo in letto,

Quivi la vecchia gli parve altramente.

Null’altro gli mancava in quel luogo, di cui fa una sfoggiata descrizione, se non un famiglio che lo servisse; e la maga lì pronta a contentarlo. Prende il pestello dallagliata [1], lo raffazzona di alquanti panni, gli pone in cima una zucca per capo, e poi la fa che, purchè egli dica «certe parole» , il pestello gli ubbidisca a bacchetta, come se fosse un perfetto cameriere. Ma tuttociò non finiva di contentare il giovine: e’desiderava di vedere la donna, e sebbene costei per molto tempo si fosse negata di contentarlo, alla fine, dàlli oggi dàlli domani, accondiscese, ma in parte, e gli raccontò il come e il perchè quivi ella si trovasse; quant’altro tempo vi dovesse ancor rimanere; e poi, poi sarebbero felici. Ma la soggiungeva, che se mai ella si lasciasse vedere da «uom vivo» , sarebbe lì per lì «conversa in serpe» . Onde conchiudeva: «bada, mio caro,

.    .    .    .    .    .    .   non te venga voglia

causar mia ni n’te, et la tua eterna doglia.

Ma sì, va’ed affrena l’umano desiderio! Difatti egli una cotte che ti fa? prende zitto zitto di nascosto un lume, mentre ella profondamente dormiva. e comincia a contemplarne le bellezze; ma il bel corpo di subito si trasforma in serpe e ratta se ne fugge per il mondo. rimanendo il giovane addolorato, che cerca indarno da per tutto la bella serpe, e piange «lo error grande in eterno» .

Il lettore avrà già capito che questa favola non è altro che un'allegoria, e lo stesso poeta ebbe cura di avvertirlo nell’ultima ottava: perocchè , servendosi de’ versi di Dante. scrisse:

O voi, che havete li argumenti sani,

guardati l’altra parte che s’asconde

sotto il velame delli versi strani ecc.

Anzi, finita l’ottava, appose finis, e sotto Philomatis furtum, locuzione che è la chiave dell’allegoria. Il furto dell’amico della scienza che altro egli è mai, se non il pensiero umano che si studia, e si strugge nell’indagare i riposti e segreti principj della scienza, e che quando egli è lì lì per alzarne il velo, colei come serpe, simbolo dell’eternità, sguizza e gli scappa via! Confermano ciò altri segni ancora.

Il libro, aperto nel mezzo, che mostra quella donna, o la Sibilla, là nel frontespizio, e l’altro serrato, che ha sotto il piede, non dànno a divedere che solamente per metà i segreti della scienza ci sono manifesti, e che il gran volume è sempre serrato, e gelosamente custodito? E il giovine che piange «lo error grande in eterno» , non ci rammenta che «qui quaerit scientiam, quaerit dolorem?» Mi sono apposto? Poi quanto al merito del componimento dico, che a me come a me pare ben condotta l’allegoria, e bella la versificazione; per altro la cosa è qui: il lettore giudichi.

Ora non mi resta altro a dire che poche cose sul modo che ho seguito nel trascrivere e stampare la novella. Ho conservato tale quale la forma ortografica del tempo, come argomento della sua antichità, salvo che ho diviso le parole, dove le erano l’una all’altra appiccicate. e sciolto il segno del con; ho posto gli accenti e gli apostrofi, dove occorrevano: ho curato la punteggiatura; pochissime note vi ho apposto, altrimenti avrei dovuto ripetere quello che valentissimi filologi hanno così bene esposto le tante volte. E basti.

Nel giugno del 1878.

C. ARLIA.

LA FABULA

DEL PISTELLO DA LA AGLIATA

1.

Io non posso narrar la mia sciagura,

che son per gioco alla fortuna dato:

però vengo a contarvi una ventura,

la qual sol' ebbi da poi che son nato:

habenchè la mia sorte adversa et dura

fruirla lungo tempo me ha vetato:

anzi pur tolta per più mia disgratia,

com’advien a chi il ciel non presta gratia.

2.

