Luigi Pirandello

Il turno

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Tutti i romanzi, a cura di Giovanni Macchia con la collaborazione di Mario Costanzo, Introduzione di Giovanni Macchia, vol. I, collana "I Meridiani", Arnoldo Mondadori editore, Milano 1973, che segue il testo pubblicato nel 1929 per i tipi di Bemporad, edizione riprodotta dalla Mondadori nel 1932.

CAPITOLO  I

Giovane d'oro, sì sì, giovane d'oro, Pepè Alletto! - il Ravì si sarebbe guardato bene dal negarlo; ma, quanto a concedergli la mano di Stellina, no via: non voleva se ne parlasse neanche per ischerzo.

- Ragioniamo!

Gli sarebbe piaciuto maritar la figlia col consenso popolare, come diceva; e andava in giro per la città, fermando amici e conoscenti per averne un parere. Tutti però, sentendo il nome del marito che intendeva dare alla figliuola, strabiliavano, strasecolavano:

- Don Diego Alcozèr?

Il Ravì frenava a stento un moto di stizza, si provava a sorridere e ripeteva, protendendo le mani:

- Aspettate... Ragioniamo!

Ma che ragionare! Alcuni finanche gli domandavano se lo dicesse proprio sul serio:

- Don Diego Alcozèr?

E sbruffavano una risata.

Da costoro il Ravì si allontanava indignato, dicendo:

- Scusate tanto, credevo che foste persone ragionevoli.

Perché lui, veramente, ci ragionava su quel partito, ci ragionava con la più profonda convinzione che fosse una fortuna per la figliuola. E s'era intestato di persuaderne anche gli altri, quelli almeno che gli permettevano di sfogare l'esasperazione crescente di giorno in giorno.

- Avete voluto la libertà, santo Dio! il re che regna e non governa, la leva per tutti, un esercito formidabile, ponti e strade, ferrovie, telegrafo, illuminazione: cose belle, bellissime, che piacciono anche a me: ma si pagano, signori miei! E le conseguenze quali sono? Due, nel caso mio. Numero uno: ho lavorato come un arcibue, tutta la vita, onestamente per mia disgrazia e non son riuscito a mettere da parte tanto da poter per ora maritare la figlia secondo il suo piacere, che sarebbe anche il mio. Numero due: giovanotti, non ce n'è: intendo dire di quelli che a un padre previdente possano assicurare, sposando, il benessere della figliuola: prima che si facciano una posizione, Dio sa quel che ci vuole; quando se la son fatta, pretendono la dote e fanno bene; senza posizione, in coscienza, quale padre affiderebbe loro la figlia? Dunque? Dunque bisogna sposare un vecchio, vi dico, se il vecchio è ricco. Di giovani poi, volendo, alla morte del vecchio, ce n'è quanti se ne vuole.

Che c'era da ridere? Parlava da senno, lui! Perché:

- Ragioniamo...

Se don Diego Alcozèr avesse avuto cinquanta o sessant'anni, no: dieci, quindici anni di sacrifizio sarebbero stati troppi per la figliuola; ed egli non avrebbe mai accettato quel partito. Ma ne aveva, a buon conto, settantadue, don Diego! E non c'era dunque da temer pericoli di nessuna sorta. Più che matrimonio, in fondo, sarebbe quasi una pura e semplice adozione. Stellina entrerebbe come una figliuola in casa di don Diego: né più né meno. Invece di stare in casa del padre, starebbe in quell'altra casa, con più comodi, da padrona assoluta: casa d'un galantuomo alla fin fine: nessuno osava metterlo in dubbio, questo. Dunque, che sacrifizio? Aspettare qua o là. Con questa differenza, che aspettare qua, in casa del padre, sarebbe tempo perduto, non potendo egli far nulla per la figliuola; mentre, aspettando là, tre, quattr'anni...

- Mi spiego? - domandava a questo punto il Ravì,  abbagliato lui stesso dalle sue ragioni e sempre più convinto.

Don Diego Alcozèr aveva già preso quattro mogli? E che per questo? Tanto meglio, anzi! Stellina non sarebbe così sciocca da farsi (e squadrava le corna) sotterrare dal vecchio, come le altre quattro: col tempo e con la mano di Dio avrebbe lei, invece, composto in pace il corpo del marito benefattore, e allora, ecco, allora sì il giovanotto! Bella, ricca, allevata come una principessina, sarebbe stata un vero panin di zucchero; e i giovanotti, così, a sciame, come le mosche, attorno a lei.

Gli pareva impossibile che la gente non si capacitasse di questo suo ragionamento: era caparbietà, cocciutaggine, arrestarsi a considerar soltanto il sacrifizio momentaneo di quelle nozze col vecchio. Come se oltre quello scoglio, oltre quella secca, non ci fosse il mare libero e la buona ventura! Lì, lì, bisognava guardare!

Se egli fosse stato ricco, se avesse potuto far da sé la felicità della figliuola - bella forza! si sa, non l'avrebbe data in moglie a quel vecchiaccio. Stellina certo, per il momento, non poteva apprezzare la fortuna che egli le procacciava: questo era naturale e in certo qual modo scusabile! Di lì a pochi anni però - ne era sicuro - ella lo avrebbe lodato, ringraziato e benedetto. Non sperava, né desiderava nulla per sé, da quel matrimonio; lo voleva unicamente per lei, e stimava dover suo di padre, dover suo di vecchio provato e sperimentato nel mondo, tener duro e costringere la figliuola inesperta a ubbidire. Lo amareggiava invece profondamente la disapprovazione di uomini d'esperienza come lui.

- In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, - si lamentava intanto, in casa, la moglie del Ravì, la si-donna Rosa, accennando il segno della croce con un gesto che le era abituale e che ripeteva ogni qual volta si sentiva infastidita e urtata nella gravezza della sua gialla carne inerte: - Lasciatelo fare. Ciò che fa Marcantonio, per me, è ben fatto, - diceva ai parenti che sottovoce le facevan notare la mostruosità di quel progetto di nozze.

- Peccato mortale, si-donna Rosa! - s'affannava a ripeterle Carmela Mèndola, portavoce del vicinato, parlando quasi con la strozza, per non gridare, e dandosi pugni rintronanti sul petto ossuto: - Se lo lasci dire, in coscienza: peccato mortale, che grida vendetta davanti a Dio !

E, tutta scalmanata, si scioglieva e si rannodava sotto il mento le cocche del gran fazzoletto rosso di lana che teneva in capo.

La si-donna Rosa stringeva le labbra, sporgeva il mento, chiudeva gli occhi e soffiava per il naso un lungo sospiro.

CAPITOLO  II

Don Diego Alcozèr già si faceva vedere per la città in compagnia del futuro suocero.

Marcantonio Ravì, bonaccione, grasso e grosso, col volto sanguigno tutto raso e un palmo di giogaja sotto il mento, con le gambe che parevan tozze sotto il pancione e che nel camminare andavano in qua e in là faticosamente, sembrava fatto apposta per compensar don Diego fino fino, piccoletto, che gli arrancava accanto con lesti brevi passetti da pernice, tenendo il cappello in mano o sul pomo del bastoncino, come se si compiacesse di mostrar quell'unica e sola ciocca di capelli, ben cresciuta e bagnata in un'acqua d'incerta tinta (quasi color di rosa), la quale, rigirata, distribuita chi sa con quanto studio, gli nascondeva il cranio alla meglio.

Niente baffi, don Diego, e neppur ciglia: nessun pelo; gli occhietti calvi scialbi acquosi. Gli abiti suoi più recenti contavano per lo meno vent'anni; non per avarizia del padrone, ma perché, ben guardati sempre dalle grinze e dalla polvere, non si sciupavano mai, parevano anzi incignati allora allora.

Così, ahimè, s'era ridotto uno dei più irresistibili conquistatori di dame in crinolino del tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie: cavaliere compitissimo, spadaccino, ballerino. Né i suoi meriti si restringevano solo qui, nel campo, com'egli diceva, di Venere e di Marte: don Diego parlava il latino speditamente, sapeva a memoria Catullo e la maggior parte delle odi di Orazio:

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem dî dederint...

Ah, Orazio; da lui, suo prediletto poeta, don Diego aveva desunto le norme epicuree. Aveva goduto tutta la vita e voleva fino all'ultimo godere; odiava perciò la solitudine, nella quale si sentiva spesso turbato da paurosi fantasmi, e amava la gioventù, di cui cercava la compagnia, sopportandone filosoficamente gli scherzi e le beffe.

Ecco: batteva il pomo d'argento del bastoncino d'ebano sul tavolinetto innanzi al Caffè del Falcone, mentre il Ravì si lasciava cader su la seggiola che scricchiolava, e sbuffando e buttandosi su la nuca il cappellaccio a larghe tese, si asciugava il sudore dalla faccia paonazza.

- A me, al solito, - diceva l'Alcozèr al cameriere, - un'orzata.

E accompagnava la ordinazione con una risatina fredda, superflua, accennando di stropicciarsi le manine gracili e tremule: - Eh eh...

Seduti al Caffè, ripigliavano il discorso del matrimonio, interrotto di tanto in tanto dai saluti che don Marcantonio distribuiva a voce alta e con larghi gesti a gl'innumerevoli suoi conoscenti:

- Baciamo le mani! La grazia vostra! Servo umilissimo!

Don Diego non era ancora potuto entrare in casa della promessa sposa. Stellina minacciava di graffiargli la faccia, di cavargli tutti e due gli occhi, se egli si fosse arrischiato di presentarsi a lei. Il Ravì, s'intende, non parlava a don Diego di queste minacce della figliuola; diceva soltanto che bisognava avere un po' di pazienza, perché le ragazze, oh Dio, si sa...

- Bene bene; quando dici tu, o meglio, quando Stellina permetterà... intra paucos dies, spero, cupio quidem, - rispondeva don Diego, tranquillo e sorridente. - Intanto, guarda, per oggi le porterai questo qui.

E traeva dalla tasca un astuccetto di velluto.

Oggi un braccialetto, jeri un orologino con la catenina d'oro e di perle, e prima un anellino con perle e brillanti e una spilla di smeraldi o un pajo di orecchini... L'Alcozèr non spendeva nulla; non per avarizia: aveva tante gioje delle defunte mogli: che doveva farsene? Le mandava alla nuova fidanzata, ripulite dall'orefice, chiuse in astuccetti nuovi.

Marcantonio Ravì profondeva lodi, esclamazioni ammirative, ringraziamenti.

- Ma voi così, don Diego mio, ci confondete...

- Non ti confondere, asino! Ho esperienza del mondo e so che i regali ci vogliono.

Don Marcantonio si cacciava in tasca il dono e sbuffava dalla stizza per la caparbia ostinazione della figliuola, che, pur di non cedere, si contentava di star chiusa in una camera, assediata, rifiutando anche il cibo.

La madre stava di guardia presso l'uscio di quella camera, come una sentinella. Venivano i parenti, la Mèndola o qualche altra vicina a tentare ancora di metterla sù contro il marito, ma ella tornava col solito gesto ad accennare il segno della croce.

- In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo! Non mi mettete altra legna sul fuoco: me ne manca forse, donna Carmela mia? Vedete in quale inferno mi trovo?

- Zia Carmela! - chiamava Stellina, dietro l'uscio.

- Figlia mia bella, che vuoi?

- Dica a sua figlia Tina che si affacci alla finestra: voglio farle vedere una cosa.

- Sì, cuore mio bello! Or ora glielo dico. Coraggio, cuore mio! Pìgliati quest'involtino: te lo faccio passare di sotto l'uscio. Mangia, che ti piacerà.

- Tante grazie, zia Carmela!

- Niente, figliuola cara. E tieni duro, tieni duro! non ci vuol altro...

La si-donna Rosa lasciava dire e lasciava fare. E ogni giorno, appena il marito rincasava, gli rivolgeva la solita domanda:

- Debbo? - E con la mano faceva il gesto di mandar la chiave per aprire l'uscio.

- No! - le gridava egli. - Stia lì, lì, brutta ingrata! cuor di macigno! Come se non lo facessi per lei, per il suo bene! Tieni: un altro regalo, un braccialetto... faglielo vedere!

La si-donna Rosa si alzava, chiudeva gli occhi, sospirava e, con l'astuccetto in mano, entrava nella camera della figliuola.

Stellina se ne stava presso il letto, accoccolata per terra, sul tappetino, come una cagnetta ringhiosa. Strappava di mano alla madre il regalo e lo scaraventava a terra.

- Grazie tante, non lo voglio!

La madre allora perdeva la pazienza anche lei.

- Sedici onze di braccialetto, asinaccia! Non sei neanche degna di guardarla tanta grazia di Dio!

Stellina, appena uscita la madre, stropicciava il gomito del braccio sinistro sulla palma della mano destra e diceva a denti stretti:

- Rodetevi! Rodetevi!

Poi si ricomponeva la veste su le gambe, si alzava da sedere, gironzava un po' per la camera e, finalmente, eccola lì, presso il cassettone a guardar sottecchi il regalo raccattato dalla madre. La curiosità era più forte della repulsione per il vecchio donatore.

Si guardava nello specchietto a bilico, si rialzava i capelli dietro la nuca e sorrideva alla propria immagine: il visetto fresco e leggiadro apriva in quello specchio due occhi azzurri limpidi e gaj. Con quel sorriso, pareva sussurrasse a se stessa: «Birichina!». E le veniva la tentazione di aprire quegli astucci, di provarsi... via, almeno gli orecchini... per un minuto, gli orecchini.

- No, questo è l'anello... M'andrà certo troppo largo... No, preciso! oh guarda... par fatto apposta per il mio dito...

E si ammirava la manina bianca inanellata, avvicinandola, allontanandola, piegandola or di qua or di là. E poi gli orecchi con gli orecchini, e poi i polsi coi braccialetti, e poi sul seno la lunga catena d'oro dell'orologino; e, così parata, andava a farsi un profondo inchino allo specchio dell'armadio:

- A rivederla, signora Alcozèr!

E una gran risata.

CAPITOLO  III

- Ecco... va bene: io non ho fretta, Marcantonio mio, - diceva, il giorno dopo, don Diego al Ravì,  nel Caffè del Falcone: - Però, ecco... non per me, ma per il vicinato: sotto le finestre di casa tua (tu forse hai il sonno greve e non senti), quasi ogni notte si fanno serenate: chitarre e mandolini, eh eh... Lo so: giovanotti allegri... Che bellezza, la gioventù! Sai chi sono? I fratelli Salvo coi cugini Garofalo e Pepè Alletto: chitarre e mandolini.

- Vi giuro, don Diego mio, che non ne so nulla parola di galantuomo! Dite davvero? Serenate? Lasciate fare a me. Or ora vi fo vedere io, se...

- Dove vai?

- In cerca di codesti signorini che mi avete nominati.

- Sei matto? Siedi qua! Vuoi compromettermi?

- Voi non c'entrate!

- Come non c'entro, asino? Ci guastiamo, bada. Senza tante furie. Soglio far le cose con calma, io. Son giovanotti, e cantano: gioventù vuol dire allegria... Sa cantare anche Stellina, m'hai detto? Bene; il canto mi piace. Dicevo soltanto per il vicinato che sta a sentire ogni notte, e... capirai, le male lingue... Tu dovresti consigliare a codesti giovanotti un po' di pazienza, mi spiego? perché hai la puella già sposa. Ma con buona maniera, con calma.

- Lasciate fare a me.

- Senza compromettermi, oh!

La sera di quello stesso giorno, Marcantonio Ravì  imbattendosi per via in Pepè Alletto, se lo chiamò in disparte e gli disse:

- Caro don Pepè, vi prego con buona maniera di lasciare in pace mia figlia; se no, faccio come quel tale; lo vedete questo bastone? Ve lo rompo in resta la prima volta che vi vedo ripassare col naso in aria sotto le finestre di casa mia.

Pepè Alletto lo guardò prima stordito, come se non avesse compreso; poi si tirò un passo indietro:

Ah sì? E se io vi dicessi...

- Che siete cognato di Ciro Coppa, bau bau? - compì la frase il Ravì.

- No! - negò, acceso di sdegno, il giovanotto. - Se vi dicessi che a me personalmente bastoni su la testa non ne ha mai rotti nessuno?

Il Ravì si mise a ridere.

- O non lo vedete che scherzo? Ditemi voi stesso, don Pepè mio, in quali termini vi debbo pregare. Che volete da mia figlia? Se non siamo bestie, proviamoci a ragionare. Voi siete nobile, ma siete scarso, caro don Pepè. Anch'io sono un pover'uomo abbruciato di danari. Povertà non è vergogna. Sapete che vi voglio bene: venite qua, ragioniamo.

Gli passò una mano sotto il braccio e si avviò con lui, seguitando:

- Quanto a ballare, lo so, ballate come se non aveste fatto mai altro in vita vostra. Anche con gli speroni ai piedi, m'hanno detto. E sonare, sonate il pianoforte come un angelo... Ma, caro mio don Pepè, qui non si tratta di ballare, mi spiego? Ballare è un conto; mangiare, un altro. Senza mangiare, non si balla e non si suona. Debbo aprirvi gli occhi proprio io? Lasciatemi combinare in pace questo benedetto matrimonio, e ajutatemi anzi, diàscane[1]! Il vecchio è ricco, ha settantadue anni e ha preso quattro mogli... Gli diamo ancora tre anni di vita? L'avvenire poi è nelle mani di Dio. Dite un po': quale può essere l'ambizione d'un onesto padre di famiglia? La felicità della propria figliuola, ne convenite? Oh: chi è scarso è schiavo: schiavitù e felicità possono andar d'accordo? No. Ergo, prima base: denari. La libertà sta di casa con la ricchezza; e quando Stellina sarà ricca, non sarà poi libera di fare ciò che le parrà e piacerà? Dunque... che dicevamo? Ah, don Diego... Ricco, don Pepè mio! Ricchezze ne ha tante, che potrebbe lastricare di pezzi di dodici tarì tutta Girgenti, beato lui! Don Pepè, accettatemi qualcosina qua al Caffè...

L'Alletto pareva caduto dalle nuvole: non sapendo che pensare di quel discorso, guardava negli occhi il Ravì sorridendo.

Per dir la verità non aveva mai aspirato seriamente alla mano di Stellina; né questa, per altro, aveva mai dato motivo a lui di farsi qualche illusione, più che non ne avesse dato a tant'altri giovanotti che le gironzavano attorno. La ragazza, sì, gli piaceva; ma sapeva pur troppo di non essere in condizione di prender moglie, e neanche ci pensava. Viveva con la madre settantenne, che, nella sua ingenua amorevolezza, si ostinava a trattarlo ancora come quand'aveva dieci anni. Povera santa vecchina! Bisognava aver pazienza con lei; anche per compensarla di tutto quello che le era toccato di soffrire col padre, il quale in pochi anni aveva dato fondo a tutto il patrimonio; e n'era poi morto di crepacuore. Dalla rovina si era soltanto salvata, per miracolo, la vecchia casa, in cui abitava con la madre.

Donna Bettina, nobile di nascita, non voleva assolutamente permettere che egli, Pepè, entrasse in qualche impiego, che forse il cognato, Ciro Coppa, con le sue aderenze avrebbe potuto procurargli. Ma di questo, Pepè, in fondo, non s'affliggeva molto. Lavorare non era il suo forte. Ogni mattina tre ore, per lo meno, davanti allo specchio: abitudine! Che poteva farci? Il bagno, le unghie lunghe da coltivare, poi pettinarsi, raffilarsi la barba, spazzolarsi. E quando alla fine, sul far della sera, usciva di casa, pareva un milordino. La vecchia casa, al Ràbato, custodiva intanto gelosamente il segreto miserevole dei sacrifizii ostinati e delle più dure privazioni.

Ah, se invece di nascere in quella triste cittaduzza moribonda, fosse nato o cresciuto in una città viva, più grande, chi sa! chi sa! la passione che aveva per la musica gli avrebbe forse aperto un avvenire. Una forza ignota nell'anima se la sentiva: la forza che lo tirava in certi momenti alla vecchia spinetta scordata della madre e gli moveva le dita su la tastiera a improvvisare a orecchio minuetti e rondò. Certe sere, mentre contemplava dal viale solitario, all'uscita del paese, il grandioso spettacolo della campagna sottostante e del mare là in fondo rischiarato dalla luna, si sentiva preso da certi sogni, angosciato da certe malinconie. In quella campagna, una città scomparsa, Agrigento, città fastosa, ricca di marmi, splendida, e molle d'ozii sapienti. Ora vi crescevano gli alberi, intorno ai due tempii antichi, soli superstiti; e il loro fruscìo misterioso si fondeva col borbogliare continuo del mare in distanza e con un tremolìo sonoro incessante, che pareva derivasse dal lume blando della luna nella quiete abbandonata, ed era il canto dei grilli, in mezzo al quale sonava di tanto in tanto il chiù lamentoso, remoto, d'un assiolo.

Ma di questi suoi strani momenti Pepè si vergognava, quasi, con se stesso, temendo che i suoi amici se n'accorgessero. Che baja, allora! No, via; neanche a pensarci: lì, nella vita gretta, meschina, monotona, di tutti i giorni, lì era la realtà, a cui bisognava adattarsi.

Che gli diceva intanto il Ravì? che voleva da lui? Evidentemente quel buon uomo sospettava che tra lui e la figlia ci fosse qualche intesa, per la quale ella non volesse acconsentire al matrimonio con l'Alcozèr. Ebbene, perché non lasciarlo in quell'inganno? Promise d'usar prudenza e di farne usare agli amici Salvo e Garofalo, e n'ebbe in ricambio l'invito alle prossime nozze, a nome anche dell'Alcozèr, che:

- Non è cattivo, in fondo, poveraccio! - concluse don Marcantonio. - Che volete farci? ha la manìa delle mogli: non può farne a meno. Ma questa, se Dio vuole, sarà l'ultima! Gli diamo, sì e no, tre anni di vita? Gliel'ho detto avanti: «Caro don Diego, siamo della vita e della morte; carte in regola!» E lui, bisogna dir la verità: subito! non m'ha nemmeno lasciato finire. Cosicché, mi spiego? su questo punto, siamo a cavallo. Non dico per me, dico per mia figlia, beninteso! Poi Stellina... ci penserà lei... Debolezze, don Pepè: dicono che don Diego riprende moglie perché, stando solo, ha paura degli spiriti... Già! Credo che di notte gli appaja la Morte con l'ali. E se lo porti via presto, don Pepè! Le darei una mano io per caricarselo meglio su le spalle... Ma già, non pesa venti chili... Ai vostri comandi, e baciamo le mani. Mosca però, don Pepè: mi raccomando.

CAPITOLO  IV

Circa due mesi dopo si celebrarono in casa Ravì le nozze tanto combattute.

Don Diego indossò per la quinta volta la lunga napoleona memore di quattro sponsali; non per avarizia, ma perché veramente era ancor nuova, sebbene di taglio antico, custodita per tanti anni con la canfora e col pepe nella cassapanca di noce stretta e lunga come una bara. Giù per il cortile le grosse papere non lo riconobbero in quell'insolito arnese, e coi lunghi colli protesi lo inseguirono fino al portone strillando come indemoniate.

«Eh eh, le anime delle defunte mogli!» pensò don Diego, arricciando il naso; e, correndo, se le cacciava dietro con le mani. - Sciò! sciò!

Marcantonio Ravì aveva largheggiato molto negli inviti, volendo, almeno in apparenza, il consenso popolare. Nessuno gli levava dal capo che la disapprovazione di tutti gli amici e conoscenti non fosse per invidia della fortuna che toccava alla figlia. E aveva preparato un lauto trattamento a maggior dispetto degli invidiosi.

