Luigi Pirandello

I VECCHI E I GIOVANI

Edizione di riferimento:

Opere di Luigi Pirandello, nuova edizione diretta da Giovanni Macchia, Tutti i romanzi, vol. II, a cura di Giovanni Macchia con la collaborazione di Mario Costanzo, introduzione di Giovanni Macchia, Arnoldo Mondadori Editore, 2005.

Ai miei figli

giovani oggi vecchi domani

PARTE SECONDA

I

Seduto innanzi all’ampia scrivania, su cui stavano schierati tutt’intorno prospetti e relazioni irti di cifre, il segretario aspettava che S. E. il Ministro si ricordasse che doveva riprendere a dettare. Già era la terza notte che il cav. Cao... – ohè, lavorare, va bene; ma... ma... ma... – un’intera giornata a sgobbare al Ministero; poi la sera lì, al palazzo di Sua Eccellenza; di questo passo, non sarebbe venuta più a fine quella esposizione finanziaria. Eppure, tra pochi giorni avrebbe dovuto esser letta alla Camera dei deputati. Non ne poteva più! Ma veramente non era tanto la stanchezza, quanto la sofferenza che da qualche tempo gli cagionava la vista di quell’uomo venerando, per cui sentiva ancora profondo e sincero affetto, se non più l’ammiraione di prima. Aveva già veduto tante cose il cav. Cao, prima da lontano, cert’altre ne vedeva adesso da vicino! Non si può vivere, è vero, settanta e più anni, commettendo sempre eroiche azioni. Per forza qualche sciocchezza, o piccola o grande, si deve pur commettere. E una oggi, una domani, tirando infine le somme... si tirava, invece, così pensando, il cav. Cao un ispido pelo dei baffi, inverosimilmente lungo. Perbacco! Fin sul capo, gli arrivava... Un pelo solo. Nero. Per avvertir meno la stanchezza e la noja di quell’attesa, lavorava di fantasia. Un pajo di lenti di Sua Eccellenza, lì su la scrivania, eran diventate due laghetti gemelli; uno spazzolino da penne, un fitto boschetto di elci; il piano della scrivania, dov’era sgombro, una sterminata pianura, che forse primitive tribù migratrici attraversavano, sperdute. Sua Eccellenza passeggiava per lo scrittojo, aggrondato, a capo chino, con le mani dietro la schiena. E il cav. Cao, alzando gli occhi a guardarlo, con l’immagine di quello spazzolino da penne nella retina, pensò che Sua Eccellenza aveva la schiena pelosa. Pelosa la schiena e peloso il petto. Lo aveva veduto un giorno nel bagno. Pareva un orso, pareva. Ah quante cose, quante particolarità ridicole non aveva scoperto nella persona di Sua Eccellenza, da che non lo ammirava più come prima! Quella nuca, per esempio, così grossa e liscia e lucente, e tutti quei nerellini che gli pinticchiavano il naso, e quelle sopracciglia... là zi! e zì! come due virgolette. Finanche negli occhi, negli occhi che gli incutevano un tempo tanta suggezione, aveva scoperto certe macchioline curiose, che pareva gli forassero la cornea verdastra. Proprio vero: minuit praesentia famam. E si meravigliava il cav. Cao e si rattristava insieme di poter vedere ora così quell’uomo che in altri tempi lo aveva addirittura abbagliato, acceso d’entusiasmo per le gesta eroiche che si raccontavano di lui garibaldino e poi per le memorabili lotte parlamentari «strenuamente combattute». Mah! Ormai Francesco D’Atri non pensava che a sporcarsi timidamente, d’una tinta gialligna, canarina, i pochi capelli che gli erano rimasti attorno al capo e l’ampia barba che sarebbe stata così bella, se bianca. Anche lui, è vero, il cav. Cao, da circa un anno, poco poco... i baffi soltanto. Ma per non averli, ecco, un po’ bianchi, un po’ neri. Gli seccava. E poi del resto, per lui quella tintura non avrebbe mai avuto le disastrose conseguenze che aveva avuto per Sua Eccellenza. Quantunque infine non avesse ancora quaran... ah già, sì, quarant’anni, da tre giorni: ebbene, quaranta: non avrebbe mai preso moglie, lui. E Francesco D’Atri, invece, sì l’aveva presa, a ses–san–ta–set–te anni sonati; e giovane per giunta l’aveva presa. Segno evidentissimo di rammollimento cerebrale. Bisognava metterlo da parte – (la vita ha le sue leggi!) – da parte, senza considerazione e senza pietà. Pietà, tutt’al più, poteva averne lui, perché gli voleva bene, perché lo vedeva sofrire atrocemente, in silenzio, dell’enorme sciocchezza commessa; ma provava anche sdegno, ecco, per la remissione di cui gli vedeva dar prova di fronte a quella moglie che, quasi subito dopo le nozze, s’era messa a far pubblicamente strazio dell’onore di lui. Tutti, o quasi tutti, ammogliati tardi e male, questi benedetti uomini della Rivoluzione. Da giovani, si sa, avevano da pensare a ben altro! Amare, sì... la bella Gigogin... un bacio, e:

Addio, mia bella, addio;

l’armata se ne va...

In fondo, a voler dir proprio, non avevano potuto far nulla a tempo e bene, né studii, né altro. Nelle congiure, nelle battaglie erano stati come nel loro elemento; in pace, erano ora come pesci fuor d’acqua. In vista, e senza uno stato; anziani, e senza una famiglia attorno... Dovevan purtroppo commettere tardi e male tutte quelle corbellerie che non avevano avuto tempo di commettere da giovani, quando, per l’età, sarebbero stati più scusabili. E poi, anche...

Il cav. Cao, a questo punto, tornò a scuotersi come per un brivido alla schiena. Da alcuni giorni era veramente sbigottito della gravità e della tristezza del momento. Tutte le sere, tutte le mattine, i rivenditori di giornali vociavano per le vie di Roma il nome di questo o di quel deputato al Parlamento nazionale, accompagnandolo con lo squarciato bando ora di una truffa ora di uno scrocco a danno di questa o di quella banca. In certi momenti climaterici, ogni uomo cosciente che sdegni di mettersi con gli altri a branco, che fa? si raccoglie; pòndera; assume secondo i proprii convincimenti una parte, e la sostiene. Così aveva fatto il cav. Cao. Aveva assunto la parte dell’indignato e la sosteneva. Non poteva tuttavia negare a se stesso, che godeva in fondo dello scandalo enorme. Ne godeva sopra tutto perché, investito bene della sua parte, trovava in sé in quei giorni una facilità di parola che quasi lo inebriava, certe frasi che gli parevano d’una efficacia meravigliosa e lo riempivano di stupore e d’ammirazione. Ma sì, ma sì: dai cieli d’Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie già guadagnate su i campi di battaglia (che avrebbero dovuto, almeno queste, perdio! esser sacre) e su le croci e le commende e su le marsine gallonate e su le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali. Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della Città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia. Sotto il cielo cinereo, nell’aria densa e fumicosa, mentre come scialbe lune all’umida tetra luce crepuscolare si accendevano ronzando le lampade elettriche, e nell’agitazione degli ombrelli, tra l’incessante spruzzolìo di un’acquerugiola lenta, la folla spiaccicava tutt’intorno, il cav. Cao vedeva in quei giorni ogni piazza diventare una gogna; esecutore, ogni giornalajo cretoso, che brandiva come un’arma il sudicio foglio sfognato dalle officine del ricatto, e vomitava oscenamente le più laide accuse. E nessuna guardia s’attentava a turargli la bocca! Ma già, più oscenamente i fatti stessi urlavano da sé. Uomo d’ordine, il cav. Cao avrebbe voluto difendere a ogni costo il Governo contro la denunzia delle vergognose complicità tra i Ministeri e le Banche e la Borsa attraverso le gazzette e il Parlamento. Non voleva credere che le banche avessero largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri più loschi fini coperti; e che, favore per favore, il Governo avesse proposto leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato. Ma non poteva negare che fosse stato aperto il credito a certi uomini politici carezzati, che in Parlamento e per mezzo della stampa avevano combattuto a profitto delle banche falsarie, tradendo la buona fede del paese; e che questi gaudenti avessero voluto occultare ciò che da tempo si sapeva o si poteva sapere; e che, ora che le colpe avventavano, si volesse percuotere, ma colla speranza che la percossa ai più deboli salvasse i più forti. Certo, lo sdegno del paese nel veder così bruttati di fango alcuni uomini pubblici che nei begli anni dell’eroico riscatto avevano prestato il braccio alla patria, si rivoltava acerrimo, adesso, anche contro la gloria della Rivoluzione, scopriva fango pur lì e il cav. Cao si sentiva propriamente sanguinare il cuore. Era la bancarotta del patriottismo, perdio! E fremeva sotto certi nembi d’ingiurie che s’avventavano in quei giorni da tutta Italia contro Roma, rappresentata come una putrida carogna. In un giornale di Napoli aveva letto che tutte le forze s’erano infiacchite al contatto del Cadavere immane; sbolliti gli entusiasmi; e tutte le virtù corrotte. Meglio, meglio quand’essa viveva d’indulgenze e di giubilei, affittando camere ai pellegrini, vendendo corone e immagini benedette ai divoti! Ne fremeva il cav. Cao, perché i clericali, naturalmente, ne tripudiavano. Accompagnando talvolta Sua Eccellenza a Montecitorio, vedeva per i corridoi e le sale tutti i deputati, giovani e vecchi, novellini e anziani, amici o avversarii del Ministero, come avvolti in una nebbia di diffidenza e di sospetto. Gli pareva che tutti si sentissero spiati, scrutati; che alcuni ridessero per ostentazione, e altri, costernati del colore del loro volto, fingessero di sprofondarsi con tutto il capo in letture assorbenti. Per certuni, non ostante il freddo della stagione, i caloriferi erano mal regolati: troppo caldo! troppo caldo! Chi sa in quante coscienze era il terrore che da un momento all’altro gli occhi d’un giudice istruttore penetrassero in esse a indagare, a frugare, armati di crudelissime lenti. Al cav. Cao era sembrato, il giorno avanti, che alcuni deputati, i quali discutevano accalorati in una sala, avessero troncato a un tratto la discussione vedendo passare Sua Eccellenza D’Atri. S’era fermato un po’ a guardare, accigliato, e da uno di quei deputati, che aveva subito voltato le spalle, aveva sentito ripetere chiaramente più volte, sottovoce ma con accento vibrato e impeto di sdegno, il nome di Corrado Selmi che in quei giorni correva sulla bocca di tutti. Il cav. Cao sapeva bene che nessuno avrebbe osato mettere in dubbio l’illibatezza di Francesco D’Atri; ma poteva darsi che, per via della moglie, fosse coinvolto anche lui nella rovina del Selmi che pareva ormai a tutti irreparabile.

Eppure, eccolo lì: passeggiando per lo scrittojo e non ricordandosi più evidentemente né di chi stava ad aspettarlo né dell’esposizione finanziaria, Sua Eccellenza pareva soltanto impensierito d’un pianto infantile angoscioso che, nel silenzio della casa, arrivava fin lì, da una camera remota, non ostanti gli usci chiusi. Già una volta si era recato di là a vedere che cosa avesse la figliuola. Il cav. Cao non seppe frenar più oltre la stizza – (perché, santo Dio, tutta Roma sapeva che quella bambina... quella bambina...) – si alzò come sospinto da una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.

Sua Eccellenza si fermò e si volse a guardarlo. Subito il cav. Cao contrasse la faccia, come per un fitto spasimo improvviso, e disse, sorridendo e stropicciandosi con una mano la gamba:

– Crampo, eccellenza...

– Già... lei aspettava... Scusi tanto, cavaliere. M’ero distratto... Basta per questa sera, eh? Lei sarà stanco; io non mi sento disposto. Saranno le undici, è vero?

– Mezzanotte, eccellenza! Ecco qua: le dodici e dieci...

– Ah sì? E... e questo teatro, dunque, quando finisce?

– Che teatro, eccellenza?

– Ma, non so; il Costanzi, credo. Dico per... per quella bambina... Sente come strilla? Non si vuol quietare. Forse, se ci fosse la mamma...

– Vuole che passi dal Costanzi, ad avvertire?

– No, no, grazie... Tanto, adesso, poco potrà tardare. Piuttosto, guardi: avrei bisogno urgente di parlare con l’Auriti.

– Col cav. Giulio?

– Sì. E con mia moglie. Può darsi che non venga su alla fine del teatro. Mi farebbe un gran piacere, se lo avvertisse.

– Di venir su? Vado subito, eccellenza.

– Grazie. Buona notte, cavaliere. A domani.

Il cav. Cao s’inchinò profondamente, tirando per il naso aria aria aria; appena varcata la soglia, la buttò fuori con un versaccio di rabbia, che mutò subito però in un sorriso grazioso alla vista del cameriere in livrea che gli si faceva incontro.

Rimasto solo, Francesco D’Atri si premé forte le mani sul volto. Il lucido cranio gli s’infiammò sotto le lampadine elettriche della lumiera che pendeva dal soffitto. Si trattenne ancora un pezzo nello scrittojo a passeggiare col viso disfatto dalla stanchezza e alterato dai foschi pensieri in cui era assorto. Con la piccola mano grinzosa e indurita dagli anni si lisciava quella lunga barba canarina in contrasto così penoso e ridicolo con tutta l’aria del volto e la gravità della persona. Come mai non s’accorgeva egli stesso, che quella barba, così mal dipinta, nelle circostanze presenti, era una smorfia orrenda? Non se n’accorgeva, perché da un pezzo ormai Francesco D’Atri non aveva più la guida di sé, né più lui soltanto comandava in sé a se stesso. Non eran più suoi gli occhi con cui si guardava; eran d’un altro Francesco D’Atri che dallo specchio gli si faceva incontro ogni mattina con aria rabbuffata e di sdegnoso avvilimento nel vedergli gonfie e ammaccate le borse delle pàlpebre, e tutte quelle rughe e quel bianco attorno alla faccia. Né questo era il solo Francesco D’Atri che si rifacesse vivo in lui nella senile disgregazione della coscienza, e lo tirasse a pensare, a sentire, a muoversi, com’egli adesso non poteva, non poteva più, con quelle membra e il cervello e il cuore imbecilliti dall’età. Era ormai un povero vecchio che volentieri si sarebbe rannicchiato in un cantuccio per non muoversene più; ma tanti altri lui spietati che gli sopravvivevano dentro, approfittando di quel suo smarrimento, non volevano lasciarlo in pace; se lo disputavano, se lo giocavano, gli proibivano di lamentarsi e di dirsi stanco, di dichiarare che non si ricordava più di nulla; e lo costringevano a mentire senza bisogno, a sorridere quando non ne aveva voglia, a pararsi, a far tante cose che gli parevano di più. E uno, ecco, gli tingeva in quel modo ridicolo la barba; un altro gli aveva fatto prender moglie, quando sapeva bene che non era più tempo; un altro ancora gli faceva tener tuttavia quel posto supremo, pur riconoscendolo di tanto superiore alle sue forze; un altro poi lo persuadeva ad amare con infinita pena quella bambina, che anch’egli sapeva non sua, adducendo una ragione quanto mai speciosa, che cioè, avendo egli avuto da giovine una figliuola a cui altri aveva dato e nome e amore e cure e sostanze, in compenso e in espiazione toccasse a lui ora di dare a questa il proprio nome e amore e cure e sostanze, come se questa fosse veramente quella sua povera piccina d’allora. Cedendo però a questo sentimento, riconoscendo davanti agli altri come sua la figliuola, «eh» lo avvertiva quello della barba, armato di pennello e di tintura «bisogna pure che tu, caro, per esser creduto padre, con codesta moglie giovine accanto, dia una mano di giallo a tutta la tua canutiglia!»; consiglio sciocco, a cui avrebbe voluto opporsi, per non profanare, non solo la sua figura veneranda, ma anche, in fondo, il suo vero sentimento verso quella bambina. Non sapeva però opporsi più, se non timidamente. E questa timidità penosa e ridicola si rispecchiava appunto nella tintura della barba. Preso in mezzo, tenuto lì come fra tanti, che ognuno pareva facesse per sé e lui non ci fosse per nulla, non sapeva dove voltarsi prima; niente gli piaceva; ma, a muoversi per un verso o per l’altro, temeva di far dispiacere a questo o a quello dei suoi crudeli padroni; e ogni risoluzione, anche lieve, gli costava pena e fatica. Vedeva purtroppo in qual ginepraio si fosse cacciato, contro ogni sua voglia; e non trovava più modo a uscirne. Tutto a soqquadro, tutto! Qua a Roma, l’abbaruffio osceno d’una enorme frode scellerata; in Sicilia, un fermento di rivolta. Tra gli urli delle passioni più abiette, scatenatesi nello sfacelo della coscienza nazionale, non s’era quasi avvertito un rombo di fucilate lontane, prima scarica d’una terribile tempesta che s’addensava con spaventosa rapidità. Una sola voce s’era levata nel Parlamento a porre avanti al Governo lo spettro sanguinoso di alcuni contadini massacrati in Sicilia, a Caltavutùro; ad agitare innanzi a tutti con fiera minaccia il pericolo, non si radicasse nel paese la credenza perniciosa che si potessero impunemente colpire i miseri e salvare i barattieri rifugiati a Montecitorio. Sì, aveva esposto la verità dei fatti quel deputato siciliano: quei contadini di Sicilia, trovando nella rabbia per l’ingiustizia altrui il coraggio d’affermare con violenza un loro diritto, s’erano recati a zappare le terre demaniali usurpate dai maggiorenti del paese, amministratori ladri dei beni patrimoniali del Comune: intimoriti dall’intervento dei soldati, avevano sospeso il lavoro ed erano accorsi a reclamare al Municipio la divisione di quelle terre; assente il capo, s’era affacciato al balcone un subalterno che, per allontanare il tumulto, li aveva consigliati di ritornar pure a zappare; ma per via la folla aveva trovato il passo ingombro dalla milizia rinforzata; accennando di voler resistere, s’era veduta prima assaltare alla bajonetta; poi, a fucilate, per avere agitato in aria le zappe a intimorir gli assalitori. Dodici, i morti; più di cinquanta, i feriti: tra questi, alcuni bambini, uno dei quali crivellato da ben sette bajonettate. Questo particolare orrendo s’era rappresentato agli occhi di Francesco D’Atri così vivo, che da tre giorni pur tra tante cure e tanto tumulto di pensieri, di tratto in tratto, riaffacciandosi, gli dava raccapriccio. Perché la ferocia di quel soldato, accanita sul corpo d’un bambino innocente, gli pareva l’espressione più precisa del tempo: la vedeva in tutti, quella stessa ferocia, e n’era sbalordito. Non più rispetto, né carità per le cose più sacre; una furia cieca, una rabbia d’odio, una selvaggia voluttà di basse vendette. S’aspettava d’esser preso per il petto da un forsennato qualunque, per dar conto di tutti i suoi errori, antichi e nuovi. Errori? E chi non ne aveva commessi? Ma era un momento, quello, che anche i più lievi, quelli a cui in altro tempo s’era soliti di passar sopra, saltavano agli occhi di tutti, pigliavan dalla sinistra luce di quei giorni un certo ispido rilievo, un certo color misterioso, che subito aizzavano la smania di frugar sotto, per la soddisfazione atroce o la feroce consolazione di scoprire altre più gravi magagne nascoste. Il coraggio più difficile, quello della pubblica accusa, legato e persuaso con tanti argomenti a non rompere i freni della prudenza, ora che tutti si trovavan d’accordo, s’era svincolato, sferrato da tutti i ritegni e riguardi sociali; era diventato tracotanza inaudita; e nessuna coscienza poteva più sentirsi tranquilla e sicura. Quelle sue nozze tardive con una giovine; l’illusione che il prestigio del suo passato e degli altissimi onori a cui era venuto sarebbe valso a compensare, nella stima e nel cuore di lei, quanto di fervor giovanile doveva di necessità mancare al suo affetto grato e profondo; il lusso avventato; la relazione scandalosa della moglie col Selmi, quella bambina... potevano da un momento all’altro diventar pretesto d’accusa e di maligne insinuazioni, cagione di chi sa quali sospetti oltraggiosi. Tra i fantasmi dell’incertezza, in quella vuota, oscura realtà in cui gli pareva d’esser avviluppato, Francesco D’Atri sentiva di punto in punto crescere in sé la costernazione, ora che le grida rinfuriavano per il salvataggio violento, da parte del Governo, di alcuni parlamentari più in vista e più compromessi. Tra questi era il Selmi, che pure fino a quel giorno s’era lasciato esposto allo scandalo. Non glien’avevano detto nulla i suoi colleghi del Gabinetto; ma s’era accorto dalle loro arie che gli si voleva dare a intendere che il Selmi si salvava per lui. Non era vero! Non per lui, se mai; ma perché egli era con loro; e, in quel momento, la sua caduta avrebbe potuto determinare il crollo di tutti. Non era intanto peggiore del male quel rimedio? Non aveva saputo opporsi. Come proferir quel nome? Mondo d’ogni colpa, integro, per una sola debolezza, per quella illusione così presto perduta, si vedeva trascinato dalla moglie giù nel fango della piazza, ove una canea famelica di scandalo lo aspettava per farne strazio, accozzando in uno sconcio impasto il suo corpo e quello della moglie e del Selmi. Ora, con una nuova violenza si vedeva strappato dalla piazza, ma insieme col Selmi, aggrappato a lui e alla moglie, insieme con tutta la canaglia aggrappata al Selmi. Gli pareva che glielo rimettessero in casa, là, con tutta la folla urlante, beffarda e ingiuriosa. Tutti, ora, tutti avrebbero creduto che lo salvava lui il Selmi, non per generosità, ma per paura. E fors’anche il Selmi stesso... Ma qual paura, in fondo, poteva aver lui? Per generosità, se mai, avrebbe potuto farlo, perché lo ricordava prode e nobile, un giorno, sprezzante della vita tra i pericoli e tutto acceso dell’ideale santo della patria. Ma no, no, neanche per questa generosità lo avrebbe fatto: troppo, oltre all’odio e allo sdegno per il tradimento (quantunque ne facesse più carico alla moglie), troppo gli coceva il sospetto in lui di quella paura. Intanto, sottratte tutte le carte che avrebbero potuto perdere il Selmi, era rimasto esposto, senza difesa, e compromesso, un innocente: Roberto Auriti. S’era trovato a carico di lui un debito di circa quarantamila lire; e, quel ch’era peggio, più d’un biglietto laconico e misterioso, in cui si faceva allusione a un amico che assicurava il governatore della banca, o prometteva che avrebbe fatto o parlato o scritto secondo le istruzioni ricevute. Questi biglietti erano già in mano dell’autorità giudiziaria, e di questo egli doveva informare tra poco Giulio Auriti, fratello di Roberto.

S’era già abituato all’orrore della situazione; ne aveva acquistato il sentimento quasi d’una necessità fatale; e il suo sbalordimento era pieno d’uggia, di ribrezzo e greve d’una stanchezza dolorosa. Nessun conforto dalle memorie del passato: a richiamarle per un momento, non sarebbero valse ad altro che ad accrescere la vergogna e la miseria del presente. E in quell’uggia, la vista di tutte le cose, anche dei ninnoli della stanza, acquistava agli occhi suoi una insopportabile gravezza. Ah, il bujo, il bujo, un luogo di riposo: la morte, sì! Tutta quella guerra faceva vincere volentieri il ribrezzo della morte. Che crudeltà! Egli era uno che doveva presto morire... Serbargli quella feccia per gli ultimi giorni, da ingojare nel bicchiere della staffa...

Francesco D’Atri si fermò, con gli occhi immobili e vani. Immaginò il tempo dopo la sua fine: il tempo per gli altri... Ecco tornata la calma... per gli altri! rabbonite quelle onde, squarciato l’orrore di quella tempesta; e nessuna pietà, nessun rimpianto, nessuna memoria di chi s’era trovato in quei frangenti e vi era perito.

A un tratto, su la mensola, a cui teneva fissi gli occhi, gli s’avvistò una piccola bertuccia di porcellana, che gli rideva in faccia sguajatamente. Gli venne quasi la tentazione di romperla; voltò le spalle; avvertì di nuovo il pianto angoscioso della bambina e s’avviò a quella camera remota.

Era la camera della bàlia. Un lumino da notte, riparato da una ventola litofana, sul cassettone, la rischiarava a mala pena. La vecchia governante, magra e linda, passeggiava con la bimba in braccio che, convulsa dagli spasimi, pareva volesse sguizzarle dalle mani; procurava di tenersela adagiata sul seno e:

Nooo... nooo... – le ripeteva, come in risposta ai vagiti angosciosi, dimenandosi in ritmo con tutta la persona e battendole di continuo, lievemente, una mano alle spalle.

La bàlia, con un’enorme mammella tirata fuori del busto, piangeva anche lei: piangeva in silenzio e giurava alla cameriera che le sedeva accanto di non aver mangiato nulla che avesse potuto cagionare quella colica alla bambina.

Francesco D’Atri si fermò un pezzo a guardarla con occhi assenti: e i tratti del volto espressero lo sforzo quasi istintivo ch’egli, col cervello altrove, faceva per intendere ciò che essa stava a dire tra le lagrime copiose. Intanto guardava nauseato quella sconcia mammella dal cui capezzolo paonazzo pendeva una goccia di latte. La cameriera pensò bene di tirar su il corpetto della bàlia per nascondere quella vista. E allora Francesco D’Atri si volse a guardar la governante. Stordito dai vagiti della bimba trangosciata, strizzò gli occhi; poi si recò a prendere dal tavolino da notte un campanello e si mise a farlo tintinnire pian piano innanzi agli occhi della piccina, per distrarla, andando dietro alla governante che seguitava a passeggiare, dondolandosi.

Così lo trovò, poco dopo, donna Giannetta di ritorno dal teatro, tutta frusciante di seta. Alzò le ciglia e schiuse appena le labbra a un impercettibile sorriso canzonatorio dinanzi a quel notturno commovente quadro familiare, credendo che Sua Eccellenza si compiacesse, sotto gli occhi delle serve, di mostrare la sua ridicola tenerezza paterna dopo le gravi cure dello Stato. Ma la cameriera, accorsa a prendere il velo nero tutto luccicante di dischetti d’argento ch’ella si levava dal capo e a slacciarle la mantiglia, le spiegò, piano, che cosa era accaduto.

– Ah sì? Poverina... – disse, ostentando indifferenza, ma con una voce calda, melodiosa, e si accostò alla governante, così tutta fragrante di profumo e di cipria e ampiamente scollata. Ma il D’Atri le fe’ cenno di tacere. La bambina si era finalmente quietata. Donna Giannetta allora con un lieve sbuffo di stanchezza s’avviò per la sua camera. Su la soglia si volse e disse al marito, quasi cantando:

– Oh, Giulio Auriti è di là.

Francesco D’Atri chinò il capo; le si avvicinò e le disse a voce bassa e grave, senza guardarla:

– Aspettami. Ho da parlarti.

– Discorso lungo? – domandò ella. – Non potresti domani? Temo d’esser troppo stanca e d’aver sonno. Mi sono orribilmente annojata.

– Mi farai il piacere d’aspettarmi, – insistette egli.

E andò allo scrittojo, ove lo attendeva l’Auriti.

Ah, come volentieri, adesso, avrebbe fatto a meno di veder quel giovine a cui doveva dare una tremenda notizia! Se n’era già dimenticato... si moveva, in quei giorni, dava ordini istruzioni, imponeva a se stesso atti, parole, risoluzioni, di cui subito dopo non riusciva più a veder bene la ragione, l’opportunità, lo scopo. Chiuse gli occhi e sospirò profondamente, con le ciglia gravate da un’oppressione tenebrosa. Aveva or ora detto alla moglie che lo aspettasse perché doveva parlarle. Ma di che? a che scopo? E lui stesso, poc’anzi, aveva pregato il suo segretario d’avvertir l’Auriti, all’uscita dal teatro, che venisse su da lui, perché aveva urgente bisogno di vederlo. Era necessario, sì, che quel povero giovine avesse al più presto notizia dell’orrenda sciagura che gli stava sopra. Non poteva comunicargliela altri che lui. Sollevata la tenda dell’uscio e vedendolo, provò intanto un certo rancore per la pietà e la commozione che colui già gli suscitava.

Giulio Auriti non somigliava punto al fratello: alto, smilzo, elegantissimo, spirava dalla temprata agilità del corpo una energia vigorosa, che gli occhi d’un bel grigio d’acciajo, attenuavano con un certo sguardo d’orgoglio svogliato. Si cangiò tutto, d’un subito, alla vista del vecchio Ministro che gli si faceva innanzi così scombujato. Uno dei guanti, che teneva in mano, gli cadde sul tappeto.

– Ebbene? – domandò.

Francesco D’Atri socchiuse gli occhi per sottrarsi alla pena dell’ansia smaniosa che gli leggeva nel viso. Aprì le mani e mormorò scotendo il capo:

– Non s’è trovata.

– Ah, no! – scattò allora l’Auriti con una nuova subitanea alterazione del viso, che esprimeva sdegno, rabbia e insieme risoluzione fierissima di ribellarsi a un’iniquità, senza alcun riguardo più per nessuno. – Ah, no, mi perdoni, eccellenza: la carta c’è, e si deve trovare! Lei sa che mio fratello Roberto…

– So, so... – cercò d’interromperlo, con durezza, il D’Atri.

– Ma dunque – incalzò l’Auriti. SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 Quella sola dichiarazione può salvarlo, e non deve sparire! O via anche tutto ciò che può compromettere Roberto!

Il D’Atri sedette, tornò a premersi forte le mani sul volto e si lasciò cader dalle labbra:

– Il guajo è questo: che l’autorità giudiziaria...

– Ma no, eccellenza! – insorse di nuovo l’Auriti. – L’autorità giudiziaria ha in potere soltanto ciò che il Governo le ha voluto lasciare. Lo sanno tutti ormai!

Il D’Atri lo guardò come se egli, intanto, non lo sapesse: si rizzò su la vita e, facendo viso fermo, parve lo ammonisse che non poteva permettere si desse corso, in sua presenza, a una voce così piena di scandalo. Ma l’Auriti, smaniando, torcendosi le mani, aggiunse:

– E io... io che riposavo tranquillo... Ma come, eccellenza? Io riposavo tranquillo perché c’era lei!

Il D’Atri s’accasciò; ma subito, come se qualcosa dentro gli facesse impeto nello spirito, tornò a rizzarsi e gridò con rabbia, guardando odiosamente il giovine:

– Che c’entro io? che posso io?

– Come! – esclamò l’Auriti. – Il Selmi...

– Il Selmi... – ruggì Francesco D’Atri, serrando le pugna, come se avesse voluto averlo fra le unghie.

– Ma sì, lo salvino pure! – esclamò Giulio Auriti. – Per salvarlo però...

– Già! ti figuri anche tu che lo salvi io... – disse lentamente il D’Atri, scrollando il capo con amarissimo sdegno.

– Ma il Selmi stesso, eccellenza, – ripigliò subito, con diverso sdegno l’Auriti, – vedrà che il Selmi stesso non tollererà d’esser salvato a costo dell’assassinio morale di mio fratello. E poi, eccellenza, se non parla lui, se tacerà Roberto, griderò io! C’è mia madre di mezzo, eccellenza!  L’arresto di Roberto? Mia madre ne morrebbe! E il nostro nome?

A questo grido, il volto di Francesco D’Atri si scompose.

– Tua madre... sì... tua madre... – mormorò; e, curvo, si portò di nuovo le mani sul volto; stette un pezzo così, finché non cominciò a sussultare violentemente come per un impeto di singhiozzi soffocati. Aveva conosciuto a Torino, giovane, donna Caterina Laurentano e Stefano Auriti che quel figliuolo gli ricordava in tutto; pensò a quegli anni lontani; vide se stesso com’era allora; vide Roberto ragazzo; pensò a una notte sul mare, con quel ragazzo su le ginocchia un’ora dopo la partenza da Quarto... ah, da quella notte a questa, che baratro!

Giulio Auriti, vedendo sussultare le spalle poderose del vecchio Ministro, allibì.

Questi alla fine scoprì il volto e, rimanendo curvo, guardando verso terra, scotendo le mani a ogni parola:

– Che gridi? che gridi? – gli disse. – La vergogna di tutti? Tutti impeciati! Vuoi dirmi che sai perché il Selmi prese quel denaro sotto il nome di tuo fratello? E griderai anche la mia vergogna!

– No, eccellenza! – negò subito con sbalordimento d’orrore, l’Auriti.

– Ma sì! – rispose Francesco D’Atri, levandosi. – Tutti impeciati, ti dico! Tutti... tutti... Muojo di schifo... Il fango, fino qua!

E s’afferrò con le mani la gola.

– M’affoga! Questo... dovevo veder questo! I più bei nomi... Tu vedi soltanto tuo fratello! Niente, sì, non glien’è venuto niente in mano; ma ha tenuto di mano a quello lì... E non è vergogna, questa? come lo scusi? che gridi? Tuo fratello promette, il tuo signor fratello assicura, in quei biglietti là, i laidi ufficii dell’amico...

– E non lo nomina! – disse coi denti stretti, ridendo d’ira, d’onta, di dispetto, Giulio Auriti. – Ecco perché non sono stati sottratti!

– Ma quando la paura ha preso possesso! – venne a gridargli in faccia, con voce soffocata, Francesco D’Atri. – Zuffa di ladri che rubano di notte con mani tremanti e come ciechi; rimestano, arraffano, ficcano dentro; e intanto di qua, di là, dal sacco, dalle tasche, il furto scappa via, e nella ressa, tra i piedi, c’è chi ruba ai ladri, chi ghermisce questa o quella carta caduta e corre a far bottega su la vergogna: «Ecco, signori, i più bei nomi d’Italia! Ecco l’onore! ecco le glorie della patria!» Non mi far parlare... So a chi parlo! Ma ormai... tanto, n’ho fino alla gola... Non è umano, capisco che non è umano pretendere da Roberto il silenzio: per sé, per sua madre, per te, per il nome che portate...

– Roberto? – fece l’Auriti. SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 Ma Roberto, Vostra Eccellenza lo conosce, sarà anche capace di tacere. Il Selmi stesso...

– Se Roberto tacerà? SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 domandò il D’Atri, come se ne dubitasse.

– Ma io no, eccellenza! SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 s’affrettò allora a ripetere l’Auriti. – Glielo dico avanti: io no, per mia madre!

– Aspetta! – riprese il D’Atri, quasi imponendogli di tacere. – Se ho voluto vederti, è segno che ho da dirti qualche cosa.

Giulio Auriti lo guardò ansiosamente negli occhi. Ma il D’Atri non sostenne quello sguardo; n’ebbe fastidio, anzi dispetto; scorse per terra il guanto caduto fin da principio dalle mani del giovine e riebbe fortissima l’impressione di gravezza insopportabile, che in quei giorni gli faceva la vista di tutto. Ne distrasse gli occhi e disse, cupamente:

– Tu intendi che in tutta questa faccenda... io non posso cacciar le mani...

Si guardò le mani e le ritirò con atto di schifo.

– Pure, – seguitò, – per Roberto, ho parlato... questa sera stessa; ho detto... ho... ricordato... ricordato le sue benemerenze... Forse – ascolta bene – quei biglietti compromettenti, per cui è già spiccato il mandato di cattura... sì! Ma ascolta bene – quei biglietti...

Non volle dire: significò con un rapido gesto espressivo della mano: via!

– Però, – riprese subito, – tu sai che i giornali hanno già pubblicato il nome di tuo fratello. Bisognerà, per togliere ogni sospetto di compromissione losca e per non lasciare nessuna traccia, nessuno strascico...

– Pagare? – domandò, smorendo, l’Auriti. – E dove... come?

Il D’Atri si strinse rabbiosamente nelle spalle.

– Sono quarantamila lire, eccellenza...

– Io non posso dartele... Procura... E presto! Tu intendi, è l’unico mezzo...

– Un denaro preso da altri... – gemette l’Auriti.

– Ma come preso? – domandò con ira il D’Atri. – Questo devi vedere!

– Per altri! – protestò Giulio.

– Sei un ragazzo?

– No, eccellenza: è la difficoltà... Dove lo trovo? come lo trovo?

– Cerca... tu hai parenti ricchi... tuo cugino...

– Lando?

– O i tuoi zii...

Giulio Auriti rimase pensieroso, a considerare quale, quanta probabilità di riuscita gli offrisse quella via indicata tra gli ostacoli che già gli si paravano davanti: per Lando, l’ombra odiosa del Selmi; per gli zii, la fierezza incrollabile della madre. Come si sarebbe piegata questa a chiedere ajuto di danaro, per quel debito non netto del figlio, a quel fratello? A piegarla, si sarebbe certo spezzata! Decise senz’altro di tentar lui presso Lando: lui, a costo di tutto, per risparmiare quel sacrifizio estremo della madre.

– Che tempo? – domandò.

– Presto...– ripeté il D’Atri.– Vedi tu... cinque, sei giorni...

Giulio Auriti, perduta lì per lì la nozione dell’ora, compreso già della parte che doveva sostenere, si licenziò e s’avviò in fretta, accigliato, come se dovesse subito correre a casa del cugino.

Francesco D’Atri lo seguì con gli occhi fino alla soglia dell’uscio; poi rimase perplesso, aggrondato, a stropicciarsi con una mano il dorso dell’altra, quasi cercasse nella memoria ciò che ancora gli restava da fare. A un tratto, scorse di nuovo per terra, sul rosso del tappeto, il guanto bianco, caduto di mano all’Auriti. Quel guanto, lasciato lì, gli parve il segno che egli ormai non avrebbe potuto più allontanare del tutto da sé le cose, la gente, i pensieri da cui si sentiva soffocare: sempre una traccia, sempre un’orma, un vestigio, ne sarebbero rimasti, risorgenti o incancellabili, come nell’incubo di un sogno. E come se in quel guanto si potesse scorgere una sua compromissione, Francesco D’Atri si chinò guardingo a raccattarlo con ribrezzo e se lo cacciò in tasca, furtivamente.

Donna Giannetta, in accappatojo, con una graziosa cuffia di trine e di nastri in capo, aspettava intanto nella sua camera su un’ampia e bassa poltrona massiccia di cuojo grigio; una gamba su l’altra, tormentandosi il labbro inferiore con le dita irrequiete. Teneva gli occhi fissi acutamente alla punta della babbuccia di velluto rosso, che compariva e spariva dall’orlo della veste al lieve dondolìo della gamba accavalciata.

Era la prima volta che il marito con quell’aria e quel tono le annunziava di voler parlare con lei. Non le aveva detto mai nulla, prima, quando avrebbe avuto ragione di parlare. Che poteva più dirle, ora?

Aveva notato che, da alcuni mesi, era più cupo e più oppresso del solito; ma, certo, non per lei; forse, per difficoltà parlamentari. Non aveva mai voluto saper di politica, lei: aveva sempre proibito assolutamente agli amici che ne parlassero davanti a lei; non leggeva giornali e si gloriava della sua ignoranza, si compiaceva delle risate con cui erano accolte certe sue confessioni, come ad esempio quella di non sapere chi fossero i colleghi del marito. Che ora egli volesse annunziarle, come aveva già fatto una volta, dopo il primo anno di matrimonio, che aveva in animo di lasciare il «potere»? Oh, non le avrebbe fatto più né caldo né freddo, ormai.

Ma eccolo... Subito donna Giannetta si sgruppò, si abbandonò con gli occhi chiusi su la spalliera della poltrona, volendo fingere di dormire; come però il D’Atri aprì l’uscio, riaprì gli occhi con molle stanchezza, quasi veramente avesse dormito.

– Domani, no? – gli domandò di nuovo, con grazia languida.– Ho proprio sonno, Francesco! Temo di perdere il filo del discorso.

– Non lo perderai, – diss’egli aggrondato, lisciandosi la barba con la mano tremolante. – Del resto, se vuoi, il mio discorso potrà anche essere breve.

– Ti dimetti? – domandò lei, placidamente.

– No... – disse. – Perché?

– Credevo... – sbadigliò donna Giannetta, portandosi una mano alla bocca.

– No, qui, qui, di cose nostre, della casa, devo parlarti – riprese egli. – Abbi un po’ di pazienza. Sono anch’io tanto stanco! Se vuoi del resto che il mio discorso sia breve non offenderti.

Donna Giannetta sgranò gli occhi:

– Offendermi? Perché?

– Ma perché, se dev’esser breve. sarà pure per conseguenza un po’ rude, senza frasi, – rispose egli. – Mi lascerai dire; poi farai, spero, quel che ti dirò io, e basterà così. Dunque, senti.

– Sento, – sospirò ella, richiudendo gli occhi.

Francesco D’Atri agitò più volte con stento due dita:

– Due sciagure ti sono capitate, – cominciò.

Donna Giannetta tornò a scuotersi:

– Due? a me?

– Una, l’hai proprio voluta, – seguitò egli. – Vecchia sciagura. Sono io.

– Oh, – esclamò ella, abbandonandosi di nuovo su la poltrona. – Mi hai spaventata!

Sorridendo e intrecciando le mani sul capo, soggiunse:

– Ma no... perché?

Le larghe maniche dell’accappatojo scivolarono e le scoprirono le braccia bellissime

– Finora, no, – riprese egli. – Non te ne sei accorta bene, perché al fastidio che ho potuto recarti di quando in quando...

– Francesco, ho tanto sonno, – gemette lei

– Permetti... permetti... permetti... S– diss’egli con stizza. – Voglio dirti, che al fastidio hai trovato un compenso assai largo nella mia... nella mia... dirò, filosofia...

– Dimmi subito l’altra sciagura, ti prego! – sospirò quasi nel sonno donna Giannetta.

Francesco D’Atri si mise a sedere. Veniva adesso il difficile del discorso, e voleva esprimersi quanto meno crudamente gli fosse possibile. Poggiò i gomiti su i ginocchi, si prese la testa tra le mani per concentrarsi meglio, e parlò, guardando vero terra.

– Eccomi. Aspetta. L’ho dovuto... ho dovuto scontare... Ma già tu, in questo, non hai nessuna colpa. Era naturale che, tra i diritti della tua gioventù e i tuoi doveri di moglie, tu seguissi piuttosto quelli che questi. Avrei potuto farti osservare da un pezzo che tu stessa, accettando spontaneamente, anzi con... con giubilo, un giorno, questi doveri verso un vecchio, avevi implicitamente rinunciato a quei diritti; ma neanche di ciò ti fo colpa perché forse anche tu, allora, ti facesti l’illusione che...

A questo punto Francesco D’Atri sollevò il capo e s’interruppe. Donna Giannetta dormiva, con un braccio ancora sul capo e l’altro proteso verso di lui, come per implorar misericordia.

– Gianna! – chiamò, ma non tanto forte, frenando la stizza e lo sdegno, come se al suo amor proprio dolesse che ella, destandosi a quel richiamo, dovesse riconoscere d’aver ceduto così presto al sonno mentr’egli le parlava di cosa tanto grave. Riabbassò il capo e terminò a voce alta il discorso rimasto sospeso:

– Ti facesti l’illusione che... sì, che avresti potuto facilmente adempiere ai tuoi doveri.

Donna Giannetta non si destò; anzi, pian piano l’altro braccio le scivolò dal capo, le cadde in grembo con pesante abbandono. Allora Francesco D’Atri sorse in piedi, fremente; fu lì lì per afferrarle quel braccio nudo proteso e scoterglielo con estrema violenza, gridandole in faccia le ingiurie più crude. Ma la calma incosciente del sonno di lei, per quanto gli paresse spudorata e quasi una sfida, lo trattenne. Sembrava che così giacente nel sonno, gli dicesse: «Guardami come son giovane e come son bella! Che pretendi, tu vecchio, da me?».

Ah, che pretendeva! Ma di quella sua bellezza che ne aveva fatto? e che ne stava facendo della sua gioventù? Scempio vergognoso! Sì, dandosi a lui, a un vecchio, dapprima! Ma egli almeno, quei tesori li avrebbe adorati con animo tremante e traboccante di gratitudine, come un premio divino! Ella, invece, con obbrobrioso disprezzo, con incosciente crudeltà, li aveva violati! E nulla più poteva ormai rifar sacre quella bellezza e quella gioventù così indegnamente profanate!

Scosse il capo e uscì pian piano dalla camera.

Subito donna Giannetta balzò in piedi, sbuffando.

Auff! sul serio, a quell’ora, una spiegazione? E perché? Quando avrebbe dovuto parlare, zitto; ora che lei s’annojava soltanto, mortalmente, pretendeva una spiegazione? Eh via! Troppo tardi. Se lui stesso, del resto, col suo contegno, tra le inevitabili relazioni della nuova vita in cui l’aveva messa, di fronte alle tentazioni a cui questa vita la esponeva, agli esempii che di continuo le poneva sotto gli occhi, l’aveva indotta, certo senza volerlo, a stimar troppo ingenuo, puerile e tale da attirar l’altrui derisione il bel sogno da lei accarezzato, sposandolo?

Con la massima sincerità aveva sognato di rallegrare col riso della sua giovinezza gli ultimi anni della vita eroica di Francesco D’Atri, vecchio amico e fratello d’armi del padre.

Gli era forse sembrato che con troppa avventatezza ella avesse preso la risoluzione di sposarlo, quella sera ormai lontana, in cui, discorrendosi in casa del padre di donne, di vecchi, di matrimonii, a una domanda di lei egli aveva risposto per ischerzo, sorridendo malinconicamente: «Eh, bellina mia, se mi sposi tu...»?

Ma fors’anche aveva sospettato in lei l’ambizione di diventar moglie d’un ministro! Per il parentado, per le condizioni della sua nascita, era quasi povera.

Avrebbe dovuto saper bene però che in casa di lei, sempre, le risoluzioni più serie erano state prese così; e che la precipitazione nel prenderle non era stata mai a scàpito della fermezza nel mantenerle. Suo padre, Emanuele Montalto, giovine, nella compagnia spensierata e gioconda di tant’altri giovani dell’aristocrazia palermitana, quasi per una picca da un giorno all’altro s’era ribellato alla famiglia devota ai Borboni; e non solo per quella ribellione aveva sofferto persecuzioni, prigionia, esilio dal governo oppressore, ma era stato anche diseredato dal padre a beneficio del fratello maggiore e della sorella Teresa, moglie di don Ippolito Laurentano e madre di Lando. E anche lei, già una volta, proprio per una picca, da un giorno all’altro s’era guastata col cugino Lando il quale, vivendo a Palermo in casa dello zio principe di Montalto, veniva di furto ad amoreggiar con lei, cuginetta eretica, figlia dello zio eretico, a cui quello (il principe) come per un’elemosina della quale si dovesse vergognare, faceva passar sotto mano un assegno appena appena decente. Da un giorno all’altro, tutto finito, per sempre: non aveva più voluto sapere del cugino e aveva indotto il padre a lasciar Palermo per Roma, con la speranza che, allontanando il padre dall’isola, in una più larga cerchia e meno oppressa da pregiudizii, egli avesse alla fine condisceso a lasciarle prendere la via per cui il sangue materno la chiamava. Sua madre era stata un’attrice piemontese, la Berio, conosciuta dal padre a Torino, durante l’esilio, e sposata colà. Il sangue, proprio il sangue, non l’esempio la chiamava, perché la mamma lei non l’aveva nemmeno conosciuta: morta nel darla alla luce; e tutti, a Palermo, e più di tutti il padre, s’erano sempre guardati dal farle sapere ciò che la madre era stata. Ma una Montalto sul palcoscenico? Orrore! E anche lei, sì, doveva riconoscerlo, provava tra sé e sé un certo segreto ribrezzo. Tuttavia, per lanciare una sfida al cugino Lando e per far onta a quello zio che si vergognava finanche di mantenerli di nascosto, oh, non solo questo ribrezzo avrebbe saputo vincere facilmente, ma qualunque altro! Lando, poco dopo, era venuto anche lui a stabilirsi a Roma, e insieme col padre aveva cercato di ammansarla, di rabbonirla. No, no e no. Già s’era innamorata di quel suo sogno per Francesco D’Atri, che, fin dal primo vederla, era rimasto come abbagliato di lei. Perché poi non l’aveva ritenuta capace Francesco D’Atri di serbarsi fedele a quel sogno? come non aveva compreso che un tal dubbio, un tal timore, manifestati con certi sguardi pietosi, con certi mezzi sorrisi afflitti, l’avrebbero offesa acerbamente, al pari della libertà concessa, anzi quasi imposta, non ostanti quel dubbio e quel timore? Dunque per lui una sua caduta era inevitabile e ci si rassegnava? E se lui non credeva, qual merito, qual premio, a non cadere? Per se stessa? Ah sì, per se stessa! Le era morto il padre, da poco. Addolorata, amareggiata profondamente, eppur costretta a far buon viso a tutti, s’era veduta, pure in quei giorni di lutto, vigilata da Lando con occhi freddamente sdegnosi. In un momento d’angoscia, di esasperazione, in un momento di vera pazzia, perché lo sdegno di quegli occhi si ritorcesse anche contro di lui, gli s’era offerta. Probo, intemerato, incorruttibile, Lando l’aveva respinta. Oh, e allora, più per vendicarsi di lui che della triste e muta sconfidenza del vecchio marito, s’era buttata in braccio di Corrado Selmi, e giù, giù, giù... orribilmente, sì... come un’ubriaca, come una pazza aveva sguazzato un anno nello scandalo.

Ma via! Non le aveva detto anche or ora il vecchio, che non trovava nulla da ridire? Perché dunque avrebbe dovuto farsene un rimorso? Oh, non si era davvero divertita in quell’anno della sua relazione col Selmi. Che voleva da lei ora, il marito?

Donna Giannetta scrollò le spalle, e subito vide quel suo gesto, come se l’avesse fatto un’altra davanti a lei. Aveva spiccatissima la facoltà strana di osservarsi così, quasi da fuori anche nei momenti di maggior concitazione, di vedersi muovere, di sentirsi parlare o ridere; e ne aveva quasi sgomento, talvolta, e spesso fastidio; temeva che i suoi atteggiamenti, i suoi gesti, il suono della sua voce, gli scatti dei suoi sorrisi potessero apparire studiati; soffriva di quel raggelarsi improvviso dei moti più spontanei e men pensati del suo essere, sorpresi in sul nascere da lei stessa in sé. Si passò parecchie volte la mano su la fronte e cercò d’affondarsi in un pensiero che le togliesse la visione di sé, così costernata. Ecco. L’altra sciagura... Quale poteva essere l’altra sciagura di cui il marito avrebbe voluto parlarle? Il volto le si fece scuro. Davanti agli occhi le sorse l’immagine del Selmi, che, o sbigottito, per romper quella furia di scandalo, o per timore di perderla, cominciando ella a essere stufa, o con la speranza di legarla a sé maggiormente, o forse anche per vendetta, non aveva saputo impedire che divenisse madre. Sì, non c’era dubbio: l’altra sciagura, a cui il vecchio alludeva, era la figlia, quella bambina...

– Due sciagure ti sono capitate... Una, l’hai proprio voluta.

L’altra, dunque, no. E aveva ragione: quest’altra sciagura, non l’aveva proprio voluta.

Ma se egli sapeva tutto, e sapeva che lei non poteva sentire alcun affetto per quella creatura che le ricordava l’amante odiato, perché poc’anzi s’era fatto trovare presso quella bambina piangente, con un campanello in mano? Perché tanta ostentazione di tenerezza per quella creatura? Perché aveva voluto accomunarla a sé, come per mettersi con essa di fronte a lei, dicendo che entrambi lui e la bambina rappresentavano per lei due sciagure? Che voleva concludere?

Donna Giannetta si pentì d’aver finto di dormire. Rimase ancora un pezzo a riflettere; poi uscì dalla camera in punta di piedi e, al bujo, trattenendo il respiro, si recò fino all’uscio della camera del marito. Origliò, poi si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.

Francesco D’Atri, seduto lì nella sua camera, come dianzi nella camera di lei, coi gomiti sui ginocchi e la testa tra le mani, piangeva.

Donna Giannetta si sentì fendere la schiena da un brivido e si ritrasse sconvolta, in preda a uno stupore che era anche sgomento.

– Piange...

Restò lì, tremante, senza riuscire a formare un pensiero. Poi, improvvisamente, temendo ch’egli aprisse l’uscio e la scoprisse lì in agguato, si mosse per rientrare nella sua camera. Ma, passando come una ladra davanti all’uscio della camera ove dormiva la bambina, si fermò.

Anche la bambina, qua, piangeva! Tutt’e due...

Inconsciamente, quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a se medesima in quel momento, schiuse quell’uscio, entrò.

La bàlia, seduta in mezzo al letto, smaniava, disperata. La bambina, dopo un breve sonno inquieto, aveva ripreso a contorcersi per le doglie e a vagire così.

Donna Giannetta non intese bene dapprima ciò che la bàlia diceva; allungò una mano su la bambina trangosciata e subito la ritrasse, quasi per ribrezzo. Com’era fredda! Ma bisognava farla tacere... Quel pianto era insopportabile... Non voleva latte? Era fasciata forse troppo stretta? Volle sfasciarla lei, con le sue mani. Oh che gambette misere, paonazze... e come tremavano, contratte dallo spasimo... si provò a tenergliele; ma erano gelate! Era tutta gelata, quella povera piccina... Fosse stato almeno un maschio; ma no, ecco, femminuccia... Con che ravvolgerla? Ecco là, la copertina della culla... Su, su, Donna Giannetta se la prese in braccio, se la strinse contro il seno, forte e delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando la figlioletta col dondolìo della persona, come non aveva mai fatto. E stupì di saperlo fare. Sentiva sul seno le contrazioni del piccolo ventre addogliato e quasi il gorgoglio del pianto dentro quel corpicciolo tenero e freddo. Quasi senza volerlo, allora, si mise a piangere anche lei, non per pietà della piccina, no... o fors’anche, sì, perché la vedeva soffrire... ma piangeva anche perché... perché non lo sapeva neppur lei.

A poco a poco la piccina, come se sentisse il calore dell’amor materno che per la prima volta la confortava, si quietò di nuovo. Donna Giannetta era già stanca, tanto stanca, e pur non di meno seguitò ancora un pezzo a passeggiare e a batter lievemente, a ogni passo, una mano sulle spallucce della piccina. Poi si fermò; con la massima cautela, per non farla svegliare, se la tolse dal seno; si mise a sedere e se la adagiò su le ginocchia; fe’ cenno alla bàlia di rimanersene a letto e, al lume del lampadino da notte, si diede a contemplare la figliuola. Vide quella creaturina, tranquilla ora per opera sua, lì in grembo a lei, come non l’aveva mai veduta. Forse perché non aveva mai fatto nulla per lei, povera piccina, cresciuta finora senz’affetto, senza cure... E che colpa aveva lei? Strizzò gli occhi, come per ricacciare, indietro un sentimento odioso... Ma no! Che colpa aveva la piccina d’esser nata?

E a un tratto, guardando così la figlia, comprese quel che il marito voleva dirle. Egli era e si sentiva vecchio, e sapeva di non poter riempire la vita di lei; ma ella aveva una figlia ora; e una figlia può e deve riempir la vita d’una madre. Egli poteva fare uno scandalo, e non l’aveva fatto; non solo, ma aveva dato anzi a quella bambina, che non era sua, il prestigio del nome, del grado, e anche... sì, anche la sua tenerezza. Orbene, lei, madre, poteva dar bene alla propria figlia l’affetto, le cure, l’esempio d’una condotta illibata.

Ecco, sì, questo, questo senza dubbio, egli voleva dirle. E lei aveva fatto finta di dormire...

A lungo donna Giannetta rimase lì, quella notte, a pensare, con la bambina in grembo. Pensò con amarissimo rimpianto al suo sogno giovanile; e, con nausea, a quel che gli uomini le avevano offerto in cambio di quel sogno... Stupide finzioni, volgarità schifose... Poi, a poco a poco, cedette al sonno.

