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Edizione di riferimento:
Domenico Comparetti, Virgilio nel Medioevo, La Nuova Italia, Firenze 1941, Appendice: testi di leggende virgiliane.
Mille cinquantacinque anni volgea
La mentitrice etate in lieta calma;
E Vittore Secondo il soglio avea,
Alla Chiesa portando amica palma;
Enrico Quarto il scettro allor reggea 5
Con fausta sorte, fortunata ed alma;
Che se eserciti contro altrui giù spinse,
O vincente o perdente ei sempre vinse.
Ma prima di solcar i flutti e l’onde,
Febo che mi raggiri entro l’ingegno. 10
Per schivar le voragini profonde,
Acciò non si sommerga il fragil legno;
Tu infondi al mio cantar luci gioconde.
E vegga pur de’ tuoi favori un segno;
Chè se sol da un tal raggio io sarò scorto, 15
Bacio l’amica terra e giungo in porto.
Or ritornando alla mia storia ordita,
Correa la detta età quando in Salerno,
Che fra l’altre cittadi è più fiorita,
Di Partenope alzando il nome eterno, 20
Nacque con gran ricchezze e stirpe avita,
Che già mise terrore al cieco Averno,
Nacque Pietro Barliario, e fu allevato
Dal suo nobile e ricco parentato.
Cresciuto poscia in tenerella etate, 25
Fece in tutti gli studi un gran portento,
Tanto che ai genitori persuade
D’un futuro sperare alto contento;
Ma come in petto giovanile accade
Tentar ciò che si vuol con ardimento, 30
Di desir arse (o nostra mente ria!)
Per dotto diventar nella magia.
Ma l’inimico dell’umana gente,
Che sol per nostro male è destro ognora
E casi fa nascere sovente, 35
Come a Pietro fe’ senza dimora:
Fece un dì che il garzone afflittamente
Dalla natia città n’uscisse fuora,
E a spasso andasse ove di verdi erbette
Eran dipinte vaghe collinette. 40
E trovò quivi a caso una caverna
Ch’aveva oscuro e sotterraneo ingresso.
Egli, benchè la via qui non discerna,
Vuol penetrar nel rustical recesso,
E spinto pur da cupidigia interna, 45
Pose le piante e non pensò a sè stesso,
Come il guerrier [1] che tanto si rinoma
Col suo precipitar liberò Roma.
E giunto colaggiù vidde una stanza
Con due altre, da quella separate. 50
Un vecchio qui facea sua dimoranza
Sotto dell’empie soglie disperate;
Qual subito l’accolse, e con istanza
Di cerimonia e con parole grate
Gli dimandò chi in quelle stanze ombrose 55
L’avea condotto; a cui Pietro rispose:
« La mia curiosità, dicea, m’ha spinto;
E non cerco altra cosa in questo mondo
Se non che di saper vero e distinto
Il modo di magia sommo e profondo; 60
E per ciò venni in questo labirinto,
Sperando di trovar in questo fondo.... »
Volea pur dir, ma il vecchio tutt’ umano
In quell’istante il prese per la mano.
Si volse a tergo e tosto gli ha additato 65
Un colosso inalzato in quel soggiorno,
Quale in mano tenea libro serrato
D’indegne note e stigi nomi adorno.
Gli disse:«Il tuo pensier pago è restato
Di ciò che mi chiedesti in questo giorno; 70
Prendilo », disse; e il prese, e una sol banda
Da lui fu aperta, e udì tosto: « Comanda ».
Lieto lui gli soggiunse:« Io vi comando
Che fuor da questo centro mi portiate,
Senza insulto però vi raccomando, 75
E che danno nessun non mi facciate ».
Siccome avesse dato al suono bando,
Fuori si ritrovò delle incantate
Mura, per forza solo empia e nefanda.
Aprì di nuovo il libro e udì: « Comanda ». 80
Comandò che in città volea andare,
Ed in piazza trovossi immantinente
Con gli altri cavalieri a passeggiare,
Come solea far continuamente.
A casa se ne andiè senza tardare, 85
Sicuro già di sua virtù potente.
Riaprì il comando e con sua voce prop[r]ia
Disse di tutti i libri voler copia.
