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Edizione di riferimento
Poeti minori del Trecento, a cura di Natalino Sapegno, Letteratura Italiana - Storia e Testi vol. 10, direttori Raffaele Mattioli, Pietro Pancrazi, Alfredo Schiaffini, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli 1962
La favola di Piramo e Tisbe ha offerto lo spunto a più di un cantare: il testo qui riprodotto è d’incerta datazione, probabilmente degli ultimi anni del Tre o dei primi del Quattrocento. La fonte è Ovidio, Metamorph., IV, 55-16
Nobilissima donna, al cui valore
suggetto sarò sempre finché vivo,
a cu’ i’ rendo sempre lalde [1] e onore
e degne reverenzie dove io arrivo [2],
se io ho compreso ben dentro al mio core
el tuo volere, vuoi che io te scrivo
di Pirramo e di Tisbe e di lor sorte,
come si dieron per amor la morte.
O sommo Appollo, il cui splendido raggio
a ciascun’altra stella dà splendore,
e meni dritto ciascun per suo viaggio,
ispira in me tanto del tuo valore,
e fa lo ingegno mio accorto e saggio,
ch’io possa raccontar lo ’ntiquo amore
di Pirramo e di Tisbe in vulgar versi,
della lor morte e de’ lor casi avversi.
In Babilonia era dui cittadini
nobilissimi, assai ricchi e possenti,
li quali anticamente eran vicini
e l’uno e l’altro insieme benvolenti [3];
e solo un mur traversa [4] i lor confini.
Or udirete i lor fieri accidenti.
L’uno ha un figliuol e l’altro una figlietta,
Pirramo è l’uno e l’altra Tisbe detta.
Essendo piccolini e d’una etade [5],
mirabil ben l’un l’altro si voleva
e fra loro era tanta caritade
che l’un dall’altro mai non si parteva;
crescendo li anni, cresce l’amistade,
e quel che volea l’un l’altro chiedeva,
e tanto amor l’un l’altro si portava
che ogni persona si maravigliava.
E avendo sua fanciullezza passata,
la giovinetta era grandicella;
el padre suo la facea istar serrata
perché era fatta pellegrina [6] e bella,
e, conoscendo ch’era innamorata
sì che temeva fortemente d’ella,
nolla lasciava punto andare attorno,
siccome solea fare tutto il giorno.
La giovinetta di dolor moria
perché serrata si vedea tenere;
la notte e ’l giorno sempre piangia,
ché ’l suo Pirramo non potea vedere:
- O crudo padre e crudel matre mia,
perché tolto m’avete tal piacere?
Pirramo mio, ohmé, chi mi t’ha tolto,
che più veder non posso il tuo bel volto? -
Dall’altra parte il nobil giovinetto
per la gran doglia si credea morire
e battevasi forte il viso e ’l petto,
forte piangeva con grande sospire,
dicendo: - Chi ha rubato el mio diletto
e fammi istare in pena e ’n martire?
Maladetto il tuo padre così sia,
che inserrata te tiene, o Tisbe mia! -
Pirramo essendo in gran malinconia,
non finava [7] il suo cuore di pensare
come trovar potessi qualche via
ch’alla sua Tisbe potessi parlare;
e modo alcun trovare non potia
che ’l suo voler potessi satisfare.
Così pensando, un giorno per ventura
vidde in mezzo del muro una fessura.
La qual fessura a punto rispondia
dentro alla camera di Tisbe bella.
E tanto adoperò con sua maestria
che Tisbe ancora s’accorse di quella,
e l’uno e l’altro a parlare vi stia
con gran piacere, a quella pertusella [8],
con quelle dolce parole e umane
raccontando le lor pene istrane [9].
Tisbe, piangendo, Pirramo ascoltava,
le sue parole e sua dolci lamenti,
poi dicea:- Signor mio, troppo mi grava
più li tuoi, che non fanno i miei tormenti;
mai della morte io non mi curava
se non [10] per darti tanti isgomenti
e, se non fussi stato per tuo amore,
uccisa mi saria per gran dolore.
Ohimé lassa tapina isventurata,
oh quanto io t’ho chiamato, o signor mio,
maladicendo chi così inserrata
mi fa stare perdendo il mio disio;
spesso dicendo: «O madre dispiatata,
o padre crudo, inniquo, ingiusto e rio,
perché non mi lasciate andare alquanto
ch’ i’ veggia il mio signor, quale amo tanto? » -
Così con bei sermon soavi e piani
di lor martiri insieme raccontaro,
ricordandosi de’ piaceri umani
e quant’è il lor viver poi stato amaro.
