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Pirandello e l'adesione al fascismo

Edizione di riferimento:

Opere di Luigi Pirandello, edizione diretta da Giovanni Macchia, Saggi e interventi, a cura e con un saggio introduttivo di Ferdinando Taviani e una testimonianza di Andrea Pirandello, Arnoldo Mondadori Editore, I edizione I Meridiani Milano maggio 2006

LA VITA CREATA

Non può non essere benedetto Mussolini, da uno che ha sempre sentito questa immanente tragedia della vita, la quale per consistere in qualche modo ha bisogno d'una forma; ma subito, nella forma in cui consiste, sente la morte; perché dovendo e volendo di continuo muoversi e mutare, in ogni forma si vede come imprigionata, e vi urge dentro e vi tempesta e la logora e alla fine ne evade: Mussolini che così chiaramente mostra di sentire questa doppia e tragica necessità della forma e del movimento, e che con tanta potenza vuole che il movimento trovi in una forma ordinata il suo freno, e che la forma non sia mai vuota, idolo vano, ma dentro accolga pulsante e fremente la vita, per modo che essa ne sia di momento in momento ricreata e pronta sempre all'atto che la affermi a se stessa e la imponga agli altri.

Il moto rivoluzionario da Lui iniziato con la marcia su Roma e ora tutti i modi del suo nuovo governo mi sembrano, in politica, l'attuazione propria e necessaria di questa concezione della vita.

RICHIESTA PUBBLICA

DI ISCRIZIONE  AL PARTITO NAZIONALE FASCISTA

Eccellenza, sento che per me questo è il momento più propizio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l'E. V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera.

Dichiarazione di Pirandello a «L'Idea Nazionale», 28 ottobre 1923.

Richiesta di Pirandello a Mussolini, inviata per la pubblicazione a «L'Impero», 19 settembre 1924.

PERCHÉ PIRANDELLO È FASCISTA

«L'Impero», 23 settembre 1924, resoconto di Telesio Interlandi.

L'attuale momento politico è cosiffattamente oscuro ed equivoco che la lettera di Luigi Pirandello a Mussolini non poteva non interessare noi che appunto ci sforziamo ogni giorno di allontanare le nebbie che si addensano sull'orizzonte e parliamo un linguaggio che, per essere tipicamente fascista, cioè spregiudicato, non piace al colendissimo signor Prefetto. La lettera con cui Pirandello chiede l'iscrizione al Partito Nazionale Fascista è, come già abbiamo rilevato, un atto di coraggio e di fede: nel momento in cui il Partito Nazionale Fascista attraversa quella che noi chiameremo la «crisi del coraggio», nel momento in cui, cioè, il Partito per definizione dinamico sta a segnare il passo, non si capisce bene a che scopo, la lettera di Pirandello viene ad assumere un significato che forse non è stato compreso bene nemmeno dai fascisti; è un sasso gettato meditatamente nella conca in cui pare stiano per quietarsi definitivamente le più turbinose acque fasciste. Se Pirandello, uomo, come suol dirsi, di lettere, spirito quanto mai lontano dalle basse competizioni di parte, assunto da tempo a una rinomanza mondiale, sazio e forse ormai insofferente di clamori e di onori, libero da influenze di qualsivoglia specie, se Pirandello ha deciso di farsi gregario del Partito politico oggi aspramente combattuto, una superiore ragione ci deve essere: e una ragione che può illuminare molte cose e molti aspetti di esse. Così abbiamo pensato.