Don Diego fu molto complimentato. Ma non era vecchio per nulla, e accolse con la sua solita risatina fredda tutti quei complimenti.

Per Stellina, parata di bianco e di zagare, nella pompa della festa, la commiserazione sorgeva spontanea, di nascosto, dopo le congratulazioni che ciascuno degli invitati le porgeva per convenienza, ma senza troppa effusione, per timore non dovessero sfrenar in lei qualche scoppio di pianto.

Presto il Ravì cominciò a notare un certo impaccio nella sala. L'aspetto di Stellina raggelava la festa. Invano cercò di promuovere comunque un po' di brio, incitando ora questo ora quello. Di tutti i convitati solo a Pepè Alletto, venuto coi tre fratelli Salvo (Mauro, Totò e Gasparino), riuscì alla fine a comunicare un po' di fuoco.

- Don Pepè, spetta a voi! Mi raccomando.

Pepè sentì in questa raccomandazione la conferma di quel curioso discorso tenutogli tempo addietro. Sorrise, guardò la mesta sposina che gli parve più bella nello splendido candore dell'abito nuziale, e «Perché no?» disse tra sé. Si mise al pianoforte, sonò, cantò, poi spinse gli altri a ballare e finalmente riuscì a ravvivare il festino. Tutti gliene furono grati, e più di tutti don Marcantonio. Stordito nell'allegria da lui stesso promossa, egli ora guardava don Diego, il vecchio sposo, come per compassione; e gli altri, come per dire: «Compatitelo, poveretto; il vero sposo poi, qua, sarò io».

E nel chiudersi della festa, di cui fu l'anima, anzi l'eroe, tutti i convitati lo ammirarono tanto e tanto lo lodarono sia per il ballare, sia per come comandava le danze e come sonava il pianoforte, che a un certo punto, irresistibilmente, gli scappò detto:

- So anche il francese...

Se non che la tempesta, fin lì stornata, scoppiò a un tratto, inaspettatamente. Don Diego, per mostrarsi galante, volle porgere un bicchierino di rosolio alla sposa. Poverino: fu una cattiva ispirazione: le mani gli tremavano, anche per l'emozione: e così gliene versò qualche gocciolina su la veste, poco poco... Se le donne che le sedevano accanto avessero fatto le viste di non accorgersene, Stellina avrebbe forse saputo contenersi ancora; ma quelle invece, no: tutte premurose le si chinarono attorno coi fazzoletti a pulire, e allora, Stellina, si sa, ruppe in singhiozzi, cadde in una violenta convulsione di nervi.

Tutti accorsero a lei. Si gridava:

- Largo! Largo! Slacciatela!

Due giovanotti la sollevarono su la seggiola e la portarono in un'altra stanza. Don Diego rimase avvilito, col bicchierino in mano, più tremante che mai: buttava il resto sul tappeto, adesso! invano don Marcantonio si sbracciava a rimetter l'ordine, a tranquillar gl'invitati, ripetendo: - L'emozione, si sa! l'emozione! -. Nessuno gli dava retta, tutti erano addolorati della sorte della povera Stellina, i cui pianti e, più penose dei pianti, le risa convulse, giungevano attraverso gli usci chiusi.

Pepè Alletto, pallido, mortificato, s'era lasciato cadere su una seggiola e, con gli occhi socchiusi, si faceva vento col fazzoletto. Due lagrime, che non erano di vino, gli rigarono il volto fino ai baffi immelanconiti.

- Che hai, Pepè? - gli domandò Mauro Salvo, vedendolo in quell'atteggiamento.

Pepè levò il capo e, aprendo forzatamente le labbra a un sorriso vano, rispose con voce malferma:

- Niente... mi sento... non so...

- Hai bevuto?

- Mi ha fatto tanta pena, - disse Pepè, non degnando di rispondere a quella domanda volgare.

- Hai ragione, sì, - riprese l'amico. - Anche a me, ma andiamo intanto: t'accompagnerò a casa. Vedi? Già se ne vanno tutti...

Volle prenderlo sotto braccio; Pepè si ritrasse, risentito:

- Ma no, lasciami, grazie! mi reggo benissimo.

- L'emozione! Scusate tanto... Grazie dell'onore... L'emozione!... Buona sera, e grazie... Scusate... - diceva a questo e a quello il Ravì, distribuendo saluti, strette di mano e inchini nella saletta.

Gl'invitati andarono via in silenzio, giù per la scala, come tanti cani bastonati. Era già sonata la mezzanotte; i lampionaj avevano spento i fanali, e la via lunga, deserta, era a mala pena rischiarata dalla luna che pareva corresse dietro un leggero velario di nuvole.

- Chi sa che tragedia stanotte! - sospirò a voce un po' alta, appena fuori della porta, Luca Borrani, uno degli invitati.

Pepè Alletto, nel passargli accanto col Salvo, colse a volo la sconveniente allusione, e gli gridò sul muso:

- Porco!

Il Borrani, botta e risposta:

- Va' là, pulcinella! - E uno spintone.

L'Alletto alzò allora il bastone e giù, su la testa del Borrani; quindi, all'improvviso, uno schiaffo. Ne nacque un parapiglia, un trambusto indiavolato: braccia e bastoni per aria, schiamazzo, strilli di donne, lumi e gente a tutte le finestre delle case vicine, abbajar di cani, e tutte quelle nuvolette che correvano nel cielo.

- Che è stato? che è stato?

Giù per la via la folla agitata si allontanava confusamente, vociando. E la gente accorsa coi lumi alle finestre rimase a lungo incuriosita a spiare e a far supposizioni e commenti, finché la folla non si perdette nel bujo, in lontananza.

CAPITOLO  V

Nossignore, bestia! T'insegno io come si fa in questi casi. Làsciati servire da me.

Ciro Coppa, tozzo, il petto e le spalle poderosi, enormi, per cui pareva anche più basso di statura, il collo taurino, il volto bruno e fiero, contornato da una corta barba riccia, folta e nerissima, la fronte resa ampia dalla calvizie incipiente, gli occhi grandi, neri, pieni di fuoco, passeggiava per il suo studio d'avvocato con una mano in tasca, nell'altra un frustino che batteva nervosamente su gli stivali da caccia. Le bocche di due grosse pistole apparivano luccicanti su le ànche, oltre la giacca.

Pepè Alletto era venuto da lui per consiglio. Aveva ricevuto la mattina stessa una lettera del Borrani. Questi non intendeva sfidarlo per l'insulto e lo schiaffo a tradimento della sera avanti, perché - diceva - alla cavalleria suol ricorrere chi ha paura, e lui non voleva nascondersi dietro le finte e le parate, tenendo per burla una sciabola in mano: lo metteva pertanto in guardia: lo avrebbe preso a calci, ovunque lo avesse incontrato, foss'anche in chiesa.

Pepè Alletto avrebbe voluto che il Coppa si recasse dal Borrani per fargli ritirare, con le buone o con le cattive, questa lettera. Non che avesse paura; non aveva paura di nessuno, lui: ma, ecco, a farla a pugni, come i ragazzacci di strada, si sa! per la sua complessione... così mingherlino... avrebbe avuto la peggio: di fronte a lui, il Borrani era un colosso. E poi, quando mai s'era inteso? calci, pugni, tra gentiluomini...

- Làsciati servire da me! - ribatté il Coppa, fermandosi in mezzo allo scrittojo e indicando col frustino al cognato la scrivania. - Lì c'è carta, penna e calamajo. Siedi e scrivi. Con una botta di penna te lo riduco io a ragione.

- Debbo dunque rispondere? - arrischiò timidamente Pepè.

Ciro batté forte il frustino su la scrivania.

- Ti dico siedi e scrivi, babbeo! Ti detto io la risposta.

Pepè si alzò perplesso, come tenuto tra due, e andò a sedere sul seggiolone di cuojo davanti alla scrivania, su cui appoggiò i gomiti, prendendosi la testa tra le mani e sospirando. Poi disse:

- Scusa... permetti? Vorrei, ecco... vorrei farti notare che la...

- Che cosa?

- La mia posizione è alquanto... non saprei... delicata. Perché io, jersera, per dir la verità... per tante ragioni... forse, ecco... non ero bene in me. Non vorrei ora compromettere...

- Che compromettere! - esclamò il Coppa, spazientito. - L'insulto, l'hai raccolto? Sì: tanto è vero, che gli hai appoggiato uno schiaffo.

- E basta! - osservò Pepè. - Lui doveva sfidarmi: non l'ha fatto; dunque...

- Dunque lo farai tu! - concluse Ciro, aprendo le braccia.

- Io? E perché? - replicò, stupito, Pepè.

- Perché sei un cretino! perché non capisci nulla! - gli urlò il cognato. - Siedi e scrivi! Adesso vedrai.

Pepè alzò le spalle, imbalordito; poi domandò con aria desolata:

- Che debbo mettere in capo alla lettera?

- Niente, né sciò né passa là! - rispose Ciro rimettendosi a passeggiare, concentrato in sé, e stirandosi con due dita i peli della moschetta. - Comincia così: La vostra lettera... - la vostra lettera... - è degna d'una persona virgola... - la vostra lettera è degna d'una persona... che star dovrebbe... scrivi!... coatta... co-at-ta, tutt'una parola.

- Lo so!

- ...che star dovrebbe coatta nei bagni e nelle galere virgola... anziché... an...ziché, con una sola c, libera e sciolta... tra il consorzio della gente civile punto ammirativo. Hai scritto?

- Gente civile! scritto.

- A capo. Ma se voi siete... ma se voi siete un mascalzone virgola... io sono un gentiluomo punto e virgola e non mi lascerò... trascinare da voi ad altro scandalo punto e seguitando. E poiché ho avuto la disgrazia... così! la disgrazia di sporcarmi la mano sul vostro viso virgola spetta a me... spetta a me per riguardo alla mia persona e al mio nome... hai scritto?... di rialzarvi dal fango virgola in cui vorreste appiattarvi punto e seguitando. Vi uso perciò la generosità... ge-ne-ro-si-tà... d'inviarvi due miei rappresentanti... col più ampio mandato~ virgola... i quali vi restituiranno la sozza lettera virgola... che con vigliacco ardire m'avete spedita stamani. Punto. Hai scritto? Adesso firmala: G. nob. Alletto, nient'altro. Hai firmato? Rileggimela.

Pepè rilesse la lettera, ingegnandosi di dare alle parole la sonora sprezzante espressione del cognato.

- Benissimo! - approvò questi. - Scritta come Dio comanda. Una busta, e scrivi l'indirizzo. Penserò io a fargliela recapitare insieme con la sua lettera. Non darti pensiero dei padrini: te li trovo subito io. Via i Salvo, via i Garofalo! buffoncelli, che non fanno al caso nostro. Tu va' sù da tua sorella Filomena che, poverina, da due giorni sta peggio del solito. Se il medico non me la guarisce subito, finirà che lo bastono. Basta. Io debbo recarmi al Tribunale; poi giù di corsa in campagna, a tirar gli orecchi a quel boja del gabellotto. Terre morte, perdio, che non ci si ripiglia il giogàtico... Che hai? che corno hai? Paura?... Mi guardi come uno stupido...

Pepè si scosse, sorpreso da quell'uscita improvvisa, e sbuffò, seccato:

- Nient'affatto! Paura?... La testa, Ciro! mi sento la testa... non so come, da jersera...

- Di' ch'eri ubriaco, figlio mio; ci farai miglior figura! - osservò Ciro con aria di sdegnosa commiserazione. - Va', va' sù da Filomena. Io torno stasera, diglielo. Tu intanto sta' sù ad aspettare i due amici. Occhio vivo, e senza paura!

Tolse da un cassetto della scrivania alcune carte e se n'andò, col cappello a cencio buttato su un orecchio e il frustino in mano, al Tribunale.

Capitolo  VI

Pepè trovò la sorella che si aggirava come un'ombra per le stanze quasi al bujo. Pareva già vecchia a trentaquattro anni: un male, che ancora i medici non riuscivano a precisare, la consumava da parecchi mesi; ma di questo ella non si lagnava, considerandolo come una lieve giunta ai tanti danni della sua vita. Non si lagnava veramente di nulla, neanche di non poter vedere la madre, già da anni in rottura mortale col genero. Avrebbe avuto tanta consolazione anche dalla sola vista di lei! Ma donna Bettina aveva giurato di non rimetter piede mai più in casa del Coppa; ed ella, per la gelosia feroce del marito, non che uscire di casa, non poteva neppure sporgere un po' il naso fuor della finestra. Non glien'importava più; non si crucciava più nemmeno in cuore della sorte tristissima che le era toccata, nascendo. L'amarezza d'una totale remissione le si leggeva ormai negli occhi silenziosi, costantemente assorti in una pena ignota, indefinita.

- Filomè, come ti senti?

Ella alzò le spalle e aprì un po' le braccia, in risposta. Pepè sbuffò per il naso; poi riprese:

- Non si potrebbe aprire un tantino la finestra?

- No! - gridò subito Filomena. - Se, Dio liberi, venisse a saperlo!

- Non c'è, è andato al Tribunale; poi andrà in campagna; tornerà stasera...

- Pepè, per piacere, lascia star chiuso. Lo sa Dio quanto desidererei prendere una boccata d'aria. Ma ormai sono arrivata, Pepè; lo sento, ne ho poco di questa prigionia. Ringraziamo Dio in cielo e in terra!

- Non dire bestialità! - esclamò Pepè, commosso.

- Mi dispiace solo - riprese con la stessa voce stanca la sorella - per i figli miei, povere anime innocenti... Ma per me sarà la liberazione... e anche per lui, per Ciro. Non lo dico per male, bada! Voi Ciro non lo conoscete: ne vedete solo i difetti... questa sua gelosia feroce, per esempio... Ma mi vuol bene, sai, a suo modo: lo dimostra così! Non doveva prender moglie, ecco tutto: era nato per un'altra vita... che so! per far l'esploratore...

- Già - approvò Pepè, - tra le bestie feroci...

- No no, - corresse amorevolmente Filomena. - Voglio dire, per una vita di rischi, e libera... Tu lo vedi, è eccessivo in tutto, e in un piccolo paese, tra la meschinità della vita di tutti i giorni, con le sue esuberanze pare anche ridicolo talvolta... Tutti i torti vuole aggiustarli lui... E una povera donna come me, qui rinchiusa, deve vivere per forza in continua apprensione...

Pepè approvava col capo, e quella sua approvazione era insieme segno di compianto per la sorella; guardava nella penombra la ricca mobilia della stanza, e tra sé diceva: «T'ha fatto ricca; ma che n'ha goduto?».

A questo punto entrò la servetta ad annurziargli che qualcuno lo attendeva giù nello studio. Pensò che fossero i padrini (così presto?), e s'affrettò a discendere; trovò invece nello studio don Marcantonio Ravì tutt'ansante e scalmanato.

- Don Pepè mio, che avete fatto? Non me ne so dar pace!

- Il mio dovere, - rispose Pepè, breve, serio e compunto.

- Ma com'è nata codesta lite maledetta? E ora che avverrà?

- Nulla... non so... Ma state pur sicuro che la signorina... cioè, la signo...

- Dite signorina, dite signorina, don Pepè! Ah, se sapeste... Ho l'inferno in casa. Urli, strilli, convulsioni... Si ricusa assolutamente di seguire il marito! E jersera m'è rimasta in casa, capite? signorinissima! Oggi la stessa storia. Non vuol neanche vederlo! Don Diego se ne sta dietro l'uscio a sentire, e n'ha sentite... pensateci voi! Io... io per me non so più dove battere la testa... Ci voleva per giunta quest'altro guajo qui... il vostro duello! Dovete per forza fare il duello?

- È necessario, - rispose Pepè, accigliato - siamo uomini... Le cose, del resto, sono arrivate a tal punto, che...

- Ma nient'affatto! - lo interruppe don Marcantonio. - Che uomini e uomini... chi ve l'ha messo in capo? Siete stato tanto buono voi, jersera, don Pepè mio... E ora, in compenso, vi tocca fare il duello?

- È necessario, - ripeté l'Alletto con aria grave e pur malinconica. - Credete, peraltro, che me n'importi? Non m'importa più di nulla, ormai. Possono anche ammazzarmi: ci avrei anzi piacere.

- Un corno! - gli gridò, quasi con le lagrime a gli occhi, il Ravì. - Importa a chi vi vuol bene... Scusate se ve lo dico, siete un minchione! Credete che tutto sia finito per voi? Date tempo al tempo, non vi precipitate... lasciate fare il duello a chi ci prova gusto, a chi ve l'ha messo in capo... Dite la verità, è stato vostro cognato? Lui, è vero? L'ho immaginato subito!

Non poté continuare. Entravano nello studio Gerlando D'Ambrosio e Nocio Tucciarello, i due padrini scelti da Ciro: il D'Ambrosio alto, biondo, con le spalle in capo, miope, il mento e la guancia sinistra deturpati da una lunga cicatrice; l'altro, tozzo, barbuto, panciuto, dall'andatura stentatamente bravesca.

- Pepè, a gli ordini tuoi! Benedicite, grosso Marcantonio! - salutò il D'Ambrosio.

Nocio Tucciarello non disse nulla; contrasse soltanto una guancia come per fare un mezzo sorriso e chinò appena il capo.

- Accomodatevi, accomodatevi, - propose Pepè, premuroso, con gli occhi ora all'uno ora all'altro.

- Tante grazie, - parlò il Tucciarello, rifacendo con la guancia la smorfia di prima e alzando lentamente una mano in segno negativo. - Noi, caro don Pepè, col permesso del nostro caro si-don Marcantonio, avremmo da dirvi una parolina.

- Debbo andarmene? - chiese angustiato il Ravì  a l'Alletto. E, volgendosi ai due sopravvenuti: - So tutto, signori miei; anzi, ero venuto...

Il Tucciarello lo interruppe, posandogli leggermente una mano sul petto.

- Non c'è bisogno che aggiungiate altro. Caro don Pepè, l'affare è combinato secondo il nostro desiderio. L'amico, appena ci ha veduti, ha cambiato avviso. Gnorsì. Ci ha detto che intendeva di far le cose per benino. «E anche noi!» gli abbiamo risposto, naturalmente. Insomma, poche parole; un solo, brevissimo abboccamento coi due padrini avversarii e tutto combinato: arma, la sciabola; finché i medici non dicono basta. Siamo intesi? Domattina, alle sette in punto, io e Gerlando saremo alla porta di casa vostra: la carrozza, per non dar sospetto, ci attenderà col medico alla punta della Passeggiata, fuori del paese, donde scenderemo a Bonamorone. Mi spiego?

- Sta bene, sta bene, - s'affrettò a rispondere Pepè, con la vista intorbidata dall'interna agitazione, affermando ripetutamente col capo. - Alle sette, sta bene.

- Ma che diavolo dite, don Pepè! - scattò sù don Marcantonio. - Vi portano al macello, e sta bene? Signori miei, scherzate o dove avete il cervello? Metter di fronte così due giovanotti a cui il sangue bolle nelle vene? Io son padre di famiglia, santo e santissimo diavolone!

- Piano col diavolo, don Marcanto'! - disse allora Nocio Tucciarello pacatamente, un po' accigliato, con un lento gesto della mano. - Quando in un affar d'onore c'è di mezzo il signor me, nessuno, neanche il figlio di Domineddio, deve più metterci becco. Se voi avete da darmi comandi, sono a vostra disposizione.

- E che c'entra questo, Signore Iddio? - esclamò il Ravì . - Io parlo a fin di bene; che c'entrano i comandi? sono il vostro servo umilissimo, don Nociarello mio! Dico per il come si chiama... il duello! Se ne potrebbe fare a meno... Pensate alle conseguenze, signori miei! In fin dei conti, don Pepè ha dato di porco e ha ricevuto di pulcinella, è vero? ha dato una bastonata e ha ricevuto uno spintone; dunque, pari e patta, e affar finito. Ora il duello perché?

- Domandatelo all'illustrissimo avvocato Coppa! - rispose il Tucciarello con la stessa aria spocchiosa. - Noi abbiamo servito lui e don Pepè qui presente, che si merita questo e altro. Domattina alle sette, dunque, e baciamo le mani.

I due padrini andarono via, seguiti da don Marcantonio, cui premeva di far intendere al Tucciarello, umilmente, il suo pensiero.

CAPITOLO  VII

Pepè rimase a riflettere nello studio, passeggiando.

«Vediamo, vediamo...» diceva a se stesso, per chiamare a raccolta le proprie forze e persuadere i nervi agitati a calmarsi. Ma nel cervello, chi sa perché‚, gli s'accendevano guizzi di pensieri alieni; contraeva tutto il volto. - Per una sciocchezza! - esclamò alla fine, esasperato, alzando un braccio.

Subito, sorpreso dalla sua stessa voce, si guardò attorno, per timore che qualcuno avesse potuto sentirlo, e fece un rapido mulinello col bastone.

Non aveva paura, lui.

Era vero però che si trovava in quel frangente - col rischio anche di lasciarci la pelle... (eh sì, tutto era possibile!) - per una sciocchezza. Poteva bene far le viste di non avere inteso quelle parole del Borrani. Che glien'importava, in fondo? che c'entrava lui? Ci s'era messo quasi per ridere, in quell'avventura, non perché avesse preso sul serio il discorso del Ravì, quella mezza promessa sottintesa, senz'alcun valore. Sì, ma intanto, ecco: ridendone, scherzando, egli era adesso sul punto di battersi per quella donna. E qualche diritto, ora, sul serio cominciava ad acquistarlo su lei... Perbacco, rischiava la vita! Non aveva mai tenuto in mano una sciabola; non sapeva nulla, proprio nulla, di scherma. Si vide addosso il Borrani, alto robusto e impetuoso, con l'arma in pugno, terribile; sentì mancarsi il fiato, e scappò via dallo studio, all'aria aperta, smanioso di veder gente.

Per istrada però, quasi avesse gli occhi abbagliati, non riuscì a distinguer nulla: una gran confusione, come se la gente e le case tremolassero tutte nel sole. Le orecchie gli ronzavano. S'avviò in fretta, istintivamente, verso casa. Entrando per Porta Mazzara nel sobborgo Ràbato, subitamente gli venne al pensiero la madre, e s'intenerì fino alle lagrime.

- Povera mamma!

La trovò, al solito, in giro per le ampie camere con un piumino spennato in una mano, un rosario nell'altra: labbreggiava avemarie e spolverava, accostandosi ora a questo ora a quel vecchio mobile d'antica foggia, come per andargli a confidare quelle sue preghiere.

Della pulizia di casa donna Bettina s'era fatta quasi una fissazione; tanto che, sentendo sonare il campanello della porta, non mancava mai di gridare, anche dalla stanza più intima e remota:

- Nettatevi le scarpe!

Ma, ripulendo di continuo l'antica mobilia, come attendendo alle più umili faccende domestiche, serbava sempre un contegno dignitoso, come se non sapesse quel che faceva. Teneva annodata sul capo un'enorme treccia finta, ma di capelli suoi, già da molto tempo caduti, color nocciuola, in stridente contrasto con quei pochi argentei che le erano rimasti intorno alla fronte. Reggeva questa treccia un pizzo nero, annodato sotto il mento. La palma  e il dorso delle mani piccole e bianche, inanellate, erano protetti da un pajo di guanti senza dita; le spalle da uno scialletto di seta nera, ormai inverdito. Celare a gli altri e sopportare con la massima dignità la miseria, come ogni altra sventura della vita, era studio costante di donna Bettina, la quale, per esempio, a non pochi sacrifizii s'era costretta perché un pajo d'occhiali legati in oro, le accavalciasse il bel naso aristocratico.