Quand’ebbon raccontati i fatti strani,
era isparito già lo giorno chiaro;
poi si partir, bench’a lor fussi duro,
baciando dal suo canto ognuno il muro.
Poi, come fu venuto l’altro giorno,
Pirramo e Tisbe ciascun fu levato
e con diletto feciono ritorno
a ragionare insieme al modo usato:
- Ben venga quel bel viso chiaro adorno! -
- O signor mio, che tu sia el ben trovato! -
Così si salutavon dolcemente,
ricominciando i lor ragionamente.
Così ispesso tornando a questo loco,
Pirramo un giorno cominciò a parlare
e disse: - O Tisbe, io sento a poco a poco
la vita mia per lo tuo amor mancare;
se non mi trai di questo ardente foco,
e’ non può già la mia vita durare;
onde ti priego, per Dio, che tu faccia
sì che ti tenga chiusa in le mia braccia. -
Tisbe, sentendo sì fatto parlare,
rispose presto con allegra faccia:
- Pirramo mio, deh, non ti isconfortare,
ché, s’i’ posso far cosa che ti piaccia,
la vita mia i’ non vo’ risparmiare;
dunqua comanda quel che voi ch’io faccia,
ché son disposta al tutto te ubbidire,
se ben sapessi di dover morire. -
Pirramo disse:- Non sanza cagione
più che la vita mia sì t’ho amata;
adunque, sanza fare più sermone,
o Tisbe mia, di questo sia pregata:
stanotte, quando tutte le persone
si dormiranno, fa che sia levata;
fuori di casa tu te ne anderai;
fa che nessun ti senta, s’ tu potrai.
E per non gire l’un l’altro cercando,
meglio è di ritrovarci insieme assai:
fa che, istando [11] nel primo sonno
quando ognun dorme, levata tu sarai;
e sanza andar più qua e là errando,
fuor della terra tu te ne anderai
in quel vago e bellissimo giardino
dov’é la sepoltura del re Nino [12].
E dentro sì v’è una fontana bella,
presso alla quale ci è un albero moro [13];
e quel che primo giugne vadi a quella,
l’un l’altro aspetti e facci ivi dimoro;
e questo è ’l modo, gentil damigella,
che mi pare a finir tale lavoro:
fa che abbi a mente e tieni in tuo petto,
Tisbe mia cara, questo ch’i’ t’ho detto. -
Tisbe rispose:- Ormai tu ti spoglia
d’ogni tua pena e a me lascia el pensiero,
e della mente tua caccia ogni doglia,
ché ciò che tu m’hai detto verrà intero;
or ti rallegra e sta di buona voglia,
ché in braccio tu m’arai, com’io ispero. -
E fermo in questo, ciascun si partìo,
e l’un l’altro raccomandosse a Dio.
Era usanza, nell’antica etade,
quando el re o gran signor moria,
si sepelliva fuor della cittade
e nobil sepoltura si facia.
Nino, gran re e di gran degnitade,
di Babilonia tenea signoria;
vegnendo a morte, dice la scrittura,
fatta li fu nobile sepoltura.
Adunqua, a ciò che voi non abbiati
in questa bella istoria alcun errore
e che meglio comprendere possiati
il confuso parlar che fa l’autore,
in questo loco s’eran [14] deputati
di ritrovar li dua cari [15] amadori;
e lì, sperando contentar lor voglia,
di morte sentiran l’ultima doglia.
Pirramo in sé tutto contento andava
pure aspettando le dolci impromesse, 170
e spesse fiate al sole isguardava,
punto non gli parea che si movesse;
onde la longa dimora l’aggrava [17]
sì che gli parea ognora il dì crescesse;
così languendo andò tanto attorno
che ’l sol calò e fu finito il giorno.
La bella Tisbe similmente facìa,
che ciascun’ora li pareva cento.
Poi, come tempo fu, ciascun ne gìa
a letto a riposare a suo talento.
La fedel Tisbe punto non dormìa,
ma sempre istava coll’animo attento
e, suspirando, tanto ebbe aspettato
che ognun di casa fu addormentato.
