ANONIMO

LA LEGGENDA DI PIETRO BARLIARIO

 

 

 

Edizione di riferimento:

Domenico Comparetti, Virgilio nel Medioevo, La Nuova Italia, Firenze 1941, Appendice: testi di leggende virgiliane.

1.

Mille cinquantacinque anni volgea

La mentitrice etate in lieta calma;

E Vittore Secondo il soglio avea,

Alla Chiesa portando amica palma;

Enrico Quarto il scettro allor reggea                           5

Con fausta sorte, fortunata ed alma;

Che se eserciti contro altrui giù spinse,

O vincente o perdente ei sempre vinse.

2.

Ma prima di solcar i flutti e l’onde,

Febo che mi raggiri entro l’ingegno.                            10

Per schivar le voragini profonde,

Acciò non si sommerga il fragil legno;

Tu infondi al mio cantar luci gioconde.

E vegga pur de’ tuoi favori un segno;

Chè se sol da un tal raggio io sarò scorto,                    15

Bacio l’amica terra e giungo in porto.

3.

Or ritornando alla mia storia ordita,

Correa la detta età quando in Salerno,

Che fra l’altre cittadi è più fiorita,

Di Partenope alzando il nome eterno,                          20

Nacque con gran ricchezze e stirpe avita,

Che già mise terrore al cieco Averno,

Nacque Pietro Barliario, e fu allevato

Dal suo nobile e ricco parentato.

4.

Cresciuto poscia in tenerella etate,                       25

Fece in tutti gli studi un gran portento,

Tanto che ai genitori persuade

D’un futuro sperare alto contento;

Ma come in petto giovanile accade

Tentar ciò che si vuol con ardimento,                          30

Di desir arse (o nostra mente ria!)

Per dotto diventar nella magia.

5.

Ma l’inimico dell’umana gente,

Che sol per nostro male è destro ognora

E casi fa nascere sovente,                                            35

Come a Pietro fe’ senza dimora:

Fece un dì che il garzone afflittamente

Dalla natia città n’uscisse fuora,

E a spasso andasse ove di verdi erbette

Eran dipinte vaghe collinette.                                      40

6.

E trovò quivi a caso una caverna

Ch’aveva oscuro e sotterraneo ingresso.

Egli, benchè la via qui non discerna,

Vuol penetrar nel rustical recesso,

E spinto pur da cupidigia interna,                               45

Pose le piante e non pensò a sè stesso,

Come il guerrier [1] che tanto si rinoma

Col suo precipitar liberò Roma.

7.

E giunto colaggiù vidde una stanza

Con due altre, da quella separate.                               50

Un vecchio qui facea sua dimoranza

Sotto dell’empie soglie disperate;

Qual subito l’accolse, e con istanza

Di cerimonia e con parole grate

Gli dimandò chi in quelle stanze ombrose                   55

L’avea condotto; a cui Pietro rispose:

8.

« La mia curiosità, dicea, m’ha spinto;

E non cerco altra cosa in questo mondo

Se non che di saper vero e distinto

Il modo di magia sommo e profondo;                          60

E per ciò venni in questo labirinto,

Sperando di trovar in questo fondo.... »

Volea pur dir, ma il vecchio tutt’ umano

In quell’istante il prese per la mano.

9.

Si volse a tergo e tosto gli ha additato                  65

Un colosso inalzato in quel soggiorno,

Quale in mano tenea libro serrato

D’indegne note e stigi nomi adorno.

Gli disse:«Il tuo pensier pago è restato

Di ciò che mi chiedesti in questo giorno;                     70

Prendilo », disse; e il prese, e una sol banda

Da lui fu aperta, e udì tosto: « Comanda ».

10.

Lieto lui gli soggiunse:« Io vi comando

Che fuor da questo centro mi portiate,

Senza insulto però vi raccomando,                              75

E che danno nessun non mi facciate ».

Siccome avesse dato al suono bando,

Fuori si ritrovò delle incantate

Mura, per forza solo empia e nefanda.

Aprì di nuovo il libro e udì: « Comanda ».                   80

11.

Comandò che in città volea andare,

Ed in piazza trovossi immantinente

Con gli altri cavalieri a passeggiare,

Come solea far continuamente.

A casa se ne andiè senza tardare,                                85

Sicuro già di sua virtù potente.