Guidato da lo adverso mio destino,

con van’pensier’sotto vana speranza,

soletto un giorno mi posi in camino

deliberato de provar se stanza

se retrovava paese o confino

che de fortuna non fusse in possanza:

essa, ver me crudel quanto è possible,

desidrar mi facea quel che è impossibile.

3.

E andai più dì per lochi aspri et selvaggi

senza mai ritrovar persona alcuna;

in fin, già havendo il sol tuffato e raggi

ne lo oceàno, et giunta notte bruna ,

su un alto monte sotto ingenti faggi

riccogliere herbe a lume della luna,

cantando horribil carmi in voce cruda.

trova’una vecchia scapigliata et nuda.

4.

Sì strana et contrafacta era costei,

gobba, sciancata, guerza, et tanta nera,

che al lume della luna io mi credei,

che ella fusse Thesiphone o Megera.

Dispiacque forte mia venuta a lei,

como poi dissi, et disdegnosa et fera

morte mi dava; se non che mia etate

giovine et fresca la mosse a pietate.

5.

Per qresto, poi che se fu rivestita,

a me ne venne, et con parlare humano

«Figlio, mi disse, la strada hai smarita,

giunto se’in loco periglioso et strano.»

Et finalmente a star seco m’invita

la nocte; io aceptai; quella la mano

mi porse, et fino alla habitazione

mi menò, che era supra un gran vallone.

6.

Un miglio et forse più scendemo a basso

per certa via diserta et dirupata

tanto, che ne lo inferno a Sathanasso

temei asser menato a quella fiata.

per chè il loco era d’ogni luce casso: [2]

la vecchia mi guidava, et dicea: «Guata:

qui un tronco giace; qui un sterpo dimora» .

pur tutta volta scapuzzavo [3] ancora.

7.

Nè in scopuloso mar spinta da’venti

secura andar pò ben guidata poppa:

l’hom, tra sterpi condotto a lumi spenti,

facil, fuggendo l’un nell’altro intoppa.

Se io dunque urtai fra tanti impedimenti,

la via, che io presi allhor, non si galoppa

et vàvisi anche sì difficilmente

pian pian, che al fondo arriva poca gente.

8.

Sciò [4] che io discesi a men che meza riva

dil balcio [5] ch' è men arto [6] et più accessibile

et vidi un antro, il qual pur non ardiva

considerar mia mente, tanto è horribile:

ove non scese mai persona viva,

credo; et se pur ad alcun fu possibile

investigar quel loco sì profondo,

rara de lui restò semente al mondo.

9.

A casa gimmo, e una lucerna ardeva

in un cantone, ove la vecchia andava,

qui primamente un coltello toglieva,

col quale un cerchio in terra disegnava;

dopo questo, un libretto, ch’ella haveva,

leggendo pianamente scongiurava;

io me ritrassi timido in un canto,

expectando che uscia de tale incanto.

10.

Io non vidi da chi, m’apparecchiare

un desco vidi, al qual sedevo appresso;

et dopo poco sopra esso portare

vidi bon pane et molto arrosto e allesso:

in fin nui ci assettassimo [7] a cenare,

de quel cibo magnai, nè cercai se esso

dal cielo, o da lo inferno era mandato:

ma egli era saporito et delicato.

11.

Nè vi mancorno fructa et vin perfecto.

Così, serviti da invisibil gente,

cenàmo, et dopo cena andàmo a lecto,

quivi la vecchia mi parve altramente.

Hor questa stanza mi piacque in effetto,

et delibrai, pur ch’ella se contenta,

non cercar altro, e seco remanere:

et ella hebbe de ciò summo a piacere.

12

Fra folti boschi et diropati monti

n’un fructuoso habenchè piccol piano,

qual rigan quattro ameni et chiari fonti

sita era una casetta, sopra un vano,

in fondo a cui non credo che dismonti,

senza voler divin, pensier humano;

questo è sì dolce et dilettoso loco,

che a ricontarlo ogni mio dir fia poco.

13.

Non è sì vaga primavera altrove,

nè sì feconda et più tepida estate; [8]

e alcuna volta lo autunno vi piove,

solo è manna et odor quel che vi cade;

qui non è verno, et se ’l sol se rimove,

seguendo il Scorpio, da quelle contrade,

virtute in sè han que’terrestri humori

de produr novi fructi, herbette et fiori.

