Ghigo Brunelleschi?

GETA E BIRRIA

1672-1750

Edizione di riferimento:

Geta e Birria, Novella riprodotta da un’antica stampa e riscontrata co’ testi a penna da C. Arlia, Presso l’Editore Gaetano Romagnoli, Bologna 1879. Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati, Stabilimento Tipografico Successori Monti.

Leggi la prefazione

GETA E BIRRIA

[Canto I.]

1 .

Caro signor, per cui la vita mia

Tra molte pene lieta si contenta,

Sol che la donna, che il mio cor disia,

Vedere alcuna volta m’acconsenta;

Non ti sia grave alla mie fantasia,

Ch’è da’ tui pensier distrutta e spenta,

Render valor di mostrar ne’ mia detti

Nuovo caso avvenuto a duo suggetti.

2.

Nè vorrei, nè potrei quel piccol tempo,

Ch’ a tale operazion mi farai dono

Parlar se non di te; che perder tempo

Sempre mi par se mai d’altro ragiono;

Intorno alle tue lode or più di tempo

Metter non vo’; che sai ben quanto sono

Di te suggetto, e quanto se’ colonna

Di me merzè della splendida donna.

3.

O piena di dolcezza onesta e vaga

Cara mie luce, ov’ ogni ben si vede,

Di quel che l’alma a ragionar s’ apaga,

Narrar non può sanza la tua merzede.

Che fia conforto all’amorosa piaga,

Però gliel presta con intera fede;

Sarà a tal mestier la lingua sciolta,

Come apresso udirà chi bene ascolta.

4.

Avia la fama ogni parte ripiena

Del grande studio e dell’ alta scienza,

Che savi greci alla città d’Atena

Lungo tempo avien fatto residenza.

Anfitrione alla sua donna Almena

Un giorno aperse tutta la sua intenza

Dell’animo ch’avea, e dello ingegno

Che la natura l’avie fatto degno.

5.

Parlando in questa forma: «O donna mia.

Ad Atene vogl’ir sanza soggiorno:

Et infin ch’ i’non so ben filosofia

A rivederti già mai non ritorno;

Ma se vuoi ch’ io contento vada e stia,

Di questo non ti dar pensier’ o scorno:

Mena la vita tua lieta et onesta

Fino alla mia tornata, che fie presta ».

6.

Avea la donna assai più di biltate

Che pietra orientale o chiara stella;

Qual parte aveva più di scuritate

Gli occhi suoi la facien lucente e bella;

Onesta, e pura, e piena d’umiliate

In atti e ‘n vista, e ‘n suo dolce favella.

Che giova far di sua biltà più prove?

Come udirete amata fu da Giove.

7.

Mille sospir, già, fatto scolorito

Il fresco viso, uscir fuor del suo petto,

Udendo quel che ‘l suo caro marito

Voleva al tutto cercar con effetto.

E disse: « Poi che hai preso per partito

Di divenir filosofo perfetto

Non so che dirmi; ma non è mia voglia

Di star qui sola a morirmi di doglia.

8.

Prima fuss’io quel dì distrutta e morta

Ch’i’ concedetti al mio benigno padre

Di farmi tua, po’ che ‘l pensier ti porta

Di lasciare il tuo figlio e me sua madre. »

Anfitrion la chiama, e riconforta

Dicendo: « Almena, l’opere leggiadre

E’ tuoi costumi non vorranno ch’io

Non cerchi il fin di quel ch’i’ disio.

9.

Onesto è l’andar mio, po’ ch’ io n’acquisto

Senno, che sai ch’avanza ogn’altra cosa.

Deh, non voler che sì doglioso e tristo,

Da te mi parta, mia diletta sposa.

Tu sai che gli occhi miei non hanno visto

Petto nè faccia tanto graziosa.

Quanto la tua m’ è stata e sempre fia,

Mentre che durerà la vita mia. »

10.

Con piatoso parlar le disse tanto,

Che portò in pace il suo dipartimento;

E bagnandosi il petto di gran pianto,

Disse: « Po’ che ti piace, i’ l’ acconsento. »

Anfitrion, riconfortato alquanto,

Sì ordinò di dar le vele al vento:

Apparecchiato gli fu ogni arnese,

Ch’ avea bisogno a partir del paese.

11.

Aveva in casa due cari famigli

Anfitrion tenuti già molt’anni,

E’ ‘nfra se stesso non sa qual si pigli

Per men cattivo a durar tanto affanno.

Ora è mestiero ch’a dire i’ m’assottigli

E nomi loro; e perchè i’ non v’inganni

Geta fu ‘l primo, e Birria fu ’l secondo.

E le lor condizion non vi nascondo.

12 .

Geta era divisato di persona.

Nero com’etiopo o indiano,

Sentie di tigna, e pure avie corona

Di capei radi, e di colore strano;

Le gote e ‘l naso, se ‘l ver si ragiona,

Coprieno ‘l mento, e con atto villano

Guardava altrui con gli occhi rossi e molli

Arrovesciati e di mosto satolli.

13 .

Al volto rispondea ciascuna parte:

Ritruopico parea sì gonfiat’era;

E perch’io non imbratti più le carte

Di trattar della sua brutta maniera,

Giotto n’arebbe rifiutato l’arto,

Prima che pingner la suo forma vera.

Pien di vizii era, e con ardente furia

Como porco era vinto da lussuria.

14 .

La Superchina Nuta, e mon’Ogliente

Non gli campava inanzi per moneta;

Benchè egli avesse viso di serpente.

Veduto era da lor con faccia lieta,

Perch’egli avea un membro appariscente,

C’avie virtù più che nel ciel pianeta

Di fare amar la sua brutta figura;

Ben perde il tempo a farlo la natura.

15.

Era fedele, e grande amor portava

Al suo signore, e questo era cagione

Ch’Anfitrion e vizii comportava

Della sua divisata condizione.

Per ch’ i’ son certo che troppo vi grava

Parlar di Geta sì lungo sermone,

Lascerò lui, e parlerovvi un poco

Di Birria, vago di covare il foco.

16.

Birria non era di fazion più bello

Che fusse Geta, nè ancor più adatto;

Ma di pigrizia fu carnal fratello,

Lentissimo oltramodo in ogni fatto.

El fuoco era suo scudo e suo cappello,

Sanz’ esso gli parea esser disfatto;

A vespro ancor gli parea da mattina:

Padre del sonno, e guardian di cucina.

17.

Oh come gli parea esser diserto

Se di notte o per tempo e’ fosse desto!

E’ rispondea, coll’occhio mezzo aperto,

Sempre dicendo: « Che diavolo è questo?

Stare in un bosco sare’ me’ per certo;

Troppo è cattivo modo e disonesto

A non lasciar posar l’uomo affannato. »

Poi chiudea l’occhio, et è adormentato.

18.

La brutta via par che non venga manco,

Così la vil materia all’uom che scrive;

El Birria e ‘l Geta m’hanno già sì stanco,

Che di loro opre misere e cattive

Ne lascerò la penna e ‘l foglio bianco.

Quella che nel mie petto regna et vive,

Nè mai per tempo a me può esser tolta,

Sia la mie scusa vera questa volta.

19.

Aveva già nella veloce nave

Mandato Anfitrione ogni suo arnese,

E benchè il Geta fusse duro e grave,

D’ averlo seco per partito prese.

Di ciò che aveva gli dette la chiave,

E quando Birria la novella intese

Lieto diceva: « dolcissima amica

Fortuna, or arò io pur men fatica.

20.

I’ mi starò posando tutto lieto

Nella cucina spaziosa e grande;

E chi chiamasse, el Birria sta pur cheto;

Non costa nulla a chi la boce spande.

Almena, col bel viso mansueto.

S’io la fornisco di buone vivande,

Sarà contenta, e tempo assai mi resta

Ad empier l’epa, e riposar la testa.

21.

Accompagnòrno Anfitrione e il Geta

Almena, el Birria, e il suo caro figliuolo

Fino alla riva; e quivi con gran pieta

Diceva Almena: « Ah lassa! quant’è ‘l duolo

Ch’io ora sento, e nulla mi raccheta.

Perchè il mio bene, il mio conforto solo

Da me si parte. » E fredda più che ghiaccia

Cadde al marito in mezzo delle braccia;

22.

E come morta stette una gran pezza.

Di questo Anfitrion molto si lagna,

E lacrimando per la tenerezza

Le tempie e i polsi le stropiccia e bagna:

Tornantole lo spirto, con dolcezza

E’ le diceva: « dolce mie compagna,

Se non lasci e sospiri e ti conforti,

Nel mio vïaggio farò mille morti.

23 .

Voglia che consolato mi diparta;

Poco tempo starò da te lontano;

Per ogni messaggier piena una carta

Di lettere vedrai della mia mano.

La fama è pur per questa terra sparta

Ch’i’ debba andar; quanto parrebbe strano

A tutti posponendo la mia empresa?

Dattene pace, e non far più difesa ».

24.

El me’ ch’ella può, racconsolata

Rimase Almena della sua partita.

Baciolla Anfitrione una fiata,

Poi entrò in mare con la faccia ardita.

La vela era sull’alboro tirata

Piena di vento; e in un punto fuggita

Dal lito fo per ispazio d’un miglio,

Lassando in terra Almena, el Birria , e ‘l figlio.

25.

Pianse ivi assai veggendosi rimasa

Dal suo caro signor privata e sola;

Poi disse al Birria: «Andianne», ch’avea rasa

Di ben la faccia, e non facea parola.

Mille dolci pensier, tornando a casa,

Pe’ quali il viso di lagrime cola,

Le si volgean per la mente amorosa,

Così cantando con boce piatosa:

26.

« Amor, la cui virtù tutto trapassa,

Non vale a’ colpi tuoi nulla difesa;

Non vedi tu quanto il dolore abassa

Della mia vita, di tua fiamma accesa?

Tu mi lasci sì vinta, stanca e lassa,

Ch’ i’ corro a morte, e non so far difesa,

E ben ch’io muova in questo luogo e piedi,

L’animo cerca il mare, e chiaro il vedi.

27.

Piacciati almen ch’il mio disio gli tocchi

La fiamma tua, sì ch’il partir gli dolga,

Che non è legno di sì forti nocchi

Che lo stral tuo non passi e non rivolga.

Un sol priego ti fo con piatosi occhi,

Prima che morte la vita mi tolga,

Consoli di vedere il vago volto,

Qual nuova voglia a gran torto m’ha tolto. »

28.

Queste parole con sì dolci note

Dicea la pura e vaga giovinetta.

Che sì bagnava di pianto le gote;

El Birria e ‘l figlio forte ne sospetta,

Che della doglia, ch’al cor la percuote.

Nolla disfaccia la mortal saetta;

Così a lor magion con lenti passi

Giunson con gli occhi lagrimosi e lassi.

29.

Più e più giorni con mortal dolore

Passò la donna lagrimosa e pia,

Sempre chiamando el suo caro signore;

Ma così stando pur si dipartìa

Parte del suo tormento, e ‘l vago core,

Pensando ad altro, tutto si ricria;

Sì che tosto rapparve il suo bel viso

Bianco e vermiglio fresco fiordaliso.

30.

E ben che ‘l Birria avesse il capo grosso,

Di confortalla il giorno mai non resta,

Dicendo: « Presto i’ son di ciò ch’i’ posso,

Pur che vo’ comandiate, o donna onesta.

Alla prima parola sarò mosso.

Sapete mia persona quant’ è presta. »

Almena ne sorrise; il Birria tosto

Tornò in cucina a volgere un arrosto.

31.

Così, passando tempo, ogni stagione

Più di conforto seguitava Almena.

Passato in Grecia il buono Anfitrione,

Giunse allo studio alla città d’Atena.

Quivi, cercando la vera ragione,

Studiando vi sofferse molta pena,

E sì fervente allo studio s’attenne,

Che presto buon filosofo divenne.

32.

Passati eran degli anni più di sette

Dal dì ch’s’ partì dalla sua terra

Insino al giorno che gli concedette

L’animo del tornar, s’el dir non erra.

E’ chiamò ‘l Gieta, e’ punto non ristette:

« Se non vuoi aver meco mortal guerra.

Mettiti in punto, e tosto t’assottiglia,

Ch’i’ torni a riveder la mia famiglia. »

33.