Nel volto, se non più nel corpo, serbava ancora la traccia dell'antica bellezza, che tante e tante fiamme aveva destate nella gioventù mascolina dei suoi tempi. Di lei s'era invaghito anche, perdutamente, ma con poca fortuna, don Diego Alcozèr. Era allora anche ricca, oltre che di nobile casato e così bella! Maritata giovanissima a don Gerlando Alletto, in trent'anni di matrimonio, ne vide però d'ogni colore. Ma tutto ormai ella aveva perdonato al marito defunto, tranne una cosa sola, di cui pareva non si potesse dar pace; che egli cioè la avesse sempre chiamata, per mero capriccio, Sabettona.

- Scempiaggine! - soleva dire. - Perché io sono sempre stata così: bassina e fina fina.

Vedendo entrare il figlio, non interruppe la preghiera né si distolse d'accostarsi alla grande mensola verso la quale era avviata. Solo quando ebbe passato il piumino sul piano di marmo di quel mobile, si volse a Pepè e fe' cenno di domandargli, con una mossettina del capo, e socchiudendo un po' gli occhi, che cosa avesse.

- Nulla, - le rispose Pepè.

Ed ella gli sorrise, senza smettere di pregare e di compire il giro della casa col piumino spennacchiato in mano.

Pepè la seguì con gli occhi, frenando a stento la commozione che lo spingeva ad accorrere verso la madre e a stringersela forte forte al petto.

«Se io venissi a mancarle!» pensò.

Ah, egli sapeva bene che colpo sarebbe stato per la sua santa vecchietta! Sentì rimorso del fastidio che aveva fin allora provato di certe esigenze amorose della madre, la quale voleva perfino che si coricasse ancora, come da ragazzo, nella stessa camera con lei.

«Sì, sì, sempre con te, mammuccia mia!» diss'egli a se stesso. E sentendo di non poter più dominarsi, andò a chiudersi in una camera.

Parecchie volte la madre, a tavola, vedendo che Pepè non mangiava e stava invece a guardarla insistentemente, gli domandò:

- Che hai?

- Nulla... nulla... - le rispose sempre, con tenerezza, Pepè.

Allora donna Bettina alzò un dito della mano a metà inguantata, e lo minacciò sorridendo:

- Io lo so! - gli disse. - S'è maritata, è vero?... con quel vecchiaccio stolido...

Pepè arrossì, poi scosse malinconicamente il capo:

- No, - le rispose, - non ci pensavo affatto...

- Bene, bene... - approvò la madre. - Non ci pensare... Non era per te... Poi la troverai, quella che sarà per te. Per ora non vorrai lasciar sola questa tua vecchia mamma, non è vero?

Pepè non seppe trattenersi più: angosciato, prese una mano della madre e se la strinse forte su le labbra:

- No, no, - le mormorò sopra, carezzandola con l'alito e baciandola, - mai, mai, mamma mia!

Si alzò di tavola. Disse che voleva tornar da Filomena per vedere se stesse meglio, e uscì di casa. Donna Bettina, sentendo nominar la figlia, si turbò. Non voleva saper più nulla di lei. Quando s'era guastata col genero, appunto per causa di lei, per il supplizio ch'egli le infliggeva, le aveva ingiunto di lasciare i figli e di venirsene a casa sua. Naturalmente Filomena s'era rifiutata, e allora ella le aveva detto che, finché stava col marito, sarebbe stata come morta per lei. Scurita in viso, seguì con gli occhi il figlio, senza domandargli nulla.

Ciro tornò tardi dalla campagna.

- Son venuti i padrini? - domandò per prima cosa a Pepè, e volle sapere le condizioni del duello. - La sciabola? Avrei preferito la pistola o la spada. Basta. Rimani a cena con noi.

Dopo cena, sapendo che Pepè non era buono neanche a maneggiare un temperino, lo fece ridiscendere con lui nello studio per insegnargli un colpo sicuro.

- Sono un po' fuori d'esercizio; ma, all'occorrenza... Tieni! - raffibbiò, togliendo da un angolo due frustini e porgendone uno a Pepè. - Fa' conto che siano sciabole.

Su la scrivania ardeva il lume, che rischiarava a mala pena lo stanzone. Nella casa, tutt'intorno, silenzio di tomba.

Pepè era al colmo dell'avvilimento: quel frustino in mano e la saccenteria spavalda del cognato che l'atteggiava in guardia dandogli colpetti sulle gambe, gli parevano uno scherzo fuor di luogo. Ciro intanto gridava, spazientito, senz'intendere che col suo gridare lo imbalordiva peggio. Si dispose anche lui in guardia di fronte a Pepè e cominciò a insegnargli il colpo infallibile. Dàlli e dàlli, alla fine si riscaldò sul serio, s'imbestialì e, gridando: - Mi rammento dei tempi antichi! - si slanciò in un assalto furibondo contro il povero cognato che, riparandosi la testa con le braccia, si chinò sotto la furia delle fischianti frustinate, gridando ajuto e misericordia.

Accorse col lume in mano la sorella:

- Ajuto! Ajuto! S'ammazzano! Ciro! Pepè!

- Zitta, bestia! Zitta! - le urlò ansante e raggiante il marito, lasciando Pepè che guaiva. - Non vedi che stiamo scherzando?

CAPITOLO  VIII

Il Ravì attendeva impaziente da circa due ore, appoggiato alla ringhiera di ferro del viale all'uscita del paese, con gli occhi a un punto noto dell'ampia, verde, vallosa campagna che s'apre a piè del colle, su cui pare che Girgenti sia sdrajata. Di tanto in tanto sbuffava e moveva qualche passo o dava uno scrollo poderoso alla ringhiera, tenendo sempre gli occhi fissi laggiù, alla macchia fosca dei cipressi del camposanto, a Bonamorone. E borbottava:

- Giusto là, sicarii! Uccellacci di malaugurio!

A quell'ora la Passeggiata era deserta. Un soldato a una finestra del grigio casermone dirimpetto lustrava uno stivale, fischiando a distesa. Per lo stradone polveroso sotto la Passeggiata passavan carri carichi di brocche d'acqua, tirati da stanchi asinelli, a cui gli acquajoli non risparmiavano il peso del loro corpo, dopo la penosa salita dalla sorgente d'acqua potabile laggiù, presso il camposanto. Don Marcantonio si curvava su la ringhiera, e li chiamava dall'alto:

- Di', di': hai visto due carrozze stamane, per tempo, laggiù?

Nessuno aveva visto nulla.

«Che siano andati altrove?» si domandava tra le smanie il Ravì. «O che sieno tornati sù da un'altra parte? Non è possibile! Questa è la via più corta. Devono tornar di qua! di qua!»

E batteva le manacce su la ringhiera arrugginita.

- Ti possa seccar la lingua! - gridò alla fine al soldato che non smetteva più di fischiare dalla finestra del casermone.

Don Marcantonio aveva rimorso di quel duello, come se davvero fosse avvenuto per causa sua, per quel discorso cioè, che egli aveva tenuto a l'Alletto poco prima delle nozze della figlia. Non aveva difatti quel povero giovanotto preso le parti di Stellina, come se questa fosse stata veramente sua promessa sposa?

Egli non voleva ammettere, neppur dopo l'esito sciagurato della festa nuziale e le scene violente della figlia, che il suo primo ragionamento zoppicasse più d'un poco. Credeva piuttosto che il diavolo si fosse divertito a cacciar la coda nella festa, suggerendo prima a don Diego di offrire quel maledetto bicchierino alla sposa, aizzando poi l'Alletto e il Borrani l'uno contro l'altro.

«Per farmi disperare!»pensava il Ravì. «Ma io non debbo dargliela vinta!»

In paese si faceva un gran ciarlare di quello sposalizio terminato in una baruffa: il suo nome e quello di don Diego correvan su la bocca di tutti; si ripeteva tra le risa la frase ridicola scappata al povero Pepè: So anche il francese; quelle poche gocce versate da don Diego su la veste della sposa eran già diventate una mezza bottiglia, e le cose più strambe e più buffe si narravano di quella serata ormai famosa.

Il giorno avanti a quella stessa mattina don Marcantonio s'era visto guardare con derisione dalla gente. Gli avevan tolto il saluto. Ebbene, tanto onore e piacere!

- Riderà meglio, chi riderà l'ultimo! Datemi due, tre anni di tempo, e vedremo chi aveva ragione.

Intanto lui era là: sissignori, ad aspettare con ansia e con legittima impazienza l'esito di quel duello. Giocava a carte scoperte. Sissignori, Pepè Alletto, caro giovanotto, buono, rispettoso, gli premeva, e sarebbe stato a suo tempo il marito di Stellina, divenuta ricca, la più ricca del paese, e tutti e due allora sarebbero stati felici a dispetto degli invidiosi, e questa felicità l'avrebbero dovuta a lui. - Ma perché ancora non tornavano le carrozze?

Don Marcantonio non seppe frenar più oltre la smania e s'avviò per discendere lungo lo stradone sotto la Passeggiata. Appena arrivato presso il casermone scorse una vettura in fondo, che si avanzava a passo, polverosa.

- Eccola lì! - esclamò; e il cuore gli balzò in gola.

Si mise a correre faticosamente, ajutando col moto delle braccia, le gambe tozze sotto il pancione.

C'è dentro il ferito; certo: va così piano... Chi sarà? chi sarà?

La raggiunse:

- Chi c'è? - gridò, trafelato, col cappellaccio in mano, al vetturino.

Gerlando D'Ambrosio sporse il capo dalla vettura ad ammiccare dietro le lenti fortissime da miope, con faccia scura.

- Ah povero don Pepè! - esclamò il Ravì, percotendosi la fronte con la palma della mano e guardando dentro la vettura.

Pepè Alletto, pallidissimo, con la giacca su le spalle, la camicia aperta sul petto fasciato, gli volse uno sguardo smarrito.

- Non c'è posto! Via, avanti! - impose al vetturino Nocio Tucciarello con voce stizzosa.

- Dottore, mi dica... - scongiurò don Marcantonio.

- Avanti! - gridò il Tucciarello al vetturino.

- Ecce homo! Gesù tra i giudei! Birbanti Birbanti! - si mise allora a gridare don Marcantonio con le braccia levate, restando in mezzo allo stradone, ansimante, con le lagrime agli occhi, e le gambe che gli tremavano dalla corsa e dalla commozione.

CAPITOLO  IX

Pepè Alletto s'era preso un gran colpo a bandoliera, da la spalla sinistra giù giù fino al fianco destro: sessantaquattro punti di cucitura, uno dopo l'altro, sul vivo della ferita. E durante l'operazione era svenuto due volte.

Ma il Tucciarello e il D'Ambrosio non erano imbronciti per l'esito doloroso del duello; bensì per il contegno del loro primo di fronte all'avversario. Non che Pepè avesse fatto propriamente una cattiva figura; ma, appena impugnata la sciabola, Cristo santo! - pensava il Tucciarello, morsicchiandosi con le labbra la punta della barba, - appena impugnata la sciabola, era diventato più pallido di una carogna; per poco le braccia non gli eran cascate su la persona, come se la sciabola fosse stata di bronzo massiccio. Parare? sfalsare? Niente! Lì come un pupazzo da teatrino... E allora, si sa, zic-zac, al primo scontro, pàffete! Meno male, che non se l'era presa in testa. Il Borrani lo avrebbe spaccato in due, come un mellone.

Ciro Coppa aveva già saputo dai padrini dell'avversario, tornati sù prima in paese, l'esito del duello, e aveva fatto preparare un letto per accogliere il ferito. Non poteva certo mandarlo, in quello stato, in casa della madre, sua suocera, vecchia di settant'anni.

Ora, aspettando, andava a gran passi per lo studio, e intanto borbottava ingiurie e imprecazioni contro le donne, impiccio degli uomini. Auff! Già, una prima scena con la moglie malata: grida, pianti, escandescenze, deliquio - e perché? Perché un coniglio aveva voluto far la parte del leone. Imbecille!

- La carrozza! la carrozza! - venne ad annunziargli la serva, di corsa.

- Non entra nessuno! - gridò il Coppa, immaginando subito che, dietro il ferito, una folla di curiosi stésse per irrompere in casa sua. - Soltanto il medico e il malato!

E via, dietro la serva.

Pepè fu portato, su una seggiola, dalla vettura al letto. Ciro scappò sù avanti, a chiuder sotto chiave la moglie.

- Voglio vederlo! Per carità, Ciro, lasciamelo vedere! - scongiurava piangendo Filomena, e spingeva l'uscio con le mani e coi ginocchi.

Ma già Ciro era corso alla camera del ferito per dargli a suo modo il ben tornato:

- Sei il più gran minchione che esista su la faccia della terra! - Zitto, avvocato, zitto! Ha la febbre... - lo ammonì il medico. - Non entra nessuno! - gridò il Coppa sotto il naso al medico, per tutta risposta, nell'esaltazione del momento. E ripeté: - Non entra nessuno! Vo a mettermi io stesso di guardia davanti alla porta... Guaj a chi entra!

E via di nuovo, di corsa.

- Pepè! Pepè! Lasciatemelo vedere! Voglio vederlo! Per carità! - seguitava a pregare la moglie.

Ciro si fermò di botto, aprì l'uscio e, con gli occhi fuori dell'orbita:

- Cristo, Madonna, Padreterno, che vuoi? Te li faccio scendere tutti dal Paradiso! Non puoi vederlo, t'ho detto! Lo spogliano, è nudo! Non entra nessuno!

E davvero per quel giorno non fece entrare né anche i più intimi amici del cognato. Solo qualcuno, appena, nei giorni successivi. Ma già, tanto non c'era più pericolo che i visitatori potessero veder Filomena. La poveretta, al colpo inatteso, s'era dovuta mettere a letto per un subito aggravamento del male.

Furon così ammessi alla vista del ferito anche Marcantonio Ravì e l'Alcozèr, venuti insieme, questi tutto sorridente e cerimonioso, quegli intozzato, su di sé, per la bile che gli fermentava in corpo come in una fornace.

- Don Pepè! don Pepè mio!

E gli volle per forza baciare una mano, rompendo in lagrime, come se Pepè fosse lì, moribondo.

La ferita invece non era di rischio, per quanto lunga e dolorosa. Pepè si lagnò coi due visitatori solo dell'immobilità a cui era costretto, e intanto con gli occhi in quelli di don Marcantonio cercava di legger notizie di Stellina.

Il Ravì gli parlò dell'interessamento di tutta la sua famiglia per lui; e don Diego confermò col capo le espressioni del suocero. Ah sì? dunque pure Stellina aveva saputo del duello? Pepè ne provò una vivissima gioja, turbata solo dal curioso sorriso con cui don Diego accompagnava quel suo tentennar del capo quasi a ogni parola del Ravì.

- Tornate, tornate a vedermi, - disse alla fine Pepè. - Ne avrò per molto tempo, ha detto il medico. Non potete neanche immaginare il piacere che mi farete...

- Piacere? voi? e io? - proruppe don Marcantonio. - La vita mia vi darei, don Pepè! Lo sa Dio ciò che ho sofferto nel sapervi... Basta! qui non posso parlare. Vi saluto. Ritorno domani... se però mi lasciano entrare. Sapete che, il giorno del duello, vostro cognato mi lasciò fuori la porta? Lasciar fuori me, che avrei voluto portarvi in braccio a casa mia per curarvi come un figliuolo! Basta. A rivederci, don Pepè.

Il Ravì tornò infatti, solo, non il domani, ma alcuni giorni dopo, e si trattenne a lungo a conversare con Pepè; gli disse che ogni giorno mandava la moglie da donna Bettina a darle notizia di lui, a confortarla, a tenerle compagnia, perché la poverina si struggeva dalla rabbia e dal dolore di non poter venire a vedere il figliuolo; gli parlò poi della bella casa dell'Alcozèr, del modo con cui questi trattava la moglie che finalmente si era arresa, delle visite che egli faceva a Stellina giornalmente per raccomandarle prudenza e pazienza:

- Perché, capite, don Pepè mio? Il vecchio, da un canto, ha coscienza di sé, dall'altro però, voi lo sapete, ama la compagnia, cosicché... mi spiego? gente in casa, giovanotti... Ora questo, se da una parte mi fa piacere, perché così Stellina ha un certo svago e non sta sola sola, dall'altra ho paura che dia cagione alle male lingue di sparlare. Sapete com'è il nostro paese... Ci vanno i vostri amici: i fratelli Salvo coi cugini Garofalo, buoni ragazzi allegri, lo so... e quanto a Stellina, non perché figlia mia, ma voi la conoscete: un angioletto! Tuttavia, vi par giusto metter la paglia accanto al fuoco? Basta, io, per me, non c'entro più: ora deve pensarci il marito, il quale esperienza dovrebbe averne, non vi pare? Ma, del resto, sapete come si dice? Ne sa più un pazzo in casa propria, che cento savii in quella degli altri.

«E Stellina? Stellina?» avrebbe voluto domandar Pepè. «Ride, canta, scherza coi Salvo, coi Garofalo, mentr'io sono qua inchiodato a letto per lei?»

CAPITOLO  X

Quante spine da quel giorno ebbe il letto per il povero Pepè!

- Mi dica, dottore, quando potrò alzarmi? Non ne posso più!

Ma il medico non gli dava retta: si tratteneva da lui pochi minuti, costernato di ben altro: del grave rischio che correva in quel momento la signora Filomena. E il Coppa che non se ne voleva dar per inteso, pretendendo dal medico la guarigione della moglie, come se, avendo sofferto e speso tanto per lei, si credesse in diritto di non perderla! Da una settimana non chiudeva occhio, non prendeva se non qualche raro cibo, lì accanto al letto, forzato dalla stessa moglie, da cui non distraeva lo sguardo un solo minuto. Credeva veramente di lottare così contro la morte, e non gli pareva possibile che questa gli portasse via la moglie da sotto gli occhi mentre egli teneva lì ferma, vigile, agguerrita in difesa di lei la propria volontà. Non ascoltava nessuno, per non allentare d'un attimo quella tensione violenta di tutte le forze del suo essere, a guardia dell'inferma. E se il medico gli diceva qualche cosa:

- Non so nulla, - gli rispondeva invariabilmente.

- Fate voi: il responsabile siete voi. Io sto qua. Non mi lamento di nulla.

Ma alla fine il medico chiese un consulto e, avuta dai colleghi l'assicurazione d'aver fatto quant'era possibile per l'inferma, volle declinare ogni responsabilità. La signora Filomena era spacciata.

Ciro Coppa scacciò via il medico svillaneggiandolo; poi, sembrandogli che lì, in quella casa, dove la scienza di fronte alla morte si era data per vinta, la difesa della moglie fosse già compromessa, tratto dall'armadio un abito della moglie:

- Tieni, subito, vèstiti, - le disse. - Ti guarisco io! Andiamo in campagna: aria aperta, passeggiate... Lo insegnerò io a questi ciarlatani impostori come si salvano i malati! Vuoi che t'ajuti a vestirti? Per carità, Filomena, non avvilirti! non farmi questo tradimento! Tu mi vuoi bene... Io...

Un nodo di pianto gli strozzò improvvisamente in gola la voce. La moglie aveva chiuso gli occhi con lenta pena alla disperata esortazione di lui: due lagrime le sgorgarono dalle pàlpebre e le rigarono il volto. Gli fe' cenno d'accostarsi al letto. Ciro accorse angosciato, vibrante dallo sforzo con cui soffocava la violenta commozione. E allora la moribonda gli passò un braccio intorno al collo e con la mano malferma gli carezzò i capelli.

- Fammi una grazia, - gli mormorò: - Un confessore...

Ciro, chino sul seno di lei, ruppe in un pianto furibondo, come se il cordoglio, mordendolo, l'avesse arrabbiato.

- Non hai più fiducia in me, Filomena? - ruggì tra i singhiozzi irrompenti. Poi, levandosi scontraffatto, terribile: - E che peccati puoi aver tu su la coscienza, da confidare sotto il suggello della confessione?

- Peccati, e chi non ne ha, Ciro? - sospirò la moribonda.

Egli uscì dalla camera con le mani afferrate ai capelli. Ordinò alla serva di chiamare un prete.

- Vecchio! Vecchio! - le gridò; e scappò via di casa per non assistere a quella confessione.

Per circa due ore, alla Passeggiata, andò in sù e in giù sotto gli alberi, scervellandosi a immaginare i peccati, che la moglie in quel momento confessava al prete.

Che peccati?... che peccati? Peccati di pensiero, certo... peccati d'intenzione... Chi aveva mai veduto sua moglie?... Cose antiche? peccati antichi!...

E passeggiava con le mani avvinghiate alle reni, il volto contratto dalla gelosia e gli occhi che schizzavano fiamme.

Nella notte, Filomena morì. Pepè volle a ogni costo alzarsi per vedere un'ultima volta e baciare in fronte la sorella. Ciro si era chiuso nella camera dei figliuoli mandati dalla nonna, e buttato su un lettuccio, mordeva e stracciava i guanciali per non urlare.

Il giorno dopo ordinò che si apparecchiasse la tavola, e mandò a riprendere i figliuoli dalla nonna. La vecchia serva lo guardò negli occhi, temendo che fosse impazzito.

- La tavola! - le gridò Ciro di nuovo. - E apparecchia anche il posto per la tua signora.

Volle che tutti, Pepè e i due figliuoli, sedessero con lui a desinare.

- Qua comando io! - gridava, battendo i pugni su la tavola, e brum! bicchieri, posate, ballavano. - Qua comando io! Pensate che dispiacere avrebbe Filomena, se sapesse che per causa sua oggi i suoi figliuoli restano digiuni! Mangiamo!

Fece prima la porzione alla moglie, come al solito. Poi volle dare il buon esempio, mangiando lui per primo; ma, appena portatosi alle labbra il cucchiajo, sbruffava, si cacciava in bocca il tovagliolo e, addentandolo, gridava con voce soffocata:

- Filomena! Filomena!

Però, appena i figliuoli sbalorditi si mettevano a strillar con lui: brum! altri pugni su la tavola.

- Zitti, perdio! Qua comando io! Mangiate! Non fate dispiacere, ragazzi, a vostra madre! Ella è qua, qua che ci assiste... qua che ci vede tutti... qua che soffre, se non vi vede mangiare per una giornata, ragazzi miei... Mangiate! mangiate!

CAPITOLO  XI

Del bruno per la sorella e del pallore lasciatogli dalla lunga convalescenza Pepè trasse partito per apparire più «interessante» agli occhi di Stellina, come se avesse vestito il bruno per lei andata a nozze con un altro.

Si recò in casa dell'Alcozèr in via di Porta Mazzara la prima sera che gli fu concesso andar fuori. Salendo la scala, si sentiva battere così forte il cuore che, a ogni cinque o sei scalini, doveva fermarsi a riprender fiato. Pervenuto al penultimo pianerottolo, fu crudelmente ferito dalla voce di Stellina che cantava una romanza, accompagnata a pianoforte da Mauro Salvo: senza dubbio.

- Canta, canta, ingrata!

S'appoggiò al muro e si strinse forte gli occhi con una mano.

Scoppiarono applausi, e tra questi una lunga risata argentina. Pepè si scosse, salì gli ultimi scalini, tirò il cordoncino del campanello.

- Pepè! - gridò sorpreso Gasparino Salvo, venuto ad aprir la porta, e subito si recò giubilante a dar l'annunzio nel salottino. - Pepè! Pepè Alletto! È venuto Pepè!

Fifo e Mommino Garofalo e Totò Salvo accorsero nella saletta. Don Diego che pisolava sul divano, svegliato dal battìo di mani e dalle voci, si alzò in piedi, intontito, guardando Mauro Salvo, che era rimasto a sedere su la poltrona e Stellina che, con un ginocchio appoggiato a lo sgabello del pianoforte e una mano su la tastiera, mirava assorta la fiamma della candela presso il leggìo.