Prima dell’alba, Francesco D’Atri, attraversando il corridojo per recarsi allo studio, vide aperto l’uscio della camera della bàlia e sporse il capo a guardare. Rimase stupito nel trovare la moglie lì addormentata su una poltrona, con la bambina in braccio. Le s’accostò pian piano per contemplarla e sentì lo stupore sciogliersi, con un tremore per le vene, in una tenerezza infinita. si chinò e le sfiorò con un bacio la fronte. Donna Giannetta si destò; provò anche lei stupore, dapprima, nel ritrovarsi lì, con la piccina su le ginocchia; poi sorrise – vide quel suo sorriso – e, tendendo una mano al marito e guardandolo con gli occhi pieni d’una gioja nuova, gli domandò:

– Va bene così?

II

Da una ventina di giorni, tutti, anche quelli che andavano per via frettolosi e sopra pensiero, si voltavano, si fermavano a mirare un vecchiotto nodoso e ferrigno, con un piccolo zàino alle spalle, quattro medaglie al petto e un cappellaccio nero, da cui scappava un arruffio di peli, i gialli cernecchi confusi col barbone lanoso, abbatuffolato. Camminava quel vecchiotto come in sogno, gli occhi lustri, ilari e lagrimosi, senz’alcun sospetto della sua straordinaria apparizione per le vie e le piazze di Roma, in quella comica acconciatura e con quella goffa aria di selvaggio intenerito. Ma, lasciati a Valsanìa il berretto villoso, gli scarponi imbullettati e il fucile, indossato il vestito nuovo di panno turchino e, sotto alla ruvida camicia d’albagio violacea, un’altra camicia di tela che gli sovrabbondava bianca e floscia dal collo e dalle maniche; con quel cappellaccio nero e le scarpe pulite, Mauro Mortara era sicuro d’essersi acconciato da compìto cittadino. La giacca, sì, aveva su i fianchi certi rigonfii... ma le pistole, eh quelle aveva fatto voto di non lasciarle mai. Le quattro medaglie poi che gli s’intravedevano appese alla camicia d’albagio, sul petto, se le era portate (chiestane licenza al Generale) unicamente per dimostrare ch’era degno di passare per Roma, che s’era meritata la grazia e guadagnato l’onore di vederla. Tutti i documenti erano dentro lo zainetto.

Come avrebbe potuto supporre che quelle medaglie, a Roma, attufata d’odio e tutta imbrattata di fango in quei lividi giorni, dovessero chiamare su le labbra un ghigno di scherno, diventata quasi titolo d’infamia la qualifica di «vecchio patriota»? Senza il più lontano sospetto che ridessero di lui, Mauro Mortara rideva a tutti coloro che gli ridevano in faccia, credendo che partecipassero alla sua gioja, a quella sua gioja rigata di lagrime che, quasi grillandogli attorno come una luce, gli abbagliava ogni cosa. Non vedeva altro di Roma, che questa sua gioja di esserci; e tutto in quella fiamma d’allucinazione gli si presentava magico e vaporoso; e non sentiva la terra sotto i piedi. Tre, quattro volte, nell’allungare il passo, gli era venuto meno il marciapiedi, e per poco non era ruzzolato. Andava com’ebro, senza mèta, smarrito, annegato nella sua beatitudine; e appena gli fantasmeggiava davanti un aspetto grandioso, giù altre lagrime dagli occhi gonfii di commozione.

Lando Laurentano avrebbe voluto dargli una guida; ma che guida! non voleva saper nulla; non voleva che gli si precisasse nulla; temeva istintivamente che ogni notizia, ogn’indicazione, ogni conoscenza anche sommaria gli rimpiccolisse quella smisurata, fluttuante immagine di grandezza, che il sentimento gli creava. Roma doveva rimanere per lui, come il mare, sconfinata. E ritornando la sera, stanco e non sazio, al villino di via Sommacampagna dove Lando abitava, alle domande se avesse veduto il Colosseo, il Foro, il Campidoglio:

– Ho visto, ho visto! – rispondeva in fretta. – Non mi dite niente... Ho visto!

– Anche San Pietro?

– Oh Marasantissima! Vi dico che ho visto. Non voglio saper niente! Questo... quello... che me n’importa? È tutto Roma!

Che gl’importava di sapere chi fosse quel cavaliere con le gambe nude e la corona in capo sul gran cavallo di bronzo in quell’alta piazza vegliata da statue in capo alla salita, dominata da una torre e porticata a destra e a sinistra? Era a Roma? E dunque era un grande, certo, un eroe dell’antichità, un vittorioso, un padrone del mondo. E quella statua lì, rossa, seduta sopra la fontana, con una palla in mano? Roma: quella era Roma, col mondo in pugno, e basta. Se per quella piazza non fosse passata di continuo tanta gente, si sarebbe chinato a baciar l’orlo di quella fontana, accostato a baciare il piedestallo di quel cavaliere con le gambe nude. E perché s’affaccendava lassù tutta quella gente? Ma perché lavorava a far più grande Roma: ecco perché! si davano tutti da fare per questo. E Roma, Roma... eccola là: di nuovo, tra poco, tutto il mondo in pugno avrebbe tenuto, così!

Era lui davvero, Mauro Mortara, a Roma? respirava proprio lui lassù quell’aria di Roma? toccava proprio lui coi piedi il suolo di Roma? vedeva lui tutte quelle grandezze? o era sogno? Ah, si potevano chiudere ora gli occhi suoi, dopo tanta grazia? Veduta Roma, avevano veduto tutto. Posta la sua firma nel registro del Pantheon, alla tomba del Re, poteva morire: aveva dato atto di presenza nella vita, risposto all’appello della storia. Che stupore! Se le era trovate davanti all’improvviso, quelle colonne scure e maestose. Nel dubbio che fosse una chiesa, s’era tenuto in prima d’entrare per il cancello semichiuso della ringhiera, come vedeva fare a tanti. Venendo a Roma, aveva stabilito che, dalle chiese, alla larga! Rispettare Dio, sì, ma in cielo... E non era entrato difatti neanche in San Pietro. In mano ai preti, lui? Maramèo! Con occhi torvi aveva guatato il Vaticano, premendo coi gomiti su i fianchi il calcio delle due pistole. Era dunque una chiesa anche quella? Stava per domandarlo, quando gli s’era accostato un venditore di vedute di Roma: – Il Pantheon... la tomba del Re...

– Là dentro?

E subito allora era entrato. Quell’occhio tondo aperto nella cupola, da cui si vedeva il cielo, l’altare di fronte lo avevano un po’ sconcertato. Dov’era la tomba del Re? Eccola là, a destra, in alto, di bronzo... E s’era avvicinato, timoroso; aveva veduto sotto la tomba i due veterani di guardia, con le medaglie al petto, il registro per le firme dei visitatori e, con gli occhi ridenti e invetrati di lagrime, aveva sollevato un po’ la giacca per far vedere a quelli che aveva il diritto, lui, di firmare. Quei due veterani non avevano compreso bene, forse, ciò che avesse voluto dire e, vedendolo ridere e piangere insieme, lo avevano preso fors’anche per matto. Sì, aveva risposto lui, col capo: or ora, dopo tutti gli altri; ché, un po’ per la mano poco avvezza, un po’ per gli occhi e sopra tutto poi per la commozione, chi sa quanto tempo ci avrebbe messo! Alla fine, rimasto solo davanti ai veterani dopo aver raspato alla meglio sul registro, a lettera a lettera, nome, cognome e luogo di nascita:

– Ah, da Girgenti... siciliano? – s’era sentito domandare da uno di quelli, che con gli occhi aveva tenuto dietro alla penna. – Avete fatto la campagna del Sessanta? – Eccole qua! – gli aveva risposto, gongolante, mostrando le medaglie. – E questa, del Quarantotto!

– Ah, reduce del Quarantotto... E siete danneggiato?

– Come, danneggiato? Che vuol dire?

– Se avete la pensione dei danneggiati politici...

Ma che pensione! Lui? Perché la pensione? Non aveva niente, lui. Non sapeva neppure che ci fosse, quella pensione; e se l’avesse saputo, non l’avrebbe mai chiesta. Prender danaro per quel che aveva fatto? Ma gli dovevano prima cascar le mani!

Quelli, ch’eran due piemontesi, s’erano messi a ridere, guardandosi negli occhi. Lo avevano approvato – credeva lui – sicuramente. Sì, come lo approvavano, nel villino, ogni sera, Raffaele il cameriere e Torello il servitorino, dopo la severa riprensione del padrone che li aveva sorpresi in un momento che se lo pigliavano a godere proprio di gusto. Alle esclamazioni di gioja, di meraviglia, di entusiasmo, di soddisfazione, alle ingenue considerazioni di Mauro sulla grandezza della patria, Lando Laurentano, benché pieno in quei giorni di sdegno e di nausea, non aveva mai replicato; aveva trattenuto il sorriso anche quando il suo caro vecchio, una di quelle sere, era entrato ad annunziargli ancor tutto esultante:

– Ho visto il Re! ho visto il Re! Oh, povero figlio mio, come avrei potuto mai crederlo? tutto bianco... bianco come me... Chi sa quanto gli costa sedere lassù! quanti pensieri! Eh, il palo è lui! c’è poco da dire: il palo che regge tutto... E sapete? M’ha salutato! se la carrozza andava più piano, mi buttavo in ginocchio, com’è vero Dio!

«Sentirsi in petto per un momento quel cuore!» aveva pensato con tenerezza e con invidia Lando Laurentano. «Potere con quella stessa fede, con quella stessa purezza d’intenti, nutrire un sogno, un più vasto sogno; affrontare per esso più aspre lotte e vincere, per goder poi una gioja più pura e più grande di quella!».

Come per ritemprarsi e lavarsi lo spirito di tutte le sozzure sbomicanti in quei giorni dalla vita nazionale, s’era immerso nei discorsi di quel vecchio, strambi, sì, ma vero lavacro di purezza e di fede. La sua vista, la sua presenza a Roma, in quei giorni, gli facevano apparir più sozzi, più turpi tutti coloro che della fortuna insigne d’esser nati in un momento supremo e glorioso s’erano avvantaggiati come ingordi mercanti e ladri speculatori. Che ne sapeva, che poteva saperne quel vecchio, il quale, dopo aver dato il meglio della sua forte e ingenua natura alla patria, s’era ritratto in solitudine a fantasticare sul frutto che l’opera sua avrebbe certamente recato, sicuro che tutti gli altri avevano fatto come lui? Egli non pensava: sentiva soltanto: fiamma accesa, che si beava nel suo lume e nel suo calore, e tutto avvivava intorno a sé di questo lume. E, certo, come ora qua non avvertiva la tempesta di fango in mezzo alla quale passava raggiante di gioja e d’entusiasmo, da trent’anni in Sicilia non aveva mai avvertito gli orrori delle tante ingiustizie, la desolazione dell’abbandono, il crollo delle illusioni, il grido e le minacce della miseria. Impensierito dalle notizie di giorno in giorno più gravi che gli arrivavano di laggiù, Lando avrebbe voluto qualche ragguaglio da lui, almeno intorno alla provincia di Girgenti; ma non glien’aveva neppur fatto cenno, sicuro che gli avrebbe oscurato d’un tratto tutta la festa col fargli sapere ch’egli, il nipote del Generale, era per quelli che egli in buona fede doveva stimar nemici della patria, e dunque un nemico della patria anche lui. Gli aveva domandato invece notizie del padre.

– Giù, dovete venire giù con me! – gli aveva risposto Mauro recisamente. – Voi siete il ladro; io, il carabiniere. E ringraziate Dio che ha mandato me! Poteva mandarvi un plotone di quei suoi terribili pagliacci, con Sciaralla il capitano.

Lando aveva schiuso le labbra a un sorriso afflitto. E allora Mauro, picchiandosi la fronte con una mano:

– Testa! Che volete farci? Me li manda anche lì, a Valsanìa, vestiti a quel modo, nella casa di suo Padre! Il cuore mi si volta in petto e vedo rosso, vi giuro, certe volte! Basta, che dicevamo? Ah... anche questa vi pare che sia da meno? andare a sposar di nuovo, alla sua età, e una di quella razza! Santo e santissimo non so chi e non so come, il padre di quello, vi dico, quando vostro nonno fu mandato in esilio, andò in chiesa a cantare il Te Deum. E lui, lui, questo don Flaminio Salvo... Corpo di Dio, sapete che ho dovuto sopportarmelo per un mese a Valsanìa? Ah, che bracalone quel vostro zio don Cosmo! «Come!» doveva dire. «Flaminio Salvo a Valsania?» E invece, niente! Padronissimo. E sapete come sono stato io per un mese? Come una bestia che va cercando tutti i buchi e i bucherelli per nascondersi. Se lo vedevo... sangue di... per qua lo afferravo, vi dico, per la gola, e là, suona che ti suono, cazzotti dove coglievo coglievo! Sapete che quando mi piglia quel momentaccio, bestiale come sono... Lasciamo andare! Questo don Flaminio Salvo, al quarantotto, che fece? ve lo dico io che fece, andò dritto filato a denunziare alla sbirraglia borbonica il luogo dove s’era nascosto don Stefano Auriti con vostra zia donna Caterina. Storia! E ora, a Girgenti, porta tutti i preti in pianta di mano! Ma Dio, ah Dio l’ha castigato! La moglie, pazza! Peccato che la figlia... quella, no: buona, la figlia; buona e bella... Ma non vi venisse in mente, oh, di pigliarvela in moglie! Voi, caro mio, portate il nome di vostro nonno, ricordatevelo! E il nome di Gerlando Laurentano dev’essere per voi... che dico? no, caro mio, non ridete... di queste cose non dovete ridere davanti a me!

– Rido, – gli aveva risposto Lando, – perché ha mandato un buon ambasciatore mio padre per persuadermi ad assistere alle sue nozze!

E Mauro, mettendo le mani avanti:

– Ah no, che c’entra? io le cose le dico papali in faccia, anche a lui. E, tanto, se non le dico, mi si leggono in fronte lo stesso... Ciascuno col sentimento suo. Ma voi dovete venire con me, perché il padre è padrone, caro mio. Non andate di vostra volontà. Lui, com’ha cominciato, deve finire. Se s’è messo per quella via, che volete farci? Ve ne verrete per un po’ di giorni a Valsanìa, a ristorarvi; vi arrabbierete un po’ con quello stolido di vostro zio don Cosmo; ma poi ci sono io, c’è il camerone del Generale, intatto, tal quale... Entrando là, il petto... ah! vi s’allarga e il cuore vi si fa tanto... Voi, non so, mi parete... Con permesso, lasciatemi sentir l’orologio.

Gli s’era accostato, gli aveva posato un orecchio sul petto, dalla parte del cuore e, ridendo furbescamente, aveva concluso:

– Ho capito! L’ora delle femmine.

 Calmo e freddo in apparenza, Lando Laurentano covava in segreto un dispetto amaro e cocente del tempo in cui gli era toccato in sorte di vivere; dispetto che non si sfogava mai in invettive o in rampogne, conoscendo che, quand’anche avessero trovato eco negli altri, come ne trovavano difatti quelle dei tanti malcontenti in buona o in mala fede, non avrebbero approdato a nulla.

Era, quel suo dispetto, come il fermento d’un mosto inforzato, in una botte che già sapeva di secco.

La vigna era stata vendemmiata. Tutti i pampini ormai erano ingialliti; s’accartocciavano aridi; cadevano; i tralci nudi si storcevano nella nebbia autunnale, come chi si stiri in un lungo e sordo spasimo di noja; nella grigia distesa dei campi, tra la caligine umida, non rimaneva più altro che un accennar muto e lieve e lento di pàlmiti vagabondi.

Aveva dato il suo frutto, il tempo. E lui era venuto a vendemmia già fatta. Il mosto generoso e grosso, raccolto in Sicilia con gioja impetuosa, mescolato con l’asciutto e brusco del Piemonte, poi col frizzante e aspretto di Toscana, ora col passante, raccolto tardi e quasi di furto nella vigna del Signore, mal governato in tre tini e nelle botti, mal conciato ora con tiglio or con allume, s’era irrimediabilmente inacidito.

Età sterile, per forza, la sua, come tutte quelle che succedono a un tempo di straordinario rigoglio. Bisognava assistere, tristi e inerti, allo spettacolo di tutti coloro che avevan dato mano all’opera e volevano ora esser soli a darle assetto; alcuni tuttavia sovreccitati e quasi farneticanti, altri già lassi e crogiolantisi con senile sorriso di sufficienza nella soddisfazione d’un’ardua fatica comunque terminata, di cui non volevano vedere i difetti, né che altri li vedesse.

Ah, in verità, sorte miserabile quella dell’eroe che non muore, dell’eroe che sopravvive a se stesso! Già l’eroe, veramente, muore sempre, col momento: sopravvive l’uomo e resta male. Guaj se non scoppia l’anima con veemenza, investita da quel vento propulsore che la gonfia, la sforza e le fa assumere a un tratto una terribile maschera di grandezza! Dopo quello sforzo, caduto il vento, l’anima violentata non sa, non può più ricomporsi nelle sue naturali proporzioni non trova più il suo equilibrio: qua ancora abbottata e intumidita, là floscia, ammaccata, casca da tutte le parti e, come un pallone in cui si sia consumato lo stoppaccio, incespica e si straccia in tutti gli sterpi della via dianzi sorvolata.

Lando Laurentano non sfogava il dispetto, perché, non avendo potuto prima per l’età, non potendo più ora per l’inerzia dei tempi far nulla, sdegnava come troppo facile dir che gli altri avevano fatto male. Fare... ecco, poter fare, senza punte parole! Avevano fatto gli altri. Ora era il tempo delle parole. Ne facevano tante gli altri inutilmente, ch’egli poteva bene risparmiar le sue. Vedeva che coloro, a cui era stato dato di fare, s’erano dibattuti a lungo tra due concezioni, una vacua e l’altra servile: quella di un’Italia classica e quella di un’Italia romantica: una fantasima in toga e un manichino da vestire con la livrea e il beneplacito altrui: un’Italia retorica, fatta di ricordi di scuola, quella stessa forse vagheggiata dal Petrarca e suggerita a Cola di Rienzo, repubblicana; e un’Italia forestiera, o inforestierata tutta nell’anima e negli ordini. Purtroppo, le necessità storiche dovevano effettuar questa. E, in fondo, non si era fatto altro che sostituire una retorica a un’altra; alla scolastica imitazione degli antichi, la spropositata imitazione degli stranieri. Imitare, sempre. «Oh Italiani, – aveva gridato dalle Murate di Firenze il Guerrazzi, – scimmie e non uomini!».

Soffocati dalle così dette ragioni di Stato gl’impeti più generosi, la nazione era stata messa su per accomodamenti e compromissioni, per incidenze e coincidenze. Un solo fuoco, una sola fiamma avrebbe dovuto correre da un capo all’altro d’Italia per fondere e saldare le varie membra di essa in un sol corpo vivo. La fusione era mancata per colpa di coloro che avevano stimato pericolosa la fiamma e più adatto il freddo lume dei loro intelletti accorti e calcolatori. Ma, se la fiamma s’era lasciata soffocare, non era pur segno che non aveva in sé quella forza e quel calore che avrebbe dovuto avere? Che nembo di fuoco allegro e violento dalla Sicilia su su fino a Napoli! Ancora da laggiù, più tardi, la fiamma s’era spiccata per arrivare fino a Roma... Dovunque era stata costretta ad arrestarsi, ad Aspromonte o su le balze del Trentino, era rimasto un vuoto sordo, una smembratura.

Non poteva l’Italia farsi in altro modo? Segno che non erano ancora ben maturi gli eventi, o che eran mancati in alcuni l’energia e l’ardire per secondarli. Troppi calcoli e riflessioni ombrose e tentennamenti e scrupoli e ritegni e soggezioni avevano mortificato la creazione della patria.

Che fare, adesso? Per chi vuole, sì, è sempre tempo di far bene. Ma un bene modesto, umile, paziente, Lando Laurentano sentiva che non era per lui. Gli avevano offerto, nelle ultime elezioni generali, la candidatura in uno dei collegi di Palermo: né preghiere, né pressioni, né richiami alla disciplina del partito erano valsi a farlo recedere dal rifiuto. Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affogarsi in una fogna!

Fin da giovinetto s’era nutrito di forti e severi studii, non tanto per bisogno di coltura o per passione, quanto per poter pensare e giudicare a suo modo, e serbare così, conversando con gli altri, l’indipendenza del proprio spirito. Aveva qua, nel villino solitario di via Sommacampagna, una ricca biblioteca, ove soleva passare parecchie ore del giorno. Ma, leggendo, era tratto irresistibilmente a tradurre in azione, in realtà viva quanto leggeva; e, se aveva per le mani un libro di storia, provava un sentimento indefinibile di pena angustiosa nel veder ridotta lì in parole quella che un giorno era stata vita, ridotto in dieci o venti righe di stampa, tutte allo stesso modo interlineate con ordine preciso, quello ch’era stato movimento scomposto, rimescolìo, tumulto. Buttava via il libro, con uno scatto di sdegno, e si metteva a passeggiare per la sala. Che strana impressione gli facevano allora tutti quei libri nella prigione degli alti e ampii scaffali che coprivano da un capo all’altro le quattro pareti! Dalle due finestre basse, che davano sul giardino, entrava il passerajo fitto, assiduo, assordante degl’innumerevoli uccelletti che ogni giorno si davan convegno sul pino là, palpitante più d’ali che di foglie. Paragonava quel fremito continuo, instancabile, quell’ebro tumulto di voci vive, con le parole racchiuse in quei libri muti, e gliene cresceva lo sdegno. Composizioni artificiose, vita fissata, rappresa in forme immutabili, costruzioni logiche, architetture mentali, induzioni, deduzioni – via! via! via!

Muoversi, vivere, non pensare!

Che angoscia, che smanie talvolta, se s’affondava nel pensiero che anch’egli, inevitabilmente, coi concetti e le opinioni che cercava di formarsi su uomini e cose, con le finzioni che si creava, con gli affetti, coi desiderii che gli sorgevano, fermava, fissava in sé e tutt’intorno a sé in forme determinate il flusso continuo della vita! Ma se già egli stesso, con quel suo corpo, era una forma determinata, una forma che si moveva, che poteva seguire fino a un certo punto questo flusso della Vita, fino a tanto che, man mano irrigidendosi sempre più, il movimento già a poco a poco rallentato non sarebbe cessato del tutto! Ebbene, certi giorni, arrivava a sentire per il suo stesso corpo, così alto e smilzo, per il suo volto bruno pallido, dalla fronte troppo ampia, dalla barba nera, quadra, dal naso imperioso in contrasto con gli occhi da arabo sonnolento e voluttuoso, una strana antipatia. Se li guardava nello specchio come se fossero d’un estraneo. Dentro quel suo stesso corpo, intanto, in ciò che egli chiamava anima, il flusso continuava indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti ch’egli imponeva per comporsi una coscienza, per costruirsi una personalità. Ma potevano anche tutte quelle forme fittizie, investite dal flusso in un momento di tempesta, crollare, e anche quella parte del flusso che non scorreva ignota sotto gli argini e oltre i limiti ma che si scopriva a lui distinta, e ch’egli aveva con cura incanalato nei suoi affetti, nei doveri che si era imposti, nelle abitudini che si era tracciate, poteva in un momento di piena straripare e sconvolger tutto.

Ecco: a uno di questi momenti di piena egli anelava! si era perciò immerso tutto nello studio delle nuove questioni sociali, nella critica di coloro che, armati di poderosi argomenti, tendevano ad abbattere dalle fondamenta una costituzione di cose comoda per alcuni, iniqua per la maggioranza degli uomini, e a destare nello stesso tempo in questa maggioranza una volontà e un sentimento che facessero impeto a scalzare, a distruggere, a disperdere tutte quelle forme imposte da secoli, in cui la vita s’era ponderosamente irrigidita. Sarebbero sorti nelle maggioranze quella volontà e quel sentimento così forti da promuover subito il crollo? Mancava in esse ancora la coscienza e l’educazione necessarie. Renderle coscienti, educarle, prepararle: ecco un ideale! Ma a quando l’attuazione? Opera lenta, lunga e paziente anche questa, purtroppo.

Nei suoi vasti possedimenti in Sicilia, nella provincia di Palermo, ereditati dalla madre, aveva già accordato ai contadini la più equa mezzadria, proibendo assolutamente al suo amministratore di gravare anche d’un minimo interesse le anticipazioni concesse con liberalità per la semente e per tutte le altre spese necessarie alla coltura dei campi; vi aveva fondato e manteneva a sue spese parecchie scuole rurali, più volte, a ogni richiesta, aveva contribuito largamente ai fondi di riserva per la resistenza dei contadini e dei solfaraj nelle lotte contro i proprietarii di terre e i produttori di zolfo; pagava le spese di stampa d’un giornale del partito: La Nuova età, che si pubblicava ogni domenica a Palermo. L’amministratore Rosario Piro protestava da laggiù, mese per mese, con lunghissime lettere piene di buon senso e di spropositi di lingua: protestava e si lavava le mani. Povero Piro! Chi sa come se l’era ridotte, quelle mani, a furia di lavarsele! Lando, forse senza neppure accorgersene, o credendo fors’anche di viver sobriamente, spendeva molto per sé. L’esperienza di quanto vacua e insulsa fosse la vita di tutti coloro che per professione facevano bella figura nel così detto bel mondo, nei circoli, nei saloni dei grandi alberghi, nelle sale da giuoco, nelle piste delle corse, nelle cacce a cavallo, se l’era pagata, non per voglia che n’avesse, ma per non apparir singolare dagli altri in una cosa di così poco valore per lui e che in fondo non gli costava alcun sacrificio, date le sue abitudini signorili e le sue relazioni sociali; seguitava ancora a pagarsela di tratto in tratto, e pur cara, nei momenti in cui più forte sentiva il bisogno d’afferrarsi al solido fondamento della bestialità umana per sottrarsi o resistere a certi impulsi strani, a certi capricci dell’immaginazione, alle smaniose incertezze dell’intelletto. Si abbandonava allora a esercizii violenti con una freddezza che a lui stesso talvolta incuteva raccapriccio, o a piaceri sensuali, la cui profumata e luccicante squisitezza esteriore non riusciva a nascondergli la trista volgarità. Ma nell’inerzia si sentiva rodere; tra le smanie della forzata inazione, soffocare, tanto più in quanto si costringeva a respingere quelle smanie per non dare alcuno spettacolo di sé, mai. E mentre sorrideva, ascoltando al circolo o in qualche altro ritrovo le baggianate dei suoi conoscenti, dondolando un piede o carezzandosi la barba, immaginava freddamente qualche scoppio improvviso che mettesse in iscompiglio ridicolo a un tempo e spaventoso tutto quel mondo fatuo, fittizio, di cui gli pareva incredibile che gli altri sul serio potessero vivere e appagarsi. Gli altri? E lui? Di che viveva lui? Non se ne appagava, è vero; ma che ci guadagnava a non appagarsene? Ecco, quelle smanie. Non cupidigie effimere, non appetiti da soddisfare vi trovavano i suoi sensi: ritrarsene, non gli sarebbe costato alcuno sforzo di volontà; anzi doveva sforzarsi per rimanervi, come se fosse per lui esercizio di un dovere increscioso, condanna. D’altro canto, non sarebbe impazzito a restar solo con se stesso? Tanta era la mala contentezza della propria esistenza arida, senza germogli di desiderii vivi. Certe notti, rincasando oppresso dalla più cupa noja, aveva così forte l’impressione d’andare a ritrovar nella solitudine del suo villino il proprio spirito che non se n’era mosso e che lo avrebbe accolto dallo specchio con atteggiamento di scherno e gli avrebbe domandato se fuori faceva bel tempo, se c’era la luna, se qualche lampada elettrica non si fosse per caso stizzita lungo la via, o se San Paolo, stanco di stare in piedi, non si fosse messo a sedere su la colonna Antonina; così forte aveva questa impressione, che tornava indietro, per lasciar fuori la propria persona e non presentarla a quella derisione. Eccola, eccola lì, la sua bella persona, ben curata, ben lisciata, azzimata... chi se la voleva prendere a quell’ora di notte? si fermava un po’ per sentire intorno a sé il silenzio notturno; gli pareva che questo silenzio si profondasse nel tempo, nel passato di Roma, e diventasse terribile. Un brivido lo scoteva. Gravava quella notte su una città di mille e mille anni, per cui egli passava, ombra vana, minima, che un lieve soffio avrebbe spazzata via.

Da questi momenti non rari lo richiamava in sé ogni volta, accorrendo da Palermo senza invito e sempre in punto un amico, forse il solo che avesse sincero: Lino Apes, direttore della Nuova Età: Socrate, com’egli lo chiamava. E di Socrate veramente Lino Apes aveva l’umore e la bruttezza: alto, tutto collo e senza spalle, con le braccia scimmiesche che gli scivolavano fin quasi ai ginocchi, la fronte sfuggente, il naso schiacciato, e certi occhi ilari e acuti, che ridendo gli lagrimavano, quasi nascosti dalle folte sopracciglia spioventi. Poverissimo, con incredibili stenti superati allegramente, s’era mantenuto da sé agli studii, fino a laurearsi in lettere e filosofia; senza ambizioni di sorta, s’adattava a insegnare a suo modo in un ginnasio inferiore, con molto godimento dei ragazzi, con molto struggimento del direttore che non osava muovergli alcuna riprensione. Passava il resto della giornata sperperando nella conversazione l’inesauribile ricchezza delle idee che, dopo un lungo giro, gli ritornavano appena appena riconoscibili, ciascuna col marchio della sciocchezza o della vanità di chi se l’era appropriata. Era il suo discorso una fonte perenne di speciosissimi argomenti, da cui sprazzava a un tratto una luce nuova e strana che, inaspettatamente, rendeva tutto semplice e chiaro. Lino Apes aveva più volte dimostrato a Lando Laurentano che, dicendosi socialista, mentiva con la più ingenua sincerità; si vedeva non qual era, ma quale avrebbe voluto essere. Il che, sosteneva lui, avviene a tutti, ed è la sorgente prima del ridicolo. Socialista, un indisciplinato? socialista, un nemico, non di questo o quell’ordine, ma dell’ordine in genere, d’ogni forma determinata? Socialista era per il momento: per quel tal momento di piena, a cui anelava. Ma la maggior parte dei socialisti, del resto, erano come lui e perciò poteva consolarsi, o piuttosto, provarne dispetto. A ogni modo, una specialità l’avrebbe sempre avuta: quella di esser ricco tra tanti consimili poveri e di farsi cavar sangue da tutti e da lui, Lino Apes, direttore della Nuova Età e privato ispettore delle scuole rurali dipendenti da S. E. il giovane principe di Laurentano.

Lando lo ascoltava con piacere. Tutto quello che gli altri dicevano lo lasciava scontento e insoddisfatto, come tutto quello che diceva lui stesso, pur riconoscendo che, sì, era spesso sensato. Riconosceva anche che tanti e tanti parlavano meglio di lui; ma che valevano poi tutte quelle parole, tutti quei ragionamenti, tutte quelle idee giuste, tutte quelle cose sensate? Dentro di lui scattava, esasperata, una protesta: – No, no, non è questo! – senza che poi egli stesso sapesse dire che cosa dovesse essere in cambio. Ma tutto il resto, i guizzi, i lampi che gli s’accendevano nello spirito non erano esprimibili: sarebbe sembrato pazzo, se li avesse espressi. Ebbene, Lino Apes, Socrate, aveva questo: che sapeva esprimerli, ed era stimato saggio.

Riceveva da lui in quei giorni lettere su lettere, e ognuna con agro stile lo pressava ad accorrere in Sicilia. Tutti i galli nelle aje bruciate non avevano avuto mai così rossa e così irta la cresta, né mai più spavaldo avevan lanciato nei campi il loro grido a salutare il nuovo sole che, per la prima volta dopo una notte di secoli, sbadigliava nelle coscienze dei lavoratori. Coscienze? Per modo di dire. Alla chiesa avevano sostituito il Fascio; e aspettavan da questo tutti i miracoli impetrati invano da quella. Ma il fanatismo era al colmo: e dunque possibili i miracoli e facile il còmpito dei taumaturghi. La piena stava per irrompere, e in un momento avrebbe potuto travolgere «le impure sedi del dominio borghese» ora senza presidio di soldatesche. Bisognava accorrere e agire prima che la Sicilia fosse invasa militarmente e la reazione cominciasse.

Lando fremeva, ma non sapeva staccarsi da Roma in quel momento. Lo scandalo bancario era come una voragine di fuoco aperta davanti al Parlamento nazionale: a una a una uscendo di là, le putride carcasse del vecchio patriottismo vi sarebbero precipitate; e quel fuoco, divorandole, avrebbe purificato la patria. Lo spettacolo era allegro nella sua oscena terribilità. Ma forse non sarebbe stato tale per Lando, se in quella voragine non avesse aspettato con ansia feroce uno: Corrado Selmi.

Ah finalmente! Già lo vedeva come un albero mezzo sfrondato all’appressarsi della lava: fors’anche prima d’esser toccato dal liquido fuoco vorace, sarebbe sparito in una stridula vampata. E Lando sperava che il suo spirito si sarebbe rischiarato a quella vampata. Ah, per un momento almeno! Il male che quell’uomo gli aveva fatto non era più rimediabile: gli aveva per sempre ottenebrato la vita, tolto per sempre la speranza di volgersi, di riaccostarsi a colei che nella prima giovinezza gli aveva fatto intendere l’eternità in un attimo di luce: luce sfavillante da due occhi neri e da un vanente sorriso, una sera di maggio, lungo la marina di Palermo illuminata, tra il fragor delle vetture, l’odore delle alghe che veniva dal mare il profumo delle zagare che veniva dai giardini. Per il divino ricordo incancellabile di quest’attimo si sarebbe certamente riaccostato alla cugina, appena senza rimorso, senza profanazione almeno dal suo canto, morto il vecchio marito avrebbe potuto farla sua di nuovo. Ben per questo l’aveva respinta, quand’ella, in un momento di follia, aveva voluto con rabbiosa disperazione aggrapparsi a lui. E quell’uomo vigliaccamente ne aveva profittato.

No, non poteva allontanarsi da Roma in quel momento.

Ora, chiamato con tanta premura da ben altre ragioni in Sicilia, quella per cui Mauro Mortara era venuto non poteva non sembrargli una grottesca irrisione. Pensò che non certo per il piacere di vederlo lo si voleva presente a quel festino di nozze, ma per una diffidenza del Salvo, che l’offendeva. E, per sbarazzarsene, decise di scrivere a costui una lettera che lo rassicurasse pienamente e per cui quel matrimonio potesse aver luogo senza il suo intervento. A Lino Apes rispose che, prima di muoversi, avrebbe voluto consultare tutti quei compagni che tra pochi giorni dovevano passare per Roma diretti al Congresso di Reggio Emilia. Si sarebbe tenuta un’adunanza in casa sua, alla quale anche lui, Socrate, doveva prender parte. A suo carico le spese di viaggio, tanto sue quanto quelle dei rappresentanti dei maggiori Fasci, di cui voleva un preciso ragguaglio delle condizioni in cui si sarebbe impegnata la lotta; e se queste veramente erano favorevoli, non avrebbe esitato un momento a cimentarsi, ad arrischiar tutto, là e addio! Due giorni dopo la spedizione di questa lettera, gli arrivò all’orecchio la notizia del salvataggio scandaloso del Selmi tentato dal Governo. Sentì rompersene lo stomaco, e in un furioso ribollimento di sdegno decise di partir subito per dar fuoco alle polveri preparate in Sicilia. La mattina dopo, mentre parlava con Mauro Mortara della partenza imminente, gli fu annunziata la visita del cugino Giulio Auriti.

Mauro era andato due volte a casa di Roberto in via delle Colonnette, e non l’aveva trovato. Prima di partire, avrebbe voluto almeno salutarlo. Non conosceva Giulio, avendolo veduto due o tre volte soltanto da ragazzo; diede un balzo, appena lo vide entrare nella stanza:

– Don Stefano! – esclamò. – Oh figlio mio! Don Stefano nelle forme... Tutto, tutto lui! La stessa faccia... lo stesso corpo...

Ma, notando che il giovine, nell’agitazione a cui era in preda, gli restava dinanzi con fredda e accigliata perplessità:

– Non sapete chi sono io? – aggiunse. – Sono Mauro Mortara. Morì qua, tra queste braccia, vostro padre, con una palla in petto, qua sotto la gola. Aveva al collo il fazzoletto, e una cocca gli era entrata nella ferita: non poteva parlare; con codesti vostri occhi, nell’agonia, mentre lo sorreggevo, mi raccomandò il figliuolo, vostro fratello, che io scostavo col gomito, coprendo con tutta la persona il corpo di vostro padre caduto, per non farglielo vedere...

Giulio Auriti si premé forte le mani sul volto e scoppiò in singhiozzi.

Lando, conoscendo la rigida tempra del cugino, il dominio freddo che aveva di se stesso, si voltò a guardarlo, turbato e costernato. Gli s’accostò; gli posò una mano su la spalla:

– Giulio!

– Avreste fatto meglio a lasciarglielo vedere! – disse allora questi, rivolto a Mauro, riavendosi d’un tratto, al richiamo. – Gli sarebbe rimasto più impresso. Era troppo piccolo! E piccolo è rimasto. Piccolo e cieco. Ho da parlarti, – aggiunse poi, rivolgendosi a Lando, e con la mano si strinse gli occhi, quasi per portarne via ogni traccia di pianto.

Mauro non intese, non comprese nulla: con gli occhi fissi nella lontana visione della battaglia, scosse il capo a lungo, sospirò:

– Bella morte! Bella morte! Può piangerla un figlio; ma a pensarci, è una festa. Una festa era per noi morire! Che morte faremo adesso? Vecchi, sporcheremo il letto... Basta; me ne vado. È in casa don Roberto? Voglio andare a salutarlo. Ho visto Roma, però, e anche in un canto, mangiato dalle mosche, posso morir contento...

Fece con la mano un gesto di noncuranza e se ne andò.

Tutta la notte, dopo il colloquio con Francesco D’Atri, Giulio Auriti invece di pensare a ciò che avrebbe dovuto dire al cugino per ottener l’ajuto che doveva chiedergli, prevedendolo nemico, per farsi animo all’impresa aveva richiamato, tra un continuo incalzar di smanie rabbiose, pensieri e ragioni che non avrebbe potuto manifestargli; s’era compiaciuto nel dire a se stesso ciò che non avrebbe potuto dire a lui; aveva voluto vedere in sé quasi un diritto a quell’ajuto. E s’era accorto che soltanto in apparenza era stata finora cordiale la sua relazione con lui. Quanta invidia ignorata e qual rancore non gli aveva sommosso dal fondo segreto dell’anima, in quella notte, il bisogno! Finora aveva pensato che la meschinità della condizione sua d’impiegato in un Ministero, nascosta con tanti sacrifizii sotto vesti signorili, non poteva avvilirlo di fronte al cugino ricco e titolato, perché Lando doveva sapere che essa era conseguenza dell’altera e sdegnosa rinunzia della madre; e che, quanto alla nobiltà, non era da meno la sua, per ciò che il padre era stato. Ma ora? Compromesso indegnamente Roberto in quel turpe scandalo bancario, e costretto lui a chieder soccorso, crollavano miseramente le ragioni della sua alterezza, e con esse, a un tratto, anche quelle della cordialità verso il cugino. E s’era preparato a quel colloquio con lui come a un assalto contro un nemico. Nemico, sì, perché Lando certamente avrebbe negato l’ajuto, sapendo che quel denaro era stato preso dal Selmi. Avrebbe dovuto per forza confessarglielo. Ma Lando doveva anche pensare, perdìo, che né Roberto si sarebbe ridotto a prestar come un cieco di quei favori al Selmi, in ricambio d’altri favori; né lui a chiedergli ora quell’ajuto, se la madre non avesse rinunziato all’eredità paterna! Il danaro che gli avrebbe chiesto, rappresentava in fondo una minima parte di quello lasciato sdegnosamente dalla madre al fratello maggiore; ed egli avrebbe potuto chiederlo a titolo di restituzione, data quell’orribile necessità. Il sacrificio suo nel chiederlo non sarebbe stato minore di quello di Lando nel darlo.

Ora, uscito Mauro Mortara, che gli aveva cagionato quella improvvisa commozione col ricordo della morte eroica del padre, egli, di fronte al cugino che lo guardava turbato, in attesa ansiosa e benigna, restò per un pezzo come smarrito, in preda a un orgasmo crudele. Contrasse tutto il volto nella rabbia del cordoglio e, stringendo le mani intrecciate fin quasi a spezzarsi le dita:

– Ho bisogno di te, Lando, – disse. – È per me un momento terribile, da cui solamente tu puoi liberarmi, ma... te ne prevengo, con un grande sacrifizio anche da parte tua, morale e materiale.

Lando, confuso, perplesso, soffrendo alla vista del cugino così agitato e presentendo anche dalle parole di lui la gravità di ciò che gli avrebbe chiesto, mormorò, aprendo le braccia:

– Parla... tutto quello che posso...

– Ah, no! – troncò subito Giulio, urtato dalla frase comune. – È difficile, è difficile, tanto per me, quanto per te, sai! Ma devi pensare che la mia vita, Lando, la vita di mia madre, l’onore nostro, sono... sono nelle tue mani, ecco! Pensa a questo, e allora forse... spero... troverai la forza di compiere il sacrifizio che ti domando.

– Tu mi spaventi! – esclamò Lando. – Parla; che ti è accaduto?

Giulio tornò a stringersi le mani, convulsamente; se le batté più volte, così strette, su la bocca, tenendo gli occhi serrati. Le vene gonfie, nella fronte contratta, mostravano lo sforzo atroce che faceva su se stesso.

– Se dico tutto, – scattò, smaniando, – mi darai ajuto?

– Ma perché no? – domandò Lando, con pena. – Che c’è? Se non so di che si tratta!

– Di me, – rispose pronto Giulio. – Pensa che si tratta di me soltanto, o, piuttosto, di mia madre. Tieni presente mia madre e tutte tutte le sciagure della mia famiglia. Tu hai rispetto e affezione per mia madre, non è vero?

– Ma sì, lo sai! – affermò Lando, con sincero interessamento. – Non mi tener così sospeso, per carità!

– Aspetta... aspetta... – scongiurò l’Auriti; come se non sapesse staccarsi da quel rivo di tenerezza, nell’amaritudine in cui affogava. – Per noi, per me è tutto; l’orgoglio suo, il suo sentimento... per cui, senza lagnarci mai, ci siamo ridotti... così... Non so, non so proprio come debba dirti; ma noi non abbiamo altro, non abbiamo mai avuto altro che questo orgoglio... e ora... ora...

– Càlmati, Giulio! –  lo esortò di nuovo Lando, con un moto d’impazienza. – Non comprendo... Hai bisogno di me. Di’... Tua madre...

– Debbo impedire che ne muoja! – gridò Giulio. – A qualunque costo! E tu devi ajutarmi, Lando; e per ajutarmi devi fare il sacrifizio di vincere ogni risentimento, ogni ragione d’odio verso un uomo che è la causa di tutta questa rovina e che io detesto e maledico come te e vorrei morto con la stessa tortura che infligge ora a noi!

Lando s’irrigidì a un tratto, aggrottò le ciglia.

– Il Selmi? – domandò. – Roberto... col Selmi?

Giulio crollò più volte il capo; poi, in breve, concitatamente, espose la situazione del fratello e quel che si doveva fare per salvarlo, tacendo del colloquio avuto la sera avanti con S. E. il ministro D’Atri.

Ma Lando, già prevenuto, col pensiero fisso in un sol punto, dalle parole affannose del cugino non comprese altro, in prima, che salvare così Roberto voleva dire salvare anche il Selmi, e che la salvezza di questo poteva ancor dipendere da quella del cugino. Guardò Giulio negli occhi, quasi ora soltanto lo vedesse davanti a sé:

– E come? – esclamò, stupito. – Tu vieni da me, Giulio, per questo? proprio da me?

Sopraffatto da questa domanda piena di tanto stupore, Giulio si perdette per un momento e, come se l’orgasmo gli si sciogliesse dentro in un’agrezza velenosa:

– A chi... a chi altro...? – balbettò. – Tu sai che la mia famiglia... E poi.. ricòrdati, t’ho chiesto, entrando, un sacrifizio...

– Ma che sacrifizio! No! – gridò Lando. – Non è umano! Vieni da me per questo? Ma come! Non sai che cosa rappresenta per me quell’uomo?

– T’ho detto perciò... – si provò a soggiungere Giulio.

– Che m’hai detto? No! – scattò di nuovo Lando. – Tu vieni a dirmi, Giulio, così: «Eccoti l’arma, l’unica arma con cui puoi uccidere il nemico che sta per sfuggire alla tua vendetta; ma no! quest’arma, tu non devi usarla; tu devi anzi ajutarmi a nasconderla, a levarla di mezzo, per salvarlo!». Questo vieni a dirmi!

– Perché vedi il Selmi, ecco, vedi il Selmi e non sai veder altro! – smaniò, esasperato, l’Auriti. – Lo sapevo! Quando ti dirò tutto, mi darai più ajuto?

– Ma che ajuto? – ribatté ancora una volta Lando. – Lo chiami ajuto, codesto? Questa è, da parte mia, complicità! Mi vuoi complice nel salvataggio del Selmi?

– E dàlli! – gridò Giulio. – Roberto! Io voglio salvare Roberto! Mia madre! Che m’importa del Selmi? L’odio, ti ho detto, lo detesto più di te! Ma devo salvar Roberto...

Lando con un violento sforzo su se stesso si costrinse alla calma di fronte a quella cieca, disperata ostinazione del cugino. Volle provarsi a ragionare con lui.

– Scusa, – disse. – Guarda... guarda, Giulio, rispondi a me. È colpevole Roberto? lo credi tu colpevole?

– Colpevole o non colpevole, – rispose Giulio, scrollandosi, – non si tratta di questo! è compromesso!

– Ma può difendersi, perdìo! – ribatté subito Lando.

– Grazie! Lo so. Ma io devo impedire che sia accusato, che sia tratto in arresto, non capisci? – spiegò l’Auriti. – Lo so che può difendersi! E se non vorrà difendersi lui...

– Ecco, ecco... benissimo! – approvò Lando. – Anch’io con te...

Ma no! grazie! – ricusò di nuovo, con sdegno, Giulio. – Ajuto di parole, grazie! Basto io solo. Non c’era bisogno che venissi da te.

– Scusa, – disse Lando, risentito. – L’ajuto onesto... la difesa vera, onorevole, è soltanto questa. Pagare è complicità. Roberto deve parlare; non rendersi complice del Selmi, tacendo e pagando per lui.

E tu vuoi dunque, – domandò Giulio, – ch’egli subisca l’ignominia dell’arresto e del carcere, quand’io posso ancora risparmiargliela?

Col denaro?

Col denaro, col denaro, – ripeté Giulio. – Onestà, disonestà che vuoi che m’importi adesso? Basta a me saperlo onesto! Chi lo crederebbe più tale, domani, se oggi fosse arrestato? Chi crede più alle difese di chi è stato in carcere? Lando, per carità, stiamo all’esperienza. Guarda soltanto a Roberto! Tu, bada bene, ora mi neghi l’ajuto, non per altro, ma perché vuoi far Roberto strumento della tua vendetta!

No, questo no! – negò energicamente Lando. – Ma non posso farmi, io, strumento della salvezza del Selmi, lo capisci? Tu m’infliggi un supplizio disumano! Io non posso, non devo subirlo! Per Roberto, tutto! Ma se Roberto è coinvolto col Selmi, e il mio ajuto può giovare a costui, no, io non posso dartelo, né tu puoi chiedermelo!

Giulio Auriti rimase un pezzo in silenzio, assorto cupamente.

Dunque, no? – disse poi, levando il capo e guardando negli occhi il cugino.

A questa domanda categorica, Lando, compreso di profonda pietà, non seppe rispondere con un nuovo reciso rifiuto. Giunse le mani, s’accostò all’Auriti, disse:

Ma, a parte ogni ragione mia propria, Giulio, pensa... pensa alle relazioni mie, al mio modo di sentire, alle idee per cui combatto... Io non potrei più domani trovarmi coi miei compagni in quest’opera d’epurazione che abbiamo intrapresa...

S’accorse subito che non doveva dire così, e tuttavia non seppe frenarsi, pur notando quasi con sgomento l’alterazione del volto del cugino a ogni parola che proferiva. Lo vide alla fine scattare in piedi, scontraffatto.

– Voi epurate, già! – esclamò Giulio Auriti, con un ghigno orribile. – Tu puoi epurare! Siete i puri, vojaltri! Noi, io, Roberto, anche mio padre, se vivesse...

– Giulio... Giulio! – cercò di richiamarlo Lando, addolorato.

Ma l’Auriti, fuori di sé, seguitò:

– Tutti quanti sporcati, nojaltri. E conierei moneta falsa, sì, e ruberei per aver queste quarantamila lire, che tu hai e ch’io non ho. E perché non le ho, sono uno sporcato! Tu le hai, e sei puro! Ma pensa che mia madre, intanto, non volle averle, perché le parvero sporche!

Lando si drizzò su la persona, e, fermo in mezzo alla stanza, squadrò il cugino con fredda alterezza:

– Il denaro mio, – disse,– tu lo sai, è quello soltanto di mia madre.

Ma anche dopo aver proferite queste parole si pentì subito, e atteggiò il volto di schifo per la crudezza triviale, a cui la discussione trascendeva. Pensò in un attimo che, per un’iniqua disposizione, anche nella famiglia materna uno aveva scontato con la povertà la ribellione generosa; pensò che tra le tante ragioni, per cui nel fervore giovanile aveva voluto far sua Giannetta Montalto, egli aveva posto anche questa, di ridarle cioè almeno una parte di quanto era stato tolto al padre di lei, diseredato. Previde che il cugino avrebbe risposto a quella sua altera e inconsulta affermazione, trascinando ancor più in basso la contesa vergognosa. E difatti Giulio Auriti, scontorcendo il torbido volto, cozzando tra loro le pugna serrate e poi aprendole innanzi agli occhi sfavillanti di un lustro di scherno, ghignò:

– Ma anche il denaro di tua madre, via!

E Lando, di fronte alla provocazione, ancora una volta non seppe frenarsi.

– Il denaro di mia madre? – domandò, facendoglisi avanti a petto.

Giulio Auriti si passò una mano su la fronte ghiaccia di sudore, si nascose gli occhi, s’accasciò dolorosamente.

– Non mi far dire altro!

Lando rimase a guardarlo, o piuttosto, a guardargli dentro; poi disse con cruda freddezza, piano, tra i denti, quasi sillabando:

– E anche ammesso ciò che tu pensi, vuoi che paghi io un debito contratto dal Selmi per lo spasso d’una donna, che potrebbe aver da ridire sul denaro di mia madre? Va’, va’, va’,... per carità, vàttene! – proruppe poi, nascondendosi anche lui gli occhi. – Non posso più guardarti in faccia!

Udì andar via il cugino, stette ancora a lungo con le mani sul volto, per il ribrezzo che sentiva d’aver toccato il fondo lurido d’una realtà, a cui non si sarebbe mai aspettato di poter discendere, e della quale sempre gli sarebbe rimasta nell’anima l’impressione orrenda. Ora, risorgendo da quel fondo, nel quale per un momento era scivolato, non gli sarebbe sembrato falso e vacuo e lercio tutto intorno? In ogni suo sentimento, in ogni idea, in ogni atto, in ogni parola, non sarebbe rimasto un segno, l’impronta di quel fango toccato?

Con gli occhi strizzati, i denti serrati e le labbra schiuse, aride e amare, si stropicciò forte le mani. Poi aprì gli occhi, guardò la stanza; si sentì soffocare, e andò a una finestra che dava sul giardino.

Ah, tutto, tutto così!... Tutto era vergogna in quel momento! La peste era nell’aria. La carcassa sociale si sfaceva tutta, e anche la sua anima, ogni suo pensiero, ogni suo sentimento... tutto era insozzato...

Tre giorni dopo, nella sala della biblioteca erano adunati i compagni che dovevano recarsi al Congresso socialista di Reggio Emilia; i rappresentanti dei Fasci più numerosi dell’isola, invitati da Lando; alcuni deputati amici, quattro milanesi del Partito italiano dei lavoratori e Lino Apes.

Spiccava tra tanti uomini una giovinetta in giacchettino rosso e berretto nero a barca, con una penna di gallo ritta spavaldamente da un lato: Celsina Pigna, venuta invece di Luca Lizio a rappresentare il Fascio di Girgenti. Nessuno voleva far le viste di meravigliarsene; ma ella s’accorgeva bene dei rapidi sguardi furtivi che tutti le lanciavano, in ispecie i meno giovani; e notava, ridendo dentro di sé, che quei pochi, i quali ostinatamente si vietavano di guardarla, prendevano per lei arie languide o fiere impostature e, per lei, parlando, davan certe modulazioni alla voce, chi flebili e chi vivaci, le quali tradivano tutte quel tale orgasmo che la presenza d’una donna suscita di solito. Notava anche in più d’uno un’altra ostentazione: quella di una disinvoltura quasi sprezzante, che tradiva il disagio segreto di trovarsi in una casa ricca e ben messa.