Preso il partito, il Gieta non s’ affisse,

E l’ordine diè tosto a ritornare.

Anfitrione alla sua donna scrisse

Per un corrier, come volea lasciare

Omai lo studio, et aperto le disse

A punto il dì ch’egli enterrebbe in mare.

Lasciàn costor disposti a rivenire

Per poter me’ quest’opera seguire.

II.

34.

Non sarà questo quel ch’i’ ti promisi,

Caro signor, nel mio cominciamento

Parlando di color, che son divisi

Da te, fuggendo il tuo comandamento;

Ma sol per ch’ogni amante me’ s’avvisi,

Mestier mi pare tal ragionamento;

Se pur fallato avessi, siemi scusa

Chi tien la vita mia serrata e chiusa.

35.

Perchè la vita mia non è sì cinta

Di nuovo immaginar nel pensier mio,

Che la imagine sua, che sta dipinta

Dentro al mio core, puovvi assai più ch’io

Non la rimova, e com’ è stanca o vinta,

Ricorro a lei per lo suo car disio,

Al qual pensando sol sarei felice,

Nè altro che di lei mi parla e dice.

36.

Questa mi dee scusar, che piena fede

Te ne fa, signor mio, e chiaro ‘l sai;

E questo tempo che mi si concede,

Altro che per piacerle non vo’ mai;

In voi, cara mia donna di merzede,

Spero tanto che, s’i’ mai fallai.

Mi sono iscudo i vostri be’ sembianti,

E con questo conforto seguo avanti.

37.

Lecito non mi par che nel mio ajuto

Non chiami il padre dell’eterno Giove,

Da cui m’ è tanto tempo conceduto

Recare in versi l’amorose prove.

Altissimo signore, i’ son venuto

A cantar cose inusitate e nove,

Fatte dal tuo figliuol com’a te piacque,

Perch’ el dolce poeta non le tacque.

38.

Dunque per tórre agli occhi mie quel velo,

Ch’ogn’altro ch’il mie amor mi cela e chiude.

Manda un tuo messaggier del terzo cielo.

Ch’alquanto posin le saette crude,

Le quali, per alcun tempo caldo o gielo

La fiamma loro dal mio petto si chiude;

Ma con maggior disio sempre s’accende.

Fin che la mente ad altro non attende.

39

Certo son io, ch’ogni piccola posa,

Che l’animo abbi oltre l’usato modo,

Farà la boce lieta e graziosa,

La mia materia merita più lodo.

Non vo’ però che mia donna amorosa

Comprenda che il mio prego tenga frodo,

Ch’i’ voglia ch’il su’ amore abbi mai lena,

Prima la morte o altra maggior pena.

40

Ma sol per trar quest’operetta a fine

Ho pregato di quel ch’i’ non vorrei;

Nè celeste bellezze nè divine

Non potrien tórre un sol de’ pensier miei.

Ajutinmi le tre stelle mattutine,

Le quali adoro e tengo per mie dei;

Infondin nel mie petto onesti modi.

Altri pregar non so più che me odi.

41

La celeste bellezza, e ‘l vago riso.

Il dolce sguardo, e l’onesta favella

D’Almena, che col raggio del bel viso

Cacciava ‘l sole, e rimanea sol’ella,

Avean di Giove el petto sì conquiso

Colla virtù dell’amorosa stella,

Che mai tanto di pena non sofferse,

Che finalmente al padre si scoperse.

42

Tenuto avea celato molti giorni

Giove il pensier, che ognor più lo infiamma;

Ma pur volendo, prima che ritorni

Anfitrion, por fine a questa fiamma,

Gì ‘nanzi al padre, e con sermoni adorni

Disse: « Mia vita non pregio una dramma,

Se Almena col suo amor non mi contenta:

Piacciati, padre, che me l’acconsenta.

43

Che cosa è questa che sì sommo bene

Anfitrione al suo piacer possiede,

Et io, che sono idio, ne vivo in pene,

E so ch’ogni voler mi si concede?

Sanza indugiare a te, padre, conviene

Avere or della vita mia merzede;

Troppo n’è grand’oltraggio ch’uom mortale,

N’abbia più ch’un idio, che tanto vale. »

44

Porse gli orecchi a’ preghi del suo figlio

L’alto padre Saturno, e sì lo ‘nforma:

« Po’ che amore t’ha dato sì di piglio.

Che ti fa scender nella mortal forma;

Va’, mena Arcade per Geta famiglio,

E tu d’Anfitrion piglia la forma;

Così sanza vergogna di tal dama

Avrai ciò che ‘l tuo cor disia e brama. »

45

Così s’offerse la lor deitate,

D’amor costretti, a pigliar forma umana,

Giove d’Anfitrione e il figlio Arcade

Della forma di Geta non si strana.

Passando i cieli per le più preste strade

Fino alla terra ciascun si lontana,

Posonsi in sulla riva, ov’ ha a tornare

Anfitrione, e livi si posare

46

Mostrò la terra oltra mirabil festa,

Calcata dalli dei, come detto aggio.

Di flor, di frondi, e d’erbe ogni foresta

Spirava tutta, et ogni uccel selvaggio

Lieto cantava, quando l’alba il desta.

Il canto suo d’amoroso coraggio;

Così pareva ogni frutto terreno

Più che l’usato d’allegrezza pieno.

47

O voi, che volontà mai non commosse

A saper più ch’el vostro cor disii,

Come comprenderete che mai fosse

l’umana forma presa dagl’Idii?

Non veggio il modo; e però gente grosse

Altra leggenda a più piacer v’invii;

Lasciate a’ veri amanti questo frutto,

A cui l’alma gentil concedo tutto.

48

Almena aveva già chiaro sentito

Per imbasciate e lettere venute,

Come tornava e ‘l suo caro marito,

Tutto conforto della sua salute;

Ond’ella s’adornava a tal partito

Qual donna piena di tutta virtute,

Vestia drappi di seta ornati d’oro,

Con perle suvvi di molto tesoro.

49

Tutta la casa d’allegrezza ride,

Tutta s’acconcia e tutta si rinnova;

Sì ricco letto già mai non si vide.

Quanto la donna gli apparecchia e trova,

Nel quale ella da lui non si divide

In ciascun’ora ch’amor fa sua prova.

D’Anfitrione ogni ricchezza occulta

Si trova in questo punto, e fuor risulta.

50

Giove vedea co’ gli occhi della mente

Quanta l’alta bellezza ognor crescea,

Del chiaro viso splendido e lucente

D’Almena, ch’avanzava ogni altra iddea;

Volsesi al figlio, e disse : « Di presente.

Muovasi un messo, e punto non ristea,

Vada ad Almena, e dica com’al porto

È giunto Anfitrion, ch’è ‘l suo conforto.

51

Così fu fatto; e poi co’ lenti passi

Giove et Arcade seguitorno il messo;

El quale a casa Almena lieto vassi,

E dice quel che Giove gli ha commesso;

Ella giojosa assai più bella fassi

Udendo il suo marito esser sì presso;

Lieta chiamava il Birria in su quel punto:

« Levati: Anfitrione al porto è giunto. »

52

Più volte lo chiamò; nulla rispose

Birria, nel sonno inviluppato e ‘nvolto,

E fra sè stesso dice queste cose:

« Almena di gridar ti giova molto;

Con tue parole tanto rigoglioso

M’ ha’ tutta questa notte il capo tolto

Or vegghia, or dormi, or levati avaccio:

Mena la lingua, ch’io guardo il piumaccio.

53

Vegghi chi vuole, e duri tua fatica,

Tu t’empi il corpo, e buon tempo ti dona;

Poi dormi bene il sonno ti nutrica,

Ogn’altra cosa guasta tua persona.

Almena è fatta troppo tua nimica....»

Queste parole con seco ragiona

Il Birria, e di risponder non s’impaccia:

Almena il chiama, e con ira il minaccia.

54

Alle minaccie obbidì il pauroso

Birria, e levato a sedere in sul letto.

Col viso lento, pigro e sonnocchioso,

Grattandosi lo braccia e tutto il petto.

Diceva: « Lasso, quand’i’ mi riposo

Voi mi chiamato per mie gran dispetto;

Ho di fatica l’osse tutte rotte,

E fatemi levare a mezza notte!

55

Chi vi fa creder or questa menzogna,

Ch’Anfitrione al porto sia apparito?

Vo’ fate a punto come quel che sogna

Lo cose, ove più tira l’appetito.

E, se pur fosse vero, a che bisogna

Ch’i’ vada inanzi giorno insino al lito?

E’ tornerà, se v’ è, sanza ch’i’ vada,

Chè sa ben egli e il Geta questa strada.»

56

Con più minaccie Almena gli comanda

Che vada tosto; onde timido e lento,

Po’ che vestito fu, dov’ella il manda.

Andò pien d’ira e d’ogni mal talento.

Giove, che aspetta la dolce vivanda,

Partito Birria, assai presto et attento

Picchiò la porta insieme col suo figlio:

L’un par lo sposo, e l’altro il suo famiglio.

57

Poichè le parve il marito alla boce,

Chiamato avea solamente una volta,

Si mosse Almena con passo veloce,

La porta aprì con allegrezza molta,

Vede l’amor che cotanto la cuoce;

Mille saluti con bella raccolta

Gli diè, e, preso il collo con le braccia,

Baciolle gli occhi, la bocca, e la faccia,

58

Stretto il tenendo; e non prima lasciollo

Che cento volte gli baciò la bocca.

E Giove ancor non si sentia satollo

Di fare il simil, tal fiamma lo tocca;

Po’ si levaron le braccia dal collo,

E, stretti ai petti, si diero una ciocca

Di baci, ragionando a boce bassa:

Questa dolcezza a mezzo il cor trapassa.

59

Pensi chi bene ogni parte distingue

Quanto piacer, quanta dolcezza infonde

Nel petto a Giove; Amor dentro lo ‘mpingue

Col vago frutto dell’amate fronde.

I’ noi potrei contar con cento lingue

Quanto l’opere sien belle e gioconde;

Prende piacer, cacciando via le pene.

Che in ciel sofferse avendo tanto bene,

III

60

O voi, che meco nella terza spera

Gravati siete di cotanto peso,

Far ne potreste sperienza vera

Se del dolce pensier, che v’ha compreso,

Non s’adempiesse la mia voglia intera,

Com’ è di Giove il suo amore acceso;

Qual di voi, cari amanti, gusta il frutto,

Vera testimonianza renda al tutto.

61

Quanto è più presso il fuoco più riscalda,

Così l’amor vicino assai più arde

Il petto a Giove, e la piaga non salda,

Ch’amor gli fe’ con sue forze gagliarde;

Onde per temperar sua voglia calda

Diceva al figlio: « L’opere tue tarde

Non sieno a tener ben chiusa la porta;

I’ ne vo ‘n zambra con mia donna accorta.

62

Per potermi posar questa mattina

Venga chi vuole, fa di non gli aprire;

Di’ al padron che aspetti alla marina,

Tanto ch’i sìe levato da dormire. »

Quel che par Geta per virtù divina

Disse: « Così fie fatto, caro sire ».

Serrò la porta, e quindi non partía:

Giove et Almena a letto se ne gía.

63

Allo estremo valor, ch’Amor consente,

Tosto ne venne lo ‘nfiammato idio;

Immagini ciascun che qui presente,

Quant’ebbe di piacere il Signor pio;

Làsciolo riposar sì dolcemente,

Per dir del Birria quando si partio,

E ginne in ver la riva a lento passo.

Così dicendo va col capo basso:

64

« Forza non ebbe mai corso di luna

Che di posarmi mi vedessi sazio,

Del mondo ogni fatica si raguna,

Lasciando gli altri, sol di me fa strazio.

In che mal punto nacqui o ria fortuna;

Dara’mi tu già mai tanto di spazio,

Ch’i’ non tormenti mia vita dogliosa

Quando ogni altro animal si dorme e posa?

65

Guai a colui ch’è sottoposto al giogo,

Como son’io d’una femmina vana;

S’ i’ fussi porco, e mangiassi nel truogo,

Me’ mi sarebbe, ch’aver forma umana;

Po’ che dí e notte di fatica affogo

Per ubbidir costei tanto villana.

Che mai non pensa ch’i’ sie lasso e stanco,

E ma’ niuna sua vòglia non vien manco.