14.

Odesi un dolce et continuo concento

pien d’harmonia de’festeggianti occelli:

il dolce mormorar di piccol vento

concorde è al corso de’chiari ruscelli;

ciascun de’quali scende lento lento

movendo assai lapilli et varii et belli;

nullo animal manca nel prato leto

piacevole ciascuno et mansueto.

15.

Nè in più giocondo et dilectoso loco

fu da suave zephiro portata

la bella Psiche, allhor che ’l proprio foco

sentì Cupido; né quando impiagata

trovossi Trivia da amore, et non poco,

in parte sì amorosa e tanto ornata,

vide dormir il caro Endimione,

che sia da por con questa a paragone.

16.

La casa è brutta, ne la entrata è oscura,

ma dentro larga luminosa et bella,

ornata intorno de varia pictura,

sì che facil non è cognoscer quella.

Ogni groppo vi è impresso, e ogni figura,

che exprimer possi mondana favella,

ma nel dissegno sì insieme s’intricano,

che a discernerlo invan molti faticano.

17.

Qui stei, credendo possèr con incanto

contrastare a fortuna, over che bando

havesse da quel loco; o che in tal canto

del mondo non valesse il suo comando:

nè potrei dir con qual piacere et quanto,

et cacciando, et pescando, et ugellando,

veste, dinari et ciò che richiedevo,

incontinenti da la vecchia havevo.

18.

E perchè senza famiglio non stessi,

pigliato haveva il pistel da l’agliata,

et certi panni intorno li havea messi,

e una zucca per capo fabricata:

et ordinommi poi che dir dovessi

certe parole, quando alcuna fiata

qualche servigio da lui bisognava,

et el faceva ciò ch’io comandava.

19.

Ma mestier era nel dir non errare,

como me accadde mandandol per acqua:

chè, non havendo mente [9] al mio parlare,

«va al fonte, dixi, et portame qui l’acqua» .

Ello andò tosto la secchia a pigliare,

e andòi, et riportolla piena d’acqua;

versciolla [10] in terra, et ritornò de fora,

et ritornò con de l’altr’acqua ancora.

20.

E come la primiera rovesciò,

et andò per ancora novamente, [11]

versciolla, et per dell’altra ritornò,

et rovesciolla in terra simulmente.

Io dicea: «Non portar più acqua mo:

questa è superchia» ; ma tutto niente

era; anzi sempre n’havrebbe portata,

fin che nel fonte mai ne fusse stata.

21.

Nè levarli la secchia pot’i’mai,

nè ritenerlo, tale era l’incanto:

in summa in tal fastidio me trovai,

che in tale a’giorni miei non fui nè in tanto.

Pure alla fin desperato pigliai

una secure [12], che stava in un canto,

et su la zucca tal colpo li dèi,

che fino in terra per mezzo il fendei.

22.

Ma non giovò; anzi peggio me advenne;

(Hor chi mi crederà che questo sia

il ver? com’è); quell’altra parte venne

ove un certo pajol era, et tolsel via;

quella ch’avea la secchia la ritenne,

et per acqua ne andar de compagnia.

Non me chiedeti, vedendo sto facto,

se io rimasi adirato et stupefacto.

23.

Pur li ero a dosso, et menavo l’accetta

facendo pezzi, ma e pezzi pigliavano

questo il boccale, quel la paroletta [13],

l’altro il laveggio, e tutti acqua portavano:

tolsero le scodelle et la mezetta,

et le pignatte; unde infin me annegavano,

se non venia la vecchia per ventura;

già stavo in l’acqua fino alla cintura.

24.

Ella venne, et guastò lo incantamento,

et fece riportar l’acqua al suo loco

a chi l’haveva portata ivi drento,

et dopo questo fece far bon foco;

et rimutomme de altro vestimento,

poi me admonì di questo errore un poco,

dicendo: «Pensa anzi che parli, figlio:

chi parlando erra, comincia il periglio» .

25.