Pepè entrò fra l'accoglienza rumorosa degli amici, pallido, impacciato, e tese con gli occhi bassi la mano a Stellina, che gli porse la sua, inerte e fredda, mentre don Diego, inchinandosi e gestendo largamente con le braccia, gli diceva:

- Evviva! evviva! Eccovi qua, tra noi, finalmente! Guarito del tutto? Rallegramenti. Sedete qua, accanto a me.

Solo Mauro Salvo non disse nulla a Pepè. Dalla poltrona, in cui rimase seduto, lo guardò con freddezza attraverso le pàlpebre che gli ricadevano per infermità su gli occhi globulenti, e a cui il naso rincagnato in sù pareva comandasse con ostinata fierezza di rialzarsi.

Pepè fermò un istante gli occhi su lui, poi li volse a Stellina, e domandò:

- Son venuto a disturbare?

Don Diego gli diede su la voce:

- Ma che dite, caro don Pepè! Tanto onore e tanto piacere. Vi abbiamo aspettato sera per sera, parlando di voi. È vero, signori miei?

Tutti, tranne Mauro Salvo e Stellina, confermarono.

- Anzi, - riprese don Diego, - ci siamo tanto afflitti della disgrazia che vi è toccata.

- Povera signora Filomena! - esclamò Fifo Garofalo, rialzandosi la lente sul naso.

Seguì al ricordo della morta un istante di silenzio, durante il quale Pepè tentennò leggermente il capo.

- Contribuì pure, - poi disse, - ad affrettarne la fine, lo spavento che si prese per me, poverina.

- Lo spavento, scusa, se lo prese, - interloquì ruvidamente Mauro Salvo con gli occhi bassi e il naso ritto, - perché, se è vero quel che si dice tuo cognato la chiuse a chiave in una camera e non permise che entrasse a vederti, cosicché s'immaginò che fossi a dir poco in fin di vita; se ti avesse invece veduto con quella feritina...

- Feritina? - interruppe, stupito, Mommino Garofalo. - Quanti punti, Pepè?

- Sessantaquattro, - rispose Pepè, modestamente.

- Sì, - riprese Mauro, guardando in giro, attraverso le pàlpebre cadenti, i radunati, - ma certo né ferita mortale né da spaventare.

- Certo, certo... - approvò Pepè per troncare il discorso. - Intanto, vedete! Salendo, ho sentito che la signora Stellina cantava una romanza... Son dunque, veramente, venuto a disturbare.

- Ancora? V'abbiamo detto di no, caro don Pepè!

E don Diego spiegò a l'Alletto in qual modo si passavan le serate in casa sua, intercalando qua e là riflessioni su la vitaccia sciocca e la vecchiaja maledetta. Sic vivitur, sic vivitur... La compagnia per lui era più necessaria del pane; ma, compagnia di giovanotti, beninteso! Dei vecchiacci come lui non sapeva che farsene. Però, guardare e sentire, sentire e guardare... non gli restava altro, ahimè. Ma si contentava.

Parlando, don Diego aveva su le labbra quel sorrisetto ambiguo che già Pepè aveva notato durante la visita che egli, insieme con don Marcantonio, gli aveva fatta. Ma questa volta il sorrisetto pareva che fosse piuttosto per Mauro Salvo, a cui gli occhi di don Diego si rivolgevano di frequente. A torto, però, Pepè se ne turbava. Quel sorrisetto aveva un significato assai più recondito di quel che la sua gelosia gli attribuiva. Don Diego, sì, fin dal primo momento s'era accorto che il Salvo si era innamorato di Stellina; ma di questo amore, per il suo segreto disegno, non che temere, s'era rallegrato. Mauro era brutto di faccia e ruvido di modi: Stellina non gli avrebbe mai dato retta. Invece il vecchio temeva di lui, di Pepè, protetto dal suocero e forte adesso del prestigio di quel duello fatto per la moglie. E tuttavia con vera impazienza egli aveva aspettato l'intervento di lui, perché Stellina da quella sera in poi si sarebbe trovata tra i due fuochi: i due rivali si sarebbero fatta la guardia a vicenda, e lui avrebbe ora potuto riposar tranquillo e sicuro; l'espediente per godersi senza pericolo la compagnia di quegli altri giovanotti allegri e spensierati si riduceva ad effetto. Ed ecco perché il vecchio sorrideva a quel modo.

La conversazione a poco a poco s'animò, e vi prese parte anche Stellina, la quale, però, di tratto in tratto, volgeva un rapido sguardo inquieto al balcone, dove Mauro Salvo, mentre gli altri parlavano, si era recato, riaccostando pian piano dietro di sé le imposte. Ora egli se ne stava lì, con le spalle al salotto, i gomiti appoggiati su la ringhiera di ferro, la testa tra le mani, a guardar la campagna nera nella notte.

Don Diego, prima ancora di Stellina, s'era accorto della scomparsa di lui dal salotto; e a un certo punto volle richiamarlo:

- E venite qua, santo Dio! Vi pigliate un malanno, così al fresco.

- Mi fa tanto male il capo, - si scusò Mauro, cupamente, rientrando e richiudendo le imposte.

Don Diego, mostrando negli occhietti calvi il sogghigno delle labbra non mosse, lo osservò un tratto; poi gli disse con amorevolezza:

- Eh sì, vi si vede in faccia, poverino. Coraggio! Non vi avvilite!

CAPITOLO  XII

In una di quelle serate si concertò per la prossima domenica una gita ai Tempii: convegno, alle sette del mattino.

Con l'ajuto dei Garofalo e degli altri due Salvo, don Diego aveva indotto Pepè a far parte della comitiva, non ostante il lutto recente; e allora Mauro s'era scusato di non poter venire.

Mancò infatti egli solo all'appuntamento. Don Diego sentìì mancarsi un braccio e, con la scusa che il tempo non gli pareva abbastanza bello, avrebbe voluto mandare a monte o rimandar la gita. Il cielo veramente non era sereno; s'aspettavano ancora le prime piogge autunnali. Ma i giovani amici e Stellina dichiararono che la mattinata, per una gita, non poteva esser migliore; cosicché‚ don Diego alla fine dovette arrendersi.

Stellina si mostrava contenta; scherzava con Fifo Garofalo che s'era portato il mantello e dichiarava di sentir freddo. Pepè la vedeva ridere e sorrideva, come se fosse uno specchio innanzi a lei.

Ma pervenuti alla punta della Passeggiata, eccovi Mauro Salvo appoggiato coi gomiti su un pilastro della ringhiera e le mani sotto il mento. Prima a scoprirlo fu Stellina, che, stringendo fra i denti il labbro e mettendosi un dito su la bocca, tolse di mano a Pepè il bastone, e accorse lieve, in punta di piedi, finché, allungando il braccio armato, poté pian piano spinger la tesa del cappello di Mauro. Questi si voltò di scatto, irosamente; ma si trovò davanti Stellina che lo minacciava seria seria con lo stesso bastone, tra le risa degli altri.

Così anche lui si unì alla comitiva. Ridevano  tutti e Stellina pareva la più gaja. Don Diego guardava i sei giovanetti e la moglie e si beava della loro allegria, arrancando dietro, per lo stradone in declivio.

- Piano, ragazzi, piano... - ammoniva di tanto in tanto, pensando alla via lunga e agli anni che portava addosso; alzava poi gli occhi al cielo e storceva la bocca.

Il cielo, dalla parte di levante, si faceva sempre più cupo: laggiù, in fondo in fondo, su le livide alture della Crocca, la foschìa s'addensava minacciosa; forse già vi pioveva. Da presso s'era levato un venticello fresco, che pareva esortasse gli alberi esausti a far buon animo, ché tra poco avrebbero avuto la pioggia tanto attesa. E dalle campagne arsicce, irte di stoppie, a destra e a sinistra dello stradone scosceso, venivan gli strilli giojosi delle calandre, che forse si annunziavano anch'esse la prossima acqua, e le risate di qualche gazza.

Quando la comitiva fu presso l'antica chiesetta normanna di San Nicola, cinta di pini marittimi e di cipressi, a cavaliere su una svolta dello stradone, don Diego, avendo avvertito qualche goccia sul dorso della mano, consigliò:

- Signori miei, rimaniamo qua. Non mi par prudente avventurarci con questo cielo fino ai Tempii. Date ascolto a me, che non son vecchio per nulla.

- Ma che! ma che! - gridarono tutti a coro. - Nuvola che passa! Non pioverà!

- Signori miei, questa la piango! - ribatté don Diego. - Ma del resto, sia fatto il volere della gioventù: coraggio e avanti, figliuoli!

Dopo San Nicola lo stradone, più ripido, li agevolò nella corsa allegra, sotto la minaccia della pioggia. E in breve furono al cospetto del magnifico tempio della Concordia, integro ancora, aereo sul ciglione e aperto col maestoso peristilio di qua alla vista del bosco di mandorli e d'ulivi, detto in memoria dell'antica città che sorgeva pur lì, bosco della Civita; di là alla vista del piano di San Gregorio, solcato dall'Acragas, e poi del mare sconfinato, in fondo, d'un aspro azzurro. Il bosco stormiva agitato sotto le gravi nubi lente, pregne d'acqua, e vibravano in alto le punte dei colossali cipressi sorgenti in mezzo ai mandorli e agli olivi come un vigile drappello a guardia del Tempio antico.

Le grida festose della comitiva risonarono stranamente, nell'austero silenzio tra le colonne immani. Stellina, rimasta sospesa alla gradinata per cui si ascende all'alto zoccolo, quasi interamente distrutta dalla parte del prònao, chiamò ajuto. Subito Mauro Salvo accorse e se la tirò per le mani.

Fifo Garofalo, intinto d'archeologia, con la tovaglia da tavola su le spalle e il cappello a cencio assettato sossopra sul capo:

- Venite, o profani! - tuonò, saltando su un pietrone nel mezzo del tempio. - Turba irriverente, vieni! No, aspettate... - (scese dal pietrone). - La signora Stellina faccia da nume; alzi le braccia... così. Adorate, o profani, la Dea Concordia! Io, sacerdote celebrante, dico ad alta voce: - Facciamo libazioni e preghiamo... Ma no, aspettate! aspettate!

Tutti, tranne Stellina, atteggiata da nume, s'eran precipitati su la cesta delle vivande portata dalla serva.

- Tu, Pepè, - aggiunse Fifo, gridando, - tu, ministro subalterno, chiedi prima a gli astanti: Chi son coloro che compongono questa assemblea?

- Affamati! - risposero tutti a coro, compreso il nume, Stellina.

- No, no! Bisogna rispondere ad altissima voce: Uomini dabbene! E se non lo dite forte, nessuno ci crede. Sù, sù, offrite un biscottino senza macchia alla si-donna Concordia...

- E accendete un fiammifero! - aggiunse Pepè guardando il cielo che d'improvviso s'era incavernato, come se fosse piombata la sera.

- Questa, santissimo Dio, la piango! - gemette addossato a una colonna don Diego Alcozèr.

- Assalto alla cesta, e si salvi chi può, senz'ombra di educazione! - esclamò Gasparino Salvo, dando l'esempio.

Si lanciaron tutti, tranne don Diego, su la cesta, e ciascuno ghermì quel che gli venne prima sotto mano; mentre già grosse gocce di pioggia crepitavano come se grandinasse.

- Ripariamoci in qualche casina! - scongiurò don Diego. - Via, via, presto, corriamo!

Scapparono a precipizio dal Tempio: la pioggia d'un tratto infittì, si rovesciò scrosciando con straordinaria violenza, come se si fossero spalancate le cateratte del cielo.

- Misericordia di Dio! - gridò don Diego restringendosi tutto nella persona, sotto la furia dell'acqua.

Stellina e i sei giovani ridevano. Andarono alla casina più prossima, ma il cancello di ferro davanti al cortile era chiuso. Pedate al cancello e grida d'ajuto. Non era pioggia: era diluvio.

Fifo Garofalo si tolse il mantello e col concorso degli altri lo resse a mo' di baldacchino su Stellina e don Diego. Giù acqua, giù acqua, giù acqua. Presto il mantello fu zuppo.

- A San Nicola! - gridò Mauro Salvo, trascinando per una mano Stellina e pigliando la corsa.

- A San Nicola: c'è il tettuccio! - approvarono gli altri, seguendoli.

E via sù per la salita, ch'era divenuta un torrente.

Sotto il tettuccio don Diego, fradicio come gli altri, cominciò a tremare, disajutato.

- Qua si piglia un malanno! Maledetto il momento che mi son persuaso a uscire di casa... Certo, la piango!... Tutto zuppo... Non sentite che aria?

La furia dell'acqua scemò d'un tratto: per un momento parve che raggiornasse.

- Ma che! piove... guardate...

I fili di pioggia cadevano si più esili e radi, ma continui. Tuttavia, per sottrarsi, così zuppi com'erano, alla corrente d'aria sotto il tettuccio, decisero di rimettersi in via per cercare miglior riparo più sù.

- È inutile, don Diego! - osservò Fifo Garofalo, dopo aver bussato al cancello di un'altra cascina. - Oggi è domenica; a quest'ora i contadini sono a messa in città. Piuttosto, facciamoci coraggio, e in cammino! Già piove meno; speriamo che spiova presto del tutto.

- In cammino; in cammino! - approvò il povero don Diego. - Ma vedrete che arrivo morto.

La paura spronava l'ansimante vecchiaja, e don Diego andava in testa alla comitiva. La pioggia poco dopo infittì di nuovo.

- Qua la mano! Lasciatevi portar da noi, - gli dissero Totò Salvo e Fifo Garofalo.

- Muojo! muojo! - gemeva a tratti don Diego trascinato in sù dai due giovani che nitrivano come cavalli, springando, dimenando la testa allegramente sotto la pioggia furiosa e tra le risa di quelli che venivan dietro.

Giunsero in città senza fiato, con gli abiti appiccicati al corpo. Don Diego volle cacciarsi subito a letto, coi denti che già gli battevano; tutto tremante, in istato da far veramente paura e pietà.

- Un medico... un medico... son  morto! Voglio qua subito Marcantonio...

Fifo Garofalo corse per il medico; Pepè Alletto, pregato da Stellina, per don Marcantonio. Gli altri andarono via afflitti e mortificati.

CAPITOLO  XIII

Oh santo figliuolo! donde venite con questo tempo da lupi? - gridò il Ravì nel vedersi davanti Pepè fradicio di pioggia da capo a piedi e tutto inzaccherato.

Pepè gli narrò in breve l'avventura e manifestò infine il suo rimorso per il malanno sopravvenuto a don Diego.

- Lasciate fare a Dio! - gli rispose don Marcantonio, infilandosi in fretta il soprabito. - Muore? Se non fosse carne battezzata, direi che ci ho piacere. Ah ci ha provato gusto lui a farsela coi giovanotti? Ben gli stia! Don Pepè, non dico per voi: voi non c'entrate. Questa è la mano di Dio. Rosa, il paracqua... Andiamo, don Pepè.

Trovarono don Diego in preda al delirio, con un febbrone da cavallo, e Stellina che piangeva, spaventata dalle parole sconnesse del marito, che la scambiava or per una or per l'altra delle precedenti mogli, domandandole conto e ragione dei torti che queste gli avevano fatto.

- Sei l'anima di Luzza, tu? Ti scongiuro in nome di Dio, dimmi che cosa vuoi!

Il delirio durò a lungo; poi gli spiriti abbandonarono don Diego, che giacque sotto la febbre incalzante.

Stellina, Pepè e don Marcantonio vegliarono l'infermo tutta la notte. Nel silenzio profondo il petto di don Diego cominciò a crosciare.

- Questa è polmonite, com'è vero Dio! - osservò don Marcantonio.

E tutti e tre si guardarono negli occhi al fioco lume della lampa.

La polmonite infatti si dichiarò la mattina del giorno appresso, e il medico disse don Diego in pericolo di vita.

Di fronte alla morte quasi in attesa lì, presso il letto su cui l'esile corpicciuolo di don Diego giaceva seppellito sotto le coperte, con la lunga ciocca dei capelli come una serpe sul guanciale, accanto al cranio lucido infiammato, i tre veglianti provarono quasi un segreto rimorso, che veniva loro dai pensieri e dalle promesse, che nascevano da quella morte. Più acuto lo sentì Pepè; meno di tutti, Stellina. E quando a don Marcantonio, nel silenzio, sfuggì dalle labbra, guardando la figlia e l'amico: - Ci siamo già, figliuoli miei... - tutti e tre sospirarono e chinarono il capo, come in attesa, non della liberazione, ma d'una vera sciagura.

E per tutto il corso della malattia, non risparmiarono cure a don Diego aggrappato a un filo di vita, come a uno sterpo all'orlo d'un precipizio; lo assistettero a gara, premurosi e intenti. E come se la loro coscienza provasse veramente sollievo e letizia nel prodigar quelle cure, ciascuno voleva prenderne tutto il carico per sé, esonerandone gli altri; e così tra loro, cerimonie e preghiere insistenti di prender qualche cibo e un po' di sonno.

Meno di tutti si risparmiava Pepè: ma la forza per cui resisteva così gagliardamente al sonno, al digiuno, non gli veniva dalla volontà; egli non poteva realmente né dormire né prender cibo, tanto il pensiero e il sentimento della propria felicità imminente lo sostentavano; era già arrivato, era alla vigilia della sua fortuna, quasi sostenuto dagli sguardi, dalle parole di Stellina nella piena certezza che ella lo amava, dopo quei giorni di stretta intimità, e che anche lei si sentiva arrivata alla soglia d'una vita nuova, felice.

Don Marcantonio però li teneva d'occhio.

«Pigliano fuoco!» diceva tra sé, storcendo la bocca.

Finché una sera, passando per il corridojo, gli parve di sorprendere come il suono d'un bacio nel salottino al bujo, e si mise a tossire. Più tardi, si chiamò Pepè in disparte e gli disse sotto voce:

- Don Pepè mio, per carità, prudenza! Siate uomo... come Dio vuole, pare che ci siamo arrivati...

Pepè finse di non capire, e gli domandò con aria ingenua:

- Perché?

- Per nulla, - riprese don Marcantonio. - Ma, vi ripeto, prudenza. Abbiate riguardo, santissimo Dio, che il marito è ancora lì. Quest'animale è capace di risuscitare: par che abbia sette anime come i gatti. E allora che figura ci faccio io? Niente, don Pepè... Quattro e quattr'otto: o usate prudenza o vi caccio fuori senz'altro. Non ammetto bestialità.

CAPITOLO  XIV

Quantunque don Diego fosse già entrato in convalescenza, Pepè Alletto usciva, una sera, raggiante di felicità dalla casa di lui, allorché, pervenuto all'imboccatura del Ràbato oltre via Mazzara, si trovò davanti Mauro Salvo che gli faceva la posta in compagnia dei fratelli e dei cugini Garofalo.

Senza bisogno di molta perspicacia, Pepè si era accorto anche lui dell'innamoramento di Mauro Salvo, fin dalla prima volta che aveva riveduto Stellina in casa del marito. Stellina stessa gliel'aveva poi confermato, ridendone. Nessun pericolo dunque da questa parte. Ma Pepè conosceva bene il Salvo e lo sapeva capace d'ogni violenza. Cosicché, non per paura, ma per non dar luogo a qualche altra scenata compromettente, si era finora comportato in modo da non offrirgli il minimo pretesto. Si sentiva inoltre protetto dalla benevolenza dei fratelli di lui, Totò e Gasparino, e dei cugini Garofalo, che disapprovavano l'agire di Mauro, non foss'altro perché faceva loro correre il rischio d'aver chiusa la porta di casa Alcozèr, dove, in compagnia di Stellina e pigliando a godersi il vecchio marito, si passavano serate deliziose.

Ma la porta, ultimamente, per la malattia di don Diego, era rimasta chiusa per loro; e ora essi perciò si erano accordati con Mauro, se non nella gelosia che questi sentiva, almeno nell'invidia per Pepè, a cui la porta seguitava ad aprirsi. Pepè aveva già notato questo cambiamento nell'animo degli amici, e più d'una volta aveva cercato di schivarli. Ma ora, ecco, essi, con Mauro alla testa, gli venivano incontro.

Mauro gli disse bruscamente, fermandolo:

- Vieni con me. Ho da parlarti.

- Perché? - gli domandò l'Alletto, provandosi a sorridergli. - Non puoi parlarmi qua?

- C'è troppa gente, - gli rispose asciutto il Salvo. Cammina.

Pepè sporse il labbro e si strinse nelle spalle, per significare che non intendeva che cosa si potesse voler da lui con quell'aria rissosa, di mistero, e disse:

- Io credo... non so... di farmi gli affari miei, senza disturbar nessuno.

Ma il Salvo lo interruppe a voce alta, con violenza:

- Gli affari tuoi? Quali, morto di fame?

- Oh! - esclamò Pepè. - Bada come parli...

- Morto di fame, sì; - raffibbiò Mauro, parandoglisi di fronte minaccioso. - E non rispondere, o ti do tanti cazzotti da farti impazzire.

Pepè alzò gli occhi al cielo, con la bocca aperta, come per dire: «Mi scappa la pazienza!» - poi sbuffò:

- Senti, caro mio: non ho piacere né voglia di attaccar lite con nessuno, io.

- Sta bene! - s'affrettò a concluder Mauro. - E allora, giacché vuoi far la pecora, bada a questo soltanto: di non metter più piede, d'ora in poi, in casa di don Diego Alcozèr.

- Come! Perché? Chi può proibirmelo?

- Te lo proibisco io!

- Tu? E perché?

- Perché così mi piace! Non ci vado io, e non devi andarci neanche tu. Né tu, né nessuno, hai capito?

- Questa è bella! E se il Ravì mi conduce con sé?

- Arrivi al portone, e dietro front! Se no, alle corte: domani sera io sarò li: se ti vedo entrare, guaj a te! Non ti dico altro. E ora vattene a casa.

- Buona sera, - scappò detto a Pepè nell'intontimento prodottogli dalla perentoria intimazione.

CAPITOLO  XV

Sentendo il campanello della porta, donna Bettina non mancò neppur quella sera di gridare:

- Nettatevi le scarpe!

- Me le son nettate, - rispose Pepè, rientrando, - sui calzoni di certa gente che non vuol farsi gli affari suoi.

La madre si spaventò:

- Un'altra lite?

- No... ma quasi! - s'affrettò a rassicurarla Pepè. - Ci è mancato poco, non ne facessi un'altra delle mie.

- Pepè, figlio mio, ancora bestialità? - gemette donna Bettina, pronunziando con tono amorevole questa domanda, che soleva spesso rivolgere al figliuolo. Pareva invecchiata di dieci anni, dopo la morte di Filomena. Non aveva voluto mostrar con lagrime il suo cordoglio, ma era evidente ch'esso ancora, in silenzio, le divorava il cuore.

Pepè, scotendo le pugna in aria, gridò:

- Li concio per le feste! Un duello già l'ho fatto! Ah, ma la vedremo... la vedremo...

E si mise ad andare in sù e in giù per la stanza, come un leoncello in gabbia. Donna Bettina lo guardava a bocca aperta come istupidita; poi gli domandò, congiungendo le mani:

- Per carità, dimmi che t'è accaduto, Pepè! Mi fai morire.

- Nulla, - le rispose il figlio. - Certi amici miei... Si cena o non si cena stasera?

