Cristoforo Altissimo ?

 

CERBINO

 

 

 

Edizione di riferimento

Fiore di leggende, cantari antichi, editi e ordinati da Ezio Levi, serie prima, cantari leggendari, Gius. Laterza & figli Tipografi—Editori—Librai, Bari 1914

 

 

 

Anche del cantare di Cerbino non s’ hanno manoscritti, ma solo stampe popolari:

— LA NOVELLA DI CERBINO. — Segue una stampa in legno, rappresentante un combattimento navale, poi due ottave. Inc.: « O sacre sante gloriose muse » — In-4°, cc. 6. non numerate (reg: a-aiij) a due colonne con 4-5 ott. per col. — Fin. dopo 4 ott.: FINIS. Il Molini, Operette bibliografiche cit., p. 184 la definisce « del principio del ’500 e forse di Firenze, 1502 »; cfr. R. Renier, Sonetti e strambotti dell’Altissimo, XLIV ». — Un esemplare è nella Magliabechiana (981-7) ed è quello ch’io seguo [M].

— LA NOVELLA DI CERBINO — S. n., in-4°, 6 cc. non numerate; in fronte un intaglio in legno «che rappresenta la battaglia navale descritta per entro la novella, sopra la quale leggesi il titolo suddetto, e sotto le 2 prime ottave. Il « verso » dell’ultima carta contiene 8 st. e la parola: FINIS. L’edizione sembra fatta in Firenze, sul cadere del sec. xv ». Cosí G. B. Passano, I novellieri ital. in verso, p. 93.

— NOVELLA DEL CERBINO | in ottava rima di un anonimo antico — Bologna, 1862. In-160, pp. 38. [Disp. XXV.2 della Scelta di curiositá letterarie]. Questa edizione è condotta su M ed è anonima.

 

 

I prego voi che ciaschedun m’intenda,

però che questo è il fior della leggenda.

Reina d’Oriente, c.iii, ott. 1

 

1

O sacre, o sante, o gloriose muse,

che dimorate in su quell’alto monte,

priego in me sien vostre grazie infuse,

ch’i’ non son suto ad Elicona al fonte:

e quella, per la qual le labbra chiuse

un tempo tenni, afflitta e mesta fronte,

mi porga lume, suo volto e sua chioma,

suo’ costumi, suo’ accenti e suo ’dioma.

2

Tu, mio sostegno sol, che a tale impresa

condotto m’hai, non mi lassar nel parco;

non mi lasciare in mezzo la contesa;

prendi le frecce tua, prendi el tuo arco,

perché la fiamma, assai piú forte accesa,

arde sovente, e ’l cor sente lo ’ncarco

de’ tuoi dolci pensier, soavi lacci,

pensando far sol cosa che a te piacci.

3

Cantando adunque, tu serai, Apollo,

con la sonante lira e’ be’ crin d’auro

soavemente sparsi intorno al collo,

solo mio lume e mio solo tesauro.

La penna prendo, e sol per te la immollo,

seguendo el bello stil del verde lauro:

canterò, col tuo aiuto, col mio ingegno,

d’un giovanetto marziale e degno.

4

Or, cominciando la pietosa istoria,

Guglielmo re di Sicilia secondo

fu uomo savio, degno e d’alta gloria:

ebbe sol dua figliuol felici al mondo:

el primo mastio fu, e gran vittoria

molte volte ebbe, Ruggieri el giocondo

chiamato; e l’altra femina, che, nata

seconda a lui, Costanza fu chiamata.

5

Questo Ruggier, morendo innanzi al padre,

lasciò un figlio chiamato Cerbino;

el qual, crescendo e mostrando leggiadre

tutte sue opre, ancor sendo piccino,

usando assai colle armigere squadre,

venne magnalmo, grato e peregrino,

non solamente in Sicilia mostrando

la fama sua, ma per tutto volando.

6

La quale andò per tutta Barberia

e in altre parti assai, ch’ io ho a contare,

della sua gentilezza e valentia,

che in ogni loco, e per terra e per mare,

si parla di sua possa e gagliardia;

e, come vòlse la fortuna fare,

andò la fama sua alla figliuola

del re, piú bella che rosa o viola.

7

Questa del re di Tunizi era figlia,

di vertú piena, ma piá di bellezze,

tanto ch’al suo Cerbin la s’assomiglia;

la qual sentendo sue dive fortezze,

Amor, che ’l cor gentil libero piglia,

accozza insieme le dua gentilezze;

qual fu l’una Cerbino e la su’ amanza,

che di beltade ogni altra donna avanza.

8

Udiva spesso di lui ragionare

ella, che generoso core avea;

e, come Amore e Vener seppen fare,

la freccia avvelenata al cor giugnea

alla giovane dama, che chiamare

volle merzé per Dio, ma non valea;

e però innamorata e assai penosa

rimase, e non pensando ad altra cosa,

9

se none al suo gentile e bel Cerbino.

