Anonimo

 

STORIA

CAMPRIANO CONTADINO

 

Edizione di riferimento

BOLOGNA Commissione per i testi di lingua, Storia di Campriano contadino, a cura di Albino Zenatti, Bologna, ed. Gaetano Romagnoli 1884. - esemplata sulla stampa fiorentina del 1576 (illustrata al n. 6 dell’elenco riportato nell’introduzione, con correzioni suggerite dall’edizione veneta del 1553 (n. 5) e dalla fiorentina del 1579 (n. 8)

- Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna sulla edizione Romagnoli datata 1968. 

Historia di Campriano Contadino

Il quale era molto povero et haveva

Sei figliuole da maritare, & con astuzia faceua cacar danari à vn suo Asino, che

gli haueua, & lo vendè ad alcuni Mercanti per cento scudi, & poi vende

loro una Pentola che bolliua senza fuoco, & un Coniglio che por

taua l’ambasciate, & vna Tromba che risuscitaua e morti,

finalmente gettò quelli mercanti in vn fiume.

Con molte altre cose piaceuole & belle.

Composta per un Fiorentino. Nuouamente ristampata , & diligen

temente ricorretta.

 

 

In Firenze, | MDLXXII.

 

I.

Per dar sollazzo a ciascuno auditore

voglio in rima contarvi una novella

di una industria [1] d’ un lavoratore,

che si trovava solo un’ asinella:

se voi ascolterete il dicitore ,                                                5

credo che forse ella vi parrà bella,

e se m’aiuta lo spirito santo

di farvi rider cantando mi vanto.

II.

Se la fu vera, fu un caso strano!

L’ho messa in rima, perchè ’l tema è bello                        10

del contadino, che cantar abbiàno.

Discreto auditor mio, e’ fu da Gello [2]

per nome era chiamato Campriano,

e, come ho detto, avea un’ asinello

e sei figliuole, e la donna era grossa [3] ,                              15

e la sua casa d’ ogni bene scossa [4].

III.

Fra sè diceva: – Come debb’io fare?

O ria fortuna, io son pur poveretto!

e sei figliuole ho qui da maritare

senza aver ben nessun sotto ’l mio tetto                             20

et ho la donna che ’l figliuol ha a fare,

e non ho altro che questo asinetto

e cinque lire, che ’l patron le vuole:

dunque, com’ hanno a far le mie figliuole?

IV.

Vadi a suo modo! io son determinato                           25

ceder [5], se nulla posso guadagnare;

con l’asinetto io voglio ire al mercato

forse qualche contratto i’ potrei fare!

Le cinque lire, ch’ho all’oste serbato,

in corpo all’asino i’ le vò cacciare! –                                     30

Fatto il pensiero, così seguitòe:

in corpo all’ asin pel cul le cacciòe.

V.

E poi si misse innanzi quella bestia,

che nel pertuso avea tutti i danari.

Perchè fortuna non gli dia molestia,                                   35

disse tra sè: – E ’ntristisce gli avari ! –

E altre parole col parlar modestia.

Chi ha a imparar, da Campriano impari,

che s’arrischiò [e] a fortuna s’attenne!

Or udirete quel che gl’intervenne.                                       40

VI.

Così andando per la via, scontrossi

in certi mercatanti d’un paese;

a ragionar con lor costui fermossi,

e nel parlar tal’ parole distese:

– Da casa con quest’ asino mi mossi                                  45

per venderlo, s’ io posso, in questo mese,

ch’ha cacato tanto rame battuto

et argento, ch’ a noia m’ è venuto !

VII.

E’ mercatanti beffe si faceva

del parlar che faceva Campriano,                                      50

e in bocca l’uno e l’altro si rideva,

dubitando, costui non fosse insano.

In questo mezzo l’asin raccoglieva

le masserizie per mandarle al piano,

e senza suo disagio e troppo storpo [6]                                55

la moneta cacò, ch’avea nel corpo.

VIII.

Dissono e’ mercatanti al contadino:

– Ricògli la moneta, ch’ egli ha fatto !

Camprian gli rispose, oimè tapino,

a ricorne cotanto son disfatto!                                             60

I’ n’ho piena la casa et un gran tino!

Lo vorrei vender o farne contratto:

gli ha stracco sì la moglie e le figliuole,

che in casa più nessuno non lo vuole.

IX.

E’ mercatanti allor si favellorno [7]                                             65

ne l’orecchie, volerlo comperare;

e lietamente amendua s’accordorno

voler ciò che chiedeva di quel dare;

e poi a Campriano sì parlorno

– Quanto ci ha questo asino a costare ? –                          70

Camprian disse: – Cinquanta ducati,

che, cacando, in tre dì son guadagnati. –

X.

