Luigi Pirandello

L'esclusa

1908

 

 

 

IV

 

Maria aveva ceduto a Marta la cameretta, in cui questa soleva dormire da ragazza. Nulla era mutato in essa, nulla di suo vi aveva messo Maria.

Era ancora lì quel caro armadietto dalle antiche pitture villerecce su gli sportelli, alle quali la pàtina veramente aveva più aggiunto che tolto. Era ancora lì il tavolinetto da lavoro della nonna dall'impiallacciatura arsa e scoppiata da tanto tempo, da quella sera, in cui ella vi aveva lasciato cader sù il lume e per poco la fiamma non le si era appresa alle gonnelle. Ecco lì ancora, accanto al lettuccio d'ottone, l'acquasantiera di vetro e, sotto, la rametta di palma col nastro roseo, ora sbiadito.

C'era acqua santa in quella piletta? Oh, certo sì: Maria era tanto divota!

E al capezzale l'Ecce homo d'avorio, riparato da una lastra concava dentro la cornice ovale, nera; l'Ecce homo che una volta aveva chinato in segno d'assentimento il capo incoronato di spine a lei e a Maria accorse una dopo l'altra a supplicarlo per la madre colta da improvviso malore.

Marta non era mai stata superstiziosa; pure quel segno non le era uscito mai più dalla memoria, con lo strano sgomento nel sapere dalla sorella, alquanto tempo dopo, che anche a lei era parso di vedere l'Ecce homo chinare il capo in segno di assentimento.

Allucinazioni, certo! Ma, tuttavia, perché non osava adesso alzar gli occhi a guardare quell'immagine sacra al capezzale?

Non era davvero innocente? Aveva forse amato l'Alvignani? Ma via! Non le pareva neanche ammissibile che qualcuno potesse crederci sul serio. Tutto il suo torto consisteva nel non aver saputo respingere, come doveva, quelle lettere dell'Alvignani. Le aveva respinte, ma da inesperta, rispondendo... A ogni modo, non si sentiva in nulla, per nulla colpevole verso il marito.

Della furtiva corrispondenza epistolare aveva letto con interesse solo quella parte che si riferiva al caso di coscienza tanto grave, quanto ingenuamente da lei esposto all'Alvignani in risposta alle prime lettere di lui troppo filosofiche, per disgrazia, nella loro composta sentimentalità.

Delle frasi d'amore non s'era curata, o ne aveva riso, come di superfluità galanti e innocue. S'era insomma impegnata tra loro due una polemica puramente sentimentale e quasi letteraria, la quale era durata così circa tre mesi, e di cui forse, sì, si era un po' compiaciuta, nell'ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito. Curando la forma, scegliendo le frasi come per un componimento scolastico, era orgogliosa di fronte a se stessa di quel segreto duello intellettuale con un uomo quale l'Alvignani, avvocato di grido, lodato, ammirato, corteggiato da tutta la città, che si preparava a eleggerlo deputato.

L'irrompere del marito nella camera, mentr'ella leggeva la lettera, nella quale per la prima volta l'Alvignani s'era arrischiato a darle del tu, la scena violenta che n'era seguita, l'aveva stupita e spaventata tanto più, in quanto che si sentiva, leggendola, affatto calma e indifferente. Innocente, diceva lei.

A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitar facilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all'improvviso, turbarsene; se prevenuta della propria bellezza, compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell'istante di turbamento o di compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscitato, immaginando in uno sprazzo fuggevole un'altra vita, un altro amore... Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei proprii doveri; e tutto finiva lì... Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un'anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, e ritorna l'ombra uggiosa o la calma luce consueta.

Senza volerlo, senza sapere precisamente in qual modo, si era trovata presa, avviluppata in un intrico.

Dalla paurosa sorpresa nel vedersi buttare dall'Alvignani la prima lettera e dalla incertezza tormentosa sul partito da prendere per impedire che colui seguitasse, non sapeva più come, ella - onesta, onesta, figlia di gente onesta - ecco qua, era potuta man mano arrivare fino a quel punto, senza alcun sospetto. Ah, quante imprudenze aveva commesso quell'uomo avanti che le buttasse la prima lettera e dopo! Ora le notava; ora se ne sentiva offesa. Quelle tendine delle finestre dirimpetto non avevano requie: sollevate da una parte o dall'altra, poi d'un tratto abbassate; e certe subitanee scomparse dalla finestra, e certi segni del capo e delle mani... E aveva potuto ridere, allora, ridere di quell'uomo già maturo, rispettabile, che si rendeva davanti a lei così ridicolo, imbambolito... Ma a qual mezzo avrebbe dovuto appigliarsi per fare che colui smettesse dal tormentarla? Compromettere il padre? il marito? N'era esasperata, avvilita; e pur non di meno gli occhi le andavano sempre lì, alle finestre dirimpetto, involontariamente, quasi per forza di legamento, lì... Usciva sovente, per sottrarsi a quella tentazione puerile; si recava per intere giornate alla casa paterna; e qua costringeva Maria a sonare, a sonar sempre la stessa cosa, una vecchia e mesta barcarola.

- Marta, ebbene?

E lei, sprofondata sul divano, rispondeva con voce flebile e gli occhi invagati:

- Sono lontano... lontano...

Maria rideva, e a Marta risonavano ora negli orecchi le risate schiette della sorella. E seguitava a ricordare, a rivedere col pensiero. Nel salotto entrava la madre, che le domandava del marito.

- Al solito... - le rispondeva lei.

- Sei contenta?

- Sì.