Ma la fortuna talvolta pietosa

favorevole fu al pellegrino

amor di quella, qual non ha mai posa;

ché, sendo sparsa per ogni camino

sua fama, sua bellezza gloriosa,

spesso laudare udiva il giovanetto,

che già l’aveva scolpita nel petto.

10

L’un giorno più che l’altro ragionare

sente del suo leggiadro e terso volto:

aimè Cerbin! tu non puoi riparare,

e legato ti se’, dove eri sciolto!

Che farai dunque, se non sospirare?

E ’l libero piacer t’è suto tolto

Non val tua forza contro alle catene

di Amor, ma sempre accrescerti le pene.

11

Ma, come e’ fa che assottiglia lo ’ngegno

a l’anime che a lui son sottoposte,

faccendol sempre piú alto e più degno

ed esser presto e pronto alle risposte,

cosí mandò Cerbino un certo segno

per un fidato servo, el qual per coste

e piagge e piani e monti andò a Tunissi,

 dov’ è la figlia del re, come i’ dissi.

12

El qual le fece la grata imbasciata.

Pensi ciascun se questo l’ebbe caro!

E pia che mai di lui si fu infiammata,

veggendo e conoscendo a punto chiaro

ch’egli era, com’è lei, innamorata.

Partissi alquanto il suo tormento amaro,

ed al servo donò più roba e veste,

 perché portassi le ’mbasciate preste.

13

E cosí si partí lo ’mbasciadore,

e tornossi a Cerbino, e sí gli disse

come la donna gli avea posto amore,

e quel ch’avea recato da Tunísse,

dicendo stessi con allegro core.

Or da Palermo par che si partisse,

perché Cerbin d’aver sua grazia brama,

sí che rimanda el valletto a la dama.

14

E mandògli una prieta preziosa

tanto leggiadra e bella, che stimare

non si può sua bellezza valorosa.

Partissi el servo, e senza piú penare

all’alta donna ne portò ogni cosa;

e poi piú volte v’ebbe a ritornare,

lettere e gioie e ’mbasciate portando,

andando quella spesso visitando.

15

Cosí le cose in questo modo andando,

e forse piú ad agio ancora assai

che bisognato non sarebbe, e stando

affritto l’uno amante e l’altro in guai,

tempo aspettando che venissi, quando

el padre suo, quale era vecchio omai,

la figlia maritò al re di Granata:

ond’ella fu di questo isconsolata,

16

pensando quella che non solamente

el suo amante a lei s’allontanava,

ma quasi tolto gli era; onde, dolente

piú che altra donna, assai si lamentava:

piangendo spesso dolorosamente

e sospirando, el suo Cerbin chiamava,

dicendo: — Ormai non ho speranza alcuna,

po’ che ’l destin m’è contro e la fortuna. —

17

Piange el pudico petto e non raffrena

di sospirare, e dice: — Oh fère istelle!

oh destino aspro! oh sventurata Eléna!

oh membre nate al mondo meschinelle !

oh lassa a me, che ’ntollerabil pena

porterò sempre! ahi sventurate quelle

che maritate contro al lor volere

son, senza in gioventù prender piacere! —

18

Dall’altra parte, inteso avea Cerbino

di questo maritaggio, onde dolente

n’era, maladicendo el suo destino,

che tolto gli ha la sua dama piacente;

e tanto s’allungava al suo confino;

e pur pensava che se per niente

avvenisse ch’ella andasse per mare,

quella per forza rapire e rubare.

19

Ma ’l savio re di Tunizi sentito

avea di questo amore alcuna cosa:

teme el passaggio non fussi impedito

e tolta quella che mandava sposa;

perch’ e’ conosce ben Cerbino ardito

e sapea sua fortezza valorosa,

e come non avea paura alcuna,

né uom teme che sia sotto la luna.

20

In questo, ’l tempo giá era venuto

ch’ella a marito ne doveva andare:

el padre suo, quale era vecchio e astuto,

al re Guglielmo mandò domandare

che ’l passaggio gli fussi conceduto,

dicendo a punto quel ch’aveva a fare:

come non fussi da lui impedito

né da Cerbin, quale era tanto ardito:

21

che gli dovessi dar la sicurtá

che niun per lui nol potessi impedire,

quando la figlia a marito n’andrá.

El re Guglielmo, che era vecchio sire

ed era savio e di somma bontá,

e non aveva mai udito dire

del bel Cerbino e suo innamoramento,

però di tal sicurtá fu contento.