Riaprì il comando e con sua voce prop[r]ia

Disse di tutti i libri voler copia.

12.

Di tutti i libri sparsi in questo mondo

Che trattin di magia voglio portiate,                           90

O sian in mar o sian nel cupo fondo

O stian in terre occulte e inabitate.

Finì appena di dir, che con gran pondo

Di scritture in diabolico segnate

Venner mostri d’Averno in quell’istante,                      95

Molti libri gli portaron davante.

13.

Barliario allor vedendosi arricchito

Di quella scienza che cotanto amava

E che il suo desiderio era compito,

Con fervor grande notte e dì studiava,                        100

Talchè così perfetto era riuscito

In quella scienza maledetta e prava

Che fece cose di tal maraviglia,

Che inarcherete al mio cantar le ciglia.

14.

Trovavasi in quel tempo abitatrice                       105

Donna in Salerno di sovran bellezza

E celebre e famosa incantatrice,

Come la fama a noi ci dà contezza.

Per questa Pietro ardea mesto e infelice

Al cor portando avvelenata frezza.                              110

Porta Pietro nel sen immenso ardore,

Angelina per lui di gelo ha il cuore.

15.

Angelina chiamavasi la bella,

Che di un vago garzon viveva amante.

Quanto Barliario l’ama, altrettanto ella                       115

Crudel gli si dimostra ed incostante.

Così il suo cuor si strugge, mentre quella

Del suo diletto adora il bel sembiante.

Di questo accorto Pietro fu ripieno

Di geloso timore e di veleno.                                       120

16.

Stava a diporto un giorno la crudele

In un giardin con il suo drudo a lato;

Pietro vi apparse e fece all’infedele

Veder l’amante in sasso trasformato,

E per sfogar della sua rabbia il fele                             125

Fece a colei che tanto l’ha sprezzato,

La sua persona e il volto così bello

Trasformar in un florido arboscello.

17.

Ritrasse poi le piante da quel loco;

Mentre Angelina tutta a parte a parte                         130

Ricolma il seno di rabbioso foco,

Per liberarsi opra la magica arte.

Tanto disse e parlò, che di lì a poco

Ripigliorno ambedue le forme sparte.

Ritorna nella sua sembianza adorna                            135

Angelina, e l’amante ancor ritorna.

18.

Ritornò Pietro, e vidde liberati

Li due amanti e ripieno di furore

mormorò allor con sì terribil fiati

Che spaventò sino di Pluto il cuore,                             140

E comandò agli Angioli dannati

Che in un punto l’amata e l’amatore

Diventino con forma assai più strana,

L’amante un tronco, ed ella una fontana.

19.

Tinta così vedendosi la bella,                               145

Ricorse indarno dagli Stigi numi.

Con singhiozzi interrompe la favella

E di lagrime fa scorrer due fiumi;

O quanto si lamenta e si querela

che la sua gran bellezza ivi consumi!                          150

Pietro, mosso a pietà, più non comanda,

Scioglie l’incanto e liberi li manda.

20.

Attuffati i corsieri in grembo al mare

Avea di Delo il nume e tolto il giorno,

Quando portossi Pietro a ritrovare                              155

Un cavaliere amico al suo soggiorno.

Facea costui vago festino [d]are

Di canti, suoni, balli in modo adorno.

Qui donna vi trovò di vago aspetto

Che l’alma gli passò per mezzo il petto.                      160

21.

Pietro la mira, ed arde nella mente

E gli stimola il cuore un santo onore.

O non s’avvede o non si cura niente

Che per lei nutra in seno un vast’ardore.

Di lì Pietro partissi di repente                                      165

E la bella aspettò che uscisse fuore.

Giunse la donna, a casa, che non pensa

Che abbia Pietro per lei l’anima accensa.

22.

Era la porta chiusa e ben serrata,

Perchè la donna allor volea dormire                            170

E degli abbigliamenti era spogliata,

Quando Pietro si vidde comparire,

Che con voglia proterva ed infiammata

Scopriva li suoi affetti e il suo desire.

Tutta irata colei con gran baldanza                            175

Gli dice che abbandoni la sua stanza.

23.

E in vece in lei di tema entrò lo sdegno

E: « Importuno », gli disse, « ed arrogante,

Scaccia di mente pure il rio disegno

E dalla vista mia torci le piante ».                               180

Pietro si parte, e con turbato ingegno

Dicea tra sè: « Se mi schernisti amante,

Mi proverai fiero nemico e rio,

Chè brama sol vendetta il pensier mio ».