66

Ella dee aver promesso a qualche amante

Di sollazzar con lui; e sol per questo

Birria mandato se’ con fier sembiante

In ver la riva a mezza notte desto;

E fammi creder ch’el marito avante

Al porto è giunto col vento sí presto;

A dietro tornerò per riprovalla,

Che ‘n braccio all’amador credo trovalla. »

67

E così a drieto si rivolse tosto.

Et in men di se’ passi fu pentuto,

Dicendo: « Lasso, forse ch’io mi scosto,

Tornando a casa, di quel ch’è dovuto;

Megl’è, ch’i’ vada dove mi fu ‘mposto.

Se alcun de’ falli suoi mi vien veduto

E la lo sappi, tristo alla mia polpa:

Cresce l’ ardire a chi si sente in colpa.

68

E se al suo marito pur lo dico,

Saprà sí far, ch’e’ non mi darà fede;

Eccomi diventato suo nimico,

Senza trovare in lei mai più mercede.

Birria, gli è il meglio a far quel ch’i’ ti dico;

Deh, volgi in ver la riva il lento piede;

Non far l’usata via, ma più segreta,

Sì che in cammin non ritrovassi il Geta.

69

E so di certo che ne verrà carco

De’ libri, ch’ha studiato Anfitrione;

S’egli avvien ch’e’ ti scontri in questo varco,

In su gli omeri tuoi tosto gli pone;

I’ son mal vago di portare incarco;

Così perisca quel Geta poltrone.

Che com’asino è vago d’esser domo,

Ma i’ vivo a ragione, e son ver uomo. »

70

Col vento in poppa veloce e soave

Venia, fedendo il mar sanza diporto,

Dov’era Anfitrion la mastra nave,

Sì che in poco tempo giunse al porto.

Quivi smontati grand’allegrezza have

Ciascuno, avendo il suo paese scorto;

Diceva Anfitrion: « Non prender lena,

Geta: va’ innanzi alla mia donna Almena.

71

Con lieta festa o con mille salute

Della mia ritornata la fa certa.

Sa’ ben ch’è fonte di tanta virtute,

Ch’ogni conforto et allegrezza merta.

E per far le sue voglie più compiute,

Va’, entra in nave sotto la coverta,

Le gioje togli, che per lei comprai,

E da mia parte gliele donerai.

72

E perchè ti sarebbe piccol peso.

Porta una parte de’ miei libri teco ».

Geta ubbidisce, e tosto ha il cammin preso,

Tutte le dette cose portò seco.

Così andando da quel carco offeso.

Vide venire il Birria, e come cieco

S’infinse non vederlo, e pur di passo

Veniva inverso lui col capo basso.

73

Guardossi innanzi il Birria, e poco stante

Conobbe il Geta, e disse: « Oh me dolente,

Nulla mi vale usar malizie tante!

Po’ che fortuna il ben non mi consente,

Quel peso sare’ troppo ad un gigante,

E ‘l Geta pare che nol curi niente.

Come presso ti fia, per certo tieni

Che tel vorrà posare in sulle reni ».

74

Così dicendo intorno si volgea,

E bestemmiava ogni parte superna;

Po’ per ventura da parte vedea

Una celata e riposta caverna;

Ond’egli ancor così fra sè dicea:

« Non credo mai che ‘l Geta mi discerna

S’ i’ mi nascondo in questo scuro lato;

Poi n’ uscirò quando e’ sarà passato. »

75

Subito si nascose. Il Geta, fiso

Mirandol ben per ritrovar quel loco,

Parea ch’altrove havesse vòlto il viso;

Po’ si venne appressando a poco a poco,

E giunto quivi disse: « Or fussi ucciso;

Sì debbo viver sempre in questo fuoco,

Tribolando mia vita in cotal forma,

E Birria si sta ‘n casa, e mangia e dorme? »

76

Posato quivi in terra il grave fascio,

Allato al luogo ov’egli era nascoso.

Diceva: « Lasso, di pena trambascio;

Sett’anni è ch’i’ non ebbi mai riposo. »

Birria dicea fra sè: « Portar tel lascio,

Che ne se’ vago. Oh, quanto grazioso

Stato m’è questo luogo, qui non uso:

Troppo mi giova l’essermi rinchiuso.»

77

Continuando il suo parlare ancora.

Diceva il Geta: « Perchè in mie soccorso

Birria non viene, che tanto divora

Di bere e di mangiar che pare un orso?

I’ gli fare’, sudando, gittar fuora

Del vin, dh’ egli ha bevuto, più d’un sorso.

Con questo peso. » Il Birria sta pur cheto

Troppo gli giova l’esser or segreto.

78

Oltra seguendo il suo ragionamento

Seco diceva Geta: « Oimè lasso,

Esser dovre’ di questa vita spento

Se stato fussi ferro o duro sasso,

Considerato le pene e ‘l tormento

Soffert’in Grecia , sanz’avere un passo

Mai di riposo, ma il freddo e la fame

M’ ha fatto crespo e vizzo el mio cojame.

79

Quand’ egli aveva pur del pan, secondo

Pareva al mio Signor essere imparto;

Quel che pasceva me con grave pondo.

Di saper era assai peggior ch’el quarto;

Pur quel ch’ ho acquisto or mi fa giocondo,

Ch’el nome mio per lo mondo fie sparto;

Sommo loico son, onde si prova

Che l’asino sia uom mostro per prova.

80

Così farò di ciascuno animale,

Sillogizando, mutar forma e nome,

Ciascun del suo prim’ esser diseguale,

E così a’ colori, all’erbe ancora a’ pomi.

El Birria, perchè è lento e poco vale,

Asino vo’ che sia, perchè si domi

La schiena sua. » Il Birria fra sè giura:

« Ma’ non mi to’ quel che mi diè natura.

81

Ciò che tu mi dirai, Geta per certo,

Con tuo sofismi e con tue false prove,

I’ ti risponderò col viso aperto:

I’ son ver uom, com’ è piaciuto a Giove. »

Geta parlò più ‘nanzi: « I’ son esperto

Di più cose sottili, e vie più nuove.

Apparato che s’ è quel ch’ una volta,

Non può la scienza sua esser mai tolta. »

82

« Puossi ben tramutare in atto strano.

Ma pur del mondo non far mai partita;

Dunque sarò io sempre il Birria. » Piano

Diceva il Geta: «Sarà sempre in vita,

Se questo suo pensier non fusse vano;

Ma la memoria par da lui fuggita. »

Geta parlò più oltra, e disse forte:

« Mi duol ch’ognun perisce per la morte!

83

Socrate il gran Dottore, et ancor Plato

Lasciar per morte questa vita grama;

Et io, ch’ho tanto di senno apparato,

Che in sempiterno viverà mia fama.... »

« Credo i’ ben che costui sì è smemorato; »

Diceva il Birria, che or si richiama

Che morte uccide tutti, e poco avanti

Provò che il fin mancava a tutti quanti!

84

Parmi da por fine alle parole

Di Geta, acciò ch’a casa si conduca.

Pigliando il fascio dice: « Ben mi duole,

Ch’i’ m’affatichi, e ‘l Birria pur manuca».

Po’ volse gli occhi alla parte ove vuole.

Dicendo: « Che sent’io in quella buca?

Parmi lo stropicciare e il mormorio

Di lepre o di coniglio, in fe’ di Dio.

85

Che fo qui? Non ho reti nè ancor lacci,

Qui non segugi o veltri che la pigli;

Co’ sassi, al mio parer, convien ch’ i’ facci;

S’ella vorrà scampar da ta’ perigli,

Fuor della buca convien che si cacci;

Et io addosso le porrò gli artigli;

Al mio signor convien ch’i’ la presenti,

Che ne faccia un mangiare a’ suoi parenti.»

80

« Ohimè lasso !... dicea con gran pianto

El Birria: perchè mai qui mi nascosi?

I’ mi credetti star sicuro, tanto

Che passasse oltra, com’ i’ mi proposi;

E or sarò da crudel morte affranto!

Caverna, i’ mi credevo che i dubiosi

Casi togliessi, e ogni pena ria,

E tu sarai la sepoltura mia! »

87

El Geta prese un sasso, e con sua possa

Lo gittò giù con furia e con tempesta;

In qua e in là n’andò con gran percossa,

E presso al Birria rotolando resta.

La faccia, ch’era prima pel ber rossa.

Divenne ismorta, o con boce molesta

Gridava: » Geta, non gittar, ch’i’ sono

Il Birria, e viver voglio per tuo dono. »

88

Avea il Geta per trarre un’altra volta

Alzato il braccio suo forte e veloce,

Poi pur rispose, e disse: « Anima stolta.

Tu non se’ il Birria. » Con parlar feroce:

« Sí, son, » cosí rispose: « Ora m’ascolta:

Non mi conosci tu pure alla boce?

Deh, pon giù e sassi, i’ sono il Birria tuo

Non dee il signor guastare il servo suo.»

89

Più volte fece il Gieta farsi fede,

Che fusse desso, con giuri e con segni.

Po’ disse: « I’ non saprei negar merzede,

Sì che contento son che fuor ne vegni. »

Così ne viene po’ che gliel concede.

Diceva il Geta: « Non vo’ che tu tegni

Più questi modi; per che altri potrebbe

Averti morto, e non se ne avvedrebbe. »

90

Birria riprese core, e sì risponde:

« Onde ti viene, Geta, tal baldanza

Di lapidar qualunche si nasconde?

La tua mi par troppo grand’arroganza.

Cela la luna il lume che n’infonde,

Che non gastighi tu sua gran possanza?

S’ella s’asconde, non debb’io potere

Celarmi quand’egli è di mio piacere? »

91

« Or lasciàn questo; va’ tosto alle navi;

De’ pesi, che vi restan, togli in collo.

Tutti que’ che rimagon son più gravi

Che quel ch’ i’ ho, così m’ajuti Apollo.

Dissemi Anfitrion, po’ che tu stavi

Col corpo tuo riposato e satollo,

Lascia i gran pesi alle sue braccia accorte,

Che l’ozio e il ben mangiar fan l’uom più forte.

92

Birria rivolgerà per certo i monti,

Se ‘l nostro immaginar non verrà manco.»

« I’ ne vo por portar quel che m’ha’ conti,

Porta cotesto tu che se’ sì stanco.»

Po’ disse seco: «E’ convien ch’i’ m’affronti

A recar di que’ pesi com’uom franco,

Po’ che schifare non gli posso, almeno

M’indugerò, quant’a giugner vi peno.»

93

Partissi l’un dall’altro, e in ver la riva

Birria con lenti passi si dirizza,

El Geta inverso casa ne veniva

Sotto il gran peso crepando di stizza.

Ma perchè già di presso si sentiva,

Inverso la magion gli occhi dirizza,

Dicendo: « lieta casa, o vaga Almena,

Tu sara’ ora d’ogni grazia piena.

94

Gran festa Almena e ’l figlio mi faranno,

E poi di casa tutta la famiglia;

E gli vicini, quando chiar sapranno

Quanta scienzia mia mente assottiglia.

Maestro Geta tutti chiameranno. »

Così fra sè tutto lieto bisbiglia.

Ma non sa ben quanto gli fie fatica

La loica aver presa per amica.

IV.

95

Tempo mi par ch’a voi tutto ‘l pensiero

Cara, vaga mia donna, torni alquanto;

Perchè più dolcemente dire spero,

Quanto più avanti i’ seguirò mio canto.

Sol’una grazia v’addomando e chiero,

Che de’ vostri begli occhi il lume santo

Non mi si celi; e quando tempo fia

Avanti seguirà la ‘mpresa mia.

96

Lume degli occhi mia, cagion di quella

Parte dell’alma mia, io vi consento,

Sanza cercare ajuto d’altra stella,

Fra molte pene chiamarmi contento.

Candida perla, assai più che sol bella,

Nell’amoroso petto il lume sento;

Risplendi sì che mostri qual pensiero

Fece che il Geta a sè parv’esser zero.

97

Già era il Geta presso a casa giunto,

E ‘l peso forte gli grava le reni.

Quando a dir cominciò: « Perchè stai punto

Almena? perchè ‘ncontro non mi vieni?

Non vedi tu il tuo Geta com’ è munto

Da questo peso? perchè tanto peni

Ad aprirmi la porta lieta e presta,

E del marito tuo far somma festa?