22

Ed in segno di ciò mandò un guanto

al gran re di Tunizi, el quale, avuta

la sicurtá, fece fornire intanto

una gran nave e bella, e fu empiuta

di quel che bisognava d’ogni canto,

per su mandarvi la figlia saputa:

al porto di Cartagin fu fornita,

piena di gente valente ed ardita.

23

Cosí fornita, altro non aspettava

se non el tempo per mandar la figlia

in Granata, ove dolorosa andava.

Ma pur, come fa Amor che la consiglia,

sapeva a punto quel che s’ordinava;

vedeva apparecchiar la sua famiglia:

onde un suo servidore occultamente

mandò a Palermo al suo Cerbin piacente,

24

dicendo da sua parte el salutasse,

e che dicessi che infra pochi giorni

e’ bisognava che in Granata andasse,

e che mai piá convien ch’ella ritorni;

e che ’l pregava che s’apparecchiasse

di mostrar suo’ costumi e modi adorni;

e se era, come si diceva, forte

lo dimostrassi innanzi la sua morte.

25

Cerbino, inteso el mandato valletto,

fu di vari pensieri inviluppato,

sapiendo a punto che, per piú dispetto,

Guglielmo, l’avol suo, aveva dato

la sicurtá al re. — Oh maladetto

fato — dicea, — che sempre mi se’ stato

contro ogni mio piacer, ogni mio bene,

crescendo sempre a me piú doglie e pene!

26

Se la mia vaga luce e dolce speme

ch’io conquisti el suo volto m’ha pregato,

ah lasso! che farò? Chi ama teme.

Sarò io mai di tanto amore ingrato?

Sospira el core e l’occhio plora e geme,

e l’un pensier mi combatte dallato,

e dice: —Segui quel che vuole Amore; —

l’altro: — Tu fara’ contro al tuo signore! —

27

Pur, dopo lungo spazio, el suo pensiero

fermò di seguitar l’ardente amore.

Onde e’ si mosse; e per ogni sentiero

cavalcò a Messina, e con furore

fe’ radunare ogni buon cavaliero,

come chi segue amor, vittoria, onore.

Tutti suo’ amici ed uomini valenti,

usi in battaglia e forti combattenti,

28

per terra ed acqua, forti ed animosi,

volse Cerbino, e’ miglior che trovava,

valenti in tutti e’ fatti bellicosi,

sí come a far tal cosa bisognava.

Cosí, forniti questi uomin famosi,

duo sottili galee subito armava;

e su vi misse tutta questa gente,

e lui armato ancor com’uom valente.

29

E sopra la Sardigna fu andato,

quivi avvisando ch’ e’ dovea passare

la nave grande; onde si fu fermato,

ché vuole Elena sua bella aspettare.

E, non essendo però molto istato,

avendo gli occhi un dí sospinti al mare,

vide la bella nave comparire,

dove è la dama, e inverso sé venire.

30

Con poco vento quivi sopravenne

appresso a punto dove e’ l’aspettava;

onde Cerbin felice allor si tenne,

e inverso la sua gente si voltava,

cominciando a parlar con dir solenne,

però che Amore è quel che gl’insegnava:

del suo ’nnamoramento prese a dire

alto sí, che ciascun lo può sentire:

31

— O voi, signori ed uomini valenti,

e’ qua’ siete in battaglia prodi e forti,

animosi, feroci, alti e potenti,

credo ciascun di voi sappia in che sorti

sia chi è innamorato e in che accidenti,

ché sente el giorno mille e mille morti:

e però piaccia a voi di me udire,

e la volontá mia di poi seguire.

32

Non credo al mondo sia uomo mortale

che possa avere in sé virtú nessuna,

se in lui non regna l’amor naturale:

onde io non mi dorrei della fortuna

né d’amor, ch’è ’l mio signor principale,

perch’io non ho inver’ lui ragione

alcuna, avendo quel, come signor giocondo,

donato a me la bellezza del mondo.

33

Onde nessun di voi maravigliare

non si dee s’ io sono innamorato,

perché da questo iniun si può guardare.

Uomini saggi e valenti ha legato,

che giá fecion tremar la terra e ’l mare:

poi, da quel cieco fanciul faretrato

restati presi, sono ognun prigione,

Ercole giá e ’l saggio Scipione.

34

Cosí legò Teseo ed Adriana;

Piramo e Tisbe die’ feroce a morte,

andando quegli alla bella fontana;

cosí fu preso quello Achille forte,

Lancilotto, Tristano, Isotta umana,

Medea e gli altri, che per crudel

sorte furon presi da lui senza guardarsi,

perché da questo ignun non può aiutarsi.

