Luigi Pirandello

L'esclusa

1908

 

 

 

IV

«Crederà adesso che quel mostro sia il mio amante! N'è capace» pensava Marta, dopo cena, rinchiusa in camera.

E diceva a se stessa proprio così: il mio amante, poiché come tale il marito le aveva già affibbiato un altro, quell'altro! Ma quanto più obbrobriosa adesso le sembrava questa parola, riferita al Falcone!

Voleva dunque prendersi una nuova vendetta, esasperato dal disprezzo di lei? La minaccia era esplicita, nella lettera di Anna Veronica.

Un nuovo scandalo... Ma le prove? Oh Dio, quel mostro... sì, era probabile che gliele avrebbe offerte quel mostro, le prove, se si fossero incontrati un'altra volta per via... Qualche scenata... e il nome di lei sù pe' giornali accanto a quello del Falcone.

Marta si torceva le mani dalla paura, dallo schifo, smaniando senza requie; e a Maria che, intanto, nella stanza attigua, leggeva sul pianoforte alcuni brani di vecchia e piana musica, delizia della madre, avrebbe voluto gridare rabbiosamente che smettesse.

Ah la tranquillità della madre e della sorella, la quiete della casa, la musica, i discorsi alieni, come la facevano soffrire, in quel momento!

Sì, opera sua; ma nessuno dunque intendeva, nessuno indovinava a prezzo di quale martirio? Fatta una croce sul passato, non doveva parlarsene più? La madre e la sorella ne erano uscite; ed ecco una nuova vita, calma e modesta, era ricominciata per loro. Ma lei? la sua vita, la sua giovinezza dovevano rimanere sepolte lì, nel passato? Non se ne doveva più parlare? Quel ch'era stato era stato? Morta? Tutto morto, per lei? Viva solamente per far vivere gli altri? Sì, sì, se ne sarebbe magari contentata se, esclusa così dalla vita, le avessero almeno concesso di godere in pace dello spettacolo dolce e quieto di quella casetta, ch'era come edificata sul sepolcro di lei... Ma che si parlasse almeno un poco, che si avesse qualche compianto almeno della sua giovinezza morta, della sua vita spezzata! Era stato pure un delitto spezzarle la vita così, senza ragione, stroncarle così la giovinezza! Non se ne doveva più parlare?

Un'ombra, e ancora combattuta! perseguitata ancora! Il giorno appresso, certo, avrebbe riveduto il marito, lì alla posta; avrebbe riveduto il Falcone al Collegio.

«Se continua a molestarmi, ne parlerò alla Direttrice» pensò improvvisamente Marta, in un risveglio impetuoso d'energia, e cominciò a svestirsi con le dita nervose, per mettersi a letto. - E quegli altri due, se non la finiscono, li metto a posto io! E tu, aspetta, - disse poi, più col fiato che con la voce, alludendo al marito. Rimboccò la coperta e spense il lume.

Nel bujo, raggomitolata sotto le coperte, volle raccogliere le idee, ma non poté precisarne alcuna contro il marito. Diceva a se stessa: «Sì, questo per il Falcone, se séguita... La Direttrice non può soffrirlo, cerca un appiglio qualunque, per levarselo di torno; gliel'offrirò io...». E ripetendo meccanicamente queste frasi, cercava quel che avrebbe potuto fare contro il marito. Nulla, dunque? Non un solo mezzo di vendetta? E, nell'impotenza, sentiva l'odio quasi fermentare in una rabbia crescente. Poi (benché non avvertisse la sofferenza fisica della troppa e vana tensione) il cervello, come in un cerchio di tortura, non sapendo suggerirle il pensiero ch'ella cercava, altri pensieri in cambio cominciò a presentarle confusamente, che la distraessero. Marta però, ostinata a trovare quel che cercava, appena sorti, li scacciava. Uno finalmente riuscì a distrarla: il suo ombrello - sì - adesso rammentava con precisione - lo aveva appoggiato all'uscio della classe sul corridojo, per appuntarsi meglio il cappello; sì, e poi se l'era dimenticato lassù... Ah, senza dubbio il Falcone, passando per il corridojo, lo aveva riconosciuto e nascosto, sì, per poterle offrire il suo, per aver modo d'accompagnarla... lui, sì, senza dubbio! Perciò era così inquieto, giù, in sala d'aspetto... Dove aveva potuto nasconderlo?

Poco dopo Marta dormiva.

Si svegliò per tempo, con un forte mal di capo, ma con l'animo tuttavia sostenuto da un'energia nervosa, che non era più la forza che prima le derivava dalla sicurezza di sé. Non vedeva l'uscita della sua via; ma sarebbe andata fino in fondo, a qualunque costo; già in attesa e preparata a scagliarsi contro ogni nuovo ostacolo che volesse sopraffarla.

Non provò quel giorno nessuna apprensione nell'uscir sola di casa. Dopo la pioggia del giorno innanzi, il verde degli alberi si era ravvivato quasi festivamente, e un aspetto festivo pareva avessero anche le case e le vie nella limpida freschezza dell'aria mattutina.