Pareva a’ mercatanti questo troppo.

Dissono a lui: – Ha nissun mancamento:

 – Voi il vederete: il farò ir galoppo,                                   75

la bocca mostrerovvi a compimento!

vedrete che non fia cieco, nè zoppo,

che vale assai ducati più di cento

se non ch’ ho la casa di moneta piena,

non vel darei, se voi mi dessi Siena ! –                               80

XI.

– Non mi vo’ più oltra stender col parlare, –

disse un de’ mercatanti a questo tratto.

– Vien, ch’ e’ denari ti vogliàn contare. –

E diérongli i denar quivi di fatto.

Quando costui vedeva numerare,                                      85

disse fra sè: – Chi fia più, di noi, matto? –

Prese i denari, e in pace gli lasciòe,

e inver la casa sua si ritornòe.

XII.

Giunse alla donna, e disse: – Ci bisogna

adoperare un sacco di cervello,                                           90

se non che noi n’arén [8] danno e vergogna!

Quest’ è: che ho venduto l’asinello

a certi mercatanti con menzogna;

credo che presto ritorneran quello,

ma, se vogliamo uscir di tal periglio,                                 95

sarai accorta a quel che ti consiglio.

XIII.

Fa domattina ti lievi a buon’ otta [9],

e si ammazza un par di buon capponi,

un arrosto et un lesso in una dotta [10],

che gli stien bene : e qui l’industria poni;                           100

e come picchio, fa che la sia cotta,

che vo dar desinare a quei minchioni;

e come sono all’uscio, ponla in mezzo

di casa, che la paia cotta al rezzo [11].

XIV.

Io vo’ veder, se la pentola ancora                                               105

vender potessi a questi mercatanti.

Quando che no, sia nella buon’ora [12]!

e’ denar renderò lor tutti quanti,

e del pensiero almanco uscirò fuora

me’ che potren, stenteren tutti quanti [13]!                         110

Sia savia, se tu vuoi ch’a lor si cigna! [14]

Fagli venir, se vengono, a la vigna. –

XV.

Or ritorniamo a quelli capi grossi [15]

di questi dua mercanti capassoni [16],

che ’n verso casa con l’ asin son mossi.                              115

Giunsono a casa amendua i babbioni:

duoi lenzuol bianchi presto ordinossi;

fasciaronvi la bestia que’ merloni,

e poi a letto con le donne andorno,

tanto de l’ altro dì apparve il giorno.                                  120

XVI.

Levàti e’ mercatanti la mattina

per veder l’operazion de l’asinetto,

portorno un sacco in quella stallettina,

credendolo d’empire a lor diletto:

parve gli avessin dato medicina,                                        125

tanto e’ lenzuoli avea pieni in effetto!

Come lo sciolson, sentirno l’odore

pensa di che, o discreto auditore!

XVII.

D’erba, ch’avea pasciuto quella sera,

che verdi si potea veder gli umori;                                     130

in qualche lato una materia nera

mischiata a cento mila mal colori!

Visto ch’ebbon costor quel che gli era,

d’ira e di stizza accesono i lor cuori,

dicendo: – Sto ribaldo ci ha giuntato [17],                           135

ma con la morte punirà il peccato!

XVIII.

Io vo’ che a casa l’andiamo assaltare,

e che di nostre man gli diàn la morte

prima e’ nostri danar ci faren dare,

nanzi che noi usciàn delle sue porte!                                  140

So che mai più non ci potrà giuntare,

sì che partianci ormai senz’altre scorte. –

Mettansi in via per trovar Campriano,

per dargli morte con lor propria mano.

XIX.

Camprian alla vigna se n’ andava                                             145

con la sua vanga, la zappa e ’l marrone [18];

duo conigli ch’ aveva, un ne portava /p>

seco rinvolto nel suo capperone [19],

e l’altro a casa a riposar lasciava;

chè ben pensato avea questo fagnone [20]                            150

quel che volessi fare, e ben s’assetta [21],

per darne a’ mercatanti un’altra stretta.

XX.

Li mercatanti lo viddon nel campo,

e presto inver di lui n’andorno in fretta,

che parve proprio che menassin vampo [22]:                        155

forte n’ andavon, come una saetta !

Disse fra sè Camprian: – S’ i’ ne scampo

di questa impresa, io farò la civetta! [23]

Giunsono a lui senza saluto dare;

Camprian li volea pur salutare.                                             160

XXI.

– Buon giorno! – disse. – Che fate voi avaccio [24],

con tanta furia e con tanta tempesta?

Parlate presto! Dal timor mi spaccio [25]!