98

Una nobil cintura in drappo d’oro,

Di pietre preziose una corona,

Con un fermaglio, che val gran tesoro,

Ho qui con meco per la tua persona;

Non si fe’ ‘n Grecia mai sì bel lavoro,

El tuo Anfitrion tel manda e dona;

Dunque che fai? perchè Geta non odi?

Perchè tien tu contr’a lui questi modi? »

99

Queste parole con più altre invano

Diceva il Geta sanza aver risposta;

Onde si volse, e con un sasso in mano

Picchiando l’uscio, a lato vi s’accosta.

Dicendo: « Chi c’ è dentro sì villano,

Che non m’apre la porta sanza sosta,

Anzi fa vista non m’avere inteso,

E fammi crepar qui, con questo peso? »

100

Como ho narrato già, di Giove il figlio

Dentro ora posto, e guardava la porta;

E Giove con Almona, fresco giglio,

In forma del marito si conforta.

Arcade in forma di Geta famiglio

Avea la bocca e la persona scorta;

Era all’uscio per guardia, com’è detto,

Et ascoltava il Geta con effetto.

101

Sedendo dentro a piè d’una colonna

Sì gli rispose con parlare aldace:

« Anfitrion s’ha spogliato la gonna

Con gli altri panni, et in zambra si giace

Con la sua vaga e graziosa donna;

Io, Geta, son qui posto perchè in pace

Posar si possa; ma qual fantasia

A dir che tu sie Geta qua t’invia?

102

Chi tu ti sia, va’ ritrova la strada,

Con l’altre bestie segui il tuo viaggio.

Tu non par uso mai ‘n questa contrada. »

El Geta, udendo dirsi tanto oltraggio,

Istupefatto alle parole bada.

Po’, riposato, disse: « Quest’ è il maggio

Miracol che ma’ fussi, ch’altri ch’io

Paja alla boce lo spirito mio.

103

Chi può parlar colla boce di Geta

Se non è il Geta? Or questo come fue?

So io ben però che loica non vieta

Che con simile boce parlin due.

Et anche è cosa assai ben consueta

Ch’un medesimo nome è posto a due. »

Questo dice fra sè; po’ volto attorno

E’ niun vede, nè sente per più scorno.

104

Maraviglioso innanzi all’uscio stava

Parlando che di stizza par che pianga:

« lo sono il Geta , e ‘l peso pur mi grava,

Perchè non levi il serrame e la stanga? »

Lo dio rispose, e con ira parlava:

« Se’ tu ‘mpazzato, che morte t’affranga ?

Anfitrion è ‘n zambra, e io Geta sono:

Non m’odi tu quando teco ragiono? »

105

«Pur testè giunse il Birria; qual tra via

Trovai nascoso, tornando dal porto,

E presso fu che, por la sua follia,

Non rimase da me co’ sassi morto.

La tua sarebbe una gran cortesia

Lasciarmi stare, e prender tuo diporto:

Assai pene e disagi abbiàn durati,

Troppo dolce è il posare agli affannati. »

106

Con gran maninconia tornando a dietro

Più di so’ passi il Geta, ripien d’ira,

Dice: « Come traluce el chiaro vetro

Color vermiglio, così passa e spira

In costui ciò ch’io so, come ‘l suo metro

Pien di paura a crederlo mi tira,

La boce e’ fatti chiaro Geta il fanno,

Questo, com’esser può sanza mio danno?

107

Son io errato? o qual voler divino

Fa saper a costui ciò ch’egli ha conto?

Chiaro et aperto mostra el suo latino

Che sia com’io: ond’io forte m’adonto,

I’ pur trovai il Birria per cammino.

Che si nascose; od egli è fatto pronto,

E presto nell’andar, se ben comprendo.

Che per più corta via tornò correndo?

108

Come che questo sia, non vive alcuno.

Se non è il Geta, che parli com’io ;

Dunche siàn fatti due ch’eravam’uno?

Questo non può caper nel capo mio.

Così fuss’io di venir qui digiuno

Ch’un sol Geta era; ma nel punto rio

Ci giunse questi colla boce sua,

Udendo me mi fa chiaro di dua.

109

Quel ch’ è uno è uno; ma i’ che parlo

Non sono un sol, che dentro è il simiglianti;

Dunque son io; nè gniun non potre’ farlo.

Che io Geta fussi vivo in pene tanti.

Chi vive altro che morte può disfarlo.

Non crèdo ch’altro possa, e poco stante

Mi veggio fatto nulla, e non so quando

Morte mi diè di questa vita bando.

110

Son impazzato, od ho il cervello secco,

Che da me fuggo, e non so vedere d’onde?

Forse che questa fu la boce d’Ecco,

Che per le folte Selve altrui risponde?

Ritornar vo’ per cavami lo stecco

Del petto, che tutto mi confonde;

Domanderò se del Geta rassembra,

Come la boce, tutte l’altre membra.

111

Saprò s’egli è negli atti e ne’ costumi

Il Geta, se pur meco si trastulla;

Troppo grav’è a pensar, ch’i’ mi consumi

Dubiando essere dua, od esser nulla. »

Così dicendo gli occhi suoi dua fiumi

Di pianto fan com’un fantin da culla;

E po’ gridando alla porta s’accosta:

« S’ècci tu che se’ io, fammi risposta.

112

Non mi negare una piccola grazia,

D’aprir la porta tanto ch’io ti veggia;

Sì ch’ io conosca ondo vien la fallazia,

Che fa che la tua boce mi pareggia;

I’ non enterrò dentro, sol mi sazia

Ch’el viso e l’altro busto ben pro veggia.

Per veder s’altro Geta ch’io è in terra,

Po’ tostamente la rinchiudi e serra. »

113

« Non potrai vincer Geta per inganno.»

Rispose quel che dentro era guardiano

« Troppo se’ sciocco a durar tanto affanno,

E cotante parole dire invano.

Anfitrion mi darebbe il malanno

Facendo più che m’ abbi posto in mano:

Quand’egli andò a dormir mi puose questo,

Ch’a niuno aprissi, se non fuss’e’ desto.

114

Tu cerchi pure ch’io t’ acconsenti,

Che tu sie io, ponendoti el mio nome;

Assai potresti far nuovi argomenti,

Chi ma’ sapessi immaginare el come.

So, che son Geta, tu Geta diventi;

Dileguati da me, bestia da some.

Che mostri d’esser io, e vuo’ ch’i’ ‘l creda

Sol perch’i’ quest’entrata ti conceda. »

115

Assai pregava Geta che gli aprisse,

Sol por vederlo, et Arcade non volle;

Onde per forza alla porta e’ s’affisse.

Credendo aprirla, ma troppo era folle.

Lo dio si stava; e il Geta irato disse:

« I’ ti fiaccherò l’osse e le midolle,

Se tu non m’apri, ribaldo da forca.

Po’ che a’ mie’ preghi non par che ti torca.

116

Aprimi; non voler che ti sie rotto

Prima il cervello, e poi tutta la scorza.

Che sciocchezza è la mia, ch’i’ sie condotto

A spender preghi, e posso usar la forza.

Questo ribaldo, che dentro è ridotto,

Per dispettarmi quanto può si sforza. »

Così parlava il Geta, e poi, gridando,

Diceva: « Almena, che va’ tu sognando?

117

Che tu non m’apri, poi che questo ladro

Si mostra contro a me tanto superbo?

Po’ nessuna cagion, pensando, squadro

Che ti move a tener tal modo acerbo.

Torna il marito tuo bello e leggiadro;

Di molte care gioje qui meco serbo.

Che per te comperammo, e tu pur peni

Ad aprir l’uscio, e ‘nverso me non vieni? »

118

Con un parlar rubesto Arcade irato

Rispose al Geta, chiamandol: « Ragazzo,

Così m’aiuti idio Giove beato,

Se vengo fuor colle mie man t’ammazzo,

E te darò di quel che ha’ minacciato.

Tu se’ per certo smemorato o pazzo.

Che di’ pur che se’ io per darmi impaccio,

E sol lo fai per ch’ io di qui ti caccio.

119

Partiti bestia, non far più parole.

Non creder, minacciando, far paura;

Che non vive persona sotto il sole

Che non castighi colla mie man dura;

Io ti farò provar com’ella duole,

E qual Geta tu cerchi per ventura. »

Geta, temendo, allor parlava umile.

Perchè era più che una femmina vile,

120

E con voce piatosa così dice:

« Po’ che non vogli aprirmi, non ti noj

Di dir d’ogni tuo membro la radice,

Sol per far chiaro qual Geta è di noi;

Del tuo colore, e ‘l modo più felice

Del tuo parlar, con tutti gli atti tuoi,

E l’opre, che saperle più disio;

Chi è che sanza me poss’esser io? »

121

Rispose Arcade: « Or vuo’ tu ch’i’ ti dichi,

Quel che domandi; da po’ che mi preghi,

Per certo abbi; che ‘ndarno s’affatichi

Chi per minaccie crede ch’i’ mi pieghi;

Umiltà sola è quella che mi è amica;

E perchè tu con essa ora mi leghi,

Come questo sie ver non tel nascondo,

Che un altro Geta ch’io non c’è nel mondo. »

122

Po’ cominciò a dirgli sanza fallo

D’ogni suo membro la vera fazione;

El suo color, ch’era pallido e giallo,

E divisato dall’altre persone;

Degli occhi rossi, che parean corallo,

E d’ogni sua malvagia condizione

Gli raccontava con ordine espresso,

Me’ che non aria fatto il Geta stesso.

123

Se il Geta maraviglia si faceva,

Nol cerchi di saper chi ben intende;

Così doglioso con seco diceva:

« Costui propio a me stesso chiaro rende,

Chi ch’esso sia, o qual virtù gliel dèa,

Par che sia il Geta come si comprende;

Po’ ripensando, inverso Arcade disse,

Ch’ancor d’un priego sol l’esaudisse.

124

« Dirami in qual modo, e sotto quale inganno

Tu mostri a Anfitrion del falso il vero;

E quanto in Grecia gli facesti danno,

Ogni fallo commesso parla intero.

Se tu questo saprai, più non m’affanno.

Ma dirò che tu sie Geta et io zero... »

« Tu dira’ vero, se tu così mi chiami,

Rispose Arcade; or odi ciò che brami.

125

Acciò ch’ e fatti miei e le menzogne

Ti faccin chiar ch’io sia Geta, e tu nulla:

I’ ebbi in Grecia già mille vergogne

Constretto dall’amor d’una fanciulla;

La quale, amando me, sanza ch’allongne,

A mie richiesta meco si trastulla.

Or odi ben com’io l’avevo avvezza:

E per questo ella avea di me vaghezza.

126

 Ciò eh’ el mio signor mi dava a riporre

Sempre togliea la parte per costei;

I’ teneva le chiavi, e pote’ tórre

De’ suoi danar’ come se fussin miei;

Con questo amor troppo ben si soccorre;

S’un ne chiedeva, gliene davo sei;

Ciò che mi viene a man distruggo e spargo,

Troppo son dell’altrui cortese e largo.

127

Sì che per questo il mio rustico volto

Facevo amar, come chiaro ti mostro,

Tanto ho del mio signore dato e tolto,

Ch’a scriver mancheria carta ed inchiostro

Quell’è la parte che le giova molto;

Nessuna non si trova al viver nostro,

Che, impiendole la mano, non stie cheta;

Che è che non si faccia per moneta?

128

Ancora assai mi volevano in braccio,

Per la virtù del membro che si cela,

La cui grandezza al presente mi taccio,

Ma ritto sta com’alboro di vela;

Sanza misura nello ‘nferno il caccio,

Perchi’io son caldo, e già mai non mi gela;

Amato son, sanza far più parola.

Per questa parte del mio corpo sola.

129

Ancora i’ ti vo’ dire un’ altra mena,

Acciò che tu che sia Geta chiaro dica:

Mentre che i’ stetti alla città d’Atena,

Com’i’ t’ho detto, vi tenni un’amica;

Po’ mutammo città, dove con pena

Vi stetti alquanti giorni e con fatica.

Perchè niuna non v’era per vicina,

Ch’i’ la potessi aver per concubina.

130

Ma tanto vi menai la coda a torno

Chi’i’ die’ consolazione a’ pensier folli;

Assai vi furon col visaggio adorno.

