Leonardo Bruni

LA VITA DI MISSIER FRANCESCO PETRARCHA

Edizione di riferimento

Type: texte imprimé, monographie Auteur(s) : Tomasini, Giacomo Filippo Titre(s) : Iacobi Philippi Tomasini Patavini episcopi æmoniensis Petrarch a redivivus [Document électronique] : integram poetæ celeberrimi vitam iconibus ære cælatis exhibens... ; accessit nobilissimæ feminæ Lauræ brevis hostoria Type de ressource électronique : Données textuelles Publication : 1995 Description matérielle : 270 p.

Note(s) : Reproduction : Num. BNF de l’éd. de Cambridge (Mass.) : Omnisys, [ca 1990] (Italian books 1601-1700 ; 76.2). 1 microfilm Reprod. de l’éd. de Patavii: typis Pauli Frambotti, 1650 Notice n° : FRBNF37252512

nota: abbiamo eliminato tutti gli accenti (es.: à, è) in particolare abbiamo mantenuto la grafia /e/ per /æ/ abbiamo usato la trascrizione moderna di á, é, ú (am, em/en, um/un) abbiamo mantenuto i caratteri /&/ = /et/ ed /e/ = /æ/ abbiamo cambiato la /u/ in /v/ (iuuenis - iuvenis) abbiamo cambiato il segno /?/ nel corrispondente /s/ non abbiamo corretto la prima lettera munuscola dopo il /./ o la maiuscola dopo il /:/

Comincia la vita di Missier Francesco Petrarca

di Leonardo Aretino [Bruni]