24.

Adirato si parte, indi comanda                             185

Ai demoni che tosto abbino spento

Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,

Fosse da loro estinto in un momento.

Onde, per compir l’opera nefanda,

La donna fe’ pigliar con gran tormento,                      190

E in piazza fu portata di repente

Nuda, parea ch’ ardesse in fiamma ardente.

25.

Correa il popol tutto in folta schiera

Per provveder di fuoco le lor case.

Fra le piante di quella in tal maniera                           195

Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase,

E l’uno all’altro darlo invano spera,

Chè presto si smorzava; e intanto spase

La Dea ch’ha cento bocche un gran rumore,

E l’avviso n’andò al Governatore.                                200

26.

Il qual, di un tal misfatto molto irato,

Il Bargello chiamar fece ben presto.

E pena il viver suo gli ha comandato,

Pietro imprigioni senza alcun pretesto;

In altro modo non sarà scusato.                                   205

Partì il meschin, ma molt’afflitto e mesto

Pensando, se l’andava a carcerare,

Poco guadagno vi poteva fare.

27.

E per fuggire un sì fatal comando

Dalla città si risolvè partire;                                        210

Ma pria di far un volontario bando,

Volle Pietro Barliario riverire,

A lui l’ordine imposto dichiarando,

Dirgli come per lui volea fuggire,

E se di vendicarsi egli desira,                                      215

Contro il Governator rivolga l’ira.

28.

Ma Pietro già per infernale avviso

Era stato informato del successo;

E vedendo il Bargel, dicea con riso:

«So che il Governatore appunto adesso                       220

Che mi mettessi in prigion t’ha commiso».

Disse il Bargello allor tutto dimesso:

« Vero è, Signor, ma per fuggir tal sorte

Or di Salerno vuo’ lasciar le porte».

29.

Soggiunse Pietro allor: « Per mia cagione            225

Tu giammai farai questo, così spero;

Va’, corri, e di’ a colui ch’io son prigione,

Che d’andarvi giur’io da cavaliero ».

Scacciò allor il Bargel tanta afflizione

E corse a darne avviso a quell’altiero,                          230

Il qual, con volto minaccioso e tetro,

Discese alla prigion trovò Pietro.

30.

E incominciò: « Quanti misfatti io sento

Di voi che siete un cavalier di pregio!

Perché così oscurate in un momento                            235

Di vostra antica stirpe il nome egregio?

Un signor siete voi di gran talento,

Che racchiudete in sen animo regio;

Tanti richiami in tribunal ci sono

Che luogo non vi trovo di perdono».                           240

31.

Volea più dir, ma Pietro interrompendo

Disse che se voleva predicare,

Andasse altrove, pur di lì partendo,

E che gran gente lo staria ascoltare:

« Chè sentir correzioni io non intendo »,                     245

Diceali, «il tuo mestiero è giudicare,

Pensa d’amministrar d’Astrea l’impero

Con giustizia, con senno e cor sincero.

32.

Tanto studiai che posso in quel che vuoi

Darti senza fallir gran correzione                                250

Non solo a te, ma alli ministri tuoi,

Empi ministri di un crudel Nerone ».

Più non volle ascoltar li detti suoi

Il giudice adirato, e la prigione

Abbandonando, in stanza s’era messo                         255

Per fabbricar contro di lui il processo.

33.

Qual seppe ordir con tanta crudeltate,

La sentenza scrivendogli di morte;

Quando a un tempo si vider spalancate

Delle prigioni le serrate porte,                                     260

E delle afflitte genti carcerate,

Si fa lui condottiero, mago forte,

Mirando ognuno e di letizia pieno

Il ciel scoperto e l’aere sì sereno.

34.

Indi, aperto il comando, in quell’istante               265

Alzar fu visto le prigion da terra.

Come se niuna fosse ascosa innante,

L’insidïoso seno al ciel disserra;

Così per vendicarsi il dotto Atlante

Fece veder sì rovinosa guerra.                                     270

Ma se porgete al mio cantar orecchia,

Udite quel che far poi s’apparecchia.

35.

Sorgea la notte oltre l’usato oscura,

Cinta di orride nubi il fosco velo.

