Luigi Pirandello

L'ESCLUSA

Edizione di riferimento:

- Luigi Pirandello, L'Esclusa, a cura di Luisella Rosboch, collana diretta da Paola Dagna Campagnoli e Maria Teresa Lupidi Sciolla, Edizioni il Capitello, Torino 1995

Parte prima

I

Antonio Pentàgora s'era già seduto a tavola tranquillamente per cenare, come se non fosse accaduto nulla.

Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto basso, il suo volto tarmato pareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della cotenna rasa, ridondante sulla nuca. Senza giacca, con la camicia floscia celeste, un po' stinta, aperta sul petto irsuto, e le maniche rimboccate sulle braccia pelose, aspettava che lo servissero.

Gli sedeva a destra la sorella Sidora, pallida e aggrottata, con gli occhi acuti adirati e sfuggenti sotto il fazzoletto di seta nera che teneva sempre in capo. A sinistra, il figlio Niccolino, spiritato, con la testa orecchiuta da pipistrello sul collo stralungo, gli occhi tondi tondi e il naso ritto. Dirimpetto era apparecchiato il posto per l'altro figlio, Rocco, che rientrava in casa, quella sera, dopo la disgrazia.

Lo avevano aspettato finora, per la cena. Poiché tardava, s'erano messi a tavola. Stavano in silenzio tutt'e tre, nel tetro stanzone, dalle pareti basse, ingiallite, lungo le quali correvano due interminabili file di seggiole quasi tutte scompagne. Dal pavimento un po' avvallato, di mattoni rosi, spirava un tanfo indefinibile, d'appassito.

Finalmente, Rocco apparve sulla soglia, cupo, disfatto. Era uno stangone biondo, di pochi capelli, scuro in viso e con gli occhi biavi, quasi vani e smarriti, che però gli diventavano cattivi quando aggrottava le sopracciglia e stringeva la bocca larga, dalle labbra molli, violacee. Camminando sulle gambe aperte, si dimenava sul busto e seguiva con la testa e con le braccia l'andatura. Ogni tanto aveva un tic alle corde del collo che gli faceva protendere il mento e tirare in giù gli angoli della bocca.

- Oh, bravo Roccuccio, eccolo qua! - esclamò il padre fregandosi le grosse mani ruvide, piene d'anelli massicci.

Rocco stette un po' a guardare i tre seduti a tavola, poi si buttò su la prima seggiola presso l'uscio, coi gomiti su le ginocchia, le pugna sotto il mento, il cappello su gli occhi.

- Oh, e àlzati! - riprese il Pentàgora. - T'abbiamo aspettato, sai? Non mi credi? Parola d'onore, fino alle dieci... no, più, più... che ora è? Vieni qua: ecco il tuo posto: apparecchiato, qua, come prima.

E chiamò, forte:

- Signora Popònica!

- Epponìna, - corresse Niccolino a bassa voce.

- Zitto, bestia, lo so. Voglio chiamarla Popònica, come tua zia. Non è permesso?

Rocco, incuriosito, alzò la testa e brontolò:

- Chi è Popònica?

- Ah! una signora caduta in bassa fortuna, - rispose allegramente il padre. - Vera signora, sai? Da jeri ci fa da serva. Tua zia la protegge.

- Romagnola, - aggiunse Niccolino, sommessamente.

Rocco ripiegò la testa su le mani; e il padre, soddisfatto, si recò pian piano alle labbra il bicchiere ricolmo; lo scoronò con un sorsellino cauto; poi strizzò un occhio a Niccolino e, facendo schioccare la lingua:

- Buono! - disse. - Roccuccio, vino nuovo; fa stringer l'occhio... Assaggia, assaggia, ti rimetterà lo stomaco. Sciocchezze, figlio mio!

E tracannò il resto in un fiato.

- Non vuoi cenare? - domandò poi.

- Non può cenare, - osservò piano Niccolino.

Tacquero tutti, badando che le forchette non frugassero nei piatti, come per non offendere il silenzio ch'empiva penosamente lo stanzone. Ed ecco la signora Popònica, coi capelli color tabacco di Spagna, unti non si sa di qual manteca, gli occhi ammaccati e la bocca grinzosa appuntita, entrare tentennante su le gambette, forbendosi le mani piccole, sconciate dal lavoro, in una giacca smessa del padrone, legata per le maniche intorno alla vita a mo' di grembiule. La tintura dei capelli, l'aria mesta del volto davano a vedere chiaramente che quella povera signora caduta in bassa fortuna avrebbe forse desiderato qualcosa di più che il disperato amplesso di quelle maniche vuote.

Subito Antonio Pentàgora con la mano le fe' cenno d'andar via: non c'era più bisogno di lei, poiché Rocco non voleva cenare. Quella inarcò le ciglia, sbalzandole fin sotto i capelli, distese su gli occhi dolenti le pàlpebre cartilaginose, e andò via, dignitosa, sospirando.

- Ricòrdati, oh! che te l'avevo predetto, - uscì a dire finalmente il Pentàgora.

Sonò il suo vocione così urtante nel silenzio, che la sorella Sidora, quantunque sempre astratta, balzò da sedere, tolse dalla tavola il piatto dell'insalata, ghermì un tozzo di pane, e scappò via, a finir di cenare in un'altra stanza.

Antonio Pentàgora la seguì con gli occhi fino all'uscio, poi guardò Niccolino e si stropicciò il capo con ambo le mani, aprendo le labbra a un ghigno frigido, muto.

Ricordava.

Tant'anni addietro, anche a lui, di ritorno alla casa paterna dopo il tradimento della moglie, la sorella Sidora, bisbetica fin da ragazza, aveva voluto che non si movesse alcun rimprovero. Zitta zitta, lo aveva condotto nell'antica sua camera da scapolo, come se con ciò avesse voluto dimostrargli che si aspettava di vederselo un giorno o l'altro ricomparire davanti, tradito e pentito.

- Te lo avevo predetto! - ripeté, riscotendosi da quel ricordo lontano, con un sospiro.

Rocco si alzò, smanioso, esclamando:

- Non trovi altro da dirmi?

Niccolino allora tirò, sotto sotto, la giacca al padre, come per dirgli: «Stia zitto!».

- No! - gridò forte il Pentàgora su la faccia di Niccolino. - Vieni qua, Roccuccio! Lèvati codesto cappello dagli occhi... Ah, già: la ferita! Lasciami vedere...

- Che m'importa della ferita? - gridò Rocco, quasi piangente dalla rabbia, sbertucciando e sbatacchiando il cappello sul pavimento.

- Sì, guarda come ti sei conciato... Acqua e aceto, subito: un bagnolo.

Rocco minacciò:

- Ancora? Me ne vado!

- E vàttene! Che vuoi da me? Parla, sfògati! Ti prendo con le buone, e spari calci... Mettiti il cuore in pace, figliuolo mio! La lettera, io dico, avresti potuto raccoglierla con più garbo, senza romperti così la fronte nello sportello dell'armadio. Ma basta: sciocchezze! Denari ne hai quanti ne vuoi; femmine, potrai averne quante ne vorrai. Sciocchezze!

Sciocchezze! era il suo modo d'intercalare e accompagnava ogni volta l'esclamazione con un gesto espressivo della mano e una contrazione della guancia.

Si levò di tavola e, recatosi presso il cassettone, su cui stava accoccolato un grosso gatto bigio, trasse una candela; staccò, per dare a vedere ciò che intendeva fare, i gocciolotti dal fusto; poi l'accese e sospirò:

- E ora, con l'ajuto di Dio, andiamo a dormire!

- Mi lasci così? - esclamò Rocco, esasperato.

- E che vuoi che ti faccia? Se parlo ti secchi... Debbo stare qua? Ebbene, stiamo qua...

Soffiò su la candela e sedé su una seggiola presso il canterano. Il gatto gli saltò sulle spalle.

Rocco passeggiava per lo stanzone, mordendosi a quando a quando le mani o facendo con le pugna serrate gesti di rabbia impotente. Piangeva.

Niccolino, seduto ancora a tavola, sotto la lampada, arrotondava con l'indice pallottoline di mollica.

- Non hai voluto darmi ascolto, - riprese, dopo un lungo silenzio, il padre. - Hai... ehm...! sì, hai voluto fare come me... Mi viene quasi da ridere, che vuoi farci? Ti compatisco, bada! Ma è stata, Rocco mio, una riprova inutile. Noi Pentàgora... - quieto, Fufù, con la coda! noi Pentàgora con le mogli non abbiamo fortuna.

Tacque un altro pezzo, poi ripigliò lentamente, sospirando:

- Già lo sapevi... Ma tu credesti d'aver trovato l'araba fenice. E io? Tal quale! E mio padre, sant'anima? Tal quale!

Fece con una mano le corna e le agitò in aria.

- Caro mio, vedi queste? Per noi, stemma di famiglia! Non bisogna farsene.

A questo punto, Niccolino, che seguitava ad arrotondare tranquillamente pallottoline, sghignò.