Di tutti i libri sparsi in questo mondo
Che trattin di magia voglio portiate, 90
O sian in mar o sian nel cupo fondo
O stian in terre occulte e inabitate.
Finì appena di dir, che con gran pondo
Di scritture in diabolico segnate
Venner mostri d’Averno in quell’istante, 95
Molti libri gli portaron davante.
Barliario allor vedendosi arricchito
Di quella scienza che cotanto amava
E che il suo desiderio era compito,
Con fervor grande notte e dì studiava, 100
Talchè così perfetto era riuscito
In quella scienza maledetta e prava
Che fece cose di tal maraviglia,
Che inarcherete al mio cantar le ciglia.
Trovavasi in quel tempo abitatrice 105
Donna in Salerno di sovran bellezza
E celebre e famosa incantatrice,
Come la fama a noi ci dà contezza.
Per questa Pietro ardea mesto e infelice
Al cor portando avvelenata frezza. 110
Porta Pietro nel sen immenso ardore,
Angelina per lui di gelo ha il cuore.
Angelina chiamavasi la bella,
Che di un vago garzon viveva amante.
Quanto Barliario l’ama, altrettanto ella 115
Crudel gli si dimostra ed incostante.
Così il suo cuor si strugge, mentre quella
Del suo diletto adora il bel sembiante.
Di questo accorto Pietro fu ripieno
Di geloso timore e di veleno. 120
Stava a diporto un giorno la crudele
In un giardin con il suo drudo a lato;
Pietro vi apparse e fece all’infedele
Veder l’amante in sasso trasformato,
E per sfogar della sua rabbia il fele 125
Fece a colei che tanto l’ha sprezzato,
La sua persona e il volto così bello
Trasformar in un florido arboscello.
Ritrasse poi le piante da quel loco;
Mentre Angelina tutta a parte a parte 130
Ricolma il seno di rabbioso foco,
Per liberarsi opra la magica arte.
Tanto disse e parlò, che di lì a poco
Ripigliorno ambedue le forme sparte.
Ritorna nella sua sembianza adorna 135
Angelina, e l’amante ancor ritorna.
Ritornò Pietro, e vidde liberati
Li due amanti e ripieno di furore
mormorò allor con sì terribil fiati
Che spaventò sino di Pluto il cuore, 140
E comandò agli Angioli dannati
Che in un punto l’amata e l’amatore
Diventino con forma assai più strana,
L’amante un tronco, ed ella una fontana.
Tinta così vedendosi la bella, 145
Ricorse indarno dagli Stigi numi.
Con singhiozzi interrompe la favella
E di lagrime fa scorrer due fiumi;
O quanto si lamenta e si querela
che la sua gran bellezza ivi consumi! 150
Pietro, mosso a pietà, più non comanda,
Scioglie l’incanto e liberi li manda.
Attuffati i corsieri in grembo al mare
Avea di Delo il nume e tolto il giorno,
Quando portossi Pietro a ritrovare 155
Un cavaliere amico al suo soggiorno.
Facea costui vago festino [d]are
Di canti, suoni, balli in modo adorno.
Qui donna vi trovò di vago aspetto
Che l’alma gli passò per mezzo il petto. 160
Pietro la mira, ed arde nella mente
E gli stimola il cuore un santo onore.
O non s’avvede o non si cura niente
Che per lei nutra in seno un vast’ardore.
Di lì Pietro partissi di repente 165
E la bella aspettò che uscisse fuore.
Giunse la donna, a casa, che non pensa
Che abbia Pietro per lei l’anima accensa.
Era la porta chiusa e ben serrata,
Perchè la donna allor volea dormire 170
E degli abbigliamenti era spogliata,
Quando Pietro si vidde comparire,
Che con voglia proterva ed infiammata
Scopriva li suoi affetti e il suo desire.
Tutta irata colei con gran baldanza 175
Gli dice che abbandoni la sua stanza.
E in vece in lei di tema entrò lo sdegno
E: « Importuno », gli disse, « ed arrogante,
Scaccia di mente pure il rio disegno
E dalla vista mia torci le piante ». 180
Pietro si parte, e con turbato ingegno
Dicea tra sè: « Se mi schernisti amante,
Mi proverai fiero nemico e rio,
Chè brama sol vendetta il pensier mio ».