Ma pria di proseguir l’impresa dura,                           275

Prestami aita, o biondo Dio di Delo;

Tu le nubi al mio dir discaccia e fura

E d’un vile timore il freddo gelo.

Sorgea, dico, la notte allora quando

Aprì Pietro il terribile comando.                                  280

36.

E disse agli empi spirti: « Adesso voglio

Portiate questo rio Governatore,

Ignudo come sta, sopra quel scoglio

Che fra l’onde del mar spunta più fuore ».

Fu ubbidito il suo cenno, o con orgoglio                      285

Pietro mirava quello in gran dolore

Sopra quel sasso esposto in mezzo al mare,

Che non meno d’un sasso un sasso pare.

37.

Ma intanto poi nel liquido elemento

Eolo disserra dai suoi chiostri i venti                           290

E nasce gran tempesta in un momento

Con soffi d’Aquiloni empi e tremendi;

Parea che contro il ciel con ardimento

Del gran tridente il nume i più possenti

Mostri del marin gregge e la canaglia                         295

insultasse per fare aspra battaglia.

38.

Un dì e una notte la tempesta algente

Durò pria che tornasse in lieta calma

Il mar cruccioso, e il misero dolente

Al Creator stava per render l’alma,                              300

Quando poi fu veduto dalla gente,

E ognun correa per riportar tal palma,

E acciò che in terra si conduca in fretta,

Fu spedita dal lido una barchetta.

39.

S’accostò il legno al rilevato sasso                        305

Ed in terra portollo immantinente;

Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,

Con somma maraviglia delle gente,

Fu condotto al palazzo a lento passo,

E sulle piume posto incontanente,                               310

E qui gli si appresenta, in varie forme,

Cose di gran spavento, allor che dorme.

40.

Pareagli ad or ad or che in aria eretto

Fosse gran fuoco, e in cenere temea

Spesso che il suo nobile e bel tetto                               315

Che rovinar volesse gli parea;

Così da gran timor riscosso il petto

In tal mestizia, in tal dolor cadea

Che in quattro dì, ahi disperata sorte!

Poichè temea morire, ebbe la morte.                           320

41.

Poichè Pietro si vidde vendicato

Di quel Governator che l’avea offeso,

Di Salerno la patria ebbe lasciato,

Verso Palermo il suo cammino ha preso.

Quivi giunto un compare ebbe trovato                         325

Che gran sospir fuor del suo petto acceso,

Lagnandosi ad ognor, mandava all’aria,

Per aver la fortuna empia e contraria.

42.

Avea fornaci il miser uom più d’una

E molta robba avea dal suo lavoro,                             330

Ma la sua minacciosa e ria fortuna

Gli dava di miserie un gran martore.

Pietro trovollo ch’era l’aria bruna,

E dando ai suoi lamenti un gran ristoro,

Gli dicea: « Non temer, che io son venuto                    335

Per riparar tuoi danni e darti aiuto ».

43.

Pietro intanto si parte, e il cieco orrore

Già dispiegato avea la notte, quando,

Per consolar del suo compare il cuore,

Aprì Pietro il terribile comando                                   340

E costrinse il Demon, che per quattr’ore

Venga in giù dal ciel precipitando

Grandine tale e tanta (ahi fiero scempio !)

Che rovinò ogni casa ed ogni tempio.

44.

Non voto andò il desio, che gran spavento           345

Di repente, o Palermo, avesti in seno.

S’ode l’aria fischiare e in un momento

Manca di stelle amiche un sol baleno,

E grandine sì grossa con fier vento

Spinse dal ciel, che ognun di tema pieno,                    350

Colla sua famigliuola accolta intorno,

Pensò che fosse allor l’estremo giorno.

45.

Dopo tanto travaglio e tanta guerra

Portò l’aurora il bel mattin rosato;

Quando s’accorse l’infelice terra                                  355

D’ogni casa il suo tetto rovinato,

E ai pianti ognun le luci sue disserra,

Vedendo quelli tutto al suol prostrato

Il suo tugurio, e per destin infido

Piange quell’altro il caro antico nido.                          360

46.

Per rimediar dunque a tal danno allora

E di tegole i tetti ricuoprire,

Dal compare ne andiè senza dimora,

Qual volentieri ebbe tal sorte a udire,

Nè passasse cred’io per certo un’ora,                           365

Che il miser fornaciar s’ebbe arricchire,

Spacciando la sua robba; in un momento

Pigliò gran quantità d’oro e d’argento.