- Sciocco, che c'è da ridere? - gli disse il padre, levando sù dal petto il testone raso, sanguigno. - È destino! Ognuno ha la sua croce. La nostra, è qua! Calvario.

E si picchiò sul capo.

- Ma, alla fin fine, sciocchezze! - seguitò. - Croce che non pesa, è vero, Fufù? quando abbiamo cacciato via la moglie. Anzi, porta fortuna, dicono. La gente piglia moglie, come si piglia in mano la fisarmonica, che pare chiunque debba saperla sonare. Sì, a stendere e a stringere il màntice, non ci vuol molto; ma a muover le dita di quella maniera per pigiare su i tasti, lì ti voglio! Dicono che sono cattivo. Ma perché sono cattivo? Come sto in pace io, così vorrei che stésse in pace tutto il mondo. Ci sono però di questi tali, che quando possono dir male di uno, pare che ingrassino. Del resto a me mi fa più utile chi mi biasima. Sai che faccio? Prendo il biasimo e me l'applico qua.

Si picchiò sulla natica. E poco dopo ripigliò:

- Chi vuol morire, muoja. Io m'ingegno di campare. Salute, ne abbiamo da vendere e, per tutto il resto, la grazia di Dio non ci manca. Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d'ingannare i mariti. Quand'io sposai, figlio mio, tuo nonno mi disse precisamente quel che poi io ripetei a te, parola per parola. Non volli ascoltarlo, come tu non hai voluto ascoltarmi. E si capisce! Ognuno vuol farne esperienza da sé. Che cosa credevo io che fosse Fana, mia moglie? Precisamente ciò che tu, Roccuccio mio, credevi che fosse la tua: una santa! Non ne dico male, né gliene voglio: ne siete testimonii. Do a vostra madre tanto che possa vivere, e permetto che voi andiate a visitarla una volta l'anno, a Palermo. M'ha reso in fin dei conti un gran servizio: m'ha insegnato che si deve obbedire ai genitori. Dico perciò a Niccolino: «Tu almeno, figliuolo mio, sàlvati!».

Quest'uscita non piacque a Niccolino, che già faceva all'amore:

- Ma pensate a vojaltri, voi, che a me ci penso io!

- A lui, oibò! a lui... ah, figlio mio! - esclamò sogghignando il Pentàgora. - Ma San Silvestro... Ma San Martino...

- Va bene, va bene, - rispose Niccolino irritatissimo. - Ma a noi la mamma, poveretta, che male ha fatto, se pur è vero che...?

Niccoli', ora mi secchi! - lo interruppe il padre, levandosi in piedi. - È destino, sciocconaccio! E io parlo per il tuo bene. Prendi, prendi moglie, se tre esperienze non ti bastano, e - se sei davvero dei Pentàgora - vedrai!

Si liberò del gatto con una scrollata, tolse dal canterano la candela e, senza neanche accenderla, scappò via.

Rocco aprì la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.

La notte era umida. In basso, dopo il ripido degradare delle ultime case giù per la collina, la pianura immensa, solitaria, si stendeva sotto un velo triste di nebbia, fino al mare laggiù, rischiarato pallidamente dalla luna. Quant'aria, quanto spazio fuori di quell'alta finestra angusta! Guardò la facciata della casa, esposta lassù ai venti, alle piogge, malinconica nell'umidore lunare; guardò in basso la viuzza nera, deserta, vegliata da un solo fanale piagnucoloso; i tetti delle povere case raccolte nel sonno; e si sentì crescere l'angoscia. Rimase attonito, quasi con l'anima sospesa, a mirare; e come, dopo un violento uragano, lievi nuvole vagano indecise, pensieri alieni, memorie smarrite, impressioni lontane gli s'affacciarono allo spirito, senza precisarsi tuttavia. Pensò che lì, in quella straducola angusta, quand'egli era bambino, proprio sotto a quel fanale dal fioco lume vacillante, una notte, era stato ucciso un uomo a tradimento; che poi una serva gli aveva detto che lo spirito di quell'ucciso era stato veduto da tanti; e lui ne aveva avuto una gran paura e per parecchio tempo non aveva più potuto affacciarsi di sera a guardare in quella via... Ora la casa paterna, lasciata da circa due anni, lo riprendeva, con tutte le reminiscenze, con l'oppressione antica. Egli era libero di nuovo, come ritornato scapolo. Avrebbe dormito solo, quella notte, nella cameretta nuda, nel lettuccio di prima: solo! La sua casa maritale, coi ricchi mobili nuovi, era rimasta vuota, buja... le finestre erano rimaste aperte... e quella luna, calante tra le brume sul mare lontano, doveva vedersi certo anche dalla sua camera da letto... Il suo letto a due... tra i cortinaggi di seta rosea... ah! Strizzò gli occhi e serrò le pugna. E domani? che sarebbe stato domani, quando tutto il paese avrebbe saputo ch'egli aveva scacciato di casa la moglie infedele?

Là, col capo immerso nel vasto silenzio malinconico della notte punto qua e là e vibrante da stridi rapidi di pipistrelli invisibili, con le pugna ancora serrate, Rocco gemette, esasperato:

- Che debbo fare? che debbo fare?

- Scendi giù dall'Inglese - insinuò piano e quieto Niccolino, che se ne stava ancor presso la tavola, con gli occhi fissi su la tovaglia.

Rocco stolzò alla voce, e si voltò, stordito da quel consiglio e dal vedere il fratello ancora lì, impassibile, sotto la lampada.

- Da Bill? - gli domandò, accigliato. - E perché?

- Io, nel tuo caso, farei un duello, - disse con aria semplice e convinta Niccolino, raccogliendo nel cavo della mano tutte le pallottoline arrotondate e andando a buttarle dalla finestra.

- Un duello? - ripeté Rocco, e stette un poco a pensare, impuntato; poi proruppe: - Ma sì, ma sì, ma sì, dici bene! Come non ci avevo pensato? Sicuro, il duello!

Dalla chiesa vicina giunsero i rintocchi lenti della mezzanotte.

- Mezzanotte.

- L'Inglese sarà sveglio.

Rocco raccolse il cappello ammaccato dal pavimento.

- Ci vado!

II

Per la scala, al bujo, Rocco Pentàgora rimase un tratto perplesso, se picchiare all'uscio dell'Inglese o a quello più giù d'un altro pigionante, il professor Blandino.

Antonio Pentàgora aveva edificato quella sua casa, che pareva un torrione, a piano a piano. Al quarto, per il momento, s'era arrestato. Ma, o che la casa rimanesse veramente fuori mano, o che nessuno volesse aver da fare col proprietario, il fatto era che al Pentàgora non riusciva mai d'appigionarne un quartierino. Il primo piano era vuoto da tant'anni; del secondo una sola camera era occupata da quel professor Blandino, affidato alle cure della signora Popònica; del terzo, parimenti una sola, dall'inglese Mr H.W. Madden, detto Bill. Tutte le altre, qua e là, dai topi. Il portinajo aveva la dignitosa gravità d'un notajo; ma, cinque lire al mese; per cui non salutava mai nessuno.

Luca Blandino, professore di filosofia al Liceo, su i cinquant'anni, alto, magro, calvissimo, ma in compenso enormemente barbuto, era un uomo singolare, ben noto in paese per le incredibili distrazioni di mente a cui andava soggetto. Aggiogato per necessità e con triste rassegnazione all'insegnamento, assorto di continuo nelle sue meditazioni, non si curava più di nulla n‚ di nessuno. Tuttavia, chi avesse saputo all'improvviso impressionarlo, così da farlo per poco discendere dalla sfera di quei suoi nuvolosi pensieri, avrebbe potuto tirarlo dalla sua e farsene ajuto prezioso e disinteressato. Rocco lo sapeva.

Uomo non meno singolare era il Madden, professore anche lui, ma privato, di lingue straniere. Dava a pochissimo prezzo lezioni d'inglese, di tedesco, di francese, bistrattando l'italiano. Piazza internazionale, dunque, quella sua fronte smisurata. I capelli aurei, finissimi, pareva gli si fossero allontanati dai confini della fronte e dalle tempie per paura del naso adunco, robusto; ma in cerca di loro, dalla punta delle sopracciglia serpeggiavano sù sù, come per andarsi a nascondere, due vene sempre gonfie. Sotto le sopracciglia s'appuntavano gli occhietti grigio-azzurri, a volta astuti, a volta dolenti, come gravati dalla fronte. Sotto il naso, i baffetti color di fieno, tagliati rigorosamente intorno al labbro. Nonostante la fronte monumentale, la natura aveva voluto dotare il corpo del signor Madden d'una certa agilità scimmiesca; e il signor Madden subito aveva tratto partito anche di questa dote: nelle ore d'ozio, dava lezioni di scherma; ma così, senz'alcuna pretesa, badiamo!

Probabilmente neppur lui, povero Bill, avrebbe saputo ridire come mai dalla nativa Irlanda si fosse ridotto in un paese di Sicilia. Nessuna lettera mai dalla patria! Era proprio solo, con la miseria dietro, nel passato, e la miseria davanti, nell'avvenire. Così abbandonato alla discrezione della sorte, pure non s'avviliva. In verità, il signor Madden aveva in mente, per sua ventura, più vocaboli che pensieri; e se li ripassava di continuo.