Lando Laurentano non c’era ancora. Lino Apes, a nome di lui, aveva pregato gli amici d’avere un po’ di pazienza, che presto sarebbe venuto. Nell’attesa s’erano formati alcuni crocchi: due presso le finestre che davano sul giardino, uno presso la tavola preparata in capo alla sala per chi doveva presiedere all’adunanza. Alcuni passeggiavano cogitabondi, altri leggevano sul dorso delle rilegature i titoli dei libri negli scaffali, tendendo gli orecchi, senza parere, a ciò che si diceva in questo e in quel crocchio. Parecchi spiavano obliquamente uno dei deputati che, passeggiando per la sala con le dita inserte nei taschini del panciotto, alzava di tratto in tratto le spalle, protendeva il collo e in segno di meraviglia e di commiserazione stirava la bocca sotto i ruvidi baffi rossastri già mezzo scoloriti. Era il deputato repubblicano Spiridione Covazza che in quei giorni aveva scritto male, su una rassegna francese, dell’organamento delle forze proletarie in Sicilia. Vedendosi sfuggito da tutti, con quel gesto pareva dicesse: – Incredibile! – Ma pur doveva sapere che il suo torto era quello di veder tante cose che gli altri non vedevano e di dare ad esse quel peso che gli altri ancora non sentivano, perché nel calore della passione ogni cosa par che si sollevi con chi la porta in sé. Illusioni: bolle di sapone, che possono a un tratto diventar palle di piombo. Lo sapevano bene quei poveri contadini massacrati a Caltavutùro. Aveva scritto su quella rassegna francese ciò che in coscienza credeva la verità; al solito suo, rudemente e crudamente. Ma volevano dire ch’egli provasse un acre piacere nel mettere avanti così, fuor di tempo e di luogo, le verità più spiacevoli, nello spegnere col gelo delle sue argomentazioni ogni entusiasmo, ogni fiamma d’idealità, a cui pur tuttavia era tratto irresistibilmente ad accostarsi. Scarafaggio con ali di falena – lo aveva definito su la Nuova età Lino Apes: – accostatosi alla fiamma, spariva la falena, restava lo scarafaggio. Calunnia e ingratitudine! Egli stimava dover suo, invece, serbarsi così frigido in mezzo a tante fiamme giovanili; che se queste non eran fuochi di paglia, alla fine si sarebbe scaldato anche lui, e se erano, faceva il bene di tutti, spegnendoli. Forse la sua stessa figura, grassa e pure ispida, quegli occhi vitrei, aguzzi dietro gli occhiali a staffa, quel naso di civetta, il suono della voce, suscitavano in tutti una repulsione tanto più irritante, in quanto ciascuno poi era costretto a riconoscere che quasi sempre il tempo e gli avvenimenti gli avevano dato ragione, a pregiarne la dottrina vasta e profonda, la dirittura della mente e della coscienza, la onestà degli intenti e ad avere stima e anche ammirazione di quella sua franchezza rude e dispettosa e del coraggio con cui sfidava l’impopolarità. Quell’accoglienza ostile, intanto, Spiridione Covazza sapeva di doverla sopra tutto a tre giovani siciliani, che erano nella sala circondati in quel momento dalla fervida simpatia di tutti: Bixio Bruno, Cataldo Sclàfani e Nicasio Ingrao, i quali più degli altri s’eran sentiti ferire dalla sua critica. Stava ciascun d’essi in mezzo ai tre crocchi che si erano formati nella sala. Bixio Bruno, svelto, dal volto olivastro animoso e i capelli crespi gremiti da negro, spiegava con fluida e colorita loquela, storcendo in un mezzo sorriso di soddisfazione la bocca rossa e carnuta, come in poco tempo fosse riuscito a raccogliere a Palermo in un sol fascio i ventisei sodalizii operai, le maestranze discordi, le cui bandiere smesse erano adesso conservate in una sala, quali trofei di vittoria. Appariva pieno di fiducia e sicuro del trionfo. Si aspettava, credeva anzi imminente la reazione da parte del Governo: scioglimento dei Fasci, arresti, invasione militare. Ma il buon seme era sparso! Ogni sopraffazione, ogni persecuzione avrebbe reso più grande la vittoria. Potevano esser tratti in arresto trecentomila uomini? No. I capi soltanto, qualche dozzina di socii se mai. Bene, eran già pronti i capi segreti, ignorati ancora dalla polizia, e la propaganda avrebbe seguitato più efficace che mai. Cataldo Sclàfani, tarchiato, con gli occhi un po’ strabi e un barbone che pareva un fascio di pruni, parlava nell’altro crocchio, profeticamente ispirato; diceva con sorridente commozione che là dove prima era spuntata l’alba dell’unità della patria, era fatale spuntasse ora quella più rossa e più fulgida della rivendicazione degli oppressi. Sapeva, sì, che già prima nelle Romagne, nel Modenese, nelle province di Reggio Emilia e di Parma, nel Cremonese, nel Mantovano, nel Polesine, era sorto a far le prime armi il socialismo italiano; ma tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa! Lino Apes, ascoltandolo, si tirava i baffi fino a strapparseli, per tenere a freno il sorriso. Nelle sue lettere a Lando, chiamava Cataldo Sclàfani il Messia dei Fasci. Nel terzo crocchio Nicasio Ingrao, tozzo, rude, con un’atra voglia di sangue che gli prendeva mezza faccia, parlava coi deputati, arrotondando alla meglio il dialetto nativo, e balzando con strana mimica da una sconcia bestemmia a una ingenua invocazione infantile; parlava della crisi dell’industria zolfifera in Sicilia e della spaventevole miseria dei solfaraj già da alcuni mesi in isciopero forzato. Un compagno, direttore del Fascio di Comitini, si provò a far sapere a quei deputati quanto l’Ingrao, proprietario di terre e di case in Aragona, avesse fatto e facesse per quei solfaraj, per impedire che trascendessero a rapine, incendii e tumulti sanguinosi; ma l’Ingrao gli saltò addosso e gli turò la bocca, minacciando di attondarlo con un pugno, se seguitava. Celsina Pigna, dal posto in cui si teneva appartata, scoppiò a ridere, a quel violento gesto burlesco, e l’Ingrao le domandò, ridendo anche lui:

– Lo attondo, signorina?

Nei tre crocchi tutti gli altri Isolani, giovinotti dai venti ai trent’anni, sentendo parlare quei tre capi piú in vista, gonfiavano d’orgoglio, s’intenerivano fin quasi alle lagrime. Erano certi, nella loro sincera fatuità giovanile, di rappresentare una parte nuova nella storia, pur lí a Roma. Avevano veduto davanti a quei tre duci del Comitato centrale migliaja di donne, migliaja di contadini, intere popolazioni dell’isola in delirio, gettar fiori, prosternarsi con la faccia a terra, piangere e gridare, come prima davanti alle immagini dei loro santi.

Tutti si volsero a un tratto e si mossero verso Lando Laurentano che entrava di fretta. Chiedendo scusa del ritardo, strinse la mano ai primi che gli si fecero innanzi; pregò tutti di prender posto, e appena fu fatto silenzio, disse:

– Ho perduto tempo, signori, per una ragione forse non estranea agli interessi nostri, agli interessi specialmente di tanti nostri compagni che più degli altri, credo, hanno bisogno in questo momento di ajuto, giù in Sicilia.

– I solfaraj! – gridò l’Ingrao, balzando in piedi, come se egli ne fosse il più legittimo difensore. – Ho capito! – aggiunse. – Vuoi dire che c’è qua l’ingegnere Aurelio Costa? Ho capito. Eh, ha viaggiato con me questo signore! Abbiamo discorso a lungo e...

Lando con un gesto lo pregò di tacere:

– L’ingegnere Aurelio Costa, appunto, – riprese, – direttore delle zolfare del Salvo, che credo sia uno dei piú ricchi proprietarii di miniere della provincia di Girgenti, è venuto a Roma per interessare la deputazione siciliana a un disegno...

– Permesso? – interruppe di nuovo l’Ingrao. – Non perdiamo tempo, signori miei! Vi spiego io il fatto com’è. Il signor Salvo sta per imparentarsi, per via d’una sorella, col principe di Laurentano...

Un mormorio di protesta si levò per il tratto ruvido dell’Ingrao verso Lando, a cui tutti gli occhi si volsero a chiedere scusa dello sgarbo. Ma Lando, sorridendo, s’affrettò a dire:

– Non con me, vi prego! non con me.

E l’Ingrao allora, scrollandosi irosamente, gridò:

– Madonna santissima, per chi mi prendete? Se dico il principe! Avrei chiamato principe il nostro amico riverito, ospite e compagno amatissimo? Non per cosa oh! ma egli sa di non salire, se lo chiamiamo principe, e sa che noi non vogliamo abbassarlo chiamandolo semplicemente Laurentano. Io alludo al principe suo padre, e Lando Laurentano non può offendersi delle parole mie. Se si offende, è uno sciocco! Parlo io invece di lui, perché egli sta a Roma, io sto in mezzo alle zolfare, e so che il progetto del signor Salvo non tende ad altro che ad ingraziarsi il figlio del principe, facendogli vedere che gli stanno a cuore le sorti degli operaj delle zolfare. Bubbole! Panzane! Polvere negli occhi! Sa meglio di me il signor Salvo che il suo progetto è una coglionatura! Sissignori, io parlo nudo, così. Se veramente vuol fare qualche cosa, tolga il signor Salvo dalle zolfare di sua proprietà le così dette botteghe, dove gli operaj sono costretti a provvedersi con l’usura del cento per cento dei generi di prima necessità: vino, che è aceto; pane, che è pietra!

Spiridione Covazza domandò allora di parlare, e tutti si voltarono con viso ostile a guardarlo.

– Volete adesso difendere le botteghe? – lo apostrofò l’Ingrao.

Il Covazza non si voltò nemmeno.

– Vorrei sapere – disse piano – le idee generali di questo disegno.

– Vi dico che è una coglionatura! – tornò a gridare l’Ingrao.

Il Covazza tese una mano, senza scomporsi.

– Prego, – disse,– urlare non è ragionare. Sono stato anch’io nelle zolfare: ho studiato attentamente le condizioni dell’industria zolfifera, le ragioni complesse della sua crisi e vi so dire che, se nelle condizioni presenti quelli che hanno da sperar meno sono i solfaraj, picconieri e carusi, non meno tristi sono però le sorti dei coltivatori delle miniere e dei proprietarii; e se questo disegno...

Non poté seguitare. Tutti i rappresentanti dei Fasci scattarono in piedi protestando. Lando s’interpose, cercò di calmarli, ammonì che si avesse rispetto per le opinioni altrui e propose che uno fosse subito chiamato a dirigere la discussione.

– Bruno! Bruno! Bixio Bruno! – si gridò da varie parti.

E Bixio Bruno, avvezzo ormai a vedersi designato a quell’ufficio, in due salti fu alla tavola preparata in capo alla sala.

– Signori, – disse. – Di straforo, incidentalmente, siamo entrati nel pieno della discussione. L’on. Covazza, in un suo scritto recente...

– Pubblicato all’estero! – interruppe uno in fondo alla sala.

– All’estero, o in Italia, sciocchezze! – ribatté il Bruno. – Le nostre idee, il nostro partito non riconoscono confini di nazionalità. In questo scritto l’on. Covazza ha criticato l’opera mia e dei miei compagni.

Spiridione Covazza, con le braccia incrociate sul petto, negò più volte col capo.

– No? – domandò il Bruno. – Come no? Non ha ella detto che la nostra propaganda è fatta di miraggi?

– Io ho detto, – rispose il Covazza, levandosi in piedi, che le vostre dimostrazioni oneste d’una libertà che dia intero realmente il diritto di soddisfare ai bisogni della vita, le spiegazioni che voi date della lotta di classe, sfruttati contro sfruttatori, e del programma della scuola marxista in genere e di quello minimo che vi siete tracciato, si traducono, inevitabilmente e sciaguratamente, in miraggi, per la ignoranza di coloro a cui sono rivolte. Questo ho detto! E ho soggiunto...

Nuove proteste confuse si levarono nella sala. Il Bruno batté il pugno sulla tavola e impose silenzio.

– Lasciatelo parlare!

– Ho soggiunto, – riprese il Covazza, – che voi, abbagliati, nel fervore della vostra sincera fede giovanile, credete che le vostre dimostrazioni e spiegazioni siano veramente comprese.

– Sono! sono! sono! – gridarono molti a coro.

– Non sono! Non possono essere! – negò energicamente il Covazza. – Come volete che siano, se non le comprendete bene neanche voi stessi?

Una tempesta di urli si scatenò a questa affermazione. Il Bruno, Lando Laurentano, Lino Apes, i colleghi deputati stentarono un pezzo a domarla. Spiridione Covazza aspettò a capo chino, con gli occhi chiusi, che fosse domata; a un certo punto, giunse le mani e, tenendole alte, piegò di più il capo tra esse, curvò con fatica l’obesa persona; poi, aprendole in un ampio gesto e risollevandosi, pregò quasi piangente:

– Non mi costringete, signori, per falsi riguardi al vostro malinteso amor proprio, non mi costringete ad attenuare d’un punto la verità, con concessioni che farebbero a me e a voi stessi vergogna, e che potrebbero essere perniciose in questo momento! Quanti tra voi conoscono veramente Marx? Quattro, cinque, non piú! Siate franchi! Tutti gli altri non hanno coscienza vera di quel che si vuole: sì, sì, proprio così! né dei mezzi congrui per conseguirlo, infatuati d’un socialismo sentimentale, che s’inghirlanda delle magiche promesse di giustizia e d’uguaglianza. Ma sapete voi che cosa vuol dire giustizia per i contadini e i solfaraj siciliani? Vuol dire violenza! sangue, vuol dire! vuol dire strage! Perché alla giustizia legale, alla giustizia fondata sul diritto e sulla ragione essi non hanno mai creduto, vedendola sempre a loro danno conculcata! Li conosco io, molto meglio di voi, i contadini e i solfaraj siciliani... sì, sì, purtroppo, molto meglio di voi! Voi vi illudete! Voi dite loro collettivismo? ed essi traducono: divisione delle terre, tanto io e tanto tu! Dite loro abolizione del salario? ed essi traducono: padroni tutti, fuori le borse contiamo il denaro, e tanto io tanto tu.

– Non è vero! Non è vero! – gridarono alcuni.

– Lasciatemi finire! – esclamò stanco, anelante, il Covazza. – L’altra illusione, che voi vi fate, è sul numero degli iscritti ai vostri Fasci: tremila qua, quattromila là, ottocento, mille, diecimila... Dove, come li contate? Son ombre vane, signori, filze di nomi e nient’altro! Sì, lo so anch’io: appena si aprono le iscrizioni, come le pecore: una dà l’esempio, tutte le altre dietro! Ma volete sul serio dar peso, fondarvi su questo, ch’è frutto d’un inevitabile contagio psichico? Quanti, sbollito il primo entusiasmo, restano effettivamente nei vostri Fasci? Basta ad allontanare il maggior numero la prima richiesta della misera quota settimanale! E quanti Fasci, sorti oggi, non si sciolgono domani? Lasciatevelo dire da uno che non s’inganna e che non vi inganna, signori! So che voi oggi qua volete stabilire se si debba, o no, secondare la tendenza delle moltitudini a un’azione immediata. So che parecchi tra voi sono contrarii, e io li stimo saggi e li approvo. Un movimento serio come voi l’intendete, non è possibile ancora in Sicilia! Se credete che già ci sia per opera vostra, v’ingannate! Per me non è altro che febbre passeggera, delirio di incoscienti!

Spiridione Covazza sedette, asciugandosi il sudore dal volto congestionato, mentre dieci, quindici, tutt’insieme, si levavano a domandar la parola.

Parlò Cataldo Sclàfani con voce tonante e col volto atteggiato più di dolore che di sdegno, giacché non l’accusa per se stessa poteva offenderlo, ma che uno potesse accusarlo e accusar con lui i suoi compagni.

– Non mi difendo, – disse, – espongo!

Quanti erano i Fasci? Eran presenti i capi dei piú importanti, e ciascuno poteva dire all’on. Covazza come erano contati i socii e quanti fossero. I Fasci, secondo gli ultimi dati del Comitato centrale, erano centosessantatré fermamente costituiti, trentacinque in via di formazione. C’era dunque davvero un grande esercito di lavoratori in Sicilia, nel quale non si sapeva se ammirar più il fervore, la coscienza, o la disciplina con cui obbediva a un cenno del Comitato centrale. Il capo d’ogni Fascio passava la parola d’ordine ai singoli capi di sezione, e questi a lor volta ai capi dei rioni e delle strade: in un batter d’occhio, sia di giorno, sia di notte, tutti i socii dei Fasci potevano ricevere un avviso. E se domani i lavoratori si fossero mossi, tutta la gente siciliana sarebbe stata travolta come da una corrente di fuoco. Perché già da lunghi anni covava il fuoco in Sicilia, da che essa cioè, nel mare, si era veduta come una pietra a cui lo stivale d’Italia allungava un calcio in premio di quanto aveva fatto per la così detta unità e indipendenza della patria. Perché dire che solo da un anno si parlava di socialismo in Sicilia? Non vi era già, diciott’anni addietro, una sezione dell’Internazionale? E da allora non vi si eran sempre pubblicati giornali del partito; e circoli, gruppi, nuclei non si erano formati qua e là, sicché appena sorta la prima idea dei Fasci, era stato un subito accorrere e un subito riaggregarsi di antichi compagni di fede? Non era vero dunque che la rapidissima formazione dei Fasci era dovuta solo all’assidua e vigorosa propaganda dei giovani: il terreno era già da lunga mano preparato; mancava l’unione, un indirizzo; e ai giovani era bastato soltanto dare una voce e indicar la via, la stessa via che da anni batteva il proletariato di altri paesi. I contadini e gli operaj di Sicilia erano accorsi ai giovani con le braccia tese, gridando: – Voi, voi siete i veri amici! – e si erano mossi a seguirli con la gioja nel cuore, e con la piena coscienza di ciò che si disponevano a fare. E, a provar questa coscienza, Cataldo Sclàfani parlò, commosso, dei discorsi tenuti nell’ultimo congresso di Palermo da alcune donne di Piana dei Greci e di Corleone; discorsi che dimostravano, nel modo più lampante, come non il lume artificiale d’una coltura accademica, né teorie di scuola bisognavano a destar quella coscienza, ma la pratica quotidiana del dolore e dell’ingiustizia, e l’indicazione più semplice e più spontanea del rimedio a tanti mali: l’unione! Socialismo sentimentale? Ma la forza che crea è appunto il sentimento, non la fredda ragione, armata di dottrina! Che importava la nozione astratta d’un diritto, quando c’era il sentimento immediato e prepotente di un bisogno? Sentire il proprio diritto con la forza stessa con cui si sente la fame valeva mille volte più d’ogni precisa dimostrazione teorica di esso. Peraltro, ora questo sentimento era già divenuto coscienza lucida e ferma, e si dimostrava in tutti i modi. Un vero spirito fraterno s’era diffuso tra i contadini e gli operaj, per cui nei numerosi arresti recenti s’eran veduti i compagni liberi mantenere i carcerati e le loro famiglie; nella disgrazia di qualcuno, il pronto soccorso di tutti e l’assistenza e la sorveglianza amorosa. Ecco la ronda dei decurioni, la sera, per le strade e le osterie delle città e delle campagne, perché i fratelli non trascendessero ad atti violenti, eccitati dal vino.

– Questi sono gli arruffapopoli, on. Covazza! – esclamò a questo punto, concludendo, Cataldo Sclàfani con gli occhi lustri d’ebrezza e commozione. – Vergognatevi delle vostre accuse! Siamo qua oggi, a Roma, di fronte, due generazioni. Guardate allo spettacolo che dànno i vecchi, e guardate a noi giovani! Domani da qui il Governo, che protegge tutti coloro che dell’amor di patria affagottato e tolto in braccio si fecero scudo per tanti anni ai sassi del popolo censore, manderà in Sicilia l’esercito e l’armata per soffocare con la violenza questo gran palpito di vita nuova che noi giovani vi abbiamo destato! Fin oggi la maggioranza del Comitato centrale, di cui fo parte, è contraria a un’azione immediata. Ma presto verrà il giorno, lo prevedo, che le smanie dell’impazienza da tanto tempo represse scoppieranno, e noi capi non potremo più frenare il popolo senza immolare noi stessi.

Lando Laurentano, seduto accanto a Lino Apes, ascoltò il lungo discorso dello Sclàfani a capo chino, stirandosi qua e là con le dita nervose la barba e lanciando occhiate a destra e a sinistra. Quell’adunanza in casa sua gli pareva la prova generale di una rappresentazione. Tutti quei giovani si erano anche loro assegnate le parti, e gli pareva che, a furia di ripeterle, se le fossero cacciate a memoria e le recitassero con artificioso calore. Mancava il coro innumerevole, che era in Sicilia. Oh sì, parlava bene, con bella enfasi apostolica, Cataldo Sclàfani; meritava in qualche punto l’applauso caldo e scrosciante, le lodi del coro, se fosse stato presente. Innamorato della sua parte, l’avrebbe rappresentata con perfetta coerenza anche davanti ai fucili dei soldati, in piazza; e, se tratto in arresto, davanti ai giudici, in una corte di giustizia. Perché lui solo non riusciva ancora a comporsi una parte? perché ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: – No, non è questo? – Che volevano infatti tutti quei suoi compagni? Ben poco, per il momento, in Sicilia. Volevano che, per l’unione e la resistenza dei lavoratori, venissero a patti più umani i proprietarii di terre e di zolfare, e cessasse il salario della fame, cessassero l’usura, lo sfruttamento, le vessazioni delle inique tasse comunali, per modo che a quelli fosse assicurato, non già il benessere, ma almeno tanto da provvedere ai bisogni primi della vita. Volevano, adattandosi modestamente alle condizioni locali, l’impianto di cooperative di consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri; fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola; riuscir vittoriosi in qualche collegio politico, per aver controlli e banditori delle più urgenti necessità dei miseri nei Consigli comunali e provinciali e nella Camera dei deputati. Questo volevano. Ed era giusto. Degne d’ammirazione la fede e la costanza con cui seguitavano quest’opera di protezione e di rivendicazione. Che altro voleva lui? Non c’era altro da volere, altro da fare, per ora. E tanta esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ciò che forse nessuno, fuori dell’isola, avrebbe mai creduto che già non ci fosse: che in ogni casolare sparso nella campagna la lucernetta a olio non mostrasse più ai padri che ritornavano disfatti dal lavoro lo squallido sonno dei figliuoli digiuni e il focolare spento; che fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini, tanti cui la miseria rendeva peggio che bruti. Una buona legge agraria, una lieve riforma dei patti colonici, un lieve miglioramento dei magri salarii, la mezzadria a oneste condizioni, come quelle della Toscana e della Lombardia, come quelle accordate da lui nei suoi possedimenti, sarebbero bastati a soddisfare e a quietare quei miseri, senza tanto fragor di minacce, senza bisogno d’assumere quelle arie d’apostoli, di profeti di paladini. Oneste, modeste aspirazioni, quasi evangelicamente disciplinate, da raggiungere grado grado, col tempo e con la chiara coscienza del diritto negato! Poteva egli pascersi di esse, e non pensare ad altro? No, no: troppo poco per lui! Se fosse bastato, magari avrebbe dato tutto il suo denaro, e chi sa, forse allora, da povero, avrebbe trovato in quelle aspirazioni un pascolo per l’anima irrequieta. Ma così, no, non potevano bastargli! All’improvviso, voltandosi a guardar Lino Apes, si sentì sonar dentro, come una feroce irrisione, i versi del Leopardi nella canzone all’Italia:

L’armi, qua l’armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io!

E scattò in piedi agli applausi che in quel punto stesso scoppiavano nella sala a coronar l’eloquente discorso di Cataldo Sclàfani, e anche lui con tutti gli altri, senza volerlo, si recò a stringere la mano all’oratore.

Ma Lino Apes, dal suo posto, col socratico sorriso su le labbra e negli occhi, domandò allora a gran voce:

– Signori miei, e che si conclude?

Pareva tutto finito; assolto il còmpito; e ciascuno si sentiva come sollevato e liberato da un gran peso. Al richiamo dell’Apes tutti si guardarono negli occhi, sorpresi, con pena, e ritornarono mogi mogi ai loro posti.

– La natura, signori miei, – seguitò Lino Apes, appena li vide seduti, – la natura, nella sua eternità, può non concludere, anzi non può concludere, perché se conclude, è finita. Ma l’uomo no, deve concludere; ha bisogno di concludere; o almeno di credere che abbia concluso qualche cosa, l’uomo! Ebbene, signori miei, che concluderemo noi? Siamo uomini, e venuti qua per questo. Ma vi leggo negli occhi. Voi non avete nessuna voglia di concludere, pur non essendo eterni! Voi avete viaggiato. Molti tra voi seguiteranno il viaggio fino a Reggio Emilia. Qua a Roma, chi ci viene per la prima volta, ha da veder tante cose; e il tempo stringe. Scusatemi, se parlo così: sapete che io vedo per minuto, e parlo come vedo. Ho poca fiducia nelle conclusioni degli uomini, i quali tutti, a un certo punto, guardandosi dietro, considerando le opere e i giorni loro, scuotono amaramente il capo e riconoscono: «Sí, ci siamo arricchiti», oppure: «Sì, abbiamo fatto questo o quest’altro – ma che abbiamo infine concluso?». Veramente, a dir proprio, non si conclude mai nulla, perché siamo tutti nella natura eterna. Ma ciò non toglie che noi oggi qua, dato il momento, non dobbiamo venire a una qualsiasi, magari illusoria, conclusione. Io vi dico che questa s’impone, perché altrimenti ci verranno da sé, senza la vostra guida illuminata e il vostro consenso, gli operaj delle città, delle campagne, delle zolfare. E sarà cieco scompiglio, tumulto feroce, quello che potrebbe essere invece movimento ordinato, premeditato, sicuro. Le conseguenze? Signori, usa prevederle chi non è nato a fare. Credete voi che ci sia ragione d’agire? Avvisiamo ai modi e ai mezzi. Tutta la Sicilia è ora senza milizie. Tre, quattro compagnie di fantaccini vi fan la comparsa dei gendarmi offenbachiani, oggi qua, domani là, dove il bisogno li chiama. E contro ad essi, come voi dite, un intero, compatto esercito di lavoratori. Non c’è neanche bisogno d’armarlo; basterà disarmar quei pochi e si resta padroni del campo. No? Dite di no? Aspettate! Lasciatemi dire... santo Dio, concludere!

Ma non poté più dire. Come i ranocchi quatti a musare all’orlo d’un pantano, se uno se ne spicca e dà un tonfo, tutti gli altri a due, a tre, tuffandosi, vi fanno un crepitìo via via più fitto; gli ascoltatori incantati dapprima dall’arguto dire dell’Apes, cominciarono alla fine dietro un primo interruttore a interromperlo a due, a tre insieme, e quasi d’un subito, tra fautori e avversarii, schizzò da ogni parte violenta la contesa.

Di qua Lando Laurentano quasi pregava:

– Sì, ecco, se c’è da fare qualche cosa, amici...

Di là Bixio Bruno e Cataldo Sclàfani gridavano:

– No! no! Sarebbe una pazzia! Ma che! La rovina!

E sfide, invettive, proposte, s’abbaruffarono per un pezzo nella sala. Alcuni, e tra questi il Covazza, scapparono via, indignati. A un certo punto, uno, tutto spaurito, si cacciò zittendo e con le braccia levate nel crocchio dove più ferveva la contesa e annunziò:

– Signori miei, siamo spiati!

Tutti gli occhi si volsero alle due finestre.

Dietro la ringhiera del giardino due uomini stavano difatti a spiare, cercando di farsi riparo delle piante. Celsina Pigna guardò alla finestra anche lei e, appena scorse quei due, diventò in volto di bragia.

– Ma no! – saltò a dire irresistibilmente. – Li conosco io... Aspettano me.

Innanzi al vermiglio sorriso e agli occhi sfavillanti di lei, la contesa cadde, come se a nessuno paresse più possibile seguitarla, quando quel fior di giovinetta, a cui s’era fatto le viste di non badare, si faceva avanti d’un tratto, quasi ad ammonire: – Ci sono io, finitela: sono aspettata!

Poco dopo, come tutti, tranne Lino Apes, furono andati via, Celsina si accostò a Lando Laurentano e gli domandò, alludendo a uno di quei due che stavano dietro la ringhiera ad aspettarla:

– Non lo conosce? È suo nipote...

– Mio nipote? – disse con meraviglia Lando che ignorava affatto d’averne uno.

– Ma sì, Antonio Del Re, – affermò Celsina. – Figlio di sua cugina Anna, sorella del signor Roberto Auriti.

– Ah! – sclamò Lando. – E perché non è entrato?

Celsina notò sul volto del Laurentano un improvviso turbamento subito dopo la domanda, e lo interpretò a suo modo, che egli cioè, sospettando qualche intrigo fra lei e il nipote, si fosse pentito della domanda inopportuna, e si affrettò a rispondere:

– Non è dei nostri, sa! Sta qui a Roma in casa del signor Roberto, all’Università... Ma temo che...

S’interruppe, accorgendosi che il Laurentano, astratto, assorto, non le badava; e subito riprese:

– Le reco i saluti del Lizio, presidente del Fascio di Girgenti, e i saluti di mio padre. Anch’io credo, se posso esprimere il mio parere, che non sia tempo d’agire. Abbiamo nel Fascio di Girgenti circa ottocento iscritti... Ma sono nomi soltanto, pochi vengono, pochi pagano...

– Ma sì, ma sì, ma sì... – le disse allora, graziosamente ridendo con tutto il volto bruttissimo, Lino Apes, quasi per farle intendere che egli aveva parlato a quel modo col solo intento di cacciar via tutti. – Agire? Ma sarebbe una pazzia! L’ho detto per celia, signorina!

Gli occhi di Celsina schizzarono fiamme. Lo avrebbe schiaffeggiato. Gli sorrise. Tese la mano a Lando Laurentano e:

– Mi permettano – disse. – Li lascio in libertà.

Il quondam tenore Olindo Passalacqua, marito onorario della maestra di canto signora Lalla Passalacqua–Bonomè, nonché censore effettivo del Privato Conservatorio Bonomè, da circa due ore cercava in tutti i modi di tenere a freno la muta rabbiosa impazienza di Antonio Del Re. Parlava sottovoce, e ogni tanto, di nascosto, se Antonio Del Re sbuffando guardava altrove, cavava fuori lesto lesto l’orologino della moglie e «Poveretto ha ragione!» diceva prima con la mimica degli occhi, delle ciglia, della bocca, e subito dopo, con altra mimica: «Qua sono: avanti; seguitiamo!» E seguitava a parlare, a parlare quasi per commissione; ma in una particolar maniera comicissima e quasi incomprensibile, perché a voli a salti a precipizii per sottintesi che si riferivano a lontane e bizzarre vicende della sua scompigliata esistenza. E a ogni salto, a ogni volo, eran subitanee alterazioni di viso e di voce, esclamazioni e ghigni e gesti o di rabbia o di gioja o di minaccia o di commiserazione o di sdegno, che facevano restare intronato, a bocca aperta chi, ignorando quelle vicende, riuscisse per un po’, senza ridere, a prestargli ascolto. Olindo Passalacqua, di fronte a questo intronamento, restava soddisfatto; era per lui la misura dell’effetto; e con le mani aperte a ventaglio si tirava su, su, su, da ogni parte i lunghi grigi capelli riccioluti per modo che gli nascondessero la radura sul cocuzzolo, e quindi coi due indici tesi si toccava gli aghi incerati dei baffetti ritinti, quasi per mettere il punto a quel gesto abituale o per accertarsi che nella foga del parlare, non gli fossero cascati.

– Una miseria, basterebbe una miseria! – diceva. – Guarda, che sono due lirette al giorno, che sono? E vorrei dire anche meno! Una miseria... Sciagurato! Quanti ne butta via con quei farabutti là che gl’insudiciano il come si chiama... sicuro... lo stemma avito! Porci! E mio suocero per l’Italia rovina l’impresa del Carolino a Palermo... Tesori! Bastava la semplice Jone... povero Petrella!... mio cavallo di battaglia... Là, tutto a catafascio... per questi porci qua! Senti come strillano? Ed è principe, sissignore... Vergognosi... Dico io, due lirette al giorno per un’opera meritoria... Dio dei cieli, una fortuna come questa! Tutto gratis... E tu che ne sai? Certi patti infernali... schiavitù per tutta la vita... Io, io, per più di dieci anni, trionfatore e schiavo... Qua, invece, solo ch’egli dicesse di sì... M’impegnerei io, Nino, m’impegnerei io di portarla in meno d’un anno su i primari palcoscenici d’Italia. Tu mi conosci; mi spezzo, non mi... non mi... frangar... come si dice? lo sapevo pure in latino, mannaggia! La parola... se do la parola! E che mi resta? Unico patrimonio. Bisognerà nutrirla un tantino meglio nei primi tempi: questo sì! Ma se ne viene... se ne viene... oh se se ne viene.. E la bastarda musica moderna...

Aveva scoperto, Olindo Passalacqua, una portentosa voce di soprano nella gola di Celsina Pigna, subito, appena l’aveva sentita parlare.

– E con quella figurina là, che scherzi? Furore, m’impegno io: farà furore! Basterebbe a mio cognato, per rispetto a Roberto e a te, un misero assegnino, anche di una lira e cinquanta al giorno; per le spese del vitto... Nutrirla bene... e in meno di un anno... dici di no?

Antonio Del Re tornava a scrollarsi tutto, rabbiosamente, appena una parola del Passalacqua riusciva a cacciarsi tra il tumulto dei pensieri violenti a cui era in preda. Il giorno avanti, Celsina gli s’era presentata all’improvviso in casa dello zio Roberto, durante il desinare. Frastornato, stordito dalla vita rumorosa della grande città, dagli aspetti nuovi, dalle nuove e strane abitudini, non aveva potuto attendere in alcun modo alla promessa che le aveva fatto prima di partire, di trovarle subito, cioè, un collocamento a Roma. Le aveva scritto tuttavia che presto, appena un po’ rassettato, si sarebbe messo a cercare; con la certezza però, dentro di sé, che non solo non sarebbe riuscito, ma che non avrebbe avuto né animo né modo di provarcisi, sospeso come si sentiva, e come per un pezzo avrebbe seguitato a sentirsi, in uno smarrimento che quasi gli toglieva il respiro e gli faceva apparir tutto intorno vacillante e inconsistente. Questo smarrimento, difatti, non solo gli era durato, ma gli era via via cresciuto, in mezzo a quella precarietà d’esistenza eccentrica, scombussolata, in casa dello zio. Come mai aveva potuto questi adattarsi a vivere così, comporsi in un certo suo ordine meticoloso, in mezzo a tanto disordine, trovarvi un po’ di terra da gettarvi le radici? Capiva Olindo Passalacqua, la signora Lalla (Nanna, come la chiamavano) e il fratello di lei, Pilade Bonomè: zingari; il primo, chi sa donde venuto; gli altri due, figli d’un impresario teatrale, capitato prima del 1860 a Palermo e travolto nella corrente liberale dai giovani signori dell’aristocrazia palermitana, frequentatori assidui del palcoscenico del teatro Carolino. Fallita dopo alcuni anni l’impresa, poveri, vittime della rivoluzione, come diceva ancora Olindo Passalacqua, il quale, subito dopo avere sposato la figlia dell’impresario, aveva perduto la voce; erano venuti a Roma, poco dopo il ’70, e s’erano rovesciati addosso a zio Roberto, raccomandati da un amico di Palermo. Avventurarsi nel bujo della sorte, gettarsi alle più stravaganti imprese, prendere da un momento all’altro le più strampalate risoluzioni, era per essi come bere un bicchier d’acqua. Oggi qua, domani là; oggi abbondanza, domani carestia; bastava loro ogni giorno arrivare alla sera, comunque, senza indietreggiare di fronte a tutti i possibili ostacoli, ai sacrifizii più duri, buttando in mare le cose più care e più sacre pur di salvar la barca, barca senza più né bussola, né àncora, né timone, assaltata dalle onde incessanti in quella perpetua bufera ch’era stata la loro vita. Ma tuttavia questo era in essi meraviglioso e pietoso e comico a un tempo, che pur avendo fatto getto di tutto senza alcun ritegno, eran rimasti nell’anima schietti, d’una ingenuità vivida e tutta alata di palpiti gentili, eran rimasti affettuosi, generosi, pronti sempre a spendersi per gli altri, a confortare, a soccorrere, ad accendersi d’entusiasmo per ogni nobile azione. Quel che di scorretto, di male, di vergognoso era nella loro vita, forse stimavano sinceramente non imputabile a essi. Necessità su cui bisognava chiudere un occhio, e se uno non bastava, tutt’e due. Con quanta dignità, per esempio, Olindo Passalacqua, dopo aver mangiato alla tavola di zio Roberto e aver raccomandato a questo di non dimenticarsi di far prendere a Nanna le gocce per il mal di cuore o di far toglier subito dalla tavola il trionfino delle frutta per paura che, toccando inavvertitamente la buccia di qualche pesca, non le si avesse a rompere, Dio liberi, il sangue del naso come tante volte le soleva avvenire, lasciava a lui il letto maritale e, augurando alla moglie la buona notte, felicissimi sogni a tutti; anche ai canarini e al merlo nelle gabbie, al pappagallo Cocò sul tréspolo; a Titì, la scimmietta tisica, su l’anello; a Ragnetta, la gattina in colletto e cravatta; ai due vecchi cani Bobbi e Piccinì, invalidi entrambi in una cesta, quello cieco e questo con la groppa impeciata; se n’andava coi due indici su le punte dei baffi, impalato già nella rigida severità di censore inflessibile, a dormire nel Privato Conservatorio del cognato Bonomè in via dei Pontefici! E che barca di matti quella tavola a cui sedevano ogni sera quattro o cinque estranei, invitati lì per lì, o che venivano a invitarsi da sé, deputati amici di zio Roberto e di Corrado Selmi, maestri di musica chiomati, cantanti d’ambo i sessi! Che discorsi vi si tenevano, a quali scherzi spesso si trascendeva! E che pena vedere zio Roberto lì in mezzo, zio Roberto ch’egli da lontano s’era immaginato con le stesse idee e gli stessi sentimenti della nonna e della mamma (e non a torto, ché ogni giorno poi glieli dimostrava con le più squisite attenzioni e le cure paterne), che pena vederlo lì in mezzo, partecipare a quei discorsi, a quegli scherzi, e di tratto in tratto sorprendergli nel volto uno sguardo, un sorriso afflitto, di mortificazione, se incontrava gli occhi suoi che lo osservavano stupiti e addolorati! Qual guida più poteva dargli quello zio? Avrebbe potuto permettersi tutto, sicuro di non potere aver da lui né un richiamo, né un rimprovero. S’era iscritto alla facoltà di scienze; ma come studiare in quella casa che cinfolava, gargarizzava, guagnolava dalla mattina alla sera di trilli e scivoli e solfeggi e vocalizzi? Del resto, l’Università così lontana, i numerosi studenti gaj e spensierati, gli avevano destato fin dal primo giorno un’avversione invincibile, uggia, scoramento, sdegno, dispetto; e, pigliando scusa da ogni cosa, non era più andato. S’era figurato, e subito aveva ritenuto per certo, che a qualcuno di quei ragazzacci potesse venire la cattiva ispirazione di farsi beffe di lui così serio e diverso: e che sarebbe allora accaduto? Solo a pensarci, gli s’artigliavano le mani. Un incentivo qualunque, in quel punto, una favilla, e il furore, represso con tanto sforzo, sarebbe divampato terribile. Aveva l’impressione che la vita gli si fosse come ingorgata dentro e gli ribollisse, fomentata dal rimorso di quell’ozio e dal bisogno prepotente di darsi comunque uno sfogo. Ma come sottrarsi a quell’ozio, se aveva ormai acquistato la certezza di non poter più far nulla, poiché tutto gli si era come intralciato e confuso nel cervello? e dove trovar lo sfogo? Aveva corso Roma da un capo all’altro, come un matto, quasi senza veder nulla, tutto assorto in sé, in quella cupa scontentezza di tutto e di tutti, in quel ribollimento continuo di pensieri impetuosi che, prima di precisarsi, gli svaporavano dentro, lasciandolo vuoto e come stordito, coi lineamenti del volto alterati, le pugna serrate, le unghie affondate nel palmo della mano.

Infine, dalla sorda rabbia che lo divorava, da quell’agra inerzia fosca, un’idea truce, mostruosa, aveva cominciato a germinargli nel cervello, la quale subito aveva preso a nutrirsi voracemente di tutto il rancore contro la vita, fin dall’infanzia accolto e covato. L’idea gli era balenata, sentendo una sera a tavola discorrere del modello delle bombe recate da Francesco Crispi in Sicilia alla vigilia della Rivoluzione del 1860 e della preparazione di esse. Corrado Selmi aveva detto che ne aveva preparate alcune anche lui, di notte, nel magazzino preso in affitto da Francesco Riso presso il convento della Gancia. Forte delle sue nozioni di chimica moderna, s’era messo a ridere e aveva dimostrato quanto fosse puerile quella preparazione, e come adesso si sarebbero potuti ottenere effetti più micidiali con ordigni di molto piú piccolo volume.

– Ecco! – aveva esclamato allora Corrado Selmi. – Per fare un po’ di festa, bisognerebbe buttare dalle tribune uno di questi giocattolini nell’aula del Parlamento!

D’improvviso s’era sentito prendere e predominar tutto da quest’idea. Gli urli d’indignazione della piazza per la frode scoperta delle banche, e prima il sospetto e poi la certezza che anche zio Roberto col Selmi era coinvolto nello scandalo di quella frode, le notizie sempre più gravi che arrivavano dalla Sicilia, lo avevano deciso a cercare i mezzi e il modo d’attuare al più presto quell’idea. Tanto, ormai, era finita per lui! Se zio Giulio, partito a precipizio per Girgenti, non riusciva a ottenere dal fratello della nonna il denaro, zio Roberto sarebbe stato arrestato; e allora il crollo, il baratro... Ah, ma prima! Sì, sì, questa sarebbe la giusta vendetta, questo lo sfogo di tutte le amarezze, che avevano attossicato la sua vita e quella dei suoi; e a quei suoi compagni là, di Sicilia, cianciatori, avrebbe dimostrato che lui solo sapeva far quello che loro tutti insieme non avrebbero mai saputo.

Ebbene, proprio in quel momento era capitata Celsina a Roma. Nel vedersela comparir dinanzi tutta accesa in volto e ridente nell’imbarazzo, aveva provato un fierissimo dispetto. Gli pareva ormai che nulla più potesse accadere, nulla più muoversi senza una sua spinta; che tutti dovessero stare al loro posto, immobili e come sospesi nell’attesa dell’atto grandioso e terribile ch’egli doveva compiere. Donde, come era venuta Celsina, se egli non aveva fatto nulla per farla venire? I denari di Lando... già! quei denari negati a zio Roberto... Il Fascio di Girgenti... Buffonate! E che rabbia nel veder Celsina accolta con tanta festa da quei Passalacqua, per i quali era la cosa più naturale del mondo che una ragazza si avventurasse sola fino a Roma con un pretesto come quello, e si presentasse lì in cerca dell’innamorato, ferma nel proposito di non ritornar più in Sicilia. S’era fatto di tutti i colori nel vedersi guardato da quelli con certi occhi ridenti di malizia e di indulgenza, che gli dicevano chiaramente: «Via, che c’è di male? abbiamo capito! Non ti vergognare!». E anche zio Roberto era rimasto lì, col suo solito sorriso afflitto, sotto al quale voleva nascondere il fastidio che gli recava ogni novità: soltanto il fastidio. Anche per lui nulla di male che una ragazza fosse venuta a trovare il nipote in casa sua, in un momento come quello, col baratro aperto in cui stavano per precipitare tutti. Per quei Passalacqua quel baratro era niente: una delle tante difficoltà della vita da superare; e per superarla fidavano ciecamente in Corrado Selmi. Bastava poi a tranquillarli la calma che zio Roberto s’imponeva per non agitar la sua Nanna malata di cuore. Via, via quel signor Antonio e quel lei, con cui Celsina s’era messa a parlargli! a chi voleva darla a intendere? ma si dessero pure del tu! Oh, cara... Ma sì, brava, ridere... Se non si rideva di cuore a quell’età, e con quegli occhi e con quel musino... Uh, che voce! ma senti?... un campanello! Non s’era mai provata la voce? Non aveva mai cantato, neanche così per ischerzo? mai mai? Ma bisognava provare, subito subito... Impossibile che non ci fosse la voce, con quelle inflessioni, con quelle modulazioni... Via, su, una canzoncina qualunque, là, nel salottino, subito subito... Ecco il terno! Nulla meglio di questo espediente per non ritornar più in Sicilia! I mezzi per studiare? Ma c’era lei, la signora Lalla, e il Privato Conservatorio Bonomè. Lezioni gratis, carte e pianoforte gratis: soltanto un piccolo assegno per il vitto. E Olindo Passalacqua, saputo che Celsina era compagna di fede socialista di Lando Laurentano, subito aveva suggerito di chiedere a lui quell’assegno. No? perché no? Opera meritoria! Maledetti certi scrupoli, certi pudori che impediscono alla coscienza di fare il bene! si sarebbe potuto proporre al Laurentano la restituzione di quel piccolo assegno coi primi guadagni; ma, nossignori, queste cose le fanno gli sfruttatori, gli strozzini, ragion per cui un gentiluomo deve astenersi dal farle... Stupidaggini! Miserie! S’era contorto su la seggiola, Antonio, udendo questi discorsi. Avrebbe voluto strappare per un braccio Celsina e gridarle sul volto: «Va’, tòrnatene donde sei venuta! Costoro son pazzi che danzano su l’abisso. Va’! va’! L’abisso lo spalancherò io! Non c’è piú nulla; io stesso non sono più: tutto è finito!». Ma pure, eccolo lì, aveva col Passalacqua accompagnato Celsina fino al villino di Lando, e ora stava ad aspettare che l’adunanza si sciogliesse ed ella ne uscisse. Celsina gli aveva promesso in confidenza che non avrebbe neppur fatto cenno al Laurentano di quella ridicola proposta dell’assegno; solo lo avrebbe pregato d’interessarsi in qualche modo per farle trovare, con le sue tante aderenze, un posticino a Roma. L’assegno, Celsina si era proposto di domandarlo invece per lui, per Antonio. Egli le aveva confidato la sera avanti la terribile condizione in cui si trovava lo zio.

– E tu? – gli aveva domandato lei.

Non aveva avuto altra risposta che un gesto furioso, di disperazione. Le era balenato il sospetto ch’egli covasse un proposito violento, ma contro sé; e aveva cercato di scuoterlo, di rincorarlo. Era venuta con l’animo tutto acceso di sogni e di speranze, piena di fiducia in sé, e pronta e preparata a vinccre tutti gli ostacoli. Ebbene, sarebbero stati in due, ora, a dividerli e ad affrontarli; ella lo avrebbe trascinato nella sua foga. Possibile ch’egli, col suo parentado, perisse? E non c’era poi l’altro zio? Via, via! Le difficoltà sarebbero state per lei. Ma ecco, ne rideva!

Uscì dal villino, su le furie.

–– Niente! Buffoni... Andiamo! andiamo! – disse, spingendo i due compagni.

– Non ha parlato? – domandò, sospeso e afflitto, il Passalacqua.

– Ma che parlare! – si scrollò Celsina. – Sono tanti pazzi, scemi, stupidi, imbecilli... Chiacchiere, chiacchiere, declamazioni o ciance insipide che vorrebbero parere spiritose... Via, via, via! Ma ci ho guadagnato questo almeno, che sono qua, a Roma! Nino, per carità, Nino, non mi far quella faccia! Vattene... sì, sì... è meglio che te ne vada, se mi devi affliggere così!

Olindo Passalacqua corse dietro ad Antonio che, gonfio di rabbia, tutto rabbuffato, aveva allungato il passo; lo trattenne, invitò con la mano Celsina ad avvicinarsi subito, raccomandando con cenni calma e prudenza. Ma Celsina, sorridendo e avvicinandosi pian piano, gli accennò col capo che lo lasciasse pure andare.

– Ma pazzie, scusate... calma, ragazzi! Così v’accecate... E il rimedio? il rimedio così, accecandovi con le furie, non lo trovate più. Il rimedio c’è sempre, cari amici; a tutto c’è rimedio; più o meno duro, più o meno radicale... ma c’è! Non bisogna spaventarsi... In prima, come! dice, questo? Questo no! questo mai!... Poi... eh, cari miei, l’avrei a sapere! Questo e altro!... Però, però, però... dico, intendiamoci, rispettando sempre le leggi del... del... della... Siamo gentiluomini! Nino, tu lo sai, mi spezzo, non mi... non mi...

– Che fai? che vuoi? che ti stilli cosí? – domandò Celsina a Nino, rimasto ansante in atteggiamento truce. – Finiscila! Sono proprio furie sprecate... Io mi sento così tranquilla e contenta! Su, su, per dove si prende, signor Olindo? Tu... tu guardami... no, no, guardami bene negli occhi... qua, dentro gli occhi... Prima di partire, ti ricordi?

Nino contrasse tutto il volto, nel tremendo orgasmo, e singultò nel naso, premendosi forte un pugno su la bocca.

– Via! basta, ora! Andiamo! – riprese Celsina. – Lei, signor Olindo, mi deve dir questo soltanto, ma me lo deve dire proprio in coscienza: Ho la voce?

Olindo Passalacqua si tirò un passo indietro, con le due mani sul petto:

– Ma io ho cantato con la Pasta, sa lei? con la Lucca ho cantato; io ho cantato con le due Brambilla...

– Va bene, va bene, – lo interruppe Celsina. – E lei è certo dunque che io abbia la voce?

– Ma d’oro! – esclamò il Passalacqua. – D’oro, d’oro, d’oro, glielo dico io! E in meno d’un anno lei...

– Va bene, – tornò a interromperlo Celsina. – E allora senta.... un altro favore! A procurarmi l’assegnino, come dice lei, ci penso io. Son capace di presentarmi in tutte le botteghe che vedo, in tutti gli alberghi, ufficii, banche, caffè, se han bisogno d’una contabile, giovane di negozio, interprete, quel che diavolo sia! Ho il diploma in ragioneria, licenza d’onore; possiedo due lingue, inglese e francese... Ma anche per sarta mi metto, per modista... Non so neppur tenere l’ago in mano; imparerò!... maestra, governante, istitutrice... Lasci fare a me! Lei ora se ne vada. Mi lasci sola con questo bel tomo! A rivederla.

E, preso Antonio sotto il braccio, scappò via.

– Fammi veder Roma!

Ma che vedere! Non poteva veder nulla, col cervello in subbuglio. Parlava, parlava, e gli occhi le sfavillavano ardenti, sotto quel cappellino dalla piuma spavalda; le labbra accese le fremevano, e rideva senz’ombra di malizia a tutti quelli che si voltavano a mirarla.

– Nino, senti, – gli disse a un certo punto, piano, in un orecchio. – Portami lontano... in un punto solitario... lontano... voglio cantare!... Ho bisogno di sentire come canto... Se fosse vero! Tu ci pensi? Ah, se fosse vero, Nino mio! Andiamo, andiamo...

Seguitò a cinguettare per tutta la via. Gli disse che per forza lei, prima di diventare un soprano, un contralto celebre, per forza doveva trovar marito, dato quel brutto cognome che l’affliggeva.

– Celsa, va bene; ma Pigna! ti pare possibile? Vediamo un po’, mettiamo... Celsa... come? Celsa Del Re? Oh Dio no! Le mie opinioni politiche... Del re? Impossibile, Nino! non posso diventare tua moglie, è fatale! Ma tu del resto non mi vuoi... Ahi, ahi no! mi hai fatto un livido nel braccio... Mi vuoi? E allora Celsina Del Re, e non se ne parli più! Celsina di Sua Maestà, è buffo, sai? di Sua Maestà Antonio I.

Arrivarono, ch’era già il tramonto, di là dal recinto militare, in prossimità del Poligono, su la sponda destra del Tevere. Monte Mario drizzava il suo cimiero di cipressi nel cielo purpureo e vaporoso, e la vasta pianura, che serve da campo di esercitazione alle milizie, e le sponde erbose del fiume, nell’ombra soffusa di viola, parevano smaltate. Nel silenzio quasi attonito, più che la voce si sentiva il movimento delle acque dense, d’un verde morto, tinte dai riflessi rosei del cielo e qua e là macchiate da qualche cuora nera.

– Bello! – sospirò Celsina, guardandosi intorno. E con l’impressione che la vita vera se ne fosse come andata via di là, e ne fosse rimasta quasi una larva, nel ricordo o nel sogno, dolce e malinconica, aggiunse piano:

– Dove siamo qua?

Poi, volgendosi ad Antonio, che si era seduto su un masso e guardava verso terra, curvo, con le mani strette tra le gambe:

– Ma che fai? – gli domandò. – Ma tu non vedi, tu non senti più nulla? Alza il capo, guarda, senti... questo silenzio qua... il fiume... e là Roma... e io che sono qua con te!

Gli s’accostò, gli posò una mano sui capelli, si chinò a guardarlo in faccia, e:

– Tu non hai ancora vent’anni! – gli disse. – E io ne ho diciotto...

Antonio si scrollò rabbiosamente, per respingerla, e allora ella, sdegnata, alzò una spalla e si allontanò.

Poco dopo, da lontano, giunse ad Antonio il suono della voce di lei che cantava, in quel silenzio, limpida e fervida.

Disperato, serrando le pugna nella furia della gelosia, la vide parata da attrice, in un vasto teatro, davanti ai lumi della ribalta. Si alzò, fremente; andò a raggiungerla.

– Andiamo! andiamo! andiamo!

– Che te ne pare? – gli domandò lei, con un fresco sorriso di beatitudine.

Antonio le strinse un braccio e, guardandola odiosamente negli occhi:

– Tu ti perderai! – le gridò tra i denti.

Celsina scoppiò a ridere.

– Io? – disse. – Ma se tu non mi vuoi, si perderanno quelli che mi verranno appresso, caro mio! Io ho le ali... le ali... Volerò!

III

L’on. Ignazio Capolino non capiva nei panni dalla gioja. Migliaja d’operaj, nel suo collegio, inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare del Salvo, minacciavano tumulti, rapine, incendii, strage; Aurelio Costa, esposto all’ira di quelli per le promesse fatte a nome del Salvo, fremeva d’indignazione alle lepide ciance di S. E. il Sottosegretario di Stato al Ministero d’agricoltura; e lui gongolava beato dell’insperata affabilità, del tratto confidenziale, da vecchio amico, con cui quella sotto–eccellenza lo aveva accolto.

Chiedendo per il Costa quell’udienza, aveva temuto che l’ostentato prestigio, la vantata amicizia personale coi membri del Governo, messi alla prova, avrebbero sofferto la più affliggente mortificazione; e invece... Ma sì, ma sì, matti da legare, benissimo! nemici dell’ordine sociale, quei solfaraj là! gente facinorosa, ma sì! esaltata da quattro impostori degni della forca! Misure estreme? di estremo rigore? ma sì! benissimo! Non ci voleva altro... Viso fermo, già! polso duro! Umanità... ah sicuro... fin dov’era possibile... Già, già, oh caro... ma come no? ma come no?

E accennava, con timidezza mal dissimulata, d’allungare una mano per batterla o su la gamba o dietro le spalle del Sottosegretario di Stato, come un cagnolino che, dopo essersi storcignato per far le feste al padrone che teme severo, s’arrischia a levare uno zampino per far la prova d’averlo placato.

Quanto a quel disegno d’un consorzio obbligatorio tra tutti i produttori di zolfo della Sicilia, studiato dall’amico ingegnere lì presente... – oh, valorosissimo e tanto modesto, già del corpo minerario governativo, sì, e uscito dall’École des Mines di Parigi – quanto a quel disegno, ecco, se almeno S. E. il Ministro avesse voluto degnarlo d’uno sguardo... No, eh? impossibile, è vero? il momento... già! già! non era il momento quello! nuova esca al fuoco, sicuro! ci voleva altro... ma sì! bravissimo! oh caro... come no? come no?

Uscì dal palazzo del Ministero, tronfio e congestionato come un tacchino, mentre Aurelio Costa, per sottrarsi alla tentazione di schiaffeggiarlo o sputargli in faccia, pallido e muto allungava il passo e lo lasciava indietro.

– Ingegnere!

Il Costa, senza voltarsi, gli rispose con un gesto rabbioso della mano.

– Ingegnere! – lo richiamò Capolino, raggiungendolo, fieramente accigliato. – Ma scusi, è pazzo lei? o che pretendeva di più?

– Mi lasci andare! per carità, mi lasci andare, – gli rispose Aurelio Costa, convulso. – Corro al telegrafo. Venga qua lui, don Flaminio! Io me ne riparto domani.

– Ma si calmi! Dice sul serio? – riprese, con tono tra arrogante e derisorio, Capolino. – Che voleva lei da un Sottosegretario di Stato? che le buttasse le braccia al collo? Io non so... Meglio di così? Non m’aspettavo io stesso una simile accoglienza...

– Eh, sfido! – ghignò, fremente, il Costa. – Se lei...

– Io che cosa? – rimbeccò pronto Capolino. – Voleva promesse vaghe? fumo? Mi ha trattato, mi ha parlato da amico, da vero amico! E metta ch’io sono deputato d’opposizione; che sono stato combattuto dal Governo, accanitamente, nelle elezioni. E lei lo sa bene!

– Non so nulla io! – sbuffò il Costa. – So questo soltanto: che avevo l’ordine, ordine positivo, che il disegno almeno fosse preso subito in considerazione dal Governo. E lei non ha speso una parola; lei non ha fatto che approvare...

Capolino lo arrestò, squadrandolo da capo a piedi.

– Parlo con un uomo, o parlo con un ragazzino? Dove vive lei? Può credere sul serio che in un momento come questo, in mezzo a questo pandemonio, si possa attendere all’esame del suo disegno? L’ordine! Abbia pazienza! Quando ricevette lei quest’ordine da Flaminio Salvo? Prima di partire, è vero? Ma scusi, ormai... ecco qua!

E Capolino con furioso gesto di sdegno trasse fuori dal fascio di carte che teneva sotto il braccio la partecipazione delle speciose nozze di S. E. il principe don Ippolito Laurentano con donna Adelaide Salvo.

– L’avrà ricevuta anche lei! – disse. – si stia zitto, e non pensi più né a ordini né a progetti!

– Ah, dunque, un giuoco? – esclamò Aurelio Costa. – Con la pelle degli altri?

– Ma che pelle! – fece Capolino, con una spallata.

– Con la mia pelle! con la mia pelle, sissignore! – raffermò il Costa infiammato d’ira. – Con la mia pelle, perché dovrò tornarci io laggiù, ad Aragona, tra i solfaraj! E sa lei come li ritroverò, dopo sette mesi di sciopero forzato? Tante jene! Ma perché dunque mi ha fatto promettere a tutti... anche qua, anche qua adesso a Nicasio Ingrao, al figlio del principe? E tutti gli studii fatti?

