Luigi Pirandello

I VECCHI E I GIOVANI

Edizione di riferimento:

Opere di Luigi Pirandello, nuova edizione diretta da Giovanni Macchia, Tutti i romanzi, vol. II, a cura di Giovanni Macchia con la collaborazione di Mario Costanzo, introduzione di Giovanni Macchia, Arnoldo Mondadori Editore, 2005.

Ai miei figli

giovani oggi vecchi domani

PARTE PRIMA

I

La pioggia, caduta a diluvio durante la notte, aveva reso impraticabile quel lungo stradone di campagna, tutto a volte e risvolte, quasi in cerca di men faticose erte e di pendii meno ripidi. Il guasto dell’intemperie appariva tanto più triste, in quanto, qua e là, già era evidente il disprezzo e quasi il dispetto della cura di chi aveva tracciato e costruito la via per facilitare il cammino tra le asperità di quei luoghi con gomiti e giravolte e opere or di sostegno or di riparo: i sostegni eran crollati, i ripari abbattuti, per dar passo a dirupate scorciatoje. Piovigginava ancora a scosse nell’alba livida tra il vento che spirava gelido a raffiche da ponente; e a ogni raffica, su quel lembo di paese emergente or ora, appena, cruccioso, dalle fosche ombre umide della notte tempestosa, pareva scorresse un brivido, dalla città, alta e velata sul colle, alle vallate, ai poggi, ai piani irti ancora di stoppie annerite, fino al mare laggiù, torbido e rabbuffato. Pioggia e vento parevano un’ostinata crudeltà del cielo sopra la desolazione di quelle piagge estreme della Sicilia, su le quali Girgenti, nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nell’abbandono d’una miseria senza riparo. Le alte spalliere di fichidindia, ispide, carnute e stravolte, o le siepi di rovi secchi e di agavi, le muricce qua e là screpolate erano di tratto in tratto interrotte da qualche pilastro cadente che reggeva un cancello scontorto e arrugginito o da rozzi e squallidi tabernacoli, i quali, nella solitudine immobile, guardati dagl’ispidi rami degli alberi gocciolanti, anziché conforto ispiravano un certo sgomento, posti com’eran lì a ricordare la fede a viandanti (per la maggior parte campagnuoli e carrettieri) che troppo spesso, con aperta o nascosta ferocia, dimostravano di non ricordarsene. Qualche triste uccelletto sperduto veniva, col timido volo delle penne bagnate, a posarsi su essi; spiava, e non ardiva mettere neppure un lamento in mezzo a tanto squallore. Vi strillava, al contrario (almeno a prima vista), una giumenta bianca montata da un fantoccio in calzoni rossi e cappotto turchino. Se non che, a guardar bene, quella giumenta bianca si scopriva anch’essa compassionevole: vecchia e stanca, sbruffava ogni tanto dimenando la testa bassa, come se non ne potesse più di sfangare per quello stradone; e il cavaliere, che la esortava amorevolmente, pur in quella vivace uniforme di soldato borbonico, non appariva meno avvilito della sua bestia, le mani paonazze, gronchie dal freddo, e tutto ristretto in sé contro il vento e la pioggia.

– Coraggio, Titina!

E intanto il fiocco del berretto a barca, di bassa tenuta, pendulo sul davanti, gli andava in qua e in là, quasi battendo la solfa al trotto stracco della povera giumenta.

Dei rari passanti a piedi o su pigri asinelli qualcuno che ignorava come qualmente il principe don Ippolito Laurentano tenesse una guardia di venticinque uomini con la divisa borbonica nel suo feudo di Colimbètra, dove fin dal 1860 si era esiliato per attestare la sua fiera fedeltà al passato governo delle Due Sicilie, si voltava stupito e si fermava un pezzo a mirare quel buffo fantasma emerso dai velarii strappati di quell’incerto crepuscolo, e non sapeva che pensarne.

Passando innanzi allo stupore di questi ignoranti, Placido Sciaralla, capitano di quella guardia, non ostanti il freddo e la pioggia ond’era tutto abbrezzato e inzuppato, si drizzava sulla vita per assumere un contegno marziale; marzialmente, se capitava, porgeva con la mano il saluto a qualcuno di quei tabernacoli; poi, chinando gli occhi per guardarsi le punte tirate su a forza e insegate dei radi baffetti neri (indegni baffi!) sotto il robusto naso aquilino, cangiava l’amorevole esortazione alla bestia in un: «Su! su!» imperioso, seguito da una stratta alla briglia e da un colpetto di sproni giunti, a cui talvolta Titina - mannaggia! - sforzata così nella lenta vecchiezza, soleva rispondere dalla parte di dietro con poco decoro.

Ma questi incontri, tanto graditi al capitano, avvenivano molto di rado. Tutti ormai sapevano di quel corpo di guardia a Colimbètra, e ne ridevano o se n’indignavano.

Il Papa in Vaticano con gli Svizzeri; don Ippolito Laurentano, nel suo fèudo con Sciaralla e compagnia!

E Sciaralla, che dentro la cinta di Colimbètra si sentiva a posto, capitano sul serio, fuori non sapeva più qual contegno darsi per sfuggire alle beffe e alle ingiurie.

Già cominciamo che tutti lo degradavano, chiamandolo caporale. Stupidaggine! indegnità! Perché lui comandava ben venticinque uomini (ohè, venticinque!) e bisognava vedere come li istruiva in tutti gli esercizii militari e come li faceva trottare. E poi, del resto, scusate, tutti i signoroni non tengono forse nelle loro terre una scorta di campieri in divisa?

Veramente, dichiararsi campiere soltanto, scottava un po’ al povero Sciaralla, che «nasceva bene» e aveva la patente di maestro elementare e di ginnastica. Tuttavia, a colorar così la cosa s’era piegato talvolta a malincuore, per non essere qualificato peggio. Campiere, sì. Campiere capo.

– Caporale?

– Capo! capo! Che c’entra caporale? Ammettete allora che sia milizia?

Di chi? come? e perché vestita a quel modo? Sciaralla si stringeva nelle spalle, socchiudeva gli occhi:

– Un’uniforme come un’altra. Capriccio di Sua Eccellenza, che volete farci?

Con alcuni più crèduli, tal’altra, si lasciava andare a confidenze misteriose: che il principe cioè, mal visto per le sue idee dal governo italiano, il quale - figurarsi! - avrebbe alzato il fianco a saperlo morto assassinato o derubato senza pietà, avesse davvero bisogno nella solitudine della campagna di quella scorta, di cui egli, Sciaralla, indegnamente era capo. Restava però sempre da spiegare perché quella scorta dovesse andar vestita di quell’uniforme odiosa

– Boja, piuttosto!– s’era sentito più volte rispondere il povero Sciaralla, il quale allora pensava con un po’ di fiele quanto fosse facile al principe il serbare con tanta dignità e tanta costanza quel fiero atteggiamento di protesta, rimanendo sempre chiuso entro i confini di Colimbètra, mentre a lui e ai suoi subalterni toccava d’arrischiarsi fuori a risponderne.

Invano, a quattr’occhi, giurava e spergiurava, che mai e poi mai, al tempo dei Borboni, avrebbe indossato quell’uniforme, simbolo di tirannide allora, simbolo dell’oppressione della patria; e soggiungeva scotendo le mani:

– Ma ora, signori miei, via! Ora che siete voi i padroni… Lasciatemi stare! È pane. Dite sul serio?

Gli volevano amareggiare il sangue a ogni costo, fingendo di non comprendere che egli poi non era tutto nell’abito che indossava; che sotto quell’abito c’era un uomo come tutti gli altri costretto a guadagnarsi da vivere in qualche porca maniera. Con gli sguardi, coi sorrisi, componendo il volto a un’aria di vivo interessamento ai casi altrui, cercava in tutti i modi di stornar l’attenzione da quell’abito; poi, di tutte quelle arti che usava, di tutte quelle smorfie che faceva, si stizziva fieramente con se stesso, perché, a guardar quell’abito senza alcuna idea, gli pareva bello, santo Dio! e che gli stésse proprio bene; e quasi quasi gli cagionava rimorso il dover fingersi afflitto di portarlo.

Aveva sentito dire che su a Girgenti un certo «funzionario» continentale, barbuto e bilioso, aveva pubblicamente dichiarato con furiosi gesti, che una tale sconcezza, una siffatta tracotanza, un così patente oltraggio alla gloria della rivoluzione, al governo, alla patria, alla civiltà, non sarebbero stati tollerati in alcun’altra parte d’Italia, né forse in alcun’altra provincia della stessa Sicilia, che non fosse questa di Girgenti, così... così... – e non aveva voluto dir come, a parole; con le mani aveva fatto un certo atto.

Oh Dio, ma proprio per lui, per quell’uniforme borbonica dei venticinque uomini di guardia, tanto sdegno, tanto schifo? O perché non badavan piuttosto codesti indignati al signor sindaco, ai signori assessori e consiglieri comunali e provinciali e ai più cospicui cittadini, che venivano a gara, tutti parati e impettiti, a fare ossequio a S. E. il principe di Laurentano, che li accoglieva nella villa come un re nella reggia? E Sciaralla non diceva dell’alto clero con monsignor vescovo alla testa, il quale, si sa, per un legittimista come Sua Eccellenza, poteva considerarsi naturale alleato.

Sciaralla gongolava e gonfiava per tutte queste visite; e nulla gli era più gradito che impostarsi ogni volta su l’attenti e presentar le armi. Se veniva monsignore, se veniva il sindaco, la sentinella chiamava dal cancello il drappelletto dal posto di guardia vicino, e un primo saluto, là, in piena regola, con un bel fracasso d’armi, levate e appiedate di scatto; un altro saluto poi, sotto le colonne del vestibolo esterno della villa, al richiamo dell’altra sentinella del portone. Rispetto al salario, era così poco il da fare, che tanto lui quanto i suoi uomini se ne davano apposta, cercandone qua e là il pretesto; e una delle faccende più serie erano appunto questi saluti alla militare, i quali servivano a meraviglia a toglier loro l’avvilenza di vedersi, così ben vestiti com’erano, inutili affatto.

In fondo, con tali e tanti protettori, Sciaralla avrebbe potuto ridersi della baja che gli dava la gente minuta, se, come tutti i vani, non fosse stato desideroso d’esser veduto e accolto da ognuno con grazia e favore. Non sapeva ridersene poi, e anzi da un pezzo in qua ne era anche più d’un po’ costernato, per un’altra ragione.

C’era una chiacchiera in paese, la quale di giorno in giorno si veniva sempre più raffermando, che tutti gli operaj delle città maggiori dell’isola, e le contadinanze e, più da presso nei grossi borghi dell’interno, i lavoratori delle zolfare si volessero raccogliere in corporazioni o, come li chiamavano in fasci, per ribellarsi non pure ai signori, ma a ogni legge, dicevano, e far man bassa di tutto.

Più volte, essendo di servizio nell’anticamera, ne aveva sentito discutere nel salone. Il principe ne dava colpa, s’intende, al governo usurpatore che prima aveva gabbato le popolazioni dell’isola col lustro della libertà e poi la aveva affamata con imposte e manomissioni inique; gli altri gli facevano coro; ma monsignor vescovo pareva a Sciaralla che meglio di tutti sapesse scoprir la piaga.

Il vero male, il più gran male fatto dal nuovo governo non consisteva tanto nell’usurpazione che faceva ancora e giustamente sanguinare il cuore di S. E. il principe di Laurentano. Monarchie, istituzioni civili e sociali: cose temporanee; passano; si farà male a cambiarle agli uomini o a toglierle di mezzo, se giuste e sante; sarà un male però possibilmente rimediabile. Ma se togliete od oscurate agli uomini ciò che dovrebbe splendere eterno nel loro spirito: la fede, la religione? Orbene, questo aveva fatto il nuovo governo! E come poteva più il popolo starsi quieto tra le tante tribolazioni della vita, se più la fede non gliele faceva accettare con rassegnazione e anzi con giubilo, come prova e promessa di premio in un’altra vita? La vita è una sola? questa? le tribolazioni non avranno un compenso di là, se con rassegnazione sopportate? E allora per qual ragione più accettarle e sopportarle? Prorompa allora l’istinto bestiale di soddisfare quaggiù tutti i bassi appetiti del corpo!

Parlava proprio bene, Monsignore. La vera vera ragione di tutto il male era questa. Insieme però con Monsignore che veramente, ricco com’era, sentiva poco le tribolazioni della vita, Sciaralla avrebbe voluto che tutti i poveri la riconoscessero, questa ragione. Ma non riusciva a levarsi dal capo un vecchierello mendico, presentatosi un giorno al cancello della villa col rosario in mano, il quale, stando ad aspettar l’elemosina e sentendo un lungo brontolio nel suo stomaco, gli aveva fato notare con un mesto sorriso:

– Senti? Non te lo dico io; te lo dice lui che ha fame...

La costernazione di Sciaralla, per quel grave pericolo che sovrastava a tutti i signori, proveniva più che altro dalla sicurezza con cui il principe, là nel salone, pareva lo sfidasse. Riposava certo su lui e sul valore e la devozione dei suoi uomini quella sicurezza del principe, al quale poteva bastare che dicesse di non aver paura, lasciando poi agli altri il pensiero del rimanente.

Fortuna che finora lì a Girgenti nessuno si moveva, né accennava di volersi muovere! Paese morto. Tanto vero - dicevano i maligni - che vi regnavano i corvi, cioè i preti. L’accidia, tanto di far bene quanto di far male, era radicata nella più profonda sconfidenza della sorte, nel concetto che nulla potesse avvenire, che vano sarebbe stato ogni sforzo per scuotere l’abbandono desolato, in cui giacevano non soltanto gli animi, ma anche tutte le cose. E a Sciaralla parve di averne la prova nel triste spettacolo che gli offriva, quella mattina, la campagna intorno e quello stradone.

Aveva già attraversato il tratto incassato nel taglio perpendicolare del lungo ciglione su cui sorgono aerei e maestosi gli avanzi degli antichi Tempii akragantini. Si apriva là, un tempo, la Porta Aurea dell’antichissima città scomparsa. Ora egli ranchettava giù per il pendìo che conduce alla vallata di Sant’Anna, per la quale scorre, intoppando qua e là, un fiumicello di povere acque: l’Hypsas antico, ora Drago, secco d’estate e cagione di malaria in tutte le terre prossime, per le trosce stagnanti tra gl’ispidi ciuffi del greto. Impetuoso e torbido per la grande acquata della notte scorsa, investiva laggiù, quella mattina, il basso ponticello uso, d’estate, ad accavalciare i ciottoli e la rena.

Veramente da quella triste contrada maledetta dai contadini, costretti a dimorarvi dalla necessità, macilenti, ingialliti, febbricitanti, pareva spirasse nello squallore dell’alba un’angosciosa oppressione di cui anche i rari alberi che vi sorgevano fossero compenetrati: qualche centenario olivo saraceno dal tronco stravolto, qualche mandorlo ischeletrito dalle prime ventate d’autunno.

– Che acqua, eh? – s’affrettava a dire capitan Sciaralla, imbattendosi lungo quel tratto nella gente di campagna o nei carrettieri che lo conoscevano, per prevenire beffe e ingiurie, e dava di sprone alla povera Titina.

Non a caso però, quel giorno, metteva avanti la pioggia della notte scorsa. Trottando e guardando nel cielo la nera nuvolaglia sbrendolata e raminga, pensava proprio a essa per trovarvi una scusa che gli quietasse la coscienza, avendo trasgredito a un ordine positivo ricevuto la sera avanti dal segretario del principe: l’ordine di recare sul tamburo una lettera a don Cosmo Laurentano, fratello di don Ippolito, che viveva segregato anche lui nell’altro fèudo di Valsanìa, a circa quattro miglia da Colimbètra. Sciaralla non se l’era sentita d’avventurarsi a quell’ora, con quel tempo da lupi, fin laggiù; aveva pensato che Lisi Prèola, il vecchio segretario, avendo una forca di figliuolo che aspirava a diventar capitano della guardia, non cercava di meglio che mandar lui Sciaralla all’altro mondo; che però forse quella lettera non richiedeva tale urgenza ch’egli rischiasse di rompersi il collo per una via scellerata, al bujo, sotto la pioggia furiosa, tra lampi e tuoni; e che infine avrebbe potuto aspettar l’alba e partir di nascosto, senza rinunziare per quella sera alla briscola nella casermuccia sul greppo dello Sperone, dove si riduceva coi tre compagni graduati a passar la notte, dandosi il cambio ogni tre ore nella guardia.

L’uscir di Colimbètra era sempre penoso per capitan Sciaralla, ma una vera spedizione allorché doveva recarsi a Valsanìa, dove ogni volta gli toccava d’affrontar paziente l’odio d’un vecchio energumeno, terrore di tutte le contrade circonvicine, chiamato Mauro Mortara, il quale, approfittando della dabbenaggine di don Cosmo, a cui certo i libracci di filosofia avevano sconcertato il cervello, vi stava da padrone, né sopra di lui riconosceva altra signoria.

– Coraggio, coraggio, Titina! – sospirava pertanto Sciaralla, ogni qual volta gli si presentava alla mente la figura di quel vecchio: basso di statura, un po’ curvo, senza giacca, con una ruvida camicia d’albagio di color violaceo a quadri rossi aperta sul petto irsuto, un enorme berretto villoso in capo, ch’egli da se stesso s’era fatto dal cuojo d’un agnello, la cui concia col sudore gli aveva tinti di giallo i lunghi cernecchi e, ai lati, l’incolta barba bianca: comico e feroce, con due grosse pistole sempre alla cintola, anche di notte, poiché si buttava a dormir vestito su uno strapunto di paglia per poche ore soltanto: a settantasette anni sveglio ancora e robusto, più che un giovanotto di venti.

– E non morrà mai! – sbuffava Sciaralla. – Sfido! che gli manca? Dopo tant’anni è considerato come parte della famiglia anche da don Ippolito, che è tutto dire. Con don Cosmo per poco non si dànno del tu.

E ripensava, proseguendo la via, alle straordinarie avventure di quell’uomo che, al Quarantotto, aveva seguito nell’esilio a Malta il principe padre, don Gerlando Laurentano, il quale gli s’era affezionato fin da quando, privato del grado di gentiluomo di camera, chiave d’oro, per uno scandalo di corte a Napoli, sera ritirato a Valsanìa, dove il Mortara era nato, figlio di poveri contadini, contadinotto anche lui, anzi guardiano di pecore, allora.

A un’avventura segnatamente, tra le tante, si fermava il pensiero di Placido Sciaralla: a quella che aveva procurato al Mortara il nomignolo di Monaco; avventura dei primi tempi, avanti al Quarantotto, quando a Valsanìa, attorno al vecchio principe di Laurentano, acceso di vendetta dopo quello scandalo di corte a Napoli, si radunavano di nascosto, venendo da Girgenti, i caporioni del comitato rivoluzionario. Mauro Mortara faceva la guardia ai congiurati a piè della villa. Ora una volta un frate francescano ebbe la cattiva ispirazione di avventurarsi fin là per la questua. Il Mortara, chi sa perché, lo prese per una spia; e senza tante cerimonie lo afferrò, lo legò, lo tenne appeso a un albero per tutto un giorno; alla notte lo sciolse e lo mandò via; ma tanta era stata la paura, che il frate non poté più riaversene e ne morì poco dopo.

Quest’avventura era più viva delle altre nella memoria di Sciaralla, non solo perché in essa Mauro Mortara si mostrava, come a lui piaceva crederlo, feroce, ma anche perché l’albero, a cui il francescano era stato appeso, era ancora in piedi presso la villa, e Mauro non tralasciava mai d’indicarglielo, accompagnando il cenno con un muto ghigno e un lieve tentennar del capo, atteggiato il volto di schifo nel vedergli addosso quell’uniforme borbonica.

– Coraggio, coraggio, Titina!

Conveniva soffrirseli in pace gli sgarbi e i raffacci di quel vecchio. Il quale, sì, guaj e rischi d’ogni sorta ne aveva toccati e affrontati in vita sua, senza fine; ma che fortuna, adesso, servire sotto don Cosmo che non si curava mai di nulla, fuori di quei suoi libracci che lo tenevano tutto il giorno vagante come in un sogno per i viali di Valsanìa!

Che differenza tra il principe suo padrone e questo don Cosmo! che differenza poi tra entrambi questi fratelli e la sorella donna Caterina Auriti, che viveva - vedova e povera - a Girgenti!

Da anni e anni tutti e tre erano in rotta tra loro.

Donna Caterina Laurentano aveva seguito lei sola le nuove idee del padre; e poi si diceva che, da giovinetta, aveva recato onta alla famiglia, fuggendo di casa con Stefano Auriti, morto poi nel Sessanta, garibaldino, nella battaglia di Milazzo, mentre combatteva accanto al Mortara e al figlio don Roberto, che ora viveva a Roma e che allora era ragazzo di appena dodici anni, il più piccolo dei Mille. Figurarsi, dunque, se il principe poteva andar d’accordo con quella sorella! Ma con Cosmo, intanto, perché no? Questi, almeno apparentemente, non aveva mai parteggiato per alcuno. Ma forse non approvava la protesta del fratello maggiore contro il nuovo Governo. Chi aveva però ragione di loro due? Il padre, prima che liberale, era stato borbonico, gentiluomo di camera e chiave d’oro: che meraviglia, dunque, se il figlio, stimando fedifrago il padre, s’era serbato fedele al passato Governo? Meritava anzi rispetto per tanta costanza: rispetto e venerazione; e non c’era nulla da ridire, se voleva che tutti sapessero com’egli la pensava, anche dal modo con cui vestiva i suoi dipendenti. Sissignori, sono borbonico! ho il coraggio delle mie opinioni!

Un toffo di terra arrivò a questo punto alle spalle di capitan Sciaralla, seguíto da una sghignazzata.

Il capitano dié un balzo sulla sella e si voltò, furente. Non vide nessuno. Da una siepe sopra l’arginello venne fuori però questa strofetta, declamata con tono derisorio, lento lento:

Sciarallino, Sciarallino,

dove vai con tanta boria

sul ventoso tuo ronzino?

Sei scappato dalla storia,

Sciarallino, Sciarallino?

Capitan Sciaralla riconobbe alla voce Marco Prèola, il figlio scapestrato del segretario del principe, e sentì rimescolarsi tutto il sangue. Ma, subito dopo, il Prèola gli apparve in tale stato, che le ciglia aggrottate gli balzarono fino al berretto e la bocca serrata dall’ira gli s’aprì dallo stupore.

Non pareva più un uomo, colui: salvo il santo battesimo un porco pareva, fuori del brago, ritto in piedi, cretaceo e arruffato. Con le gambe aperte, buttato indietro sulle reni a modo degli ubriachi, il Prèola seguitò da lassù a declamare con ampii e stracchi gesti:

Oppur vai, don Chisciottino,

all’assalto d’un molino

od a caccia di lumache

t’avventuri col mattino,

così rosso nelle brache,

nel giubbon così turchino,

Sciarallino, Sciarallino?

– Quanto sei caro! – sbuffò Sciaralla, allungando una mano alle terga, ove la mota gli s’era appiastrata.

Marco Prèola si calò giù, sul sedere, dall’arginello lubrico di fango, e gli s’accostò.

– Caro? No,– disse,– mi vendo a buon mercato! Ti piace la poesia? Bella! E séguita, sai? La stamperò su L’Empedocle domenica ventura.

Capitan Sciaralla stette ancora un pezzo a guardarlo, col volto contratto, ora, in una smorfia tra di schifo e di compassione. Sapeva che colui andava soggetto ad attacchi d’epilessia; che spesso vagava di notte come un cane randagio e spariva per due o tre giorni finché non lo ritrovavano come una bestia morta, con la faccia a terra e la bava alla bocca, o su al Culmo delle Forche o su la Serra Ferlucchia o per le campagne. Gli vide la faccia gonfia, deturpata da una livida cicatrice su la gota destra, dall’occhio alla bocca, con pochi peli ispidi biondicci sul labbro e sul mento; gli guardò il vecchio cappelluccio stinto e roccioso, che non arrivava a nascondergli la laida calvizie precoce; notò che calvo era anche di ciglia; ma non poté sostenere lo sguardo di quegli occhi chiari, verdastri, impudenti, in cui tutti i vizii pareva vermicassero. Cacciato dalla scuola militare di Modena, il Prèola era stato a Roma circa un anno nella redazione d’un giornalucolo di ricattatori; scontata una condanna di otto mesi di carcere, aveva tentato di uccidersi buttandosi giù da un ponte nel Tevere; salvato per miracolo, era stato rimpatriato dalla questura, e ora viveva alle spalle del padre, a Girgenti.

– Che hai fatto?– gli domandò Sciaralla.

Il Prèola si guardò l’abito cretoso addosso, e con un ghigno frigido rispose:

– Niente. Un insultino...

Con le mani aggiunse un gesto per significare che s’era voltolato per terra. Poi, all’improvviso, cangiando aria e tono, gli ghermì un braccio e gli gridò:

– Qua la lettera! So che l’hai!

– Sei matto? – esclamò Sciaralla con un soprassalto, tirandosi indietro.

Il Prèola scoppiò a ridere sguajatamente.

– Mi serve soltanto per annusarla. Càvala fuori. Voglio sentire se sa odor di confetti. Animale, non sai che il tuo padrone sposa?

Sciaralla lo guardò, stordito.

– Il principe?

– Sua Eccellenza, già! Non credi? Scommetto che la lettera parla di questo. Il principe annunzia le prossime nozze al fratello. Non hai visto monsignor Montoro? È lui il paraninfo!

Veramente monsignor Montoro in quegli ultimi giorni s’era fatto vedere molto più di frequente a Colimbètra. Che fosse vero? Sciaralla si sforzò d’impedire che quella notizia incredibile, di un avvenimento così inopinato, gli accendesse in un lampo la visione di splendide feste, di una gaja animazione nuova in quel silenzioso, austero ritiro; la speranza di regali per la bella comparsa che avrebbe fatto coi suoi uomini e il servizio inappuntabile che avrebbe disimpegnato... Ma il principe, possibile? così serio... alla sua età? E poi, come prestar fede al Prèola?

Cercando di nascondere la meraviglia e la curiosità con un sorriso di diffidenza, gli domandò:

– E chi sposa?

– Se mi dài la lettera, te lo dico, – rispose quello.

– Domani! Va’ là! Ho capito.

E Sciaralla si spinse col busto per cacciar la giumenta.

– Aspetta! – esclamò il Prèola, trattenendo Titina per la coda. – M’importa assai delle nozze, e che tu non ci creda! Forse... vedi? questo mi premerebbe più di sapere... forse il principe parla al fratello delle elezioni, della candidatura del nipote. Non sai neanche questo? Non sai che Roberto Auriti, «il dodicenne eroe», si presenta deputato?

– So un corno io; chi se n’impiccia? – fece Sciaralla. – Non abbiamo l’on. Fazello per deputato?

– Non lo dico io che siete fuori della storia, vojaltri, a Colimbètra! – ghignò il Prèola. – Abbiamo le elezioni generali, e Fazello non si ripresenta, somaro, per la morte del figliuolo!

– Del figliuolo? Se è scapolo!

Il Prèola tornò a ridere sguajatamente.

– E che uno scapolo, uomo di chiesa per giunta, non può aver figliuoli? Bestione! Avremo l’Auriti, sostenuto dal governo, contro l’avvocato Capolino. Fiera lotta, singolar tenzone... Dammi la lettera!

Sciaralla diede una spronata a Titina e con uno sfaglio si liberò del Prèola. Questi allora gli tirò dietro una e due sassate; stava per tirargli la terza, quando dalla svoltata si levò una voce rabbiosa:

– Ohè, corpo di... Chi tira?

E un’altra voce, rivolta evidentemente a Sciaralla che fuggiva:

– Vergògnati! Fantoccio! Ignorante! Buffone!

E dalla svoltata apparvero sotto un ombrellaccio verde sforacchiato, stanchi e inzaccherati, i due inseparabili Luca Lizio e Nocio Pigna, o, come tutti da un pezzo li chiamavano, Propaganda e Compagnia: quegli, uno spilungone ispido e scialbo, con un pajo di lenti che gli scivolavano di traverso sul naso, stretto nelle spalle per il freddo e col bavero della giacchettina d’estate tirato su; questi, tozzo, deforme, dal groppone sbilenco, con un braccio penzolante quasi fino a terra e l’altro pontato a leva sul ginocchio, per reggersi alla meglio.

Erano i due rivoluzionarii del paese.

Capitan Sciaralla credeva a torto che nessuno si movesse a Girgenti.

Si movevano loro, Lizio e Pigna.

È vero che, l’uno e l’altro, quella mattina, così bagnati e intirizziti, sotto quell’ombrello sforacchiato, non davano a vedere che potessero esser molto temibili le loro imprese rivoluzionarie.

Nessuno poteva vederlo meglio di Marco Prèola, il quale avendo già da un pezzo abbandonato al caso la propria vita, tenuta per niente da lui stesso più che dagli altri e senza più né affetti né fede in nulla, sciolta non pur d’ogni regola, ma anche d’ogni abitudine e gettata in preda a ogni capriccio improvviso e violento, tutto vedeva buffo e vano e tutto e tutti derideva, sfogando in questa derisione le scomposte energie non comuni dell’animo esacerbato.

Sapeva che, tre giorni addietro, quei due si erano recati alla marina di Porto Empedocle a catechizzare i facchini addetti all’imbarco dello zolfo, gli scaricatori, gli stivatori, i marinaj delle spigonare, i carrettieri, i pesatori, per raccoglierli in fascio. Vedendoli di ritorno a quell’ora, in quello stato, arricciò il naso, si fermò in mezzo allo stradone ad aspettarli per accompagnarsi con loro fino a Girgenti; quando gli furon vicini, aprì le braccia, quasi per reggere un fiasco, di que’ grossi, e disse loro:

– Andiamo; niente: lo porto io.

Il Pigna si fermò e, sforzandosi di dirizzarsi meglio sul braccio, squadrò con disprezzo il Prèola. Il corpo, tutto groppi e nodi; ma una faccia da bambolone aveva, senza un pelo, arrossata sulle gote dal salso che gli aveva dato fuori alla pelle, e un pajo d’occhi neri, smaltati e mobilissimi da matto, sotto un cappellaccio tutto sbertucciato, che lo faceva somigliare a uno di quei fantocci che schizzan su dalle scàtole a scatto.

Marco Prèola lo chiamò con un vezzeggiativo dispettosamente bonario, e gli disse ammiccando:

Nociarè, non te n’avere a male! Mondaccio laido è questo, d’ingrati. Marinaj, piedi piatti. Oh, e chiudi il paracqua, Luca! Dio ci manda l’acqua, e non te ne vuoi profittare? Laviamoci il visino, così...

E levò la faccia fangosa verso il cielo. Spruzzolava ancora dalle nuvole che s’imporporavano negli orli frastagliati, correndo incontro al sole che stava per levarsi, un’acquerugiola gelida e pungente.

– Che son aghi? – gridò, sbruffando come un cavallo, squassando la testa e buttandosi apposta addosso al Pigna.

Sozzo com’era già da capo a piedi e tutto fradicio di pioggia, si sentiva ormai libero da ogni angustia di guardarsi dall’acqua e dalla zàcchera, e provava la voluttà, sguazzando nel fango senza più impaccio né ritegno, di potere insozzarne gli altri impunemente.

– Scànsati! – gli gridò il Pigna. – Chi ti cerca? chi ti vuole? chi ti ha dato mai confidenza?

Il Prèola, senza scomporsi, gli rispose:

– Quanto mi piaci arrabbiato! Creta madre, caro mio. Te ne volevo attaccare un po’... Mi scansi? Poi ti lagni degli altri, che sono ingrati.

– Ci vuole una faccia... – brontolò il Pigna, rivolto al Lizio.

Ma questi andava chiuso in sé, non curante e accigliato. Diede una spallata, come per dire che non voleva esser frastornato dai suoi pensieri, e avanti.

Il Prèola li seguì un pezzo in silenzio, un po’ discosto, guardando ora l’uno ora l’altro. Aveva nelle viscere la smania di fare qualche cosa, quella mattina; non sapeva quale, si sarebbe messo a urlare come un lupo. Per non urlare, apriva la bocca, si cacciava una mano sui denti e tirava fin quasi a slogarsi la mascella; poi sospirava o si scrollava tutto in un fremito animalesco. Poteva solo sfogarsi con quei due; ma, a stuzzicare il Lizio, che gusto c’era? Disperatonaccio come lui e, per giunta, con la testa piena di fumo. Due disgrazie, una sopra l’altra, il suicidio del padre, bravo avvocato ma di cervello balzano, poi quello del fratello, gli avevano cattivato in paese una certa simpatia, mista di costernazione, e anche un certo rispetto. Studiava molto e parlava poco, anzi non parlava quasi mai. La ragione c’era, veramente: gli mancava quasi mezzo alfabeto. Di lui si poteva ridere soltanto per questo: che aveva trovato nel Pigna il suo organetto; e organetto e sonatore, ogni volta, ai comizii, comparivano insieme. Se il Pigna stonava, egli lo rimetteva in tono, serio serio, tirandolo per la manica. Rivoluzione sociale... fratellanza dei popoli... rivendicazione dei diritti degli oppressi... parole grandi, insomma! E forse perciò, distratto, s’era attaccato intanto a un tozzo di pane faticato da altri per lui. Faceva benone, oh! Solo che, con questo po’ po’ di freddo...

– Una caffettierina, volesse Iddio! – invocò con improvviso scatto il Prèola, levando le braccia. – Tre pezzetti di zucchero, un vasetto di panna, quattro fettine di pane abbruscato. Oh animucce sante del Purgatorio!

Luca Lizio si voltò, brusco, a guatarlo. Proprio a una tazzina di caffè pensava in quel momento, così accigliato; e la vedeva, e se ne inebriava quasi in sogno, aspirandone il fumante aroma; e stringeva in tasca, nel desiderio che lo struggeva, il pugno intirizzito. Partito a bujo, e sconfitto, da Porto Empedocle, sentiva un freddo da morire; non gli pareva l’ora d’arrivare. Avvilito da quel bisogno meschino, si vedeva misero, degno di conforto, d’un conforto che sapeva di non poter trovare in nessuno.

Poc’anzi, tra quel fantoccio fuggito di là su la giumenta bianca e il Prèola fermo più su ad aspettare con un ghigno rassegato sulle labbra, aveva avuto lui stesso un’improvvisa strana impressione di sé, che gli era penetrata fino a toccare e sommuovere dal fondo del suo essere un sentimento finora sconosciuto, quasi di stupore per tutti i suoi sdegni, per tutte le sue furie ardenti, le quali a un tratto gli s’erano scoperte, come da lontano, folli e vane, là in mezzo a quella scena di desolato squallore. Nella magrezza miserabile del suo corpo tremante di freddo e pur madido di un sudorino vischioso, s’era veduto simile a quegli alberi che s’affacciavano dalle muricce, stecchiti e gocciolanti. Gocciolavano anche a lui per il freddo la punta del naso e gli occhi miopi dietro le lenti. S’era ristretto in sé; e, quasi quell’impressione, toccato il fondo del suo essere e vanita in quello stupore, gli si fosse ora serrata attorno come un’irta angustia, s’era sentito tutto dolere: doler le tempie schiacciate, le aguzze sporgenze delle scapole, su cui la stoffa della giacchettina d’estate aveva preso il lustro, e i polsi scoperti dalle maniche troppo corte e i piedi bagnati entro le scarpe rotte. E tutto ora gli pareva un di più, una soperchieria crudele: ogni nuova pettata di quello stradone divenuto una fiumara di creta; la cruda luce dell’alba che, non ostante la cupezza di quelle nuvole, si rifletteva su la motriglia e lo abbagliava; ma sopra tutto la compagnia di quel tristo, da capo a piedi imbrattato di fango, fango fuori, fango dentro, che stuzzicava il Pigna a parlare. Avvezzo ormai da anni a star zitto, provava uno stordimento a mano a mano più confuso per quel suo silenzio che, all’insaputa di tutti, si nutriva e s’accresceva dentro di lui di certe stravaganti impressioni, come quella di poc’anzi, che non avrebbe potuto esprimere neppure a se stesso, se non a costo di togliere ogni credito e ogni fiducia all’opera sua.

Marco Prèola, intanto, seguitava a dire, quasi tra sé:

– Io, va bene; che sono io? un vagabondo; mi merito questo e altro. Ma vedete Domineddio che tempo pensa di fare, quando sono in cammino per una santa missione due poveri umanitarii che una turba irriverente ha cacciato via, di notte, a nerbate!

Il Pigna accennò di fermarsi, fremente; ma Luca Lizio lo tirò via con uno strappo alla manica e un grugnito rabbioso.

– Nerbate... ma bada, sai! – masticò quello tra i denti. – Gliele darei io, le nerbate...

– E da te me le piglierei, Nociarè, – s’affrettò a dirgli il Prèola con un inchino, – perché tu, non sembri, ma sei un eroe. Puzzi, mannaggia, ma sei un eroe; e quando te lo dico io ci puoi credere. Il popolo non ti può capire. Non può capire la tua idea, perché per disgrazia l’idea non ha occhi, non ha gambe, e non ha bocca. Parla e si muove per bocca e con le gambe degli uomini. Se dici, poniamo: «Popolo, l’umanità cammina! T’insegnerò io a camminare!» - son capaci di guardarti le cianche, come le butti: «Ma guarda un po’, chi vuole insegnarci a camminare!».

– Pezzo d’asino! – sbottò Propaganda, non potendo più tenersi. – E non si chiama ragionare coi piedi, codesto?

– Io? Il popolo! – rimbeccò il Prèola.

– Il Popolo, per tua norma,– ribatté il Pigna, roteando gli occhi da matto; ma subito si trattenne.– Non lo nominare, il Popolo; non sei degno neanche di nominarlo, tu, il Popolo! Troppe cose ha capito il Popolo, caro mio, per tua norma; e prima di tutte questa: che i tuoi patrioti lo ingannarono...

– I miei?– fece il Prèola, ridendo.

– I tuoi, quelli che lo spinsero a fare la rivoluzione del Sessanta, promettendo l’età dell’oro! I patrioti e i preti. Noi, caro mio, per tua norma, gli dimostriamo, quattr’e quattr’otto e con le prove alla mano, che... capisci? per virtù della sua stessa forza, capisci? per virtù, dico bene, della sua stessa forza, non per concessione d’altri, esso può, se vuole, migliorare le sue condizioni.

– Meglio sarebbe per forza della sua virtù, – osservò, placido, il Prèola.

Il Pigna lo guardò, stordito. Ma subito quello s’affrettò a tranquillarlo:

– Niente, non ci badare. Giuoco di parole!

– Per virtù... per virtù della sua stessa forza,– ribatté a bassa voce, non più ben sicuro il Pigna, rivolgendosi al Lizio per consigliarsi con gli occhi di lui se aveva detto bene; e seguitò, un po’ sconcertato: – Migliorare, sissignore, questo iniquo ordinamento economico, dove uomini vivono... cioè, no... oppure, sì... uomini vivono senza lavorare, e uomini, pur lavorando, non vivono! Capisci? Noi diciamo al Popolo: «Tu sei tutto! Tu puoi tutto! Unìsciti e detta la tua legge e il tuo diritto!».

– Bravissimo! – esclamò il Prèola. – Permetti che parli io, adesso?

– La tua legge e il tuo diritto! – ripeté ancora una volta il Pigna, furioso. – Parla, parla.

– E non t’offendi?

– Non m’offendo: parla.

– Fosti, sì o no, sagrestano fino a poco tempo fa?

Propaganda si voltò di nuovo a guardarlo, stordito.

– Che c’entra questo?

E il Prèola, placido:

– Hai promesso di non offenderti! Rispondi.

– Sagrestano, sissignore, – riconobbe il Pigna, coraggiosamente. – Ebbene? Che vuoi dire con ciò? Che ho cambiato colore?

– No, che colore! Lascia stare. Al massimo, casacca.

– Ho imparato a conoscere i preti, ecco tutto!

– E a far figliuoli, – raffibbiò il Prèola: – sette figlie femmine, tutte di fila; lo puoi negare?

Nocio Pigna si fermò per la terza volta a guatarlo. Aveva promesso di non offendersi. Ma dove voleva andare a parare con quell’interrogatorio? Aveva perduto il posto alla chiesa, perché una delle figliuole, la maggiore, e un certo canonico Landolina...

– Col patto, oh, di non toccare certi tasti, – lo prevenne, scombujandosi e abbassando gli occhi.

– No no no, – disse precipitosamente il Prèola, con una mano al petto. – Senti, Nocio, io sono, a giudizio de’ savi universale, quel che si dice un farabutto. Va bene? Sono stato otto mesi dentro... figùrati! E vedi qua? – soggiunse, indicando la cicatrice sulla gota. – Quando mi buttai a fiume, come dicono a Roma... Già!... Figùrati dunque se certe cose mi possono fare impressione! Sai, anzi, che mi fa impressione? Che tu, a quella disgraziata...

– Non tocchiamo, t’ho detto, certi tasti.

– Caro mio! – sospirò il Prèola, socchiudendo gli occhi. – Ti faccio una confidenza. Quelli che combatto sono i soli per cui abbia una certa stima. Ma questi tali, per le mie... diciamo disgrazie, non vogliono averne di me, e non mi vorrebbero lasciar vivere. Qui sbagliano. Vivere debbo! E per vivere, sto coi preti. Gli uomini non perdonano; Dio invece, a detta dei preti, m’ha da un pezzo perdonato; e con questa scusa si servono di me. Guarda, oh, che piazza, Nocio! – aggiunse, buttandosi indietro il cappelluccio per mostrare la fronte.– E ce n’ho, dentro, sai! Se le cose mi fossero andate per il loro verso... Basta, lasciamo stare. Io, voi... tutto... ma guardate! Fango. Ci stiamo tutti e tre, coi piedi affondati; ebbene, parliamoci chiaro, in nome di Dio, diciamoci le cose come sono, senza vestirle di frasi, nude; pigliamoci questo piacere! Io sono un porco, sì, ma tu che sei, Nociarè? che lavoro è il tuo, me lo dici? Pàssati una mano sulla coscienza: tu non lavori!

– Io? – esclamò il Pigna, stupito più che offeso dell’ingiustizia, allungando il braccio e ripiegandolo sul petto con l’indice teso.

– Lavori per la causa? Frase! – ribatté il Prèola, pronto. – T’ho pregato: la verità nuda! Poi te la vesti a casa come vuoi, per quietarti la coscienza. Lavoravi... ti cacciarono via dalla chiesa; poi, da un banco di lotto... Calunnia, lo so! Ma pure, se davvero ti fossi messo in tasca i bajocchi dei gonzi che venivano a giocare al botteghino, credi che per me avresti fatto male? Benone avresti fatto! Ma ora che fai? Lavorano le tue figliuole, e tu mangi e predichi. E qua, quest’altro San Luca evangelista... Come lo chiamate? Amore libero. Va bene: frase! Il fatto è che s’è messo con un’altra delle tue figliuole, e...

Luca Lizio, a questo punto, livido e scontraffatto, si avventò con le braccia protese alla gola del Prèola. Ma questi si trasse indietro, ridendo, finché poté ghermirgli i polsi e respingerlo senza furia.

– Ma va’! – gli gridò, con un lustro di gioja maligna negli occhi e nei denti. – Io sto dicendo la verità.

– Lascialo perdere! – s’interpose il Pigna, a sua volta trattenendo Luca Lizio e riavviandosi. – Non vedi che fa professione di mosca canina?

– Canina, già: gli ho punzecchiato la nudità,– sghignò il Prèola.– E con questo freddo... Sì sì, meglio nasconderla! Volevo spiegarti soltanto, caro Nocio, senza offenderti, perché non puoi fare effetto.

– Perché questo è un paese di carogne! – gridò il Pigna, voltandosi a fulminarlo con tanto d’occhi.

– D’accordo!– approvò subito il Prèola. – E io, piú carogna di tutti. D’accordo! Ma tu non lavori: le tue figliuole lavorano, e Luca mangia e studia, e tu mangi e predichi. Studiare, predicare: parole. La sostanza è il boccone che si mangia. Vorrei sapere come non vi strozza, pensando che le tue figliuole sgobbano a cucire e non dormono la notte per procurarvelo.

Il Pigna finse di non udire; scrollò più volte il capo e brontolò tra sé, di nuovo:

– Paese di carogne! Va’ ad Aragona, a due passi da Girgenti; va’ a Favara, a Grotte, a Casteltermini, a Campobello... Paesi di contadini e solfaraj, poveri analfabeti. Quattromila, soltanto a Casteltermini! Ci sono stato la settimana scorsa ho assistito all’inaugurazione del Fascio.

– Col lumino acceso davanti alla Madonna? – domandò il Prèola.

– Altro è Dio, altro il prete, imbecille! – rispose alteramente il Pigna.

– E le trombe che suonano la fanfara reale?

– Disciplina! Disciplina! – esclamò il Pigna. – Fanno bene! Bisognava vederli... Tutti pronti e serii... quattromila... compatti... parevano la terra stessa, la terra viva, capisci? che si muove e pensa... ottomila occhi che sanno e che ti guardano... ottomila braccia... E il cuore mi si voltava in petto pensando che soltanto da noi, qua a Girgenti, capoluogo, a Porto Empedocle, paese di mare, aperto al commercio, niente! niente! non si può far niente! Come i bruti! Peggio! Ma sai come vivono giù a Porto Empedocle? Come si fa ancora l’imbarco dello zolfo? Lo sai?

Marco Prèola era stanco: crollò il capo, mormorò:

– Porto Empedocle...

E a tutti e tre si rappresentò l’immagine di quella borgata di mare cresciuta in poco tempo a spese della vecchia Girgenti e divenuta ora comune autonomo. Una ventina di casupole prima, là sulla spiaggia, battute dal vento tra la spuma e la rena, con un breve ponitojo da legni sottili, detto ora Molo Vecchio, e un castello a mare, quadrato e fosco dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti, quelli che poi, cresciuto il traffico dello zolfo, avevano gettato le due ampie scogliere del nuovo porto, lasciando in mezzo quel piccolo Molo, al quale in grazia della banchina, è stato serbato l’onore di tener la sede della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale. Non potendo allargarsi per l’imminenza d’un altipiano marnoso alle sue spalle, il paese s’è allungato sulla stretta spiaggia, e fino all’orlo di quell’altipiano le case si sono addossate, fitte, oppresse, quasi l’una sull’altra. I depositi di zolfo s’accatastano lungo la spiaggia; e da mane a sera è uno stridor continuo di carri che vengono carichi di zolfo dalla stazione ferroviaria o anche, direttamente, dalle zolfare vicine; e un rimescolìo senza fine d’uomini scalzi e di bestie, ciattìo di piedi nudi sul bagnato, sbaccaneggiar di liti, bestemmie e richiami, tra lo strepito e i fischi d’un treno che attraversa la spiaggia, diretto ora all’una ora all’altra delle due scogliere sempre in riparazione. Oltre il braccio di levante fanno siepe alla spiaggia le spigonare con la vela ammainata a metà su l’albero; a piè delle cataste s’impiantano le stadere su le quali lo zolfo è pesato e quindi caricato su le spalle dei facchini, detti uomini di mare, i quali, scalzi, in calzoni di tela, con un sacco su le spalle rimboccato sulla fronte e attorto dietro la nuca, immergendosi nell’acqua fino all’anca, recano il carico alle spigonare, che poi, sciolta la vela, vanno a scaricar lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.

– Lavoro da schiavi, – disse il Pigna, – che stringe il cuore, certi giorni d’inverno. Schiacciati sotto il carico, con l’acqua fino alle reni. Uomini? Bestie! E se dici loro che potrebbero diventar uomini, aprono la bocca a un riso scemo o t’ingiuriano. Sai perché non si costruiscono le banchine sulle scogliere del nuovo porto, da cui l’imbarco si potrebbe far più presto e comodamente coi carri o i vagoncini? Perché i pezzi grossi del paese sono i proprietarii delle spigonare! E intanto, con tutti i tesori che si ricavano da quel commercio, le fogne sono ancora scoperte sulla spiaggia e la gente muore appestata; con tanto mare lì davanti, manca l’acqua potabile e la gente muore assetata! Nessuno ci pensa; nessuno se ne lagna. Pajono tutti pazzi, là, imbestiati nella guerra del guadagno, bassa e feroce!

– Ma sai che parli bene davvero? – concluse il Prèola, approvando. – Ma sai che ti giovarono sul serio le prediche che sentisti da sagrestano?

Baibai, baibai, dice l’Inglese! – soggiunse Nocio Pigna, stendendo minacciosamente il lunghissimo braccio.– Trecentomila siamo, caro mio, oggi come oggi. E presto ci sentirete.

Superata l’erta dello stradone, appoggiato di là all’altro versante della vallata, Placido Sciaralla seguitava intanto a trotterellare su Titina per Valsanìa, immerso in nuove e più complicate considerazioni, dopo quelle notizie del Prèola. A un certo punto se ne stancò, scrollò le spalle e si mise a guardare intorno.

Gli si svolgeva ora, a sinistra, la campagna lieta della vicinanza del mare, tutta a mandorli, a olivi e a vigneti. Era già in vista della Seta, casale d’una cinquantina d’abituri allineati sullo stradone, fondachi e taverne per i carrettieri, la maggior parte, da cui esalava un tanfo acuto e acre di mosto, un tepor grasso di letame, e botteghe di maniscalchi, di magnani, di carraj, con una stamberguccia in mezzo, ridotta a chiesuola per le funzioni sacre della domenica. Per schivare la vista di quei borghigiani zotici che lo conoscevano tutti, Sciaralla imboccò un sentieruolo tra i campi e in breve s’internò nelle terre di Valsanìa.

Tranne il vigneto, cura appassionata e orgoglio di Mauro Mortara, e l’antico oliveto saraceno, il mandorleto e alcuni ettari di campo sativo e, giù nell’ampio burrone, l’agrumeto, che costituivano la parte di mezzo riservata a don Cosmo, tutto il resto era ceduto in piccoli lotti a mezzadrìa a poveri contadini, non dal principe don Ippolito direttamente, a cui anche quel fèudo apparteneva, ma da fittavoli di fittavoli, i quali non contenti di vivere in città da signori sulla fatica di quei poveri disgraziati, li vessavano con l’usura più spietata e con un raggiro intricato di patti esosi. L’usura si esercitava sulla semente e su i soccorsi anticipati durante l’annata; l’angheria più iniqua, nei prelevamenti al tempo del raccolto. Dopo aver faticato un anno, il così detto mezzadro si vedeva portar via dall’aja a tumulo a tumulo quasi tutto il raccolto: i tumuli per la semente, i tumuli per la pastura, e questo per la lampada e quello per il campiere e quest’altro per la Madonna Addolorata, e poi per San Francesco di Paola, e per San Calògero, e insomma per quasi tutti i santi del calendario ecclesiastico; sicché talvolta, sì e no, gli restava il solame, cioè quel po’ di grano misto alla paglia e alla polvere, che nella trebbiatura rimaneva sull’aje.

Il sole s’era già levato, e capitan Sciaralla vedeva qua e là, nella distesa delle terre, sprazzar di luce qualche pozza d’acqua piovana o forse qualche piccolo rottame smaltato. Tutta la campagna vaporava, quasi un velo di brina vi tremolasse. Di tratto in tratto, qualche tugurio screpolato e affumicato, che i contadini chiamavano roba, stalla e casa insieme, e usciva da questo la moglie d’uno dei mezzadri per legare all’aperto il porchetto grufolante, e tre, quattro gallinelle la seguivano; innanzi alla porta rossigna e imporrita di quello, un’altra donna pettinava una ragazzetta che piagnucolava; mentre gli uomini, con vecchi aratri primitivi, tirati da una mula stecchita e da un lento asinello che si sfiancava nello sforzo, grattavano a mala pena la terra, dopo quella prim’acquata della notte. Tutta questa povera gente, vedendo passare Sciaralla su la giumenta bianca, sospendeva il lavoro per salutarlo con riverenza, come se passasse il principe in persona. Capitan Sciaralla rispondeva pieno di dignità, alzando la mano al berretto, militarmente, e accoglieva quelle dimostrazioni di rispetto come un anticipato compenso all’umiliazione che andava a patire da quella vecchia bestia feroce del Mortara. Una costernazione tuttavia gli guastava il piacere di quei saluti: tra breve, entrando nei dominii di colui, sarebbe stato assaltato dai cani, da quei tre mastini più feroci del padrone, il quale certo aveva loro insegnato a fargli ogni volta quell’accoglienza. E aveva un bel gridare Sciaralla, mentre quelli gli saltavano addosso, di qua e di là, fino all’altezza di Titina, la quale a sua volta traeva salti da montone, spaventata: Mauro o il curàtolo Vanni di Ninfa si presentavano col loro comodo a richiamarli, quando il malcapitato aveva già veduto più volte la morte con gli occhi.

Con quei tre mastini Mauro Mortara conversava proprio come se fossero creature ragionevoli. Diceva che gli uomini non san capire i cani; ma questi sì, gli uomini. Il male è ­- diceva - che, poveretti, non ce lo sanno esprimere; e noi crediamo che non ci capiscano e non sentano. Sciaralla però se lo spiegava altrimenti, il fenomeno. Quei cani intendevano così bene il padrone, perché questo era più cane di loro. E gli parve d’averne una riprova quella mattina stessa.

Mauro stava innanzi alla villa; e i tre amiconi, vigili attorno, col muso all’aria. Ebbene, all’arrivo di lui, questa volta, essi se ne stettero lì (uno, anzi, sbadigliò), quasi avessero compreso che il padrone avrebbe fatto ottimamente le loro veci.

– Che vuoi tu qua, a quest’ora, mal’ombra? – gli disse infatti Mauro, tirandosi giù dal capo il cappuccio del ruvido cappotto, in cui era avvolto, e scoprendo la testa oppressa dall’enorme berretto villoso.

Quand’era prossima la vendemmia, Mauro Mortara non dormiva più, le notti: stava a guardia della vigna, passeggiando per i lunghi filari, insieme coi tre mastini. Forse se n’era stato all’aperto anche con quella notte da lupi: n’era ben capace!

Sciaralla lo salutò umilmente, poi, indicando i cani, domandò:

– Posso scavalcare?

– Scavalca, – borbottò Mauro. – Che porti?

– Una lettera per don Cosmo, – rispose Sciaralla, smontando dalla giumenta.

E mentre si cercava nella tasca interna del cappotto, si sentiva addosso gli occhi di Mauro pieni d’ira e di scherno.

– Eccola. La manda Sua Eccellenza di gran fretta.

– Sta’ qui, – gl’intimò Mauro, prendendo la lettera. – E bada di non lasciare la giumenta.

Sciaralla sapeva che gli era proibito di salire alla villa, come se, con la sua uniforme, potesse sconsacrare quel vecchiume, quella rozza cascinaccia d’un sol piano: lui che veniva dagli splendori di Colimbètra, dove uno si poteva specchiare anche nei muri! La proibizione non partiva certo da don Cosmo, ma dal Mortara stesso, il quale gli vietava perfino di legare la giumenta agli anelli confitti nell’aggetto della rustica scala a collo. Doveva tener le briglie in mano e star lì in piedi, all’aperto, ad aspettare, quasi fosse venuto per l’elemosina.

Appena Mauro si mosse, i tre cani s’accostarono pian piano a capitan Sciaralla e cominciarono a fiutarlo. Il poveretto, fermo e con l’anima sospesa, alzò gli occhi al Mortara che saliva la scala.

– Non vi sporcate il muso con codesti calzoni! – disse Mauro, dopo aver chiamato a sé i cani; e soggiunse, rivolto a Sciaralla: – Adesso ti mando un sorso di caffè, per farti rimettere dalla paura.

Pervenuto al pianerottolo, fece per bussare al modo convenuto, battendo cioè tre volte il saliscendi sul dente del nasello interno; ma, appena alzato il saliscendi, la porta si aprì, e Mauro entrò esclamando:

– Aperta? Di nuovo aperta? L’avete aperta voi? - soggiunse poi dietro l’uscio della cucina, da cui per un istante s’era mostrata la testa incuffiata di donna Sara Alàimo, la casiera (cameriera, no!) di Valsanìa.

– Io? – gridò dall’interno donna Sara. – Mi alzo adesso, io!

E, sentendo che Mauro si allontanava, fece le corna con una mano e le scosse più volte in un gesto di dispetto. Cameriera, no - lei: eh perbacco! né di lui, né di nessuno, là dentro. Aveva la ventola in mano, è vero; stava ad accendere il fuoco in cucina, ma era vera signora, di nascita e d’educazione, lei; lontana parente di Stefano Auriti, cognato dei Laurentano, e perciò, via, se vogliamo, parte della famiglia anche lei.

Stava a Valsanìa da molti anni a badare a don Cosmo, che forse non avrebbe mai sentito alcun bisogno di lei se la sorella donna Caterina non gliel’avesse mandata da Girgenti, dove da vera signora non le restava altra consolazione che quella di morire dignitosamente di fame. A Valsanìa le giornate le passavano a strisciar la groppa a due gatti, debitamente castrati, che le andavano sempre dietro a coda ritta; a dir corone di quindici poste, a labbreggiar senza fine altre preghiere; ma, a starla a sentire, tutto andava bene, solo perché c’era lei; senza lei, addio ogni cosa. Se le messi imbiondivano, se gli alberi fruttificavano, se veniva a tempo la pioggia... Insomma si dava l’aria di governare il mondo. Mauro non la poteva soffrire. E donna Sara in questo lo contraccambiava cordialmente; anzi nulla le riusciva più penoso che il dovere apparecchiar la tavola anche per lui, poiché don Cosmo pur troppo s’era ridotto fino a tal punto, fino a dar quest’onore a un figlio di contadini e quasi contadino zappaterra anche lui; sissignori... mentre lei, donna Sara, vera signora di nascita e d’educazione, lì, in cucina lei, e obbligata a servirlo!

S’affacciò alla finestra e, vedendo giù capitan Sciaralla, emise un profondo sospiro con un breve lamento nella gola:

– Ah, Placidino, Placidino! Offriamolo al Signore in penitenza dei nostri peccati...

Intanto Mauro era entrato nello stanzino da bagno di don Cosmo.

Tutto era vecchio e rustico in quell’antica villa abbandonata: rosi i mattoni dei pavimenti avvallati; le pareti e i soffitti, anneriti; le imposte e i mobili, stinti e corrosi; e tutto era impregnato come d’un tanfo di granaglie secche, di paglia bruciata, d’erbe appassite nell’afa delle terre assolate.

Nello stanzino da bagno, don Cosmo, in mutande a maglia, nudo il torso peloso, nudi i piedi nelle vecchie ciabatte, si preparava alla consueta abluzione con una dozzina di spugne, grandi e piccole, disposte sul lavabo. Si lavava tutto, ogni mattina, anche d’inverno, con l’acqua diaccia; e questa era l’unica delizia della sua vita: solennissima pazzia, invece, per Mauro che, sì e no, ogni mattina si lavava «la semplice maschera», com’egli diceva, per significare la sola faccia.

– Avete dormito di nuovo con la porta aperta?

– Sì? Oh guarda!– fece don Cosmo, come ne fosse stupito; e si grattò sul mento la corta barba grigia, ricciuta.

– Mai, eh? gli occhi non li aprirete mai? – incalzò Mauro. – Non lo dico io? Il bamboccetto! l’ajo, la bàlia, gli dobbiamo dare... Santissimo Dio, che cristiano siete? Non lo avete letto il giornale di jeri? Di quei lacci di forca che, con la scusa della fame, vogliono mandare a gambe all’aria tutto quello che abbiamo fatto noi, a costo del sangue nostro?

Don Cosmo, tra i gesticolamenti furiosi di Mauro, non s’era accorto della lettera che questi teneva in mano, e quietamente aveva cominciato a insaponarsi il capo calvo. Stizzito da quella calma, Mauro seguitò:

– E se tutti fossero come voi... Ma ci sono anch’io, qua per grazia di Dio! Vecchio come sono, avrebbero ancora da vedersela con me!

Don Cosmo voltò il capo tutto luccicante di bolle di sapone e lo guardò:

– Vedi che posso dunque seguitare a dormire anche con la porta aperta? Ci sei tu!

I giornali, a Valsanìa, capitavano di tanto in tanto, già destinati al loro più umile e forse più utile uso d’involti. Mauro se li rimetteva in sesto amorosamente, ci passava sopra le mani più volte per appianarne le brancicature e gli strambelli; e, vincendo con una pazienza da certosino l’enorme stento della lettura (giacché da sé assai tardi aveva imparato a compitare appena), se ne pascolava per intere settimane, cacciandoseli a memoria dal primo all’ultimo rigo. Eran tutte notizie nuove per lui, echi sperduti colà della vita del mondo.

Nell’ultimo giornale, venutogli così per caso tra mano, aveva letto, il giorno avanti, dl uno sciopero di solfaraj in un paese della provincia e della costituzione di essi in «Fascio di lavoratori».

Rivendicazione del proletariato!