Non mai più dal cor m’è tal motto uscito,

et fo, prima che canti, come il gallo;

da in poi sempre fui ben servito

non dal pistel, che per premio del fallo

ricolsi i pezzi in quanti era partito,

et come iniquo, perfido abrusciàllo:

da un mocicon de scopa smocicato,

che havea la vecchia vestito e incantato.

26.

Così alcun tempo con dilecto stei;

(credo per che Fortuna nol sapeva,

che certo assai più presto a’piacer’miei

contraria, come fece, s’opponeva).

La vecchia assai me amava; io amavo lei:

nè già nel lecto vecchia me pareva,

nè gobba, nè sciancata, o contrafacta,

ma giovin bella, gagliarda, et ben facta.

27.

Per questo volte assai li domandai,

perchè de dì sì brutta se monstrasse,

essendo bella. — «A tempo me vedrai» ,

me respondeva; et che altro non cercasse;

pure una nocte, tanto la pregai,

che forza fu che ella non mi negasse

sciaper la causa: et ben fu tal richiesta,

com’ella disse, ahimè, grave et molesta.

28.

Cagion, che mai più non serò contento:

ahi gioventù troppo desiderosa

causa che in pianto consumi et lamento

la vita dopo sempre a me nojosa ;

ogni hora mi par l’anno, e ’l giorno cento

che morte arrivi al mio martir pietosa:

chè troppo agrava expectarla tanti anni

a chi altra via non ha de uscir de affanni.

29.

Fortuna iniqua, che il mio stato odiava,

hebbe in fin modo a disturbar mia pace,

et ben dove era occulto me trovava,

chè non si può fuggir quel che al ciel piace.

«Tu voi sciaper, la vecchia cominciava,

quel che contarti già non mi dispiace:

ma de donar materia temo forte,

al tuo dolor’eterno e alla mia morte.

30.

«Son bella, e ventotto anni è ch’io son nata

de nobil stirpe e de ricchi parenti;

ma fui de decennove maritata

a un vecchio, hor pensa come io me contenti;

giovine essendo, ricca et vagheggiata

da giovin belli ligiadri et valenti;

ma, senza patre, un fratel maritommi,

e, a mio dispetto, quel vecchio donommi.

31.

«Feci il pensier che il più de l’altre fanno,

ciò è farli in capo le corna portare:

et dissi fra me stessa: a tuo gran danno

havrai voluta giovine pigliare:

perchè le voglie nostre al par non stanno,

come l’etadi non son da aguagliare;

et ben li posi in capo una corona,

che altre tal non portò forsi persona.

32

«Quantunque, molto de ciò suspectoso,

me havesse guardie solicite [14] dato;

vince ogni cosa uno animo amoroso [15],

se ’l non è vile, et sia deliberato.

Ma il vecchio, ch’era pur malitioso,

sì sagacemente hebbe alfin spïato

per veder quel che non averia voluto,

che pur se vide un dì d’esser cornuto.

33.

«El gridò assai, et ammonimmi molto:

«Tu fai, dicendo, all’honor tuo mancanza» ;

ma io negavo, facendo bon volto.

infin deliberò de mutar stanza [16];

e ad un certo pallagio ch’havea tolto,

perciò venimmo fuor de vicinanza;

nè se tenendo ancor ivi securo,

venimmo a stare in questo loco obscuro.

34.

«E qui venne in suspecto de un pastore,

che sul monte suo gregge pascolava,

il qual mostrava de portarmi amore;

hor poi ch’altro rimedio non trovava,

quel vecchio maledecto incantatore

con herbe mia bellezza tramutava

Nel brutto aspecto in che me vedi il giorno.

ma poi la notte in mia forma ritorno.

33.

«Per starsi meco tal volta in dilecto

fece lo incanto de questa natura,

et per vivere il dì senza suspecto

in me informò quella sozza figura.

Ma poco poi campò quel maledetto:

et nel morir me disse: «Abbi ben cura;

non esser vista in la forma pristìna [17],

se non vòi esser dolente et meschina.

36.

«Perchè con tal potentia te incantai,

che se te lassi da hom vivo vedere,

subito in serpe conversa, andarai

pel mondo errando con gran dispiacere.

Fino a quattro anni in tal modo starai;

oltre l’incanto non havrà possere» .