E mentiva. Non che avesse da ridire su la condotta di lui; ma ecco, le rimaneva in fondo all'anima un sentimento ostile, non ben definito; e non da ora: fin dal primo giorno della promessa di matrimonio, allor che a lei, ragazza di sedici anni appena, tolta dal collegio, agli studii seguiti con tanto fervore, Rocco Pentàgora era stato presentato come promesso sposo. Era un sentimento di vaga oppressione ricacciato dentro e soffocato dalle savie riflessioni dei genitori, che nel Pentàgora avevano veduto un partito conveniente, un buon giovine, ricco... Sì, sì; e lei aveva ripetuto come sue queste savie considerazioni della madre e del padre alle compagne di collegio dalle quali aveva voluto prendere commiato; come se da bambina tutt'a un tratto fosse diventata vecchia, provata e sperimentata nel mondo.

Qua e là le pareti della cameretta serbavano tuttavia alcune date scritte da lei: ricordi, certo, di antichi trionfi di scuola o d'ingenue feste tra amiche o di famiglia. E su quelle pareti e su tutti quegli oggetti umili semplici e cari pareva che il tempo si fosse addormentato e che ogni cosa là dentro serbasse l'odore del suo respiro. E Marta col pensiero rifrugava nella sua vita di fanciulla.

Quante volte non aveva udito, standosene con gli occhi intenti e lo spirito vagante, quel crepitìo delle prime piogge su i vetri delle finestre; quante volte non aveva veduto quella luce scialba, malinconica, nella cameretta raccolta, con la sensazione dolce nell'anima dei prossimi freddi, al declinare dell'autunno nuvoloso, dei brividori che fan le notti invernali, innanzi al mattutino?

Maria guardava la sorella, stupita di quella calma, e quasi non credeva agli occhi suoi, offesa nel cuore dall'indifferenza con cui Marta pareva si fosse ora acchetata alla sciagura, come se la tempesta non le fosse passata or ora sul capo. «Eppure non ignora» pensava Maria, «in quale stato s'è ridotto il babbo per causa sua!». E quasi piangeva dalla pena di non veder la sorella come avrebbe voluto, umile cioè, desolata, vinta nel suo cordoglio e inconsolabile, come nei primi giorni dopo il ritorno in casa.

Marta infatti non piangeva più. Dopo aver confessato tutto alla madre, tutto, fin nei minimi particolari, nei più intimi e segreti sentimenti, aveva sperato che il padre almeno, se non più il marito, le rendesse giustizia, e si rimovesse da quel proposito di non uscire più di casa, ch'era per lei, di fronte a tutto il paese, una condanna anche più grave di quella che il marito con sì poca ragione aveva voluto infliggerle, scacciandola dal tetto coniugale.

Così egli, suo padre, confermava l'accusa del marito e la infamava irrimediabilmente. Come non lo intendeva?

Aveva domandato con ansia alla madre se avesse riferito al padre la confessione, e la madre le aveva detto di sì.

Ebbene? Irremovibile?

Da quel momento, non aveva più versato una lagrima. Si era sentita tutta rimescolare, e la rabbia raffrenata s'era irrigidita in lei in un disprezzo freddo, in quella maschera d'indifferenza dispettosa di fronte all'afflizione della madre e della sorella, le quali, anziché condannare il padre per la sua cieca, testarda ingiustizia, si mostravano costernate per lui, per il male che certo gliene sarebbe venuto alla salute, come se n'avesse colpa lei.

E ora Marta domandava apposta a Maria notizie di qualche amica che prima veniva a visitare la madre; e, poiché Maria rispondeva impacciata, ella, sorridendo stranamente, esclamava:

- Adesso, si sa, nessuno vorrà più venire in casa nostra...

Tutto, dunque, doveva finire così? Si doveva rimanere come in prigione, in quell'afa, in quel bujo, in quel lutto, quasi che il mondo fosse crollato?

La famiglia s'era ritirata nelle stanze più remote da quella ove Francesco Ajala se ne stava rinchiuso. Nessuna voce, nessun rumore giungevano agli orecchi di lui, che, seduto su la poltrona a piè del letto, guardava la soglia illuminata sotto l'uscio nero, spiava il lieve, cauto scalpiccìo su l'assito della stanza attigua e si sforzava d'indovinare chi vi passasse in punta di piedi. Non lei, certo: era Agata... era Maria... era la serva...

- La concerìa, - volle un giorno rammentargli la moglie. - Vuoi che proprio tutto si perda così?

- Tutto! tutto! - le rispose egli. - Morremo di fame.

- E Maria? Non è figlia tua anche lei? Che colpa ha la povera Maria?

- E io? - gridò l'Ajala, levandosi torbido davanti alla moglie. - Che colpa avevo io? Tu l'hai voluto!

Si frenò, sedette di nuovo; poi riprese con voce cupa:

- Fa' che venga da me tuo nipote, Paolo Sistri. Affiderò a lui la direzione della conceria. Non c'è più da aver superbia, ora. Voleva Marta in moglie? Se la pigli! Ormai può essere di tutti.

- Oh Francesco!

- Basta così! Manda a chiamare Paolo. Andate via!

Da questo Paolo Sistri, figliuolo d'una sorella defunta della signora Agata, ebbero le tre donne notizia delle prodezze di Rocco Pentàgora, ch'era partito veramente, il giorno dopo lo scandalo, in cerca dell'Alvignani, col professor Blandino e col Madden. A Palermo, Gregorio Alvignani non aveva voluto dapprima accettare la sfida; era anzi riuscito a persuadere il Blandino d'indurre il Pentàgora a ritirarla; ma allora questi lo aveva pubblicamente investito per costringerlo a battersi con lui. E s'era fatto il duello e Rocco aveva riportato una lunga ferita alla guancia sinistra. Ora, da tre giorni, era ritornato in paese in compagnia d'una donnaccia venduta; se l'era portata nella casa maritale, l'aveva costretta a indossare le vesti di Marta e, sollevando l'indignazione di tutto il paese, si offriva spettacolo alla gente, conducendosela a passeggio, in carrozza, così parata.