E non tenete più tant’ira in testa ! –

Disse un de’ mercatanti: – Ribaldaccio                                 165

tu ci ha’ giuntato, et ancor ci fa’ festa?

Rendici e’ danar, che noi ti diéno,

e tòti l’ asin tuo di merda pieno! –

XXII.

– Avete voi altra stizza che di questo? –

disse allor Camprian. – Non vi turbate!                                170

Vostri danar vi renderò qui presto;

ma prima vo’ che meco desiniate ! –

Del capperon poi quel coniglio ha desto,

e disse a loro: – I’ vo’ che voi veggiate! –

– Va di’ a Lisa ch’ammazzi duo cappon tosto,                    175

et un ne faccia lesso e l’ altro arrosto !

XXIII.

Va ratto, – disse – ch’i’ non t’abbia a sonare!

e di’, che meco io ho dua mercatanti,

che vengano stamane a desinare

con esso meco; e che ponga gli ammanti [26],                       180

e che pulitamente apparecchiare

faccia, per far onor a tutti quanti

E lasciollo ire: il coniglio nandò

nel bosco, che mai più si ritrovò.

XXIV.

Da poi che fu partito quel coniglio:                                              185

– Su – disse – a desinar presto n’andiamo! –

Dette alla zappa e al capperon di piglio;

disse: – E mi par mill’anni, che giunghiamo

a casa! e per la fame i’ mi scompiglio!

e che poi vostri danar vi rendiamo! –                                    190

Nessun mercante parlar si sentiva,

che gli aspettavon dove riusciva [27].

XXV.

Giunsono a casa; e’ picchiava la porta

con quella zappa ch’egli aveva in mano;

e la sua donna, ch’ al fatto era accorta,                                195

cavò il pignatto presto del caldano [28],

et in mezzo di casa ella lo porta,

e via levò il caldan presto pian piano,

e poi disse: – Chi è? – e aperse l’uscio.

– Che domin fia? [29] – e mostrò ’l viso cruccio.                    200

XXVI.

Giunsono in sala tutti a tre di botto,

e la pignatta nel mezzo bolliva.

Disse alla donna Camprian: – È cotto?

Che noi immolliamo un poco la sciliva! [30]

La donna fece a’ mercatanti un motto;                                 205

intanto quel coniglio fuora usciva

d’una panchetta; e’ mercanti il vedeano,

e tal’ parole all’ un l’ altro diceano:

XXVII.

– Si vuol ch’ a questo perdoniam la morte,

e’ danar che gli demmo si sien suoi:                                     210

ma quel pignatto, che bolle sì forte,

e quel coniglio, che ci venda a noi!

Non si vuol che usciàn di queste porte,

se non ce ’l vende: ma direnghiel [31] poi! –

Camprian disse: – Andiamo a desinare,                              215

ch’ e’ danar vostri vi possa contare! –

XXVIII.

Posonsi a tavola lì a sedere in terra,

Ch’altro desco non v’è, se Dio mi vaglia!

La tavola era un cassson, se ’l dir non erra,

senza tovagliolino ovver tovaglia;                                        220

e per bicchieri scodelle di terra

ma pur a quei capponi ognun si scaglia!

Mangiono e beon, come fanno i villani,

la bocca piena, et amendua le mani.

XXIX.

Da poi che gli ebbon consumato i polli,                                     225

a Campriano un dei mercanti disse:

– Di quel che parlo, fa che non ti scrolli! [32]

e Camprian ciò che vuol gli promisse.

– La pentola colà dove tu bolli

la carne, bisogneria che ci vendisse,                                    230

e quel coniglio vogliàm per ragazzo! –

Guarda se questi ebbon ben del pazzo!

XXX.

E Camprian, che tal’ parole sente,

credi tu, gli ridesse l’occhiolino?

E con parole non già rozze o lente [33]                                235

rispose concordante al lor latino [34]

– O mercatante da bene e piacente,

tu non mi pagherai con un fiorino!

De la pentola i’ vo’ trenta ducati,

che sol di legne li arà guadagnati !                                     240

XXXI.

Io vi so dire un’ altra sua virtù:

che sol di sale un gran risparmio fa!

E quel coniglio, che vedi là su,

per un ragazzo assai servito m’ ha:

dell’ avolo e bisavolo mio fu!                                               245

da’ cieli una gran grazia certo egli ha,

che non invecchierà mai per mia fè;

e per trenta ducati il darò a te!

XXXII.

Trenta con trenta si farà sessanta

non leverei di tal prezzo un quattrino! –                            250

D’ averne più trovato ancor si vanta,

per ristorargli ben dell’asinino;

giura e spergiura per la croce santa,

per farlo creder loro, il contadino.