Che per moneta fecion ciò ch’i’ volli.

Dormendo il signor mio, al far del giorno

Davo alla borsa sua sì fatti crolli,

Ch’avendo il corpo pieno e ben fornito,

Parea ch’allora avesse partorito.

131

Quanto l’opere mie sien dolorose

Esprimer nol potrei colla mia boce;

I’ ho già fatte tante inique cose,

Ch’i’ sare’ degno d’esser posto in croce,

Et aspre battiture già mi pose

In sul mio dosso con atto feroce

Anfitrion; ma passava ogni doglia,

Pur ch’i’ fornisca e sazi ogni mia voglia.

132

Accostamiti un poco, ch’i’ non voglio

Che altri oda di me cosa sì trista:

Per farla venir meco dentro al soglio,

Donai quattro talenti a mona Cista,

Ch’era stata trent’anni a pan di loglio,

E per vecchiaja avea persa la vista;

Da sì caldo appetito allor fui giunto,

Ch’ogni cosa are’ fatto in su quel punto.

133

E quel che Anfitrion vedea cogli occhi,

I’ gliel negavo con mille spergiuri,

Dicendo: « Non crediate ch’ i’ vi tocchi

Quel ch’io non debbo, e ch’ el vostro vi furi.

Prima sie fatto di me mille rocchi,

E non vuo’ che tu credi , ch’i’ mi curi

Giurar per Dio, e poi rompergli fede;

Non l’ardisce di far qual uom gli crede. »

134

«Non dir; più: tu se’ Geta, i’ nulla sono; »

Rispose il Geta con boce modesta;

E di più udir niente gli sa buono,

La sua tristizia è altrui manifesta.

Po’ dice: « Sia tu me; i’ mi ti dono.

Po’ che di me a me nulla mi resta. »

E rivolto onde venne, a passo lento

Stupefatto sen gía pien di spavento,

135

Cosí seco dicendo: « Oimè lasso!

Mentre  ch’i’ stetti in Grecia, i’ pur fui Geta;

Morte non m’ ha ancor di vita casso.

Ma s’altri è io, la essenzia mi si vieta.

Or sapess’io quand’ io fe’ questo passo;

Qual forza di natura o di pianeta

Ne fu cagione; o se per me si spera

Poter ma’ ritornar quel che prim’ era.

136

Geta che farai tu, po’ che mortale

Ti vedi, et anche il Geta non è teco?

Forse t’arà filosofia morale

Convertito in Platone o in altro Greco?

I’ sarò uomo e non altro animale,

E, se non son dello ‘ntelletto cieco,

Essendo uom sare’ Geta, com’i’ soglio;

Dunque nulla son io; però mi doglio.

137

Ma se pure che due siam fatti d’uno,

Esser dovrie la parte men ch’el tutto;

I’ non mi veggo manco in luogo alcuno,

E quel ch’è dentro è pur compiuto tutto.

Questo com’ è, che nè di due, nè d’ uno

Non posso dirizzar questo construtto?

E sì pur sono el Geta, s’e’ n’è fuora,

Ma s’egli è egli, come conchiughi hora?

138

Sarebbe mai che l’alma, con ch’i’ rendo

A me ‘l giudizio, fosse entrata dentro,

E me lasciassi fuori, e ripetendo

Ogni mi’ atto dalle coste al centro?

Esser potria; ma or come i’ comprendo

Che i’ stia in vita, s’i’ non hommi dentro

Spirito ch’entenda, apprenda e serbi,

E speri e tema, objetti in atti o ‘n verbi?

139

Pure s’i’ parlo, i’ m’odo, veggio e sento,

E più che d’altro di questa mi scocco;

Po’, s’i’ mi tocco delle volte ben cento,

Dicendo: e giuro a dio, ch’ i’ pur mi tocco.

Questo come è che l’esser mio si è spento?

Potendomi toccar son’i’ sí sciocco.

Che s’ i’ fu’ che i’ perde’ l’ essenzia mia,

Così sono et io non sono, et i’ non sia?

140

Loica! maladetto sia chi prima

Mi disse che tu eri il fior d’ogn’arte;

I’ feci d’ appararti grande stima,

E per lodarti empiuto ho mille carte,

Or hai sì fatto con tua falsa lima

Ch’el nome, e l’ esser mio da me si parte;

Dov’util di saperti riputava,

Sì tu mi nuoce, e quanto puoi mi grava!

141

Com’i’ t’ebbi apparato chiaro veggio,

Che dell’esser più Geta mi rimasi;

Tu non potevi certo farmi peggio.

Nè già mai m’ avvennon questi casi;

Sol ch’i’ ritorni in me di grazia i’ chieggio.

Po’ chi mi desse d’oro mille vasi

Non potrei far ch’i’ più di te sermoni,

Nè de’ tuo’ sillogismi mai ragioni.

142

Troppo m’ingannan ora i fatti tuoi,

E le tue prove usate falsamente,

Con esse faccia altrui asini e buoi,

Or di me stesso sono fatto niente.

Loici sventurati, guai a voi

Se questo a tutti natura consente!.... »

Così dicendo, andava in ver la via

E vide Anfitrion che ne venia.

143

« Ohimè! dice il Geta; eccol che torna

Anfitrione; or ben mi maraviglio,

Ch’egli era in zambra con sua donna adorna,

Come mi disse il Geta suo famiglio;

I’ veggio che ne viene, e non soggiorna;

Se nello ingegno mio ben m’assottiglio,

Egli va: sendo niente può egl’ire?

Per certo non nel suo corpo apparire.

144

Vedi quel che la loica m’ ha fatto.

Che, s’egli è, o non è, non so per vero!

E anche me per tal modo ha disfatto.

Che nulla son secondo il mio pensiero;

Ma pur s’Anfitrione a questo tratto

Per Geta mi saluta, ancora spero.

Che i’ pur sarò, lasciando questo tedio;

Se tace, nulla son sanza rimedio. »

145

E questo detto, solamente aspetta

Pur per veder se per Geta il saluta,

Desiderando, di quel che sospetta,

Così saper la volontà compiuta.

Per ch’ io son certo ch’ assai si diletta

L’uom, che del dover non si rimuta,

Di dare agli occhi ed alla mente posa,

E volgere il pensiero ad altra cosa,

146

Lascerò stare la penna e ‘1 Geta ancora

E ‘l saluto aspettar che più gli grada.

Non creda alcun ch’i’ mi riposi un’ora,

Per che con mie pensieri altrove vada;

Negli occhi della mia donna dimora

Quel che mi guida alla dubbiosa strada;

La qual riguardo, e più ch’altra mi piace,

E da lei vien s’i’ ho riposo o pace.

[V.]

147

O donna di biltà, ciò che dimostra

Quest’opera di ben, tu gliel conduci,

Che se virtù nel mio petto s’inchiostra,

Muove da’ raggi che dentro v’induci;

Quando ritorno alla materia nostra,

Aspetto sole dalle beate luci;

Che nulla frutterebbe il mio terreno.

Se del tuo seme e’ non fusse ripieno.

148

Luce beata e vera, nel cui specchio

Appare ogni piacer ch’al core alberga;

Nè accidente nuovo, nè anche vecchio

Può far ch’ altrove l’animo s’immerga.

Muovi lo spirto mio, qualor mi specchio

In te, che sol con l’amorosa verga

Possiedi la mia vita, in far ch’i’ scopra

La dilettevol fine di quest’opra.

149

Geta, come già dissi, avea veduto

Da lungi Anfitrion, che ne veniva,

E aspettavalo sol per lo saluto

D’aver l’essenzia di persona viva;

E come alquanto presso fu venuto

Anfitrion col Birria, che ‘l seguiva,

Dolendosi del fascio ch’avea addosso,

Così con seco a ragionar fu mosso.

150

« Quel mi par Geta; qual dubbioso caso

Il fa tornare? Giove, fammi chiaro;

Certo son io che non mi fie rimase

La donna, o il mio figliuolo, ch’i’ ho sì caro?

I’ veggio il volto suo d’ogni ben raso;

Questo fie qualche avvenimento amaro,

Che trovato ha nella famiglia mia:

Piaccia agli Dei che tanto ma’ non sia!

151

Ma perchè taccio più? Ch’i’ non dimando,

Sì che i’ sie chiaro di quel che ho sospetto?

Poi chiama: « Geta! » quasi lacrimando.

Dicendo: « Dimmi tosto, qual difetto

Ti fa tornar? Chi ha di vita bando,

Almena, o ‘l figliuol mio tanto diletto?»

Geta ascoltava, e, ripreso baldanza,

Seco dice: « Tornato m’è speranza.

152

I’ son pur Geta; chiaro veggio il come,

Perchè ora Anfitrion Geta mi chiama;

Nicessità non è ch’egli abbi nome

Chi non è nulla, o sol d’esser brama.

Po’ ch’io son fuori di sì gravi some,

Benedetto sie Giove, e chiunche l’ama. »

Anfitrione in maggior doglia monta,

Perchè il Geta non fa risposta pronta,

153

E con bocie turbata così grida:

« Geta, che pensi tu? Che non rispondi

S’ i’ debbo stare in vita, o s’ io m’uccida?

Perchè col tuo tacer più mi confondi?

Di’ tosto la cagion che qui ti guida

Troppo fa’ mal se ‘l ver tu mi nascondi. »

Geta, pregato, allor così rispose:

«Mai non udisti tante nuove cose.

154

Or odi Anfitrion, se tu se’ desso.

Come volesti, a casa tua n’andai,

Per far quel che da te mi fu commesso»

Ad alta boce Almena tua chiamai;

Non mi rispose; ond’i’ mi fe’ più presso»

E con un sasso la porta picchiai;

Dentro era Geta, e risposemi appena,

Minacciando di rompermi la schiena.

155

Così dicendo: Anfitrion è in braccio

Della sua donna, e quivi si riposa.

Per certo egli era il Geta, e questo saccio,

Che di ciò ch’i’ fe’ mai disse ogni cosa.

D’ogni suo membro e’ mi contò avaccio

Fatto com’io ho, e colla boce ombrosa

Parla col parlar mio; ond’io do fede

Ch’e’ sia il ver Geta, e sciocco è chi nol crede.»

156

Birria ascoltava il Geta, e sorridendo

Dice; « Gli orecchi convien ch’io m’impeci;

Per nuove vie andasti voi caendo

D’apparar senno nelle terre de’ Greci;

Savi eravate, ma or chiaro comprendo

Che siate pazzi; ond’io troppo ben feci

A rimanermi a guardar la cucina.

Armando il corpo con forza divina.

157

Costoro apparon loica, pensando

D’esser per senno degli altri maggiori.

Ed ella gli vien poi così conciando.

Che del loro esser proprio gli trae fuori,

A poco a poco il cervel consumando;

Birria caccia da te questi dolori,

Non volere apparar così fatt’arte,

Ch’altrui dell’esser suo divide e parte.

158

Non saper arte troppo giova altrui,

Se in bestia si converte chi l’appara,

E parendo esser nulla ora a costui.

Egli ha fatto di sè troppa gran tara.

I’ son pur savio, e così sempre fui.

Et ho, come ver huom, la vita cara;

Statti in cucina, e quivi ti trastulla,

Loico sia chi vuol per esser nulla. »

159

Detto avea Geta già ciò che gli avvenne,

E, quasi a sè iscredente, il giura e prova,

Anfitrion gran doglia ne sostenne,

Udendo dirgli cosa tanto nuova.

Po’disse al Geta : « Un uccel sanza penne

Ti fe’ natura; in qual libro si trova

Ch’un altro in te, o tu in altro ti muti?

Troppo se’ sciocco, se Giove m’ajuti.

160

Colui che in zambra con mia donna giace

È el suo amante, e comprender lo puoi;

Quel, che rispose con parole aldace,

T’avea veduto, e sa de’ fatti tuoi.

Veggio che la mia donna m’è fallace,

Andianne tosto a casa tutti noi.

Geta recami l’armi, e t’argomenta

Che chi questo ti mostra morte senta.»

161

Geta ubbidisce, e tosto l’arme piglia,

E ad Anfitrion le sue apparecchia;

Ad ira mosso ognun seco bisbiglia:

«Chi fie colui che nel ferro si specchia?