Uhm! si era fatte spiegare da don Cosmo queste due parole per lui sibilline, e tutta la notte, chiuso nel boricco sotto l’acqua furiosa, aveva ruminato e ruminato, sbuffante di sacro sdegno contro quei nemici della patria.

Non degnò di risposta le ultime parole di don Cosmo, il quale anche per lui non doveva avere la testa a segno, e gli porse la lettera di don Ippolito.

– L’ha portata uno dei suoi pagliacci: Sciarallino il capitano.

– Per me? – domandò don Cosmo meravigliato, tenendo l’acqua nelle mani giunte. – Mi scrive Ippolito? Oh che miracolo... Apri, leggi: ho le mani bagnate...

– Asciugatevele! – gli disse Mauro, brusco. – Negli affari di vostro fratello sapete bene che non voglio entrarci. Ma non pare la sua scrittura.

– Ah, Prèola, – osservò don Cosmo, guardando la busta.

La lettera era scritta dal segretario sotto dettatura e firmata da don Ippolito. Leggendola, don Cosmo alle prime righe aggrottò le ciglia, poi sciolse man mano la tensione della fronte e degli occhi in uno stupore doloroso; abbassò le pàlpebre; abbassò la mano con la lettera.

– Ah, dunque è vero...

– Vero che cosa? – brontolò Mauro, stizzito della sua curiosità.

Don Cosmo sporse il labbro contraendo in giù gli angoli della bocca in un gesto d’amara e sdegnosa commiserazione, tentennando il capo, poi disse:

– Se dà questo passo, non c’è più rimedio... si rovina...

– Ditemi che cos’è, santo diavolo!– ripeté Mauro, vieppiù stizzito.

Ma don Cosmo stette a guardarlo un pezzo prima di rispondergli.

– Mi domanda la villa, – poi disse lasciandosi cadere a una a una le parole dalle labbra, – la villa, per Flaminio Salvo.

– Qua? – domandò Mauro con un soprassalto, quasi don Cosmo gli avesse dato un pugno in faccia. – Qua? – ripeté, tirandosi indietro. – A Flaminio Salvo, la villa del generale Laurentano?

Ma don Cosmo non s’infuriava come Mauro per l’immaginaria profanazione della villa: era sì oppresso di doloroso stupore per ciò che significava quell’ospitalità offerta al Salvo dal fratello. Pochi giorni addietro un amico, Leonardo Costa, che veniva qualche volta a trovarlo dal vicino borgo di mare, gli aveva riferito la voce che correva a Girgenti d’un prossimo matrimonio di don Ippolito con la sorella nubile, zitellona del Salvo. Don Cosmo non aveva voluto crederci: suo fratello Ippolito aveva due anni più di lui, sessantacinque; da dieci era vedovo e s’era mostrato sempre inconsolabile, pur nella sua compostezza, della morte della moglie, santa donna... Impossibile! – Eppure...

– Gli risponderete di no? – disse Mauro minaccioso dopo avere atteso un momento.

Don Cosmo aprì le braccia e sospirò, con gli occhi chiusi:

– Sarebbe inutile! E poi, del resto...

– Come! – lo interruppe Mauro. – Il Salvo, quell’usuraio baciapile, qua? Ma me ne vado io, allora! E non vi ricordate, perdio, che suo padre andò ad assistere al Te Deum quando vostro padre fu mandato in esilio? E lui, lui stesso giovanotto, non insegnò alla sbirraglia borbonica la casa dove s’era nascosto don Stefano Auriti con vostra sorella, quando i nobili di Palermo portarono a Satriano in Caltanissetta le chiavi della città? Ve le siete scordate, voi, queste cose? Io le ho tutte qua in mente, come in un libro stampato! Fatelo venire a Valsanìa, ora, se n’avete il coraggio! Ma la stanza del Generale, no! quella, no! La chiave del camerone la tengo io! Là non metterà piede, o l’ammazzo, parola di Mauro Mortara!

Don Cosmo non si scompose affatto dal suo penoso attonimento a quella lunga sfuriata. Parecchie volte era stato sul punto di far intendere a Mauro che a Gerlando Laurentano suo padre non era mai passata per il capo l’idea dell’unità italiana, e che il Parlamento siciliano del 1848, nel quale suo padre era stato per alcuni mesi ministro della guerra, non aveva mai proposto né confederazione italiana né annessione all’Italia, ma un chiuso regno di Sicilia, con un re di Sicilia e basta. Questa l’aspirazione di tutti i buoni vecchi Siciliani d’allora; la quale, se di qualche punto, all’ultimo, s’era spinta più in là, non era stato mai oltre una specie di federazione, in cui ciascuno stato dovesse conservare la propria autonomia. Non glien’aveva detto mai nulla; né pensò di dirglielo adesso; e lasciò che Mauro, sbuffando di sdegno, gli voltasse le spalle e andasse a rinchiudersi in quella stanza del principe padre, sacra per lui quanto la patria stessa, primo covo della libertà e ora quasi tempio di essa.

Giù, intanto, innanzi alla villa, il povero Sciaralla stava ad aspettare ancora il caffè promesso: magari un sorso, e una bella fiammata per stirizzirsi... Aspetta, aspetta: se ne scordò anche lui e cominciò a sentirsi tra le spine per il ritardo della risposta. Avrebbe dovuto averla con sé dalla sera avanti, se avesse obbedito al Prèola. Pensava che a quell’ora il principe a Colimbètra s’era forse levato e domandava al segretario quella risposta. E lui, ecco, era ancora là, ad aspettarla! Ma ci voleva tanto a legger la lettera e a buttar giù due righi di risposta? O che il Mortara, a bella posta, non l’avesse ancora data a don Cosmo? E capitan Sciaralla sbuffava; se la prendeva ora con Titina che non stava ferma un momento, tormentata dalle mosche.

– Quieta! Quieta! Quieta!

Tre strattoni di briglia. Titina chiuse gli occhi lagrimosi con tanta pena rassegnata, che Sciaralla subito si pentì dello sgarbo.

– Hai ragione anche tu, poveretta! Non hanno dato neanche a te una manata di paglia...

E lasciò andare un sospirone.

Finalmente don Cosmo s’affacciò a una finestra della villa. Al rumore delle imposte, Sciaralla si voltò di scatto. Ma don Cosmo si mostrò meravigliato di vederlo ancora lì.

– Oh, Placido! E che fai?

– Ma come, eccellenza! la risposta! – gemette il Capitano, giungendo le mani.

Don Cosmo aggrottò le ciglia.

– C’è bisogno della risposta?

– Come! – ripeté Sciaralla, esasperato. – Se sto qui da un’ora ad aspettarla!

Ecco, ecco appunto! Quel vecchio boja non glien’aveva detto nulla!

– Hai ragione, sì, aspetta, figliuolo, – gli disse don Cosmo, ritirandosi dalla finestra.

Pensò che il fratello stava attento anche alle minime formalità (minchionerie, le chiamava lui), e che avrebbe considerato come un affronto, o un grave sgarbo per lo meno, non aver risposta; prese dunque un umile foglietto di carta ingiallito; intinse la penna tutta aggrumata in una bottiglina d’inchiostro rugginoso e, in piedi, lì sul piano di marmo del cassettone, si mise a ponzar la risposta, che infine, dopo molto stento, gli uscì in questi termini:

Da Valsanìa li 22 di settembre del 1892.

Caro mio Ippolito,

Tu forse non sai in quali miserevoli condizioni sia ridotta questa decrepita stamberga, dove io solamente posso abitare, che mi considero già fuori del mondo, e non me ne lagno! Se tu stimi, ciò non per tanto, che non si possa fare di meno, che ci vengano a rusticare li Salvo; abbi, ti prego, l’avvertenza di prevenirli che qua difettiamo di tutto, e che però seco loro si portino tutte quelle masserizie di casa et ogni altra suppellettile, di cui reputino aver bisogno.

Altro vorrei dirti e direi, se vano non mi paresse lo sperare, che potesse tornare al pro la mia ragione. Onde, senz’altro, caramente ti abbraccio.

Cosmo

Chiuse la lettera, sbuffando, e si recò di nuovo alla finestra. Capitan Sciaralla accorse, si levò il berretto e vi accolse la lettera.

– Bacio le mani a Vostra Eccellenza!

Un salto, e in sella.

– Di volo, Titina!

Bau! bau! bau! i tre mastini, svegliati di soprassalto, gli corsero dietro un lungo tratto, per dargli a modo loro l’addio.

Don Cosmo rimase alla finestra: seguì con gli occhi il galoppo di capitan Sciaralla fino alla voltata del viale; poi il ritorno ringhioso e sbuffante dei tre mastini, dopo la vana corsa e il vano abbajare. Quando le tre bestie alla fine si sdrajarono di nuovo a terra presso la scala e allungando il muso sulle zampe anteriori chiusero gli occhi per rimettersi a dormire, egli, mirandole, scrollò lievemente il capo e sorrise. Davanti a quel loro ricomporsi al sonno non gli sembrarono più vani né l’abbajare né la corsa di poc’anzi. Ecco: le tre bestie avevano protestato contro la venuta di quell’uomo, il quale aveva loro interrotto il sonno, ora che credevano di averlo cacciato via, tornavano saggiamente a dormire.

– Perché è saggezza del cane, – pensò, sospirando profondamente – quand’abbia mangiato e atteso agli altri bisogni del corpo, lasciare che il tempo passi dormendo.

Guardò gli alberi, davanti alla villa: gli parvero assorti anch’essi in un sogno senza fine, da cui invano la luce del giorno, invano l’aria smovendo loro le frondi tentassero di scuoterli. Da un pezzo ormai, nel fruscìo lungo e lieve di quelle fronde egli sentiva, come da un’infinita lontananza, la vanità di tutto e il tedio angoscioso della vita.

II

Pregati da Flaminio Salvo, che dagli affari di banco e dai tanti altri negozii a cui attendeva non aveva mai un momento libero, Ignazio Capolino, già suo cognato, e Ninì De Vincentis, giovane amico di casa, scendevano il giorno dopo in carrozza da Girgenti a Valsanìa per dare le opportune disposizioni per la villeggiatura: incarico graditissimo all’uno e all’altro, per due diverse, anzi opposte ragioni.

I carri, sovraccarichi di suppellettile, erano partiti da un pezzo da Girgenti, e a quell’ora dovevano essere già arrivati a Valsanìa. Il discorso, tra i due in quella carrozza padronale del Salvo, era caduto su le proposte nozze di donna Adelaide sorella di don Flaminio, col principe di Laurentano.

– No no: è troppo! è troppo! – diceva sogghignando Capolino. – Povera Adelaide, è troppo, dopo cinquant’anni d’attesa! Diciamo la verità!

Ninì De Vincentis batteva di continuo le pàlpebre, come per contenere nei begli occhi neri a mandorla il dispiacere per quella derisione. Nello stesso tempo, con l’atteggiamento del volto pallido affilato avrebbe voluto mostrare l’intenzione almeno d’un sorriso, per regger la cèlia e rispondere in qualche maniera all’ilarità pur così smodata e sconveniente di Capolino.

– Già, nozze per modo di dire! – seguitò questi, implacabile, lì che nessuno lo sentiva (Ninì, il buon Ninì, pasta d’angelo, era men che nessuno). – Per modo di dire... perché, lasciamo andare! sarà bene, sarà male: la legge è legge, caro mio, e le opinioni politiche e religiose, se còntano, còntano poco di fronte a lei. Ora il principe, lo sai, conditio sine qua non, vuole che il matrimonio sia soltanto religioso, non ammette l’altro per le sue idee. Dunque, matrimonio senza effetti legali, mi spiego? Sarà una cosa bella, oh! Gustosa, anche coraggiosa, non dico di no: ma quella povera Adelaide, via!

E Capolino si mise a ghignar di nuovo, come se nel suo concetto Adelaide Salvo non fosse la donna più adatta a quell’eroismo di nuovo genere che si richiedeva da lei, a quella sfida coraggiosa alla società civilmente costituita.

Ninì De Vincentis taceva e continuava a sbattere gli occhi, ancora con quel sorriso afflitto, rassegato sulle labbra, sperando che il suo silenzio impacciasse la foga derisoria del compagno.

Ma che! Ci sguazzava, Capolino.

– Perché lo fa? – riprese, ponendosi davanti la sposa zitellona. – Per entrare nel mondo con tutti i diritti di signora? Ma io direi che ne esce, piuttosto. Va a rinchiudersi a Colimbètra! È monacazione sotto tutti i rispetti, mi spiego? Il principe, a buon conto, ha sessantacinque anni sonati.

S’interruppe a un atto del De Vincentis.

– Eh, caro mio! Lo so, tu fai professione d’angelo; ma qua si tratta di matrimonio; e ci si deve pur pensare all’età. Vis, vis, vis: lo dicono anche i sacerdoti! Dunque, mondo, niente. Diventa principessa, principessa di Laurentano: dirò, regina di Colimbètra! Sì: per me, per te, per tutti noi che riteniamo il matrimonio religioso, non pur superiore al civile, ma il solo, il vero che valga; quello che, bastando davanti a Dio, dovrebbe strabastare per gli uomini. Tutti gli altri però, ohè, non hanno mica l’obbligo di riconoscerlo e di rispettare lei, fuori di Colimbètra, quale principessa di Laurentano; e Lando, per esempio, il figlio del primo letto, di rispettarla quale seconda madre. E che le resta allora? La ricchezza... Non lo fa per questo certamente, ricca com’è di casa sua. Se lo facesse per questo, oh! povera Adelaide, ho una gran paura che le andrebbe a finire come a me...

E qui rise di nuovo Capolino, ma come una lumaca nel fuoco.

Dopo una lunghissima lotta, era riuscito a ottenere in moglie una sorella di Flaminio Salvo, mezza gobba, minore di due anni di donna Adelaide, e formarsi con la dote di lei uno stato invidiabile. Allegrezza in sogno, ahimè! Povero mondo, e chi ci crede! Cinque anni dopo, morta la moglie, sterile per colmo di sventura, aveva dovuto restituire al Salvo la dote, ed era ripiombato nello stato di prima, con tante e tante idee, una più bella e più ardita dell’altra nel fecondo cervello alle quali purtroppo, così d’un tratto, era venuta meno la benedetta leva del denaro. S’era concesso sei mesi di profondo scoramento e poi altri sei d’invincibile malinconia, sperando con quello e con questa d’intenerire il cuore dell’altra sorella del Salvo, di donna Adelaide appunto. Ma il cuore di donna Adelaide non s’era per nulla intenerito: ben guardato nell’ampia e solida fortezza del busto, aveva per due anni resistito all’assedio di lui, assedio di gentilezze, di cortesie, di devozione; aveva infine respinto d’un colpo un assalto supremo e decisivo, e Capolino s’era dovuto ritirare in buon ordine. Altri sei mesi di profondo scoramento, d’invincibile malinconia; e, finalmente, munito d’una seconda moglie, giovane, bella e vivacissima, era ritornato con più fortuna all’assalto della casa di Flaminio Salvo.

Le male lingue dicevano che in grazia di Nicoletta Spoto, cioè della moglie giovane, bella e vivacissima, la quale era diventata subito quasi la dama di compagnia di donna Adelaide e dell’unica figliuola di don Flaminio, Dianella, Capolino era bucato nel banco in qualità di segretario e d’avvocato consulente. Ma se vogliamo pigliare tutte le mosche che volano... Da un anno egli viveva nel lusso e nell’abbondanza; tanto lui quanto la moglie si servivano da padroni dei landò pomposi e dei superbi cavalli della scuderia del Salvo; elegantissimo cavaliere, ogni domenica, su e giù per il viale della Passeggiata,  pareva che egli ne facesse la mostra; e infine col favore incondizionato di Flaminio Salvo era riuscito a imporsi, a farsi riconoscere capo del partito clericale militante, il quale, dopo il ritiro dell’onorevole Fazello, gli avrebbe offerta fra pochi giorni la candidatura alle imminenti elezioni politiche generali.

All’anima candida di Ninì De Vincentis non balenava neppur da lontano il sospetto che tutta quell’acredine di Capolino per donna Adelaide potesse avere una ragione recondita e inconfessabile. Come non credeva che qualcuno mai si fosse potuto accorgere del suo timido, puro e ardentissimo amore per Dianella Salvo, la figlia ora inferma di don Flaminio, così non s’era mai accorto, prima, del vano ostinato assedio di Capolino a donna Adelaide, né credeva ora minimamente alle chiacchiere maligne sul conto di quella cara signora Nicoletta, seconda moglie di Capolino. Non sapeva scoprir secondi fini in nessuno; meno che mai poi quello del denaro. Era, su questo punto, come un cieco. Da parecchi anni dopo la morte dei genitori, si lasciava spogliare, insieme col fratello maggiore Vincente, da un amministratore ladro, chiamato Jaco Pacia, il quale aveva saputo arruffar così bene la matassa degli affari, che il povero Ninì, avendogliene tempo addietro domandato conto, per poco non ne aveva avuto il capogiro. E s’era dovuto recare una prima volta al banco del Salvo per un prestito di denaro su cambiali. Parecchie altre volte era poi dovuto ritornare allo stesso banco; e, alla fine, per consiglio dell’amministratore, aveva fatto al Salvo la proposta di saldare il debito con la cessione della magnifica tenuta di Primosole, proposta che il Salvo aveva subito accettata, acquistandosi per giunta la più fervida gratitudine di Ninì, a cui naturalmente non era passato neppure per il capo il sospetto d’un accordo segreto tra il Pacia, suo amministratore, e il banchiere. Amava Dianella Salvo e in don Flaminio non sapeva veder altro che il padre di lei.

Ora avrebbe tanto desiderato che la fanciulla, scampata per miracolo a un’infezione tifoidea, fosse andata a recuperar la salute a Primosole, nell’antica villa di sua madre, dove tutto le avrebbe parlato di lui, con la mesta, amorosa dolcezza dei ricordi materni. Ma i medici avevano consigliato al Salvo per la figliuola aria di mare. E Ninì pensava, dolente, che a Valsanìa sul mare egli non avrebbe potuto recarsi a vederla se non di rado. Si confortava per il momento col pensiero che avrebbe sorvegliato lui alla preparazione della camera, del nido che l’avrebbe accolta per qualche mese.

Come se Capolino avesse letto il pensiero del suo giovane amico, di cui facilmente e da un pezzo aveva indovinato l’ingenua aspirazione, suggellò, dopo la risata, con un basta! il primo discorso, e riprese, fregandosi le mani:

– Tra poco saremo arrivati. Tu attenderai alla camera di Dianella; sarà meglio. Io penserò per donna Vittoriona.

Ninì, soprappreso così, mostrò una viva costernazione per quest’ultima, ch’era la moglie del Salvo, pazza da molti anni.

– Sì sì, – disse, – bisogna star bene attenti, che questo cambiamento, Dio liberi, non la turbi troppo.

– Non c’è pericolo! – lo interruppe Capolino. – Vedrai che neppure se n’accorgerà. Seguiterà tranquillamente la sua interminabile calza. Fa le calze al Padreterno, lo sai. Notte e giorno; e vuole che lavorino con lei anche le due suore di San Vincenzo che l’assistono. Pare che questa calza sia già grande come un tartanone.

Ninì crollò il capo mestamente.

La vettura, poco oltre la Seta, entrò nel fèudo, dallo stradone. Il cancello era rovinato: una sola banda, tutta arrugginita, era in piedi, fissa a un pilastro; l’altro pilastro era da gran tempo diroccato. La strada carrozzabile, che attraversava quest’altra parte del fèudo, ceduta anch’essa a mezzadria, era come tutto il resto in abbandono, irta di cespugli, tra i quali si vedevano i solchi lasciati di recente dai carri con la suppellettile.

Ninì De Vincentis guardò tutt’intorno quella desolazione senza dir nulla, ma seguitò a parlar per sé e per lui Capolino.

– La malatuccia – disse, facendo una smusata – avrà poco da stare allegra qua, non ti pare?

– È molto triste,– sospirò Ninì.

– Non dico soltanto per il luogo – soggiunse Capolino. – Anche per quelli che vi stanno. Due tomi, caro mio. Adesso vedrai. Mah... Questa villeggiatura si farà più per donna Adelaide che non ci viene, che per Dianella. E Dianella, che forse lo sospetta, la soffrirà in pace, al solito, per amore della zia... Eh! Flaminio è un grand’uomo, non c’è che dire!

– L’aria però è buona, – osservò il giovanotto per attenuare, almeno un po’, l’aspro giudizio del compagno sul Salvo.

– Ottima! ottima! – sbuffò Capolino, il quale, da questo punto, si chiuse in un silenzio accigliato, fino all’arrivo alla villa.

I carri erano giunti da poco, insieme con la giardiniera che aveva portato due servi del Salvo, il cuoco, una cameriera e due tappezzieri. Donna Sara Alàimo, sul pianerottolo in cima alla scala, batteva le mani, festante, a quelle quattro montagne di bella roba su i carri.

– Presto, scaricate! – ordinò ai servi e ai carrettieri Capolino, smontando dalla vettura e agitando la mazzettina. Poi, salita in fretta la scala, domandò a donna Sara: – Don Cosmo?

Ed entrò senza aspettar risposta, nel vecchio cascinone con Ninì De Vincentis, che gli andava dietro come un cagnolino sperduto.

– Scaricate! – ripeté uno dei servi, rifacendo tra le risate dei compagni il tono di voce e il gesto imperioso di quel padrone improvvisato.

Don Cosmo s’aggirava come una mosca senza capo per le stanze lavate di fresco da donna Sara, la quale fin dal giorno avanti, appena saputa la notizia della prossima venuta del Salvo, s’era sentita tutta allargare dalla contentezza e, subito messa in gran da fare, aveva anche persuaso a don Cosmo che sarebbe stato bene sgombrare questa e quella stanza della decrepita mobilia, perché gli ospiti ricconi non vedessero tutta quella miseria in una casa di principi. «Ma no! ma no! ma no!» aveva cominciato subito a strillare don Cosmo dalla sua stanza, udendo il fracasso di quei poveri vecchi mobili strappati a forza dai loro posti e trascinati; e donna Sara, stupefatta da quella protesta: «No? Come no, se me l’ha detto lei?». Perché avveniva sempre così: donna Sara parlava, parlava, e don Cosmo, dal canto suo, pensava, pensava, facendo finta di tanto in tanto d’udire, con qualche rapido cenno del capo, quando più lo pungeva il fastidio del suono di quelle interminabili parole. Questi cenni erano interpretati naturalmente da donna Sara come segni d’assentimento; la sopportazione con cui don Cosmo simulava d’ascoltarla, come riconoscimento della saggezza con cui lei governava la casa e il mondo; e tanto lontana era arrivata nell’interpretare a suo modo quei segni e quella sopportazione del suo padrone, che forse qualche sera se lo sarebbe preso per mano e condotto a letto, se tutt’a un tratto don Cosmo, sbarrando tanto d’occhi e prorompendo in un’esclamazione inopinata, non le avesse fatto crollare tutto il castello delle sue supposizioni.

– Don Cosmo onorandissimo! – esclamò Capolino, scoprendolo alla fine, dopo aver girato anche lui di qua e di là per trovarlo. – In gran confusione, eh? Perbacco!

– No, no, – s’affrettò a rispondere don Cosmo per troncar subito le cerimonie, con le nari arricciate per il lezzo acre di muffa che ammorbava il cascinone, umido ancora per l’insolita lavatura. – Cercavo una stanza appartata, dove starmene senza recare incomodo.

Capolino fece per protestare; ma don Cosmo lo fermò a tempo:

– Lasciatemi dire! Ecco... comodo io, comodi loro: va bene così? In capo, in capo, tenete in capo!

Alzò una mano, così dicendo, a carezzare l’elegantissima barbetta nera di Ninì De Vincentis.

– Ti sei fatto un bel ragazzo, figliuolo mio, e così cresciuto, mi fai accorgere di quanto sono vecchio! Tuo fratello Vincente? sempre arabista?

– Sempre! – rispose Ninì, sorridendo.

– Ah! Quei quattordici volumi d’arabo manoscritti dovrebbero pesare come tanti macigni, nel mondo di là, sull’anima del conte Lucchesi-Palli che volle farne dono morendo alla nostra Biblioteca per rovinare codesto povero figliuolo!

– Ne ha già interpretati dieci, – disse Ninì. – Gliene restano ancora quattro, ma grossi così!

– Faccia presto! faccia presto! – concluse don Cosmo paternamente. – E, anche tu, figliuolo mio, bada... badate alle cose vostre: so che vanno male! Giudizio!

Capolino intanto, presso la finestra, s’industriava di farsi specchio della vetrata aperta, e si lisciava sulle gote le fedine, già un po’ brizzolate. Bello non era davvero, ma aveva occhi fervidi e penetranti che gli accendevano simpaticamente tutto il volto bruno e magro.

Sentendo cadere il discorso tra il Laurentano e Ninì, finse di star lì a determinare i punti cardinali della villa.

– Esposizione a mezzogiorno, è vero? Ma se l’era scelta per lei, questa camera, don Cosmo?

– Questa o un’altra, – rispose il Laurentano. – Camere ce n’è d’avanzo, vedrete; ma tutte così, vecchie e in pessimo stato. Uscendo di qua... (no, senza cerimonie: scusate, che gusto c’è a dire che non è vecchio quello che è vecchio? Si vede!)... dicevo, uscendo di qua, abbiamo questo lungo corridojo, che divide in due parti il casermone: le camere da questa parte sono a mezzogiorno; quelle di là, a tramontana. La sala d’ingresso interrompe di qua e di là il corridojo, e divide la villa in due quartieri uguali, salvo che di qua, in fondo, abbiamo un camerone, il cui uscio è alle mie spalle; di là, invece, abbiamo una terrazza. È semplicissimo.

– Ah bene bene bene, – approvò Capolino. – E dunque abbiamo anche un camerone?

Don Cosmo sorrise, negando col capo; poi spiegò che cosa era il «camerone», e come ridotto e da chi custodito.

– Per amor di Dio! – esclamò Capolino.

– Sarebbe meglio perciò, – concluse don Cosmo, – che disponeste l’abitazione nel quartiere di là, libero del tutto. Io m’ero scelta apposta questa camera.

Capolino approvò di nuovo; e poiché i servi eran già venuti su col primo carico, s’avviò con Ninì per l’altro quartiere. Don Cosmo rimase in quella camera, dove con l’ajuto di donna Sara trasportò tutti i suoi libracci. La povera casiera, sentendo quanto pesava tutta quella erudizione, non riusciva a capacitarsi come mai don Cosmo che se l’era messa in corpo, potesse vivere poi così sulle nuvole. Don Cosmo, ancora con le nari arricciate, non riusciva a capacitarsi, invece, perché quella mattina ci fosse tutto quel puzzo d’umido. Ma forse non distingueva bene tra il puzzo e il fastidio che gli veniva dal pensare che or ora, per l’arrivo degli ospiti, tutte le sue antiche abitudini sarebbero frastornate, e chi sa per quanto tempo.

Di lì a poco, Capolino ritornò, lasciando solo di là il De Vincentis, che s’era dimostrato molto più adatto di lui alla bisogna: così almeno dichiarò. In verità, veniva per porre a effetto una delle ragioni per cui s’era volentieri accollato l’incarico del Salvo: quella cioè di scoprir l’umore di don Cosmo circa il matrimonio del fratello, o di «tastargli il polso» su quell’argomento, com’egli diceva tra sé.

Non già che sperasse che ormai quelle nozze potessero andare a monte; ma, conoscendo la diversità, anzi l’opposizione inconciliabile tra i due modi di pensare e di sentire del Salvo e di don Cosmo, gli piaceva supporre che qualche attrito, qualche urto potesse nascere dal soggiorno di quello a Valsanìa. Era così astratta e solitaria l’anima di don Cosmo, che la vita comune non riusciva a penetrargli nella coscienza con tutti quegli infingimenti e quelle arti e quelle persuasioni che spontaneamente la trasfigurano agli altri, e spesso, perciò, dalla gelida vetta della sua stoica noncuranza lasciava precipitar come valanghe le verità più crude.

– Uh quanti libri! – esclamò Capolino entrando. – Già lei studia sempre... Romagnosi, Rosmini, Hegel, Kant...

A ogni nome letto sul dorso di quei libri sgranava gli occhi, come se vi ponesse punti esclamativi sempre più sperticati.

– Poesie! – sospirò don Cosmo, con un gesto vago della mano, socchiudendo gli occhi.

– Come come? Don Cosmo, non capisco. Filosofia, vorrà dire.

– Chiamatela come volete, – rispose il Laurentano, con un nuovo sospiro. – Da studiare, poco o niente: c’è da godere, sì, della grandezza dell’ingegnaccio umano, che su un’ipotesi, cioè su una nuvola, fabbrica castelli: tutti questi varii sistemi di filosofia, caro avvocato, che mi pajono... sapete che mi pajono? chiese, chiesine, chiesacce, di vario stile, campate in aria.

– Ah già, ah già... – cercò d’interrompere Capolino, grattandosi con un dito la nuca.

Ma don Cosmo, che non parlava mai, toccato giusto su quell’unico tasto sensibile, non seppe trattenersi:

– Soffiate, rùzzola tutto; perché dentro non c’è niente: il vuoto, tanto più opprimente, quanto più alto e solenne l’edifizio.

Capolino s’era tutto raccolto in sé, per raccapezzarsi, incitato dalla passione con cui don Cosmo parlava, a rispondere, a rintuzzare; e aspettava, sospeso, una pausa; avvenuta, proruppe:

– Però...

– No, niente! Lasciamo stare! – troncò subito don Cosmo, posandogli una mano su la spalla. – Minchionerie, caro avvocato!

Per fortuna, in quella, Mauro Mortara, sulla spianata innanzi alla villa dalla parte che guardava la vigna e il mare, si mise a chiamare col suo solito verso - pio, pio, pio – gl’innumerevoli colombi, a cui soleva dare il pasto due volte al giorno.

Don Cosmo e Capolino s’affacciarono al balcone. Anche Ninì si sporse a guardare dalla ringhiera dell’ultimo balcone in fondo, e poi dal terrazzo s’affacciarono i servi e le cameriere e i tappezzieri.

Era ogni volta, tra quel candido fermento d’ali, una zuffa terribile, giacché la razione delle cicerchie era rimasta da tempo la stessa, mentre i colombi s’erano moltiplicati all’infinito e vivevano, ormai, quasi in istato selvaggio per il fèudo e per tutte le contrade vicine. Sapevano l’ora dei pasti e accorrevano puntuali a fitti nugoli fruscianti, da ogni parte: invadevano, tubando d’impazienza, in gran subbuglio, i tetti della villa, della casa rustica, del pagliajo, del colombajo, del granajo, del palmento e della cantina, e se Mauro tardava un po’, dimentico o assorto nelle sue memorie, una numerosa comitiva si spiccava dai tetti e andava a sollecitarlo dietro la porta della nota camera a pianterreno: la comitiva a poco a poco diventava folla e in breve tutta la spianata ferveva d’ali e grugava, mentre per aria tant’altri si tenevan su le ali sospesi a stento, non sapendo dove posarsi.

Don Cosmo pensò con dispiacere che quel giorno, intanto, Mauro non sarebbe salito a desinare; gliel’aveva detto la sera avanti:

– Questa è l’ultima volta che mangio con voi. Perché mi farete la grazia di credere che non verrò a sedermi a tavola con Flaminio Salvo.

Ora se ne stava giù tra i suoi colombi a testa bassa, aggrondato. Capolino l’osservava dal balcone, come se avesse sotto gli occhi una bestia rara.

– Lo saluto? – domandò piano a don Cosmo.

Questi con la mano gli fe’ cenno di no.

– Orso, eh? – soggiunse Capolino. – Ma un gran bel tipo!

– Orso, – ripeté don Cosmo, ritirandosi dal balcone.

Andati nella sala da pranzo dell’altro quartiere, già riccamente addobbata dai tappezzieri, Capolino tentò di nuovo di «tastare il polso» a don Cosmo sul noto argomento. Non sarebbe più certo ricascato a muovergliene il discorso dai libri di filosofia.

Don Cosmo era distratto nell’ammirazione di quella sala resa così d’improvviso irriconoscibile

– Prodigio d’Atlante! esclamava, battendo una mano su la spalla di Ninì De Vincentis. – Mi par d’essere a Colimbètra!

Subito Capolino colse la palla al balzo:

– Lei non ci va più da anni, a Colimbètra, eh?

Don Cosmo stette un po’ a pensare.

– Da circa dieci.

E restò sospeso, senza aggiunger altro. Ma Capolino, fissando il gancio per tirarlo a parlare:

– Da quando vi morì sua cognata, è vero?

– Già, – rispose, asciutto, il Laurentano.

E Capolino sospirò:

– Donna Teresa Montalto... che dama! che lutto! Vera donna di stampo antico!

E, dopo una pausa, grave di simulato rimpianto, un nuovo sospiro, d’altro genere:

– Mah! Cosa bella mortal passa e non dura!

Donna Sara Alàimo, la casiera, che si trovava in quel punto a servire in tavola, per rialzarsi agli occhi degli ospiti dalla sua indegna condizione di serva, fu tentata d’interloquire e sospirò timidamente con un languido risolino:

– Metastasio!

Ninì si voltò a guardarla, stupito; don Cosmo accomodò la bocca per emettere un suo riso speciale, fatto di tre oh! oh! oh! pieni, cupi e profondi. Ma Capolino, nel vedersi minacciato d’aver guastate le uova nel paniere sul più bello, rimbeccò, stizzito:

– Leopardi, Leopardi...

– Petrarca, Petrarca, scusate, caro avvocato! – protestò don Cosmo, aprendo le mani.– Me n’appello a Ninì!

– Ah, già, Petrarca, che bestia! Muor giovine colui che al cielo è caro...– si riprese subito Capolino. – Confondevo... E lei dunque... dunque lei non rivede il fratello da allora?

Don Cosmo riprese a un tratto l’aria addormentata, socchiuse gli occhi; confermò col capo.

– Sempre sepolto qui! – spiegò allora Capolino al De Vincentis, come se questi non lo sapesse. – Altri gusti, capisco… anzi diametralmente opposti, perché don Ippolito ama la... la compagnia, non sa farne a meno... E forse, io dico, dopo la sciagura, avrebbe molto desiderato di non restar solo, senza parenti attorno... Ma, lei qui; il figlio sempre a Roma... e...

Don Cosmo, che aveva già compreso, ma a suo modo, l’intenzione di Capolino, per tagliar corto uscì a dire:

– E dunque fa bene a riammogliarsi, volete dir questo? D’accordo! Tu intanto, – soggiunse, rivolgendosi a Ninì, – bello mio, non ti risolvi ancora?

Ninì, nel vedersi così d’improvviso tirato in ballo, s’invermigliò tutto:

– Io?

­SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 Guarda come s’è fatto rosso!– esclamò Capolino, scoppiando a ridere, dalla rabbia.

– Dunque c’è, dunque c’è? – domandò don Cosmo, picchiandosi con un dito il petto, dalla parte del cuore.

– Altro se c’è! – esclamò Capolino, ridendo più forte.

Ninì, tra le spine, mortificato, urtato da quella risata sconveniente, protestò con qualche energia:

– Ma non c’è nientissim’affatto! Per carità, non dicano codeste cose!

– Già! San Luigi Gonzaga! – riprese allora Capolino, prolungando sforzatamente la risata. – O piuttosto... sì, dov’è donna Sara? lui sì, davvero, Metastasio... un eroe di Metastasio, don Cosmo! o diciamo meglio, un angelo... ma un angelo, non come ad Alcamo, badiamo! Sa, don Cosmo, che ad Alcamo chiamano angelo il porchetto?

Ninì s’inquietò sul serio; impallidì; disse con voce ferma:

– Lei mi secca, avvocato!

– Non parlo più! – fece allora Capolino, ricomponendosi.

Don Cosmo rimase afflitto, senza comprendere in prima: poi aprì la bocca a un ah! che gli rimase in gola. Si trattava forse della figlia del Salvo? Ah, ecco, ecco... Non ci aveva pensato. Non la conosceva ancora. Ma sicuro! benissimo! Una fortuna per quel caro Ninì! E glielo volle dire:

– Non ti turbare, figliuolo mio. È una cosa molto seria. Non dovresti perder tempo, nella tua condizione.

Ninì si torse sulla seggiola quasi per resistere, senza gridare, alla puntura di cento spilli su tutto il corpo. Capolino rattenne il fiato e aspettò che la valanga precipitasse. Don Cosmo non seppe rendersi ragione dell’effetto di quelle sue parole e guardò, stordito, prima l’uno, poi l’altro.

– M’è scappata qualche altra minchioneria? – domandò. – Scusate. Non parlo più neanche io.

Ninì viveva veramente in cielo, in un cielo illuminato da un suo sole particolare, lì lì per sorgere, non sorto ancora, e che forse non sarebbe sorto mai. Lo lasciava lì, dietro le montagne dure della realtà, e preferiva rimanere nel lume roseo e vano d’una perpetua aurora, perché il sole, sorgendo, non dovesse poi tramontare, e perché le ombre, inevitabili, rimanessero tenui e quasi diafane. Già gli s’era affacciato il dubbio che il Salvo ormai non avrebbe accolto bene la sua richiesta di nozze, dato che egli si fosse mai spinto a fargliela. Ma aveva sempre rifuggito dall’accogliere e ponderare questo dubbio per non turbare il purissimo sogno di tutta la sua vita. E non perché quel dubbio gliel’avesse impedito, ma perché veramente gli mancava il coraggio di tradurre in atto un ideale così altamente vagheggiato che quasi temeva si potesse guastare al minimo urto della realtà, non s’era mai risoluto, non che a fare la richiesta, ma nemmeno a dichiararsi apertamente con Dianella Salvo. Ora, il sospetto che egli potesse farlo per la dote della ragazza che avrebbe rimesso in sesto le sue finanze, gli cagionò un acutissimo cordoglio, gli avvelenò la gioja di quel servigio reso per amore, e che invece poteva parere interessato; e, come se tutt’a un tratto il suo sole avesse dato un tracollo, tutto improvvisamente gli s’oscurò, e quando le stanze furon messe in ordine, ed egli con la gola stretta d’angoscia fece un ultimo giro d’ispezione, non seppe posare, come s’era proposto, sul guanciale del letto di Dianella il bacio dell’arrivo, perché ella, senza saperlo, ve lo trovasse la sera, andando a dormire.

Don Cosmo e Capolino, piccoli, neri, sotto un cielo altissimo, cupamente infocato dal tramonto, s’erano messi intanto a passeggiare innanzi alla vecchia villa, per il lungo, diritto viale, che fa quasi orlo, a manca, al ciglio, d’onde sprofonda ripido un burrone ampio e profondo, detto il vallone.

Pareva che lì l’altipiano per una convulsione tellurica si fosse spaccato innanzi al mare.

La tenuta di Valsanìa restava di qua, scendeva con gli ultimi olivi in quel burrone, gola d’ombra cinerulea, nel cui fondo sornuotano i gelsi, i carubi, gli aranci, i limoni lieti d’un rivo d’acqua che vi scorre da una vena aperta laggiù in fondo nella grotta misteriosa di San Calògero.

Dall’altra parte del burrone, alla stessa altezza, eran le terre alberate di Platania che a mezzogiorno scendono minacciose sulla linea ferroviaria, la quale, sbucando dal traforo sotto Valsanìa, corre quasi in riva al mare fino a Porto Empedocle.

La zona di fiamma e d’oro del tramonto traspariva in un fantastico frastaglio di tra il verde intenso degli alberi lontani, di là dal burrone. Qua, su i mandorli e gli olivi di Valsanìa, alitava già la prima frescura d’ombra, dolce, lieve e malinconica, della sera.

Quest’ora crepuscolare, in cui le cose, nell’ombra calante, ritenendo più intensamente le ultime luci, quasi si smaltano nei lor chiusi colori, era alla solitudine di don Cosmo più d’ogn’altra gradita. Egli aveva costante nell’animo il sentimento della sua precarietà nei luoghi dove abitava, e non se n’affliggeva. Per questo sentimento che si trasfondeva lieve e vago nel mistero impenetrabile di tutte le cose, ogni cura, ogni pensiero gli erano insopportabilmente gravi. Figurarsi, ora, come schiacciante dovesse riuscirgli il discorso di Capolino, che s’aggirava fervoroso intorno alle imprese fortunate del Salvo, a un gran disegno che costui meditava, insieme col direttore delle sue zolfare, l’ingegnere Aurelio Costa, per sollevar le sorti dell’industria zolfifera, miserrime da parecchi anni.

– Coscienza nuova, la sua, – diceva Capolino. – Lucida, precisa e complicata, don Cosmo, come un macchinario moderno, d’acciajo. Sa sempre quel che fa. E non sbaglia mai!

– Beato lui! – ripeteva don Cosmo con gli occhi socchiusi, in atto di rassegnata sopportazione.

– E credentissimo, sa! – seguitava Capolino. – Veramente divoto!

– Beato lui!

– È una meraviglia come, tra tante brighe, riesca a trovar tempo e modo di badare anche al nostro partito. E con che impegno ne ha sposato la causa!

Ma, poco dopo, Capolino cambiò discorso, accorgendosi che don Cosmo non gli prestava ascolto. Gli si fece più accosto, gli toccò il braccio e aggiunse piano, con aria mesta:

– Quel povero Ninì! Son sicuro che ci piange, sa? per quel po’ di baja che gli abbiamo dato a tavola. Innamoratissimo, povero figliuolo! Ma la ragazza, eh! purtroppo, non è per lui.

– Fidanzata ad altri? – domandò don Cosmo, fermandosi.

– No no: ufficialmente, no! – negò subito Capolino. – Ma... zitto però, mi raccomando: non deve saperlo neanche l’aria! Io credo, caro don Cosmo, che la ragazza sia in fondo più malata d’anima che di corpo.

– Toccata, eh?

– Toccata. Questa forse è l’unica cosa mal fatta di suo padre. Qua Flaminio ha sbagliato... eh, non c’è che dire, ha sbagliato!

Don Cosmo si rifermò, crollò più volte il capo e disse, serio serio:

– Vedete dunque che sbaglia anche lui, caro avvocato?

– Ma se il diavolo, creda, ci volle proprio cacciar la coda, quella volta! – riprese Capolino. – Lei saprà che Flaminio... sarà dieci anni, altro che dieci! saranno quindici di sicuro! Insomma lì, poco più poco meno, fu a un pelo di morire affogato... Non lo sa? E come! Ai bagni di mare, a Porto Empedocle. Una cosa buffa, creda, buffa e atroce al tempo stesso! Per un pajo di zucche...

– Di zucche? Sentiamo, – disse don Cosmo, contro il suo solito, incuriosito.

– Ma sì,– seguitò Capolino. – Prendeva un bagno, ai Casotti. Non sa nuotare e, per prudenza, si teneva tra i pali del recinto, dove l’acqua, sì e no, gli arrivava al petto. Ora (il diavolo!) vide un pajo di zucche galleggiare accanto a lui, lasciate in mare forse da qualche ragazzo. Le prese. Stando accoccolato, perché l’acqua lo coprisse fino al collo - (com’è brutto l’uomo nell’acqua, don Cosmo mio, l’uomo che non sa nuotare!) - gli venne la cattiva ispirazione d’allungar la mano a quel pajo di zucche e cacciarsele sotto con la cordicella che le teneva unite; ci si mise a seder sopra, e, siccome le zucche, naturalmente, spingevano, e lui aveva lasciato il sostegno del palo per veder se quelle avessero tanta forza da sollevargli i piedi dal fondo, a un tratto, patapùmfete! perdette l’equilibrio e tracollò a testa giù, sott’acqua!

– Oh, guarda! – esclamò don Cosmo, costernato.

– Si figuri, – riprese Capolino, – come cominciò a fare coi piedi per tornare a galla! Ma, per disgrazia, i piedi gli s’erano impigliati nella cordicella e, naturalmente, per quanti sforzi facesse sott’acqua, non li poteva più tirare al fondo.

– Zitto! zitto! ohi ohi ohi... – fece con Cosmo contraendo le dita e tutto il volto.

Ma Capolino seguitò.

– Badi che è buffo davvero rischiar d’affogare in un recinto di bagni, in mezzo a tanta gente che non se ne accorgeva e non gli dava ajuto, non sospettando minimamente ch’egli fosse lì con la morte in bocca! E sarebbe affogato, affogato com’è vero Dio, se un ragazzotto di tredici anni - questo Aurelio Costa, che ora è ingegnere e direttore delle zolfare del Salvo ad Aragona e a Comitini - non si fosse accorto di quei due piedi che si azzuffavano disperatamente a fior d’acqua e non fosse accorso, ridendo, a liberarlo...

– Ah, capisco... – fece don Cosmo. – E la figliuola, adesso...

– La figliuola... la figliuola... – masticò Capolino. – Flaminio, capirà, dovette disobbligarsi con quel ragazzo e si disobbligò nella misura del pericolo che aveva corso e del terrore che s’era preso. Gli dissero che era figlio d’un povero staderante all’imbarco dello zolfo...

– Il Costa, già, Leonardo Costa, – interruppe don Cosmo. – Amico mio. Viene a trovarmi qua, qualche domenica, da Porto Empedocle.

– Saprà dunque che sta con Flaminio, adesso? – soggiunse Capolino.– Flaminio lo levò dalle stadere e gli diede un posto nel suo gran deposito di zolfo su la spiaggia di levante. Al figlio Aurelio, poi, volle dar lui la riuscita, senza badare a spese; non solo, ma se lo tolse con sé, lo fece crescere in casa sua coi figliuoli, con Dianella e con quell’altro bimbo che gli morì. Anche questa disgrazia contribuì certo a fargli crescere l’affetto per il giovine. Ma, affetto, dico, fino a un certo punto. Per la stessa ragione per cui ora non darebbe la figlia a Ninì De Vincentis, non la darebbe mai, m’immagino, neanche ad Aurelio Costa, suo dipendente, si figuri!

– Ma! – esclamò don Cosmo, scrollando le spalle. – Ricco com’è... con una figlia sola...

– Eh no... eh no..., – rispose Capolino. – Capisco, a un caso di lui, tutte le ricchezze cascheranno per forza in mano a qualcuno, a un genero, a quello che sarà. Ma vorrà ben pesarlo, prima, Flaminio! Non è uomo da rosee romanticherie. Può averne la figlia... E, romanticherie nel vero senso della parola, badi! Perché, di questa sua vera e segreta malattia sono a conoscenza io, per certe mie ragioni particolari; ne è a conoscenza credo, anche Flaminio, o almeno ne ha il sospetto; ma lui, l’ingegnere Costa (ottimo giovine, badiamo! giovine solido, cosciente del suo stato e di quanto deve al suo benefattore) non ne sa nulla di nulla, non se l’immagina neppur lontanamente; glielo posso assicurare, perché ne ho una prova di fatto, intima. L’ingegnere...

A questo punto Capolino s’interruppe, scorgendo in fondo al viale un uomo, che veniva loro incontro di corsa, gesticolando.

– Chi è là? – domandò, fermandosi, accigliato.

Era Marco Prèola, tutto impolverato, arrangolato, in sudore, con le calze ricadute su le scarpacce rotte. Stanco morto.

– Ci siamo! ci siamo! – si mise a gridare, appressandosi. – È arrivato!

– L’Auriti? – domandò Capolino.

– Sissignore! – riprese il Prèola. – Per le elezioni: non c’è più dubbio! Vengo di corsa apposta da Girgenti.

Si tolse il cappelluccio roccioso, e con un fazzoletto sudicio s’asciugò il sudore che gli grondava dal capo tignoso.

– Mio nipote? – domandò, frastornato e stupito, don Cosmo.

Subito Capolino, con aria rammaricata, prese a informarlo delle dimissioni del Fazello, e delle premure che si facevano su lui perché accettasse la candidatura, e delle voci che correvano a Girgenti su questa venuta inattesa di Roberto Auriti.

Voci... voci a cui egli, Capolino, non voleva prestar fede per due ragioni: prima, per il rispetto che aveva per l’Auriti, rispetto che non gli consentiva di supporre che, non chiamato, venisse a contendere un posto che il Fazello lasciava volontariamente. La compagine del partito che rappresentava la maggioranza del paese, come per tante prove indiscutibili s’ra veduto, rimaneva salda, anche dopo il ritiro di Giacinto Fazello. L’altra ragione era più intima, ed era questa: che gli sarebbe doluto, troppo doluto, d’aver per avversario non temibile, in una lotta impari, uno che, non ostanti le divergenze d’opinioni in famiglia, era parente pur sempre dei Laurentano ch’egli venerava e della cui amicizia si onorava. No, no: preferiva credere piuttosto che l’Auriti fosse venuto a Girgenti solo per riveder la madre e la sorella.

– Ma che dice, avvocato? – proruppe Marco Prèola, scrollandosi dalle spalle quel lungo, faticoso discorso, col quale Capolino, senza parere, aveva voluto dare un saggio delle sue attitudini politiche. – Se sono andati a prenderlo alla stazione quattro mascalzoni, studentelli dell’Istituto Tecnico? se sono arrivate in paese la mafia e la massoneria, capitanate da Guido Verònica e da Giambattista Mattina? Non c’è più dubbio, le dico! È venuto per le elezioni.

Mentre Capolino e il Prèola discutevano tra loro, gli occhi, il naso, la bocca di don Cosmo facevano una mimica speciosissima: si strizzavano, s’arricciavano, si storcevano... Vivendo in quell’esilio, assorto sempre in pensieri eterni, con gli occhi alle stelle, al mare lì sotto, o alla campagna solitaria intorno, ora, così investito da tutte quelle notizie piccine, si sentiva come pinzato da tanti insettucci fastidiosi.

– Gesù! Gesù! Pare impossibile... Quante minchionerie...

– E allora, un bicchiere di vino, si-don Co’ – esclamò, per concluder bene, Marco Prèola. – Vossignoria mi deve fare la grazia d’un bicchiere di vino. Non ne posso più! Ho girato tutta Girgenti per trovare il nostro carissimo avvocato; m’hanno detto che si trovava qua a Valsanìa, e subito mi sono precipitato a piedi per la Spina Santa. Mi guardino! Ho la gola, propriamente, arsa.

– Andate, andate a bere alla villa, – gli rispose don Cosmo.

– E non c’è il Mortara? – domandò il Prèola. – Ho paura... – aggiunse ridendo. – Mi sparò, or è l’anno... Dice che venivo qua nel fèudo a caccia dei suoi colombi. Parola d’onore, si-don Cosmo, non è vero! Per le tortore venivo. Forse, qualche volta, non dico, avrò sbagliato. Tiro e, botta e risposta, mi sento arrivare... Fortuna che mi voltai subito. Pum! Nelle natiche, una grandinata... Privo di Dio, le giuro, si-don Co’, che se non era per il rispetto alla famiglia Laurentano... La doppietta ce l’avevo anch’io e, parola d’onore...

Dal fondo del viale giunse in quella un rumore di sonaglioli. I tre, che s’erano accostati alla villa conversando, si voltarono a guardare. Capolino chiamò:

– Ninì! Ninì! Ecco le vetture! Arrivano!

Ninì s’affrettò a scendere dalla villa, ne scesero anche i servi, donna Sara Alàimo e la cameriera, già amiche tra loro.

Erano due vittorie. Nella prima stava don Flaminio con la figliuola; nella seconda, la demente con due infermiere. Don Cosmo s’aspettava di vedere smontare da una delle vetture anche donna Adelaide, la sposa: restò disilluso. Ninì De Vincentis non ebbe il coraggio di farsi avanti a offrire il braccio a Dianella. Col cuore tremante e la vista annebbiata dalla commozione, le intravide il volto affilato, pallidissimo sotto la spessa veletta da viaggio, e la seguì con lo sguardo, mentre, appoggiata al braccio di Capolino, tutta avvolta in una pesante mantiglia, saliva pian piano la scala, come una vecchina, tra gli augurii ossequiosi di donna Sara Alàimo.

Donna Vittoria, smontata dalla vettura faticosamente per l’enorme pinguedine, restò tra le due infermiere con gli occhi immobili, vani nell’ampio volto pallido, incorniciato dall’umile scialle nero, che teneva in capo; guardò così un pezzo don Cosmo; poi aprì le labbra carnose e quasi bianche un sorriso squallido e disse in un inchino:

– Signor Priore!

Una delle infermiere la prese per mano, mentre don Cosmo, accanto al Salvo, socchiudeva gli occhi, afflitto. Ninì andò dietro alla demente.

– Grazie, – disse Flaminio Salvo, stringendo forte la mano a don Cosmo. – E non dico altro a lei.

– No, no... s’affrettò a rispondere il Laurentano, turbato e commosso ancora dal triste spettacolo, sentendo un’improvvisa, profonda pietà per quell’uomo che, nella sua invidiata potenza, con quella stretta di mano gli confidava in quel punto il sentimento della propria miseria.

III

– Di qua, di qua, mi segua, – disse al signore che gli veniva dietro il vecchio cameriere dalle piote sbieche in fuori, che lo facevano andare in qua e in là con le gambe piegate.

Attraversarono su i soffici tappeti polverosi tre stanze morte in fila, in ognuna delle quali il cameriere, passando, apriva gli scuri dei vecchi finestroni tinti di verde. Le stanze tuttavia rimanevano in un’angustiosa penombra, sia per la pesantezza dei drappi, sia per la bassezza della casa sovrastata dagli edifizii di contro che paravano. Aperti gli scuri, il cameriere guardava la stanza e sospirava, come per dire: «Vede com’è arredata bene? E intanto non figura!».

Pervennero così al salone in fondo, lugubre e solenne, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature.

Il signore trasse da un elegante portafogli un biglietto da visita stemmato, ne piegò un lembo e lo porse al cameriere, il quale, indicando un uscio nel salone, disse:

– Un momentino. C’è di là il cavalier Prèola.

– Prèola padre?

– Figlio.

– E cavaliere per giunta?

– Per me,– protestò il vecchio inchinandosi profondamente con la mano al petto, – tutti i padroni miei, cavalieri!

E, andandosene su i piedi sbiechi, lesse sottecchi, sul biglietto da visita: Cav. Gian Battista Mattina.

– (Costui, – dunque, – cavaliere autentico, pare).

Il Mattina rimase in piedi, cogitabondo in mezzo al salone; poi scrollò le spalle, seccato; volse uno sguardo distratto in giro; vide uno specchio alla parete di fronte e vi s’appressò. In quel vasto specchio, dalla luce tetra, la propria immagine gli apparve come uno spettro; e ne provò un momentaneo turbamento indefinito.

Spirava da tutti i mobili, dal tappeto, dalle tende quel tanfo speciale delle case antiche, d’una vita appassita nell’abbandono. Quasi il respiro d’un altro tempo. Il Mattina si guardò di nuovo attorno con una strana costernazione per la immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti, chi sa da quanti anni lì senz’uso, e si accostò di più allo specchio per scrutarsi davvicino, movendo pian piano la testa, stirandosi fin sotto gli occhi stanchi le punte dei folti baffi conservati neri da una mistura, in contrasto coi capelli precocemente grigi che conferivano cotal serietà al suo volto bruno. A un tratto, un lunghissimo sbadiglio gli fece spalancare e storcere la bocca, e all’emissione del fiato fradicio contrasse il volto in un’espressione di nausea e di tedio. Stava per scostarsi dallo specchio, allorché sul piano della mensola, chinando gli occhi, scorse qua e là tanti bei mucchietti di tarlatura disposti quasi con arte, e si chinò a mirarli con curiosità. Avevano lavorato bene quelle tarme, e nessuno intanto pareva tenesse in debito conto la lor fatica... Eppure, il frutto, eccolo là, bene in vista, che diceva: «Questo è fatto. Portate via!». Stese una mano a uno di quei mucchietti, ne prese un pizzico e strofinò le dita. Niente! Neanche polvere... E, guardandosi i polpastrelli dell’indice e del pollice, andò a sedere su una comoda poltrona accanto al canapè. Seduto, la scosse un po’, come per accertarsi della solidità.

« Neanche polvere... Niente! »

Con una smorfia, trasse dal tavolinetto tondo innanzi al canapè un album, in capo al quale era il ritratto del padrone di casa, il canonico Agrò.

Era sempre parso al Mattina che il canonico Pompeo Agrò avesse una strana somiglianza con un uccellaccio, di cui non rammentava il nome. Certo il naso, largo alla base, acuminato in punta, s’allungava in quel volto come un becco Era però negli occhietti grigi, vivi, sotto la fronte alta e angusta, tutta la malizia astuta, sottile e tenace, di cui l’Agrò godeva fama.

Il Mattina esaminò quel viso, come se nei tratti di esso volesse scorgere la ragione dell’invito ricevuto la sera avanti. Che diamine poteva voler da lui l’Agrò? Il dissidio di questo canonico gran signore col partito clericale, dissidio che suscitava tanto scandalo in paese, era proprio proprio vero, o non piuttosto un atteggiamento concertato, insidioso, per tradir la buona fede dell’Auriti, penetrar nel campo avversario e sorprenderne le mosse? Eh, a fidarsi d’una volpe... Quel colloquio segreto col Prèola... Fosse tutto un tranello?

Alzò gli occhi, volse di nuovo lo sguardo attorno e di nuovo dall’immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti senz’uso e senza vita si sentì turbato, quasi che essi, per averne egli scoperto le magagne, lo spiassero ora più ostili.

Udì per le tre stanze in fila la voce del vecchio cameriere, che ripeteva:

– Di qua, di qua, mi segua.

Posò l’album e guardò in direzione dell’uscio.

– Oh! Verònica...

– Caro Titta, – rispose Guido Verònica, fermandosi in mezzo al salone.

Si tolse le lenti per pulirle col fazzoletto pronto nell’altra mano; strizzò gli occhi fortemente miopi, e con l’indice e il pollice della mano tozza si stropicciò il naso maltrattato dal continuo pinzar delle lenti; poi si appressò per sedere su la poltrona di fronte al Mattina; ma questi, alzandosi, lo prese sotto il braccio e gli disse piano:

– Aspetta, ti voglio far vedere...

E lo condusse innanzi alla mensola per mostrargli tutti quei mucchietti di polviglio.

Il Verònica, non comprendendo che cosa dovesse guardare, miope com’era, si chinò fin quasi a toccar col naso il piano della mensola.

– Tarli? – disse poi, ma senza farci caso, anzi guardando freddamente il Mattina, come per domandargli perché glieli avesse mostrati: e andò a sedere su la poltrona.

Tu quoque? – domandò allora il Mattina, rimasto male e volendo dissimular la stizza.

– Non so di che si tratti, – gli rispose il Verònica con l’aria di chi voglia nascondere un segreto.

– Neanch’io, – s’affrettò a soggiungere il Mattina con indifferenza.. – Ho ricevuto un invito...

E posò gli occhi senza sguardo su la fronte del Verònica sconciata da tre lunghi raffrigni in vario senso: ferite riportate in duello.

– Torni da Roma?

– No. Da Palermo.

– E ti trattieni molto?

– Non so.

Dimostrava chiaramente il Verònica con quelle secche risposte che voleva restar chiuso in sé, per non darsi importanza con ciò che - volendo - avrebbe potuto dire. Difatti il suo còmpito, adesso, era questo: mostrarsi seccato, anzi stanco e sfiduciato. Per sua disgrazia, egli - e tutti lo sapevano - aveva un ideale: la Patria, rappresentata, anzi incarnata tutta quanta nella persona di un vecchio glorioso statista, il Crispi, battuto alcuni anni addietro in una tumultuosa seduta parlamentare, dopo una lotta piccina e sleale. Per questo vecchio glorioso s’era cimentato in tanti e tanti duelli, riportandone quasi sempre la peggio; aveva respinto su i giornali con inaudita violenza di linguaggio le ingiurie degli oppositori. Ma ormai, caduto quel Vecchio, anche la patria per lui era caduta: trionfava la marmaglia; non era noja, la sua; era propriamente schifo di vivere. Non credeva affatto che Roberto Auriti potesse vincere, quantunque sostenuto dal Governo; ma quel suo Vecchio venerato - che ancora intorno all’avvenire della patria s’illudeva come un fanciullo - gli aveva imposto di recarsi a Girgenti a combattere per l’Auriti; sapeva che questi, più che per le premure del Governo, s’era piegato ad accettare la lotta per la spinta del vecchio statista; ed eccolo a Girgenti. Tanto per non venir meno al dovere, rispondeva ora all’invito dell’Agrò, d’un canonico, lui che amava i preti quanto il fumo negli occhi. C’era; bisognava che s’adattasse. Non ostante però la sfiducia con cui s’era lasciato andare a quella impresa elettorale, si sentiva alquanto stizzito nel vedersi messo ora alla pari con un Mattina qualunque, appajato con costui nella piccola congiura che il canonico Agrò pareva volesse ordire.

Il Mattina si mosse su la poltrona, sbuffando e prendendo un’altra positura.

– Si fa aspettare...

– Chi c’è di là? – domandò Guido Verònica, senz’ombra d’impazienza.