Ebbene, dopo tali notizie, non riconosceva ancora il padre l'indegnità di quel vile? non si vergognava di sottostare alla condanna infame di colui?

Marta fremeva di sdegno e di rabbia, faceva un continuo violento sforzo su se stessa per contenersi di fronte alla madre e alla sorella, che si mostravano sempre più afflitte e abbattute.

- Piangi, Maria, ma perché? - domandò una mattina, con fare derisorio alla sorella che entrava nella sua cameretta con gli occhi rossi.

- Il babbo... lo sai! - rispose Maria, a stento.

- Eh, - sospirò Marta. - Che vuoi farci? Forse si riposa. Non fa male a nessuno...

Era senza corpetto, davanti allo specchio, in piedi: trasse dal capo le forcinelle di tartaruga, e il nero volume dei capelli le cascò fragrante su le spalle, su le braccia nude. Rovesciò indietro il capo e scosse così più volte la bella chioma pesante; poi sedette, e l'omero tondo, candidissimo, levigato, le emerse tra i capelli che s'erano partiti tra il seno e le terga. Su l'omero, il neo di viola, venuto sù con gli anni lentamente, come una stella, dalla scapola, dove prima Maria lo aveva scoperto, quando ancora entrambe dormivano insieme.

- Su, pèttinami, Maria.


Parte 1

V

Lungo lungo, sparuto, dalle gambe sperticate, dal volto sbiancato, pinticchiato di lentiggini, con ciuffetti di peli rossi su le gote e sul mento, Paolo Sistri veniva ora ogni sera a sottomettere all'approvazione dello zio Ajala il rapporto giornaliero dei lavori della concerìa.

Dopo circa mezz'ora usciva abbattuto e sbalordito dalla stanza del rinchiuso, e alla zia Agata e a Maria che lo aspettavano ansiose rispondeva ogni volta, piegando da un lato la testa:

- Ha detto che va bene.

Ma dell'approvazione pareva non fosse né convinto né soddisfatto, come in sospetto che lo zio lo lodasse per beffa. Si abbandonava su una seggiola, tirava dentro quanto più aria poteva e la soffiava pian piano per le nari, tentennando il capo.

Ormai, sotto l'imbrigliatura d'uomo d'affari, aveva rinunziato a ogni velleità amorosa. Nei primi giorni si mostrò impacciatissimo della presenza di Marta; poi, man mano, si rinfrancò un poco; parlando, però, si rivolgeva piuttosto a Maria o alla zia Agata. Narrava con garbuglio opprimente di parole tutte le peripezie della giornata, e si ripiegava in tutti i versi su la seggiola e girava gli occhi di qua e di là e sudava e inghiottiva. Ogni periodo di quel suo discorso avviluppato restava in aria o sfumava a un tratto in una esclamazione; se però qualcuno, per disgrazia, gli riusciva alla fine senza impuntature, lo ripeteva tre e quattro volte, prima di rimettersi alla fatica di figliarne un altro.

La zia mostrava d'ascoltarlo con attenzione, assentiva col capo quasi a ogni parola e spesso, alla fine, sapendo ch'egli ormai non aveva più nessuno in casa, lo invitava a rimanere a cena.

Paolo accettava quasi sempre. Ma erano ben tristi quelle cene in silenzio, interrotte dall'invio del cibo alla stanza del rinchiuso, gelate dall'aspetto di Maria, che ne ritornava ogni volta più oppressa.

Marta osservava ogni cosa con una strana espressione negli occhi, ora quasi derisoria, ora sdegnosa. Quel dolore impresso negli altri non era un raffaccio a lei della presunta sua colpa? Spesso si alzava, abbandonava la tavola, senza dir nulla.

- Marta!

Non rispondeva: andava a chiudersi nella sua cameretta. Maria allora, dietro l'uscio, la pregava d'aprire, di ritornare a cena. Ascoltava con un misto di dolore e di godimento quelle preghiere insistenti della sorella, e non apriva, né rispondeva; poi, appena Maria, stanca di pregare inutilmente, andava via, si stizziva contro se stessa di non aver ceduto e si metteva a piangere. Ma subito il rimorso si cangiava in odio contro il marito. Ah, in quella rabbia di cuore, in quel momento, se avesse potuto averlo fra le mani! E se le torceva, le mani, piangendo, smaniando. E il frutto di quell'uomo, intanto, maturava in grembo a lei... Sarebbe stata madre, tra poco! Il suo stato le faceva orrore; si dibatteva, cadeva in convulsione; e quelle crisi violente la lasciavano disfatta.

Talvolta Paolo Sistri rimaneva un po', dopo cena, a tener compagnia. Sparecchiata la mensa, si rinfocolava timidamente, intorno a quella tavola, sotto la lampada, un po' di vita familiare. Ma la voce usciva dolente da quelle labbra, quasi paurosa del silenzio imposto alla casa dalla sciagura. Di tratto in tratto Maria si recava in punta di piedi a origliare dietro l'uscio del padre.

- Dorme, - rispondeva, rientrando, alla madre che la guardava in attesa.

E la madre chiudeva gli occhi sul suo cordoglio e sospirava, rimettendosi al lavoro: al corredino per il nascituro.

Bisognava far presto; poiché nessuno, finora, ci aveva pensato, a quel lavoro per il povero innocente che sarebbe venuto al mondo in quelle condizioni. Ci aveva pensato, da lontano, un'amica d'altri tempi, con la quale la signora Agata, per ordine del marito, aveva rotto ogni relazione.