E siamo andati a trovare Pirandello nella sua solitaria casa. Premettiamo che non andavamo a scoprire in Pirandello il fascista. Chiunque abbia avuto qualche dimestichezza con il grande commediografo sa che egli è, per natura, un antidemocratico, un nemico dichiarato d'ogni ideologia intessuta d'immortali princìpi. Andavamo a sentire il perché della richiesta della tessera, atto che aveva sconcertato gli avversari del Fascismo, in special modo quelli che cianciano d'una presunta incompatibilità fra Fascismo e Intelligenza. Pirandello ha spiegato il suo atto con una sola parola: Matteotti. L'oscena speculazione compiuta sul cadavere del deputato unitario, l'industrializzazione di quel cadavere spinta fino alle più rivoltanti conseguenze, la campagna di menzogne e di falsità prosperante su quel macabro terreno, il tentativo, in parte riuscito, di ridurre il Fascismo da fenomeno storico a fenomeno di malavita politica, la chiara percezione del tremendo pericolo che corre il paese abbandonato ai suoi avvelenatori; tutto questo ha spinto Pirandello a dar forma concreta a quello che fu sempre un atteggiamento del suo spirito. Antiretorico per eccellenza, e odiatore del superfluo, egli ha adoperato il minor numero di parole, scelte fra le più umili, per render pubblica la sua fede; laddove altri personaggi avrebbero speso migliaia di vocaboli e compiuto le più impressionanti contorsioni stilistiche. Non è da mettere in seconda linea, fra le cause che determinarono Pirandello a qualificarsi fascista, il bisogno di pubblicamente reagire alle verbose e inconsistenti manifestazioni politiche di alcuni letterati che ripongono la salute della Patria nel loro vocabolario più che nei fatti degli uomini di governo. S'intenderà facilmente come sia ardua impresa il costringere in pochi disadorni periodi destinati a un quotidiano tutti i suggestivi problemi che Pirandello ha posti e risolti in una conversazione che volutamente non fu circoscritta alla politica. Da questa conversazione abbiamo tratto il convincimento - del resto ovvio per chi conosca il pensiero pirandelliano - che il grande commediografo sia lo spirito più adatto ad intendere ed amare l'essenza artistica del Fascismo. L'intuizione pirandelliana della vita politica è sostanzialmente fascista (e tale era anche prima che il Fascismo si definisse) in quanto nega i concetti di assoluto (vedi immortali princìpi) e afferma la vitale necessità della continua creazione di illusioni, di realtà relative, mete sempre fuggenti delle aspirazioni umane che, così solo, in questa perpetua corsa a una verità mai raggiungibile in assoluto, possono vivere e dar frutti. Il Fascismo infatti nega l'assoluto di ideologie che furono ieri realtà relative e nobilissime mete: il Fascismo afferma che la vita di un popolo non può raggelarsi in una forma che, per esser forma, non è più dunque vita, impetuoso divenire senza requie; il Fascismo crea per sé, e impone, a quelli che non sanno crearsene una per proprio conto, la nuova realtà verso cui occorre tendere con tutte le forze, salvo poi a superarla nel momento stesso in cui la si conquista. In questo perpetuo implacabile tendere verso forme nuove, in questo divenire affannoso è la vita dei popoli, è la Vita; e quella che gli avversari e gli spiriti più tardi chiamano normalizzazione altro non è se non Morte, l'adagiarsi in un sarcofago dal quale non sarebbe più possibile slancio alcuno.

In questo senso Pirandello vede in Mussolini un formidabile creatore di realtà contingenti, un superbo animatore, un artefice di vita. Non tutte le creature umane sono capaci di crearsi un'illusione cui tendere con tutte le forze: lo spirito non è ugualmente ripartito fra queste forme umane che noi uomini siamo. V'è chi ne contiene una così povera quantità da non aver possibilità di crearsi per sé la più modesta realtà su cui poter poggiare i piedi per uno slancio; costui chiede ed aspetta che altri gli imponga la sua. I popoli sono appunto la somma di tanti esseri incapaci di crearsi realtà proprie; le chiedono ai grandi capi. Mussolini ha il compito di imporre al popolo italiano la sua realtà: che è, oggi, il Fascismo. Nell'inconsistenza di una verità assoluta immutabile, accettabile ad occhi chiusi, Pirandello vede giganteggiare dei formidabili pilastri - cose morte che non è possibile negare in quanto costituiscono delle necessità elementari. Necessità appunto le chiama Pirandello. Codeste necessità sono, ad esempio, nel campo politico, la Monarchia, lo Stato unitario, la Famiglia, la Chiesa, blocchi statici che non vivono perché nella vita troverebbero la loro morte. (E ne sappiamo qualche cosa noi che abbiamo visto vivere - cioè mutare, trasformarsi, divenire, - la Monarchia; e l'abbiamo vista avviarsi verso la morte.) Noi stessi, dunque, per necessità, collochiamo fuori del travolgente corso del fiume della vita alcune realtà relative, appunto perché non siano travolte e distrutte.

La situazione odierna è vista da Pirandello così: da un lato un partito che ha al suo attivo dei fatti e dall'altro un agglomerato di persone che s'adoperano a distruggere questi fatti con parole. Queste persone non hanno una realtà nuova da imporre al popolo, perché rappresentano la realtà di ieri, superata e quindi morta. D'altra parte questa gente dichiara di non aspirare al governo del paese: che cosa e chi dunque si vuole sostituire al Fascismo e a Mussolini?