Il Mattina si protese e disse sottovoce:

– Prèola figlio, la lancia spezzata d’Ignazio Capolino. L’ho saputo dal cameriere. Che te ne pare? Domando e dico, che cosa ci stiamo a fare qua noi due?

– Sentiremo... – sospirò il Verònica.

– Non vorrei che...

Il Mattina s’interruppe, vedendo aprir l’uscio ed entrare, lungo e curvo su la sua magrezza, il canonico Pompeo Agrò

Facendo cenno con ambo le mani ai due ospiti di rimaner seduti, disse con vocetta stridente:

– Chiedo vènia... Stieno, stieno seduti, prego. Caro Verònica; cavaliere esimio. Qua, cavaliere, segga qua, accanto a me; non ho paura de’ suoi peccatacci di gioventú.

– Sì, gioventù! – sorrise il Mattina, mostrando il capo grigio.

Il Canonico trasse dal petto un vecchio orologino d’argento.

– Il pelo, eh, lei m’insegna, e non il vizio. Già le dieci perbacco! Ho perduto molto tempo... Mah!

S’alterò in volto; restò un momento perplesso, se dire o non dire; poi, come attaccando una coda al sospiro rimasto in tronco:

– La gratitudine, un mito!

Tentennò il capo, e riprese:

– Sarebbero disposti lor signori a venire un momentino con me?

– Dove? – domandò il Mattina.

– In casa di Roberto Auriti... tanto amico mio, tanto fin dall’infanzia, lo sanno. I nostri padri, più che fratelli, compagni d’arme; quello di Roberto a Milazzo, e il mio cadde al Volturno. Storia, questa. Se ne dovrebbe tener conto in paese, invece di menare tanto scalpore per la mia... come la chiamano? diserzione... eh? diserzione, già. La veste! Sissignori. Ma sotto la veste c’è pure un cuore; e ce l’ho anch’io per la santa amicizia, e anche... e anche...

Il Canonico forse voleva aggiungere «per la patria»; lo lasciò intendere col gesto e pose un freno alla foga del sentimento generoso. Si sforzava di parlar dipinto, con un risolino arguto sulle labbra, strofinandosi di continuo sotto il mento le mani ossute, come se le lavasse alla fontanella delle sue frasi polite, sì, non però fluenti e limpide e continue, ma quasi a sbruffi, esitanti spesso e con curiosi ingorghi esclamativi. Di tratto in tratto, nel sollevar le pàlpebre stanche, lasciava intravedere qualche obliquo sguardo fuggevole, così diverso dall’ordinario, che subito ciascuno immaginava quell’uomo dovesse, nell’intimità, non esser quale appariva, aver più d’una afflizione profondamente segreta che lo rendeva astuto e cattivo, e travagli d’animo oscuri.

– Prima d’andare, – riprese cangiando tono, – due paroline per intenderci. Avrei meditato... messo su, o mi sembra, un piccolo piano di battaglia. Non la pretendo a generale, veh! Lor signori combatteranno; io porterò il gamellino. Ecco. Ben ponderato tutto, il nostro più temibile avversario chi è? Il Capolino? No; ma chi gli fa spalla: il Salvo, già suo cognato, potentissimo. Ora io da buona fonte so che il Salvo fino a pochi giorni fa non voleva permettere in verun modo questa... questa comparsa del Capolino.

– Sì, sì, – confermò il Mattina. – A causa delle trattative di matrimonio tra la sorella e il principe di Laurentano.

– Oh! Benissimo, – approvò il Canonico. – Ma il Salvo concesse la grazia di fargli spalla appena seppe che il principe non intendeva d’aver riguardo alla parentela dell’Auriti e ordinava non ne avesse parimenti il partito. Stando così le cose, le sorti del nostro Roberto sono quasi disperate. Non c’illudiamo.

– Eh, lo so! – sbuffò il Verònica.

Subito il Canonico lo fermò con un gesto della mano, seguitando:

– Ma se noi, ecco, pognamo che noi, signori miei, a dispetto della libertà concessa dal principe, riuscissimo a legar mani e piedi al colosso, al Salvo... eh? Come? Ecco: sarebbe questo il mio piano.

Pompeo Agrò, data così l’esca alla curiosità, stette un pezzo con le mani spalmate, sospese sotto il mento; poi le ritrasse, richiudendole; chiuse anche gli occhi per raccogliersi meglio; lasciò andar fuori un altro: «Ecco!», come un gancio per sostener l’attenzione dei due ascoltatori, e rimase ancora un po’ in silenzio.

– Lor signori sanno le condizioni con cui si effettuerà il matrimonio per espressa volontà del Laurentano. Ora queste condizioni, secondo che io ho divisato, dovrebbero diventare il punto… come diremo? vulnerabile del Salvo.

– Il tallone d’Achille, – suggerí il Mattina, scotendosi, per dire una cosa nuova.

– Benissimo! d’Achille! – approvò l’Agrò. – E mi spiego. Preme al Salvo certamente, avendole accettate, che il figlio del principe, residente a Roma (mi par che si chiami Gerlando, eh? come il nonno: Gerlandino, Landino) non sia o almeno, non si mostri apertamente contrario a questo matrimonio del padre. Anzi so che il Salvo ha posto come patto la presenza del giovine alla cerimonia nuzialc, per il riconoscimento del vincolo da parte sua e come impegno da gentiluomo per l’avvenire. Io non conosco codesto Gerlandino, ma so che è di pelo... cioè, diciamo, di stampa ben altra dal padre.

– Opposta! – esclamò il Veronica. – Io lo conosco bene.

– Oh bravo! – soggiunse l’Agrò. – Ammesso dunque che non abbia neppure le idee di Roberto Auriti, tra i due, voglio dire tra questo e un Capolino, dovrebbe aver più cara, m’immagino, la vittoria del parente.

Guido Verònica, a questo punto, si scosse e sospirò a lungo, come per votarsi  dell’illusione accolta per un momento, e disse:

– Ah, no, non credo, sa! non credo proprio che Lando si impicci di codeste cose...

– Mi lasci dire, – riprese il Canonico, con voce agretta. – A me non cale che se ne impicci: vorrei saper solamente da lei che è stato tanto tempo a Roma e conosce il giovine, se l’antagonismo, diciamo così, tra don Ippolito Laurentano e donna Caterina Auriti sussista anche tra i loro figliuoli.

– No, questo no! – rispose subito il Verònica. – Sono anzi in buon accordo, amici.

– Mi basta! – esclamò allora il Canonico picchiandosi col dorso d’una mano la palma dell’altra.– Mi strabasta! Se della parentela con l’Auriti non vuole tener conto il padre, può invece, o potrebbe, tener conto il figlio. Ed ecco legato il Salvo, il colosso!

Pompeo Agrò volle godere un momento di quella prima vittoria guardando acutamente, con un sorrisino un po’ smorfioso, il Verònica, poi il Mattina, già accampati entrambi nel suo piano, stimato almeno meditabile. Quindi, come un generale non contento di vincere soltanto a tavolino, con le leggi della tattica, scese a osservare le difficoltà materiali dell’impresa.

– Il punto, – disse, – sarà persuadere a quel benedetto Roberto di servirsi di questo spediente. Giacché, per lo meno abbiamo bisogno di una lettera privata di Gerlandino, da far vedere o conoscere in qualche modo al Salvo, ecco! o diretta al Salvo stesso, che sarà difficile, o a Roberto, o a qualche amico: a lei, per esempio, caro Verònica: insomma, una prova, un documento...

Guido Verònica non volle dichiarare ch’egli non poteva attendersi una lettera da Lando, col quale non aveva alcuna intimità; stimò, sì, ingegnoso il piano dell’Agrò, ma forse inattuabile per la troppa schifiltà di Roberto il quale... il quale... sì, benemerenze patriottiche...

– « Onestà immacolata! » – soggiunse l’Agrò.

– Sì, – concesse il Verònica, – e anche ingegno, se vogliamo; ma... ma... ma... al dì d’oggi... e gli secca il Prefetto e par che gli secchino anche gli amici... basta! Sarà un affar serio! Io, per me, mi metterei anche la pelle alla rovescia per ajutarlo, però...

S’interruppe; si batté la fronte con una mano; esclamò:

– Ho trovato! Giulio... c’è Giulio... il fratello di Roberto, giusto in questo momento nella segreteria particolare di S. E. il ministro D’Atri: eh, perbacco! a lui sì posso scrivere... è intimissimo di Lando. Da Giulio si otterrà facilmente quello che vogliamo, senza farne saper nulla a Roberto, che opporrebbe chi sa quanti ostacoli. Ecco fatto!

– Bravissimo! bravissimo! – non rifiniva più d’esclamare il Canonico, gongolante.

Solo il Mattina era rimasto come una barca, la cui vela non riuscisse a pigliar vento. Vedendo quell’altre due barche filar così leste senza più curarsi di lui rimasto floscio indietro si sentì umiliato, volle dir la sua e, non potendo altro, si provò a soffiare un po’ di vento contrario e a parar qualche secca o qualche scoglio.

– Già, – disse, – ma non sarà troppo tardi, signori miei? Riflettiamo! Prima che la lettera arrivi, anche facendo con la massima sollecitudine, di qui a Roma, chiama e rispondi! Ci vorrà una settimana; dico poco. Il Salvo avrà tutto il tempo, di compromettersi e non si potrà più tirare indietro.

– Eh, lo vorrò vedere! – esclamò il Canonico con un sogghignetto, e alzando una mano, come per salutarlo da lontano. – No, sa! no, sa! Mai piùù mai piùù, mai piùù... Vuole che gli stia poi tanto a cuore il Capolino?

– Ma la propria dignità, scusi! – si risentì il cavaliere, come se fosse in ballo la sua. – Bella figura ci farebbe! Ma sa che oggi stesso nella sala di redazione dell’Empedocle si proclamerà ufficialmente la candidatura di Capolino con l’intervento del Salvo e di tutti i maggiorenti del partito? Non scherziamo!

– In questo caso, – saltò a dire il Verònica, – per far più presto, si spedirà a Giulio ora stesso, d’urgenza, un telegramma in cifre. Roberto ha un cifrario particolare col fratello. Non perdiamo più tempo... Piuttosto... aspetti!... ora che ci penso... il Selmi... perdio!

– Selmi? – domandò il Canonico, stordito da quel nome che cadeva all’improvviso come un ostacolo insormontabile su la via così bene spianata. – Il deputato Selmi?

– Corrado Selmi, sì, – rispose il Verònica. – L’ho visto a Palermo... Ha promesso a Roberto di venire qua, per lui, e che anzi avrebbe tenuto un discorso...

– Ebbene? – fece l’Agrò. – Anzi, un parlamentare di tanta autorità... vero patriota...

– Lasci andare! lasci andare!– lo interruppe il Verònica, socchiudendo gli occhi, scotendo una mano. – Patriota... va bene! Bacato, bacato, bacato, caro Canonico... Debiti... compromissioni... storie... e Dio non voglia che il povero Roberto per causa di lui... Basta. Non è per questo, adesso... Ma per Lando Laurentano...

E Guido Verònica fece piú volte schioccar le dita, come per strigarsele dell’impiccio che gli dava il pensiero del Selmi.

– Non capisco... – osservò il Canonico. – Forse tra il Laurentano e il Selmi?...

– Eh, altro! – esclamò il Verònica. – Nimicizia mortale!

– Affar di donne, – aggiunse il Mattina, serio, socchiudendo gli occhi, soddisfattissimo di quella contrarietà.

E il Canonico, incuriosito:

– Ah sì? di donne?

– Storia vecchia, – rispose il Verònica. – Finita, a quanto pare, ma, fino a un anno fa, Corrado Selmi - lo dico perché tutta Roma lo sa - fu l’amante di donna Giannetta D’Atri, moglie del Ministro d’oggi.

Il Canonico levò una mano:

– Uh, che cose! E questa... e questa donna Giannetta chi sarebbe?

– Ma una Montalto! – disse il Verònica. – Cugina di Lando... Lei sa che la prima moglie del principe fu una Montalto.

– Ah, ecco! E forse il giovine...?

– Da ragazzo, tra cugini... Questo non lo so bene. Il fatto è che Lando Laurentano provocò due volte il Selmi... Ora, capirà, se questi viene qua a sostenere la candidatura di Roberto...

– Già, già, già... ora comprendo! – esclamò il Canonico. – si dovrebbe impedire! Ah, si dovrebbe impedire!

– Forse non sarà difficile, – concluse il Verònica. – Perché Corrado Selmi avrà da combattere per sé nel suo collegio. Basta, vedremo. Adesso andiamo subito da Roberto.

Il Canonico si alzò.

– Pronti, – disse. – La vettura è giù. Un momentino, col loro permesso. Prendo il cappello e il tabarro.

Poco dopo, il Verònica e il Mattina rividero il vecchio cameriere dai piedi sbiechi, parato da automedonte, e salirono in vettura con l’Agrò.

Venendo su dal Ràbato, per piazza San Domenico notarono subito un movimento insolito lungo la via maestra. Quattro, cinque monellacci, correndo e fermandosi qua e là, strillavano il giornaletto clericale Empedocle, che pareva andasse a ruba.

L’Impìducli! L’Impìducli!

E per tutto si formavano capannelli, qua a leggere, là a commentar vivamente qualche articolo, certo violento, stampato in quel foglio.

Il Verònica, vedendo passare presso la vettura uno di quegli strilloni, non seppe resistere alla tentazione, e mentre il Canonico - che per le vie della città, in quei giorni, si sentiva in mezzo a un campo nemico - consigliava: – «Meglio a casa! meglio a casa!» – si fece buttare nella vettura una copia del giornale. La prese il Mattina.

– Leggo io?

E cominciò a leggere sottovoce l’articolo di fondo, quello che, indubbiamente, suscitava tanto fermento nel pubblico.

Era intitolato Patrioti per bisogni di famiglia, e si riferiva - senza far nomi, ma con turpe evidenza - alla memoria di Stefano Auriti, padre di Roberto, alterando con vilissima calunnia la storia romanzesca del suo amore per Caterina Laurentano; la fuga dei due giovani poco prima della rivoluzione del 1848; la parte presa da Stefano Auriti a questa rivoluzione «non già per amor di patria, ma appunto per bisogni di famiglia, cioè per la conquista d’una dote insieme con le grazie del suocero per forza, ricco, liberale, sì, ma, ahimè, d’una inflessibilità superiore a ogni previsione».

Man mano, leggendo, la voce del Mattina si alterava dallo sdegno, acceso maggiormente dall’indignazione dell’Agrò, che prorompeva di tratto in tratto, accennando di turarsi le orecchie e buttandosi indietro:

– Oh vigliacchi! oh vigliacchi!

A un certo punto il Mattina si vide strappar di mano il giornale. Guido Verònica, pallidissimo, col volto scontraffatto dall’ira, aprì lo sportello della vettura, ne balzò fuori e, senza sentire i richiami del Canonico, tanto per cominciare, si lanciò di furia tra un crocchio di gente, in mezzo al quale stava il Capolino, a cui schiaffò in faccia il giornale, stropicciandoglielo sul muso. L’aggressione fu così fulminea, che tutti restarono per un momento storditi e sgomenti, poi s’avventarono addosso all’aggressore: accorse gente, vociando, da tutte le parti: nel mezzo era la mischia, fitta: volavano bastonate, tra urli e imprecazioni. Il Mattina non ebbe tempo né modo di cacciarsi in difesa del Verònica; ma, poco dopo, l’abbaruffìo, lì nel forte, si allargò: la rissa era partita. Il Canonico chiamava il Mattina, smaniando, dalla vettura. Questi udì alla fine e si volse; ma vide in quella il Verònica, senza cappello, senza lenti, strappato, ansimante tra una frotta di giovani che evidentemente lo difendevano, e accorse. Ritornò, poco dopo, alla vettura del Canonico:

– Niente – dice; – stia tranquillo; andiamo pure; è tra amici; se l’è cavata bene.

Il Canonico tremava tutto.

– Signore Iddio, Signore Iddio... che scandalo... Ma perché?... Schifosi... Non conveniva sporcarsi le mani... E ora che avverrà?

– Oh, – fece con una certa sprezzatura il Mattina. – Un duello; è semplicissimo... o una querela, se la santa religione non consentirà a quel farabutto di dar conto delle turpitudini che pure gli ha permesso di sfognare.

– La religione, scusi, lasciamola stare, cavaliere, – disse Pompeo Agrò pacatamente.– Non c’entra e... mi lasci dire! non c’entra neppure il Capolino.

– Come no?

– Mi lasci dire. Io so chi ha scritto l’articolo, quella sozzura. Il Prèola, il Prèola venuto stamani da me, non so da chi spedito... Brutto ingrato! feccia d’uomo!

– Ma il Capolino,– obbiettò il Mattina, – è direttore del giornale e ha lasciato passar l’articolo.

– Giurerei, metterei le mani sul fuoco, – rispose il Canonico, – che non lo lesse prima. È mio avversario, veda, eppure lo riconosco incapace d’una siffatta bassezza... E ora che troveremo in casa di Roberto?

Donna Caterina Auriti-Laurentano abitava con la figlia Anna, vedova anch’essa, e col nipote, una vecchia e triste casa sotto la Badìa Grande.

La casa era appartenuta a Michele Del Re, marito di Anna, che null’altro aveva potuto lasciare in eredità alla vedova giovanissima, all’unico figliuolo, Antonio, che ora aveva circa diciott’anni.

Vi si saliva per angusti vicoli sdruccioli, a scalini, malamente acciottolati, sudici spesso, intanfati dai cattivi odori misti esalanti dalle botteghe buje come antri, botteghe per lo più di fabbricatori di pasta al tornio, stesa lì su canne e cavalletti ad asciugare, e dalle catapecchie delle povere donne, che passavano le giornate a seder su l’uscio, le giornate eguali tutte, vedendo la stessa gente alla stess’ora, udendo le solite liti che s’accendevano da un uscio all’altro tra due o più comari linguacciute per i loro monelli che, giocando, s’erano strappati i capelli o rotta la testa. Unica novità, di tanto in tanto, il Viatico; il prete sotto il baldacchino, il campanello, il coro delle divote:

Oggi e sempre sia lodato

Nostro Dio Sacramentato...

Morto il marito, dopo appena tre anni di matrimonio, Anna Auriti era quasi morta anch’essa per il mondo. Fin dal giorno della sciagura non era uscita mai più di casa, neanche per andare a messa le domeniche; né s’era mai più mostrata, nemmeno attraverso i vetri delle finestre sempre socchiuse. Soltanto le monache della Badìa Grande, affacciandosi alle grate a gabbia, avevano potuto vederla dall’alto, quand’ella veniva a prendere, sul vespro, un po’ d’aria nell’angusto giardinetto pensile della casa, ch’era addossata alla tetra, altissima fabbrica di quella badìa, già antico castello baronale dei Chiaramonte. Né certo quelle monache avevano potuto sentire alcuna invidia di lei, reclusa come loro. Come loro, se non più semplicemente, vestiva di nero, sempre; come loro nascondeva, sotto un fazzoletto nero di seta annodato al mento, i capelli, se non recisi, non più curati affatto, appena ravviati in due bande e attorti alla lesta dietro la nuca; que’ bei capelli castani, voluminosi, che tanta grazia un giorno, acconciati con arte, avevano dato al suo pallido, mite, soavissimo volto.

Donna Caterina aveva condiviso strettamente questa clausura della figlia, vestita anch’essa di nero, fin dal 1860, data della morte eroica del marito, a Milazzo. Rigida, magra, non aveva l’aria di mesta rassegnazione della figlia. La macerazione cupa dell’orgoglio, la fierezza del carattere che, a costo d’incredibili sacrifizii, non s’era mai smentita di fronte alle più crudeli avversità della sorte, le avevano alterato così i lineamenti del volto, che nessuna traccia esso ormai serbava più dell’antica bellezza. Il naso le si era allungato, affilato e teso sulla bocca vizza, qua e là rientrante per la perdita di alcuni denti; le gote le si erano affossate; aguzzato il mento. Ma sopra tutto gli occhi, sotto le folte sopracciglia nere, mostravano la rovina di quel volto: le pàlpebre s’eran rilassate, una più, l’altra meno; e quell’occhio più dell’altro socchiuso, dallo sguardo lento, velato d’intensa angoscia, conferiva a quella faccia spenta l’aspetto d’una maschera di cera, orribilmente dolorosa. I capelli, intanto, le erano rimasti nerissimi e lucidi, quasi per dileggio, per far risaltare meglio lo scempio di quelle fattezze e smentir la credenza che i dolori facciano incanutire. Aveva sofferto tutto donna Caterina Laurentano, anche la fame, lei nata nel fasto, allevata e cresciuta fra gli splendori d’una casa principesca: la fame, quando, domata la rivoluzione del 1848, a diciotto anni, col primo figliuolo neonato, Roberto, aveva dovuto seguire nell’esilio, in Piemonte, il marito, escluso con altri quarantatré dall’amnistia, e condannato alla confisca dei pochi beni. Il padre, don Gerlando Laurentano, anch’egli tra quei quarantatré esclusi, la aveva allora invitata ad andare con lui a Malta, suo luogo d’esilio, a patto però che avesse abbandonato per sempre Stefano Auriti. Lei? Aveva rifiutato sdegnosamente; e con più sdegno aveva poi rifiutato l’elemosina del fratello Ippolito, il quale con altri pochi indegni della nobiltà siciliana era andato a ossequiar Satriano a Palermo, e ne aveva ottenuto la restituzione dei beni confiscati al padre. Ed era andata a Torino col marito, tutti e due sperduti e come ciechi, a mendicare per quel figlioletto la vita. Nessuno degli esuli, dei fuorusciti siciliani colà, aveva voluto credere dapprima che ella, di così cospicui natali, unica figliuola femmina del principe di Laurentano, non avesse portato nulla con sé, né ricevesse soccorsi dalla famiglia; e Stefano Auriti era stato perciò in tutti i modi ostacolato dagli stessi compagni di sventura nella ricerca affannosa d’un posticino che gli avesse dato pane, solo pane per la moglie e per sé. E allora ella s’era gravemente ammalata e per cinque mesi era stata in un ospedale, ricoverata per carità dopo infiniti stenti, e per carità il piccolo Roberto era stato allevato in un altro ospizio. S’erano ravveduti finalmente e commossi i compagni d’esilio e avevano ajutato a gara Stefano Auriti. Uscita dall’ospedale, ella aveva ricevuto la notizia che il padre, don Gerlando Laurentano, era morto volontariamente a Bùrmula, di veleno. Dei dodici anni passati a Torino, fino al 1860, donna Caterina serbava ormai una memoria vaga, confusa, come di una vita non vissuta propriamente da lei, ma piuttosto immaginata in un sogno strano e violento, in cui tuttavia sprazzavano visioni liete, qualche momento felice e ardente, d’entusiasmo patriottico. Incancellabilmente impressa nel cuore aveva invece l’ora del risveglio da questo sogno: allorché le era pervenuta la notizia che Stefano Auriti, partito col figliuolo appena dodicenne da Quarto con Garibaldi per la liberazione della Sicilia, era caduto nella battaglia campale di Milazzo. Neanche la grazia di farla impazzire aveva voluto concederle Iddio in quel momento! E aveva dovuto sentire, vedere quasi, il suo cuore di moglie straziato, colpito a morte, là in Sicilia, trascinarsi sanguinando dietro al figliuolo giovinetto, rimasto ora senza il presidio del padre a seguitare la guerra. Le avevano fatto a Torino una colletta, e coi due orfanelli, Giulio e Anna, nati colà, era ritornata in Sicilia, nella patria già liberata; ma da vedova, in gramaglie, e più misera di come ne era partita: tra l’esultanza di tutti, lei, con quei due piccini, vestiti anch’essi di nero. Roberto era già entrato a Napoli con Garibaldi, e ora combatteva sotto Caserta, accanto a Mauro Mortara. Era stata accolta in casa degli Alàimo, parenti poveri di Stefano Auriti. Novamente il fratello Ippolito, ora riparato a Colimbètra, le aveva profferto ajuto; e novamente, con pari sdegno, ella lo aveva rifiutato, meravigliando e gettando nella costernazione gli Alàimo, che la ospitavano. Povera gente, anche d’intelletto povera e di cuore, quante amarezze non le aveva cagionate! S’era dovuta guardare da loro, come da nemici acerrimi della sua dignità, ch’essi non intendevano; capacissimi com’erano di chiedere e d’accettare di nascosto quell’ajuto che ella aveva rifiutato, non contenti del lavoro che faceva in casa e che si procacciava da fuori per cavarne un giusto compenso al poco dispendio che dava loro. S’era rialzata per poco da quell’orribile avvilimento al ritorno di Roberto, accolto da tutto il paese quasi in delirio. Ancora, ricordando quel giorno, quel momento, le sue misere carni eran corse da brividi. Ah con quale esultanza, con che spasimo d’amore e di dolore s’era serrato al seno il figliuolo, che ritornava solo, senza il padre, l’eroe giovinetto dalla camicia rossa, che il popolo le aveva recato su le braccia in trionfo! Il Governo provvisorio le aveva accordato un sussidio mensile, e a Roberto - non potendo altro, per l’età - aveva accordato una borsa di studio in Palermo. L’aveva perduta pochi anni dopo, questa borsa, Roberto, per seguir Garibaldi alla conquista di Roma. Ma al torrente di sangue giovanile, che avrebbe ristorato le vene esauste di Roma, la ragion di Stato aveva opposto, ad Aspromonte, un argine di petti fraterni; e Roberto, con gli altri, era stato preso e imprigionato, prima alla Spezia, poi al forte Monteratti a Genova. Liberato, aveva ripreso gli studii, per poco. Nel 1866, dietro a Garibaldi, di nuovo. Solo nel 1871 gli era venuto fatto di laurearsi in legge; e subito era andato a Roma per provvedere, dopo tante vicende tumultuose, alla propria esistenza e a quella dei suoi. Qualche anno dopo, lo aveva raggiunto il fratello Giulio. Anna, a Girgenti, aveva già trovato marito, e donna Caterina - aspettando che Roberto a Roma si facesse largo e si preparasse un avvenire degno del suo passato, e la consolasse infine di tutte le amarezze patite e dell’avvilimento per cui maggiormente aveva sofferto - era andata a vivere in casa del genero Michele Del Re. La morte di questo, tre anni dopo, la sciagura della figlia, la miseria sopravvenuta di nuovo, quasi non avevano avuto potere di scuoterla da un dolore più cupo e profondo, in cui era caduta. Il figlio, il figlio da cui tanto si aspettava, il suo Roberto, fra il trambusto violento della nuova vita nella terza Capitale, tra la baraonda oscena dei tanti che vi s’abbaruffavano reclamando compensi, carpendo onori e favori, il suo Roberto si era perduto! Stimando semplicemente come suo dovere quanto aveva fatto per la patria, non aveva voluto né saputo accampare alcun diritto a compensi, aveva forse sperato e atteso che gli amici, i compagni, si fossero ricordati di lui dignitoso e modesto. Poi forse lo schifo lo aveva vinto e tratto in disparte. E qual rovinìo era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i Continentali a incivilirli: calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l’ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e quell’altro tenentino savojardo Dupuy, l’incendiatore; calati tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori...

Da due giorni - dacché Roberto era arrivato a Girgenti - usciva dalla bocca amara di donna Caterina Auriti questo fiotto veemente di crudeli ricordi, d’acerbe rampogne, di fiere accuse. Guardando il figlio, a traverso le pàlpebre rilassate, con quell’occhio quasi spento, si votava il cuore di tutte le amarezze accumulate in tanti anni, di tutto il dolore, di cui l’anima sua s’era nutrita e attossicata.

– Che speri? che vuoi? – gli domandava. – Che sei venuto a far qui?

E Roberto Auriti, investito dalla furia della madre, taceva aggrondato, a capo chino, con gli occhi chiusi.

Aveva ormai quarantatré anni: già calvo, ma vigoroso, col volto fortemente inquadrato dalle folte sopracciglia nere, quasi giunte, e dalla corta barba pur nera, se ne stava avvilito e addogliato, come un fanciullo debole al cospetto di quella madre che, pur così debellata dai dolori e dagli anni, serbava tanta energia e così fieri spiriti. Si sentiva veramente sconfitto. L’animo, troppo teso negli sforzi della prima gioventù, gli era venuto meno a poco a poco, di fronte alla nuova, laida guerra, guerra di lucro, guerra per la conquista indegna dei posti. E ne aveva chiesto uno anche lui, non per sé, per il fratello Giulio, e lo aveva ottenuto al Ministero del tesoro. Egli s’era affidato agli scarsi, incerti proventi della professione d’avvocato: proventi che tuttavia, tal volta, non gli lasciavano al tutto tranquilla la coscienza, non già perché non li credesse meritato compenso al proprio lavoro, allo zelo; ma perché la maggior parte delle liti gli venivano per il tramite dei deputati siciliani suoi amici, di Corrado Selmi specialmente, e per parecchie aveva il dubbio che le avesse vinte, non tanto per la sua bravura, quanto per l’indebita e non gratuita ingerenza di quelli. Ma egli, morto il cognato Michele Del Re, aveva la madre e la sorella vedova e il nipote da mantenere a Girgenti; oltre che a Roma, da parecchi anni, non era più solo. Certo la madre non ignorava la convivenza di lui a Roma con una donna, di cui per antichi pregiudizii e per la puritana rigidezza dei costumi non poteva avere alcuna stima; non glien’aveva mai fatto parola; ma egli sentiva l’aspra condanna nel cuore materno, un’altra amarezza - secondo lui ingiusta - che la madre non gli mostrava per non avvilirlo, per non ferirlo vieppiù. Ma forse donna Caterina, in quei momenti, non ci pensava nemmeno, tutt’intesa com’era a mettere innanzi al figlio, con foga inesausta, insieme coi ricordi luttuosi della famiglia, le condizioni tristissime del paese. E durante quest’esposizione, la sorpresero il canonico Pompeo Agrò e il Mattina.

Dalla cordialità vivace, con cui Roberto Auriti lo accolse, l’Agrò comprese subito ch’egli ignorava ancora la pubblicazione di quel turpe articolo. Presentò il Mattina, ossequiò la signora.

Donna Caterina aspettò che i primi convenevoli fossero scambiati e che i due amici esprimessero la gioja di rivedersi dopo tanti anni; e riprese, rivolta all’Agrò:

– Per carità, Monsignore, glielo faccia intendere anche lei, che è amico sincero. Qua siamo tra noi. Anche questo signore, se l’ha condotto lei, sarà un amico. Io voglio persuadere mio figlio a non accettare questa lotta.

– Mamma... – pregò Roberto, con un sorriso afflitto.

– Sì, sì, – incalzò la madre. – Lo dicano loro. Che ha fatto Roberto, e perché, in nome di che cosa viene oggi a chiedere il suffragio del suo paese? Forse in nome di tutto ciò che fece da giovinetto, in nome del padre morto, dei sacrifizii e degli ideali santi per cui quei sacrifizii furono fatti e quello strazio sofferto? Farà ridere!

– Oh, no, perché, donna Caterina? – si provò a interrompere il canonico Agrò, portandosi una mano al petto, quasi ferito. – Non dica così.

– Ridere! ridere! – incalzò quella con più foga. – Lo sa bene anche lei come quegli ideali si sono tradotti in realtà per il popolo siciliano! Che n’ha avuto? com’è stato trattato? Oppresso, vessato, abbandonato e vilipeso! Gli ideali del Quarantotto e del Sessanta? Ma tutti i vecchi, qua, gridano: Meglio prima! Meglio prima! E lo grido anch’io, sa? io, Caterina Laurentano, vedova di Stefano Auriti.

– Mamma! mamma! – supplicò Roberto, con le mani agli orecchi.

E subito la madre:

– Sì, figlio: perché prima almeno avevamo una speranza, quella che ci sostenne in mezzo a tutti i triboli che tu sai e non sai, là, a Torino... Nessuno vuol più saperne, ora, credi. Troppo cari si son pagati, quegli ideali; e ora basta! Ritòrnatene a Roma! Non voglio, non posso ammettere che tu sia venuto qua in nome del Governo che ci regge. Tu non hai rubato, figlio, non hai prestato man forte a tutte le ingiustizie e le turpitudini che qua si perpetrano protette dai prefetti e dai deputati, non hai favorito la prepotenza delle consorterie locali che appestano l’aria delle nostre città come la malaria le nostre campagne! E allora perché? che titoli hai per essere eletto? chi ti sostiene? chi ti vuole?

Entrò, in questo punto, Guido Verònica, rassettato e ricomposto. Era salito all’albergo dopo la rissa per cambiarsi d’abito, e vi aveva lasciato detto che se qualcuno fosse venuto a cercar di lui, egli sarebbe ritornato alle ore tre del pomeriggio. Subito l’Agrò e il Mattina gli fecero cenno con gli occhi, che Roberto non sapeva nulla. Donna Caterina Auriti s’era levata in piedi, per incitare il figlio a rifiutare l’ajuto del Governo, che del resto non avrebbe avuto alcun valore nell’imminente lotta, e ad accettar questa, invece, in nome dell’isola oppressa. Non avrebbe vinto, certamente; ma la sconfitta almeno non sarebbe stata disonorevole e sarebbe servita di mònito al Governo.

– Perché voi lo vedrete, – concluse. – Faccio una facile profezia: non passerà un anno, assisteremo a scene di sangue.

Guido Verònica parò le mani grassocce.

– Per carità, signora mia, per carità, non dica codeste cose, che sono orribili in bocca a lei! Le lasci dire ai sobillatori che, senza volerlo, fanno il giuoco dei clericali! Scusi, Canonico; ma è proprio così! Quattro mascalzoni ambiziosi che seminano la discordia per assaltare i Consigli comunali e provinciali e anche il Parlamento; altri quattro ignobili nemici della patria che sognano la separazione della Sicilia sotto il protettorato inglese, uso Malta! E c’è poi la Francia, la nostra cara sorella latina, che soffia nel fuoco e manda denari per trar partito domani di qualche sommossa brigantesca, ispirata dalla mafia!

– Ah sì? – proruppe donna Caterina, che s’era tenuta a stento. – Lei si conforta così? Sono tutte calunnie, le solite, quelle che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli locali capi-elettori; per mascherare trenta e più anni di malgoverno! Qua c’è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l’ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane! si stia zitto! si stia zitto!

Guido Verònica sorrise nervosamente, aprendo le braccia; poi si rivolse a Roberto:

– Oh senti... (col suo permesso, signora!): avrei bisogno del tuo cifrario, per spedire un telegramma d’urgenza a Roma.

– Ah già, bravo, bravo! – esclamò il canonico Agrò, riscotendosi dal doloroso atteggiamento preso durante la violenta intemerata di donna Caterina.

Roberto si recò di là per il cifrario. La conversazione cadde fra i tre amici e la vecchia signora; poi l’Agrò per rompere il silenzio penoso sopravvenuto, sospirò:

– Eh, certo sono tristi assai le condizioni del nostro povero paese!

E la conversazione fu ripresa un po’, ma senza più calore. I tre avevano un’intesa segreta tra loro ed erano anche gonfii e costernati dello scandalo di quell’articolo: si scambiavano occhiate d’intelligenza, avrebbero voluto rimanere soli un momento per accordarsi sul miglior modo di preparare Roberto. Ma donna Caterina non se n’andava.

– Sa se Corrado Selmi, – le domandò Guido Verònica, – ha scritto a Roberto che verrà?

– Verrà, verrà, – rispose ella, scrollando il capo con amaro sdegno.

– Ci ho pensato, – disse piano il Verònica all’Agrò e al Mattina. – Tanto meglio, se viene. Anzi gli spedirò io stesso un telegramma perché venga subito, per me, capite? Cosí Lando... zitti, ecco Roberto.

Ma non era Roberto: entrò invece nella sala un giovinotto alto, smilzo, a cui le lenti serrate in cima al naso, congiungendo le folte sopracciglia, davano un’aria di cupa e rigida tenacia. Era Antonio Del Re, il nipote. Pallidissimo di solito, appariva in quel momento quasi cèreo.

– Hanno letto nell’Empedocle? – domandò con un fremito nelle labbra e nel naso.

Il canonico Agrò e il Mattina alzarono subito le mani per impedire che seguitasse.

– Contro Roberto? – domandò donna Caterina.

– Contro il nonno! – rispose, vibrante, il giovinotto. – una manata di fango! E contro te!

– Sozzure! sozzure! – esclamò l’Agrò. – Per carità, non ne sappia nulla il povero Roberto!

– Già sta a leggerlo, – disse il nipote, sprezzante.

– No! no! gridò allora l’Agrò, levandosi in piedi. – Oh Signore Iddio, bisogna prevenirlo! Già questi farabutti hanno avuto la lezione che si meritavano dal nostro Verònica! Per carità, vada lei, donna Caterina... Imprudenza, imprudenza, ragazzo mio!

Donna Caterina accorse; ma troppo tardi. Roberto Auriti, ignorando quel che poc’anzi aveva fatto il Verònica, era corso pallido, col volto contratto da un sorriso spasmodico, e come un cieco alla redazione di quel giornalucolo, presso Porta Atenèa. Vi aveva trovati già raccolti i maggiorenti del partito, con Flaminio Salvo alla testa, per proclamare, subito dopo l’aggressione, la candidatura di Ignazio Capolino. Al vecchio usciere, che stava di guardia nella saletta d’ingresso innanzi all’uscio a vetri della sala di redazione, aveva detto - ancor sorridendo a quel modo - che Roberto Auriti voleva parlare col direttore. Nella sala di redazione s’era fatto un improvviso silenzio; poi agli orecchi di Roberto eran venute queste parole concitate:

– Nossignori! Vado io, tocca a me; l’articolo l’ho scritto io, e io ne rispondo!

Non aveva neppur visto chi gli s’era fatto innanzi: gli s’era lanciato addosso come una belva, lo aveva levato di peso e scagliato con tale impeto contro l’uscio, che questo s’era sfondato, sfasciato, con gran fracasso e rovinìo di vetri infranti.

Quando il Verònica, il Mattina e il nipote Del Re sopraggiunsero a precipizio, tra la ressa della gente accorsa da ogni parte agli urli che s’eran levati altissimi dalla sala di redazione, Marco Prèola col volto insanguinato e un coltello in mano si dibatteva ferocemente sbraitando:

– Lasciatemi, maledetti, lasciatemi! Se lo liberate adesso, l’ammazzo più tardi! Lasciatemi! Lasciatemi!

IV

In fondo al vestibolo, tra i lauri e le palme, su lo sfondo della gran porta a vetri colorati, la preziosa statua acefala di Venere Urania, scavata a Colimbètra nello stesso posto ove ora sorge la villa, pareva che non per vergogna della sua nudità tenesse sollevato un braccio davanti al volto ideale che ciascuno, ammirandola, le immaginava subito, lievemente inclinato, come se in realtà vi fosse; ma per non vedere inginocchiati alla soglia della cappella che si apriva a destra tutti quegli uomini così stranamente parati: la compagnia borbonica di capitan Sciaralla. La messa era per finire. Dentro la cappella, lucida di marmi e di stucchi, stavano soltanto il principe don Ippolito, raccolto nella preghiera su l’inginocchiatojo dorato e damascato, innanzi all’altare; più indietro, Lisi Prèola, il segretario; più indietro ancora, le donne di servizio: la governante e due giovani cameriere. La servitù mascolina doveva contentarsi d’assistere alla messa dal vestibolo; solo a Liborio, cameriere favorito del principe, in brache corte e calze di seta, era concesso di star su l’entrata, più dentro che fuori; e questa pareva a Sciaralla un’ingiustizia del Prèola, bell’e buona. In qualità di capitano, egli si riteneva degno di sedere per lo meno accanto al Prèola stesso, se non subito dopo il principe, ecco. Apertamente, no, non se ne lagnava, per prudenza; ma ci pigliava certe bili! E come d’un peccato d’invidia se n’era confessato a don Lagàipa, che ogni domenica veniva a Colimbètra a dir messa. – Almeno davanti a Dio dovremmo essere tutti eguali, ecco! Tutti, escluso il principe; non c’era bisogno di dirlo. Ma lui, Sciaralla, non si lagnava perché voleva esser favorito, messo avanti agli altri, distinto dai suoi subalterni al cospetto di Dio? Le corna aveva dunque, le corna e la coda del demonio, quella sua riflessione, che pur sembrava giusta a prima giunta. Così don Illuminato Lagàipa aveva tappata la bocca a Sciaralla.

E Sciaralla, un sospirone.

Vera tentazione del demonio era intanto quella statua nuda, lì davanti la cappella, per tutti quegli uomini di guardia che dovevano star fuori. Mentre le labbra recitavano le preghiere, gli occhi eran quasi costretti a peccare guardando senza volerlo quella nudità, che S. E. il principe, tanto divoto, non avrebbe dovuto tenere così esposta! Oh maledetta! Sembrava viva, sembrava... Le povere donne di servizio abbassavano gli occhi, ogni volta, passando; e anche don Illuminato li abbassava, pezzo d’ipocrita!

Ridevano intanto, fiorenti, le mirabili forme della dea decapitata, emersa dal tempo remoto, nata da uno scalpello greco, da un artefice ignaro che la sua opera dovesse tanto sopravvivere e parlare a profana gente un linguaggio diabolico, ornamento d’un vestibolo, tra cassoni di lauri e di palme.

Finita la messa, gli uomini della compagnia di guardia fecero ala su l’attenti, al passaggio del principe che si recava al Museo.

Così eran chiamate le sale a pianterreno dell’altro lato del vestibolo, nelle quali tra alte piante di serra erano raccolti gli oggetti antichi, d’inestimabile valore: statue, sarcofaghi, vasi, iscrizioni, scavati a Colimbètra, e che don Ippolito aveva illustrati molti anni addietro nelle sue Memorie d’Akragas, insieme col prezioso medagliere esposto su, nel salone della villa.

L’antica famosa Colimbètra akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell’aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura. In quel luogo, ora detto dell’Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d’acqua che si estendeva fino all’Hypsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città.

Colimbètra aveva chiamato don Ippolito la sua tenuta, perché anch’egli lassù, nella parte occidentale di essa, aveva raccolto un bacino d’acqua, alimentato d’inverno dal torrentello che scorreva sotto Bonamorone e d’estate da una nòria, la cui ruota stridula era da mane a sera girata da una giumenta cieca. Tutt’intorno a quel bacino sorgeva un boschetto delizioso d’aranci e melograni.

Nel museo don Ippolito soleva passare tutta la mattinata, intento allo studio appassionato e non mai interrotto delle antichità akragantine. Attendeva ora a tracciare, in una nuova opera, la topografia storica dell’antichissima città, col sussidio delle lunghe minuziose investigazioni sui luoghi, giacché la sua Colimbètra si estendeva appunto dov’era prima il cuore della greca Akragante.

Presso una delle ampie finestre della seconda sala, guarnite di lievi tende rosee, era la scrivania massiccia, intagliata; ma don Ippolito componeva quasi sempre a memoria, passeggiando per le sale; architettava all’antica due, tre periodoni gravi di laonde e di conciossiaché, e poi andava a trascriverli su i grandi fogli preparati su la scrivania, spesso senza neppur sedere. Tenendosi con una mano sul mento la barba maestosa, che serbava tuttavia un ultimo vestigio, quasi un’aria del primo color biondo d’oro, egli, alto, aitante, bellissimo ancora, non ostanti l’età e la calvizie, si fermava davanti a questo o a quel monumento, e pareva che con gli occhi ceruli, limpidi sotto le ciglia contratte, fosse intento a interpretare una iscrizione o le figure simboliche d’un vaso arcaico. Talvolta anche gestiva o apriva a un lieve sorriso di soddisfazione le labbra perfette, giovanilmente fresche, se gli pareva d’aver trovato un argomento decisivo, vittorioso, contro i precedenti topografi.

Su la scrivania era quel giorno aperto un volume delle storie di Polibio, nel testo greco, Lib. IX, Cap. 27, alla pagina ov’è un accenno all’acropoli akragantina.

Un gravissimo problema travagliava da parecchi mesi don Ippolito circa alla destinazione di questa acropoli.

– Disturbo? – domandò, inchinandosi su la soglia di quella seconda sala, don Illuminato Lagàipa, che già si era spogliato degli arredi sacri e aveva fatto la solita colazione di cioccolato e biscottini.

Era un prete di mezz’età, tondo di corpo, dal volto bruciato dal sole, nel quale gli occhi cilestri, troppo chiari, pareva vaneggiassero smarriti. Buon uomo, in fondo, pacifico e noncurante, lì, in presenza del principe, che ogni domenica lo tratteneva a colazione, si dava, per fargli piacere, arie di rigida e battagliera intransigenza, di cui rideva poi, discorrendo filosoficamente con la sua vecchia e fedele Fifa, l’asina mansueta, che lo riconduceva al campicello presso il camposanto di Bonamorone, pochi ettari di terra, che - se sapevano il rapido passar della vita - pure, sotto questo o quel re, gli producevano ogni anno quel tanto che modestamente gli bisognava.

– Domenica, oggi, e non si lavora! – soggiunse, levando le mani e sorridendo.

– Non è lavoro, il mio, propriamente, – gli disse con un sobrio gesto garbato don Ippolito.

– Già, già! otia, otia, secondo Cicerone! – si corresse don Lagàipa. – Ha ragione. Venivo per dirle che jeri mattina, prima che mi recassi al mio campicello, Monsignore mi fece l’onore d’incaricarmi d’un’ambasciata per Vostra Eccellenza.

– Monsignor Montoro?

– Già. Mi disse di avvertir Vostra Eccellenza che oggi, nel pomeriggio, con l’ajuto di Dio, verrà qua, per parlare, suppongo, delle prossime elezioni. Eh, – 12 sospirò, intrecciando le dita e scotendo le mani così giunte, – pare che il diavolaccio maledetto si senta prudere le corna... Guerra, guerra... tempesta! Ho sentito che sono arrivate da Palermo, per richiamo, dicono, del canonico Agrò, due certe gallinelle d’acqua... già! due famosi galoppini al comando dell’alta mafia e della famigerata banda massonica… un tal Mattina, un tal Verònica...

– L’Agrò? – disse cupo don Ippolito Laurentano, che s’era impuntato a quel nome, senza più badare al resto. – Dunque l’Agrò vuole proprio scendere in piazza, senza alcun ritegno, senza alcun riguardo, nemmeno per l’abito che indossa?

– Eh! – tornò a sospirare don Lagàipa. – Superiore mio... superiore... ma dico ciò che si dice... relata refero... non manda giù, dicono, che non l’abbiano fatto vescovo al posto del nostro Eccellentissimo monsignor Montoro. Crede di salvare le apparenze con... con la scusa dell’antica amicizia che lo lega all’Auriti, ecco...

– Bell’amicizia, da gloriarsene! – brontolò il Laurentano. – Per un sacerdote!

– Ma l’Agrò... – osservò don Illuminato. E non aggiunse altro. Chiuse gli occhi, tentennò il capo, emise un terzo sospiro: – Eh, si complica... la faccenda si complica... sì, dico... si fa molto delicata...

– Per me? – salto su a dire don Ippolito (e il lucido cranio gli s’infiammò). – Delicata per me? Sappia monsignor Montoro... già dovrebbe saperlo; io non riconosco, non ho mai riconosciuto per nipote codesto Roberto Auriti garibaldesco. Non lo conosco neppur di vista: qua non è mai venuto, né io del resto gli avrei fatto oltrepassar la soglia del mio cancello. Per ordine del suo Governo, non invitato dalla cittadinanza, viene con la folle speranza di prendere il posto di Giacinto Fazello? Bene. Avrà ciò che si merita. Senza alcuna considerazione per la mia sciagurata parentela in-vo-lon-ta-ria, si lotti e si vinca!

– Ah, lottare, lottare, sicuro! bisogna lottare! disse don Illuminato, aggrottando fieramente le ciglia su quegli occhi vani. – Anche se non si dovesse vincere.

– E perché no? – domandò severo don Ippolito. – Che probabilità di vittoria può aver l’Auriti? Che conta l’Agrò?

– Ma... dicono... la prefettura... e don Iluminato grattò la guancia raschiosa.

– Non è base! – ribatté subito il principe. – L’abbiamo veduto nelle elezioni comunali.

– Già, già... – si rimise don Lagàipa. – Però... la mafia in campo, adesso... la polizia favoreggiatrice... tutte le male arti... dicono... e deve arrivare... non so, un pezo grosso... un deputato... Selmi, mi par d’avere inteso...

Don Ippolito rimase in silenzio per un pezzo, col volto atteggiato di nausea; poi, scotendo un pugno, proruppe:

– Filangieri! Filangieri!

Il Lagàipa scrollò il capo, sospirando a questa esclamazione, frequente su le labbra del principe e accompagnata sempre da quel gesto di rabbioso rammarico:

– Filangieri!

Sapeva quanta venerazione don Ippolito Laurentano serbasse ancora alla memoria del Satriano, repressore benedetto della rivoluzione siciliana del 1848, provvido, energico restauratore dell’ordine sociale dopo i sedici mesi dell’oscena baldoria rivoluzionaria. Di quei sedici mesi era rimasto vivo di raccapriccio nel principe il ricordo, copra tutto per la minaccia brutale del volgo ai privilegi nobiliari e alla credenza religiosa. Satriano era stato per lui il sole trionfatore di quella bufera sovvertitrice; e come un sole, ritornata la calma, aveva brillato su nel cielo di Sicilia dalla reggia normanna di Palermo, riaperta alle splendide feste per circondare di prestigio napoleonico il suo potere. Lì, nella reggia, don Ippolito aveva conosciuto donna Teresa Montalto, giovinetta, a cui poi il Satriano stesso aveva voluto far da padrino nelle nozze, ottenendo a lui, sposo, con sommo stento dal Re l’ordine di cavaliere di San Gennaro, di cui già il padre era stato insignito. La bufera s’era scatenata di nuovo nel 1860: dal ritiro di Colimbètra egli ne udiva il rombo lontano: lottava di là con tutte le forze, nel piccolo àmbito della città natale: la causa dei Borboni era per il momento perduta; bisognava lottare per il trionfo del potere ecclesiastico; restituita Roma al Pontefice, chi sa! Intanto si doveva a ogni costo impedire che la rappresentanza di Giacinto Fazello fosse usurpata da Roberto Auriti.

– Del resto, – riprese, – l’Auriti non ha più alcun prestigio nel paese. Ne manca da circa vent’anni...

– Simpatie, però... – oppose reticente il Lagàipa, – ecco, sì... qualche simpatia forse la gode...

– Non contano nulla, oggi, le simpatie, – rispose don Ippolito recisamente. – Di fronte agl’interessi, nulla!

Prese dalla scrivania, così dicendo, il volume delle storie di Polibio che vi stava aperto e istintivamente se l’appressò agli occhi. Subito questi gli andarono sul passo, tante volte riletto e tormentato, della controversia su quella benedetta acropoli. Si distrasse dal discorso; rilesse ancora una volta il passo, con la mente già piena di nuovo della controversia che l’agitava; sospirò; chiuse il libro, lasciandovi l’indice in mezzo e, ponendoselo dietro il dorso:

– Insomma, – disse, – bisogna vincere, don Illuminato! Io, guardi, in questo momento ho contro me un esercito di eruditi tedeschi; di topografi; di storici antichi e nuovi d’ogni nazione; la tradizione popolare; eppure non mi do per vinto. Il campo di battaglia è qua. Qua li aspetto!

Gli mostrò il libro, picchiando con le nocche delle dita su la pagina, e soggiunse:

– Come tradurrebbe lei queste parole: χα αὐτὰς τὰς δεπινὰς ἀνατοάς?

Investito da quei quattro às, às, às, às, come da quattro schiaffi improvvisi, il povero don Illuminato Lagàipa restò quasi basito. Credeva di non meritarsi un simile trattamento.

Don Ippolito sorrise; poi, introducendo il braccio sotto il braccio di lui, soggiunse:

– Venga con me. Le spiegherò in due parole di che si tratta.

Uscirono sul vasto spiazzo innanzi alla villa; se ne scostarono un tratto a destra; quindi, voltando le spalle, il principe mostrò al prete l’ampia zona di terreno, dietro la villa, in scosceso pendìo, coronata in cima da un greppo isolato, ferrigno, da un cocuzzolo tutt’intorno tagliato a scarpa.

– Questa, è vero? la collina akrea, – disse. – Quella lassù, la nostra famosa Rupe Atenèa. Bene. Polibio dice: «La parte alta (l’arce, la così detta acropoli, insomma) sovrasta la città, noti bene!, in corrispondenza a gli orienti estivi». Ora, dica un po’ lei: donde sorge il sole, d’estate? Forse dal colle dove sta Girgenti? No! Sorge di là, dalla Rupe. E dunque lassù se mai, era l’Acropoli, e non su l’odierna Girgenti, come vogliono questi dottoroni tedeschi. Il colle di Girgenti restava oltre il perimetro delle antiche mura. Lo dimostrerò... lo dimostrerò! Mettano lassù Camìco... la reggia di Còcale... Omface... quello che vogliono... l’Acropoli, no.

E scartò con la mano Girgenti, che si vedeva per un tratto, lassù, a sinistra della Rupe, più bassa.

– Lì, – riprese, additando di nuovo la Rupe Atenèa e ispirandosi, – lì, sublime vedetta e sacrario soltanto, non acropoli, sacrario dei numi protettori, Gellia ascese, fremebondo d’ira e di sdegno, al tempio della diva Athena dedicato anche a Giove Atabirio, e vi appiccò il fuoco per impedirne la profanazione. Dopo otto mesi d’assedio, stremati dalla fame, gli Akragantini, cacciati dal terrore e dalla morte, abbandonano vecchi, fanciulli e infermi e fuggono, protetti dal siracusano Dafnèo, da porta Gela. Gli ottocento Campani si sono ritirati dal colle; il vile Desippo s’è messo in salvo; ogni resistenza è ormai inutile. Solo Gellia non fugge! Spera d’avere incolume la vita mercé la fede, e si riduce al santuario d’Athena. Smantellate le mura, ruinati i meravigliosi edifizii, brucia qua sotto la città intera; e lui dall’alto, mirando l’incendio spaventoso che innalza una funerea cortina di fiamme e di fumo su la vista del mare, vuol ardere nel fuoco della Dea.

– Stupenda, stupenda descrizione! – esclamò il Lagàipa con gli occhi sbarrati.

Giù, nel secondo dei tre ampii ripiani fioriti, degradanti innanzi alla villa, come tre enormi gradini d’una scalea colossale, Placido Sciaralla e Lisi Prèola, appoggiati alla balaustrata marmorea, avevano interrotto la conversazione e ora tentennavano il capo, ammirati anch’essi del calore con cui il principe aveva parlato, sebbene per la distanza non ne avessero colto una parola.

Don Ippolito Laurentano restò acceso a mirare con gli occhi intensi il magnifico panorama. Dov’egli aveva rappresentato l’incendio formidabile e la distruzione, ora s’abbandonava la pace inconsapevole della campagna; dov’era il cuore dell’antica città sorgeva ora un bosco di mandorli e d’olivi, il bosco detto perciò ancora della Civita. Le chiome dei mandorli s’erano con l’autunno diradate e, tra quelle perenni degli olivi cinerulei, parevano aeree, assumevano sotto il sole una tinta roseo-dorata.

Oltre il bosco, sul lungo ciglione, sorgevano i famosi Tempii superstiti, che parevano collocati apposta, a distanza, per accrescere la meravigliosa vista della villa principesca. Oltre il ciglione, il pianoro, ove stette splendida e potente l’antica città, strapiombava aspro e roccioso a precipizio sul piano dell’Akragas, tranquillo piano luminoso, che spaziava fino a terminare laggiù laggiù, nel mare.

– Non posso soffrire questi Tèutoni, – disse il principe, rientrando con don Illuminato Lagàipa nel Museo, – questi Tèutoni che, non potendo più con le armi, invadono coi libri e vengono a dire spropositi in casa nostra, dove già tanti se ne fanno e se ne dicono.

S’intese in quel punto il rotolìo d’una vettura per la strada incassata, dietro la villa, e don Ippolito contrasse le ciglia. Entrò poco dopo, turbato, smarrito nella sorpresa, Liborio, il cameriere.

– Pe... perdoni, eccellenza, – balbettò. – È arrivata da Girgenti la... la signora...

– Che signora? – domandò il principe.

– Sua sorella... donna Caterina...

Don Ippolito restò dapprima come stordito da un improvviso colpo alla testa. Arricciò il naso, impallidì. Poi, d’un subito, il sangue gli balzò al capo. Chiuse gli occhi, impallidì di nuovo, aggrottò le ciglia, serrò le pugna e, col cuore che gli martellava in petto, domandò:

– Qua? Dov’è?

– Su, eccellenza... nel salone,– rispose Liborio; e, poco dopo, vedendo che il principe restava perplesso, chiese: Ho fatto male?

Don Ippolito si voltò a guardarlo per un pezzo, come se non avesse inteso; poi disse:

– No...

E si mosse, senza neppur volgere uno sguardo al Lagàipa. Con l’animo in tumulto, cercò di fissare un pensiero che gli spiegasse il perché di quella visita straordinaria, non volendo, non sapendo ammettere quel che gli era in prima balenato, che la sorella cioè, colei che in tante e tante sciagure aveva sempre rifiutato con ostinata fierezza, anzi con disprezzo, ogni soccorso, venisse ora a intercedere per il figlio Roberto. Ma che altro poteva voler da lui? Salì la scala. Era tanto oppresso d’angoscia e in preda a un’agitazione così soffocante, che dovette fermarsi per un momento davanti la soglia. Entrare? presentarsi a lei in quello stato? No. Doveva prima ricomporsi. E in punta di piedi si diresse alla camera da letto. Qua, istintivamente, s’appressò allo scrigno dove erano conservati un medaglioncino di lei in miniatura, di quand’ella era giovinetta di sedici anni, e i due biglietti che gli aveva scritti, senza intestazione e senza firma, uno da Torino, dopo la morte violenta del padre, l’altro da Girgenti, al ritorno dall’esilio dopo la morte del marito.

Il primo, più ingiallito, diceva:

«I beni, confiscati a Gerlando Laurentano dal governo borbonico, furono restituiti al figlio Ippolito da Carlo Filangieri di Satriano. Nulla dunque mi spetta dell’eredità paterna. La moglie e il figlio di Stefano Auriti non mangeranno il pane d’un nemico della patria».

L’altro, più laconico, diceva:

«Grazie. Alla vedova, agli orfani, provvedono i parenti poveri di Stefano Auriti. Da te, nulla. Grazie».

Scostò con la mano quei due biglietti e fissò gli occhi sul medaglioncino, che egli aveva tolto dal salone della casa paterna dopo la fuga della sorella con Stefano Auriti.

Da allora - eran già quarantacinque anni - non l’aveva più riveduta!

Come avrebbe riveduto, ora, dopo tanto tempo, dopo tante vicende funeste, quella giovinetta bellissima che gli stava davanti, rosea, ampiamente scollata, nell’antica acconciatura, con quegli occhi ardenti e pensosi?

Richiuse lo scrigno, dopo aver gettato un altro sguardo su i due biglietti sprezzanti; e, grave, accigliato, s’avviò al salone.

Sollevata la tenda dell’uscio, intravide con gli occhi intorbidati dalla commozione la sorella in piedi, alta, vestita di nero. Si fermò poco oltre la soglia, oppresso d’angoscioso stupore alla vista di quel volto disfatto, irriconoscibile.

– Caterina, – mormorò, sostando; e le tese istintivamente le braccia, pur con l’impressione in contrasto, che quella era ormai un’estranea, al tutto ignota.

Ella non si mosse: rimase lì, in mezzo al salone, cerea tra le fitte gramaglie, col volto contratto e gli occhi chiusi, altera, indurita nello spasimo di quell’attesa. Aspettò che egli le si accostasse e gli toccò appena la mano con la sua, gelida, guardandolo ora con quegli occhi stanchi, velati di cordoglio, quasi a metà nascosti dalle palpebre, uno più, l’altro meno.

– Siedi,– disse, con gli occhi bassi, quasi intimidito, il fratello, indicando il divano e le poltrone nella parete a sinistra.

Seduti, stettero un lungo pezzo entrambi senza poter parlare, in un silenzio che fremeva d’intensa, violenta commozione. Don Ippolito chiuse gli occhi. La sorella, dopo aver soffocato parecchie volte con sforzo un singhiozzo che le faceva impeto alla gola, disse alla fine, con voce rauca:

– Roberto è qui.

Don Ippolito si scosse; riaprì gli occhi e, senza volere, li volse in giro per la sala, come se - smarrito tra gl’interni ricordi tumultuanti - avesse temuto un’imboscata.

– Non qui, – riprese donna Caterina, con un freddo, amaro, lievissimo sorriso, – nel tuo dominio straniero. A Girgenti, da due giorni.

Don Ippolito, aggrondato, chinò più volte la testa per significarle che sapeva.

– E so perché è venuto, – aggiunse con voce cupa; poi levò il capo e guardò la sorella con penosissimo sforzo. – Che potrei...