Questo allo extremo quel vecchio me disse,

che dopo un’hora perfecta non visse.

37.

«El se morì, et io restai soletta,

et sonvi fin che qui giungesti stata.

Già son presso a tre anni. Hor io t’ho detta

la historia, per che son trasfigurata;

la quale io temo che in pensier te metta

voglia vedermi, ma te fia negata

questa richiesta; et non te venga voglia

causar mia morte, et la tua eterna doglia.

38.

«Lassa il termine dato preterire [18],

et dopo poterai la mia beltade

de dì et de nocte a tua possa fruire» ....

Ma gioventù senza stabilitade,

et Fortuna m’havean già gran desire

posto nel cor veder la veritade,

qual in me hebbe sì gran forza all’hora,

ch'incorsi nell’error che piango ogni hora.

39.

Fu ne la mente mia lunga questione

più dì, porchè il desio, che a errar me spinse,

a veder me incitava, et la ragione

so li opponea; ma il desiderio vinse.

Io ricopersi un lume in un cantone

sì che non si vedeva, et non se estinse,

una nocte; et, dormendo essa, pian piano

levà’mi , et venni a lei con esso in mano.

40.

Io non potrei negar quanta vaghezza

havea, quel viso, a cui paraggio brutto

sarebbe ogni altro; o narrar la bellezza

che io vidi discoprendo il corpo tutto.

Neve verno non dà de tal bianchezza,

nè fu de primavera unque producto

sì colorito o ver vermiglio fiore,

che a paragon non perdesse il colore.

41.

La fronte ch’era il dì sì ruginosa,

terso avorio et lucente assimigliava

ciascuna guancia una incarnata rosa,

ch’il profilato naso e ’l mento ornava;

la gola, che parea de dì rugosa,

ogni bianco allabastro superava,

il lacteo pecto et le tonde mammelle

eran più ch’altra cosa al mondo belle.

42.

Morbido il braccio, et la man lunga e bianca,

la gamba e ’l piè expedito ad ogni prova;

nè, come il giorno, parea gobba o manca,

ma piena di beltà nel mondo nova;

poca in cinctura, et iuxta in ciascun’anca,

grossa la coscia; e ’l loco, ove se trova

amor suave senza stral senz’arco,

non ha comparazion, per ciò lo varco.

43.

Non era grande nè era piccolina.

Che dire de la gratia de lo aspecto,

chè l’una et l’altra era cosa divina?

l’occhio vago mirar me fu interdecto.

Ella dormiva suave e supina.

l’aer ridea circa lo adorno lecto;

et sotto la cortina che ’l copria,

amor era ogni cosa e ligiadria.

44.

Supererebbe Phidia et Praxitelle

chi designasse natural costei;

et se veduta all’hor l’havesse Apelle [19],

certo non preponea Lampaspe a lei;

nè Paris dava ad alcuna di quelle

tre dive il pomo, vedendo essa: et ei

Helena non togliea, se in quella etate

suta fosse costei, che ha più beltate.

45.

Io stavo tutto in contemplarla fiso,

e in laudar quelle membra, et ciascun loco

non mi saziando; et del suo vago viso

usciva un dolce, il quale a poco a poco

nel cor m’entrava; unde nel paradiso

esser credevo; ahimè, questo era il foco

che ancora in me fin qui sua fiamma avviva,

nè mai si extinguerà, mentre ch’io viva.

46.

Ma, mentre più mi spasso de mirare,

ambe le gambe vidi una sol farse,

et dopo presto quella una allongare,

e in coda molto grande transmutarse;

le braccia tutte dua nel corpo entrare,

et de squame la pelle copertarse;

far lungo il collo; il capo quadro; e il resto

farse de serpe orribil molto presto.

47.

Nè si destò finchè non giunse al core,

credo, lo incanto: ma poi dessa a dire

incominciò: — «Ahimè, che troppo amore» ....

et non potè più oltre, proferire:

ma, sibillando con molto furore,

uscì dal lecto, et via prese a fuggire:

il lume, ch’io havia in man, presto gettai,

et dopo lei così dicendo andai:

48.