Con gli occhi, intanto, cercava innanzi a sé, se il marito fosse alle poste; sentiva che avrebbe avuto il coraggio di passare a testa alta sotto gli occhi di lui.

«Ma a quest'ora dorme» pensò a un tratto, e un sorriso di scherno le venne alle labbra, andando. «Non ha mai visto nascere il sole, in vita sua...»

Lo rivide col pensiero, a letto, accanto a lei, pallido, coi radi baffi biondi, scomposti sulle labbra aride, schiuse.

Distrasse subito la mente da quell'immagine e, poiché si recava al Collegio, oggetto immediato del suo dispetto diventò il Falcone. Non pensava più, non badava più alla propria sofferenza.

Che avrebbe fatto, che avrebbe detto, se egli si fosse arrischiato a fare il minimo accenno alla giornata di jeri?

Non lo sapeva ancora. Vedeva soltanto con straordinaria lucidità la sala d'aspetto del Collegio, in cui tra poco sarebbe entrata; e già vi entrava col pensiero; vedeva il Nusco e il Mormoni come spettatori della scena ch'ella andava a rappresentare là dentro; e il Falcone che l'attendeva, più cupo del solito.

Era già davanti al portone del Collegio: scese i pochi scalini; entrò.

In sala, nessuno.

 

V

 

Matteo Falcone, quella mattina, non s'era recato al Collegio.

Se Marta, il giorno avanti, si fosse voltata nel salire, avrebbe avuto forse un po' di pietà per lui rimasto sul portoncino come impietrito. Certo egli aveva sperato ch'ella, salendo, gli rivolgesse almeno uno sguardo: poi s'era mosso sotto la pioggia, quasi barcollando, attirando gli sguardi della gente.

Non aveva provato mai tanto e così feroce odio contro se stesso. Ne ghignava forte e squassava l'ombrello fin quasi a spezzarne il fusto e borbottava: - Io, l'amore! Io, l'amore! - e altre parole inintelligibili. E poi, forte, lì in mezzo alla via, col volto contratto e gli occhi fissi biecamente in faccia a qualche passante:

- Meno male che non ha riso di me!

Ne rideva lui invece, orribilmente; e la gente si voltava a mirarlo, stupita, come si guarda un pazzo.

Alla fine, fradicio di pioggia, s'era ridotto a casa.

Abitava, con la madre e una zia, decrepite e stolide entrambe, una vecchia e vasta casa tutta ingombra di masserizie senza valore, allineate lungo le pareti e alcune anche rammontate le une su le altre, come in un magazzino di mobilia: armadii enormi di legno dipinto, tavolini d'ogni forma e d'ogni dimensione, cassettoni, cassapanche, stipetti, mensole, attaccapanni, seggiole impagliate e imbottite, dalla stoffa stinta, e poi certi canapè d'antica foggia con due rulli alla base delle testate.

Le due sorelle, facendo casa comune, dopo la morte dei loro mariti, non avevano voluto privarsi di nessuna masserizia appartenente alla propria casa maritale: donde quell'inutile abbondanza: ingombro più che ricchezza.

Nella loro stolidaggine le due vecchie non ricordavano più d'aver avuto marito, e ciascuna aspettava la morte dell'altra per andare a nozze con un loro sposo immaginario.

- Perché non muori? - si domandavano contemporaneamente sul muso, ogni qual volta s'incontravano appoggiate alla spalliera delle seggiole con le quali si strascinavano a stento per le camere.

Vivevano separate l'una dall'altra, ai lati opposti della casa. E di tanto in tanto, lungo la giornata e spesso anche durante la notte, l'una domandava all'altra, facendo un verso lungo e lamentoso:

- Che ora è?

E l'altra invariabilmente rispondeva con voce lunga e cupa:

- Sett'ooòre!

Sempre sett'ore!

A qualche vicina che saliva in casa per ridere alle loro spalle, le due vecchie consigliavano, levando le braccia e scotendo in aria le mani aggrinzite:

- Maritatevi! Maritatevi!

Pareva non ci fosse per loro altro scampo, altra salvezza nella vita. E sapeva loro mill'anni che il giorno sospirato delle nozze giungesse alla fine. Ma l'altra, ahimè, l'altra non voleva morire! E frattanto si facevano acconciare, parare dalle vicine con gli abiti del loro bel tempo; e le vicine sceglievano apposta quelli di stoffa più chiara, i più goffi, i più antichi e stridenti con la vecchiezza delle due povere dissennate; e siccome i corpetti andavano loro adesso troppo larghi, legavano alla vita a questa un boa spelato, a quella un gran nastro; e fiori di carta mettevano loro in capo e foglie di cavolo o di lattuga e capelli finti, e poi cipria in faccia, o imporporavano loro le gote squallide, cascanti, con uva turca:

- Così! così sembra proprio una ragazzina di quattordici anni!