– Nulla... oh! nulla,– s’affrettò a rispondergli donna Caterina. – Voglio che tu lo combatta con tutte le tue forze. Non ci mancherebbe altro, che anche tu lo sostenessi e che egli andasse su anche coi vostri voti!

– Sai bene... – si provò a dirle il fratello.

– So, so, – troncò recisamente con un gesto della mano donna Caterina. – Ma combatterlo, Ippolito, non col coltello alla mano, non andando a scavar le fosse, come le jene, a scoperchiare certe tombe sacre, da cui i morti potrebbero levarsi e farvi morire di paura.

– Piano, piano, – disse don Ippolito tendendo le mani che gli tremavano, non tanto per protestare, quanto per placare quell’ombra tragica della sorella così agitata. – Io non t’intendo...

– Mi brucia le mani,– disse allora donna Caterina, gettando sul tavolinetto innanzi al divano una copia dell’Empedocle tutta brancicata.

Don Ippolito prese quel foglio, lo spiegò e cominciò a leggerlo.

– Con codeste sozze armi... Contro un morto... – mormorò donna Caterina, accompagnando la lettura del fratello.

Ansava, seguendo quella lettura e osservando sul volto di lui l’impressione disgustosa ch’egli ne riceveva.

– Roberto – riprese, – è andato alla redazione di codesto giornale. Gli si è fatto innanzi l’autore dell’articolo, che è figlio, m’hanno detto, d’un tuo... schiavo qui, il Prèola. L’ha preso e scagliato contro una porta. Glielo hanno strappato dalle mani... Ora costui, armato di coltello (e l’ha cavato fuori!) minaccia d’uccidere; e questa mattina stessa è stato visto in agguato presso la mia casa. Ma io non temo di lui; temo che Roberto si comprometta di nuovo e torni a insozzarsi le mani... Così volete combatterlo?

Don Ippolito che, seguitando a leggere, aveva ascoltato con animo sospeso il racconto, a quest’ultima domanda si scosse, indignato, come se la sorella lo avesse percosso sul viso, accomunandolo con quell’abietto che aveva scritto l’articolo.

Si levò in piedi, alteramente; ma si frenò subito, e andò a premere un campanello. A Liborio, che subito si presentò su la soglia:

– Il Prèola! – ordinò.

Poco dopo il vecchio segretario entrò curvo, ossequioso, anzi strisciante, quasi cacciato lì dentro a frustate. Vestiva un’ampia e greve napoleona. Dal colletto basso, troppo largo, la grossa testa calva, inteschiata, sbarbata, gli usciva come quella d’un vitello scorticato.

– Eccellenza... eccellenza...

– Manda subito a chiamare tuo figlio a Girgenti, – comandò il principe. – Che venga subito qua! Debbo parlargli.

– Eccellenza, mi conceda, – s’arrischiò a dire il Prèola, storcendosi e curvandosi vieppiù, con una mano sul petto, mentre la trama delle vene gli si gonfiava sul cranio paonazzo, – mi conceda che all’eccellentissima sua signora sorella io, umilmente...

– Basta, basta, basta! – gridò seccamente il principe. – So io quel che debbo dire a tuo figlio. Anzi, ascolta! Mi fa troppo schifo, e non voglio né vederlo, né parlargli. Gli dirai tu che se si arrischia ancora a mostrare la sua laida grinta per le vie di Girgenti, tu sei messo alla strada: ti caccio via su due piedi! Inteso?

Il Prèola cavò un fazzoletto dalla tasca posteriore della napoleona e approvò, approvò più volte, asciugandosi il cranio; poi si portò il fazzoletto agli occhi e si scosse tutto per un impeto di singhiozzi: – Sforcato... sforcato... – gemette. – Mi disonora, eccellenza... Lo manderò via, a Tunisi... Ho già fatto le pratiche... Intanto subito, lo faccio venire qua. Mi perdoni, mi compatisca, eccellenza.

E uscì, rinculando, ossequiando, col fazzoletto su la bocca.

Donna Caterina si alzò.

Con questo, – le disse don Ippolito, – non intendo affatto di derogare a me stesso, alla lotta per i miei principii, contro tuo figlio.

Donna Caterina alzò gli occhi a un grande ritratto a olio di Francesco II, a un altro del Re Bomba, che troneggiavano nel magnifico salone, da una parete: chinò il capo e disse:

– Sta bene. Non desidero altro.

E si mosse per uscire.

– Caterina! – chiamò don Ippolito, quand’ella era già presso l’uscio. – Te ne vai così? Forse non ci rivedremo mai più... Tu sei venuta qua...

– Come dall’altro mondo... – diss’ella, crollando il capo.

– E non t’avrei riconosciuta, – soggiunse il fratello. – Perché... attendi un po’ qua: ti farò vedere come io ti ricordavo, Caterina.

Corse a prendere dallo scrigno nella camera da letto il medaglioncino in miniatura, e glielo mostrò:

– Guarda... Ti ricordi?

Donna Caterina provò dapprima come un urto violento alla vista della sua immagine giovanile, e ritrasse il capo; poi prese dalle mani di lui il medaglioncino, si appressò al balcone e si mise a contemplarlo. Da un pezzo quegli occhi quasi spenti non avevano più lacrime, e l’ebbero. Pianse silenziosamente anche lui, il fratello.

– Lo vuoi? – le disse infine.

Ella negò col capo, asciugandosi gli occhi col fazzoletto listato di nero, e gli porse in fretta il medaglioncino.

– Morta, – disse. – Addio.

Don Ippolito l’accompagnò a piè della villa; l’ajutò a montare in vettura; le baciò lungamente la mano; poi la seguì con gli occhi, finché la vettura non svoltò dal breve viale a manca per uscire dal cancello. Là uno della compagnia, in divisa borbonica, pensò bene d’impostarsi militarmente per presentar le armi. Don Ippolito se n’accorse e si scrollò rabbiosamente.

– Codeste pagliacciate! – muggì fulminando con gli occhi capitan Sciaralla, che si trovava presso il vestibolo.

Risalì alla villa, si chiuse in camera, e di lì mandò a far le scuse a don Illuminato, se per quel giorno non lo tratteneva a desinare con lui.

Monsignor Montoro arrivò alle quattro del pomeriggio con la sua vettura silenziosa, tirata da un pajo di vispi muletti accappucciati.

Lo accompagnava Vincente De Vincentis, l’arabista, che aveva lasciato quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo vescovile e s’era sfogato a parlare per tutti i giorni e i mesi, in cui, quasi avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio e l’altro di quei benedetti codici arabi, restava muto come un pesce.

Aveva parlato anche in vettura, durante il tragitto, con certi scatti e schizzi e sbruffi che gli scotevano tutto il corpicciuolo ossuto, sparuto, convulso. Gli occhi duri, dietro le lenti fortissime da miope, nel volto scavato, sanguigno, avevano la fissità della pazzia.

Parecchie volte il vescovo con le mani molli feminee e la voce melata, dalle inflessioni misurate e quasi soffuse di pura autorità protettrice, gli aveva consigliato calma, calma; gli consigliò adesso, piano, prudenza, prudenza, oltrepassando il cancello della villa tra il riverente ossequio degli uomini di guardia; e, di nuovo, col gesto, prudenza, prima di smontare dalla vettura.

I due ospiti furono subito introdotti da Liborio nel salone; ma confidenzialmente il vescovo si permise d’uscire sul terrazzo marmoreo aggettato su le colonne del vestibolo esterno, per godere del grandioso spettacolo della campagna e del mare.

Si delineava tutta di lassù la lontana riviera su l’aspro azzurro del mare sconfinato, da Punta Bianca, a levante, che pareva uno sprone d’argento, via via, con insenature e lunate più o meno lievi fino a Monte Rossello a ponente, di cui soltanto nella notte si vedeva il faro sanguigno. Solo per breve tratto, quasi nel mezzo della dolce amplissima curva, la riviera era interrotta dalla foce dell’Hypsas.

Don Ippolito sopravvenne poco dopo, premuroso, non ancor ben rimesso dal grave turbamento che la visita della sorella gli aveva cagionato.

– Ho condotto con me il nostro De Vincentis, – disse subito monsignor Montoro, – perché vorrebbe vedere non so che cosa nel vostro Museo, caro principe. Lo farete accompagnare, e noi resteremo qua, su questo pergamo di delizia: non saprei staccarmene. Ma prima il De Vincentis vorrebbe rivolgervi una preghiera.

– Sì, – scattò questi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. – Volevo venire da solo, questa mattina stessa. Monsignore, invece, no, dice, meglio che vieni con me. È una cosa molto seria, molto seria...

– Sentiamo, – disse il principe, invitandolo col gesto a rimettersi a sedere sulla seggiola di giunco del terrazzo.

Il De Vincentis si curvò goffamente per vedere dove fosse la seggiola; poi, sedendo e afferrando i bracciuoli con le piccole mani secche e adunche, proruppe:

– Don Ippolito, rovinati! rovinati!

– Ma no... ma no... – si provò a correggere Monsignore, protendendo la mano gravata dall’anello vescovile.

– Rovinati, Monsignore, mi lasci dire! – ribatté il De Vincentis; e le cave gote sanguigne gli diventarono livide.– E causa della rovina è mio fratello Niní! È andato lui dal... dal...

Ancora una volta le mani del vescovo si protesero; il De Vincentis le intravide a tempo e si poté tenere. Ma già il principe aveva compreso.

– Dal Salvo, – disse pacatamente. – So che gli avete ceduto...

– Ninì! Ninì! – squittì il De Vincentis. – Primosole... Ninì! Lui gliel’ha ceduto... Non so nulla io; nulla di nulla; al bujo, cieco... E lui più cieco di me, stupido, pazzo, innamorato... Come dice? Transeat per Primosole... Sì! Ci ho fatto la croce... benché... benché il podere solo, sa, è stato pagato, e in un modo che fa ridere...

– Ma no, perché? – interruppe di nuovo, serio, Monsignore.

– Piangere, allora! – rimbeccò il De Vincentis, che aveva già perduto le staffe. – Va bene? Ottantacinquemila lire, e la villa in groppa! La villa di mia madre, là...

E con la mano accennò verso levante, oltre il greppo dello Sperone, al colle più alto, detto di Torre che parla, dall’aspetto d’un leone posato, a cui faceva da giubba un folto bosco di ulivi.

– Quarantaduemila, – riprese,– erano di cambiali scadute: il resto, sfumato, volato via in meno di due anni? Dove? ora sento che si tratta di cedere al Salvo anche le terre di Milione. E che ci resta? I debiti col Salvo... gli altri debiti... Lo so, ho saputo... Lei sposerà, dice, la sorella... donna Adelaide...

– E che c’entra? – domandò, stordito, dolente, il principe, guardando monsignor Montoro.

– Mi congratulo, badi, mi congratulo... – soggiunse subito il De Vincentis, rosso come un gambero. – Noi però siamo rovinati!

E si alzò per non far vedere le lagrime sotto le lenti cerchiate d’oro.

Don Ippolito guardò di nuovo il vescovo. senza comprendere.

– Vi dirò, – disse questi con tono grave, di risentimento per la disubbidienza del giovine e calò su gli occhi chiari, pallidi, globulenti, le palpebre esilissime come veli di cipolla.

– Vi dirò. So che Flaminio Salvo ha già fatto donazione alla sorella delle terre di Primosole e che è disposto a farle donazione, quando sarà, anche di quelle del feudo di Milione. Ma sono addolorato del modo con cui il nostro Vincente si è espresso, perché... perché non è il modo, codesto, di parlare di persone onorandissime, da cui forse, senza saperlo, abbiamo ricevuto qualche beneficio.

Il De Vincentis, che stava con le spalle voltate ad asciugarsi gli occhi, si voltò a queste ultime parole del vescovo.

– Beneficio?

– Sì, figliuolo. Tu non puoi comprenderlo perché disgraziatamente non ti sei dato mai cura de’ tuoi affari. Vedi ora il dissesto e senti il bisogno d’incolparne qualcuno, a torto; invece di portarvi rimedio. Non eri venuto qua per questo?

Il De Vincentis, che non poteva ancora parlare dalla commozione, chinò più volte il capo.

– È meglio – riprese Monsignore, – che tu vada giù; col vostro permesso, principe. Esporrò io il tuo desiderio.

Don Ippolito si alzò e invitò il De Vincentis a seguirlo; poi, su la scala, lo affidò a Liborio, cui diede la chiave del Museo, e ritornò dal vescovo, che lo accolse con un sospiro, scotendo le mani intrecciate.

– Due sciagurati, lui e il fratello! Flaminio Salvo, vi assicuro, principe, ha usato loro un trattamento da vero amico. Senz’alcuna... non diciamo usura per carità, non se ne parla nemmeno; senz’alcun interesse ha prestato loro dapprima somme rilevantissime; ha avuto poi offerta da loro stessi una terra, di cui egli, banchiere, dedito ai commercii, capirete, non sa che farsi: un altro creditore avrebbe mandato al pubblico incanto la terra, per riavere il suo danaro. Egli invece ha fatto all’amichevole e ha continuato a tenere aperta la cassa ai due fratelli che spendono, spendono... non so come, in che cosa... senza vizii, poverini, bisogna dirlo, ottimi, ottimi giovani, ma di poco cervello. Il fatto è che navigano proprio in cattive acque.

– Vorrebbero ajuto da me? – domandò don Ippolito, con un tono che lasciava intendere che sarebbe stato dispostissimo a darlo.

– No, no, – rispose afflitto Monsignore. – Una preghiera che, stimo, non potrà avere alcun effetto. Il De Vincentis crede che Ninì, suo fratello minore, sia innamorato della figlia di Flaminio Salvo, e...

– E...? – fece il principe.

Ma aveva già compreso; e il dialogo terminò sicilianamente in uno scambio di gesti espressivi. Don Ippolito si pose le mani sul petto e domandò con gli occhi: «Dovrei farne io la richiesta al Salvo?». Monsignore assentì malinconicamente col capo; col capo dapprima negò l’altro, poi alzò le spalle e una mano a un gesto vago, per significare: «Non lo faccio; ma quand’anche lo facessi?...». Monsignore sospirò, e basta.

Stettero un pezzo in silenzio entrambi.

Don Ippolito, già da parecchi anni, avvertiva confusamente che quel monsignor Montoro gli era non tanto davanti agli occhi, quanto nello spirito, un grave ingombro, quasi che col peso inerte di quelle sue carni rosee troppo curate si adagiasse a impedire che tante cose attorno a lui e per mezzo di lui si movessero. Quali, in verità, non avrebbe saputo dire; ma certo, con quella figura lì, con quella mollezza rosea inerte ingombrante, molte e molte colui doveva trascurarne, che forse un altro, al posto suo, più àlacre e men femineo, avrebbe mosse, anzi scosse e avviate.

Dal canto suo, Monsignore avvertiva, che tra lui e il principe c’era un sentimento non ben definibile, che spesso da una parte e dall’altra s’arricciava, si ritraeva, lasciando tra loro un vuoto impiccioso, dal quale venisse dentro a ciascuno de’ due una certa lieve acredine rodente.

Forse questo vuoto era fatto da un argomento, che Monsignore sapeva di non poter toccare, e che pure era tanta parte della vita del principe: cioè, i suoi studii archeologici, il suo culto per le antiche memorie. Non poteva toccarlo, quest’argomento, per timore che fosse pretesto a don Ippolito di riparlargli d’una cosa, di cui egli, uomo di mondo e senza ubbìe d’alcuna sorta, non voleva sapere. Più volte il principe aveva cercato d’indurlo a consacrare almeno una piccola parte della sua cospicua mensa vescovile al restauro dell’antico Duomo, insigne monumento d’arte normanna, deturpato nel Settecento da orribili sostruzioni di stucco e volgarissime dorature. Egli s’era rifiutato, dicendogli che, se mai fosse riuscito a metter da parte qualche risparmio, lo avrebbe piuttosto destinato a costituire una rendita, per cui al convento di Sant’Alfonso, lì presso la cattedrale, potessero ritornare i Padri Liguorini cacciati dopo il 1860.

A don Ippolito non importava nulla dei miglioramenti arrecati alla sua città natale dalle nuove amministrazioni succedute alle decurie e agli intendenti del suo tempo. Per quanto non si desse requie nella lotta e mostrasse animo risoluto a raggiungerne il fine, non aveva più fiducia, in fondo, di potere un giorno rivedere la città, da cui s’era esiliato. La vedeva col pensiero, com’era prima di quell’anno fatale, ancora coi burgi e gli stazzoni, cioè coi pagliaj e le fornaci nella piazza paludosa fuori Porta di Ponte; ancora coi tre crocioni del Calvario sul declivio del colle, da cui ogni anno, il venerdì santo, si faceva la predica a tutto il popolo lì adunato, e ancora con l’antico giardinetto che un suo amico devoto, il colonnello Flores, comandante la guarnigione borbonica, per ingraziarsi gli animi dei cittadini, vi aveva fatto costruire dieci anni prima della rivoluzione. Sapeva che quel giardinetto era stato abbattuto per ingrandire il piano dalla parte che guarda il mare; e sapeva che su la vasta piazza sorge adesso un gran palazzo, destinato agli ufficii della Provincia e sede della Prefettura. Ma anche questa era per lui un’usurpazione indegna, perché la prima pietra di quel palazzo era stata posta nel 1858 da un munifico vescovo, che voleva farne un grande ospizio per i poveri, onde ancora i vecchi lo chiamavano il Palazzo della Beneficenza. Gli sarebbe piaciuto che il Duomo fosse restaurato da monsignor Montoro, perché le chiese... eh, quelle non erano edifizii che la nuova gente potesse aver piacere d’abbellire; ed eran la sola cosa, di cui egli sentisse profondo il rimpianto. Gli arrivavano lì, nel suo esilio, le voci delle campane delle chiese più vicine. Egli le riconosceva tutte, e diceva: – Ecco, ora suona la Badìa Grande... ora suona San Pietro... ora suona San Francesco...

Arrivò, anche quella sera, a rompere il lungo silenzio, in cui egli e il vescovo lì sul terrazzo eran caduti, il suono dell’avemaria dalla chiesetta di San Pietro. Il cielo, poc’anzi d’un turchino intenso, s’era tutto soffuso di viola; e sotto, nella campagna già raccolta nella prima ombra, spiccava tra i mandorli spogli una fila di alti cipressi notturni, come un vigile drappello a guardia del vicino tempio della Concordia, maestoso, sul ciglione. Monsignor Montoro si tolse lo zucchetto, si curvò un poco, chiudendo gli occhi; il principe si segnò, e tutti e due recitarono mentalmente la preghiera.

– Avete sentito di questi scandali, – disse poi il vescovo gravemente, – che turberanno certo la nostra tranquilla diocesi?

Don Ippolito chinò più volte il capo, con gli occhi socchiusi.

– È stata qui mia sorella.

– Qui? – domandò con vivo stupore il vescovo.

Don Ippolito allora gli parlò brevemente della visita e della violenta scossa ch’egli ne aveva avuto.

– Oh comprendo! comprendo! – esclamò Monsignore, scotendo le bianche mani intrecciate e socchiudendo gli occhi anche lui.

– Come ridotta... – sospirò don Ippolito profondamente.

Per cangiar tono al discorso, monsignor Montoro, dopo aver tirato dentro aria e aria, sbuffò:

– E intanto il nostro paladino vuol montare a ogni costo in arcione; e sarà un nuovo scandalo, che avrei voluto almeno evitare...

– Capolino? – domandò, accigliandosi, don Ippolito. – Battersi?

– Ma sì! Aggredito...

– Lui? Il Prèola!

– Lui, anche lui! Non sapete tutto, dunque? Il nostro Capolino fu aggredito la mattina da un tal Verònica, che si trovava insieme con l’Agrò, che tanto m’addolora...

– Non me lo disse, – mormorò quasi tra sé don Ippolito.

– Perché pare, – spiegò Monsignore, – almeno a quel che si dice in paese, pare che l’Auriti non sapesse della rissa della mattina. Basta. Bisognerà chiudere un occhio, perché lo sfregio, eh, lo sfregio è stato molto grave: gli hanno strappato il giornale in faccia, su la pubblica via... Sapete che il nostro Capolino è focoso, cavaliere compito... Non è stato possibile ridurlo a ragione, all’osservanza del precetto cristiano... Ha già mandato il cartello di sfida...

– So che tira bene di spada, – disse don Ippolito, cupo e fiero. – In fin dei conti, non sarà male dare una lezione a uno di costoro per abbassare a tutti la cresta. Per me, Monsignore, l’ho dichiarato alla stessa mia sorella, lotta senza quartiere!

– Ma sì! la vittoria, la vittoria sarà nostra senza dubbio, – concluse il vescovo.

Seguì un altro silenzio; poi Monsignore domandò, riscotendosi:

– Landino? – come se per caso gli fosse venuto di far quella domanda, ch’era in fondo la vera ragione della sua visita.

Aveva combinato lui quelle prossime nozze di Adelaide Salvo con don Ippolito; aveva lasciato intendere a questo che solo per un riguardo a lui Flaminio Salvo consentiva che la sorella contraesse quel matrimonio illegittimo, almeno a giudizio della società civile; ma voleva - ed era giusto - che il figlio del primo letto riconoscesse la seconda madre, e fosse presente alla celebrazione religiosa: trattando con gentiluomini di quella sorte, questo solo atto di presenza gli sarebbe bastato.

Don Ippolito s’infoscò.

Dopo una lunga lotta con se stesso, aveva scritto al figlio che gli era cresciuto sempre lontano; prima a Palermo nella casa dei Montalto, poi a Roma, e col quale perciò non aveva alcuna confidenza. Lo sapeva d’idee e di sentimenti al tutto opposti ai suoi, quantunque non fosse mai venuto con lui ad alcuna discussione. Era molto malcontento del modo con cui gli aveva comunicato la decisione di contrarre queste seconde nozze e del modo con cui gli aveva espresso il desiderio di averlo a Colimbètra per l’avvenimento. Troppe ragioni in iscusa: la solitudine, l’età, il bisogno di cure affettuose... Gli pareva d’essersi avvilito agli occhi del figlio. Il disgusto però e l’avvilimento non erano soltanto per effetto d’una lettera mal riuscita: provenivano da una causa più intima e profonda nel cuore di lui.

Senza troppo volerlo da principio, s’era lasciato persuadere a ridurre a effetto un disegno stimato su le prime inattuabile; superato l’ostacolo della sua grave pretesa, trovata la sposa, stabilite le nozze, d’un tratto s’era veduto stretto da un impegno non ben ponderato avanti, e non aveva potuto più tirarsi indietro per nessuna ragione. La famiglia Salvo, se non aveva titoli nobiliari, era pur d’antico sangue, conveniente l’età della sposa; nulla in fondo da ridire su l’immagine che gli avevano mostrata di donna Adelaide in una fotografia; e poi la soddisfazione per la deferenza ai suoi principii politici e religiosi... Sì, sì; ma la memoria venerata di donna Teresa Montalto? e l’avvilimento per la coscienza della propria debolezza? Non aveva saputo resistere allo sgomento che gl’incuteva segretamente, da qualche tempo in qua, la solitudine, la sera, quando si chiudeva in camera e, guardandosi le mani, si dava a pensare che... sì, la morte è sempre accanto a tutti, bimbi, giovani, vecchi, invisibile, pronta a ghermire da un momento all’altro; ma allorché man mano si fa sempre più prossimo il limite segnato alla vita umana e già per tanti anni e tanto cammino si è sfuggiti comunque all’assalto di questa compagna invisibile, scema da un canto, grado grado, l’illusione d’un probabile scampo, e cresce dall’altro e s’impone il sentimento gelido e oscuro della tremenda necessità di incontrarla, di trovarsi a un tratto a tu per tu con essa in quella strettura del tempo che avanza. E sentiva mancarsi il respiro; si sentiva stringer la gola da un’angoscia inesprimibile. Le sue mani gli facevano orrore. Soltanto le mani in lui, per ora, erano da vecchio: ingrossate le nocche, la pelle aggrinzita. Sì, le sue mani avevano cominciato a morire. Gli si intorpidivano spesso. E non poteva più, la notte, stando a giacer supino sul letto, vedersele congiunte sul ventre. Ma quella era pure la sua positura naturale: doveva distendersi così per conciliare il sonno. Ebbene, no: si vedeva morto, con quelle mani fredde come di pietra sul ventre; e subito si scomponeva, prendeva un’altra positura, e smaniava a lungo.

Per questo aveva manifestato il desiderio d’un’intima compagnia; e il desiderio, ecco, si attuava; ma egli ne provava in segreto stizza e avvilimento. Gli pareva che questo suo desiderio avesse acquistato su lui una volontà che non era più la sua. Altri infatti lo aveva assunto e lo guidava e trascinava lui, che non poteva più opporsi: come il cavallo, che aveva dato la prima spinta a una vettura in discesa, ora dalla vettura stessa si sentiva premere e spingere suo malgrado.

– Nessuna risposta? – soggiunse Monsignore, per rompere subito il fosco silenzio in cui il principe s’era chiuso. – Bene, bene; tanto per sapere. Risponderà. Intanto... ecco: abbiamo parlato con Flaminio circa alla presentazione. Si può fare a Valsanìa, è vero? Donna Adelaide scenderà a visitar la nipote e la povera cognata; voi, di qua stesso, per lo stradone, senza toccar la città, vi recherete a visitare il fratello e i vostri ospiti. Va bene così? In settimana. Sceglierete voi il giorno.

– Subito, – disse il principe, riavendosi con una mossa energica. – Domani.

– Troppo presto... – osservò sorridendo Monsignore. – Bisognerà avvertire... dar tempo... Doman l’altro poi, no: è martedì. Le donne, sapete bene, badano a codeste cose. Sarà per mercoledì.

E si alzò, con stento e con riguardo per la sua molle rosea grassezza donnescamente curata, sospirando:

Bene eveniat! Quel povero figliuolo... – soggiunse poi, alludendo al De Vincentis. – Si trovasse modo di tranquillarlo... Ne sarei proprio lieto... Mah!

A piè della scala monsignor Montoro trattenne il principe e, indicando la porta del Museo ove era il De Vincentis, disse piano:

– Non vi fate vedere. Lo saluterete dal terrazzo. Buona sera.

Il principe gli baciò la mano e risalì la scala. Poco dopo dal terrazzo s’inchinò al vescovo e salutò con la mano il De Vincentis che si scappellava, evidentemente senza scorgerlo. Rimase lì, seduto presso la balaustrata a guardar nella campagna l’ombra che man mano s’incupiva, la striscia rossastra del crepuscolo che diveniva livida e quasi fumosa sul cerulo mare lontano, su cui, laggiù in fondo, nereggiavano gli uliveti di Montelusa, a destra della lucida foce dell’Hypsas. In mezzo al cielo cominciava ad accendersi la falce della luna.

Don Ippolito guardò i Tempii che si raccoglievano austeri e solenni nell’ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d’un altro mondo e d’un’altra vita. Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di veder quegli anni lontani: vivi essi soli già, tra la rovina spaventevole della città; morti ora essi soli in mezzo a tanta vita d’alberi palpitanti, nel silenzio, di foglie e d’ali. Dal prossimo poggio di Tamburello pareva che movesse al tempio di Hera Lacinia, sospeso lassù, quasi a precipizio sul burrone dell’Akragas, una lunga e folta teoria d’antichi chiomati olivi; e uno era là, innanzi a tutti, curvo sul tronco ginocchiuto, come sopraffatto dalla maestà imminente delle sacre colonne; e forse pregava pace per quei clivi abbandonati, pace da quei Tempii, spettri d’un altro mondo e di ben altra vita.

Sonò a un tratto, nel bujo sopravvenuto, il chiurlo lontano d’un assiolo, come un singulto.

Don Ippolito si sentì stringere improvvisamente la gola da un nodo di pianto. Guardò le stelle che già sfavillavano nel cielo, e gli parve che al loro lucido tremolìo rispondesse dalle campagne deserte il tremulo canto sonoro dei grilli. Poi vide oltre il burrone del fiume, a levante, vacillare il lume di quattro lanterne cieche su per l’aspro greppo dello Sperone.

Era Sciaralla, che si arrampicava coi tre compagni per montar la vana guardia alla casermuccia lassù.

V

Appena il primo albore filtrò lieve attraverso le foglie coriacee del caprifico in fondo alla vigna, Mauro Mortara, che vi stava sotto, con le spalle appoggiate al tronco, aggrottò le ciglia, ritirò le braccia e stirò la schiena rugliando; poi s’allargò tutto in un lungo sbadiglio e si rilassò richiudendo gli occhi come a cercar di nuovo il tepido bujo del sonno; ma udì un gallo cantare da un’aja lontana, un altro da più lontano rispondere; udì un frullo d’ali vicino, e si riscosse. I tre mastini, accucciati sotto l’albero intorno a lui, lo guardavano con occhi umidi, intenti, salutandolo amorosamente con la coda. Ma il padrone li guatò, seccato che lo avessero veduto dormire; poi si guatò le gambe distese aperte, rigide, su la terra cretosa della vigna; si scrollò dalle spalle il cappotto d’albagio; si stropicciò gli occhi acquosi col dorso delle mani, cavò in fine dalla sacca, pendula da un ramo, tre tozzi di pan secco e li buttò in bocca alle bestie; si tirò su su in piedi e, appeso il cappotto all’albero, lo schioppo alla spalla, si mosse ancor mezzo trasognato per la vigna.

Non gli riusciva più vegliar tutta la notte: guardingo, a una cert’ora, come se qualcuno se ne potesse accorgere, andava a rintanarsi sotto quel caprifico; per poco, diceva a se stesso; ma stentava a destarsi di giorno in giorno vieppiù. Le gambe non eran più quelle d’una volta; anche la forza del polso non era più quella.

Ah, la sua bella vigna! Forse il vino di quell’anno lo avrebbe ancora bevuto; ma quello dell’anno venturo? Diede una spallata, come per dire: «Oh, alla fin fine...», e tornò a sbadigliare a quella prima luce del giorno che pareva provasse pena a ridestare la terra alle fatiche; guardò la distesa vasta dei campi, da cui tardava a diradarsi l’ultimo velo d’ombra della notte; poi si voltò a guardare il mare, laggiù, d’un turchino fosco, vaporoso, di tra le agavi ispide e i pingui ceppi glauchi dei fichidindia, che sorgevano e si storcevano in quella scialba caligine. La luna calante, sorta tardi nella notte, era rimasta a mezzo cielo, sorpresa dal giorno, e già smoriva nella crudezza della prima luce. Qua e là nella campagna entro quel velo lieve di nebbiolina bianchiccia fumigavano i fornelli dove si bruciava il mallo delle mandorle, e quel fumichìo nell’immobilità dell’aria, saliva dritto al cielo.

Tuttavia, da due giorni, Mauro Mortara era meno aggrondato. Guardava ancora in cagnesco la villa; ma poi, pensando che Flaminio Salvo ogni mattina, a quell’ora, se ne partiva in carrozza o per Girgenti o per Porto Empedocle, e che non vi ritornava se non a tarda sera, tirava un respiro di sollievo,

Come se la vista del cascinone gli diventasse più lieve, sapendo che colui non c’era. Vi rimanevano, sì, coi servi, la moglie e la figliuola; ma quella, una povera pazza, tranquilla e innocua; e questa... - pareva impossibile! - questa, quantunque figlia di quel «malo cristiano», non era cattiva, no, anzi...

E Mauro, senza volerlo, volse in giro uno sguardo per vedere se donna Dianella fosse già per la vigna.

In pochi giorni, da che era a Valsanìa, s’era rimessa quasi del tutto; si levava per tempo, ogni mattina; aspettava che il padre partisse con la carrozza, e veniva a raggiunger lui là per la vigna, e gli domandava tante cose della campagna: degli olivi, come si governano; dei gelsi, che a marzo colgono sangue di nuovo e, quando sono in amore, per gettare, son molli come una pasta, poi si fermava sotto l’ombrellone del pino solitario laggiù dove l’altipiano strapiomba sul mare, per assistere alla levata del sole dalle alture della Crocca, in fondo in fondo all’orizzonte, livide prima, poi man mano cerulee, aeree e quasi fragili. Il primo a indorarsi al sole, ogni mattina, era quel pino là, che si stagliava maestoso su l’azzurro aspro e denso del mare, su l’azzurro tenue e vano del cielo.

In pochi giorni Dianella aveva fatto il miracolo: l’orso era domato. L’aria del volto, la nobiltà gentile e pure altera del portamento, la dolcezza mesta dello sguardo e del sorriso, la soavità della voce avevano fatto il miracolo, pianamente, naturalmente, andando incontro e vincendo la ruvidezza ombrosa del vecchio selvaggio.

Parlando, a volte, ella aveva nella voce e negli sguardi certe improvvise opacità, come se, di tratto in tratto, l’anima le si partisse dietro qualche parola e le andasse lontano lontano, chi sa dove; smarrita, se tardava a ritornarle, domandava: «Che dicevamo?» e sorrideva, perché lei stessa non sapeva spiegarsi ciò che le era avvenuto. Spesso anche, a ogni minimo tocco rude della realtà, provava quasi un improvviso sgomento, o, piuttosto, l’impressione di un’ombra fredda che le si serrasse attorno, e aggrottava un po’ le ciglia. Subito però cancellava con un altro dolce sorriso il gesto ombroso involontario, sgranando e ilarando gli occhi, rinfrancata.

«Perché mi si dovrebbe far male?» pareva dicesse a se stessa. «Non vado innanzi alla vita, fiduciosa e serena?»

La fiducia le raggiava da ogni atto, da ogni sguardo, e avvinceva. Anche quei tre mastini feroci del Mortara bisognava vedere che festa le facevano ogni volta! Si voltavano anch’essi, or l’uno or l’altro, a guardare verso la villa, come se l’aspettassero. E Mauro, per non allontanarsi troppo, s’indugiava a esaminare ora questo ora quel tralcio, i cui grappoli, tesori gelosamente custoditi, aveva già mostrati quasi a uno a Dianella, gongolando accigliato alle lodi ch’ella gli profondeva tra vivaci esclamazioni di meraviglia:

– Uh, quanti qua!

– Carica, eh? E questo tralcio, guardate…

– Un albero... pare un albero!

– E qua, qua...

– Oh, più uva che pampini! E può sostenerla tant’uva, questa vite?

– Se non avrà male dal tempo...

– Che peccato sarebbe! E questa? – domandava, vedendo qualche vite atterrata.– È stato il vento? Ah, dev’essere ancora legata...

Oppure, più là:

– E questi? Vitigni selvaggi? Innesti nuovi, ho capito. Evviva, evviva... Ah, c’è pure compensi nella vita!

E nella voce pareva avesse la gioja dell’aria pura e del sole, quella stessa gioja che tremava nella gola delle allodole.

Per quel giorno Mauro le aveva promesso una visita al «camerone» del Generale: al «santuario della libertà». Ma i cani, a un tratto, drizzarono le orecchie; poi l’uno dopo l’altro s’avventarono senza abbajare verso il sentieruolo sotto la vigna, sul ciglio del burrone.

– Don Ma’! Don Ma’! – chiamò poco dopo, di lì, una voce affannata.

Mauro la riconobbe per quella di Leonardo Costa, l’amico di Porto Empedocle; e chiamò a sé i cani.

– Te’, Scampirro! Te’, Nèula! Qua, Turco!

Ma i cani avevano riconosciuto anch’essi il Costa e s’erano fermati al limite della vigna, scodinzolandogli dall’alto.

Sopravvenne Mauro.

– Il principale? È partito? – gli domandò subito Leonardo Costa, trafelato, ansante.

Era un omaccione dalla barba e dai capelli rossi, crespi, la faccia cotta dal sole e gli occhi bruciati dalla polvere dello zolfo. Portava agli orecchi due cerchietti d’oro; in capo, un cappellaccio bianco tutto impolverato e macchiato di sudore. Veniva di corsa da Porto Empedocle, per la spiaggia, lungo la linea ferroviaria.

– Non so, – gli rispose Mauro, fosco.

– Per favore, date una voce di costà, che aspetti; debbo parlargli di cosa grave. Mauro scosse il capo.

– Correte, farete a tempo... Che vi è avvenuto?

Leonardo Costa, riprendendo la corsa, gli gridò:

– Guaj! guaj grossi alle zolfare!

– Maledetto lui e le zolfare!– brontolò Mauro tra sé.

Flaminio Salvo scendeva la scala della villa per montar su la vettura già pronta, quando Leonardo Costa sbucò dal sentieruolo a ponente, di tra gli olivi, gridando:

– Ferma! Ferma!

– Chi è? Cos’è? – domandò il Salvo, con un soprassalto.

– Bacio le mani a Vossignoria, – disse il Costa, togliendosi il cappellaccio e accostandosi senza più fiato e tutto grondante di sudore.– Non ne posso più... Volevo venire stanotte... ma poi...

– Ma poi? Che cos’è? che hai? – lo interruppe, brusco, il Salvo.

– Ad Aragona, a Comitini, tutti i solfaraj, sciopero! – annunziò il Costa.

Flaminio Salvo lo guardò con freddo cipiglio, lisciandosi le lunghe basette grige che, insieme con le lenti d’oro, gli davano una certa aria diplomatica, e disse, sprezzante:

– Questo lo sapevo.

– Sissignore. Ma jersera, sul tardi, – riprese il Costa, – è arrivata a Porto Empedocle gente da Aragona e ha raccontato che tutto jeri hanno fatto l’ira di Dio nel paese...

– I solfaraj?

– Sissignore: picconieri, carusi, calcheronaj, carrettieri, pesatori: tutti! Hanno finanche rotto il filo telegrafico. Dice che hanno assaltato la casa di mio figlio, e che Aurelio ha tenuto testa, come meglio ha potuto...

Flaminio Salvo, a questo punto, si voltò a spiare acutamente gli occhi di Dianella che s’era accostata alla vettura.

Quello sguardo strano, rivolto alla figlia a mezzo del discorso, frastornò il Costa, il quale si voltò anche lui a guardare la «signorinella», com’egli la chiamava. Questa di pallida si fece vermiglia, poi subito pallida di nuovo.

– Dunque? – gridò Flaminio Salvo, con ira.

– Dunque, sissignore, – riprese il Costa, sconcertato. – Guajo grosso, non c’è soldati; il paese, nelle loro mani. Due carabinieri soli, il maresciallo e il delegato... Che possono fare?

– E che posso fare io di qua, me lo dici? – gridò il Salvo su le furie. – Tuo figlio Aurelio che cos’è? il signor ingegnere direttore, venuto dall’École des Mines di Parigi, che cos’è? Marionetta? Ha bisogno che gli tiri io il filo di qua, per farlo muovere?

– Ma nossignore, – disse Leonardo Costa, ritraendosi d’un passo, come se il Salvo lo avesse sferzato in faccia. – Può star sicuro Vossignoria che mio figlio Aurelio sa quello che deve fare. Testa e coraggio... non tocca a dirlo a me... ma di fronte a duemila uomini tra solfaraj e carrettieri, mi dica Vossignoria... Del resto, il guajo è un altro, fuori del paese. Aurelio ha mandato ad avvertirmi jeri sera che quelli hanno catturato per lo stradone gli otto carri di carbone che andavano alle zolfare di Monte Diesi.

– Ah, sí? – fece il Salvo, sghignando.

– Vossignoria sa – seguitò il Costa – che il carbone lassù per le pompe dei cantieri è come il pane pei poverelli, e anche piú necessario. Vossignoria va a Girgenti? Vada subito dal prefetto perché mandi soldati alla stazione d’Aragona, quanti più può, per fare scorta al carbone fino alle zolfare. Ci son sette vagoni pieni per rinnovare il deposito; i carrettieri sono in isciopero anch’essi; ma il carbone si potrà caricare su i muli e su gli asini, scortati dalla forza: ci metteranno più tempo, ma almeno si potrà scongiurare il pericolo che la zolfara grande, la Cace, Dio liberi, s’allaghi...

– E s’allaghi! s’allaghi! s’allaghi! – scattò, furente, Flaminio Salvo, levando le braccia. – Vada tutto alla malora! Non m’importa più di niente! Io chiudo, sai! e mando tutti a spasso, te, tuo figlio, tutti, dal primo all’ultimo, tutti! Caccia via! Andiamo! – ordinò al cocchiere.

La carrozza si mosse, e Flaminio Salvo partì senza neppur voltarsi a salutare la figlia.

Alla sfuriata insolita, don Cosmo s’era affacciato a una finestra della villa e donna Sara Alàimo s’era fatta sul pianerottolo della scala. L’uno e l’altra, e giù Dianella e il Costa rimasero come intronati. Il Costa alla fine si scosse, alzò il capo verso la finestra e salutò amaramente:

– Bacio le mani, si-don Cosmo! Ha ragione, lui: è il padrone! Ma per quel Dio messo in croce, creda pure, si-don Cosmo mio, creda, Signorinella: non sono prepotenze! La fame è fame, e quando non si può soddisfare...

Donna Sara dal pianerottolo scrollò il capo incuffiato, con gli occhi al cielo.

– Mangia il Governo, – seguitò il Costa, – mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l’ingegnere e il sorvegliante... Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?... Ah Dio! Sono un miserabile, un ignorante sono; e va bene: mi pesti pure sotto i piedi finché vuole. Ma mio figlio, no! mio figlio non me lo deve toccare! Gli dobbiamo tutto, è vero; ma anche lui, se è ancora lì, padrone mio riverito, che mi può anche schiaffeggiare, ché da lui mi piglio tutto e gli bacio anzi le mani; se ancora è lì che comanda e si gode le sue belle ricchezze, lo deve pure a mio figlio, lo deve: lei lo sa, Signorinella, e fors’anche lei, si-don Cosmo... siamo giusti!

– Già, già, – sospirò il Laurentano dalla finestra, – l’affare delle zucche...

– Che zucche? – domandò, incuriosita, donna Sara Alàimo.

– Ma! – fece il Costa. – Ve lo farete raccontare qualche volta dalla Signorinella qua, che conosce bene mio figlio, perché son cresciuti insieme, anche con quell’altro ragazzo, suo fratellino, che il Signore volle per sé e fu una rovina per tutti. La povera signora, là, che me la ricordo io, bella un occhio di sole! ci perdette la ragione; e lui, povero galantuomo… chi ha figli lo compatisce...

Dianella, col cuore gonfio per la durezza del padre, a questo ricordo non poté più reggere e per nascondere il turbamento, prese il sentieruolo per cui il Costa era venuto, e sparve tra gli olivi.

Subito donna Sara, poi anche don Cosmo invitarono il Costa ad andar su, per farlo rimettere un po’ dalla corsa e non lasciarlo così sudato alla brezza del mattino. Donna Sara avrebbe voluto far di più: offrirgli una tazzina di caffè; ma per non perdere una parola del discorso fitto fitto che il Costa aveva attaccato subito con don Cosmo sul Salvo, ora che la figliuola non poteva più sentirlo, finse di non pensarci.

– Ci conosciamo, santo Dio, ci conosciamo, si-don Co’! Che era lui, alla fin fine? Io, sì, coi piedi scalzi, ho portato in collo, lo dico e me ne vanto; in collo lo zolfo e il carbone, dalla spiaggia alle spigonare. Il latino come dice? Necessitas non abita legge. Sissignore; e sono stato stivatore, e me ne vanto, misero staderante agl’imbarchi per la dogana, e me ne vanto. Lui, però, che cos’era? Di nobile casato, sissignore; ma un sensaluccio era, che veniva da Girgenti a Porto Empedocle, tutto impolverato per lo stradone della Spinasanta, perché non aveva neanche da pagarsi la carrozza o d’affittarsi un asinello, allora che la ferrovia non c’era. E i primi pìccioli, come li fece? Lo sa Dio e tanti lo sanno, tra i morti e i morti. Poi prese l’appalto delle prime ferrovie, insieme col cognato che ora sta a Roma, signor ingegnere, banchiere, commendatore, don Francesco Vella, che conosciamo anche lui...

– Ah, – fece donna Sara, – ha un’altra sorella, lui?

– Come no? – rispose il Costa, sospendendo gli inchini con cui aveva accompagnato ogni titolo del Vella, – donna Rosa, maggiore di tutti, moglie del – (e s’inchinò ancora una volta) – commendatore Francesco Vella, pezzo grosso dell’Amministrazione delle ferrovie adesso. La linea qua, da Girgenti a Porto Empedocle, non la fece lui? Balla comare, che fortuna suona! Centinaja di migliaja di lire, sorella mia; denari a cappellate, come fossero stati rena... Due ponti e quattro gallerie... Allunga là un gomito; taglia qua a scarpa... Poi altre imprese di linee... Tutta la ricchezza gli è venuta di là, dico bene, si-don Co’? Ci conosciamo!

– E le zucche? le zucche? – tornò a domandare donna Sara.

Bisognò che il Costa gliela narrasse per minuto, quella famosa storia delle zucche; e donna Sara lo compensò con le più vivaci esclamazioni di stupore, di raccapriccio, d’ammirazione del vocabolario paesano, battendo di tratto in tratto le mani, per scuotere don Cosmo, il quale, conoscendo la storia, era ricaduto nel suo solito letargo filosofico. Si scosse alla fine, ma senza aprir gli occhi; pose una mano avanti, disse:

– Però...

– Ah, sì! – riattaccò subito con enfasi il Costa, battendosi le due manacce sul petto. – In coscienza, un’anima sola abbiamo, davanti a Dio, e debbo dire la verità. Ma mio figlio, oh, si-don Cosmo – (e il Costa levò una mano con l’indice e il pollice giunti, in atto di pesare) – tutti i figli saranno figli, ma quello! cima! diritto come una bandiera! in tutte le scuole, il primo! Appena laureato, subito il concorso per la borsa di studio all’estero... Erano, sorella mia, più di quattrocento giovani ingegneri d’ogni parte d’Italia: tutti sotto, tutti sotto se li mise! E mi stette fuori quattr’anni, a Parigi, a Londra, nel Belgio, in Austria. Appena tornato a Roma, senza neanche farlo fiatare, il Governo gli diede il posto nel Corpo degli ingegneri minerarii, e lo mandò in Sardegna, a Iglesias, dove ci fece un lavoro tutto colorato su una montagna... Sarrubbas... non so... ah, Sarrabus, già, dico bene, Sarrabus (parlano turco, in Sardegna), un lavoro che fa restare, sorella mia, allocchiti. Ci stette poco, un anno, poco più, perché una Società francese, di quelle che... i marenghi, a sacchi... vedendo quella carta, rimase a bocca aperta. Non lo dico perché è figlio mio; ma quanti ingegneri c’è, qua e fuorivia? se li mette in tasca tutti! Basta. Questa Società francese, dice, qua c’è la cassa, figlio mio, tutto quello che volete. Aurelio, tra il sì e il no d’accettare, venne qua in permesso - saranno sei o sette mesi - per consigliarsi con me e col principale, suo benefattore, ch’egli rispetta come suo secondo padre e fa bene! Il principale stesso gli sconsigliò d’accettare, perché lo volle per sé, capite? per badare alle sue zolfare d’Aragona e Comitini. Noi diciamo: il poco mi basta, l’assai mi soverchia... Accettò, ma ci scàpita, parola d’onore! E con tutto questo, ora... ora è marionetta, l’avete inteso?... Cristo sacrato!

Leonardo Costa levò un braccio, si alzò, sbuffò per il naso, scrollando il capo, e prese dalla sedia il cappellaccio bianco. Doveva andar via subito; ma ogni qual volta si metteva a parlare di quel suo figliuolo, lustro, colonna d’oro della sua casa, non la smetteva più.

– Bacio le mani, si-don Cosmo, mi lasci scappare. Donna Sara, servo vostro umilissimo.

– Oh, e aspettate! – esclamò questa, fingendo di ricordarsi, ora che il discorso era finito. – Un sorsellino di caffè...

– No no, grazie – si schermí il Costa. – Ho tanta fretta!

– Cinque minuti! – fece donna Sara, levando le mani a un gesto che voleva dire: «Non casca il mondo!».

E s’avviò. Ma il Costa, sedendo di nuovo, sospirò, rivolto a don Cosmo:

– C’è una mala femmina, si-don Co’, una mala femmina che da qualche tempo a questa parte mette male tra mio figlio e don Flaminio; io lo so!

E donna Sara non poté piú varcare la soglia: si voltò, strizzò gli occhi, arricciò il naso e chiese con una mossettina del capo: – Chi è?

– Non mi fate sparlare ancora, donna Sara mia! – sbuffò il Costa. – Ho parlato già troppo!

Ma, tanto, donna Sara Alàimo aveva già compreso di quale mala femmina egli intendesse parlare, e uscì, esclamando con le mani per aria:

– Che mondo! che mondo!

Dianella non s’affrettò quella mattina a raggiungere Mauro alla vigna. Quello sguardo duro del padre nell’ira, mentre il Costa parlava del pericolo da cui il figlio era minacciato in Aragona, le aveva in un baleno richiamato alla memoria un altro sguardo di lui, di tanti anni addietro, quando il fratellino era morto e la madre impazzita.

Aveva undici anni, lei, allora. E più della morte del fratello, più della sciagura orrenda della madre le era rimasta indelebile nell’anima l’impressione di quello sguardo d’odio che a lei - ragazzetta ancor quasi ignara, incerta e smarrita tra i giuochi e la pena - aveva lanciato il padre, nel cordoglio rabbioso:

Non potevi morir tu invece? – le aveva detto chiaramente quello sguardo.

Così. Proprio così. E Dianella comprendeva bene adesso perché il padre non avrebbe esitato un momento a dar la vita di lei in cambio di quella del fratello.

Tutte le cure e l’affetto e le carezze e i doni, di cui egli l’aveva poi colmata, non erano più valsi a scioglierle dal fondo dell’anima il gelo, in cui quello sguardo s’era quasi rappreso e indurito. Spesso se n’adontava con se stessa, sentendo che il calore dell’affetto paterno non riusciva più a penetrare in lei quasi respinto istintivamente da quel gelo.

Per qual ragione seguitava egli ormai a lavorare con tanto accanimento? ad accumulare tanta ricchezza? Non per lei certamente; sì per un bisogno spontaneo, prepotente, della sua stessa natura; per dominare su tutti; per esser temuto e rispettato; o fors’anche per stordirsi negli affari o per prendersi a suo modo una rivincita su la sorte che lo aveva colpito. Ma in certi momenti d’ira (come dianzi), o di stanchezza o di sfiducia, lasciava pur vedere apertamente che tutte le sue imprese e i suoi sforzi e la sua vita stessa non avevano più scopo per lui, perduto l’erede del nome, colui che sarebbe stato il continuatore della sua potenza e della sua fortuna.

Da un pezzo, convinta di questo, Dianella, pur non sapendo neanche immaginare la propria vita priva di tutto quel fasto che la circondava, aveva cominciato a sentire un segreto dispetto per quella ricchezza del padre, di cui un giorno (il piú lontano possibile!) ella sarebbe stata l’unica erede, per forza e senza alcuna soddisfazione per lei. Quante volte, nel vederlo stanco e irato, non avrebbe voluto gridargli: «Basta! Lascia! Perché la accresci ancora, se dev’esser poi questa la fine?». E altro ancora, ben altro avrebbe voluto gridargli, se con l’anima avesse potuto arrivare all’anima del padre, senza che le labbra si movessero e udissero gli orecchi.

Da quanto aveva potuto intendere col finissimo intuito e penetrare con quegli occhi silenziosamente vigili e da certi discorsi colti a volo senza volerlo, aveva già coscienza che la ricchezza del padre, se non al tutto male acquistata, aveva pur fatto molte vittime in paese. Crudele con lui la sorte, crudele la rivincita che si prendeva su essa. Voleva tutto per sé, tutto in suo pugno: zolfare e terre e opificii, il commercio e l’industria dell’intera provincia. Ora perché gravare su le esili spalle di lei - figlia... sí, amata, ma non prediletta, quantunque rimasta sola - il fardello di tutte quelle ricchezze, che molti forse maledicevano in segreto e che certo non le avrebbero portato fortuna? Eppure s’era illusa, fino a poco tempo fa, che il padre l’avrebbe lasciata libera nella scelta; che anzi egli stesso l’avesse ajutata a scegliere, beneficando colui che, da ragazzo, gli aveva salvato la vita. Bruno, come fuso nel bronzo, coi capelli ricci, neri, e gli occhi fermi e serii, Aurelio Costa le era apparso la prima volta, a tredici anni; era stato poi per tanto tempo suo compagno di giuoco, suo e del fratellino. Tutt’e tre, ragazzi, non capivano allora che differenza fosse tra loro. Alla morte del fratellino però, Aurelio era man mano divenuto con lei sempre più timido e circospetto; non aveva piú voluto giocare come prima; era cresciuto tanto; gli s’era alterata la voce; s’era messo a studiare, a studiare; e lei, che allora non aveva più di dodici anni, s’era contentata d’assistere zitta zitta al suo studio, fingendo di studiare anche lei; ogni tanto, in punta di piedi, andava a tirargli un ricciolo sulla nuca. A diciott’anni Aurelio era poi partito per iscriversi all’Università di Palermo nella facoltà d’ingegneria. Senza più lui, la casa per tanti mesi era rimasta per lei come vuota; aveva l’impressione di quella sua prima solitudine, come se avesse passato tutto un inverno interminabile con la fronte appoggiata ai vetri d’una finestra su cui le gocce della pioggia scorrevano come lagrime, su cui qualche mosca superstite, morta di freddo, rimaneva attaccata e lei con un dito, toccandola appena, la faceva cadere. Forse da allora la sua fronte, per il contatto di quei vetri gelati, le era rimasta così come fasciata di gelo. Ma che esultanza poi al ritorno di lui, finito l’anno scolastico! Era stata così vivace e piena di giubilo quella festa, che il padre, appena andato via Aurelio, se l’era chiamata in disparte e pian piano, con garbo, carezzandole i capelli, le aveva lasciato intendere che sarebbe stato bene frenarsi, perché era ormai un giovanotto quel suo antico compagno di giuoco, a cui non bisognava più dare del tu. Senza saperne bene il perché s’era fatta di bragia: oh Dio, e come allora, del lei? non era più lo stesso Aurelio? No, non era più lo stesso Aurelio, neanche per lei; e se n’era accorta sempre di più di anno in anno ai ritorni di lui, finché all’ultimo, presa la laurea, egli aveva manifestato l’intenzione di concorrere a una borsa di studio all’estero. Lui, proprio lui non era piú lo stesso; perché lei, invece... sì, con la bocca, signor Aurelio, ma con gli occhi seguitava a dargli del tu. Prima di partire per Parigi, era venuto a ringraziare il suo benefattore, a giurargli eterna gratitudine; a lei non aveva saputo quasi dir nulla, quasi non aveva osato guardarla, fors’anche non s’era accorto né del pallore del volto né del tremito della mano di lei. E tuttavia non s’era perduta; aveva fatto anzi tanto più certo in sé il suo sentimento, quanto più incerta era rimasta sul conto di lui. Era sicura, superstiziosamente, ch’egli le fosse destinato. Dopo la partenza, più volte aveva sentito il padre parlare del valore eccezionale di quel giovine e dello splendido avvenire che avrebbe avuto, e lodarsi di quanto aveva fatto per lui, di averlo trattato come un figliuolo. Naturalmente questi discorsi le avevano ravvivato sempre più nel cuore il fuoco segreto e sempre più acceso la speranza che il padre, avendo perduto l’unico figliuolo, e avendo quasi creato lui quest’altro al quale pur doveva la vita, avrebbe preferito che a lui, anziché a un altro più estraneo, andassero un giorno le ricchezze e la figlia. S’era maggiormente raffermata in questa speranza pochi mesi fa, quando Aurelio, ritornato dalla Sardegna, era stato assunto dal padre alla direzione delle zolfare. Non lo aveva più riveduto dal giorno della partenza per Parigi. Oppressa, tra il vano fasto, dalla vita meschina di Girgenti, vecchia città, non zotica veramente, ma attediata nel vuoto desolato dei lunghi giorni tutti uguali, sempre con quel giro di visite delle tre o quattro famiglie conoscenti che gareggiavano d’affetto e di confidenza verso di lei, ch’era come la reginetta del paese, fra le spiritosaggini solite dei soliti giovanotti eleganti, anneghittiti, immelensiti nella povera e ristretta vita provinciale, s’era riscossa alla vista di lui così maschio e padrone di sé. La gioja di rivederlo le s’era però d’un subito offuscata al sopravvenire di Nicoletta Spoto, da un anno appena moglie del Capolino. Aveva notato uno strano imbarazzo, un vivo turbamento tanto in costei quanto in Aurelio, allorché questi, introdotto nel salone, s’era inchinato a salutare. Poi, appena il padre aveva condotto via con sé nello studio Aurelio, la Capolino, rifiatando, aveva narrato con focosa vivacità a lei e alla zia Adelaide, che quel poveretto lì, tutto impacciato, aveva nientemeno osato di mandare a chiederla in isposa, subito dopo ottenuto il posto d’ingegnere governativo in Sardegna, ricordandosi forse di qualche occhiatina scambiata tanti e tanti anni addietro, quand’egli era ancora studentello all’Istituto. Figurarsi che orrore aveva provato lei, Lellè Spoto, a una tal richiesta, e come s’era affrettata a rifiutare, tanto più che già erano avviate le prime pratiche per il matrimonio con Ignazio Capolino. S’era sentita voltare il cuore in petto a questa notizia inattesa; s’era fatta certo di mille colori e certo s’era tradita con quella donna, di cui già conosceva la relazione segreta e illecita col padre. Non le aveva detto nulla; ma quando Aurelio, dopo la lunga udienza, era ritornato in salone, lei, tutta accesa in volto, lo aveva accolto apposta con premure esagerate ricordandogli i giorni passati insieme, i giuochi, le confidenze. E più volte, con gioja, aveva veduto colei mordersi il labbro e impallidire. Dianella sperava che Aurelio, almeno quella volta, avesse compreso. Lo aveva subito scusato in cuor suo del tradimento, di cui non poteva aver coscienza, non credendo di poter ardire di alzar gli occhi fino a lei; ma... intanto, ah! proprio a quella donna lì, sotto ogni riguardo indegna di lui, era andato a pensare! E il rifiuto di quella donna le era sembrato quasi un’offesa diretta anche a lei. Però, ecco, egli era stato a Parigi; la vivacità, la capricciosa disinvoltura di Nicoletta Spoto avevano forse acquistato allora un gran pregio agli occhi di lui, ricordandogli probabilmente le donne conosciute e ammirate colà. D’umilissimi natali, aveva creduto forse di fare un gran salto imparentandosi con una famiglia come quella della Spoto, molto ricca un giorno, ora decaduta, ma tuttavia tra le più cospicue del paese. Costei ora, certo, avvalendosi del potere che aveva sul padre, si vendicava dell’affronto patito quella volta. Anche lei, Dianella, aveva notato che da qualche tempo il padre non si mostrava più contento di Aurelio; e che da alcune sere lì, nella villa, parlando con don Cosmo Laurentano, insisteva su certe domande che le davano da pensare. Segretamente, lei disapprovava quelle nozze strane della zia col principe don Ippolito, ne aveva quasi onta, sospettando nel padre un pensiero nascosto: che cioè si volesse servire di quelle nozze non certo onorevoli per introdursi nella casa dei Laurentano e attrarre a sé a poco a poco anche le sostanze di questa. Da alcune sere, a cena, il discorso di don Cosmo cadeva, insistente, sul figlio del principe, su Lando Laurentano, che viveva a Roma. Perché?

Assorta in questi pensieri, Dianella s’era seduta sotto un olivo sul ciglio del profondo burrone e guardava la dirupata costa dirimpetto, dove pascolava una greggiola di capre scesa dalle terre di Platanìa. Il giorno dopo l’arrivo in quella campagna, s’era sentita quasi rinascere. L’aria di selvatica rustichezza, che la vecchia villa aveva preso nell’abbandono; la malinconia profonda che da quell’abbandono pareva si fosse diffusa tutt’intorno, nei viali, nei sentieri solinghi, quasi scomparsi sotto le borracine e le tignàmiche, ove l’aria - fresca dell’ombra degli olivi e dei mandorli o delle alte spalliere di fichidindia - era satura di fragranze, amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie; e quell’ampio burrone precipite; e la chiara e gaja vicinanza del mare; e quegli alberi antichi, non curati, irti di polloni selvaggi, sognanti nel silenzio della solitudine immensa, si accordavano soavemente con l’animo in cui ella si trovava. Ora, invece, quei discorsi del padre... l’ira contro Aurelio... e quello sciopero di solfaraj ad Aragona... le minacce... E lei, lì sola, senza nessuno veramente con cui votarsi il cuore... Aver la madre e non potersi rivolgere a lei, e vedersela davanti, peggio che morta - viva e vana... Lustreggiava per un tratto, tra i culmi radi delle canne in fondo al burrone un ruscelletto che a un certo punto era stato tagliato dai lavori di presa per la linea ferroviaria. Vi fissò gli occhi e le sorse allora spontanea l’immagine che lei fosse rimasta appunto come un ruscello a cui una mano ignota per malvagio capriccio avesse traviato la vena presso la fonte con irti e gravi sassi; e l’acqua di là si fosse sparsa stagnante, e di qua il ruscello si fosse raddensato in rena e in ciottoli. Ah, che sete inestinguibile le era rimasta dell’amore materno! Ma s’appressava alla madre, e questa non la riconosceva per figlia. Il dolore di lei così vicino e urgente non si ripercoteva per nulla in quella coscienza spenta.