Essendo già mezzanotte passata,
sentendo Tisbe che ognuno dormia,
pianettamente [18] ella si fu levata
e sua bella vesta si vestia;
esce di casa, là se ne fu andata
che nessuna persona la sentia,
e di for se n’andò sanza sospetto [19]
al loco dove Pirramo avea detto.
Ivi soletta, sanza aver paura,
aspettava el suo amante alla fontana:
l’amore la facea pronta e sicura
sì che nulla temea di cosa vana;
poi, risguardando per quella verzura,
però che allora risprendea [20] Diana,
vide un lione inverso lei venire:
ella tremando cominciò a fuggire.
Fuggendo Tisbe tutta paurosa,
el suo candido vel le fu caduto.
Avea il leon la bocca sanguinosa,
però che allora quello avea pasciuto:
venne alla fonte sanza fare posa
e si partì dipoi che ebbe beuto,
e per ventura vide il velo in terra,
tutto lo ’nsanguinò, se ’l dir [21] non erra.
Pirramo giunse diritto alla fonte
allor quando il leon sì si partia, 210
e con sospetto e con turbata fronte
guardò d’attorno se Tisbe vedia,
e riguardando e’ vidde le ’mpronte
e forme della fera che sen gia;
poi vede il vel che a Tisbe era cascato
sanguinente [22] e tutto lacerato.
Pirramo poi che riconobbe il velo,
che Tisbe fussi morta ello [23] credia
da quella fera, e subito un gelo
mortal per ogni membro li corria,
e rivoltando la sua faccia al cielo
le istelle e pianete maledicia,
poi ricolse quel velo insanguinato
piangendo, e sotto il mor se ne fu andato.
Ivi Pirramo, pien di maltalento [24],
di mortal doglia e di maninconia,
faceva sì duro e aspro lamento
che chi l’avesse visto pianto avria:
- Stanotte mi pensava esser contento
più che nessun omo ch’al mondo sia:
ohmé, quanto ho aspettato con disio
quest’ora [25] che m’ha tolto il signor mio!
Ohmé, quanto rimasto so’ ingannato
e la speranza mia quanto fallita [26]!
Stanotte mi pensavo esser beato
e starmi teco, Tisbe mia pulita:
ora mi truovo il più disconsolato
e ’l più dolente uom che porti vita.
Fortuna trista, qualunche ti crede
rimane ingannato e non se avvede.
Ohmé, tapin, non credette giammai
esser cagion di tua morte dura!
Miser’a me, perché ti comandai
che tu venissi, o giovenetta pura,
in questi lochi perigliosi assai
e pieni di sospetto e di paura?
O perché pria non venni in questa riva,
ch’io [27] forse morto, e tu saresti viva?
O fier leoni lupi orsi e serpente,
o crudel fiere che intorno abitate,
venite, e queste mie membra dolente
misere e triste omai voi divorate,
e della morte di Tisbe innocente
sopra di me vendetta voi ne fate!
I’ fui cagion di falla qui venire,
ond’ella è morta e io voglio morire.
O infelice giovin tanto pura,
che sì crudel [28] t’è stata tolta vita,
oh quanto è stata poca tua ventura
e la tua gioventù presto è finita!
O Fortuna crudele inniqua e dura,
perché sì crudelmente hai punita
questa donzella pura e giovenetta
d’ogni peccato immaculata e netta?
Sia maladetto [29] el ventre dove giacqui
e l’ora e ’l punto ch’io fu’ generato!
Sia maladetto il giorno quando nacqui
ch’ i’ non fui tutto torto e dismembrato,
da poi che alla Fortuna tanto ispiacqui
ch’io sia condotto in sì misero stato!
Sia maladetti i ciel e chi gli adora,
l’aria, la terra e chi vi fa dimora!
Ma che me giova andar più lamentando
della Fortuna o biastemar [30] altrui?