Mussolini e il Fascismo hanno avuto il torto di valorizzare i loro avversari. Questo Pirandello non lo perdonerà mai, specialmente al Duce. L'aver fatto d'un mediocre politicante una specie di Anti-mussolini, l'aver parlato di Capi delle forze (?) avversarie, l'aver discusso tutti i gesti e tutte le parole degli oppositori, anche dei più spregevoli, questo è il torto massimo del Fascismo.

Quando si ha una fede e non si è mossi da alcun interesse, ma si agisce in purità di intenti sotto il solo controllo della propria coscienza, si può essere spietati e si deve sapere osare. Mussolini ha perduto molte buone occasioni per risolvere una situazione che non può essere risolta attraverso il compromesso di natura parlamentare. Qualunque cosa, del resto, possa e voglia fare Mussolini, il Fascismo attingerà le sue mete. Perché esso non è un partito politico guidato da una o più volontà verso questo o quell'obiettivo: è un fenomeno storico che, con o senza Mussolini, raggiungerà per fatalità di eventi i suoi fini.

Non certo con l'intenzione di tracciare un programma, ma in conseguenza d'una osservazione attenta dei mali che travagliano il paese, Pirandello pensa che la crisi odierna non si risolve se non sbarazzando il terreno dalle chiacchiere (soppressione della stampa avversaria o, quanto meno, contrapposizione ad essa d'una stampa fascista egualmente bene attrezzata); sopprimendo la Camera dei deputati, istituzione superflua, dannosa e in contrasto stridente con l'intuizione fascista dello Stato; riformando il Senato nel senso di farne un'Assemblea mista di tecnici e di rappresentanti delle istituzioni basilari dello Stato - per metà di nomina regia e per metà formata da quelle deputazioni provinciali che sole possono portare nell'amministrazione della cosa pubblica la voce autentica delle Provincie; evitando ogni debolezza e ogni perplessità; accelerando la liquidazione di ciò che è morto nello Stato e che risulta d'impaccio.

Come si vede il pensiero di Pirandello sulla crisi attuale è molto chiaro. Ci si consenta di affermare qui la nostra soddisfazione per le identità non poche che vi abbiamo riscontrato col nostro modo di intendere una soluzione della crisi.

Che il più nobile e alto spirito che onori oggi l'Italia sia per un metodo fascista che chiameremo integrale deve esser motivo di grande compiacimento e conforto per tutti coloro che, come noi, si battano, fra l'ostilità e il dileggio dei ciechi, per la realizzazione del programma rivoluzionario. E deve riuscire assai fastidioso ai mediocrissimi uomini dell'opposizione che millantano il monopolio dell'intelligenza approfittando del fittizio piedistallo che noi stessi, incautamente, abbiamo loro elevato.

PRECISAZIONI DI PIRANDELLO 

IN MERITO ALL'INTERVISTA CON INTERLANDI [1]

Roma, 24 - IX - 1924. Caro Interlandi, a chiarimento del mio pensiero, mi permetto di farle osservare che io non dissi così recisamente e crudamente come appare dalla sua intervista, che avrei voluto «la soppressione della stampa avversaria». Dissi che, applicato il decreto sulla stampa, come misura eccezionale per impedire una macabra e oscena propaganda d'odio partigiano, s'era represso ben poco e col solo risultato di render vana a un tempo e nociva l'applicazione di quel decreto. Vana, perché la propaganda d'odio potè avere il suo frutto nefando nell'uccisione dell'on. Casalini; nociva perché è stata e seguita a essere facile pretesto di gridar vendetta «per la conculcata libertà».

Beato paese il nostro, dove certe parole vanno tronfie per via, gorgogliando e sparando a ventaglio la coda, come tanti tacchini. Eppure s'è visto sempre che un po' di bene s'è avuto sol quando, senza gridare e senza neppure alzar le mani, semplicemente ma risolutamente, s'è andato incontro a queste parole, che subito allora sono scappate via, sperdendosi di qua e di là, con la coda bassa e illividita dalla paura. Mi creda con affetto, suo Luigi Pirandello.

GIOVANNI AMENDOLA, «UN UOMO VOLGARE» [2]

Si chiama - e ce ne dispiace per la patria letteratura - Luigi Pirandello.

Alcuni giorni fa, lo hanno sorpreso in gesto di accattone, a questuare il laticlavio. Costui considerava grande onore essere cinquantaquattresimo dopo i cinquantatré Achei introdotti, con ammirevole disinvoltura, entro le mura di Troia.