Si chiamava Anna Veronica, quest'amica. Quando la signora Agata l'aveva conosciuta la prima volta, ella viveva insieme con la madre, al cui mantenimento era orgogliosa di provvedere, insegnando nelle scuole elementari. Molti giovani in quel tempo s'erano messi a corteggiarla, sperando di trarre in inganno l'appassionata natura di lei; ma Anna, che veramente si consumava dentro nell'attesa d'un uomo a cui avrebbe consacrato il più ardente e devoto amore, s'era saputa sempre difendere. Qualche mazzolino di fiori, lo scambio di qualche letterina, discorsi e sogni, fors'anche qualche bacio carpito: e basta poi.

Pure nell'insidia era caduta una volta, poco dopo la morte della madre, e vi era stata vilmente trascinata dal fratello d'una tra le sue più ricche amiche, in casa delle quali soleva spesso recarsi dopo le interminabili ore di scuola, sempre ben accetta, poiché ella le ajutava nei loro lavori di cucito, le rallegrava con le sue barzellette argute e pronte, e spesso rimaneva da loro a desinare e talvolta anche a dormire.

Quella prima caduta era stata tenuta nascosta con interessata prudenza dai parenti del giovine, così che nulla di preciso n'era trapelato in paese. Anna aveva pianto segretamente la propria giovinezza sfiorita, l'avvenire spezzato, e aveva per qualche tempo sperato nel ravvedimento del giovine. Molte delle amiche, ignare o generose, le avevano conservato la loro amicizia, e fra queste Agata Ajala, allora da poco maritata.

Dopo alcuni anni, però, Anna Veronica s'era imbattuta per disgrazia in un altro giovine, malato, malinconico, il quale era venuto ad abitare vicino a lei, in tre stanzette umili e ariose, con un terrazzino pieno di fiori. Costui l'aveva chiesta in moglie; ma Anna, onestamente, aveva voluto confessargli tutto; poi non aveva saputo, né forse potuto negargli quella stessa prova d'amore già concessa a un altro. Ma questa volta, dopo la disdetta e l'abbandono, era sopravvenuto lo scandalo, perché Anna s'era incinta del seduttore sentimentale, partito all'improvviso dal paese. Il bimbo, per fortuna, era morto appena nato; Anna, destituita da maestra, aveva per carità ottenuto una misera pensioncina, mercé la quale aveva potuto vivucchiare nella solitudine e nell'ignominia, in cui quel malinconico miserabile l'aveva gettata, e s'era rivolta a Dio per perdono.

La signora Agata vedeva spesso in chiesa Anna Veronica, ma fingeva di non accorgersene; Anna intendeva e non se n'aveva per male: levava gli occhi in alto, e in essi e sulle labbra le ferveva più viva la preghiera, preghiera nutrita ormai d'amore per tutti, per gli amici e per i nemici, come se toccasse a lei dare prima esempio di perdono.

Avvenuto lo scandalo di Marta, Anna Veronica aveva guardato con altri occhi la signora Agata, le domeniche, a messa. Sapeva che Marta era incinta; e un giorno, uscendo dalla chiesa, s'era accostata umilmente all'amica che pregava ancora e, deponendole in fretta un involtino in grembo, le aveva detto:

- Questo per Marta.

La signora Agata aveva voluto richiamarla; ma Anna s'era voltata appena a salutarla con la mano ed era scappata via. Nell'involtino la signora Agata aveva trovato alcune trine intrecciate all'uncinetto, tre bavaglini ricamati, due cuffiette. N'era rimasta intenerita fino alle lagrime.

Delle molte amiche ch'ella contava, nessuna dopo lo scandalo era rimasta fedele; ma, ecco, in cambio, quest'antica amicizia ora si riannodava quasi furtivamente. Difatti, la domenica appresso, aveva riveduto Anna Veronica in chiesa, le si era seduta accanto e, dopo messa, avevano parlato a lungo, commovendosi ai ricordi della loro antica amicizia e alle vicende e ai tristissimi casi occorsi ad ambedue.

E ora che Francesco Ajala se ne stava sempre rinchiuso, non poteva Anna Veronica venire di nascosto a tener compagnia, ad ajutare come un tempo l'amica nei suoi lavori di cucito?

Poteva, sì. Ed ecco, Anna Veronica attraversava in punta di piedi la stanza attigua a quella del rinchiuso; si liberava del lungo scialle nero da penitente; e sorridendo a Marta e a Maria con due diversi sorrisi:

- Eccomi qua, figliuole mie, - diceva sottovoce. - Che c'è da fare?

Marta assisteva la sera a quel lavoro amoroso della madre e dell'amica; e spesso, fissando quelle fasce, quelle camicine, quei corpettini, quelle cuffiette nel canestro, gli occhi le s'infoscavano o le si riempivano di lagrime silenziose.

Intanto Paolo a bassa voce si sforzava di fare intendere a Maria il congegno della concerìa: la macina ritta per schiacciare le bucce di mortella o di sommacco, le trosce per l'addobbo dei cuoj, il mortajo... - o le rifaceva la cronaca del paese. Si era sossopra per le imminenti elezioni politiche. Gregorio Alvignani aveva posato la candidatura. I Pentàgora spendevano un banco di denari per combatterlo. Manifesti, galoppini, comizii, giornaletti d'occasione... Lui, Paolo, non sapeva da qual parte tenere, come regolarsi; per non essere coi Pentàgora, non voleva parteggiare per l'avversario dell'Alvignani; a questo intanto non avrebbe mai dato il suo voto; per l'autorità che gli veniva dalla direzione della concerìa, in cui lavoravano più di sessanta operai, non gli pareva ben fatto appartarsi dalla lotta.

La povera Maria fingeva di prestar ascolto, per non dargli dispiacere; e quel supplizio durava per lei una e due ore, spesso.