Dar sessanta ducati fur d’ accordo                                     255

guarda se questi ebbon del balordo!

XXXIII.

Poi si partivan con gran festa e giuoco,

parendo a lor di guadagnarne molto,

da poi che la pignatta senza fuoco

bolliva! e gran letizia n’han nel volto.                                260

Discreto auditor mio, aspetta un poco,

che ’l gaudio allor presto gli sarà tolto!

Giunsono a casa: a lor donne rammentola

la virtù del coniglio e della pentola.

XXXIV.

Or ritorniamo a Camprian dolente,                                         265

ch’aspetta pur che la pentola torni:

senza rimedio si trova al presente,

e crede pur questa ragia si scorni [35].

La donna sua, che lamentar lo sente,

disse: – Non dubitar de’ lor ritorni!                                   270

Sta a udir quel ch’ a questo ho pensato,

e poi, se ti parrà, sia seguitato.

XXXV.

Noi abbian quella tromba rugginosa,

ch’è stata là appiccata tanti mesi:

se tornon qua, io vo’ la prima cosa                                   275

tu dica, che fuss’ io che loro offesi,

e fa la faccia tua trista e crucciosa,

fa vista che ti doglia e che ti pesi:

una vescica di sangue al col m’attorta,

poi forirala, et io farò la morta [36].                                   280

XXXVI.

Suscitar mi potrai con quella tromba:

proprio parrà allor, che ’l vero sia!

e come i’ sentirò, che la rimbomba,

mi rizzerò piena di fantasia,

e dirò, ch’ i’ sia stata in una tomba,                                285

e conterò qualche novella mia,

e verrà poi lor voglia comperare

questa tromba che fa i morti suscitare. –

XXXVII.

Egli è pur buon delle volte aver moglie,

che le ti danno pur qualche consiglio!                            290

Vèdi costui ch’ ogni cosa raccoglie

sol per uscir di questo gran periglio,

e quanto la sua donna dice e’ toglie,

senza gridare o far altro bisbiglio!

E ciò che gli bisogna egli ordinavano,                            295

e lietamente i mercanti aspettavano.

XXXVIII.

Ritorna a’ mercatanti la novella,

della mattina che mandor la carne

alle lor donne, non già di vitella

o d’agnellino o pollastrino o starne,                                300

ma tolson bue, l’istoria favella,

sol per voler esperïenza farne!

aspetton poi el coniglio, al campo loro

torni, per dare a lor qualche ristoro.

XXXIX.

Aspetta, aspetta: el coniglio non viene,                                  305

e l’ appetito v’era di mangiare!

A’ mercatanti crescevan le pene,

chè l’ora gli parea di desinare!

e non sapendo questo donde viene,

si disposono a casa ritornare.                                           310

E le donne il coniglio avean mandato,

ma in altra parte s’ era riposato!

XL.

Aracci mai costui fatto la giarda [37]? –

Disse un di loro: – E’ ce l’ara appiccata!

Pur per la via ne vengono; e si guarda                            315

del coniglio: ma l’ ha dimenticata!

Dissen fra loro: – L’ora mi par tarda!

Dè, vien, che noi faren buona levata! –

Cosi parlando a casa se ne vanno:

ma la carne costor non mangeranno.                             320

XLI.

Voi sapete, in contado gli usci aperti

stanno, per non aver sempre a picchiare:

entrorno drento i mercatanti sperti,

per voler quel buaccio [38] manicare;

ma i pensier loro resteran diserti!                                    325

Cotto non è! – cominciorno a gridare

alle lor donne; e picchiavon le mani

dicendo: – E’ ci ha pur fatto Cordovani! [39]

XLII.

Questo ribaldo, se ce l’ ha appiccata!

E’ ce n’ ha fatto una, e dua con questa!                          330

Aspetta pur, che la sarà scornata

la ragia sua, ch’ i’ me l’ho posto in testa!

Andianne a casa sua questa giornata,

che gli vo’ fender con mie man la testa! –

E così a casa di Campriano andorno,                              335

e con grand’ira a dir gli cominciorno:

XLIII.

– O trista giuntator [40], poltron villano,

trovaci presto qua i nostri danari,

se non che del peccato ti puniamo!

E perchè un’altra volta tu lo impari                                 340

a non giuntar . . . – Rispose Campriano:

– Non giuntai mai persona, e vostri pari! –

Risposeno i mercanti a tal bisbiglio:

– Dell’ asin, del pignatto e del coniglio!

XLIV.