- Sì, sì... - rispondeva la vecchia, gongolando, ridendo con la bocca sdentata davanti allo specchio e forzandosi a tener ferma la testa, perché l'edificio di quella acconciatura non crollasse. - Sì, sì, ma chiudi subito l'uscio! Adesso egli verrà, e non vorrei che quella lì lo vedesse entrare... Chiudi! chiudi!

Matteo Falcone, rincasando, le trovava spesso così goffamente mascherate, immobili sotto l'incubo dell'enorme acconciatura.

- Oh mamma!

- Va' di là, va' di là! tua madre è di là! - gli rispondeva stizzita la madre mascherata. - Io non ho figli! Ventott'anni ho... Non sono maritata...

E così pure gli rispondeva la zia, per cui egli aveva anche rispetto e compatimento filiale.

- Ventott'anni... Non sono maritata!

Alla zia però sorgeva e pesava tante volte il sospetto, non fosse Matteo veramente suo figlio; poiché a quando a quando nella memoria ottenebrata le si ridestava un vago senso del dolore provato tanti e tant'anni addietro per la perdita dell'unico suo figliuolo.

- Ma come! - le dicevano le vicine. - Se lei non ha mai avuto marito?

- Sì, eppure... eppure Matteo, forse, è figlio mio, - rispondeva la vecchia sorridendo maliziosamente, con aria di mistero. - forse!

- Ma come?

La vecchia allora attirava per un braccio la vicina e le diceva all'orecchio:

- Per virtù dello Spirito Santo!

E una gran risata.

Quanto aveva contribuito, oltre alla coscienza della propria bruttezza, quel continuo spettacolo in casa, alla formazione dell'orrendo concetto che il Falcone aveva della vita e della natura?

Non arrivava a intendere la infelicità che l'anima suol crearsi o coi dubbii o con la febbre di sapere; la povertà era per lui male comportabile e riparabile; due sole vere infelicità aveva la vita, per coloro sui quali la natura esercita la sua feroce ingiustizia: la bruttezza e la vecchiaja, soggette al disprezzo e allo scherno della bellezza e della gioventù.

Non continuavano forse a vivere per servire di trastullo alle vicine la madre e la zia? E lui, perché era nato? Perché togliere la ragione e lasciare la vita a chi per la morte è già maturo?

Era invasato e rivoltato così profondamente da quest'idea, che tante volte si sentiva spinto da tutto l'essere suo a vendicare le vittime di tanta ingiustizia: sfregiare la bellezza, sottrarre la vecchiaja all'agonia della vita. E doveva in certi momenti far violenza a se stesso per resistere all'impulso del delitto, mentre che lo spirito lucidissimo glielo rappresentava già visibilmente, come se egli allora lo commettesse. Delitto? No. Riparazione!

E quante volte, distogliendosi con subitaneo sforzo da quest'invasamento delittuoso e recandosi dalla madre, come per compensarla con esagerate cure del truce proposito nutrito per un istante contro di lei, non gli avveniva di vedersi accolto dalle risa della incosciente, che gli diceva:

- Mettiti i piedi giusti!

Credeva la vecchietta ch'egli li tenesse così per capriccio o per farla ridere. E insisteva, ridendo:

- Mettiti i piedi giusti!

Allora anche lui rideva. Oh diventar pazzo di fronte alla stolidaggine della madre!

- Sì, ecco, mamma: ora me li aggiusto.

E la vecchia, guardando, rideva degli sforzi di lui, che si raddrizzava i piedi reggendosi alla parete.

Il giorno della sprezzante ripulsa di Marta, non si recò nemmeno a visitare nelle loro camere la madre e la zia, come soleva, rincasando; non desinò, non andò a letto la notte, non si tolse neanche gli abiti inzuppati di pioggia. Appena ruppe il giorno, uscì per una delle sue lunghe passeggiate, nelle quali, dopo le crisi più violente, metteva alla tortura i piedi e se stesso. Montecuccio, il più alto monte della Conca d'oro, era la mèta. Raggiunto il culmine, lanciava con tutta l'anima uno sputo in direzione della città:

- Io verme, a te vermicajo!

Vi ridiscese, quel giorno, spossato, sfinito, già quasi calmo. Era tardi: a quell'ora le lezioni al Collegio dovevano essere già terminate. Stimò tuttavia prudente recarvisi, per scusare l'assenza. In fondo, vi si recava con la speranza d'incontrare Marta per via.

E infatti la incontrò a pochi passi dal portone del Collegio. Andava lentamente, leggendo una lettera: un'altra lettera... Chi le scriveva ogni giorno? E com'era accesa in volto! Quella, senza dubbio, era una lettera d'amore!

Il Falcone n'era così certo, come se gliel'avesse strappata di mano e letta.

Era stato ben questo il primo impeto nel vederla; ma s'era trattenuto: l'aveva lasciata passare davanti a sé lentamente, per la sua strada, assorta nella dolce lettura.