Adirato si parte, indi comanda 185
Ai demoni che tosto abbino spento
Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,
Fosse da loro estinto in un momento.
Onde, per compir l’opera nefanda,
La donna fe’ pigliar con gran tormento, 190
E in piazza fu portata di repente
Nuda, parea ch’ ardesse in fiamma ardente.
Correa il popol tutto in folta schiera
Per provveder di fuoco le lor case.
Fra le piante di quella in tal maniera 195
Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase,
E l’uno all’altro darlo invano spera,
Chè presto si smorzava; e intanto spase
La Dea ch’ha cento bocche un gran rumore,
E l’avviso n’andò al Governatore. 200
Il qual, di un tal misfatto molto irato,
Il Bargello chiamar fece ben presto.
E pena il viver suo gli ha comandato,
Pietro imprigioni senza alcun pretesto;
In altro modo non sarà scusato. 205
Partì il meschin, ma molt’afflitto e mesto
Pensando, se l’andava a carcerare,
Poco guadagno vi poteva fare.
E per fuggire un sì fatal comando
Dalla città si risolvè partire; 210
Ma pria di far un volontario bando,
Volle Pietro Barliario riverire,
A lui l’ordine imposto dichiarando,
Dirgli come per lui volea fuggire,
E se di vendicarsi egli desira, 215
Contro il Governator rivolga l’ira.
Ma Pietro già per infernale avviso
Era stato informato del successo;
E vedendo il Bargel, dicea con riso:
«So che il Governatore appunto adesso 220
Che mi mettessi in prigion t’ha commiso».
Disse il Bargello allor tutto dimesso:
« Vero è, Signor, ma per fuggir tal sorte
Or di Salerno vuo’ lasciar le porte».
Soggiunse Pietro allor: « Per mia cagione 225
Tu giammai farai questo, così spero;
Va’, corri, e di’ a colui ch’io son prigione,
Che d’andarvi giur’io da cavaliero ».
Scacciò allor il Bargel tanta afflizione
E corse a darne avviso a quell’altiero, 230
Il qual, con volto minaccioso e tetro,
Discese alla prigion trovò Pietro.
E incominciò: « Quanti misfatti io sento
Di voi che siete un cavalier di pregio!
Perché così oscurate in un momento 235
Di vostra antica stirpe il nome egregio?
Un signor siete voi di gran talento,
Che racchiudete in sen animo regio;
Tanti richiami in tribunal ci sono
Che luogo non vi trovo di perdono». 240
Volea più dir, ma Pietro interrompendo
Disse che se voleva predicare,
Andasse altrove, pur di lì partendo,
E che gran gente lo staria ascoltare:
« Chè sentir correzioni io non intendo », 245
Diceali, «il tuo mestiero è giudicare,
Pensa d’amministrar d’Astrea l’impero
Con giustizia, con senno e cor sincero.
Tanto studiai che posso in quel che vuoi
Darti senza fallir gran correzione 250
Non solo a te, ma alli ministri tuoi,
Empi ministri di un crudel Nerone ».
Più non volle ascoltar li detti suoi
Il giudice adirato, e la prigione
Abbandonando, in stanza s’era messo 255
Per fabbricar contro di lui il processo.
Qual seppe ordir con tanta crudeltate,
La sentenza scrivendogli di morte;
Quando a un tempo si vider spalancate
Delle prigioni le serrate porte, 260
E delle afflitte genti carcerate,
Si fa lui condottiero, mago forte,
Mirando ognuno e di letizia pieno
Il ciel scoperto e l’aere sì sereno.
Indi, aperto il comando, in quell’istante 265
Alzar fu visto le prigion da terra.
Come se niuna fosse ascosa innante,
L’insidïoso seno al ciel disserra;
Così per vendicarsi il dotto Atlante
Fece veder sì rovinosa guerra. 270
Ma se porgete al mio cantar orecchia,
Udite quel che far poi s’apparecchia.
Sorgea la notte oltre l’usato oscura,
Cinta di orride nubi il fosco velo.