Rocco - come Niccolino aveva supposto - lo trovò sveglio.

Bill stava seduto su un vecchio, sgangherato canapè davanti a un tavolino, con la gran fronte illuminata da una lampada dal paralume rotto; senza scarpe, teneva una gamba accavalciata su l'altra e dava morsi da arrabbiato a un panino imbottito, guardando religiosamente una bottiglia sturata di pessima birra, che gli stava davanti.

Ogni mattone, in quella camera, reclamava la scopa e una cassetta da sputare per il signor Madden; reclamavano le pareti e i pochi decrepiti mobili uno spolveraccio; reclamava il letticciuolo dai trespoli esposti le solide braccia d'una servotta, che lo rifacessero almeno una volta la settimana; reclamavano gli abiti del signor Madden non una spazzola, ma una brusca, piuttosto, da cavallo.

Le vetrate dell'unica finestra erano aperte; le persiane, accostate. Le scarpe del signor Madden, una qua, una là, in mezzo alla camera.

- Oh Rocco! - esclamò con la barbara pronunzia, nella quale gargarizzava, schiacciava, sputava vocali e consonanti, con sillabazione spezzata, come se parlasse con una patata calda in bocca.

- Scusa, Bill, se vengo così tardi, - disse Rocco, con faccia cadaverica. - Ho bisogno di te.

Bill ripeteva quasi sempre le ultime parole del suo interlocutore, come per agganciarvi la risposta:

- Di me? un momento. È mio dovere di rimettere prima le scarpe.

E guardò, sconcertato, la ferita su la fronte dell'amico.

- Ho avuto una lite.

- Non capisco.

- Una lite! - urlò Rocco, additando la fronte.

- Ah, una lite, benissimo: a strife, der Streite, une mêlée, yes, capito benissimo. Si dice lite in italiano? Li-te, benissimo. Che cosa posso io fare?

- Ho bisogno di te.

- (Li-te). Non capisco.

- Voglio fare un duello!

- Ah, un duello, tu? Benissimo capito.

- Ma non so, - riprese Rocco, - non so proprio nulla di... di scherma. Come si fa? Non vorrei farmi ammazzare come un cane, capisci?

- Come un cane, benissimo capito. E allora qualche... coup? Ah, un colpo - si dice? Sì, infallible, io te lo insegnare. Molto semplice, sì. Subito?

E Bill, con una mossa da scimmia ben educata, staccò dalla parete due vecchi fioretti arrugginiti.

- Aspetta, aspetta... - gli disse Rocco, turbandosi alla vista di quei ferracci. - Spiegami, prima... Io sfido, è vero? oppure, schiaffeggio e sono sfidato. I padrini discutono, si mettono d'accordo. Duello alla sciabola, poniamo. Si va sul luogo stabilito. Ebbene, che si fa? Ecco, voglio saper tutto, con ordine.

- Sì, ecco, - rispose il Madden, a cui l'ordine, parlando, piaceva, per non imbrogliarsi; e si mise a spiegargli alla meglio, a suo modo, i preliminari d'un duello.

- Nudo? - domandò a un certo punto Rocco, costernatissimo. - Come nudo? perché?

- Nudo... di camicia, - rispose il Madden. - Nudo il... come si dice? le tronc du corps... die Brust... ah, yes, torso, il torso. O puramente, senza nudo, sì... come si vuole.

- E poi?

- Poi? Eh, si duellare... La sciabla; in guardia; à vous!,

- Ecco, - disse Rocco, - io, per esempio, prendo la sciabola; avanti, insegnami... Come si fa?

Bill gli dispose bene, prima di tutto, le dita di tra le basette. Rocco si lasciò piegare, stirare, atteggiare come un automa. Si avvilì presto però in quelle insolite positure stentate. - Cado! cado!, - e il braccio teso gli si stancava, gli s'irrigidiva; il fioretto, possibile? pesava troppo. - eh! eh! olà! oilà, - incitava intanto il Madden. - Aspetta, Bill! - nel dare quel colpo, il piede sinistro come poteva star fermo? e il destro, Dio! Dio! non poteva più ritrarsi in guardia! A ogni movimento il sangue gli affluiva con impeto alla ferita della fronte. Intanto, alle pareti, i decrepiti mobili pareva che sussultassero, sbalorditi, agli sbalzi ridicoli delle ombre mostruosamente ingrandite di quei duellanti notturni.

bum! bum! bum! - alcuni colpi bussati con rabbia sotto il pavimento.

Il Madden ristette, scosciato, con la gran fronte imperlata di sudore. Tese l'orecchio.

- Abbiamo svegliato il professore Luca!

Rocco si era abbandonato, rifinito, su una seggiola, con le braccia ciondoloni, la testa cascante, appoggiata alla parete; quasi in deliquio. Pareva, in quell'atteggiamento, che avesse già terminato il duello con l'avversario e ricevuto una ferita mortale.

- Abbiamo svegliato il professor Luca, - ripeté Bill, guardando Rocco, a cui tale notizia pareva non arrecasse alcuna spiacevole sorpresa.

- Andrò io dal Blandino, - diss'egli alla fine, levandosi in piedi. - Bisogna sbrigar tutto prima di domani. Il Blandino mi farà da testimonio. Addio; grazie, Bill. Conto anche su te, bada.

Il Madden accompagnò col lume in mano l'amico fino alla porta; aspettò sul pianerottolo che il professor Blandino venisse ad aprire e, allorché la porta del secondo piano fu richiusa, si ritirò facendo un suo gesto particolare con la mano, come se si cacciasse una mosca ostinata dalla punta del naso.

Luca Blandino accolse di malumore quella visita notturna. Borbottando, barcollando, introdusse Rocco per le altre stanze deserte, nella sua camera; poi, col barbone grigio abbatuffolato e gli occhi gonfii e rossi dal sonno interrotto, sedé sul letto con le gambe nude, pelose, penzoloni.

- Professore, abbia pietà di me, e mi perdoni, - disse Rocco. - Mi metto nelle sue mani.

- Che t'è accaduto? Tu sei ferito! - esclamò il Blandino con voce rauca, guardandolo con la candela in mano.

- Sì... ah se sapesse! Da dieci ore, io... Sa, mia moglie?

- Una disgrazia?

- Peggio. Mia moglie m'ha... L'ho scacciata di casa...

- Tu? Perché?

- Mi tradiva... mi tradiva... mi tradiva...

- Sei matto?

- No! che matto!

E Rocco si mise a singhiozzare, nascondendo la faccia tra le mani e nicchiando:

- Che matto! che matto!

Il professore lo guardava dal letto, non credendo quasi agli occhi suoi, ai suoi orecchi, così soprappreso nel sonno.

- Ti tradiva?

- L'ho sorpresa che... che leggeva una lettera... Sa di chi? dell'Alvignani!

- Ah birbante! Gregorio? Gregorio Alvignani?

- Sissignore - (e Rocco inghiottì). - Ora, capisce, professore... così... così non può, non deve finire! Egli è partito.

- Gregorio Alvignani?

- Scappato, sissignore. Questa sera stessa. Non so dove, ma lo saprò. Ha avuto paura... Professore, mi metto nelle sue mani.

- Io? Che c'entro io?

- Una soddisfazione, professore, io una soddisfazione certamente me la devo prendere, di fronte al paese. Non le pare? Posso restar così?

- Piano, piano... Càlmati, figlio mio! Che c'entra il paese?

- L'onore mio, professore! Le pare che non c'entri? Debbo difendere il mio onore... di fronte al paese...

Luca Blandino scrollò le spalle, seccato.

- Lascia stare il paese! Bisogna riflettere, ragionare. Prima di tutto: ne sei ben sicuro?

- Ho le lettere, le dico, le lettere che lui le buttava dalla finestra!

- Lui, Gregorio? come un ragazzino? Ma mi dici davvero? Ohi, ohi, ohi... Le buttava le lettere dalla finestra?

- Sissignore, le ho qua!

- Ma guarda, guarda, guarda... E tua moglie, santo Dio! Non è figlia di Francesco Ajala, tua moglie? Bada, caro mio, che quello è una bestia feroce... Adesso nasce un macello... Che m'hai detto? Che m'hai detto? Vah... vah... vah... Dalla finestra? Le buttava le lettere dalla finestra, come un ragazzino?

- Posso contare su lei, professore?

- Su me? Perché? Ah tu vorresti fare... Aspetta, figliuolo mio, bisogna ragionare... Mi hai tutto scombussolato... Non è possibile, adesso...

Scese dal letto; accostò a Rocco e, battendogli una mano su la spalla, aggiunse:

- Torna sù, figliuolo mio... Tu soffri troppo, lo vedo... Domani, eh? con la luce del sole. Ne riparleremo domani; ora è tardi... Va' a dormire, se ti sarà possibile... va' a dormire, figlio mio...