– Vittoria Vivona d’Alessandria della Rocca, – diceva la madre di se stessa, con voce che pareva arrivasse di lontano. – Bella figlia! bella figlia! Aveva una treccia di capelli che non finiva mai; tre donne gliela pettinavano... Cantava e sonava. Sonava anche l’organo in chiesa, a Santa Maria dell’Udienza, e gli angioletti stavano a sentirla, in ginocchio e a mani giunte, cosí... Doveva sposare un riccone di Girgenti; le venne un mal di capo, e morì...

Dianella non poté più frenare le lagrime e si mise a piangere silenziosamente, con amara voluttà in quella solitudine. Ma il silenzio attorno era così attonito, e così intenso e immemore il trasognamento della terra e di tutte le cose, che a poco a poco se ne sentì attratta e affascinata. Le parvero allora gravati da una tristezza infinita e rassegnata quegli alberi assorti nel loro sogno perenne, da cui invano il vento cercava di scuoterli. Percepì, in quella intimità misteriosa con la natura, il brulichìo delle foglie, il ronzìo degli insetti, e non sentì più di vivere per sé; visse per un istante quasi incosciente, con la terra, come se l’anima le si fosse diffusa e confusa in tutte le cose della campagna. Ah, che freschezza d’infanzia nell’erbetta che le sorgeva accanto! e come appariva rosea la sua mano sul tenero verde di quelle foglie! oh, ecco un maggiolino sperduto, fuor di stagione, che le scorreva su la mano... Com’era bello! piccolo e lucido più d’una gemma! E poteva dunque la terra, tra tante cose brutte e tristi, produrne pure di così gentili e graziose?

Trascorse, quasi in risposta, su quelle foglie, su la sua mano come un lieve e fresco alito di gioja. Dianella trasse un sospiro e aspettò con la mano su l’erba che l’insetto ritrovasse la sua via tra le foglie, poi si scosse di soprassalto all’arrivo festoso improvviso dei tre mastini che le si fecero attorno, anzi sopra, impazienti, scostandosi l’un l’altro, per aver sul capo la carezza delle sue mani. E non la lasciavano alzare. Alla fine sopraggiunse Mauro Mortara.

– Vi siete sentita male? – le domandò, cupo, senza guardarla.

– No... niente... – gli rispose, schermendosi con le braccia dalle piote e dalle linguate dei cani, e sorridendo mestamente. – Un po’ stanca...

– Qua! – gridò forte Mauro ai tre mastini, perché la lasciassero in pace.

E subito quelli restarono, come impietriti dal grido. Dianella sorse in piedi e si chinò a carezzarli di nuovo, in compenso della sgridata.

– Poverini... poverini...

– Se volete venire... – propose Mauro.

– Eccomi. A veder la stanza del Generale? Ho tanta curiosità...

Era impacciata nel parlargli, non sapendo ancor bene se dargli del voi o del tu.

– Vostro padre è partito?

– Sì, sì, – s’affrettò a rispondergli; e subito si pentì della fretta che poteva dimostrare in lei quel sollievo stesso che provavano tutti quando il padre era assente. – Ad Aragona, – disse – si sono ribellati i solfaraj. Bisognerà mandarci soldati e carabinieri.

– Piombo! piombo! – approvò Mauro subito, scotendo energicamente il capo. – Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono!

– Forse... – si provò a dire Dianella.

Ma il Mortara la interruppe con una sua abituale esclamazione:

– Oh Marasantissima, lasciatevi servire!

Non ammetteva repliche, Mauro Mortara. Nelle sue perpetue ruminazioni vagabonde tra la solitudine della campagna s’era a modo suo sistemato il mondo, e ci camminava dentro, sicuro, da padreterno, lisciandosi la lunga barba bianca e sorridendo con gli occhi alle spiegazioni soddisfacenti che aveva saputo darsi d’ogni cosa. Tutto ciò che accadeva, doveva rientrar nelle regole di quel suo mondo. Se qualche cosa non poteva entrarci, egli la tagliava fuori, senz’altro, o fingeva di non accorgersene. Guaj a contraddirlo!

– Oh Marasantissima, lasciatevi servire! Che pretendono? Voglio sapere che pretendono! Dobbiamo tutti ubbidire, dal primo all’ultimo, tutti, e ognuno stare al suo posto, e guardare alla comunità! Perché questi pezzi di galera figli di cane ingrati e sconoscenti debbono guastare a noi vecchi la soddisfazione di vedere questa comunità, l’Italia, divenuta per opera nostra quella che è? Che ne sanno, di cos’era prima l’Italia? Hanno trovato la tavola apparecchiata, la pappa scodellata, e ora ci sputano sopra, capite? Intanto, guardate: Tunisi è là!

Si voltò verso il mare e col braccio teso indicò, fosco, un punto nell’orizzonte lontano. Dianella si volse a guardare, senza comprendere come c’entrasse Tunisi. Ella lo lasciava dire e non l’interrompeva mai, se non per approvare tutti quegli sproloquii patriottici ch’egli le faceva.

– È là! – ripeté Mauro fieramente. – E ci sono i Francesi là che ce l’hanno presa a tradimento! E domani possiamo averli qua, in casa nostra, capite? Vi giuro che non ci dormo, certe notti, e mi mordo le mani dalla rabbia! E invece d’impensierirsi di questo, quei mascalzoni là pensano a fare scioperi, ad azzuffarsi tra loro! Tutta opera dei preti, sapete? Cima di birbanti! schiuma d’ogni vizio! abissi di malizia! Soffiano nel fuoco, sotto sotto, per smembrare di nuovo l’Italia... I Sanfedisti! I Sanfedisti! Io debbo guardarmi davanti e dietro, perché me l’hanno giurata e mi contano i passi. Ma con me le spese ci perdono... Guardate qua!

E mostrò a Dianella i due pistoloni napoletani che gli pendevano dalla cintola.

Quella visita alla famosa stanza del Generale, detta per antonomasia il Camerone, era una grazia veramente particolare concessa a Dianella. Mauro Mortara, che ne teneva la chiave, non vi lasciava entrar mai nessuno. E non l’uscio soltanto, ma anche le persiane dei due terrazzini e della finestra stavano sempre chiuse, quasi che l’aria e la luce, entrandovi apertamente, potessero fugare i ricordi raccolti e custoditi con tanta gelosa venerazione.

Certo, dopo la partenza del vecchio principe per l’esilio, uscio e finestre erano stati spalancati chi sa quante volte; ma il Mortara, da che era ritornato a Valsanìa, aveva tenute almeno le persiane sempre chiuse così, e aveva l’illusione che così appunto fossero rimaste da allora, sempre, e che però quelle pareti serbassero ancora il respiro del Generale, l’aria di quel tempo.

Questa illusione era sostenuta dalla vista della suppellettile rimasta intatta, tranne la lettiera d’ottone a baldacchino, che non aveva più né materasse, né tavole, né l’ampio parato a padiglione.

Quella penombra era così propizia alla rievocazione dei lontani ricordi!

Mauro, ogni volta, girava un po’ per la stanza; si fermava innanzi a questo o a quel mobile decrepito, dall’impiallacciatura gonfia e crepacchiata qua e là; poi andava a sedere sul divano imbottito d’una stoffa verde, ora ingiallita, con due rulli alla base di ciascuna testata, e lì, con gli occhi socchiusi, lisciandosi con la piccola mano tozza e vigorosa la lunga barba bianca, pensava, e più spesso ricordava, assorto, come in chiesa un divoto nella preghiera.

Non lo disturbavano neppure i topi che facevano talvolta una gazzarra indiavolata sul terrazzo di sopra, il cui piano, per impedire che il soffitto del camerone rovinasse, s’era dovuto ricoprire di lastre di bandone. Il rimedio era giovato poco e per poco tempo; le lastre di bandone s’erano staccate e accartocciate al sole, con molta soddisfazione dei topi che, rincorrendosi, vi s’appiattavano; e il soffitto già s’era aggobbato, gocciava d’inverno per due o tre stillicidii, e le pareti serbavano, anche d’estate, due larghe chiose d’umido, grommose di muffa. Don Cosmo non se ne dava pensiero: non entrava quasi mai nel camerone; Mauro non voleva che si riattasse: poco più gli restava da vivere e voleva che tutto lì rimanesse com’era; sapeva che, morto lui, nessuno si sarebbe preso più cura di custodire quel «santuario della libertà»; e il soffitto allora poteva anche crollare o essere riattato. Intanto, ogni anno, al sopravvenire dell’autunno, egli si recava sul terrazzo a rassettare e fissar le lastre di bandone con grosse pietre, e sul pavimento del camerone collocava concole e concoline sotto gli stillicidii. Le gocce vi piombavan sonore, ad una ad una; e quel tin-tan cadenzato pareva gli conciliasse il raccoglimento

Dianella, entrando, ebbe subito come un urto dalla vista inattesa d’una belva imbalsamata che, nella penombra, pareva viva, là, nella parete di fronte, presso l’angolo, con la coda bassa e la testa volta da un lato, felinamente.

– Che paura! – esclamò, levando le mani verso il volto e sorridendo d’un riso nervoso. – Non me l’aspettavo... Che è?

– Leopardo.

– Bello!

E Dianella abbassò una mano a carezzare quel pelame variegato; ma subito la ritrasse tutta impolverata, e notò che alla belva mancava uno degli occhi di vetro, il sinistro.

Un altro, compagno a questo, – riprese Mauro – l’ho regalato al Museo dell’Istituto, a Girgenti. Non l’avete mai veduto? C’è una vetrina mia, nel Museo. Accanto al leopardo una jena, bella grossa, e, sopra un’aquila imperiale. Su la vetrina sta scritto: Cacciati, inbalsamati e donati da Mauro Mortara. Gnorsì. Ma venite qua, prima. Voglio farvi vedere un’altra cosa.

La condusse davanti al vecchio divano sgangherato.

Appese alla parete, sopra il divano, eran quattro medaglie, due d’argento, due di bronzo, fisse in una targhetta di velluto rosso ragnato e scolorito. Sopra la targhetta era una lettera, chiusa in cornice, scritta di minutissimo carattere in un foglietto cilestrino, sbiadito.

– Ah, le medaglie! – esclamò Dianella.

– No, – disse Mauro, turbato, con gli occhi chiusi. – La lettera. Leggete la lettera.

Dianella s’accostò di più al divano e lesse prima la firma: gerlando laurentano.

– Del Generale?

Mauro, ancora con gli occhi chiusi, accenno di sì col capo, gravemente.

E Dianella lesse:

Amici,

Le notizie di Francia, il colpo di Stato di Luigi Napoleone recheranno certamente una grave e lunga sosta al momento per la nostra santa causa e ritarderanno, chi sa fino a quando, il nostro ritorno in Sicilia.

Vecchio come sono, non so né posso più sopportare il peso di questa vita d’esilio.

Penso che non sarò più in grado di prestare il mio braccio alla Patria, quand’essa, meglio maturati gli eventi, ne avrà bisogno. Viene meno pertanto la ragione di trascinare così un’esistenza incresciosa a me, dannosa a’ miei figli.

Voi, più giovani, questa ragione avete ancora, epperò vivete per essa e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro

Gerlando Laurentano

Dianella si volse a guardare il Mortara che, tutto ristretto in sé, con gli occhi ora strizzati, il volto contratto e una mano su la bocca, si sforzava di soffocare nel barbone abbatuffolato i singhiozzi irrompenti.

– Non la rileggevo piú da anni, – mormorò quando poté parlare.

Tentennò a lungo la testa, poi prese a dire:

– Mi fece questo tradimento. Scrisse la lettera e si vestì di tutto punto, come dovesse andare a una festa da ballo. Ero in cucina; mi chiamò. «Questa lettera a Mariano Gioéni, a La Valletta». C’erano a La Valletta gli altri esiliati siciliani, ch’erano stati tutti qua, in questa camera, prima del Quarantotto, al tempo della cospirazione. Mi pare di vederli ancora: don Giovanni Ricci-Gramitto, il poeta; don Mariano Gioèni e suo fratello don Francesco; don Francesco De Luca; don Gerlando Bianchini; don Vincenzo Barresi: tutti qua; e io sotto a far la guardia. Basta! Portai la lettera... Come avrei potuto supporre? Quando ritornai a Burmula, lo trovai morto.

– S’era ucciso? – domandò, intimidita, Dianella.

– Col veleno, – rispose Mauro. – Non aveva fatto neanche in tempo a tirare sul letto l’altra gamba. Come era bello’ Conoscete don Ippolito? Più bello. Diritto, con un pajo d’occhi che fulminavano: un San Giorgio! Anche da vecchio, innamorava le donne.

Richiuse gli occhi e a bassa voce recitò la chiusa della lettera, che sapeva a memoria:

Voi, più giovani, questa ragione avete ancora, epperò vivete per essa e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro Gerlando Laurentano. Vedete? E vissi io, come lui volle. E qua, sotto la lettera, che mi feci restituire da don Mariano Gioèni, ho voluto appendere, come in risposta, le mie medaglie. Ma prima di guadagnarmele! Sedete, qua; non vi stancate...

Dianella sedette sul vecchio divano. In quel punto, donna Sara Alàimo, sentendo parlare nel camerone e vedendo insolitamente l’uscio socchiuso, sporse il capo incuffiato a guardare.

– Che volete voi qua?– saltò su Mauro Mortara, come avrebbe fatto, se vivo, quel leopardo. – Qua non c’è nulla per voi!

– Puh! – fece donna Sara, ritraendo subito il capo. – E chi vi tocca?

Mauro corse a sprangar l’uscio.

– La strozzerei! Non la posso soffrire, non la posso vedere, questa spïaccia dei preti! S’arrischia anche a ficcare il naso qua dentro ora? Non l’aveva mai fatto! La tengono qua i preti, sapete? approfittandosi di quel babbeo di don Cosmo. I Sanfedisti, i Sanfedisti...

– Ma ci sono ancora davvero codesti Sanfedisti? – domandò Dianella con un benevolo sorriso.

– Oh Marasantissima, lasciatevi servire! – tornò ad esclamare il Mortara. – Se ci sono! Forse ora si fanno chiamare d’un’altra maniera; ma sono sempre quelli. Setta infernale, sparsa per tutto il mondo! Spie dappertutto: ne trovai una finanche in Turchia, figuratevi! a Costantinopoli.

– Siete stato fin là?– domandò Dianella.

– Fin là? Ma più lontano ancora!– rispose Mauro con un sorriso di soddisfazione. – Dove non sono stato e che cosa non ho fatto io? Contiamo; ma non bastano le dita delle mani: pecorajo, contadino, servitore, mozzo di nave, scaricatore di bordo, stivatore, fochista, cuoco, bagnino, cacciatore di bestie feroci, poi volontario garibaldino, attendente di Bixio; poi, dopo la Rivoluzione, capo-carcerario: trecento galeotti ho tenuto in un pugno a Santo Vito, che volevano scappare; e alla fine, qua, campagnuolo di nuovo. La mia vita? Non parrebbe vera, se qualcuno la volesse raccontare.

Stette un pezzo a lisciarsi la barba, mentre gli occhi verdastri gli ridevano lucidi, al fremito interno dei ricordi.

– Tagliate un tronco d’albero, – disse, – e buttatelo a mare, lontano dalla spiaggia. Dove andrà a finire? Ero come un tronco d’albero, nato e cresciuto qua, a Valsanìa. Venne la bufera e mi schiantò. Prima partì il Generale coi compagni; io partii due giorni dopo, di notte, sopra un bastimento a vela, com’usava a quei tempi: una barcaccia di quelle che chiamano tartane. Ora rido. Sapeste però che spavento, quella notte, sul mare!

– La prima volta?

– Chi c’era mai stato! Nero, tutto nero, cielo e mare. Solo la vela, stesa, biancheggiava. Le stelle, fitte fitte, alte, parevano polvere. Il mare si rompeva urtando contro i fianchi della tartana, e l’albero cigolava. Poi spuntò la luna, e il bestione si abbonacciò. I marinai, a prua, fumavano la pipa e chiacchieravano tra loro; io, buttato là, tra le balle e il cordame incatramato, vedevo il fuoco delle loro pipe; piangevo, con gli occhi spalancati, senz’accorgermene. Le lagrime mi cadevano su le mani. Ero come una creatura di cinque anni; e ne avevo trentatré! Addio, Sicilia; addio, Valsanìa; Girgenti che si vede da lontano, lassù, alta; addio, campane di San Gerlando, di cui nel silenzio della campagna m’arrivava il ronzìo; addio, alberi che conoscevo a uno a uno... Voi non vi potete immaginare, come da lontano vi s’avvistino le cose care che lasciate e vi afferrino e vi strappino l’anima! Io vedevo certi luoghi, qua, di Valsanìa, proprio come se vi fossi; meglio, anzi; notavo certe cose, che prima non avevo mai notato; come tremavano i fili d’erba alla brezza grecalina, un sasso caduto dal murello, un albero un po’ storto a pendìo, che si sarebbe potuto raddrizzare, e di cui potevo contare le foglie, a una a una... Basta! All’alba, giunsi a Malta. Prima si tocca l’isola di Gozzo... Malta, capite? tutta come un golfo, abbraccia il mare. Qua e là, tante insenature. In una di queste è Burmula, dove il Generale aveva preso stanza. Grossi porti, selve di navi; e gente d’ogni razza, d’ogni nazione: Arabi, Turchi, Beduini, Marocchini; e poi Inglesi, Francesi, Spagnuoli. Cento lingue. Nel Cinquanta, ci scoppiò il colera, portato dagli Ebrei di Susa che avevano con loro belle femmine, belle! ma, sapete? ragazzette fresche, di sedici e diciott’anni come voi...

– Oh, ne ho di piú io! – sorrise Dianella.

– Di piú? Non pare. Si dipingevano. Senza bisogno, – seguitò Mauro, – come se fossero state vecchie. Peccato! Belle femmine! Portarono il colera, vi dicevo: un’epidemia terribile! Figuratevi che a Burmula, paesettuccio, in una sola giornata, ottocento morti. Come le mosche si moriva. Ma la morte a un disgraziato che paura può fare? Io mangiavo, come niente, petronciani e pomodori: lo facevo apposta. Avevo imparato una canzonetta maltese e la cantavo giorno e notte, a cavalcioni d’una finestra. Perché ero innamorato.

– Ah sí? Là? – domandò Dianella, sorpresa.

– Non là, – rispose Mauro. – Avevo lasciato qua, a Valsanìa, una villanella con cui facevo all’amore: Serafina... Si maritò con un altro, dopo un anno appena. E io cantavo... Volete sentire la canzonetta? Me la ricordo ancora.

Socchiuse gli occhi, buttò indietro il capo e si mise a canticchiare in falsetto, pronunciando a suo modo le parole di quella canzonetta popolare:

Ahi me kalbi, kentu giani...

Dianella lo guardava, ammirata, con un intenerimento e una dolcezza accorata, che spirava anche dal mesto ritmo di quell’arietta d’un tempo e d’un paese lontano, la quale affiorava su le labbra di quel vecchio, fievole eco della remota, avventurosa gioventù. Non sospettava minimamente sotto ruvida scorza del Mortara la tenerezza di tali ricordi.

– Com’è bella! – disse. – Ricantatela.

Mauro, commosso, fece cenno di no, con un dito.

– Non posso; non ho voce. Sapete che vogliono dire le prime parole? Ahimè, il cuore come mi duole. Il senso delle altre non lo ricordo piú. Piaceva tanto al Generale, questa canzonetta. Me la faceva cantare sempre. Eh, avevo buon voce, allora... Voi guardate il leopardo? Ora vi racconto.

E seguitò a raccontarle come, dopo la morte del Generale, rimasto solo a Burmula, non volendo ritornare in Sicilia dove s’era già compromesso, si fosse recato a La Valletta. Qua, gli esiliati siciliani avrebbero voluto ajutarlo; ma egli, sapendo in che misere condizioni si trovassero, aveva rifiutato ogni soccorso e s’era messo a lavorare nel porto, come mozzo, come scaricatore, come stivatore. Mancavano le braccia, decimata la popolazione dal colera. Poi s’era imbarcato su un piroscafo inglese da fochista. Per più di sei mesi era stato sepolto lì, nel saldo ventre strepitoso della nave, ad arrostirsi al fuoco alimentato notte e giorno, senza mai sapere dove s’andasse. I macchinisti inglesi lo guardavano e ridevano - chi sa perché - e un giorno, per forza, avevano voluto presentarlo, così tutto affumicato com’era, al capitano - pezzo d’omone sanguigno, con una barbaccia fulva che gli arrivava fin quasi ai ginocchi - e il capitano gli aveva più volte battuto la spalla, lodandolo forse per lo zelo. Egli, difatti, in tutti quei mesi, non s’era dato un momento di requie, neanche per prendere un boccone; aveva perduto l’appetito: beveva soltanto, per temprar l’arsura del corpo che, là sotto, smaniava il respiro, un po’ d’aria! Unico svago, quando si approdava in qualche porto, un vecchio libro di cucina, tutto squinternato, sul quale aveva imparato a compitare con l’ajuto del cuoco di bordo, anch’esso italiano, da lungo tempo spatriato a Malta.

Svago e tesoro, per lui, quel libro! Perché, un giorno, il cuoco, ammalatosi gravemente, era stato sbarcato a Smirne e, in mancanza d’altri, alla prova di quest’altro fuoco era stato messo lui, erede del libro e della dottrina culinaria di quello. S’era dato con tutto l’impegno a questo nuovo ufficio e in breve aveva saputo contentar così bene il capitano, che questi poi, vedendolo lì lì per ammalarsi come quell’altro cuoco,  spontaneamente lo aveva allogato quale sguattero in una famiglia inglese, ricchissima, domiciliata a Costantinopoli. Ma la malattia contratta a bordo non lo aveva lasciato lungo tempo a quel posto, per un tristo accidente capitatogli uno di quei giorni. Un droghieruccio d’Alcamo, stabilito da molti anni là a Costantinopoli, dal quale egli si recava qualche volta per sentir parlare il dialetto nativo, aveva voluto avvelenarlo. Sì! Invece d’una pozione d’olio di mandorle dolci, gli aveva dato forse olio di mandorle amare. Spia dei preti, dei Sanfedisti, anche quello! Sbaglio involontario? Ma che! Ricordava bene che una volta colui aveva osato rimproverarlo acerbamente per l’avventura del francescano appeso, ch’egli, così per ridere, gli aveva narrata. Ah, ma rimessosi per miracolo, dopo circa tre mesi, dall’avvelenamento, gli aveva fatto pagar caro il delitto. Con un pugno (e Mauro mostrò sorridendo il pugno) lo aveva steso là, nella bottega. Aveva al dito un grosso anello di ferro, come un chiodo ritorto, comperato a Smirne, e con esso - senza volerlo, veh! - gli aveva sfracellato la tempia. Ripresosi dal pauroso sbalordimento nel vederselo cascare giù tutto in un fascio sotto gli occhi, insanguinato, s’era dato alla fuga e poche ore dopo era partito con una nave che si recava a un piccolo porto dell’Asia Minore. Non ricordava più il nome del paesello di mare in cui era disceso: era d’estate e aveva trovato subito da allogarsi come bagnino.

– Avete sentito nominare Orazio Antinori? – domandò a questo punto il Mortara.

– L’esploratore? Sì, – disse Dianella.

– Venne là, ai bagni, un giorno, – seguitò Mauro, – con un altro italiano. Li sentii parlare e m’accostai. L’Antinori assoldava cacciatori per la caccia delle fiere, nel deserto di Libia. Gli piacqui, mi prese con sé. Noi andavamo; gli mandavamo le fiere uccise; egli le imbalsamava e poi le spediva ai musei, a Londra, a Vienna... Quando ritornavo dalle cacce, siccome lui mi voleva bene sapendomi fidato, lo ajutavo a preparar le droghe, e intanto, zitto zitto, gli rubavo l’arte. Così imparai a imbalsamare; e quando lui andò via, seguitai per conto mio la caccia e la spedizione. Vi voglio raccontare una certa avventura. Un giorno, eravamo sperduti, io e lui, morti di fame e di sete. A un certo punto avvistammo alcum alberi di fico e li prendemmo d’assalto, figuratevi! Ma i fichi migliori erano in alto e non potevamo prenderli. Allora io, contadino, che feci? m’allontanai e ritornai poco dopo, munito d’una canna bella lunga; la spaccai un po’ in cima e con essa mi misi a cogliere i fichi alti piú maturi, con la lagrima di latte: un miele, vi dico! L’Antinori mi guardava e si rodeva dentro. Alla fine non poté più reggere e mi gridò: «Che fai? La smetti? Vuoi farmi ammazzare dai Turchi?» Capii l’antifona. Zitto, stesi il braccio e gli porsi la canna. Andai a prenderne un’altra, e tutti e due seguitammo a rubar fichi tranquillamente. Ah, l’Antinori... mi voleva bene, e m’ajutò tanto, anche da lontano. Stetti lì più di sei anni. Poi sentii che Garibaldi era sbarcato a Marsala, volai subito in Sicilia. Sbarco a Messina; raggiungo i volontarii a Milazzo. Don Stefano Auriti mi morì tra le braccia. Non poteva più parlare, mi raccomandava con gli occhi il figlio, don Roberto, il suo leonetto di dodici anni... Ci battemmo! A Reggio aprii il fuoco io, sapete? la prima fucilata fu la mia! Poi Bixio mi prese per attendente... Che giornata, quella del Volturno! Ma ora, dopo aver visto tante cose, dopo averne passate tante, sono soddisfatto, che volete! L’Italia è grande! L’Italia è alla testa delle nazioni! Detta legge nel mondo! E posso dire che anch’io, così da povero ignorante e meschino come sono, ho fatto qualche cosa, senza tante chiacchiere. Posso andare dal re e dirgli: «Maestà, alla sedia su cui voi sedete, se non una gamba o una traversa, un piccolo pernio, qualche cavicchio, l’ho messo anch’io. La mia parte te l’ho fatta, figlio mio!» E sono contento. Cammino qua per Valsanìa, vedo i fili del telegrafo, sento ronzare il palo, come se ci fosse dentro un nido di calabroni, e il petto mi s’allarga; dico: «Frutto della Rivoluzione!» Vado piú là, vedo la ferrovia, il treno che si caccia sottoterra, nel traforo sotto Valsanìa, che mi pare un sogno; e dico: «Frutto della Rivoluzione!» Vado sotto il pino, guardo il mare, vedo laggiù a ponente Porto Empedocle, che al tempo della mia partenza per Malta non aveva altro che la Torre, il Rastiglio, il Molo Vecchio e quattro casucce, e ora è diventato quasi una città; vedo le due lunghe scogliere del nuovo porto, che mi pajono due braccia tese a tutte le navi di tutti i paesi civili del mondo, come per dire: «Venite! venite! l’Italia è risorta, l’Italia abbraccia tutti, dà a tutti la ricchezza del suo zolfo, la ricchezza dei suoi giardini!». Frutto della Rivoluzione, anche questo, penso, e - vedete? - mi metto a piangere come un bambino, dalla gioja...

Cavò, cosí dicendo, dall’apertura della ruvida camicia d’albagio un grosso fazzoletto di cotone turchino, e si asciugò gli occhi, che gli s’erano veramente riempiti di lagrime.

Dianella sentì anche lei inumidirsi gli occhi. Quel vecchio che incuteva tanta paura, che aveva ucciso un uomo come niente e ne aveva fatto morire un altro per l’ombra d’un sospetto maniaco; che andava così armato, in procinto sempre di versare altro sangue, pronto com’era all’ira e irsuto e ombroso; quel vecchio, ecco, piangeva come un fanciullo per l’opera compiuta, ch’egli vedeva senza mende e gloriosa; piangeva esaltandosi nella sua gesta e nella grandezza della patria, per cui aveva tanto sofferto e combattuto, senza chieder mai nulla, generoso e feroce, fedele come un cane e coraggioso come un leone. Né i suoi colombi, né la pace dei campi, né il governo della vigna, né il canto delle allodole, riuscivano a rasserenargli lo spirito dopo tanto tempo: quel camerone era come la sua chiesa; e usciva di là com’ebbro, e s’aggirava per la campagna sotto i mandorli e gli olivi, parlando tra sé di battaglie e di congiure, guardando biecamente il mare dalla parte di Tunisi, donde immaginava un improvviso assalto dei Francesi...

Un rumore di sonaglioli e il rotolìo d’una vettura vennero a un tratto a scuotere Dianella da queste considerazioni e Mauro dal pianto.

– Vostro padre? – domandò questi, infoscandosi d’un subito e ricacciandosi nell’apertura della camicia il fazzoletto.

Dianella si levò, costernata, e corse alla finestra a guardare attraverso le stecche delle persiane. Restò. Dalla vettura, che s’era fermata davanti alla villa, scendevano il padre, di ritorno, e Aurelio Costa - lui! - in tenuta da campagna.

– Andate, andate, – le disse Mauro, quasi spingendola. – Chiudo e me ne scappo!

Dianella uscì sul corridojo e vide in fondo a esso il Costa e il padre, diretti alla camera di questo, nella quale si chiusero. Allora Mauro Mortara, come una bestia sorpresa nel giaccio, sgattajolò ranco ranco, senza dirle nulla.

Ella rimase perplessa, profondamente turbata, non sapendo che pensare di quell’improvviso insolito ritorno del padre. Evidentemente, tanto questo ritorno quanto la venuta d’Aurelio Costa si connettevano con le notizie dei tumulti d’Aragona. Qualcosa di molto grave doveva essere accaduto. Era fuggito Aurelio? No: Dianella non volle nemmeno supporlo. Forse il padre stesso aveva mandato a chiamarlo. Con quale animo?

Fu tentata di recarsi nella sua camera, attigua a quella del padre, se le riuscisse di cogliere qualche parola attraverso la parete, ma ricordò lo sguardo del padre, quella mattina, e se n’astenne; rimase tuttavia come tenuta tra due, nella sala d’ingresso.

– Suo papà, – le annunziò donna Sara Alàimo, sporgendo il capo dall’uscio della cucina.

Dianella le accennò di sì col capo.

– Con l’ingegnere, – aggiunse donna Sara, sottovoce.

Dianella le accennò di nuovo col capo che sapeva, e uscì sul pianerottolo della scala esterna. La vettura era lì ancora, in attesa, a piè della scala. Dunque il padre doveva ripartire subito? Forse era venuto per prendere qualche carta.

– Andrete a Porto Empedocle adesso? – domandò al cocchiere.

– Eccellenza, sì – rispose questi.

Ed ecco il padre e il Costa frettolosi. Flaminio Salvo non s’aspettava di trovar la figlia sul pianerottolo della scala, e, vedendola, si tirò un po’ indietro, senza fermarsi, le fece un sorriso e la salutò con la mano. Aurelio Costa, che gli veniva dietro, rimase un istante confuso, accennò di togliersi il berretto da viaggio ma il Salvo gli gridò:

– Andiamo, andiamo...

Dianella, pallida, col fiato rattenuto, li vide montare su la vettura, partire senza volgere il capo, e li seguí con gli occhi finché non scomparvero tra gli alberi del viale.

Com’era cangiato Aurelio! Sconvolto... Pareva malato, invecchiato, con la barba non rifatta... Dianella pensò al giudizio che ne aveva dato Nicoletta Capolino. Avrebbe voluto vederlo più altero di fronte al padre; avrebbe voluto che, non ostante il richiamo imperioso di questo, egli si fosse fermato lì sul pianerottolo, almeno per salutarla. Invece subito aveva obbedito... Forse il momento... Chi sa che era accaduto alle zolfare!

Flaminio Salvo ritornò tardi, la sera, d’umor gajo, come ogni qual volta prendeva una grave decisione.

A cena, si scusò con don Cosmo della sfuriata della mattina; disse che n’aveva fino alla gola, delle innumerevoli seccature che gli erano diluviate da quelle zolfare d’Aragona, e che aveva deciso di chiuderle.

– Così sciopereranno un po’ per piacer mio, i signori solfaraj, e avranno piú tempo d’assistere alle prediche dei loro sacerdoti umanitarii. Mangino prediche! Bello, il vangelo umanitario, don Cosmo, letto su una pagina sola! Se voltassero pagina. Ma se ne guardano bene! Hanno ragione; ma la loro ragione è qua!

E si toccò il ventre.

– Andate a far loro intendere che la politica doganale seguìta dal Governo italiano è stata tutta una cuccagna per l’industria e gl’industriali dell’alta Italia e una rovina spaventosa per il Mezzogiorno e per la nostra povera isola; che da anni e anni l’aumento delle tasse e di tutti i pesi è continuo e continuo il ribasso dei prodotti; che col prezzo a cui è disceso lo zolfo non solo è assolutamente impossibile trattarli meglio, ma è addirittura una follìa seguitar l’industria... Io non avevo chiuso le zolfare per loro, per dar loro almeno un tozzo di pane. Scioperano? Tante grazie! Vuol dire che possono fare a meno di lavorare. Tutti a spasso! Allegria!

– La vita! – sospirò don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in giù. – A pensarci bene... Lo zolfo, sicuro... le industrie.. questa tovaglia qua, damascata, questo bicchiere arrotato... il lume di bronzo... tutte queste minchionerie sulla tavola... e per la casa... e per le strade... piroscafi sul mare, ferrovie, palloni per aria... Siamo pazzi, parola d’onore!... Sì, servono, servono per riempire in qualche modo questa minchioneria massima che chiamiamo vita, per darle una certa apparenza, una certa consistenza... Mah! Vi giuro che non so, in certi momenti, se sono più pazzo io che non ci capisco nulla o quelli che credono sul serio di capirci qualche cosa e parlano e si muovono, come se avessero veramente un qualche scopo davanti a loro, il quale poi, raggiunto, non dovesse a loro stessi apparir vano. Io comincerei, signor mio, dal rompere questo bicchiere. Poi butterei giù la casa... Ricominciando daccapo, chi sa!... Voi dite che quei disgraziati la ragione l’hanno qua? Beati loro, signor mio! E guaj se si saziano... Dove l’avete più voi, la ragione? Dove l’ho piú io?

Poco dopo, Flaminio Salvo e Dianella erano affacciati alla finestra. La notte era scurissima. Le stelle profonde, che pungevano e allargavano il cielo, non arrivavano a far lume in terra. I grilli scampanellavano lontano ininterrottamente e, a quando a quando, dal fondo del vallone saliva il verso accorato d’un gufo, come un singulto. Il bujo, il silenzio intorno alla villa era qua e là a tratti punto e vibrante di rapidi stridi di nottole invisibili. Poi la luna emerse, paonazza, su dall’ampia chiostra di Monserrato in fondo, e s’avvertì un lievissimo brulichìo di foglie per tutta la campagna. Un cane, lontano, abbajò.

– Tu non hai niente, Dianella, proprio niente da dire a tuo padre? – domandò il Salvo senza guardarla, con tono mesto, come se con l’anima vagasse lontano assai da quella finestra.

– Io? – fece Dianella, incerta e quasi sbigottita. – Niente... Che potrei dirti?

– Niente, dunque, – riprese il padre. – Nessun piccolo, piccolo segreto... niente, eh? Sono contento. Perché tu, povera figliuola mia, purtroppo hai soltanto me, preso da tante brighe... E oggi... che giornataccia!... Sai che manca a molti? Il senso dell’opportunità. Non dico che avrei risposto di sí, se la domanda mi fosse stata rivolta in altro giorno, in altro modo; ma avrei risposto di no, almeno con piú garbo, ecco, dopo aver parlato con te.

Dianella temette, ascoltando queste parole calme e lente del padre, che questi potesse udire il violento martellare del cuore di lei, sospeso in un’aspettazione angosciosa, tra l’impetuoso ribollimento di tutto il sangue per le vene.

– Mi hanno chiesto... tu m’intendi, – seguitò il Salvo, voltandosi a spiarla negli occhi. – E io, certo che la mia buona figliuola, così savia, non poteva aver fissato neanche per un momento la propria attenzione su un giovane - oh, buono, sì; ma pure, per tante ragioni, non adatto né degno - preso in quel momento proprio inopportuno, ho rifiutato senz’altro. Vediamo un po’, non indovini?

– No... – rispose, più col fiato che con la voce, Dianella.

– Non indovini proprio? – insistette il padre, sorridendo come conscio della tortura che le infliggeva. – Su, pròvati...

– Non... non saprei... – balbettò lei.

– E allora bisognerà che te lo dica, – concluse il padre – perché tu sappia regolarti. Il De Vincentis...

– Ah! – esclamò Dianella, con uno scatto di riso irresistibile. – Quel povero Ninì?

– Quel povero Ninì, – ripeté il padre, scrollando il capo e sorridendo anche lui. – Dunque, te l’aspettavi?

– No, ti giuro, – s’affrettò a rispondergli Dianella, con vivacità. – M’ero accorta, sì...

– Ma t’aspettavi qualche altro? – tornò a domandare il padre, pronto, guardandola più acutamente.

Dianella allora s’impuntò e sostenne lo sguardo del padre con fredda fermezza.

– Ti ho detto di no.

Il sospetto che il padre con quel discorso avesse voluto tenderle un’insidia era divenuto certezza. Forse non era neanche vero che Ninì De Vincentis gli avesse fatto quella richiesta. E l’essersi il padre servito di lui, povero giovane troppo dabbene, quasi per metterlo in dileggio, le parve odioso, sapendo il De Vincentis anche peraltro vittima del padre.

Questi non disse più nulla; rimase ancora un pezzo alla finestra, a guardar fuori, poi se ne ritrasse con un sospiro e salutò la figlia per andare a dormire.

– Buona notte – gli rispose Dianella, freddamente.

Appena sola, si nascose il volto tra le mani e pianse. Le parve che il padre si fosse divertito a straziarle il cuore, come un gatto col topo. Oh Dio, perché, perché così cattivo anche con la propria figlia, quando gli sarebbe stato così facile esser buono con tutti? Se veramente voleva ch’ella gli dicesse il suo segreto, ricordandole che non aveva più da confidarsi con altri, se non con lui, perché, nello stesso momento che le poneva innanzi la sorte crudele che le aveva tolto il consiglio e l’amore della madre, le tendeva un’insidia? Dunque, no; era certo ormai: egli non voleva che lei amasse Aurelio. Aveva chiuso le zolfare; forse aveva posto a effetto la minaccia della mattina: «Caccio via tutti!». Anche Aurelio? Oh, Aurelio non aveva più bisogno di lui, adesso! Perduto quel posto, tanti altri, anche migliori, avrebbe potuto trovarne subito. E questo forse, ecco, faceva più dispetto al padre, aver dato a quel giovane il mezzo di non aver più bisogno di lui, e averglielo dato per un dovere che a lui lo legava. Voleva che tutti fossero docili strumenti nelle sue mani; e Aurelio invece avrebbe potuto levarglisi contro, dov’egli più temeva la ribellione: nel cuore di sua figlia. Sì, sì, perché sapeva bene che ella lo amava. Così lo avesse saputo Aurelio! Ma che sarebbe intanto avvenuto, se davvero il padre, chiuse le zolfare, lo aveva licenziato? Aurelio se ne sarebbe andato di nuovo lontano, sarebbe ritornato in Sardegna, senz’alcun sospetto dell’amore di lei, e forse, là...

Dianella tornò a nascondersi il volto tra le mani. Nel vuoto angoscioso, fissando l’udito, senza volerlo, nel fitto continuo scampanellìo dei grilli, le parve ch’esso nel silenzio diventasse di punto in punto più intenso e più sonoro; pensò ai tumulti d’Aragona e di Comitini; e quel fervido concento divenne allora per lei, a un tratto, il clamore lontano, indefinito d’un popolo in rivolta, di cui Aurelio, ribelle, andava a farsi duce e vendicatore. E lei? e lei?

Scoprì il volto: come un sogno le apparve allora la pace smemorata della campagna, lì presente, all’umido e blando albore lunare. E un fresco rivo inatteso di tenerezza le scaturì dal cuore; e altre lagrime le velarono gli occhi.

Ah, era pur bello lo spettacolo di quella profonda notte lunare su la campagna, con quegli alberi antichi, immobili nel loro triste sogno perenne, sorgente col fusto dal grembo della terra, con quei monti laggiú che chiudevano, cupi contro il cielo, il mistero degli evi più remoti, con quel tremulo limpido assiduo canto dei grilli che, sparsi tra le erbe dei piani, pareva persuadessero all’oblio d’ogni cosa.

Tra quei grilli e quegli alberi e quella luna e quei monti non era forse un concerto misterioso, a cui gli uomini restavano estranei? Tanta bellezza non era fatta per gli uomini, che chiudevano stanchi, a quell’ora, gli occhi al sonno; sarebbe durata tutta la notte non veduta più da nessuno, nella solitudine della campagna, quando anche lei avrebbe chiuso la finestra. Forse voleva questo la nottola invisibile che strideva svolando lì innanzi, offesa e attratta dal lume: voleva ch’ella non disturbasse più oltre con la sua veglia il notturno misterioso concerto della natura solitaria?

E Dianella chiuse la finestra: lasciò aperto appena appena uno scuro e, attraverso quello spiraglio, con le mani congiunte innanzi alla bocca, pregò silenziosamente per tutta quella bellezza rimasta fuori, animata a un tratto agli occhi di lei dallo spirito di Dio che gli uomini offendono con le loro torbide e tristi passioni. Volgendo un ultimo sguardo al viale innanzi alla villa, scorse un’ombra che vi passeggiava, un cranio lucido sotto la luna. Don Cosmo? Lui.

Ah, immerso là nello spirito di Dio, egli forse non lo sentiva! Andava a quell’ora su e giù per il viale, con le mani dietro la schiena, assorto tuttavia, certo, nelle sue buje e vane meditazioni.

VI

Né inviti agli elettori stampati a caratteri cubitali su carta d’ogni colore, né alcuna animazione insolita per le vie tortuose della vecchia città. Eppure il giorno fissato per le elezioni politiche era imminente. Ma il tedio da gran tempo aveva soffiato in bocca alla ciarlataneria, e questa aveva perduto la voce. La scala per dar l’assalto ai muri le si era imporrita e rotto il pentolino della colla. S’era camuffata decorosamente da prete la ciarlataneria a Girgenti, e raccolta, guardinga, a collo torto, andava per via, nascondendo tra le pieghe del tabarro il mazzocchio della grancassa cangiato in aspersorio. I cittadini, sotto a quel travestimento, la riconoscevano bene: la lasciavano andare e fare; la rispettavano anche; oh, perché non seccava nemmeno con troppe prediche; prestava denaro poi, sottomano - a usura, ma ne prestava -; pubblicamente, con molti carati del Salvo e con altri di socii minori, aveva aperto una banca popolare cattolica - all’interesse consentito da santa madre Chiesa. I pubblici ufficii, prefettura, intendenza delle finanze, scuole governative, tribunali, davano ancora un po’ di movimento, ma quasi meccanico, alla città: altrove ormai urgeva la vita. L’industria, il commercio, la vera attività insomma, s’era da un pezzo trasferita a Porto Empedocle giallo di zolfo, bianco di marna, polverulento e romoroso, in poco tempo divenuto uno de’ piú affollati e affaccendati emporii dell’isola. Ma anche là, la sovrabbondanza dello zolfo per le condizioni mal proprie con cui si svolgeva l’industria, l’ignoranza degli usi a cui quel minerale era destinato e dei profitti che se ne potevano ricavare, il difetto di grossi capitali, il bisogno o l’avidità di un pronto guadagno, eran cagione che quella ricchezza del suolo, che avrebbe dovuto esser ricchezza degli abitanti, se n’andasse giorno per giorno ingojata dalle stive dei vapori mercantili inglesi, americani, tedeschi e francesi, lasciando tutti coloro che vivevano di quell’industria e di quel commercio con le ossa rotte dalla fatica, la tasca vuota e gli animi inveleniti dalla guerra insidiosa e feroce, con cui si eran conteso il misero prezzo o lo scotto o il nolo della merce da loro stessi rinvilita. A Girgenti, solo i tribunali e i circoli d’Assise davano da fare veramente, aperti com’erano tutto l’anno. Su al Culmo delle Forche il carcere di San Vito rigurgitava sempre di detenuti, che talvolta dovevano aspettare tre o quattro anni per essere giudicati. E meno male che l’innocenza, nel maggior numero dei casi, di questo forzato indugio non aveva a patire. La città era piuttosto tranquilla; ma nelle campagne e nei paesi della provincia i reati di sangue, aperti o per mandato, per risse improvvise o per vendette meditate, e le grassazioni e l’abigeato e i sequestri di persona e i ricatti erano continui e innumerevoli, frutto della miseria, della selvaggia ignoranza, dell’asprezza delle fatiche che abbrutivano, delle vaste solitudini arse, brulle e mal guardate. In piazza Sant’Anna, ov’erano i tribunali, nel centro della città, s’affollavano i clienti di tutta la provincia, gente tozza e rude, cotta dal sole, gesticolante in mille guise vivacemente espressive: proprietarii di campagne e di zolfare in lite con gli affittuarii o coi magazzinieri di Porto Empedocle, e sensali e affaristi e avvocati e galoppini; s’affollavano storditi i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmuto o di Raffadali o di Montaperto, solfaraj e contadini, la maggior parte, dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi abiti di festa di panno turchino, con berrette di strana foggia: a cono, di velluto; a calza, di cotone; o padovane; con cerchietti o catenaccetti d’oro agli orecchi; venuti per testimoniare o per assistere i parenti carcerati. Parlavano tutti con cupi suoni gutturali o con aperte protratte interiezioni. Il lastricato della strada schizzava faville al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, erti, massicci e scivolosi. E avevan seco le loro donne, madri e mogli e figlie e sorelle, dagli occhi spauriti o lampeggianti d’un’ansietà torbida e schiva, vestite di baracane, avvolte nelle brevi mantelline di panno, bianche o nere, col fazzoletto dai vivaci colori in capo, annodato sotto il mento, alcune coi lobi degli orecchi strappati dal peso degli orecchini a cerchio, a pendagli, a lagrimoni; altre vestite di nero e con gli occhi e le guance bruciati dal pianto, parenti di qualche assassinato. Fra queste, quand’eran sole, s’aggirava occhiuta e obliqua qualche vecchia mezzana a tentar le più giovani e appariscenti che avvampavano per l’onta e che pur non di meno talvolta cedevano ed eran condotte, oppresse di angoscia e tremanti, a fare abbandono del proprio corpo, senz’alcun loro piacere, per non ritornare al paese a mani vuote, per comperare ai figliuoli lontani, orfani, un pajo di scarpette, una vesticciuola. («Occasioni! Una poverella bisognava che ne profittasse. Nessuno avrebbe saputo... Presto presto... Peccato, sì, ma Dio leggeva in cuore...»). I molti sfaccendati della città andavano intanto su e giù, sempre d’un passo, cascanti di noja, con l’automatismo dei dementi, su e giù per la strada maestra, l’unica piana del paese, dal bel nome greco, Via Atenèa, ma angusta come le altre e tortuosa. Via Atenèa, Rupe Atenèa, Empedocle... - nomi: luce di nomi che rendeva più triste la miseria e la bruttezza delle cose e dei luoghi. L’Akragas dei Greci, l’Agrigentum dei Romani, eran finiti nella Kerkent dei Musulmani, e il marchio degli Arabi era rimasto indelebile negli animi e nei costumi della gente. Accidia taciturna, diffidenza ombrosa e gelosia. Dal bosco della Civita, cuore della scomparsa città vetusta, saliva un tempo al colle, su cui siede misera la nuova, una lunga fila di altissimi e austeri cipressi, quasi a segnar la via della morte. Pochi ormai ne restavano; uno, il più alto e il più fosco si levava ancora sotto l’unico viale della città, detto della Passeggiata, la sola cosa bella che la città avesse, aperto com’era alla vista magnifica di tutta la piaggia, sotto, svariata di poggi, di valli, di piani, e del mare in fondo, nella sterminata curva dell’orizzonte. Quel cipresso, stagliandosi nero e maestoso dopo il fiammeggiare dei meravigliosi tramonti su la piaggia che s’ombrava tutta di notturno azzurro, pareva riassumesse in sé la tristezza infinita del silenzio che spirava dai luoghi, sonori un tempo di tanta vita. Era qua, ora, il regno della morte. Dominata, in vetta al colle, dall’antica cattedrale normanna, dedicata a San Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l’invito alla preghiera, diffondendo per tutto un’angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grige del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l’accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole.

Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l’aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro.

In quei giorni, più che delle imminenti elezioni politiche, gli sfaccendati parlavano del duello del candidato Ignazio Capolino con Guido Verònica.

Per l’intromissione violenta di Roberto Auriti, la questione cavalleresca s’era complicata. Guido Verònica aveva accettato subito la sfida del Capolino; aveva chiesto però qualche giorno di tempo per provvedersi di padrini. Ed era arrivato da Palermo il deputato Corrado Selmi, con un altro signore, che si diceva famoso spadaccino. Roberto Auriti, intanto, non potendo battersi col Prèola e non volendo che altri vendicasse della turpe offesa la memoria del padre, aveva preteso di battersi lui per primo col Capolino. I padrini di questo, il Verònica stesso, si erano opposti a tale pretesa. A nome del Capolino quelli avevano lealmente dichiarato di deplorar l’articolo del Prèola, pubblicato di furto nel giornale. Squalificato così dai suoi stessi partigiani il vero autore dell’offesa, peraltro riconosciuto indegno di scendere sul terreno e ormai cacciato via da Girgenti, l’Auriti non aveva più da domandare altra soddisfazione; e un solo duello doveva aver luogo, perché l’affare si terminasse lodevolmente: tra il Veronica e il Capolino, per l’aggressione da questo patita sulla pubblica via. Troppo giusto!

La vertenza tanto dibattuta aveva appassionato vivamente la cittadinanza, tra la quale d’improvviso s’erano scoperti tanti calorosi dilettanti di cavalleria; e la passione sopra tutto s’era accesa per l’intervento d’un uomo così noto come il Selmi e per le arie spagnolesche e provocanti dell’altro testimonio del Verònica, spadaccino.

Ma, dal canto suo, il campione paesano, Ignazio Capolino s’era affidato anche lui in buone mani: a un certo D’Ambrosio lontano parente della moglie, che sapeva tener bene la spada in pugno e non si sarebbe lasciato imporre né dal prestigio di Corrado Selmi né dalla spocchia di quell’altro messere. E lui solo, ohè! perché l’altro testimonio di Capolino faceva ridere: Ninì De Vincentis, figurarsi!

Povero Ninì, vi era stato tirato proprio pei capelli! Sciabole, sangue - lui che era una damigella, un San Luigi col giglio in mano. Sarebbe svenuto certamente, assistendo allo scontro! Che idea, quel Capolino, andare a scegliere proprio Ninì, come se non ci fossero stati altri piú adatti in paese! Ma forse lo aveva scelto il D’Ambrosio, apposta, per una bravata, per rispondere ironicamente alla chiamata dello spadaccino dalla parte avversaria.

Ninì ignorava ancora il rifiuto reciso opposto dal Salvo alla domanda di matrimonio che - costretto dal fratello Vincente - gli aveva fatto rivolgere da monsignor Montoro. Il Capolino lo aveva forzato ad accettar quell’ufficio per lui terribile di secondo testimonio al duello, dandogli a intendere che il Salvo lo avrebbe molto gradito. Perbacco, doveva sì o no sfatare una buona volta la fama di verginale timidezza che s’era fatta in paese? Uomo! uomo! bisognava che si dimostrasse uomo! Del resto, pancia e presenza: non si voleva altro da lui. Che pancia? Dove aveva la pancia Ninì? Fino e diritto come un bastoncino... Via, era un modo di dire, pancia e presenza.

Composto, elegantissimo come un vero zerbinotto di Parigi, avrebbe fatto una splendida figura.

Tutti e quattro i padrini s’erano recati nella mattinata alla villa del principe di Laurentano, a Colimbètra, dove il duello avrebbe avuto luogo, per i concerti opportuni e la scelta del terreno. Nessuno lì si sarebbe attentato a disturbare lo scontro. Il principe, la mattina seguente, si sarebbe recato a Valsanìa per la presentazione con la sposa, com’era già convenuto; subito dopo la partenza del principe, si sarebbe fatto il duello.

Gli sfaccendati peripatetici assistettero dal viale della Passeggiata al ritorno in carrozza dei quattro padrini da Colimbètra.

Ignazio Capolino, intanto, aspettava i suoi, passeggiando coi maggiorenti del partito su l’ampia terrazza marmorea, davanti al Circolo che, come tant’altre cose, aveva anch’esso nome da Empedocle.

Quel duello, proprio alla vigilia delle elezioni, gli aveva accresciuto importanza e simpatia. Mostrava di non curarsene affatto, e questa noncuranza per nulla ostentata destava ammirazione e compiacimento negli amici che gli passeggiavano accanto. Aveva già intrapreso il giro elettorale, e ora descriveva le festose accoglienze ricevute il giorno avanti nel vicino borgo di Favara. Avrebbe voluto recarsi quel giorno stesso nell’altro borgo di Siculiana, dove gli elettori lo attendevano impazienti; ma il D’Ambrosio, suo padrone, suo tiranno in quel momento, gliel’aveva assolutamente proibito, per paura che si strapazzasse troppo.

Gli dispiaceva per gli amici di Siculiana, ecco. Gli avevano preparato anch’essi una gran festa. La vittoria era sicura, non ostanti le minacce e le prepotenze del Governo e gli ordini del Prefetto e le persecuzioni della polizia. Roberto Auriti avrebbe avuto, sì e no, una maggioranza di pochi voti soltanto nel borgo di Comitini, dove Pompeo Agrò contava molti amici.

Capolino dava queste notizie con sincero rammarico per il suo avversario, e sinceramente questo rammarico era condiviso da quanti lo ascoltavano. Perché si sapeva che l’Auriti non aveva mai cavato alcun profitto dai principii liberali, per cui da giovine aveva combattuto, né dalla fedeltà che sempre aveva serbato ad essi; certamente non per cavarne profitto adesso era venuto a chiedere il suffragio dei suoi concittadini, bensì quasi per un dovere impostogli, o forse per l’ingenua illusione che potesse bastargli a chiederlo il rispetto che si doveva alla sua onestà. Nessuno gli negava questo rispetto, e tutti si sentivano anche disposti a rendergli qualche onore consentaneo ai suoi meriti. Quello della deputazione, no, via: non era, né poteva essere per lui; e la prova più evidente era appunto nell’ingenuità di quella sua illusione.

Venuti i padrini, Capolino s’appartò con essi in un angolo dell’ampio salone del Circolo.

Ninì De Vincentis pareva imbalordito, col viso chiazzato, come se gli avessero dato qua e là tanti pizzichi, e gli occhi lustri, assenti e scontrosi. Il D’Ambrosio, alto e biondo, miope, irrequieto, dalla faccia equina, le spalle in capo, il torace enorme e le gambe secche e lunghe, parlava arruffato, ruzzolando le parole. Era sguajatissimo, e tutti tolleravano le sue sguajataggini, non solo perché lo sapevano manesco, ma anche perché spesso faceva ridere. Le sue ingiurie si spuntavano e perdevano il fiele nelle risate da cui erano accolte, e così egli poteva ingiuriar tutti e scagliare in faccia le villanie più crude senza che nessuno se ne sentisse offeso o ferito.

– Fammi il santissimo piacere, – cominciò, – di dire a mia cugina Nicoletta che questa sera si stia quieta, perché tu devi combattere per i santi diavoli. Voglio dire per i santi ideali. Sei vecchio, Gnazio, lo vuoi capire? Stendi il braccio fammi vedere se ti trema.

Capolino, sorridendo, stese il braccio.

– Va bene, – riprese il D’Ambrosio. – Gli daremo le palle, caro mio. Sul serio! Prima, alla pistola. Scambio di tre palle, a venticinque passi. (Raccomandazione a Ninì di non turarsi gli orecchi, al botto). Poi, alla sciabola. Quanto alla sciabola, siamo a cavallo; ma per la pistola, Gnazio mio, sei vecchio, e ho paura che... Basta; vieni con me, a casa mia. C’è il cortile. Voglio vedere come tiri.

Capolino tentò d’opporsi; ma non ci fu verso: dovette andare, e anche Ninì, per esercitarsi gli orecchi al botto.

Presero per l’erta via di Lena, dove pareva fosse un tumulto attorno a qualcuno che cantava. Niente! Erano pescivendoli che, arrivati or ora dalla marina, scavalcati dalle mule cariche, gridavano tra la folla il pesce fresco, con lunga e gaja cantilena. I tre proseguirono per la salita sempre più erta di Bac Bac, finché non giunsero presso la porta piú alta della città, a settentrione, il cui nome, arabo anchesso, Bâb-er-rijah (Porta dei venti), era divenuto Biberia.

Il D’Ambrosio stava lassù, in una casa antica, col baglio (vasto cortile acciottolato) e un cisternone in mezzo, insieme con la madre vecchissima, per cui aveva una devozione più che religiosa. La povera vecchina era sorda, e viveva in continua ansia, in continui palpiti per quel suo figliuolo impetuoso. Sempre con la calza in collo, stava a guardare dai vetri d’una finestra. Vedeva il colle, su cui sta Girgenti, scoscendere in ripido pendìo su la Val Sollano, tutta intersecata di polverosi stradoni. Il panorama, di fronte, era profondo e montuoso. A destra, si levava fosco e imminente monte Caltafaraci; più là, in fondo, il San Benedetto; quindi s’allargava il piano di Consòlida, e a mano a mano, sempre più verso ponente, il pian di Clerici, di là dalla montagna di Carapezza e di Montaperto più qua. Giù, dirimpetto, la Serra Ferlucchia, gessosa, mostrava le bocche cavernose delle zolfare e i lividi tufi arsicci dei calcheroni spenti. In fondo in fondo, dai confini della provincia sorgeva maestoso e invaporato Monte Gemini, tra i più alti della Sicilia. La grigia, arida asperità ferrigna era solo interrotta qua e là da qualche cupo carubo.

Il D’Ambrosio fece aspettare i due amici nel cortile; andò su e ridiscese subito con una grossa rivoltella da cavalleggere e una scatola di cartucce; tracciò con un pezzo di carbone sul muro, presso la stalla vuota, quattro segnacci, un uomo, Guido Verònica; poi contò dal muro venticinque passi.

– Qua, Gnazio! Batto tre volte le mani; alla terza, fuoco! In guardia.

Capolino si prestava a quella prova come a uno scherzo, svogliato. Tuttavia, quando si vide innanzi, sul muro, quella quintana là, che ora smorfiosamente inerte pareva aspettasse i suoi colpi ma che domani gli si sarebbe fatta incontro staccandosi da quel muro, con gambe e braccia vive, presentandogli la bocca d’un’altra pistola, Capolino, col sorriso rassegato sulle labbra, aggrottò le ciglia e tirò con impegno.

Il D’Ambrosio si dichiarò molto soddisfatto della prova. Poi, per ridere, volle forzare Ninì a tirare anche lui al bersaglio. Ninì recalcitrò come un mulo. Ma il D’Ambrosio tanto disse, tanto fece, che lo costrinse a sparare; poi, subito dopo, scoppiò in una matta risata:

– Parola mia d’onore, ha chiuso gli occhi, tutti e due! Un bicchier d’acqua! un bicchier d’acqua!

E corse a sostenerlo, come se davvero Ninì stesse per svenire. Ma non insistette molto su quello scherzo. Prese a parlare con molto fervore di Corrado Selmi:

– Simpaticone! Pare un giovanotto, sai? ed è del 4 aprile, della campana della Gancia... Deve avere per lo meno cinquant’anni... Ne dimostra trentacinque, trentotto al più... Geniale, spregiudicato, alla mano. Dicono che ha più debiti che capelli. Me l’immagino! E... gallo, oh! Matto per le pollastrelle. Sua Eccellenza il ministro D’Atri pare ne debba sapere qualche cosa...

Presi gli accordi per la mattina seguente, Capolino andò via con Ninì De Vincentis.

– Mi raccomando per Nicoletta! Prudenza alla vigilia! – gli gridò dietro il D’Ambrosio dall’usciolo del cortile, facendosi portavoce delle mani; poi, come se avesse veduto un cane arrabbiato: – Scànsati, Gnazio! scànsati! Passa là! passa là!

Capolino e Ninì De Vincentis si voltarono a guardare, ridendo, e videro alle loro spalle Nocio Pigna, Propaganda, che scendeva per la stessa via col lungo braccio penzoloni e l’altro pontato a leva sul ginocchio. Propaganda si voltò anche lui, iroso, verso il D’Ambrosio, sbarrò gli occhi lustri da matto e levando il braccio, gli scagliò la parola, ch’era per lui il più grave marchio d’infamia:

– Ignorante!