- Pepè, - lo ammonì la madre, - t'avverto che una certa età io ce l'ho e non posso più prendermi tanti dispiaceri... non posso più... non posso più... Tu sarai la causa della mia morte... tu solo, sai? tu solo...

- Va bene... basta, mammà, non ne parliamo più! - sbuffò Pepè, e si mise a cenare di buon appetito come se il suo corpo volesse compensarsi della vergogna per l'affronto patito.

«Lasciatelo morire, e la vedremo!» pensava, intanto, alludendo tra sé‚ e sé‚ a don Diego.

Rimandava così mentalmente l'incontro col Salvo alla morte dell'Alcozèr, per non fermare il pensiero al giorno seguente, in cui, secondo la minaccia, avrebbe trovato il rivale davanti alla porta di don Diego. Guardando all'avvenire, sentiva quanto più forte fosse la sua posizione di fronte a quella del Salvo; ma tuttavia questo sentimento non riusciva a confortarlo del tutto per la prova del domani.

Durante la notte non chiuse occhio, pensando a ciò che avrebbe potuto rispondere, lì per lì, al rivale.

Contemporaneamente, nel lettuccio accanto, donna Bettina, che non aveva più, proprio, la testa a segno, faceva un sogno assai strano. Le pareva di vedersi comparir don Diego sorridente e cerimonioso; le s'inchinava con una mano sul cuore, le s'inginocchiava ai piedi, poi le prendeva una mano e gliela baciava, sospirando: «Oh, Bettina, in grazia dell'antico amore!». Allora ella scoppiava a ridere, e don Diego, ferito da quel riso, le proponeva questa tarda ammenda: avrebbe ceduto la moglie, troppo giovine per lui, a Pepè, a patto che donna Bettina lo accettasse per marito: «Unione di due vecchi che pensano alla pace, unione di due giovani che ardono d'amore...».

A questo punto ella si svegliò, e sorprese Pepè che, messo quasi a sedere sul letto, con le spalle appoggiate al guanciale rialzato su la testata della lettiera, diceva a denti stretti, con un braccio levato:

- E io t'ammazzo!

- Pepè, - chiamò ella. - Che dici? che hai?

- Nulla... penso!

- Di notte tempo? Dimmi che hai...

- Non ho sonno, e penso, - rispose Pepè infastidito. - Dormi... dormi...

Donna Bettina tacque per un momento e rimise la testa sul guanciale; poi domandò piano, insinuante, con un certo imbarazzo, sperando di provocare una confidenza da parte del figliuolo:

- A che pensi?

Pepè non rispose. Soltanto, dopo un pezzo, scotendo il capo, emise nel silenzio della camera questo sospiro:

- Morto di fame...

- Perdona a tuo padre, Pepè, che si perdette per le sue follie, - concluse donna Bettina, sospirando a sua volta.

E pian piano, di lì a poco, la vecchietta addolorata si rimise a dormire.

CAPITOLO  XVI

Di non andar quel giorno in casa Alcozèr, Pepè non volle metterlo neanche in deliberazione: sarebbe stato lo stesso che cedere al Salvo ogni diritto su Stellina, non solo, ma anche la prova più lampante d'una paura che egli non voleva riconoscere in s‚. Approssimandosi l'ora della visita consueta, si recò pertanto dal Ravì per accompagnarsi con lui: certo il Salvo non avrebbe avuto la tracotanza di aggredirlo vedendolo in compagnia del padre di Stellina.

Ma n‚ don Marcantonio n‚ la moglie erano in casa.

- Sono dalla figlia, fin da mezzogiorno, - gli annunziò la serva. - Chi sa che sarà avvenuto, signorino mio! Con lei posso parlare... Quella povera creatura è sacrificata!

Di nuovo su la strada, Pepè cominciò a riflettere: « Andarci? Conviene? Che dirà la gente se ci azzuffiamo proprio sotto le finestre della casa di lei? Io non sarei sicuro di me; ho usato prudenza jeri; ma, questa sera, se lo vedo, finisce male, parola d'onore! Del resto, loro sono in cinque; che meraviglia dunque se io mi accompagno con un altro? ».

E, così pensando, s'avviava a malincuore alla casa del Coppa. Temeva purtroppo che questi non lo costringesse a fare un secondo duello; perciò, la notte scorsa, aveva scartato subito il partito di recarsi da lui, che pur gli pareva scorta più sicura, che non il Ravì.

Ciro, dopo la morte della moglie, non era più uscito di casa. Ai numerosi clienti che venivano a sollecitarlo, rispondeva misteriosamente:

- Mi corre prima l'obbligo, signori, di riparare ben altri torti. Mi duole di non potervi servire.

E i pretesi torti eran quelli della moglie defunta verso l'educazione dei due figliuoli. Invasato dall'idea di farne due uomini forti, li addestrava alla scuola degli antichi romani: li costringeva a correr nudi per circa mezz'era ogni mattina attorno alla profonda vasca del giardino, e quindi a buttarsi nell'acqua diaccia.

- O morti, o nuotatori!

Poi comandava loro:

- Asciugatevi al sole!

E, se era nuvolo:

- Il sole non c'è. Mi dispiace. Asciugatevi all'ombra.

Niente più scuola: meglio bestie forti, che dotti tisici.

- Lasciatevi coltivare da me.

Pepè lo trovò che addestrava alla lotta i due ragazzi, lì nello studio.

- Gioverebbe anche a te un po' di questo esercizio! - gli disse Ciro. - Hai una faccia da morto, che fa schifo a guardarla. Qua! Fammi tastare il braccio... piegalo.

Gli tastò il bicipite, poi lo guardò in faccia, come nauseato, e gli domandò:

- Perch‚ non t'ammazzi?

- Ti ringrazio dell'accoglienza, - gli rispose con un risolino Pepè. - Fai anche ridere i ragazzi. Del resto, hai ragione. Vorrei essere anch'io come te, capace di tenere a posto una mezza dozzina d'accattabrighe. Il coraggio, si... va bene; ma da solo, senza la forza, non basta.

- Difetto dell'educazione! - gli gridò Ciro, dominato dall'idea fissa del momento.

- Ah, certo... l'educazione influisce molto...

- Molto? È tutto!

- Hai ragione, sì... Ma di' pure che c'è molta gente nel nostro paese, che non vuol farsi gli affari suoi.

- Te n'hanno fatta qualche altra? - saltò a domandargli Ciro con piglio derisorio. - Ma se puzzi di carogna, lontane un miglio!

- Nient'affatto ! - negò Pepè, risentito. - Che non ho paura, dovrebbero saperlo; uno schiaffo, a chi se le meritava, ho saputo appiopparlo...

- Per combinazione!

- Un duello, a buon conto, l'ho fatto...

- Per forza!

- Ma se ora vengono in cinque contro uno?

- E chi sono? - domandò Ciro, con le ciglia aggrottate.

- Mauro Salvo...

- Ah, quel buffone con gli occhi a sportello?

- Lui, coi fratelli e coi cugini Garofalo... in cinque, capisci? Mauro è innamorato pazzo - non corrisposto, bada, e perciò posso dirlo - di... della signora Alcozèr, tu la conosci: la figlia del Ravì. Ora, che te ne pare? pretende ch'io non vada più, dice, in casa di don Diego; n‚ io, n‚ lui, n‚ nessuno, dice... Anzi, dice, se ci vado stasera, guaj a me... Mi aspetta coi suoi davanti al portoncino dell'Alcozèr.

- Non capisco, - disse Ciro, infoscandosi. - Per prepotenza?

- Per prepotenza... eh già! Capisci? sono in cinque...

- E tu, babbeo? Hai detto che non saresti andato?

- Nient'affatto!

- Ma intanto sei qua... E hai paura! Te lo leggo  negli occhi: hai paura! Ah, ma tu ci andrai, stasera stessa, or ora... Prepotenze, neanco Dio! Vieni con me.

- Dove?

- In casa Alcozèr!

- Ora?

- Ora stesso. Il tempo di vestirmi. A che ora suoli andarci tu?

- Alle sei e mezzo.

Ciro guardò l'orologio, poi esclamò, stupefatto:

- Quanto sei vile!

- Perch‚? - balbettò Pepè.

- Sono le sette meno un quarto... Ma non importa: li troveremo... In cinque minuti son bell'e vestito.

Scappò sù di corsa. Ridiscese, prima dei cinque minuti, che s'infilava ancora la giacca.

- Aspetta, Ciro... la cravatta - gli disse Pepè, aggiustandogli il giro che gli usciva fuori del colletto.

- Inezie! Pensi alla cravatta? - gridò il Coppa, fermandosi a fulminar con uno sguardo il cognato; poi gli diede uno spintone. - Cammina! Te li metto subito a posto io, senza bastone.

E s'avviò con Pepè. Camminando, fremeva, e di tanto in tanto esclamava:

- Ah sì?... Aspetta, aspetta. Ditelo a me, adesso, che in casa Alcozèr non deve andarci nessuno. Ci vado io. Ah, fai prepotenze tu? Aspetta, aspetta.

Pepè gli arrancava accanto, come un cagnolino. Presso la casa dell'Alcozèr, alzò gli occhi a guardare, e disse piano al cognato, impallidendo:

- C'è: eccolo lì, con gli altri.

- Tira via! Non guardare! - gl'impose Ciro.

- Tutt'e cinque, - aggiunse pianissimo Pepè.

Mauro Salvo infatti era alla posta. Il satellizio dei fratelli e dei cugini si teneva a breve distanza, più in là. Appena Mauro scorse Pepè in compagnia del Coppa si staccò dal muro a cui stava appoggiato con le spalle, si tolse una mano di tasca, e venne loro incontro, a passo lento, guardando Ciro, a cui si rivolse, fermandosi in mezzo alla strada.

- Col vostro permesso, avvocato: una parolina a Pepè.

Ciro gli si parò di fronte, vicinissimo, lo guardò negli occhi, con le ciglia aggrottate, le mascelle convulse; si tirò con due dita il labbro inferiore, poi  gli disse:

- Con Pepè per il momento parlo io, e non permetto che gli parli nessuno. Lo dico a voi e lo dico pure ai vostri parenti che stanno là ad aspettarvi. Se volete dirla a me, la parolina, sono ai vostri comandi.

- Preghiere sempre, don Ciro! - gli rispose Mauro, cacciandosi l'altra mano in tasca e alzandosi su la punta dei piedi, come se per ingozzar quel rifiuto avesse bisogno di stirarsi a quel modo.

- A un'altra volta, col comodo vostro: non mancherà tempo.

E s'allontanò.

CAPITOLO XVII

Burrasca, anzi tempesta, quel giorno, in casa di don Diego.

Stellina aveva avuto, la mattina, un violento scoppio d'ira contro il marito, il quale, da che era entrato in convalescenza, era diventato, poverino, insopportabile. Aveva scritto al padre ingiungendogli di venire subito subito a prendersela, altrimenti si sarebbe buttata giù dal balcone. Don Marcantonio era accorso in gran furia insieme con la moglie, e col deliberato proposito d'imporre alla figlia il rispetto più devoto al marito, e a Pepè Alletto il divieto assoluto di frequentar la casa del genero.

Ciro Coppa e Pepè, entrando nel salotto, trovarono Stellina in lagrime, abbandonata su la spalliera del divano. La si-donna Rosa le sedeva accanto con gli occhi bassi, le labbra strette e le mani intrecciate sul pacifico ventre. Don Marcantonio passeggiava, con le mani dietro la schiena, gridando rimproveri alla figlia, per modo che li udisse don Diego tappato in camera da letto. Nel vedere il Coppa, smise subito di gridare, e gli andò innanzi, premuroso:

- Pregiatissimo signor avvocato! Quant'onore, quest'oggi... Baciamo le mani, don Pepè... Rosa, c'è il signor avvocato Coppa... Mi duole che... Stellina, sù, figlia mia, guarda: c'è il signor avvocato, che ci degna d'una sua visita... Mi duole, avvocato, che lei càpiti giusto in un momento... Dispiaceri, sa! soliti dispiaceri di famiglia... Nuvola passeggera... Si accomodi, si accomodi.

Colpito da quell'accoglienza lagrimosa, il Coppa disse, sedendo:

- Ma... se io c'entro... anche indirettamente... prego la signora di scusarmi.

- Lei? E come può entrarci lei? - riprese, sorridendo, il Ravì.

Ciro lo interruppe, guardandolo con fredda severità:

- Lasciatelo dire, vi prego, alla signora, che ne sa forse più di voi.

Stellina si tolse il fazzoletto dal volto e guardò smarrita, con gli occhi rossi dal pianto, il Coppa. Poi disse, esitante:

- Io non so...

- Ma nossignore... - si provò a intromettersi di nuovo don Marcantonio.

- Lasciatemi spiegare! - riprese forte il Coppa, seccato. - Io mi son fidato di Pepè, e ho avuto forse torto. Certo però ho impedito che si facesse qualche schiamazzo sotto le finestre... Non supponevo che, interponendomi, avrei cagionato un dispiacere alla signora.

Pepè, comprendendo finalmente l'equivoco in cui era caduto il cognato, si agitò su la seggiola, rosso come un papavero, e disse:

- No, Ciro... Noi non c'entriamo... Quello è affar mio soltanto...

- Si lasci servire da me, signor avvocato! - entrò a dire risolutamente don Marcantonio. - Lei non c'entra... E una piccolissima sciocchezza avvenuta questa mattina tra marito e moglie. Sa, cose che succedono: « io voglio questo... io non lo voglio... » e allora.. mi spiego? E il torto è tutto di mia figlia, torto sfacciato... Sì, sì, cento volte sì! è inutile che tu pianga, figlia mia! Puoi pur piangere fino a domattina: io son tuo padre, e debbo dirti il bene e il male. Parlo giusto, signor avvocato? Mi pare che, fin qui, parlo giusto. E dico: Prudenza e obbedienza: ecco la buona moglie! E poi, un po' di considerazione, santo Dio! Pregiatissimo signor avvocato, mio genero esce adesso da una malattia mortale: non è morto, proprio perch‚ non ha voluto morire! Ora se ne sta di là, convalescente, ed è un po' fastidiosetto, si sa! Bisogna compatirlo!

- Io non parlo... - disse Stellina singhiozzando, senza scoprir la faccia. - Parli tu e chi sa che fai credere di me... Ma se la gente sapesse... Dio, Dio! Non ne posso più...

Ciro Coppa, a queste parole, si levò da sedere gonfio e quasi sbuffante dalla stizza e dalla commozione.

- Ma parla, parla... Perch‚ non parli? - gridò alla figlia, irritato, il Ravì.

- Perch‚ non sono come te! - rispose, pronta, Stellina con voce rotta dal pianto.

- E come sono io, ingrata, come sono? - scattò don Marcantonio. - Ho pensato forse a me? Che n'è venuto, di', a me? Non ho pensato al tuo bene? Rispondi!

- Sì, sì... - singhiozzò Stellina. - E la gente se ne accorgerà, che hai pensato al mio bene, quando verrà qualche giorno a raccogliermi giù in istrada, sfracellata!

- La sente, signor avvocato? La sente? Son cose, codeste, da dire a un padre, che per lei...

- Per me? che cosa? - lo interruppe Stellina, puntando i due pugni sul divano e mostrando finalmente il volto inondato di lagrime. - Tu mi hai incarcerata, a pane e acqua.

- Io?

- Tu: per costringermi a sposare uno più vecchio di te. E qui c'è la mamma che può attestarlo. Di', di' tu, mamma, se non è vero! E ci son le vicine, tutto il vicinato: tante bocche, che tu non puoi chiudere... E io t'ho pregato, scongiurato ogni giorno di portarmi via di qua. Non voglio più starci! E se non mi porti via, vedrai quello che farò!

- Don Pepè, la sentite? - esclamò don Marcantonio, mezzo stordito. - Questa è la ricompensa! Parlate voi...

Pepè si agitò di nuovo sulla seggiola, imbarazzatissimo. Venne intanto dalla camera di don Diego lo scoppio di due strepitosi sternuti.

- Salute e prosperità! - gli gridò don Marcantonio, con un gesto di comicissima ira, aggiungendo a bassa voce: - Vi possa schiattare la vescichetta del fiele!

Sorrisero tutti, tranne il Coppa, allo scatto strano, improvviso.

- Signori miei, - prese a dire Ciro con aria grave,

- senza propositi violenti, c'è rimedio a tutto: la legge.

- Ma che legge e legge, pregiatissimo signor avvocato! - esclamò don Marcantonio.

- Vi dico che c'è la legge, e basta! - gridò Ciro, che non ammetteva repliche, nemmeno in casa altrui.

- C'è la legge, lo so, - riprese, umile, don Marcantonio. - Ma queste son cosucce che si aggiustano in famiglia, signor avvocato mio; se non oggi, domani...

- Questo, - ribatt‚ Ciro, - non spetta a voi di dirlo.

- Come non spetta a me? Io sono il padre!

- La legge non ammette padri che fan sevizie alle figlie, per costringerle a sposare contro la loro volontà e la loro inclinazione. Questo, se non lo sapete, ve le insegno io. Signora, se ella vuol servirsi di me, io mi metto in tutto e per tutto a sua disposizione. Ella, volendo, può sciogliersi dal nodo che le riesce odioso e ricuperar la libertà.

- Dove? - domandò, perdendo la bussola, il Ravì. - In casa mia? È pazza! Una causa in Tribunale? Uno scandalo pubblico? Il discredito sul mio nome onorato? È pazza! Io le chiudo la porta in faccia. E avrà la libertà di morire di fame!

- In questo caso, - tuonò Coppa, - ci penserei io! Di fame non muore nessuno; e prepotenze, neanche Dio!

- Ma come sarebbe a dire?... - si provò a soggiungere don Marcantonio.

Il campanello della porta squillò a lungo, come tirato da una mano nervosa. Il Ravì s'interruppe. Stellina scappò via dal salotto, seguita dalla madre. E Pepè, recatosi ad aprire, si trovò di fronte Mauro Salvo con la combriccola.

Il Ravì si fece loro incontro.

- Domando scusa, signori miei... Se volete entrare, favorite pure... ma, ecco...

- No, caro don Marcantonio, grazie! - disse Mauro. - Siamo venuti per domandar notizie della salute di don Diego...

- Sano, sano e pieno di vita! - s'affrettò a rispondere don Marcantonio.

- Volevamo anche ossequiar la signora, - riprese il Salvo. - Ma se non si può...

- Non si può! - disse il Coppa, con un tono che tagliava netto, guardando fiso negli occhi Mauro. - Andiamo via tutti e togliamo l'incomodo.

Poi, rivolgendosi a Pepè, aggiunse:

- Va' dalla signora: dille che avrò l'onore di venire a trovarla qui, domani, in tua compagnia.

Pepè ubbidì, e poco dopo andarono via tutti, senza neppur salutare il Ravì, che rimase sul pianerottolo, come un ceppo.

Appena fuori del portoncino, Mauro Salvo, avviandosi coi fratelli e i cugini, disse, pigiando su le parole:

- Pepè, a rivederci!

- Non rispondere! - impose forte a Pepè Ciro Coppa, in modo che i Salvo e i Garofalo udissero.

CAPITOLO XVIII

- È in casa don Pepè? domandò, ansante, don Marcantonio Ravì, non riconoscendo a prima giunta donna Bettina accorsa ad aprir la porta.

- E voi chi siete? - domandò a sua volta donna Bettina irritata dalla furiosa scampanellata del Ravì, squadrandolo da capo a piedi.

- Oh, scusi, gentilissima signora! Son Marcantonio Ravì, ai suoi comandi. Scusi, se vengo così presto... Accidenti a questo cane! Lo sente come abbaja?... Debbo parlare con Pepè di un affare urgentissimo e di grande importanza per lui e per me.

- Favorisca, - disse donna Bettina un po' rabbonita, ma pur tra le spine vedendo entrare in casa quell'omaccione dall'abito non bene spazzolato e dalle scarpe poco pulite. - Credo che sia ancora a letto... Vado a chiamarlo.

Don Marcantonio si mise a passeggiare per la stanza, agitatissimo. Pepè si presentò poco dopo, stropicciandosi le mani gronchie dal freddo, con la faccia lavata di fresco e asciugata in fretta.

- Eccomi qua.

- Caro don Pepè, ditemi subito che intenzioni ha vostro cognato. Sto per schiattare dalla bile. Stanotte non ho chiuso occhio. E l'ho pure a morte con voi.

- Con me?

- Gnorsì. Lasciatemi dire, o schiatto, vi ripeto. Come vi è venuto in mente di condurre quell'energumeno, quel pezzo d'ira di Dio, in casa di mia figlia?

- Io? - disse Pepè. - C'è voluto venir lui.

- Per mettermi la guerra e il fuoco in casa? Ditemi subito quali sono le sue intenzioni.

Pepè protestò di non saper nulla; si dichiarò dolente anche lui di ciò che Ciro il giorno avanti aveva detto in casa Alcozèr, e aggiunse che avrebbe voluto trovare una scusa per impedire che suo cognato tornasse quel giorno a visitare Stellina.

- Trovatela, don Pepè! - esclamò il Ravì. - Trovatela per amor di Dio! Vi ho preso per un ingrato: me ne pento! Credevo che vi foste messo d'accordo con vostro cognato per rovinarmi la figlia. Ho avuto torto. Sarebbe infatti anche la vostra rovina. Parliamoci chiaro; anzi, fatelo intendere a quel pazzo furioso, ditegli pure di che si tratta... per voi... Mia figlia ha bisogno solamente di un'altra spinta come quella di jeri, e butta all'aria tutto, ve l'assicuro io! A sentir che la legge può venirle in ajuto e ridarle la libertà, ha preso fuoco. Ah, se l'aveste intesa jersera, appena siete andati via voi due... La libertà, asina, sai che vuol dire? - le ho detto io. - Che speri? dove te n'andrai? Ho cercato di prenderla con le buone; sono arrivato finanche a dirle che sapevo quale sarebbe stata la sua inclinazione, e l'ho scongiurata, per la sua felicità, ad aver prudenza, pazienza... Uno, due anni... che cosa sono? Se mi dicessero: tu devi far la vita del più scannato miserabile, schiavo tra le catene, due anni, cinque anni, e poi, in compenso, avrai la ricchezza, la libertà; non la farei io forse? E chi non la farebbe? Questo non è sacrifizio! Io sacrifizio intendo, quando non si avrà mai nessun compenso. Ho fatto il sacrifizio io, per esempio, dando la figlia a un vecchio, per il bene unicamente di lei; quando piuttosto, se il mio sangue fosse stato oro, mi sarei svenato per farla ricca e felice. E lei, ingrata... Basta: « Figlia mia », le ho detto, « il sogno come ti può diventar realtà, se non fai così?... ». Capite, don Pepè, quel che m'è toccato di dire? E voi venite a rompermi le uova nel paniere, conducendomi in casa quel ficcanaso accattabrighe... Però... però... però, santissimo Dio, ho forse fatto peggio. Gnorsì. Mia figlia adesso, almeno a quanto m'è parso d'intendere, l'ha pure a morte con voi, nel sospetto che vi foste messo d'accordo con me per farle sposare il vecchio...

- Io? - esclamò Pepè, arrossendo fin nel bianco degli occhi. - E come avrei potuto?

- V'ho difeso! - lo interruppe subito don Marcantonio, per rassicurarlo. - V'ho difeso, parlando in generale... Perch‚, il vostro nome, capirete benissimo, non è venuto fuori... Peccati grossi, don Pepè, debbo aver io su la coscienza, senza saperlo, se Domineddio non m'ha voluto far la grazia di ritirarsi dal commercio di questo mondaccio quella merce avariata di settantadue anni! A proposito: giusto jeri m'imbatto nel medico che l'ha curato e salvato: ci teneva! E io non mi son potuto trattenere dal dirgli: « M'avete fatto questo bel regalo! ». Basta; don Pepè, intendiamoci: son venuto per aprirvi gli occhi: badate che vostro cognato tira a rovinarvi. Vi ripeto, fategli intendere, magari in quattro e quattr'otto, di che si tratta. In fin dei conti, di che possono accusarmi? di voler fare la fortuna, prima, e poi la felicità di mia figlia? Non è delitto: sono anzi il dio dei padri. Vi saluto, don Pepè, e mi raccomando.