Francesco Petrarcha, huomo di grand’ingegno, & non di minor virtú, nacque in Arezzo nel Borgo dell’Orto. La natività sua fu negli anni 1304. a di 21. di Luglio, poco innanzi al levar del sole. Il Padre hebbe nome Petraccho; l’Avolo suo hebbe nome Parenzo: l’origine loro fu da l’Ancisa. Petraccho suo padre habitò in Firenze, & fu odoperato assai nella Republica. peroche molte volte fu mandato Ambasciatore dalla Città in gravissimi casi. Molte volte con altre commissioni adoperato ad gran facti. Et in Palagio un tempo fu Scriba sopra le riformagioni diputato; & fu valente huomo, & attivo, & assai prudente. Costui in quello naufragio de’ Citadini di Firenze, quando sopravenne la divisione tra Neri e Bianchi fu reputato sentire con parte Bianca; e per questa cagione insieme con gli altri fu cacciato di Firenze. Il perche redotto ad Arezzo, quivi fé dimora, aiutando sua parte, e & sua secta virilmente, quanto bastó la speranza di dovere ritornare a casa. Dipoi mancando la speranza, partì da Arezo & andonne in Corte di Roma, la quale in quelli tempi era nuovamente transferita ad Vignone. In Corte fu bene adoperato con assai honore, & guadagno, & quivi allevò due suoi figliuoli, de’ quali uno hebbe nome Gherardo, l’altro Checco, questo é quello, che poi fu chiamato Petrarca, come in processo di questa sua vita diremo. Il Petrarca dunque allevato a Vignone comunche venne crescendo, si vidde in lui gravità, & altezza d’ingegno, & fu di persona bellissimo, & bastò la formosità sua per ogni parte di sua vita. Apparate le lettere, uscito di quelli primi studii Puerili, per comandamento del padre si diede allo studio di ragione civile, & perseverovi alcun’anno. Ma la natura sua, la quale ad più alte cose era tirata, poco stimate le leggi, i litigii, & reputando quella esser troppa bassa materia ad suo ingegno, nascosamente ogni suo studio ad Tullio, & ad Virgilio, & a Seneca, & Lactantio, & gli altri Filosofi, Poeti, & Storici refe [208]riva, lui ancora prompto a dire in versi, prompto à dire in prosa, prompto a Sonetti, & à Canzoni morali: gentile, & honorato in ogni suo dire, in tanto sprezzava le leggi, & lor tedio, & grosse commentationi di chiose che se la riverentia del padre non l’avesse tenuto non ch’egli fusse ito dietro alle leggi, ma se le leggi fussono ite dietro a lui, non l’harebbe acceptate. Doppo la morte del padre, facto di sua podestà, subito si diede tutto ad quelli studj apertamente, dei quali prima era stato nascoso discepolo per paura del padre; & subito cominciò a volare sua fama & esser dichiarato non Francesco Petracchi, ma Fran cesco Petrarca, ampliato il nome per riverenza delle sue virtù. Et hebbe tanta gratia d’intelletto, che fu il primo, che quelli sublimi studij lungo tempo caduti, & ignorati rivocò ad luce di cognitione, i quali dapoi montati sono nella presente altezza; della qual cosa oderò che meglio s’intenda, facendomi in dietro con breve discorso raccontar voglio la lingua Latina e ogni sua perfettione, & grandezza. Fiorì massimamente nel tempo di Tullio; però che prima era stata non polita, nè limata, nè subtile, ma salendo a poco a poco sua perfettione, nel tempo di Tullio nel più alto colmo divenne. Doppo l’età di Tullio cominciò ad cadere, & a discendere come perfino ad quel tempo era montata. Et non passarono molti anni, che ricevuto anco gran calo, & diminutione; & puosi dire che le lettere, & gli studij Latini andassero parimente collo stato della Republica di Roma peroche infino all’età di Tullio hebbe accrescimento; dipoi perduta la libertà del Popolo Romano per la signoria dell’Imperadori, i quale non restarono mai d’uccidere e disfare gli huomini di pregio insieme col buono stato della Cità di Roma, perì la buona dispositione delli studij, & delle lette re. Ottaviano, che fu il meno reo Imperadore, fè uccidere migliaia de’ Citadini Romani. Tiberio, & Calicula, & Claudio Nerone non vi lasciorono persona, che havesse viso di huomo. Seguitò poi Galba, & Ottone, & Vitellio, i quali in pochi mesi dsfeciono l’uno l’altro. Doppo costoro non furono più Imperadori di sangue Romano, però che la terra era sì annihilata da precedenti Imperadori, che niuna persona d’alcuno pregio vi era rimasa. Vespasiano, il quale fu imperatore dopo Vitellio fu di quello di Riete; & così Tito, & Domitiano suoi figliuoli. Nerva imperadore fu da Narni. Traiano adoptato da Nerva di Spagna, [209] Severo d’Africa, Alessandro d’Asia, Probo d’Ungheria, Diocletiano di Schiavonia, Costantino fu d’Inghilterra. A che proposito si dice questo a me? Solo per mostrare, che come la cità di Roma adnihilata da gl’imperadori perversi Tiranni, e così gli studij & le lettere latine ricevetono simile ruina, & diminutione, in tanto che allo estremo, quasi non si trouaua chi lettere Latine con alcuna gentilezza sapesse. Et sopravennero in Italia Gotti, & Longobardi, nationi barbare , & esterne, i quali a facto spensero quasi ogni cognitione di lettere come appare negl’Instromenti in quelli tempi rogati, & facti, de quali niente potrebbe esser più material cosa, nè più grossa, et rozza. Ricuperata dapoi la libertà de’ Popoli Italici per la cacciata de’ Longobardi, i quali 204 anni tenuta havevano Italia occupata: Le Cità di Toscana, e l’altre cominciarono a rihaversi, et dare opera a gli studij, et alquanto limare il grosso stilo; e così a poco a poco vennero ripigliando vigore, ma molto debilmente, et senza vero giudicio di gentilezza alcuna più tosto attendendo a dire in rima volgare, che ad altro. Et così per fino al tempo di Dante lo stilo literato pochi sapevano, et quelli pochi sapevano assai male, come diremo nella vita di Dante. Francesco Petrarcha fu il primo che hebbe tanta gratia d’ingegno, che rivocò in luce l’antica leggiadria dello stilo perduto e spento; et posto che in lui perfecto non fosse, pure da se vidde, et aperse la via a questa perfettione, ritrovando l’opere di Tullio, et (quelle gustando, et intendendo, adaptandosi quanto potè et seppe a quella elegantissima, et perfectissima facundia. Et per certo fece assai, solo ad mostrare la via ad quelli, che dopo lui dovevano seguire. Dato adunque ad questi studij il Petrarcha, et manifestando la sua virtù infino da giovane, fu molto