Ma pria di proseguir l’impresa dura, 275
Prestami aita, o biondo Dio di Delo;
Tu le nubi al mio dir discaccia e fura
E d’un vile timore il freddo gelo.
Sorgea, dico, la notte allora quando
Aprì Pietro il terribile comando. 280
E disse agli empi spirti: « Adesso voglio
Portiate questo rio Governatore,
Ignudo come sta, sopra quel scoglio
Che fra l’onde del mar spunta più fuore ».
Fu ubbidito il suo cenno, o con orgoglio 285
Pietro mirava quello in gran dolore
Sopra quel sasso esposto in mezzo al mare,
Che non meno d’un sasso un sasso pare.
Ma intanto poi nel liquido elemento
Eolo disserra dai suoi chiostri i venti 290
E nasce gran tempesta in un momento
Con soffi d’Aquiloni empi e tremendi;
Parea che contro il ciel con ardimento
Del gran tridente il nume i più possenti
Mostri del marin gregge e la canaglia 295
insultasse per fare aspra battaglia.
Un dì e una notte la tempesta algente
Durò pria che tornasse in lieta calma
Il mar cruccioso, e il misero dolente
Al Creator stava per render l’alma, 300
Quando poi fu veduto dalla gente,
E ognun correa per riportar tal palma,
E acciò che in terra si conduca in fretta,
Fu spedita dal lido una barchetta.
S’accostò il legno al rilevato sasso 305
Ed in terra portollo immantinente;
Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,
Con somma maraviglia delle gente,
Fu condotto al palazzo a lento passo,
E sulle piume posto incontanente, 310
E qui gli si appresenta, in varie forme,
Cose di gran spavento, allor che dorme.
Pareagli ad or ad or che in aria eretto
Fosse gran fuoco, e in cenere temea
Spesso che il suo nobile e bel tetto 315
Che rovinar volesse gli parea;
Così da gran timor riscosso il petto
In tal mestizia, in tal dolor cadea
Che in quattro dì, ahi disperata sorte!
Poichè temea morire, ebbe la morte. 320
Poichè Pietro si vidde vendicato
Di quel Governator che l’avea offeso,
Di Salerno la patria ebbe lasciato,
Verso Palermo il suo cammino ha preso.
Quivi giunto un compare ebbe trovato 325
Che gran sospir fuor del suo petto acceso,
Lagnandosi ad ognor, mandava all’aria,
Per aver la fortuna empia e contraria.
Avea fornaci il miser uom più d’una
E molta robba avea dal suo lavoro, 330
Ma la sua minacciosa e ria fortuna
Gli dava di miserie un gran martore.
Pietro trovollo ch’era l’aria bruna,
E dando ai suoi lamenti un gran ristoro,
Gli dicea: « Non temer, che io son venuto 335
Per riparar tuoi danni e darti aiuto ».
Pietro intanto si parte, e il cieco orrore
Già dispiegato avea la notte, quando,
Per consolar del suo compare il cuore,
Aprì Pietro il terribile comando 340
E costrinse il Demon, che per quattr’ore
Venga in giù dal ciel precipitando
Grandine tale e tanta (ahi fiero scempio !)
Che rovinò ogni casa ed ogni tempio.
Non voto andò il desio, che gran spavento 345
Di repente, o Palermo, avesti in seno.
S’ode l’aria fischiare e in un momento
Manca di stelle amiche un sol baleno,
E grandine sì grossa con fier vento
Spinse dal ciel, che ognun di tema pieno, 350
Colla sua famigliuola accolta intorno,
Pensò che fosse allor l’estremo giorno.
Dopo tanto travaglio e tanta guerra
Portò l’aurora il bel mattin rosato;
Quando s’accorse l’infelice terra 355
D’ogni casa il suo tetto rovinato,
E ai pianti ognun le luci sue disserra,
Vedendo quelli tutto al suol prostrato
Il suo tugurio, e per destin infido
Piange quell’altro il caro antico nido. 360
Per rimediar dunque a tal danno allora
E di tegole i tetti ricuoprire,
Dal compare ne andiè senza dimora,
Qual volentieri ebbe tal sorte a udire,
Nè passasse cred’io per certo un’ora, 365
Che il miser fornaciar s’ebbe arricchire,
Spacciando la sua robba; in un momento
Pigliò gran quantità d’oro e d’argento.