L'Alletto rimase in preda a una vivissima agitazione e con una segreta stizza contro Stellina. Come! Dunque non lo amava più? o non intendeva che, ribellandosi adesso, mandava tutto all'aria? L'odio per il vecchio marito era veramente più forte dell'amore per lui? E se era sorto in lei, ora, il sospetto d'un accordo tra lui e il padre, non si sarebbe cangiato in odio l'amore? non si sarebbe rivolta anche contro di lui quella rabbia? Che fare?

Gli pareva d'impazzire, tra l'avvilimento e la confusione. Pensava: « Vuol liberarsi dal marito! E come, se il padre non la vuole più in casa e io non posso far nulla per lei? Dunque pensa a un altro, che potrebbe ridarle la libertà? E io? posso io consigliarle pazienza? Dovrebbe consigliarsela da s‚, se veramente mi amasse... Dunque non m'ama più ».

Eppure, fino all'altro jeri...

Un altro pensiero gli balenò: che Mauro Salvo avesse scritto a Stellina qualche lettera, insinuandole il sospetto dell'accordo, per vendicarsi. Ne era ben capace quel vile! Sì, sì... Ma quale accordo? « Io » pensava, smaniando « io debbo assolutamente dimostrarle che è una calunnia, codesta. Mi metterò contro il Ravì, apertamente. Pregherò tanto Ciro, finch‚ non mi otterrà un impiego, e allora... »

Decise di recarsi subito dal cognato; ma un altro pensiero lo trattenne. Quel giorno Mauro Salvo col suo satellizio doveva essere in cerca di lui, per la città, come un cacciatore arrabbiato, in mezzo ai suoi bracchi. Si mise allora a studiare per qual via sarebbe stato prudente recarsi in casa del Coppa, eludendo la vigilanza del rivale.

CAPITOLO XIX

Studiava ancora, quando, insolitamente, si vide davanti Ciro in persona: Ciro in casa sua!

Donna Bettina era rimasta come fulminata, nel vederselo davanti, e non gli aveva saputo dir nulla. Ciro s'era introdotto senza neppur salutarla.

- Tu qua! - esclamò Pepè, stupito, vedendolo. - Chi t'ha aperto la porta?

- Tua madre, ed è restata là, come se avesse visto un brigante, - gli rispose Ciro, cupo.

- No... ma siccome... - cercò di scusar la madre Pepè.

Ciro lo interruppe.

- Lei è una vecchia, e perciò la compatisco; tu sei uno sciocco, e perciò ti meravigli della mia venuta. Basta. Non sei ancora vestito? Che aspetti? Vèstiti, e andiamo.

- Dalla signora Alcozèr? Non ti par presto?

- No. Andiamo per affari, non per visita. Vèstiti sotto gli occhi miei; se no, sei capace di metterci due ore.

- Cinque minuti, - disse Pepè. - Andiamo di là. Entrarono nella camera da letto, e Ciro, alla vista dei due lettini gemelli, sogghignò, tentennando il capo.

- Eh, lo so... - sospirò Pepè. - Ma se la mamma... Hai detto, per affari? Non ho capito...

- Affari, affari! - replicò brusco Ciro. - Ci ho pensato tutta stanotte e quest'oggi...

- Alla signora Alcozèr? - domandò Pepè, timido, di tra lo sparato della camicia, nell'infilarsela.

- A lei precisamente, no. Ho pensato al suo caso. È un'infamia che bisogna riparare a ogni costo.

- Certissimo. Ma... e come? scusa...

- Vèstiti! Non perder tempo.

- Sì sì... ma non hai sentito il padre, jersera?

- Me n'infischio, del padre, - rispose il Coppa. - Lo schiaccio come un rospo. Con la legge.

- Sarà, - concesse Pepè. - Ma... scusa, permetti? Vorresti forse che il matrimonio si annullasse?

- Quest'è affar mio! E, a ogni modo, dipenderà da lei, dalla signora.

- Va bene, - consentì di nuovo Pepè. - Ma... e dopo?

- È affar mio, ti ripeto! Vèstiti!

Pepè fu abbagliato a un tratto da un'idea luminosa, e guardò, gongolante, il cognato; poi riprese a vestirsi in fretta, disordinatamente, come non gli era mai avvenuto. « Perch‚ no? » pensava. « È capace anche di questo; è capace di tutto, pur di prendersi una soddisfazione, pur di schiacciare, come lui dice, il Ravì e Mauro Salvo. Ha preso a difendermi? mi difenderà fino all'ultimo. Non è uomo da far le cose a mezzo; anzi, non gli basta vincere, vuole stravincere. Oh Dio, Stellina così sarebbe mia! E poi... poi per me ci penserà lui... »

Come in risposta al tacito pensiero di Pepè, Ciro disse:

- Il padre non la vorrà più in casa? Poco male! Per il momento, c'è quella testa fasciata di mia sorella Rosaria, che è superiora a Sant'Anna, e potrà prendersela con s‚ nel Collegio, fino a cose fatte. Poi si provvederà. Se vuole, c'è casa mia.

- A casa tua? - domandò Pepè, tutto ridente.

- Caro mio, se ti dispiace, non so che farti.

- Ma no! Ma no! - s'affrettò a negar Pepè. - Per me, figùrati!

- Dici allora per tua madre?

- Ma neppure! Vedrai che la mamma, poverina, s'acquieterà alla necessità delle cose.

- Tanto meglio! - esclamò il Coppa. - Comprendi anche tu che io ho bisogno assoluto di una donna in casa? Non ti facevo capace di tanto. Ti ripeto, ci ho pensato tutta questa notte... Mi è assolutamente necessaria una donna in casa, che badi, se non altro, ai ragazzi. Io non posso condannarmi a rimanere il loro ajo per tutta la vita; già la mia salute ne soffre; ho poi da attendere alla professione. Così piglio, se lei vorrà, due piccioni a una fava; farò una buona azione e provvederò un poco anche a me.

- Ma sì, ma sì - approvò Pepè, raggiante di gioja. - Vedrai, Ciro mio, che donna! che bontà!

- Tu approvi dunque?

- E come no? scusa! Ma un'altra preghiera, Ciro mio, - s'arrischiò ad aggiungere. - Vorrei che tu, dopo, pensassi un poco anche a me: un posticino... per non restare su le tue spalle del tutto. Vedi, io sarei allora addirittura felice!

- Ci penserò, ci penserò, non dubitare, - rispose Ciro, astratto. - Ora, andiamo.

Trovarono, questa volta, in casa Alcozèr Mauro Salvo e Fifo Garofalo, loro due soli, in rappresentanza di tutti gli altri, venuti apposta prima dell'ora solita, con la scusa di fare una visita al convalescente. Così Stellina, all'arrivo del Coppa e di Pepè, pot‚ sbarazzarsi di loro, conducendoli in camera di don Diego.

- Eccoci soli! - disse poi, ritornando, con un sorriso. - Si accomodi, avvocato, e voi pure, don Pepè...

Pareva che Ciro avesse perduto la lingua: guardava Stellina che gli si presentava così diversa dal giorno avanti; e, come se le proprie mani in quel momento gli cagionassero un grande impaccio, non trovava dove cacciarsele prima: dalle tasche dei calzoni se le passò in quelle del panciotto, poi in quelle della giacca; quindi, inchinatosi, balbettando un grazie, e sedutosi, se le posò su i ginocchi e cominciò a parlare con gli occhi bassi:

- Senta, signora: non ho il bene di conoscere qual concetto ella abbia di me, del mio carattere. La fama che mi son fatta, creda, non corrisponde per nulla alla mia vera natura: sembro a tutti un prepotente, perch‚ non ammetto prepotenze nè dai miei simili, nè dai pregiudizii del paese, n‚ dalle abitudini che ciascun uomo tende a contrarre; nessuna prepotenza, neanche da Dio; sembro, per conseguenza, anche strano, solo perch‚ voglio esser libero, in mezzo a tanta gente che è schiava o di se stessa o degli altri, come per esempio, mio cognato Pepè.

- Io? - esclamò questi, quasi destandosi di soprassalto, mentre seguiva intentamente la elaborata spiegazione, di cui non iscorgeva nè l'opportunità nè lo scopo, pur ammirando il modo di parlare del cognato.

- Schiavo di te stesso e degli altri, - raffermò Ciro con pacata, tranquilla fermezza, mentre Stellina rideva. - Si può esser poveri e liberi nello stesso tempo. Non la pensa così, o sembra, il padre della signora. Ma ognuno intende a suo modo la vita. Io, per me, non sono prepotente, ripeto: faccio anzi sempre ciò che devo, e so sempre quello che faccio. Questo per dirle che, impressionato fortemente dalla scena di jeri e dalle sue parole, ho riflettuto a lungo, signora, e considerato da ogni parte il suo caso.

- Io la ringrazio, - disse Stellina, chinando il capo.

- Mi ringrazierà dopo - riprese Ciro. - Intanto le raffermo ciò che ebbi l'onore di dirle jeri: che ella può, quando voglia, sciogliersi dal matrimonio, a cui fu costretta con sevizie. Possiamo produrre le prove: abbiamo, se non ho frainteso, molti testimonii; ma, quand'anche non ne avessimo alcuno, basterà, io credo, mostrare ai giudici il suo signor marito, scusi sa! testimonianza lampantissima della violenza usatale. Quel che jeri lei stessa ne ha detto e quel che me n'ha detto Pepè, mi abilita a parlare così. Insomma, io le do per fatto, senza alcun dubbio, lo scioglimento, e mi metto di nuovo, dopo matura riflessione, in tutto e per tutto, ai suoi ordini. Non la scoraggino le minacce del padre: ho, lei lo sa, una sorella monaca, la superiora del Collegio di Sant'Anna: bene, ella potrebbe andare da questa mia sorella e star temporaneamente nel Collegio; quindi, a fatti compiuti, decidere sul da fare.

Pepè approvava col capo, guardando Stellina che ascoltava con gli occhi fissi sul pavimento, pensierosa.

- Naturalmente, - concluse Ciro, - io non posso attendermi da lei una pronta risposta: non sarebbe prudente da parte sua. Ci pensi sù, e poi, da qui a un mese o che so io, quando insomma avrà ben considerato il pro e il contro, mi dica o sì o no. Io, se lei permette, avrò l'onore di frequentar la sua casa in compagnia del nostro Pepè; o se no, un bigliettino, due parole: « Signor Coppa, sì », e io mi metterò subito all'opera. Siamo intesi?

CAPITOLO XX

Così Ciro cominciò a frequentar la casa dell'Alcozèr, in cui venivano adesso, di nuovo, i Salvo e i Garofalo. Ma don Diego, dopo la malattia, non era più quello di prima. I tristi umori della vecchiaja, stemperati per tant'anni negli ambigui sorrisi, davano ora quasi un sapor velenoso a ogni sua parola e quasi avevano avvelenato l'anima di Stellina di giorno in giorno più triste.

L'intervento del Coppa aveva sconcertato il piano di difesa del vecchio. Pepè Alletto e Mauro Salvo eran passati ora in seconda linea di fronte a quell'uomo che s'era introdotto in casa ad assalire apertamente ogni suo diritto su la moglie, e che lo teneva in tanta soggezione e in uno stato insopportabile d'avvilimento e quasi di vergogna di se stesso, non mai finora provata. Veniva poi a mancar del tutto, lo scopo che s'era prefisso in quei tardi anni, e per cui aveva ripreso moglie ancora una volta: godere dell'altrui allegria attorno a s‚.

« L'inferno anticipato? » pensava. « No no, che! »

Non riusciva però a veder la fine di questa nuova condizione di cose, come liberarsi di questa siepe di spine ch'era venuta a pararsi sul finire del suo lungo cammino fiorito.

Ciro intanto vigilava, senza mostrarlo, su Stellina; la guardava di tanto in tanto; ed ella in quello sguardo severo e pieno di volontà leggeva l'attesa paziente, non ostante l'uggia e il dispetto che gli dovevano cagionare la presenza e le chiacchiere futili di quei giovani. E insieme con l'attesa vi leggeva la protezione.

Protetto si sentiva anche Pepè, quantunque in cuor suo perplesso ancora, se dovesse abbandonare del tutto l'appoggio segreto del Ravì, puntello non più valido abbastanza per raffermar l'edificio un po' scosso delle sue speranze. Ma doveva poi rimettersi interamente alla discrezione del cognato?

« Ciro, ecco... hm!... basta, stiamo a vedere... »

Ciro, con quel suo carattere e quei suoi scatti inconsulti, non gl'ispirava veramente molta fiducia. « Se non che, » pensava egli, « da che ci s'è messo ha tenuto fermo. E pare un altro: prudenza, contegno... un po' rigido, è vero, ma chi se lo sarebbe aspettato? sempre a modo, anche affabile talvolta, specialmente con Fifo Garofalo... E noto che anche ha più cura della persona: colletti alti, abito nuovo... bravo Ciro! »

Non la pensavan come lui, però, i Salvo e i Garofalo, che pur si ostinavano a frequentare ancora la casa di don Diego. La presenza del Coppa infine disagiava tutti, imponendo una circospezione e una ritenutezza a lungo insostenibile.

Stellina lo comprendeva, e di giorno in giorno diveniva più smaniosa, così sospesa in una posizione che anche lei sentiva precaria, pur non sapendo ancora come dovesse risolverla. E dalla perplessità sua stessa era tenuta in un continuo orgasmo. Fustigavano poi senza tregua questo orgasmo le prediche e i consigli del padre, gli umori sempre più acerbi del marito, il quale, non avendo il coraggio di liberarsi di tutti quei seccatori, pretendeva che glieli sbarazzasse lei d'attorno, e la opprimeva; la paura infine che un giorno o l'altro non scoppiasse un diverbio o peggio tra il Coppa e Mauro Salvo, che covava, cupo e taciturno, il suo rancore.

In queste condizioni di spirito, dopo un'altra scena, più disgustosa della prima, col padre e col marito, annunziò una sera al Coppa, ch'ella era pronta a rifugiarsi nel Collegio di Sant'Anna, presso la sorella di lui, anche per sempre, pur di finirla con quella vita d'inferno; e che intanto egli pensasse a liberarla dal marito, se fosse possibile.

CAPITOLO XXI

Tre giorni dopo, don Diego Alcozèr si presentò in casa del Ravì, esclamando con le braccia per aria:

- Scappata! scappata!

- Chi? mia figlia? Vostra moglie?

- ~Quondam, quondam~... eh eh! - corresse don Diego, accompagnando il sorrisetto con un cenno di protesta della mano. - ~Quondam~, se permetti... Scappata. Contentone!

Marcantonio Ravì si lasciò cadere su la seggiola, come fulminato.

- Scappata... con chi?

- Se lo sa lei, - rispose allegramente don Diego, scrollando le spalle. - O sola o in compagnia, è tutt'uno. Ho qui la... come si chiama? la... la cosa del Tribunale...

- Siamo già a questo? - esclamò il Ravì, rimettendosi in piedi. - Il Coppa, è lui... quell'assassino! M'ha rovinato la figlia... E voi, vecchio imbecille, ve la siete lasciata scappare?

- Caro mio, le avrei aperto io stesso la porta, purch‚ mi lasciasse in pace!

- Rosa, Rosa! - chiamò don Marcantonio.

La si-donna Rosa si mostrò all'uscio, placida, al solito.

- Che c'è?

- C'è che... guarda... qui, tuo genero...

- ~Ex, ex~...

- Scappata, Rosa! scappata!

- Stellina?

- Copriti la faccia, vecchia mia! Dovevamo aspettare che i nostri capelli diventassero bianchi, perch‚ nostra figlia venisse a imbrattarceli di fango!

- Non capisco nulla... - disse, imbalordita, la sidonna Rosa.

- Glielo spiego io, - interloquì allora don Diego. - Stamattina... Oh, ma piano, Marcanto'!

- Oh Dio, oh Dio! - strillò la si-donna Rosa accorrendo a trattenere il marito che, pestando i piedi e piangendo come un ragazzo, si dava manacciate furiose in testa.

- Lasciatemi! Lasciatemi! Il disonore è troppo! Questa è la ricompensa! Ah figlia ingrata! In Tribunale... in Tribunale...

- Càlmati, Marcantonio, càlmati! Non è poi il finimondo... - lo esortò don Diego. - Scioglimento di matrimonio... Lei con una mano, io con cento. Son disposto a tutto...

- Anche voi? - urlò don Marcantonio, afferrando per le braccia don Diego e scotendolo violentemente. - Avreste il coraggio anche voi di trascinarmi in Tribunale? Voi!

- Scusa, ma... - balbettò don Diego, quasi nascondendo la testa tra le spalle, tremando di paura sotto gli occhi inferociti del Ravì. - Scusa,.. se lei lo vuole...

- Che vuole? - ruggì don Marcantonio, senza lasciarlo. - Non può voler nulla, lei! Ditemi dov'è andata! subito!

- Non lo so...

- Volete allora che vada a scannare il Coppa?

- Scanna chi ti pare, ma lasciami! Io non c'entro... Oh quest'è bella! Te la pigli con me?

- Con tutti, me la piglio! Aspettate, don Diego... Così non può finire... Vediamo con le buone... uno scioglimento alla buona... senza trascinar nel fango, per carità, il mio nome onorato...

- Scioglimento alla buona? - disse timido, esitante, don Diego. - Ma io... tu lo sai... come potrei restar solo, io?

- Vorreste riammogliarvi? - tuonò don Marcantonio, riafferrandolo. - Rispondete!

- Non lo so... - balbettò ancora don Diego, messo alle strette. - Ma... se tua figlia...

- Ve la riconduco io subito a casa! Aspettate. Vo a trovar quell'assassino!

- Marcantonio, per carità! - supplicò la moglie.

- Zitta tu! - le gridò il Ravì. - Vado armato del mio diritto di galantuomo e di padre: difendo l'onore e la figlia!

- Marcantonio! Marcantonio! - strillò, grattandosi la fronte, la si-donna Rosa, dall'alto della scala.

CAPITOLO XXII

Esortandosi per via con frasi vibranti di sdegno, Marcantonio Ravì corse in gran furia alla casa del Coppa. Quando pervenne davanti alla porta, non tirava più fiato.

Venne ad aprirgli Pepè Alletto.

- Voi qua? - gli gridò don Marcantonio. - Ingrataccio! anche voi?

Fu interrotto da un terribile colpo di frustino su la scrivania dello studio attiguo, e poco dopo il Coppa irruppe nella saletta urlando:

- Chi è là? Chi si permette?

- Perdoni, pregiatissimo signor avvocato! - prese a dire il Ravì, togliendosi il cappello.

- Via! via! - incalzò il Coppa, indicandogli la porta col frustino. - Uscite, subito, via!

- Ma, nossignore: io son venuto... perdoni... Don Pepè, parlate voi per me...

- Caccialo subito via! - ordinò Ciro al cognato.

- Mi faccio meraviglia... voi, don Pepè? - pregò, ferito, il Ravì. - Perdoni, signor avvocato... Purch‚ mi lasci parlare, le parlerò anche in ginocchio.

E in così dire, don Marcantonio accennò di piegarsi su i ginocchi; ma, in quella, su la soglia dello studio, si presentò donna Carmela Mèndola, l'accanita vicina, la quale, con l'indice teso contro il Ravì, si mise a strillare:

- Lui, lui, sissignore! ha bastonato la figlia, sissignore: lo grido davanti agli uomini e davanti a Dio! Non ho paura, io! Lui! Lui!

- Zitta, voi! - le impose, furibondo, il Coppa. - E voi, - aggiunse, afferrando per un braccio il Ravi, - fuori! Non voglio scenate in casa mia!

Don Marcantonio diventò pallidissimo, e minacciò con gli occhi torbidi e la voce tremante.

- Ma infine...

Il Coppa gli diede uno spintone:

- Fuori!

- Io sono un vecchio! - esclamò il Ravì, passandosi su i capelli la mano levata minacciosamente.

- Ciro... - pregò a bassa voce Pepè, impietosito. Ma il Coppa replicò con violenza:

- Fuori! Ricordàtelo a voi stesso che siete un vecchio, prima che gli altri, per l'imprudenza vostra, se lo dimentichino!

- Imprudenza?... - disse il Ravì. - Ma io vengo...

- Le vostre ragioni le direte ai giudici; intanto, via!

La Mèndola, appena uscito il Ravì, volle lodar l'avvocato del degno modo con cui aveva accolto colui.

- Nient'affatto! - negò Ciro. - Ho agito malissimo. Ma per causa sua: non doveva venire.

- Padre snaturato! - insistette la Mèndola.

- Nient'affatto! - negò di nuovo, più vivamente, Ciro, adirandosi. - Lui ha creduto e crede d'agire per il bene della figlia. Ma ciò non toglie che non abbia commesso un delitto... Pepè, non mi guardare in bocca con codesta faccia da scimunito: mi dài ai nervi, te l'ho già detto. Ritorniamo al lavoro. Siedi e scrivi!

Pepè era diventato lo scrivano e il galoppino di Ciro. La felicità sua, in quei giorni, era soltanto turbata dalla costernazione costante, anzi dalla paura di non contentare in tutto e per tutto il cognato che lo comandava a bacchetta, e per cui ora sentiva una riconoscenza illimitata, pur sapendo che egli non si era messo così accanitamente in quella briga per lui, bensì per ispirito d'autorità e di giustizia. E lo ammirava e, sorridendo tra s‚ e stropicciandosi le mani dalla gioja, ripeteva la frase preferita dal Coppa:

- Prepotenze, neanco Dio!

Ma ecco, intanto, si distraeva. - Al lavoro! al lavoro! - Non doveva pensare a nulla, fino a tanto che la lite non fosse vinta, fino al giorno in cui Stellina non fosse sua... lì, li, in quella stessa casa, proprio li... E Pepè, in un impeto d'amore, si stringeva e baciava le mani, come fossero quelle di Stellina.

Aveva fatto il giro di tutto il vicinato del Ravì, per raccogliere testimonianze a sostegno del processo che Ciro imbastiva. Quando alla fine la maggior parte del lavoro fu abbozzata, il Coppa volle ch'egli si recasse anche da don Diego Alcozèr per invitarlo a un abboccamento.

- Onoratissimo dell'invito, - disse don Diego a Pepè. - Eccomi pronto. Sono con voi.

Ciro lo accolse con molto garbo; e don Diego, grato di quell'accoglienza, volle toglier subito all'ospite l'imbarazzo di certe domande difficili, entrando lui per primo nell'argomento.

- Lor signori sono giovani, rispetto a me, - disse, rivolgendosi pure a l'Alletto, - e perciò potrebbero anche aspettare. Ma io son vecchio, e mi preme di uscire di questa briga quanto più presto sia possibile. Quonam pacto? Sono dispostissimo a tutto, signor avvocato. Mi suggerisca lei.

Ciro rimase a guardarlo, intento, un tratto, tra la sorpresa e la diffidenza. Poi, per provarlo subito, gli disse:

- Ma... ecco... ci sarebbe da fare semplicemente... se lei volesse aver la bontà... una... una...

- Dichiarazioncina?... - suggerì l'Alcozèr, accompagnando la parola col sorrisetto frigido che Pepè gli conosceva. E aggiunse: - Una domanda. Sarà discussa a porte chiuse la causa?