- Ma mi prometta fin d'ora... - insisté Rocco.

- Domani, domani, - lo interruppe di nuovo il Blandino, spingendolo verso l'uscio. - Ti prometto... Ma che birbante, oh! Le lettere gliele buttava dalla finestra? Bisogna aspettarsi di tutto a questo mondaccio, caro mio! Povero Roccuccio, ma guarda! ti tradiva... Sù, sù, andiamo...

- Professore... non m'abbandoni, per carità! Conto su lei!

- Domani, domani, - ripeté il Blandino. - Povero Roccuccio... la vita, eh? che miseria... Buona notte, figliuolo mio, buona notte, buona notte...

E Rocco sentì chiudersi dietro le spalle la porta, piano piano, e restò al bujo, sul pianerottolo, in mezzo alla scala silenziosa, smarrito. Nessuno voleva più saperne, di lui?

Sedette, come un bambino abbandonato, su i primi scalini della branca, presso la ringhiera, coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani. Il bujo, il silenzio, la positura stessa gli strinsero il cuore, gli fecero cader l'animo in un avvilimento profondo. Contrasse il volto e si mise a piangere e a lamentarsi sommessamente:

- Ah, mamma mia! mamma mia!

Pianse e pianse. Poi si cercò in tasca e ne trasse una lettera tutta brancicata. Accese un fiammifero e si provò a leggere; ma avvertì su la mano il contatto di qualcosa umida, lievissima, un po' vischiosa; e alzò il fiammifero per veder che fosse. Un filo di ragno, lunghissimo, che pendeva dall'alto della scala. Si distrasse a guardarlo, e non avvertì al fiammifero che gli si consumava intanto tra le dita; si scottò e, al bujo, gridò più volte:

- Maledetto! maledetto! maledetto!

Accese un altro fiammifero e si mise a leggere la lettera, ch'era scritta di minutissimo carattere, su una carta cinerea, ruvida in vista. Lesse macchinalmente le prime parole: «Ti scrivo da tre mesi (son già tre mesi) e ancora...». Saltò alcuni righi; fissò lo sguardo su un «Quando?» sottolineato, poi buttò il fiammifero e restò con la lettera in mano e gli occhi sbarrati nel bujo.

Rivedeva la scena.

Aveva sforzato l'uscio con un violento spintone, gridando: «La lettera! dammi la lettera!». Al fracasso, Marta s'era fatta riparo dello sportello aperto del grande armadio a muro presso al quale leggeva. Egli aveva tratto in avanti con forza lo sportello e le aveva attanagliato i polsi. «Che lettera? Che lettera?» aveva ella balbettato, guardandolo atterrita negli occhi. Ma la carta, spiegazzata nell'improvviso terrore e impigliata tra le vesti e un palchetto dell'armadio era caduta come una foglia secca sul pavimento. Ed egli, nel lanciarsi a raccoglierla, s'era ferito alla fronte, urtando contro lo sportello aperto dell'armadio. Accecato dall'ira, dal dolore, aveva allora inveito contro di lei, senza riguardo alla maternità incipiente, e la aveva senz'altro cacciata di casa a urtoni, a percosse.

Poi, l'altra scena, col suocero. Era andato a mostrargli quella e le altre lettere dell'Alvignani rinvenute nell'armadio. Non c'era colpa? «E in che consiste allora la colpa per lei?» gli aveva domandato. «Scusi, forse perché è sua figlia?». Francesco Ajala gli era saltato addosso come una tigre. «Mia figlia? che dici? mia figlia una sgualdrina?» Poi s'era ammansato. «Bada, Rocco, bada a quello che fai... Vedi di che si tratta? Lettere... E tu rovini due case: la tua e la mia. Forse puoi ancora perdonare...» «Ah sì? e la perdonerebbe lei, al mio posto, se invece d'esser padre fosse marito?» E Francesco Ajala non aveva saputo rispondergli.

«Lui no, e io sì? Oh bella!» pensò Rocco, nel silenzio della scala.

«È finita! ora è finita!»

Si levò in piedi e, accendendo un altro fiammifero, si mise a risalire la scala, con gli occhi alla lettera che aveva ancora in mano.

«Che vorrà dire?...» domandava a se stesso, cercando di decifrare il motto dell'Alvignani inciso in rosso in capo al foglio:

NIHIL - MIHI - CONSCIO.

III

L'ombra, poi man mano il bujo avevano invaso la stanza, ove la madre aveva accolto Marta scacciata dal marito. Nel bujo, la suppellettile di vetro su la tavola, già apparecchiata per la cena prima dell'arrivo di Marta, ritraeva dalla strada qualche filo di luce.

La signora Agata Ajala, altissima di statura e corpulenta, ma con una dolcezza nello sguardo e nella voce che pareva volesse subito attenuare, in chi la guardava o le parlava, l'impressione sgradevole che il suo corpo doveva per forza destare; rientrando dalla saletta dove poc'anzi la avevano chiamata, intravide all'improvviso lume, nell'aprir l'uscio, le due figliuole sul canapè di fronte: Marta con un fazzoletto sul volto abbandonata su la spalliera, e Maria che le teneva una mano, china su lei.

- Vuol partire... - annunziò, quasi istupidita dall'inattesa sciagura.

- Mamma, ha saputo... ha saputo, - disse allora Marta scrollando il capo e torcendosi le mani. - Ha saputo e non vuol più tornare a casa. Non perdona, lo so. Va' tu a trovarlo; digli che torni, mamma; io me ne vado. Lo so, non mi crede più degna di stare in casa sua. Digli che vi sono venuta... così, perché non sapevo dove andare. Me ne vado. Non sapevo dove andare.

Due care braccia, tese in un impeto di commozione, la attirarono a sé.

La madre disse:

- Dove volevi andare? Dove puoi andare? Rimani, rimani qua, con Maria. Andrò a parlargli...

Si tirò sul capo e si avvolse attorno al collo uno scialletto nero di lana, e uscì.

La larga strada del sobborgo, molto animata durante il giorno, restava poi, la sera, silenziosa e sola come una contrada di sogno, con le alte case in fila, su le cui finestre la luna rifletteva un verde lume qua e là. Un greve, interrotto sfilar di nubi fumolente velava a quando a quando la pallida e fresca serenità lunare e gettava ombre cupe su la strada umida.

Oh San Francesco! invocò la madre, alzando una mano verso la chiesa in fondo alla strada.

Lì, a pochi passi dalla casa, su la stessa strada suburbana, sorgeva la vasta concerìa, di cui Francesco Ajala era proprietario. Appressandosi, ella scorse il marito a un balcone del primo piano; tremò al pensiero d'affrontarne l'ira e il dolore, sapendo purtroppo a quali terribili eccessi potevano trascinarlo. Era alto più di lei, e il corpo gigantesco si disegnava in ombra nel vano luminoso del balcone.

Due erano le sciagure, non una sola. E questa del padre assai più grave di quella di Marta. Perché, a ragionare con un po' di calma e aspettando qualche giorno, la sciagura della figlia forse si sarebbe potuta riparare. Ma col padre non si ragionava.

La signora Ajala già da un pezzo aveva imparato a misurare ogni dispiacere, ogni dolore, non per se stesso, che le sarebbe parso poco o niente, ma in considerazione delle furie che avrebbe suscitato nel marito. Se talvolta, buon Dio, per il guasto o la rottura di qualche oggetto anche di poco valore, ma di cui difficilmente si sarebbe potuto trovare il compagno in paese, tutta la casa piombava nel lutto, nella costernazione più grave... E i vicini, gli estranei, risapendolo, ne ridevano; e avevano ragione. Per una boccettina? per un quadrettino? per un ninnolo qualunque? Ma bisognava vedere che cosa importasse per lui, per il marito, quel guasto o quella rottura. Una mancanza di riguardo, non all'oggetto che valeva poco o nulla, ma a lui, a lui che l'aveva comperato. Avaro? Nemmen per sogno! Era capace, per quel ninnolo di pochi bajocchi, di mandare in frantumi mezza casa.

In tanti anni di matrimonio, ella era riuscita con le dolci maniere ad ammansarlo un po', perdonandogli anche, spesso, torti non lievi, senza mai venir meno tuttavia alla propria dignità e pur senza fargli pesare il perdono. Ma un nonnulla bastava di tanto in tanto a farlo scattare selvaggiamente. Forse, subito dopo, se ne pentiva; non voleva, però, o non sapeva confessarlo: gli sarebbe parso d'avvilirsi o di darla vinta: desiderava che gli altri lo indovinassero; ma poiché nessuno, nello sbigottimento, ardiva nemmeno di fiatare, egli si chiudeva, s'ostinava in una collera nera e muta per intere settimane. Certo, con segreto dispetto, avvertiva il troppo studio nei suoi di non far mai cosa che gli désse pretesto di lamentarsi minimamente; e sospettava che molte cose gli fossero nascoste; se qualcuna poi veramente ne scopriva anche dopo molto tempo, lasciava prorompere furibondo il dispetto accumulato, senza riflettere che ormai quelle escandescenze erano fuor di luogo, e che infine s'era fatto per non dargli dispiacere.