Ma divulgò la fama in un istante
La venuta di Pietro e la sua scienza, 370
Onde ogni cittadino ed abitante
Stima per opra sua tal violenza,
E altri dispetti ricevuti innante
Fanno che Pietro sia di scusa senza,
E per sfogare la mente lor sdegnata, 375
Fecero un stuol di molta gente armata.
Già benissimo Pietro lo sapea,
Come a suo danno armata era la gente,
Ma entro del suo cuor se ne ridea,
Che alla giustizia avea già posto mente, 380
E disegnando nella propria idea
Una burla di fargli assai valente,
In piazza si trovava allora quando
Venne la turba contro lui infuriando.
E di crudel ritorte circondato 385
Pietro guidorno in tenebrosa stanza
In un fondo di torre rinserrato,
E qui facia penosa dimoranza;
Con rigor fu il processo fabbricato,
E conclusero alfin, senza speranza 390
Di esser dalla pena liberato,
Senza indugiar che sia decapitato.
Venne l’ora fatal che dee morire
E al patibolo giunto immantinente,
Già salito sul palco, s’udì dire: 395
«Datemi un poco d’acqua, amica gente».
Un vaso d’acqua ebbe apparire;
Ma prima che bevesse, lietamente:
«Signori di Palermo, ’gli ebbe detto,
Io vi saluto e a Napoli vi aspetto». 400
Ridea il popolo al dir del sventurato
E che allor vaneggiasse ognun pensava.
Dopo bevuto, al Ministro voltato,
Che presto oprar volesse lo pregava;
Ma quel, tutto atterrito e spaventato, 405
Temea di qualche scherzo e dubitava;
E discacciato alfin questo timore,
Il colpo gli vibrò con gran furore.
Ma chi potria ridir con propri accenti
(Lingua non ho da raccontarvi appieno) 410
Il ridere, il sussurro delle genti,
Se tu Calliope non m’aiuti almeno
Tanto che per più strani avvenimenti
Ne canti io sol di meraviglia pieno?
Sparì Pietro; il ministro in quell’istante 415
Un asino trovossi in tra le piante.
Alzò la testa, e con furore tanto
Si mise in un gridar che spaventava.
Ma a Pietro, ch’è sparito, io torno intanto,
Che già disse che in Napoli aspettava. 420
Pria che la notte spicchi il nero manto,
Di Partenope al lido si trovava,
Quando ad un spirto di valletto in forma
Gli dà una lettra e del suo dir l’informa,
E che in Palermo vada, indi gl’impone, 425
che la consegni a quel Governatore,
Chi la mandi però non gli ragione.
Sparve a quel dir allora il rio latore
Ed in Palermo giunto, in conclusione
La lettera presenta a quel Signore; 430
Vi giunse che la gente ancor ridea
Di quel gran caso che veduto avea.
Diede, dico, la lettra al superbissimo
Giudice che ripieno era di furia,
La qual dicea: « O Signor riveritissimo, 435
Dottore come voi non ha l’Etruria.
Nella vostra città vedo benissimo
Che non ci avete d’asini penuria;
Nel mondo mai s’intese tal notizia
Che si facesse d’asini giustizia. 440
Imparate però, e avvertite bene
A conoscere prima le persone;
Perchè darvi potrei tormenti e pene,
Se conoscessi in voi senno e ragione;
E se voi camminate queste arene, 445
Credete che è la mia bontà cagione,
Chè potria ben farvi pagare il fio.
Questo vi sia d’eterno avviso. Addio».
Diede appena la lettra il spirto immondo,
Che dispiegò verso dell’aria i vanni 450
E il giudice lasciò, che con gran pondo
Rimase d’afflizion e di altri affanni.
Per il dolor fu per uscir dal mondo,
E sempre mesto poi condusse gli anni,
E come di quaggiù fosse diviso, 455
In bocca sua non si vedea più riso.
Or Pietro per Lisbona s’incammina
E in un momento giunse a quelle porte
Per virtù di sua magica dottrina
Che avvien che altrui tante ruine apporte. 460
Camminando in Lisbona una mattina,
Vidde dentro una casa un pozzo a sorte,
E ad un uom dimandò con forme liete
Un poco d’acqua per smorzar la sete.