Tu ce la dai, che l’ abbia una virtù,                                          345

e che ’l coniglio, di’, ch’ un altra n’ha:

così come la carne messa fu

nella pignatta, sì cavata l’ha!

e quel coniglio, com’ lasciato e’ fu,

in altra parte el cammin preso egli ha!                              350

Or rendici e’ danar senza parole,

se non vuoi altro caldo che di sole! –

XLV.

Pareva a Campriano or il periglio;

pur cominciò con le parole a dire:

– Non vi maravigliate del coniglio,                                    355

che in altra parte egli abbi avuto a gire!

Perchè la via non gli insegnasti e ’l miglio,

dove egli avea per voi a rivenire?

Or, che la carne cotta non si sia, . . .

forse scambiata l’ha la donna mia !                                   360

XLVI.

Aspettatemi un po’, ch’ i’ la vo’ intendere,

se la mia donna vi avesse ingannato

se la l’ha fatto, i’ vi farò comprendere

quanto di questo i’ me ne sia turbato!

Lisa, vien, giù! che ti farò intendere                                   365

cotesta scala, s’i’ mi t’accosto allato,

con questo mio randel, ch’i’ ho in mano!

Tu sai pur come è fatto Campriano! –

XLVII.

– Che diavol fia? Che domin sarà poi? –

disse la donna con turbato ciglio.                                       370

– Che mai si s’ abbia altro da far fra noi,

se non gridar, o far qualche bisbiglio!

Or oltre, presto! dimmi quel che vuoi,

non mi tenere più ormai in scompiglio! –

– Per te voglio il malanno, isciagurata!                              375

Che pentola è che a costor hai data? –

XLVIII.

– El vero i’ ti dirò, marito mio!

La virtuosa pentola i’ la roppi,

mentre che la lavavo! pel mio Dio,

io non ne senti’ altro che gli scoppi!                                   380

e per fuggir il suon del baston rio,

e per non dar nella quercia gl’ intoppi [41],

detti lor quella che gli hanno portata:

ma prego, che ti sia raccomandata! –

XLIX.

– Son questi degli onor, che tu mi fai?                                      385

Poltrona, manigolda, sciagurata!

Dè, va pur là che te ne pentirai

nanzi che passi ancor questa giornata! –

– Fa ciò che vuoi, tu non la troverai,

se ben per questo m’arai bastonata! –                                390

Camprian disse: – Tu rispondi ancora?

Corsegli addosso, e la vescica fora.

L.

La donna allor si gettava per terra,

e atti proprio faceva di morire.

I mercatanti la veggono in terra;                                        395

si cominciorno l’uno all’altro a dire:

– Vedi pur che Campriano non erra!

Ma non vorrei, che s’avesse a sentire,

come costei per nostro amor sia morta!

– E ciascun Campriano si conforta:                                   400

LI.

Di questo caso e’ ci rincresce e duole!

non vorremmo tal’ cose aver vedute!

Come faranno queste tue figliuole?

Converrà che da Dio sian provvedute! –

Camprian disse: – Le vostre parole                                    405

mostron, che voi stimate mia salute!

Se voi volete, la susciteròe

per amor vostro i’ gli perdoneròe. –

LII.

Come risuscitar? sarestu mai

Cristo o San Pier, ch’ e’ morti suscitava? –                        410

– Cristo non son, nè San Pier; ma vedrai

cosa, che non parrà già trista o prava,

come la tromba sonar sentirai,

ch’ è là appiccata! – E poi la dispiccava.

Ciascun mercante si fe’ maraviglia,                                   415

e con parole l’ un l’altro consiglia

LIII.

Se suscita costei con questa tromba,

in ogni modo a comperar la piglio!

Questa ha a cavar e’ morti della tomba? –

Camprian disse: – Quando di Dio il figlio                         420

verràli a suscitar, che la rimbomba,

a chi darà letizia e a chi scompiglio:

di sua man propria sì la fece Adamo,

e con essa ogni morto suscitiamo. –

LIV.

Disse un mercante: – I’ lo vorre’ vedere                                   425

Or suona un poco! – E Camprian sonava:

la donna si rizzò su da giacere,

mostrando loro che resuscitava;

e stata alquanto a drieto col tacere,

poi nel parlare così cominciava,                                         430

per dare a ’ntender lor d’essere stata

giù nell’inferno, come alma dannata.

LV.

– Io ho veduto nello inferno il diavolo

e la Versier’, [42] moglie di Satanasso:

a me facevon come il verme al cavolo:                               435

così rodieno ogni mio membro lasse!

Volea fuggir, e chiamava San Paolo,

e tutta via andava giù a basso

fra serpe, botte [43], tarantole e ramarri,

che non li tirerebbe mille carri !                                          440

LVI.