«Non m'ha veduto...» fece tra sé. E andò per un'altra via, senza pensare più di scusare al Collegio la sua assenza.

 

VI

 

Entrata nel porticino di casa, Marta, prima di mettersi a salire la scala, lacerò e disperse in minutissimi pezzi la lettera veduta dal Falcone. Insieme con la lettera lacerò un biglietto d'invito a stampa; poi si passò le mani su gli occhi e su le guance infiammate, e stette un po' perplessa, come se si forzasse a rammentare qualcosa.

Si sentiva pulsare tutte le vene e, in quella momentanea indecisione, l'interno turbamento cresceva e le offuscava il cervello, quasi inebriandola. Era com'ebra, difatti, e sorrise inconsciamente col volto acceso e gli occhi sfavillanti, a piè della scala.

Che aspettava per salire?

La calma esteriore, almeno, perché la madre e la sorella non s'accorgessero di nulla!

Salì in fretta, come se sperasse di sfuggire con quella corsa al pensiero che la turbava. Avrebbe mentito in presenza della madre e della sorella, in qualunque modo, senza preparazione: non mentiva forse ogni giorno per nascondere le proprie amarezze?

Aveva distrutto la lettera; ma le parole in essa contenute, come se si fossero ricomposte dai pezzettini di carta sparpagliati, la inseguirono sù per la salita quasi turbinandole intorno al capo e ronzandole negli orecchi. Le udiva entro di sé confusamente, non con la voce di chi le aveva scritte, ma con quella che dava a loro lei, in quel momento: non dolce né carezzevole: voce di rivolta a tutto quanto le era toccato fin lì di soffrire.

Appena sola in camera, sentì maggiormente quanto fosse per lei angosciosa la continua menzogna a cui era costretta nella propria casa; e più profondo che mai sentì il distacco tra lei e la madre e la sorella. Tanto l'una che l'altra, con la schiva umiltà contegnosa, coi riguardi timorosi e l'apprensione costante di non dar mai nell'occhio alla gente, erano già rientrate in quel mondo da cui ella era stata espulsa e condannata senza remissione.

Una ruga nuova le si disegnò su la fronte a quel nuovo moto deciso dell'animo contro i suoi. Cercò d'arrestarlo, cercò d'impedire che lo scompiglio del proprio spirito s'aggruppasse in quel sentimento d'odio, che le sorgeva spontaneo e prepotente per dominare, per soffocare l'inquietudine della sua coscienza antica.

Ma perché doveva essere una vittima, lei? lei che aveva vinto? Una morta, lei che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita? Nulla, nulla... E perché soffrire, dunque, l'ingiustizia palese di tutti? Né l'ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all'innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque alla guerra patita: era perduta per sempre. L'innocenza, l'innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto.

Gregorio Alvignani era venuto. Era a Palermo: le aveva scritto, unendo alla lettera un biglietto d'invito per la conferenza che il giorno appresso avrebbe tenuto all'Università nelle ore antimeridiane. «Venga, Marta!» diceva a quel punto la lettera, ch'ella riteneva a memoria quasi parola per parola: «Venga, s'accompagni con la Direttrice del Collegio. Vedrà di che luce s'accenderanno le mie parole, sapendo che lei sarà lì ad ascoltarle.»

No, no. Come andare? Già aveva lacerato il biglietto d'invito. E poi...

Ma lo avrebbe riveduto lo stesso, il giorno dopo. Egli le scriveva che si sarebbe recato al Collegio per sentire dalle labbra di lei se vi stésse contenta. Sapeva che ella non gli avrebbe mai scritto, mai manifestato alcun desiderio; e se ne affliggeva assai nella lettera: e per questo appunto sarebbe venuto a trovarla.

Perché tremava, ora, così? Si levò in piedi e si rialzò con una mano alteramente i capelli su la fronte. Aveva il volto infocato, era irrequieta, come se un impeto di sangue nuovo le fervesse per le vene. Aprì il balcone e guardò il cielo acceso fulgidamente dal tramonto.

Rimaner fuori per sempre dalla vita? riempire d'ombra e di nebbia quel fulgore? soffocare gli affetti che già da un pezzo cominciavano a ridestarsi in lei confusamente, febbrilmente, come ansiosa aspirazione a quell'azzurro, a quel sole di primavera, a quella letizia di rondini e di fiori; le rondini che avevano nidificato in capo al balcone; i fiori che la madre aveva sparso un po' da per tutto nella casa? Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?

«Vivere! vivere!» diceva la lettera dell'Alvignani. «Ecco il grido che mi è scoppiato dal cuore tra le tante cure inutili e vane e gli intrighi e le noje e i fastidii, le tristi arti della finzione e la falsità in quel pandemonio della Capitale. Vivere! vivere! E son fuggito...»

Marta era stata come investita da quella lettera inattesa, ch'era tutta quasi un inno alla vita. Stretta all'improvviso da una voglia angosciosa di piangere, si ritrasse subito dal balcone con gli occhi pieni di lagrime e sedette, nascondendosi il volto con le mani.