O bella serpe, non fuggir, o almeno

porgi le orecchie a mie parole alquanto,

anzi che il cor, che di dolor’è pieno,

si soffochi, o dissolva in molto pianto.

Perdona a gioventù, che senza freno

errar mi fece, et se pòi con incanto,

como solevi oprar, mename teco

conversa in serpe, o ver resta qui meco.

49.

Sciò che sai, bella serpe, quanto prona

sia gioventute et facile a fallire,

maxime dove et quando amor la sprona,

chè a la sua voglia non val contradire.

Adunque, o bella serpe, hor mi perdona,

chè la cagione, la qual pervenire

me ha constrecto a cosí grand’errore,

è stata gioventù spinta da amore.

50.

Non mi lassar con tanta adversa sorte

in pianto eterno et continuo lamento;

per quello amor, che fu sì acceso forte,

che non dovea, dicesti, esser mai spento;

più presto, se ’l fallir mio merta morte,

occidimi tu stessa, et son contento;

quest’ultima te chieggio cortesia,

chè aver morte da te vita mi fia.

51.

Ma, o bella serpe (lasso!) ove se’ita,

chè come pria non t’odo sibillare?

Serpe crudel, tu te ne sei fuggita

senza voler e miei preghi ascoltare!

Ahi dolorosa et misera mia vita,

che mi val chi non ode supplicare,

et seguitar chi me fugge veloce,

indarno e passi spendendo et la voce?

52.

Ma che più posso, abbandonato o solo,

se non seguir la serpe che mi fugge,

et, chiamando essa, ristorar il dòlo,

che con tanta vehementia il cor mi strugge,

in fin che morte accepti nel suo stuolo

sta miser’alma, che tal doglia sugge;

o che si muti in celo altra sententia,

poi che avrò facto iusta penitentia?

53.

Io era seguendo essa, per sventura

caduto de una balcia in un fossato,

chè la notte era tenebrosa e scura,

et il loco, como io dissi, dirupato.

Qui piansi fino al dì la mia sciagura,

poi, como al giorno novo il sol fu nato,

salsi la riva, et volendo tornare

a casa, mai non la seppi trovare

54.

Et già cercato ho molto tempo invano,

et sempre cercarò, mentre ch’io viva,

non sciò se sempre indarno, il loco strano

la casa lieta, et la gioconda riva;

et sempre chiamarò per monte et piano

la crudel serpe, et da me fuggitiva;

et piangerò lo error grande in eterno,

da cui principio e miei tormenti haverno.

55.

O voi, che haveti li argumenti sani,

guardati l’altra parte che se asconde

sotto il velame delli versi strani;

vedeti ben la casa, il prato, et l’onde,

il bosco, e lochi dirupati e altani,

et la serpe, che chiamo et non responde,

et sciapereti qual fu mia ventura,

et quanta sia mia sorte hora aspra e dura.

Finis

Philomatis Furtum

Note

___________________________

 

[1] Savore che si fa con aceto, aglio, menta e altro, tutto ben pesto in un mortaio.

[2] Perchè il loco era d’ogni luce casso, rammenta quel di Dante: I’venni in loco d’ogni luce muto. Non son pochi i versi interi e gli emistichi di Dante nella favola usati.

[3] Scapuzzare, Scappucciare: inciampare e, per traslato, errare.

[4] Scio latinismo per so, e così appresso tutte le altre uscite del verbo, come sciape, per sapere; sciaperete per saprete ecc.

[5] balzo

[6] alto

[7] Assettassimo, scambio di assettammo, solecismo che perdura nella parlata romanesca.

[8] rima sbagliata, ma fonoassonanzata

[9] non facendo attenzione

[10] la versò; il verso sembra incompleto: dovrebbe essere: versciolla in terra, et poi ritornò de fora

[11] ed andò nuovamente per prendere altra acqua (per ancora: pronome = per altra)

[12] scure, accetta

[13] paioletto

[14] vigilanti attenti

[15] la massima latina: omnia vincit amor

[16] cambiar casa

[17] aspetto precedente: quello di donna giovane e bella

[18] passare; trascorrere e finire

[19] grande pittore dell'antica Grecia

 

Indice Biblioteca Progetto Cantari e serventesi

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2007