Come senti’ el suon celestiale

di questa tromba, el diavol mi lasciò;

e parve proprio che mettesse l’ale,

con tanta fretta l’anima tornò

a riposar nel corpo ch’è mortale!                                        445

E sempre e’ mia peccati piangerò!

Lo inferno è più amaro che l’ assenzio! –

E detto questo pose poi silenzio.

LVII.

Onde i mercanti disson a Campriano

– Dè, stà a udir quel, ch’ or qui ti distendo!                       450

Questa tromba da te noi la vogliano,

che volentier drento e’ danar ci spendo:

dimanda quanto vuoi che noi ti diamo,

perchè d’averla in gran voglia m’attendo! –

– Dar ve la vo’ per cinquanta ducati,                                 455

perchè voi siate da me ristorati. –

LVIII.

Parve a costoro averne buon mercato:

mill’ anni parve a loro di pagarla!

Tolson la tromba, et ognun s’ è avviato

inverso casa, e fra loro si ciarla                                           460

– E come i’ giungo a casa, i’ ho pensato

di voler questa tromba anch’ io provarla:

ammazzar la mia moglie, e tu la tua,

e poi susciterenle d’ amendua ! –

LIX.

Assettonsi costoro a dar la stretta                                              465

alle lor donne: stà a veder la festa!

Giunti che furno alla loro casetta,

a gridar cominciorno e far tempesta,

e cavò fuora ognun sua coltelletta,

e denno alle lor donne in su la testa                                   470

tutta la casa di sangue slavazzano,

e in terra come polli le stramazzano.

LX.

E poi che più nessuna non fiatava,

e’ volson dar principio a suscitarle;

e fortemente la tromba suonava,                                       475

credendo pur costor certo destarle:

suona e risuona, e niuna non levava!

Veggon che fa bisogno sotterrarle.

Un de’ mercanti disse: – Oimè, che scoppio!

Questo è pure stato scorno doppio!                                    480

LXI.

E’ ci bisogna in ogni mo’ arrischiare,

se noi non vogliàn perdere la vita!

Ma ci convien Campriano ammazzare,

e poi faren di qui presto partita. –

Dice quell’altro: – I’ ti vo’ consigliare,                                485

acciò che nostra voglia sia adempita

andremo a casa sua, lo piglieremo,

dentro d’un sacco poi lo metteremo.

LXII.

Andremo camminando poi sia notte

a un gran fiume, che so ben la via,                                    490

che v’ è un ponte, alto, fra duo grotte,

et in quel fiume lo gitterem via,

et a quel modo punirà sue dotte,

e d’ ogni male allor punito fia! –

Fatto il pensiero, andorono a trovarlo,                               495

con un gran sacco per voler pigliarlo.

LXIII.

Gli era di notte ben forse tre ore,

quando costor Camprian si trovorno,

ch’appunto della casa uscito è fuore;

e costor ben accorti l’appostorno:                                       500

corsongli addosso con un gran furore,

et in quel sacco presto lo legorno,

et un di lor se ’l pose in su le spalle

per portarlo là giù in quella valle.

LXIV.

Camprian non poteva favellare:                                               505

par ch’ abbia gustato l’onde di Lete,

che fanno a chi ne bee dimenticare!

Ma alfin prestamente voi vedrete

costui, che Dio si lo vuol aiutare:

fece venire a’ mercatanti sete,                                             510

e l’ uno a l’ altro cominciò a parlare:

– E’ ci convien costui un po’ posare!

LXV.

In su quel poggio ce n’ andren pian piano,

che d’acqua chiara v’ è una fontana;

tanto beren, che sete ci caviano:                                         515

or poserenlo qui in questa piana. –

Posorno quivi adunque Campriano,

che la fatica a lor sì non è sana;

pàrtonsi adunque, e vanno alla fonte,

che era posta appunto a mezzo il monte.                          520

LXVI.

Dov’ era Campriano un pecoraro

passò, che andava verso la maremma.

Camprian lo sentì, e disse: – Caro

fratel! – gridando con una gran tema.

– Io non la voglio! – con un pianto amaro –                      525

chè a me non stà bene una tal gemma! –

Il pecoraro disse: – Chi è qua giù?

Che cosa è questa che tu non vuo’, tu? –

LXVII.

– I’ ti dirò, fratello, el caso rio!

Di Spagna son venuti duo mercanti                                  530

 dicon, che hanno ispirazion da Dio

 e da certe altre stelle e certi santi,

ch’alla figlia del Re per isposo io

sie dato! I’ non son uso a tali ammanti!

Voglion per forza menarmi in Ispagna,                            535

e son costor a bere alla montagna. –

LXVIII.

El pecoraro disse: – Tu se matto

a rifiutare, certo, una tal posta!