– Caro ingegnere, scusi, – disse pacatamente Capolino, con gli occhi socchiusi, trattenendo il sorriso, – lei pratica con Flaminio da tanti anni, e ancora non s’è accorto che Flaminio non è soltanto uomo d’affari, ma anche uomo politico. Ora la politica, sa? bisogna viverci un po’ in mezzo; la politica, signor mio, che cos’è in gran parte? giuoco di promesse, via! E lei, scusi, va a cacciarsi in mezzo proprio in questo momento...

– Io? – proruppe Aurelio Costa, portandosi le mani al petto. – Io, in mezzo?

– Ma sì, ma sì,– affermò con forza Capolino. – Come un cieco, scusi! E non dico soltanto per questa faccenda qua, del progetto. Lei non vede nulla, lei non capisce... non capisce tante cose! Dia ascolto a me, ingegnere: non s’impicci più di nulla! se ne torni al suo posto... Mi duole, creda, sinceramente, veder fare a un uomo come lei, per cui ho tanta stima, una figura... non bella, via! non bella...

Aurelio Costa restò dapprima, a queste parole, a bocca aperta, trasecolato; poi si fece pallido e abbassò gli occhi per un momento; infine, non riuscendo a frenar l’impeto della stizza:

– A me, – balbettò, – a me dice così? a me?... Ma io... Quando mai io... a quali cose io mi son cacciato in mezzo, di mia volontà? Vi sono stato sempre trascinato, io, tirato per i capelli, e sono stufo, sa? stufo, stufo di queste imprese, di questi intrighi, e bizze, e scandali...

– Scandali, poi! – fece Capolino.

– Sissignori, scandali! – seguitò Aurelio, senza più freno. – Scandali qua, laggiù... e se non li vede lei, li vedo io! Basta! basta! Io non ho voluto mai nulla! non ho aspirato mai a nulla, per sua norma, altro che di stare in pace con la mia coscienza, e tranquillo, facendo ciò che so fare. E basta! Venga qua lui, ora, e pensi, dopo le promesse fatte, ad aggiustar bene le cose, perché laggiù, ripeto, debbo tornarci io, e la pelle non ce la voglio lasciare. La riverisco.

Ignazio Capolino lo seguì un tratto con gli occhi; poi si scosse con un altro ghigno muto, e tentennò a lungo il capo. Se avesse saputo che la vera ragione, per cui Aurelio Costa voleva che Flaminio Salvo venisse a Roma, era quella stessa appunto per cui egli voleva che non venisse: sua moglie!

Il calore con cui difendeva quel disegno, studiato veramente con tutto lo zelo scrupoloso che metteva in ogni sua opera, e la stizza nel vederlo mandato a monte, buttato lì, senz’alcuna considerazione e quasi deriso, provenivano in fondo dal calore d’un’altra passione, dalla stizza per un altro smacco, di cui egli, per non mortificare innanzi a se stesso il suo amor proprio, non si voleva accorgere. Allontanato da Flaminio Salvo da Girgenti con la scusa di quel disegno, proprio nel momento in cui la figlia sapeva che Nicoletta Capolino era a Roma col marito, era accorso come un assetato alla fonte. Aveva creduto di ritrovar qui Nicoletta come la aveva veduta l’ultima volta a Colimbètra, piena di lusinghe per lui, ardente e aizzosa. E invece... per miracolo non s’era messa a ridere nel leggergli nello sguardo profondo il ricordo di quella sera indimenticabile!

Capolino, che aveva tanto da ridire su la condotta della moglie in quei giorni, se ne sarebbe potuto accorgere; ma da che, a Colimbètra, ancora col petto fasciato per la ferita, aveva sentito il bisogno d’un pajo d’occhiali, non riusciva a veder più nulla con l’antica chiarezza, Capolino, né in sé né attorno a sé. Lo scherzo di quella palla, scappata fuori con inopinata violenza dalla pistola del Verònica, gli aveva turbato profondamente la concezione della vita. Fino a quel punto, aveva creduto di farlo lui agli altri, lo scherzo, uno scherzo che gli era riuscito sempre bene; ora, all’improvviso e sul più bello, s’era accorto che, ad onta di tutte le diligenze e contro ogni previsione, ridendosi d’ogni arte e d’ogni riparo, il caso, nella sua cecità, può e sa scherzare anche lui, facendone passare agli altri la voglia. E Capolino era diventato seriissimo. Già, subito, o per la violenta emozione o per il sangue perduto, gli s’era indebolita la vista. Il principe don Ippolito, graziosamente, aveva voluto regalargli lui gli occhiali, un bel pajo d’occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga. E la vita veduta con quegli occhiali, e da deputato, gli aveva fatto d’improvviso un curioso effetto: le sue mani, tutte le cose intorno, sua moglie, il suo passato, il suo avvenire, gli s’erano presentati con linee, luci e colori nuovi, innanzi a cui egli si era veduto quasi costretto ad assumer subito un certo cipiglio tra freddo e grave, che aveva fatto rompere, la prima volta, in una risata sua moglie:

– Oh povero Gnazio mio!

Ed ecco, segnatamente sua moglie non aveva più saputo vedersi d’attorno, Capolino: sua moglie che gli cercava gli occhi dietro quei nuovi occhiali, e non poteva in alcun modo prenderlo sul serio.

Venuta a Roma con lui per quindici o venti giorni, per un mese al più, Lellè vi si tratteneva da più di tre mesi e non accennava ancora, neppur lontanamente, di volersene partire. O ch’era matta? Tripudiava, Lellè. Aveva trovato finalmente il suo elemento. Dai Vella, parenti di Flaminio Salvo, e un po’ anche del marito per via della prima moglie, era diventata subito di casa. A Francesco Vella piaceva il fasto, donna Rosa Vella era tal quale la sorella minore donna Adelaide, sbuffante e sempliciona, e i loro due figli, Ciccino e Lillina, se Nicoletta fosse andata a ordinarseli apposta, non avrebbe potuto trovarli più di suo gusto. Che amore quella Lillina! Rimasta nubile, ormai spighita nella simpatica bruttezza tutta pepe, era la compagna inseparabile del fratello Ciccino: più scaltra, più ardita, più vivace di lui, lo ajutava, lo difendeva, lo guidava, a parte di tutti i suoi segreti più intimi. Fratello e sorella non avevano mai pensato ad altro che a darsi buon tempo; e Nicoletta, con loro, in pochi giorni era diventata una cavallerizza perfetta; era già andata tre volte alla caccia della volpe; e teatri e feste e gite: una cuccagna! Lillina sapeva sempre con precisione quando doveva farsi venire un po’ di emicrania o qualche altro dolorino, per lasciare in libertà Ciccino e la nuova amica Lellè.

Ora Capolino, per quanto Roma fosse grande, da deputato e con gli occhiali serii, non vi si vedeva minimo, e temeva che quello sbrigliamento della moglie potesse dare all’occhio. Del resto, non poteva soffrirlo, non tanto per quello che potevano pensarne gli altri quanto per sé. Da deputato e con gli occhiali, voleva che anche sua moglie, ormai, diventasse più seria. A Roma e con quei Vella attorno e con la libertà in cui era costretto a lasciarla, non gli pareva possibile. Flaminio Salvo, ora che donna Adelaide era andata a nozze, certamente avrebbe avuto bisogno di lei, a Girgenti. Per la figliuola, s’intende; per quella cara Dianella senza mamma. Se non oggi, domani, avrebbe scritto per pregarla di ritornare. Non gli pareva l’ora all’onorevole Ignazio Capolino! Ma ecco, adesso, quell’imbecille del Costa che veniva a guastargli le uova nel paniere! La pelle... Temeva per la pelle... Pezzo d’asino! Ma già, se non era stato buono in tanti anni neanche d’accorgersi che Dianella lo amava, che aveva sotto mano la fortuna, una simile fortuna! come avrebbe riconosciuto ora, che meglio di così un deputato d’opposizione non poteva essere accolto da un Sottosegretario di Stato? E aveva osato rimproverargli le approvazioni... Ma sicuro! per far piacere a lui doveva difendere i solfaraj, quasi che, nelle ultime elezioni egli fosse andato su anche col suffragio di quei galantuomini! Messo tra il Governo e i socialisti, poteva un deputato conservatore, d’opposizione, esitare nella scelta? Ma andate a ragionare di queste cose con uno, a cui la fortuna dava il pane perché lo sapeva senza denti! Intanto Flaminio Salvo, per seguitare da un canto la commedia di quel progetto e aver modo dall’altro d’abboccarsi con Lando Laurentano, che non aveva voluto assistere alle nozze del padre, senza dubbio sarebbe accorso alla chiamata; e certo avrebbe condotto con sé Dianella, che non poteva restar sola a Girgenti. E sarebbe forse rimasta a Roma per un pezzo, Dianella, presso gli zii, per divagarsi e... chi sa! – gli occhi di Flaminio Salvo vedevano molto lontano – Lando andava qualche volta in casa Vella, e... chi sa! Rimanendo Dianella a Roma, addio ritorno di Lellè a Girgenti. Così pensando, Capolino sbuffava, e gli occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga, gli s’appannavano.

Non passò neanche una settimana, che Flaminio Salvo fu a Roma insieme con Dianella, come Capolino aveva preveduto.

Dianella arrivò come una morta; Flaminio Salvo, al solito, sicuro di sé, con quel sorriso freddo su le labbra, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse pàlpebre dava un’espressione di lieve ironia. Furono ospitati dai Vella, che insieme coi coniugi Capolino e il Costa si recarono ad accoglierli alla stazione. Donna Rosa, Ciccino e Lillina non conoscevano ancora Dianella.

– Figlia mia, o che mangi lucertole? – le domandò in prima la zia Rosa, nel vederle il volto come di cera e con gli occhi dolenti e smarriti. – Ma capisco, sai? con un uomo insulso come tuo padre, difficile passarsela bene. Ah, io gliele dico, sai? Non sono come tua zia Adelaide che cala a tutto la testa. Sono più grande di lui, e mi deve rispettare.

– Io ti bacio sempre la mano, – disse don Flaminio, inchinandosi.

– Sicuro! Ecco qua: bacia, bacia! – riprese donna Rosa stendendo la mano tozza, paffuta. – Sicuro che me la devi baciare! Sta’ un po’ con noi qua a Roma, figlia mia, e vedrai che ti farò ritornare in Sicilia bella grossa come una madre badessa. Vedi questa signora? – aggiunse, indicando Nicoletta Capolino. – Come ti pare? Brutta è, bisogna dirglielo; ma da che Ciccino e Lillina le hanno fatto far la cura di trotto a cavallo, vedi l’occhio? più vivo! Lascia fare ai tuoi cugini, cara mia. Andiamo, andiamo! Ridere, ridere... Cosa da ridere, la vita, te lo dico io.

A casa, don Flaminio narrò mirabilia alla sorella, al cognato, ai nipoti, agli amici, degli sponsali del principe con donna Adelaide, celebrati da monsignor Montoro nella cappella di Colimbètra, tra il fior fiore della cittadinanza girgentana. S. A. R. il Conte di Caserta aveva avuto la degnazione di mandare dalla Costa Azzurra una lettera autografa d’augurii e rallegramenti agli sposi.

– E chi è? – domandò donna Rosa, guardando tutti in giro; poi, picchiandosi la fronte: – Ah già, ho capito, il fratello di Cecco Bomba... Ho un cognato borbonico, coi militari... Me l’ha scritto Adelaide! Ora è mai possibile che stia allegra codesta povera figliuola con tale razza di Altezze Reali che scrivono lettere autografe per le nozze di sua zia? Va’ avanti, va’ avanti... Ah se ci fossi stata io! Codesto tuo principe di Laurentano...

Seguitando, don Flaminio si dichiarò particolarmente grato della presenza di don Cosmo, fratello dello sposo, alla magnifica festa, e del dono prezioso mandato da Lando alla matrigna.

– L’ho visto! – disse Ciccino.

– L’ha comperato con noi! – aggiunse Lillina.

– Ah, dunque lo conoscete bene? – domandò, contento, don Flaminio.

E volle sapere dai nipoti in che intrinsechezza fossero con lui, e che aspetto e che umore avesse, chiamando a parte la figliuola con vivaci esclamazioni, della sua meraviglia e del suo compiacimento per le risposte che quelli gli davano. Ma Dianella si turbò in viso così manifestamente e mostrò negli occhi un così strano sbigottimento, ch’egli cangiò a un tratto aria e tono, e finse di meravigliarsi, perché la gravità delle cose che avvenivano in quei giorni in Sicilia, e nelle quali il giovane principe, a quanto si diceva, doveva essere più d’un po’ immischiato, gli pareva non comportasse in lui quell’umor gajo, che i nipoti dicevano. E prese a raccontare, con atteggiamento di grave costernazione, i fatti avvenuti di recente in Sicilia, a Serradifalco, a Catenanuova, ad Alcamo, a Casale Floresta, i quali provavano come in tutta l’isola covasse un gran fuoco, che presto sarebbe divampato; e a rappresentar la Sicilia come una catasta immane di legna, d’alberi morti per siccità, e da anni e anni abbattuti senza misericordia dall’accetta, poiché la pioggia dei benefizi s’era riversata tutta su l’Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta su le arse terre dell’isola. Ora i giovincelli s’erano divertiti ad accendere sotto la catasta i fasci di paglia delle loro predicazioni socialistiche, ed ecco che i vecchi ceppi cominciavano a prender fuoco. Erano per adesso piccoli scoppii striduli, crepitìi qua e là; scappava fuori ora da una parte ora dall’altra qualche lingua di fiamma minacciosa; ma già s’addensava nell’aria come una fumicaja soffocante. E il peggio era questo: che il Governo, invece d’accorrere a gettar acqua, mandava soldati a suscitare altro fuoco col fuoco delle armi. Ma avesse almeno avuto soldati abbastanza, da fronteggiare l’impeto delle popolazioni irritate! Gli scarsi presidii, bestialmente incitati a sparare su le folle inermi, si vedevano costretti, subito dopo, a rinserrarsi nelle caserme; e allora la folla, inselvaggita dagli eccidii, restava padrona del campo e assaltava furibonda i municipii e vi appiccava il fuoco. Lo sgomento intanto si propagava per tutta l’isola; sindaci e prefetti e commissarii di polizia perdevano la testa; e dove si sarebbe andati a finire?

Queste cose disse, rivolto specialmente al cognato Francesco Vella, al Capolino e ad Aurelio Costa: volle dedicare alle signore il racconto d’una recente prodezza compiuta da cinquecento donne in un villaggio dell’interno della Sicilia, chiamato Milocca. Per la speciosa denuncia di un mucchio di concime sparso non già fuori, ma nelle terre medesime d’un proprietario che non aveva voluto arrendersi ai nuovi patti colonici dei contadini del Fascio, la forza pubblica aveva tratto in arresto iniquamente e sottoposto a processo per associazione a delinquere il presidente e i quattro consiglieri del Fascio stesso. E allora le donne del villaggio, in numero di cinquecento, indignate dell’ingiustizia e della prepotenza, s’erano scagliate come tante furie contro la caserma dei carabinieri, ne avevano sfondato la porta e tratto fuori i cinque arrestati; poi, ebbre di gioja per la liberazione dei prigionieri, avevano condotto in trionfo sulle braccia, per le vie del paese, uno dei carabinieri e le armi strappate loro dalle mani.

Donna Rosa, Nicoletta Capolino e Lillina approvarono festosamente la vittoria di quelle donne gagliarde; ma don Flaminio parò le mani gridando:

– Piano, piano! Aspettate! L’allegrezza è stata breve... I milocchesi, dico gli uomini, che non s’erano affatto immischiati in questa rivolta delle loro donne, saputo che il prefetto della provincia mandava un rinforzo di soldati e delegati e giudici a Milocca, cavalcarono le mule e, armati di fucile, presero il largo. Sono ancora sparsi per le campagne, decisi a vender cara la loro libertà. Ma i signori giudici, a Milocca, hanno arrestato trentadue donne, di cui alcune gestanti, altre coi bambini lattanti in collo, e le hanno tradotte ammanettate nelle carceri di Mussomeli.

– Valorosi! valorosi! – esclamò allora donna Rosa. – Ma come? E voi, Gnazio, deputato siciliano, non levate la voce in Parlamento neanche contro l’arresto delle donne gravide e delle mamme coi bambini in collo?

Don Flaminio sorrise e, lisciandosi le basette:

– Non gli conviene, – disse. – Sono gestanti e mamme socialiste. Lui è conservatore. Quantunque laggiù, sai? don Ippolito Laurentano vorrebbe che il partito clericale secondasse il movimento proletario e se n’avvalesse, stabilendo anche con esso qualche accordo segreto. Ma monsignor Montoro, confòrtati, è contrario; forse perché il canonico Pompeo Agrò è da un mese a Comitini a far propaganda, non so quanto evangelica, contro me, tra i solfaraj. Basta. Vedremo di stare tra il padre e il figlio. Domani mi recherò dal giovane principe socialista a lasciargli un biglietto da visita.

Capolino accompagnò Flaminio Salvo in quella gita al villino di via Sommacampagna, tanto nell’andata quanto nel ritorno. La strana impressione, quasi di sgomento, che gli aveva fatta la vista di Dianella, all’arrivo, si raffermò al discorso che gli tenne il Salvo lungo la via.

Fu al solito un discorso sinuoso, pieno di sottintesi e di velate allusioni, da cui parve a Capolino di poter desumele questo: che il Salvo era davvero fortemente impensierito non dalle condizioni politiche della Sicilia, ma dalle condizioni di spirito della figliuola, le quali tanto piú dovevano dar da pensare, in quanto che la madre era pazza; ch’egli intendeva perciò di contentarla, se quel viaggio a Roma non riusciva agli effetti che se ne riprometteva; contentarla, anche perché, uscita ormai di casa la sorella, egli, non avendo più alcuno che stésse attorno alla figliuola bisognosa di cure, d’affettuosa compagnia, di distrazioni, avrebbe dovuto sacrificare troppo gli affari, e non poteva (qui parve a Capolino di dover notare un grave rimprovero per sua moglie, che aveva osato lasciar sola anche donna Adelaide nell’avvenimento delle nozze); contentarla, infine, anche per dare ad Aurelio Costa (che presto, fra due o tre giorni, sarebbe tornato in Sicilia) un premio degno, se riusciva a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare.

Queste deduzioni così chiare del lungo discorso a mezz’aria del Salvo costarono a Capolino un così intenso sforzo, che uno dei cristalli degli occhiali, continuamente appannati dagli sbuffi, gli s’infranse tra le dita nervose, a furia di ripulirlo. Fortuna che le scagliette del cristallo s’infissero soltanto nel fazzoletto, senza ferirgli le dita. Ma la sera dovette parlare, e seriamente, alla moglie, senza occhiali.

Nicoletta sapeva che l’improvviso arrivo di Flaminio Salvo e di Dianella a Roma era dovuto al Costa. Più perspicace del marito, aveva subito preveduto che questo arrivo avrebbe segnato la fine della sua cuccagna, ed era perciò così gonfia d’odio contro quello che lo avrebbe ucciso senza esitare, se le avessero assicurato l’impunità. Già aveva veduto il primo effetto dell’arrivo: Ciccino e Lillina Vella se n’erano andati in giro per Roma con la cuginetta pallida e smarrita, mettendo lei da parte fin dal primo giorno. Scelto male, dunque, il momento per un discorso serio!

– Debbo partire? – domandò subito, per tagliar corto. – Parto anche domani. Senza chiacchiere. Ma sola, no!

– E con chi? – fece Capolino. – Io...

– Tu hai le sorti d’Italia su le braccia, lo so! – esclamò Nicoletta. – Come potrebbe sedere la Camera, domani, se tu mancassi?

– Ti prego, – fece Capolino, con un gesto delle mani, che significava freno, prudenza, da un canto, e dall’altro, sdegno di avviare il discorso, senza scopo, per una china facile, per quanto sdrucciolevole. – Io sono qui per fare il mio dovere.

– Anch’io! – rimbeccò, pronta, Nicoletta. – Non ti pare? Tu, di deputato; io, di moglie. Lo dice anche il sindaco: la moglie deve seguire il marito. Caro mio, se la pigli così!... Lascia stare i doveri, non mi far ridere! Te l’ho detto: tu, caro mio, hai perduto da un pezzo in qua la bussola! Parliamoci come prima, o piuttosto, intendiamoci come prima, senza parlare affatto, per il tuo e per il mio meglio! Bada, Gnazio, tu sei stufo, ma io più che più, e capace... non so, capace in questo momento di commettere qualunque pazzia. Te n’avverto!

– Santo Dio, ma perché? – gemette Capolino con le mani giunte.

– Ah, perché? – gridò Nicoletta, andandogli incontro, vampante d’ira e di sprezzo. – Mi domandi perché? Mi dici di partire, di ritornarmene laggiù, e mi domandi perché?

– Prego, prego... – cercò d’interromperla Capolino, protendendo adesso le mani, per arrestare anche col gesto quella furia. – Nel nostro... nel tuo stesso interesse, scusa! Se non mi lasci parlare...

– Ma che vuoi dire! Lascia stare! – esclamò Nicoletta.

– So come debbo dire, non dubitare, – riprese Capolino con molta gravità, abbassando gli occhi. – Tu ignori il discorso che mi ha tenuto Flaminio questa mattina. T’ho detto nulla, finora, del tuo prolungato soggiorno a Roma? Nulla... E tu stessa ti sei rimproverata di non esser partita per assistere Adelaide nel giorno delle nozze. Ora la tua assenza da Girgenti sai qual effetto ha prodotto? Questo, semplicemente: che Flaminio Salvo, lasciato solo e stanco, ha deciso di contentar fnalmente la figliuola.

Nicoletta restò a questa notizia.

– Ah sì?– disse; e si morse il labbro, fissando nel vuoto gli occhi, odiosamente.

– Capisci? – seguitò Capolino. – Teme che le dia di volta il cervello, come alla madre. E mi pare che il timore non sia infondato. L’hai veduta? Fa pietà.

– Schifo! – scattò Nicoletta. – Se ne dovrebbe vergognare!

– L’amore... – sospirò Capolino, alzando le spalle, socchiudendo gli occhi. – E Flaminio fors’anche pensa che, con l’ombra della pazzia della madre, un degno partito per la figlia non sarebbe facile trovarlo. Ha messo poi in gravissimi imbarazzi il Costa laggiù, tra i solfaraj, e pensa di premiar la devozione, l’abnegazione...

– Quanti pensieri!... quante dolcezze!... – disse Nicoletta. – E io dovrei sguazzarci in mezzo, è vero? come un’ape nel miele...

– Tu? perché? – domandò Capolino.

– Ma la custode della figlia non sono io? – inveì Nicoletta. – Non toccherà a me allora covar con gli occhi la coppia innamorata? assistere alle loro carezze, ai loro colloquii? accogliere in seno le confidenze della timida colombella risanata?

Capolino si strinse nelle spalle, come per dire: «Dopo tutto, che male?...».

– Ah, no, caro mio! – riprese con impeto la moglie. – Non me ne importerebbe nulla se, per il mio interesse, come tu dici, non mi vedessi costretta a far questa parte... E tu dimentichi un’altra cosa! Che codesto signor ingegnere chiese un giorno la mia mano, e che io la rifiutai, perché non mi parve degno di me! Bella vendetta, adesso, per lui, diventare sotto gli occhi miei il fidanzato della figlia di Flaminio Salvo!

– Ma questo, se mai, di fronte a te che l’hai rifiutato, – le fece osservar Capolino, – potrà esser ragione d’avvilimento per la figlia di Flaminio Salvo...

– Già! – esclamò Nicoletta, levandosi. – Perché io adesso sono la moglie dell’onorevole deputato Ignazio Capolino!

– Che vale molto di piú, ti prego di credere! – gridò questi, dando un pugno sulla tavola e levandosi in piedi anche lui, fiero.

Nicoletta lo squadrò, calma, di sotto in su; poi disse:

– Uh, quanto a meriti, non oserei metterlo in dubbio! Però... però io debbo partire, ecco, sempre per il mio interesse, come tu dici... Che vuoi? i meriti, caro, non hanno spesso fortuna.

– Fa rabbia anche a me, – disse allora Capolino, – che uno stupido, un imbecille di quella fatta debba salire così, tirato su dal favore della sorte, cacciato a spintoni, come una bestia bendata e restìa... Perché egli, sai? l’ha detto a me: non vorrebbe nulla... Questo è il bello. Non s’accorge di nulla, non capisce nulla, e la fortuna lo ajuta! Domani, genero di Flaminio Salvo!

– Ah no! – scattò Nicoletta. – Questo matrimonio non si farà! Te l’assicuro io: non–si–fa–rà!

Capolino tornò a stringersi nelle spalle e a socchiudere gli occhi:

– Se Flaminio vuole... come potresti impedirlo?

– Come? – rispose Nicoletta. – Come... non so! Ma a ogni costo... ah, a ogni costo! puoi esserne certo!

Capolino insistette:

– Ma via, tu credi che il Costa sia capace di sentir la vendetta che tu dici, per il tuo rifiuto? No, sai! Non è capace neanche di questo! Io l’ho studiato: è con te riguardoso, ossequioso... anzi, tutto impacciato in tua presenza... non ci penserà mai! E se tu... se tu saprai vincer lo sdegno, e trattarlo... dico, trattarlo con una certa... disinvoltura cortese...

Sotto gli occhi di Nicoletta, che lo fissavano con freddo e calmo sprezzo, smorì, si scompose il sorriso con cui aveva accompagnato le ultime parole.

– Come, del resto, lo hai trattato finora, – soggiunse dignitosamente. Poi, cangiando discorso: – Oh, volevo proporti d’uscire... Ceneremo fuori... Ti va?

Di ritorno a casa a tarda notte, Nicoletta, nel mettersi a letto, domandò al marito:

– Non deve ripartire fra due o tre giorni l’ingegnere Costa per la Sicilia?

– Sì, – rispose Capolino. – Me l’ha detto Flaminio stamattina.

– E tu a Flaminio potresti dire, – seguitò Nicoletta, raccogliendosi sotto le coperte, – che sono pronta anch’io a partire; ma non sola. Poiché parte l’ingegnere...

– Ah, già! – esclamò Capolino. – Benissimo! Potresti accompagnarti con lui.

– Buona notte, caro!

– Buona notte.

Fermamente convinto d’aver sempre avuto contraria la sorte, fin dalla nascita, Flaminio Salvo credeva che soltanto con l’assidua difesa d’una volontà sempre vigile e incrollabile, e opponendosi con atti che egli stesso stimava duri, contro tutti coloro che s’eran fatti e si facevano strumenti ciechi di essa, avesse potuto vincerla finora. Ma l’avversione della sorte non potendo su lui, s’era rivolta con ferocia su i suoi, su la moglie, sul figlio: ora anche, con quella passione invincibile, su la figlia. In queste sciagure sentiva veramente come una vendetta vile e crudele; e questo sentimento non solo gli toglieva il rimorso di tutto il male che sapeva d’aver commesso, ma gl’ispirava anzi vergogna di qualche debolezza passeggera, e quasi lo abilitava a commettere altro male, sia per vendicarsi a sua volta della sorte, sia per non essere egli stesso sopraffatto. Non si poneva neppur lontanamente il dubbio che potesse in fondo non essere un male quella passione della figliuola per Aurelio Costa. Era per lui sicuramente un male; e non già per la disparità della nascita o della condizione sociale (fisime!); ma perché essa aveva origine da una sua debolezza, dalla gratitudine per tanti anni dimostrata al suo piccolo salvatore. Da un bene non poteva venirgli altro che un male. Domma, questo, per lui. E nessun filosofo avrebbe potuto indurlo a riconoscere che il suo ragionamento, fondato su un pregiudizio, era vizioso. La logica? Che logica contro l’esperienza di tutta una vita? E poi, se per un solo caso si fosse indotto a riconoscere il vizio del suo ragionamento, addio scusa di tutto il male in tanti altri casi coscientemente commesso! Ogni qual volta un negozio, una faccenda qualsiasi accennava fin da principio di volgergli a seconda, egli, anziché rallegrarsene, s’adombrava, sospettava subito una insidia e si parava in difesa.

Accolse male perciò, da un canto, la notizia e la proposta di Capolino, che cioè Nicoletta era pronta a partire il giorno appresso e che avrebbe voluto accompagnarsi nel viaggio col Costa; dall’altro, l’annunzio recato da Ciccino e Lillina che Lando Laurentano, il quale tutta quella mattina era stato in giro con essi e con Dianella, sarebbe venuto quella sera stessa a salutarlo. Lo avevano incontrato per caso, e quantunque avesse detto loro in prima d’esser fortemente irritato per una certa pubblicazione in un giornale del mattino, s’era poi dimostrato gajo in loro compagnia e gratissimo della distrazione procuratagli. Flaminio Salvo era nella stanza da studio di Francesco Vella e dava ad Aurelio Costa le ultime istruzioni circa il ritorno di questo in Sicilia, fissato per la mattina seguente, quando i due nipoti gli recarono quest’annunzio, irrompendo rumorosamente e tirandosi dietro Dianella. Egli notò subito nel viso della figlia un’alterazione molto diversa dalle solite alla vista di Aurelio, e rimase per un attimo quasi stordito, allorché, parlando i due cugini della graziosa affabilità del Laurentano verso di loro, ella con voce vibrante, che non pareva più la sua, e con un’aria di sfida, confermò:

– Sì, gentilissimo! proprio gentilissimo!

– Piacere... – rispose freddamente, guardandola di su gli occhiali. – Ma, vi prego, io ora qua...

E accennò il Costa con un gesto che significava: «Ho da pensare a ben altro per il momento...».

Era vero, del resto. Si trattava d’esporre a un rischio di morte quel giovane dabbene, ignaro affatto della parte, che stava a rappresentare; si trattava di gettarlo in preda alla rabbia d’un intero paese affamato e disilluso. Nell’anima del Salvo si svolse allora uno strano giuoco di finzioni coscienti. Il piacere di quell’annunzio doveva mutarsi in lui in dispiacere, la speranza in diffidenza; e però non solo non doveva tener conto di quella fortunata combinazione dell’incontro del Laurentano e della buona impressione che la figlia pareva ne avesse avuto, ma considerarla anzi come una vera e propria contrarietà, nel momento ch’egli, per contentare appunto la figliuola, faceva intravvedere a quel buon giovane del Costa il premio della pericolosissima impresa a cui lo gettava. E seguitò in quella finzione cosciente, acceso di stizza contro la figliuola, la quale, dopo averlo costretto a piegarsi fino a tanto, eccola lì, veniva ora a fargli intendere, con aria nuova, che il giovane principe Laurentano non le era punto dispiaciuto! Né s’arrestava qui il giuoco delle finzioni nell’anima del Salvo. Fingeva di non comprendere ancora quell’aria nuova della figlia, che pure aveva già compreso bene; era sicuro infatti che Dianella, facendo quella lode del Laurentano in presenza di Aurelio, s’era intesa di vendicarsi di questo, e ora di là certo piangeva e si straziava in segreto. La stizza finta per quel premio ch’egli doveva far balenare al Costa, era dunque in fondo stizza vera, tanto che, per non avvertire il rimorso di quello strazio che cagionava alla figlia, seguitò a fingere di credere sul serio, che veramente, sì, veramente, se il Costa fosse riuscito a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare in Sicilia, gli avrebbe dato in premio Dianella. Intanto, lo faceva partire il giorno appresso in compagnia di Nicoletta Capolino.

La sera, fu compìto, ma con una certa sostenutezza, verso Lando Laurentano, accolto con molta festa dai Vella, specialmente da Ciccino e Lillina. Dianella era pallidissima, e si teneva su per continui sforzi a scatti, che facevano pena e paura. I dolci occhi ora le s’accendevano come in un confuso spavento, ora le smorivano quasi in una torba opacità. Nicoletta Capolino, invitata a tavola dai Vella quell’ultimo giorno, le aveva fatto sapere che la mattina appresso sarebbe partita col Costa; e adesso, ecco, era lì e parlava senza vezzi affettati, ma con la vivace disinvoltura consueta al giovane principe di Laurentano della cortesia squisita di don Ippolito, là a Colimbètra, nella disgraziata congiuntura del duello del marito.

Questi entrò, poco dopo, nel ricco salone insieme con l’ingegnere Aurelio Costa, che veniva a licenziarsi dai Vella.

Fu per Dianella e per Nicoletta un momento d’angosciosa sospensione. Quanto composto e grave e costernato l’onorevole Ignazio Capolino con quei funebri occhiali di tartaruga, tanto appariva stordito, acceso, abbagliato, Aurelio Costa. Gli si leggeva chiaramente in viso l’emozione profonda, che la notizia della sua prossima partenza con Nicoletta gli aveva suscitato. Non sentiva più la terra sotto i piedi; non riusciva ad articolar parola. Nel vederlo entrare, Nicoletta ne ebbe quasi sgomento: sentì, senza guardarlo, che egli la cercava con gli occhi, senza più badare a nessuno. Respirò nel sentirlo poco dopo discutere animatamente col Laurentano su i moti dei Fasci in Sicilia. Ogni costernazione gli era svanita, svanita ogni considerazione per quei solfaraj affamati d’Aragona, svanito il dispetto per quel suo disegno d’un consorzio obbligatorio mandato a monte: avrebbe ora affrontato col frustino in mano tutti quei ribelli laggiù. Flaminio Salvo, per prudenza di fronte al Laurentano, lo richiamò sorridendo a più miti propositi.

– Perché le diano fuoco alle zolfare? – gli domandò tutto infervorato il Costa. – Li conosco io, quei bruti! Guaj a mostrare di temerli! Con la verga si riducono a ragione! Lasci fare a me... Abbandonato da tutti, senza neanche la soddisfazione di veder degnato d’uno sguardo il mio progetto, andrò solo, laggiù... e ci guarderemo in faccia...

Nell’esaltazione, non avvertiva la stonatura di quella sua apostrofe bellicosa; né si mortificò affatto nell’accorgersi alla fine che nessuno gli badava più, si lasciò condurre da Capolino nell’ampio balcone della sala, mentre Flaminio Salvo, Francesco Vella e Lando Laurentano seguitavano a conversare tra loro pacatamente, e Ciccino prometteva a Nicoletta che presto sarebbe venuto a trovarla a Girgenti, e donna Rosa e Lillina davano consigli a Dianella che si regolasse così e così, se voleva presto recuperare la salute e la gajezza. Chiamato dal Salvo, Capolino rientrò poco dopo, e Aurelio Costa restò solo nel balcone.

Quanto vi restò? Guardava le stelle, guardava come in un sogno il chiaror della luna che si rifletteva su i vetri di lontane finestre dirimpetto, nella piazza; stretto da un’ansia smaniosa e dolce; senza più pensare al luogo ove si trovava; con una sola immagine davanti agli occhi, quella di lei che ora, tra poco, senza dubbio sarebbe venuta a trovarlo là per dirgli: A domani! Per sempre! – A domani, per sempre, – si ripeteva, serrando le pugna, con gli occhi socchiusi voluttuosamente.

Aveva già parlato con lei la mattina. S’erano già accordati. Tutto, tutto ella avrebbe lasciato, per seguir lui! Sì, anche laggiù, nel pericolo, da cui egli non avrebbe potuto in quel momento ritrarsi. Del resto, per forza, doveva andar laggiù; lì era la sua casa, lì il suo lavoro, che avrebbe ora messo a disposizione di altri, lasciando il Salvo. Che gl’importava? Di qual premio gli aveva ella parlato? Un grosso premio ch’egli avrebbe perduto lasciando il Salvo... Che gl’importava? Qual premio maggiore della felicità che ella gli avrebbe data, amandolo? Così farneticava Aurelio nel balcone, in attesa, tornando a ripetere di tratto in tratto, smaniosamente: – A domani! per sempre!

Nel salone, intanto, Ignazio Capolino parlava con aria afflitta del subbuglio, in cui la pubblicazione d’una denunzia in un giornale del mattino aveva messo tutto quel giorno i corridoj della Camera. Si trattava delle quarantamila lire, di cui appariva debitore verso la Banca Romana Roberto Auriti, (« notoriamente prestanome» diceva il giornale «d’un deputato meridionale molto conosciuto e nelle grazie, fino a poco tempo fa, se non proprio del Governo, di qualche membro (hic et haec) di esso»). E quel giornale, seguitando, parlava delle carte sottratte per salvare questo deputato meridionale. Ma nella fretta, all’ultimo momento, qualche biglietto era rimasto fuori e caduto in mano all’autorità giudiziaria, qualche biglietto appunto dell’Auriti, ora in ricerca affannosa di quelle quarantamila lire, per salvare sé e l’amico.

Capolino diceva che parecchi deputati dell’Estrema Sinistra avrebbero portato la denunzia alla Camera, e prevedeva imminente l’arresto dell’Auriti.

Lando Laurentano era su le spine. Tutto il pomeriggio di quel giorno aveva cercato d’appurare donde quella notizia fosse pervenuta al giornale del mattino: pareva riferita da qualcuno che fosse stato a origliare all’uscio della stanza, in cui Giulio Auriti aveva implorato ajuto da lui; e temeva che questi potesse ora sospettarlo autore della denunzia.

Il Salvo, il Vella e il Capolino, notando il turbamento del giovane principe, si misero a compiangere Roberto Auriti, come una vittima, e il Salvo lasciò intendere chiaramente che egli sarebbe stato disposto ad approntare quella somma per salvarlo; ma il Capolino disse che ormai era troppo tardi. Non restava che di prendere una tazza di tè, che Lillina aveva già preparato.

Le prime due tazze, recate da Ciccino, erano andate a donna Rosa e a Dianella. Nicoletta ne porgeva ora una tazza a Lando Laurentano.

– Latte?

– Sì, grazie. Poco.

E Dianella, sorbendo la sua, aspettava che Nicoletta si recasse al balcone con l’ultima tazza per Aurelio. Ma Nicoletta, vedendosi spiata, finse in prima di dimenticarsene, e tenne la tazza per sé.

– Uh, e per il mio cavaliere? – esclamò poi, come sovvenendosi all’improvviso.

E andò al balcone.

Appena Aurelio la vide comparire, si ritrasse istintivamente nell’ombra quanto più poté, per attirarla. Ma ella varcò appena la soglia del balcone e, porgendogli la tazza, disse piano, rigida:

– Rientri, per carità: lei si fa notare. Non faccia ragazzate!

– Ma mi dica soltanto... – scongiurò egli.

– Sì, questo; e se lo imprima bene in mente, – soggiunse lei, subito: – che ho fatto di tutto per impedir la sua e la mia rovina. Non mi accusi, domani; perché l’ha voluta anche lei. Basta!

E rientrò nel salone.

IV

Corrado Selmi uscì dalla Camera dei deputati livido, stravolto, con un tremor convulso per tutto il corpo. Appena su la piazza, nel sole, fece uno sforzo disperato su se stesso per riaversi, per riafferrare in sé e rimettere sotto il suo dominio la vita che gli sfuggiva in un tremendo scompiglio; ma restò, avvertendo che non aveva neanche la forza di trarre il respiro, quasi avesse il petto, il ventre squarciati.

Un sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura. Non degli altri; ma di sé.

Or ora gli altri li aveva sfidati e assaliti, nell’aula del Parlamento, con estrema violenza. Ancora ne tremava tutto. Nessuno, là, aveva osato fiatare. Ma quel silenzio... ah, quel silenzio era stato per lui peggiore di ogni invettiva, d’ogni tumultuoso insorgere di tutta l’assemblea.

Quel silenzio lo aveva ucciso.

Aveva ancora negli orecchi il suono dei suoi passi nell’uscire dall’aula. Nel silenzio formidabile, quei passi avevano sonato come colpi di martello su una cassa da morto.

Sentiva una grande arsione; e le gambe, come... come se gli si fossero stroncate sotto.

Schiacciato dall’accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto l’impeto delle energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena aveva finito di parlare, quel silenzio. Nessun dubbio che l’assemblea, subito dopo la sua uscita dall’aula, avesse votato l’autorizzazione a procedere contro di lui.

Eppure tutti lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso alle banche non poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.

Dall’avere affrontato la morte, quando più bella suol essere per tutti la vita, non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca complicazione di tante oblique vicende la semplicità di questo diritto appariva quasi ingenua e tale, che tutti, ridendo, dovessero negarglielo.

Morto; non solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire allora, e sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d’oggi che gli rinfacciavano come un delitto l’aver vissuto.

Ma non tanto l’accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto ingiusti gli accusatori; e, più che ingiusti, ingrati e vili: vili perché, dopo aver per tanti anni compreso che egli aveva pure questo diritto di vivere, si levavano ora a dimostrargliene con ischerno l’ingenuità; dopo aver per tanti anni compreso il suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come un’onta.

Né si sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il carcere.

Corrado Selmi rise, e avvertì ancora lo sforzo che gli costava lo scomporre la truce espressione del volto in quel riso orribile. Il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, anche i più gravi e i più rischiosi, s’era tramutato in quella triste smorfia dura e amara? Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli s’era cacciato all’improvviso nel fondo dell’essere e glielo scompaginava, dandogli quell’impressione d’esser come squarciato dentro, irrimediabilmente. E per ricomporre comunque la compagine del suo essere, per vincere il ribrezzo e l’orrore di quell’impressione, si guardò attorno, quasi chiedendo sostegno e conforto ai noti aspetti delle cose. Gli parvero anche questi cangiati e come evanescenti. Sentì con terrore che non gli era più possibile ristabilire una relazione qual si fosse tra sé e tutto ciò che lo circondava. Sì, poteva guardare; ma che vedeva? poteva parlare; ma che dire? poteva muoversi; ma dove andare?

Parlò, tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve anch’esso cangiato. Disse:

– Che faccio?

Sapeva bene quel che gli restava da fare. Ma nello schiacciar con la lingua contro il palato le due c di faccio, non avvertì altro che l’annodatura della lingua e l’amarezza aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.

– No, – soggiunse. – Prima... che altro?

Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana. Poteva soltanto, ancor per poco, per passarsi la voglia e darsi così fuor fuori uno sfogo, dire e fare sciocchezze. Pensare seriamente, agire seriamente non avrebbe potuto se non a costo di cedere al proposito oscuro e violento che stava a distruggergli dentro tutti gli elementi della vita. Baloccarsi poteva coi frantumi di essa che dal tumulto interno balzavano a galla della sua coscienza squarciata: baloccarsi un poco... Sì, in casa di Roberto Auriti! Doveva vederlo, dirgli che per lui, per coprirlo, si era messo da sé sotto accusa. Ecco che aveva ancora dove andare.

Chiamò una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza delle gambe, e diede al vetturino l’indirizzo: via delle Colonnette.

Appena montato, se ne pentì, prevedendo, in compenso di quanto aveva fatto, una scenata. Ma no: a ogni costo avrebbe saputo impedirla. Più che doveroso, il suo atto gli appariva generoso verso Roberto Auriti. E, in quel momento, non poteva sentir che disprezzo della sua stessa generosità. S’era spogliato d’ogni prestigio, d’ogni prerogativa, per subir la stessa sorte d’uno sconfitto, che delle sue doti, dei suoi meriti non aveva saputo avvalersi per farsi uno stato, per imporsi, come avrebbe potuto, alla considerazione altrui. Non pietà, ma dispetto, poteva ispirare Roberto Auriti. Che se pure egli, navigando alla ventura, lo aveva gittato con sé in quei frangenti, non meritava certo quel naufrago che Corrado Selmi, già quasi scampato, si ributtasse in mare per perire con lui: non lo meritava, perché non aveva saputo mai vivere, quell’uomo, mai disimpacciarsi da ostacoli anche lievi: era già per se stesso un annegato, a cui tante e tante volte egli aveva gettato una corda per ajutarlo a trarsi in salvo. L’unica volta che quest’uomo s’era messo a dar lui ajuto, ecco, con la stessa mano che gli aveva teso, lo tirava con sé nel baratro, giù, giù, costringendolo a rinunziare al salvataggio altrui. E quel suo fratello corso in Sicilia per salvare entrambi: ma sì! tutti dovevano stare ad aspettare che andasse e ritornasse col denaro! a comodo! senza fretta! e dopo avere svelato tutto a Lando Laurentano! imbecille! Ecco: per questo solo fatto, egli avrebbe potuto fare a meno d’esporsi per coprire un inetto. Ma ormai...

Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja, incontrò Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a quattro.

– Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei... Dica, che c’è? che c’è?

– Vento, – rispose Corrado Selmi, placidamente.

Olindo Passalacqua restò come un ceppo.

– Vento? Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato? roba da sputargli in faccia! Andate a far l’Italia per questa canaglia!

Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:

– Bravo, Olindo! Nobili sensi, invero... Su, andiamo!

– Aspetti, onorevole, – pregò il Passalacqua, trattenendolo. – La prevengo! Nanna mia non sa ancora nulla. Non sapevamo nulla neanche noi. Per combinazione a mio cognato Pilade càpita tra le mani il giornale di due giorni fa... apre e vede... ce lo manda su, segnato... Roberto stava ad annaffiare i fiori in terrazzo... legge, casca dalle nuvole... Ma ci si crede? un uomo, un uomo come lui, non leggere i giornali, in un momento come questo? Capisce? come quell’uccello... qual è? che caccia la testa nella rena... E gliene compro tre, sa? ogni sera: tre giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a pisolare; e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!

– Lo struzzo, – disse Corrado Selmi. – Permetti?

E alzò le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua la cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.

– Lo struzzo, – ripeté. – Quell’uccello che dicevi... Così va bene!

Olindo Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.

– Grazie, – disse. – Ma dunque... dunque possiamo star tranquilli?

Corrado Selmi lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani sugli omeri, e:

– Non sei censore tu? – gli domandò.

– Censore... già, – rispose perplesso, quasi non ne fosse ben sicuro, il Passalacqua.

– E dunque lascia crollare il mondo! – esclamò il Selmi con un gesto di noncuranza sdegnosa.– Censore, te ne impipi. Su, su, vieni su con me.

Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia rivolta al soffitto, le braccia abbandonate, l’annaffiatojo accanto. Appena vide il Selmi, fece per balzare in piedi, e, arrangolando in una irrompente convulsione, andò a buttarglisi sul petto.

– Per carità! per carità! – scongiurò Olindo Passalacqua, correndo a chiudere l’uscio e accennando con le mani di far piano, che Nanna non sentisse di là.

Attraverso l’uscio chiuso, all’arrangolìo di Roberto sul petto di Corrado Selmi rispondeva di là il vocalizzo miagolante di una studentessa di canto. Corrado Selmi, gravato dal peso di Roberto, stette un po’ a guardare i cenni del Passalacqua, che seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua povera moglie, carità per Roberto così perduto, carità per la casa che sarebbe andata a soqquadro; e scattò alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:

– Ma da’ qui! – disse, ghermendo l’annaffiatojo e avviandosi di furia al terrazzo. – Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E seguitiamo ad annaffiare! Qua... qua... così! così! Pioggia, Olindo! pioggia! pioggia!

E una vera pioggia furiosa si rovesciò dalla mela dell’annaffiatojo addosso a Olindo Passalacqua, che prese a fuggire per il terrazzo, gridando e riparandosi con le mani la testa, inseguito dal Selmi che seguitava a ridere, dicendo:

– Io passo l’acqua, tu passi l’acqua, egli passa l’acqua, tutti passiamo l’acqua!

– Oh Dio! per carità... no! caro... nòooo... ma che fa? basta... per carità... non è scherzo! basta... uuuh... basta!...

Alle grida, sopravvennero Nanna, la studentessa di canto, Antonio Del Re e Celsina. Subito Corrado Selmi, ansante, corse a stringere la mano alla signora Lalla che rideva, guardando il marito che si scrollava come un pulcino bagnato. Ridevano anche le due giovinette.

– La pianta, Nanna mia, – gridò il Selmi, – quale è la pianta più utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo che fa ridere!

– Ma io piango, invece... – gemette il Passalacqua.

– E appunto perché piangi, fai ridere! – ribatté il Selmi.

– Chi fa ridere, invece... – borbottò Antonio Del Re, serrando le pugna.

– Fa piangere, è vero? – compì la frase il Selmi.– Bravo, giovanotto! Sempre serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre sode, bene azzampate e con tanto di grugno. Noi, le nostre... qua, censore... ballando, ballando... Su, di là, Nanna, di là... al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si metterà i calzoncini con lo spacco di dietro e la falda della camicina fuori; prenderà la sciaboletta e il cavalluccio di legno, quelli con cui giocò alla guerra, al Sessanta; gli faremo l’elmo di carta, e si metterà a girare attorno... arri!... arri!... mentre io e Olindo balleremo al suono dell’inno di Garibaldi... Va’ fuori d’Italia... Va’ fuori d’Italia... Va’ fuori d’talia... Va’ fuori, o stranier!

Non aveva finito l’ultima battuta, che su la soglia del terrazzo si presentò, con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di commossa beatitudine, Mauro Mortara, con le medaglie sul petto e lo zainetto dietro le spalle. Appena lo vide, Corrado Selmi fece un gesto d’orrore e scappò via per l’altro finestrone che dava sul terrazzo, gridando:

– Ah perdio, no! Questo poi è troppo!

Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:

– Corrado! Corrado!

Mauro Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo stupore della signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa di canto, alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella ingrugnita di Antonio Del Re.

– Vengo, se non c’è offesa, – disse, – a salutare don Roberto. Parto domani.

– Ma chi siete? – gli domandò la signora Lalla, come se avesse davanti un abitante della luna, piovuto dal cielo.

– Sono... – prese a rispondere Mauro Mortara; ma s’interruppe riconoscendo Antonio Del Re. – Non siete il nipote di donna Caterina, voi?

E, pronunziando questo nome, si levò il cappello.

– Diteglielo voi, – soggiunse, – chi sono io. Sono venuto due altre volte; non mi hanno fatto salire, perché don Roberto non era in casa.

Il Passalacqua, tutto bagnato, gli s’accostò, gli sbirciò le medaglie sul petto, e:

– Patriota siciliano? – domandò. – Ai patrioti siciliani, perdio, statue d’oro! sta... statu... statue...

Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le nari frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppiò e:

– D’oro! – ripeté il Passalacqua. SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 Mannaggia il Selmi che m’ha fatto raffreddare! Ma perché è scappato? Che è pazzo?... Guardate come mi... mi ha... ma dove è andato?

– Roberto! – strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo dal terrazzo nella stanza, attraverso la quale il Selmi era poc’anzi fuggito.

Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.

Un estraneo, col cappello in mano e gli occhi bassi, stava rigido su la soglia di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato qua e là, si guardava attorno, convulso, indeciso. Al grido di lei, protese le mani, ma come per impedire il prorompere della sua più che dell’altrui commozione.

– Vi prego, vi prego, – disse, – senza chiasso... Nulla... Una... una chiamata in questura...

– Lo arrestano! – fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col volto scontraffatto e tutto vibrante.

Nanna cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le braccia del marito.

– Lo arrestano? – domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con le mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.

– Come? – seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.

Non ottenendo risposta da nessuno, andò incontro a quell’estraneo e, levando un braccio, lo apostrofò:

– Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?

– Mauro! – lo interruppe questi. – Per carità, Mauro... lascia!

– Ma come? – ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto. – Arrestano voi? Perché?

Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa di canto, a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la quale si dibatteva e si scontorceva, tra urli, singhiozzi, gemiti e risa convulse.

– Di là, per carità, di là, portatela di là! – scongiurò.

Ma non fu possibile. Il Passalacqua, invece di avvalersi dell’ajuto di Roberto, pensò bene di buttargli le braccia al collo, rompendo in singhiozzi ed esclamando:

– Cireneo! Cireneo! Cireneo!

Roberto si divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi, mentre il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:

– Patriota, vedete? così l’Italia compensa i suoi martiri! così!

– Il figlio di Stefano Auriti! – diceva tra sé Mauro Mortara, con gli occhi sbarrati, battendosi una mano sul petto. – Il figlio di donna Caterina Laurentano!... E dovevo veder questo a Roma? Ma che avete fatto? – corse a domandare a Roberto, afferrandolo per le braccia e scotendolo. – Ditemi che siete sempre lo stesso! Sì? E allora...

Si afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le strappò; le scagliò a terra; vi andò sopra col piede e le calpestò; poi, rivolgendosi al delegato:

– Ditelo al vostro Governo! – gridò. – Ditegli che un vecchio campagnuolo, venuto a veder Roma con le sue medaglie garibaldine, vedendo arrestare il figlio d’un eroe che gli morì tra le braccia nella battaglia di Milazzo, si strappò dal petto le medaglie e le calpestò! così!

Tornò a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la sua spalla:

– Figlio mio! figlio mio! – si mise a dirgli, battendogli dietro una mano.

A questo punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando e rovesciando nella furia una seggiola. Celsina, che lo spiava, gli corse dietro, sgomenta, chiamandolo per nome. Mauro Mortara si voltò felinamente, come se a quell’uscita precipitosa gli fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque l’arresto; e si mostrò pronto a qualunque violenza. Sciolto dall’abbraccio di lui, Roberto Auriti si fece innanzi al delegato:

– Eccomi.

– No! – gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio. – Don Roberto! Così vi consegnate?

– Ti prego, lasciami... – disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al delegato: – Lei scusi...

Con la mano chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con ambo le mani sul cuore, e la baciò in fronte, dicendole:

– Coraggio...

– E che dirò a vostra madre? – esclamò allora Mauro agitando in aria le mani.

Roberto Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far argine all’impeto della commozione e andò via, seguito dal delegato, mentre la signora Lalla, sostenuta dal marito e dalla studentessa di canto, riprendeva più a gemere che a gridare:

– Roberto! Roberto! Roberto!

Mauro Mortara restò a guatare, come annichilito. Quando il Passalacqua lo ragguagliò di tutto, e, fresco della recente lettura del giornale, gli espose tutta la miseria e la vergogna del momento:

– Questa, – disse, – questa è l’Italia?

E, nel crollo del suo gran sogno, non pensò più a Roberto Auriti, all’arresto di lui, non sentì, non vide più nulla. Le sue medaglie rimasero lì per terra, calpestate.

Uscendo dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s’imbatté per le scale nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar l’innocente. Si fermò un istante, indeciso; ma subito si sentì occupare il cervello da una densa oscurità, e in quella tenebra d’ira e d’angoscia udì una voce che dal fondo della coscienza lo ammoniva ch’egli non poteva in alcun modo sul momento impedire quell’atroce ingiustizia. Seguitò a scendere la scala; rimontò in vettura e provò quasi stupore alla domanda del vetturino, ove dovesse condurlo. Ma a casa; c’era bisogno di dirlo? dove poteva più andare? che più gli restava da fare?

– Via San Niccolò da Tolentino.

E, come se già vi fosse, si vide per le scale della sua casa: ecco, entrava in camera; si recava all’angolo, ov’era uno stipetto a muro, di lacca verde; lo apriva; ne traeva una boccetta, e... Istintivamente, s’era cacciata una mano nel taschino del panciotto, ov’era la chiave di quello stipetto. Cosa strana: pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio ovale, appeso accanto a quello stipetto, al quale egli non avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non vedersi. Ma pure, ecco, si vedeva: sì, in quello specchio, con la boccetta in mano: vedeva l’espressione dei suoi occhi, ridente, quasi non credessero ch’egli avrebbe fatto quella cosa. No! Prima doveva scrivere e suggellare una dichiarazione per l’Auriti: poche righe, esplicite. Non meritavano gli accusatori un suo ultimo sfogo. Due righe soltanto, per salvar l’amico, già in carcere.

I nemici... – ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti gli amici di jeri. Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno. Ché nulla egli aveva fatto a nessuno di loro perché le liete accoglienze di jeri si convertissero così d’un tratto in tanta alienazione d’animi, in tanta ostilità. Ma era il momento, la furia cieca del momento, che s’abbatteva su lui, che in lui trovava la preda, e lo abbrancava, ecco, e lo sbranava in un attimo.

Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch’essa gli prolungasse con feroce dispetto l’agonia.

– Non sono in casa per nessuno, – disse a Pietro, il vecchio servo che stava da tanti anni con lui.

E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto. Si trattenne. Pensò alla dichiarazione da scrivere. Ma pur volle prendere prima la boccetta e, senza guardarla, la recò con sé alla scrivania dello studio. Restò un pezzo lì in piedi, come sospeso in cerca di qualche cosa che s’era proposto di fare e a cui non pensava più. Istintivamente, pian piano, rientrò nella camera; gli occhi gli andarono al piccolo specchio ovale, appeso alla parete presso lo stipetto. Aveva dimenticato di guardarsi lì. Scrollò le spalle e tornò indietro, alla scrivania; sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta; guardò se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il sigillo; si alzò di nuovo e rientrò nella camera per prendere dal tavolino da notte la bugia con la candela.

La dichiarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato, poiché a maggior salvaguardia dell’innocenza dell’Auriti pensò di chiamare in testimonio lo stesso governatore della banca, già anche lui tratto in arresto, col quale, prima di contrarre sott’altro nome quel debito, si era segretamente accordato. Finito di scrivere, guardò su la scrivania la boccetta, e sentì mancarsi a un tratto la voglia di rileggere quanto aveva scritto. Gli parvero enormi tutte le piccole cose che gli restavano ancora da fare: piegare in quattro quel foglio, chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il cannello di ceralacca; apporre i sigilli... si diede a far tutto con esasperazione. Ansava; le dita, senza più tatto, gli ballavano. Stava per chiudere la busta, quando giù dalla via scattò stridulo, sguajato, il suono d’un organetto. Parve al Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si turò gli orecchi, balzò in piedi, contrasse tutto il volto come per uno strazio insopportabile, fu per avventarsi alla finestra a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante. Ah no perdio! così, no! al suono d’una canzonetta napoletana, no no, no. Si sentì avvilito da tutta quella furia. O che era un ladro davvero? Piano, piano, senza tremor di mani, senza quell’aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e sorridente, egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva. Prese la busta con la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; si pose in tasca la boccetta del veleno. Voleva uscir di nuovo per un’ultima passeggiata, per salutar la vita, scevro ormai d’ogni cura, esente d’ogni peso, libero d’ogni passione, con occhi limpidi e animo sereno; salutar la vita, col suo lieve antico sorriso; bearsi per l’ultima volta delle cose che restavano, liete in quel giorno di sole, ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante vicende che presto il tempo avrebbe travolte con sé. Ridiscese in istrada, fe’ cenno a un vetturino d’accostarsi e si fece condurre al Gianicolo. Dapprima, come in preda a quello stordimento rombante cagionato da un improvviso otturarsi degli orecchi, non poté avvertire, né vedere, né pensar nulla; solo quando passò con la vettura per la via della Lungara, innanzi le carceri di Regina Coeli, pensò che forse a quell’ora Roberto Auriti vi era rinchiuso; ma non volle affliggersene più. Tra poco, con quella sua dichiarazione, ne sarebbe uscito, per seguitare la sua incerta e penosa esistenza tra quella sua signora Lalla e il Passalacqua e il Bonomè, mentre egli, invece – ah! si sarebbe liberato!

Giunto in cima al colle, gli parve davvero una liberazione quell’altezza, da cui poté contemplare Roma luminosa nel sole, sotto l’azzurro intenso del cielo; liberazione da tutte le piccole miserie acerbe che laggiù lo avevano offeso e soffocato, dall’urto di tutte le meschine volgarità quotidiane; dalle fastidiose risse dei piccoli uomini che volevano contendergli il passo e il respiro. Si sentì lassù libero e solo, libero e sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le passioni, sopra e oltre il tempo, inalzato, assunto a quella altezza dal suo grande amore per la vita ch’egli difendeva, uccidendosi. E in esso e con esso si sentì puro, in un attimo, per sempre. Nell’eternità di quell’attimo si cancellarono, sparvero assolte le sue debolezze, i suoi trascorsi, le sue colpe, già che egli era pure stato un uomo e soggetto a contrarie necessità. Ora, con la morte, le avrebbe vinte tutte. Restava solo, in quel punto, luminoso indefettibile immortale il suo amore per la vita, l’amore per la sua terra, per la sua patria, per cui aveva combattuto e vinto. Sì, come i tanti che avevano avuto lassù, in difesa di Roma, una bella morte, troncati nel frenetico ardore della gioventù e resi immuni di tutte le miserie, liberi di tutti gli ostacoli che forse nel tempo li avrebbero deformati e avviliti. Ora in quel momento anch’egli, spogliandosi di tutte le miserie, liberandosi di tutti gli ostacoli, acceso e vibrante dell’ardore antico, con negli occhi l’oro dell’ultimo sole su le case della grande città quadrata, si foggiava com’essi una bella morte, una morte che lo inalzava a se stesso, senza invidia per quelli effigiati e composti lassù per la gloria in un mezzo busto di marmo. Pensò che aveva con sé la boccetta del veleno; ma no! a casa! a casa! tranquillamente, sul suo letto: senza dare spettacolo! E ridiscese alla città.

Ridisceso, gli parve di aver lasciato la propria anima lassù, nel sole. Qua, nell’ombra era il corpo ancor vivo, per poco si guardò le mani, le gambe, e provò subito un brivido d’orrore. Ma, come se di lassù una voce severamente lo richiamasse, egli si riprese e a quella voce rispose che sì, quel suo corpo, egli lo avrebbe tra poco ucciso, senza esitare.

Passato il ponte di ferro, udì strillare da alcuni giornalaj un’edizione straordinaria del foglio più diffuso di Roma. Pensò che fosse per lui, e fece fermar la vettura; comprò quel foglio. Difatti, in prima pagina era il resoconto della seduta parlamentare, e nella sesta colonna spiccava in cima il suo nome

CORRADO SELMI

come titolo dell’articolo del giorno. Prese a leggerlo; ma presto n’ebbe un fastidio strano: avvertì che quello era già per lui un linguaggio vuoto e vano, che non aveva più alcun potere di muovere in lui alcun sentimento, quasi fatto di parole senza significato. Gli parve che lo scrittore di quell’articolo non avesse altra mira che quella di dimostrare che egli era vivo, ben vivo, e che, come tale, poteva e sapeva giocare con le parole, perché gli altri vivi, i lettori, potessero dire: «Guarda com’è bravo! guarda come scrive bene!». Quel foglio, così leggero, gli parve a un tratto, con quel suo nome stampato lì in cima, una lapide, la sua lapide, ch’egli stesso per uno strano caso si portasse in carrozza, diretto alla fossa; strana lapide, in cui, anziché le solite lodi menzognere, fossero incise accuse e ingiurie. Ma che importavano più a lui? Era morto.

Voltò la pagina del giornale. Subito gli occhi gli andarono su un’intestazione a grossi caratteri, che prendeva cinque colonne di quella seconda pagina:

L’ECCIDIO D’ARAGONA IN SICILIA

e sotto, a caratteri piú piccoli: Gli operaj delle zolfare in rivolta L’assalto alla vettura dell’ingegnere minerario Costa Scene selvagge Lo uccidono con la moglie del deputato Capolino e bruciano i cadaveri.

Corrado Selmi restò, oppresso d’orrore e di ribrezzo, con gli occhi fissi su quelle notizie. Comprese che per esse e non per lui era uscita quell’edizione straordinaria del giornale. La moglie del deputato Capolino? Egli l’aveva veduta a Girgenti, quando vi si era recato per sostenere la candidatura di Roberto Auriti e assistere il Verònica nel duello col marito di lei. Bellissima donna... Uccisa? E come si trovava in vettura, ad Aragona, con quell’ingegnere? Ah, partita da Roma con lui... Una fuga?... Era l’ingegnere del Salvo... Gli operaj delle zolfare si recavano in colonna dal paese alla stazione, risoluti a non farlo entrare, se da Roma non portava l’assicurazione che le promesse sarebbero state mantenute... Oh, guarda... quel Prèola... Marco Prèola, quel miserabile che Roberto Auriti aveva scaraventato contro l’uscio a vetri della redazione del giornalucolo clericale... capitanava lui, adesso, quella turba selvaggia di facinorosi... li incitava all’assalto della vettura, al macello. Ah, vili! colpire una donna... Il Costa sparava... e allora...

Il Selmi non poté leggere più oltre; restò, nel raccapriccio, col giornale aperto tra le mani, come soffocato da quella strage; gli parve di sentirsi investito dal feroce affanno di tutto un popolo inselvaggito. Appallottò in un impeto di schifo il foglio e lo scagliò dalla vettura. Domani, o la sera di quello stesso giorno, in una nuova edizione straordinaria esso avrebbe annunziato con quei grossi caratteri il suicidio di lui.

Rientrando in casa, da Pietro, il vecchio servo, fu avvertito che c’era in salotto il nipote dell’Auriti, Antonio Del Re.

– Sta bene, – disse. – Lo farai entrare nello studio, appena sonerò.

Forse Pietro si aspettava una riprensione per aver fatto entrare quel giovanotto, e aveva pronta la risposta, che questi cioè s’era introdotto di prepotenza in casa, non ostante che lui già una prima volta gli avesse detto che il padrone non c’era e avesse fatto poi di tutto per impedirgli il passo. Aprì le braccia e s’inchinò al reciso ordine del Selmi; ma, come questi s’avviò per la sua camera, rimase perplesso, se non lo dovesse prevenire circa al contegno minaccioso e all’aspetto stravolto di quel giovanotto. Socchiuse gli occhi, si strinse nelle spalle, come per dire: «L’ordine è questo!» e si recò nel salotto per tener d’occhio quell’insolente visitatore.

– Ecco – gli disse, indicando con una mossa del volto l’uscio di fronte. – Adesso, appena suona...

Antonio Del Re non stava più alle mosse; friggeva. Il viso, nello spasimo dell’attesa terribile, gli si scomponeva. Teneva una mano irrequieta in tasca. E il vecchio servo gli guatava quella mano che, dentro la giacca, pareva brancicasse un’arma. Il suono del campanello, intanto, tardava; e più tardava, più cresceva l’ansito, invano dissimulato, del giovine e l’irrequietezza di quella mano. Il vecchio servo, ormai al colmo della costernazione, si accostò all’uscio, vi si parò davanti, appena a tempo, ché allo squillo del campanello Antonio Del Re s’avventò all’uscio come una belva con un pugnale brandito, trascinandosi dietro nella furia il vecchio che lo teneva abbrancato.

Corrado Selmi, pallidissimo, seduto innanzi alla scrivania, col bicchiere ancora in mano, da cui aveva bevuto or ora il veleno della boccetta rovesciata presso la cartella, si volse e arrestò d’un tratto con uno sguardo gelido e un sorriso appena sdegnoso, tremulo su le labbra, la violenza del giovine.

– Non t’incomodare! – gli disse. – Vedi? Ho fatto da me... Lascialo! – ordinò al servo. – E ti proibisco di gridare o di correre a soccorsi.

Prese dalla scrivania la busta sigillata e la mostrò al giovine che ansimava e mirava, ora, allibito.

– Tu butti male, ragazzo,– gli disse. – Hai una trista faccia... Ma sta’ tranquillo: questa busta è per tuo zio. Sarà  liberato. Lasciala stare qua.

Posò di nuovo la busta su la scrivania; strizzò gli occhi; serrò i denti; s’interì, mentre nel pallore cadaverico il viso gli si chiazzava di lividi. Fece per alzarsi; il servo accorse a sostenerlo.

– Accompagnami... al letto...

Si voltò al Del Re, con gli occhi già un po’ vagellanti. Quasi l’ombra d’un sorriso gli tremò ancora nella faccia spenta. E disse con strana voce:

– Impara a ridere, giovanotto... Va’ fuori: oggi è una bellissima giornata.

E scomparve dall’uscio, sostenuto dal servo.

Come da via delle Colonnette, all’arresto di Roberto Auriti, Antonio Del Re era scappato alla casa del Selmi, così, ma con altro animo, Mauro Mortara era corso in cerca di Lando Laurentano. Al villino di via Sommacampagna, Raffaele il cameriere gli aveva detto che il padrone, letta nel giornale la notizia di quell’eccidio avvenuto in Sicilia, dalle parti di Girgenti, era saltato in vettura, diretto alla casa dei Vella.

– E dov’è? Come faccio a trovar la via?

– Se volete, in vettura vi ci accompagno io.

In vettura, vedendolo affannato e smanioso d’arrivare, gli aveva chiesto se conosceva quella signora e quell’ingegnere.

– Che signora? che ingegnere?

– Come? Non avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati ad Aragona...

– Ad Aragona?

– I solfaraj.

– Ma dunque...

E s’era interrotto, con un balzo, per guardar prima fiso in faccia, con occhi stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la gente che passava per via, quasi tutt’a un tratto assaltato dal dubbio che una gran catastrofe fosse accaduta, senza ch’egli ne sapesse nulla.

– Ma dunque, che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua arrestano! Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?

– Il cugino del padrone?

– Il cugino! il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano il cugino, don Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta aveva dodici anni, e combatteva! E suo padre mi morì fra le braccia, a Milazzo... Arrestato! Sotto gli occhi miei! A questo, a questo mi dovevo ritrovare!

S’era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte; e tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo così stranamente parato, con quello zainetto dietro le spalle, in fuga su quella vettura e vociferante.

– Statevi zitto! statevi zitto!

Ma che zitto! Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di quell’arresto; e come Raffaele, per farlo tacere, gli parlò della visita che, alcuni giorni addietro, forse per questo don Giulio, il fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:

– Ma sicuro! – gridò, sovvenendosi. – C’ero io! c’ero io! E l’ho visto piangere. Per questo, dunque, piangeva quel povero figliuolo? Voleva ajuto... E dunque... e dunque don Landino gliel’ha negato? Possibile?

– Forse perché la somma era troppo forte...

– Ma che troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta dell’onore d’un patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori del padre, ché si prese tutto il fratello maggiore... Oh Dio! Dio! Donna Caterina... l’unica degna figlia di suo padre... Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore... Ma se è vero questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non lo guardo più in faccia, com’è vero Dio! Non ci credo! non ci voglio credere!

Arrivato in casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non poté più pensare a domandar conto a Lando dell’arresto di Roberto Auriti. Dianella Salvo, la sua amicuccia donna Dianella, la sua colomba, che in quel mese passato a Valsanìa aveva saputo avvincerlo e intenerirlo con la grazia soave degli sguardi e della voce, nel vederlo entrare aggrondato e smarrito nel salone, gli si precipitò subito incontro quasi con un nitrito di polledra spaurita, e gli s’aggrappò al petto, tutta tremante, affondandogli la testa scarmigliata entro la camicia d’albagio, quasi volesse nascondersi dentro di lui, e gridando, con una mano protesa indietro, verso il padre:

– Il lupo!... Il lupo!

Mauro Mortara, così soprappreso, frugato nel petto da quella fanciulla in quello stato, levò il capo, sbalordito, a cercar negli occhi degli astanti una spiegazione: mirò visi sbigottiti, afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di timore, di riparo, di pena e di maraviglia. Non comprese che la fanciulla fosse impazzita. Le prese il capo tra le mani e provò di scostarselo dal petto per guardarla negli occhi:

– Figlia mia! – disse. – Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto? Ditelo a me! Assassini... Il cuore... hanno strappato il cuore... il cuore anche a me!

Ma, come poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta, aperta ora a uno squallido riso, con un filo di sangue tra i denti, inorridì: guatò di nuovo tutti in giro e, riponendosi sul petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la mano in atto di protezione e di pietà:

– Come la madre? – disse in un brivido, e addietrò spinto dalla fanciulla che, seguitando sul petto di lui quell’orribile riso come un nitrito, con ansia frenetica lo incitava:

– Da Aurelio... da Aurelio...

Accorse, col volto inondato di lagrime, la cugina Lillina, mentre in fondo al salone Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di far coraggio a Flaminio Salvo che, a quella scena, s’era nascosto il volto con le mani, imprecando.

– Sì, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà... ti porterà dove tu vuoi... sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!

Ma Dianella, sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore, aveva ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e a riaggrapparsi a lui più freneticamente, urlando:

– Il lupo!... il lupo!...

– Ci sono qua io! Dov’è il lupo? – le gridò allora Mauro, ricingendola con le braccia. – Non abbiate paura! Ci sono io, qua!

– Vedi? c’è lui, ora! c’è lui! – le ripeteva Lillina.

E anche Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:

– C’è lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara...

Levò, felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a mostrare un sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro verso la porta:

– Sì... sì... da Aurelio... da Aurelio...

Strozzato dalla commozione Mauro, così respinto indietro, tra quella gente che non conosceva e gli si stringeva attorno, domandò con rabbia:

– Ma insomma, che è? com’è stato? che dice? dice Aurelio? Chi è? Il figlio di don Leonardo Costa? Ah, è lui... quello che hanno assassinato?

Con gli occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere, e qualcuno gli rispondeva chinando il capo.

– Lo amava? Oh figlia...

Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là Flaminio Salvo.

– Ditemi, ditemi che vi hanno fatto, – seguitò Mauro rivolto a Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa. – Ora andiamo da Aurelio... Ma ditemi che vi hanno fatto! Chi è il lupo, che lo ammazzo? Chi è il lupo? – domandò agli altri con viso fermo.

Ma nessuno sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi veramente alludesse Dianella con quel suo grido. Pareva al padre, ma poi, chi sa? Forse lo scambiava per un altro. Era stato lì, durante la loro assenza, Ignazio Capolino. Dianella era rimasta in casa, lei sola, perché si sentiva poco bene; e certo sopra di lei Capolino, senza misericordia, forsennato per l’orrenda sciagura, aveva dovuto rovesciar la furia della sua disperazione. Ciccino e Lillina, che erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito gridare:

– Tuo padre! tuo padre, capisci?

Ma al loro entrare, quegli era scappato via, furibondo, lasciando questa poveretta come insensata, come intronata da tanti colpi spietati alla testa, e, subito dopo, dando segni di terrore, s’era messa a urlare: – Il lupo!... il lupo!...

Che le aveva detto Capolino?

Uno solo poteva saperlo, così bene come se fosse stato presente alla scena: Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il cognato Francesco Vella, sentiva prepotente il bisogno di confessare il suo rimorso, ma che tuttavia, senza che potesse impedirlo, si scusava accusandosi.

Francesco Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che la figliuola amava il Costa.

– Se tu non lo sapevi!

– Io lo sapevo. Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a un mio dipendente? Quel disgraziato, lui, non se n’era mai accorto, per la modestia della mia figliuola, e perché a lui stesso non poteva passare per il capo una tal cosa; tanto più che, da un pezzo, era invescato nella passione per quell’altra disgraziata... Ma il torto è mio, il torto è mio: io non ho scuse! Nessuno meglio di me può sapere che il torto è mio! Avevo beneficato quel povero giovine, come avevo beneficato tutti coloro che laggiù lo hanno assassinato! Qual altro frutto poteva recare il beneficio? Il Costa era cresciuto a casa mia, come un figliuolo; e quella mia povera ragazza... Ma sì, certo! E io, io vedevo bene la necessità che il male da me fatto in principio, beneficando, si dovesse compiere con un matrimonio; però, lo confesso, mi ripugnava, e cercavo d’allontanarlo quanto più mi fosse possibile. Ma, vedete: intanto, avevo richiamato quel figliuolo dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione delle zolfare d’Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al Capolino che, se il Costa fosse riuscito a domare quei bruti laggiù, io gli avrei dato in premio la mia figliuola. Notate questo: che dunque Capolino sapeva e, per conseguenza, sapeva anche la moglie, che questo era il mio disegno. Sì, è vero, sotto, avevo altre intenzioni, o piuttosto, una speranza... Signori miei, io potevo bene per la mia figliuola aspirare a ben altro... (e, così dicendo, fissò negli occhi Lando Laurentano). L’avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla qua in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da quella sua puerile ostinazione. Ebbene, la signora Capolino volle profittare di questa mia speranza per render vano quel mio disegno: volle partire col Costa per toglierlo per sempre alla mia figliuola. E il signor Capolino forse sperava che, sposo Aurelio, domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli potesse seguitare a tenere un posto in casa mia. E ora, ora che tutto gli è crollato così d’un tratto, ha gridato a mia figlia, come mie, le sue macchinazioni! Ma io vi giuro, signori, che lo schiaccerò, lo schiaccerò... Seppure... ormai... ormai...

Scrollò le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come se ogni proposito gli désse ora un’invincibile nausea. E andò a buttarsi su una poltrona, come atterrito a mano a mano dal vuoto arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli s’era fatto dentro.

Nulla: non sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto per nessuno. Un fastidio enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di tutto, e specialmente della parte che doveva rappresentare, di padre inconsolabile per quella sciagura della figliuola, che invece non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e quasi vergogna, sì, vergogna. Quella smania folle della figliuola per l’innamorato lo rivoltava come alcunché di vergognoso. E si domandava, con bieca crudezza, se avesse mai amato veramente, di cuore, quella sua figliuola. No. Come per dovere l’aveva amata. E ora che questo dovere gli si rendeva così grave e penoso, non poteva provarne altro che uggia e nausea. Ma sì, perché era anche fatalmente condannata quella sua figliuola! Non era pazza la madre? E ormai, tutto quello che poteva accadergli, ecco, gli era accaduto. La misura era colma, e basta ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era compiuto; in quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza più nulla da temere. La morte non la temeva. E guardò il brillìo della grossa pietra preziosa dell’anello nel tozzo mignolo della sua mano pelosa, posata su la gamba. Quel brillìo, chi sa perché, gli richiamò un lembo delle carni di Nicoletta Capolino che laggiù quei bruti avevano arse. Sollevò il capo, con le nari arricciate. Ah come volentieri avrebbe fumato un sigaro! Ma pensò che non poteva fumare, perché in quel momento sarebbe sembrato scandaloso. Sentì che Francesco Vella diceva a Lando Laurentano:

– Ma sì, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni, arrivavano allora appena ad Aragona... Dove erano stati in questi quattro giorni?

E interloquì, con altra voce, con altro aspetto, come se non fosse più quello di prima:

– Non c’è luogo a dubbio, – disse. – Già l’altro jeri da Napoli m’era arrivata una lettera del Costa, con la quale si licenziava da me. È andato dunque a morire per conto suo laggiù: e anche di questo, dunque, posso non aver rimorsi.

Entrò a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito nell’ambascia della notizia che recava.

– Lando, – disse esitante, – bisogna che ti avverta... Quel vecchio...

– Mauro?

– Ecco, sì... era venuto qua col tuo domestico a cercarti per... dice che... dice che hanno arrestato Roberto Auriti.

Lando impallidì, poi arrossì, aggrottando le ciglia come per un pensiero che, contro la sua volontà, gli si fosse imposto; si mostrò imbarazzato lì tra gente che aveva per sé una sciagura ben più grave.

– Vada, vada, – s’affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli una mano e posandogli l’altra su una spalla per accompagnarlo.

– Le auguro, – gli disse allora Lando, – che sia un turbamento passeggero questo della sua figliuola.

Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:

– Non mi faccio illusioni.

E rientrarono nel salone, così, con le mani afferrate.

Mauro Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con la povera fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe trattenersi a quello spettacolo: si scrollò con un muggito nella gola, e gridò alle due donne che gli stavano attorno:

– Tenetela... prendetevela... Gli dà la mano... Non posso vederlo... Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando Laurentano!

E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.

Flaminio Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, più di commiserazione derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli porgeva Lando Laurentano, rispose:

– Contagio... Niente, principe... La pazzia purtroppo è contagiosa...

V

A Girgenti, tutto il popolo si accalcava nel vasto piano fuori Porta di Ponte, all’entrata della città, in attesa che dalla stazione, giù in Val Sollano, arrivassero con le vetture di quella corsa i resti (che si dicevano raccolti in una sola cassa) di Nicoletta Capolino e di Aurelio Costa.

Sbalordimento, angoscia, ribrezzo erano dipinti su tutti i volti per quell’efferato delitto, che da due giorni teneva in subbuglio la città e tutta la provincia intorno. Era in tutti quegli occhi un’attenzione intensa e dolorosa, un’ansietà guardinga di raccoglier nuove notizie di più precisi particolari e di non lasciarsi nulla sfuggire; perché nessuno era pago di quanto sapeva, e tutti volevano vedere e quasi toccare con gli occhi, in quella cassa che si aspettava, la prova che ciò che era avvenuto lontano, e che pareva per la sua ferocia incredibile, era vero. Non avendo potuto assistere allo spettacolo di quella ferocia, volevano vedere almeno, per quanto or ora sarebbe possibile, i miserandi effetti di essa.

Antiche ragioni, per una almeno delle vittime; altre nuove che ora si divulgavano e accrescevano, tra lo stupore e la pietà, il tragico dell’avvenimento, se trattenevano il rimpianto, non potevano impedir la commiserazione per l’atrocità di quella morte, l’indignazione per l’infamia che si riversava per essa su l’intera provincia.

Viva ancora davanti agli occhi di tutti era l’immagine della bellissima donna, quando, altera, squisitamente abbigliata, passava nella vettura del Salvo e chinava appena il capo per rispondere ai saluti con un sorriso quasi di mesta compiacenza. Tutti vedevano entro di sé, con una strana nitidezza di percezione, qualche particolarità viva del corpo o dell’espressione di lei, il bianco dei denti appena trasparente tra il roseo delle labbra, in quel sorriso; il brillare degli occhi tra le ciglia nere; e si domandavano, con una indefinibile inquietudine, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dovesse esser questa la sua fine. Per lasciare, così d’un tratto, gli agi e gli onori a cui, col Salvo amico e col marito deputato, era salita, e prender la fuga con uno, al quale prima aveva ricusato d’unirsi in matrimonio, via, certo il cervello doveva averle dato di volta. Ma forse per astio, ecco, per astio contro Dianella Salvo che amava segretamente il Costa... Forse? E non si sapeva già che quella poverina, appena avuta la notizia della fuga e di quel macello, era impazzita come la madre? Dunque, dal tradimento quei due, da un’avventura che forse per uno solo di essi era d’amore, e che già di per sé avrebbe suscitato tanto scandalo in paese, erano balzati a quella morte. Ma come, perché si erano diretti ad Aragona dov’egli doveva sapersi aspettato da quelle jene fameliche da tanti mesi per la chiusura delle zolfare del Salvo? Ma perché alla volta di Girgenti, così fuggiti insieme, non potevano avviarsi. Quella fuga, più che in onta al marito, era in onta al Salvo, e perciò là appunto s’era volta, dove tutti erano contro il Salvo. Forse egli, il Costa, credeva, o almeno sperava che, annunziando subito all’arrivo che anche lui si era ribellato al Salvo, quelli dovessero accoglierlo come uno dei loro e non tenerlo più responsabile delle mancate promesse. E poi, lì, ad Aragona, aveva la casa; forse vi andava soltanto per prendere la roba, gli strumenti del suo lavoro, i libri, col proposito di ripartirsene subito, di ritornarsene in Sardegna al posto di prima. Sì; ma con la donna? doveva andar lì, tra nemici, con la donna? Poteva almeno lasciar questa, prima, in qualche posto! Eh, ma forse lei, lei stessa aveva voluto affrontare insieme il pericolo. Aveva animo fiero, quella donna, e aveva saputo mostrarlo di fronte a quell’orda di selvaggi, levandosi in piedi su la carrozza, a fare scudo del suo corpo ad Aurelio Costa, e gridando che questi per loro s’era licenziato dal Salvo, per le promesse non mantenute! Ma quel ribaldo di Marco Prèola aveva levato la voce:

– Morte alla sgualdrina!

E l’orda dei selvaggi, rimasta dapprima come sbigottita dalla temerità superba di quella signora, aveva avuto un fremito. Forse ancora Nicoletta Capolino sarebbe riuscita a dominarla, a farsi ascoltare, se inconsultamente a quel grido di morte, a quell’ingiuria volgare, Aurelio Costa non fosse balzato in difesa di lei, con l’arma in pugno. Allora la carrozza era stata assaltata da ogni parte, e l’uno e l’altra, tempestati prima di coltellate, di martellate, erano stramazzati, poi sbranati addirittura, come da una canea inferocita; anche la carrozza, anche la carrozza era stata sconquassata, ridotta in pezzi; e, quando su la catasta formata dai razzi delle ruote, dagli sportelli, dai sedili, erano stati gettati i miserandi resti irriconoscibili dei due corpi, s’era visto uno versare su di essi da un grosso lume d’ottone a spera, trafugato dalla vicina stazione ferroviaria, il petrolio, e tanti e tanti con cupida ansia affannosa appiccare il fuoco, come per toglier subito ai loro stessi occhi l’atroce vista di quello scempio.

Così, i particolari della strage erano per minuto e quasi con voluttà d’orrore descritti e rappresentati, come se tutti vi avessero assistito e la avessero ancora davanti agli occhi. Vedevano tutti quel bruto insanguinato, che versava il petrolio da quella lampa d’ottone su le membra oscenamente squarciate e ammucchiate su la catasta, e quegli altri chini e ansanti a suscitare il fuoco.

Si sapeva che molti, più di sessanta, erano gli arrestati insieme con Marco Prèola, aborto di natura; prima, lancia spezzata dei clericali; poi, presidente di quel fascio di solfaraj ad Aragona. Tra breve, dunque, forse quel giorno stesso, un nuovo avvenimento spettacoloso: il trasporto di tutti quei manigoldi, in catena, a due a due, dalla stazione al carcere di San Vito, tra una scorta solenne di guardie, di carabinieri a cavallo e di soldati.

– Ecco, ecco intanto le carrozze! – Là, eccola! – Dov’era la cassa? – Uh, come piccola! – Eccola là! – Su la terza carrozza là, su quella che aveva in serpe un maresciallo! – Uh, capiva tutta sul sedile davanti! – Quella, quella cassetta là! quella cassettina di latta! – Quella? che nell’altro sedile c’era il commissario di polizia? – Sì, sì! – E chi era quell’altro accanto? Ah, Leonardo Costa! il padre! il padre! – Ah, povero padre, con quella cassetta là davanti!

Un urlo di pietà, di raccapriccio si levò da tutta la folla alla vista del padre che pareva impietrato in una espressione di rabbia, ma come stupefatta nell’orrore; con gli occhi fissi su quella cassetta, quasi chiedesse come poteva esser là il suo figliuolo, la sua colonna! Ma che poteva dunque esser restato, del suo figliuolo, se due corpi, due, erano là, due? Le teste sole? Forse, spiccate, sì, e qualche membro, arsicchiato. Oh Dio! oh Dio!

E quasi tutti piangevano, e tanti singhiozzavano forte.

Udendo quegli urli, quei inghiozzi, Leonardo Costa, passando, levò un urlo anche lui, esalò la ferocia del suo cordoglio in un ruglio che non aveva più nulla di umano; poi s’abbatté, si contorse, tra le braccia del commissario di polizia.

La carrozza si fermò alla voltata della piazza, dove sorge il palazzo della Prefettura, sede anche del commissariato di polizia. Due guardie presero la cassetta; il cavalier Franco ajutò Leonardo Costa a smontare. Il povero vecchio, per quanto massiccio, non si reggeva più su le gambe; un’orecchia gli sanguinava, perché alla stazione, in un impeto di rabbia, s’era strappato uno dei cerchietti d’oro. Altre guardie si schierarono davanti al portone, per impedire alla folla d’invadere l’atrio del palazzo.

E la folla restò lì davanti, irritata, delusa, insoddisfatta. Che sarebbe avvenuto adesso? Era tutto finito così? Sarebbe rimasta lì, nel commissariato, quella cassetta? Non si farebbe il trasporto al camposanto di Bonamorone? C’era lì la gentilizia della famiglia Spoto. Ormai più nessuno restava di quella famiglia. Per Aurelio Costa c’era il padre; per Nicoletta Capolino, nessuno: non poteva esserci il marito; avrebbe potuto esserci il patrigno, don Salesio Marullo; ma si sapeva che il poverino, abbandonato da tutti, era andato a cercar rifugio per carità a Colimbètra, e si trovava lì da qualche mese, ammalato. Forse Leonardo Costa reclamava per sé i resti del suo figliuolo, per trasportarli al camposanto di Porto Empedocle; e ragioni giudiziarie si opponevano a questo suo desiderio.

La folla, a poco a poco, cominciò a sbandarsi tra infiniti commenti.

Leonardo Costa voleva proprio ciò che la folla aveva immaginato. Il commissario, cav. Franco, cercava di persuaderlo ad avere un po’ di pazienza, che prima tutte le pratiche giudiziarie fossero, come egli diceva, esperite, là in ufficio... Ma sì, in giornata; dopo la visita del giudice istruttore. Il Costa, come se non capisse, insisteva, ripetendo ostinatamente, con le stesse parole, la richiesta pietosa. E il cavalier Franco, quantunque compreso di pietà per quel povero padre, sbuffava, non ne poteva più. Erano momenti terribili, per lui, e non sapeva da qual parte voltarsi prima, giacché da ogni canto della provincia, da tutta la Sicilia, giungevano notizie di giorno in giorno più gravi; pareva che da un istante all’altro dovesse scoppiare una generale sommossa e il presidio delle milizie era scarso, e più scarso ancora quello di polizia.

Ma che voleva, che altro voleva adesso quel benedett’uomo? Voleva... voleva che i resti di suo figlio – quali che fossero – non rimanessero mescolati là con quelli della donna, di quella donna esecrata! Perché, perché cosí insieme li avevano raccolti?

– Perché? – gli gridò. – Ma che vi figurate che ci sia più là dentro?

E indicò la cassetta, deposta su una tavola.

– Oh figlio!

– Tutto quello che si è potuto raccogliere, tra le fiamme. Niente! quasi niente!

– Oh figlio!

– Che volete più scartare, distinguere? Si arrivò troppo tardi. Alla stazione non c’erano guardie. Prima che arrivasse il delegato d’Aragona, il fuoco... Niente, vi dico... qualche residuo d’ossa...

– Oh figlio!

– Non si conosce più nulla... Sì, sì, pover’uomo, sì, piangete, piangete, che è meglio... Povero Costa, sì... sì... È una cosa che... oh Dio, oh Dio, che cosa... sì, fa rinnegare l’umanità! Ma voi pensate, per levarvi almeno questa spina dal cuore, pensate che lì non c’è... vostro figlio lì non c’è: non c’è più niente lì... E del resto, poverino, pensate che quella donna, se voi la odiate, egli la amò; e forse non gli dispiace adesso, che ciò che di lui ci può essere là dentro, sia insieme, mescolato, coi resti di lei... Povera donna! Avrà avuto i suoi torti, ma via, che sorte anche la sua!

– No... no... lei... non posso... non posso parlare... lei... a perdizione... mio figlio... lei! Ma non sapete, signor commissario, che mio figlio era amato dalla figlia del principale? Si sa sicuro... sicuro, questo... è impazzita quella povera figlia mia, come la mamma! È stata... è stata tutta una macchina... Costei e quell’assassino del padre... che se la intendevano tra loro... per rovinare questo figlio mio... per toglierlo all’amore di quella santa creatura... Oh, signor commissario, legatemi, legatemi le braccia; signor commissario, chiudetemi, chiudetemi in prigione, perché se io lo vedo, quell’assassino che mi ha fatto morire il figlio così, io lo ammazzo, signor commissario, io non rispondo di me, lo ammazzo! lo ammazzo!

Il cavalier Franco intrecciò le mani, le strinse, le scosse piú volte in aria:

– Ma vi pare, – gli gridò poi, con gli occhi sbarrati – vi pare, scusate, che io debba sentire simili spropositi? Vi compatisco, siete arrabbiato dal dolore e non sapete più quel che vi dite. Ma perdio, vostro figlio, vostro figlio... in un momento come questo, che basta un niente... una favilla, a mandare in fiamme tutta la Sicilia... non si contenta di prender la fuga come un ragazzino con la moglie d’un deputato... ma va a cacciarsi da sé, là, come a dire: «Eccoci qua, fateci a pezzi! Cercate l’esca? Eccola qua! Ci siamo noi!» Perdio, bisogna esser pazzi, ciechi... io non so! Con chi ve la prendete? E noi siamo qua a dover rispondere di tutto... anche d’una pazzia come questa! E per giunta, mi tocca di sentire anche voi: «ammazzo! ammazzo! ammazzo!» Chi ammazzate? Credete che il Salvo, se pur è vero tutto quel che voi farneticate, ha bisogno della vostra punizione? Gli basta la pazzia della figlia!

Il Costa, dopo questa sfuriata, non ebbe più ardire di parlar forte; lo guardò con gli occhi invetrati di lagrime; e si morse un dito; mormorò:

– Se fosse capace di rimorso, signor commissario! Ma non è!

Il cavalier Franco si scrollò; uscì dalla stanza.

– Andate, andate... – gli disse dietro, il Costa; poi cauto, s’appressò alla cassetta deposta su la tavola, e si provò ad alzarla.

Un groppo di singulti muti, fitti, nella gola e nel naso, gli scrollarono in convulsione la testa.

Non pesava, non pesava niente, quella cassetta!

S’inginocchiò davanti alla tavola, appoggiò la fronte al freddo di quella latta, e si mise a gemere:

– Figlio!... figlio... figlio!...

Due giorni dopo, arrivò a Girgenti, inatteso, funebre, l’on. Ignazio Capolino.

La condizione, in cui lo aveva messo non tanto forse la sciagura improvvisa quanto lo scatto violento per cui Dianella Salvo aveva perduto la ragione, era così difficile e incerta, che egli aveva bisogno di raccogliere a consulto, lì sul posto, tutte le sue forze per trovare una via da uscirne in qualche modo, al più presto. Lo scandalo della fuga della moglie era soffocato nell’orrore della morte; il tragico, che spirava da questa morte, lo rendeva immune dal ridicolo che poteva venirgli da quella fuga. Bastava dunque presentarsi ai suoi concittadini compunto nell’aspetto, ma nello stesso tempo austeramente riservato, per trarre profitto della commozione generale, senza tuttavia parteciparvi, giacché dalla moglie era stato offeso. La simpatia degli altri doveva venirgli come giusto e meritato compenso a questa offesa. E dovevano tutti vedere che egli soffriva, schiantato dall’atrocissimo fatto, e che lui più di tutti meritava compianto, poiché finanche dalle due vittime tanto commiserate era stato offeso, così da non poter piangere, neanche piangere ora la sua sciagura!

Eppure... come mai? Rientrando in casa, in quella casa che le squisite e sapienti cure della moglie avevano reso così bene adatta alla commedia di garbate e graziose menzogne, alla gara di compitezze ammirevoli, nella quale entrambi avevano preso tanto gusto a esercitarsi perché la loro vita non fosse troppo di scandalo agli altri, troppo disgustosa a loro stessi; e sentendo nel silenzio cupo delle stanze, rimaste con tutti i mobili come in attesa, il vuoto, il vuoto in cui dal primo momento della sciagura si vedeva perduto... – come mai? – nell’aprir la camera da letto e nell’avvertirvi affievolito, ma pur presente ancora, il voluttuoso profumo di lei, ecco, per un irresistibile impeto che lo stordì per la sua incoerenza, ma che pur gli piacque come un ristoro insperato di accorata tenerezza – pianse, sì, pianse per il ricordo di lei, pianse per la prima volta dopo l’annunzio di quella morte, pianse come non aveva mal pianto in vita sua, sentendo in quel pianto quasi un dolore non suo, ma delle sue lagrime stesse che gli sgorgavano dagli occhi senza ch’egli le volesse, ma, appunto perché non le voleva, con tanto sapor di dolcezza e di refrigerio!

Non doveva però, no, no, non doveva... perché... si fermò un momento a considerare perché non avrebbe dovuto piangerla. Non era stata forse la compagna sua necessaria e insurrogabile? la compagna preziosa dei suoi sottili e complicati accorgimenti, la quale, correndo – più per sé, forse, quella volta, che per lui – a un riparo a cui anch’egli però l’aveva spinta – era caduta? Sì, e così orribilmente, così orribilmente caduta! Eppure, no; apparentemente, ecco, almeno apparentemente non doveva piangerla... Così in segreto sì, anche perché quel pianto gli faceva bene, ora. Era restato solo; e da sé solo, ora, doveva ajutarsi, difendersi; e non sapeva ancora, non vedeva come.

Piangendo, no, intanto, di certo!

E Capolino sorse in piedi; si portò via, prima con le mani, poi a lungo, col fazzoletto, accuratamente, le lagrime dagli occhi, dalle guance; si rimise le lenti cerchiate di tartaruga, e si presentò, fosco, severo, aggrondato, allo specchio dell’armadio.

Dio, come il suo viso era sbattuto, invecchiato in pochi giorni!

Il dolore? Che dolore? Non poteva riconoscere d’aver provato dolore... se non forse or ora, un poco. Ma no, anche prima, in fondo, aveva certo dovuto provarne uno e ben grande, se a Roma, all’annunzio della sciagura, era stato accecato da quella rabbia che lo aveva scagliato su Dianella Salvo.

Doveva pentirsi di quello scatto?

Si era con esso attirato per sempre l’odio, la nimicizia mortale del Salvo. Ma se pur fosse riuscito a reprimersi in quel primo momento, a vietarsi la soddisfazione feroce di quella vendetta, che avrebbe ottenuto? A lui, restato solo, senza più la moglie, avrebbe forse Flaminio Salvo seguitato a dare ajuto e sostegno, per il rimorso e la complicità segreta nel sacrifizio di quella? Forse la figlia, già inferma, sarebbe impazzita anche senza quel suo scatto, al solo annunzio della morte del Costa. E allora? Flaminio Salvo avrebbe creduto di pagare già abbastanza con la pazzia della figliuola; e per lui non avrebbe avuto più alcuna considerazione; anzi lo avrebbe respinto da sé, come lo spettro del suo rimorso. Caso pensato. Se poi Dianella non fosse impazzita e si fosse a poco a poco quietata, era uomo Flaminio Salvo, avendo raggiunto lo scopo, da restar grato alla memoria di chi gliel’aveva fatto raggiungere, a costo della propria vita; e, per essa, al marito, rimasto vedovo? Ma se già, subito, per scrollarsi d’addosso ogni responsabilità, subito aveva gridato ai quattro venti che Nicoletta Capolino e Aurelio Costa avevano preso la fuga e che il Costa s’era licenziato ed era andato dunque a morire per conto suo, ad Aragona, insieme con l’amante! Sì: fuggita col Costa, sua moglie; ma chi l’aveva spinta a commettere questa pazzia? Chi aveva spedito a Roma il Costa con la scusa di quel disegno da presentare al Ministero? Chi aveva aizzato la gelosia, o piuttosto, il puntiglio di lei, facendole balenare prossimo il matrimonio della figlia col Costa? Ed egli, Capolino, egli, il marito, aveva dovuto prestarsi a tutte queste perfide manovre che dovevano condurre a una tale tragedia; così, è vero? per restar poi abbandonato, senza più alcuna ragione d’ajuto, raccolto il frutto di tante scellerate perfidie! Ah, no, perdio! Di quel suo scatto non doveva pentirsi. Se egli aveva perduto la moglie, e lui la figlia! Pari, e di fronte l’uno all’altro. Ora il Salvo gli avrebbe soppresso ogni assegno. Toccava a lui, dunque, di provvedere subito anche ai bisogni più immediati. E ogni credito presso gli altri, con l’amicizia del Salvo, gli veniva meno. Che fare? Come fare?

Così pensando, Capolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da deputato appesa alla catena dell’orologio. Aveva per sé, ancora, il prestigio che gli veniva da quella medaglietta. Per ora, il Salvo non poteva strappargliela dalla catena dell’orologio. E con essa, per uno che valeva, se non più, certo non meno del Salvo in paese, egli era ancora il deputato. Don Ippolito Laurentano non avrebbe permesso, che colui che rappresentava alla Camera il paladino della sua fede, si dibattesse tra meschine difficoltà materiali.

Ecco: subito, prima che Flaminio Salvo arrivasse a Girgenti e si recasse a Colimbètra a preoccupare l’animo del principe contro di lui, egli vi correrebbe e parlerebbe aperto a don Ippolito della perfidia di colui. Dopo tanti mesi di convivenza con donna Adelaide, non doveva il principe essere in animo da tenere più tanto dalla parte del cognato; oltreché, in favor suo, egli avrebbe in quel momento la commiserazione per la sua sciagura. Poteva, sì, contro a questa, il Salvo porre in bilancia quella della propria figliuola; ma appunto su ciò egli andrebbe a prevenire il principe, dimostrandogli che non lui, con quel suo scatto naturale e legittimo, nella rabbia del cordoglio, era stato cagione di quella pazzia; ma il padre, il padre stesso che con tanta violenza aveva voluto impedire che la figlia sposasse il Costa, sacrificando costui e distruggendolo insieme con la moglie. Ora, per sgabellarsi d’ogni rimorso, voleva gettar la colpa addosso a lui, e anche di lui sbarazzarsi, come già del Costa e della moglie.

Ecco il piano! Ma né quel giorno, né il giorno appresso, Capolino ebbe tempo di recarsi a Colimbètra ad attuarlo. Una processione ininterrotta di visite lo trattenne in casa, con molta sua soddisfazione, quantunque sapesse e vedesse chiaramente che più per curiosità che per pietà di lui si fosse mossa tutta quella gente, la quale certo, domani, a un cenno del Salvo, gli avrebbe voltato le spalle. A ogni modo, andando dal principe, avrebbe potuto parlare di questo solenne attestato di condoglianza e di simpatia dell’intera cittadinanza; oltreché, in tanti animi che, per la commozione del tragico avvenimento, eran come un terreno ben rimosso e preparato, poteva intanto seminar odio per il Salvo, così senza parere.

– Non me ne parlate, per carità! – protestava, alterandosi in viso al minimo accenno. – Dovrei dir cose, cose che... no, niente; per carità, non mi fate parlare...

E se qualcuno, esitante, insisteva:

– Quella povera figliuola...

– La figliuola? – scattava. – Ah, sì, povera, povera vittima anche lei! Non sopra tutte le altre, però, certo... Per carità, non mi fate parlare...

Il salotto era pieno zeppo di gente quando entrò il D’Ambrosio, quello che gli aveva fatto da testimonio nel duello col Verònica e che era lontano parente di Nicoletta Spoto. Avvenne allora una scena che, neanche se Capolino l’avesse preparata apposta, gli sarebbe riuscita più favorevole.

Il D’Ambrosio entrò tutto gonfio di commozione, e con le braccia protese. In piedi, tutti e due si abbracciarono in mezzo alla stanza, si tennero stretti un pezzo piangendo forte. Forte, con la sua abituale irruenza, parlò il D’Ambrosio, staccandosi dall’abbraccio:

– Dicono tutti, qua, che Nicoletta mia cugina era la ganza di quell’imbecille del Costa: è vero? Tu puoi dirlo meglio di tutti: è vero?

Sbigottiti, gli astanti si volsero a guatare il Capolino.

Questi cadde a sedere, come trafitto, su la poltrona, con le braccia abbandonate su le gambe, e scosse amaramente il capo. Poi, facendo un atto appena appena con le mani, parlò:

– Troppe... troppe cose dovrei dire, che non posso... Anche la pietà, capirete... sì, sì... anche queste lacrime, amici, mi bruciano! Perché anche da quei due che le meritano per la loro sorte, ma da voi, cari, da voi; non da me... anche da quei due io ebbi male; ma sopra tutto da chi li guidò a quel passo; da chi li teneva in pugno, e...

– Il Salvo! – proruppe il D’Ambrosio. – Hanno arrestato ad Aragona Marco Prèola; ma lui, il Salvo, per la Madonna, debbono arrestare! lui affamò là tutto il paese! lui è il vero assassino! E giustamente Dio l’ha punito, con la pazzia della figlia! Così, tra due pazze, se ne starà ora con tutte le sue ricchezze!

Capolino, allora, scattò in piedi, sublime.

– Ma per carità! no! no! Non posso permettere che si dicano di queste cose alla mia presenza! Vuoi difendere quegli assassini? Via! Sappiamo tutti che il Salvo era nel suo diritto, chiudendo là le zolfare! Ognuno provvede, come sa e crede, ai proprii interessi. E, del resto, non si è forse adoperato in tanti modi qua, al risorgimento dell’industria? No, no! Signori miei, vedete? parlo io, io, in questo momento, e arrivo fino a dirvi che egli, dal suo canto, anche come padre, ha creduto di agire per il bene della figliuola! Voi tutti non avete alcuna ragione per non riconoscer questo; potrei non riconoscerlo io, io solo, perché i mezzi di cui si è servito mi hanno distrutto la casa, spezzato la vita! Ma egli mirava, là, al bene di tutti quei bruti; e qua, al bene della sua figliuola!

Dieci, quindici, venti mani si tesero a Capolino, in un prorompimento d’ammirazione per così magnanima generosità; e Capolino si sentì levato d’un cubito sopra se stesso.

– Forse mi vedrò costretto, – soggiunse con triste gravità, – a restituirvi il mandato, di cui avete voluto onorarmi.

– No! no! che c’entra questo? E perché? – protestarono alcuni.

Capolino, sorridendo mestamente, levò le mani ad arrestare quell’affettuosa protesta:

– La condizione mia, – disse. – Considerate. Potrei più aver rapporti, non dico di parentela o d’amicizia, ma pur soltanto d’interessi, con Flaminio Salvo? No, certo. E allora? Devo provvedere a me stesso, signori miei, mentre il mandato che ho da voi esige un’assoluta indipendenza, quella appunto che avevo per i miei ufficii nel banco del Salvo. Ora... ora bisognerà che mi raccolga a pensar seriamente ai miei casi. Non son cose da decidere così su due piedi e in questo momento.

– Ma sì! ma sì! – ripresero quelli a confortarlo a coro. – Questi sono affari privati! La rappresentanza politica...

– Eh eh...

– Ma che! non c’entra...

– Altra cosa...

– E poi, per ora...

– Per ora, – disse, – mi basta, miei cari, di avervi dimostrato questo: che sono pronto a tutto, e che guardo le cose e la mia stessa sciagura con animo equo e, per quanto mi è possibile, sereno. Grazie, intanto, a tutti, amici miei.

Più tardi, recatosi al Vescovado a visitar Monsignore, ebbe da questo tali notizie su don Ippolito Laurentano e donna Adelaide, che stimò da abbandonare senz’altro il piano dapprima architettato, e che anzi gli convenisse aspettare il ritorno di Flaminio Salvo da Roma, per recarsi a Colimbètra a tentarne un altro, che già gli balenava, audacissimo.

Flaminio Salvo non volle lasciare a Roma Dianella in qualche «casa di salute», come i medici e la sorella e il cognato gli consigliavano; disse che, se mai, l’avrebbe lasciata in una di queste case a Palermo, per averla più vicina e poterla più spesso visitare; ma la sua casa ormai – soggiunse – poteva pur trasformarsi in uno di questi privati ospizii della pazzia, sotto il governo d’uno o più medici e con l’assistenza di altre infermiere adatte: vi restava egli solo provvisto di ragione; ma sperava che presto, con l’esempio e un po’ di buona volontà, la perderebbe anche lui.

Quando fu sul punto di partire, però, si vide costretto a ricorrere a Lando Laurentano, perché gli désse a compagno di viaggio Mauro Mortara, da cui Dianella non avrebbe voluto più staccarsi, e che forse era il solo che avrebbe potuto indurla a uscire da uno stanzino bujo ove s’era rintanata, e a partire. Lando Laurentano, che si preparava in gran fretta anche lui, chiamato a Palermo dai compagni del Comitato centrale del partito, rispose al Salvo, che avrebbero potuto fare insieme il viaggio, e che la mattina seguente sarebbe venuto con Mauro a prenderlo in casa Vella. Flaminio Salvo notò nell’aspetto, nella voce, nei gesti del giovane principe una strana agitazione febbrile, e fu più volte sul punto di domandargliene premurosamente il motivo; ma se n’astenne. Lando Laurentano era in quell’animo per una ragione, a cui il Salvo non avrebbe potuto neppur lontanamente pensare in quel momento: cioè, l’enorme impressione prodotta in tutta Roma dal suicidio di Corrado Selmi. Se n’era divulgata la notizia la sera stessa, che egli usciva con Mauro da casa Vella. Il grido d’un giornalajo glien’aveva dato l’annunzio. Aveva fatto fermar la vettura per comperare il giornale. Ma, anziché dargli gioja, quell’annunzio improvviso lo aveva in prima stordito. Aveva ordinato al vetturino d’accostarsi a un fanale, per leggere, non ostante l’impazienza di Mauro; aveva saltato il lungo commento necrologico premesso alle notizie sul suicidio, ed era corso con gli occhi a queste. Dal racconto del cameriere del Selmi aveva saputo, prima, l’aggressione a mano armata del nipote di Roberto Auriti, quando già il Selmi aveva ingojato il veleno; poi... ah poi!... una visita, che il giornalista diceva drammaticissima, al Selmi appena spirato, «d’una dama velata» di cui, per degni rispetti, non si faceva il nome, «accorsa», seguitava il cronista, «ignara del suicidio, forse per dare ajuto e conforto all’amico, dopo la sfida da lui lanciata, la mattina, all’intera assemblea».

Lando Laurentano non aveva avuto alcun dubbio, che quella dama velata fosse donna Giannetta D’Atri, sua cugina; e aveva strappato il giornale, con schifo e con rabbia, gridando al vetturino di correre a casa. Qua aveva trovato in smaniosa ambascia Celsina Pigna e Olindo Passalacqua, che cercavano disperatamente Antonio Del Re, scomparso dalla mattina. Eran sembrate così inopportune a Lando in quel momento la vista buffa di quell’uomo, le smaniette di quella ragazza, tutta quell’ansia attorno a lui per la ricerca d’un giovane ch’egli non conosceva e ch’era tanto lontano dai suoi pensieri, che aveva avuto contro il suo solito un violento scatto d’ira. Aveva chiamato Raffaele, il cameriere, per ordinargli di mettersi a disposizione di quei due, ed era rimasto solo con Mauro. Questi, interpretando quello scatto come un segno di sprezzante noncuranza per l’arresto del cugino, non s’era potuto trattenere; gli s’era fatto innanzi tutto acceso di sdegno, gridando:

– Me ne voglio andare, subito! ora stesso! Non voglio più guardarvi in faccia!

– Mauro! Mauro! Mauro! – aveva esclamato Lando, scotendo in aria le mani afferrate.

Mauro allora s’era cacciato una mano in tasca, per trarne fuori le medaglie:

– Guardate! Dal petto me l’ero strappate, davanti al delegato, quando ho visto arrestare vostro cugino! Ora quella ragazza è venuta a riportarmele... Che sangue avete voi nelle vene? È questa la gioventù d’oggi? è questa?

– La gioventù... – s’era messo a rispondere con veemenza Lando; ma s’era subito frenato, premendosi forte le pugna serrate su la bocca e andando a sedere, coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani.

La gioventù? Che poteva la gioventù, se l’avara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei l’espiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione d’ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ecco come l’opera dei vecchi qua, ora, nel bel mezzo d’Italia, a Roma, sprofondava in una cloaca; mentre su, nel settentrione, s’irretiva in una coalizione spudorata di loschi interessi; e giù, nella bassa Italia, nelle isole, vaneggiava apposta sospesa, perché vi durassero l’inerzia, la miseria e l’ignoranza e ne venisse al Parlamento il branco dei deputati a formar le maggioranze anonime e supine! Soltanto, in Sicilia forse, or ora, la gioventù sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante oppressione dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa!

Lando era balzato in piedi per gridare questa sua speranza a Mauro Mortara; ma s’era trattenuto per carità, alla vista di lui che piangeva, con quelle sue pietose medaglie in mano.

Il giorno appresso Antonio Del Re era stato ritrovato. Olindo Passalacqua era venuto a mostrare a Lando due telegrammi e un vaglia spediti d’urgenza da Girgenti per far subito partire il giovine; ma aveva soggiunto che il Del Re si ricusava ostinatamente di ritornare in Sicilia. Lando allora aveva pregato Mauro di recarsi a prendere il giovine per invitarlo a partire con loro il giorno appresso e Mauro a questa preghiera si era arreso di buon grado. Ma come proporgli adesso di viaggiare insieme con Flaminio Salvo?