35

Amor traea da lo ’nferno Plutone

per Proserpina, e Leandro per mare

andò notando, e lo ingiusto Nerone

non si curò la crudeltá usare,

Alcmena bella con Anfitrione,

ed altri assai, ch’ io vi potrei narrare,

de’ quali Amore ha fatti giá dolenti,

uomini degni, famosi e valenti. —

36

Non bisognava far questo sermone

al bel Cerbin, però che i messinesi

avevon fatto deliberazione,

della rapina vaghi e bene accesi,

di non fare a Cerbin contradizione.

Risposon tutti che n’eran cortesi;

e, fatto nella fine un gran romore,

sonan le trombe con molto furore.

37

E, preso l’arme !or, vogando forte,

detter de’ remi in acqua, ed alla nave

giunson, dove eron l’altre genti accorte,

dove fia la battaglia iniqua e grave.

Cerbino allor, per far parole corte,

parlò, dicendo a quelle genti brave:

— O voi mi date ’l padron prestamente,

od io farò ciascun di voi dolente! —

38

Eran certificati e’ saracini

chi fussin questi e perché tale impresa

avessi fatto Cerbin co’ messini:

onde son tutti armati alla difesa,

e cominciaron con aspri latini

a voler dichiarar questa contesa.

Tutti, pien d’ira e di sdegno e dolore,

chiamon Cerbin villano e traditore,

39

dicendo: — Ah, vil poltrone e disleale,

che fai contro alla fede del tuo re

e l’avo tuo, Guglielmo, naturale,

el qual la sicurtá buona ci die’!

Or tu ci assalti; ma forse tal male

potrebbe ancor ritornar sopra a te:

ché ben sappiamo a punto il tuo pensiero;

ma verrá invano ogni tuo disidèro. —

40

E, per chiarezza piú, mostrarno el guanto

del re Guglielmo, el qual per sicurtá

mandò al re di Tunizi; e pertanto

negando che Cerbin mai nulla ará

che in sulla nave fussi, ma che tanto

potrebbe far, se la conquisterá;

che, per battaglia vinti, allor potrebbe

pigliar la donna e quel che gli parrebbe.

41

Ma Cerbin, che la dama avea veduta

sopra la nave piangendo sedere,

assai piú bella sendogli paruta

che non pensava, onde n’ ha gran piacere,

e cogli occhi guardando la saluta,

e pargli el ciel, non che la terra, avere;

poi che si vede presso el suo disire,

 intra se stesso incominciò a dire:

42

— Amor, tu m’hai per sempre oramai preso;

Amor, da te io non mi posso atare;

Amor, tu m’ hai colle tue fiamme acceso;

Amor, tu mi vuoi sempre consumare;

Amor, per quel ch’io ho da te compreso,

Amor, tu vuoi di me gran pruova fare:

i’ son contento, e sempre sarò forte

ad ubbidirti infino a la mia morte.

43

E, se ciò non facessi, el piú ingrato

uomo, ch’al mondo sia o fussi mai,

esser potrei da ciaschedun chiamato

a non amar colei, che me ama assai:

ella non m’ama, ch’ella m’ha legato

con forti lacci, ond’io, misero! in guai

i’ mi starò in fuoco ardente e in fiamma

fin ch’ io arò di mia vita una dramma! —

44

E dubitava assai che qualche iddea

non fussi questa, e venuta soave

appresso a sé ed a la sua galea,

e postasi alla poppa della nave:

onde che Amor sí forte l’accendea,

che non curava le parole grave;

anzi non ode le grida e ’l romore,

ma sempre più che mai gli cresce el core.

45

E, quasi vòlto alla nave con ira,

disse alla gente con aspre parole:

— I’ vo secondo che la ruota gira,

la qual m’ha posto a punto innanzi al sole,

e qui ha messo lo sguardo e la mira,

e parmi che partir mai non si vuole,

fin ch’io non ho colei, che sola bramo

e sopra ogni altra cosa al mondo l’amo.

46

E, perché el guanto testé mi mostrate,

io non ho al presente qui falconi:

dunque contento i’ son che vel pigliate,

ch’ io farei per costei mille quistioni:

questo è amore, e lui di ciò incolpate.

E perch’ io non vi faccia altri sermoni,

ognun di voi da me si scosti e guardi,

che sí fará per voi l’esser gagliardi! —

47

E, senz’altro parlare, alla sua gente

si volse e disse: — El vostro grande ardire

mostrate, l’alma e la forza potente. —

Non altro bisognò che questo dire,

ch’essendo in punto ciascun uom valente,

incominciâr l’avversario a ferire,

a gittar dardi, frecce e lance e sassi,

che par che ’l cielo e la terra fracassi.

48

Battaglia non fu mai tanto durissima,

che chi vedessi gli parre’ impossibile!

L’aria di priete e di dardi pienissima,

che pure a dirlo par quasi incredibile!