47.

Ma divulgò la fama in un istante

La venuta di Pietro e la sua scienza,                            370

Onde ogni cittadino ed abitante

Stima per opra sua tal violenza,

E altri dispetti ricevuti innante

Fanno che Pietro sia di scusa senza,

E per sfogare la mente lor sdegnata,                           375

Fecero un stuol di molta gente armata.

48.

Già benissimo Pietro lo sapea,

Come a suo danno armata era la gente,

Ma entro del suo cuor se ne ridea,

Che alla giustizia avea già posto mente,                      380

E disegnando nella propria idea

Una burla di fargli assai valente,

In piazza si trovava allora quando

Venne la turba contro lui infuriando.

49.

E di crudel ritorte circondato                               385

Pietro guidorno in tenebrosa stanza

In un fondo di torre rinserrato,

E qui facia penosa dimoranza;

Con rigor fu il processo fabbricato,

E conclusero alfin, senza speranza                              390

Di esser dalla pena liberato,

Senza indugiar che sia decapitato.

50.

Venne l’ora fatal che dee morire

E al patibolo giunto immantinente,

Già salito sul palco, s’udì dire:                                     395

«Datemi un poco d’acqua, amica gente».

Un vaso d’acqua ebbe apparire;

Ma prima che bevesse, lietamente:

«Signori di Palermo, ’gli ebbe detto,

Io vi saluto e a Napoli vi aspetto».                               400

51.

Ridea il popolo al dir del sventurato

E che allor vaneggiasse ognun pensava.

Dopo bevuto, al Ministro voltato,

Che presto oprar volesse lo pregava;

Ma quel, tutto atterrito e spaventato,                          405

Temea di qualche scherzo e dubitava;

E discacciato alfin questo timore,

Il colpo gli vibrò con gran furore.

52.

Ma chi potria ridir con propri accenti

(Lingua non ho da raccontarvi appieno)                      410

Il ridere, il sussurro delle genti,

Se tu Calliope non m’aiuti almeno

Tanto che per più strani avvenimenti

Ne canti io sol di meraviglia pieno?

Sparì Pietro; il ministro in quell’istante                       415

Un asino trovossi in tra le piante.

53.

Alzò la testa, e con furore tanto

Si mise in un gridar che spaventava.

Ma a Pietro, ch’è sparito, io torno intanto,

Che già disse che in Napoli aspettava.                         420

Pria che la notte spicchi il nero manto,

Di Partenope al lido si trovava,

Quando ad un spirto di valletto in forma

Gli dà una lettra e del suo dir l’informa,

54.

E che in Palermo vada, indi gl’impone,                 425

che la consegni a quel Governatore,

Chi la mandi però non gli ragione.

Sparve a quel dir allora il rio latore

Ed in Palermo giunto, in conclusione

La lettera presenta a quel Signore;                              430

Vi giunse che la gente ancor ridea

Di quel gran caso che veduto avea.

55.

Diede, dico, la lettra al superbissimo

Giudice che ripieno era di furia,

La qual dicea: « O Signor riveritissimo,                      435

Dottore come voi non ha l’Etruria.

Nella vostra città vedo benissimo

Che non ci avete d’asini penuria;

Nel mondo mai s’intese tal notizia

Che si facesse d’asini giustizia.                                    440

56.

Imparate però, e avvertite bene

A conoscere prima le persone;

Perchè darvi potrei tormenti e pene,

Se conoscessi in voi senno e ragione;

E se voi camminate queste arene,                                445

Credete che è la mia bontà cagione,

Chè potria ben farvi pagare il fio.

Questo vi sia d’eterno avviso. Addio».

57.

Diede appena la lettra il spirto immondo,

Che dispiegò verso dell’aria i vanni                             450

E il giudice lasciò, che con gran pondo

Rimase d’afflizion e di altri affanni.

Per il dolor fu per uscir dal mondo,

E sempre mesto poi condusse gli anni,

E come di quaggiù fosse diviso,                                   455

In bocca sua non si vedea più riso.

58.

Or Pietro per Lisbona s’incammina

E in un momento giunse a quelle porte

Per virtù di sua magica dottrina

Che avvien che altrui tante ruine apporte.                   460

Camminando in Lisbona una mattina,

Vidde dentro una casa un pozzo a sorte,

E ad un uom dimandò con forme liete

Un poco d’acqua per smorzar la sete.