Deluso e confuso, ed imbarazzatissimo per una certa letterina che ha ridonato, per un quarto d'ora, la capacità di riso a questa malinconica Italia dell'era nuova, il geniale uomo ha fatto una di quelle pensate che nel paese di Pulcinella (le cui ossa di questi tempi sussultano spesso nel gioioso avello per... diritti d'autore) si chiamano mascole: e cioè alzare la voce, schiamazzare, darsi un'aria congestionata e convinta, farsi apostolo mussulmano della fede fascista. Così, nel patetico schiamazzo, la storiella del laticlavio - sognato e svanito - sarà dimenticata e offuscata dall'immagine di Pirandello iperfascista.

Ed allora, lasciate ogni speranza o vilissimi omuncoli delle Opposizioni! Che si salverà più di noi, infelicissimi, sotto i fendenti del valoroso uomo? La stampa soppressa; la Camera dispersa ai venti; il Senato riformato: del Senato, anzi, rimarrà in tutto solo quel tanto che permetterà al decreto di nomina del senatore Pirandello, mancato ieri, di venire domani.

Audacie, insomma, da far vergognare, come pantofolaio della più deplorevole risma, il Duce medesimo ed i suoi più accesi seguaci - che ancora non ci avevano pensato!

Ma a ciò non si arrestano i furori bellicosi di costui - che avevamo creduto uno scrittore di commedie, di novelle e di romanzi e che invece si è rivelato, sotto panni borghesi, un Riccardo Cuor di Leone - giacché non pago di combattere, di stroncare, di disperdere, di polverizzare gli oppositori, passa oltre e, colpito da subitanea rivelazione, si mette a gridare: «Ma perché mai tutto ciò? Se gli oppositori non esistono! È il fascismo che li ha creati! E il Duce che ha commesso il gravissimo errore di crearli facendo loro la reclame'. Nessuno potrà mai perdonargli questo gravissimo errore: di averli creati, parlandone!».

Ahimè, povero autore di commedie! Si sente, si sente in queste tue volgari scemenze l'umile origine del fabbricatore nostrano di bella letteratura, prono dinanzi alla Dea reclame ed ai suoi sacerdoti... E così questo povero autore, che peregrinò venti anni in cerca di fama - come uno dei suoi personaggi... in cerca d'autore - e che finalmente trovò il suo autore e I'inventore della sua più generosa valutazione non troppo lontano dal bersaglio odierno dei suoi strali sine ictu - oggi generalizza da sé al prossimo e, cieco e sordo alla realtà che lo circonda, proclama solennemente: senza la reclame del fascismo l'Opposizione non esisterebbe.

No, caro personaggio che ha trovato il suo autore! Noi siamo di quelli che fabbricano i giornali, non di quelli - come voi - che sono fabbricati dai giornali. E restate pure con la coscienza tranquilla: il vostro Duce e il vostro fascismo non ci hanno creati in alcun modo, perché anzi ci avrebbero distrutti assai volentieri.

LETTERA APERTA DI PIRANDELLO AGLI AMICI FIRMATARI

DELLA PROTESTA IN SUA DIFESA

CONTRO L'ARTICOLO «UN UOMO VOLGARE» PUBBLICATO

SU «L'IMPERO» DEL 25 SETTEMBRE[3]

Agli amici: Fernando Agnoletti, Antonio Beltramelli, Emilio Bodrero, Massimo Bontempelli, Felice Carena, Alfredo Casella, Alberto Cecchi, W. Cesarini-Sforza, Guelfo Civinini, Silvio d'Amico, Umberto Fracchia, Arnaldo Fratelli, Lorenzo Gigli, Mario Labroca, Adriano Lualdi, Corrado Marchi, Fausto M. Martini, Renzo Massarani, Tomaso Monicelli, Ada Negri, Ugo Ojetti, CE. Oppo, Paolo Orano, Giuseppe Ravegnani, Ottorino Respighi, Vittorio Rieti, Attilio Selva, Ardengo Soffici, Guido Sommi, Curzio Suckert, Vincenzo Tieri, Giuseppe Ungaretti, Orio Vergani, Giuseppe Zucca.

Miei cari amici, se quelli che tra voi proposero codesta protesta di cui vi sono tanto grato, me ne avessero dato notizia prima di seguire l'impulso generoso del loro animo sdegnato, io mi sarei in tutti i modi adoperato a sconsigliarli, perché il vostro nome insieme col mio non fosse trascinato nel fango di questa insulsa e vilissima polemica.

Chi mi conosce sa bene che io non sono «un uomo volgare». Chi non mi conosce, poteva facilmente considerare che sarei stato, più che un uomo volgare, un uomo mverisimilmente stupido, se per la vanità di vedermi compreso nella lista dei nuovi senatori, proprio alla vigilia fossi andato a iscrivermi al Partito Nazionale Fascista. Mi pare d'aver veramente il diritto di ritenere stupidi piuttosto coloro che non han saputo fare una così ovvia considerazione, e han potuto prestar fede a una tale scimunitaggine.