La gentil donna, piú ch’altra bellissima,

Cerbin la guarda, e pargli che invisibile

la vegga, e pensa s’egli è desto o sogna;

 ma altro che pensar pur gli bisogna!

49

Però ch’ e’ saracin mai di gittare,

vinti da ira e da sdegno commossi,

non restan dardi e gran sassi lanciare.

Eron già fatti assai di sangue rossi ;

balzano corpi d’ogni parte in mare;

non bisognava mettergli ne’ fossi;

e la battaglia sempre rinforzava,

e l’aria tutta quanta s’ infuscava.

50

L’aere tutta par si rabbaruffi;

molti corpi di fuor gittavon sangue;

e l’arme in mano a ’gnun non par che muffi,

ma schizza fuor della gran nave el sangue:

e chi è ferito, in mar convien si tuffi,

facendo l’acqua rossa del lor sangue;

chi forato ha le tempie e chi le guance,

e chi ha ’l cor passato da lance.

51

Vide Cerbino un saracin villano,

che stava quasi inanzi agli altri tutti,

onde si fece a lui piú prossimano

per dargli de suo’ pomi ed aspri frutti,

e, lanciògli una lancia ch’avea in mano,

e posel dove gli altri eron ridutti,

cioè rovescio e morto con dolore,

perché la lancia gli entrò in mezo el core.

52

Ancora un altro, ch’era in su la nave,

ne cadde morto senza batter sensi

per un feroce colpo crudo e grave,

ch’ebbe pur da Cerbin. Ma non si pensi,

per questo, ignun che l’altre gente brave

paura avessin; ma più inanzi fensi,

gridando: — O traditor, la cruda morte

purgherá tutte le tue opre torte! —

53

Infino al ciel le grida e l’urla andavano;

questa era doppia tempesta di mare!

Ad alta voce e’ saracin gridavano:

— Sangue, carne, vendetta vogliam fare! —

Arme, scoppietti e priete rintontivano,

che fanno e’ legni in su l’acqua tremare;

e non avanza l’una l’altra parte:

ognuno armato par un nuovo Marte.

54

Durò gran pezzo la battaglia orribile,

né l’un né l’altro non si può abbattere.

Cerbin, valente, famoso e terribile,

veggendo pur durar questo combattere,

diliberossi al tutto esser vincibile;

e, non volendo più l’arme dibattere,

la nave in altro modo fe’ percuotere

tanto, che fece ogni barbero scuotere.

55

Perché Cerbin menato un suo legnetto

aveva, e quivi fece el fuoco accendere,

ed accostossi alla gran nave a petto

tanto, che niun non si può più difendere,

e, non avendo più nessun ricetto,

qui sol bisogna o morire od arrendere.

E’, conoscendo il loro ultimo giorno,

fecion venire Elena, el viso adorno,

56

qual prima sotto coverta piangeva,

e della nave alla proda menata,

dove Cerbin veder ben la poteva.

Chiamollo Elena, tutta sconsolata,

e, piangendo, merzé per Dio chiedeva,

dicendo: — Questa morte ho guadagnata

per amar te, ben che senza dolore

debbo morire innanzi al mio signore. —

57

Cerbino, udendo le dolci parole,

el cor sentissi in piú parte stiantarsi,

ed alla donna risponder pur vuole,

ma ancor non può pel dolore aiutarsi:

ma alfin rispose, e fe’ come chi suole,

con un cangiare di color, scusarsi ;

e disse: — O donna, el tuo ultimo punto

una morte in dua alme ará congiunto ! —

58

Ma, in questa, e’ saracin senza pietá,

non curando el suo dolce lamentare,

anzi tutti pien d’ira e crudeltá,

incominciorno la donna a svenare.

Cerbin, vedendo tanta iniquitá,

grida e combatte e non sa che si fare;

 ma innanzi a sé svenar, per più dolore,

vede sua alma, sua vita e suo core.

59

Ma, poi che in molte parte era tagliata

la bella donna e sentiva mancarsi,

inverso di Cerbin si fu voltata,

e cominciò in tal modo a lamentarsi,

con bassa voce, rotta e sconsolata

dicendo: — E, poi che Morte può vantarsi

d’avermi giunta in su’ legni e ’n su l’acque,

non piaccia almeno a te, poi che a lei piacque.

60

L’alma si parte e ’l miser corpo sgombra,

e tu rimani al mondo, o signor mio;

i’ mi starò lá giù nella scura ombra;

forse arò altro amore, altro disio,

ché d’altra cosa l’anima s’ ingombra.

Or i’ mi parto, e tu riman’ con Dio. —

A pena la parola ebbe finita,

ch’ella passò della presente vita.

61

Poiché fu morta, da un saracino

fu el gentil corpo suo gittato in mare;

e tutti, vòlti poi verso Cerbino,

disson: — Farai quel corpo sotterrare.