Si sentiva estraneo nella sua stessa casa; gli pareva che i suoi lo tenessero per estraneo; e diffidava. Specialmente di lei, della moglie, diffidava.

E la signora Agata, infatti, soffriva sopra tutto di questo: che nell'animo di lui fossero impressi due falsi concetti di lei: l'uno di malizia, l'altro d'ipocrisia. Tanto più ne soffriva, in quanto che lei stessa si vedeva spesso costretta a riconoscere che non senza ragione egli doveva credere così; perché davvero ella, mancando ogni intesa fra loro due, talvolta era forzata dai bisogni stessi della vita a far di nascosto qualcosa ch'egli non avrebbe certamente approvata; e poi a fingere con lui.

Era sicura adesso la signora Agata, che il marito, nel furore, le avrebbe rinfacciato tutte quelle lievi concessioni che in tanti anni era riuscita con la dolcezza a ottenere.

- Francesco! - chiamò con voce umile, nel silenzio della strada.

- Chi è là? - domandò forte l'Ajala, scotendosi, curvandosi su la ringhiera del balcone. - Tu? Chi ti ha detto di venire? Vàttene! vàttene via subito! Non mi far gridare di qua!

- Apri, te ne supplico...

- Vàttene, t'ho detto! Non voglio veder nessuno! A casa! subito, a casa! No? Scendo, sai?

E Francesco Ajala, diede uno scrollo poderoso alla ringhiera di ferro, e si ritrasse.

Ella attese a capo chino, come una mendicante, appoggiata al portone, asciugandosi di tanto in tanto gli occhi con un fazzoletto che teneva in mano da quattr'ore.

Un rumore di passi per il lungo androne interno, cupo, rintronante: lo sportello a destra del portone s'aprì, e l'Ajala, curvandosi, sporgendo il capo, afferrò per un braccio la moglie.

- Che sei venuta a far qui? Che vuoi? Chi sei? Non conosco più nessuno io; non ho più nessuno; n‚ famiglia n‚ casa! Fuori tutti! Fuori! Schifo mi fate, schifo! Vàttene via! via!

E le diede un violento spintone.

Ella rimase, col braccio indolenzito dalla stretta, davanti al vano dello sportello; poi entrò come un'ombra, rassegnata ad aspettare ch'egli si votasse il cuore di tutta la collera, rovesciandogliela addosso; decisa anche a farsi percuotere.

In mezzo al bujo androne, l'Ajala, con le mani intrecciate dietro la nuca, le braccia strette intorno alla testa, s'era messo a guardare la grande porta a vetri, in fondo, cieca nel blando chiaror lunare. Si voltò, sentendo nel bujo piangere la moglie; le venne incontro con le pugna serrate, ruggendo con scherno:

- L'hai ricevuta in casa? Te la sei baciata, carezzata, lisciata, la tua bella figlia? Che vuoi ora da me? Che aspetti qua? me lo dici?

- Vuoi partire... - singhiozzò ella, piano.

- Subito, sì! La valigia...

- Dove vuoi andare?

- Debbo dirlo a te?

- Ma anche... per sapere ciò che debbo prepararti... quanto starai fuori...

- Quanto? - gridò lui. - E t'immagini ch'io possa ritornare? rimettere piede nella vostra casa svergognata? Via per sempre! In galera o sottoterra. Lo raggiungerò! lo raggiungerò! Oh, a costo di...

- E ti par giusto? - arrischiò ella, desolatamente.

- No, ma che! no! - tuonò egli con un ghigno orribile. - Giusto è che una figlia insudici il nome del padre! che si faccia scacciare come una sgualdrina dal marito, e che poi venga a insegnarne l'arte alla sorella minore! Questo è giusto, questo è giusto per te, lo so!

- Come vuoi tu, - diss'ella. - Ma io ti domandavo se, prima di lasciarti andare a un tale eccesso, non ti pareva che convenisse piuttosto...

- Che cosa?

- Vedere se fosse possibile evitare lo scandalo.

- Lo scandalo? - gridò egli. - Ma se Rocco è venuto qua!

- Qua?

- A mostrarmi le lettere!

- Ah, tu le hai vedute? - domandò ella con ansia. - L'ultima? C'è la prova che Marta...

- È innocente, è vero? - scattò egli, afferrandola per un braccio, respingendola, andandole addosso di nuovo. - Innocente? Innocente? hai il coraggio di dire innocente davanti a me? E qua, qua, qua, rossore, qua, ne hai? rossore, qua?

E, in così dire, si percosse più volte furiosamente le guance. Poi ripigliò:

- Innocente... Con quelle lettere? Avresti fatto lo stesso, dunque, tu? Sta' zitta! Non arrischiarti a scusarla!

- Non la scuso, - gemette ella, piano, con strazio. - Ma se ho la prova, io, la prova che mia figlia non merita il castigo che le si vuole infliggere...

- Ah, questo, - tonò cupamente l'Ajala, - questo l'ho detto anch'io a quell'imbecille...

- Vedi? - gridò la moglie, quasi ilarata da un lampo di speranza.

- Ma poi egli mi chiese se io, al posto suo, avrei perdonato... Ebbene, no! Perché io, - aggiunse, riafferrando per le braccia la moglie e scrollandola forte, - io non t'avrei perdonato: ti avrei uccisa!

- Senza colpa.

- Per quella lettera! Non ti basta?

- Marta, sì, sarà colpevole, - si piegò allora ad ammettere la madre, - ma d'una leggerezza, non d'altro. Ma ora tu che vuoi fare? Partire, affrontare colui, tu! E non intendi che la sciagura, così... Lasciami dire, per carità! Ho fede, io, ho fede che un giorno, presto, la luce si farà...

- Non scusare! Non scusare!

- Non scuso Marta, no; accuso me, va bene. Me, me, perché io non dovevo lasciarlo fare questo matrimonio...

- Accusi anche me, dunque?

- Ma se tu stesso l'hai detto! Non te n'eri pentito? Abbiamo avuto troppa fretta di maritarla, e confessa che abbiamo scelto male! E quel che le toccò soffrire sotto la tirannia di quella strega della zia e del padre infame, prima che Rocco si risolvesse a far casa da sé? Questo non la scusa, sì, è vero, lo so; ma può rendere, mi sembra, meno severi nella pena. E pure una disgraziata... sì, una...

Non poté seguitare. Nascose il volto nel fazzoletto scossa dai singhiozzi irrefrenabili.

Egli, con un gomito appoggiato al muro e la fronte nella mano, scompigliava ritmicamente col piede un mucchietto di ferruche raccolte lì nell'androne, e, con le ciglia giunte, irsute, aggrondate, pareva solo intento a quell'esercizio del piede. Poi disse con voce cupa:

- Giacché la colpa è mia e tua, questa è la nostra condanna, e dobbiamo scontarla. Bada! Rientro con te in casa; sarà, d'ora in poi, la mia e la tua prigione. Non ne uscirò che morto!

Andò sù per chiudere il balcone rimasto aperto. La moglie attese un pezzo, nel bujo dell'androne; poi, vedendolo tardare, salì anche lei. Lo trovò con la faccia contro il muro, che piangeva, solo.

- Francesco...

- Via! via! via!

La spinse avanti, di furia. Chiusa la concerìa, fecero in silenzio il breve tratto fino a casa. Davanti alla porta, ordinò alla moglie di salire avanti, aggiungendo, minaccioso:

- Non debbo vederla!

Poco dopo, salì anche lui e andò a chiudersi a chiave in una camera, al bujo; si buttò sul letto, vestito, con la faccia affondata nei guanciali, stringendo con una mano la testata della lettiera.

Giacque così tutta la notte. Di tratto in tratto, balzava a sedere sul letto. Tendeva l'orecchio. Nessun rumore per casa. Pure nessuno certo dormiva.

Quel profondo silenzio gl'irritava sordamente l'interno tumulto dell'anima violenta. Così seduto, si torturava le gambe, le braccia, con le dita artigliate, stretto alla gola da una voglia rabbiosa, impotente, di piangere, d'urlare. Poi ricadeva sul letto, riaffondava la faccia nel guanciale bagnato di lagrime.

Come! Aveva dunque pianto?

A poco a poco, sotto l'incubo dei pensieri che gli si presentavano sempre con la medesima forma, col medesimo giro, si stordì e rimase a lungo immobile, quasi inconsapevole, sospirando di tratto in tratto, stanco; ridestandosi talora con la coscienza ottusa e la sensazione soltanto degli occhi aridi, sbarrati nel bujo della camera.

Poi le fessure delle imposte cominciarono a schiarirsi. Grado grado, quei fili esili d'umido albore s'accesero vieppiù nel bujo, rifulsero biondi: il sole!