Ché, quando vengo tra me ripensando,
dico: tanto gran mal cagion ne fui
allora che io feci quel comando
che ella venissi in questi luoghi bui;
ma poi ch’io fui cagion della sua morte,
la penitenza convien ch’io ne porte. -
Trasse la spada ch’egli avea allato
e isguardandola alquanto con dolore,
diceva: - Infino a mo t’aggio portato
acciò che difendessi il tuo signore;
ora convien che purghi il suo peccato
e dìeli penitenza del suo errore,
sì ch’io ti priego, e non te ne dispiaccia,
di darmi morte, e tosto tu mi spaccia. -
Poi ch’ebbe detto questo, con furore
con quella spada il petto si percosse,
la trasse fuora e per il gran dolore
indrieto cadde e più già non si mosse,
sì che el suo sangue spargia di fuore
salendo in alto come uscito fosse
d’una cannella che gittasse forte:
così si dette Pirramo aspra morte.
Tisbe, tremando e tutta paurosa,
per non fallire [31] al suo dolce amadore,
tornava al loco, sì desiderosa
e impaziente a contare el gran timore
che avuto avea della pericolosa
fiera, ch’ancora le tremava il core;
e quando presso fu all’arboscello,
vidde morto giacer Pirramo bello.
Allora Tisbe tutta isbigottita
indrieto si ritrasse con tremore,
ma, poi che alquanto si fu assicurita [32],
andògli appresso con tremante core
e, riguardando, vidde la ferita
e riconobbe el suo caro amadore,
onde sì grande doglia al cor l’afferra
che tramortita cadde in piana terra.
Poi, ritornata in sé tutta dolente,
vide il su’ velo, il qual era cascato,
vidde la spada tutta sanguinente
e vota la guaina ch’avea allato:
- Colle tue mane il tanto amor fervente
conosco che t’ha morto, o sventurato! -
Poi iscapigliata sopra al giovinetto
batteasi forte el suo bel viso e ’l petto;
baciavali piangendo ’l suo bel volto
e la ferita col pianto lavava,
dicendo: - O amore mio, chi mi t’ha tolto?
qual caso avverso, qual fortuna prava?
Ohimé, notte infelice e cruda molto,
che con tant’allegrezza t’aspettava
credendo aver piacer diletto e gioia [33]!
E tu se’ morto e io rimasa in doglia.
Dopo la morte tua, signor mio caro,
viver non voglio più, ma per riposo
la morte mi darò, perché più amaro [34]
mi saria il viver morire doglioso,
e però che non trovo altro riparo [35]
a porre fine al mio pianto noioso.
Arme crudel che ’l mio signor feresti,
farai di me come di lui facesti.
O madre più che altra isventurata,
quanto sarà l’anima tua dolente
quando la tua figliuola tanto amata
morta tu troverai sì crudelmente!
Non t’è giovato tenermi serrata:
contra Fortuna non val argumente [36].
Or fusse morta mentre era fanciulla
semplice e piccoletta nella culla!
Io non saria cagion, madre mia cara,
di far la vita tua sì acerba e forte,
né di portar cotanto pena amara
quanto per mio amor convien che porte,
quando tu mi vedrai in nella bara
giacer ferita e la mia cruda morte.
Ben saria morta lieta con onore,
or moro con vergogna e disonore.
Ohmé tapina, or che dirà la gente
quando el mio tristo caso saperanno?
Benché della mia morte sia ’nnocente,
so che la mia follia biasimeranno.
Ma chi conosce Amor com’è possente
per me tapina la scusa faranno,
ché contra Amore non può far difesa
l’anima poi che dei suoi lacci è presa. -
Finito ch’ebbe Tisbe el suo lamento,
con grave doglia in cor suo si restava
e, riguardando li occhi con tormento
el corpo del suo amante che sì amava,
e con dolcezza l’abbracciava e cento
volte il suo morto viso ella baciava,
e, già disposta essendo di morire,
cotal parole li cominciò a dire:
- O caro signor mio, - Tisbe dicia, -
- finito ho verso me ogni mio offizio [37];
solo mi resta che con l’alma mia
ti vegna accompagnare in tal ospizio [38]:
e con [39] quale altra fedel compagnia
potria andar sicura a tal nequizio?
ché certa son che ancora m’aspetta
l’anima tua per non andar soletta.
E voi, molto miseri mia parenti,
da tutti quanti siatene pregati
che noi, con un amor congionti e spenti,
in una sepoltura siam serrati.
Di ciò vi priego che siate contenti
e per ultimo don questo ci dati [40].
E tu, bello alber che sopra noi istai,
incontinente noi ricoprirai. -
Poi, presa quella ispada sanguinosa,
in man se la recò sanza sospetto [41];
poi, come del morir volenterosa,
in sulla punta si fermò col petto.