59.

Ma rispose colui che se ne vada,                          465

E ritirossi entro sue stanze allora.

Pietro irato si parte, e senza spada

E senz’altre armi il rio punito fora.

La mattina seguente nella strada

Avanti quelle case il pozzo fuora                                 470

Fu ritrovato; per far l’empio umile,

Udite che trovò nel suo cortile.

60.

Le forche si vedeano ben piantate

Nel luogo ove giù il pozzo si vedea;

Il figlio di colui con crudeltate                                     475

A un demon da carnefice facea;

Il capestro e l’altr’armi apparecchiate

Il provvido suo figlio allora avea.

Tal spettacol vedendo il padre intanto

Forte gridò spargendo un mar di pianto.                     480

61.

Gli sgridava lasciar l’uffizio rio,

Ma quello sorridendo e non curando

La dura impresa, lui già proseguio

E sopra il rio demon giva montando.

A tante strida e a tanto mormorio                               485

Gran popolo concorse rimirando

Lo spettacolo enorme, e ognuno è presto

Per farlo alla giustizia manifesto.

62.

Che sia magico incanto ognuno crede,

E per virtude d’infernal magia;                                   490

Ma il tribunal che lo spettacol vede

La cosa vuol sapere come stia.

Il padron della casa, che si avvede

Che questo è solo per vendetta ria,

Fu mandato a chiamar afflitto e mesto,                       495

Il qual fe’ alla giustizia manifesto

63.

Che in casa un forestier era venuto

Per chieder acqua e gliel’avea negato

E come la mattina avea veduto

L’obbrobrio, l’ignominia, il duro fato.                         500

Gli disser se l’avrebbe conosciuto,

Se per città l’avesse riscontrato;

Lui rispose di sì con grande duolo;

E presto armar fu fatto un grosso stuolo.

64.

Qual seguitando allor le sue pedate,                    505

Giunsero in piazza e quivi ritrovorno

Il forestiere, e quelle genti armate

A quel subito corsero d’intorno,

E la vita e le mani incatenate,

In un oscuro carcer lo guidorno,                                  510

Dove, senza di vita amica speme,

Sei banditi di vita erano insieme.

65.

Entrato Pietro, disse a quelli allora

Cosa in quel luogo ci volean fare.

Ma quelli, rispondendo: « E voi ancora                       515

per qual cagion veniste qui abitare? »

Credon che Pietro sia di mente fuora

A quella gran stoltezza di parlare,

E benchè dica liberar li vuole,

Non però danno fede a sue parole.                              520

66.

Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giorno

Avea del nostro mondo come appare,

Che Pietro cominciò con viso adorno

Con quelli carcerati a ragionare.

Gli domandò che cosa in quel soggiorno                     525

Gli dava la giustizia da mangiare.

Rispose un di coloro in modo irato:

« Sol che pane ed acqua ci vien dato».

67.

Rispose Pietro allor: « Povera gente,

Così trattati malamente siete;                                      530

Ma vi prometto lesto qui presente

Che tutti consolati resterete ».

Si vidde in quella grotta immantinente

Circondare di lumi le parete

E una mensa si vidde apparecchiata,                           535

Di preziose vivande era adornata.

68.

Cena Pietro con gli altri carcerati,

Ed era ognun di maraviglia pieno,

E sazi delli cibi che portati

Furon da’ spirti in quell’oscuro seno,                           540

Quando Pietro gli disse: « Amici grati,

Io partir vuo’, e non fia laccio e freno;

Se volete venir, io sarò scorta

Per fuor uscir dalla serrata porta ».

69.

Preso un picciol carbone, a disegnare                  545

Incominciò una barca in quell’istante,

Indi poi i compagni ebbe a chiamare

Che ponessero in quella le lor piante;

Ridevan quelli, e pur per soddisfare

Il suo pensier, che a liberarli è amante,                       550

Di sei ch’erano entrar un sol non vuole,

Perchè fede non presta a sue parole.

70.

Ma lo stolto n’avrà doglia e rancore:

La barca è presto in aria sollevata

E se ne uscì dalla prigione fuore,                                 555

Benchè la porta fosse ben serrata.

Per l’aria se n’andava, o gran stupore!