 

VII

 

La lettera di Gregorio Alvignani era, come ogni altra manifestazione de' suoi sentimenti, sincera in parte.

Veramente a Roma aveva sentito ciò che nella lettera chiamava «la voce sincera della nostra natura...».

Il troppo lavoro sedentario, l'attività mentale incessante, la persistenza prolungata, ininterrotta di sforzi a cui era costretto non solo per sostenere quella vita signorile ch'era abituato a condurre, ma anche per nutrire, giustificare e imporre altrui la pronta sua ambizione ai poteri politici; non compensati dal sonno necessario, dai necessarii riposi intermittenti, lo avevano alla fine stremato, gli avevano cagionato un gran perturbamento nervoso.

E una mattina, davanti allo specchio, gli era avvenuto di notare il pallore del volto quasi disfatto, le rughe alla coda degli occhi, la piega triste delle labbra, i capelli di molto diradati, e se n'era rammaricato profondamente. Entrato poi nello studio e sedutosi davanti alla scrivania tutt'ingombra di pesanti incartamenti disposti con ordine, non aveva saputo metter mano al proseguimento d'alcun lavoro cominciato. Gli s'era imposta così, d'un tratto, la coscienza della propria incapacità d'agire, e aveva pensato che un lungo riposo gli era addirittura indispensabile.

In quei giorni, per giunta, era disgustato della guerra bassa e sleale che alcuni suoi colleghi movevano trivialmente, sia nell'aula del Parlamento, sia nei giornali, al Ministero, di cui anch'egli era oppositore. L'aggressione di quei pochi in mala fede minacciava di coinvolgere tutta l'opposizione nel disgusto, nella nausea della pubblica opinione. Aveva preveduto che la Camera si sarebbe chiusa tra breve con la proroga della sessione parlamentare. E difatti la chiusura era avvenuta pochi giorni dopo.

Divisò allora d'allontanarsi da Roma per ricostituire col riposo le forze e prepararsi così alla prossima lotta. Parlò anche lo specchio ai penosi sentimenti che lo agitavano. Era già su l'altro declivio della vita: s'era messo a discendere: temeva di precipitare; sentiva il bisogno d'aggrapparsi a qualche cosa.

Nella breve carriera parlamentare era stato molto fortunato. S'era messo subito in vista; aveva suscitato invidie e simpatie, destato serie speranze; s'era guadagnate preziose amicizie. Ottenuta così, troppo agevolmente, la vittoria, le immancabili amarezze della politica, molte disillusioni lo avevano afflitto tanto più in quanto che nessuno intorno a lui aveva intimamente gioito dei suoi trionfi, come nessuno adesso lo confortava delle amarezze. Era solo.

Fatti in fretta i preparativi della partenza, appena in viaggio, aveva provato un subitaneo sollievo quasi insperato, come se le nebbie gli si fossero a un tratto diradate attorno. Ecco il sole! ecco il verde nuovo delle campagne! E il treno volava. Bevendo a larghi sorsi l'aria mossa, sibilante, dal finestrino della vettura, aveva già gridato a se stesso, prima che a Marta: «Vivere! vivere!». E l'esaltazione era cresciuta durante tutto il viaggio. Gli era parso di vedere il mondo, la vita, quasi sotto un aspetto nuovo: senza flesso, sotto il sole, nella beatitudine immensa, azzurra e verde del cielo, del mare, della campagna.

Trovò, pochi giorni dopo l'arrivo a Palermo, la casa che in quel momento gli conveniva meglio, in una via deserta, fuori Porta Nuova: in via Cuba, lontana dal centro della città, quasi in campagna.

Era una palazzina d'un sol piano, di signorile aspetto, con un balcone in mezzo e due finestre per ciascun lato.

- Un paradiso! Non ci si può morire... - gli disse il portinajo nell'aprire il portoncino sotto il balcone.

Appena attraversato l'androne, Gregorio Alvignani, nel porre il piede sul primo dei tre scalini d'invito che mettevano in una specie di corte, larga, ammattonata, cinta di muri e scoperta, sussultò improvvisamente a una strepitosa volata di colombi, che andarono ad allinearsi in capo ai due muri di cinta, grugando.

- Quanti colombi!

- Sissignore. Sono del padrone del casino. L'ho in custodia io... Se vossignoria non li vuole, si portano via.

- No, per me, lasciateli; non mi disturbano.

- Come vuole. Vengo io a dar loro da mangiare, due volte al giorno, e a far pulizia.

E il vecchio portinajo li chiamò con un suo verso particolare e col frullo delle dita. Prima uno, poi due insieme, poi tre, poi tutti quanti scesero nella corte al noto richiamo, tubando, allungando il collo, scotendo le testine per guardare di traverso.

A sinistra, accostata al muro, esteriormente sorgeva la scala in due brevi branche molto agevoli. Questa scala a collo, in quella corte, con quei colombi, dava all'abitazione un'aria villereccia molto modesta e allegra.