Ch’i’ l’ho a trar fuor con infiammate ciglia.

Abbi per certo che mai non invecchia,

Perch’io gli darò morte dolorosa,

Saprò s’i’ nulla sono o qualche cosa. »

Insino a qui misse in rima Pippo Brunelleschi,

e da qui inanzi ser Domenico da Prato.

162

Birria assai gli spregia e dice: « Quando

Venni alle navi dentro era l’amante,

I’ me ne avvidi ben; che rimbrottando,

Mi mandò Almena con minacce tante.

Nulla mi può ingannar. » Po’, dileggiando,

Dicea fra sè: « Vedi quant’è ignorante

Ciascun di loro! e’ mi par doppio errore

Che a’ danni loro gli mena il furore.

163

Faccian pur queste battaglie a loro modo,

Se i’ potrò, Birria inanzi mai non cadi;

Di questi smemorati i’ ben ne godo.

Lascia ir loro, e fa’ ch’a dietro vadi,

E di lor fantasia sciolgan lor nodo.

Che, stando scosto, ne periscon radi.

« Andate inanzi, grida Anfitrione,

Non tardiam, ch’i’ vi seguo a mia magione. »

164

Comanda al Birria Anfitrion che s’armi,

E getti il grave fascio, ch’have, ‘n terra.

« Piacemi il peso da dosso levarmi,

Rispose il Birria al lor, ma non la guerra,

Che in cucina son uso a riposarmi;

Troppo nuoce chi danni a danni serra;

Chè più di te, dentro è l’amante atteso,

Nè fia sanza gran forza già mai preso.

165

Gli amanti armati van, se non ti grava;

Chi ha più forza quel fie più tostano. »

Diceva il Birria, che tutto tremava;

« Andate inanzi, i’ verrò drieto piano. »

E un gran sasso in mano e’ si recava,

Dicendo: « I’ non sarò mai sì lontano,

Che la mia pietra non giunga feroce:

Spesso la piaga improvvisa più nuoce.

166

E, con i dardi in mano , ognun minaccia

Guai a colui che si fia in loro abbattuto;

Mentre ch’Anfitrione il Geta avaccia,

L’uno e l’altro d’idio chiama l’ajuto.

Diceva il Birria, seguendo la traccia:

« El tanto ardir d’onde fie proceduto,

Che fuggiremmo, volando una mosca?

Di’ el voglia che l’ amante gli conosca.

167

Oh, come agevolmente allor la noja

Arien dimessa i Greci per fuggire

Se tal’uomini fussi suti in Troja

Qual ora son questi, ch’hanno tanto ardire!

Birria sappi fuggir, che tu non muoja,

Priego ch’a tutti drieto tu debb’ire.

Nulla può esser più sicura prova,

A tuo modo fuggir più ch’altra giova »

168

Già s’allenava della fiamma il foco

Del glorioso Giove, e meno ardeva,

Perchè a gran parto avea dato loco;

Con temperata boce allor diceva:

« Geta mi chiama, ch’io ritorni un poco

Fino alle navi che lasciato aveva

Al secco sanza guardia drento al lito. »

Così egli et Arcade fu partito.

169

Più rilucente il cielo si mostrava

Ricevendo il signor che l’innamora;

Sentendo il lor partir gli idii chiamava,

La terra, e isconsolata ne dimora;

Dello splendore si maravigliava

Almena, e quasi il bel viso scolora,

Sanza parlar rimase mezza morta;

Com’a lor piacque è aperta la porta.

[VI]

170

Non posso fare, Amore, ch’io non torni

Pel nome, ch’ a ogni passo è mio soccorso,

Di quella, nella cui vista soggiorni,

Col quale per infine a qui ho corso;

E così spero ne’ futuri giorni,

Fin che l’ultimo dì sarà trascorso,

Merzè negli occhi suoi, ne’ qua’ scintilli,

Purchè pietà nel suo petto sigilli.

171

Quel viso, ch’ogni turbo rasserena,

Nel cui solo il guatare è la mia pace,

Con disio strigne l’ardente catena

A far che spesso il sospirar mi piace;

Se per distanza assettossi ogni pena,

In me mille quistion dubbiose face:

Che fa or la mia donna? ove dimora?

Ben ch’i’ la porti nel mio core ognora.

172

Venore bella, tu che sai bene ogn’arte

Infonder nel parlare e nel costume,

Di’ quale spirto ti segue onde gran parte

Ne mostra Almena, e come tuo vilume

Soggiugne, e tu pò che raggiasti Marte

Negli occhi col tuo santo e chiaro lume;

Che vincesti Vulcan lasciando l’ira:

Dunque pietà nella mia donna spira.

173

Col nome seguo, col qual cominciai,

Litteralmente come Plauto pone,

Quest’operetta. I’ so’ ben ch’io lasciai

Giove partito già dalla magione.

Rimase Almena sbigottita assai;

Seguita come torna Anfitrione

Tutto coperto di forte armatura;

La donna il vede, e trema di paura.

174

Levasi incontro al marito la sposa:

« Or che bisogna venir col coltello?

Disse con boce angelica e vezzósa:

Baci e non arme piglia, o signor bello.

Lascia ir tal furia ». Allor la luminosa

Faccia rimira Anfitrione, in quello

Che le dolci parole l’han legato,

Corse abbracciarla presto così armato.

175

La spada, ch’avea in man, già rimettea,

L’ira coll’abbracciar rattemperava.

Geta , come fu dentro, richiudea

La porta, e tutta la casa cercava.

« Dove è colui, che Geta si facea?

Dicendo pur ch’era io? Forte mi grava. »

Po’ che l’amante non c’è , baldanzoso

Minacciando, di nulla è pauroso.

176

La bella donna Anfitrion baciando:

Geta, dicea: « Dove questo fie andato? »

D’esser Geta si vien rassicurando,

E dice: « Almena, chi fu ch’ebbe negato

L’entrata al Geta la porta serrando? »

Almena allor risponde: » smemorato,

Tu guardavi la porta, quando a letto

Il mio Anfitrion teneva stretto. »

177

Queste parole mossono a dolore

Anfitrion, rompendo i dolci baci.

Dal petto allontanava il suo signore,

Ch’era morbida e fresca, e gli veraci

Abbracciamenti mutava in romore,

Gridando: « Guai a me, ben son fallaci!

Per certo pel cammino onde venimo,

Era l’amante tuo com’ora stimo.

178

Maravigliossi allor la donna piùe.

Che quando armato il vide ritornare,

Dicendo: « Come? Or non fusti esso tue?

Per certo i’ pur ti vidi, o e’ mi pare.

Forse ch’al mondo de’ tuo’ par son due?

Forse ch’i’ pote’ fra me sognare?

Dunque ogni rio pensier vo’ che giù pogni,

Che spesso ingannan l’animo li sogni. »

179

El Birria, ch’è da canto, ride, e dice :

« Udendo voi mi par sognar per certo;

Sogni son elli a lor propia radice;

Il Geta è pazzo, e ciò si vede aperto.

Chi si tenea de’ loici il più felice,

L’arte il fa più pazzo, e questo è sperto;

E con queste pazzie di tal dottrina,

Birria tornati savio alla cucina.

180

Rallegrisi ora Anfitrione, e ‘l Geta

Omo fie fatto con suo gran sapere. »

Anfitrion a questo si raccheta,

Spogliossi ogn’arme, e con sommo piacere

Abbraccia la sua donna tutta lieta,

Tornato a casa, e pinti dal volere,

Ambo in zambra spogliarsi i ricchi panni

Per ristorare i perduti sett’anni.

181

Dove con tal piacer ch’i’ nol so dire,

Il matrimonio usato raffermaro;

Più volte vollon l’impresa fornire,

Po’ tutt’e dua con festa si levaro;

Anfitrione in cucina fa ire

Il Birria e ‘l Geta avendolo più caro;

Con lunga vita ognun di lor fiorisce.

Così d’Anfitrion l’opra finisce.

182

Il mio degno poeta Plauto, il quale

Fu d’esta commèdia primo ‘nventore,

Mostra, colla sentenzia sua morale,

I famigliari inganni, e ‘l vano errore

A presso a quel che può. Oh quanto vale

Negli animi gentili il franco amore!

Conchiude alfin, che chi più sa, men vede

or inganni, quando più veder gli crede.

183

Prendendo adunque la maggior sustanza,

Amore è il mastro di questa matera;

Principio, mezzo e fine è sua possanza.

Et è dovuto se governa e ‘mpera,

Null’altra cosa il suo valore avanza,

Dical, ch’il prova, se l’è falsa o vera

Nostra sentenzia; e come da lui viene

Ardire et umiltà, letizia e pene.

184

Amor fe’ ardito in Citerea Parisse,

Amor fe’ umile il possente Sansone,

Amor fe’ per ardir Filis morisse.

Amor fe’ idolatra Salomone,

Amor fece a se stesso amar Narcisse.

Amor trasse Teseo fuor di prigione.

Amor fe’i Colchi lasciare a Medea;

Amor fe’ uccider Dido per Enea.

185

Per lui contese Meleacro col verro.

Non guadò di drieto il mar Leandro,

Nè temè Tisbe l’appuntato ferro,

E non fu vinto per amor Antandro,

Apollo per Cassandra, s’i’ non erro,

E per Lavinia quel ch’ andò a Evandro:

Quante battaglie! E, per dar miglior prove,

Testimon chieggio in quest’opere Giove.

186

E però, Signor mio, nel cui governo,

Son sottoposto, non voler ch’i’solo

Compagnia faccia a Tantalo in inferno.

Anzi di questa vita a picciol volo

Lieto mi guida, là dov’ io discerno

Cruda mia donna. Signor, che far puòlo.

Falla piatosa a me, po’ che suo sono,

A lei mi raccomando, e tutto dono.

Finito el libro del Birria e del Geta

composto in rima da Filippo Brunelleschi

e da ser Domenico da Prato.

Laus Deo,

NOTE E VARIANTI

N. B. Delle varianti de’ Codici Senesi non ho potuto giovarmene, perchè il riscontro col testo mi giunse allorchè questo era già stampato.

Le abbreviature L. LL. M. MM. e R. RR. sono Laurenziano e Laurenziani, Magliabechiano e Magliabechiani; Riccardiano e Riccardiani.

St. 1. V. 7. La stampa leggeva Prender valor, ho corretto Render valor co’ Codd. RR. 2251, 2259, 2281, e i LL. 43 e 103.

St. 3 v. 6. La stampa: Però gli presta, e così parecchi Codd. Ho corretto col M. 38 gli in gliel come vuole il senso.

    v.  7. Il M. 1062 legge Sarà a tal mister., variante non accettabile.

    v.  8. La stampa: chi bene ascolta; col M. 39 ho messo Chi ben m’ ascolta.

St. 4. v. 6. Intenza. Intenzione, Pensiero. Pulci, Morg. XXII, 261: Perchè ubbidir di Dio volea l’intenza. E pel deserto soletto avviassi. Ved. Nannucci An. Crit. de’ verbi ec. p. 170, n. 3.

St. 5. v 6. Il R. 2281 legge storno, il L. 28 torno.

St. 6. v. 2. I RR. 2234 e 2259 leggono Che pietra d’oriente.

v. 7 Forse meglio secondo il M. 39 Che giova dir.

St. 7. v. Forse meglio il M. 39 Voleva al tutto partir con effetto; il M. 38 ha Volea del tutto ricercar ecc.

St. 8 v. 4. La stampa avea Lasciare il figlio et anche me sua madre. Ho cambiato sull’autorità de’ tre RR. e del M. 38.

St. 9. v. 8. Il R. 2281 ha: Mentre viverà la vita mia.

St. 10. v. 4. La stampa io son contento ; ho corretto coi M. 38, e R. 2259, perchè Almena era quella che acconsentiva, e non Anfitrione.

v. 5. La stampa: la confortava alquanto, ma il contesto voleva che Anfitrione, avuto il consenso della moglie, si confortasse; onde ho corretto co’ RR. 2251 e 2259. 11 M. 38 ha racconsolato e conferma la lezione da me seguita.

v. 6. Poi ordinò, la stampa: si ordinò tutti e tre i RR.

St. 11. v. 8. E le loro fazion, avea la stampa; co’ tre RR. e col M. 38 ho messo condizion.

St. 12. V. 1. Divisato di persona. Contraffatto, Brutto.