Bastava che voi, miei cari amici, nel vedermi così balordamente oltraggiato per un peccato di meschinissima vanità, proprio nel momento che a una tal vanità io facevo (e senza alcun sacrificio) rinunzia assoluta, bastava che voi mi esprimeste privatamente, come tanti hanno fatto, il vostro disgusto. Con riconoscente affetto. Vostro Luigi Pirandello.

L'ADESIONE AL FASCISMO 

E LA POLEMICA DELL'UOMO VOLGARE

[a cura di Ferdinando Taviani] Qui accenniamo in breve spazio e con piccoli testi a un grande problema. L'adesione al fascismo di Pirandello è parsa a molti un controsenso o un'ombra da cui distogliere lo sguardo. Anche per nascondere un moto di vergogna, sia pure a distanza, per i modi in cui tale adesione si attuò: all'indomani del delitto Matteotti. (Il cadavere fu ritrovato il 16 agosto del 1924. Pirandello chiese la tessera un mese dopo, 0 17 settembre. Il 12 dello stesso mese era stato assassinato il sindacalista e deputato fascista Armando Casalini.) Spesso si è sottolineata la delusione di Pirandello per il regime di Mussolini, come se fosse resipiscenza. Era irritazione profonda. Persino collera. Non fu mai cambiamento di campo. Gli sgarbi di Pirandello al regime, e del regime a Pirandello (Mussolini riuscì a rimandare il conferimento del Nobel a Pirandello; non presenziò al suo discorso su Verga all'Accademia d'Italia; non apprezzò i contatti dello scrittore con l'estero e lo fece spiare; non gli permise - soprattutto - di attuare il suo progetto di riforma del teatro italiano) sottolineano la differenza di stile e - per così dire - di qualità umana e intellettuale, oltre che di gusto, fra un solitario scettico e «apolitico» come Pirandello, e i veri e propri fascisti. Sottolineano l'assenza, in Pirandello, d'un'ideologia che si possa definir fascista. E una totale assenza d'entusiasmo, per non dire di fanatismo. Ciò non toglie e non limita la fondamentale adesione di Pirandello al disprezzo per la democrazia; l'adesione all'idea d'un potere e d'una forza legittimata dall'efficacia, che muta la realtà, la crea, e non accetta regole condivise. Non ebbe certo un'idea estetizzante della politica, Pirandello, ma considerò che fosse lecito e auspicabile in politica quel che è la base stessa dell'arte: la forza dei fatti compiuti. La sua intelligenza gli servì soprattutto per passar sopra agli aspetti deleteri del fascismo, non per squarciarne il velo. Si vedano: Giudice 1963; Scarpellini 1989; Aguirre d'Amico 1992; Pedullà 1994; Sedita 2006; e soprattutto: Providenti 2000. Barbina 1967, pp. 39-40, riporta gli intervend apparsi sulla stampa in relazione all'adesione di Pirandello al fascismo. Ivan Pupo, nota 3 a p. 275 di Interviste a Pirandello, ricapitola l'intreccio di confidenze, pressioni, smentite, rivalità e fastidi (di Pirandello nei confronti di Sem Benelli, per esempio) che accompagnò la «clamorosa» iscrizione al Partito fascista.

La vita creata - La dichiarazione di Pirandello è in un numero de «L'Idea Nazionale» dedicato all'omaggio a Mussolini, nel primo anniversario della marcia su Roma. Ripubblicata da Giudice 1963, p. 418.

Richiesta pubblica di iscrizione al partito nazionale fascista - Ripubblicata in Giudice 1963, p. 425.

Perché Pirandello è fascista - Ripubblicato in Interviste a Pirandello, pp. 265-7.

Precisazioni di Pirandello in merito all'intervista con Interlandi - Ripubblicato da Giudice 1963, p. 430.

Giovanni Amendola, «Un uomo volgare» — L'articolo di Giovanni Amendola fa parte integrante della vicenda relativa all'adesione di Pirandello al nascente regime.

Lettera aperta di Pirandello agli amici firmatari della protesta in sua difesa contro l'articolo «Un uomo volgare» pubblicato su «L'Impero» del 25 settembre - Ripubblicata in Giudice 1963, p. 438.

Note

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[1] «L’Impero», 24 settembre 1924

[2] «Il Mondo», 25 settembre 1924

[3] «L'Impero», 30 ottobre 1924.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2011