Egli dal letto, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardava le imposte. Giù per la strada cominciava il trànsito continuo dei carri, ed era come se gli passassero per la mente: li vedeva, così giacente e compreso ancora dal tepore del letto e della camera, con l'anima appena risentita. Di fuori, il giorno... il lavoro... Gli operaj, seduti l'uno accanto all'altro sul marciapiedi, aspettano che s'apra il portone della concerìa. Ecco, suona la campana, entrano, a due a due, a tre, allegri o taciturni, con un fagottino sotto il braccio. Il vecchio Scoma, ah, quegli non parla mai... sua figlia...

Anche mia figlia! anche mia figlia! Peggio di quella! Quella non tradì, fu tradita; e ora la miseria...

Balzò dal letto, quasi per correre da Marta e afferrarla per i capelli, trascinarla per casa, percuoterla a sangue.

Due picchi all'uscio, timidi.

- Chi è? - gridò sobbalzando.

- Io... - sospirò una voce, dietro l'uscio.

- Via! Non voglio veder nessuno!

- Se hai bisogno...

- Via! via!

E sentì i passi della moglie allontanarsi pian piano, e li seguì col pensiero nelle altre stanze. Dov'era «ella»? che faceva? poteva aver l'ardire di parlare, di guardare in faccia la madre, la sorella? e che diceva? Svergognata! svergognata!

Il pensiero di lei, la curiosità di vederla, il bisogno quasi di sentirla tutta piangere tremante sotto gli occhi suoi senza concederle il perdono supplicato in ginocchio, lo tennero tra le smanie tutto il giorno. Aveva lasciato la camera al bujo, ed era giunto a sentir finanche orrore delle fessure luminose delle imposte che gli ferivano gli occhi ogni qualvolta si voltava, passeggiando.

Sul tardi, condiscese ad aprire alla figlia minore. Aprì l'uscio e si stese di nuovo sul letto.

- Richiudi subito!

Maria richiuse subito l'uscio e posò a tasto una tazza di brodo sul tavolino da notte.

- Ti senti male?

- Non mi sento nulla, - rispose con durezza.

Maria sedette, sospirando piano, a piè del letto, col tovagliolo tra le mani.

Egli si levò su un gomito, forzandosi a discernere la figlia nel bujo.

Maria non era mai stata la preferita. Era cresciuta quasi all'ombra di Marta, e da se stessa pareva si fosse acconciata al còmpito di stare accanto alla sorella adorata per farne meglio risaltare l'ingegno, lo spirito, la bellezza. Nessuno aveva mai badato a lei, né ella se n'era mai neppure lagnata fra sé, vinta anch'essa dal fascino di Marta. Pensieri e sentimenti erano rimasti chiusi in lei, quasi non richiesti da nessuno. E né il padre né la madre pareva si fossero peranche accorti ch'ella era cresciuta, ch'era ormai donna. Non bella, né vaga; ma dagli occhi e dalla voce spirava tanta bontà e dagli atteggiamenti così timida grazia, che riusciva a tutti irresistibilmente simpatica.

- Maria, - chiamò con voce rauca il padre, ancora nella stessa positura.

Maria accorse al letto e si sentì all'improvviso cingere e serrare forte dal braccio di lui, si sentì sul seno la testa del padre. Così piansero entrambi, senza dir nulla, vieppiù stretti, a lungo.

- Vàttene, vàttene... - diss'egli alla fine, angosciato. - Non voglio nulla... Voglio restar solo...

E la figlia obbedì, tremante ancora dalla tenerezza inattesa.

IV

Maria aveva ceduto a Marta la cameretta, in cui questa soleva dormire da ragazza. Nulla era mutato in essa, nulla di suo vi aveva messo Maria.

Era ancora lì quel caro armadietto dalle antiche pitture villerecce su gli sportelli, alle quali la pàtina veramente aveva più aggiunto che tolto. Era ancora lì il tavolinetto da lavoro della nonna dall'impiallacciatura arsa e scoppiata da tanto tempo, da quella sera, in cui ella vi aveva lasciato cader sù il lume e per poco la fiamma non le si era appresa alle gonnelle. Ecco lì ancora, accanto al lettuccio d'ottone, l'acquasantiera di vetro e, sotto, la rametta di palma col nastro roseo, ora sbiadito.

C'era acqua santa in quella piletta? Oh, certo sì: Maria era tanto divota!

E al capezzale l'Ecce homo d'avorio, riparato da una lastra concava dentro la cornice ovale, nera; l'Ecce homo che una volta aveva chinato in segno d'assentimento il capo incoronato di spine a lei e a Maria accorse una dopo l'altra a supplicarlo per la madre colta da improvviso malore.

Marta non era mai stata superstiziosa; pure quel segno non le era uscito mai più dalla memoria, con lo strano sgomento nel sapere dalla sorella, alquanto tempo dopo, che anche a lei era parso di vedere l'Ecce homo chinare il capo in segno di assentimento.

Allucinazioni, certo! Ma, tuttavia, perché non osava adesso alzar gli occhi a guardare quell'immagine sacra al capezzale?

Non era davvero innocente? Aveva forse amato l'Alvignani? Ma via! Non le pareva neanche ammissibile che qualcuno potesse crederci sul serio. Tutto il suo torto consisteva nel non aver saputo respingere, come doveva, quelle lettere dell'Alvignani. Le aveva respinte, ma da inesperta, rispondendo... A ogni modo, non si sentiva in nulla, per nulla colpevole verso il marito.

Della furtiva corrispondenza epistolare aveva letto con interesse solo quella parte che si riferiva al caso di coscienza tanto grave, quanto ingenuamente da lei esposto all'Alvignani in risposta alle prime lettere di lui troppo filosofiche, per disgrazia, nella loro composta sentimentalità.

Delle frasi d'amore non s'era curata, o ne aveva riso, come di superfluità galanti e innocue. S'era insomma impegnata tra loro due una polemica puramente sentimentale e quasi letteraria, la quale era durata così circa tre mesi, e di cui forse, sì, si era un po' compiaciuta, nell'ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito. Curando la forma, scegliendo le frasi come per un componimento scolastico, era orgogliosa di fronte a se stessa di quel segreto duello intellettuale con un uomo quale l'Alvignani, avvocato di grido, lodato, ammirato, corteggiato da tutta la città, che si preparava a eleggerlo deputato.

L'irrompere del marito nella camera, mentr'ella leggeva la lettera, nella quale per la prima volta l'Alvignani s'era arrischiato a darle del tu, la scena violenta che n'era seguita, l'aveva stupita e spaventata tanto più, in quanto che si sentiva, leggendola, affatto calma e indifferente. Innocente, diceva lei.

A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitar facilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all'improvviso, turbarsene; se prevenuta della propria bellezza, compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell'istante di turbamento o di compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscitato, immaginando in uno sprazzo fuggevole un'altra vita, un altro amore... Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei proprii doveri; e tutto finiva lì... Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un'anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, e ritorna l'ombra uggiosa o la calma luce consueta.

Senza volerlo, senza sapere precisamente in qual modo, si era trovata presa, avviluppata in un intrico.

Dalla paurosa sorpresa nel vedersi buttare dall'Alvignani la prima lettera e dalla incertezza tormentosa sul partito da prendere per impedire che colui seguitasse, non sapeva più come, ella - onesta, onesta, figlia di gente onesta - ecco qua, era potuta man mano arrivare fino a quel punto, senza alcun sospetto. Ah, quante imprudenze aveva commesso quell'uomo avanti che le buttasse la prima lettera e dopo! Ora le notava; ora se ne sentiva offesa. Quelle tendine delle finestre dirimpetto non avevano requie: sollevate da una parte o dall'altra, poi d'un tratto abbassate; e certe subitanee scomparse dalla finestra, e certi segni del capo e delle mani... E aveva potuto ridere, allora, ridere di quell'uomo già maturo, rispettabile, che si rendeva davanti a lei così ridicolo, imbambolito... Ma a qual mezzo avrebbe dovuto appigliarsi per fare che colui smettesse dal tormentarla? Compromettere il padre? il marito? N'era esasperata, avvilita; e pur non di meno gli occhi le andavano sempre lì, alle finestre dirimpetto, involontariamente, quasi per forza di legamento, lì... Usciva sovente, per sottrarsi a quella tentazione puerile; si recava per intere giornate alla casa paterna; e qua costringeva Maria a sonare, a sonar sempre la stessa cosa, una vecchia e mesta barcarola.

- Marta, ebbene?

E lei, sprofondata sul divano, rispondeva con voce flebile e gli occhi invagati:

- Sono lontano... lontano...

Maria rideva, e a Marta risonavano ora negli orecchi le risate schiette della sorella. E seguitava a ricordare, a rivedere col pensiero. Nel salotto entrava la madre, che le domandava del marito.

- Al solito... - le rispondeva lei.

- Sei contenta?

- Sì.