E aveva più che mai il diritto, adesso, di bollar con questo marchio tutti i suoi nemici, borghesi e preti e titolati, Propaganda: il Fascio, a dispetto della Prefettura e del Municipio della Polizia e del Comando militare, era riuscito finalmente a metterlo su.

Sissignori, anche a Girgenti, nel paese dei corvi e delle campane a morto, un Fascio, con tutti i sagramenti.

Guardava lassù, gonfio d’orgoglio e con aria di protezione, quelle vecchie casupole del quartiere di San Michele, tane di miseria; quelle anguste viuzze storte, sudice, affossate, piene tutte di quel tanfo che suol lasciare la spazzatura marcita; gli occhi gli sfavillavano. Più che con gli uomini, se la intendeva per ora con le pietre corrose e annerite di quelle casupole, coi ciottoli mal connessi di quelle viuzze fetide e dirupate; parlava con esse in cuor suo; diceva loro: «Bai bai!». Sopra tutto per l’onore del paese, infatti, aveva lottato e lottava, perché non si dicesse che Girgenti sola, quando tutta l’isola era in fermento, restava muta e come morta. Presto in quelle case, presto per quelle vie una nuova vita avrebbe tripudiato.

Era un gran dire però, che gli dovesse costar tanta fatica il persuadere agli altri di fare il proprio bene; e che tutti lo dovessero costringere ad affannarsi, a incalorirsi in quell’opera di persuasione così, che quasi quasi si poteva sospettare ci avesse qualche tornaconto!

Chi glielo faceva fare? Oh bella! Era stato messo da parte, espulso dalla società, reso nella sua stessa casa superfluo. Con le buone e con le cattive gli avevano detto e dimostrato che se ne poteva pure andare; che non si aveva più alcun bisogno di lui. Dopo averlo spremuto come un limone, avergli disonorato una figlia, o, come lui diceva, «inzaccherata di fango la canizie», averlo calunniato e infamato, volevano buttarlo via? Ah, no! Queste cose al Pigna non si facevano. Non solo non era superfluo, ma anzi necessario, perdio, voleva essere: necessario, a dispetto di tutti! E presto se ne sarebbero accorti gli ignoranti che non volevano riconoscerlo. Se altri lavorava per il suo mantenimento, egli non ne profittava che per lavorare a sua volta per gli altri; con questo per giunta, che l’ajuto dato a lui era misero, in fondo, e per meschine, infime necessità, mentre l’ajuto ch’egli dava agli altri, l’opera ch’egli metteva, era grande e per necessità superiori. Facile, comoda, quest’opera? Ah, sì, tutta rose, difatti! Ma scalmanarsi da mane a sera, correr di qua e di là con quelle belle cianche che Dio gli aveva date, perderci la voce, sprecarci il fiato, ognuno poteva immaginare che bel piacere dovesse essere!

Come una rocca assediata, che di tutto ciò che aveva dentro si fosse fatto arma e puntello per resistere agli assalti di fuori, e dentro fosse rimasta vuota, Nocio Pigna aveva posto davanti e dietro e tutt’intorno a sé ragioni e sentimenti, tutte le sue disgrazie, com’armi di difesa contro a quelli che lavoravano accanitamente per levargli ogni credito. Più parlava e più le sue stesse parole accrescevano la sua persuasione e la sua passione. Ma a furia di ripetere sempre le medesime cose, col medesimo giro, queste alla fine gli s’erano fissate in una forma che aveva perduto ogni efficacia; gli s’erano, per dir così, impostate su le labbra, come bocche di fuoco che non mandavano più fuori se non botto, fumo e stoppaccio. Dentro, non aveva più nulla. Era un uomo che parlava, e nient’altro.

Il Fascio, intanto, lo aveva messo su. Che fosse proprio tutto di lavoratori, si poteva dubitare. Neanch’egli, Propaganda, forse arrebbe avuto il coraggio d’affermare che quegli stessi non lavoratori iscritti fossero molti per ora. Ma il forte era cominciare; e così, a poco a poco, si comincia. Certo, una bella retata, un’entratura solenne con qualche migliajo di socii raccolti in un sol giorno sarebbe stata possibile a Porto Empedocle soltanto, tra gli uomini di mare, i carrettieri, i mozzi delle spigonare, i giovani di magazzino, i pesatori e gli scaricatori. Ma a Porto Empedocle... Piano, per amor di Dio! non poteva più sentirlo nominare, Nocio Pigna: la memoria della baja che gli avevano data laggiù era come una piaga sempre aperta nel cuore di lui e, a toccargliela appena appena, non avrebbe finito più di strillare. Figli di cane, ributto d’ogni civiltà! avere il mare, signori miei, lì sempre davanti agli occhi; che si scherza? il mare, l’immensità! aver posto le proprie case su la spiaggia in attesa delle navi di lontani paesi, cioè la propria vita alla mercé delle genti; e, sissignori, nessuno spirito di fratellanza umana! di tutto quel mare non sapevano veder altro che la spiaggia, anzi le immondizie soltanto della spiaggia, le loro fecce scorrenti lungo le fogne scoperte. Quel mare, ah quel mare avrebbe dovuto gonfiarsi d’ira, di sdegno, alzare un’ondata e sommergerlo, ingojarselo, quel paese di carognoni!

Qua, a Girgenti, bisognava lavorare come le formiche, pazienza! Aveva cominciato a trattare con qualche presidente delle maestranze locali: ma quelle due mani afferrate, simbolo delle società di mutuo soccorso, mani tagliate, senza sangue, cioè senza colore politico, o mani col santo rosario e la rametta d’olivo di qualche circolo cattolico, stentavano a staccarsi, stentavano a tendersi fraternamente ai lavoratori d’altre arti e d’altri mestieri, come avevano fatto a Catania, a Palermo, per comporre un più ampio circolo, l’unione di tutte le forze proletarie, il Fascio dei Fasci, insomma. Luca Lizio aveva già scritto a Roma a don Lando Laurentano (ch’era dei loro, vivaddio, principe e socialista!), perché désse lui la spinta a tutti i perplessi e i titubanti: una sola parola di lui, un cenno sarebbe bastato. Si aspettava di giorno in giorno la risposta, la quale forse tardava per il dispiacere che quel buffo matrimonio del padre doveva cagionare al giovine principe. Intanto lui, Nocio Pigna, non perdeva tempo e non s’avviliva tra gli ostacoli. Comprendeva che sarebbe stata ingenuità far troppo assegnamento su quelle maestranze: in un paese morto come Girgenti, privo d’ogni industria, ove da anni non si fabbricavan più case e tutto deperiva in lento silenzioso abbandono; ove non solo non si cercavano mai svaghi costosi, ma ciascuno si sforzava di restringere i più modesti bisogni; muratori e fabbri-ferraj, sarti e calzolaj dipendevano troppo dai pochi così detti signori; e il segreto malcontento non avrebbe trovato certo in loro il coraggio d’affermarsi apertamente, all’occasione. Domani avrebbero votato tutti per quel farabutto di Capolino, a un cenno di don Flaminio Salvo. Ma pure, entrando, iscrivendosi al Partito, gli operaj potevano servire d’esempio ai contadini; tirarseli dietro, ecco. Come le pecore - questi - poveretti! Pecore però, che sapevan la crudeltà delle mani rapaci che le tosavano e le mungevano; pecore che, se riuscivano ad acquistar coscienza dei loro diritti, a compenetrarsi minimamente di quella famosa «virtú della loro forza», sarebbero diventate lupi in un punto. Parte di essi, intanto, dimorava sparsa nelle campagne e non saliva alla città, alta sul colle, se non le domeniche e le feste. Quelli tra loro che si chiamavano garzoni, i meno imbecilliti dalla miseria, perché riscotevano tutto l’anno un meschino salario, temevan troppo i castaldi, o curàtoli, o soprastanti, feroci aguzzini a servizio dei padroni. Restavano i braccianti a giornata, quelli che, dopo sedici ore di fatica (quando avevan la fortuna di trovar lavoro), si riducevano la sera in città con la zappa in collo, la schiena rotta e quindici soldi in tasca, sì e no. A questi mirava Nocio Pigna; erano i più; ma creta, creta, creta, su cui Dio non aveva soffiato, o la miseria aveva da tempo spento quel soffio; creta indurita, che destava pena e stupore se, guardando, moveva gli occhi e, parlando, le labbra.

Aveva preso in affitto il vasto magazzino d’un pastificio abbandonato al Piano di Gamez, accanto alla sua casa: capace di cinquecento e più socii. Umido e bujo, di giorno, senza l’ajuto di due o tre candele non ci si vedeva; ma con quelle candele accese e certi vecchi paramenti sacri di finto damasco appesi alle pareti, aveva l’aria d’un funerale. Quei paramenti avevano ornato, un tempo, nelle feste solenni, la chiesa di San Pietro di cui Nocio Pigna era stato sagrestano; li aveva avuti in dono dal padre beneficiale d’allora, quando s’erano fatti i nuovi; e li aveva conservati con la canfora e col pepe in una vecchia cassapanca, tesoro ormai screditato. Ora, con le dieci tabelle sopra, cinque di qua e cinque di là, coi motti sacramentali del Partito, Luca Lizio poteva pur dire di no, ma agli occhi di Pigna facevano una magnifica figura. Del resto, per attirare i contadini, non vedeva male che il Fascio avesse quell’aria di chiesa; e su la tavola della presidenza aveva posto anche un Crocefisso. Dietro la tavola troneggiava lo stendardo rosso ricamato da sua figlia Rita, la compagna di Luca. E Luca stava lì, dalla mattina alla sera, a studiare Marx (Marchis, diceva il Pigna), a prendere appunti, a corrispondere coi presidenti degli altri Fasci della provincia e con quelli di tutta l’isola e con Milano e con Roma. Qualcuno, passando davanti al portone del Fascio, talvolta lo poteva vedere magari intento a cavarsi qualche caccoletta dal naso; quand’uno è assorto e perduto nei suoi pensieri, un dito nel naso è niente, le maleducazioni a cui, senza saperlo, può lasciarsi andare, sono senza fine e imprevedibili; in quei momenti Luca non avvertiva neppur le strombettate dei cinque fratelli addetti alla fanfara; i quali, per dire la verità, erano un’ira di Dio. Ma non conveniva raffreddare l’entusiasmo giovanile. Cinque tra gli studenti dell’Istituto Tecnico accorsi tra i primi a iscriversi al Partito: Rocco Ventura, che aveva preso quell’anno il diploma di ragioniere, Mondino Miccichè, Bernardo Raddusa, Totò Licasi ed Emanuele Garofalo ajutavano Luca nella corrispondenza. Avevan trovato un galoppino che s’era assunto l’ufficio della polizia segreta, un certo Pìspisa, che bazzicava tutto il giorno con quelli della questura. I quaranta socii, che presto sarebbero diventati quattrocento, quattromila, avevano già eletto i loro decurioni, ciascuno con la sua brava fascia rossa a tracolla. In previsione di qualche arresto del presidente, cioè di Luca Lizio, era stato eletto dal Consiglio presidente segreto Rocco Ventura. Perché già, tanto lui Pigna, quanto il Lizio erano stati chiamati insieme ad audiendum verbum dal cavalier Franco, commissario di polizia. Uh, garbatissimo, biondo e sorridente, strizzando i begli occhi languidi o carezzandosi con le bianche mani di dama l’aurea barbetta spartita sul mento, il cavalier Franco aveva tenuto loro un discorsetto che Pigna non si stancava di ripetere a tutti, imitando i gesti e la voce. Il rosso, il rosso del gonfalone e delle fasce aveva urtato sopra tutto il signor commissario. Eh già come i tori, la sbirraglia davanti al rosso perdeva il lume degli occhi. Ma non s’era mica infuriato il cavalier Franco: tutt’altro; aveva voluto sapere perché rosso, ecco, quando c’erano tant’altri bei colori. E un’altra cosa aveva voluto sapere: perché proprio loro due, Lizio e Pigna, s’erano messi a quell’impresa. Che speravano? che se n’aspettavano? Un seggio al Consiglio comunale, o anche più su, al Parlamento? Niente di tutto questo? E allora perché? Per disinteressata carità di prossimo? Oh guarda! Ma erano poi certi di rendere al popolo un servizio rialzandolo dalle condizioni in cui si trovava? Chi sta al bujo non spende per il lume; e il lume costa, e fa veder certe cose che prima non si vedevano; e più se ne vedono e più se ne vogliono. Ora, in che consiste la vera ricchezza, la vera felicità? Nell’aver pochi bisogni. E dunque... e dunque... - Insomma, uno squarcio di filosofia e questa conclusione:

– Cari signori, io non vi faccio arrestare, neanche se voi voleste. Voi dite che l’urto avverrà per forza, se non migliora la sorte dei vostri protetti? Bene. Io vi prego di ricordarvi della brocca che tanto andò al pozzo... E non aggiungo altro!

Era rimasto un po’ tra indispettito e sconcertato il cavalier Franco dal silenzio di Luca; parlando, s’era rivolto sempre a lui, e a stento aveva nascosto la stizza nel sentirsi invece rispondere dal Pigna. Ma avrebbe potuto dirgli, questi, la ragione di quel silenzio? Povero Luca, che supplizio! Sarebbe stato meno da compiangere, se cieco. Oratore nato, nato per arringar le folle, vero tipo dell’uomo pubblico, tutto per gli altri, niente per sé - bollato nella lingua dal destino buffone! Scriveva, si sfogava a scrivere, e schizzava fuoco dalla penna, schegge d’inferno; poi s’arrabbiava, poveretto, si mangiava le mani, mugolava, quando sentiva leggere la roba sua senza il giusto tono, il giusto rilievo, la fiamma che ci aveva messo lui dentro, nello scriverla. Nessuno lo contentava, neanche Celsina, quella tra le figliuole del Pigna, che sola s’era tutta accesa delle nuove idee. Anche Rita, sì, un poco, prima che le nascesse il bambino... Ma che cos’era Rita a confronto di Celsina? Altra spina, questa, che faceva sanguinare il cuore di Nocio Pigna: non poter mandare all’Università questa figliuola, che aveva preso la licenza d’onore all’Istituto Tecnico, sbalordendo tutti, preside, professori e condiscepoli. A tanti scemi, figli di ricchi signori, la via aperta e piana; a Celsina, troncata ogni via; condannata Celsina a funghir lì in quel paese marcio, d’ignoranti. Ecco la giustizia sociale! Intanto, quella sera, vigilia delle elezioni, Celsina avrebbe fatto la sua prima comparsa in pubblico: avrebbe tenuto una conferenza nella sede del Fascio. Era in giro dalla mattina, Nocio Pigna, per questo solenne avvenimento.

Mancavano le seggiole.

Se ogni socio si fosse portata la sua con sé, e l’avesse poi lasciata lì... Per ora, egli non pretendeva neppure che pagassero con la dovuta puntualità la misera quota settimanale. Ma avessero almeno regalato una seggiola, santo Dio, da servire per loro stessi! Niente. Sì e no, aveva potuto metterne insieme una ventina. Pensava a tutte le seggiole delle chiese, a quelle ch’erano sotto la sua custodia, un tempo, a San Pietro; pensava alle carrettate che ogni domenica sera se ne trasportavano all’emiciclo in fondo al viale della Passeggiata, ove sonava la banda militare. Seggiole d’avanzo, là per le bigotte, qua per le civette! e nel Fascio, niente! Colpa dei socii, però, alla fin fine; e dunque, peggio per loro! Sarebbero rimasti in piedi.

Stava per rincasare, quando da un vicoletto che sboccava nella piazza sentì chiamarsi piano da qualcuno in agguato lì ad aspettarlo, incappucciato.

Ps, ps...

Un contadino! Il cuore gli diede un balzo in petto. Gli s’accostò premuroso.

 Serv’a Voscenza. Posso dirle una parolina?

– Come dici? – gli domandò Nocio Pigna, facendoglisi più presso, costernato dall’aria di sospetto e di mistero con cui quell’uomo gli stava davanti, parlando dentro il cappuccio che gli lasciava scoperti appena gli occhi soltanto. – Vuoi parlare con me?

– Sissignore, – rispose quegli più col cenno che con la voce.

– Eccomi, figlio mio, – s’affrettò a dir Pigna. – Vieni qua... entriamo qua...

E gl’indicò il portone del Fascio. Ma quegli negò col capo e subito si trasse più indietro nel vicoletto. Pigna lo seguì.

– Non aver paura. Non c’è nessuno. Che vuoi dirmi?

L’uomo incappucciato esitò ancora un po’, prima di rispondere; volse intorno gli occhi sospettosi, poi mormorò, sempre dentro il cappuccio:

– M’hanno parlato a quattr’occhi... Persona fidata... Dice che...

E s’interruppe di nuovo.

– Parla, parla, figlio mio, – lo esortò il Pigna. – Siamo qua soli... Che t’hanno detto?

Gli occhi sospettosi sotto il cappuccio espressero lo sforzo penoso che colui faceva su se stesso per vincere il ritegno di parlare. Alla fine, stringendosi più al muro e stendendo appena fuor del cappotto una mano sul braccio del Pigna, domandò a bassissima voce:

– È qua che si spartiscono le terre?

Nocio Pigna, mezzo imbalordito per tutto quel mistero, restò a guardarlo un pezzo di traverso, a bocca aperta.

– Le terre? – disse. – Le terre, no, figlio mio.

Quegli allora alzò il mento e chiuse gli occhi, per un cenno d’intesa. Sospirò:

– Ho capito. Mi pareva assai! Mi hanno burlato.

E si mosse per andar via. Nocio Pigna lo trattenne.

– Perché burlato? No, figlio mio... Senti...

– Mi scusi Voscenza, – disse quegli, fermandosi per farsi dar passo. – È inutile. Ho capito. Mi lasci andare...

– E aspetta, caro mio, se non mi dài il tempo di spiegarmi... – s’affrettò a soggiungere il Pigna. – Le terre, sissignore, verranno anche quelle... Basta volere! Se noi vogliamo... Sta tutto qui!

Quegli seguitò a scuotere il capo con amara e cupa incredulità; poi disse:

– Ma che dobbiamo volere, noi poveretti? che possiamo volere?

Pigna si scrollò, urtato:

– E allora, scusa, tie’, ti do le terre, è vero? Prima di tutto dev’esserci la volontà, in te e in tutti, senza paura, capisci? Non c’è bisogno di guerra, mettiti bene in mente questo! Noi vogliamo anzi cantare inni di pace, caro mio. Il Fascio è come una chiesa! E chi entra nel Fascio...

Voscenza mi lasci andare...

– Aspetta, ti voglio dir questo soltanto: chi entra nel Fascio, entra a far parte d’una corporazione che abbraccia, puoi calcolare, i quattro quinti dell’umanità, capisci? i quattro quinti non ti dico altro.

E agitò innanzi a quegli occhi le quattro dita d’una mano: poi riprese:

– Unione, corpo di Dio, e siamo tutto, possiamo tutto! La legge la detteremo noi: debbono per forza venire a patti con noi. Chi lavora? chi zappa? chi semina? chi miete? O date tanto, o niente! Questo per il momento. Il nostro programma... Vieni, ti spiego tutto…

Voscenza mi lasci andare... Non è per me...

– Come non è per te, pezzo d’asino? se si tratta proprio di te, della tua vita, del tuo diritto? Pensaci, figlio! Guarda: il Fascio è qua. Mi trovi sempre.

– Sissignore, bacio le mani... Per carità, come se non le avessi detto niente...

E, voltate le spalle, se n’andò randa randa, guardingo. Nocio Pigna lo seguì per un pezzo con gli occhi, scrollando il capo.

Trambusto, a casa, più del solito. Si progrediva notevolmente, di giorno in giorno, verso la rivoluzione sociale. C’erano - e s’indovinava subito fin dalla strada - i cinque studenti, già condiscepoli di Celsina. C’era anche, ma ingrugnato e tutto aggruppato in un angolo, Antonio Del Re, il nipote di donna Caterina Laurentano e di Roberto Auriti. Parlavano tutti insieme a voce alta. Il gigante, cioè Emanuele Garofalo, e quel piccolo Miccichè che friggeva in ogni membro e scattava e schizzava come un saltamartino, e il recalmutese atticciato e violento Bernardo Raddusa gridavano, non si capiva bene che cosa, attorno a sua figlia Mita, la maggiore delle sei rimaste in casa, quella che lavorava tutto il giorno e talvolta anche la notte insieme con Annicchia, ch’era la terza. Attorno a questa strillavano le sorelle Tina e Lilla con Totò Licasi e Rocco Ventura; Rita cercava di quietare il bimbo che piangeva, spaventato, Celsina, accesa di stizza, litigava con Antonio Del Re; e, come se tutto quel badanai fosse poco, ’Nzulu, il vecchio barbone nero baffuto e mezzo cieco, acculato su una seggiola, levando alto il muso, si esercitava in lunghi e modulati guaiti di protesta.

Luca Lizio, appartato, si teneva il capo con tutt’e due le mani, quasi per paura che quegli strilli glielo portassero via.

– Signori miei, che cos’è? dove siamo? – gridò Nocio Pigna, entrando.

Tutti si voltarono, gli corsero incontro e, accalorati, presero a rispondergli a coro. Nocio Pigna si turò gli orecchi.

– Piano! Mi stordite! Parli uno!

– Mita e Annicchia, al solito! – strillò Tina.

– Smorfie! – aggiunse Lilla.

Ed Emanuele Garofalo, il gigante, scotendo le braccia levate, con voce da cannone:

– Tutti giù! tutti giù!

– S’imponga l’autorità paterna! – saltò a dire Mondino Miccichè, facendo il mulinello in aria col bastoncino.

– Non capisco nulla! zitti! – urlò Nocio Pigna.

Tacquero tutti; ma subito, nel silenzio sopravvenuto, sonò un: «Mammalucco!» rivolto da Celsina ad Antonio Del Re con tale espressione di rabbia concentrata, che le risa si levarono fragorose.

Celsina si fece avanti, snella su i fianchi procaci, col seno colmo in sussulto, il bruno volto in fiamme e gli occhi sfavillanti. In mezzo a tutte quelle risa, l’espressione di fierissima stizza accennò in un baleno di scomporsi, le labbra di fuoco le si atteggiarono per un momento a un riso involontario, ma subito si riprese e gridò imperiosamente e con sprezzo:

– Andiamo! andiamo! andiamo! Chi vuol sentire, senta! Chi non vuol sentire... me n’importa un corno!

– Insomma, – gemette Nocio Pigna, raggruppando le dita delle due mani e giungendole per le punte, – posso sapere che diavolo è avvenuto? – E subito aggiunse, sbarrando gli occhi: – Ma parli uno!

Parlò Rocco Ventura, piccolo e tondo, col naso a pallottola in su e due baffetti spelati che gli cominciavano agli angoli della bocca e subito finivano lì, come due virgolette:

– Niente, – disse, – proponevamo semplicemente di scendere tutti giù, nella stanza a pianterreno, per assistere alla prova generale della conferenza di Celsina, ecco.

– E Mita e Annicchia, al solito... – aggiunse Tina, tutta scarmigliata.

– Smorfie! – ripeté Lilla.

– Non vogliono scendere? e lasciatele stare! – disse Celsina, dalla soglia. – Loro sono le formiche, si sa, io la cicala. Andiamo, andiamo giù, e basta!

Pigna guardò le due figlie Mita e Annicchia rimaste sedute, tutt’e due vestite di nero, pallide in volto e con gli occhi dolenti; poi guardò Antonio Del Re, rimasto anch’egli seduto, torbido in faccia, con un gomito appoggiato sul ginocchio e le unghie tra i denti.

– Andate, andate, – disse a quelli che già si disponevano a scendere dietro Celsina nella stanza terrena. – Ora vengo... Debbo dire una parola a don Nino Del Re.

– Nient’affatto! – gridò Celsina, risalendo gli scalini della scaletta di legno e ripresentandosi tutta vibrante su la soglia. – Te lo proibisco, papà! A Nino ho parlato io, e basta! Vieni giù!

– Va bene, va bene, – disse il Pigna.– Che furia! Debbo tenergli un altro discorsetto io... Piano piano...

Antonio Del Re si sgruppò, scattò in piedi per un improvviso ribollimento di sdegno; ma, subito pentito della risoluzione d’andarsene, restò lì, cercando soltanto con gli occhi, in giro per la stanza, il cappello.

– Uh, santo Dio, come fate presto a pigliar ombra anche voi! Non vi precipitate! – esclamò Nocio Pigna.

– Ma no! ma lascialo andare, se vuole andarsene! – soggiunse aizzosa Celsina. – Mi fa un gran piacere, se va via; già gliel’ho detto! Anzi, aspetta...

Corse nel camerino accanto, in cui dormiva; trasse da un cassetto del canterano una vecchia bambola, la sua ultima bambola di tant’anni fa, ritrovata per caso alcuni giorni addietro e a cui quel bestione di Emanuele Garofalo, senz’intendere la pena che le avrebbe cagionato, aveva fatto di nascosto con la penna un pajo di baffoni da brigadiere; e venne a posarla sul petto d’Antonio Del Re; gli tirò su un braccio, perché se la tenesse lì stretta, dicendo:

– Tieni; questa è per te! questa tu puoi amare! – E di corsa scomparve per la scaletta.

Antonio Del Re buttò la bambola nel grosso canestro da lavoro, che stava tra Mita e Annicchia. Nocio Pigna rimase un po’ a guardarla, accigliato; si curvò a osservarla davvicino; domandò:

– Che sono, baffi?

Per tutta risposta, Nino riprese la bambola e se la ficcò in tasca a capo all’ingiú. Le due gambette, una calzata e l’altra no, rimasero fuori.

– E cosí il sangue le andrà alla testa! – disse allora Nocio Pigna. – Calma, calma, don Ninì! Ragioniamo. Veramente sarebbe meglio che voi ve n’andaste. La vostra condizione, in questo momento, con vostro zio a Girgenti, in ballo... Noi qua dobbiamo lavorare. Si comincia adesso; poco possiamo fare, ma una voce almeno dobbiamo levarla, di protesta. Ora, io entro nel vostro cuore di nipote, e comprendo. Siete ancora ragazzo, figlio di famiglia: so come la pensate; certe cose non vi possono far piacere. Dovreste però entrare anche voi un poco nel mio cuore di padre, comprendere la mia responsabilità, mi spiego? e anche... Don Ninì, sono un uomo esposto, voi lo sapete; un pover’uomo lapidato di calunnie da tutte le parti: me ne rido; ma quanto a voi e al vostri parenti, anche per riguardo a... - come sarebbe di voi don Landino Laurentano? zio? cugino? zio, è vero? già... cugino carnale di vostra madre - anche per un riguardo a lui, dicevo, non vorrei che si sospettasse... Parlo bene, Mitina?

Mita alzò gli occhi appena appena dal lavoro e li riabbassò subito, seguitando a cucire. Antonio Del Re era andato presso la vetrata del balconcino e guardava fuori, nel Piano di Gamez deserto, seguitando a rodersi le unghie.

– Sentite, – riprese il Pigna. – È la verità sacrosanta: non ha fatto tanto male a sé, a tutta la sua famiglia e a voi, vostra nonna...

A questo punto il Del Re si voltò di scatto, gli venne incontro, scotendo le pugna, e gridò:

– Basta! basta! basta!

Nocio Pigna lo guardò un pezzo, sbalordito, poi disse:

– Ma sapete che mi sembrate pazzi tutti quanti, oggi, qua? Sto dicendo che il più gran male lo fece al paese, lasciando tutto il ben di Dio che le spettava nelle mani di quel fratello che... Ma poi, ohè don Ninì, lasciamo svaporar le smanie e parliamoci chiaro! Di che colore siete? Così non facciamo niente! Io non vi sforzo. Ma è tempo di risolvervi, caro mio: o qua con noi, dico col Partito, a viso scoperto; o ve ne state coi vostri. Se non sapete neanche voi stesso...

– Ma giusto lei? giusto lei? – proruppe Antonio Del Re, quasi piangendo dalla rabbia, facendoglisi di nuovo incontro, con le dita artigliate (alludeva a Celsina). – Perché lei? Non c’eravate voi? non c’erano quegli stupidi là, Raddusa o Garofalo?

– Che, lei? – fece il Pigna, stordito.

– La conferenza, – spiegò, a bassa voce, Annicchia.

– Ah, la conferenza? E che fa?... Ah, già... Ma scusate tanto, don Nino mio! A voi non brucia! Voi ora ve n’andate a Roma con vostro zio, a seguitare gli studii, nella bella città; andate a sedere a tavola a pappa scodellata; tasse, libri, tutto pagato... Ma pensate, Cristo di Dio, che anche mia figlia qua... Ve l’immaginate come le deve ribollire il sangue, povera figlia mia, pensando che ha fatto tanto, stentato tanto, per niente? che deve finire così tutto il suo amore per lo studio, tutta la sua smania di riuscire? Lasciatela sfogare! Dovrebbe dar fuoco a tutto il paese! Vorreste metterle la museruola, per giunta? E con quale diritto, scusate? Che potete far voi per lei? Se non me ne vado, schiatto...

Scappò via, anche lui, infuriato, per la scaletta di legno.

Antonio Del Re era ritornato presso la vetrata a guardar fuori.

Mita e Annicchia seguitarono a lavorare in silenzio, a testa bassa. In quel silenzio tutti e tre avvertirono l’affanno del proprio respiro, che palesava a loro stessi l’interno cordoglio esasperato dal pensiero di non poter opporsi a quello stato di cose contrario alla loro natura, ai loro affetti, alle loro aspirazioni.

Il più combattuto era Antonio Del Re. Tutta la cupa amarezza della nonna gli s’era trasfusa, sin dall’infanzia, nel sangue, e glielo aveva avvelenato; la tenerezza quasi morbosa, piena di palpiti e di sgomento, della madre gli dava pena e fastidio, un’angustia che lo avviliva; la remissione dello zio, sopraffatto dalle tristi vicende, rimasto indietro, pur avendo corso da giovinetto con tanta fiamma e tanto ardire, e che tuttavia non voleva parer vinto e sorrideva per mostrar fiducia ancora in un ideale che tanti torti, tanti errori, avevano offeso e offuscato, gli cagionava dispetto. Sentiva, sapeva che quel sorriso avrebbe voluto nascondere un marcio insanabile, per una pietà mal intesa. Ma perché, invece di nasconderlo, non lo scopriva zio Roberto quel marcio, come la nonna, come qua in casa del Pigna, i suoi compagni, tutti giovani? In un modo, però, questi lo scoprivano, che gli faceva nausea e stizza. Quelli che avevano operato, combattuto e sofferto, quelli sì avrebbero dovuto gridar forte contro tante colpe e tante miserie e domandar giustizia e vendetta in nome dell’opera loro e del loro sangue e delle loro sofferenze; non questi che nulla avevano fatto, che nulla dimostravano di saper fare, altro che chiacchiere per passatempo, e metter tutti in un fascio gli onesti e i disonesti, suo zio coi mestatori e gl’intriganti, coi tanti patrioti per burla o per tornaconto!

Non questa ingiustizia soltanto, però, rendeva avverso Antonio Del Re ai suoi compagni. Educato alla scuola di un dolor cupo e fiero che sdegnava di sfogarsi a parole, d’una rinunzia ancor piú fiera che sdegnava ogni bassa invidia, se egli si fosse gettato nella lotta, spezzando ogni legame ideale coi suoi, non avrebbe né proferito una parola né cercato compagni: a testa bassa, coi denti serrati e la mano armata, subito all’atto si sarebbe avventato. Quelli invece eran lì per ciarlare, lì per spassarsi con le figlie del Pigna.

Non avrebbe voluto riconoscere Antonio Del Re che la sua avversione e il suo sdegno erano in gran parte gelosia feroce.

Con lo stesso ardor chiuso con cui si sarebbe lanciato a un’azione violenta, s’era innamorato perdutamente di Celsina fin dal primo giorno che questa, ragazzetta allora con la vestina fino al ginocchio, s’era presentata alle scuole tecniche maschili. E Celsina, pure corteggiata da tutti i compagni, aveva risposto all’amore di lui, prima in segreto, poi lasciandolo intravedere agli altri, dichiarandosi infine apertamente e sfidando la baja dei disillusi. Non s’era chiusa però nel suo amore, non s’era accostata e stretta a lui com’egli avrebbe voluto: era rimasta lì, in mezzo a tutti, col cuore aperto, la mente qua e là, prodiga di parole, di sguardi e di sorrisi, inebriata dei suoi trionfi, della sua gloriola di ribelle a tutti i pregiudizii, conscia del suo valore e smaniosa di farsi notare, ammirare, applaudire.

Più ella gli appariva così, e più Antonio riconosceva che non avrebbe dovuto amarla, non solo perché così non era secondo il sentimento suo, ma anche perché, pensando alla madre e alla nonna, comprendeva che l’una ne avrebbe avuto orrore e l’altra l’avrebbe stimata una fraschetta sciocca. Eppure, no: non era né cattiva né sciocca Celsina, egli lo sapeva bene; e anzi, se avesse dovuto ascoltar la voce più intima e profonda della sua coscienza, voce soffocata dal rispetto, dalla suggezione, dall’amore, anziché la ribellione aperta di Celsina avrebbe condannato la fierezza troppo chiusa della nonna, la rassegnazione troppo ligia della madre.

– Don Ninì, – chiamò con dolce voce Mita. – Volete venire un po’ qua?

Antonio si scosse, le s’accostò, ma nel vederle sollevare il capo di biancheria ch’ella stava a cucire come per prendergli una misura, si trasse subito indietro, urtato, scrollandosi tutto.

– No!... no, adesso...

– Caro don Ninì, – sospirò Mita. – Pazienza ci vuole! Bisogna far presto... Voi partite... Beato voi!

Mita stava ad allestirgli, insieme con la sorella, la biancheria che doveva portarsi a Roma.

Tutte le migliori famiglie della città, e anche la nonna e la madre d’Antonio, davan lavoro a quelle due povere sorelle che si recavano spesso anche a giornata qua e là. La considerazione era per esse soltanto, anzi la pietà; ed esse lo comprendevano bene, e di giorno in giorno si facevano più umili per meritarsela meglio, per dimostrar la loro gratitudine e non essere abbandonate. Capivano che a troppe cose si doveva passar sopra per ajutarle, a troppe cose che il padre e le sorelle, anziché attenuare, facevan di tutto perché avventassero di piú, come se apposta volessero concitarsi contro tutto il paese e stancare la pazienza e la carità del prossimo. Ma il danno poi non sarebbe stato anche loro? Che doveva dir la gente? Noi, estranei, dobbiamo aver considerazione per voi, dobbiamo ajutarvi, mentre il vostro sangue stesso, quelli che voi mantenete con l’ajuto nostro, debbono farci la guerra? Disordini, scandali, inimicizie!

Per scusare in certo qual modo il padre, Mita e Annicchia si forzavano a credere che veramente il cervello gli avesse dato di volta dopo la sciagura di Rosa, la sorella maggiore. Certo, da allora s’era aperto l’inferno in casa loro. Più che del padre, Mita e Annicchia si lagnavano, si crucciavano in cuore delle sorelle. Come mai non comprendevano queste, che solamente col silenzio, con la modestia più umile e più schiva si poteva, se non cancellare del tutto, render meno evidente il marchio d’infamia di cui la loro casa era ormai segnata? Rita, quando il bambino le lasciava un po’ le mani libere, e anche Tina e Lilla, sì, le ajutavano a cucire, a imbastire o a passare a macchina, nei giorni non frequenti che il lavoro abbondava; ma lavoravano senz’amore, svogliate, specialmente le due ultime, perché non rassegnate dopo quella sciagura alla rinunzia di ogni speranza e di ogni desiderio. Nel vederle acconciarsi e rabbellirsi ogni mattina, si sentivano stringere il cuore, intendendo che non si acconciavano, non si facevano belle per speranze e desiderii onesti: dovevano sapere anch’esse purtroppo che nessuno più, ormai, avrebbe voluto mettersi con loro. E da un giorno all’altro s’aspettavano che Tina e Lilla, con tutti quei giovanotti lì sempre tra i piedi, avrebbero finito come Rita. Ma avessero trovato almeno un buon giovine, come Luca! Poteva cader peggio Rita... Perché, in fondo, sì, sì, dovevano riconoscere che Luca era buono. Solo non potevano passargli l’ostinazione di non regolare davanti alla legge e all’altare la sua unione con Rita. Era così buono con tutti, e amava tanto il bambino e non pesava nulla in casa. Certo, se non si fosse fatti tanti nemici per quelle sue idee, e non fosse stato così disgraziato, avrebbe potuto recar molto ajuto alla famiglia, ché, quanto a lavorare, lavorava sempre e doveva esser dotto davvero, a giudicare dai tanti libri che aveva letti e leggeva!

Un po’ di questo rispetto imposto dall’ingegno e dall’istruzione, Mita e Annicchia lo estendevano anche a Celsina, perché veramente pareva loro, per tante prove, fuori dell’ordinario, e riconoscevano col padre che, in altro luogo, in altre condizioni, ella avrebbe fatto davvero chi sa che spicco! La vedevano piena di sprezzo per gli uomini - e questo per un verso le rassicurava. Ah, gli uomini ella era andata a sfidarli là, nelle loro stesse scuole; e tutti li aveva superati! Veramente, quella sfida non avevano saputo approvarla: con maggior profitto, se pur con minore soddisfazione, avrebbe potuto frequentare le scuole femminili e diventar maestra. Così, invece, era rimasta senza professione. Ma non temevano per l’avvenire: qualche via, certo, Celsina se la sarebbe aperta, in paese o altrove. Quel povero don Ninì, intanto, che l’amava e ne era geloso... Tanto buono, poveretto! Ma non era per lui, Celsina. Guaj se lo avessero saputo i suoi parenti! Pareva loro mill’anni che partisse per Roma.

Annicchia toccò pian piano un braccio a Mita per mostrarle le due gambette della bambola, che uscivano dalla tasca di lui ancora lì, dietro la vetrata del balconcino. Mita rispose con un mesto sorriso al sorriso della sorella; poi sovvenendosi di una preghiera che dalla notte aveva in animo di rivolgere al giovine, si levò in piedi, posando il lavoro nel canestro, e gli si accostò timidamente.

– Don Ninì, – gli disse piano, – prima di partire per Roma, dovreste farmi per l’ultima volta quella tal grazia, se...

– No, per carità, no, Mita, non me ne parlate! – la interruppe con violenza Antonio Del Re, premendosi le mani sulle tempie e strizzando gli occhi.

– L’avete a disonore, è vero? – disse afflitta, con gli occhi bassi, Mita.

– No, non per questo! non per questo! – s’affrettò a soggiungere Antonio. – Ma ora, in questo momento... non posso... non posso sentir parlare di nulla, Mita!

Una cosa atroce voleva da lui quella poveretta, un ricordo atroce gli ridestava proprio in quel momento. La guardò, temendo che l’orrore che traspariva attraverso il suo rifiuto avesse potuto farle sorgere qualche sospetto. Ma le vide più che mai dolenti e umili i begli occhi, che tante lagrime versate avevano velati e quasi intorbidati per sempre. Quasi ogni notte, infatti, ella piangeva col cuore sfranto per Rosa, la sorella sua disgraziata, la sorella sua perduta, caduta nell’ultimo fondo dell’ignominia. Più volte, non potendo andarla a trovare nel luogo infame, dove ora stava chiusa, aveva pregato Antonio di andarci per lei. E Antonio, l’ultima volta che c’era andato, trovandola mezzo brilla, era stato attratto da lei e... Un fracasso di grida, d’applausi, misti agli strilli del bambino e agli abbajamenti del cane, giunse in quel punto dalla stanza a terreno; e poco dopo ’Nzulu, il vecchio barbone, cacciato via a pedate da giù, tutto tremante, piegato sulle zampe di dietro come se volesse col fiocchetto della coda convulsa spazzare il suolo, venne ad allungare il naso baffuto su le ginocchia di Mita, che s’era rimessa a sedere. Le due sorelle, nel veder la povera bestia implorante ajuto e riparo da loro, si misero a piangere. E allora Antonio Del Re, non sapendo più tenersi, si cacciò in capo il cappello, aprì la vetrata del balconcino e, scavalcata la ringhiera di ferro, mentra Mita e Annicchia, spaventate, gridavano: «Oh, Dio, don Ninì... che fate? che fate?», si calò giù, reggendosi prima con le mani a due bacchette della ringhiera, poi si lasciò cadere nella piazza sottostante.

S’udì il tonfo e quindi il rumore di qualcosa andata in frantumi. Mita accorse a guardare e lo vide, curvo, che cercava con le braccia protese, come un cieco, il cappello che gli era cascato lì presso.

– Don Niní, vi siete fatto male?

– Nulla... – rispose egli di sotto. – Le lenti... Mi sono cascate le lenti.

E, ghermito il cappello, scappò via.

– Impazzisce! – disse Mita. – Ma possibile?

E accennò con la mano la stanza giù, dove Celsina predicava.

Precipitandosi per la via di Gamez, Antonio Del Re, che senza lenti non vedeva di qui là, inciampò in qualcuno all’imboccatura della via Atenea.

– Oh Nino!

Riconobbe alla voce l’on. Corrado Selmi.

– Mi lasci andare! – gli gridò, scrollandosi rabbiosamente.

Corrado Selmi aveva lasciato il Verònica all’albergo in compagnia dell’altro testimonio, e si recava ora in casa di Roberto Auriti che l’ospitava.

Da quattro giorni, appena si mostrava per via, si vedeva tutti gli occhi addosso; parecchi curiosi si fermavano anche a mirarlo a bocca aperta; altri sbucavano dalle botteghe e si piantavan sulla soglia, addossati gli uni agli altri. Tanta curiosità l’obbligava a darsi un certo contegno, contro il suo solito. Ma gli veniva da ridere. Non sapeva più dove guardare, perché gli occhi naturalmente gaj e l’aria aperta e fresca del volto non déssero di lui un falso concetto di petulanza. Era davvero e si sentiva giovanissimo ancora, nel corpo e nell’anima, non ostanti l’età, le vicende fortunose e le tante lotte sostenute. Non un pelo bianco, né per nulla ancora appassito il color biondo dei baffi e dei capelli. Vestiva con naturale eleganza e spirava da tutta la persona, da ogni gesto, da ogni sguardo, una freschezza e una grazia che incantavano. Questa persistente gioventù Corrado Selmi di Rosàbia la doveva al vivace, costante amore per la vita e, nello stesso tempo, al pochissimo peso che sempre le aveva dato. Né di troppi ricordi, né di troppi studii, né di troppi scrupoli, né d’aspirazioni tenaci se l’era voluta mai gravare, come fanno tanti a cui per forza poi, sotto un tal fardello, debbono le gambe piegarsi e aggobbirsi le spalle. Viaggiatore senza bagaglio, soleva definirsi. E sempre s’era imbarcato così, spiccio e leggero, per viaggi lunghi, avventurosi e difficili. Niente da perdere, e avanti! Fallita l’insurrezione del 4 aprile, scampato per miracolo dal convento della Gancia, aveva dapprima guerrigliato con le squadre attorno a Palermo; aveva poi fatto la campagna del 1860 con Garibaldi fino al Volturno; ma come? senza munizioni e con un fucilaccio che non tirava, venuto da Malta per sei ducati. Alla Camera, tra tanti colleghi dalla fronte gravida di pensieri e dalla cartella gonfia di note e d’appunti, aveva fatto parte delle Commissioni più difficili, senza né un lapis né un taccuino. E sempre s’era dato da fare, comunque; senza mai sforzarsi; e tutto gli era riuscito facile e agevole non schivando mai, anzi sfidando e bravando i più gravi pericoli, le più difficili imprese, le avventure più intricate. Non ammetteva che ci potessero essere difficoltà per uno come lui, sempre pronto a tutto. Non andava incontro alla vita; si faceva innanzi, e passava. Passava, disarmando tutti con la sicurezza convinta e la gaja tranquillità: d’ogni retorica ostentazione, la rigida virtú dei Catoni; d’ogni scrupolo di pudore, l’onestà delle donne. Né s’era mai fermato un momento in questa corsa della vita per giudicare fra sé se fosse bene o male ciò che aveva fatto pur dianzi. Non bisognava dar tempo al giudizio, come né peso ai proprii atti. Oggi, male; bene, domani. Inutile richiamarlo indietro a considerare il mal fatto; scrollava le spalle, sorrideva, e avanti; avanti a ogni modo, per ogni via, senza mai indugiarsi, lasciandosi purificare dall’attività incessante e dall’amore per la vita e rimanendo sempre alacre e schietto, largo di favori a tutti, con tutti alla mano. La vita era per lui piena di ganci che lo tiravano di qua e di là. Fermarlo, sospenderlo a uno solo per giudicarlo sarebbe stata un’ingiustizia crudele.

Ora Corrado Selmi temeva che la minaccia d’una tale ingiustizia gli stesse sopra: che lo si volesse cioè agganciare per i molti debiti ch’era stato costretto a contrarre, per le molte cambiali che aveva in sofferenza presso una delle primarie banche, di cui già si cominciavano a denunziare le magagne. Forse all’apertura della nuova Camera lo scandalo sarebbe scoppiato. Prevedeva lo spettacolo che avrebbero offerto tutti i gelosi irsuti guardiani dell’onestà, a cui il timore di commettere qualche atto men che corretto aveva sempre impedito di far qualche cosa oltre alle insulse chiacchiere retoriche; egoisti meschini e miopi, diligenti coltivatori dell’arido giardinetto del loro senso morale, cinto tutt’intorno da un’irta siepe di scrupoli, la quale non aveva poi nulla da custodire, giacché quel loro giardinetto non aveva mai dato altro che frutti imbozzacchiti o inutili fiori pomposi. Debiti? Cambiali? Oh bella! Aveva firmato sempre cambiali, lui, in vita sua. A diciott’anni, a Palermo, nei primi mesi del 1860, il Comitato rivoluzionario non sapeva come fare: si sperava in Garibaldi, si sperava in Vittorio Emanuele e nel Piemonte, si sperava in Mazzini; ma i mezzi mancavano e le armi e le munizioni. Ebbene, chi aveva proposto di prendere dalla Cassa di sconto del Banco di Sicilia seimila ducati con le firme dei signori piú facoltosi? Lui. E aveva firmato lui, capolista, per duecento ducati, lui che non aveva neppure un carlino in tasca. Il Governo provvisorio avrebbe poi pagato. Come s’era fatta l’insurrezione del 4 aprile? S’era fatta cosí! E come aveva compiuto, lui solo, il bonificamento dei terreni paludosi che ammorbavano gran parte del suo collegio elettorale? Ma anche a furia di cambiali! Poi, il collegio s’era liberato della malaria, e i debiti, si sa, erano rimasti a lui, perché l’impresa della coltivazione, affidata a certi suoi parenti inesperti, era fallita, e i frutti dell’opera sua ora se li godevano per la maggior parte tanti altri che gli davan solo le bucce come e quando volevano, ma che però gli facevano costantemente l’onore di eleggerlo deputato. Era vero, sí: oltre ai denari attinti alle banche per questa impresa e per altre ugualmente vantaggiose a molti e solo disgraziate per lui, altri e non pochi ne aveva presi per il suo mantenimento. Vivere doveva; e poveramente non sapeva, né voleva. Da giovane, aveva interrotto gli studii per prender parte alla rivoluzione. Per undici anni, finché Roma non era stata presa, non s’era dato un momento di requie. Posate le armi, rimasto senza professione e senza alcuno stato, dopo avere speso per gli altri i suoi anni migliori, che doveva fare? Impiccarsi? La fortuna non aveva voluto favorirlo nei negozii; gli aveva accordato altri favori, ma che gli eran costati cari, e qualcuno - il maggiore e il peggiore - non alla tasca soltanto.

Corrado Selmi vietava a se stesso ogni rimpianto. Pure, di tratto in tratto, quello dell’amore di donna Giannetta D’Atri-Montalto gli assaltava e gli strizzava improvvisamente il cuore. Ma più che pena per l’amore perduto, era rabbia per il cieco abbandono di sé nelle mani di quella donna che per più d’un anno lo aveva reso la favola di tutta Roma, facendogli commettere vere e proprie pazzie. Pareva che colei avesse giurato a se stessa di compromettersi e di comprometterlo in tutti i modi, presa da una furia di scandalo. Più per lei che per sé, aveva cercato prima di frenarla; ma s’era poi sfrenato anche lui per timore che i suoi ritegni la offendessero o che la sua prudenza le paresse dappocaggine. I più grossi debiti li aveva contratti allora, sebbene non figurassero sotto il suo nome per un riguardo alla donna che glieli faceva contrarre. Roberto Auriti s’era prestato con fraterna abnegazione a prender denari per lui alla banca, dopo una segreta intesa però col governatore di essa. La minacciata denunzia dei disordini di questa banca costernava pertanto Corrado Selmi, forse più che per sé, per Roberto Auriti. Ma la grave costernazione gli era in parte ovviata dalla fiducia che il Governo aveva interesse, per tante ragioni, a impedire che lo scandalo scoppiasse. Sapeva bene che questo scandalo non avrebbe prodotto soltanto il fallimento d’una banca, ma anche il fallimento di tutto un ordine di cose. L’appoggio del Governo alla sua rielezione, nonostante che Francesco D’Atri fosse al potere, e l’appoggio alla candidatura di Roberto Auriti lo raffermavano in questa fiducia. Prima di partire da Roma, aveva promesso a Roberto di venire a Girgenti a sostenerlo nella lotta; chiamato in fretta in furia dal telegramma del Verònica, era accorso, e subito s’era reso conto delle condizioni difficilissime in cui Roberto si trovava di fronte agli avversarii, aggravate ora, per giunta, da quel duello. Avrebbe fatto di tutto per liberar Roberto dalle tante angustie da cui lo vedeva oppresso, per tirarlo su a respirare un’altr’aria, per innalzarlo a quel posto di cui lo sapeva meritevole per le doti della mente e del cuore, per tutto ciò che aveva fatto in gioventù; ma da che aveva posto il piede nella casa di lui, a Girgenti, e conosciuto la madre e la sorella, s’era sentito cascar le braccia; d’un tratto gli era apparsa chiara la ragione per cui l’Auriti era nella vita uno sconfitto. Un reclusorio gli era sembrata quella casa! Ma possibile che due creature umane si fossero adattate a trascinar l’esistenza in quella cupa ombra di tedio amaro e sdegnoso? che si fossero fatto un così tetro concetto della vita? Non aveva saputo resistere alla tentazione di muoverne il discorso alla madre, con la speranza di scuoterla un po’.

– Ma se la vita è una piuma, donna Caterina! Un soffio, e via... Lei vuol dar peso a una piuma?

– Voglio, caro Selmi? – gli aveva risposto donna Caterina. – Non l’ho voluto io... Per voi la vita è una piuma; un soffio e via; per me, è diventata di piombo, caro mio.

– Appunto questo è il male! – aveva subito rimbeccato lui. – Farla diventar di piombo, una piuma! Dovendo vivere, scusi, non le sembra che sia necessario mantenere l’anima nostra in uno stato... dirò così, di fusione continua? Perché fermare questa fusione e far rapprendere l’anima, fissarla irrigidirla in codesta forma triste, di piombo?

Donna Caterina aveva tentennato un po’ il capo, con le labbra atteggiate d’amaro sorriso.

– La fusione... già! Ma per mantener l’anima, come voi dite, in codesto stato di fusione, ci vuole il fuoco, caro amico! E quando, dentro di voi, il fornellino è spento?

– Non bisogna lasciarlo spegnere, perbacco!

– Eh, caro: quando il vento è troppo forte; quando la morte viene e ci soffia su; quando cercate attorno e non trovate più un fuscello per alimentarlo...

– Ma dove lo cerca lei? qua? chiusa sempre fra queste quattro mura come in una carcere? La signora Anna, scusi... possibile che la signora Anna... io non so...

S’era interrotto per un subito imbarazzo, notando che la sorella di Roberto, nel vedersi tirata in ballo quando men se l’aspettava, s’era tutta invermigliata. Fin dal primo vederla, Corrado Selmi era rimasto ammirato della pura e delicata bellezza di lei e istintivamente aveva sofferto nel veder quella bellezza così mortificata da quelle ostinate gramaglie e, più che trascurata, sprezzata. A quel rossore improvviso, aveva temuto d’essersi spinto un po’ troppo oltre; ma poi, vincendo il momentaneo imbarazzo, aveva soggiunto:

– Non ha un figliuolo, lei? E l’obbligo, dunque, di vivere per lui, di amar la vita per lui... no? Che so io... forse manifesto un po’ troppo vivacemente quel che penso, vedendo qua tutta questa tetraggine che non mi par ragionevole, ecco! Che ne dice lei, signora Anna?

Ella s’era di nuovo invermigliata, s’era penosamente costretta a non abbassar gli occhi, e con la vista intorbidata e un sorriso nervoso sulle labbra, stringendosi un po’ nelle spalle, aveva risposto, alludendo al figlio:

– È giovane, lui... La vita, se la farà da sé...

– Ma lei, dunque... è vecchia, lei?

Con quest’ultima domanda, quasi involontaria, s’era chiusa quella prima conversazione.

Ora Corrado Selmi rientrava in casa di Roberto, esilarato di quanto aveva veduto nella villa di Colimbètra. Tutti quei fantocci là con la divisa borbonica, che gli avevano presentato le armi! Roba da matti! Ma che splendore, quella villa! Il principe - no - non s’era fatto vedere. Che peccato! Avrebbe tanto desiderato di conoscerlo. Ecco là uno che s’era fissato anche lui, nei suoi affetti, in un tempo oltrepassato... ma che pur seguitava a vivere, fuori del tempo, fuori della vita... in un modo curiosissimo, che bellezza! protendendo da quel suo tempo certe immagini di vita che per forza, nella realtà dell’oggi, dovevano apparire inconsistenti, maschere, giocattoli: tutti quei fantocci là... che bellezza!

– Eppure quei fantocci là, caro Selmi, che vi hanno fatto ridere, – gli disse donna Caterina, – nelle elezioni di domani, qua, vinceranno voi, il vostro amico Roberto, il signor Prefetto, il vostro Governo e tutti quanti... Ridete ancora, se vi riesce. Ombre? Ma siamo noi, le ombre!

– Io no, la prego, donna Caterina, – disse allora, ridendo e toccandosi, il Selmi. – Mi lasci almeno questa illusione! Guardi, il principe, innanzi a me, s’è dileguato lui come un’ombra... Avrei pagato non so che cosa per vedermelo venire incontro, anche per rifarmi... eh, Roberto lo sa... per rifarmi d’un certo incontro con suo figlio a Roma, in cui toccò a me, per forza, far la parte dell’ombra... Beh! pazienza.. Ma sì, lei dice bene, donna Caterina; ci ostiniamo purtroppo a volere esser ombre noi, qua, in Sicilia. O inetti o sfiduciati o servili. La colpa è un po’ del sole. Il sole ci addormenta finanche le parole in bocca! Guardi, non fo per dire: ho studiato bene la questione, io. La Sicilia è entrata nella grande famiglia italiana con un debito pubblico di appena ottantacinque milioni di capitale e con un lieve bilancio di circa ventidue milioni. Vi recò inoltre tutto il tesoro dei suoi beni ecclesiastici e demaniali, accumulato da tanti secoli. Ma poi, povera d’opere pubbliche, senza vie, senza porti, senza bonifiche, di nessun genere. Sa come fu fatta la vendita dei beni demaniali e la censuazione di quelli ecclesiastici? Doveva esser fatta a scopo sociale, a sollievo delle classi agricole. Ma sì! Fu fatta a scopo di lucro e di finanza. E abbiamo dovuto ricomprare le nostre terre chiesiastiche e demaniali e allibertar le altre proprietà immobiliari con la somma colossale di circa settecento milioni, sottratta naturalmente alla bonifica delle altre terre nostre. E il famoso quarto dei beni ecclesiastici attribuitoci dalla legge del 7 luglio 1866? Che irrisione! Già, prima di tutto il valore di questi beni fu calcolato su le dichiarazioni vilissime del clero siciliano, per soddisfar la tassa di manomorta, e da questo valore nominale, noti bene, furon dedotte tutte le percentuali attribuite allo Stato e le tasse e le spese d’amministrazione. Poi però tutte queste deduzioni furon ragionate sul valore effettivo e furon sottratte inoltre le pensioni dovute ai membri degli enti soppressi. Cosicché nulla, quasi nulla, han percepito fin oggi i nostri Comuni. Ora, dopo tanti sacrificii fatti e accettati per patriottismo, non avrebbe il diritto l’isola nostra d’essere equiparata alle altre regioni d’Italia in tutti i beneficii, nei miglioramenti d’ogni genere che queste hanno già ottenuto? Non c’è stato mai verso, per quanti sforzi io abbia fatto, di raccogliere in un fascio operoso tutta la deputazione siciliana. Via, via, non ne parliamo donna Caterina! Dovrei guastarmi il sangue. Io faccio quanto posso. Poi alzo le spalle e dico: «Vuol dire che questo ci meritiamo, noi».

Si voltò verso Roberto, per cambiar discorso, e aggiunse:

– Sai? Ho visto jeri, per via, la moglie del tuo avversario. Caro mio, tu devi perdere per forza. Ah che bella donnina! Scusatemi, signore mie, se parlo così; ma io non avrei proprio il coraggio di vincere, neanche nel nome santo della Patria e della Libertà, per non far piangere gli occhi di quella bella signora!

VII

Nicoletta Capolino entrò nello studio del marito già abbigliata, con uno strano cappellone piumato di feltro su i bellissimi capelli corvini. Florida, snella e procacissima, ardente negli occhi e nelle labbra, spirava dalle segrete sapienti cure della persona un profumo voluttuoso, inebriante. Era quello un momento drammatico, d’intermezzo alla commedia che marito e moglie rappresentavano da due anni ogni giorno, anche nell’intimità delle pareti domestiche, l’una di fronte all’altro, compiacendosi reciprocamente della loro finezza e della loro bravura. Sapevano bene l’uno e l’altra che non sarebbero mai riusciti a ingannarsi e non tentavan nemmeno. Che lo facessero per puro amore dell’arte, non si poteva dire, ché odiavano entrambi in segreto la necessità di quelle loro finzioni. Ma se volevano vivere insieme, senza scandalo per gli altri, senza troppo disgusto per sé, riconoscevano di non poterne far di meno. Ed eccoli dunque premurosi a vestire o meglio, a mascherare di garbata e graziosa menzogna quel loro odio; a trattar la menzogna come un mesto e caro esercizio di carità reciproca, che si manifestava in un impegno, in una gara di compitezze ammirevoli, per cui alla fine marito e moglie avevano acquistato non solo una stima affettuosa del loro merito, ma anche una sincera gratitudine l’uno per l’altra. E quasi si amavano davvero.

– Gnazio, non vado via tranquilla! – diss’ella, entrando, come imbronciata d’un supposto inganno che la addolorava e costernava. – Giurami che non vai a batterti questa mattina.

– Oh Dio, Lellè, ma se t’ho detto che vado a Siculiana! – rispose Capolino, levando le mani per posargliele lievemente sulle braccia. – Dovevo andarci jeri, lo sai. Sta’ tranquilla, cara. Il duello è stato rimandato alla fine delle elezioni.

– Debbo crederci, proprio? – insistette lei, mentre stentava ad abbottonarsi il guanto con l’altra mano già inguantata.

Capolino volentieri avrebbe risposto a quell’insistenza con uno sbuffo; invece, sorrise; si accostò premuroso; le prese la mano per abbottonarle lui quel guanto, e vi s’indugiò, come un innamorato.

– Sapessi quanto mi secca d’andare a Valsanìa! – soggiunse lei allora, parlandogli quasi all’orecchio, con abbandono.

– Ma va’! – esclamò egli, guardandola negli occhi, come per farle avvertire che quella nota tenera (molto cara e graziosa, del resto) era per lo meno fuor di tempo e di luogo.

– Ti giuro! – replicò lei, ostinandosi, ma pur rispondendo al sorriso.

Capolino scattò a ridere forte:

– Ma va’! ma va’! che ti divertirai un mondo! Vedere quella foca di Adelaide davanti allo sposo... Sarà uno spettacolo impagabile! Dici sul serio, Lellè?

– Se avessi il cuore tranquillo... – ripeté Nicoletta. – Jersera ti sei trattenuto qua, chi sa quanto... Non t’ho sentito venire a letto...

– Ma tutta questa corrispondenza elettorale, non vedi? – le disse egli, indicando la scrivania. – Zio Salesio, santo Dio, almeno in questo, potrebbe ajutarmi...

– Oh sì, zio Salesio! Fossero pasticcini...

– Basta. Non perder tempo, va’ va’... O aspetti la carrozza?

Nicoletta fece con gli occhi il gesto di chi si rassegna a credere non convinto, e sospirò:

– Se è vero che vai a Siculiana, al ritorno verso sera, passando dallo stradone, non potresti venire a Valsanìa?

– Ah, potendo, figùrati! – rispose egli. – Ma se gli amici... Non ritornerò solo... Se potrò... dico, se potrò lasciarli...

Tese le labbra per baciarla. Ella ritrasse il capo, istintivamente, temendo di guastarsi l’acconciatura.