- Vuoi scommettere, - le disse Marta sorridendo, una sera, prima d'andare a letto, - che Paolo è innamorato di te?

- Marta! - esclamò Maria, arrossendo fin nel bianco degli occhi. - Come puoi pensare a codeste cose?

Marta scoppiò in una stridula risata:

- Che vuoi? Non lo sai? Sono una donna perduta, io!

- Marta! oh Marta mia, per carità! - gemette Maria, nascondendosi il volto con le mani.

Marta allora le afferrò le braccia, e, scotendola con violenza, le gridò, accesa d'ira:

- Volete farmi impazzire con codesta tragedia che mi rappresentate attorno? L'avete giurato? Volete farmi andar via? Ditelo una buona volta! Me n'andrò, me ne vado subito via, ora stesso... Lasciami, lasciami...

Si lanciò verso l'uscio, trattenuta da Maria. Accorse la madre.

- Zitta, Marta, per carità! Piano... Sei pazza? Dove vuoi andare?

- Giù! Per istrada, a gridar giustizia... Pazza, sì, pazza!

- Non gridar così... Tuo padre ti sentirà!

- Tanto meglio! Mi senta! Perché se ne sta lì rinchiuso? Non per nulla s'è chiuso al bujo: così, come un cieco, mi condanna... Non voglio, non voglio più stare con voi... Così sarete contenti e felici...

Il pianto a un tratto la vinse; si dibatté fino a tarda notte in una tremenda convulsione di nervi, vegliata dalla madre e dalla sorella.


Parte 1

VI

Col capo abbandonato su la spalliera dell'ampia poltrona, le belle mani diafane su i bracciuoli, in un'atonìa invincibile, Marta ora si affisava a lungo su qualche mobile della camera; e le pareva che soltanto adesso le si chiarisse, ma stranamente, il significato dei singoli oggetti, e li esaminava, ne concepiva quasi l'esistenza astraendoli dalle relazioni tra essi e lei. Poi gli occhi le si fermavano di nuovo su la madre, su Maria, su Anna Veronica, che lavoravano in silenzio davanti a lei; abbassava le pàlpebre; traeva un lungo sospiro di stanchezza.

Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.

Finalmente una mattina, poco prima di mezzogiorno, le sopravvennero le doglie.

Gelata, con la fronte molle di sudore, si agitava per la camera, non trovava più luogo da schermire lo spasimo; e intanto guardava con terrore la vecchia levatrice e un'altra donna assistente che preparavano il letto. Un fremito di stizza la scoteva tutta a ogni sennato, placido consiglio ch'esse le rivolgevano.

Nella stanzetta accanto, un giovane medico, alto, pallido, biondiccio, chiamato per consiglio della levatrice molto impensierita per lo stato della partoriente, di nascosto disponeva e apparecchiava con minuziosa cura, su un tavolino, fasce, compresse, fiaschi, tubi elastici, strumenti di strana foggia. E ogni volta, posando con studiata disposizione l'oggetto preparato, pareva dicesse: «E questo è fatto!». A quando a quando tendeva l'orecchio e sorrideva tra sé per qualche lamento della partoriente.

- Mamma, muojo! - nicchiava Marta, agitando continuamente, regolarmente la testa da un lato all'altro. - Mamma, muojo! Ah, mamma! ah, mamma!

E stringeva forte un braccio della madre che la sorreggeva guardandola con infinita pietà tra le lagrime che le rigavano il volto, dilaniata dai gemiti sordi o acuti, dal mugolìo continuo della figlia: lì, addossate tutt'e due a un angolo della camera, come se lì soltanto ella potesse soffrir meno.

Maria s'era ritirata con Anna Veronica in una stanza lontana, prossima a quella del padre, e Anna a bassa voce procurava di calmar l'ansia e l'impazienza di lei.

- Quando il bambinello verrà con la sua manina a battere a quell'uscio, chiamando nonno! nonno! con l'odore del latte nella vocina, ah, voglio vedere se non aprirà! Aprirà... E allora, figliuola mia, io non potrò più venire da voi, è vero; ma non importa! Io prego ogni sera il mio Gesù che vi faccia questa grazia.

Improvvisamente, barcollando, urlando, con le braccia levate, furibonda dagli spasimi e dalla paura, irruppe in quella stanza Marta, discinta, scarmigliata, inseguita dalla madre e dalle donne assistenti. Maria, Anna Veronica si levarono spaventate e le corsero dietro anch'esse. Marta andò a urtare contro l'uscio del padre e, battendovi con la testa e con le mani, chiamava, supplicava:

- Babbo! Apri, babbo! Non mi far morire così! Apri, babbo! Muojo, perdonami!

Le donne, piangendo, gridando, cercavano di strapparla di là. Il medico la prese per le braccia.

- Codeste sono pazzie, signora! Via, via: il babbo verrà; si lasci condurre...

Le donne la circondarono, la tolsero quasi di peso, la trascinarono nella camera del travaglio.

Quivi la adagiarono sfinita su i guanciali.

Poco dopo, Maria, ch'era ritornata a origliare all'uscio del padre, entrò nella camera della sorella, con faccia stravolta, tutta tremante, a chiamare la madre; la condusse all'uscio del rinchiuso e, tendendo di nuovo l'orecchio, le disse:

- Senti? senti? Mamma, senti?

Veniva dalla stanza, attraverso l'uscio, un romor sordo, continuo, come un ruglio di cane aizzato.

- Francesco! - chiamò forte la signora Ajala.

- Babbo! - chiamò Maria, lì lì per piangere.

Nessuna risposta. La madre afferrò con mano convulsa la gruccia dell'uscio e spinse e scosse: invano. Attese: il rantolo continuava, crescente come in un ringhio.