Ed in parte lontana è già arrivata;

E come l’aurora i raggi spase,

Ognun di quei trovossi alle loro case.                          560

71.

Ma è d’uopo tornare alla giustizia,

Che Barliario volea esaminare.

Al carcere ne andò molta milizia

Per farlo avanti il giudice parlare,

Ma ripieni i sargenti di tristizia,                                  565

La porta apriro e nol poter trovare;

Sol trovaro a dormir quel così stolto

Che per far da sapiente in lacci è avvolto.

72.

Il qual, interrogato, disse come

E quanto fatto avea quell’uom straniero,                     570

Il qual non sa chi sia, nè sa il suo nome,

Ma che lo stima il rio Plutone invero.

Arricciorsi ai ministri allor le chiome

Sentendo raccontar il caso intero;

Condusser quello dal Governatore                               575

Per fargli raccontar tutto il tenore.

73.

Udito il tutto, il giudice in persona

Andiè a vedere se rotture v’era,

E la porta trovò valida e buona;

Sol v’era scritta una leggenda altiera.                          580

Dicea: « Pietro Barliario s’imprigiona,

Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,

Con le porte serrate osò scappare;

Andate un’altra volta a ben studiare ».

74.

Tornò confuso nella sua magione,                        585

Mentre Pietro in Salerno è già tornato,

Che si sentia nel cor tanta afflizione

Udendo un suono giorno e notte allato

Che in cor gli favellava: « Empio fellone,

In questa estrema età tu sei arrivato,                           590

Nè ancor vuoi contemplar con luci vaghe

Del Crocifisso le pietose piaghe ».

75.

Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,

Cinque Pater dicea inginocchione,

Pensando alla bontà del sommo Dio,                           595

Che per l’uomo patì tanta afflizione.

Era buono il voler, ma il cor restio,

Perchè a morbo invecchiato invan si pone

O da chirurgo o da persone astute

Erba ed impiastro ad apportar salute.                         600

76.

Ammaestrando i suoi alunni un giorno,

Di celeste, voler o gran portento !

Li suoi nipoti in una stanza entrorno,

Che due lustri compiti aveano a stento;

E Fortunato e Secondino osorno,                                 605

Chè con tai nomi rinomar li sento,

Osorno, dico, in quella libreria

Un libro aprire d’infernal magia.

77.

E per scherzo pueril givan cassando

Con una penna quelle note atroci,                               610

Quando uno stuol di spirti minacciando

Con urli apparve e con terribil voci;

Sbigottiti i fanciulli allor, tremando

A quei gridi diabolici e feroci,

Sorpresi dal timor, caddero spenti                               615

E dal numero uscir delli viventi.

78.

Corse Pietro e i parenti alla vicina

Stanza e mirando l’infelice caso,

L’infausta morte e la fatal ruina

Delli nipoti suoi giunti all’occaso.                                620

Barliario, tocco allor da man divina,

Già dentro del suo cuor è persuaso

Detestando abborrire in tutti i modi

L’inganno di Satanno e l’empie frodi.

79.

Tutti portando i libri incontanente                       625

Ove a san Benedetto è sacro un tempio,

Fe’ con proprie sue man un foco ardente

E quei libri vi pose a farne scempio.

Pluto con i ribelli arse repente;

Il suo gridar fu sì crudel ed empio                               630

Che il gran Tartareo, sbigottito e lasso,

Guardava indarno il maledetto passo.

80.

Così Pietro rivolto ad un altare,

Che v’era un Crocifisso assai divoto,

Cominciò sì forte a sospirare                                       635

E per tre giorni vi fu sempre immoto;

Con un sasso alla mano a lacerare

Incominciossi il petto e con gran core

Di contrizione fe’ in un momento

Che ondeggiasse di pianto il pavimento.                     640

81.

Dicea: « Signor, di schiavitù comprare

Col tuo prezioso sangue ti è piaciuto

Me peccatore (e) somigliante fare

A chi del ciel dagli Angeli ha saluto.

Dal niente mi creasti, ed aspettare                               645

In questa estrema età tu m’hai voluto;

Or pentito a te vengo, o Redentore,

D’ogni mia colpa e d’ogni altro errore.

82.