Ma rispose colui che se ne vada, 465
E ritirossi entro sue stanze allora.
Pietro irato si parte, e senza spada
E senz’altre armi il rio punito fora.
La mattina seguente nella strada
Avanti quelle case il pozzo fuora 470
Fu ritrovato; per far l’empio umile,
Udite che trovò nel suo cortile.
Le forche si vedeano ben piantate
Nel luogo ove giù il pozzo si vedea;
Il figlio di colui con crudeltate 475
A un demon da carnefice facea;
Il capestro e l’altr’armi apparecchiate
Il provvido suo figlio allora avea.
Tal spettacol vedendo il padre intanto
Forte gridò spargendo un mar di pianto. 480
Gli sgridava lasciar l’uffizio rio,
Ma quello sorridendo e non curando
La dura impresa, lui già proseguio
E sopra il rio demon giva montando.
A tante strida e a tanto mormorio 485
Gran popolo concorse rimirando
Lo spettacolo enorme, e ognuno è presto
Per farlo alla giustizia manifesto.
Che sia magico incanto ognuno crede,
E per virtude d’infernal magia; 490
Ma il tribunal che lo spettacol vede
La cosa vuol sapere come stia.
Il padron della casa, che si avvede
Che questo è solo per vendetta ria,
Fu mandato a chiamar afflitto e mesto, 495
Il qual fe’ alla giustizia manifesto
Che in casa un forestier era venuto
Per chieder acqua e gliel’avea negato
E come la mattina avea veduto
L’obbrobrio, l’ignominia, il duro fato. 500
Gli disser se l’avrebbe conosciuto,
Se per città l’avesse riscontrato;
Lui rispose di sì con grande duolo;
E presto armar fu fatto un grosso stuolo.
Qual seguitando allor le sue pedate, 505
Giunsero in piazza e quivi ritrovorno
Il forestiere, e quelle genti armate
A quel subito corsero d’intorno,
E la vita e le mani incatenate,
In un oscuro carcer lo guidorno, 510
Dove, senza di vita amica speme,
Sei banditi di vita erano insieme.
Entrato Pietro, disse a quelli allora
Cosa in quel luogo ci volean fare.
Ma quelli, rispondendo: « E voi ancora 515
per qual cagion veniste qui abitare? »
Credon che Pietro sia di mente fuora
A quella gran stoltezza di parlare,
E benchè dica liberar li vuole,
Non però danno fede a sue parole. 520
Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giorno
Avea del nostro mondo come appare,
Che Pietro cominciò con viso adorno
Con quelli carcerati a ragionare.
Gli domandò che cosa in quel soggiorno 525
Gli dava la giustizia da mangiare.
Rispose un di coloro in modo irato:
« Sol che pane ed acqua ci vien dato».
Rispose Pietro allor: « Povera gente,
Così trattati malamente siete; 530
Ma vi prometto lesto qui presente
Che tutti consolati resterete ».
Si vidde in quella grotta immantinente
Circondare di lumi le parete
E una mensa si vidde apparecchiata, 535
Di preziose vivande era adornata.
Cena Pietro con gli altri carcerati,
Ed era ognun di maraviglia pieno,
E sazi delli cibi che portati
Furon da’ spirti in quell’oscuro seno, 540
Quando Pietro gli disse: « Amici grati,
Io partir vuo’, e non fia laccio e freno;
Se volete venir, io sarò scorta
Per fuor uscir dalla serrata porta ».
Preso un picciol carbone, a disegnare 545
Incominciò una barca in quell’istante,
Indi poi i compagni ebbe a chiamare
Che ponessero in quella le lor piante;
Ridevan quelli, e pur per soddisfare
Il suo pensier, che a liberarli è amante, 550
Di sei ch’erano entrar un sol non vuole,
Perchè fede non presta a sue parole.
Ma lo stolto n’avrà doglia e rancore:
La barca è presto in aria sollevata
E se ne uscì dalla prigione fuore, 555
Benchè la porta fosse ben serrata.
Per l’aria se n’andava, o gran stupore!