E mentiva. Non che avesse da ridire su la condotta di lui; ma ecco, le rimaneva in fondo all'anima un sentimento ostile, non ben definito; e non da ora: fin dal primo giorno della promessa di matrimonio, allor che a lei, ragazza di sedici anni appena, tolta dal collegio, agli studii seguiti con tanto fervore, Rocco Pentàgora era stato presentato come promesso sposo. Era un sentimento di vaga oppressione ricacciato dentro e soffocato dalle savie riflessioni dei genitori, che nel Pentàgora avevano veduto un partito conveniente, un buon giovine, ricco... Sì, sì; e lei aveva ripetuto come sue queste savie considerazioni della madre e del padre alle compagne di collegio dalle quali aveva voluto prendere commiato; come se da bambina tutt'a un tratto fosse diventata vecchia, provata e sperimentata nel mondo.

Qua e là le pareti della cameretta serbavano tuttavia alcune date scritte da lei: ricordi, certo, di antichi trionfi di scuola o d'ingenue feste tra amiche o di famiglia. E su quelle pareti e su tutti quegli oggetti umili semplici e cari pareva che il tempo si fosse addormentato e che ogni cosa là dentro serbasse l'odore del suo respiro. E Marta col pensiero rifrugava nella sua vita di fanciulla.

Quante volte non aveva udito, standosene con gli occhi intenti e lo spirito vagante, quel crepitìo delle prime piogge su i vetri delle finestre; quante volte non aveva veduto quella luce scialba, malinconica, nella cameretta raccolta, con la sensazione dolce nell'anima dei prossimi freddi, al declinare dell'autunno nuvoloso, dei brividori che fan le notti invernali, innanzi al mattutino?

Maria guardava la sorella, stupita di quella calma, e quasi non credeva agli occhi suoi, offesa nel cuore dall'indifferenza con cui Marta pareva si fosse ora acchetata alla sciagura, come se la tempesta non le fosse passata or ora sul capo. «Eppure non ignora» pensava Maria, «in quale stato s'è ridotto il babbo per causa sua!». E quasi piangeva dalla pena di non veder la sorella come avrebbe voluto, umile cioè, desolata, vinta nel suo cordoglio e inconsolabile, come nei primi giorni dopo il ritorno in casa.

Marta infatti non piangeva più. Dopo aver confessato tutto alla madre, tutto, fin nei minimi particolari, nei più intimi e segreti sentimenti, aveva sperato che il padre almeno, se non più il marito, le rendesse giustizia, e si rimovesse da quel proposito di non uscire più di casa, ch'era per lei, di fronte a tutto il paese, una condanna anche più grave di quella che il marito con sì poca ragione aveva voluto infliggerle, scacciandola dal tetto coniugale.

Così egli, suo padre, confermava l'accusa del marito e la infamava irrimediabilmente. Come non lo intendeva?

Aveva domandato con ansia alla madre se avesse riferito al padre la confessione, e la madre le aveva detto di sì.

Ebbene? Irremovibile?

Da quel momento, non aveva più versato una lagrima. Si era sentita tutta rimescolare, e la rabbia raffrenata s'era irrigidita in lei in un disprezzo freddo, in quella maschera d'indifferenza dispettosa di fronte all'afflizione della madre e della sorella, le quali, anziché condannare il padre per la sua cieca, testarda ingiustizia, si mostravano costernate per lui, per il male che certo gliene sarebbe venuto alla salute, come se n'avesse colpa lei.

E ora Marta domandava apposta a Maria notizie di qualche amica che prima veniva a visitare la madre; e, poiché Maria rispondeva impacciata, ella, sorridendo stranamente, esclamava:

- Adesso, si sa, nessuno vorrà più venire in casa nostra...

Tutto, dunque, doveva finire così? Si doveva rimanere come in prigione, in quell'afa, in quel bujo, in quel lutto, quasi che il mondo fosse crollato?

La famiglia s'era ritirata nelle stanze più remote da quella ove Francesco Ajala se ne stava rinchiuso. Nessuna voce, nessun rumore giungevano agli orecchi di lui, che, seduto su la poltrona a piè del letto, guardava la soglia illuminata sotto l'uscio nero, spiava il lieve, cauto scalpiccìo su l'assito della stanza attigua e si sforzava d'indovinare chi vi passasse in punta di piedi. Non lei, certo: era Agata... era Maria... era la serva...

- La concerìa, - volle un giorno rammentargli la moglie. - Vuoi che proprio tutto si perda così?

- Tutto! tutto! - le rispose egli. - Morremo di fame.

- E Maria? Non è figlia tua anche lei? Che colpa ha la povera Maria?

- E io? - gridò l'Ajala, levandosi torbido davanti alla moglie. - Che colpa avevo io? Tu l'hai voluto!

Si frenò, sedette di nuovo; poi riprese con voce cupa:

- Fa' che venga da me tuo nipote, Paolo Sistri. Affiderò a lui la direzione della conceria. Non c'è più da aver superbia, ora. Voleva Marta in moglie? Se la pigli! Ormai può essere di tutti.

- Oh Francesco!

- Basta così! Manda a chiamare Paolo. Andate via!

Da questo Paolo Sistri, figliuolo d'una sorella defunta della signora Agata, ebbero le tre donne notizia delle prodezze di Rocco Pentàgora, ch'era partito veramente, il giorno dopo lo scandalo, in cerca dell'Alvignani, col professor Blandino e col Madden. A Palermo, Gregorio Alvignani non aveva voluto dapprima accettare la sfida; era anzi riuscito a persuadere il Blandino d'indurre il Pentàgora a ritirarla; ma allora questi lo aveva pubblicamente investito per costringerlo a battersi con lui. E s'era fatto il duello e Rocco aveva riportato una lunga ferita alla guancia sinistra. Ora, da tre giorni, era ritornato in paese in compagnia d'una donnaccia venduta; se l'era portata nella casa maritale, l'aveva costretta a indossare le vesti di Marta e, sollevando l'indignazione di tutto il paese, si offriva spettacolo alla gente, conducendosela a passeggio, in carrozza, così parata.

Ebbene, dopo tali notizie, non riconosceva ancora il padre l'indegnità di quel vile? non si vergognava di sottostare alla condanna infame di colui?

Marta fremeva di sdegno e di rabbia, faceva un continuo violento sforzo su se stessa per contenersi di fronte alla madre e alla sorella, che si mostravano sempre più afflitte e abbattute.

- Piangi, Maria, ma perché? - domandò una mattina, con fare derisorio alla sorella che entrava nella sua cameretta con gli occhi rossi.

- Il babbo... lo sai! - rispose Maria, a stento.

- Eh, - sospirò Marta. - Che vuoi farci? Forse si riposa. Non fa male a nessuno...

Era senza corpetto, davanti allo specchio, in piedi: trasse dal capo le forcinelle di tartaruga, e il nero volume dei capelli le cascò fragrante su le spalle, su le braccia nude. Rovesciò indietro il capo e scosse così più volte la bella chioma pesante; poi sedette, e l'omero tondo, candidissimo, levigato, le emerse tra i capelli che s'erano partiti tra il seno e le terga. Su l'omero, il neo di viola, venuto sù con gli anni lentamente, come una stella, dalla scapola, dove prima Maria lo aveva scoperto, quando ancora entrambe dormivano insieme.

- Su, pèttinami, Maria.

V

Lungo lungo, sparuto, dalle gambe sperticate, dal volto sbiancato, pinticchiato di lentiggini, con ciuffetti di peli rossi su le gote e sul mento, Paolo Sistri veniva ora ogni sera a sottomettere all'approvazione dello zio Ajala il rapporto giornaliero dei lavori della concerìa.

Dopo circa mezz'ora usciva abbattuto e sbalordito dalla stanza del rinchiuso, e alla zia Agata e a Maria che lo aspettavano ansiose rispondeva ogni volta, piegando da un lato la testa:

- Ha detto che va bene.

Ma dell'approvazione pareva non fosse né convinto né soddisfatto, come in sospetto che lo zio lo lodasse per beffa. Si abbandonava su una seggiola, tirava dentro quanto più aria poteva e la soffiava pian piano per le nari, tentennando il capo.

Ormai, sotto l'imbrigliatura d'uomo d'affari, aveva rinunziato a ogni velleità amorosa. Nei primi giorni si mostrò impacciatissimo della presenza di Marta; poi, man mano, si rinfrancò un poco; parlando, però, si rivolgeva piuttosto a Maria o alla zia Agata. Narrava con garbuglio opprimente di parole tutte le peripezie della giornata, e si ripiegava in tutti i versi su la seggiola e girava gli occhi di qua e di là e sudava e inghiottiva. Ogni periodo di quel suo discorso avviluppato restava in aria o sfumava a un tratto in una esclamazione; se però qualcuno, per disgrazia, gli riusciva alla fine senza impuntature, lo ripeteva tre e quattro volte, prima di rimettersi alla fatica di figliarne un altro.

La zia mostrava d'ascoltarlo con attenzione, assentiva col capo quasi a ogni parola e spesso, alla fine, sapendo ch'egli ormai non aveva più nessuno in casa, lo invitava a rimanere a cena.

Paolo accettava quasi sempre. Ma erano ben tristi quelle cene in silenzio, interrotte dall'invio del cibo alla stanza del rinchiuso, gelate dall'aspetto di Maria, che ne ritornava ogni volta più oppressa.