- Non c'è soggezione di sorta. Vossignoria può guardare tutt'in giro. Nessun occhio ci vede qua dentro: solo Dio e le creature dell'aria, - spiegò il vecchio portinajo.

Salirono a visitare la casa internamente. Erano otto stanze ammobiliate con una certa pretensione d'eleganza. L'Alvignani ne rimase contento.

- Il signorino ha famiglia?

- No, solo.

- Ah, bene. E allora, se volesse cambiato questo letto a due, con uno piccolo... I padroni abitano qui a due passi, sul Corso Calatafimi. Se volesse mangiare in casa, fanno anche pensione. Potrà avere insomma ciò che vorrà.

- Sì, sì, c'intenderemo... - disse l'Alvignani.

- Aspetti: il terrazzo! Deve vederlo: una delizia. Le montagne, signorino mio, si possono toccare così, con le mani.

Ah sì, sì: quello era il rifugio che ci voleva per lui: lì, al cospetto dei monti, alla vista della campagna.

Due giorni dopo vi prese alloggio.

- Qua mi riposerò.

Scendendo ogni mattina in città per il Corso Calatafimi, passava davanti al Collegio Nuovo; guardava il portone, le finestre del vasto edificio; pensava che Marta era là, e si prometteva che l'avrebbe riveduta, non foss'altro, per curiosità. Ma bisognava trovar l'occasione. Pensava: «Potrei entrare, anche adesso; farmi annunziare, vederla e parlarle. No. Così all'improvviso, no. Sarà meglio prevenirla. Ella non sa neppure ch'io sia qui, tanto vicino a lei. Chi sa come la ritroverò? Forse non sarà più come prima...».

Passava oltre, lieto d'avere ancora un buon tratto di via deserta davanti a sé, prima d'entrare in città, dove avrebbe senza dubbio incontrato tanti seccatori.

Era profondamente persuaso del proprio valore, della sua importanza; ma intanto, per ora, l'aria di spigliatezza un po' petulante a cui s'abbandonava lontano da Roma e dagli affari, modificava a gli occhi altrui piacevolmente quanto d'assoluto era in quella persuasione.

Non aveva ancora ben definito come avrebbe occupato il tempo del suo soggiorno a Palermo. In ozio, no: ozio e noja erano per lui sinonimi. E l'ozio inoltre gli sarebbe riuscito molto pericoloso. Già, da quand'era arrivato, non aveva che un solo pensiero, o (come diceva) una sola curiosità: rivedere Marta.

«Comprerò qualche libro nuovo di letteratura. Leggerò. Continuerò poi, se me ne verrà voglia, i miei appunti su l'etica relativa. Basta, vedrò.»

Non voleva fermarsi a lungo sopra alcun pensiero. Il suo spirito sonnecchiava nel benessere e si ristorava.

«Non si vuol morire; sfido! Anche quando il cervello è annebbiato di pensieri, il corpo trova tanta ragione di godere: nella mitezza della stagione; in un bel bagno, d'estate; accanto a un buon foco, d'inverno; dormendo, desinando, passeggiando. Gode, e non ce lo dice. Quando parliamo noi? quando riflettiamo? Solamente quando vi siamo costretti da cause avverse; mentre poi in quelle che ci dànno diletto il nostro spirito riposa e tace. Pare così che il mondo sia soltanto pieno di mali. Un'ora breve di dolore c'impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non lascia traccia...»

Questa riflessione gli parve giustissima e originale, e sorrise di compiacimento a se stesso. Ma come trovare l'occasione, il mezzo di rivedere Marta? Per quanto cercasse di distrarsi, ritornava col pensiero sempre lì; e sempre si ritrovava intento a escogitare il modo d'ottenere quell'incontro, senza compromissione né per sé né per lei.

Usciva di casa. E camminando, pensava: «Se potessi vederla almeno per istrada, prima, senza farmi scorgere. Ma, e se poi s'accorge di me? Dal primo incontro dipenderà tutto...».

Tutto - che cosa? Gregorio Alvignani rifuggiva dal pensarlo.

«Dal primo incontro dipenderà tutto...»

L'occasione a un tratto gli s'offerse, e gli parve molto propizia. Fu invitato a tenere una conferenza sopra un soggetto di sua scelta nell'aula magna dell'Università. Quantunque non avesse con sé che pochi libri e si trovasse affatto impreparato, pure accettò, dopo essersi lasciato molto pregare. Un largo, eloquente esame della coscienza moderna lo aveva sempre tentato: aveva con sé gli appunti per uno studio iniziato e interrotto su le Trasformazioni future dell'idea morale: se ne sarebbe giovato. Dall'esame della coscienza intendeva passare all'esame delle varie manifestazioni della vita, e principalmente di quella artistica. - Arte e coscienza d'oggi - ecco il titolo della conferenza.