St. 13. V. V 11 M 38, e i RR. 2254 e 2259 leggono Al corpo rispondea ecc. I LL. 28 e 103, al capo. Nella St. precedente essendo stato descritto il volto di Geta, mi par regolare la lezione della stampa, che è altresì confortata dal R. 2281, e dai MM. 39 e 1062. v. 5 e 6. Il R. 2254 legge così: Giotto n’aria abbandonata l’arte. Pria che dipigner la sua forma vera.

St. 14. v. 1. Soprannomi di donne da conio. Ogliente, Odorosa da olens. Fra Jacop. Aulente giglio, e Rosa aulentissima dello sfumato Giulio (sic) d’Alcamo. Fu anche nome di donna. Franco Sacchetti nel poemetto La battaglia delle belle donne ecc., C. I, St 63, narra d’Una vecchietta di crudele aspetto, La quale era di Borgo Tegolajo. Ogliente moglie di ser Calamajo. Un qualche dottore in quattroque oggi avrebbe scritto Ogliente moglie a sere Calamajo!

v. 2. Campara. Buttare, Riversare. Tutti i Codd. hanno così: sicchè sarà un francesismo, oggi vivente in qualche dialetto dell’Alta Italia. Gli per Le fu ed è tuttavia usatissimo nel parlar familiare.

v. 6. I tre LL. hanno Il dolce pianeta forse Venere. Dante: Lo bel pianeta che ad amar conforta (Pur. I, v. 19), verso che fu campo di battaglia per i Commentatori se si dovesse intendere il Sole, o Venere.

St. 16. v. 5. Cappello, vale Corona, Onore. (Dante Parad. XXV, 6). Con altra voce omai con altro vello Ritornerò poeta, ed in sul fonte Del mio battesmo prenderò il cappello.

St. 17. v. 8. I RR. 2251 e 2281 leggono: Poi chiudea l’occhio et fia addormentato; Il M. 39 Calava gli occhi et era ecc. , male.

St. 20. v. 3. Il M. 38 legge: E chi chiamasse il Birria, starò cheto.

St. 21. v. 1. La stampa: Accompagnò Anfitrione ecc. ma il verso era zoppo, e ho corretto Accompagnorno, anche per ragion di grammatica, co’ RR. 2254, 2281. Il M. 38 ha Accompagnato.

St. 22 v. 1. Il M. 38 e il R. 2254 leggono Tornatole e Tornatogli. Parmi meglio la lezione della stampa, ponendo mente a quel di Dante: Al tornar della mente che si chiuse ecc.

St. 23. v. Posponendo. Il M. 39 e 1062 e il R. 2259 hanno Proponendo, chiaramente errato invece di Posponendo, il M. 98 e i RR. 2254 e 2281 non fornendo.

v. 8. Difesa. Vale Opposizione, Proibizione, Impedimento ecc. È un francesismo. Però il M. 39 ha: Dattene pace senza più contesa, lezione che nel M. 38 e nel R. 2281 è: Dattene pace, e non far più contesa.

St. 24. v. 3. Il M. 1062: Baciolla Anfitrion più d’ una fiata.

V. 4. Il M. 38 ha: Po’ entrò in nave.

St. 25. v. 2. La stampa: priva e sola, meglio privata e sola co’ MM. 38 e 39, e i RR. 2254 e 2281.

v. 47. M. 38 e il R. 2251 hanno Di bel la faccia ecc.

St. 27. v. 1 e 2. Sono tutti i Codici difformi, ho seguito, sembrandomi più regolare, la lezione del M. 38 e R. 2281.

St. 28. v. 6. Nolle: Non la. La n, e anche altre consonanti, avanti la l per dolcezza si mutavano in doppia l; onde nolla, colla, rivedella ecc. per non la, con la, rivederla ecc.

St. 29. v. 5. Lungo core hanno la stampa e i Codd., infuori del R. 2281 e de’ LL, 43 e 103, che hanno vagho core, e così ho corretto.

St. 30. v. 7. La stampa avea erratamente sorridendo, ho corretto sorride col R. 2281.

St. 31. v. 3. La stampa Passò, ma il verso non correva, nè il senso; e ho mutato in Passato in ecc. co’ RR. 2251 e 2281

V. 4 a 8. I Codici sono difformi; tra le varie lezioni a me par migliore di tutte, e anche della stampa, quella del R. 2254, che è questa: Quivi, di tutte la vera ragione Cercando, vi soffrì di molta pena: E sì fervente allo studiar s’attenne, Che perfetto filosofo divenne.

St. 33. v. 4 e 5. 11 R. 2281 legge forse meglio, così .... scrìsse. Per un corrier, come vuol ritornare Omai a casa

v. 8. I tre RR. invece di opera hanno impresa, ma variano quanto al verbo infinito; l’uno ha seguire, come la stampa; l’altro fornire, e il terzo finire.

St. 35. v. 1. Cinta, il R. 2281 legge pinta.

v. 4 La stampa avea E può assai più ch’io; mi è parso meglio la lezione E puovvi assai ecc. del M. 39, e de’ RR. 2251 e 2281.

St. 36. v. 3 e 4, La stampa: Et questo tempo ben mi si concede, Altro che per piacer non dico mai – Mi è parso migliore e più regolare la lezione del M. 38 e de’ RR. 2254 e 2281, e l’ho sostituita nel testo.

v. 5. La stampa avea Di nuovo ti chiamo, dorma di merzede; essendo il verso guasto, e non correndo il senso con quello che segue, mi è parso meglio attenermi alla lezione del M. 38 e del R. 2281, a cui si avvicina pur l’altro R. 2251.

St. 37. v. 6. A cantar. Il M. 38 legge A trattar.

St. 38. v. 2. La stampa avea Ch’ogn’altro mie amor, e mi è parsa errata, tanto più che il verso è difettoso: ho corretto sull’autorità de’ RR. 2259 e 2281. L’intera stanza, in verità, vorrebbe esser meglio corretta, ma i Codd. non mi hanno ajutato.

St. 39. v. 3 e 4. Il M. 38 legge così: Vedrà con voce lieta e graziosa La mia materia meritar più lodo.

St. 40. v. 6. Che voi adoro, col L. 103.

v. 8. Il M. 38 ha Altrui non so pregar che più m’approdi.

St. 42. v. 5. Il R. 2281 Gissene al Padre, e con parole adorne, mancherebbe la rima; meglio coll’altro R. 285 L e con parlari adorni.

St. 43. v. 1. Il M. 38. e il R. 2254 leggono Che doglia è questa...

St. 45. v. 1 e 2. La stampa aveva: Così sofferse la lor deitade, D’aver costei pigliaron forma humana; ma il senso non correva; sicchè ho corretto col M. 38 e i RR. 2281 e 2254.

v. 8. Il M.: 38 e i RR. or citati, e i LL. leggono variamente così: D’Anftrion la nave dee posare D’Anfitrion la nave in sul posare (errata) D’Anfitrion la nave suol posare. Forse quest’ultima variante tornerebbe meglio nel testo.

St. 48. v. 4. La stampa aveva non bene Ch’era il suo conforto e sua salute. Mi son giovato del M. 39.

St. 49. v. 6. Nel M. 38 è così: A ciascun’ora Amor vi fa sua prova (Noto qui che nel Codice i versi sono trasposti), nel R. 2251: In ciascun’ora con Amor ti prova; lezioni che potrebbero stare senza punto alterare il senso.

St. 50. v. 8. Ne’ MM. 38 o 39 e nel R. 2251 dice: È giunto Anfitrion suo car conforto.

St. 52. v. 7. Nel M. 38 e ne’ RR. 2251 e 2281 è cosi: Or vegghin, io dormo, or lievati ed io giaccio.

St. 58. v. 5. La stampa avea tal fiamma ritocca che ho mutato coll’autorità del R. 2254.

St. 59. v. 3. I LL. leggono il pigne, il pighne. V. 7 e 8. La stampa avea: Prende ciascun piacer di lor catene, Che il del sofferse avendo tanto bene; i quali non stavan bene in gambe nè quanto a grammatica, nè quanto a poesia. Mi sembrò regolare la lez. del M. 38, e la posi nel testo.

St. 61. v. 4. Col M. 38 e i RR. 2251 e 2259 ho posto forze invece di voglie ch’avea la stampa, perchè mi è sembrato più regolare; e perchè la voce voglie è ripetuta nel verso appresso.

St. 62. v. 2. I tre LL. Venga chi vuole giammai non aprire.

St. 66. v. 7 e 8. Nel R. 2281 sono così: A dietro vo’ tornar, per certo soe, Che in braccio al suo amador la troveroe.

St. 69. v. 8. Vivere a ragione, cioè Essere uomo, Vivere secondo la ragione.

St. 71. v. 8. Forse meglio del testo è la variante: E per mia parte in man gliel portai del M. 38 e de’ RR. 2251 e 2281.

St. 72. v. 5. offeso, il R. 2281 ha, forse meglio, peso.

St. 73. v. S. Posare; il M. 39 ha accoccare, e forse più acconcio al parlar familiare.

St. 76. v. 4. La stampa: Sett’anni e più ch’i’ non ebbi riposo l’ho mutata sull’autorità del M. 38 e del R. 2259, sebbene siano anche fra loro difformi, che quello ha un di riposo, e questo mai riposo.

St. 77 v. 7. Poco uso – Dove non bazzica gente.

St. 78. v. 8. La stampa avea Vizo e freddo el mio cojame. Ho mutato secondo la lez. del M. 38 e de’ tre RR.

St. 79. v. 4. La stampa Era il sapor assai peggior ecc., ho corretto col M. 1062. Gli altri Codd. hanno altre varianti ma errate – QuartoAvere o Toccare il quarto, Avere la quarta parte de’ beni del condannato, come la legge statuiva a favore dell’accusatore.

v. 5. La stampa, ha pur l’acquisto che mi fa ecc. ho mutato coll’autorità del detto Cod.

St. 88. v. 1 e 3. Nella stampa era: Avea già per gittare un’altra volta, Alzato il braccio suo forte e veloce. Il Gieta, lo chiamava: Anima stolta ecc. Mi è parsa migliore la lez. del L. 43, cui è conforme quella degli altri due LL. e del M. 38.

v. 8. Guastare. La stampa aveva: inguriare; corressi col M. 38 e il R. 2281 perchè il verso non tornava.

St. 89. v. 1. La stampa avea erratamente: Più volte volle il Birria fargli fede; ma il senso richiedeva che Geta si facesse far fede, e poi permettesse che Birria uscisse fuori. Corressi col M. 38.

St. 90. Manca questa stanza nel M. 38.

St. 92. v. 5 e 8. Il M. 30 ha questa variante. Poi disse: E’ convien, ch’io m’affronti Di buona voglia, nè mi mostri stanco Recar le cose dal porto pur lieto, Quantunque elle mi fien contradivieto.

St. 95. v. 2. La stampa avea Perchè viepiù, dolcemente spero, Quanto ecc. e non faceva senso: ho corretto coll’autorità del M. 38, e de’ RR. 2251 e 2281.

St. 96. v. 1. Luce leggono il M. 98 e il R. 2281.

St. 97. v. 1. ho mutato a lato in presso col L. 102.

v. 8. Mi è parsa migliore la lez. de’ LL. e de’ RR. 2254 e 2281, e del M. 38. La stampa avea Del tuo marito farai somma festa.

St. 102. v. 6. Po’ ripensato, disse. I MM. 39 e 1062 e il R. 2281 leggono, forse meglio, riposato.

St. 103. v. 7 e 8. Il M. 08 legge: E poi si volge attorno E stava tristo, misero e musorno.

St. 104. v. 1. La stampa avea Meravigliossi e nanzi all’uscio stava. Non ho esitato a mutare secondo la lez. del M. 38 e R. 2854 perchè il senso così voleva.

St. 106. v. 1. Con gran maninconia. Il M. 88, i RR. 2251 e 2281 e i LL. leggono Con grand’ammirazione.

St. 108. v. 8. Mi piace riportare queste due varianti: l’una del M. 38 è: Rendendo me a me chiaro mi adua; l’altra del R. 2281: Udendo me a me pajono due.