- Francesco! - chiamò di nuovo.

- Mamma! oh mamma! - fece Maria, presaga, torcendosi le mani.

La signora Ajala diede allora una spallata all'uscio resistente; una seconda; alla terza l'uscio cedette.

Nella camera al bujo giaceva Francesco Ajala, bocconi sul pavimento, con un braccio proteso, l'altro storto sotto il petto.

Al grido acutissimo della madre e di Maria rispose dalla camera della partoriente come un ùlulo lungo, ferino. Accorse Anna Veronica, accorse il medico; si spalancarono le imposte; e il corpo inerte, fulminato di Francesco Ajala fu deposto con inutile cautela sul letto e messo quasi a sedere, sorretto da guanciali.

- Non gridino, per carità, non gridino! - scongiurò il medico. - O ne perderanno due!

- Dunque è perduto? - gridò la signora Ajala.

Il medico fece un gesto disperato, e prima di accorrere alla camera della partoriente ordinò alla serva di recarsi per un altro medico, subito, alla prossima farmacia.

Maria, piangendo, asciugava con un fazzoletto su la faccia congestionata del padre il sangue che gli usciva da una lieve ferita alla fronte. Ah se questo solo fosse stato il male! Pure ella metteva tutta l'attenzione, tutto il suo amore, nell'arrestare quelle poche gocce di sangue, come se da questo soltanto dipendesse la salvezza del padre. La madre pareva impazzita: voleva a ogni costo che il marito parlasse, e l'abbracciava e gli stringeva le mani diacce, già morte. Francesco Ajala, terreo in volto, continuava a rantolare sordamente, con la bocca spalancata e gli occhi chiusi.

Accorse l'altro medico, ch'era un omacciotto calvo, bircio d'un occhio.

- Largo! che c'è? Mi lascino vedere... Eh! - fece, con voce oppressa da intasamento nasale, percotendosi le anche. - Povero signor Francesco! Ghiaccio, ghiaccio... Qui, alla farmacia dirimpetto, carte senapate, una vescica... Chi va? chi corre? Si levino d'attorno al letto... aria! aria! Povero signor Francesco...

Giunse attraverso gli usci chiusi un grido prolungato, quasi di rabbia furibonda. Il medico si volse di scatto; tutti per un attimo si distrassero e attesero.

- Povera figlia mia! - poté finalmente gemere la signora Agata, rompendo in singhiozzi.

Allora le altre donne piansero e gridarono insieme. Il medico si guardò intorno smarrito, sbalordito, si grattò con un dito il cranio, poi sedette e si mise a far rincorrere i due pollici delle mani intrecciate sul ventre.

Una lagrima solcò lentamente il volto del moribondo e si arrestò ai folti baffi grigi.

Ogni rimedio fu vano.

L'agonia durò fino a sera. Solo quel rantolo continuo, monotono, attestava un ultimo resto di vita in quel corpo gigantesco, ripiegato quasi a sedere sul letto.

Sul tardi, la signora Agata pensò a Marta, e si recò alla camera di lei. Fu colpita, nell'aprir l'uscio, dall'odore dell'ammoniaca e dell'aceto. Il parto era dunque avvenuto?

Marta giaceva immobile, cerea su i guanciali, e pareva esanime. La donna assistente reggeva, china su la puerpera, una compressa, e il medico, pallidissimo, sbracciato, buttava fiocchi di ovatta insanguinata in un catino per terra.

- Di là, - diss'egli alla madre, accennando l'uscio della stanza attigua.

La signora Agata, in silenzio, prima d'entrare nell'altra stanza come un automa, guardò la figlia.

- Morto... - bisbigliò questa, come a se stessa, con voce vuota d'espressione, quasi non le fosse venuta da più lontano che dalle labbra.

La levatrice mostrò di là alla madre, un mostricciattolo quasi informe, tra la bambagia, livido, odorante di musco.

- Morto...

Dalla via sottostante giunse il suono stridulo d'un campanello e un coro nasale, quasi infantile, di donne in frettolosa processione:

Oggi e sempre sia lodato

nostro Dio sagramentato...

Il Viatico! - disse la vecchia levatrice, inginocchiandosi, col morticino tra le braccia, in mezzo alla stanza.

La signora Agata uscì in fretta, accorse alla sala d'ingresso, mentre già entrava il prete parato, con la pisside in mano, e un uomo che gli veniva dietro, con gli occhi quasi spiritati di paura, chiudeva il baldacchino. Il sagrestano con un tabernacoletto tra le braccia seguì il prete nella camera del moribondo. Le donne e i fanciulli che accompagnavano il Viatico s'inginocchiarono nella saletta, parlottando tra loro.

Francesco Ajala non intese, non comprese nulla; ricevette soltanto l'estrema unzione e, presente ancora il prete, spirò.

Appena giù per la strada, il suono stridulo del campanello e il rosario delle donne si confusero con le grida clamorose e gli applausi d'una folla di schiamazzatori, i quali, con una bandiera in testa, esaltavano la proclamazione di Gregorio Alvignani a deputato.

 

VII

 

Dopo il parto, Marta stette circa tre mesi tra la vita e la morte.

Provvidenza divina, questa malattia, diceva Anna Veronica. Sì, perché, altrimenti, le due povere superstiti, la vedova e l'orfana, sarebbero certo impazzite. Invece, nella lotta disperata contro quel male che sembrava invincibile, le loro labbra, che pareva non avessero dovuto mai più sorridere, sorrisero due mesi appena dopo la morte quasi violenta del capo di casa, ai primi accenni della convalescenza di Marta.

Instancabile, Anna Veronica, dopo tante veglie, recava adesso ogni mattina alla convalescente piccole immagini odorose di santi, contornate di carta trapunta, punteggiate d'oro, con nimbi d'oro.