«Le scriverò. La inviterò ad assistere alla conferenza. Così la vedrò, l'avrò davanti a me, parlando.»

Era sicuro del buon successo che non gli era mai mancato, e lo solleticava molto il pensiero che Marta lo avrebbe riveduto lì, tra gli applausi d'un numeroso uditorio.

Tracciò lo schema della conferenza, lo meditò punto per punto, poiché avrebbe parlato e non letto; e quand'ebbe chiara la linea e intero il concetto, soddisfatto di sé, scrisse a Marta la lettera d'invito.

Il trionfo oratorio rispose quel giorno alla conferenza, come e forse più che l'Alvignani stesso non si fosse aspettato; ma non rispose Marta. Egli la cercò con gli occhi nell'ampia sala zeppa di gente; scorse la Direttrice del Collegio, sola: Marta non era venuta. E, come se non avesse inteso, dimenticò di rispondere a gli applausi con cui l'immenso uditorio lo accolse su l'entrare.

 

VIII

 

- Venga, due passi... Il mal di capo le svanirà. Vede che giornata? Due passi...

- Ha fatto male a venire...

- Perché?

- Avrei voluto avvisarla... Ma dove?

- Perché? - insistette l'Alvignani.

Era turbatissimo anche lui. Non s'aspettava di ritrovare Marta in tanto rigoglio di bellezza e così confusa e tremante davanti a lui. Non sapeva come spiegarsi la facilità con cui ella pareva si lasciasse condurre; e n'era quasi sgomento; temeva d'ingannarsi, si sforzava di dubitare e temeva di credere; temeva che un gesto, una parola, un sorriso imprudente non dovessero in un attimo rompere l'incanto.

Marta andava a capo chino, col volto in fiamme. Non avendo saputo, né quasi creduto possibile separarsi da lui su la soglia del Collegio, ed essendosi piegata all'invito di fare due passi insieme, si era messa ad andare in sù, dove il Corso diveniva man mano più solitario. Non si sarebbe certamente avviata con lui verso la città, incontro alla gente.

Usciva dal Collegio due ore prima del solito; né il marito dunque poteva essere di già alle poste, né Matteo Falcone l'avrebbe veduta. Pure tremava; le pareva che tutti dovessero accorgersi dell'imprudenza, anzi della temerità di lui e dell'estrema agitazione con cui lei lo seguiva, come trascinata veramente, come cieca. E non penetrava il senso delle parole ch'egli le diceva con voce tremante, ma le udiva. Erano parole ardenti e affollate, che le cagionavano a un tempo vergogna e sgomento, misti a un piacere indefinibile. Le diceva che da lontano aveva sempre pensato a lei...

E lei ripeté involontariamente, con aria incredula:

- Sempre...

- Sì, sempre!

Che diceva adesso? Che non gli aveva risposto? Quando? A qual lettera? Fece per alzare gli occhi a guardarlo, ma subito riabbassò il capo. Sì, era vero: non gli aveva risposto. Ma come avrebbe potuto rispondergli, allora?

Pensieri sconnessi le guizzavano intanto nel cervello; le due bambine a cui soleva dare in quel giorno la lezione particolare; l'ultima minaccia del marito nella lettera d'Anna Veronica; il mostruoso amore e la gelosia di Matteo Falcone... Ma nessuno di quei pensieri riusciva a riflettersi su la sua coscienza sconvolta, tra l'angoscia incalzante dei palpiti.

Sentiva ch'era di quell'uomo elegante, ardito, che le camminava a fianco, ch'era venuto a prendersela improvvisamente; e lo seguiva, come se avesse davvero un diritto naturale su lei, e lei il dovere di seguirlo.

Empiti di sangue le balzavano alla testa; poi un subito spossamento le aggravava le membra. Aveva perduto affatto la coscienza di sé, d'ogni cosa; e andava innanzi senza volontà, né speranza di potere più sciogliersi da quell'uomo che la avviluppava con la parola commossa.

Anche lui era preso e vinto dall'irresistibile fascino amoroso, e parlava, parlava senza saper bene ciò che dicesse, ma sentendo che ogni parola, il suono, l'espressione di essa erano in perfetta armonia, e avevano virtù spontanea d'infallibile persuasione. Né anche egli pensava più; non sapeva che una cosa sola: che era vicino a lei, che non l'avrebbe lasciata più.

L'aria s'era come infiammata intorno ai loro corpi, s'era fatta avvolgente, e vietava ogni percezione della vita circostante; gli occhi non iscorgevano più alcun oggetto, gli orecchi non accoglievano più alcun suono.

Egli era arrivato a darle del tu, come già nell'ultima lettera, in quella scoperta dal marito; ed ella questa volta lo aveva accolto quasi senza notarlo.

Da un pezzo lo stradone era divenuto solitario; la luce del sole metteva sul giallo della polvere come un fervore d'innumerevoli scintille che accecavano, e per cui pareva fervesse sotto i loro piedi anche la terra. Il cielo era d'un azzurro intenso, immacolato.