La mattina per tempo venne al villino di via Sommacampagna Ciccino Vella per concertare il modo di spinger fuori dal nascondiglio Dianella e farla partire. Guaj, se vedeva il padre! Durante tutto il viaggio non doveva vederlo. Zio Flaminio e Lando dovevano viaggiare in un altro scompartimento della vettura, senza mai farsi scorgere. C’era anche quel giovanotto, il Del Re? Bene: tutti e tre, appartati, nascosti. Mauro e Dianella sarebbero stati soli, nello scompartimento attiguo: tutt’intera una vettura sarebbe stata a loro disposizione.

Fu men difficile, a tali condizioni, persuadere Mauro a render questo servizio al Salvo. Quando seppe che né ora, a casa Vella, né poi, durante tutto il tragitto, lo avrebbe veduto, e che non si trattava tanto di rendere un servizio a lui quanto un’opera di carità a quella povera fanciulla demente, si arrese aggrondato, e andò avanti con Raffaele in casa Vella.

Non ci fu bisogno né di preghiere né di esortazioni: appena Dianella rivide Mauro, balzò dal nascondiglio e tornò a riaggrapparsi a lui, incitandolo a fuggire insieme. Si dovette all’incontro stentare a trattenerla un po’ per rassettarla alla meglio, ravviarle i capelli scarmigliati, metterle un cappello in capo, perché almeno non desse tanto spettacolo alla gente, in compagnia di quel vecchio che già per suo conto attirava la curiosità di tutti.

Quando l’uno e l’altra, tenendosi per mano, quello col viso tutto scombujato, lo zainetto alle spalle, questa con gli occhi e la bocca spalancati a un’ilarità squallida e vana, i capelli cascanti, scompigliati sotto il cappello assettato male sul capo, attraversarono il salone per andarsene, chi li vide non se ne poté più levar l’immagine dalla memoria.

Che discorsi tennero tra loro, nel viaggio?

Dietro l’usciolino dello scompartimento, il Salvo e il Laurentano, ora l’uno ora l’altro, li intesero conversar tra loro, a lungo, e s’illusero dapprima che tra loro il vecchio e la fanciulla s’intendessero. Ma sì, a maraviglia s’intendevano, perché l’uno e l’altra, ciascuno per sé, non parlavano se non con la propria follia. E le due follie sedevano accanto e si tenevano per mano.

– Una donna... vergogna!... Non si dice Aurelio... Signor Aurelio... Signor Aurelio!... Ma com’è possibile che l’abbia dimenticato?... Una così grossa ferita al dito... Vieni, vieni qua, al bujo... nell’andito... Te lo succhio io, il sangue dal dito... Una donna? Vergogna... Signor Aurelio...

– Questi... sono questi, i figli! La nuova gioventù... Per veder questo, oh assassini, abbiamo tanto combattuto, sacrificato la vita nostra... per veder questo, donna Dianella! E che ci vado più ad appendere, adesso, sotto la lettera del Generale nel camerone? che ci vado più ad appendere, dopo tutto quello che ho visto?

– Eh, ma chi lo sa l’anno che viene? Il gelso, a marzo, coglie sangue di nuovo... E allora, quand’è in amore, per gettare, è molle, molle come una pasta, e se ne fa quello che se ne vuole... Chi lo sa l’anno che viene?

– Incerto il bene, ma certe le pene, figlia mia! Incerto il bene, ma certe le pene!

Così conversavano di là, quei due.

Né Lando né Flaminio Salvo badavano intanto a un altro, di qua con loro, che non diceva nulla, ma che pure non meno di quei due vaneggiava col cervello. Non vedeva, non sentiva, non pensava più nulla, Antonio Del Re. La furia della disperazione, con la quale s’era avventato sopra il Selmi, gli aveva come folgorato lo spirito. Uscito dalla casa del Selmi, era rimasto vuoto, sospeso in una tetraggine attonita, spaventevole; e non ricordava più nulla, dove fosse andato, che avesse fatto, come e dove avesse passato la notte, se proprio la notte, una notte fosse passata. Non rispondeva a nessuna domanda; forse non udiva. Vedere, vedeva; stava per lo meno a guardare; ma la ragione non vedeva più, la ragione degli aspetti delle cose e degli atti degli uomini. Non si era già opposto al suo ritorno in Sicilia; ma a muoversi da sé dal luogo ove i piedi lo avevano condotto e la stanchezza accasciato. Si era mosso, allorché Mauro lo aveva strappato per il petto; ma senza udir nulla di quanto quegli gli aveva detto della nonna e della mamma. Il Passalacqua e Celsina lo avevano accompagnato, la mattina, al villino di Lando; prima di partire aveva veduto Celsina sorridere a Ciccino Vella, accettarne il braccio, montare in carrozza con lui e col Passalacqua: tutto questo aveva veduto, e più là, col pensiero; e nulla, più nulla gli s’era rimosso dentro.

Quando, passato lo stretto di Messina, Lando Laurentano scese dal treno per proseguire su un altro alla volta di Palermo, Flaminio Salvo provò una certa costernazione al pensiero di restar solo nella vettura per un’intera giornata fino a Girgenti con quel giovane a lui ignoto, che due giorni avanti aveva levato il pugnale per uccidere il Selmi, e che ora gli teneva gli occhi addosso con tanta fissità di sguardo, tra il torvo e l’insensato.

Ecco, con tre pazzi egli viaggiava; e forse non meno pazzo di questi tre era quello or ora sceso dal treno con l’intenzione di mettere a soqquadro tutta l’isola! Lui solo, dunque, per terribile condanna, doveva serbare intatto il privilegio di non aver minimamente velata, offuscata, né per rimorso, né per pietà, né più da alcun affetto, né più da alcuna speranza, né più da alcun desiderio, quella lucida, crudele limpidità di spirito? Lui solo.

E, come per assaporare lo scherno della sua sorte, si accostò ancora una volta all’usciolino dello scompartimento, con l’orecchio allo spiraglio, ad ascoltare i discorsi vani del vecchio e della figliuola.

Appena Mauro Mortara, arrivato a Girgenti, poté strapparsi dalle braccia di Dianella Salvo, corse di furia alla casa di donna Caterina Laurentano. Vi trovò Antonio Del Re ancora tra le braccia della madre che invano, stringendolo, scotendolo, smaniando, cercava di spetrarlo.

Come Anna vide entrar Mauro, gli corse incontro, lasciando il figlio:

– Che ha? Che ha? Ditemi voi che ha! Che gli hanno fatto?

Ma il Mortara le scostò le braccia e gridò più forte di lei:

– Vostra madre? Dov’è vostra madre?

Sopravvenne Giulio, in pochi giorni invecchiato di dieci anni. Negli occhi, nelle braccia protese aveva la speranza di aver da Mauro qualche notizia precisa sull’arresto di Roberto, sul suicidio del Selmi, se questi veramente avesse lasciato qualche dichiarazione in favore del fratello, come dicevano i giornali. Dal nipote non aveva potuto saper nulla, per quanto, tra le braccia della madre, lo avesse furiosamente scrollato per farlo parlare.

Ma il Mortara scostò anche lui, ripetendo, testardo e violento:

– Vostra madre? Non so nulla! So che l’hanno arrestato sotto i miei occhi! Non voglio veder nessuno! Voglio vedere lei sola!

Giulio restò perplesso, se permettergli d’entrare nella camera della madre, così all’improvviso.

Dal giorno che egli, sotto l’urgenza della necessità, vincendo ogni riluttanza, dapprima con circospezione, poi risolutamente, con crudezza, le aveva detto che bisognava si recasse dal fratello Ippolito per salvare il figlio, era caduta, di schianto, in un attonimento quasi di apatia, come se la vista di tutte le cose intorno le si fosse a un tratto vuotata d’ogni senso. Non un gesto, non una parola. Più niente. E quella immobilità e quel silenzio avevano avuto fin da principio un che di così assoluto e invincibile, che né un gesto, né una parola eran più stati possibili agli altri per scuoterla o esortarla. Giulio sapeva che avrebbe ucciso la madre, parlando. E difatti, ecco, subito, parlando, l’aveva uccisa. Ella non poteva andare dal fratello per salvare il figlio: sarebbe stata la sua morte. Ed ecco, era morta.

Tanto egli quanto Anna avevano sperato, dapprima, che non volesse più muoversi né parlare; non che, veramente, non potesse. Ma ben presto s’erano accorti che non poteva. Pure, una lieve contrazione rimasta su la fronte, tra ciglio e ciglio, diceva chiaramente che, anche potendo, non avrebbe voluto. La avevano sollevata di peso dalla seggiola e adagiata sul letto. Erano di morte la immobilità e il silenzio; soltanto, ancora, non era fredda. E per impedire che anche quel freddo le sopravvenisse, si erano affrettati a coprirla bene sul letto, con mani amorose, piangendo. L’ultima crudeltà doveva compiersi così sopra di lei, e, perché fosse più iniqua, per mano stessa dei figli. Ora, vegliandola e piangendo, i figli le dimostravano, o piuttosto dimostravano a se stessi, che non erano stati loro a compierla. Se ella, per tutto ciò che aveva fatto, non poteva pagare per il figlio, bisognava che pagasse così, ora. Giulio lo sapeva; e, pur sapendolo, non aveva potuto impedirlo. Doveva parlare, spingerla a quella morte, darle il crollo. L’aveva poi raccolta su le braccia, e ora le rincalzava le coperte e le stringeva attorno alle braccia lo scialle nero di lana, per ripararla dall’ultimo freddo, e andava in punta di piedi, perché nessun rumore arrivasse più a quel silenzio. Anche il volo d’una mosca sarebbe stato di più, ora, oltre a quello che egli aveva fatto, perché doveva. Un pensiero, se non fosse anche di più la sua vita, il suo respiro, dopo quello che aveva fatto, gli era anche passato per la mente. Fuori di quella madre, fuori della Sicilia, egli, fin da giovinetto, aveva preso mondo. Era vissuto senza né ricordi, né affetti, né aspirazioni, quasi giorno per giorno: freddo, svogliato, ironico, sdegnoso. D’improvviso, quando men se l’aspettava, il destino della sua famiglia aveva allungato una spira a involgerlo, a invilupparlo, e lo aveva attratto a sé e piombato là, a rinsertarsi, a riaffiggersi alla radice, da cui s’era strappato; a sentire tutto ciò che non aveva voluto mai sentire, a ricordarsi di tutto ciò di cui non aveva voluto mai ricordarsi. La fine di colei, che aveva sempre e tutto sentito, e di tutto e sempre si era ricordata, schiantata ora dall’urto con cui egli era tornato a inviscerarsi in lei, non doveva essere adesso anche la sua fine? Schiantato il tronco, schiantati i rami. Nel tetro squallore della casa, era rimasto inorridito del suo apparire a se stesso coi sentimenti e i ricordi tutti di quella madre. Ma gli era apparsa anche Anna, la sorella: il ramo che non s’era mai staccato da quel tronco; che miseramente una volta sola, per poco, era fiorito, per dare il frutto ispido e attossicato di quel figlio, in cui neanche l’amore della madre riusciva a penetrare. E fratello e sorella si erano stretti, allora, fusi in un abbraccio d’infinita tenerezza, d’infinita angoscia, all’ombra della tetra casa, assaporando la dolcezza del pianto che li univa per la prima volta e che pur rompeva loro il cuore. Egli doveva vivere per quella sorella e per quel ragazzo. La notizia dell’arresto di Roberto, ormai inevitabile, attesa da un momento all’altro, era finalmente arrivata insieme con quella del suicidio di Corrado Selmi, ma vaga, ristretta in poche righe nei giornali siciliani, come una notizia a cui i lettori non avrebbero dato importanza, presi com’erano tutti, allora, dalla morbosa curiosità di conoscere fin nei minimi particolari l’eccidio d’Aragona.

La trepidazione di Anna per il figlio solo a Roma, il pensiero dell’ajuto da portare a Roberto avevano spinto dapprima Giulio a ritornar subito alla Capitale. Ma come abbandonar la madre in quello stato, sola lì con Anna che s’aggirava per le stanze chiamando il figlio, quasi forsennata? E che ajuto avrebbe potuto portare a Roberto? L’unico ajuto possibile sarebbe stato il denaro, il rimborso alla banca di quelle quarantamila lire, così che tutti potessero credere che queste fossero state prese da lui, per bisogni suoi. Il suicidio del Selmi ora, avrebbe forse aperta la porta del carcere a Roberto, ma gli sarebbe rimasta, incancellabile, dopo la denunzia e l’arresto, la macchia d’una losca complicità. Quanti avrebbero creduto, domani, che disinteressatamente egli si fosse prestato a contrarre il debito, sotto il suo nome, per conto d’un altro? La dichiarazione del Selmi, se davvero esisteva come i giornali asserivano, non sarebbe valsa a cancellare del tutto quella macchia.

Di là, nella camera della madre, c’era il canonico Pompeo Agrò, che da tanti giorni, per ore e ore, non si staccava dalla poltrona a pie’ del letto, fissi gli occhi nella faccia spenta della giacente, forse con la speranza di scoprirvi un indizio che ella – non avendo più nulla da dire agli uomini – desiderasse per suo mezzo comunicare con Dio. Più d’una volta con profonda voce l’aveva chiamata per nome, a più riprese, senza ottener risposta.

Giulio disse a Mauro di attendere un poco: voleva consigliarsi con l’Agrò, se questi désse più peso alla sua speranza o al suo timore che la vista o la voce del Mortara, scotendo la madre da quel torpore di morte, potessero farle bene o male.

– Credo, – gli rispose l’Agrò, – che non ci sia più né da sperare né da temere. Non avvertirà nulla. Provate. Tanto se dura così, è la morte lo stesso.

Mauro entrò come un cieco nella camera quasi al bujo, chiamando forte, con affanno di commozione:

– Donna Caterina... donna Caterina...

Restò, davanti al letto, alla vista di quella faccia volta al soffitto, sui guanciali ammontati, cadaverica, con gli occhi che s’immaginavano torbidi e densi di disperata angoscia sotto la chiusura perpetua delle gravi pàlpebre annerite, con una ostinata, assoluta volontà di morte negli zigomi tesi, nelle tempie affossate, nelle pinne stirate del naso aguzzo, nelle livide, sottili labbra, non solo serrate, ma anche in qualche punto attaccate dall’essiccamento degli umori.

– Oh figlia... oh figlia... – esclamò. – Donna Caterina... sono io... Mauro... il cane guardiano di vostro padre... Guardatemi... aprite gli occhi... da voi voglio essere guardato... Aprite gli occhi, donna Caterina; guardando me, guardate la vostra stessa pena... Sentitemi: debbo dirvi una cosa... torno da Roma...

Urtando contro la rigida impassibilità funerea della morente, la commozione di Mauro Mortara si spezzò a un tratto in striduli singhiozzi, molto simili a una risata. L’Agrò e Giulio, anch’essi piangenti, se lo presero in mezzo, e, sorreggendolo per le braccia, lo trassero fuori della camera.

La morente, rimasta sola nell’ombra, immobile su i guanciali ammontati, udì tardi la voce, come se questa avesse dovuto far molto cammino per raggiungerla nelle profonde lontananze misteriose, ove già il suo spirito s’era inoltrato. E da queste lontananze, in risposta a quella voce, tardi venne alle sue pàlpebre chiuse una lagrima, ultima, che nessuno vide. Sgorgò da un occhio; scorse su la gota; cadde e scomparve tra le rughe del collo.

Quando Pompeo Agrò tornò a sedere su la poltrona a pie’ del letto, né più nell’occhio, né più su la gota ve n’era traccia.

Donna Caterina era morta.

VI

Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi difficilissimo da sopportare, per quanta buona volontà l’uno e l’altra ci avrebbero messo.

Appena andati via gl’invitati alla cerimonia nuziale, don Ippolito, con molto garbo prendendole una mano, ma pur senza guardargliela per non avvertire quanto fosse diversa da quella tenuta un tempo tra le sue (pallida e lunga mano morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di farle intendere il bene che da lei si riprometteva in quella solitudine d’esilio, di cui supponeva le dovessero esser note le ragioni, se non tutte, almeno in parte. Il discorso tenuto sul terrazzo, davanti alla campagna silenziosa, già invasa dal bujo della notte, era stato, in verità, un po’ troppo lungo e un tantino anche faticoso. La povera donna Adelaide, oppressa dalla violenza di tanti sentimenti nuovi durante quella giornata, e ora da tutta quell’ombra e da quel silenzio che le vaneggiavano intorno e le rendevano più che mai soffocante l’ambascia per ciò che misteriosamente incombeva ancora su la sua «terribile signorinaggine», a un certo punto, per quanto si fosse sforzata, non aveva potuto udir più nulla di quel pacato interminabile discorso. Aveva avuto l’impressione che esso, proprio fuor di tempo, la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte altissima e nebbiosa, dalla quale le sarebbe stato difficile se non addirittura impossibile, ridiscendere ancora in grado di resistere ad altre sorprese, ad altre emozioni che quella notte certamente le apparecchiava. Non per cattiva volontà, ma per l’aria, ecco, per l’aria che, a un certo punto, cominciava a sentirsi mancare, non le era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi discorsi. Oh, buon Dio, e perché poi prendere di questi giri così alla lontana, se alla fine pur sempre bisognava ridursi a fare, su per giù, le stesse cose, quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! E senz’altro effetto che la stanchezza e la stizza. Anche la stizza, sì. Perché le cose da fare sono semplici, e da contarsi tutte su le dita d’una mano; cosicché, alla fine, ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare attorno a esse, non solo è inutile, ma anche sciocco e dannoso, in quanto che poi, per la stanchezza appunto e con la stizza di questo riconoscimento, si fanno tardi e si fanno male. Dapprima s’era messa a guardare, con occhi tra imploranti e spaventati, il principe, o piuttosto, quella sua lunga, lunghissima barba. Poi, nell’intronamento, aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la mano e di soffiare, di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare, non potendo gridare per dare uno sfogo alla soffocazione e alle smanie. Alla fine, era riuscita a vincere l’intronamento: gli orecchi le si erano rifatti vivi un istante, ma per fuggire lontano, per afferrarsi a un qualche filo di suono, nell’oscurità della notte, che le avesse dato sollievo, distrazione. Veniva dalla riviera, laggiù laggiù, invisibile, un sordo borboglìo continuo. E tutt’a un tratto, proprio nel punto che il discorso del principe s’era fatto più patetico, donna Adelaide era uscita a domandargli:

– Ma che è, il mare? si sente così forte, ogni notte?

Don Ippolito, dapprima stordito (il mare? che mare? –) si era poi sentito cascar le braccia:

– Ah sì... è il mare, è il mare...

E le aveva lasciato la mano e si era scostato.

Donna Adelaide, imbarazzata, non sapendo come rimediare alla evidente mortificazione del principe per quella domanda inopportuna, era rimasta come appesa balordamente alla sua domanda.

La risposta s’era fatta aspettare un po’; alla fine era arrivata da lontano, grave:

– Grida così, quand’è scirocco...

Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste. Tante volte, nella pace profonda delle notti, gli aveva dato angoscia e compagnia. Abbandonato su la sedia a sdrajo, s’era lasciato cullare da quel cupo fremito continuo delle acque che gli parlavano di terre lontane, d’una vita diversa e tumultuosa ch’egli non avrebbe mai conosciuta. S’era sentito ripiombare tutt’a un tratto da quel richiamo nella profondità della sua antica solitudine.

Come più riprendere il discorso, adesso? E, d’altra parte, come rimaner così in silenzio, lasciar lì discosta nel terrazzo quella donna che ora gli apparteneva per sempre e che s’era affidata alla sua cortesia, in quella solitudine per lei nuova e certo non gradita? Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e riaccostarsi. Ma certo, ormai, di non potere entrare con lei in altra intimità che di corpo, don Ippolito s’era domandato amaramente qual altro effetto questa intimità avrebbe potuto avere, se non lo scàpito irreparabile della sua considerazione.

E difatti, quella notte...

Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un simile spettacolo, di pietà a un tempo e di paura! Le veniva di farsi ancora la croce con tutt’e due le mani. Ah, Bella Madre Santissima! Un uomo con tanto di barba... un uomo serio... Dio! Dio! Lo aveva veduto, a un certo punto, scappar via, avvilito e inselvaggito. Forse era andato a rintanarsi di notte tempo nelle sale del Museo, a pianterreno. E lei era rimasta a passare il resto della notte, semivestita, dietro una finestra, a sentire i singhiozzi d’un chiú innamorato, forse nel bosco della Civita, forse in quello più là, di Torre–che–parla.

Meno male che, la mattina dopo, la vista della campagna e dello squisito arredo della villa l’aveva un po’ racconsolata e rimessa anche in parte nelle consuete disposizioni di spirito, per cui volentieri, ove non avesse temuto di far peggio, si sarebbe lei per prima riaccostata al principe a dirgli, così alla buona, senza stare a pesar le parole, che, via, non si désse pensiero né afflizione di nulla, perché lei... lei era contenta, proprio contenta, così...

Le aveva fatto pena quel viso rabbujato! Pover’uomo, non aveva saputo neanche alzar gli occhi a guardarla, quando a colazione si era rimesso a parlarle. Ma sì, ma sì, certo: era una condizione insolita, la loro: trovarsi così, a essere marito e moglie, quasi senza conoscersi. A poco a poco, certo, sarebbe nata tra loro la confidenza, e... ma sì! ma sì! certo!

S’era accorta però che, dicendo così, le smanie del principe erano cresciute, s’erano anzi più che più esacerbate; e con vero terrore aveva veduto riapprossimarsi la notte. Per parecchie notti di fila s’era rinnovato questo terrore; alla fine aveva ottenuto in grazia d’esser lasciata in pace, a dormir sola, in una camera a parte. Se non che, il giorno dopo, era sceso a Colimbètra monsignor Montoro a farle a quattr’occhi un certo sermoncino. E allora lei, di nuovo: – Oh Bella Madre Santissima! Ma che!... no... Ah, come?... che?... che doveva far lei?... Gesù! Gesù!... Alla sua età, smorfie, moine? Ah! questo mai! no no! no no! questo mai! Non erano della sua natura, ecco. E, del resto, perché? Non si poteva restar così? Non chiedeva di meglio, lei. Che faccia aveva fatto Monsignore! E la povera donna Adelaide, da quel momento in poi, non aveva saputo più in che mondo si fosse o, com’ella diceva, aveva cominciato a sentirsi «presa dai turchi». Ma come? il torto era suo?

Il principe, tutto il giorno tappato nel Museo, non s’era più fatto vedere, se non a pranzo e a cena, rigido aggrondato taciturno. Aria! aria! aria! Sì, ce n’era tanta, lì: ma per donna Adelaide non era più respirabile. E il bello era questo: che della soffocazione, avvertita da lei, le era parso che dovessero soffrire tutte le cose, gli alberi segnatamente! Sul principio dei tre ripiani fioriti innanzi alla villa c’era da più che cent’anni un olivo saraceno, il cui tronco robusto, pieno di groppi e di nodi, per contrarietà dei venti o del suolo, era cresciuto di traverso e pareva sopportasse con pena infinita i molti rami sorti da una sola parte, ritti, per conto loro. Nessuno aveva potuto levar dal capo a donna Adelaide che quell’albero, così pendente e gravato da tutti quei rami, soffrisse.

– Oh Dio, ma non vedete? soffre! ve lo dico io che soffre! poverino!

E lo aveva fatto atterrare. Atterrato, guardando il posto dove prima sorgeva:

– Ah! – aveva rifiatato. – Così va bene! L’ho liberato.

Né s’era fermata qui. Altre prove di buon cuore aveva dato, le sere senza luna, durante la cena, verso le bestioline alate che il lume del lampadario attirava nella sala da pranzo. Un certo Pertichino, ragazzotto di circa tredici anni, figlio del sergente delle guardie, era incaricato di star dietro la sedia di donna Adelaide e di dar subito la caccia a quelle bestioline, appena entravano. Se non che, Pertichino spesso si distraeva nella contemplazione dei grossi guanti bianchi di filo, in cui gli avevano insaccato le mani; e donna Adelaide, ogni volta, doveva strapparlo a quella contemplazione con strilli e sobbalzi per lo springare di qualche grillo o per il ronzare di qualche parpaglione.

– Niente! Farfalletta... Non si spaventi! Eccola qua, farfalletta...

– Povera bestiola, non farla patire: staccale subito la testa; se no, rientra... Fatto?

– Fatto, eccellenza. Eccola qua.

– No, no, che fai? non me la mostrare, poverina! Farfalletta era? proprio farfalletta? Povera bestiolina... Ma chi gliel’aveva detto d’entrare? Con tanta bella campagna fuori... Ah, avessi io le ali, avessi io le ali!

Come dire che, senza pensarci due volte, se ne sarebbe volata via.

Don Ippolito, per quanto urtato e disgustato, la aveva lasciata fare e dire. Ma una sera, finalmente, non s’era più potuto tenere. Erano tutti e due seduti discosti sul terrazzo. Egli aspettava che su dalle chiome dense degli olivi, sorgenti sul pendìo della collina dietro la ripa, spuntasse la luna piena, per rinnovare in sé una cara, antica impressione. Gli pareva, ogni volta, che la luna piena, affacciandosi dalle chiome di quegli olivi allo spettacolo della vasta campagna sottostante e del mare lontano, ancora dopo tanti secoli restasse compresa di sgomento e di stupore, mirando giù piani deserti e silenziosi dove prima sorgeva una delle più splendide e fastose città del mondo. Ora la luna stava per sorgere, s’intravvedeva già di tra il brulichìo dei cimoli argentei degli olivi, e don Ippolito disponeva la sua malinconia attonita e ansiosa a ricevere l’antica impressione insieme con tutta la campagna, ove era un sommesso e misterioso scampanellìo di grilli e gemeva a tratti un assiolo, quando, all’improvviso, dalla casermuccia sul greppo dello Sperone, era scoppiato a rompere, a fracassare quell’incanto, il suono stridulo e sguajato del fischietto di canna di capitan Sciaralla. Donna Adelaide s’era messa a battere le mani, festante.

– Oh bello! Oh bravo il capitano che ci fa la sonatina!

Don Ippolito era balzato in piedi, fremente d’ira e di sdegno, s’era turati gli orecchi, gridando esasperato:

– Maledetti! maledetti! maledetti!

E, afferrando per le spalle Pertichino e scrollandolo furiosamente, gli aveva ingiunto di correre a gridare a quella canaglia dal ciglio del burrone dirimpetto, che smettesse subito.

– E poi, fuori di qua! fuori dai piedi! Non voglio più vederti! Chi ha qua fastidio delle mosche se le cacci da sé! zitta, da sé! Sono stanco, sono stufo di tutte queste volgarità che mi tolgono il respiro! Basta! basta! basta!

Ed era scappato via dal terrazzo, con gli occhi strizzati e le mani su le tempie.

Fortuna che, pochi giorni dopo, s’era presentato alla villa don Salesio Marullo, con un viso sparuto e quasi affumicato, guardingo e sgomento, a chiedere ajuto e ospitalità. Era diventato, fin dal primo giorno, cavaliere di compagnia di donna Adelaide, la quale credette che gliel’avesse mandato Iddio.

– Don Salesio, per carità, mangiate! Per carità, don Salesio, rimettetevi subito! Subito, Pertichino, due altri ovetti a don Salesio!

S’era messa a ingozzarlo come un pollo d’India prima di Natale. Il povero gentiluomo, ridotto una larva, non aveva saputo opporre alcuna resistenza; aveva ingollato, ingollato, ingollato tutto ciò che gli era stato messo davanti, e quasi in bocca, a manate; poi... eh, poi l’aveva scontato con tremende coliche e disturbi viscerali d’ogni genere, per cui, nel bel mezzo d’uno svago o d’un passatempo concertato con capitan Sciaralla per distrarre la principessa, si faceva in volto di tanti colori e alla fine doveva scappare, non è a dire con quanta sofferenza della sua dignità, per quanto ormai intisichita.

Ma donna Adelaide ne gongolava. Non potendo nulla contro quella del principe suo marito, per vendetta s’era gettata a fare strazio d’ogni dignità mascolina che le si parasse davanti: anche di quella di Sciaralla il capitano. Aveva trovato per caso tra le carte della scrivania, nella stanza del segretario Lisi Prèola, una vecchia poesia manoscritta contro il capitano, dove tra l’altro era detto:

Oppur vai, don Chisciottino,

all’assalto d’un molino?

od a caccia di lumache

t’avventuri col mattino,

così rosso nelle brache,

nel giubbon così turchino,

Sciarallino, Sciarallino?

E un giorno, ch’era piovuto a dirotto, appena cessata la pioggia, era scesa nello spiazzo sotto il corpo di guardia dove «i militari» facevano le esercitazioni, e chiamando misteriosamente in disparte capitan Sciaralla, gli aveva ordinato di mandare i suoi uomini, con la zappetta in una mano e un corbellino nell’altra, in cerca di babbaluceddi, ossia delle lumachelle che dopo quell’acquata dovevano essere schiumate dalla terra.

Il povero capitano, a quell’ordine, era rimasto basito.

Come dare militarmente un siffatto comando ai suoi uomini? Perché donna Adelaide, per metterlo alla prova, aveva preteso che quella cerca di lumache avesse tutta l’aria d’una spedizione militare.

– Eccellenza, e come faccio?

– Perché?

– Se perdiamo il prestigio, eccellenza...

– Che prestigio?

– Ma... capirà, io debbo comandare... e in momenti come questi…

– Io voglio i babbaluceddi.

– Sì, eccellenza... piú tardi, quando rompo le file...

– Quando rompete... che cosa?

– Le file, eccellenza.

– No no! E allora finisce il bello, che c’entra! Io voglio babbaleddi militari!

E non c’era stato verso di farla recedere da quella tirannia capricciosa. Con quali effetti per la disciplina, Sciaralla il giorno dopo lo aveva lasciato considerare amaramente a don Salesio Marullo, già da un pezzo messo a parte della sua costernazione per le notizie che arrivavano da tutta la Sicilia, del gran fermento dei Fasci, a cui pareva non potessero più tener testa né la polizia, né la milizia, «quella vera».

– Capissero almeno che qua siamo anche noi contro il governo... Ma no, caro sì–don Salesio: perché sono una lega, non tanto contro il governo, quanto contro la proprietà, capisce?

– Capisco, capisco...

– Vogliono le terre! E se, cacciati dalle città, si buttano nelle campagne? Quattro gatti siamo... E più diamo all’occhio, perché figuriamo in assetto di guerra, capisce?

– Capisco, capisco.

– Qua, così armati, diciamo quasi noi stessi che c’è pericolo; sfidiamo l’assalto; siamo come un piccolo stato, a cui si può fare benissimo una guerra a parte, mi spiego? E domani il prefetto un’offesa a noi sa come la prenderebbe? come una giusta retribuzione. Guarderà gli altri, e per noi dirà: «Ah, S. E. il principe di Laurentano, vuol fare il re, con la sua milizia? Bene, e ora si difenda da sé!» Ma con che ci difendiamo noi? Me lo dica lei... Che roba è questa?

– Piano... eh, con le armi...

– Armi? Non mi faccia ridere! Armi, queste? Ma quando si vuol tener gente così... e vestita, dico, lei mi vede... coraggio ci vuole, creda, coraggio a indossare in tempi come questi un abito che strilla così... e io mi sento scolorir la faccia, quando mi guardo addosso il rosso di questi calzoni. Dico, sì–don Salesio, che scherziamo? Quando, dico, si sta sul puntiglio di non volersi abbassare a nessuno...

– Forse, – suggeriva, esitante, don Salesio, – sarebbe prudente raccogliere...

– Altra gente? E chi? Sarebbe questo il mio piano! Ma chi? I contadini? E se sono anch’essi della lega? I nemici in casa?

– Già... già...

– Ma che! L’unica, sa quale sarebbe?...

A voce, non lo disse: con due dita si prese sul petto la giubba; guardingo, la scosse un poco; poi, quasi di furto, fece altri due gesti che significavano: ripiegarla e riporla, e subito domandò:

– Che? No? Lei dice di no?

Don Salesio si strinse nelle spalle:

– Dico che il principe... forse...

– Eh già, perché non deve portarla lui! Sì–don Salesìo, il cielo s’incaverna, s’incaverna sempre più da ogni parte; e i primi fulmini li attireremo noi qua, con questi ferracci in mano, vedrà se sbaglio!

Scoppiò difatti il fulmine, e terribile, pochi giorni dopo, e fu la notizia dell’eccidio d’Aragona. Parve che scoppiasse proprio su Colimbètra, poiché lì, per combinazione, sotto lo stesso tetto si trovarono il padre dell’autore principale dell’eccidio, cioè il segretario Lisi Prèola, e il patrigno della vittima, il povero don Salesio. E lo sbigottimento e l’orrore crebbero ancor più, allorché da Rona, come il rimbombo di quel fulmine caduto così da presso, giunse l’altra notizia dell’impazzimento di Dianella.

Donna Adelaide, colpita ora direttamente dalla sciagura, lasciò d’accoppare con la sua fragorosa e affannosa carità don Salesio e si mise a strillare per conto suo che, con Dianella impazzita a causa di quell’eccidio, non era più possibile che rimanesse lì a Colimbètra il padre dell’assassino! E il principe, per farla tacere, quantunque stimasse ingiusto incrudelire su quel vecchio già atterrato dalla colpa nefanda del figlio, si vide costretto a mandarlo via dalla villa, con un assegno. Prima d’andare, il Prèola, strascicandosi a stento, col grosso capo venoso e inteschiato ciondoloni, volle baciar la mano anche alla signora principessa e le disse che volentieri offriva ai suoi padroni, per il delitto del figlio, la penitenza di lasciare dopo trentatré anni il servizio in quella casa, compiuto con tanto amore e tanta devozione. Donna Adelaide, commossa e pentita, cominciò a dare in ismanie e chiamò innanzi a Dio responsabile il principe del suo rimorso per l’ingiusta punizione di quel povero vecchio; sì, il principe, sì, per l’orgasmo continuo in cui la teneva, così che ella non sapeva più quel che si volesse e, pur di darsi uno sfogo, diceva e faceva cose contrarie alla sua natura. Le sue smanie divennero più furiose che mai, come seppe ch’erano ritornati da Roma suo fratello Flaminio e Dianella. A monsignor Montoro, sceso a Colimbètra in visita di condoglianza per la morte di donna Caterina, domandò con gli occhi gonfii dal pianto, se gli pareva umano che le si proibisse d’andare a vedere e assistere la nipote, a cui aveva fatto da madre!

Don Ippolito, in quel momento, non era in villa. S’era recato al camposanto di Bonamorone, poco discosto da Colimbètra, a pregare su la fossa della sorella. Quando entrò, scuro, nel salone, finse di non vedere il pianto della moglie, e al vescovo che gli si fece innanzi compunto e con le mani tese, disse:

– È morta disperata, Monsignore. Disperata. Il figlio in carcere, compromesso con tanti altri di questi patrioti, nella frode delle banche. E quel Selmi venuto qua padrino avversario del Capolino, ha saputo? s’è ucciso. Scontano tutti le loro belle imprese! È lo sfacelo, Monsignore! Dio abbia pietà dei morti. Io mi sento il cuore così arso di sdegno, che non m’è stato possibile pregare. Un fremito ai ginocchi m’ha fatto levare dalla fossa della mia povera sorella, e mi sono domandato se questo era il momento di pregare e di piangere, o non piuttosto d’agire, Monsignore! Ma dobbiamo proprio rimanere inerti, mentre tutto si sfascia e le popolazioni insorgono? Ha sentito, ha letto nei giornali? Le folle hanno un bell’essere incitate da predicazioni anarchiche; scendendo in piazza a gridare contro la gravezza delle tasse, recano ancora con sé il Crocefisso e le immagini dei Santi!

– Anche quelle, però, del re e della regina, don Ippolito, – gli fece osservare amaramente Monsignore.

– Per disarmare i soldati, queste! – rispose pronto don Ippolito. – Il segno che l’animo del popolo è ancora con noi, è in quelle! è chiaro in quelle! Sa che mio figlio è in Sicilia?

Monsignore chinò il capo più volte con mesta gravità, credendo che il principe gli avesse fatto quella domanda per chiamarlo a parte d’un dispiacere.

– Ha viaggiato insieme con don Flaminio, – aggiunse con un sospiro, – e con la povera figliuola.

Donna Adelaide ruppe in nuovi e più forti singhiozzi. Don Ippolito pestò un piede rabbiosamente.

– Bisogna vincere i proprii dolori, – disse con fierezza – e guardar oltre! Saper vivere per qualche cosa che stia sopra alle nostre miserie quotidiane e a tutte le afflizioni che ci procaccia la vita! Io ho scritto a mio figlio, Monsignore, e ho fatto anche chiamare il Capolino per proporgli d’andare ad abboccarsi con lui, se fosse possibile venire a qualche intesa...

– Ma come, don Ippolito? – esclamò, con stupore e afflizione, Monsignore. – Con quelli che gli hanno or ora assassinato barbaramente la moglie?

Don Ippolito tornò a pestare un piede sul tappeto, strinse e scosse le pugna, e col volto levato e atteggiato di sdegno, fremette:

– Schiavitù! schiavitù! schiavitù! Ah se io non fossi inchiodato qui!

– Ma che siamo sbanditi? davvero sbanditi? – domandò allora, tra le lagrime, donna Adelaide, rivolta al vescovo. – Chi ci proibisce d’uscire di qui, d’andare dove ci pare, Monsignore?

– Chi? – gridò don Ippolito, volgendosi di scatto, col volto scolorito dall’ira.– Non lo sapete ancora? Monsignore, non ha posto lei chiaramente i patti di queste mie nuove nozze sciagurate? Come non sa ancora costei chi ci proibisce d’uscire di qui?

– Ma in un caso come questo! – gemette donna Adelaide. – Vado io sola! Egli può restare! Santo Dio, ci vuole anche un po’ di cuore, ci vuole!

Monsignor Montoro la supplicò con le mani di tacere, d’usar prudenza. Don Ippolito si portò e si premette forte le mani sul volto, a lungo; poi mostrando un’aria al tutto cangiata, di profonda amarezza, di profondo avvilimento, disse:

– Monsignore, procuri d’indurre mio cognato a portar qui la figliuola, presso la zia. Forse la quiete, la novità del luogo le potranno far bene.

– Ah, qui? davvero qui? Ah se viene qui... – proruppe allora con furia di giubilo donna Adelaide, dimenandosi, quasi ballando sulla seggiola. – Sì, sì, sì, Monsignore mio. Sente? lo dice lui! La faccia venire qui, Monsignore, subito subito, qui, la mia povera figliuola!

Lieto della concessione, Monsignore parò le candide mani paffute ad arrestare quella furia:

– Aspettate... permettete? Ecco... vi devo dire... oh, una cosa che mi ha tanto, tanto intenerito... Qua, sì... ma aspettate... vedrete che è meglio lasciare per ora a Girgenti la povera figliuola... Forse abbiamo un mezzo per guarirla. Sì, ecco, l’altro jer sera, sapete chi è venuto a trovarmi al vescovado? Il De Vincentis, quel povero Ninì De Vincentis innamorato da lungo tempo della ragazza, lo sapete. Caro giovine! Oh se l’aveste veduto! In uno stato, vi assicuro, che faceva pietà. Si mise a piangere, a piangere perdutamente, e mi pregò, mi scongiurò di dire a don Flaminio che si fidasse di lui e lo mettesse accanto alla ragazza, ché egli col suo amore, con la sua calda pietà insistente sperava di scuoterla, di richiamarla alla ragione, alla vita. Ebbene, che ne dite?

– Magari! – esclamò donna Adelaide. – E Flaminio? Flaminio?

– Ho fatto subito, jeri mattina, l’ambasciata, – rispose Monsignore. – E don Flaminio, che conosce il cuore, la gentilezza e l’onestà illibata del giovine, ha accettato la proposta, promettendo al De Vincentis che la figliuola sarà sua se farà il miracolo di guarirla. Ora il giovine è lì, presso la povera figliuola. Lasciamola stare, donna Adelaide, e preghiamo Iddio insieme, che il miracolo si compia!

Con questa esortazione, monsignor Montoro tolse commiato. Per le scale disse a don Ippolito che aveva in animo di mandare una pastorale ai fedeli della diocesi, e che fra qualche giorno sarebbe venuto a fargliela sentire, prima di mandarla. Don Ippolito aprì le braccia e, appena il vescovo partì con la vettura, andò a rinchiudersi nelle sale del Museo.

Donna Adelaide rimase a piangere, prima di tenerezza per quell’atto del povero Ninì, poi per disperazione, poiché sapeva purtroppo in che conto la nipote tenesse un tempo quel giovine. Forse, se anche lei avesse potuto esserle accanto, a persuaderla... chi sa! E cominciò a fremere di nuovo e a struggersi tra le smanie e a sentirsi divorata dalla rabbia per quella barbarie del principe, che la costringeva a star lì. E perché poi? che cosa rappresentava, che cosa stava a far lì, lei? No, no, no; voleva andar via, scappare, fuggire, o sarebbe anch’essa impazzita! Decise di scrivere al fratello, scongiurandolo di venir subito a riprendersela, a liberarla da quella galera, o con le buone o con le cattive.

Lieto della chiamata del principe di Laurentano, Ignazio Capolino si disponeva a scendere a Colimbètra, quando nella saletta d’ingresso udì la vecchia serva respingere sgarbatamente qualcuno, che chiedeva di lui. Si fece avanti, sporse il capo a guardare, vide due donne vestite di nero, con uno scialle pur nero in capo, stretto attorno al viso pallido e smunto. Erano le due figliuole del Pigna, Mita e Annicchia.

Capolino, come intese il nome, le fece entrare nel salotto e, dopo averle costrette a sedere, domandò loro che cosa desiderassero. Per pudore della loro miseria e per sostenere con dignità il cordoglio, resistevano entrambe alla commozione irrompente. Lo sforzo che facevano per non piangere, intanto, e la suggezione, impedivano la voce. E tutte e due stropicciavano forte, sotto lo scialle nero, il pollice della mano sinistra sulla costa dell’ultima falange dell’indice, ottusa, incallita, annerita e bucherata dall’assiduo passaggio dell’ago e del filo, quasi che soltanto nella sensibilità perduta di quel dito potessero trovar la forza e il coraggio di parlare. Alla fine, Mita, levando appena gli occhi offuscati, riuscì a dire:

– Signor deputato, siamo venute a pregarla...

E l’altra subito suggerì, corresse:

– Le diamo l’incomodo... col dolore che deve avere in sé...

– Dite, dite pure, – le esortò Capolino. – Sono qua ad ascoltarvi.

– Sissignore, ecco... Vossignoria saprà, – riprese Mita facendosi improvvisamente rossa in viso, – che nostro padre e il Lizio, che è...

SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 Marito d’una nostra sorella, – tornò a suggerire Annicchia.

Mita le rivolse con gli occhi un pietoso rimprovero.

– Sono stati arrestati, signor deputato!

– Innocenti, signor deputato, innocenti!

– Siamo testimonie noi, che non sapevano nulla, proprio nulla del fatto...

Capolino, confuso tra l’ansia affannosa e incalzante con cui le due sorelle ora parlavano, domandò:

– Di qual fatto?

– Come! – fece Mita. – Del fatto, che vossignoria, purtroppo...

– Oh Signore! – esclamò Annicchia. – Ce ne trema ancora il cuore.

E Mita riprese:

– Sono stati arrestati anch’essi, innocenti come Cristo... Siamo testimonie noi, che sono rimasti sbalorditi e senza fiato, quando se ne sparse la notizia; non sapevano nulla di nulla...

– E vossignoria può credere, – aggiunse Annicchia, – che non avremmo avuto il coraggio di venire qua a parlarne a vossignoria, se non fossimo più che sicure che sono innocenti...

E Mita con gli occhi bassi, tremante:

– La sua signora, disse, noi l’abbiamo servìta e sappiamo quant’era buona... signora affabile... e bella, oh quant’era bella... che pena!

Capolino strizzò gli occhi, si torse un po’ sulla seggiola, e domandò con voce grossa:

Avete avuto una perquisizione in casa?

Sissignore, – risposero a una voce le due sorelle. Seguitò Mita: Guardie, delegati, giudici... come tanti diavoli.. hanno messo tutto sossopra..

E che hanno trovato?

Niente!

Oh Maria, proprio niente... Qualche lettera... giornali... l’elenco dei socii.

Socii per modo di dire... non veniva nessuno...

Libri... carte... si son portato via tutto... anche un capo di biancheria, signor deputato, con una goccia di sangue che m’ero fatto io, qua al dito, cucendo...

Capolino si strinse la bocca con una mano sotto il naso, e rimase un pezzo accigliato, a pensare; poi disse:

– Se non verrà fuori qualche compromissione...

– Ah, nossignore! – esclamò subito Mita. – Col fatto per cui sono stati arrestati, nessuna; certo nessuna! Vossignoria può crederlo...

– Non saremmo venute da vossignoria... – ripeté Annicchia.

Capolino tese le mani per fermarle, si raccolse di nuovo a pensare.

– Sapete, – poi domandò – che io non sono benvisto dall’autorità? Sapete che, per scusare trenta e più anni di malgoverno, si vuol far credere che tutti questi torbidi in Sicilia siano suscitati sotto sotto dal partito clericale, a cui io appartengo?

– Vossignoria... ma come! disse Annicchia, con le mani giunte. – Se vossignoria ha avuto... se a vossignoria...

– Tanto più! Tanto più! – troncò Capolino. – Diranno: «Ecco, vedete che c’è l’accordo? Il cuore è una cosa; la politica, un’altra! Viene lui, lui stesso, a intercedere per gli arrestati». Così diranno!

Le due sorelle restarono smarrite, oppresse.

– E come si può credere una tal cosa?... – domandò.

– Ma non la credono affatto! – rispose con un sorriso di sdegno Capolino. – Fingono di credere! È la loro scusa. E io, andando, voi lo capite, farei il loro gioco, senza ottenere nulla per voi. Proprio cosí! Anche nel 1866, che voi altre non eravate neppur nate, la sommossa popolare a causa delle iniquità politiche e amministrative, fu addebitata a questo capro espiatorio del partito clericale. È la scusa più comoda, per i governanti, e di sicuro effetto!

Le due sorelle rimasero un pezzo in silenzio, assorte, quasi a veder la speranza che le aveva condotte lì, rintanarsi nella pena, cacciata da una ragione inattesa che non riuscivano a intendere chiaramente.

– C’eravamo figurate, – disse poi Mita, – che se vossignoria avesse detto una parola... non solo di fronte all’autorità... ma anche per il paese... Viviamo del lavoro che facciamo noi due, io e questa mia sorella... Nessuno ce ne vuol più dare adesso, perché tutti, per quest’arresto, credono che nostro padre e nostro cognato siano complici nel fatto che giustamente ha indignato tutto il paese... Ora, se vossignoria, che è stato più di tutti offeso, dice una parola... l’innocenza...

– E c’è anche questo, signor deputato! – proruppe Annicchia, non riuscendo più a trattenere le lagrime, – che nostra sorella, signor deputato, quando sono venute le guardie ad arrestare il marito e nostro padre, aveva il bambinello attaccato al petto. Le si è attossicato il latte, signor deputato; e ora il bambino sta morendo, e non sappiamo come curarlo; e nostra sorella pare impazzita per il figlio che le muore, col padre in carcere! Siamo rimaste cinque sorelle in casa; ci volgiamo da tutte le parti e non sappiamo che ajuto darle... Per questo siamo venute qua, a supplicarla, signor deputato!

Capolino s’alzò, come sospinto dalla commozione.

– Vedrò... vedrò di fare qualche cosa… – disse. – Datemi un po’ di tempo... Bisogna che veda.. per la mia... dico per la mia responsabilità politica... Il cuore, ve l’ho detto, è una cosa; la politica, un’altra... Ma vedrò... non m’impegno... Quietatevi, quietatevi... e coraggio, figliuole mie... È un momento orribile per tutti, credete... e nessuno riesce a vederci uno scampo...

Le accompagnò, così dicendo, fino alla saletta d’ingresso non volle scuse né ringraziamenti; richiuse pian piano la porta alle loro spalle.

Pur senz’alcuna fiducia in quella vaga promessa d’ajuto, le due sorelle, appena uscite su la via, provarono un certo sollievo per il passo che avevano fatto, quasi un’ebbrezza d’aver saputo parlare, per cui si sentirono alquanto riconfortate. Ma presto, pensando al luogo ove erano avviate, ricaddero nell’avvilimento d’una vergogna scottante. Si recavano alla Posta a riscuotere un po’ di denaro che Celsina aveva mandato da Roma, e di cui non sapevano che pensare… E altro danaro in quei giorni, poco, oh poco, e frutto d’un’altra vergogna ben nota, veniva dalla sorella maggiore, da Rosa, a quelle loro povere mani logorate dal lavoro e ora forzate dall’ozio, forzate ad accogliere il tristo peso di quei soccorsi non chiesti.

Che agli occhi altrui figurasse d’andare a Colimbètra non di sua volontà, ma chiamato, piaceva molto a Capolino. Era là, adesso, appesa al ramo una pera, rimasta un tempo acerba alla sua brama; ma che ora, a quanto poteva congetturare da notizie recenti, doveva esser più che matura, lì lì per cadere a una scrollatina cauta e ardita della sua mano. Sarebbe stato questo, il perfetto compimento della sua vendetta! E tutto pareva meravigliosamente preordinato perché si compisse presto e bene. Adelaide Salvo figurava nubile tuttora davanti allo stato civile. L’avrebbe spinta a fuggire con lui a Roma, a riparare in casa della sorella Rosa. Prudentemente, per raffermar bene il suo diritto di salvatore, si sarebbe prima trattenuto alcuni giorni a Napoli con lei che, poverina, doveva aver tanto bisogno di quegli svaghi che solamente una città come Napoli poteva offrirle. A Roma, si poteva senza chiasso contrar le nozze civili. Francesco Vella avrebbe trovato modo di farlo entrare in qualità d’avvocato consulente nell’amministrazione delle ferrovie; e non era detto che non dovesse piacergli che egli, divenuto di nuovo suo cognato, restasse con quella medaglietta ciondolante sul panciotto. Col tempo anche Flaminio Salvo, per intercessione di don Francesco e di donna Rosa, si sarebbe forse placato e non gli avrebbe attraversato la via. Il vero punto, adesso era persuadere Adelaide d’affrontar lo scandalo della fuga, in quel momento sciagurato della pazzia della nipote. Ma monsignor Montoro gli aveva detto che il principe proibiva assolutamente alla moglie di recarsi a Girgenti anche per una visita in casa del fratello. Un’altra congiuntura maravigliosamente propizia era nell’opera pietosa offerta da quel caro Ninì De Vincentis alla povera ragazza. Che se Dianella fosse stata portata a Colimbètra presso la zia come il principe aveva proposto, altro che pensare alla fuga, egli non avrebbe potuto più neanche mettervi il piede! Ma poteva bastare ad Adelaide questa vaga speranza, questa magra consolazione da lontano, di sapere inginocchiato innanzi alla nipote demente quel povero San Luigi? In fondo tutto quell’ardore, per quanto sincero, di visitare la nipote, doveva essere un pretesto per uscir da Colimbètra. Le ragioni delle sue smanie perduravano tutte, esacerbate per giunta da quella proibizione. Né Flaminio Salvo si sarebbe mai indotto a persuadere il principe di concedere alla sorella quell’uscita. Bisognava insistere su questo punto, dimostrare ad Adelaide che il fratello non era uomo da venir meno ai patti stabiliti col principe per nessuna considerazione; cosicché ella, perduta ogni speranza nell’ajuto del fratello e vedendosi condannata a struggersi lì nel dispetto e nella noja, non vedesse più altro scampo che in lui, e trovasse nella disperazione il coraggio della fuga.

Questi pensieri e ricordi e propositi rivolgeva in sé Capolino, scendendo da Girgenti a Colimbètra in vettura. Ma non gli suscitavano dentro né ansia, né calore. Avvertiva anzi una frigidità nauseosa, come se la vita gli si fosse rassegata; sentiva che quella sua vendetta era per cose che restavano indietro nel tempo, irrevocabili, e già morte nel cuore, e che però non ne avrebbe avuto né gioja, né promessa di bene per l’avvenire. Vendicava uno che, un giorno, era stato respinto da Adelaide Salvo; ma era più ormai quell’uno? Tante cose non avrebbero dovuto accadere, che purtroppo erano accadute, e di cui sentiva in sé, nel cuore, il peso morto, perché avesse ora qualche gioja della sua vendetta. E appunto tutte queste cose morte gliela rendevano cosí facile. Ecco perché sentiva quella frigidità nauseosa. In Nicoletta Spoto aveva potuto trovare un certo compenso, un rinfranco alla nausea della sua abiezione, per quella e con quella, valeva quasi la pena d’esser vile... Ma suscitare adesso un nuovo scandalo, fare un affronto a un uomo come don Ippolito Laurentano, per Adelaide Salvo... Forse però, in fin dei conti, sarebbe stato anche un sollievo per don Ippolito portargli via quella moglie! Sul momento, l’amor proprio ne avrebbe un po’ sofferto; ma non era male che a lui così favorito sempre dalla sorte, bello, nobile, ricco, che aveva potuto prendersi il gusto e la soddisfazione di tener sempre alta la fronte, la sorte stessa, ora, all’ultimo, con la mano di lui Capolino, allungasse uno scappellotto, così di passata.

Ancora un’altra agevolazione, e questa davvero inaspettata, e tale da fargli quasi cader le braccia, trovò, appena arrivato alla villa. Don Ippolito, sdegnato da un canto dalla sfiducia del vescovo, dall’altra al tutto disilluso dalla risposta di Lando, arrivatagli la sera avanti da Palermo, circa la possibilità di venire a un accordo col partito clericale, s’era rifugiato, come in tante altre occasioni bisognoso di conforto, nel culto delle antiche memorie, nell’opera da lungo tempo intrapresa sulla topografia akragantina.

Come per l’acropoli, così per l’emporio d’Akragante, s’era messo contro tutti i topografi vecchi e nuovi, che lo designavano alla foce dell’Hypsas. Quivi egli invece sosteneva che fosse soltanto un approdo, e che l’emporio, il vero emporio, Akragante, come altre antiche città greche non poste propriamente sul mare, lo avesse lontano, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro ricovero alle navi: Atene, al Pireo; Megara attica, al Niseo; Megara sicula, allo Xiphonio. Ora, qual era l’insenatura piú vicina ad Akragante? Era la così detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere.

Ebbene là, dunque, nella Cala della Junca, doveva essere l’emporio akragantino.

A questa conclusione era arrivato con la scorta d’un antico leggendario di Santa Agrippina. Ed era lieto e soddisfatto di una pagina che aveva trovato modo d’inserire nell’arida discussione topografica, per descrivere il viaggio delle tre vergini Bassa, Paola e Agatonica, che avevano recato per mare da Roma il corpo della santa martire dell’imperatore Valeriano. Non era dubbio che le tre vergini fossero approdate col corpo della santa alla spiaggia agrigentina, in un luogo detto Lithos in greco e Petra in latino, quello stesso oggi chiamato Petra Patella, o Punta Bianca. Orbene, nell’antico agiografo si leggeva che al momento dell’approdo delle tre vergini un monaco che usciva dal monastero di Santo Stefano nel villaggio di Tyro presso l’emporio, avviato ad Agrigento, s’era fermato, attratto dal soave odore che emanava dal corpo della santa, ed era poi corso alla città ad annunziare quel prodigio al vescovo San Gregorio. Se, come volevano i vecchi e nuovi topografi, l’emporio era alla foce dell’Hypsas, e dunque pur lì il vicus di Tyro e il monastero di Santo Stefano, come mai quel monaco, avviato ad Agrigento, s’era potuto imbattere a Punta Bianca nelle tre vergini che approdavano col corpo della santa martire? Era del tutto inammissibile. Il monastero di Santo Stefano di Tyro doveva esser lì, presso Punta Bianca, e dunque pur lì l’emporio. E la prova piú convincente era nel nome di quel villaggio, uguale a quello della grande città fenicia: Tyro. Questo nome probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi al tempo del loro attivo commercio con gli Akragantini, e tale per qualche monte che doveva sorgere presso il villaggio: tur, difatti, in fenicio significa monte. Ne sorgeva forse qualcuno presso la foce dell’Hypsas? No; il monte, designato anzi come per antonomasia il Monte Grande, sorge là appunto, presso Punta Bianca, e domina la Cala della Junca.