– Perché? – disse.

– Perché mi piaci, così... Non vuoi darmi un bacio?

– Piano, però...

Furono sorpresi dalla vecchia cameriera, la quale veniva ad annunziare che la carrozza del Salvo era arrivata. Nicoletta si staccò subito dal marito.

– Ecco, vengo – disse alla serva; poi, tendendo la mano al marito: – E allora, a rivederci.

– Divèrtiti – le augurò Capolino.

Quella vettura, per una cittaduzza come Girgenti, era proprio di più; goffa ostentazione di lusso e di ricchezza che soltanto al Salvo si poteva passare. Dal sobborgo Ràbato, ove Capolino abitava, al viale della Passeggiata, ove il Salvo da alcuni anni s’era fatto costruire un’amenissima villa, si poteva andare a piedi in mezz’ora.

Nicoletta non aveva alcun dubbio che il marito andava a battersi quella mattina. Ma non doveva saperlo per potersi divertire. Quante e quant’altre cose non doveva allo stesso modo sapere, per poter essere così, gaja e amante della vita! Ci riusciva, spesso, a forza di volontà, non già a non saperle, che non le sarebbe stato possibile, ma a fare, proprio, come se non le sapesse. Di nascosto, quando ne aveva fino alla gola, uno sbuffo, e là! sollevava l’anima sopra tutte le miserie che la avevano oppressa sempre, fin dalla nascita. Non doveva sapere, ad esempio, che la madre le aveva fatto morire, se non proprio di veleno, come qualcuno in paese aveva malignato, certo però di crepacuore il padre, per unirsi in seconde nozze con colui ch’ella chiamava zio Salesio, antico scritturale del banco Spoto. Aveva appena cinque anni, quando il padre le era morto, eppure lo ricordava bene; tanto che la madre non aveva potuto mai persuaderla a chiamar babbo quel suo secondo marito molto più giovine di lei. Non era cattivo, no, zio Salesio; ma fatuo, e vano come la stessa vanità. Appena marito della vedova di Baldassare Spoto, aveva creduto sul serio che da quel matrimonio gli fosse derivato quasi un titolo di nobiltà; e i più strani fumi gli erano saliti al cervello; tutta l’anima anzi gli si era convertita in fumo. Presto però la brace per quei fumi aveva cominciato a languire. Spese pazze... E n’avesse almeno goduto! Che supplizio cinese dovevano essere per lui, tuttora, quelle scarpine di coppale, che lo costringevano ad andare a passetti di pernice, quasi in punta di piedi! Le male lingue dicevano che sotto il panciotto teneva il busto, come le donne. Il busto, no; una fascia di lana teneva, stretta e rigirata più volte attorno alla vita, anche a salvaguardia delle reni che gli s’erano ingommate. Non era poi tanto vecchio: aveva appena qualche annetto più di Capolino: ma lo sfacimento, ad onta di tutte le diligenze e delle piú amorose e disperate cure, era cominciato in lui prestissimo. Pareva adesso un fantoccio automatico: tutto aggiustato, tutto congegnato, tutto finto: nei denti, nel roseo delle gote, nel nero dei baffetti incerati e del piccolo pappafico e delle esili sopracciglia e dei radi capelli; e camminava e si moveva come per virtù di molle, giovanilmente. Gli occhi, però, tra tanta chimica, quasi smarriti entro le borse gonfie e acquose delle pàlpebre, esprimevano una pena infinita. Perché erano venuti i guaj, purtroppo, dopo la morte della moglie. Nicoletta avrebbe potuto sbarazzarsi di lui, ma ne aveva avuto pietà; s’era presa però lei l’amministrazione di quel po’ ch’era restato; e le apparenze, sì, aveva voluto salvarle, e zio Salesio (ormai quasi mummificato) aveva seguitato a mostrarsi per via come un milordino, prodigio d’eleganza, sempre in calze di seta e scarpine di coppale, in punta di piedi; ma, in casa, eh, in casa la più stretta economia. Tanto che un giorno Nicoletta se l’era visto arrivare con un involto di due polli arrosto finti, di cartone, sotto il braccio. Sicuro: due polli arrosto di cartone da figurare su la magra mensa sotto il paramosche di rete metallica. Ogni giorno il povero vecchio se li metteva lì davanti, su la tavola, per illudersi: non poteva farne a meno! E quei due polli di cartone e un tozzo di pane (vero, ma duro per i suoi denti non veri) erano adesso per intere settimane tutto il suo pranzo giornaliero! Perché Capolino non aveva voluto prenderlo con sé, e zio Salesio Marullo, rimasto solo nella vecchia e triste casa che Nicoletta gli aveva ceduto con quel po’ ch’era riuscita a salvare dalla rovina, spesso, non sapendo limitarsi nelle spese, per comperarsi una bella cravatta o un bel bastoncino, restava digiuno - quando, beninteso, non si presentava in casa di Flaminio Salvo nell’ora del desinare, sapendo che la figliastra era lì. E Nicoletta, che per l’onta segreta gli avrebbe strappato il pappafico o gli occhi, doveva accoglierlo sorridente.

Sentiva che avrebbe potuto esser buona, in fondo, e veramente buona le pareva d’essersi dimostrata in certi momenti della sua vita; ma che intanto un perfido destino non aveva voluto permetterle d’esser tale. Cattiva per forza doveva essere! Tutto falso in lei, dentro e fuori e intorno. E una lotta segreta, continua, per vincer l’afa del disgusto, per non sentir l’impiccio della maschera, quantunque già sul volto le fosse divenuta fina come la stessa pelle. Ma aveva su la fronte un cerro di capelli svoltato, ribelle, Nicoletta Capolino, e temeva in certe ore che così l’anima qualche giorno le si sarebbe svoltata in petto, in un subito prorompimento contro la soffocazione di tanti e tanti anni.

Per ora, il marito andava a battersi? E lei a festa!

Per non vedere, per non esser veduta da troppa gente, ordinò al cocchiere di lasciar la via Atenea e di prendere per la strada esterna di Santa Lucia, sotto la città. Non si curava più da un pezzo di ciò che la gente pensava nel vederla nella carrozza del Salvo. Era ormai cosa risaputa. Del resto, anche qua, le apparenze in certo qual modo erano salvate dalla parentela che Capolino aveva avuto col Salvo e dall’ufficio ch’ella rappresentava presso la figlia di don Flaminio. L’audacia aveva sfidato la malignità e, se non vinta del tutto, l’aveva costretta a tacere e a far di cappello in pubblico; a spettegolare solo in privato, ed anche con una certa filosofica indulgenza. Perché la filosofia ha questo di buono: che alla fine dà sempre ragione a chi, comunque, riesca a imporsi.

Villa Salvo era situata in alto, aerea, e dominava il viale tagliato su la collina dal lato meridionale. Vi si saliva per ampie scalee, che superavano l’altezza con agevoli fughe. A ogni ripiano, su i pilastrini, eran quattro statue d’arcigna bruttezza, che certo non facevano buona accoglienza ai visitatori né si congratulavano molto con essi della branca superata. Si godeva però di lassù la vista incantevole dell’intera campagna tutta a pianure e convalli e del mare lontano.

Prima di salire al piano superiore della villa, Nicoletta corse diviata allo studio del Salvo a pianterreno; ma si arrestò d’un tratto su la soglia, vedendo ch’egli non era solo.

– Avanti, avanti, – disse, inchinandosi, Flaminio Salvo, che stava in piedi davanti alla scrivania, a cui era seduto un giovine, intento a scrivere: Aurelio Costa.

– Domando scusa, se... – cominciò a dire Nicoletta, guardando il Costa che si levava da sedere.

– Ma non lo dica! – la interruppe il Salvo, lisciandosi le basette, con un sorriso freddo, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse palpebre dava un’espressione di lieve ironia. – Venga avanti... stavo qui a chiacchierare col mio ingegnere.

Poi, notando l’impaccio di questo per la presenza della signora, aggiunse:

– Non vi conoscete?

– Veramente, di nome sì, – rispose con una certa disinvoltura Nicoletta. – Credo però non ci sia mai stata presentazione fra noi...

– Oh! e allora, – riprese il Salvo, – per la formalità: l’ingegnere Aurelio Costa, la signora Lellè Capolino-Spoto.

Aurelio Costa, con gli occhi bassi, senza scostarsi dalla scrivania, chinò lievemente il capo. Era ben messo, senza ombra di ricercatezza, composto e altero nella maschia bellezza, cui l’insolito abito cittadino, di fresca fattura, faceva forse apparire un po’ rude.

– Sarà pronta Adelaide? – domandò Nicoletta al Salvo dopo aver osservato il giovane e risposto con un lieve sorriso all’inchino sostenuto di lui.

– Ecco, un momento, – rispose il Salvo. – Segga, segga, donna Lellè. Io vado e torno. Credo che Adelaide sia pronta.

E s’avviò per uscire.

– Ma sarà meglio che venga su anch’io! – gli gridò dietro Nicoletta.

– No, perché? – disse il Salvo, voltandosi su la soglia. – Viene giù subito Adelaide.

E uscì.

Nicoletta non volle sedere; girò un po’, dimenandosi capricciosamente per l’ampia sala addobbata con sobria ricchezza.

Aurelio, rimasto in piedi, non sapeva se dovesse, o no, rimettersi a sedere; temeva di commettere un atto indelicato; ma, d’altra parte, era urtato dal pensiero che, per il capriccio di colei, dovesse star lì come un servitore in attesa. E come una padrona veramente ella era lì: ma a qual prezzo? E dire che lui aveva sognato tant’anni di farla sua, quella donna! Era anche lui lì al servizio del Salvo, come lei, come Capolino, come tutti; ma se ella fosse stata sua moglie, il Salvo non avrebbe certamente osato neppur di pensare che avrebbe potuto servirsene pe’ i suoi senili allettamenti. Là, tra due vecchi si trovava ella ora, con la sua florida bellezza voluttuosa, contaminata. Ne godeva? Ostentava di fronte a lui quella sfacciata padronanza? Godeva di quel lusso? degli onori che le si rendevano per l’onore perduto? Ma sì! Anche deputato sarebbe stato tra poco suo marito... E lei, moglie d’un deputato! Con lui, invece, che sarebbe stata, se pur fosse riuscita a vincere l’orrore - già, l’orrore! - d’unirsi a uno di così bassi natali? L’onestà, la gioventù, l’amore puro e santo? Ma valevan di più per lei le piume ondeggianti e il velo dell’ampio cappello!

Stanco e sdegnato, sedette.

– Oh bravo, sì, – esclamò allora Nicoletta, voltandosi a guardarlo. – Mi scusi tanto, se non gliel’ho detto... Distratta, pensavo...

Si appressò; venne a porsi innanzi alla scrivania, di fronte a lui, con una mossa repentina, risoluta e provocante della persona.

– Lei ora starà qui, ingegnere?

– Forse... Non so... – le rispose egli, guardandola a sua volta con fermezza. – Attendiamo per ora a tracciare un disegno... Se si attua...

– Rimarrà qui?

– Ci sarà bisogno d’un direttore...

Nicoletta rimase un po’ a guardarlo, sopra pensiero; poi, rialzandosi lievemente con una mano i capelli su la fronte:

– Lei studiò a Parigi, è vero?

– Sì, – rispose lui, reciso, sentendo il profumo inebbriante che ella esalava dalla procacissima persona.

– Parigi! – esclamò Nicoletta Capolino, levando il mento e socchiudendo gli occhi. – Ci sono stata, nel mio viaggio di nozze... e dica un po’, volendo, adesso, lei non potrebbe più ritornare ingegnere governativo?

Aurelio la guardò, stordito da questa subitanea diversione Aggrottò le ciglia; rispose:

– Non so. Non credo. Ma non tenterei neppure. Ritornerei per mio conto in Sardegna. Sono qua per fare un piacere al signor Salvo. Non perderei nulla, andandomene.

– Oh lo so! – disse subito lei. – Coi suoi meriti... Volevo dir questo appunto! E il signor Salvo certamente non se lo lascerà scappare, se ha in mente, come lei dice, un disegno.

Strizzò un po’ gli occhi, e portò un dito alle labbra, stette un po’ assorta e riprese con altro tono di voce:

– Eppure io mi ricordo bene di lei, sa? di quando lei era qua, ancora studente… giovanottino... sì! me ne ricordo benissimo ora...

Aurelio fece un violento sforzo su se stesso per resistere al turbamento, all’urto che le parole di lei, dette con così calma improntitudine, gli cagionavano. Che voleva da lui quella donna? Perché gli parlava così?

Era veramente difficile a indovinare; e per Aurelio, anzi, impossibile. L’improvviso, inopinato incontro con lui; l’impressione che ne aveva ricevuta; i pensieri che coi feminei sguardi furtivi gli aveva letti in fronte dopo il suo irrompere con tanta libertà nello studio del Salvo, e poi durante quell’attesa; l’avvilimento segreto per la sua condizione, che in fondo non poteva non sentire davanti a quel giovine che un giorno l’aveva chiesta in moglie onestamente, per amore; il pensiero ch’egli ora sarebbe rimasto lì, nella casa del Salvo, e che Dianella lo amava in segreto, e che presto egli, con la vicinanza, avrebbe potuto accorgersene; e che tra poco dunque - ostinandosi Dianella fino a vincere l’opposizione del padre - lei avrebbe potuto soffrir l’onta d’assistere al fidanzamento di colui con la figlia del suo padrone, avevano messo in subbuglio l’anima di Nicoletta Capolino. Sarebbe toccato a lei, allora, di sorvegliare, di far la guardia ai fidanzati; e quel giovine là, che si mostrava ancor tanto mortificato del rifiuto ch’ella sdegnosamente aveva opposto alla domanda di lui; quel giovine là si sarebbe presa una tale rivincita su lei: sarebbe diventato domani suo padrone anche lui, marito di quella Diana, da cui ella si sentiva sprezzata e odiata. Ed era pur bello, e forte, e fiero! E ancora (se n’era accorta bene!), ancora sotto il fascino di lei, per quanto offeso e sdegnato... Perché poi Flaminio Salvo, che sapeva tutto, se n’era subito uscito e l’aveva lasciata lì, sola con lui?

Tornò a strizzar gli occhi, quasi per smorzare lo sfavillìo dei segreti pensieri; e aggiunse con un tono strano:

– Anche lei forse si ricorderà...

Aurelio, sconvolto, levò gli occhi a guardarla con una espressione fosca e dura.

– Non me ne voglia male, – disse allora ella con triste dolcezza, piegando da un lato la testa. – Poiché lei rimarrà qui e noi avremo occasione di vederci spesso, cogliamo questa, intanto, per togliere con franchezza un’ombra tra noi, che ci aduggerebbe. Io passo per sventata; sarò tale, non nego; ma non posso soffrire le simulazioni, le dissimulazioni d’ogni sorta, per nessuna ragione, i pensieri coperti... Vogliamo essere buoni amici?

Gli tese, così dicendo, la bella mano inanellata; e, dopo la stretta, gliela lasciò ancora un poco per aggiungere:

– Tanto, creda, non glielo dico per civetteria, né per avere un complimento; lei ancora ha la sua bella libertà; nessuna perdita e nessun rimpianto. Buoni amici?

E, sentendo l’ànsito affannoso e il fruscìo della veste di seta di donna Adelaide Salvo, tornò a stringergli la mano in fretta, apposta, come per dar senso e sapore d’un patto segreto a quella conversazione.

– Alla fiera! alla fiera! – esclamò donna Adelaide, entrando con le mani per aria, accaldata, sbuffante. – Guarda, Lellè, guarda, ingegnere, figlio mio, come mi hanno parata! Oh, Maria Santissima, mi sembro io stessa una bella puledra stagionata, tutta infiocchettata, da condurre alla fiera... Ma con Flaminio non si può combattere, picciotti miei; bisogna fare: Su, bubbolino, salutami il re; dir sempre di sì, dir sempre di sì. Ridete? ridete pure...

Ridevano, infatti, Nicoletta Capolino e Aurelio Costa, mentre donna Adelaide con le braccia aperte si girava intorno come una trottola; ridevano anche, irresistibilmente, per il piacere d sentire espressa con tanta disinvoltura e tanta comicità la loro segreta impressione, che essi si sarebbero guardati bene, non che d’esprimere, ma anche di riflettere, con quella crudezza, su la propria coscienza. Appunto questo voleva donna Adelaide. La quale sentiva il ridicolo di quelle nozze strane e tardive, e poneva le mani avanti per disarmar l’altrui malignità. Dotata di buon senso e d’un certo spirito, aveva stimato di poter senz’altro approfittare della sua privilegiata condizione e di quella dello sposo, che mascheravano con pompa sdegnosa quanto vi era d’illegale in quelle nozze. Ma vi si prestava senza entusiasmo, quasi per fare un piacere al fratello più che a se stessa. Sapeva però che il principe era un bellissimo e garbatissimo uomo. Ella, già anziana, dopo l’entrata di quella simpatica Nicoletta in casa, che aveva preso tanto impero su Flaminio (e giustamente, veh! bella figliuola, sacrificata, poverina, da quel cagliostro del marito!), ella s’era stancata della sua «terribile signorinaggine» come la chiamava, e aveva detto di sì:

Su, bubbolino, salutami il re!

Senza municipio; con la chiesa soltanto. Che glien’importava? Vecchia, non avrebbe fatto figli di certo. L’assoluzione del prete, per lei, bastava, per i parenti e gli amici bastava, e dunque avanti, alla fiera! allegramente! La musoneria, la musoneria non poteva soffrire, donna Adelaide. Era impensierita soltanto di questo: che le avevano detto che il principe aveva la barba lunga. Un uomo con la barba lunga doveva essere molto serio per forza, o averne per lo meno l’impostatura. Sperava di fargliela accorciare. Bella Madre Santissima, non ci avrebbe avuto pazienza, lei, a lisciar peli lunghi come fiumi! Più corta, la barba, più corta... Chionza popputa, quasi senza collo, non era tuttavia brutta, donna Adelaide; aveva anzi bello il viso, ma gli occhi troppo lucenti, d’una lucentezza cruda, quasi di smalto, e lucentissimi i denti che le si scoprivano tutti nelle sonore risate frequenti. Smaniava sempre, oppressa com’era e soffocata da quelle enormi poppe sotto il mento, «prepotenti escrescenze», com’ella le chiamava. E caldo, caldo, caldo; aveva sempre caldo, e voleva aria! aria! aria!

Non se l’aspettava, intanto, il vecchio cascinone di Valsanìa, nel desolato abbandono in cui da tanti anni viveva, tutti quei fronzoli e quei pennacchi, tutti quei paramenti sfarzosi che i tappezzieri gli appendevano dalla mattina. Pareva se li guardasse addosso, triste e un po’ stupito, con gli occhi delle sue finestre. Oh! oh! gli avevano appeso anche un lungo festone di lauro, come una collana; un’altra collana, più su, di mortella, sotto le gronde, con certi rosoni di carta che avevano spaventato i passeri del tetto. Povere care creaturine, a cui esso, buon vecchione ospitale, voleva tanto bene! Eccoli là, tutti scappati via, nascosti tra le foglie degli alberi attorno. E di là gli mandavano, sgomenti, certi acuti squittìi, che volevano dire:

– Oh Dio, che ti fanno, vecchione, che ti fanno?

Mah! S’era da gran tempo addormentato, il vecchione, nella pace dei campi. Lontano dalla vita degli uomini e quasi abbandonato da essa, aveva da un pezzo cominciato a sentirsi, nel sogno, cosa della natura: le sue pietre, nel sogno, a risentire la montagna nativa da cui erano state cavate e intagliate; e l’umidore della terra profonda era salito e s’era diffuso nei muri, come la linfa nei rami degli alberi e qua e là per le crepe erano spuntati ciuffi d’erba, e le tegole del tetto s’eran tutte vestite di musco. Il vecchio cascinone, dormendo, godeva di sentirsi così riprendere dalla terra, di sentire in sé la vita della montagna e delle piante, per cui ora intendeva meglio la voce dei venti, la voce del mare vicino, lo sfavillìo delle stelle lontane e la blanda carezza lunare. Che bel tappeto nuovo fiammante su la vecchia scala rustica, che aveva due stanghe verdi per ringhiera! che scorta di lauri e di bambù su per i gradini e poi sul pianerottolo! e che drappi damascati ai davanzali delle finestre e al terrazzo di levante per nascondere la ringhiera arrugginita! che tappeto anche lì, su quel terrazzo, e sedie di giunco e tavolini e vasi di fiori... Ora vi rizzavano una tenda a padiglione. Il ricevimento e la presentazione degli sposi avrebbero avuto luogo lì, poiché non s’era potuta strappare a Mauro Mortara la chiave del camerone. Dall’alba egli era andato a rintanarsi, non si sapeva dove. Don Cosmo, in maniche di camicia, sbuffava e smaniava per la camera in disordine, mentre donna Sara Alàimo, ancora spettinata, cercava dentro un’arca antica di faggio, stretta e lunga come una bara, un abito decente per farlo comparire nella solenne cerimonia. Spirava da quell’arca piena d’abiti vecchi un denso acutissimo odore di canfora.

– Mi tenga il coperchio, almeno, santo Dio! – gemeva soffocata, come da sotterra, la povera «casiera». Già due volte il coperchio le era caduto addosso, su le reni.

E don Cosmo:

– Gnornò! Siamo in campagna! Lasciatemi in pace!

– Ma si lasci servire... – seguitava a gemere dentro l’arca donna Sara. – Verrà monsignor vescovo... verrà la sposa… Vuol comparire in giacchetta? Mi lasci cercare... So che c’è!

– E io vi dico, invece, che non c’è piú!

– Ma se l’ho vista io! C’è! C’è!

Cercava un’antica napoleona, che don Cosmo al tempo dei tempi aveva indossata una o due volte, e rimasta perciò nuova nuova, lì sepolta sotto la canfora, di foggia antica, sì, ma «abito di tono» almeno...

– Eccola qua! gridò alla fine, trionfante, donna Sara, rizzandosi su le reni indolenzite.

E tira e tira e tira... oh, Dio, cosí lunga?... e tira...

Le si allentarono le braccia, a donna Sara. Era una tonaca, quella. La tonaca da seminarista di don Cosmo Laurentano. Finì di tirarla fuori tutta, mogia mogia, per ripiegarla a modo e riseppellirla coi debiti riguardi. Tentennò il capo; sospirò:

– Vero peccato! Chi sa che, invece di monsignor Montoro, non sarebbe lei a quest’ora vescovo di Girgenti...

– Starebbe fresca la diocesi! – borbottò don Cosmo. – Buttatela via, giù!

S’era turbato alla vista inaspettata di quella tonaca, spettro della sua antica fede giovanile. Vuota e nera come quella tonaca era rimasta di poi l’anima sua! Che angosce, che torture gli resuscitava... Con gli angoli della bocca in giù e gli occhi chiusi, don Cosmo s’immerse nelle memorie lontane e tuttavia dolenti della sua gioventù tormentata per anni dalla ragione in lotta con la fede. E la ragione aveva vinto la fede, ma per naufragare poi in quella nera, fredda e profonda disperazione.

– C’era o non c’era? – gli disse donna Sara alla fine, parandoglisi davanti con la napoleona su le braccia protese.

Don Cosmo fece appena in tempo a indossarla. Uno degli uomini di guardia (ne erano venuti otto, alla spicciolata, da Colimbètra, in gran tenuta) entrò di corsa ad annunziar l’arrivo di Monsignore. Don Cosmo tornò a sbuffare; volle alzar le braccia per esprimere il fastidio che gli recava quell’annunzio; ma non poté; la napoleona...

– Giusta! attillata! dipinta! – lo prevenne donna Sara.

– Dipinta un corno! – gridò don Cosmo. – Mi sega le ascelle, mi strozza!

E scappò via.

Sperava che arrivasse per ultimo il vescovo e che non toccasse a lui d’accoglierlo e di tenergli compagnia fino all’arrivo degli altri ospiti. Gli seccavano anche questi, gli seccava enormemente tutta quella pagliacciata pomposa; ma più di tutto e di tutti la vista di monsignor vescovo, di quell’alto rappresentante d’un mondo da cui egli s’era allontanato dopo tanto strazio, urtato specialmente dall’ipocrisia di tanti altri suoi compagni, i quali, pur assaliti in segreto dai suoi stessi dubbii, vi erano rimasti. E monsignor Montoro era appunto fra questi. Ora si faceva baciar la mano, colui, e aveva la cura suprema delle anime di un’intera diocesi. Le illusioni incoscienti, le finzioni spontanee e necessarie dell’anima, don Cosmo, sì, le scusava e le commiserava e compativa; ma le finzioni coscienti, no, segnatamente in quell’ufficio supremo, in quel ministero della vita e della morte.

– Oh bello! oh bene! – diceva intanto Monsignore, molle molle, smontato dalla vettura e guardando la campagna intorno, tra Dianella Salvo e il suo segretario, giovane prete, smilzo e pallidissimo, dagli occhi profondi e intelligenti. – Col mare vicino... oh bello!... oh bene!... e la valle... e la valle... e che...

S’interruppe, vedendo don Cosmo scender la scala della vecchia villa infronzolata.

– Oh eccolo! Caro mio don Cosmo...

– Monsignore riveritissimo, – disse questi, inchinandosi goffamente.

– Caro... Caro... – ripeté Monsignore, quasi abbraccianolo e battendogli una mano sulla spalla. – Da quanti mai anni non ci vediamo più... Vecchi... eh! vecchi... Tu... (ci daremo del tu, spero, come un tempo noi due) tu devi avere, se non sbaglio, qualche annetto più di me...

– Forse... sì, – sospirò don Cosmo. – Ma chi li conta piú, Montoro mio? So che n’ho molti dietro; pochi, davanti; e quelli mi pesano, e questi mi pajono enormemente lunghi... Non so altro.

Dianella Salvo, guardando don Cosmo, aveva atteggiato involontariamente il volto di riso nel vedergli addosso quell’antica napoleona che gli serrava le spalle e le braccia. Sorrideva sotto il naso anche il giovine e pallido prete; e gli otto uomini di guardia, postati e impalati a piè della scala, miravano il fratello del principe loro padrone, a quel solenne ricevimento, tra afflitti e mortificati. Donna Sara Alàimo s’era accomodati alla bell’e meglio i capelli sotto la cuffia ed era scesa a baciar la mano al vescovo, piegando un ginocchio fino a terra; erano scese con lei le due cameriere insieme col cuoco e il servitore, e s’era accostata anche la moglie del curàtolo Vanni di Ninfa coi tre marmocchi sbracati, dalle zampe a roncolo. Monsignore tendeva la mano al bacio e sorrideva a tutti, chinando il capo. Poi presentò il segretario a don Cosmo e, salendo la scala della villa, parlò della visita che aveva fatto testé, di passata, alla chiesuola della Seta, e della festa che gli avevano fatta tutti gli abitanti di quel casale.

– Che buona gente... che buona gente...

E domandò a Dianella e a donna Sara se la domenica andavano a messa lì, a quella chiesuola.

– So che ci viene apposta un sacerdote da Porto Empedocle, e che quei buoni borghigiani raccolgono l’obolo dai viandanti tutta la settimana, per lo stradone...

Entrando nella villa si rivolse a Dianella e le domandò:

– La mamma?

Dianella gli rispose con un gesto sconsolato delle braccia, impallidendo e guardandolo negli occhi amaramente.

– Che pena! – sospirò Monsignore, andando a sedere nel terrazzo già addobbato. – Ma calma, eh, almeno è calma?

– Non si sente! – esclamò donna Sara.

– E seguita a pregare, è vero? – aggiunse il vescovo.

– Sempre, – rispose Dianella.

– Consolante per voi, – osservò Monsignore, tentennando lievemente il capo, con gli occhi globulenti socchiusi, – che nel bujo della mente, soltanto il lume della fede le sia rimasto acceso... Divina misericordia...

– Perdere la ragione! – mormorò don Cosmo.

Monsignore si voltò a guardarlo, piccato. Ma don Cosmo, assorto, non lo vide: pensava per conto suo.

– Dico serbar la fede, pur avendo perduto la ragione, – spiegò Monsignore.

– Sì, sì! – sospirò don Cosmo, riscotendosi. – Ma difficile è il contrario, Monsignore mio!

– Credo che non sia prudente, è vero, farmi vedere da lei? – domandò il vescovo, rivolgendosi a Dianella, come se non avesse inteso le parole di don Cosmo. – Lasciamola, lasciamola tranquilla... Con te, – soggiunse poi, piano e con un benevolo sorriso a don Cosmo, – vorrei pur riprendere le fervide discussioni nostre d’un tempo, ma non ora e non qui... Se tu volessi venire a trovarmi…

– Discutere? Stolido perfetto! – esclamò don Cosmo. – Sono diventato stolido perfetto, caro Montoro mio... Non connetto più! Se uno mi dice che due e due fanno sei e un altro mi dice che fanno tre...

– Ecco il principe! – lo interruppe donna Sara, che guardava verso il viale dalla ringhiera del terrazzo.

Monsignore si alzò con Dianella e don Cosmo per vederlo arrivare. Questi accorse, per abbracciarlo appena smontato dalla vettura. Cavalcavano ai due lati capitan Sciaralla e un altro graduato, anch’essi in alta tenuta. Il rosso acceso dei calzoni spiccava gajamente tra il verde degli alberi e sotto l’azzurro del cielo. La vettura era chiusa. Il segretario Lisi Prèola sedeva dirimpetto al principe.

Donna Sara si ritrasse dal terrazzo, ove rimasero soltanto Monsignore, Dianella Salvo e il segretario ad assistere dalla ringhiera all’abbraccio che i due fratelli si sarebbero scambiato.

Don Ippolito Laurentano smontò dalla vettura con giovanile agilità. Vestiva da mattina e aveva in capo un cappello avana dalle ampie tese. Baciò il fratello e subito si trasse indietro a osservarlo.

– Cosmo, e come ti sei conciato? – gli domandò sorridendo. – Ma no! ma no! Vai subito a levarti codesto monumento dalle spalle...

Don Cosmo si guardò addosso la napoleona, di cui non si ricordava più, quantunque se ne sentisse segar le ascelle.

– Sì, difatti, – disse, – sento un certo odore...

– Odore? Ma tu appesti, caro! – esclamò don Ippolito. – Senti di canfora lontano un miglio!

E sorrise a Monsignore e si levò il cappello per salutare Dianella Salvo nel terrazzo; poi s’avviò per la scala.

– Vi do la consolante notizia che siete molto più stolida di me! ma molto! molto! – diceva poco dopo don Cosmo alla «casiera» avvilita e stizzita, punto persuasa che quell’«abito di tono» fosse fuor di luogo in un avvenimento come quello, con la presenza d’un monsignore. – E mi avete fatto girar la testa, – incalzava don Cosmo, – e mi avete ubriacato con tutta la vostra canfora... Tirate, giù! tirate subito... Non mi posso scorticare da me! Datemi la mia solita giacca, adesso.

Quando ricomparve sul terrazzo, don Ippolito levò le braccia.

– Ah, sia lodato Dio! così va bene!

Monsignore e Dianella ridevano.

– Pensate di donna Sara! che vuoi farci? – sospirò don Cosmo, alzando le spalle. – Vi assicuro che è molto più stolida di me.

– Questo poi! – disse il principe, ridendo. – E di’ un po’, Mauro dov’è? non si fa vedere?

– Uhm! – fece don Cosmo.– Sparito! Non ne ho più nuova da tanti giorni, da che abbiamo l’onore...

– Io so dov’è, – disse Dianella, inchinando graziosamente il capo al complimento di don Cosmo, che volle interrompere. – Sotto un carubo giù nel vallone... Ma, per carità non deve saperlo nessuno! Noi abbiamo fatto amicizia...

– Ah sí? – domandò don Ippolito, ammirando con occhi ridenti la gentilezza e la grazia della fanciulla. – Con quell’orso?

– È un gran pazzo! – sentenziò gravemente don Cosmo.

– No, perché? – fece Dianella.

– E guardi poi chi lo dice, Monsignore! – esclamò il principe. – Non so che pagherei per assistere, non visto, alle scene che debbono avvenire qua fra tutti e due, quando son soli...

Don Cosmo approvò col capo ed emise il suo solito riso di tre oh! oh! oh!

– Dev’essere uno spasso! – aggiunse don Ippolito.

Dianella guardava con piacere e indefinibile soddisfazione quel vecchio, a cui la virile bellezza, la composta vigoria, la sicura padronanza di sé davano una nobiltà così altera e così serena a un tempo; indovinava il tratto squisito che doveva avere senza il minimo studio e però senz’ombra d’affettazione, e soffriva nel porgli accanto col pensiero sua zia Adelaide di così diversa, anzi opposta natura: scoppiante e sempliciona. Che impressione ne avrebbe ricevuta tra poco?

Si mossero tutti dal terrazzo e tutti, tranne Monsignore e il suo segretario che rimasero sul pianerottolo innanzi alla porta, scesero a piè della scala, quando i sonaglioli d’argento annunziarono per il viale la vettura di Flaminio Salvo. Don Ippolito si fece avanti per ajutar le signore a smontare, e sorprese la sposa nell’atto di sbuffare un Eccoci qua! con le braccia protese verso il cielo della carrozza, come per spiccicarsele. Finse di non accorgersi di quell’atto sguajato, facendo più profondo l’inchino, poi le baciò la mano; la baciò a donna Nicoletta Capolino, e strinse vigorosamente quella di Flaminio Salvo, mentre le due signore abbracciavano festosamente Dianella, e don Cosmo restava impacciato, non sapendo se e come farsi avanti. Capitan Sciaralla su la giumenta bianca pareva una statua, a piè della scala, innanzi al plotone su l’attenti.

– Ah, i militari! lasciatemi vedere i militari! – esclamò donna Adelaide, accorrendo come una papera, senza accorgersi che dall’alto della scala, tra i cassoni di lauro e di bambù, monsignor Montoro col volto atteggiato di benevolo condiscendente sorriso per la terza volta si inchinava invano.

Dianella, scorgendo alla fine l’imbarazzo di don Cosmo, troncò le espansioni d’affetto di Nicoletta Capolino, e trattenne la zia per indicargli e presentargli il futuro cognato.

– Ah già – fece donna Adelaide, ridendo e stringendogli forte la mano. – Tanto piacere! Il romito di Valsanìa, è vero? Piacerone! E come l’hanno parata bella la villa! Uh, guarda! guarda! ma c’è già Monsignore... E nessuno me lo diceva!

S’avviò in fretta per la scala; subito il principe accorse per offrirle il braccio; don Cosmo lo offrì a donna Nicoletta, e Dianella seguì col padre.

– Vestiti proprio bene codesti militari! – disse donna Adelaide al principe, tirandosi su davanti con la mano libera la veste, per non incespicar nella salita. – Graziosi davvero! pajono pupi di zucchero!

Poi, prima d’arrivare al pianerottolo in cima alla scala:

– Monsignore eccellentissimo! Credevo che Vostra Eccellenza dovesse arrivare col comodo suo, ed eccola qua invece... puntuale!

Il vescovo sorrise, tese la mano perché donna Adelaide baciasse l’anello, e le disse:

– Per aver la gioja di vedervi così, a braccio del principe e darvi la benvenuta, donna Adelaide, nelle case dei Laurentano.

– Ma che degnazione, grazie, grazie, proprio gentile, Vostra Eccellenza! – rispose donna Adelaide, entrando nella villa a un invito del principe.

Entrò Monsignore e poi donna Nicoletta e poi Dianella e il Salvo e il segretario del vescovo e anche don Cosmo: il principe volle entrare per ultimo. Quando si fece nel terrazzo, sorprese i dolci occhi di Dianella che lo aspettavano, indagatori. Istintivamente rispose a quello sguardo con un lievissimo sorriso.

– Bell’uomo, no? – disse piano a Dianella Nicoletta Capolino. – Non ci sarà punto bisogno d’accorciargli la barba, come dice Adelaide.

SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12 Accorciargli la barba? – domandò Dianella.

– Sì, – riprese l’altra. – Ci ha fatto tanto ridere in carrozza, con la paura della barba lunga del principe.

– Che avete da dire voi due là? – saltò a domandare a questo punto donna Adelaide. – Ridete di noi? Ridono di me e di voi, caro principe. Ragazzacce! Ma non c’è che fare: siamo qua per questo; oggi è la nostra giornata... Come alla fiera! Flaminio, figlio mio, non mi mangiare con gli occhi. Fammi coraggio, piuttosto! Io ti dico di sì, sempre di sì... Ma lasciami stare allegra! Dico sciocchezze, perché sono commossa... Andiamo, Nicoletta! Con licenza vostra, principe, vado a salutare la mia povera cognata.

E andò seguita dalla nipote e da Nicoletta.

Subito il Salvo, per rimediare all’impressione sgradevole di quella scappata della sorella nell’animo del principe, spiegò con aria misteriosa che la signora Capolino ignorava affatto che il marito forse in quel momento stesso si batteva e che lo credeva invece a Siculiana per il giro elettorale.

– Preghiamo Iddio che avvenga bene! – sospirò Monsignore, afflittissimo, levando gli occhi al cielo.

– Oh, non c’è da dubitarne! – sorrise il Salvo.– Un avversario ridicolo, che le ha prese da tutti, sempre: corto, grassoccio e miope forte. Il nostro Capolino, invece...

– Ho visto da lontano, per lo stradone, appena uscito dalla villa, – disse don Ippolito, – le due carrozze che venivano a Colimbètra.

– Eh già, – soggiunse il Salvo, – a quest’ora, certamente...

E s’interruppe. Tacquero tutti per un istante, sopraffatti senza volerlo dalla costernazione, e volarono col pensiero alla villa lontana, dove in quel momento avveniva lo scontro. Lì era una ben diversa realtà: due uomini a fronte, due sciabole nude, guizzanti nell’aria; qua, in mezzo al silenzio della campagna, gli addobbi sfarzosi, improvvisati per una festa, che ora, stranamente, appariva a tutti quasi fuor di luogo. C’era veramente, fin dall’arrivo, in fondo a gli animi una certa freddezza impicciosa, che tanto il principe quanto il Salvo cercavano di dissimulare alla meglio. Tale freddezza proveniva dalla risposta di Landino, finalmente arrivata, alla lettera del padre: solite congratulazioni, soliti augurii, espressioni ricercate di compiacimento per la buona e affettuosa compagnia che il padre avr’ebbe avuto; ma nessun accenno alla sua venuta per assistere alle nozze. Don Ippolito, partendo da Colimbètra, aveva divisato di mandare a Roma Mauro Mortara, perché facesse intendere a Landino quanto dispiacere gli cagionasse la sua condotta, e lo inducesse a ritornare con sé in Sicilia. Sapeva che Landino fin dalla prima infanzia nutriva un affetto tenerissimo e profondo per il vecchio Mauro e una viva ammirazione per il carattere di lui, per la fedeltà fanatica alla memoria e alle idee del nonno, per l’atteggiamento quasi sdegnoso che aveva assunto fin da principio e manteneva tuttora di fronte al padre, cioè di fronte a lui don Ippolito, che pure era il suo padrone. Nessun ambasciatore forse sarebbe stato più efficace di lui. Perché quel vecchio selvaggio era come radicato nel cuore della famiglia. Volle approfittare di quel momento che le due signore s’erano assentate, per uscire sul pianerottolo della scala a ordinare a Sciaralla di mandar giù nel burrone Vanni di Ninfa in cerca di Mauro, a cui voleva parlare. Quando ritornò sul terrazzo, vi ritrovò donna Adelaide, donna Nicoletta e Dianella. Le prime due s’erano tolti i cappelli Donna Adelaide aveva gli occhi rossi di pianto e Dianella era più pallida e più fosco il Salvo.

– Io non v’ho chiesto, don Flaminio, – disse il principe afflitto, – d’essere presentato alla vostra signora, perché so purtroppo...

– Oh, grazie, grazie, – lo interruppe il Salvo, stringendosi nel suo cordoglio e scrollando lievemente il capo, con gli occhi socchiusi, come per dire: «Tanto... è come se non ci fosse!».

Donna Adelaide s’era accostata alla ringhiera del terrazzo e, con le spalle voltate, s’asciugava gli occhi, si soffiava forte il naso, dicendo a Nicoletta Capolino che la esortava a calmarsi:

– Sono un’asinaccia, lo so! Ma che ci posso fare? Quando la vedo... quando le vedo quegli occhi... mi fa una pena! una pena!

A un tratto, facendo uno sforzo, alzò le braccia, si provò a sollevare e a scuotere il capo, come soffocata, sbuffò:

– Uff, e basta ora! – e si voltò sorridente.

Vennero nel terrazzo due camerieri in livrea con vassoj pieni di tazze e di paste. Dopo la colazione, monsignor Montoro prese la parola per dichiarare con un forbito sermoncino (che pur voleva aver l’aria d’essere improvvisato lì per lì, alla buona) la promessa formale delle prossime nozze, ed esaltò naturalmente i bei tempi, in cui alla società degli uomini bastava d’intendersi solamente con Dio per il vincolo matrimoniale, che soltanto la religione può render sacro e nobile, laddove la legge umana e così detta civile lo avvilisce e quasi lo abietta... Tutti ascoltavano a occhi bassi, religiosamente, le parole dipinte del vescovo. Solo don Cosmo teneva le ciglia aggrottate e gli occhi serrati, come se in qualcuna di quelle parole volesse trovar l’appiglio per una discussione filosofica. Don Ippolito, nel vederlo in quell’atteggiamento, se ne impensierì sul serio. Flaminio Salvo, dal canto suo, con quella lettera da Roma attraverso all’anima, pensava che eran belle e buone, sì, quelle considerazioni del vescovo, ma che intanto il signor figlio del principe faceva orecchie da mercante, e che non si stava ai patti, e che la sorella senz’alcuna garanzia si lasciava andare a quella prima compromissione. Per donna Adelaide quell’orazioncina era come una funzione sacra, quasi come sentir messa: una formalità, insomma. Tutta una commedia, invece, non molto divertente in quel punto era per Nicoletta Capolino, e nauseosa per Dianella che guardava costei e chiaramente le leggeva in fronte ciò che pensava.

S’era levata una brezzolina dal mare, e la tenda a padiglione si gonfiava a tratti come un pallone, e un lembo del drappo damascato sbatteva insolentemente contro le bacchette della ringhiera nascosta. Questo battìo distrasse alla fine l’attenzione non molto intensa che donna Adelaide prestava all’orazioncina oramai troppo lunga e, come una nuvola portata dal vento offuscò a un tratto il sole, ella si chinò alquanto a sbirciare il cielo di sotto la tenda e non poté tenersi dal mormorare:

– Purché non piova...

Queste tre parole, appena mormorate, ebbero un effetto disastroso, come se tutti irresistibilmente (tranne Monsignore s’intende) scoprissero una relazione immediata tra la minaccia della pioggia e quel ponderoso e interminabile sermone. Don Cosmo sbarrò gli occhi, stralunato; donna Nicoletta non poté frenare uno scatto di riso; don Flaminio si accigliò; Monsignore s’interruppe, si smarrí, disse:

– Speriamo di no, – e subito soggiunse: – Conchiudo.

Conchiuse, naturalmente, con augurii e rallegramenti, e tutti si levarono con molto sollievo. Donna Adelaide, sentendosi proprio soffocare sotto quel parato a padiglione, propose di scendere a passeggiare per il viale. Il principe tornò a offrirle il braccio, Nicoletta scese con Dianella, e Monsignore, il Salvo, don Cosmo e il segretario tennero dietro.

Don Ippolito Laurentano si sentiva la lingua inaridita e legata, per la lotta crudele dentro di lui tra il sentimento cavalleresco che lo spingeva a mostrarsi premuroso e galante con la dama, e il disinganno e la repulsione invincibile che i modi di lei, il tratto, i gesti, la voce, il riso gli avevano subito ispirato; tra il bisogno istintivo, prepotente, irresistibile di liberarsene al più presto, mandando a monte senz’altro quel disegno che ora, in atto, gli appariva così intollerabilmente minore dell’idea che se n’era formata, e il pensiero della difficoltà dopo quella prima compromissione, e il puntiglio inoltre, segreto e acerbo, contro il figlio lontano, a cui gli pareva di darla vinta, dopo che s’era abbassato fin quasi a chiedergli il permesso di quelle nozze. Gli bolliva dentro, infine, acerrima, la stizza contro Monsignore che così ingannevolmente gli aveva dipinto la sposa: – briosetta, gran cuore, indole aperta, sincera, vivace, remissiva... – Che dirle intanto? da che rifarsi a parlarle? Per fortuna sopravvenne capitan Sciaralla ad annunziargli, su l’attenti, che il Mortara era venuto su dal «vallone».

– E dov’è? – domandò il principe aspramente. – Digli che venga qua.

– Mauro? – domandò don Cosmo. – Eh no, lascialo stare, poveretto... Sai com’è...

– Ah, quello che chiamano il monaco? – esclamò donna Adelaide. – Andiamo a vederlo, andiamo subito, principe, per favore!

– No, zia! – pregò Dianella, che si pentiva d’avere indicato il nascondiglio... – Lo faremmo soffrire...

– Ma è proprio così orso? – disse, stupita, donna Adelaide.

– Orsissimo! – confermò don Cosmo.

– Figuratevi, – soggiunse Flaminio Salvo, – che, dopo tanti giorni, non ho potuto ancora vederlo.

E Nicoletta domandò:

– È vero che ha una pelle di capro in testa e va armato fino ai denti?

– Andiamo noi due soli, principe! – propose di nuovo donna Adelaide.– Vorrei proprio vederlo... non so resistere, andiamo!

Mauro se ne stava davanti alla porta della sua camera a terreno, e guardava torvo la vigna e il mare. Vedendo il principe con una signora, s’infoscò vieppiù; ma, come don Ippolito lo chiamò amorevolmente, s’accostò e si curvò a baciarlo sul petto. Il bacio fu seguìto da una specie di singulto.

– Vecchio mio, – disse don Ippolito, intenerito da quel bacio sul cuore, – sai chi è questa signora?

– Me lo figuro; e Dio vi faccia contento! – rispose Mauro, guardando serio donna Adelaide che lo mirava con gli occhi lucenti, sbarrati, e la bocca ridente.

– Vorrei far contento anche te, – riprese il principe. – Vuoi andare a Roma?

– A Roma? io? – esclamò Mauro, stordito. – A Roma? E me lo domandate? Chi sa quante volte ci sarei andato a piedi, pellegrino, se le mie gambe...

– Bene, – lo interruppe il principe, – ci andrai col vapore e con la ferrovia. Ho da darti un incarico per Lando. Vieni domani a Colimbètra... cioè, domani no... lasciami pensare! Manderò io a chiamarti in settimana. Devo parlarti a lungo.

– E poi... presto a Roma? – domandò, titubante, Mauro.

– Prestissimo!

– Perché sono vecchio, – soggiunse Mauro. – Su la forca dei due 7... e morire senza veder Roma è stata sempre la spina mia!

– Ma ci andrete vestito così, a Roma? – gli domandò donna Adelaide.

– Nossignora, – le rispose Mauro. – Ci ho l’abito buono, di panno, e un bel cappello nero, come codesto del vostro sposo.

– E codesta berretta lanosa, – tornò a domandargli donna Adelaide, – come potete sopportarla? Oh Dio, io soffro soltanto a vederla!

– Questa berretta... – cominciò a dir Mauro; ma un grido improvviso, dall’altra parte della cascina, lo interruppe.

Sopraggiunse, sconvolto, con passo concitato, Flaminio Salvo.

– Don Ippolito, venite! venite!... Il nostro Capolino...

– Che è stato? – gridò donna Adelaide.

– Ferito? – domandò il principe.

– Sì, pare gravemente... – rispose il Salvo. – Venite!

– Ma chi l’ha detto?

– È venuto di corsa uno dei vostri uomini da Colimbètra... L’hanno portato su da voi ferito al petto... non so ancora se di sciabola o di pistola... E la povera signora Nicoletta che è qua con noi!

Quando salirono alla villa, Nicoletta si dibatteva tra Monsignore e Dianella, gemendo di continuo:

– Il cuore me lo diceva! il cuore mi parlava! Il mio cappello... il mio cappello... Presto, la vettura... Infami, assassini... O Gnazio mio!

– La vettura è pronta! – venne ad annunziare capitan Sciaralla.

Nicoletta si lanciò senza salutar nessuno.

– Voi, principe? – disse il Salvo.

– Debbo andare anch’io? – domandò don Ippolito.

E il Salvo:

– Sarebbe meglio. Tu, Adelaide, questa sera rimarrai qua. Andiamo. Andiamo.

La vettura con Nicoletta, il principe e il Salvo partì di galoppo.

– Oh bella Madre Santissima, che jettatura! – rimase a esclamare sul pianerottolo della scala donna Adelaide, battendo le mani. – Ma che c’entrava proprio oggi il duello, che c’entrava? Son cose giuste? Lasci star Dio, Monsignore! Mi faccia il piacere! Che ci prega?... Mi scusi Vostra Eccellenza, ma sono parti, queste, da fare a una povera donna come me?

VIII

Nella casa di donna Caterina Auriti Laurentano, il giorno delle elezioni, erano raccolti intorno a Roberto i pochi amici rimasti fedeli, riveduti in quei giorni, mutati come lui dal tempo e dalle vicende della vita. Per un momento, negli occhi di ciascuno, abbracciando l’amico, era guizzato lo sguardo della gioventù, di quei giorni lontani, ignari di ciò che la sorte riserbava; e, subito dopo, fra un lieve tentennìo del capo, quegli occhi s’eran velati di commozione mentre le labbra si schiudevano a uno squallido sorriso. «Chi ci avrebbe detto, – esprimevano quello sguardo velato e quel sorriso – chi ci avrebbe detto allora, che un giorno ci saremmo ritrovati così? che tante cose avremmo perdute, che erano tutta la nostra vita allora, e che ci sarebbe parso impossibile perdere? Eppure le abbiamo perdute; e la vita ci è rimasta così: questa!». Più penosa ancora era la vista di qualcuno che non s’era accorto, o fingeva di non accorgersi tuttavia delle sue perdite, e lo mostrava nella cura della propria persona rinvecchignita, da cui spiravano, compassionevolmente affievolite, le arie e le maniere d’un’altra età. Ciascuno s’era adattato alla meglio alla propria sorte, s’era fatto un covo, uno stato. Sebastiano Ceràulo, avvocato di scarsi studii, fervido improvvisatore di poesie patriottiche negli anni della Rivoluzione, giovine allora animoso, impetuoso, con una selva di capelli scarmigliati, era entrato per favore come segretario negli ufficii della Provincia, e si raffilava ora sul cranio con miserevole studio i quattro lunghi peli incerottati che gli erano rimasti; s’era ingrassato enormemente; aveva preso moglie; ne aveva avuto cinque figliole, ora tutte smaniose di trovar marito. Un altro, Marco Sala, condannato a morte dal governo borbonico, e pur non di meno tante volte dall’esilio venuto in Sicilia travestito da frate per diffondervi segretamente i proclami del Mazzini, s’era dato prima al commercio dello zolfo; aveva avuto fortuna per alcuni anni; poi un tracollo; e per parecchio tempo aveva mantenuto col giuoco la famiglia; alla fine aveva avuto il posto di magazziniere dei tabacchi. Rosario Trigòna, che nella giornata del maggio del 1860, a Girgenti, mentre Garibaldi combatteva a Calatafimi, era uscito solo, pazzescamente, con altri quattro compagni, la bandiera tricolore in una mano e uno sciabolone nell’altra incontro ai tre mila uomini del presidio borbonico, e che, inseguito, tempestato di fucilate, era scampato per miracolo e aveva raggiunto a piedi Garibaldi vittorioso, correndo di giorno e di notte e sfuggendo all’esercito regio che s’internava nella Sicilia in cerca del Filibustiere, il quale era intanto a Gibilrossa sopra Palermo; Rosario Trigòna, disfatto adesso dalla nefrite, gonfio, calvo, sdentato e quasi cieco, sovraccarico anch’esso di famiglia, vivucchiava miseramente col magro stipendio di vice-segretario alla Camera di Commercio. E Mattia Gangi, che aveva buttato la tonaca alle ortiche per prender parte alla Rivoluzione, ora, asmatico, rabbioso, con la barba, i capelli e le foltissime sopracciglia ritinti d’un color rosso di carota, insegnava nel ginnasio inferiore alauda est laeta, e «lieta un corno!»  soggiungeva ai ragazzi con tanto d’occhi sbarrati: «ma che lieta! non ci credete, canta perché ha fame, canta per chiamare! lieta un corno!» Contrastava con questi Filippo Noto, alto, magro, appassito, ma ancora biondiccio e azzimato. Prima del ’60 s’era battuto in duello con un ufficialetto borbonico per motivo di donne ed era stato perseguitato; quell’avventura amorosa era divenuta per lui un precedente patriottico; ma s’impacciava poco di politica: studiando molto, era riuscito a tenersi a galla, a rinnovarsi coi tempi, pur rimanendo malva, conservatore; passava per uno degli avvocati più dotti del foro siciliano, ed era spesso chiamato a difendere le più importanti cause civili anche a Palermo, a Messina, a Catania.

Questi cinque amici e il canonico Agrò si sforzavano di tener desta la conversazione, parlando di cose aliene, di avvenimenti lontani, ricordando aneddoti che promovevano qualche riso stentato; tanto per impedire che col silenzio il peso della sconfitta, quantunque prevista, gravasse maggiormente su gli animi oppressi. Ma veramente, a poco a poco, dopo la prima scossa nel riveder l’amico e ora per la commozione crescente nel rievocare gli antichi ricordi della gioventù, cominciava a scomporsi in loro la coscienza presente, e con una specie di turbamento segreto che li inteneriva avvertivano in sé la sopravvivenza di loro stessi quali erano stati tanti e tanti anni addietro, con quegli stessi pensieri e sentimenti che già da un lungo oblìo credevano oscurati, cancellati, spenti. Si dimostrava vivo in quel momento in ciascuno di loro un altro essere insospettato, quello che ognun d’essi era stato trent’anni fa, tal quale; ma così vivo, così presente che, nel guardarsi, provavano una strana impressione, triste e ridicola insieme, dei loro aspetti cangiati, che quasi quasi a loro medesimi non sembravano veri. Di tratto in tratto, però, entrava nel salotto Antonio Del Re, che li vedeva vecchi com’erano, e che, stando un pezzo a udire i loro discorsi, provava una tristezza indefinita, la tristezza che si prova nel veder nei vecchi, che per un tratto si dimenticano d’esser tali, ancora verdi certe passioni che hanno radici in un terreno oltrepassato, che noi ignoriamo.

– Ci eravamo trattenuti a San Gerlando, – raccontava Marco Sala, – a giocare fin quasi a mezzanotte in casa di Giacinto Lumìa, buon’anima.

– Povero Giacinto! – sospirò il Trigòna, scrollando il capo.

– C’era con noi Vincenzo Guarnotta di Siculiana, – seguitò il Sala.

– Ah, Vincenzo! – disse Roberto Auriti. – Che ne è?

– Morto, – rispose il Sala.

– Anche lui?

– Eh, sarà nove o dieci anni!

Con quel suo sorriso perenne, più degli occhi che della bocca... occhi chiari, di mare, col nudo faccione di terracotta... «Ah! sti cazzi! chi mi pigli pi fissa?» – scomparso anche lui.

– Era venuto a Girgenti per affari, e alloggiava, come usava allora che non c’erano alberghi, nel convento di Sant’Anna. Adesso, neanche il convento c’è piú! Nottata da lupi: vento, lampi, tuoni e acqua, acqua che il tetto pareva ne dovesse subissare. Tanto che Giacinto Lumìa alla fine propose a tutti di rimanere a dormire in casa sua. Ci saremmo accomodati alla meglio. Gli altri, scapoli, e il Guarnotta, forestiere, accettarono l’invito; io, non ostanti le preghiere insistenti, volli andarmene per non tenere in pensiero mia madre, sant’anima, e mia moglie. Prima d’andarmene, il Guarnotta, sapendo che per arrivare a casa dovevo passare per lo stretto di Sant’Anna, mi pregò di bussare alla porta del convento per avvertire il frate portinajo ch’egli quella notte avrebbe dormito fuori. Glielo promisi e andai. Vi assicuro che, appena su la via, mi pentii di non avere accettato l’ospitalità del Lumìa. Che vento! portava via! frustava la pioggia, densa come piombo; e freddo e bujo, un bujo che s’affettava, dopo gli sprazzi paurosi dei lampi. Tuttavia, passando per lo stretto di Sant’Anna, mi ricordai di quel che m’aveva detto il Guarnotta e mi fermai a picchiare alla porta del convento. Picchia e ripicchia: niente! non mi sentiva nessuno! Per miracolo non buttai la porta a terra. Stavo per andarmene, su le furie, quando sentii schiudere una finestra ferrata in alto; e un vocione: «Chi è là?» «Sala, – dico, – Marco Sala!» «Va bene!» risponde allora il vocione di lassù; e subito dopo sento sbattere di nuovo e sprangare la finestra. Restai come un allocco. Non mi avevano dato il tempo di parlare, e andava bene? Mi scrollai dalla rabbia, pensando che per far piacere al Guarnotta che se ne stava al coperto, io, col rischio di prendere un malanno, per giunta ero passato forse per matto o per ubriaco. Chi poteva girare a quell’ora, con quel tempo? Fatti pochi passi, sento per lo Stretto un rintocco di campana, - don - lento, che mi fece sobbalzare; e il vento propagò il suono, lugubremente, nella notte; poi, di nuovo, don, don, altri rintocchi; saranno stati quindici; non ci badai più. Arrivato a casa, mi strappai gli abiti, che mi s’erano incollati addosso; mi asciugai ben bene; mi cacciai a letto, e buona notte. La mattina dopo m’alzo presto, com’è mia abitudine, vado per aprire la porta, e indovinate chi mi trovo davanti? I portantini col cataletto. Appena mi vedono, levano le braccia, dànno un balzo indietro; rimangono basiti: «Don Marco! Ma come? Voscenza non è morto?» «Figliacci di cane!» grido io, levando il bastone. E quelli: «Sissignore... A Sant’Anna, stanotte, sono venuti ad avvertire che Voscenza era morto!» Quella campana, capite? aveva sonato a morto per me. Ed ero andato io stesso ad annunziare la mia morte.

Benché la storiella non fosse allegra, le ultime parole del Sala furono accolte dalle risa degli amici.

– Ridete. – diss’egli. – Eppure chi sa se non sono morto davvero, io, allora, cari miei! Ma sì! Posso dire che quella fu l’ultima nottata allegra della mia gioventù! Forse, ripensandoci, l’impressione di quei rintocchi mi s’è fissata, mal augurosa; ma mi sembra che proprio da allora la vita mi si sia chiusa tra un diluvio di guaj, sia divenuta per me come era lo stretto di Sant’Anna in quella notte da lupi, e che quei don don della campana a morto mi abbiano seguito per tutto il cammino...

Rientrò, in quel punto, Antonio Del Re con un nuovo telegramma. Ne erano già arrivati parecchi dalle varie sezioni elettorali del collegio. Il canonico Agrò lo aprì, lo lesse con gli occhi soltanto e lo buttò in un canto, su la sedia presso al canapè. Né Roberto né gli altri si curarono di sapere da che sezione venisse, che esito recasse. Il gesto e il silenzio dell’Agrò avevano reso inutile ogni domanda. La sconfitta del momento, che toccava all’Auriti, rendeva più evidente quella, ben piú grave e irrimediabile, che a ciascuno era toccata dal tempo e dalla vita. E questa sconfitta pareva avesse la propria immagine scolpita in donna Caterina Auriti Laurentano, taciturna e scura. Di tratto in tratto gli amici e Roberto le volgevano uno sguardo fuggevole, come a uno spettro del tempo, di cui essi erano i superstiti vani. Altre voci erano nel nuovo tempo, che non trovavano eco negli animi loro; altri pensieri che non entravano nelle loro menti; altre energie, altri ideali, innanzi a cui i loro animi si chiudevano ostili. E la prova era patente e cruda in quel mucchio di telegrammi su la sedia. Era sorta improvvisamente, negli ultimi giorni, ma certo preparata in segreto da lunga mano, la candidatura d’un tale Zappalà di Grotte, perito minerario: candidatura esplicitamente dichiarata come di protesta e d’affermazione dei lavoratori delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci. Roberto Auriti era passato in terza linea. In quasi tutte le sezioni quello Zappalà aveva raccolto più voti di lui, mettendolo così fuori di combattimento, d’un tratto spiccio e sprezzante, come si butterebbe da canto con un piede uno straccio inutile, ingombro più che inciampo. A un certo punto, quando arrivò il telegramma da Grotte ch’era uno dei maggiori centri zolfiferi della provincia con l’esito della votazione quasi unanime per lo Zappalà, parve che costui dovesse finanche contender seriamente la vittoria al Capolino ed entrare in ballottaggio, non ostante il suffragio entusiastico che il campione clericale aveva raccolto a Girgenti, in compenso della grave ferita riportata nel duello. Il Trigòna, per coprire con pietoso inganno la verità, voleva attribuire principalmente la sconfitta all’esito di quel duello inconsulto, alle maniere troppo violente del Verònica, forestiere, e al contegno arrogante d’uno dei suoi padrini, quel signor tale, spadaccino, che aveva urtato e indignato veramente la cittadinanza girgentana, non ostante che il Selmi, già partito per il suo collegio, avesse fatto di tutto per attenuare l’indignazione. Il canonico Agrò approvò col capo, in silenzio. Non sapeva perdonare al Verònica di avergli mandato a monte, con quella indegna piazzata, il piano strategico meditato e disegnato da lui con astuzia così sottile. E quell’altro cavaliere Giovan Battista Mattina! Mandato a Grotte a sostenervi la candidatura dell’Auriti, aveva fatto la parte di Giuda, mettendosi d’accordo all’ultimo momento coi popolari.