- Qua, - diceva, - dentro la busta, sotto il guanciale: ti guariranno: sono benedette.

E mostrandole i due santi patroni del paese, San Cosimo e San Damiano, con le tuniche fino ai piedi, la corona in capo e le palme del martirio in mano; i due santi miracolosi, di cui presto sarebbe ricorsa la festa popolare, e ai quali ella aveva promesso un'offerta per la guarigione di Marta:

- Questi, - soggiungeva, - valgono più del tuo medico spelato, con un occhio a Cristo e l'altro a San Giovanni.

E contraffaceva il medico e la voce di lui oppressa dal perenne intasamento nasale: - «soffro di litiasi, signora mia!» - Che sarebbe? - «Mal di pietra, signora mia, mal di pietra!».

Marta sorrideva dal letto pallidamente, seguendo con gli occhi i versi di Anna Veronica, e anche Maria e la madre sorridevano.

La sera, prima di tornarsene a casa, Anna recitava il rosario con la signora Agata e con Maria, nella camera di Marta.

La malata ascoltava il borbottìo della preghiera nella camera debolmente rischiarata da un lume guarnito d'una ventola di mantino verde; guardava le tre donne inginocchiate, curve sulle seggiole, e spesso, alla litanìa, rispondeva anche lei alle invocazioni di Anna Veronica:

- Ora pro nobis.

Quel senso di serenità, fresca, dolce e lieve, che suol dare la convalescenza, le si turbava al sopravvenire della sera. Le pareva che quel lume riparato dal mantino verde fosse poco, troppo poco contro l'ombra che invadeva la casa; e un'ambascia cupa, un'oscura costernazione, un'impressione di vuoto, di sgomento sentiva venirsi dalle altre stanze, in cui spingeva trepidante, dal letto, il pensiero: subito ne lo ritraeva, affisando di nuovo gli occhi al lume, per sentirne il conforto familiare. In quell'ombra, in quel bujo delle altre stanze, il padre era scomparso. Di là egli, ormai, non c'era più. Nessuno più, di là... L'ombra. Il bujo. Che incubo, è vero, era egli stato per lei! Ma a qual prezzo, ora, se n'era liberata... La cupa ambascia, l'oscura costernazione, il senso di vuoto, di sgomento, non le venivano piuttosto dal pensiero di lui?

- Ora pro nobis.

Spesso si addormentava con la preghiera su le labbra. La madre le giaceva a fianco, su lo stesso letto; ma stentava tanto, ogni sera, a prender sonno, non solo per il ricordo vivo e straziante del marito, ma anche per la preoccupazione assidua in cui la teneva il nipote, Paolo Sistri, a cui era affidata ormai l'esistenza della famiglia.

Paolo, dopo la disgrazia, non veniva più, puntualmente, ogni sera. Bisognava che la zia mandasse a chiamarlo due e tre volte per aver notizie della concerìa; e, quando finalmente si risolveva a venire, appariva più abbattuto e sbalordito di prima.

Una sera le si presentò con la testa fasciata.

- Oh Dio, Paolo, che t'è accaduto?

Niente. In una stanza della concerìa, al bujo, qualcuno (e forse a bella posta!) s'era dimenticato di richiudere la... come si chiama? sì... la... la caditoja, ecco, su l'assito, ed egli, passando, patapùmfete! giù: aveva ruzzolato la... la come si chiama di legno... la scala della cateratta, già! Per miracolo non era morto. Ma tutto bene, benone, alla concerìa. Forse però, ecco... sarebbe stato meglio tentare adesso una certa concia alla francese.. - quella tal maniera di concia per la quale... ecco, già! si adopera in polvere la... come si chiama... la scorza di leccio, di sughero e di cerro; mentre, alla maniera nostrana, con la vallonèa spenta nell'acqua di mortella...

- Per carità, Paolo! - lo interrompeva la zia, a mani giunte. - Non facciamo novità! Andava tanto bene la concia all'uso nostro finché ci badò la buon'anima.

- Gesù! che c'entra? - le rispondeva Paolo, saccente, ora che lo zio non c'era più. - È un'altra cosa! Perché... vede com'è? Si piglia... prima che si pigliava? l'acqua cotta. Oh, e ora si piglia l'acqua pura..., aspetti! con la polvere di leccio, oppure...

E seguitava per un pezzo, imbrogliandosi, rifacendosi daccapo, a spiegare alla zia quella benedetta concia in rammorto, alla francese.

- Mi sono spiegato?

- No, caro. Ma forse non comprendo io. Mi raccomando: attenzione!

- Lasci fare a me.

E veramente per lui non mancava. Notte e giorno, in continua briga: di giorno, ora qua, ai calcinaj, per sorvegliare la bolleratura; ora là, alle trosce, pei bagni; poi, ai cavalletti, per la pelatura e la scarnatura delle pelli, e così via: di notte, lì, su i libri di cassa, a far conti. Sentiva su le quattro cantare i galli... Che ne sapeva sua zia? I galli, parola d'onore, alle quattro... E lui ancora in piedi! L'inchiostro del calamajo non rispettava nessuna delle sue dieci dita, e n'aveva pur cenciate sul naso e sulla fronte.

- La vorrei qua, a vedere! - sbuffava, in maniche di camicia, col capo rovesciato sulla spalliera del seggiolone come se volesse trovar le cifre del conto tra i ragnateli del soffitto, a cui, distraendosi, voleva far giungere il fumo, che tirava a gran boccate dalla pipa: - fffff.

Per la strada, intanto, nel vasto edificio, silenzio di tomba. Su la parete nuda, ingiallita, la candela verberava il lume tremolante a ogni sbuffo di Paolo, la cui ombra si protendeva enorme e mostruosa sul pavimento.