Don Ippolito, quella mattina per tempissimo, s’era recato a cavallo, con la scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini, a visitar più attentamente quei luoghi, e in ispecie la costa di quel Monte Grande, nella contrada detta Litrasi, ove sono certi loculi creduti da alcuni topografi tombe fenicie, ma che a lui parevano molto più recenti e disposti e scavati in uno stile uso in Sicilia al tempo del basso impero, sicché potevano risalire agli anni del vescovado di San Gregorio, cioè al tempo che colà erano sbarcate le tre fedeli vergini Bassa, Paola e Agatonica con la salma odorosa della santa martire Agrippina.

Di ritorno, benché da ogni parte gli si stendessero amenissimi allo sguardo nel tepore quasi primaverile immensi tappeti vellutati di verzura, qua dorati dal sole, là vaporosi di violente ombre violacee, sotto il turchino intenso e ardente del cielo, don Ippolito, guardando le sue mani appoggiate su l’arcione della sella, non aveva pensato più ad altro che alla morte, alla sua scomparsa da quei luoghi, che ormai non doveva essere lontana. Ma contemplata così, sotto quel sole, in mezzo a tutto quel verde, mentre il corpo si dondolava ai movimenti uguali della placida cavalcatura, la morte non gli aveva ispirato orrore, bensì un’alta serenità soffusa di rammarico e insieme di compiacenza, per la gentilezza e la nobiltà dei pensieri e delle cure, di cui aveva sempre intessuto la sua vita in quei luoghi cari, a cui tra poco avrebbe dato l’ultimo addio. E s’era immerso a lungo in quel sentimento nuovo di serenità, come per mondarsi del terrore angoscioso ch’essa, la morte, gli aveva cagionato finora, e a cui doveva quelle indegne sue seconde nozze che avevano profanato il decoro della sua vecchiezza, l’austerità del suo esilio.

Poco dopo mezzogiorno, rientrando a Colimbètra, stanco della lunga cavalcata, sorprese nel salone Capolino e donna Adelaide in fitto colloquio: questa, accesa e in lacrime; quello, pallido e in fervida agitazione. si fermò su la soglia, con un piglio più di nausea che di sdegno.

– Oh, principe... – fece subito Capolino, levandosi in piedi, smarrito.

– State, state... – disse don Ippolito, protendendo una mano, più per impedirgli d’accostarsi, che per fargli cenno di restar seduto. – Non vi chiedo scusa del ritardo, perché la signora, vedo... mi avrà dipinto anche a voi per un così barbaro uomo, che non vi sarete doluto se vi è mancata finora la mia compagnia...

– No... la... la principessa... veramente... – barbugliò Capolino.

Don Ippolito s’impostò fieramente e disse con accigliata freddezza:

– Può andare, se vuole. Ma sappia che ciò che oggi le impedisce di uscire dal cancello della mia villa, le impedirà domani di rientrarvi. E ora seguitate pure la vostra conversazione.

Si mosse per uscire dal salone. Capolino tentò di sostenere, innanzi alla donna, la sua dignità maschile, e gli disse dietro, quasi con aria di sfida, ma che poteva anche parer di scusa:

– Voi, principe, mi avete fatto chiamare...

Don Ippolito, già arrivato all’uscio, si voltò appena, tenendo scostata con la mano la portiera:

– Oh, per una cosa da nulla, – disse. – Ormai... ubbie! ubbie!

E passò, lasciando ricadere la portiera.

– La risposta... la risposta... – proruppe subito donna Adelaide, alzandosi soffocata e con gli occhi tumidi e insanguati dal pianto, – aspetto fino a domani la risposta, o che venga lui qua a dirmi se debbo proprio crepare e farmi pestar la faccia cosí

– Ma certo! ma certo! ma certo! – ribatté Capolino, andandole dietro. – Come vuoi che Flaminio ti dica...

– Me lo deve dire! – lo interruppe lei, frenetica, mostrando i denti e le pugna. – Questo mi deve dire, con la sua bocca; e allora sì, allora sì, subito! faccio lo sproposito! sono pronta! faccio lo sproposito!

Entrò in quel punto Liborio, il cameriere favorito del principe, in preda a un’ansia spaventata, e restò un momento perplesso alla vista del pianto e dell’agitazione della signora.

– Eccellenza... Eccellenza... – disse, – il signor don Salesio...

– Che cos’è? – domandò con rabbia donna Adelaide. – Che vuole?

– Niente, eccellenza... pare che...

E Liborio alzò una mano a un gesto vago, di benedizione.

– Ah, fece allora donna Adelaide, – piantando duramente gli occhi in faccia a Capolino e restando un tratto a guardarlo accigliata e a bocca aperta, come per saper da lui se fosse bene o male, che giusto in quel punto quel poveretto morisse. – Meglio... meglio così! – esclamò poi, – meglio cosí, pover’uomo... Andiamo, Gnazio, andiamo a vederlo...

E corse dietro a Liborio, seguita da Capolino, frastornato e turbato.

– L’ho tenuto qua con me... – gli diceva, andando, – l’ho trattato... l’ho curato... Bella gente siete stati vojaltri, ad abbandonarlo così... povero vecchio... Meglio, meglio... si leva di patire... Anch’io l’ho trascurato in questi ultimi giorni... Assassini! Gli hanno dato il colpo di grazia... Ma anche lui però, bisogna dirlo, mangiava troppo... troppi dolci...

– Eh sì, eccellenza, – sospirò Liborio, – glielo dicevo anch’io... troppi...

– Piglia, piglia, Gnazio... m’è caduto il fazzoletto. Oh Bella Madre Santissima, che puzzo qui!

E si turò il naso con una mano, restando davanti alla soglia della cameretta in cui il povero vecchio moriva, sostenuto sul letto dal cuoco, accorso alla chiamata di Liborio. Trattenuti dall’orrore istintivo della morte, ma forse più dal ribrezzo per l’estrema magrezza di quel volto cartilaginoso, dai peli stinti, dai globi degli occhi già induriti sotto le pàlpebre semichiuse, donna Adelaide e Capolino stavano a guardare, ancora lì su la soglia, allorché videro la bocca del moribondo aprirsi, aprirsi sempre più, spalancarsi smisuratamente, come forzata con violenza crudele da una molla interna.

– Oh Dio! – gemette donna Adelaide. – Perché fa così?

Non aveva finito di dirlo, che da quella bocca springò fuori, di scatto, qualcosa, orribilmente. Donna Adelaide gettò un grido di raccapriccio e levò le mani quasi a riparo del volto. Liborio andò a guardare sul letto e, scorgendovi una dentiera aperta:

– Niente, eccellenza! – disse con un sorriso pietoso. – Ha finito di mangiare...

Il cuoco intanto adagiava sul cuscino il capo esanime del povero vecchio.

VII

Nella vasta sala sonora dell’antica cancelleria nel palazzo vescovile, dal tetro soffitto affrescato e coperto di polvere, dalle alte pareti dall’intonaco ingiallito, ingombre di vecchi ritratti di prelati, coperti anch’essi di polvere e di muffa, appesi qua e là senz’ordine sopra armarii e scansìe stinte e tarlate, si levò un brusìo d’approvazioni appena monsignor Montoro, con la sua bella voce dalle inflessioni misurate quasi soffuse di pura autorità protettrice, finì di leggere al capitolo della cattedrale e a molti altri canonici e beneficiali, lì apposta radunati, la pastorale ai reverendi parroci della diocesi su i luttuosi avvenimenti che funestavano la Sicilia e contristavano ogni cuor cristiano. Da un versetto di San Matteo, Monsignore aveva intitolato quella sua pastorale: Semper pauperes habetis vobiscum.

Era una giornataccia rigida e ventosa di gennajo; e più volte durante la lettura il vescovo e anche gli ascoltatori avevano rivolto gli occhi ai vetri dei finestroni che pareva volessero cedere alla furia urlante della libecciata. Tutta la lettura calma di quella mansueta omelìa aveva avuto l’accompagnamento sinistro di sibili acuti e veementi, di cupi, lunghi mugolìi che spesso avevano distratto più d’uno, diffondendo nella vasta sala vegliata da quei ritratti antichi impolverati e ammuffiti uno sbigottito rammarico della vanità di quella interminabile esercitazione oratoria.

Parecchi se n’erano stati a guardare attraverso uno di quei finestroni il terrazzino d’una vecchia casa dirimpetto, sul quale un povero matto pareva provasse chi sa che voluttà, forse quella del volo, esposto lì al vento furioso che gli faceva svolazzare attorno al corpo la coperta del letto, di lana gialla, posta su le spalle: rideva con tutto il viso squallido, e aveva negli occhi acuti, spiritati, come un lustro di lagrime, mentre gli scappavan via di qua e di là, come fiamme, le lunghe ciocche dei capelli rossigni. Quel poverino era il giovane fratello del canonico Batà, il quale si trovava anche lui nella sala, attentissimo in vista alla lettura del vescovo, ma dentro di sé assorto di certo in pensieri estranei che più volte lo avevano fatto gestire comicamente.

Terminata la lettura, quelli tra i più vecchi canonici che conoscevano meglio il debole del loro eccellentissimo vescovo s’affrettarono a circondar la tavola, innanzi alla quale egli stava seduto, per farsi ripetere chi una frase e chi un’altra fra le tante, di cui Monsignore, dal modo con cui le aveva proferite, era parso loro dovesse essere più contento e soddisfatto.

– Quella, quella dell’esercito di Satana, eccellenza, come dice?

– Allude alla massoneria, non è vero, vostra eccellenza? come dice?

E Monsignore, dentro gongolante, ma fuori con un’aria di stanca condiscendenza, abbassando su i chiari occhi ovati quelle sue pàlpebre lievi come veli di cipolla, e crollando il capo in segno di affermazione, e facendo cenno con la mano d’aspettare, cercava nel foglio e ripeteva:

– Malvagia e ria setta... malvagia e ria setta, che a suo architetto ha scelto il demonio, a gerofante il giudeo...

– Ah, ecco! A gerofante il giudeo! – esclamavano quelli. – Stupenda espressione, eccellenza! stupenda...

– Gagliarda... gagliarda...

– Ma che ventaccio, buon Dio! – riprendeva a lamentarsi il vescovo, afflitto, come d’un ingiusto compenso al merito di quella sua fatica.

I più giovani canonici, intanto, che piú di tutti avevano prestato ascolto alla lettura, si scambiavano tra loro occhiate di disgusto per quei vecchi e sciocchi piaggiatori, o di dolorosa rassegnazione per l’accoglienza che il popolo avrebbe fatto a quel vaniloquio che s’aggirava tutto quanto attorno a una non più ingenua che crudele domanda che i reverendi parroci avrebbero dovuto rivolgere ai poveri della diocesi: perché mai la miseria, che sempre era stata e sempre sarebbe stata, solamente ora perturbasse così gli animi e gli ordini e prorompesse in così deplorabili eccessi. Pareva ad alcuni di quei giovani prelati, che Monsignore avrebbe potuto almeno parafrasare per gli avvenimenti dell’isola l’enciclica recente di S. S. Leone XIII, De conditione opificum, nella quale era pur detto che i proprietarii dovessero cessare dall’usura aperta o palliata, e dal tener gli operaj in conto di schiavi, e dal trafficare sul bisogno dei miseri, invece di mostrarsi così avverso a coloro che «osavano attentare all’antica rigidità del diritto quiritario». Tanto più s’affliggevano del tono di quella pastorale del loro vescovo, in quanto che, proprio il giorno avanti, in difesa dei poveri Pompeo Agrò aveva pubblicato un fiero opuscolo, nel quale, dopo aver paragonato le condizioni della Sicilia a quelle dell’Irlanda, e messo in rilievo il linguaggio e l’atteggiamento assunti da illustri prelati cattolici, inglesi e americani, nelle questioni economiche e sociali del momento, aveva – quasi per sfida – citato l’insolente risposta del reverendo Mac Glynn, curato cattolico di New York, all’invito del suo vescovo di moderare la propaganda rivoluzionaria: «Ho sempre insegnato, Monsignore, e sempre insegnerò, fino all’ultimo respiro, che la terra è di diritto proprietà comune del popolo, e che il diritto di proprietà individuale sul suolo è opposto alla giustizia naturale, quantunque sancito dalle leggi civili e religiose!». Era quell’opuscolo dell’Agrò tutto un’acerba requisitoria contro l’ignoranza e l’accidia del clero siciliano. Ed ecco che, a un giorno di distanza, quella pastorale del loro vescovo veniva a darne la prova più schiacciante. Altri in crocchio si consigliavano, se non fosse prudente mandare più tardi, in segreto, qualcuno dei vecchi più accetti a Monsignore, per fargli notare a quattr’occhi anche l’inopportunità di quella pastorale, ora che in paese correva la voce che, per l’imperversare ovunque della bufera, fosse imminente se non di già avvenuta la proclamazione dello stato d’assedio in tutta la Sicilia. Si faceva anzi il nome d’un generale dell’esercito, nominato commissario straordinario con pieni poteri; quello stesso che, da alcuni giorni, era sbarcato a Palermo con un intero corpo d’armata. Si diceva che per prima cosa costui aveva fatto arrestare i membri del Comitato centrale dei Fasci, i quali la sera avanti avevano lanciato un proclama rivoluzionario ai lavoratori dell’isola.

– Sì, sì, eccolo... l’ho qua in tasca... è vero! è vero! – disse uno, misteriosamente. – Or ora, fuori, lo leggeremo...

Ma a frastornare e ad accrescere la curiosità ansiosa di quel crocchio, sopraggiunse in quel punto nella sala, più pallido del solito e anelante, il giovane segretario del vescovo, che recava evidentemente la conferma di quelle gravissime notizie. Si affollarono tutti attorno alla tavola.

– Proclamato?

– Sì, sì, lo stato d’assedio, proclamato; e ordinato il disarmo della popolazione.

– Anche il disarmo? Oh bene... bene...

– E arrestati i membri del Comitato centrale dei Fasci, in Palermo.

– Tutti?

– Non tutti; alcuni sono riusciti a fuggire. Tra questi si dice, anche il figlio del principe di Laurentano.

– Oh Dio, che sento! – gemette il vescovo. – Già... c’era anche lui!... Fuggito? Fuggito?

La notizia non era certa: molti asserivano che anche il Laurentano era stato arrestato. Subito, del resto, tutta la Sicilia sarebbe occupata militarmente, fin nelle più piccole borgate, cosicché anche quei fuggiaschi sarebbero presi e tratti in arresto.

– Oh Dio, che sento! oh Dio, che sento! – riprese a esclamare Monsignore. – Ma dunque... siamo davvero a questo?

Di nascosto, dalla tasca di quel giovine prelato venne fuori il proclama del Comitato, diffuso in gran copia su fogli volanti per tutte le città dell’isola; passò dall’uno all’altro attorno alla tavola; ma molti non sapevano che fosse, e ognuno, saputolo, si ricusava d’aprirlo e ne faceva passaggio al più presto, come se quella carta ripiegata e brancicata bruciasse o insudiciasse le mani, finché arrivò a quelle del giovine segretario che la spiegò e cominciò a leggerla forte alla presenza del vescovo, tra lo stupore e lo sgomento d’alcuni e i vivaci commenti o di derisione o d’indignazione degli altri.

Trattando come da potenza a potenza col Governo, il Comitato, in tono solenne, domandava a nome dei lavoratori della Sicilia: l’abolizione del dazio delle farine (– Eh, fin qui! –); un’inchiesta su le pubbliche amministrazioni, col concorso dei Fasci (– Oh bravi! Eh, scaltri... già! –); la sanzione legale dei patti colonici e minerarii deliberati nei congressi del partito socialista (– Come come? Sanzione legale? Eh già, legale! Il bollo governativo! –); la costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati o i beni comunali dello Stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti (e qui si scatenò una furia di proteste, una confusione di gridi, tra cui predominavano: – La spoliazione!... Briganti!... Roba di nessuno! – mentre il giovane segretario con la mano faceva cenno di tacere, ché c’era dell’altro, di meglio, di meglio, e ripeteva, leggendo nella carta: – Nonché... nonché... –); nonché l’espropriazione forzata dei latifondi, con la concessione temporanea agli espropriati di una lieve rendita annua (– Oh, troppo buoni! – Troppa grazia! – Che generosità! – Che degnazione! –); leggi sociali per il miglioramento economico e morale dei proletarii, e infine la bomba: stanziamento nel bilancio dello Stato della somma di venti milioni di lire per procedere alle spese necessarie all’esecuzione di queste domande, per l’acquisto degli strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, e per anticipare alimenti ai socii e porre le collettività in grado d’agire utilmente.

– Ma sono pazzi! ma sono pazzi! – proruppe, tra il baccano generale, Monsignore, levandosi in piedi. – Oh Signore Iddio, che tracotanza! Ma è certo, eh? è certo l’arrivo di questo corpo d’armata? è certo, eh? Qua non si scherza! Oh Dio! oh Dio!

Il giovine segretario s’affrettò a rassicurarlo, poi terminò la lettura del proclama che, concludendo, raccomandava la calma, perché coi moti isolati e convulsionarii non si sarebbero raggiunti benefizii duraturi, e ammoniva che dalle decisioni del governo si sarebbe tratta la norma della condotta da tenere.

Ma Monsignore, scartando con ambo le mani come superflue quelle raccomandazioni e quegli ammonimenti, ordinò al segretario subito di mandare a stampa la sua pastorale che certo sonerebbe gradita a quel Generale comandante il corpo d’armata; e sciolse la riunione per recarsi in fretta a Colimbètra a confortare il principe di Laurentano. Con lungo e strepitoso svolazzìo di tonache e di tabarri quella frotta di canonici, investita dal vento, discese dalle alture di San Gerlando a mescolarsi al subbuglio della città. Il matto, sul terrazzino, gridava, felice, agitando la coperta gialla, come per rispondere allo svolazzare di tutti quei tabarri neri.

Correndo a Colimbètra, monsignor Montoro non supponeva di certo che sentimenti molto simili a quelli espressi da lui con tanta untuosità letteraria nella sua pastorale agitavano l’animo d’uno di coloro ch’egli aveva poc’anzi chiamato pazzi. Al primo contatto diretto con quei così detti compagni, alle ripercussioni piú vicine e più frequenti degli episodii sanguinosi di quella sollevazione popolare, Lando Laurentano s’era veduto chiamato dagli amici in Sicilia a rispondere, se non d’un vero delitto, poiché non poteva diffidare della loro buona fede, certo d’una enorme pazzia. Sempre per quella infatuazione, dovuta forse in gran parte, quasi un abbagliamento, al calore stesso della terra che dava tanta teatralità di voce e di gesti alla vita dei suoi compaesani, e di cui egli – volontariamente rigido – aveva avuto sempre un così aspro dispetto! Come avevano potuto illudersi i suoi amici d’essere riusciti in pochi mesi, con le loro prediche, a rompere quella dura scorza secolare di stupidità armata di diffidenza e d’astuzie animalesche, che incrostava la mente dei contadini e dei solfaraj di Sicilia? Come avevano potuto credere possibile una lotta di classe, dove mancava ogni connessione e saldezza di principii, di sentimenti e di propositi, non solo, ma la più rudimentale cultura, ogni coscienza? Tutta, da cima a fondo, la tattica era sbagliata. Non una lotta di classe, impossibile in quelle condizioni, ma una cooperazione delle classi era da tentare, poiché in tutti gli ordini sociali in Sicilia era vivo e profondo il malcontento contro il governo italiano, per l’incuria sprezzante verso l’isola fin dal 1860. Da una parte il costume feudale, l’uso di trattar come bestie i contadini, e l’avarizia e l’usura; dall’altra l’odio inveterato e feroce contro i signori e la sconfidenza assoluta nella giustizia, si paravano come ostacoli insormontabili a ogni tentativo per quella cooperazione. Ma se disperata poteva apparire l’impresa, forse non meno disperata si scopriva adesso quella che i suoi amici avevano voluto tentare, agevolati sul principio, inconsciamente e sciaguratamente, dall’inerzia del Governo che incoraggiava tutti a osare? Sprofondato in quel momento a Roma fino alla gola nel pantano dello scandalo bancario e fiducioso qua in Sicilia nella sua polizia o inetta o arrogante e soverchiatrice, il Governo, senza darsi cura dei mali che da tanti anni affliggevano l’isola, senza rispetto né per la legge né per le pubbliche libertà, con l’inerzia o con le provocazioni aveva favorito e stimolato il rapido formarsi di quelle associazioni proletarie che, se avessero subito ottenuto qualche miglioramento anche lieve dei patti colonici e minerarii, e se non fossero state sanguinosamente aizzate, presto, senz’alcun dubbio, si sarebbero sciolte da sé, prive com’erano d’ogni sentimento solidale e senz’alcun lievito di coscienza o ombra d’idealità. Questo, Lando Laurentano aveva compreso ora, troppo tardi, sul luogo; e l’animo esacerbato con cui era accorso all’invito gli era rimasto oppresso da uno stupore pieno di tetra ambascia, come se i suoi amici gli avessero empito di stoppa la bocca arsa di sete.

Scosso dall’urgenza di correre a qualche riparo sotto la minaccia incombente d’una violenta, schiacciante repressione da parte del governo, s’era opposto con indignazione ai consigli di prudenza dei suoi amici, smarriti e sbigottiti dalla gravità estrema del mornento. Prudenza? Ora che, a distanza di pochi giorni, nei piccoli paesi dell’interno, a Giardinello, di appena ottocento abitanti, a Lercara, a Pietraperzìa, a Gibellina, a Marinèo, uscivano e si raccoglievano in piazza mandre di gente senz’alcuna intesa, senz’altra bandiera che i ritratti del re e della regina, senz’altra arma che una croce imbracciata da qualche donna lacera e infuriata in capo alla processione, e s’avviavano cieche incontro ai fucili d’una ventina di soldati, a cui più che altro la paura di vedersi sopraffatti consigliava all’improvviso di far fuoco, senza neppure aspettarne il comando? sì, nessuno aveva suggerito loro quelle processioni che finivano in eccidii; ma di esse e di tutti gli atti inconsulti e del sangue di quei macellati si doveva ora rispondere, appunto perché quelle mandre cieche s’eran credute atte e mature ad accogliere la dimostrazione dei loro diritti. Come tirarsi più indietro, ora, e consigliar prudenza? No, non c’era più altro scampo, ormai, che nell’ultimo prorompimento di quella pazzia: bisognava immolarsi insieme con quelle vittime. E Lando Laurentano aveva sdegnosamente rifiutato di apporre la firma a quel manifesto del Comitato centrale ai lavoratori dell’isola, che nella solennità del tono perentorio gli era sembrato anche ridicolo, non tanto per i patti e le condizioni che poneva al Governo, ma in quanto mancava ogni realtà di coscienza e di forza in coloro nel cui nome li poneva. Di reale, non c’era altro che la disperazione di tanti infelici, condannati dall’ignoranza a una perpetua miseria; e il sangue, il sangue di quelle vittime.

A viva forza, appena proclamato lo stato d’assedio, s’era fatto trascinare da Lino Apes alla fuga. Era fuggito, non per le ragioni che l’Apes nella concitazione del momento gli aveva gridate, ma per l’invincibile repugnanza di far la figura dell’apostolo o dell’eroe o del martire, esposto nella gabbia d’un tribunale militare alla curiosità e all’ammirazione delle dame dell’aristocrazia palermitana a lui ben note. A compagni nella fuga, oltre l’Apes, aveva avuto il Bruno, l’Ingrao e Cataldo Sclàfani, tutti e tre travestiti.

Che riso, misto di sdegno e di compassione, che avvilimento insieme e che ribrezzo, gli aveva destato la vista irriconoscibile di quest’ultimo, senza più quel fascio di pruni che gli copriva le guance e il mento! Pareva che gli occhi e la voce ancora non lo sapessero, e producevano un ridicolissimo effetto di smarrimento nelle loro espressioni, di cui già tanta parte era quella barba che adesso mancava. Ma quel travestimento non tradiva, in verità, alcuna paura in nessuno dei tre; era come imposto dalla parte che la necessità della fuga assegnava loro in quel momento; ed entrava in esso anche, e non per poco, il fatuo puntiglio della scaltrezza isolana, di fuggire alla sopraffazione della forza pubblica.

S’erano internati nell’isola, correndo innanzi alle milizie che da Palermo si disponevano a invadere le altre provincie. Se fossero riusciti a traversarla tutta, si sarebbero rifugiati a Valsanìa, e di là si sarebbero imbarcati per Malta o per Tunisi. Sarebbe piaciuto a Lando di spatriare a Malta, luogo d’esilio di suo nonno, non perché ardisse di comparar la sua sorte a quella di lui, ma perché da un pezzo aveva in animo di recarsi a Bùrmula a rintracciarne, se gli fosse possibile, i resti mortali, con le indicazioni di Mauro Mortara, non ben sicure veramente, poiché il seppellimento era avvenuto nella confusione della gran morìa a Malta nel 1852. Invano Lino Apes, pigliando pretesto dagli incidenti e dai disagi della fuga precipitosa, ora a piedi, ora su carretti senza molle, ora su vetturette sgangherate, su per monti, giù per vallate, in cerca di cibo e di ricovero, aveva tentato di dimostrare agli amici che, dopo tutto, quello che facevano non era cosa tanto seria, di cui, volendo, non si potesse anche ridere. Era, per esempio, lo strappo alle loro illusioni una ragione sufficiente perché non si désse alcuna importanza a quello che egli s’era fatto ai calzoni, scendendo da un carretto? Più vecchie di Tiberio Gracco, quelle illusioni; e i suoi calzoni erano nuovi! Dove aveva lasciato Cataldo Sclàfani il pacco della sua magnifica barba? Niente meglio che un pelo di quella barba – pensando filosoficamente – avrebbe potuto rammendare i suoi calzoni! Lo squallido aspetto dei luoghi, nella desolazione invernale, la costernazione per il cammino incerto e faticoso, l’ansia di apprendere notizie qua e là di quanto era accaduto dal momento della loro fuga, avevano lasciato senz’eco di riso le arguzie di Lino Apes.

Dalle impressioni a mano a mano raccolte, internandosi sempre più, su quelle misure eccezionali adottate all’improvviso dal governo, era sorto nell’animo di Lando più fermo il convincimento dello sbaglio commesso dai suoi amici. L’antico, profondo malcontento dei Siciliani era d’un tratto diventato ovunque fierissima indignazione: per quanto i più alti ordini sociali fossero spaventati dalle agitazioni popolari, ora, di fronte a quella sopraffazione militare, a quell’aria di nemico invasore della milizia che aboliva per tutti ogni legge e sopprimeva ogni garanzia costituzionale, si sentivano inclinati se non ad affratellarsi con gli infimi, se non a scusarli, almeno a riconoscere che infine questi, finora, nei conflitti, avevano avuto sempre la peggio, né mai s’erano sollevati a mano armata, e che, se a qualche eccesso erano trascesi, vi erano stati crudelmente e balordamente aizzati dagli eccidii. La nativa fierezza, comune a tutti gli isolani, si ribellava a questa nuova onta che il governo italiano infliggeva alla Sicilia, invece di un tardo riparo ai vecchi mali; e per tutto era un fremito di odio alle notizie che giungevano, di paesi circondati da reggimenti di fanteria, da squadroni di cavalleria, per trarre in arresto a centinaja, senz’alcun discernimento e con furia selvaggia, ricchi e poveri, studenti e operaj, e qua consiglieri e là maestri e segretarii comunali, e donne e vecchi e finanche fanciulli: soppressa la stampa; sottoposta a censura anche la corrispondenza privata; tutta l’isola tagliata fuori dal consorzio civile e resa legata e disarmata all’arbitrio d’una dittatura militare.

Come un cavallo riottoso, cacciato contro sua voglia lontano dagli ostacoli che avrebbe dovuto superare, a un tratto, investito da una raffica turbinosa, aombra e s’impenna e recalcitra, fremendo in tutti i muscoli, Lando Laurentano, investito dalla veemenza di quell’indignazione generale, a un certo punto s’era impuntato, sentendosi soffocare dall’avvilimento della sua fuga. Era proprio il momento di fuggire, quello? di lasciare il campo? Il terreno scottava sotto i piedi; l’aria era tutta una fiamma. Possibile che l’isola, da un capo all’altro fremente, si lasciasse schiacciare, pestare così, senza insorgere con l’esasperazione dell’odio sì lungamente represso e ora sì brutalmente provocato? Forse bastava un grido! Forse bastava che uno si facesse avanti! Giunti a Imera, alla notizia che in un paese lì presso, a Santa Caterina Villarmosa, il popolo era insorto, Lando non poté piú stare alle mosse, e, non ostante che gli amici facessero di tutto per trattenerlo, gridandogli che non c’era più nulla da tentare, da sperare e che andrebbe a cacciarsi da sé balordamente tra le grinfie della forza pubblica, volle andare. Solo Lino Apes lo seguì, ma con la speranza di raffreddarlo e d’arrestarlo a mezza via, assumendo per l’occasione, come meglio poté, la parte di Sancio, perché l’amico, che sapeva sensibile al ridicolo, si scoprisse accanto a lui Don Chisciotte. E difatti, presto, i giganti che Lando nell’esaltazione s’era figurato di vedere in quei popolani di Santa Caterina Villarmosa, insorgenti a sfida della proclamazione dello stato d’assedio, gli si scoprirono molini a vento. Nei pressi del paese, seppero che colà non si sapeva ancor nulla di quella proclamazione: un manifesto era stato attaccato ai muri, ma il popolino lo ignorava; e, ignorandolo, al solito, come altrove, coi ritratti del re e della regina, un crocefisso in capo alla processione, gridando – Viva il re! abbasso le tasse! – s’era messo a percorrere le vie del paese, finché, uscendo dalla piazza e imboccando una strada angusta che la fronteggiava, vi aveva trovato otto soldati e quattro carabinieri appostati. L’ufficiale che li comandava (non per niente si chiamava Colleoni) aveva preso questo partito con strategia sopraffina, perché la folla inerme, lì calcata e pigiata, alle intimazioni di sbandarsi non si potesse più muovere; e lì non una, ma più volte, aveva ordinato contro di essa il fuoco. Undici morti, innumerevoli feriti, tra cui donne, vecchi, bambini. Ora, tutto era calmo, come in un cimitero. Solo, qua e là, il grido dei parenti che piangevano gli uccisi, e i gemiti dei feriti.

– Ti basta? – domandò Lino Apes a Lando.

Questi si volse al vecchio contadino che aveva dato quei ragguagli e che, paragonando il paese a un cimitero, aveva indicato una collina lì presso su cui sorgevano alcuni cipressi, e gli domandò:

– Sono lì?

Il vecchio contadino, con gli occhi aguzzi d’odio e intensi di pietà, crollò più volte il capo; poi tese le dita delle due mani deformi e terrose, per significare prima dieci e poi uno; e con lo sguardo e col silenzio, che seguì a quel muto parlare, espresse chiaramente ch’egli li aveva veduti. Lando si mosse verso la collina.

– Ho capito! – sospirò Lino Apes. – Ora divento Orazio... Seconda rappresentazione: Amleto al cimitero.

Nel piccolo, squallido camposanto su la collina, tranne il custode freddoloso, con un leggero scialle di lana appeso alle spalle, non c’era nessuno. Seduto su uno sgabelletto, a sinistra dell’entrata, quegli stava a guardare apaticamente, nel silenzio desolato, le casse schierate per terra innanzi a sé, come un pastore la sua mandra. Aspettava la visita e le disposizioni dell’autorità giudiziaria, per il seppellimento. Vedendo entrare quei due, si voltò, poi subito s’alzò e si tolse il berretto, credendo che fossero il giudice e il commissario di polizia. Lino Apes gli si diede a conoscere per giornalista, insieme col compagno, e Lando lo pregò di fargli vedere qualcuno di quei cadaveri.

Il custode allora si chinò su una delle casse, più grande delle altre, tinta di grigio, con due fasce nere in croce, e tolse una grossa pietra che stava sul coperchio

Due cadaveri in quella cassa, uno su l’altro: uno con la faccia sotto i piedi dell’altro.

Quello di sopra era d’un ragazzo. Divaricate, le gambe; la testa, affondata tra i piedi del compagno. A guardarlo così capovolto, pareva dicesse, in quell’atteggiamento: – No! No! – con tutto il visino smunto, dagli occhi appena socchiusi, contratti ancora dall’angoscia dell’agonia. No, quella morte; no, quell’orrore; no, quella cassa per due, attufata da quel lezzo crudo e acre di carneficina. La piú raccapricciante era la vista dell’altro, di tra le scarpe logore del ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po’ di barba fulva sotto il mento. Era d’un contadino nel pieno vigore delle forze. Con quei terribili occhi sbarrati al cielo, dal corpo supino chiedeva vendetta di quell’ultima atrocità, del peso di quell’altra vittima sopra di sé.

– Vedete, Signore, – pareva dicesse, – vedete che hanno fatto!

Non una parola poté uscire dalle labbra di Lando e dell’Apes; e il custode richiuse il coperchio e di nuovo vi impose la grossa pietra.

Dopo altre e altre casse di nudo abete, misere, una ve n’era, foderata di chiara stoffa celeste, piccola, così piccola, che a Lando sorse, nel dubbio, la speranza che almeno quella non fosse della strage. Guardò il custode che vi si era affisato, e dal modo con cui la mirava comprese che, sì, anche quella... anche quella... Glielo domandò e il custode, dopo avere un po’ tentennato il capo, rispose:

– Una ’nnucenti... (Una fanciullina).

– Si può vederla?

Lino Apes, rivoltato e su le spine, si ribellò:

– No, lascia, via, Lando! Non vedi? La cassa è inchiodata...

– Oh, per questo... – fece il custode, togliendo di tasca un ferruzzo. – Devo schiodarla per il giudice istruttore. Ci vuol poco...

E si chinò a schiodare il lieve coperchio, con cura per la gentilezza di quella stoffa celeste. I chiodi si staccavano docili dal legno molle, a ogni spinta. Scoperchiata la piccola bara, vi apparve dentro la fanciullina non ancora irrigidita dalla morte, ancora rosea in viso, con la testina ricciuta, un po’ volta da un lato, e le braccia distese lungo i fianchi. Ma la boccuccia rossa era coperta di bava e dal nasino le colava una schiuma sanguigna, gorgogliante ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.

– Ma è viva! – esclamò Lando, con raccapriccio.

Il custode sorrise amaramente:

– Viva? – e ripose il coperchio.

La avrebbe fatta andar via ancora viva quella mamma che così l’aveva pettinata e acconciata, che con tanto amore aveva adornato di quella chiara stoffa celeste la piccola bara?

– Questo hanno fatto... – mormorò Lando.

E Lino Apes e il custode credettero ch’egli alludesse ai soldati, che avevano ucciso quella povera bimba. Lando Laurentano, invece, alludeva ai suoi compagni, e aveva innanzi alla mente non più l’immagine di quella piccina, la quale almeno aveva avuto le cure della gentile pietà materna, ma l’immagine atroce di quell’altra vittima grande, con su la faccia le scarpe dell’altro cadavere, e gli occhi sbarrati, pieni di smisurata angoscia, rivolti al cielo.

Nell’antico palazzo dei De Vincentis, fuori annerito dal tempo e tutto screpolato come una rovina, dai balconi e dalla vasta terrazza vellutati di muschio, con le ringhiere a gabbia arrugginite, ma dentro, negli ampii cameroni, pieno di luce e di pace, con quei santi e fiori di cera nelle campane di cristallo che pareva diffondessero per tutto un odor di badìa, il silenzio stampato sui mattoni coi rettangoli di sole delle invetriate che s’allungavano lentissimamente sempre più, seguiti dal fervor lento e lieve del pulviscolo, era rotto da un cupo romore cadenzato di passi. Da una settimana Vincente De Vincentis, dimentico dei codici arabi della biblioteca di Itria, se ne stava in una camera, avvolto in un vecchio pastrano stinto, col bavero alzato, a passeggiare dalla mattina alla sera, con le mani adunche, afferrate dietro il dorso, il capo ciondoloni e gli occhi tra i peli, quasi ciechi, poiché in casa non portava mai gli occhiali.

Nella stanza accanto, presso la vetrata del balcone, stava seduta a far la calza, con uno scialle grigio di lana addosso e un fazzoletto nero in capo di lana, anch’esso annodato sotto il mento, boffice e placida come una balla, donna Fana, la vecchia casiera. Per metà dentro al rettangolo di sole, quasi vaporava nella luce, e la calugine dello scialle di lana, accesa, brillava con gli atomi volteggianti del pulviscolo.

Donna Fana aveva composto con le sue mani nelle bare prima il padrone, morto giovane, poi la padrona, di cui, più che la serva, era stata l’amica e la consigliera, e aveva veduto nascere e crescere tra le sue braccia i due padroncini, ora affidati del tutto alle sue cure. Da giovane, era stata conversa nel monastero di San Vincenzo, ed era rimasta «senza mondo» com’ella diceva, cioè vergine e quasi monaca di casa. Traeva a quando a quando, come nel monastero, certi sospiri ardenti, seguiti dall’immancabile esclamazione:

– Se fossi là!

Ma non c’era più nessuno che le domandasse, come usava tra le monache: «Dove, sorella mia?» perché ella potesse rispondere in un altro sospiro:

– Con gli angeletti!

Ma nella pace degli angeli, veramente, era stata sempre, in quella casa. La padrona: una vera santa, ingenua fino a grande come una bambina, incapace di pensare il male, e tutta dedita alla religione e alle opere di misericordia; quei due figliuoli: anch’essi uno più buono dell’altro, costumati e timorati di Dio.

Ora, poteva mai il Signore abbandonare quella casa e lasciarla andare in rovina?

Donna Fana pareva fosse a parte di tutti i voleri di Dio; e parlava del Paradiso, come se già vi fosse e seguitasse a farvi la calza sotto gli occhi del Padre Eterno, di cui sapeva dire dove e come stava seduto, insieme con Gesù Nostro Salvatore e la Bella Madre. Da tempo aveva preparato i capi di biancheria e la veste e le pianelle di panno e il fazzoletto di seta per comparire al Giudizio Universale, sicurissima che il Giudice Supremo l’avrebbe chiamata tra gli eletti, così tutta bella pulita e rassettata; e ogni sera faceva una speciale orazione a Santa Brigida, che doveva annunziarle in sogno, tre giorni prima, l’ora precisa della morte, perché fosse pronta e in regola coi sagramenti. Non si angustiava dunque di nulla; e per lei tutta quella costernazione di Vincente (ch’ella chiamava don Tinuzzo) era una fanciullaggine. La raffermava in questa opinione, non solo la fiducia in Dio, ma anche la fede incrollabile che la ricchezza di quel casato non potesse aver mai fine. E seguitava a governare con l’antica abbondanza, per modo che tutte le poverelle del vicinato venissero a fin di tavola a spartirsi il superfluo e i resti del desinare, come al solito per tanti anni; e a tener provvista la dispensa d’ogni ben di Dio, e a preparare con le sue mani ai padroncini i rosolii e i dolci tradizionali, imparati alla badìa, il cùscusu di riso e pistacchi, i pesci dolci di pasta di mandorla, le pignoccate, e tutte le conserve e le cotognate e i frutti in giulebbe.

Forse, sì, qualche cosa raspava, sotto sotto, don Jaco Pàcia, l’amministratore.

– Ma che? – domandava a Ninì, dopo qualche sfuriata del fratello maggiore. – Mollichelle, figlio mio, mollichelle!

Uomo di chiesa anche lui, don Jaco Pàcia, era mai possibile che rubasse come e quanto diceva don Tinuzzo? Ma se a lei don Jaco seguitava a dare per l’andamento di casa quello stesso che aveva dato sempre, senza far mai la più piccola osservazione? Tutto il maneggio dei denari lo aveva lui; via! bisognava chiudere un occhio, se qualcosina gli restava attaccata alle dita. Donna Fana lo difendeva, in coscienza, perché della onestà dei pensieri e delle azioni del Pàcia credeva d’avere una prova nel fatto che, l’anno che don Jaco era andato a Roma, le aveva portato di là una corona benedetta e una tabacchiera col ritratto del Santo Padre. Se avesse saputo che, quel giorno stesso, don Jaco, per far denari, oltre la cessione delle terre di Milione a don Flaminio Salvo, sarebbe venuto a proporre un’ipoteca su quel palazzo, ov’ella stava così tranquillamente a far la calza! Quest’ultima bomba, veramente, non se l’aspettava neanche Vincente. Oltre quella delle terre da cedere egli aveva, sì, un’altra grave preoccupazione, che non gli dava requie da due giorni, ma d’indole affatto diversa. Aveva scoperto nell’angolo d’uno stanzone ov’era affastellata la roba fuori d’uso, un fucilaccio antico, di quelli a pietra focaja, tutto incrostato di ruggine e di polvere. Proclamato lo stato d’assedio e il disarmo in tutta la Sicilia, non era egli in obbligo di consegnare quell’arnese là? Ninì e donna Fana dicevano di no; Ninì anzi sosteneva che sarebbe sembrata, più che una impertinenza, uno scherno oltraggioso all’autorità la consegna d’un’arma come quella. Ma che ne sapevano essi? Come lo dicevano? Così, di testa loro! L’ordine di consegnare tutte quante le armi, senza eccezioni, era positivo e perentorio. Era un’arma, quella, sì o no? Poteva essere antica, anzi era antica e mangiata dalla ruggine, ma sempre arma era! E fors’anche carica e pronta a sparare... si vedeva la pietra focaja; e l’acciarino, eccolo lì, pendeva da una catenella...

– Ebbene, prendila e va’ a consegnarla! – gli aveva gridato, Ninì, scrollandosi, il giorno avanti. Aveva ben altro da pensare, lui, in quei momenti, nelle rare comparse che faceva in casa, tutto stravolto e impaziente di ritornare al suo supplizio, presso Dianella.

Vincente avrebbe preteso che Ninì perdesse una mezza giornata, nelle condizioni d’animo in cui si trovava, per chiedere informazioni su quell’arma. Una parola, prenderla! E se scoppiava? Consegnarla poi a chi, dove? Alla prefettura? al municipio? al commissariato di polizia? Egli non ne sapeva niente; e ad andare a domandarlo così, fingendo d’averne curiosità, dopo due giorni, c’era il rischio di far nascere qualche sospetto e d’attirarsi una perquisizione in casa.

Lo stato d’assedio aveva messo e teneva Vincente De Vincentis in tale orgasmo, da fargli vedere ovunque minacce e pericoli terribili. S’era proposto di non uscir più di casa, fintanto che fosse durato. Ma se, per il maledetto vizio di donna Fana di chiamare a parte tutto il vicinato d’ogni minimo incidente in famiglia, la polizia fosse venuta a sapere di quell’arma?

All’improvviso, la vecchia casiera lo vide uscire, frenetico, dalla camera in cui stava chiuso, con le braccia in aria e gridando:

– Scoppii! m’ammazzi! non me n’importa niente! Vado a prenderlo, vado a prenderlo io!

– Per carità, lasci, don Tinuzzo! – esclamò donna Fana, correndogli dietro. – Non sia mai, Dio, con questa furia... Vede come trema tutto? Lasci fare! Chiamerò qualcuno dal balcone...

– Chi chiamate? Non v’arrischiate... – s’era messo a urlare, paonazzo in volto, Vincente, quando dalla porta, sempre aperta di giorno, comparve don Jaco Pàcia con la sua solita aria di santo, caduto dal cielo in un mondo di guaj e d’imbrogli. Era lungo e secco, come di legno, con la faccia squallida, segnata con trista durezza dalle sopracciglia nere ad accento circonflesso, in contrasto col largo sorriso scemo, beato, sotto gl’ispidi baffi bianchi. Gli occhi, dalle pàlpebre stirate come quelle dei giapponesi, non scoprivano il bianco e restavano opachi e come estranei alla durezza di quegli accenti circonflessi e alla scema beatitudine dell’eterno sorriso. Con le braccia raccolte sempre sul petto e le grosse mani slavate e nocchierute prendeva atteggiamenti di umiltà rassegnata.

Udito di che si trattava, prese sopra di sé l’affare di quel fucile, e disse che aveva, non una, ma cento ragioni don Tinuzzo di costernarsi così. Sicuro, era un’arma! E, Dio liberi, in un momento come quello... Momento terribile per tutta la Sicilia! Ma c’era lui, c’era lui, lì, per quei due bravi giovanotti e, con l’ajuto di Dio, niente paura, da questa parte! I guaj, guaj grossi, erano invece da un’altra. E cominciò a rappresentare tutte le sue fatiche per rintracciare gl’incartamenti delle terre di Milione, prima all’archivio notarile, poi nella cancelleria del tribunale e in quella del Vescovado per tutti i piccoli e grossi censi che gravavano su quelle terre.

Ora gl’incartamenti erano pronti e in ordine dal notajo; ma don Flaminio Salvo non voleva pagar le spese dell’atto di vendita, e forse dal suo canto aveva ragione, perché, dopo tutto, faceva un gran favore... lui banchiere...

– Ah sì, un gran favore? un gran favore? – scattò furibondo Vincente, – come per Primosole, è vero? un gran favore!

Don Jaco lo lasciò sfogare, in uno dei soliti atteggiamenti di santo martire; poi disse:

– Ma abbiate pazienza, don Tinuzzo mio! Che forse don Flaminio ha altri figliuoli, oltre quella già fidanzata a vostro fratello don Ninì? Non vedete che è tutta una finta, santo Dio? Domani si fa lo sposalizio e, gira e volta, alla fine tutto ritornerà qui!

– Tutto, eh? Bello.. facile... liscio come l’olio... – prese a dire Vincente, con furiosi inchini. – Lo sposalizio dei matti! Ma se è così, perché don Flaminio si ricusa di pagar le spese dell’atto? Segno che non ci crede! Chi vi dice che questo matrimonio si farà? chi vi dice che...

– Don Tinuzzo! – lo interruppe quello. – Vostro fratello don Ninì è entrato, sí o no, in casa del Salvo? o me l’invento io? Santo nome di Dio benedetto! Sono ormai parecchi giorni? Dunque, che vuol dire? Vuol dire che la ragazza ci sta! Ora volete che la paglia accanto al fuoco... Del resto, oh! ecco qua don Ninì in persona... Nessuno meglio di lui ve lo potrà confermare.

Vincente corse innanzi al fratello che entrava; gli s’accostò a petto, fremente; gli afferrò con le mani adunche le braccia, e alzò da un lato la faccia congestionata per sbirciarlo bene in volto, da vicino, con gli occhi miopi.

– Sì! guardatelo! – poi sghignò, allontanandosi e mostrandolo. – Vedete che faccia ha! Pare un morto, lo sposo!

Ninì, così soprappreso, restò in mezzo alla stanza a guardare il fratello e don Jaco e donna Fana, come insensato.

Aveva veramente dipinta una torbida angoscia nel volto che di solito esprimeva la bontà mite e gentile dell’animo; e i begli occhi neri, vellutati, erano intensi di tetro cordoglio, eppur quasi smemorati. Come seppe che cosa si voleva da lui e per qual fine, s’adontò fieramente, agitando le braccia, col volto atteggiato di schifo. Don Jaco da una parte, donna Fana dall’altra, cercarono di calmarlo, d’interrogarlo con garbo; ma invano: si storceva, scotendo il capo, con un grido soffocato in gola.

– Ma dite almeno se c’è qualche speranza, per tranquillare vostro fratello! – gli gridò alla fine don Jaco a mani giunte.

Ninì lo guatò con un lampo strano negli occhi. Ma se non ci fosse più alcuna speranza di richiamare Dianella alla ragione, che sarebbe più importato a lui della rovina della casa, della miseria, di tutto? Era mai possibile che qualcuno potesse sperar la salvezza di Dianella soltanto per questo, per salvar dalla rovina la casa? che tutto il suo impegno, il suo supplizio dovessero per quella gente servire a questo scopo? Ecco, lo costringevano a gettare la sua speranza come un’offa per placar la paura di quella miseria! Ebbene, sì, c’era una speranza, c’era, c’era...

E Ninì, coprendosi il volto, ruppe in uno stridulo pianto convulso.

Flaminio Salvo aveva stentato molto a decifrare la lettera della sorella Adelaide, la cui scrittura, non soltanto per gli spropositi d’ortografia quasi sempre illeggibile, pareva quella volta più che mai una furiosa raspatura di gallina. Tutta un grido d’ajuto e di minaccia, quella lettera, tra imprecazioni ed esclamazioni disperate. Le aveva risposto brevemente e pacatamente, che presto sarebbe venuto a visitarla a Colimbètra e che intanto stésse tranquilla, come si conveniva a una donna della sua età e della sua condizione. Un sorriso frigido gli era venuto alle labbra, sogguardando dopo la lettura quel foglietto di carta che avrebbe voluto recargli ancora un dispiacere. Pian piano lo aveva ripiegato e s’era messo a lacerarlo lentamente, per lungo e per largo, in pezzetti sempre più piccoli, senza più badare a quello che faceva, caduto in un attonimento grave, d’uggia aggrondata; alla fine, aveva guardato sul piano della scrivania l’opera delle sue dita: tutto quel mucchietto di minuzzoli di carta. Chi sa se non aveva fatto soffrire anche quel foglietto, a lacerarlo e ridurlo così, in tutti quei minuzzoli! Gli era rimasto un bruciorino ai polpastrelli dell’indice e del pollice, che s’erano accaniti in quell’opera di distruzione, senza ch’egli la volesse; da sé, per il gusto di distruggere. Ah, poter ridurre in minuzzoli così, senza pensarci, la vita, tutta quanta: ripiegarla in quattro, come un foglio sporco di spropositi, e strapparla per lungo e per largo, dieci, venti, trenta volte, pezzo per pezzo, lentamente!

Con uno sbuffo aveva sparpagliato su la scrivania e per terra tutti quei minuzzoli, e s’era alzato. Guardando dai vetri del balcone la distesa ben nota, sempre uguale, delle campagne, le due scogliere lontane di Porto Empedocle, protese nel mare laggiù a occidente, come due braccia; le macchie scure dei piroscafi ancorati, e immaginando il traffico di tanta gente lì a’ suoi servizii per l’imbarco dello zolfo delle sue miniere accatastato su la spiaggia, s’era sentito soffocare da tutte le noje, da tutti i pensieri che da anni e anni gli venivano da quel traffico per lui ormai superfluo, necessario a tanti che ne traevano i mezzi per provvedere ai meschini bisogni quotidiani e affrontar le miserie, i dolori, di cui è intessuta la loro vita e quella di tutti. E s’era messo a pensare che, lui sazio e stanco, con la nausea della sazietà e l’abbandono della stanchezza, restava lì come disteso a farsi mangiare da tanti irrequieti affamati di cui non gl’importava nulla. Ma avrebbe potuto forse impedirlo? L’opera sua, di tutta la sua vita, aveva preso corpo fuori di lui, e stava lì per gli altri. Poteva forse quella distesa di campagne impedire che tanti uomini vi affondassero le zappe e gli aratri, vi piantassero gli alberi e ne raccogliessero i frutti? Così era ormai di lui. E, come la terra, egli non sentiva alcuna gioja del lavoro che gli altri facevano sopra di lui per raccogliere il frutto; né questi altri, quantunque gli camminassero sopra, potevano dargli compagnia, penetrare, rompere la sua solitudine che aveva ormai l’insensibilità della pietra. Sentiva solamente un enorme fastidio di tutto, che gli schiacciava la volontà di liberarsene, e solo gli moveva ancora inconsciamente le dita, come dianzi, a far del male a un foglietto di carta. Ma tutte le cose ormai per lui avevano il valore di quel foglietto di carta; e bisognava pur lasciare che le dita, almeno le dita, facessero qualche cosa, da sé, poiché il fastidio le moveva. Se si fossero rivoltate e accanite anche contro di lui, le avrebbe lasciate fare, allo stesso modo.

Davvero? O non fingeva l’incoscienza delle sue dita nel lacerar la lettera della sorella, per poter dire a se stesso che anche allo stesso modo, aveva lacerato, dopo il suo ritorno a Girgenti, certe altre lettere appena intraviste nei cassetti della scrivania o nel palchetto a casellario che gli stava davanti? Certe lettere con la firma di Nicoletta Capolino?

Veramente, no: le immagini di Aurelio Costa e di Nicoletta Capolino non erano mai venute a piantarglisi di fronte, cosicché egli potesse respingerle con un logico sorriso, dando le sue ragioni e facendo loro notare che a essi mancavano per perseguitarlo coi rimorsi. La persecuzione loro era più d’ogni altra irritante, perché non appariva. Non appariva, per questa ragione certissima e solida e pesante come una pietra di sepoltura: che erano stati anch’essi, l’uno per il suo proprio accecamento, l’altra per un suo motivo particolarissimo, a volere quella loro morte.

Eppure... Eppure, sotto questa ragione che li seppelliva e glieli rendeva invisibili, essi, in un modo ch’egli non avrebbe saputo definire, gli erano... non presenti, no, mai; anzi costantemente assenti: ma con questa loro assenza intanto lo perseguitavano. Erano tutti e due di là, con Dianella, nell’assenza della sua ragione. Egli non li vedeva, ma pur li sentiva nelle parole vuote di senso, negli sguardi e nei sorrisi vani della figliuola. E allora, anche a lui irresistibilmente come dal fondo delle viscere contratte dall’esasperazione, venivano alle labbra parole vuote di senso, del tutto impensate; strane, vaghe parole che gli atteggiavano il viso a seconda delle diverse espressioni che contenevano in sé, per conto loro, fuori assolutamente della sua coscienza e senz’alcuna relazione col suo stato presente.Ed ecco che, quel giorno, per seguitar la finzione della sua incoscienza, dopo aver lacerato la lettera della sorella, si era anche messo a dire, allo stesso modo, parole impensate:

– Quello che serve... quello che serve...

Se non che, alla fine, aveva mutato in ragionamento la finzione, apparsa a lui stesso troppo evidente:

– Quello che serve... sì. Devo accendere un sigaro? Mi serve un fiammifero. Ecco il sigaro... ecco il fiammifero: per sé, due cose; ma fatte per il mio bisogno di fumare. Prima l’uno, poi l’altro, li accendo e li distruggo... Quanti fiammiferi ho accesi! Troppi... E tutta l’opera mia è andata in fumo! Male, perché non sono riuscito allo scopo... ma io volevo maritar bene la mia figliuola, perché avessero almeno una bella corona... già! una corona principesca... tutte le mie fatiche e le mie lotte. Una corona principesca!... Fumo? Vanità? Eh, ma almeno questo compenso alla morte del mio bambino! Vanità, per forza, se la sorte volle togliermi ogni ragione di attendere a cose più serie, e mi lasciò una povera figliuola con l’ombra intorno della pazzia materna. E ormai... ormai... se servo io, per il bisogno che qualcuno abbia di fumare...

Ma sì, ecco: non aveva lasciato entrare in casa quello stupido buon figliuolo del De Vincentis? E gli aveva messo davanti la figliuola: là! per l’esperimento! E se l’avesse guarita, con quei suoi begli occhi a mandorla vellutati, con quelle sue dolci manierine di dama, ecco che don Jaco Pàcia, seduto lì davanti a quella scrivania, maestro e donno, in pochi anni si sarebbe fumati a uno a uno tutti i suoi biglietti di banca e le sue cartelle di rendita e le zolfare e le campagne e le case e gli opificii.

– Quello che serve... quello che serve...

Questa seccatura della sorella Adelaide, intanto, no, era proprio di più. Che voleva da lui? Non stava comoda al suo posto? C’erano spine? Oh cara! E voleva le rose da lui? Con tutti quei «militari» che le facevano scorta; con quei ritratti dei Re Borboni che la proteggevano, via, poteva esser lieta e contenta... Fosse stato lui al posto di lei!