Se vuoi ch’ i’ vi vadi io, farotti un patto:

un dì t’arricchirò, senza far sosta! –                                   540

Camprian disse: – Scioglimi ad un tratto!

Onde che gli ubbidì a suo proposta:

el pecorar gli dette el suo bestiame

e dieci fiorin d’oro, e sei di rame.

LXIX.

E poi si fe’ legare in questo sacco,                                             545

e Camprian molto bene il legò

gli stava cheto proprio com’un bracco!

Intanto Camprian sì se n’ andò

con quel bestiame, che pareva un Caco!

Intanto i mercatanti ritornò:                                               550

messonsi il sacco costor alle spalle,

andorno e sì ’l gittorno in quella valle.

LXX.

Poi inverso casa presono il cammino

per voler rassettar le lor faccende.

Dè, state attenti a questo mio latino,                                  555

ch’ a questo tratto ogni cosa si spende!

Trovorno Camprian da un mulino,

che col bestiame inver casa si stende:

vedendolo così lor si segnorno,

s’egli era Camprian gli domandorno.                                560

LXXI.

E’ si rivolse con un lieto volto,

e disse: – Si, non mi vedete voi?

Voi mi credesti far, certo, mal molto.

ma voi restati sete come buoi!

Voi mi gittasti giù in quel fiume involto:                           565

noi non abbiamo un paese tra noi,

che’ sia sì bel, come gli è quel nel fondo;

di certo che mi parve un altro mondo!

LXXII.

Io andai giù, e ’ntrai in un bel giardino:

con salsiccie le vigne son legate;                                         570

un fiume v’è, ch’ è d’un perfetto vino!

Io n’ ho bevuto certe corpacciate!

E cappon cotti van per quel confino;

montagne v’è di cacio grattugiate,

et una donna che fa maccheroni,                                       575

e favvisi la giù di gran bocconi!

LXXIII.

Et in sul pal delle vite v’ è un tordo

cotto, con una arancia sotto el piè;

e un bicchier di cristal, s’i’ mi ricordo,

di malvagia [44] pieno certo v’ è;                                         580

e i letti sprimacciati, che balordo

istetti un pezzo, per la pura fè!

migliacci [45] bianchi, torte e marzapani,

e pinocchiati [46] acconci in modi strani.

LXXIV.

Et èvvi ancora di molte zitelle,                                                 585

che seco stanno sempre a sollazzare,

che non vedesti mai forse più belle!

I’ so che vi farian maravigliare

con loro acconciature, e con gonnelle

che in quel paese l’uson di portare,                                   590

con baci e gentilezze che ti fanno,

da non partirsi 47] da lor di quest’ anno!

LXXV.

Come tu giungi ti lavono e’ piedi

con un gentile e prezioso cotto [48],

e poi ti rizzi et a tavola siedi,                                              595

e ti pongon innanzi pan biscotto,

tortole e quaglie; e questo ve’ che credi,

che là non vi si paga poi lo scotto [49]!

Cappon, starne, piccion grossi e bastardi

a porti innanzi le non son mai tardi!                                 600

LXXVI.

Non vi potrei contar poi ne’ dì neri,

come il venerdì e ’l sabato mattina

storïon grossi proprio come ceri

vi sono acconci, dico, in gelatina,

e gli erbolati [50] corron pe’ sentieri,                                   605

di uova fresche e’ v’ è piene le tina,

e tinche, lucci e muggini [51] e lamprede

et altri pesci ancor cotti si vede!

LXXVII.

Io mi parti’, et all’uscir del fiume

e’ mi fu dato a me dieci ducati,                                         610

perchè là giù se l’ hanno per costume

di darli a chi nel fiume son gettati;

questo bestiame con lor veli e piume,

cento capi di bestie, mi fur dati!

Ménole a casa, e poi vi vo’ tornare                                    615

a starvi anche otto giorni a trionfare. –

LXXVIII.

Contrafaceano e’ mercatanti i Magi,

e inginocchioni a Camprian diceno:

– Se tu potessi farci aver questi agi

in quel luogo, che di’, ch’ è tanto ameno,                         620

noi fuggiremo li mortal disagi

per abitare un luogo sì sereno:

dè, Campriano, gettaci in quel fiume,

che noi gustiam un po’ di quel bel lume! –

LXXIX.

– Per piacer farvi, io tornerò a dietro! –                                   625

Con una fune amendua li legò

( or per abbrevïare il nostro metro )

et in quel fiume amendua li gittò;

e mosso il suo viaggio col suo scetro

inverso casa sua si ritornò,                                                 630

e trionfò coi figli e con la moglie,

e di denti [52] mai più non sentì doglie.

LXXX.