- Puah! Alla faccia di... - e nominava un creditore, scaraventando uno sputo contro la parete.

Un ragno gli passava sotto gli occhi, zitto zitto, come impaurito dal lume, traballando leggermente su le otto lunghe esilissime gambe. Paolo aveva ribrezzo di questi animaletti, come le donne dei topi. Subito scattava in piedi, si levava una pantofola, e pàffete! - schiacciava con la suola il ragno; poi, col volto atteggiato di schifo, stava un po' a mirar la vittima così appiccicata alla parete.

Dopo la morte dello zio, aveva piantato tenda definitivamente alla concerìa. Vi mangiava e vi dormiva; e in quella stanzaccia intanfata non permetteva che entrasse mai nessuno. Lui si apparecchiava da mangiare, lui il letto: tutto lui; ma glien'andasse mai una bene! Cercava le posate? - la carne gli s'abbruciava sul fuoco. Voleva bere? - trovava scandelle a galla sul vino. Chi aveva versato olio nel suo bicchiere?

- Puah! Mannaggia...

E restava con la lingua fuori e il volto atteggiato di schifo.

Ma era niente, questo. Quel che gli toccava combattere con un nugolo di corvi piombati sulla concerìa dopo la morte dello zio! Difendeva con feroce zelo gl'interessi della povera vedova, il cortile della concerìa rimbombava delle sue liti rumorose, violente; ma alla fine doveva cedere e pagare e pagare. Intanto la vendita scemava di giorno in giorno; crescevano i debiti e i reclami; i mercanti di cuojame disdicevano gl'impegni o rimandavano la merce e si rivolgevano altrove. La zia, ignara, gli domandava ogni mese per l'andamento di casa quella somma che era solita di prendere per l'addietro, come se gli affari andassero bene allo stesso modo; e lui, che non si sentiva il coraggio di esporle il miserando stato delle cose, s'adoperava in tutti i modi perché, ogni mese, non mancasse almeno il denaro per lei.

Marta finalmente s'era levata di letto, e già moveva i primi passi, sorretta dalla madre e da Maria: dalla poltrona a piè del letto fino allo specchio dell'armadio.

- Come sono, mio Dio!

Levava un braccio dal collo di Maria e si ravviava con la bianca mano tremolante i capelli dalla fronte, lievemente, e sorrideva guardandosi negli occhi, quasi con smarrita pietà per le sue povere labbra arse dal cociore di tante febbri. Poi andava a sedere nel seggiolone di cuojo presso la finestra. Veniva Anna Veronica e le parlava con la sua naturale dolcezza dei vespri di maggio consacrati alla Madonna: - La chiesa fresca, tutta fragrante di rose; poi la benedizione, e infine le canzonette sacre cantate al suono dell'organo: gli ultimi raggi d'oro del sole entravano in chiesa per i larghi finestroni aperti in alto, e anche qualche rondine entrava e svolava di qua, di là, smarrita, mentre fuori garrivano le altre com'ebbre, inseguendosi.

Marta ascoltava con l'anima quasi alienata dai sensi.

- Ti ci condurremo noi, andremo tutt'e quattro insieme, prima che finisca il mese. Oh starai bene, non dubitare.

Ma ella diceva di no, che non le sarebbe stato possibile.

- Sì, la chiesa, a due passi; ma se ancora non mi reggo...

La terza domenica di maggio, dopo la funzione sacra, Anna accorse, esultante, dalla chiesa.

- A te, a te, Marta! uscita in sorte a te!

- Che cosa? - domandò Marta, guardando quasi sgomenta dal seggiolone.

- La Madonna! La Madonna: a te! Senti? Te la portano cantando le Figlie di Maria. Senti il tamburo? La Madonna ti viene in casa!

Nelle domeniche di maggio, in chiesa, dopo la predica e la benedizione, si faceva tra i divoti il sorteggio d'una Madonnina di cera custodita in una campana di cristallo.

- E come? come mai? - diceva Marta, tutta confusa, sentendo appressare vieppiù alla casa il coro delle divote e il rullo del tamburo.

- Io, tutte le domeniche, ho preso un numero per te. Oggi il cuore me lo diceva: uscirà in sorte a Marta! E così è stato. Ho gettato un grido di contentezza così forte nella chiesa, che tutti si sono voltati. Ecco la Madonna che viene a visitarvi... Eccola, eccola, Vergine santa!

Entrò nella stanza una commissione di fanciulle che avevano tutte sul seno una medaglina pendente da un nastro azzurro; entrò il sagrestano della chiesa con la Madonna di cera entro la campana di cristallo che tra le grosse mani scabre e nere pareva anche più fragile. Per la scala rullava fragorosamente il tamburo.

Quelle fanciulle erano abituate a sorridere tutte a un modo, guardando e udendo le espressioni di giubilo con cui i divoti accoglievano la Madonnina: vedendo ora Marta rimanere seduta, pallida, stordita dalla commozione troppo forte per le sue deboli forze, rimasero dapprima un po' sconcertate, poi le si appressarono e presero a parlarle, ripetendo ognuna le parole dell'altra: - Adesso sarebbe guarita, certo... La Madonna... La visita della Madonna... Via medici, medicamenti...

Il rullo del tamburo era intanto cessato: la signora Ajala aveva regalato qualche soldo al tamburino, altri ne regalò al sagrestano, e poco dopo la casa fu sgombra.

Marta non si saziava d'ammirare la Madonnina su le sue ginocchia, reggendola con le mani ceree su la campana.

- Com'è bella! com'è bella! Oh Maria!

E veramente, prima che finisse il mese, poté recarsi in chiesa a ringraziare la Madonna, in compagnia d'Anna Veronica, della madre e della sorella.

 

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011