Come crudo corsale ed assassino,

t’abbiam voluto al tutto contentare,

ché in altro modo non l’ hai meritata:

piglia la preda che t’hai guadagnata. —

62

Ma torniamo a Cerbino, el quale, udendo

el dolce dir di quell’alma passata,

brama la morte, e più si vien dolendo

che non l’ha almen solo un tratto baciata;

onde, per questo più dolore avendo,

fece alla nave raccostar l’armata,

e per lo scoppio grande e per lo sdegno,

un salto prese e gittossi in sul legno.

63

Or qui comincia la battaglia cruda

Cerbin dava gran colpi a’ saracini;

teneva in man la forte spada ignuda,

tagliando braccia, e fa de’ moncherini:

istraccia, squarcia, fende, taglia e suda;

molti feriti in mar caggion, meschini.

E chi non vuole e’ sua colpi aspettare,

gettonsi in acqua a ’mparare a notare.

64

Grida Cerbino: — O gente iniqua e fella,

la vostra crudeltá tornerá folle:

picchia e percuote, combatte e martella,

né mai por fine al suo brando non volle,

tagliando braccia, man, teste e cervella.

Era la nave già di sangue molle,

e non è ignun che possa contastallo;

de’ sua gran colpi niun non giugne in fallo.

65

Pare un leon famelico e arrabbiato,

che, quando giugne nella selva folta,

sendo da fame superchia assediato,

prima co’ rami sfoga l’ira molta,

ritorte e schegge e traverse ha spezzato;

cosí Cerbin con quella gente stolta

non può si presto sua ira sfogare,

ma taglia e fende e straccia e getta in mare.

66

Erano e’ saracin rimasi pochi

tanto, che più non posson contrastare:

vedevasi sol sangue ed arme e fuochi

l’aere è brutta e cosa oscura pare.

Cerbino e gli altri son venuti fiochi

pel combatter, pell’arme e pel gridare:

non si sazia Cerbin, nulla el conforta

ma taglia quella gente cosí morta.

67

E’ si vedeva gli uomini a traverso

l’un sopra l’altro nella nave stare,

e qualcun altro dal sangue sommerso;

non bisognava e’ corpi sotterrare:

questo fu vento contrario e diverso,

tempesta fu di brando e non di mare:

tanti capi tagliati da le spalle,

pare la nave un’altra Roncisvalle.

68

Ora Cerbin ha avuta la vittoria

(dolente e trista per ciascuno amante)

con gran maninconia e poca gloria:

onde egli scese, el giovane aiutante,

perché la fiamma è grande e la baldoria

(ardeva forte quel legno prestante).

Ma, prima che della nave scendessi,

volle ch’ogni ricchezza si togliessi.

69

Poi la divise e donolla a coloro

ch’erano stati armati sopra all’onde,

per non parere ingrato e per ristoro

delle lor gagliardie alte e gioconde.

E lui niente vòlse; ma il martoro

e la maninconia tanto el confonde,

che brama morte e piú non sa che farsi,

perché gli aiuti sarien vani e scarsi.

70

Ma pure alfìn dell’acqua fe’ cavare

el corpo morto della giovinetta;

con lungo pianto e con molto baciare

quivi, piangendo, in braccio se l’assetta:

non può saziarsi quel corpo toccare,

ma lagrimando diceva: — O vendetta,

tu non se’ stata nulla, al parer mio,

a vendicar questo volto giulio!

71

Troppo sarebbe lungo a voler dire

le pietose parole di Cerbino

e l’angoscioso pianto e ’l gran martire:

egli è in sul corpo morto a capo chino,

e non resta di piangere e languire;

 vorre’ morire el giovan peregrino.

Ma, per venire ormai al nostro effetto,

in Sicilia tornossi el giovinetto.

72

Ed in un’isoletta, qual si chiama

Ustica, che a Trapani è al dirimpetto,

quivi fermossi con dolore e brama

che morte venga per più suo diletto:

non vuole onor o gloria o pompa o fama,

cerca sol noia, tristizia e difetto;

e seppellir fe’ il corpo a grande onore

con lungo pianto e lagrime e dolore.

73

Dipoi, un dí, soletto, el bel Cerbino,

per una valle con dolore andando,

dolendosi del suo crudo destino

e di fortuna, che ’l vien seguitando

e sempre il fa più dolente e meschino,

e’ con amor parlava lamentando:

— Resister non può gnuno alle tue posse;

ma fie pietosa in me, dolce Atroposse. —

74

Mentre che andava cosí lacrimando,

arrivò per ventura ad una fonte;

quivi a seder si pose, rinnovando

d’amor le ’ngiurie e’ lacci e ’nsidie ed onte;

e con quell’acqua chiara rinfrescando,

ch’era affannato, si lavò la fronte,

po’ ’l bel paese d’intorno guardava,

di Fortuna e d’Amor si lamentava.