- Certo, - rispose Ciro. - Se lei lo vuole... Sarebbe, in fondo, considerando gli anni, a cui ella ha avuto la fortuna di pervenire, sarebbe un lieve sacrificio di vanità.

- Non ne ho, di questo genere... - lo interruppe argutamente il vecchietto. - Sarei ridicolo, all'età mia. Però, siccome codesto sacrificio che lei dice potrebbe forse, in certo qua! modo, danneggiarmi per l'avvenire... per quei pochi giorni che mi restano di questa sciocca fantocciata che chiamiamo vita... ecco, se ci fosse qualche altro rimedio...

- Questo, - osservò il Coppa, ammirando la filosofica schiettezza con cui l'Alcozèr trattava la questione, e vedendolo inchinevole a cedere, - questo sarebbe il mezzo più sicuro, più sbrigativo.

- Ebbene, - si rimise don Diego, scrollando le spalle e sorridendo, - pur d'uscirne...

Così, non ponendo egli, ch'era la parte più interessata, nessun impegno in contrario, la lite, per le brighe, le raccomandazioni e le sollecitudini di Ciro, venne presto in Tribunale, e fu discussa a porte chiuse.

Una moltitudine di curiosi sfaccendati attendeva impaziente il giudizio. Pepè Alletto aveva la febbre addosso e smaniava, senza un minuto di requie, dietro la porta chiusa, non ostante che l'usciere di guardia di tanto in tanto lo esortasse a far buon animo:

- Dia ascolto a me che me n'intendo: causa vinta! La porta finalmente s'aprì. Ciro, raggiante, annunziò la vittoria. Scoppiarono applausi e grida. Batteva le mani, ridendo, anche don Diego Alcozèr. Ma don Marcantonio uscì dalla sala del Tribunale scotendo il testone raso, coi denti serrati, mentre abbondanti lagrime gli rigavano la faccia congestionata:

- Figlia mia! figlia mia! Mi hanno assassinato una figlia!

Pepè volle abbracciare il cognato; ma questi, nell'ebbrezza del trionfo, eccitato dagli applausi, lo respinse con un gesto furioso.

Il Presidente del Tribunale, scampanellando, fece sgombrare il corridojo; ma, per via, la folla cresciuta continuò a batter le mani, e Ciro parlò:

- Eroi i padri, o signori, che per render propizia la divinità alle nobili imprese della patria sacrificavan le figlie! Ma che dire d'un padre che, per loschi fini, la propria figlia sacrifica al dio Mammone?

- Mammone! Mammone! Abbasso Mammone! - gridò la folla, tra le risa e gli applausi.

E, da quel giorno, il Ravì fu chiamato da tutto il paese Marcantonio Mammone.

CAPITOLO XXIII

Pepè Alletto si era spiegato l'impegno posto da Ciro nel condurre a buon fine l'impresa, come effetto dell'eccessiva indole di lui. Quando però lo vide tutto inteso a sgomberar la casa della mobilia vecchia per comperarne altra nuova, cominciò a entrar davvero in sospetto non gli avesse dato di volta il cervello.

« Possibile che faccia tutto questo per me? » Intanto non ardiva domandargli nulla. Dopo la vittoria, Ciro, anzich‚ mostrarsi lieto, diventava di giorno in giorno più cupo.

- Pepè, - gli disse una mattina, tirandolo per la giacca, in disparte, con gli occhi foschi. - Devi dirmi la verità: prometti prima però, che me la dirai. Se menti, guaj a te: non ti dico altro.

Pepè, contento in fondo che si venisse a una spiegazione, bench‚ il modo un po' lo apprensionisse, promise.

- Non so più da quanti giorni - riprese Ciro, - ho perduto la pace. Ricordo che tu una volta mi dicesti che Mauro Salvo, quel buffone, corteggiava Stellina. È vero?

- È vero; ma, non corrisposto! - rispose Pepè, cercando con un sorrisetto d'appianar la ruga minacciosa su la fronte di Ciro.

- Giuralo! - esclamò questi.

- Che vuoi che giuri? - disse Pepè. - Lo so io, e basta.

- Sai che Stellina non rispose mai, mai, minimamente, alla corte del Salvo?

- Ma sì! ma sì!

- Giuralo!

- Ebbene, lo giuro!

Ciro si mise a passeggiare per lo studio, col mento sul petto e le mani in tasca; insoddisfatto, fosco.

- Che vai pensando?... - riprese Pepè. - Ti angustii proprio senza ragione... d'una cosa che, se vuoi, torno a giurarlo, non ha ombra di fondamento... E mi pare che io possa saperlo.

- Tu non sai nulla! - gli gridò Ciro, fermandosi a fulminarlo con gli occhi.

Pepè si strinse nelle spalle.

- Come vuoi tu... Io ero là...

- Ah, eri là, - irruppe Ciro, col volto contratto dalla rabbia. - Eri là, lo sai dire... e con te tant'altri buffoni! Quella era dunque la casa di tutti... E Stellina là, in mezzo a voi, mentre il vecchio dormiva...

- Eravamo là tutti, è vero, - ammise Pepè, - ma non si faceva nulla di male... Tu sei geloso, e non puoi intenderlo... Si scherzava innocentemente, e...

- L'innocenza, imbecille, partorisce i figliuoli! - lo interruppe Ciro, furibondo. - Qualcosa, certo, dev'esserci sotto; come ti spieghi altrimenti che io ho dovuto combattere fin oggi per farla addivenire al matrimonio? Come te lo spieghi?...

- Me lo spiego, - disse Pepè, cercando le parole, - me lo spiego... considerando che la poverina... ha tanto patito... Ma io, per dirti la verità, non me lo sarei aspettato... Ah, non voleva più saperne?

- Voleva farsi monaca, - rispose, cupo, Ciro.

- Ma ora, l'hai persuasa?

- S'è persuasa, con l'ajuto di mia sorella. Ma anche tu, di', anche tu, con codesta faccia da scimunito, - riprese Ciro, fermandosi in mezzo allo scrittojo e appuntando come un'arma l'indice d'una mano contro Pepè, - anche tu, di' la verità, hai tentato di farle la corte...

Pepè lo guardò, allocchito.

- Come... io? Non capisco...

- Oh, con me, sai, non serve far lo scemo! - gli disse Ciro, sprezzante. - Anche tu, anche tu, come tutti gli altri imbecilli... Basta. Adesso, bisogna allestir subito la casa. La mobilia di sù bisogna trasportarla tutta in campagna, prima che arrivi la nuova da   Palermo. Poi verrai con me al Municipio. Mi farai da testimonio.

- Io... a te?... Ma come?... - pot‚ a mala pena balbettare Pepè. - Io, il testimonio a te?

- Ti dispiace?

- Ma come... dunque... Chi... chi sposa?

Sentì mancarsi la terra sotto i piedi; si portò le mani su le tempie, quasi temendo non gli scoppiassero, e chiuse gli occhi per trattener due lagrime che gli colarono però giù per le guance smorte.

- Nulla... nulla... - riprese poi, quasi tra s‚, con voce rotta e le labbra tremanti. - Hai ragione... Che stupido!... Che imbecille!... E come ho potuto crederlo? Come ho potuto supporre che tu...

- Sei impazzito? Che ti scappa di bocca? - gli gridò Ciro. - Parla! Che t'eri messo in testa?

- Lasciami stare, Ciro! - disse Pepè, esasperato, senza porre più freno alle lagrime.

- Ah, tu credevi, - inveì Ciro allora, - credevi forse di doverla sposar tu? Eravate d'accordo? Parla, perdio! o ti strozzo...

- Ti ripeto, lasciami stare! - gli gridò Pepè, col coraggio della disperazione, svincolandosi. - Non ti basta che ti dica che sono stato un pazzo, o un imbecille? Sì, sì, ho potuto credere stupidamente che quanto hai fatto, lo facessi per me... Ora basta, basta... Sposala! Che vuoi da me? Non t'ha detto di sì?

- Ma io voglio sapere... - tonò il Coppa, slanciandosi addosso al cognato.

Pepè si schermì; poi gli si parò davanti, con audacia insolita.

- E non lo sapevi forse? O perch‚ mancò poco, che non mi facessi ammazzare per lei? Non lo sapevi che io l'amo da tanti anni?

- E lei? - fremette Ciro, con occhi feroci.

- Non t'ha detto di sì? - ripet‚ l'Alletto. - Che vai dunque cercando?

- Ma tra te e lei, - replicò Ciro, - dimmi la verità, o non rispondo più di me! tra te e lei... parla!

- Che vuoi che ti dica? - gemette Pepè tra le braccia del Coppa. - Lasciami stare... mi fai male...

- Dimmi la verità... tra te e lei, che c'è stato? Voglio saperlo...

- C'era una promessa... - rispose Pepè. - Aspettavo che Dio si raccogliesse quel vecchiaccio...

- E poi?

- Poi sei venuto tu... Ella ti ha detto di sì... Ora tutto è finito... Io non so nulla, non posso farci nulla... dunque lasciami andare... Tutto è finito...

Prese dall'attaccapanni il cappello, lo pulì più volte con la manica, e se ne andò, come intronato.

Ciro rimase con le pugna serrate su le guance, gli occhi da belva, a passeggiare in sù e in giù per lo studio.

CAPITOLO XXIV

Don Diego Alcozèr, il giorno dopo le nozze del Coppa con Stellina, vide per istrada Pepè Alletto, e lo chiamò a s‚. Mentre il giovanotto, torbido in volto e come svanito, gli s'avvicinava, egli spalmò una mano, appoggiò il pollice su la punta del naso e si provò ad agitar per aria le altre quattro dita tremule:

- Tanto di naso, don Pepè! Mannaggia la prescia!

- Non mi seccate, vecchiaccio stolido! - proruppe Pepè, scrollandosi tutto con rabbioso dispetto.

Ma don Diego lo trattenne per un braccio.

- Eh via, non siate furioso: venite qua... Io, voi e il nostro ex-suocero dobbiamo anzi consolarci a vicenda, oramai. Venite a casa mia: Marcantonio verrà più tardi; e questa sera stessa, se non vi dispiace, intavoleremo una partitina di calabresella... Ci terremo compagnia...

Pepè, chiuso nel funebre cordoglio, si lasciò andar taciturno dietro l'Alcozèr che, tentennando su le deboli gambette a ogni passo, sogghignava sotto il naso e si volgeva di tanto in tanto a sbirciare l'aspirante suo erede sconfitto.

- Scusate se rido, don Pepè! Nella vita c'è da piangere e c'è da ridere. Ma io son vecchio e non ho più tempo di fare tutt'e due le cose. Preferisco ridere. Del resto, piangete voi per me... Povero don Pepè, non crediate però, vi compatisco! Per togliervi subito d'impaccio, lasciate che vi dichiari che sapevo tutto: so che aspiravate alla mano di Stellina, dopo la mia morte, e che Marcantonio era d'accordo. Ho detto perciò il ~nostro ex-suocero~. Ebbene, che male c'è? Io, anzi, vi assicuro che n'ero contentone, e sapete perch‚? A parte i meriti vostri, so che quando si desidera ardentemente la morte di uno, quest'uno non muore mai. E vi tenevo caro, come un amuleto. Ora, invece, che v'importa più ch'io campi o ch'io muoja? Mentre quella volta... vi ricordate? dite la verità, mi ci conduceste apposta fin laggiù, ai Tempii, sotto quel diluvio? Perdio: pensare, don Pepè, che ci eravate quasi arrivato... Che rabbia deve farvi questo pensiero! Una polmonite coi fiocchi... Il Signore vi ha fatto assaporare la mia morte, e poi ve l'ha tolta quasi di bocca, come un tozzo di pane, povero don Pepè! E ora...

L'Alletto si fermò davanti al portoncino di don Diego.

- Se dovete seguitare a dir codeste sciocchezze, vi lascio.

- No no, salite, caro don Pepè, - gli rispose l'Alcozèr, trattenendolo di nuovo per un braccio. - Salite! Mi dispiace che non ci troverete più la vostra futura moglie... Faccio per ridere... Non ci sente nessuno...

Entrati in casa, don Diego condusse Pepè in giro per le stanze, indovinando e quasi gustando l'amaro piacere che doveva cagionargli la vista di quel luogo, ove Stellina aveva abitato. Nella saletta da pranzo si fermò e, additando un lato della tavola sparecchiata, disse come a se stesso:

- Sedeva lì a desinare... Poi lì, vicino alla finestra, si metteva a leggere i romanzi, che le prestava Fifo Garofalo...

Nella camera da letto non gl'indicò nulla; ma, nello svestirsi per indossar l'abito di casa, vedendo che Pepè guardava il letto matrimoniale attraverso le tende dell'alcova, sogghignò forte, poi finse di trarre un profondo sospiro e andò a battergli una mano su la spalla.

- Eh, caro don Pepè, doman l'altro compisco settantatr‚ anni, eh eh... Se aveste avuto un po' più di pazienza... Basta, non voglio affliggervi... Ecco, suonano alla porta: sarà Marcantonio.

Il Ravì non s'aspettava di trovar l'Alletto in casa di don Diego. Appena lo vide, si cangiò in volto e gridò:

- Lasciatemene andare!

Don Diego lo trattenne per la giacca.

- Lasciatemene andare! - ripet‚ più forte don Marcantonio. - Non posso vedermelo davanti!

- Eh via, perch‚? perch‚? - gli disse l'Alcozèr senza lasciarlo. - Vieni qua... Rimettiamo la pace.

- Lui, lui m'ha rovinato la figlia! - insistette don Marcantonio.

E don Diego, rabbonendolo:

- Ma no, perch‚? ~Factum infectum~... con quel che segue. È più sconsolato di te, povero giovanotto... Sù, sù, stringetevi la mano.

- Neanco se viene Dio! - protestò l'altro.

- Eh via, Marcanto'! Da' qua la mano; don Pepè, datemi la vostra... Così! La pace è fatta. La colpa di don Pepè è stata una sola, come gli facevo notare poco fa! la prescia! Colpa scusabile in un giovanotto...

- Nossignore! - negò il Ravì. - La colpa sua è stata d'aver condotto qua quel birbante matricolato, che non riconoscerò mai per genero finch‚ campo, e che non voglio neanche nominare. Mia figlia, ora, per me, è come se fosse morta! Non la vedrò più... E me l'avete uccisa voi, don Pepè! Lasciatemi... lasciatemi piangere... Voi me l'avete uccisa! Non ve lo avevo detto io che colui sarebbe stato la vostra rovina e la rovina di mia figlia?

- Scusate, - disse Pepè, turbato dal pianto del Ravì e commosso. - E io non sono stato ingannato e tradito peggio di voi? Ammesso che sia stato io a spingerlo a venire, che non è, lo avrei forse fatto, se avessi potuto sospettare o supporre...

- Signori miei, - li interruppe don Diego, - volete dare ascolto a un vecchio? Non ci pensiamo più! È il meglio che ci resti da fare: le recriminazioni adesso sono inutili... Accendiamo il lume, piuttosto, e facciamoci la calabresella.

CAPITOLO XXV

Ogni sera i tre sconfitti si riunivano là, in casa di don Diego, per la partitina. Spesso il discorso cadeva sul Coppa, che il Ravì, rivolgendosi a Pepè, chiamava ~vostro cognato~.

- Mio cognato, un corno! - rispondeva Pepè. - La povera sorella mia è morta, e l'ha fatta morir lui... Dunque, chiamatelo ora vostro genero.

- Genero, se l'avessi riconosciuto, - rimbeccava don Marcantonio. - Mentre voi, per cognato, si; e dovreste averne ancora rimorso, come se aveste commesso un fratricidio.

Don Diego allora tornava ad interporsi per riconciliarli, ma dentro di s‚ scialava, a quelle scenette.

- Non esageriamo, signori miei, non vi riscaldate... Perch‚ ricadere ogni volta su codesto discorso, se sapete che vi scotta? Via, via... ripigliamo la partita! Non facciamo come i galletti in gabbia che si beccano l'un l'altro, in luogo di consolarsi a vicenda. Siamo stati traditi tutti e tre. Il fatto è fatto, e non se ne parli più. Non giudichiamo soltanto dal caso nostro un degno galantuomo.

- Un assassino! - scattava a questo punto il Ravì, battendo le pugna sulla tavola.

- Eh eh, ti ha ucciso la figlia?

- Mi ha ucciso la figlia, gnorsì!

- Quanti te l'hanno uccisa, insomma, codesta figlia? Prima dicevi don Pepè...

- Sì, lui! - si ripigliava don Marcantonio. - Lui, senza volerlo, con le mani di suo cognato...

- Vostro genero, - correggeva Pepè.

- Daccapo?

E don Diego si affrettava a buttare una carta in tavola:

- Striscio e busso forte.

Giocavano per pochi soldi a partita, e la vincita la mettevan da parte, per farne poi un pranzetto in comune, non volendo il Ravì accettare a nessun patto i reiterati inviti di don Diego, che avrebbe voluto averlo ogni giorno a tavola, per non restar solo.

- Non accetto. Scusatemi, don Diego; non per voi, ma per la gente. Mi chiamano Mammone: non so che voglia dire, ma perdio, voi potete gridarlo forte in faccia ai calunniatori: vi ho mai chiesto un centesimo, un miserabilissimo centesimo in prestito?

- Lasciali cantare! - gli rispondeva don Diego.

- Nossignore. Giochiamo, e poi faremo il pranzetto. Lo pagherò io, perch‚, finora almeno, perdo più di voi due. A questo patto, sì.

Pepè non aveva le ragioni di don Marcantonio per non accettare l'invito dell'Alcozèr, e rimaneva spesso a desinare con lui, non solo, ma anche a dormir la notte, lì, nello stesso letto, ove Stellina aveva dormito. Per quest'idea soltanto vi era addivenuto, per la voluttà cioè dell'amarezza angosciosa che gli procuravano il ricordo e l'immagine di lei, in quella casa.

Ogni sera, appena andato via il Ravì, egli e don Diego, prima di mettersi a letto, si trattenevano un pezzo al balconcino prospiciente la campagna e là in fondo il mare. Si scorgeva di lì, lontana, la cascina del Coppa; e Pepè, col capo appoggiato alla ringhiera di ferro, appuntava gli occhi al lume che si vedeva acceso laggiù, in mezzo al bujo della campagna. Lì, dove ardeva quel lume, era Stellina! Egli quasi la vedeva, quasi la seguiva per le stanze di quella cascina ben nota, dove sua sorella aveva tant'anni dolorato, e si domandava: « Che farà in questo momento? che pensa? che dice? ». E si struggeva dentro, ringojando le lagrime silenziose che gli appannavano gli occhi fissi là, a quel lume lontano.

Si abbandonava talmente a quella visione, che talvolta il capo pian piano, senza ch'egli lo avvertisse, gli scivolava dalla ringhiera e dava un crollo.

- Don Pepè, dormite? - gli domandava allora l'Alcozèr.

E Pepè gli rispondeva di no, col capo, per non rivelare il pianto con la voce.

- Se volete andare a letto, io son pronto, - riprendeva don Diego.

Pepè gli faceva cenno con la mano d'aspettare ancora un po'. Ah, egli era certo, era certo che Stellina, come lui, era stata ingannata, tradita. Non sapeva egli forse, per bocca dello stesso Ciro, ch'ella avrebbe voluto rimanere nel monastero, piuttosto che acconsentire al tradimento insospettato di quelle nozze? Poi aveva detto di sì, o meglio, aveva dovuto piegare il capo, comprendendo purtroppo che colui che tanto la amava non avrebbe potuto recarle ajuto, e che il padre non se la sarebbe ripresa mai più in casa, e che lì nel monastero, infine, sotto la sorella del Coppa, non poteva neanche rimanere.

Ed ecco, adesso, ella era lì, lì in potere di quell'uome prepotente che glie l'aveva strappata dalle braccia... strappata, sì, a viva forza, come a viva forza ora, certo, la costringeva ad accondiscendere col corpo (ah, non con l'anima, no!) alle brame del suo amore... Povera Stellina! Egli doveva compiangerla e commiserarla...

Si struggeva dentro così, ogni dì più, pascendosi dell'amarezza che gli davano il proprio avvilimento, la profonda malinconia, la coscienza di non poter far nulla. Era immagrito e pallido, come se fosse or ora scampato da una mortale malattia. Ah, se non avesse avuto quella vecchina di sua madre... se non avesse temuto di spezzare anche la vita di lei...

Certe sere don Diego lo infastidiva parlandogli dei suoi angosciosi terrori, degli ~spiriti~ che popolavano le tremende insonnie delle sue aride notti.

- Chi non li ha veduti, lo so, non ci crede... Chi poi li ha veduti, caro don Pepè, non ne parla, per paura che la notte non sia bastonato da loro. Perch‚, sapete? bastonano. Io, per dir la verità, finora non ho mai assaggiato le loro mani: ma quanti dispetti! tirarmi le coperte dal letto, rovesciarmi le seggiole nella camera, spegnermi il lampadino da notte... E li ho veduti con quest'occhi, vi giuro; tra le tende dell'alcova, per esempio, certe notti, affacciarsi una testa coi capelli rossi ricci e tanto di lingua fuori... Quando mi è morta... aspettate... la seconda o la terza?... - sì, Luzza, la seconda moglie... dopo alcuni giorni, il suo spirito mi girava per casa. La sentivo ogni notte sfaccendar per le stanze, da quella buona massaja ch'era stata in vita, buon'anima, debbo dirlo... E una notte le vidi sporgere il capo dall'uscio e guardarmi nel letto; sorrise, e mi fe' cenno con la mano, come se volesse dirmi: « Goditi pure il calduccio del letto; alla casa ci bado io ». Un'altra notte, sentii nella stanza da pranzo un baccano d'inferno. Che era accaduto? Niente! L'altra moglie, la prima, Angelina, c'era venuta anche lei, e si bisticciavano tra loro. Le ho sentite io, vi dico, con questi orecchi: l'una diceva all'altra, che la padrona lì era lei... A un tratto, ~brum!~ Non so quanti piatti per terra... Al fracasso, balzo dal letto, mi reco - figuratevi con che spavento! - nella sala da pranzo: i cocci erano lì, sul pavimento... c'è poco da dire!

- Qualche gatto...

- Ma che gatto, don Pepè! Se gatti in casa non ne ho mai avuti...

- Qualche topo, allora...

- Eh già, o il terremoto! Si tratta di chiamarli con un nome o con un altro. Voi li chiamate topi, perch‚ non ci credete. E son pure topi, dite, quando, per esempio, udite il rumore dei loro passi nell'altra stanza, ora affrettati e leggeri, ~tic-tic-tic~, ora come di persona che passeggi, sopra pensiero? Son pure gatti e topi, quando vi sentite chiamare coi più brutti nomi da quattro voci diverse, come avviene a me, che non posso star solo la notte, perch‚ altrimenti mi tornano in casa tutt'e quattro le mogli morte a maltrattarmi, a svillaneggiarmi? Eh, via, don Pepè! Dio ve ne liberi e scampi!

Ma non si contentava solo di parlarne don Diego. Spesso, durante la notte, angosciato dall'insonnia, parendogli di udir qualche rumore nel silenzio della casa, svegliava Pepè.

- Non mi pizzicate, santo Dio! - gridava questi. - State tranquillo: non dormo! Per la centesima volta vi ripeto che pizzichi non ne voglio: se no, domani notte preparatevi a dormir solo.