A un tratto si fermarono. Si fermò lui per primo. Marta si guardò attorno, smarrita. Dove erano? Da quanto tempo camminavano?

- Non eri mai arrivata fin quassù?

- No... mai... - rispose timidamente, continuando a guardare come se uscisse da un sogno.

- Di qua... - le disse l'Alvignani, prendendole senza alcuna pressione il polso e accennando una via traversa, alla sua sinistra.

- Dove? - chiese lei, forzandosi a guardarlo e ritirando un po' il braccio ch'egli non lasciava.

- Di qua, vieni... - insistette lui, attirandola dolcemente, con un lieve, tremulo sorriso su le labbra aride, pallido in volto.

- Ma no... io adesso... - tentò lei di schermirsi, più che mai impacciata e sgomenta, notando il fremito della mano, il sorriso nervoso, il pallore del volto e l'espressione aggressiva degli occhi di lui, intorbidati e rimpiccoliti.

- Un momento solo... di qua... Vedi, non c'è nessuno...

- Ma dove? No...

- Perché no? Vedrai la chiostra dei monti... Morreale lassù... poi le campagne tutte fiorite... e da questa parte il mare, Monte Pellegrino... e la città intera sotto i tuoi occhi. Ecco, la porta è qui. Vieni!

- No, no! - negò più recisamente Marta, guardando la porta, quasi non comprendendo ancora ch'egli abitasse lì e non trovando tuttavia la forza di liberare il polso dalla mano di lui.

Ma egli la attirò. Varcata la soglia, Marta trasse un lungo sospiro; sentì tra le mura del breve, angusto androne un momentaneo sollievo, come un fresco refrigerante.

- Guarda, guarda... - le disse Gregorio accennando i colombi che tubavano tutti insieme, ora avanzandosi impettiti come in difesa del loro campo, ora allontanandosi impauriti dalla voce di Marta che s'era chinata a chiamarli:

- Come son belli... Uh, quanti...

Gregorio la guardava così china, col desiderio irresistibile d'abbracciarla, di stringerla forte a sé e non lasciarla, non lasciarla mai più. Gli pareva d'averla sempre, sempre desiderata così, fin dal primo giorno che l'aveva veduta.

- Ora guarda: due scalini... Andremo sù al terrazzo...

- No, no, ora me ne vado... - rispose subitamente Marta, rizzandosi.

- Come! Ora che sei entrata? Sono due scalini... Devi vedere il terrazzo... Sei già qui...

Marta si lasciò novamente attirare; ma, appena posto il piede nell'interno della casa, si sentì sciolta dall'incanto che l'aveva trascinata fin lì; le s'infoscò la vista; un vertiginoso smarrimento la colse. Era perduta! E, come in un incubo, sentì l'impotenza di sottrarsi al pericolo imminente.

- Il terrazzo? Dov'è il terrazzo?

- Ecco... vi andremo... - le rispose Gregorio, prendendole una mano e premendosela sul petto. - Ma prima...

Ella gli levò in volto gli occhi pieni d'angoscia, supplicanti.

- Dov'è? - ripeté, ritraendo la mano.

Non vedeva altro scampo, ora.

Gregorio la condusse attraverso le stanze; poi salirono un'angusta scaletta di legno.

Marta lassù sentì aprirsi il cuore.

Lo spettacolo era veramente magnifico. La grande chiostra dei monti incombeva maestosa e fosca sotto il cielo fulgidissimo. Le schiene poderose si disegnavano con tagli d'ombra netti. E Morreale pareva là un candido armento pascolante a mezza costa; e, sotto, la campagna sparsa di bianche casette si stendeva oscurata dall'ombra dei monti.

- Ora di qua! - diss'egli.

Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.

Marta per un momento si obliò nella contemplazione del vasto spettacolo. Poi cercò con gli occhi il campanile del Duomo, dietro a cui sorgeva la sua casa; e subito, al pensiero della madre e della sorella che colà la aspettavano, sentì più vivo il turbamento, più acuto il rimorso, e una sfiducia profonda e disperata di sé. Trasse il fazzoletto e si nascose la faccia.

- Piangi? Perché, Marta? Perché? - le domandò egli con affettuosa premura, accostandosele. - Vieni, scendiamo... Adesso te ne andrai...

- Sì, sì... subito... - fece lei, sforzandosi di dominarsi. - Non dovevo... non dovevo venire...

- Ma perché? - ripeté Gregorio, afflitto, come ferito dalle parole di lei, ajutandola a discendere. - Perché dici così, Marta? Marta mia... Aspetta, aspetta... Così! non piangere... rasséttati...

E asciugandole gli occhi, la carezzava, tutto tremante.

- No... no... - cercava di schermirsi Marta, abbandonata di forze.

Quand'egli la abbracciò, ella ebbe un fremito per tutte le membra, un singulto, come uno schianto, di chi cede senza concedere.

 

 

Indice dell'opera progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011