75

Prima guardava intorno la fontana,

qual tutta di begli alberi è intorniata,

dicendo: — O lassa vita mia villana,

perché se’ tu di tal caso occupata?

Oh donna degna, oh alma umile umana,

oh gente maladetta e disperata,

che non guardasti a tanta gentilezza,

né alla sola ed ultima bellezza! —

76

Poi riguardava intorno gli arbucegli

e i lauri e le frondi, e ’l bel cantare

che vi facevan sú diversi uccegli:

questo il facea più forte lacrimare;

vedeva e’ prati rilucenti e begli,

e’ fiori in qualche luogo rosseggiare:

qual era azzurro o verde o giallo o bianco,

onde e’ sospira e per dolor vien manco,

77

e dice: — Lasso ! qual fia ’l mio ricovero

e ’l bel palazzo? Fia l’ombra d’un acero

o d’un albero, un faggio, un mirto o un rovero?

Domo d’amore e stracco e vinto e macero,

di ben privato, e d’ogni speme povero:

e ’l corpo, stanco omai, fragile e lacero,

el suo riposo nell’urna disidera,

e vola, giace, triema, arde ed assidera.

78

Per grotte, selve, boschi, monti e piani

e fiumi ed acqua e terra e rena e sassi,

poggi, piagge, padul, burron, pantani,

balze, campi, caverne, scogli e massi,

luoghi diserti, ombrosi, alpestri e strani,

sugher, castagni, querce, aceri, e a passi

strani e scuri, n’andrò pensoso e vinto,

come in esilio cacciato e sospinto.

79

Oh lasso! che farai? che pensi o guardi?

Oh lasso! el tempo ove è tanto felice?

Oh lasso piú ch’altrui, che triemi ed ardi!

Oh lasso! oh infortunato! oh infelice!

Oh lasso! ch’ogni ben verrebbe tardi.

Oh lasso ! presto andrò nell’ombre e ’n Stice.

Oh lasso! ove vedrò la bella fronte?

Oh lasso ! forse al fiume d’ Acheronte.

80

Oh lasso, ch’io andrò sempre cercando

ogni asprezza crude!, iniqua e acerba;

e ’l miser corpo, affritto tapinando,

tra pruni, scogli, schegge, bronchi ed erba;

e la mia rotta voce, lamentando

d’Amor le reti, a dolersi si serba:

andrò, trafitto da più d’uno stecco,

chiamando Eléna; e risponderà Eco.

81

Io credo ormai che infino all’ultim’ora,

quando verrà a serrare i miei tristi occhi,

gemerà l’alma come or geme e plora:

ahi miser pensier vano degli sciocchi.

O alma, perché se’ del mondo fòra?

Partiti, corpo mio, prima che tocchi

la morte di coltello e getti sangue:

piacciati l’alma contentar, che langue.

82

Ciò son ben certo, che, se non vorrai,

o Morte, contentarmi di tal cosa,

non curerò tua dolorosi guai:

e se non vieni a me volonterosa,

contro mi ti farò, come vedrai,

e la mia vita, che sempre è penosa,

torrò dal corpo, poi che ’l mio destino

qui m’ha condotto, misero Cerbino!

83

O misero Cerbin! miser, se bene

tu pur sapessi come la fortuna

t’ ha forte preso e legato ti tiene,

senza aver mai di te pietá nessuna!

Tu chiami Morte, e la Morte ne viene,

senza che tu la ’nviti in guisa alcuna:

e ’l sangue tuo si dee versare in tutto,

e di coltel sarai morto e distrutto. —

84

Or lascerem Cerbino alla fontana,

e torneremo al vecchio re canuto,

el qual la nuova dolorosa e strana

aveva giú, secondo ’l ver, saputo

della gran rotta e di sua figlia umana:

or s’egli ebbe dolore, el vecchio astuto,

nol può narrar né scriver la mia penna,

ché Amor ch’i’ lasci el suo pianto m’accenna

85

e ch’io debba la storia seguitare,

per dare esempio a chi séguita Amore,

che viene i mia dolci versi ascoltare.

Egli è giá presso all’ultimo dolore,

ch’a Cerbin debbe sua vita mancare:

or mandò ’l re un suo ambasciadore

al re Guglielmo, a dir che la fé, data

da lui, come non gli è suta osservata.

86

Lo ’mbasciador di nero era vestito,

e l’ambasciata al re Guglielmo fe’,

come Cerbin, valoroso ed ardito,

prese la nave e, senza aver merzé,

aveva ogni baron morto e ischernito;

e piú contò della figlia del re

come fu morta e svenata con doglia,

per non saziar di Cerbin la sua voglia.