St. 116. v. 2. La stampa avea tutta la strozza, ho mutato con l’autorità de’ MM. e del R. 2281, perchè scorza qui vale corpo, e il senso così richiedeva.

v. 4. Ridotto, fr. reduite: in uso nel secolo XV, per Starsene dentro.

St. 118. I due ultimi versi ne’ LL sono invertiti.

St. 123. v. 4. Var. del M. 39 Questi me a me stesso chiaro rende.

St. 125. v. 5. La quale amando me, senza ch’allongnie; il M. 39 ha senza chalugnie; il M. 1062 senza calugne, e il R. 2259 senza calunnia, che non rimerebbe. Secondo queste lezioni il senso del verso sarebbe questo: Amando me veramente, senza finzione, senza inganno. Non ho mutato, perchè la stampa è conforme a’RR. 2254 e 2281.

St. 126. v. 1 e 6: Nel M. 39 legge così :

Ciò ch’avanzava a mensa avie a riporre.

Sempre la parte togliea per costei;

Di tutto avea la chiave, e potei torre

Denari e robe, come se fosser miei;

Con questo mezzo sempre si concorre,

Se un grosso chiede, gliene davo sei.

St. 127. La stampa mancherebbe penna e ‘nchiostro; ho mutato col L. 103.

St. 128. v. 1. L stampa avea: Ancora assai ci è nè mi danno impaccio, Per la virtù ecc. e non faceva senso. Corressi col M. 38 e i RR. 2251 e 2281.

St. 129. v. 2. La stampa Acciò che tu me’ Geta chiaro dica; ho mutato col M. 39.

St. 132. v. 4. Mona Cista, nel M. 1062 Gista. La prima sarebbe forse accorciatura di Bencivenisti, la seconda o di Egista o Evangelista; si trova anche in un’ecloga rusticale di uno de’ Rozzi.

v. 5. Ch’era stata trent’anni a pan di loglio; ha senso osceno.

St. 137. v. 7 e 8.. Il R 2259 ha questa variante, forse migliore del testo: Ma pur sì sono il Geta; se n’è fuora Questa parte, come conchiudo io hora? Ne’ RR. 2254 e 2281 e nel M. 38 manca questa e la stanza appresso.

St. 142. v. 1. Il L. 103 legge Troppo mi graran gli inganni tuoi.

St. 117. v. 8. Se del suo odore aveva la stampa; ho mutato col M. 38, perchè il seme fruttifica nel terreno non l’odore. Debbo ancor notare che il M. 39 ha odore, e i RR. 2281 e 2854 hanno senno, forse errato di seme.

St. 148. v. 4. Inverga lì L. 43 ha si verga, il M. 38 e i RR. 2281 e 2854 sommerga.

St. 153. v. 7 e 8. Il M. 38 ha questa variante: Geta rispose e disse: « Signor mio, Miracoli vedrai ch’ho vedut’io. E poi segue una Stanza, che non ha nè la stampa, e tra’ Codici è nel L. 28 e nel R. 2851, da cui la tolgo perchè meno errata, ed è questa qui.

Nè mai veduto per alchuno fue

Quel ch’i’ ti vo’ mostrar a chiaro aspetto;

Gran pezza fa, che giugniendo amendue

Alla tua casa, e questo abbi per cierto.

Il Birria v’era, e dentro all’uscio tue

Guardava il Geta, il qual mi fece esperto

Di ciò ch’io parlo, e mi saria gran dono

S’el ver non fusse quel ch’ora ragiono.

St. 160. v. 3. Aldace. Audace, scambiato l’u in l comune agli antichi. ~ Nel L. 43 si legge la stanza, che non è in verun altro Codice fra quelli da me riscontrati:

Gieta si parte, ed andonne alla nave

Dov’era l’ arme del suo Anfitrione,

Et posto che li paja un poco grave,

Pur nondimeno adosso se gli pone;

Anfitrione con voce soave

l’arme sue sì gli apresentoe ,

Al Gieta disse: Portale pur sue,

E armeremci pur là tutti e due.

St. 162. V. 7 e 8. I MM. 39 e 1062, e il R. 2259 leggono: Ve’ ch’a lor danni gli mena il furore Ciascun di lor, che mi par doppio errore.

St. 165. V. Tostano. Voce antica. Presto, Subito, Veloce.

v. 5. E un gran sasso. Il M. 38 e i tre RR. leggono E una rombola (fionda, ndr).

St. 167. Nel M 39 questa stanza è così:

Ch’aver non può del fuggir gnuna noja

Chi a suo bell’agio disponga esser saggio;

Nè cercar zuffa, per la qual tu muoja,

Che a star discosto e’ vi è maggior vantaggio;

So ‘l Gieta pur lassar vi vuol le cuoja

Per vendicar d’Anfitrion l’oltraggio,

O veramente (non continua).

St. 168. v. 1. Il M. 98 e i RR. 2281 e 2851 invece hanno Giù si levava ecc.

St. 170. v. 4. Vista. Aspetto, Persona. Dante Purg. I: Vidi presso di me un veglio solo , Degno di tanta riverenza in vista. Chi più non dee a padri alcun figliuolo.

v. 8. Sigilli. Improntare, Imprimere. Dante Par. xxiv. Della profonda condizion divina Ch’ io tocco mo, la mente mi sigilla Più volte l’evangelica dottrina. Boccaccio nell’Amorosa Visione cap. IIII

Humana man non credo che sospinta

Mai foss’a tant’ingegno, quanto in quella

Mostrante ogni figura lì distinta

Eccetto se da Giotto; al qual la bella

Natura parte di sè somigliante.

Non occultò nell’arte, in che sugella.

St. 172. v. 3 e 4. Ho mutato (e neppur mi finisce la lezione) col L. 193. La stampa avea Di’ quale spirto ti segue onde gran parte, Ne mostri in Almena, e come esso vilume.

St. 177. v. 3 e 4. La stampa avea: Al petto che legava il suo lighore, Ch’era morbida e secca... e non c’era da cavarne costrutto. Le varianti de’ Codd., se non stranamente m’inganno, sono peggiori del testo. Eccone un saggiólo. Il M. 38 o il R. 2281 leggono: Il petto che legava il suo lighore Morbida e fresca ecc. Il R. 2259 ponendo i dolci baci. Al petto che legava il suo liquore. Che rammorbida e secca; e così di seguito. Io ho cercato di raddirizzarli il men male che ho potuto, ma la stanza lascia desiderare altre cure.

v. 3. Signore. Fu detto anche di donna per Regina, Padrona. Capo ecc. Fr. Sacchetti, La battaglia ecc. I, 30. Come le grue seguendo lor signore.

St. 179. v. 6. Il fa più pazzo: I RR. hanno stolto.

St. 180. 3. 3 e 4. La stampa avea Anfitrion, quando po’ si raccheta, Spogliossi ecc. ma non mi parve regolare, e seguii il M. 39.

St. 182. v. 1. Il mio degno poeta. Il M. 38 e RR. hanno Il comico Poeta, e forse meglio. Il M. 39 qui finisce Vedi la Pref.

St. 183. v. 2. Matèra, così sempre gli antichi. Dante. Purg. 18, 22 e 29. Sacchetti La battaglia ecc. III, Firenzuola Rag. Anim. ecc. – Le St. 183 e 184 nel Magliab. 38 sono così:

Poi dell’Amor ti mostra la possanza,

Gustando il ver della detta matera;

L’Amor è quel ch’ogn’altra cura avanza,

Amore è quel che sopra ogn’altro impera,

E’ di propri (1) mortal mena la danza.

E se questa sentenza è falsa o vera,

E se (2) propio da lui procede et vene,

Ardir, timidità, letizia e pene.

Amor fa ardito ogn’huom che l’ ha ‘n cor’ fisso;

Amor soggetto fè ‘1 fiero Sansone;

Amor mise in oblio... Narcisso

Nel desiar sè con tal passione.

E sia chi vuol , senza parlar prolisso,

Che star a lui si potè mai a ragione;

Che tira su in fin all’ottava spera.

Che più nel centro questa cosa vera.

(1) Forse povri per poveri.

(2) Cosi è, ma errato, ripotendo il principio del verso di sopra. Forse doveva essere Tutto; o pure Si sa; compiendo la proposizione del verso precedente.

St. 185. Questa e la seguente non sono nel Mag. 38, ma invece l’amanuense scrisse : « Qui manca due stanze assai goffe, che non voglio scrivere.

St. 180. Nel R. 2250 in fine è scritto: Qui finisce il libro del Geta, e un po’ sotto continua con queste due stanze , che riproduco tali quali.

Questo libro sie di Giovannino

Cheila copiato con gran diligenzia,

Che da ogniuno chiamato e Sernannino,

Non rivocando la data sentenzia

Di tempo grande e con senno picchino,

O legitore, abiti provvedentia,

Che nel pensare telo ‘maginerai ,

Piccolo eglie et a del tempo assai.

Kechi lachatta damme presto e’ renda,

Che così parmi voglia la ragione,

Kechi avesse questa istanza intenda,

Che così (1) chonsìste mia consolatione;

Che nollo doni e nollo impegni ho venda,

Di Sernannino non are’ discrezione

Abito nonne facci insempiterna,

Anzi rimandi, e guardi la lucerna.

 (1) Nel l v. il così ò cancellato forse per sostituirsi in ciò.


 

[1] Le Commedie di Marco Accio Plauto volgarizzate da G. Rigutini e T. Gradi– Lemonnier. Vol. ii pag. 337. Tutta la parte virgolata l’ho tolta dalla elegante versione del ch. prof. Rigutini.

[2] BRUNET Manuel du libraire. v. Brunelleschi

[3] Catal. della Lib. Riccard. pap. 209. Il Mai nel Vol. V, pag. 403, della Coll. Classicorum auctorum ex Vatic. Codd. Roma 1833 , pubblicò questo poemetto, di cui do il principio nell’App. I.

[4] PASSANO op. cit. p 80.

[5] Presentemente Riccardiano di n. 1591.

[6] Comentarj alla Ist. dalla Volg. Poesia Vol. I, p. 352, e Vol. II, par. II. pag 5. Roma, de’ Rossi 1710.

[7] Lez. di Lingua Toscana, Lez. X: in fine, ediz. Silvestri.

[8] Amorosa Visione di M. Giov. Boccacci novamente ridotta in luce ecc. In Vinetia appresso Gabriel Giolito di Ferrari MDXLIX.

[9] Nell’Indice del Catalogo de mss. Laurenz. del BANDINI si legge Brunelleschi Philippi seu Ghighi etc: il MAZZUCHELLI (conte Ciov. Maria) nel Vol. II, par. IV, p 2169, Gli scrittovi d’Italia ecc. Nota 22. “Si attribuisce a Sgingo o Ghigo d’Ataviano Brunelleschi ecc. „

[10] VASARI: Le vite de’ più eccel. pittori ecc. Vol. II, pag. 195 e 201 Lemonnier 1818.

[11] Comment. ecc. Vol. II, par. 3 p. 110. Il Quadrio copiò tale quale.

[12] Nell’Archivio de’ Contratti di Firenze. Vedi Appendice II. e III.

[13] Com. alla Ist. della volg. Vol. I, pag. 351. Bibliot. de’ Volgarizzatori tom. III p. 22, anno. t. iii.

[14] Bibliografia Pratese, n. 90.

[15] I Novellieri ecc. p. 80 - Della Stor. e Rag. ecc. Lib. II. p. 332.

[16] Catalogo de’ Codici Laurenziani : Cod. 45 plut. 40 Philippi seu Ghighi et Barptelomei pratensis. sec. XIV Poema inscriptum il Geta et il Birria, e poi Cod. 23 plut. 42 Dominici Magistri Marci pratensis notarii saec. XV ineunte Poema.

[17] Versi di Gambino d’Arezzo ec. editi da O. Gamurrini - Bologna, Romagnoli 1878, p. 22.

[18] Catal. de’ Codd. Laurenz. p. 50

[19] Catal. Magliab. III, 23

[20] Quanto alle ediz. Francesi vedi il BRUNET loc. cit.

[21] Nel margine è scritto a lapis. « Non molto corretto», e dopo la stanza 157 » Costoro apparon ecc. ha pure in margine, e a lapis „Qui finisce il testo corretto.„

[22] Avvertimenti sulla lingua Lib. I. Cap. 6.

 

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Ultimo aggiornamento: 12 gennaio 2010