CAPITOLO XXVI

No no, don Diego così, sotto la minaccia di restar solo la notte, non poteva più oltre durarla. Già per procacciarsi il sonno e risparmiare a l'Alletto il fastidio dei pizzicotti, beveva un pochettino oltre la misura che s'era imposta da tanti anni, e questo rimedio dannoso non gli garbava: quel bicchierotto di giunta gli sapeva amaro e lo ingollava per forza.

- La medicina per il sonno, don Pepè! - diceva a cena. - Speriamo che questa notte faccia effetto.

Faceva effetto a principio; ma poi, nel cuor della notte, destandosi, le ambasce ricominciavano. E allora, pian piano, pazienza: ancora un pizzicotto a don Pepè.

- Daccapo! Vi riesce star fermo?

- Scusatemi, don Pepè. Volevo domandarvi una cosa.

- Che cosa? Dormite!

- Non posso, se non mi levo un dubbio che m'è nato or ora, pensando. Ma dovete dirmi la verità! Durante la mia malattia, voi foste o almeno vi mostraste tanto buono verso di me, ricordo... Sempre qua, in casa mia, notte e giorno... Bene: franco, eh? in qualche momento di distrazione... voi, con Stellina...

- Siete pazzo? - gli gridava Pepè.

- No, abbiate pazienza: non me n'importerebbe nulla, ormai. Trapianterei quietamente il corno su la testa di don Ciro. Io me ne sono sgabellato. Ditemi la verità!

Pepè, per tutta risposta, gli voltava le spalle.

- Non me n'importa, vi ripeto... Uno più, uno meno, del resto... Son filosofo, don Pepè! Cinque mogli, capite! E figuratevi perciò che selva sulla mia testa. Certe sere, mentre voi ve ne state a pensare e a sospirare, di là, sul balconcino, ci ripenso, e me le sento crescere, crescere sù, sù fino al cielo... crescere, crescere... Mi pare che, a muover la testa, debba con le cime disturbare il sistema planetario... Mi serviranno di scala, di qui a cent'anni, quando creperò. Come uno scojattolo, l'anima mia s'arrampicherà sù per i palchi di queste smisurate corna, fino al Paradiso, mentre tutte le campane della Terra soneranno a gloria... Dormite, don Pepè?

Dormiva o fingeva di dormire, quell'ingrato. Don Diego dava di nuovo in ismanie, si stizziva, sbuffava: - Che bella compagnia! - e, per distrarsi, si poneva allora a meditare l'impresa d'un sesto matrimonio.

« Chi troppo vuole, dice il proverbio, nulla ottiene. Se io lasciassi, don Pepè, i miei denari per qualche opera pia, divisi in tante piccole porzioni, procurerebbero o un bene temporaneo e uno continuato, ma assai meschino, a molti. Val dunque meglio, secondo me, lasciarli a una persona sola, che volesse guadagnarseli a costo d'un breve sacrifizio, il quale potrebbe anche parere opera di carità: assistere un povero vecchio come me.. E questa persona, perch‚ poi avesse nell'avvenire un compenso al sacrifizio, bisogna che sia giovane, in grado di godere della ricchezza e della vita a suo talento. Che se ne farebbe una vecchia de' miei quattrini? Io, poi, lo sapete, odio la vecchiaja. Con questo mio disegno favorisco la gioventù... Voi pensate forse che farei ridere il paese, se sposassi per la sesta volta? Ebbene, si ride tanto poco oggi nella vita, che mi guadagnerei presso la gente quest'altro titolo di benemerenza. M'accompagni pure il paese con una enorme risata al Municipio: sarà di buon augurio... Ci ho pensato, e vedrete che lo farò. A Marcantonio, per ora, non gliene dico nulla, perch‚ son sicuro che ne proverebbe dispetto... »

E don Diego non s'ingannava. Difatti, la sera stessa che il Ravì ebbe notizia dell'incombenza data dal suo ~quondam~ genero per una sesta moglie, se lo vide arrivare in casa tutto acceso di stizza:

- Come! Pensate di riammogliarvi? Alla vostra età?

- Eh eh, - sghignò don Diego. Ti faccio notare, Marcantonio, che ho soltanto un annetto di più di quando sposai tua figlia.

- Sta bene, - riprese don Marcantonio, ingozzando bile. - Ma già, è un anno di più, e poi, lo scandalo, lo contate per nulla? Allora non eravate così su la bocca di tutti... Vi parlo nel vostro interesse... Non vi esponete al ridicolo, caro don Diego, e certamente a un rifiuto...

- Quanto al rifiuto, eh eh... non temere... si tratta di scegliere ormai, - lo rassicurò don Diego. - Ho già quattro o cinque proposte...

- Paese di farabutti! - proruppe don Marcantonio. - Cinque proposte! Lo vedete? L'invidiaccia, dunque, li faceva parlare, quand'io vi diedi mia figlia, e mi dissero padre snaturato, e mi dissero Mammone... e che io vendevo la mia propria carne... Farabutti! Avevo ragione!

Il Ravì ignorava che fra le quattro o cinque proposte c'era anche quella della Mèndola, l'accanita vicina, per sua figlia. Ma quello sfogo contro il paese gli fece in parte sbollir la stizza, e pot‚ mettersi a giocare coi due compagni.

- I giovani, che siano in condizione di prender moglie, oggidì son pochi, - disse don Diego, tra una partita e l'altra. - E il vecchietto, nelle condizioni mie, caro Marcantonio, come era piaciuto a te, piace ora anche ad altri...

- Ma si sa! Lo dite a me? - approvò il Ravì più convinto che mai. - Purch‚ voi però, don Diego mio, scusate, vi decidiate a crepar presto, dopo le nozze...

- Eh eh, - sghignò di nuovo don Diego, facendo con tutte e due le mani le corna.

- Ah, ora fo le corna anch'io! - esclamò don Marcantonio. - Anzi vi auguro di campar mill'anni per castigo di tutti quelli che mi vollero calunniare. Vi consiglio però di cangiar registro: niente più giovanotti per casa; altrimenti, potrebbe capitarvi lo stesso caso di questa volta...

Don Diego ne convenne, e aggiunse:

- Mi dispiace per voi, don Pepè; ma, questa volta, al largo! Soltanto, poich‚ siete un buon giovine e ve lo meritate, potrei far questo per voi; consigliare nel testamento a mia moglie di sceglier voi, anzich‚ un altro...

Pepè non prendeva parte alla conversazione. Sorrise mestamente a don Diego e propose di lasciar le carte per quella sera.

CAPITOLO XXVII

- Se ti accorgi veramente e sei certa che ti voglio bene, perch‚ debbo farti paura?

- Ma chi t'ha detto che mi fai paura?

- I tuoi occhi.

Stellina abbassava subito gli occhi.

- No! Guardami... Ecco! Codesti sono gli occhi d'una donna che sia sicura di s‚!

- Può darsi... - si scusava Stellina timidamente. - Ma perch‚ ancora non ho compreso bene il tuo carattere e ho timore non debba farti dispiacere, senza volerlo...

- O non piuttosto, - replicava Ciro, - o non piuttosto perch‚, dentro, la coscienza ti fa qualche rimprovero?

Era un chiodo che gli stava confitto notte e giorno nel cervello.

Aveva stabilito di non rimetter piede mai più in città, almeno fino a che l'Alcozèr era in vita. Sentiva che non avrebbe potuto sostener la vista di quella mummia, la quale aveva pur veduto nell'intimità notturna la donna che ora gli apparteneva; quella mummia, che poteva richiamare alla memoria le notti, in cui ella gli era stata accanto, e rinsudiciarle col pensiero.

La pace della campagna non riusciva a ispirargli la calma. Non vedeva, non udiva nulla, tutto assorto nel suo interno rodìo. Intanto non avrebbe voluto che su Stellina pesassero l'avvilimento che quella nuova specie di gelosia per un vecchio gli cagionava e il pentimento d'averla sposata; pentimento esasperato dall'amore vivissimo che sentiva per lei.

Per distrarsi, si era dato ad esercizii violenti. In una fiera equina aveva comperati venti cavalli tunisini, e ora se li ammaestrava nell'aja, come un domatore  di circo, frustandoli con la rabbia dei cento diavoli che gli ruggivano in corpo. Poi, tutti e venti, via! se lì cacciava davanti a branco, via di galoppo, tartassando i seminati, come un'ira di Dio, via, via tra una nuvola di polvere, fino alla fonte.

- Alt!

E lì li abbeverava.

Al ritorno, gli avveniva talvolta come a quel tale che cercava la bestia, e c'era sopra. E allora imprecazioni e bestemmie, tra i reiterati comandi alle bestie di fermarsi:

- Alt! alt!

E le ricontava; e infine scudisciate alla povera bestia che lo reggeva, come se fosse colpa di lei se il conto non era prima tornato.

Stellina intanto, se aveva qualche argomento di credere che il marito, a suo modo, la amasse, non sapeva poi come dovesse, anche potendo, rispondere all'amore di lui; non trovava la via per entrargli nel cuore e ammansarglielo. Avrebbe voluto riconoscersi contenta, se non del presente stato, d'essere almeno sfuggita a quello odioso di prima; ma glielo impediva da un canto l'angosciosa perplessità, l'incertezza continua di far bene o di far male, in cui l'indole di Ciro la teneva; dall'altro, la paura che egli venisse a scoprire quel che c'era stato con l'Alletto, di cui ogni giorno si sforzava di espungere finanche la memoria. Temeva che se il pensiero di lui, anche momentaneo, le si affacciasse, Ciro potesse leggerglielo davvero negli occhi.

In tale essere, dopo cinque mesi di cruccio senza parola, la povera Stellina abortì, con grave rischio della vita. E allora il Coppa si vide costretto a far ritorno in città.

CAPITOLO XXVIII

- Sono matto? Geloso d'un vecchio, io, Ciro Coppa?

Appena giunto in città, si sentì liberato da quell'incubo che lo aveva oppresso tanti mesi in campagna. E nella nuova disposizione d'animo, volle fare a fidanza con se stesso. Non temeva più rivali. Lui, Ciro Coppa, doveva temere di Pepè Alletto, per esempio? Eh via!

Lo cercò anzi per la città, e, trovatolo, lo chiamò a s‚, mentre l'Alletto, facendo le viste di non essersi accorto di lui, tirava via diritto.

- Pepè! Ti avevo promesso una volta un posticino... Ebbene, te l'ho trovato. Vuoi venire da me?

- Da te?

- Nel mio studio. Lo riapro domani. Avrai da copiare: meglio tu, che un altro. Purch‚ non mi faccia errori d'ortografia...

Pepè rimase a guardarlo a bocca aperta.

- Vieni, vieni, - insistette Ciro. - Hai inteso?

- Ho inteso, sì, - rispose Pepè, non sapendo ancora capacitarsi come e perch‚ il Coppa potesse fargli quella proposta.

- Accetti?

- Io?... E perch‚ no?

- Dunque t'aspetto domattina, alle otto. Ci intenderemo. Addio.

« È ammattito? » si domandò Pepè, appena il Coppa si fu allontanato. « Che vuole da me? Vuole accertarsi se tra me e Stellina non ci fu nulla? Spera di coglierci in fallo? »

Pensò di non andare; si pentì di non aver saputo dirgli di no. Ma ora, avendo accettato la proposta, non poteva più ritirarsi. No, no: doveva andare assolutamente per non fargli supporre ch'egli potesse aver qualche ragione di temere di lui.

E il giorno dopo, alle otto in punto, pallido, con l'animo in subbuglio, fu nello studio di Ciro.

- Vedi? Tutto cambiato! - gli disse questi mostrandogli la nuova scrivania, gli scaffali nuovi e le nuove seggiole lungo le pareti dello scrittojo. - E si cambia vita, caro mio! Arriva un giorno, in cui l'uomo forte sente il dovere d'impegnarsi in una lotta superiore, non più contro gli altri, ma contro se stesso: vincere, dominar la propria natura, l'essenza bestiale, e acquistare sovr'essa una padronanza assoluta.

Così dicendo, agitava in aria nervosamente il frustino, mentre Pepè confuso, stordito, approvava col capo.

- Approvi, ma non comprendi! - riprese Ciro, dopo averlo osservato un momento, con calma. - Non son cose che tu possa comprendere così di leggieri.

- Veramente non... - balbettò Pepè, tentando un sorrisetto nell'imbarazzo.

- Lo so! lo so! Te lo spiego con un esempio. Fino al giorno d'oggi, io sono arrivato al punto che tu, Pepè Alletto, debolissimo uomo, puoi dire a me, Ciro Coppa, così: ~« Ciro, io sostengo che tu sei un vigliacco! »~. - Non ridere, imbecille! - Se mi dicessi così, io, guarda, forse in prima impallidirei un po', stringerei le pugna per contenermi, chiuderei gli occhi, inghiottirei; poi, dominato l'impeto, ti risponderei con la massima calma e con garbo anche: ~« Caro Pep‚, ti sembro un vigliacco? Ragioniamo, se non ti dispiace, codesto tuo asserto »~. Che te ne pare? N‚ mi fermerò qui, sai! Ogni giorno una nuova conquista su la mia natura, su la bestia. La vincerò io, non dubitare! Intanto, siedi là: quello è il tuo tavolino. Ci son carte da copiare: calligrafia chiara: attento alla punteggiatura, e bada all'ortografia... Non ti dico altro.

XXIX

Da quel giorno cominciò per Pepè una nuova vita di indicibili angustie. Andava ogni mattina allo studio con l'animo sospeso, nella più angosciosa incertezza, dopo aver meditato tutta la notte per comprendere, o intravedere almeno, che cosa in fondo Ciro volesse da lui.

Ciro passeggiava per lo scrittojo, davanti al tavolino.

- L'ortografia... Mi raccomando. Jeri mi hai scritto prestigio con due ~g~.

Di tanto in tanto si fermava, e Pepè, curvo e intento a ricopiare, sentendo fissi su lui gli occhi del Coppa, domandava a se stesso: « Perch‚ mi guarda così? ».

Certi altri giorni Ciro non passeggiava: se ne stava col volto nascosto, affondato tra le braccia conserte su la scrivania. Pepè allora levava gli occhi a osservarlo.

« Che ha? Uhm! »

Talvolta, non riuscendo a comprendere qualche parola della bozza da ricopiare, si vedeva costretto a chiamarlo, e lo faceva piano. Ciro non rispondeva.

« Dorme? » si domandava Pepè, e lo chiamava di nuovo, soggiungendo: - Ti senti male?

- No. Mi lavoro dentro, - mormorava cupamente Ciro, senza levar la testa.

Pepè allungava la faccia a quella risposta enigmatica, ci ripensava un tratto, poi si stringeva nelle  spalle, lasciava in bianco la parola indecifrabile e si rimetteva a copiare.

- Maledizione! - urlava a un certo punto Ciro, balzando in piedi. - Maledizione! Maledizione!

- Che hai? - gli domandava Pepè, spaventato dallo scatto improvviso.

- Dimmi che ti faccio tremare! - ruggiva Ciro, appuntando le braccia sul tavolino di Pepè. - Dimmi subito, confessa che quando mi vedi ti tremano i ginocchi!

- E perch‚?... - balbettava Pepè.

- Ah, non lo sai, buffone, che se ti afferro con queste mani, se ti do un pugno, ti attondo, ti estinguo?

- Lo so, - diceva Pepè, con un sorriso tremante e gli occhi supplici. - Ma non c'è ragione... Tranne che non sia impazzito...

Ciro si staccava dal tavolino.

- Va bene. Scrivi. Devo ridurmi a questo: di metterti in mano uno scudiscio e di comandarti di scudisciarmi a sangue! Con la ragione questa mia porca natura non è governabile: ci vuole il bastone e, se fai piano, non sente neanche questo... La rendo, la rendo infelice, quella povera figliuola... Bastonate! Bastonate! Bastonate, mi merito!

Ah, che stesse davvero per impazzire, lo temeva ormai lui stesso. Da che s'era fatta questa nuova fissazione, di vincer la propria natura, quasi non mangiava più, non dormiva più, non aveva più un momento di requie. Voleva dare a se stesso la prova maggiore della sua vittoria. E questa prova doveva consistere nel far venire lì, nello studio, Stellina, presente Pepè. Passeggiando, era tentato d'accostar la bocca al portavoce in un angolo dello scritto o, per dire a Stellina che venisse giù. Si fermava a osservar Pepè, quasi per mostrare ai suoi sentimenti in lotta quanto fosse ridicola, indegna di lui, la gelosia per quell'essere nullo, per quel mingherlino pallido come un filo di paglia. Eppure, no, no, ecco: non poteva accostar la bocca al portavoce lì, in quell'angolo, che lo tentava. E allora andava a sprofondare il volto tra le braccia, su la scrivania, « a lavorarsi dentro », e scattava infine urlando: - Maledizione!

Ne la lotta interna finiva lì, nello studio. Anche in Tribunale, in Corte d'Assise, gli veniva a un tratto la tentazione di vincere quel sentimento ribelle a ogni prova. Si volgeva a Pepè, che gli sedeva accanto, davanti al banco degli avvocati, e gli ordinava di recarsi allo studio a prendere qualche carta che gli bisognava.

- Se non la trovi, va' sù da mia moglie, e falla cercar da lei...

Ma, appena Pepè usciva dalla sala, eccolo corrergli dietro, chiamandolo a voce alta giù per la scala del palazzo di giustizia.

- Pepè! Pepè! Torna indietro... Non ho più bisogno di quella carta...

Un giorno però non fece in tempo a richiamarlo. Gli sguinzagliò dietro tutti gli uscieri della Corte. Il Pubblico Ministero stava per chiudere la sua arringa, ed egli non poteva abbandonar l'aula: doveva parlare.

- Zitto! zitto, perdio! - gridò allora il Coppa trasfigurato, tutto vibrante, sorgendo in piedi e battendo le pugna sul banco, rivolto al Procuratore del Re. - Io ottengo in questo momento una vittoria sublime su me stesso, e non posso tollerare più oltre che voi rovesciate addosso a me, addosso ai signori giurati, i calcinacci dell'edificio del buon senso, che da un'ora vi provate ad abbattere col vostro piccone ottuso e irrugginito!

Successe un pandemonio: i colleghi avvocati si slanciarono sul Coppa per farlo tacere e sedere; il Presidente si levò in piedi scampanellando, coi giudici, i giurati, storditi; il pubblico diviso proruppe in imprecazioni e in applausi. Tra le grida e la confusione generale, Ciro colse a volo una frase ingiuriosa del Procuratore del Re e, afferrato il calamajo dal banco, glielo scagliò contro come un sasso. Intervennero allora i carabinieri di sentinella al gabbione: il Presidente urlava:

- Traetelo in arresto!

Tra i carabinieri e il Coppa s'impegnò una viva colluttazione; questi, come un toro impastojato, cercava in tutti i modi di divincolarsi; ma a un tratto, quelli se lo videro mancar tra le braccia, inerte, pesante.

Un improvviso moto d'orrore e di costernazione. L'aula che s'era votata si ripopolò in breve di volti pallidi, ansiosi, atterriti: dai banchi dei giurati, dal banco della presidenza, dalle seggiole, guardavano tutti, in piedi, il Coppa adagiato su una sedia col capo ripiegato sul petto, rantolante, colpito d'apoplessia.

XXX

Verso la mezzanotte, attorno al letto su cui Ciro aveva or ora cessato di rantolare, si ritrovarono Stellina, Pepè e Marcantonio Ravì, come in un'altra veglia, attorno a un altro letto.

Stellina, però, questa volta, piangeva con la faccia nascosta nel fazzoletto; e il suo pianto irritava don Marcantonio, scuro e taciturno, e avviliva Pepè.

Seduto su la greppina, con le braccia attorno al collo dei due figliuoli del Coppa, che gli sedevano accanto silenziosi, con gli occhi velati di lagrime, fissi sul volto esanime del padre, Pepè pensava alla sorella Filomena, morta in quella stessa camera, ora come allora rischiarata da quattro torce funebri a gli angoli del letto; e gli pareva di vederla lì stesa, accanto al marito. Ed ecco i due piccoli orfani, i due piccoli esseri rimasti in quella casa. Pep‚ se li teneva stretti sul petto e sentiva, nell'esaltazione del dolore, che la povera Filomena, dal mondo di là, glieli affidava. Con lo sguardo dolorosamente fisso su Stellina aspettava, aspettava, che ella levasse gli occhi dal fazzoletto e lo vedesse così e comprendesse.

A un certo punto don Marcantonio sbuffò:

- Questo, che pareva un leone, eccolo qua: morto! E quel vecchiaccio, sano e pieno di vita! Doman l'altro, sposa Tina Mèndola, la tua cara amica... Don Pepè, dopo tutto...

Non finì la frase.

- Un paio di forbici, figlia mia. Senti come scoppiettano queste torce? Bisogna aver occhio a tutto, nella vita, ed anche a questo...

 

Roma 1895

Indice

capitolo I

Giovane d'oro, sì sì, giovane d'oro, Pepè Alletto! - il Ravì si sarebbe...

capitolo II

Don Diego Alcozèr già si faceva vedere per la città in compagnia...

capitolo III

- Ecco... va bene; io non ho fretta, Marcantonio mio, - diceva...

capitolo IV

Circa due mesi dopo si celebrarono in casa Ravì le nozze...

capitolo V

- Nossignore, bestia! T'insegno io come si fa in questi casi...

capitolo VI

Pepè trovò la sorella che si aggirava come un'ombra...

capitolo VII

Pepè rimase a riflettere nello studio, passeggiando...

capitolo VIII

Il Ravì attendeva impaziente da circa due ore...

capitolo IX

Pepè Alletto s'era preso un gran colpo a bandoliera,...

capitolo X

Quante spine da quel giorno ebbe il letto per il povero Pepè!...

capitolo XI

Del bruno per la sorella e del pallore lasciatogli dalla lunga convalescenza...

capitolo XII

In una di quelle serate si concertò per la prossima domenica una gita...

capitolo XIII

- Oh santo figliuolo! donde venite con questo tempo da lupi? - gridò il Ravì...

capitolo XIV

Quantunque don Diego fosse già entrato in convalescenza, Pepè Alletto...

capitolo XV

Sentendo il campanello della porta, donna Bettina non mancò ...

capitolo XVI

Di non andar quel giorno in casa Alcozèr, Pepè non volle metterlo...

capitolo XVII

Burrasca, anzi tempesta, quel giorno, in casa di don Diego....

capitolo XVIII

È in casa don Pepè? - domandò, ansante, don Marcantonio Ravì...

capitolo XIX

Studiava ancora, quando, insolitamente, si vide davanti Ciro...

capitolo XX

Così Ciro cominciò a frequentar la casa dell'Alcozèr, in cui venivano...

capitolo XXI

Tre giorni dopo, don Diego Alcozèr si presentò in casa del Ravì...

capitolo XXII

Esortandosi per via con frasi vibranti di sdegno, Marcantonio Ravì...

capitolo XXIII

Pepè Alletto si era spiegato l'impegno posto da Ciro nel condurre...

capitolo XXIV

Don Diego Alcozèr, il giorno dopo le nozze del Coppa con Stellina...

capitolo XXV

Ogni sera i tre sconfitti si riunivano là, in casa di don Diego...

capitolo XXVI

No no, don Diego così, sotto la minaccia di restar solo la notte...

capitolo XXVII

- Se ti accorgi veramente e sei certa che ti voglio bene, perché...

capitolo XXVIII

- Sono matto? Geloso d'un vecchio, io, Ciro Coppa?...

capitolo XXIX

Da quel giorno cominciò per Pepè una nuova vita di indicibili angustie...

capitolo XXX

Verso la mezzanotte, attorno al letto su cui Ciro aveva or ora cessato...

 

 

Nota

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[1] - diàscane = diàmine

Indice Biblioteca Progetto 200

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011