87

Sentendo el re la dolorosa nuova,

fu piú ch’altr’uomo dal dolor sommerso

e per maninconia luogo non truova:

e diceva: — O Cerbin crudo e diverso,

presto spenta sará ogni tua pruova!

Tu se’ caduto in caso sí perverso,

che dee mancarti l’onore e la fama;

per che giustizia e morte ognun ti chiama. —

88

Poi fece presto prendere el Cerbino.

e fu menato inanzi a sua Corona

dolente, lasso, povero e meschino.

piú che mai fussi forse altra persona.

El re Guglielmo, come un bambolino.

d’urla, di pianto el suo palazzo introna,

e lacrimando disse al suo nipote:

— La Mia Corona campar non ti puote.

89

Tu sai che sempre tua virtude ho amata,

più che se stato mi fussi figliuolo.

Or la fortuna, qual sempre parata

sta per guastare ogni diletto, solo

volle per te la mia fede mancata:

e cosí questo fia l’ultimo duolo

al fragile mio corpo, a mia vecchiezza:

dunque tua morte fia d’onor salvezza. —

90

Cerbin rispose e disse: — O signor mio,

la morte mi sará sommo diletto.

Non piangere di quel che non piango

io; ché la fortuna per rimedio eletto

ha questa morte, ch’è nel mio disio,

poi che si spense quel leggiadro aspetto:

e non potresti d’altro contentarmi

che mi piacessi, se non morte darmi! —

91

Queste parole el cor passorno al re.

la piatosa risposta e l’atto umano,

che lacrimando el suo Cerbin gli fe’.

Ogni baron di questo caso strano

gl’incresce e piange, e chieggono merzé

pel bel Cerbino, il giovane sovrano;

ma el re non può, ché giustizia ’l molesta:

e condannò el nipote nella testa.

92

Qual non fu mai di vita al mondo privo

tanto infelice e tanto sventurato?

Pianga per lui chi resta al mondo vivo,

pianga chi ha questi carmi ascoltato;

da poi ch’i’ piango in mentre ch’i’ gli scrivo,

e sempre piangerò quest’almo, ornato,

che si lamenta e plora e geme e langue,

che s’apparecchia versare el suo sangue.

93

Poi ch’ebbe data la cruda sentenzia

el re contro a sua voglia e con tristizia,

volle che in su la sala e in sua presenzia

far si dovessi la trista giustizia:

Cerbino allor, sanza far resistenzia,

a pianger cominciò, ed a dovizia

le lacrime gli caggion giú pel petto:

cosí, piangendo, mosse questo detto:

94

— O voi, amanti, che Amor seguitate,

venite ora a veder mia cruda morte:

essempro di me misero pigliate,

di mia fortuna e di mia aspra sorte;

e voi, o giovinetti, vi guardate

di non pigliar le vie inique e torte

d’Amor, perché, spietato e sanza fede,

non ha pietá di ’gnun mai né merzede.

95

Amore amaro, oh lasso! i’ moro:

i’ m’ero el più felice che mai fossi in terra;

il più allegro, il più degno, il piú altèro,

vincente in ogni bellicosa guerra,

eccetto questa d’Amor crudo e fèro:

ogni alma, che la fa seco, dunque erra,

come ho fatto io: ma, se io ho errato,

la morte purgherá tanto peccato ! —

96

Poi pose fine all’ultima parola.

El giustiziere un colpo con tempesta

menò inverso Cerbino: el brando vola

e da lo ’mbusto gli levò la testa:

el sangue tutto per la sala cola,

perché d’uscir di quel corpo non resta.

Cosí morí Cerbino, el gentil core,

per seguitar lo iniquo e falso Amore.

97

Elena bella sua superò il mondo

di bellezza, or di vita è trapassata;

termin ha avuto el suo viver giocondo:

cosí ogni cosa è diterminata.

Questi, felici giá, Fortuna al fondo

gli ha messi, come quella che parata

sta e conturba, anzi guasta ogni cosa,

come malvagia sempre ed invidiosa.

98

El re Guglielmo è vecchio e d’anni pieno:

Fortuna inverso lui vòlto ha le ruote.

Benché questo gli sia mortal veleno,

vuole prima restar senza nipote

e seguir la giustizia a punto a pieno,

perché un re, senza fé, regnar non puote.

Basta che piange el suo fiero destino,

e seppellir fe’ il corpo di Cerbino.

99

Or te, mio sol conforto all’affritt’alma,

vero sostegno al temerario core,

i’ priego ben per la grillanda e palma,

qual si conviene al fedel servidore,

tanta tempesta tu converti in calma.

Come volesti, ho trattato d’amore:

dunque i’ ringrazio te, le tue virtute,

che m’han condotto al porto di salute.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 giugno 2006