Io mi parti’ di poi ch’io ebbi visto,

ch’ al mondo ci bisogna buona sorte,

chè, se pure e’ ti vuole aiutar Cristo,                                  635

tu esci d’ogni impresa dura e forte.

Costui che volteggiandosi s’è visto

a parecchi pericoli di morte ,

e’ si vuol aver proprio qualche stella!

Finita al vostro onore è la novella.                                      640

IL FINE.

 

Note

_____________________________

 

[1] industria: trovata intelligente per tirarsi fuori dalla povertà, astuzia, scaltrezza.

[2] Gello: nome di vari paesi della Toscana. Da notare che anche Campriano è nome di paese.

[3] grossa: incinta.

[4] scossa: priva.

[5] ceder: arrendersi, non lottare più,; si riferisce ovviamente alla vendita (cessione) dell’asino.

[6] storpo: molestia, fastidio.

[7] si favellorno: parlarono tra loro.

[8] arén: avremo.

[9] otta: ora.

[10] in una dotta: in un  momento.

[11] che la paia cotta al rezzo: che sembri cotta al soffio dell’aria.

[12] sia nella buon’ora: speriamo nella buona sorte.

[13] me’ che potren, stenteren tutti quanti: cercheremo di vivere tutti quanti meglio che potremo.

[14] si cigna: stringere in una morsa (con la cinghia), quindi portarli a far quel che vogliamo.

[15] capi grossi: teste senza cervello.

[16] capassoni: zucconi.

[17] giuntato: ingattato, defraudato.

[18] marrone: specie di zappa più lunga e stretta di quella normale.

[19] capperone: gran cappuccio, perlopiù contadinesco, o da vetturali, per metterselo in capo sopra il cappello specialmente nel tempo di pioggia.

[20] fagnone: tanto astuto da apparire goffo.

[21] e ben s’assetta: e ben si prepara.

[22] vampo: vanto.

[23] farò la civetta: far la civetta, gioco in cui uno cerca di picchiar l’altro; abbassare il capo o scansarsi per evitare i colpi dell’avversario nel popolare gioco infantile della civetta.

[24] avaccio: sollecitamente.

[25] Dal timor mi spaccio: mi libero dal timore.

[26] ammanti: tovaglia e tovaglioli.

[27] che gli aspettavon dove riusciva: che aspettavano di sapere come sarebbe andata a finire.

[28] caldano: vaso piuttosto grande di rame o di ferro che veniva riempito di brace; serviva sia per riscaldare la stanza che per cucinare: sulla brace veniva posto un treppiede sul quale si metteva la pentola che riceveva calore dalla brace. La donna toglie dal caldano la pentola ponendola sopra il tavolo e nasconde in altra stanza il caldano stesso.

[29] Che domin fia?: chi sono questi signori.

[30] immolliamo un poco la sciliva: bagnamo un poco la saliva.

[31] direnghiel: glielo diremo.

[32] fa che non ti scrolli: fa che ti importi.

[33] lente: di poca intelligenza

[34] latino: linguaggio

[35] e crede pur questa ragia si scorni: e crede ormai che alla fine pagherà per il suo inganno

[36] mettimi intorno al collo una vescica piena di sangue; poi tu la fori e io farò finta d’esser morta.

[37] giarda: burla, beffa, inganno

[38] buaccio: bue, ma anche persona stupida e sciocca; i mercanti vorrebbero mangiare il bue, ma i loro desideri non si realizzeranno (resteranno diserti)

[39] Cordovani: persone sciocche e credulone, che si possono facilmente ingannare

[40] giuntatore: ingannatore

[41] e per non far diventare irrisolvibile una difficoltà

[42] Versier’: Versiera, moglie del diavolo, nomignolo popolaresco usato dal "volgo" soprattutto quando voglion mettere paura ai ragazzi e tenerli buoni.

[43] botte: (forse dall’ant. ted. bütze) rettili anfibii simili alla rana, ma più grossi e meno acquatici.

[44] malvagia: malvasia

[45] migliaccio: forma linguistica più comune di castagnaccio, specie di torta di farina di castagne mescolata con mandorle, pinocchi, noci, zibibbo

[46] pinocchiato: confettura di zucchero di zucchero e pinocchi o pasta dolce con pinocchi.

[47] partirsi: allontanarsi

[48] cotto: bacinella di terracotta.

[49] scotto: il conto delloste.

[50] erbolato: torta derbe con vari altri ingredienti

[51] mùggine: sorta di pesce marino di testa ottusa comune nel Mediterraneo.

[52] di denti mai più non sentì doglie: non sentì mai più i morsi della fame

 

 

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Ultimo aggiornamento: 13 giugno 2006