Ed in parte lontana è già arrivata;
E come l’aurora i raggi spase,
Ognun di quei trovossi alle loro case. 560
Ma è d’uopo tornare alla giustizia,
Che Barliario volea esaminare.
Al carcere ne andò molta milizia
Per farlo avanti il giudice parlare,
Ma ripieni i sargenti di tristizia, 565
La porta apriro e nol poter trovare;
Sol trovaro a dormir quel così stolto
Che per far da sapiente in lacci è avvolto.
Il qual, interrogato, disse come
E quanto fatto avea quell’uom straniero, 570
Il qual non sa chi sia, nè sa il suo nome,
Ma che lo stima il rio Plutone invero.
Arricciorsi ai ministri allor le chiome
Sentendo raccontar il caso intero;
Condusser quello dal Governatore 575
Per fargli raccontar tutto il tenore.
Udito il tutto, il giudice in persona
Andiè a vedere se rotture v’era,
E la porta trovò valida e buona;
Sol v’era scritta una leggenda altiera. 580
Dicea: « Pietro Barliario s’imprigiona,
Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,
Con le porte serrate osò scappare;
Andate un’altra volta a ben studiare ».
Tornò confuso nella sua magione, 585
Mentre Pietro in Salerno è già tornato,
Che si sentia nel cor tanta afflizione
Udendo un suono giorno e notte allato
Che in cor gli favellava: « Empio fellone,
In questa estrema età tu sei arrivato, 590
Nè ancor vuoi contemplar con luci vaghe
Del Crocifisso le pietose piaghe ».
Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,
Cinque Pater dicea inginocchione,
Pensando alla bontà del sommo Dio, 595
Che per l’uomo patì tanta afflizione.
Era buono il voler, ma il cor restio,
Perchè a morbo invecchiato invan si pone
O da chirurgo o da persone astute
Erba ed impiastro ad apportar salute. 600
Ammaestrando i suoi alunni un giorno,
Di celeste, voler o gran portento !
Li suoi nipoti in una stanza entrorno,
Che due lustri compiti aveano a stento;
E Fortunato e Secondino osorno, 605
Chè con tai nomi rinomar li sento,
Osorno, dico, in quella libreria
Un libro aprire d’infernal magia.
E per scherzo pueril givan cassando
Con una penna quelle note atroci, 610
Quando uno stuol di spirti minacciando
Con urli apparve e con terribil voci;
Sbigottiti i fanciulli allor, tremando
A quei gridi diabolici e feroci,
Sorpresi dal timor, caddero spenti 615
E dal numero uscir delli viventi.
Corse Pietro e i parenti alla vicina
Stanza e mirando l’infelice caso,
L’infausta morte e la fatal ruina
Delli nipoti suoi giunti all’occaso. 620
Barliario, tocco allor da man divina,
Già dentro del suo cuor è persuaso
Detestando abborrire in tutti i modi
L’inganno di Satanno e l’empie frodi.
Tutti portando i libri incontanente 625
Ove a san Benedetto è sacro un tempio,
Fe’ con proprie sue man un foco ardente
E quei libri vi pose a farne scempio.
Pluto con i ribelli arse repente;
Il suo gridar fu sì crudel ed empio 630
Che il gran Tartareo, sbigottito e lasso,
Guardava indarno il maledetto passo.
Così Pietro rivolto ad un altare,
Che v’era un Crocifisso assai divoto,
Cominciò sì forte a sospirare 635
E per tre giorni vi fu sempre immoto;
Con un sasso alla mano a lacerare
Incominciossi il petto e con gran core
Di contrizione fe’ in un momento
Che ondeggiasse di pianto il pavimento. 640
Dicea: « Signor, di schiavitù comprare
Col tuo prezioso sangue ti è piaciuto
Me peccatore (e) somigliante fare
A chi del ciel dagli Angeli ha saluto.
Dal niente mi creasti, ed aspettare 645
In questa estrema età tu m’hai voluto;
Or pentito a te vengo, o Redentore,
D’ogni mia colpa e d’ogni altro errore.
Lavar può solo il tuo prezioso sangue
Le bruttezze ch’il cor m’hanno macchiato; 650
Pietà, Signore, all’anima che langue
Considerando ogni primier peccato;
Pietà, se già di Stige all’orrid’angue
Più d’un’alma, d’un core ho consagrato,
E per giustizia io già incapace sono 655
Di ricever da te grazia e perdono.