Sopra essa si lassò la dolorosa
come avessi la vita a gran dispetto [42];
la punta per le ispalle sì li uscìa
e così Tisbe sua vita finia.
Poi che fu il giorno, tutti i lor parenti,
siccome erano usati, si levaro
e, non trovando i bei figliuol, dolenti
e fortemente si meravigliaro;
la voce si spandeva fra le genti
e molti attorno cercando n’andaro,
e tanto furori in là e ’n qua cercati
che amendoi [43] morti furono trovati.
Di cotal caso ognun facea lamento
vedendo i giovinetti sì feriti;
ciascun n’aveva grande ispavento;
da tutti i cittadin fur sopelliti,
e posti furon in un munimento
sì che e lor prieghi forono assalditi [44].
Così crudel fin ebbe il loro amore,
de’ duo infilici e miseri amadori.
Adunque, giovin che seguite Amore,
pigliate assempro [45] a’ dua miseri amanti,
non vi fidate d’Amor traditore,
benché si mostri dolce in ne’ sembianti;
sappiate raffrenare el vostro core
se non volete rimaner con pianti,
però che ’l fin d’amore è sempre istato
morte e vergogna o dolor smesurato.
Ma nonché di costor, ma mill’e mille
più begli assempri vi potrei contare,
di Parissi e Tristan, Ercole e Achille
e altri che saria lungo a narrare,
ch’Amor [46] di questa vita dipartille
per non saper suo voglie raffrenare.
Certamente felice fia colui
che imparare potrà a spese d’altrui.
Note
_____________________________
[1] lalde: lodi.
[2] dove io arrivo: fin dove arrivo con le mie forze.
[3] benvolenti: amici. Cfr. Boccaccio, Decameron, vi, 10: « quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benvogliente».
[4] traversa: divide.
[5] d’una etade: coetanei.
[6] pellegrina: adorna di pregi rari.
[7] finava: cessava.
[8] pertusella: pertugio, fessura
[9] istrane: straordinarie.
[10] se non ecc.: se non perché, morendo, avrei dato a te tanto motivo di preoccupazione e di pena.
[11] istando ecc.: quando tutti dormono immersi nel primo sonno.
[12] Nino: re degli Assiri, marito di Semiramide.
[13] albero moro: gelso.
[14] s’eran ecc.: avevano stabilito di ritrovarsi.
[15] cari: rari, preziosi.
[16] le dolci impromesse: le dolcezze promesse.
[17] dimora: indugio; l’aggrava: gli è grave, fastidiosa.
[18] pianettamente: pian piano.
[19] sospetto: paura.
[20] risprendea Diana: risplendeva la luna.
[21] ’l dir: il racconto del poeta.
[22] sanguinente: insanguinato.
[23] ello: egli.
[24] maltalento: tristezza.
[25] quest’ora ecc.: quest’ora che mi era stata promessa, e poi mi é stata rapita, da Amore.
[26] fallita: delusa.
[27] ch’io ecc.: forse io sarei stato ucciso dal leone.
[28] si crudel: così crudelmente.
[29] Sia maladetto ecc. Riprende lo schema delle «disperate» e sembra aver presente soprattutto quella del Serdini. 274.
[30] biastemar: bestemmiare.
[31] fallire: mancar di parola.
[32] assicurita: fatta più sicura.
[33] gioia: Sarà forse da correggere gioglia.
[34] più amaro ecc.: il vivere sarebbe per me un morire più amaro e doloroso.
[35] riparo: rimedio.
[36] non val argumente: non valgon nulla le accortezze.
[37] offizio: ufficio, rito.
[38] in tal ospizio: nel regno dei morti.
[39] con ecc.: con quale altra compagnia più della tua fedele potrei an-dare tranquilla incontro alla morte? a una morte malvagia (nequizio) com’è quella di chi s’uccide.
[40] dati: diate.
[41] sospetto: paura.
[42] come avessi ecc. Cfr. Dante, Inf., x, 36.
[43] amendoi: ambedue.
[44] assalditi: esauditi.
[45] assempro: esempio.
[46] ch’Amor ecc.: che furono morti per amore. Il verso é, quasi identico, in Dante, Inf., v, 69, in una pagina dove si accenna appunto agli amori di Paride (Parissi), Tristano e Achille.
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