honorato, e reputato, e dal Papa fu richiesto di volerlo per secretario di sua Corte. Ma non cosentì mai, nè prezzò il guadagno, et nientedimanco per poter vivere in otio con vita honorata, aceptò i beneficij, e fessi Cherico secolare; et questo non fè tanto di suo proposito, quanto constretto da necessità, perche dal padre poco, o niente di eredità gli rimasi. Et in maritare una sua sorella, quasi tutta la sua heredità paterna si convertì. Gherardo suo fratello si fè Monaco di Certosa, et in quella religione perseverando finì sua vita. Gli honori del Petrarca furono tali, che niuno huomo di sua età fu più honorato di lui nè solamente oltra mon[210]ti, ma di qua in Italia passando a Roma, sollennemente fu coronato Poeta. Scrive lui medesimo in una sua epistola che negli anni 1350. venne a Roma per lo Giubileo, & nel tornare a Roma fece la via d’Arezzo per veder la terra dove era nato, & sentendosi di sua venuta, tutti i Citadini gli uscirono incontro, come se gli fusse venuto uno Re. Et conchiudento, per tutta Italia era sì grande la fama, & l’honore a lui tribuito da ogni Cità, & terra, & da tutti i popoli, che pareva cosa incredibile, & mirabile. Nè solamente da i popoli, & da mezzani, ma da sommi, & grandi Principi, & Signori fu desiderato, & honorato, & con grandissime provisioni appresso di se tenuto. Peroche con Missier Galeazzo Visconti dimora fece alcun tempo con somma gratia pregato da quel signore, che appresso lui si degnasse stare. Et simile dal Signore di Padova fu molto honorato: & era tanta la reputatione sua, & la reverentia, che gli era portata da quelli signori, che spesse volte con lui lunga contesa facevano di mandarlo innanzi nello andare, & nello entrare in alcuno, & preferirlo in honori: Così il Petrarcha con questa vita honorata, & riputata, & gradita visse infino allo extremo di sua età Hebbe il Petrarcha nelli studij suoi una dota singolare, che fu atissimo ad prosa, & ad verso, & nell’uno stilo, & nell’altro fece assai opere. La prosa sua è leggiadra , & fiorita; il verso limato, & rotondo, & assai alto. Et questa gratia dell’uno stilo, o dell’altro è stato in pochi , o in nullo fuor di lui. Perche pare che la natura tiri o all’uno, o all’altro, e quale vantaggia per natura, ad quello si suole l’huomo dare. Onde adviene, che Virgilio nel verso excellentissimo, niente in prosa scrisse. Et Tullio sommo maestro in dire in prosa, niente vuole in versi. Que sto medesimo veggiamo degli altri poeti, & Oratori, l’uno di questi due stili, niuno di loro, che mi ricordi haver leto. El Petrarcha solo è quello, che per dota singolare in l’uno; & in nell’altro stilo fu excellente, et opere molte compose in prosa et in verso, le quali non fa bisogno raccontare, perche sono note. Morì il Petrarcha ad Arquate, Castello del Padovano, dove in sua vecchiezza ritraendosi per sua quiete ad vita otiosa, et separata esser gran merito di virtù. Oltre ad questo Dante da exilio, et da povertà incalciato non abbandonó i suoi preclari studij, ma in tante difficoltà scrisse la sua bell’opera. Il Petrarcha in vita et soave, et honorata, et in grandissima bonaccia l’opere [211] sue compose. Concedesi, che più è da desiderare la bonaccia ma nientedimeno è di maggior virtù nella adversità della fortuna potere conservare la mente a gli studij, maximamente quando di buono stato si cade nel reo. Ancora in scientia di Filosofia, e nelle Matematice Dante fu piú dotto, et più perfeto, peroche gran tempo gli diede opera; sì che il Petrarcha non è pari in questa parte a Dante; per tutte queste ragioni pare, che Dante in honore debba esser preferito. Volgendo carta et dicendo le ragioni del Petrarca si può rispondere al primo argomento della vita ativa et Civile, che il Petrarca fu più saggio, e più prudente in eleggere vita quieta, et otiosa, che travagliarsi nella Republica, et nelle contese, et nelle sete civili, le quali sovente getano tal fruto, quale a Dante advenne d’esser cacciato, et disperso dagli huomini, & per la ingratitudine de’ popoli. Et certo Siano suo vicino, dal quale il Popolo di Firenze haveva ricevuti tanti beneficij, e poi il cacciò, e morì in exilio, sufficiente exemplo doveva essere a Dante di non si travagliare nel governo della Republica. Ancora si può rispondere in questa medesima parte della vita activa, che il Petrarcha fu più costante in ritenere l’amicitia de’ Prencipi, perche non andò mutando e variando, come fè Dante. Et certo il vivere in reputatione, et in vita honorata da tutti i signori, & populi non fu senza grandissima virtù, & sapienza, & constantia. Alla parte che si dice, che nella aversità della fortuna Dante conservò la mente a gli studij. Si può rispondere, che nella vita felice, & nella prosperità, & nella bonaccia non è minor virtú ritenere la mente a gli studij, che ritenerla nell’avversità; peroche piu corrompono la mente de gli huomini le cose prospere, che l’aversità, la gola , e ’l sonno, e l’otiose piume sono capitali nimici delli studij. Se in Filosofia, & Astrologia, e nell’altre scienze Mathematice fu più doto Dante, che ’l confesso, et consento, dir si può, che in molte altre cose il Petrarca fu più doto, che Dante; perche nella scientia della lettera, et nella cognitione della lingua Latina, cioè prosa, e versi, et nell’una, et nell’altra superiore il Petrarca; però che in prosa lungamente è più excellente, et nel verso ancora è più sublime, e più ornato, che non è il verso di Dante. Siche in tutta la lingua Latina Dante per certo non è pari al Pe trarca; nel dire volgare in Canzoni il Petrarca è pari a Dante, in sonetti l’avantaggia. Confesso nientedimeno, che [212] Dante, nell’opera sua principale vantaggiò ogni opera del Petrarcha. Et però conchiudendo ciascuno a sua excellentia in parte è superato. Esser il Petrarcha insignito di corona poetica, e non Dante, niente importa ad questa comparatione, però che molto è da stimare più il meritare corona, che averla ricevuta, maxime perche la virtù é certa la corona talvolta per lieve giudicio, così a chi non merita, come a chi merita, dare si puote.

 

FINE.

 

 

Indice Biblioteca progetto Quattrocento 

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Ultimo aggiornamento: 14 giugno 2006