Ma perchè tu, Signor, c’insegni e esorte
Che non vuoi che si perda un peccatore,
Ma che ben si converta e pianga forte,
E che detesti ogni passato errore, 660
E perchè, avemmo sì felice sorte;
Che dell’anime fosti il Redentore,
Confido che non già tra’ maledetti
Ma scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.
La tua pietà la mia miseria implora, 665
Nel tuo santo costato me nascondi,
Nelle viscere tue, deh! fa ch’io muora.
Tu che per noi di compassione abbondi,
Non far che io sia di redenzione fuora
Condannato fra i spiriti empi ed immondi; 670
Solo per mia cagione, ahi core atroce!
Sei conficcato in quella dura croce.
Con li misfatti miei t’ho flagellato,
L’osceno fui che ti sporcai il bel viso,
Di spine col mio oprar t’ho coronato, 675
I piè, le mani t’inchiodai, m’avviso,
Ho riaperta la piaga al tuo costato,
Nè ancor per il dolor resto conquiso;
Ben cieco fui che sin ad or non venni
Ubbidiente dei divini cenni. 680
Riguarda me, o Signor, con luci grate,
Come già festi degna Maddalena;
Rimira me con luci di pietate,
Come già nella deserta arena
Alla gran penitente fur mostrate, 685
Che per voler di tua grazia serena
S’ode ad esempio ognor alto ed invitto
La pazienza sua vantar l’Egitto ».
A questo suon di sì dolente voce
Che allora usciva da un contrito cuore 690
Il Santo Crocifisso dalla croce
Aprì degl’occhi il lucido splendore.
« Signor, non basta, il mio fallire è atroce »,
Pietro « vorrei », dicea « segno maggiore »;
E ad un tal dir con voce mesta, 695
Il Crocifisso allor chinò la testa.
Vanne, o alma felice, all’alto regno
A goder tra le schiere alme beate
E di contrizion tu lascia un pegno;
La fama il narri alla futura etade, 700
E a me, di Pizzo abitatore indegno,
Che già cantai di te l’opre incantate,
Intercedi da Dio tal dolce sorte
Che alla tua paragoni la mia morte.
Di ricche pietre e di marmoree foglie 705
L’urna in quel tempio fu subito eretta,
Al tumulo vicino della moglie,
Estinta un tempo ed Agrippina detta.
Ed appresso un sepolcro il quale accoglie
Di tenerella età coppia diletta: 710
Delli due nipoti io parlo intanto
Che causa fur del fortunato incanto.
Anni novantatrè, sei mesi e giorni
Visse nella magia quel forte Atlante,
E mille quarantotto e cento adorni 715
Anni gridava allor l’età volante.
Morì di marzo allorchè in pene e scorni
Cristo soffrì per noi pene cotante;
La Settimana Santa estinto giacque,
Ma nell’occaso suo presto rinacque. 720
Della Chiesa reggeva allor il freno
Eugenio Terzo, e con felice impero
Di pace scintillava il bel sereno,
Era lungi Bellona e Marte fiero,
Nè percoteva a Teti il molle seno 725
Con legni armati il timido nocchiero;
In lieta calma allor l’età correa
Come quando Ottaviano il scettro avea.
Corrado Terzo, Imperatore egregio,
Li suoi popoli avea fidi e costanti, 730
E del suo forte ardir mostrò gran fregio
Debellando ad ognor nemici tanti;
Regnava con valor, con spirto regio.
Troppo sariano a dir sue glorie e canti,
E di alloro ornandogli la chioma 735
L’elesse per suo Re l’inclita Roma.
Beato chi di divozione armato
A questo mondo porta il seno e il cuore
Chè l’eterno martoro avrà scampato;
Perchè dopo il goder alfin si muore. 740
In Dio sia nostro cuor ben preparato,
Chè tema non avrem nell’ultim’ore,
Chè Dio non sprezza, anzi fa dolce invito
A cuor che sia umiliato e ben contrito.
Note
___________________________________
[1] Attilio Regolo
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