– Ma chi è costui? – domandò col solito piglio feroce Mattia Gangi. – Chi rappresenta? come vive? che fa? da qual chiavica è scappato fuori? Lindo, attillato, con quell’aria di principe regnante...

Il canonico Agrò scosse leggermente la testa con un sogghignetto su le labbra, poi disse:

– Aquiloni, cari amici, aquiloni! Lui, il Verònica e quanti altri mai! Aquiloni... Li vedete in alto, ai sette cieli, rimanete a bocca aperta a mirarli; e chi sa intanto qual è la mano che dà loro il filo! Può esser quella di qualche mala femmina; o il filo può venire dalla Questura, o da qualche bisca notturna… Nessuno può saperlo! L’aquilone intanto è là, piglia il vento, lo segue e par che lo domini. Di tratto in tratto, uno svarione, una vertigine, l’accenno d’un crollo a capofitto. Ma la mano ignota, sotto, subito lo rialza con lievi scossettine sapienti o con larghe stratte energiche e lo rimette a vento e torna a dar filo e filo e filo. Gli aquiloni, cari miei... Quanti ce n’è! E hanno tutti la coda, et in cauda venenum...

Sei teste si scossero per approvare silenziosamente e con profonda amarezza l’immaginoso paragone del canonico Agrò, che ne rimase egli stesso un pezzetto come abbagliato, e trasse un respiro di sollievo, quasi con esso si fosse scrollato dall’anima il peso della sconfitta.

Roberto Auriti soffriva maggiormente per quell’ostinato, cupo silenzio della madre. Ella aveva parlato molto prima, contro il suo solito, per dissuaderlo dall’impresa; e gravi erano state allora le sue parole; più grave, adesso, era il suo silenzio. Voleva che soltanto i fatti parlassero ora, crudamente, a conferma di quanto aveva detto. Se ne irritò, e disse:

– Del resto, amici miei, aquiloni o serpi... lasciamoli andare! A parlarne, parrebbe che io, venendo, mi fossi fatta qualche illusione. Nessuna, lo sapete. Mi ha mandato qua Uno, a cui non potevo dir di no: mi sarebbe parso di disertare.

– Povero Cristo! – esclamò Mattia Gangi. – Per farti mettere in croce sei venuto!

– In croce no, veramente, – sorrise Roberto. – Perché la mia offerta, col valore che poteva avere nella presente lotta, venisse respinta dai miei concittadini; e questa risposta data sul mio nome al Governo, facesse pensare che ormai basta, qua si vuol altro!

– Zappalà, Zappalà si vuole! – sghignò allora Mattia Gangi. – Quanto mi piacerebbe che fosse eletto Zappalà!

– Mamma, – soggiunse piano Roberto, toccandole un braccio, con un sorriso d’amara rassegnazione, – asini vecchi...

La madre sporse il labbro e aggrottò le ciglia mentre gli altri gridavano, approvando l’augurio di Mattia Gangi, che fosse eletto Zappalà. Un Zappalà solo? No! Cinquecentootto Zappalà, uno per ogni collegio della penisola! Che sedute allora alla Camera! Subito, abolizione di tutte le scuole! abolizione di tutte le tasse! abolizione dell’esercito e della polizia! della polizia e della pulizia! spianare i confini, e tutti fratelli! già, già, decapitare le montagne, ridurle tutte a colline d’uguale altezza! E Mattia Gangi, sorto in piedi, si mise a declamare:

Al ronzio di quella lira

Ci uniremo, gira gira,

       Tutti in un gomitolo.

Varietà d’usi e di clima

Le son fisime di prima;

       È mutata l’aria.

I deserti, i monti, i mari,

Son confini da lunari,

       Sogni di geografi...

...E tu pur chetati, o Musa,

Che mi secchi con la scusa

        Dell’amor di patria.

Son figliuol dell’universo,

E mi sembra tempo perso

       Scriver per l’Italia.

S’eran levati tutti in piedi, tranne Pompeo Agrò, e applaudivano calorosamente.

– Signori miei, signori miei, – disse allora Filippo Noto, tirandosi con le dita adunche i polsini di sotto le maniche, – siamo giusti, signori miei; non pigliamocela con loro, perché il torto è tutto nostro! di noi cristianelli! Quando noi sentiamo dire: «Vogliamo che a ciascuno si dia secondo le sue opere! Vogliamo che la personalità umana possa elevarsi sopra la vita materiale! Vogliamo che ciascuno trovi pane e lavoro!» noi borghesucci ignoranti, noi cristianelli pietosi, siamo i primi ad applaudire...

– Sfido! – gridò il Ceràulo. – Nei voti per la felicità universale, sfido! tutti gli animi onesti si trovano d’accordo.

– E i socialisti, ahm! aprono la bocca, e voi ci cascate dentro, – rimbeccò pronto Filippo Noto. – Fanno intravedere un ideale d’umanità e di giustizia che a nessuno può dispiacere, di cui tutti dovrebbero esser contenti; e così fanno proseliti alla loro causa tra quanti non sanno distinguere le ragioni astratte da quelle pratiche della vita sociale, caro Ceràulo! Ingenui che non si domandano neppure se i nuovi metodi non siano tali da render mille volte maggiori le ingiustizie e la tristezza della nostra valle di lacrime; dico bene, Monsignore?

Pompeo Agrò chinò più volte il capo in segno di approvazione.

– Il pericolo vero, signori miei, è qua, – seguitò con più calore il Noto: – nella persuasione in cui siamo venuti noi cristianelli, che il movimento del così detto quarto stato sia inevitabile, irresistibile...

– È, è, è, purtroppo! – lo interruppe di nuovo il Ceràulo.

– Ma nient’affatto! nientissimo affatto! Fandonie! Fandonie! – gridò Filippo Noto. – Alla teoria dei socialisti manca l’appoggio della scienza, caro mio, della scienza, della logica, della morale e anche della civiltà, e non può reggersi, e cadrà per forza come un sogno pazzo, come uno sproloquio da ubriachi! Vorrei dimostrartelo, vorrei dimostrarlo a tutti, e prima agli uomini di governo che ci fanno assistere allo spettacolo miserando dello Stato che si piega, dello Stato che si smarrisce e s’impaccia di cose di cui non dovrebbe impacciarsi!

Si calmò alquanto, protese le mani e riprese con altro tono di voce:

– Lasciatemi dire, in poche parole. Tutto il procedimento è sbagliato, dall’a alla z. Guardate! Il provvedere ai vecchi, alle donne, ai fanciulli abbandonati, agli infermi, può esser cosa, realmente, d’interesse pubblico.

– Interesse d’umanità, – disse il Trigòna.

– Benissimo! D’accordo! – approvò il Noto. – Ma dal soccorrere la miseria presente per mezzo d’asili, di dormitorii, di cucine economiche, è stato facile, inavvertito il passo, signori miei, a salvaguardare il proletariato...

– Il cosí detto proletariato, – masticò tra i denti il Gangi.

– ...dalla miseria anche possibile, – seguitò il Noto, – mercé le assicurazioni obbligatorie contro gl’infortunii del lavoro e contro la futura inabilità dell’operajo per età o per malattia. Ora non vi sembra facile, cari miei, dati questi primi passi, il darne altri che ci conducano sempre più verso quello Stato-Provvidenza tanto biasimato dai più illustri scrittori positivi? Perché, quando sia entrato nella coscienza pubblica il concetto che la comunità deve occuparsi di coloro che per inabilità fisica non possono lavorare, è facile saltare il fosso che ci separa dalla regione vera del socialismo, estendendo il principio anche agli uomini validi e disoccupati. E valga il vero! Se questi, non ostante la buona volontà, non trovano lavoro, o se le loro fatiche non sono sufficientemente retribuite, sono forse meno da compiangere di coloro che, per un difetto fisico, non possono lavorare? L’effetto è il medesimo, signori miei: la fame non meritata! E con la proclamazione del diritto al lavoro, si può vedere da tutti dove si andrà a finire; si è già veduto, del resto, in Francia, nel 1848...

Un’improvvisa esclamazione di sdegno del canonico Agrò interruppe a questo punto il discorso di Filippo Noto, che cominciava ad assumere proporzioni e tono di vera concione.

Era arrivata da Comitini, paese nativo dell’Agrò, una lettera che denunziava un altro tradimento. Il figlio di Rosario Trigòna s’era venduto colà al partito Capolino, spargendo la voce che Roberto Auriti si ritirava dalla lotta e pregava gli amici di votare per il candidato clericale contro il socialista Zappalà. L’Agrò non si poté frenare: senz’alcuna pietà per il povero padre mezzo cieco lì presente, ebbe parole di fuoco per quel tristo che gli faceva patire un così grave smacco là, nella sua stessa cittadella. Roberto Auriti tentò più volte di interromperlo, s’affrettò poi a consolare l’amico, il quale dapprima s’era levato in piedi inorridito, lì per lì per lanciarsi su quella lettera e su l’Agrò, poi s’era lasciato cader di peso su la seggiola, rompendo in singhiozzi, col volto tra le mani.

– Ma sarà una calunnia, Rosario... una calunnia, vedrai! Tuo figlio avrà agito in buona fede, credendo di interpretare il mio pensiero... Difatti, tra i due, tra il Capolino e quello Zappalà, via! meglio che i voti siano andati al Capolino... Ha stimato insostenibile da parte mia la lotta... e...

– No... no... – muggiva tra i singhiozzi Rosario Trigòna, inconsolabile. – Infame! Infame!

Per fortuna, sopravvenne Mauro Mortara, che da Valsanìa s’era recato a Colimbètra per accordarsi col principe circa alla sua andata a Roma. Non sapeva nulla delle elezioni. Accolto con festa da Marco Sala, dal Ceràulo, dal Gangi, i quali non lo vedevano da tanto tempo, scostò tutti con le braccia e quasi s’inginocchiò ai piedi di donna Caterina, prendendole una mano e baciandogliela più e più volte; abbracciò poi Roberto e si chinò a baciarlo al suo solito in petto, sul cuore.

– A Roma! – disse. – Sapete? Vengo a Roma!

Ma il suo giubilo non trovò eco: tutti erano ancora sconcertati e commossi dal pianto del Trigòna.

– Oh, don Rosario! – esclamò Mauro.– E che avete? Perché piangete?

Guardò tutti in giro e appuntò gli occhi sul canonico Agrò che appariva il più scuro e il più turbato.

– Niente, – disse subito Roberto. – Una notizia, senza dubbio, infondata. Signori miei, per carità! Soffro... soffro della vostra pena... molto più che per me. Volete farmi contento? Non parliamo più di nulla. Quel che è stato è stato. Basta! Voi sapete quanto mi siete cari e per qual ragione. Io non vi ringrazio di quel che avete fatto per me in questa occasione, perché so che, se sono cangiati i tempi, non è cangiato il nostro cuore, e voi dunque non potevate non fare per me quel che avete fatto. Il torto è nostro, veramente, cari miei! E lo sappiamo tutti, da un pezzo, chi per un verso, chi per un altro. Dunque... dunque basta: perché lagnarci adesso? È stata un’altra prova, di cui io, per conto mio, non sentivo alcun bisogno... Basta!

Non ne poteva proprio più Roberto Auriti. La vista di quegli amici e il silenzio della madre, il pianto del Trigòna, la stizza acerba dell’Agrò, la frigida saccenteria del Noto gli eran divenuti insopportabili. Gli premeva di scrivere a Roma, di dar subito notizia della lotta perduta alla sua donna, a colei che da tanto tempo gli aveva addormentato aspirazioni e sdegni, e nella quale affogato ormai nell’incuria di tutto ciò che non si riferisse direttamente e minutamente alla sua persona, neghittoso e dimentico, saziava soltanto la fame bruta del senso. Di fronte alla nobiltà della madre, alla purezza della sorella, si sentiva quasi istintivamente costretto a nascondere anche a se stesso la sua schiavitù d’affetto per quella donna che conosceva tutte le sue miserie; e le scriveva di notte. Falsando i proprii sentimenti, per stare in pace con lei e averla docile e pronta alle sue voglie, non aveva osato confessarle prima di partire la vera ragione per cui s’esponeva a quella lotta: le aveva dato a intendere ch’era per migliorare la sua condizione, ponendosi da deputato più in vista.

E nelle prime lettere le aveva lasciato sperare non improbabile la vittoria; poi man mano l’aveva messa in dubbio; le aveva scritto infine che gli premeva ormai soltanto di ritornar presto a lei. Andava lui stesso a impostare quelle lettere, mentre per tutte le altre si serviva del nipote. Eppure sapeva che questi, il giorno appresso, sarebbe partito con lui per intraprendere a Roma gli studii universitarii e avrebbe abitato in casa sua e veduto, dunque, e saputo tutto. Ma voleva, finché era lì, serbare il segreto. Quel giovanotto ispido e angoloso non era fatto certamente per attirar la confidenza di alcuno. E Roberto soffriva al pensiero di condurlo con sé, di fargli conoscere e di far quindi conoscere per mezzo di lui alla madre e alla sorella la vita ch’egli viveva a Roma. Ma come esimersi?

Donna Caterina, intanto, domandava a Mauro notizie del fratello Cosmo, «di quel matto», e di donna Sara Alàimo.

– Non me ne parlate, per carità! – esclamò Mauro. – Vado a Roma, vi dico, e non so altro, non voglio saper altro in questo momento!

– Caro Mauro mio, – gli rispose allora donna Caterina, sorridendo amaramente, – se è così, chiudi gli occhi, tùrati bene gli orecchi e ritòrnatene subito subito in campagna: segui il consiglio mio!

Quando dalla Badia Grande gli amici scesero alla via Atenea, si trovarono presi in mezzo a una fiumana di popolo che esaltava la proclamazione d’Ignazio Capolino.

La carrozza del canonico Agrò si dovette fermare; Il vecchio servo-cocchiere dalle zampe sbieche faceva schioccar la frusta: – Ohi, favorì! Ohi, favorì! – Poteva mai figurarsi che si dovesse mancar di rispetto al suo padrone, o che questi dovesse aver paura? E, tra il clamore e la confusione, non udiva la voce del Canonico che gli gridava: «Indietro, Cola! indietro! Per la via del Purgatorio!». Un fischio, e due, e tre... Figli di cane! Ma Capolino era ancora a letto, convalescente nella villa del principe di Laurentano a Colimbètra, e la dimostrazione di giubilo, per darsi uno sfogo diretto, fu proprio tentata di cangiarsi lì per lì in dimostrazione di protesta contro il canonico Agrò. Per fortuna, i caporioni riuscirono a stornar la bufera che stava per rovesciarsi sulla carrozza mal capitata, non per riguardo a Pompeo Agrò che non ne meritava alcuno, ma all’abito che indossava indegnamente. Qualche fischio sì, passando, non sarebbe stato sprecato; poi via, via, alla Passeggiata, sotto la villa di Flaminio Salvo.

– Viva Ignazio Capolinòòò!

– Vivààà!

– Viva il nostro deputatòòò!

– Vivààà!

Nel bujo della sera, sotto il pallore dei lampioni, per l’angusta via passò tumultuando quel torrente di popolo, che si lasciava trascinare senza il minimo entusiasmo, come un armento belante, dalla volontà di due o tre interessati. La villa di Flaminio Salvo era illuminata tutta, splendidamente, perché si vedesse come segno di trionfo dalla lontana Colimbètra. Vi erano raccolti i maggiorenti del partito che si affacciarono tutti al gran balcone dalla balaustrata di marmo, appena i clamori della dimostrazione si fecero sentire giú per il viale.

– Viva Flaminio Salvòòò!

– Vivààà!

– Viva Ignazio Capolinòòò!

– Vivààà!

Salì alla villa una commissione di dimostranti, che fu accolta dal Salvo con quel solito sorriso freddo, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le grosse pàlpebre dava un’espressione di lieve ironia. E veramente quei quindici o sedici cittadini accaldati, usciti or ora dalla moltitudine anonima, che giù nel bujo del viale aveva tanta imponenza, assumendo lì ciascuno il proprio nome, il proprio aspetto, timidi, impacciati, smarriti, ossequiosi, facevano una ben misera figura, tra gli splendori del magnifico salone. Flaminio Salvo si dichiarò grato alla cittadinanza di quella spontanea affermazione del sentimento popolare; diede notizie della salute dell’on. Capolino e, in presenza della commissione stessa, pregò l’ingegnere Aurelio Costa di recarsi sul momento alla villa del principe, a Colimbètra, per darvi l’annunzio della proclamazione e di quella manifestazione di giubilo di tutto il popolo di Girgenti. Uno dei quindici, allora, s’affacciò al balcone e, tra i lumi sorretti da due camerieri, arringò con impeto la folla.

Nessuno badò allo scompiglio delle povere nottole del viale che abbarbagliate piombavan dall’alto a strisciare sulle teste dei dimostranti, quindi al clamore, al battìo delle mani, si risollevavano disperatamente, lanciando acutissimi stridi, come per chiedere ajuto e vendetta alle stelle che sfavillavano ilari in cielo. L’oratore improvvisato diceva che l’elezione di Capolino era un avvenimento dei più memorabili della storia italiana contemporanea; ma nessuno certamente avrà potuto levar dal capo a quelle nottole, che invece tutta la città, quella sera, si fosse raccolta soltanto per dare a loro una immeritatissima guerra. Arringava ancora quell’oratore, quando Aurelio Costa su un sauro del Salvo, sellato in fretta in furia, partì di galoppo per Colimbètra.

Giù, confuso tra la folla, era il Pigna, arrivato in coda alla dimostrazione, espurgato smaltito evacuato da essa con molta violenza di conati lungo tutto il percorso. Prepotenza! Sopraffazione! Andava per i fatti suoi, stava a traversar la via Atenea, quando la folla gli era venuta addosso; non aveva fatto in tempo a ritrarsi, e allora quelli che stavano alla fronte lo avevano strappato indietro per passare, e così la fiumana se l’era ingojato: sguizzare, con quelle cianche e quel groppone, non gli era stato possibile; furibondo, urlando, s’era messo a tirare spinte da tutte le parti e pugni e calci e gomitate, per farsi un po’ di largo e uscirne; ma quelli per il gusto di portarselo via con sé come in ostaggio gli s’eran pigiati con furia addosso, gridando: «Ecco Pigna! c’è Pigna! viva Pigna! abbasso Propaganda! no, viva! giù, giù con noi!» e qualche lattone e qualche scapaccione era pur volato; più che mai inferocito, come un cinghiale in mezzo a una muta di cani, aveva avventato anche morsi ai più vicini; più d’una volta, puntando i piedi e le spalle per svincolare un braccio e credendo che la folla dietro lo avrebbe parato, trovando invece un po’ di largo fatto da qualcuno che voleva scansarlo, era stato per cadere; ma subito altri lo avevan scaraventato con un nuovo urtone alle spalle di chi stava davanti, e lì, rinserrato compresso, boccheggiante come un pesce, altri lattoni e scapaccioni e dileggi; e tira e spingi, se l’erano sballottato così, malmenandolo in tutti i modi, fino a che, pesto, disfatto, non s’era lasciato andare alla corrente, ma con le proprie gambe no, no: là, così, trascinato... Selvaggi! Mascalzoni! Coscienze vendute! Che spettacolo! Oh Girgenti, disonore della Sicilia e dell’umanità! ludibrio, vituperio! Tutti in sagrestia domani, sì, sì, ad attaccar con le ostie della chiesa le mezze carte da cinque lire... Sì, viva Capolino e viva Salvo! viva Bacco e viva Mammone! - Così esclamando, e guardando con aria di dispetto minaccioso la folla sotto la villa del Salvo, ora s’accomodava una spalla, ora soffiava o sbruffava, ora sorsava col naso, e puh, feccia della umanità! puh, vili ignoranti!

– Domani, Propaga’, sta’ zitto! – gli gridavano alcuni. – Domani c’inscriveremo tutti al Fascio! Ora, qua: Viva Capolinòòò! (Non ci credere, sai? è per minchionare). Viva! vivààà!

Questa la conclusione d’una giornata campale, questo il rinfranco di tutte le corse che s’era fatte fin dalla mattina da un seggio elettorale all’altro, per assegnar le parti ai compagni, per dare istruzioni, e qua regolare, e là persuadere, e incitare, e pregare, secondo i casi, che il suffragio di tutti i lavoratori fosse per un lavoratore, loro compagno, perdio! Angelo Zappalà, che li avrebbe difesi, che avrebbe perorato la loro causa in Parlamento!

Sì, dato che quella candidatura popolare doveva valer soltanto quale protesta, egli in fondo avrebbe potuto dichiararsi soddisfatto dell’esito: sì, ma della votazione dei paeselli vicini! il cuore gli faceva sangue invece per la vergogna di Girgenti capoluogo, della sua città natale! Ludibrio, vituperio...

Quando, alla fine, il Pigna, senza più voce, cascante a pezzi dalla stanchezza, si ridusse a casa, al Piano di Gamez, per mandar giù un boccone di cena avvelenato dalla bile, salendo i primi gradini della scaletta di legno che dalla stanza terrena conduceva a quella di sopra, vi trovò al bujo in fitto colloquio Celsina e Antonio Del Re.

– Ohè, voi qua?

– Va’ su; passa, papà! – gli disse Celsina, come a un cane. – Sto a salutarlo. Parte domani.

– Ah, buona sera, allora, – disse il Pigna. – Cioè, buon viaggio... Partite subito, dunque? V’invidio, caro mio. Oh, vedrete certo a Roma... come viene a essere di voi don Landino Laurentano? già, zio, l’abbiamo detto: riveritelo tanto per me, ditegli che Girgenti ha bisogno di lui; sta disonorando l’isola, Girgenti...

– Abbiamo inteso, papà, – lo interruppe Celsina infastidita. – Lasciaci parlare adesso! Vattene!

– Paese di carogne! – brontolò il Pigna, tirando su a stento le cianche per la scala. – Farabutti... ohi ohi... ignoranti...

E svoltò. Subito i due giovani si riabbracciarono. Antonio non si reggeva più; ebro, perduto, non poteva più staccarsi da lei; le cercò la bocca, com’arso di sete, per un altro bacio che le penetrasse nel fondo più fondo dell’anima; un altro bacio smanioso, cocente, infinito, col quale darle tutto se stesso e prendersela tutta, nello spasimo del più violento desiderio.

– Basta, – gemette ella, esausta, abbandonandogli il capo sul petto.

Ma egli la stringeva ancora, più ardente; più tremante; voleva ancora la bocca.

– No, basta, Nino, – disse allora Celsina, riavendosi. – Basta... basta...

Gli prese le mani, gliele strinse; se le posò sul seno ansante, senza lasciargliele; riprese:

– Così!... Dunque, senti... tu vedrai, è vero? cercherai... Devi far di tutto...

– Sì...

– M’ascolti?

– Sì.

– Non m’ascolti! Basta, ora, Nino! T’ho detto, basta. Non m’ascolti...

– Sì... cercherò...

– Che cercherai? Lasciami, per carità!

– Non so... farò di tutto... figùrati! Dammi ancora un bacio...

– No! Dove cercherai?

– Ma per tutto, per tutto...

– Sì, un posticino qualunque... infimo anche... per cominciare, capisci?... Tu sai che posso... m’adatterò a fare ogni cosa! Debbo, debbo essere a Roma al più presto, m’ascolti?

– Sì, amore... amore... amore mio! – alitò egli; poi, stringendole le braccia e smaniando: – Come faccio? oh Celsina mia... come faccio?

– Zitto! – gli intimò Celsina. – Non voglio che ti sentano su.

– Allora vado... non posso...

– Sì, va’ va’... è tardi! Mi chiamano. Scrivimi subito, sai?

– Sì...

– Addio, addio.

Ma egli non sapeva lasciarle ancora la mano; le accostò il volto al volto, le domandò:

– Che mi dài?

– Che vuoi?

– Te, tutta! Vieni con me, vieni con me!

– Potessi! Subito!

– Oh amore... Che mi dài? Qualcosa tua..

– Non ho nulla, Nino mio...

– Eppure ho qualcosa di te, sai? che tu m’hai data.

– Io?

– Non m’hai dato niente tu? Neppure il cuore, un poco?

– Ah, quello...

– E un’altra cosa... Non ti ricordi?

– No...

– La bambola...

– Ah, – sorrise Celsina, – quella coi baffi?

– Non ridere, non ridere. Glieli ho cancellati, sai? Me la porto con me.

– Ragazzo...

– Sai? stanotte è stata con me, abbracciata con me, a letto. E sempre...

– Ma va’! Non sono io, quella, sai!

–Lo so; ma è tua, è stata tua... Non l’hai baciata tu?

–Tanto, da bambina...

– E dunque...

– Va’, va’, Nino. Mi richiamano. Addio. Ricòrdati, sai? Scrivimi! Addio.

Un altro lungo, lungo bacio sulla porta, e Antonio andò via. Si fermò nel Piano di Gamez deserto; e si guardò intorno, smarrito; guardò su nel vano immoto dell’aria ed ebbe un senso di stupore, come se, sveglio, fosse entrato in un sogno. Come sfavillavano le stelle! Sentì schiudere la vetrata del balconcino. Celsina s’affacciò.

– Addio. Ricòrdati.

– Sì. Addio!

Era già lontana; lontana la voce, lontana la figura; e quella casetta, sulla cui facciata chiara in mezzo al Piano umido e nero si rifletteva la luna, e quel Piano stesso, il chioccolìo della fontanella, e quelle anguste viuzze storte, nere, tutto il paese silenzioso nella notte, alto sul colle, sotto le stelle, ogni cosa gli parve come lontana ormai; gli parve come se egli da lontano, con tristezza infinita, con infinita angoscia contemplasse la propria vita che rimaneva lì, strappata da lui.

Quando Aurelio Costa arrivò a Colimbètra, don Ippolito Laurentano sapeva già della proclamazione di Capolino; e ne parlava nel salone con don Salesio Marullo e con Ninì De Vincentis. Il primo, accorso subito da Girgenti appena conosciuto l’esito del duello; il secondo, dopo lo scontro a cui aveva assistito da testimonio, rimasto a Colimbètra accanto al letto del ferito.

Zio Salesio ascoltava il principe con un’aria di degnazione contegnosa, come se Capolino lo avesse fatto elegger lui. Ma sì, via! non gli aveva dato in moglie la figliastra? Da cinque giorni si sentiva proprio rinato, là tra gli splendori di Colimbètra, nei quali s’invaniva e si ricreava, come se fossero suoi. Camminava su gli spessi tappeti più che mai in punta di piedi; faceva il bocchino a tutte le cose belle e preziose che vedeva; a tavola per poco non sveniva dal piacere davanti a quelle finissime stoviglie luccicanti, o quando Liborio in marsina e guanti bianchi gli presentava i cibi prelibati. E, sul tramonto, non ostante che i piedi gli facessero male, scendeva su lo spiazzo e andava fino al cancello per il gusto di farsi salutare militarmente dall’uomo di guardia in calzoni rossi e cappotto turchino. L’uomo di guardia prendeva lo stesso gusto a salutare; e tutti e due, dopo il saluto, si guardavano e si sorridevano.

Ninì De Vincentis pareva non si fosse rimesso ancora del tutto dallo spavento che s’era preso nel veder Capolino piegarsi sulle gambe, ferito in petto dalla pistola del Verònica, al secondo colpo. Era stata, veramente, una terribile sorpresa per tutti, quella ferita. Le pistole, per tacita intesa fra i padrini, erano state caricate in modo da non produrre alcun effetto, volendosi che il vero duello avvenisse alla sciabola.

E meno male che la palla, arrivata senza troppa violenza, aveva appena appena intaccato una costola ed era deviata dal cuore! Ma non solo quello spavento teneva ancora il povero Ninì tanto abbattuto e sbalordito; Nicoletta Capolino gli aveva lasciato intendere chiaramente che Dianella Salvo non era né sarebbe mai stata per lui, quand’anche il padre non avesse opposto un così reciso rifiuto alla domanda. Dopo la prima notte vegliata accanto al letto del marito, non ostante l’assicurazione dei medici che ogni pericolo per fortuna fosse scongiurato, Nicoletta si era persuasa che non era piú il caso di rappresentar la parte della moglie disperata, come aveva fatto a Valsanìa all’annunzio della ferita toccata «a Gnazio suo». E s’era messa ad alternar le cure amorose e diligenti al suo povero «paladino» ferito con lo studio sapiente di rimaner lì a Colimbètra, nella memoria di don Ippolito Laurentano, ospite graditissima. Ah, se al posto di quella foca di Adelaide Salvo fosse stata lei, là, tra poco, regina di quel piccolo regno! Era certa che tutte le parti buone, di cui si sentiva pur dotata e che la sorte aveva voluto opprimere e soffocare in lei, si sarebbero ridestate liberamente e avrebbero preso alla fine in lei il sopravvento; certo che avrebbe saputo render felici gli ultimi anni di quell’altero e bellissimo vecchio, ancora così vegeto, e fresco! Indovinava in lui l’amaro disinganno provato alla vista della futura sposa; ma intuiva che nessun’arte di seduzione sarebbe valsa su quell’uomo, il quale della fedeltà alla parola data s’era fatta quasi una religione. Neppur l’ombra della civetteria, dunque, in lei, ma una gara di cortesie e di compitezze con lui, in quei giorni, senza la minima affettazione. E che prediche a quattro occhi allo zio Salesio, il quale non voleva capire che non c’era più nessuna ragione, proprio, perché si trattenesse ancora a Colimbètra. Sapeva star bene a posto, sì - troppo bene, anzi - zio Salesio; ma... ma... ma... E del suo sogno inattuabile, della nostalgia della bontà, dell’incubo che le cagionava la vista del patrigno così compito e ridicolo, della nausea che in quel momento le dava la sua lunga odiosa finzione d’affetto per quel marito, per quel degno compagno della parte peggiore di sé, Nicoletta si vendicava tormentando Ninì De Vincentis, segnatamente la sera, su quel terrazzo aggettato su le colonne del vestibolo esterno. Gli parlava di Dianella. Lo straziava quasi con voluttà. Sapeva che nessun dolore, nessuna ingiustizia, non solo non avrebbero fatto commettere alcunché di male a quel giovine incorruttibile, ma non gli avrebbero neppure strappato una parola acerba dalle labbra, tanto era schiavo della propria bontà e rassegnato a essa! Gli parlava misteriosamente, con frasi smozzicate, quasi per non farlo saziare in una volta sola del proprio dolore. Ninì voleva sapere per qual ragione gli avesse detto che Dianella Salvo non sarebbe stata mai per lui, nemmeno se il padre avesse accondisceso.

– Perché? Eh, caro Ninì... C’è una ragione, una ragione che non è cattiva soltanto per voi!

– Che ragione?

– Non ve la posso dire.

– Cattiva anche per chi?

– Anche per me, Ninì!

– Per lei? – domandava Ninì, stupito.

E lei, sorridendo:

– Sicuro. Voi non la vedete; ma c’è. C’è una relazione tra me, voi e... lei. Che relazione? Che ci può esser di comune tra me e voi? Eppure c’è, Ninì. Io e voi siamo uniti da qualche cosa. Pare impossibile, no? Eppure!

Ninì De Vincentis restava assorto ad almanaccare su quella ragione misteriosa e si struggeva dentro.

Quando Aurelio Costa, introdotto da Liborio, si presentò nel salone, Nicoletta era presso il marito; ma sopravvenne poco dopo e provò un gran piacere nel farsi veder da lui in quella casa principesca, tra gli ossequii e il rispetto di tutti. Don Ippolito s’affrettò a riferirle la notizia della dimostrazione popolare.

– Ora riposa, – diss’ella. – Temo che si turberebbe troppo... Ma, se vogliono...

– No, no, – soggiunse subito il principe. – si troverà modo d’annunziarglielo domani.

– Ma sì, credo che don Flaminio, – aggiunse Aurelio Costa, – mi abbia mandato così di fretta a quest’ora, per far sapere lì per lì agli elettori che l’onorevole Capolino e il principe sarebbero stati subito informati della dimostrazione.

– Mi dispiace tanto per lei, ingegnere, – disse allora Nicoletta, – che ha dovuto farsi codesta corsa...

– Ma non lo dica! – la interruppe subito il Costa. – L’ho fatta anzi con piacere.

– Anche perché, scommetto, – interloquì zio Salesio, – lei non era mai stato a Colimbètra, eh? Meravigliosa dimora caro ingegnere... meravigliosa! Vero paradiso in terra!

Il principe sorrise chinando lievemente il capo e invitò Aurelio Costa a rimanere a cena.

Per quella serata Ninì De Vincentis fu lasciato in pace da Nicoletta; ma non gliene fu grato affatto. Aveva preso gusto alla tortura. Fu tutta per Aurelio Costa Nicoletta quella sera. E volle proprio inebriarlo; volle ch’egli interpretasse segretamente tutte le premure e gli sguardi e i sorrisi di lei come un compenso all’incarico ingrato impostogli da Flaminio Salvo, di venire cioè là a Colimbètra ad annunziare il trionfo del marito; e volle che in quel compenso ch’ella gli dava, egli sentisse un sapor di vendetta contro il Salvo stesso, il quale, pur conoscendo i sentimenti di lui, lo aveva mandato lì come un servo. Considerava egli tutti come suoi schiavi venduti? Poteva anche darsi però che questi schiavi alla fine, così provocati, accettassero la sfida e s’intendessero tra loro! Non s’intendevano già? Non c’era già tra loro un accordo, un patto segreto? E gli occhi di Nicoletta Capolino fissi in quelli di lui ora sfolgoravano aizzosi e ardenti, ora s’illanguidivano velati e turbati, quasi nella promessa di un’intensa voluttà. Schiavo, schiavo con lei! si sarebbero vendicati di tutti quei vecchi che volevano tenere schiavi loro due giovani! Per lei, d’ora innanzi, egli avrebbe amata la sua schiavitù; e non avrebbe più pensato di diventar padrone anche se Dianella Salvo gli avesse fatto intendere apertamente il suo amore. Schiavo, schiavo con lei!

Era veramente com’ebro Aurelio Costa, avvampato in volto da una gioja riconoscente verso quella donna, quando, a sera tarda, lasciò Colimbètra. Non sapeva che pensare. Il sangue gli frizzava per le vene, le orecchie quasi gli rombavano. Era ella così, per abito o per natura, lusinghiera con tutti, o per lui unicamente aveva formato quei sorrisi e trovato quegli sguardi e quelle premure? Doveva dubitarne o esserne certo? E se certo, per qual ragione s’era indotta così d’improvviso a tentarlo, a provocarlo, dopo avere opposto, anni fa, un così deciso e sdegnoso rifiuto all’onesta domanda di lui? Se n’era pentita? Stanca, nauseata della parte infame che le aveva assegnato il marito, voleva ribellarsi e vendicarsi, scegliendo per la vendetta chi onestamente un giorno aveva voluto farla sua? Voleva ora dargli questa rivincita sopra colui per il quale lo aveva allora rifiutato? O voleva tendergli un’insidia? Questo sospetto, per quanto gli paresse indegno in quel momento, gli s’era pure insinuato tra le varie ondeggianti supposizioni. Non poteva aver molta stima di lei. Ma quale insidia? Innamorarlo, fargli perdere la testa, fino al punto di suscitar la gelosia di Flaminio Salvo, e farlo cacciar via da questo? Ma non le aveva egli detto che nessuna perdita sarebbe stata per lui, ormai, lasciare il Salvo? E poi, qual interesse avrebbe avuto ad allontanarlo? che ombra le dava? Le ricordava nella miseria presente, il passato? Ma se lei stessa, stringendogli forte, segretamente la mano, aveva voluto ricordare a lui invece quel passato, per toglier l’ombra di esso fra loro due? E gli era parsa sincera! Sì, franca e sincera! E com’era bella! Qual fascino si sprigionava da tutta la persona di lei! Oh, esserne amato...

Giunto alla villa di Flaminio Salvo, ora silenziosa e buja, Aurelio Costa lasciò nella scuderia il cavallo e salì nello studio, ove il Salvo lo aspettava. Questi notò subito il turbamento, l’animazione insolita nel volto e nelle parole del giovine che si scusava del ritardo per essere stato trattenuto a cena dal principe. Ascoltandolo, lo fissava con acuta investigazione; e, appena Aurelio chinava gli occhi, accentuava un po’ più il solito sorriso, effuso in tutti i lineamenti del volto, che un po’ di stanchezza, quella sera, faceva apparir più floscio.

– Me l’aspettavo – gli disse, carezzandosi le basette.

– Credetti che... – si provò ad aggiungere Aurelio.

– Ma sì! hai fatto bene, – lo interruppe subito il Salvo. – Che buon’aria porti da fuori! Deve far bene una cavalcata a quest’ora in campagna... Bella serata! Qua si soffoca... Quando sarai vecchio te ne ricorderai...

– Io? – domandò Aurelio, indotto a sorridere dal tono amorevole con cui il Salvo gli parlava, quantunque le parole, dopo le riflessioni fatte nel venire, lo ponessero in sospetto. – Perché?

– Mah... dico, forse... – sospirò il Salvo, accompagnando un’alzata di spalle con un gesto vago della mano. – Veramente, tu ci sei avvezzo... Di giorno, di notte, in giro... Vita mossa, la tua! Ma forse questa gita è stata speciale. Quando siamo vecchi, ci si accendono, così, a lampi, ricordi, visioni lontane di noi stessi quali fummo in certi momenti... e non sappiamo neppure perché quel momento e non un altro ci sia rimasto impresso e, a un tratto, ci si stacchi e guizzi sperduto nella memoria. Era forse un ricordo più ampio, di tutto un brano di vita. S’è spezzato. Resta viva una sola scena, vivo un sol momento, un attimo... E ti rivedrai a cavallo, in una notte serena sotto le stelle... e forse invano ti sforzerai di ricordarti quali pensieri avevi in quel punto in mente, quali sentimenti nel cuore...

– Ma questo avviene anche senz’esser vecchi – osservò Aurelio.

– Non è lo stesso, – rispose il Salvo. – Te n’accorgerai.

E restò un pezzo con gli occhi immobili e fissi senza attenzione. C’era veramente anche nel Salvo, quella sera, non so che di strano, e anche Aurelio lo notò, come se, durante la sua assenza, quegli, lì nello studio austero, se ne fosse stato immerso in pensieri che gli avessero ingenerato una tristezza nuova. Quali pensieri? Certo, se n’era stato coi gomiti su la scrivania e la testa tra le mani, poiché sul capo, calvo su l’occipite, erano scomposti i pochi capelli grigi attorno alla fronte. Aurelio sapeva ch’era profondamente triste il fondo di quell’anima torbida e imperiosa, e che il tratto duro, i modi risentiti e irruenti eran come rigurgiti istantanei di quella tristezza inveterata, nascosta, compressa, inconsolabile. Ma perché si era tanto abbandonato ad essa proprio in quella sera che doveva esser lieto della vittoria?

– Tutti bene laggiú? – domandò il Salvo, riscotendosi. – Lui, lo hai visto?

– No, – rispose Aurelio, dissimulando l’impaccio e il turbamento che forse gli trasparivano sul viso, col timore d’aver mancato a una cosa che doveva fare; e però aggiunse in iscusa, arrossendo: – Perché la signora disse che riposava.

– Su gli allori, eh? – aggiunse il Salvo; quindi, levando il mento e sorridendo apertamente, domandò: – E... dimmi, contenta, lei... la signora?

Aurelio aprì le braccia, e con l’aria di chi si fa nuovo di una cosa:

– Non mi parve, – rispose. – Perché?

– Dev’esser contenta. Va a Roma...

– Già, col marito adesso...

– Deputato, deputato, – concluse il Salvo, dimenando il capo. – Era necessario! Deputato.

E si alzò.

– Vedi, caro mio, quali sono le nostre colpe imperdonabili? Poi ci lamentiamo! In un momento come questo, con un’impresa come quella che abbiamo in animo di tentare, che ci costa già tanti studii, che mi espone già a tanti rischi, ho fatto eleggere deputato Capolino. Proprio l’uomo che mi ci voleva, non ti pare? per parlar forte a Roma, domani, al Ministero dell’Industria e del Commercio... Ma era necessario. Vedrai che Ignazio starà benissimo a Roma: è il posto suo, quello. Qua m’ingombrava... Piazza pulita, piazza pulita... Caso mai, andrò io a parlare col signor Ministro, a Roma. Bisogna però che prima qua sottoscrivano tutti i produttori di zolfo, grossi e piccini; li voglio tutti; e con questo, che limitino occorrendo, l’estrazione del minerale e lo depositino tutto nei magazzini generali. Se no, niente. Arrischio i miei capitali per la salvezza dell’industria siciliana. Ho diritto di pretendere l’unione e l’accordo di tutti gl’interessati e qualche lieve sacrifizio, se occorre. Intanto, mentre qua si studia sul serio per portar rimedio a questa condizione di cose disperata per tutti, hai sentito a Grotte? Vogliono imporsi col numero... Stupidi! Imporsi a chi, e perché? la rovina, oggi, è più per chi ha, che per chi non ha! Il numero... Che forza può avere il numero? Ti può dar l’urto bestiale; ma la valanga che atterra, si frantuma anch’essa nello stesso tempo. Ah che nausea! che nausea! A uno a uno, hanno paura, capisci? e si raccolgono in mille per dare un passo che non saprebbero da soli; a uno a uno, non hanno un pensiero; e mille teste vuote, raccolte insieme, si figurano che l’avranno, e non s’accorgono che è quello del matto o dell’imbroglione che le guida. Questo, là. E qua? Qua un altro spettacolo, più nauseante. Io forse invecchio, Aurelio.

– Lei?

– Invecchio, sì; perdo il gusto di comandare. Me lo fa perdere la servilità che scopro in tutti. Uomini, vorrei uomini! Mi vedo attorno automi, fantocci che devo atteggiare così o così, e che mi restano davanti, quasi a farmi dispetto, nell’atteggiamento che ho dato loro, finché non lo cambio con una manata. Soltanto di fuori però, capisci? si lasciano atteggiare! Dentro... eh, dentro, restano duri, coi loro pensieri coperti, nemici, vivi solamente per loro. Che puoi su questi? Docili di fuori, miti, malleabili, visi ridenti, schiene ossequiose, t’approvano, t’approvano sempre. Ah, che sdegno! Vorrei sapere perché mi arrovello così; perché e per chi lo faccio... Domani morrò. Ho comandato! Sì, ecco: ho assegnato la parte a questo e a quello, a tanti che non hanno mai saputo veder altro in me che la parte che rappresento per loro. E di tant’altra vita, vita d’affetti e di idee che mi s’agita dentro, nessuno che abbia mai avuto il più lontano sospetto... Con chi vuoi parlarne? Sono fuori della parte che devo rappresentare... Certe volte, a qualcuno che viene qua a visitarmi, a incensarmi, mi diverto a rivolgere certi sguardi, certi sguardi che sfondano la parete, e me lo vedo allora per un attimo, restar davanti sospeso, impacciato, goffo; Dio sa che forza devo far su me stesso per non scoppiargli a ridere in faccia. Mi crederebbe ammattito, per lo meno. E anche tu, caro mio, se vedessi con che occhi mi stai guardando in questo momento...

– Io no! – disse subito Aurelio, riscotendosi.

Flaminio Salvo rise, scotendo il capo:

– Anche tu, anche tu... È così; per forza è così... Ti posso io dire quel che vorrei veramente da te? il piacere che mi faresti, se tu agissi com’io forse al tuo posto agirei?

– E perché no? – domandò Aurelio, levandosi. – Mi dica...

– Ma perché no, – negò subito il Salvo, stringendosi nelle spalle, – perché non posso... Puoi dirmi tu quel che pensi, quel che senti, la vita che hai dentro in questo momento?... Non puoi... Sei davanti a me nelle relazioni che possono correre fra me e te: tu sei il mio ingegnere, il mio buon figliuolo che amo, a cui questa sera, davanti a una ventina di marionette, ho dato l’incarico di recarsi a Colimbètra, messaggero di trionfo: e basta! Che altro potrei dirti? Questo soltanto, forse, per il tuo bene...

E Flaminio Salvo posò una mano sulla spalla di Aurelio:

– Non ti tracciar vie da seguire, figliuolo mio; né abitudini, né doveri; va’, va’, muoviti sempre; scròllati di tratto in tratto d’addosso ogni incrostatura di concetti; cerca il tuo piacere e non temere il giudizio degli altri e neanche il tuo, che puoi stimar giusto oggi e falso domani. Conosci don Cosmo Laurentano? Se sapessi quanta ragione ha quel matto! Va’, va’, è tardi; andiamo a dormire. Addio.

Sceso nel viale della Passeggiata, sotto gli alberi spioventi, nell’ampio silenzio della notte, Aurelio Costa ebbe l’impressione di non trovar più se stesso in sé, e si fermò come per cercarsi. I pensieri che lo avevano agitato intorno al suo avvenire, per quel vasto disegno del Salvo; gli sguardi provocanti, le parole e le premure di Nicoletta Capolino, poc’anzi, a Colimbètra; e qua, adesso, questo discorso triste, sinuoso e inatteso del Salvo, gli avevano quasi disperso, sparpagliato lo spirito. Una parte era rimasta là a Colimbètra; l’altra qua nella villa. Frastornato, messo in sospetto, ripensava alle parole del Salvo. E dunque sarebbe andata a Roma Nicoletta? E allora? Ma come? Il Salvo s’era voluto sbarazzare del Capolino? Sì, lo aveva detto chiaramente: Piazza pulita. Aveva alluso fors’anche a lei? C’era una certa ironia nella domanda che gli aveva rivolta: Contenta, la signora? Aveva voluto allontanare anche lei dalla sua casa? O forse ella gli si era ribellata? Era egli così triste, in un animo così insolito, per questo? E che voleva da lui? Che senso cavare dalle strane cose che gli aveva dette? Ti posso io dire il piacere che mi faresti, se tu agissi com’io forse al tuo posto agirei? Che piacere? che aveva inteso dire? Un desiderio segreto, inconfessabile? O aveva detto così, in genere? S’era lamentato d’aver attorno automi, fantocci... E quei consigli, infine! Per quanto si sforzasse, non riuscì a raccapezzarsi. E allora, quasi lasciando fuori, a vagar dove volevano pensieri e dubbii e sospetti, si restrinse nel guscio sicuro della sua coscienza, nel sentimento modesto, tranquillo e solido che aveva sempre avuto di sé. Per il caso fortuito d’aver cavato, un giorno, quasi senza volerlo, dalle mani della morte il Salvo, era stato sollevato a una condizione invidiabile, di cui con le sue stesse doti naturali, e la buona volontà, aveva poi saputo rendersi degno. Il favore stesso della fortuna, che tutti riconoscevano meritato, l’eco ingrandita degli onori a cui era venuto negli studii, nei concorsi, nella professione, gli avevano dato di poi un’importanza che egli stesso riconosceva soverchia, e che lo metteva qualche volta in imbarazzo. Il modo con cui si vedeva accolto e trattato, quel che si diceva di lui, gli dimostravano di continuo ch’egli era per gli altri qualcosa di più che per se stesso; un altro Aurelio Costa, ch’egli non conosceva bene, di cui non si rendeva ben conto; restava perciò sempre innanzi agli altri in uno stato d’animo angustioso, in una strana apprensione confusa, di venir meno all’aspettativa altrui, di decadere dalla sua reputazione. Sapeva star bene al suo posto, ma avrebbe voluto starci quieto e sicuro; invece gli pareva che gli altri, avendo egli preso a salire fin da ragazzo, gli indicassero ancora come a lui pertinente un posto più alto, e lo spingessero e non lo lasciassero star tranquillo. Non era timidezza la sua; era un ritegno impiccioso, che spesso lo irritava contro gli altri o contro se stesso, una costernazione assidua che si scoprisse in lui qualche manchevolezza, se appena appena si fosse allontanato dal campo delle sue conoscenze, ove si sentiva sicuro, dal posto, ove poteva stare, ov’era arrivato da sé per suo merito effettivo. La irritazione contro se stesso nasceva anche dal veder che tanti, da lui stesso stimati inferiori in tutto, sapevano farsi avanti con disinvoltura ed erano lasciati passare; mentre lui, ritenuto da tutti superiore anche al concetto ch’egli aveva di se medesimo, lui si tirava indietro e, se spinto, si sentiva spesso impacciato nei movimenti, nel parlare, e arrossiva talvolta come una fanciulla.

Quella sera, Aurelio Costa avvertì più che mai quel senso di inesplicabile fastidio che gli cagionava sempre la propria ombra nell’allungarsi sperticatamente, assottigliandosi innanzi a lui, a mano a mano che si allontanava dai lampioni accesi. Dopo il frastuono della dimostrazione popolare, il silenzio della città addormentata, vegliata da quei lugubri lampioni, gl’incuteva ora una cupa ambascia.

A metà della via Atenea deserta, scorse Roberto Auriti, solo; si voltò a guardarlo con profonda pena e lo seguì con gli occhi finché non lo vide svoltare per una delle erte viuzze a manca che conducevano alla Badia Grande.

Tutta quella notte si vegliò in casa di donna Caterina Laurentano, dovendo Roberto e il nipote partire a bujo, alle quattro del mattino. La vecchia casa era ancora illuminata a petrolio, e s’andava col lume in mano da una stanza all’altra.

Anna Del Re s’indugiava amorosamente negli ultimi preparativi per il figliuolo. Che strazio, per lei, quella partenza! Tutto il suo mondo, tutta la sua vita, da anni e anni, erano raccolti nell’amore e nelle cure per quel suo unico bene. Come avrebbe vissuto più ora senza di lui? E piangeva silenziosamente.

Se l’era allevato, lo aveva custodito con l’anima e col fiato, non badando ai rimproveri della madre che temeva lo avviziasse troppo. Ma no, no! che avviziare! Era tanto impensierita e tormentata, lei, nel vederlo crescere così freddo e arcigno, sempre e tutto chiuso in sé, e procurava con le sue maniere, con le cure sempre vigili, d’addolcirlo, ecco, di riscaldarlo con l’amore materno, di renderlo più espansivo e confidente.

Non sapeva che cosa egli covasse in fondo al cuore, che lo allontanava anche dalla compagnia dei giovani della sua età. Studiare, studiava anche troppo, con nocumento finanche della salute; e quando non studiava, stava acutamente assorto in certi pensieri che gli rendevano più irsute le ciglia, più duro e scontroso lo sguardo dietro le lenti da miope.

– Oh Dio, Ninuccio, se vedessi come ti fai brutto...

Egli le rispondeva con una spallata.

Forse soffriva, il suo Ninuccio, delle angustiose condizioni della famiglia, forse pensava che la nonna anche senza derogare affatto a se stessa, ai suoi sentimenti, avrebbe potuto essere ricca. Troppo, certo, l’infanzia di lui e la prima giovinezza erano state aduggiate dall’ombra cupa di tante sventure in quella vecchia e vasta casa sempre silenziosa, nella quale il sole, entrando, pareva non recasse mai né luce né calore. Che casa! Lo notava quella notte, presentendo lo squallore in cui domani le sarebbe apparsa! Logorati i mobili, anneriti i soffitti, consunto il pavimento, inaridite e stinte le cornici delle imposte, sbiadita in tutte le stanze la carta da parato. Pur curata e pulita e rassettata sempre, pareva che anch’essa sentisse oscuramente la doglia della vita. Aveva ragione Corrado Selmi; aveva interpretato bene il segreto sentimento di lei... Già da tempo rassegnata, avrebbe desiderato, se non per sé, almeno per quel figliuolo, che alla fine qualche sorriso di pace alleviasse un po’ l’oppressione delle memorie dolorose, quel cupo rancore contro la vita, la muta, disperata amaritudine della madre.

Calma, e non pace! Non poteva aver pace l’anima di donna Caterina Laurentano. Forse perché non credeva più in nulla? Lei sì, Anna, credeva; credeva fervidamente in Dio, pur senza seguire alcuna delle pratiche religiose. Le donne del vicinato non la vedevano mai andare a messa, come la madre; e tuttavia distinguevano tra l’una e l’altra, indovinavano che la signora giovane era religiosa e, nell’intravederla qualche volta da lontano, così bella e mite, sempre vestita di nero, se l’additavano come una santa.

Anna stava sopra tutto in pensiero per la nuova vita, in mezzo alla quale si sarebbe trovato fra poco il figlio nella casa del fratello, a Roma. Non dubitava che Roberto avrebbe avuto le più diligenti cure per il nipote; ma la donna ch’egli aveva con sé? i parenti, gli amici? quel Corrado Selmi che, col suo fascino strano, era finanche riuscito a turbar lei? Chi sa quale impressione ne avrebbe ricevuto il suo Ninuccio, vissuto sempre qua, rinchioccito presso lei e la nonna! L’una e l’altra avevano parlato spesso e a lungo, con amarezza, della vita mancata del loro Roberto, della falsa famiglia che s’era formata, su le notizie che ne aveva dato loro Giulio, l’altro fratello; notizie piuttosto vaghe, perché Giulio, cresciuto sempre a Roma, aveva perduto del tutto l’aria, il sentimento della famiglia, non pareva più affatto neanche siciliano; e forse scusava il fratello maggiore; certo non dava alcun peso, alcuna importanza a tante cose che per poco a lei e alla madre non facevano orrore.

Era una maestra di canto, moglie d’un tenore che aveva perduto la voce, la compagna di Roberto. E Giulio aveva detto, ridendo, che questo tenore, buon uomo, sedeva ogni giorno alla tavola di Roberto e dormiva poi, la sera, presso un fratello della moglie che teneva una specie di collegio, di conservatorio di musica privato, dove colei insegnava canto c il marito fungeva nientemeno che da censore. Roberto era come in pensione in quella casa, dove qualche volta, nelle annate di maggiore affluenza, alloggiava anche qualche convittore che non aveva trovato posto nel collegio del fratello. A contatto di tal gente si sarebbe trovato dunque, tra poco, il figliuolo. Parecchie volte Anna aveva cercato di persuadere la madre di proporre a Roberto il loro trasferimento a Roma. Avrebbero venduto quella casa, albergo di tante sventure e si sarebbero accomodate a vivere alla meglio a Roma, magari sole dapprima, sole o con Giulio soltanto. Chi sa che, a poco a poco, col tempo, la madre non sarebbe poi riuscita a liberar Roberto da quella compagnia... Non sarebbe stato anche un risparmio, di tre case farne una sola? E tutta la famiglia raccolta insieme...

– Sogni! – le aveva detto la madre. E non aveva voluto neanche mettere in discussione la proposta.

Sapeva che né Giulio avrebbe voluto perdere la propria libertà, né Roberto avrebbe saputo sciogliersi dalla schiavitù di quella donna. Anche lei, poi, all’età sua, non avrebbe potuto resistere a un cambiamento così radicale di vita e d’abitudini.

– Sogni! Quand’io morrò, e Nino sarà cresciuto, tu andrai con lui... Ci penserà lui a farti una nuova vita.

– Ma intanto!... – sospirava Anna, e guardava nell’altra stanza il figlio, che ascoltava i discorsi della nonna e dello zio, con una mano tra i capelli, un gomito su la tavola, sotto la lampada che pendeva dal soffitto. Eccolo: non dimostrava né pena d’allontanarsi da lei per circa un anno, né gioja di recarsi a Roma. Sempre così! Una volta sola su i primi dello scorso anno, infatuato d’una scoperta che credeva d’aver fatto, d’un suo speciale congegno per trarre - diceva - l’energia elettrica dalle onde del mare (era venuto, quell’anno, all’Istituto Tecnico un bravo professore di fisica, il quale era riuscito a infervorare per la sua scienza tutti gli scolari) le aveva parlato con vero calore, per indurla a spingere la nonna a chiedere in prestito qualche migliajo di lire, - non allo Zio Borbonico, no! - ma allo zio Cosmo, magari: un migliajo di lire in prestito, per costruire alla meglio gli attrezzi necessarii agli esperimenti che si sarebbe recato a fare a Valsanìa, su la piaggia. Povero figliuolo! Gli aveva fatto cascar le braccia, subito. La nonna? chieder denaro in prestito ai fratelli? E non la conosceva? S’era subito rinchiuso nel suo ispido silenzio, e non aveva voluto darle nemmeno una spiegazione su quella sua famosa scoperta. Chi sa quanto c’era di vero... Forse un’illusione puerile! Ma pure, tutto quell’anno, aveva seguitato a studiare accanitamente quella scienza, e ora, andando a Roma, si proponeva di dedicarsi a essa interamente. Altri affetti - pur essendo così giovane - altre cure, altre voglie pareva non avesse.

– Ninuccio, – chiamò.

Aveva finito di preparare la valigia, e voleva l’ajuto di lui, per chiuderla. Egli accorse subito.

– Troppo piena? – gli domandò. – Hai voluto metterci tutti quei libri... Non sarebbe meglio levarli di qua e porli insieme con gli altri nella cassetta? Tanto, te la spediremo subito.

– Me la porto via con me, la cassetta, – diss’egli.– Non mi fido. Chi sa quando m’arriverebbe...

– Ma ti peserà troppo, figlio mio, che dici? Impossibile... Non dubitare, l’avrai subito. Ci penserò io...

– E allora qua nella valigia, lasciali qua, questi libri. Chiudo?

– Non ha detto nulla la nonna di là, a zio Roberto? – domandò lei allora, alludendo a quella sua proposta.

– Nulla, – rispose il figlio.

– Capisco anch’io, – sospirò Anna, – che è quasi impossibile... L’avrei voluto per te... Mah! Ninuccio mio, mi raccomando: mi devi scrivere tutto, sempre... se hai bisogno di qualche cosa... come stai... se ti trovi bene... Tutto! Mi contento anche di poche righe... Ma le prime lettere, no, sai? lunghe, le prime lettere... Voglio saper tutto! E bada, Ninuccio... un po’ più d’ordine! Ti disporrai bene tutta la biancheria nei cassetti... Non fare al solito tuo! Zio Roberto è molto ordinato, lo sai... Ordinato anche tu! E non ti dico altro... So che farai il tuo dovere e che contenterai tua madre e la nonna, che restiamo qua... sole... Basta, basta... Presto sarà l’ora...

Entrarono nella sala da pranzo, dove la nonna e Roberto sedevano accanto sul canapè.

– Vedrai, – diceva donna Caterina. – Io vorrei prima finir di chiudere questi occhi. Ma toccherà forse di vedere anche a me, per conchiudere bene, questo spettacolo qua. Ci sarà, non dico, chi mette male apposta; ma alla mala semenza il terreno è preparato da anni. Voi state a Roma, e non sentite e non vedete nulla. Vorrei ingannarmi! Ma non m’inganno.

Alzò il capo a guardar la figlia e il nipote, vide negli occhi di Anna le lagrime, ed esclamò, levando un braccio:

– Lascialo partire, lascialo andar via! Aria! Aria! Respirerà... Buca l’uovo, figliuolo mio; e lascia star qua nojaltri, ad aspettare la manna del cielo! Nel Sessanta, caro Roberto, sai che facemmo noi qua? sciogliemmo in tante tazzoline le animucce nostre, come pezzetti di sapone; il Governo ci mandò in regalo un cannellino per uno; e allora noi qua, poveri imbecilli, ci mettemmo tutti a soffiare nella nostra acqua saponata e che bolle! che bolle! una più bella e più variopinta dell’altra! Ma poi il popolo cominciò a sbadigliare per fame, e con gli sbadigli, addio! fece scoppiare a una a una tutte quelle magnifiche bolle che sono finite, figlio mio, con licenza parlando, in tanti sputi... Questa è la verità!

La serva venne ad annunziare che la carrozza era arrivata e che il vetturino, un po’ in ritardo, faceva fretta. C’era circa mezz’ora di vettura da Girgenti alla stazione ferroviaria in Val Sollano.

Anna, con la candela in mano innanzi alla porta, presso la madre, rimase come sopraffatta, insaziata dell’ultimo abbraccio frettoloso al figlio, che correva accanto allo zio, giù per la ripida viuzza a scalini, nel bujo ancor fitto.

– Figlio mio! figlio mio! – gemeva tra sé.

– Tu, Ninuccio, lo rivedrai, – le disse piano la madre. – Io, Roberto... chi sa!

Udirono nel silenzio profondo il rotolìo della vettura che s’allontanava. E Anna levò gli occhi pieni di lagrime al cielo, dove le stelle, per lei, vegliavano religiosamente.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011