Lavar può solo il tuo prezioso sangue

Le bruttezze ch’il cor m’hanno macchiato;                  650

Pietà, Signore, all’anima che langue

Considerando ogni primier peccato;

Pietà, se già di Stige all’orrid’angue

Più d’un’alma, d’un core ho consagrato,

E per giustizia io già incapace sono                             655

Di ricever da te grazia e perdono.

83.

Ma perchè tu, Signor, c’insegni e esorte

Che non vuoi che si perda un peccatore,

Ma che ben si converta e pianga forte,

E che detesti ogni passato errore,                                660

E perchè, avemmo sì felice sorte;

Che dell’anime fosti il Redentore,

Confido che non già tra’ maledetti

Ma scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.

84.

La tua pietà la mia miseria implora,                    665

Nel tuo santo costato me nascondi,

Nelle viscere tue, deh! fa ch’io muora.

Tu che per noi di compassione abbondi,

Non far che io sia di redenzione fuora

Condannato fra i spiriti empi ed immondi;                  670

Solo per mia cagione, ahi core atroce!

Sei conficcato in quella dura croce.

85.

Con li misfatti miei t’ho flagellato,

L’osceno fui che ti sporcai il bel viso,

Di spine col mio oprar t’ho coronato,                           675

I piè, le mani t’inchiodai, m’avviso,

Ho riaperta la piaga al tuo costato,

Nè ancor per il dolor resto conquiso;

Ben cieco fui che sin ad or non venni

Ubbidiente dei divini cenni.                                        680

86.

Riguarda me, o Signor, con luci grate,

Come già festi degna Maddalena;

Rimira me con luci di pietate,

Come già nella deserta arena

Alla gran penitente fur mostrate,                                685

Che per voler di tua grazia serena

S’ode ad esempio ognor alto ed invitto

La pazienza sua vantar l’Egitto ».

87.

A questo suon di sì dolente voce

Che allora usciva da un contrito cuore                        690

Il Santo Crocifisso dalla croce

Aprì degl’occhi il lucido splendore.

« Signor, non basta, il mio fallire è atroce »,

Pietro « vorrei », dicea « segno maggiore »;

E ad un tal dir con voce mesta,                                   695

Il Crocifisso allor chinò la testa.

88.

Vanne, o alma felice, all’alto regno

A goder tra le schiere alme beate

E di contrizion tu lascia un pegno;

La fama il narri alla futura etade,                               700

E a me, di Pizzo abitatore indegno,

Che già cantai di te l’opre incantate,

Intercedi da Dio tal dolce sorte

Che alla tua paragoni la mia morte.

89.

Di ricche pietre e di marmoree foglie                   705

L’urna in quel tempio fu subito eretta,

Al tumulo vicino della moglie,

Estinta un tempo ed Agrippina detta.

Ed appresso un sepolcro il quale accoglie

Di tenerella età coppia diletta:                                     710

Delli due nipoti io parlo intanto

Che causa fur del fortunato incanto.

90.

Anni novantatrè, sei mesi e giorni

Visse nella magia quel forte Atlante,

E mille quarantotto e cento adorni                              715

Anni gridava allor l’età volante.

Morì di marzo allorchè in pene e scorni

Cristo soffrì per noi pene cotante;

La Settimana Santa estinto giacque,

Ma nell’occaso suo presto rinacque.                             720

91.

Della Chiesa reggeva allor il freno

Eugenio Terzo, e con felice impero

Di pace scintillava il bel sereno,

Era lungi Bellona e Marte fiero,

Nè percoteva a Teti il molle seno                                 725

Con legni armati il timido nocchiero;

In lieta calma allor l’età correa

Come quando Ottaviano il scettro avea.

92.

Corrado Terzo, Imperatore egregio,

Li suoi popoli avea fidi e costanti,                               730

E del suo forte ardir mostrò gran fregio

Debellando ad ognor nemici tanti;

Regnava con valor, con spirto regio.

Troppo sariano a dir sue glorie e canti,

E di alloro ornandogli la chioma                                 735

L’elesse per suo Re l’inclita Roma.

93.

Beato chi di divozione armato

A questo mondo porta il seno e il cuore

Chè l’eterno martoro avrà scampato;

Perchè dopo il goder alfin si muore.                            740

In Dio sia nostro cuor ben preparato,

Chè tema non avrem nell’ultim’ore,

Chè Dio non sprezza, anzi fa dolce invito

A cuor che sia umiliato e ben contrito.

 

Note

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[1] Attilio Regolo

 

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Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2007