Fallito ogni scopo, il solo pensiero di rivedere don Ippolito e di parlargli, era per lui ora un’oppressione intollerabile. Come resistere, con l’arida nudità del suo animo desolato, senza più uno straccio d’illusione, alla vista di quell’uomo tutto quanto composto e addobbato e parato di nobile decoro? Gli pareva ora incredibile che avesse potuto prendere sul serio quella via per arrivare al suo scopo... Povera Adelaide! C’era andata di mezzo lei... Ma, dopo tutto, via! la villa era sontuosa e il posto ameno; con un po’ di pazienza e di buona volontà, poteva sopportar la noja di quell’uomo non fatto propriamente per lei.

In tale disposizione d’animo, scese due giorni dopo, in vettura, a Colimbètra. Il sorriso, venutogli alle labbra, su l’entrare, al saluto degli uomini di guardia parati, sì, ancora militarmente, ma senza più armi, non gli andò via per tutto il tempo che durò la visita. Sorridendo ascoltò sotto le colonne del vestibolo esterno la risposta di capitan Sciaralla impostato su l’attenti, che le armi, nossignore, non erano state consegnate all’autorità, ma si tenevano riposte per prudenza; sorridendo accolse l’invito di Liborio d’accomodarsi nel salone, e, poco dopo, l’irrompere come una bufera della sorella Adelaide e le prime domande affannose, tra il pianto, intorno a Dianella.

– Mah... fa cura d’amore, – le rispose.

E sorrise allo sbalordimento quasi feroce della sorella, per la sua placida risposta.

– Ridi?... Dunque può guarire?

– Guarire... Speriamo! La cura è buona...

Sorrise di più alle improperie che donna Adelaide gli scagliò in un impeto aggressivo, e poi alla rappresentazione di tutte le ambasce, di tutte le sofferenze e dei maltrattamenti ch’ella chiamava «pestate di faccia», da parte del marito.

– Bada, Flaminio! – proruppe a un certo punto la sorella; vedendolo sorridere a quel modo. – Bada! Finisce ch’io la faccio davvero, la pazzia!

Egli la guardò un poco, e poi, aprendo le braccia:

– Ma perché? Scusa, se hai una bellissima cera!

A questa uscita, la sorella scappò via come per porre a effetto, subito subito, la minaccia.

E allora, attendendo che entrasse il principe per la seconda scena, sorrise ai ritratti dei due re di Napoli e Sicilia che lo guardavano con molta serietà dall’alto della parete.

Don Ippolito, scuro in viso e, dentro, in gran pensiero per la sorte del figliuolo di cui non aveva più notizie, entrò nel salone, maldisposto anche lui a quell’incontro, dal quale l’unico bene che potesse ripromettersi sarebbe stato certamente a costo d’uno scandalo, dopo la nauseante amarezza di volgari spiegazioni. Ma si rischiarò alla vista di quel sorriso sulle labbra del cognato. Lo interpretò nel senso che due uomini com’essi erano, non potessero e non dovessero dare alcuna importanza alle lagrimucce facili, alle smaniette passeggere d’una donna, che la loro generosità maschile poteva e doveva senza stento compatire.

Sorrise allora anche lui, ma con mestizia, don Ippolito, stringendo la mano al cognato; e, seguitando a sorridere, gli parlò pacatamente e in quel tono di superiorità maschile del suo dispiacere per i dissapori sorti tra lui e la moglie, perché tardava ancora... eh, tardava purtroppo a stabilirsi l’accordo tra i loro sentimenti e i loro pensieri, non volendo ella intendere le ragioni per cui...

– Ma via, principe! – cercò d’interromperlo il Salvo.

– No no, – s’ostinò a dire don Ippolito. – Perché io apprezzo moltissimo il sentimento da cui ella è mossa a chiedermi quel che non posso accordarle. Io partecipo, credetemi, con tutto il cuore, alla vostra sciagura, e...

– Ma se sarebbe, tra l’altro, inutile la sua presenza! – disse, per troncare il discorso, il Salvo.

E con gran sollievo d’entrambi presero a parlar d’altro, cioè dei gravi avvenimenti del giorno. Se non che, allora, il principe restò sconcertato nel notare la permanenza di quel sorriso su le labbra del cognato, mentr’egli manifestava con tanto calore la sua indignazione, sia per le misure oltraggiose del governo, sia per la tracotanza popolare. Quale sarebbe stato il suo stupore se, interrompendosi all’improvviso e domandando a Flaminio Salvo perché seguitasse a sorridere a quel modo, questi gli avesse risposto:

– Perché?... Ah... Perché in questo momento sto pensando che Colimbètra ha, tra l’altro, la bella comodità d’esser molto vicina al cimitero, sicché voi tra poco, morendo, avrete l’insigne vantaggio d’esser seppellito a due passi da qui, senza attraversare la città, neanche da morto.

Ma gli sovvenne che il principe s’era fatto edificare nella stessa tenuta, e propriamente nel boschetto d’aranci e melograni attorno al bacino d’acqua che le dava il nome, un tumulo uguale a quello di Terone, e gli sorse una viva curiosità di andarlo a vedere. Appena poté, interruppe anche quel discorso e propose al cognato una giratina in quel boschetto.

Donna Adelaide approfittò di quel momento per spedire Pertichino di corsa a Girgenti a consegnare un biglietto all’onorevole deputato Ignazio Capolino: S.P.M. (sue pregiatissime mani).

Quando, sul far della sera, Flaminio Salvo rientrò in casa, nell’aprir l’uscio della stanza ove di solito stava Dianella guardata dalla vecchia governante e da una infermiera, ebbe la sorpresa di trovar la figliuola appesa al collo di Ninì De Vincentis, con gli occhi che le si scoprivano appena di su la spalla del giovine, ilari, sfavillanti di felicità, sotto i capelli scarmigliati, e le due mani aggrovigliate nella stretta.

– Dianella... Dianella... – la chiamò, con l’ansia nella voce, di saperla guarita.

Ma Ninì De Vincentis, piegando a stento il capo e mostrando il volto congestionato da un orgasmo atroce, gli rispose disperatamente:

– Mi chiama Aurelio...

VIII

Reduce da quel suo pellegrinaggio a Roma, da cui tanta gioja e tanta luce di sogni gloriosi s’era promesso di riportare a Valsanìa per i suoi ultimi giorni, Mauro Mortara, dopo la visita a donna Caterina Laurentano morente, a testa bassa, senza arrischiar neppure un’occhiata intorno, quasi avesse temuto d’esser deriso dagli alberi ai quali per tanti anni aveva parlato delle sue avventure, della grandezza e della potenza derivate alla patria dall’opera dei vecchi suoi compagni di cospirazione, d’esilio, di guerra, era andato a cacciarsi nella sua stanza a terreno, come nel suo covo una fiera ferita a morte. Invano don Cosmo, per circa una settimana, aveva cercato di scuoterlo, di farlo parlare, compreso di quella sua pietà sconsolata per tutti coloro che giustamente rifuggivano dal rimedio ch’egli aveva trovato per guarire d’ogni male. Alle sue insistenze, che almeno salisse alla villa per il desinare e la cena, Mauro aveva risposto, scrollandosi:

– Corpo di Dio, lasciatemi stare!

– E che mangi?

– Le mani, mi mangio! Andàtevene!

In un modo più spiccio e più brusco, il giorno dopo il suo arrivo, aveva risposto ai colombi, che durante la sua assenza erano stati governati due volte al giorno, all’ora solita, dal curàtolo Vanni di Ninfa: bum! bum! due schioppettate in aria; e li aveva dispersi con fragoroso scompiglio. Né migliore accoglienza aveva fatto alla festa dei tre mastini quasi impazziti dalla gioja di rivederlo. La placida immobilità dei vecchi oggetti della stanza, impregnati tutti da un lezzo quasi ferino, i quali parevano in attesa ch’egli riprendesse tra loro la vita consueta, gli aveva suscitato una fierissima irritazione: avrebbe preso a due mani lo strapunto di paglia abballinato in un angolo e lo avrebbe scagliato fuori con le tavole e i trespoli che lo sorreggevano, e fuori quel torchio guasto delle ulive, fuori seggiole e casse e capestri e bardelle e bisacce. Solo gli era piaciuto riveder nel muro l’impronta degli sputi gialli di tabacco masticato che, stando a giacer sul letto, era solito scaraventare alla faccia dei nemici della patria, sanfedisti e borbonici.

Più volte, la lusinga degli antichi ricordi aveva cercato di riaffascinarlo; più volte, dalla porta aperta, i lunghi filari della vigna, con gli alberetti già verzicanti sparsi qua e là nel silenzio attonito di certe ore piene di smemorato abbandono, gli avevano per un momento ricomposto la visione quasi lontana di quel mondo, per cui fino a poco tempo addietro vagava nei dì sereni, gonfio d’orgoglio, da padreterno, lisciandosi la barba. D’improvviso, ogni volta, l’anima che già s’avviava affascinata da quella visione, s’era ritratta all’aspro e fosco ronzare di qualche calabrone che, entrando nella stanza, lo richiamava con violenza al presente e rompeva il fascino e sconvolgeva la visione.

Che fare? che fare? come vedersi più in quei luoghi testimonii della sua passata esaltazione? come più attendere alle cure pacifiche della campagna, mentre sapeva che tutta la Sicilia era sossopra e tanti vili rinnegati si levavano ad abbattere e scompigliare l’opera dei vecchi? Da anni e anni, tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sentimenti, tutti i suoi sogni consistevano dei ricordi e della soddisfazione di quest’opera compiuta. Come aver più requie al pensiero ch’essa era minacciata e stava per essere abbattuta? Contro ogni seduzione delle antiche, tranquille abitudini, si vedeva costretto dalla sua logica ingenua a riconoscere ch’era debito d’onore, per quanti come lui portavano al petto le medaglie in premio di quell’opera, accorrere ora in difesa di essa.

– La vecchia guardia nazionale! la vecchia guardia! Tutti i veterani a raccolta!

E alla fine, in un momento di più intensa esaltazione, era corso come un cieco, per rifugio e per consiglio, al camerone del Generale, ove finora non gli era bastato l’animo di rimetter piede. Appena entrato, era scoppiato in singhiozzi, e senza osare di riaprir gli scuri delle finestre e dei balconi, serrati con cura amorosa prima di partire, era rimasto al bujo, a lungo, con le mani sul volto, a piangere su l’antico divano sgangherato e polveroso. A poco a poco, i fremiti, le ansie degli antichi leoni congiurati del Quarantotto che si riunivano lì in quel camerone attorno al vecchio Generale, s’erano ridestati in lui a farlo vergognare del suo pianto; le ombre di quei leoni, terribilmente sdegnate, gli eran sorte intorno e gli avevan gridato d’accorrere, sì, sì, d’accorrere, pur così vecchio com’era, a impedire con gli altri vecchi superstiti la distruzione della patria. Nel bujo, da un canto di quel camerone, il malinconico leopardo imbalsamato, privo d’un occhio, non gli aveva potuto mostrare quanti ragnateli lo tenevano alla parete, quanta polvere fosse caduta sul suo pelo maculato ormai anche qua e là da molte gromme di muffa! E Mauro Mortara era riuscito con occhi atroci, gonfii e rossi dal pianto, e per poco non era saltato addosso a don Cosmo che, passeggiando per il corridojo, s’era fermato stupito, dapprima, a mirarlo in quello stato, e aveva poi cercato di trattenerlo e di calmarlo.

– Se non sapessi che vostra madre fu una santa, direi che siete un bastardo! – gli aveva gridato, quasi con le mani in faccia.

Don Cosmo non s’era scomposto, se non per sorridere mestamente, tentennando il capo, in segno di commiserazione; e gli aveva domandato dove volesse andare, contro chi combattere alla sua età. Mauro se n’era scappato, senza dargli risposta. E veramente, giù, nella sua stanza a terreno, aveva cominciato a darsi attorno per la partenza. Alla sua età? Sangue della Madonna, che età? si parlava d’età, a lui! Dove voleva andare? Non lo sapeva. Armato, pronto a qualunque cimento, sarebbe salito a Girgenti, a consigliarsi e accordarsi con gli altri veterani, con Marco Sala, col Ceràulo, col Trigòna, con Mattia Gangi che certo come lui, se avevano ancora sangue nelle vene, dovevano sentire il bisogno d’armarsi e correre in difesa dell’opera comune. Se i nemici s’erano uniti, raccolti in fasci, perché non potevano unirsi, raccogliersi in fascio anche loro, della vecchia guardia? I soldati non bastavano; bisognava dar loro man forte; sciogliere con la forza quei fasci, cacciarne via tutti quei cani a fucilate, se occorreva. Certo c’erano i preti, sotto, che fomentavano; e anche la Francia, anche la Francia dicevano che mandava denari, sottomano, per smembrare l’Italia e rimettere in trono, a Roma, il papa. E chi sa che, scoppiata la rivoluzione, non volesse sbarcar da Tunisi in Sicilia? Come rimaner lì con le mani in mano, senza nemmeno tentare una difesa, senza nemmeno farsi vedere dagli antichi compagni e dir loro: – Son qua –? Bisognava partire, partir subito! Se non che, a poco a poco, quella sua furia s’era trovata impigliata, come in una ragna, dalle tante reliquie della sua vita avventurosa, esumate da vecchie casse e cassette e sacche logore e rattoppate e involti di carta ingiallita, strettamente legati con lo spago. Avrebbe voluto farne uno scarto e portarsene addosso quante più poteva tra le più care. Confuso, stordito, frastornato dai ricordi risorgenti da ognuna, a un certo punto s’era sentito fumar la testa e aveva dovuto smettere. No, non era possibile liberarsi con tanta precipitazione da tutti quei legami. E aveva rimandato la partenza al giorno dopo. Tutta la notte era stato fuori, per la campagna, farneticando. La voce del mare era quella del Generale; le ombre degli alberi erano quelle degli antichi congiurati di Valsanìa; e quella e queste seguitavano a incitarlo a partire. Sì, domani, domani: sarebbe andato incontro a quegli assassini; lo avrebbero sopraffatto e ucciso; ma sì, questo voleva, se la distruzione doveva compiersi! Che valore avrebbero più avuto, altrimenti, le sue medaglie? Bisognava morire per esse e con esse! E se le sarebbe appese al petto, domani, correndo incontro ai nuovi nemici della patria. Perché la Sicilia non doveva essere disonorata, no, no, non doveva essere disonorata di fronte alle altre regioni d’Italia che si erano unite a farla grande e gloriosa! Il giorno dopo, con l’enorme berretto villoso in capo, tutto affagottato e imbottito di carte e di reliquie, le quattro medaglie al petto, lo zàino dietro le spalle e armato fino ai denti, s’era presentato a don Cosmo per licenziarsi. E sarebbe partito senza dubbio, se insieme con don Cosmo non si fosse adoperato in tutti i modi a trattenerlo Leonardo Costa, sopravvenuto da Porto Empedocle. Licenziatosi dal Salvo, dopo la morte del figlio, e ricaduto nella misera e incerta condizione di sorvegliante alle stadere, Leonardo Costa aveva accettato, più per non vedersi solo che per altro, l’offerta pietosa di don Cosmo, di venire ogni sera da Porto Empedocle a cenare e a dormire a Valsanìa. Il cammino non era breve né facile al bujo, le sere senza luna, per quella stradella ferroviaria ingombra e irta di brecce. Dopo la sciagura, una stanchezza mortale gli aveva reso le gambe gravi, come di piombo. Più volte s’era veduto venire incontro minaccioso il treno; più volte aveva avuto la tentazione di buttarcisi sotto e finirla. Quando giù alla marina non trovava lavoro, se ne risaliva presto alla campagna, e per suo mezzo, da un po’ di tempo, le notizie a Valsanìa arrivavano senza ritardo. Se quel giorno, non avesse recato quella dello sbarco a Palermo del corpo d’armata che in un batter d’occhio avrebbe certamente domato e spazzato la rivolta, né lui né don Cosmo sarebbero riusciti a trattenere Mauro con la forza. A calmarlo ancor più, era poi venuta la notizia della proclamazione dello stato d’assedio e del disarmo. Nemmen per ombra gli era passato il dubbio, che l’ordine di consegnare le armi potesse riferirsi anche a lui, o che potesse correre il rischio d’esser tratto in arresto, se fosse salito alla città armato. Le sue armi erano come quelle dei soldati; il permesso di portarle gli veniva dalle sue medaglie.

Le notizie recate dopo dal Costa avevano fatto su l’anima di lui quel che su una macchia già arruffata dalla tempesta suol fare una rapida vicenda di sole e di nuvole. S’era schiarito un poco, sapendo che a Roma Roberto Auriti era stato scarcerato, quantunque soltanto per la concessione della libertà provvisoria, e che il fratello Giulio aveva condotto con sé a Roma la sorella e il nipote; e scombujato alla rivelazione inattesa che Landino, il nipote del Generale, colui che ne portava il nome, era tra i caporioni della sommossa, e che era fuggito da Palermo, dopo la proclamazione dello stato d’assedio, per sottrarsi all’arresto. Dopo questa notizia s’era messo a guardare con cipiglio feroce Leonardo Costa, appena lo vedeva arrivare stanco e affannato da Porto Empedocle. L’ansia di sapere era fieramente combattuta in lui dal timore rabbioso che, a cuor leggero, quell’uomo lo costringesse ad armarsi e a partire da Valsanìa. Dacché era stato sul punto di farlo, conosceva per prova quel che gli sarebbe costato staccarsi da quella terra, strapparsi da tutti i ricordi che ve lo legavano, abbandonar la custodia del camerone, la sua vigna, i suoi colombi, gli alberi, che per tanto tempo avevano ascoltato i suoi discorsi.

Ma Leonardo Costa, dopo le furie dell’altra volta, sapeva ormai quali notizie erano per lui, quali per don Cosmo e per donna Sara Alàimo. Si era lasciata scappar quella intorno al figlio del principe, perché supponeva che Mauro già lo sapesse socialista e dovesse aver piacere conoscendo ch’era riuscito a fuggire.

L’ultima notizia che il Costa recò, nuova nuova, fu tra i lampi, il vento e la pioggia d’una serataccia infernale.

Mauro aveva apparecchiato da cena, in vece di donna Sara da due giorni a letto per una forte costipazione, e ora stava con don Cosmo nella sala da pranzo in attesa dell’ospite che, forse a causa del cattivo tempo, tardava a venire. Quell’attesa lo irritava, non tanto perché avesse voglia di mangiare, quanto perché temeva andasse a male la cena apparecchiata. Aveva fatto sempre ogni cosa con impegno, e tra i tanti ricordi che gli davano soddisfazione c’era anche quello d’aver fatto «leccar le dita» agli Inglesi, quando era stato cuoco prima a bordo e poi a Costantinopoli. Una delle ragioni del suo odio per donna Sara era appunto la gioja maligna manifestata più volte da questa per la pessima riuscita di qualche lezione di culinaria che aveva voluto impartirle. Fuori d’esercizio e con l’animo sconvolto e distratto da tanti pensieri, si cimentava da due giorni con coraggio imperterrito nella confezione dei più complicati intingoli, e avvelenava l’ospite e il povero don Cosmo.

– Come vi pare?

– Ah, un miele, – rispondeva questi, invariabilmente. – Forse, però, ho poco appetito.

– Al senso mio, – arrischiava il Costa,– mi pare che ci manchi un tantino di sale.

– O Marasantissima, – prorompeva Mauro, – eccovi la saliera!

Donna Sara era da due giorni digiuna.

Tra gli urli del vento, i boati spaventosi del mare, lo scroscio della pioggia, si udivano i suoi scoppii di tosse, e lamenti e preghiere recitate ad alta voce. In preda, certo, a un assalto furioso di mania religiosa, s’era asserragliata nella sua cameretta e rifiutava ogni cibo e ogni cura. Di tanto in tanto don Cosmo, sentendola tossire più forte e più a lungo, si recava premuroso a chiamarla dietro l’uscio e a domandarle se volesse qualche cosa. Per tutta risposta donna Sara gli gridava, appena poteva, con voce soffocata:

– Pentìtevi, diavolacci!

E riprendeva a gridare avemarie e paternostri.

Finalmente arrivò Leonardo Costa, in uno stato miserando, tutto scompigliato dal vento, con l’acqua che gli colava a ruscelli dal cappotto e con tre dita di fango attaccato agli scarponi. Non tirava più fiato e non poteva più tener ritta la testa, dalla stanchezza. Mauro, per ricetta, gli fece subito trangugiare un bicchierone di vino, opponendo alla resistenza la solita esclamazione:

– Oh Marasantissima, lasciatevi servire!

Don Cosmo s’affrettò a condurselo in camera e lo ajutò a cangiarsi d’abito, facendogliene indossare uno suo che gli andava molto stretto, ma almeno non era bagnato. Intanto Mauro aveva portato in tavola e gridava dalla sala da pranzo:

– Santo diavolone, venite o non venite?

Quando vide comparire l’uno e l’altro con due visi stralunati, si mise in apprensione e domandò aggrondato:

– Che altro c’è?

Nessuno dei due gli rispose. Don Cosmo, invece, domandò al Costa:

– E Ippolito? Ippolito?

– Dormiva, – rispose quello. – Alle tre di notte! Dormiva. Ma dice che, quando l’uomo di guardia, costretto ad aprire il cancello, corse alla villa ad avvertire...

– Parlate di don Landino? – lo interruppe a questo punto Mauro, cacciandosi tra i due furiosamente. – Ditemi che cos’è!

– No, che don Landino! – gli rispose il Costa, mostrando sul volto una trista gajezza. – Gli hanno fatto l’ultima a quel degno galantuomo che è stato qua un mese a pestarvi la faccia! So che voi lo amate quanto me!

– Il Salvo?

– Già!

E il Costa alzò un piede come per darlo sul collo del caduto. Seguitò:

– Sua sorella, la moglie del principe, ha preso la fuga, questa notte, col deputato Capolino...

– La fuga? Come, la fuga?

– Come, eh? Ci vuol poco... Quello è venuto a pigliarsela con la carrozza, e son partiti di nottetempo, con la corsa delle tre, per Palermo. Certo s’erano accordati avanti...

Don Cosmo, ancora stralunato, mormorava tra sé in disparte:

– Povero Ippolito... povero Ippolito...

– Gli sta bene! – corse a gridargli Mauro in faccia.

– Mescolarsi con una tal razza di gente, – aggiunse il Costa con una smorfia di schifo. – Del resto, sa, sì–don Cosmo? una certa mortificazione, forse, non dico di no... Lo scandalo è grosso: non si parla d’altro a Girgenti e alla marina... Ma, dopo tutto... già non la trattava nemmeno da moglie... dice che dormivano divisi e che... a sentir le male lingue... quel cagliostro, dice, se la piglia com’era prima del matrimonio... Quando l’uomo di guardia corse alla villa ad annunziare la fuga e il cameriere andò a svegliare il principe, dice che egli non alzò neanche la testa dal cuscino e rispose al cameriere: «Ah sí? Buon viaggio! Penserò domani ad averne dispiacere, quando mi sarò levato...».

Don Cosmo negò più volte energicamente col capo e aggiunse:

– Non sono parole d’Ippolito, codeste!

– Per conto mio, – riprese il Costa, sedendo con gli altri a tavola e cominciando a cenare, – che vuole che le dica? Mi dispiace per il principe; ma ci ho gusto, un gran gusto per l’onta che n’avrà il fratello... Ah, sì–don Cosmo, non so davvero perché vivo! Vorrei salvarmi l’anima, glielo giuro; vorrei darle tempo di superar la pena, perché almeno in punto di morte potesse perdonare e salirsene a Dio... Ma no, sì–don Cosmo: la pena è più forte e si mangia l’anima; l’odio mi cresce e si fa più rabbioso di giorno in giorno; e allora dico: perché? non sarebbe meglio ammazzar prima lui e poi me, e farla finita?

– Forse, – mormorò don Cosmo, – gli fareste un regalo...

– Ecco ciò che mi tiene! – esclamò il Costa. – Perché sarebbe un regalo anche per me!

– Mangiate e non piangete! – gli gridò Mauro.

– Abbiate pazienza, don Mauro, – gli disse allora il Costa, forzandosi a sorridere. – Nei vostri piatti, per il palato mio, ci manca sempre un tantino di sale. Qualche lagrimuccia è condimento.

Don Cosmo, intanto, assorto, mirando attentamente un pezzetto di carne infilzato nella forchetta sospesa, diceva tra sé:

– Come due ragazzini...

E tra i colpi di tosse donna Sara seguitava a gridar di là:

– Pentìtevi, diavolacci! pentìtevi!

All’improvviso, mentre i tre seduti a tavola finivano di cenare, da fuori, ove il vento e la pioggia infuriavano, tra il fragorìo continuo degli alberi e del mare, s’intesero i furibondi latrati dei mastini che ogni sera, su i gradini della scala, stavano ad aspettar l’uscita del padrone dopo la cena. Mauro, accigliato, si rizzò sul busto e tese l’orecchio. Quei latrati avvisavano che qualcuno era presso la villa. E chi poteva essere a quell’ora, con quel tempo da lupi? si udirono grida confuse. Mauro balzò in piedi, corse a prendere il fucile appoggiato a un angolo della sala, e s’avviò alla porta. Prima d’aprire, applicò l’orecchio al battente e subito, intendendo che giù, innanzi alla villa, i cani cercavano d’impedire il passo a parecchi che se ne difendevano gridando, spense il lume, spalancò la porta e, tra lo scroscio violento della pioggia, nella tenebra sconvolta, spianando il fucile, urlò dal pianerottolo:

– Chi è là?

Un palpito di luce sinistra mostrò per un attimo, in confuso, la scena. Mauro credette d’intravedere quattro o cinque che, minacciando disperatamente, indietreggiavano all’assalto dei mastini.

– Mauro, perdio! Questi cani! Ne ammazzo qualcuno! Ti chiamo da tre ore!

– Don Landino?

E Mauro, fremente, si precipitò dalla scala, tra il vento, sotto la pioggia furiosa.

– Dove siete? dove siete?

Alla voce del padrone i cani desistettero dall’assalto, pur seguitando ad abbajare.

– Mauro!

– Voi qua? – gridò questi, cercando, invece dei cani, d’impedir lui ora il passo. – Avete il coraggio di rifugiarvi qua coi vostri compagni d’infamia? Non vi ricevo! Andatevene! Questa è la casa di vostro Nonno! Non vi ricevo!

– Mauro, sei pazzo?

– In nome di Gerlando Laurentano, via! Andatevene! Là, da vostro padre è il rifugio per voi e pei vostri compagni, non qua! Non vi ricevo!

– Sei pazzo? Lasciami! – gridò Lando, strappandosi dalla mano di Mauro, che lo teneva afferrato per un braccio.

Sprazzò sul pianerottolo della scala un lume, che subito il vento spense. E don Cosmo, accorso col Costa, chiamò di là:

– Landino! Landino!

Questi rispose:

– Zio Cosmo! – e, rivolto ai compagni: – Su, su, andiamo su!

– Don Landino! – gl’intimò allora Mauro con voce squarciata dall’esasperazione. – Non salite alla villa di vostro Nonno! Se voi salite, io me ne vado per sempre! Ringraziate Iddio che vi chiamate Gerlando Laurentano! Questo solo mi tiene dal farvi fare una vampa, a voi e a codeste carogne, sacchi di merda, che avete accanto! Ah sì? salite? Un fulmine, Dio, che la dirocchi e vi schiacci tutti quanti! Aspettate, ecco qua, tenete, compite la vostra prodezza! Vi consegno la chiave!

E la grossa chiave del camerone venne a sbattere contro la porta che si richiudeva.

– E pazzo! è pazzo! – ripetevano al bujo Lando, don Cosmo, il Costa cercando in tasca i fiammiferi per riaccendere il lume, mentre i compagni di Lando, storditi da quell’accoglienza nel ricovero tanto sospirato e ora finalmente raggiunto, domandavano ansimanti e perplessi:

– Ma chi è?

– Pazzo davvero?

– O perché?

Riacceso il lume, i cinque fuggiaschi, Lando, Lino Apes, Bixio Bruno, Cataldo Sclàfani e l’Ingrao, apparvero come ripescati da una fiumara di fango. Cataldo Sclàfani, dalla faccia spiritata, già ispida su le gote, sul labbro e sul mento della barba che gli rispuntava, era più di tutti compassionevole: pareva un convalescente atterrito, scappato di notte da un ospedale schiantato dalla tempesta.

Fu per un momento uno scoppiettìo di brevi domande e di risposte affannose, tra esclamazioni, sospiri e sbuffi di stanchezza; e chi si scrollava, e chi pestava i piedi, e chi cercava una sedia per buttarcisi di peso.

– Inseguiti? – No, no... – Scoperti?... – Forse!... – Ma che! no... – Sì... – Forse Lando... – A piedi! E come?... – Da tre giorni! – Diluvio! diluvio!... – Ma come, dico io, senz’avvertire? senz ’avvertire?

Quest’ultima esclamazione era – s’intende – di don Cosmo. L’andava ripetendo all’uno e all’altro, sforzandosi di concentrarsi nella gran confusione che gli faceva grattar la barba su le gote con ambo le mani.

– Dico... dico... Ma come?... senz’avvertire?...

E chi sa fino a quando l’avrebbe ripetuto, se finalmente non gli fosse balenata l’idea che bisognava dare ajuto in qualche modo a quei giovanotti. Che ajuto?

– Ecco, venite, venite qua! – prese a dire, afferrando per le braccia ora l’uno ora l’altro. – Spogliatevi, subito... Ho roba... roba per tutti... qua, qua in camera mia... nella cassapanca, venite con me!

Bixio Bruno e l’Ingrao, meno storditi e meno stanchi degli altri, s’opposero energicamente a quella strana insistenza.

– Ma no! Ma lasci! – gridò il primo. – Non c’è da perder tempo... È distante molto Porto Empedocle da qua?

– Ecco, sì, – esclamò Lando, rivolto allo zio. – Qualcuno... un contadino fidato, da spedire a Porto Empedocle subito, per noleggiare una barca... qualche grossa barca da pesca...

– Prima che spunti il giorno, per carità! – raccomandò lo Sclàfani, facendosi avanti con la sua aria spiritata.

– Dovremmo essere in mare prima che spunti il giorno! Forse siamo stati scoperti...

– E dàlli! Ti dico di no  – gli gridò l’Ingrao.

– E io ti dico invece di sì – ribatté lo Sclàfani. – Alla stazione cli Girgenti, Lando, potrei giurare, è stato riconosciuto...

Leonardo Costa fece osservare che il noleggio di una barca, in un frangente come quello, non era incarico da affidare a un contadino.

– Posso andare io, se volete! Anzi, andrò io, ora stesso!

– Con questo tempo? – domandò angustiato don Cosmo. – Signori miei, non precipitate così le cose... Spogliatevi, date ascolto a me: prenderete un malanno... Vedete... ecco qua... quest’amico mio... vedete... l’ho fatto cambiare io, or ora... C’è roba... roba per tutti.. nella cassapanca, venite a vedere!

Il Costa con un gesto d’impazienza, domandò ai giovani:

– Vorreste che venisse qua sotto Valsanìa, la barca?

– Sì, sì, qua! – rispose Lando. – No, zio, per carità, mi lasci stare!

– Spògliati, ti dico...

– Non è prudente, – seguitò Lando, rivolto al Costa, mentre lo zio gli strappava per forza il soprabito, – non è prudente mostrarci a Porto Empedocle. A quest’ora a tutti i porti di mare sarà certo venuto da Palermo l’ordine della nostra cattura.

– Ma sarà difficile, – fece notare allora il Costa, – che approdi qua sotto, di notte, una tartana, con questo mare grosso... Basta; non mi tiro indietro... si potrà tentare...

E corse a prendere in sala l’ampio mantello a cappuccio, ancora zuppo di pioggia.

– Amici! – gridò l’Ingrao, – non sarebbe meglio seguire questo signore, ora che è notte e nessuno ci vede? Ci terremo nascosti in prossimità del paese, fintanto che egli non avrà noleggiato la barca!

Il consiglio non fu accettato per una savia considerazione di Lino Apes:

– Ma che dite? Credete che una tartana si noleggi in quattro e quattr’otto, di nottetempo e con questo tempo? Bisognerà trovare il padrone...

– Lo conosco! – interruppe il Costa. – Ne conosco uno io, mio amico, fidatissimo.

– E i marinaj? – domandò l’Apes. – Il padrone solo non basta.

– Certo! Bisognerà trovare anche i marinaj, – riconobbe il Costa, – e allestir la barca... Prima di giorno non si farà a tempo.

– E allora, no! – gridò subito lo Sclàfani, rifacendosi avanti impetuosamente. – A Porto Empedocle, no, di giorno! Converrà imbarcarci qua!

– Intanto, io vado! – disse Leonardo Costa, che si era già incappucciato.

– Povero amico!– gemette don Cosmo.– Ma proprio?...

Il Costa non volle sentir commiserazioni né ringraziamenti e s’avventurò nella tenebra tempestosa.

Allorché Lando seppe che costui era il padre di Aurelio Costa, barbaramente assassinato insieme con la moglie del deputato Capolino dai solfaraj del Fascio d’Aragona, guardò cupamente l’Ingrao e gli altri compagni. Interpretando male quello sguardo, il Bruno manifestò, sebbene esitante, il sospetto non si fosse quegli recato a Porto Empedocle per vendicarsi, denunziandoli. Don Cosmo allora, accomodando la bocca, emise il suo solito riso di tre oh! oh! oh!

– Quello? – disse; e spiegò il sentimento e la devozione del suo povero amico, il quale, facendo carico della morte del figliuolo soltanto a Flaminio Salvo, non pensava neppur lontanamente ai socii del Fascio d’Aragona.

– Oh, a proposito! – disse poi, colpito dal nome del Salvo, venutogli così per caso alle labbra. E si chiamò Lando in disparte per annunziargli la fuga di donna Adelaide.

– Come una ragazzina, capisci? Alle tre di notte!

Nel trambusto, era rimasta finora inavvertita la voce di donna Sara Alàimo che, credendo forse a una vera invasione di demonii in quella notte di tempesta, ripeteva più arrabbiata che mai dalla sua remota cameretta in fondo al corridojo:

– Pentìtevi, diavolacci!

Il grido strano giunse spiccatissimo in quel momento di silenzio, e tutti, tranne don Cosmo, ne rimasero sbalorditi; anche Lando, già sbalordito per conto suo dalla notizia che gli aveva dato lo zio.

– Chi è?

– Ah, niente, donna Sara! – rispose quegli, come se Lando e i compagni conoscessero da un pezzo la vecchia casiera di Valsanìa. – Mi sta facendo impazzire, parola d’onore... S’è chiusa da due giorni in camera, e grida così... È malata, poverina. Anche di...

E si picchiò con un dito la fronte.

I quattro compagni di Lando si guardarono l’un l’altro negli occhi. Dov’erano venuti a cacciarsi dopo tre giorni di fuga disperata? Pazzo era stato dichiarato il vecchio, che aveva fatto loro in principio quella bella accoglienza; pazza era dichiarata ora anche quest’altra vecchia; e che fosse perfettamente in sensi chi dichiarava pazzi con tanta sicurezza quegli altri due, non appariva loro, in verità, molto evidente. Finora quello zio di Lando, tranne che per i loro abiti bagnati e inzaccherati, non aveva mostrato altra costernazione.

– State ancora così? – esclamò, difatti, meravigliato, don Cosmo, dopo aver dato quel ragguaglio sul grido di donna Sara, e corse ad aprir la cassapanca, ov’eran riposti i suoi abiti smessi. – Qua, qua... prendete... vi dico che c’è roba per tutti

I quattro giovani non poterono piú tenersi dal ridere, e presero ad ajutarsi a vicenda per spiccicarsi d’addosso gli abiti inzuppati di pioggia

– L’importante, v’assicuro io, – diceva don Cosmo, – è questo soltanto, per ora: di non prendere un raffreddore. Minchionatemi pure, ma cambiatevi.

Che ci fosse roba per tutti, intanto, era soverchia presunzione. Lino Apes, non trovando più nella cassapanca nessun capo di vestiario per sé, gli si fece innanzi con la tonaca da seminarista distesa su le braccia come una bambina da portare al battesimo:

– Posso prender questa?

– E perché no? Ah, che cos’è, la tonaca? Eh... se vi andrà...

E sorrise alle risa di quei quattro che si paravano goffamente degli altri abiti, esalanti tutti un acutissimo odore di canfora. Cataldo Sclàfani s’era acconciato con la napoleona e, poiché gli faceva male il capo, s’era annodato alla carrettiera un bel fazzolettone giallo, di cotone, a quadri rossi.

La gioventù a poco a poco riprendeva il sopravvento. Nessuno pensò più alla disfatta, all’incertezza dell’avvenire. Tra gli spintoni e la baja dei compagni, Lino Apes, stremenzito in quella tonaca di seminarista, corse in cucina a riaccendere il fuoco. Avevano fame! avevano sete! Ma qua don Cosmo sentì cascarsi l’asino: sapeva appena dove fosse la dispensa; e la chiave forse l’aveva Mauro con sé.

– La chiave? – gridò l’Ingrao. – L’ho trovata!

E corse a raccattare dal pianerottolo della scala quella che Mauro aveva scagliata contro la porta, rimasta là fuori.

– Eccola qua! eccola qua!

Don Cosmo stette un pezzo a osservarla.

– Questa? – disse. – No... Oh che cos’è? questa è la chiave del camerone! Dove l’avete presa?

Nella confusione non aveva inteso l’ultimo grido di Mauro; e, come gli fu detto che quella chiave era stata scagliata contro Lando, subito s’impensierí e, volgendosi a questo:

– Ma allora vedrai che... oh per Dio! – esclamò, – se ti ha buttato la chiave, vedrai che se ne va davvero... Forse se n’è già andato!

– Andato? dove? – domandò Lando, costernato anche lui e addolorato.

– E chi lo sa? – sospirò don Cosmo. E narrò in breve come già a stento fosse riuscito una prima volta a trattenerlo; poi, siccome gli altri quattro giovani ridevano dei pazzi propositi e del sentimento di quello strano vecchio, gli bisognò dir loro chi fosse, che avesse fatto, che cosa fosse per lui quel camerone e che contenesse.

– Ah sì? Anche un leopardo imbalsamato?

E, incuriositi, Lino Apes, l’Ingrao, il Bruno, lo Sclàfani, appena don Cosmo e Lando si recarono a cercar di Mauro, ripresa quella chiave, entrarono nel camerone.

Sott’esso appunto era la stanza di Mauro Mortara.

Don Cosmo e Lando, con una candela in mano, erano entrati in uno stanzino segreto, ov’era una botola che conduceva al pianterreno della villa; senza far rumore avevano sollevato da terra la caditoja ed erano scesi per la ripida scala di legno non ben sicura alla cantina; di qua eran passati nel palmento; avevano poi attraversato due ampii magazzini vuoti, uno sgabuzzino pieno di vecchi arnesi rurali affastellati, ed erano arrivati a un uscio interno della stanza di Mauro. Chinandosi a guardare, Lando s’accorse, dalla soglia, che c’era lume.

– Mauro! – chiamò allora don Cosmo. – Mauro!

Nessuna risposta.

Lando tornò a chinarsi per guardare attraverso il buco della serratura.

Veniva, di su, il frastuono di quei quattro, che rincorrevano per il camerone Lino Apes vestito da seminarista, e gridavano, e ridevano.

Mauro Mortara, seduto davanti a una cassa, tratta da sotto il letto, stava con le braccia appoggiate su l’orlo del coperchio sollevato, e il viso affondato tra le braccia.

– C’è? che fa? – domandò don Cosmo.

Lando levò rabbiosamente un pugno verso il soffitto, donde veniva il fracasso dei compagni. Sentiva, tra il dispetto acerbo contro questi e contro se stesso, un vivo rimorso della fiera offesa recata al sentimento di quel suo caro vecchio, e un angoscioso cordoglio di non potere in quel momento unire il suo richiamo affettuoso a quello dello zio.

– Che fa? – ridomandò questi, più piano.

Che cosa facesse Mauro, col viso così nascosto tra le braccia, lo dicevano chiaramente le medaglie che, appese al petto e ciondolanti per la positura in cui stava, traballavano a tratti. Piangeva... sì... ecco... piangeva... e aveva alle spalle quel suo comico zainetto che già gli aveva veduto a Roma.

– Mauro! – chiamò di nuovo don Cosmo.

A questo nuovo richiamo, Lando, ancora con l’occhio al buco della serratura, gli vide sollevar la faccia e tenerla un po’ sospesa, senza tuttavia voltarla verso l’uscio; lo vide poi alzarsi e accostarsi di furia al tavolino.

– Ha spento il lume, – disse allo zio, rizzandosi.

Stettero entrambi un pezzo in ascolto, perplessi nell’attesa di sentirgli aprir la porta. Si videro lì, allora, come imprigionati; non avevan le chiavi né dei magazzini, né del palmento, né della cantina, e dovevano dunque ritornar su, se volevano impedirgli d’andare; bisognava far presto, per non dargli tempo d’allontanarsi troppo. Ma nessun rumore veniva più dalla stanza.

Don Cosmo fe’ cenno al nipote di risalire, in silenzio. Quando furono nel primo dei due magazzini, si fermò e disse sottovoce:

– Tanto, se vuole andare, né tu né io potremmo trattenerlo con la forza. Forse ritornerà, quando voi sarete partiti e gli sarà sbollita la collera.

Lando guardò quel suo vecchio zio, da lui appena conosciuto, in quel vasto magazzino, in cui il lume della candela projettava mostruosamente ingrandite le ombre dei loro corpi ed ebbe l’impressione che una strana realtà impensata gli s’avventasse agli occhi all’improvviso, con la stramba inconseguenza d’un sogno. Da un pezzo non vedeva più la ragione dei suoi atti che gli lasciavan tutti uno strascico di rincrescimento, un amaro sapore d’avvilimento; ma ora, più che mai, di fronte alla realtà così stranamente spiccata di quel suo zio fuori della vita, in quell’antica solitaria campagna, lì davanti a lui, in quel magazzino vuoto, con quella candela in mano. Fu tentato di spegnerla, come dianzi Mauro aveva spento il lume nella sua stanza di là. Udì la voce del vento, i boati del mare: fuori era il bujo tempestoso; anche quello della sorte che lo aspettava. Bisognava che in quel bujo, a ogni costo, assolutamente, trovasse una ragione d’agire, in cui tutte le sue smanie si quietassero, tutte le incertezze del suo intelletto cessassero dal tormentarlo. Ma quale? ma quando? ma dove?

– Passerà, – diceva poco dopo don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza, e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita. – Passerà, cari miei... passerà...

I quattro giovani avevano trovato da sé la dispensa e, poiché era aperta, avevan portato di là in tavola quanto poteva servire al loro bisogno; ora, dopo il pasto e saziata la sete, facevano sforzi disperati per resistere alla stanchezza aggravatasi su le loro pàlpebre all’improvviso.

Quell’esclamazione di don Cosmo era in risposta alla rievocazione ch’essi avevano fatta, alcuni con cupa amarezza, altri con rabbioso rammarico e Lino Apes con la sua solita arguzia, degli ultimi avvenimenti tumultuosi. Guardandoli come già lontanissimi nel tempo, don Cosmo non riusciva a scorgerne più né il senso né lo scopo. Dal suo aspetto, agli occhi di Lando, spirava quello stesso sentimento che spira dalle cose che assistono impassibili alla fugacità delle vicende umane.

– Avete visto il leopardo?

– Sì, bello... bello – brontolò l’Ingrao, cacciando il volto, deturpato dall’atra voglia di sangue, tra le braccia appoggiate su la tavola.

– Quello era un leopardo vivo!

Lino Apes spalancò gli occhi e domandò, quasi con spavento:

– Mangiava?

– Lo dico, – riprese don Cosmo, – perché ora, cari miei, è pieno di stoppa e non mangia più. E quella lettera di mio padre? L’avete letta? Un foglietto di carta sbiadito... E la scrisse una mano viva, come questa mia, guardate... Che cos’è ora? Quel povero pazzo l’ha messa in cornice... Luigi Napoleone... il colpo di Stato... gli avvenimenti della Francia...

Raccolse le dita delle mani a pigna e le scosse in aria, come a dire: «Che ce n’è più? che senso hanno?».

– Realtà d’un momento... minchionerie...

Si alzò; s’appressò ai vetri del balcone che da un pezzo non facevano più rumore, e si voltò al nipote:

– Senti che silenzio? – disse. – Ti do la consolante notizia che il vento è cessato...

– Cessato? – domandò Cataldo Sclàfani, levando di scatto dalle braccia, che teneva anche lui appoggiate alla tavola, la faccia spiritata, da convalescente, col fazzoletto giallo tirato fin su le ciglia. – Bene bene... C’imbarcheremo qua... Buona notte!

E si ricompose a dormire.

– Così tutte le cose... – sospirò don Cosmo, mettendosi a passeggiare per la sala; e seguitò, fermandosi di tratto in tratto: – Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c’è più altra realtà... E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà... passerà...

Guardò in giro alla tavola e mostrò a Lando i suoi compagni già addormentati.

– Anzi, vedi? è già passato...

E lo lasciò lì solo, innanzi alla tavola.

Lando mirò i penosi atteggiamenti sguajati, le comiche acconciature, le facce disfatte dalla stanchezza de’ suoi amici e invidiò il loro sonno e ne provò sdegno allo stesso tempo. Avevano potuto scherzare; ora potevano dormire, dimentichi che dei disordini provocati dalle loro predicazioni a una gente oppressa da tante iniquità ma ancor sorda e cieca, s’avvaleva ora il governo per calpestare ancora una volta quella terra, che sola, senza patti, con impeto generoso s’era data all’Italia e in premio non ne aveva avuto altro che la miseria e l’abbandono. Potevano dormire, quei suoi amici, dimentichi del sangue di tante vittime, dimentichi dei compagni caduti in mano della polizia, i quali certo, domani, sarebbero stati condannati dai tribunali militari...

Si alzò anche lui; si recò alla sala d’ingresso, desideroso d’uscire all’aperto, a trarre una boccata d’aria, per liberarsi dell’angoscia che l’opprimeva, ora che il vento e la pioggia erano cessati. Ma innanzi alla porta si fermò, vinto dall’odore di antica vita che covava in quella villa ove suo nonno era vissuto, ove con quel desolato sentimento di precarietà lasciava invano passare i suoi tristi giorni quel suo zio, ove Mauro Mortara... Subito si scosse al ricordo del suo vecchio snidato da lui crudelmente negli ultimi giorni da quella dimora che il culto di tante memorie gli rendeva sacra; più che per tutto il resto sentì dispetto e onta dell’opera sua e dei suoi compagni per quest’ultima conseguenza ch’essa cagionava: di cacciar via da Valsanìa il suo vecchio custode, colui che gli appariva da un pezzo come la più schietta incarnazione dell’antica anima isolana; e corse per tentar di placarlo, per gridargli il suo pentimento e forzarlo a rimanere. La porta della stanza di Mauro era aperta; la stanza era al bujo e vuota.

Su la soglia stavano incerti e come smarriti i tre mastini. Non abbajarono. Anzi, gli si fecero attorno ansiosi, drizzando le aguzze orecchie, scotendo la breve coda, quasi gli chiedessero perché il loro padrone, seguito da essi come ogni notte, a un certo punto si fosse voltato a cacciarli, a rimandarli indietro rudemente: perché?

Da un balcone in fondo venne la voce di don Cosmo:

– Se n’è andato?

– Sì, – rispose Lando.

Don Cosmo non disse più nulla. Nella tetraggine, solenne e come sospesa, della notte ancora inquieta, rimase a udire il fragore del mare sotto le frane di Valsanìa e l’abbajare più o men remoto dei cani; poi, con una mano sul capo calvo, si affisò ad alcune stelle, chiodi del mistero com’egli le chiamava, apparse in una cala di cielo, tra le nuvole squarciate.

Senza curarsi del fango della strada, dove i suoi stivaloni ferrati affondavano e spiaccicavano; con gli occhi aggrottati sotto le ciglia e quasi chiusi; tutto il viso contratto dallo sdegno; un agro bruciore al petto e la mente occupata da una tenebra più cupa di quella che gli era intorno, Mauro Mortara era, intanto, più d’un miglio lontano da Valsanìa. Andava nella notte ancora agitata dagli ultimi fremiti della tempesta, investito di tratto in tratto da raffiche gelate che gli spruzzavano in faccia la pioggia stillante dagli alberi, di qua e di là dalle muricce, lungo lo stradone. Andava curvo, a testa bassa, il fucile appeso a una spalla, le due pistole ai fianchi, un pugnale col fodero in cuojo alla cintola, lo zàino alle spalle, il berretto villoso in capo e le medaglie al petto. Saliva verso Girgenti; ma voleva andare più lontano; lasciare a un certo punto lo stradone e mettersi per la linea ferroviaria; attraversare una breve galleria, sboccare in Val Sollano, e di lì, nei pressi della stazione, avviarsi per un altro stradone al paese di Favara, ove, in un poderetto di là dall’abitato, viveva un suo nipote contadino, figlio d’una sorella morta da tanti anni, il quale più volte gli aveva offerto tetto e cure nel caso che, infermo, avesse voluto ritirarsi da Valsanìa. Andava lì, da quel suo nipote; ma non ci voleva pensare. La testa, il cuore gli erano rimasti come pestati, schiacciati e macerati dallo stropiccìo dei passi di quei giovani, che per supremo oltraggio s’erano introdotti a profanare il camerone del Generale, mentr’egli nella sua stanza, sotto, s’apparecchiava a partire. Non voleva più pensare né sentir nulla; nulla immaginare dei giorni che gli restavano. Tuttavia, il cuore calpestato, a poco a poco, sotto l’assillo del pensiero che, forse, quel suo nipote contadino gli aveva offerto ricetto perché s’aspettava da lui chi sa quali tesori, cominciò a rimuoverglisi dentro, a riallargarglisi in émpiti d’orgoglio. Soltanto da giovane e dalle mani del Generale, fino alla partenza per l’esilio a Malta, egli aveva avuto un salario. Ritornato a Valsanìa, dopo le vicende fortunose della sua vita errabonda, per mare, in Turchia, nell’Asia Minore, in Africa, e dopo la campagna del Sessanta, aveva prestato sempre la sua opera, colà, disinteressatamente. E ora, ecco, a settantotto anni, se ne partiva povero, senza neppure un soldo in tasca, con la sola ricchezza di quelle sue medaglie al petto. Ma appunto perché questa sola ricchezza aveva cavato dall’opera di tutta la sua vita, – Sciocco, – poteva dire a quel suo nipote, – tu sei padrone di tre palmi di terra; e se te ne scosti d’un passo, non sei più nel tuo; io, invece, sono qua, sempre nel mio ovunque posi il piede, per tutta la Sicilia! Perché io la corsi da un capo all’altro per liberarla dal padrone che la teneva schiava!

Preso così l’aire, la sua esaltazione crebbe di punto in punto, fomentata per un verso dal cordoglio d’essersi strappato per sempre da Valsanìa, e per l’altro dal bisogno di riempire con la rievocazione di tutti i ricordi che potevano dargli conforto il vuoto che si vedeva davanti.

Rideva e parlava forte e gestiva, senza badare alla via: rideva al binario della linea ferroviaria, ai pali del telegrafo, frutti della Rivoluzione, e si picchiava forte il petto e diceva:

– Che me n’importa? Io... io... la Sicilia... oh Marasantissima... vi dico la Sicilia... Se non era per la Sicilia... Se la Sicilia non voleva... La Sicilia si mosse e disse all’Italia: eccomi qua! vengo a te! Muoviti tu dal Piemonte col tuo Re, io vengo di qua con Garibaldi, e tutti e due ci uniremo a Roma! Oh Marasantissima, lo so: Aspromonte, ragione di Stato, lo so! Ma la Sicilia voleva far prima, di qua... sempre la Sicilia... E ora quattro canaglie hanno voluto disonorarla... Ma la Sicilia è qua, qua, qua con me... la Sicilia, che non si lascia disonorare, è qua con me!

Si trovò tutt’a un tratto davanti alla breve galleria che sbocca in Val Sollano, e stupì d’esservi giunto cosí presto, senza saper come; prima d’entrarvi, guardò in cielo per conoscere dalle stelle che ora fosse. Potevano essere le tre del mattino. Forse all’alba sarebbe alla Favara. Attraversata la galleria e giunto nei pressi della stazione di Girgenti, al punto in cui s’imbocca lo stradone che conduce a quel grosso borgo tra le zolfare, dovette però fermarsi davanti alla sfilata di due compagnie di soldati che, muti, ansanti, a passo accelerato, si recavano di notte colà. Dal cantoniere di guardia ebbe notizia che, nonostante la proclamazione dello stato d’assedio, alla Favara tutti i socii del Fascio disciolto, nelle prime ore della sera, s’erano dati convegno nella piazza e avevano assaltato e incendiato il municipio, il casino dei nobili, i casotti del dazio, e che gl’incendii e la sommossa duravano ancora e già c’erano parecchi morti e molti feriti.

– Ah sì? Ah sì? – fremette Mauro. – Ancora?

E si svincolò dalle braccia di quel cantoniere che voleva trattenerlo, vedendolo così armato, per salvarlo dal rischio a cui si esponeva d’esser catturato da quei soldati.

– Io, dai soldati d’Italia?

E corse per unirsi a loro.

Una gioja impetuosa, frenetica, gli ristorò le forze che già cominciavano a mancargli; ridiede l’antico vigore alle sue vecchie gambe garibaldine; l’esaltazione diventò delirio; sentì veramente in quel punto d’esser la Sicilia, la vecchia Sicilia che s’univa ai soldati d’Italia per la difesa comune, contro i nuovi nemici.

Divorò la via, tenendosi a pochi passi da quelle due compagnie che a un certo punto, per l’avviso di alcuni messi incontrati lungo lo stradone, s’eran lanciate di corsa.

Quando, alla prima luce dell’alba, tutto inzaccherato da capo a piedi, trafelato, ebbro della corsa, stordito dalla stanchezza, si cacciò coi soldati nel paese, non ebbe tempo di veder nulla, di pensare a nulla: travolto, tra una fitta sassajola, in uno scompiglio furibondo, ebbe come un guazzabuglio di impressioni così rapide e violente da non poter nulla avvertire, altro che lo strappo spaventoso d’una fuga compatta che si precipitava urlante; un rimbombo tremendo; uno stramazzo e...

La piazza, come schiantata e in fuga anch’essa dietro gli urli del popolo che la disertava, appena il fumo dei fucili si diradò nel livido smortume dell’alba, parve agli occhi dei soldati come trattenuta dal peso di cinque corpi inerti, sparsi qua e là.

Un bisogno strano, invincibile, obbligò il capitano a dare subito ai suoi soldati un comando qualunque, pur che fosse. Quei cinque corpi rimasti là, traboccati sconciamente, in una orrenda immobilità, su la motriglia della piazza striata dall’impeto della fuga, erano alla vista d’una gravezza insopportabile. E un furiere e un caporale, al comando del capitano, si mossero sbigottiti per la piazza e si accostarono al primo di quei cinque cadaveri.

Il furiere si chinò e vide ch’esso, caduto con la faccia a terra, era armato come un brigante. Gli tolse il fucile dalla spalla e, levando il braccio, lo mostrò al capitano; poi diede quel fucile al caporale, e si chinò di nuovo sul cadavere per prendergli dalla cintola prima una e poi l’altra pistola, che mostrò ugualmente al capitano. Allora questi, incuriosito, sebbene avesse ancora un forte tremito a una gamba e temesse che i soldati se ne potessero accorgere, si appressò anche lui a quel cadavere, e ordinò che lo rimovessero un poco per vederlo in faccia. Rimosso, quel cadavere mostrò sul petto insanguinato quattro medaglie.

I tre, allora, rimasero a guardarsi negli occhi, stupiti e sgomenti.

Chi avevano ucciso?

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011