Marta osservava ogni cosa con una strana espressione negli occhi, ora quasi derisoria, ora sdegnosa. Quel dolore impresso negli altri non era un raffaccio a lei della presunta sua colpa? Spesso si alzava, abbandonava la tavola, senza dir nulla.

- Marta!

Non rispondeva: andava a chiudersi nella sua cameretta. Maria allora, dietro l'uscio, la pregava d'aprire, di ritornare a cena. Ascoltava con un misto di dolore e di godimento quelle preghiere insistenti della sorella, e non apriva, n‚ rispondeva; poi, appena Maria, stanca di pregare inutilmente, andava via, si stizziva contro se stessa di non aver ceduto e si metteva a piangere. Ma subito il rimorso si cangiava in odio contro il marito. Ah, in quella rabbia di cuore, in quel momento, se avesse potuto averlo fra le mani! E se le torceva, le mani, piangendo, smaniando. E il frutto di quell'uomo, intanto, maturava in grembo a lei... Sarebbe stata madre, tra poco! Il suo stato le faceva orrore; si dibatteva, cadeva in convulsione; e quelle crisi violente la lasciavano disfatta.

Talvolta Paolo Sistri rimaneva un po', dopo cena, a tener compagnia. Sparecchiata la mensa, si rinfocolava timidamente, intorno a quella tavola, sotto la lampada, un po' di vita familiare. Ma la voce usciva dolente da quelle labbra, quasi paurosa del silenzio imposto alla casa dalla sciagura. Di tratto in tratto Maria si recava in punta di piedi a origliare dietro l'uscio del padre.

- Dorme, - rispondeva, rientrando, alla madre che la guardava in attesa.

E la madre chiudeva gli occhi sul suo cordoglio e sospirava, rimettendosi al lavoro: al corredino per il nascituro.

Bisognava far presto; poiché nessuno, finora, ci aveva pensato, a quel lavoro per il povero innocente che sarebbe venuto al mondo in quelle condizioni. Ci aveva pensato, da lontano, un'amica d'altri tempi, con la quale la signora Agata, per ordine del marito, aveva rotto ogni relazione.

Si chiamava Anna Veronica, quest'amica. Quando la signora Agata l'aveva conosciuta la prima volta, ella viveva insieme con la madre, al cui mantenimento era orgogliosa di provvedere, insegnando nelle scuole elementari. Molti giovani in quel tempo s'erano messi a corteggiarla, sperando di trarre in inganno l'appassionata natura di lei; ma Anna, che veramente si consumava dentro nell'attesa d'un uomo a cui avrebbe consacrato il più ardente e devoto amore, s'era saputa sempre difendere. Qualche mazzolino di fiori, lo scambio di qualche letterina, discorsi e sogni, fors'anche qualche bacio carpito: e basta poi.

Pure nell'insidia era caduta una volta, poco dopo la morte della madre, e vi era stata vilmente trascinata dal fratello d'una tra le sue più ricche amiche, in casa delle quali soleva spesso recarsi dopo le interminabili ore di scuola, sempre ben accetta, poiché ella le ajutava nei loro lavori di cucito, le rallegrava con le sue barzellette argute e pronte, e spesso rimaneva da loro a desinare e talvolta anche a dormire.

Quella prima caduta era stata tenuta nascosta con interessata prudenza dai parenti del giovine, così che nulla di preciso n'era trapelato in paese. Anna aveva pianto segretamente la propria giovinezza sfiorita, l'avvenire spezzato, e aveva per qualche tempo sperato nel ravvedimento del giovine. Molte delle amiche, ignare o generose, le avevano conservato la loro amicizia, e fra queste Agata Ajala, allora da poco maritata.

Dopo alcuni anni, però, Anna Veronica s'era imbattuta per disgrazia in un altro giovine, malato, malinconico, il quale era venuto ad abitare vicino a lei, in tre stanzette umili e ariose, con un terrazzino pieno di fiori. Costui l'aveva chiesta in moglie; ma Anna, onestamente, aveva voluto confessargli tutto; poi non aveva saputo, n‚ forse potuto negargli quella stessa prova d'amore già concessa a un altro. Ma questa volta, dopo la disdetta e l'abbandono, era sopravvenuto lo scandalo, perché Anna s'era incinta del seduttore sentimentale, partito all'improvviso dal paese. Il bimbo, per fortuna, era morto appena nato; Anna, destituita da maestra, aveva per carità ottenuto una misera pensioncina, mercé la quale aveva potuto vivucchiare nella solitudine e nell'ignominia, in cui quel malinconico miserabile l'aveva gettata, e s'era rivolta a Dio per perdono.

La signora Agata vedeva spesso in chiesa Anna Veronica, ma fingeva di non accorgersene; Anna intendeva e non se n'aveva per male: levava gli occhi in alto, e in essi e sulle labbra le ferveva più viva la preghiera, preghiera nutrita ormai d'amore per tutti, per gli amici e per i nemici, come se toccasse a lei dare prima esempio di perdono.

Avvenuto lo scandalo di Marta, Anna Veronica aveva guardato con altri occhi la signora Agata, le domeniche, a messa. Sapeva che Marta era incinta; e un giorno, uscendo dalla chiesa, s'era accostata umilmente all'amica che pregava ancora e, deponendole in fretta un involtino in grembo, le aveva detto:

- Questo per Marta.

La signora Agata aveva voluto richiamarla; ma Anna s'era voltata appena a salutarla con la mano ed era scappata via. Nell'involtino la signora Agata aveva trovato alcune trine intrecciate all'uncinetto, tre bavaglini ricamati, due cuffiette. N'era rimasta intenerita fino alle lagrime.

Delle molte amiche ch'ella contava, nessuna dopo lo scandalo era rimasta fedele; ma, ecco, in cambio, quest'antica amicizia ora si riannodava quasi furtivamente. Difatti, la domenica appresso, aveva riveduto Anna Veronica in chiesa, le si era seduta accanto e, dopo messa, avevano parlato a lungo, commovendosi ai ricordi della loro antica amicizia e alle vicende e ai tristissimi casi occorsi ad ambedue.

E ora che Francesco Ajala se ne stava sempre rinchiuso, non poteva Anna Veronica venire di nascosto a tener compagnia, ad ajutare come un tempo l'amica nei suoi lavori di cucito?

Poteva, sì. Ed ecco, Anna Veronica attraversava in punta di piedi la stanza attigua a quella del rinchiuso; si liberava del lungo scialle nero da penitente; e sorridendo a Marta e a Maria con due diversi sorrisi:

- Eccomi qua, figliuole mie, - diceva sottovoce. - Che c'è da fare?

Marta assisteva la sera a quel lavoro amoroso della madre e dell'amica; e spesso, fissando quelle fasce, quelle camicine, quei corpettini, quelle cuffiette nel canestro, gli occhi le s'infoscavano o le si riempivano di lagrime silenziose.

Intanto Paolo a bassa voce si sforzava di fare intendere a Maria il congegno della concerìa: la macina ritta per schiacciare le bucce di mortella o di sommacco, le trosce per l'addobbo dei cuoj, il mortajo... - o le rifaceva la cronaca del paese. Si era sossopra per le imminenti elezioni politiche. Gregorio Alvignani aveva posato la candidatura. I Pentàgora spendevano un banco di denari per combatterlo. Manifesti, galoppini, comizii, giornaletti d'occasione... Lui, Paolo, non sapeva da qual parte tenere, come regolarsi; per non essere coi Pentàgora, non voleva parteggiare per l'avversario dell'Alvignani; a questo intanto non avrebbe mai dato il suo voto; per l'autorità che gli veniva dalla direzione della concerìa, in cui lavoravano più di sessanta operai, non gli pareva ben fatto appartarsi dalla lotta.

La povera Maria fingeva di prestar ascolto, per non dargli dispiacere; e quel supplizio durava per lei una e due ore, spesso.

- Vuoi scommettere, - le disse Marta sorridendo, una sera, prima d'andare a letto, - che Paolo è innamorato di te?

- Marta! - esclamò Maria, arrossendo fin nel bianco degli occhi. - Come puoi pensare a codeste cose?

Marta scoppiò in una stridula risata:

- Che vuoi? Non lo sai? Sono una donna perduta, io!

- Marta! oh Marta mia, per carità! - gemette Maria, nascondendosi il volto con le mani.

Marta allora le afferrò le braccia, e, scotendola con violenza, le gridò, accesa d'ira:

- Volete farmi impazzire con codesta tragedia che mi rappresentate attorno? L'avete giurato? Volete farmi andar via? Ditelo una buona volta! Me n'andrò, me ne vado subito via, ora stesso... Lasciami, lasciami...

Si lanciò verso l'uscio, trattenuta da Maria. Accorse la madre.

- Zitta, Marta, per carità! Piano... Sei pazza? Dove vuoi andare?

- Giù! Per istrada, a gridar giustizia... Pazza, sì, pazza!

- Non gridar così... Tuo padre ti sentirà!

- Tanto meglio! Mi senta! Perché se ne sta lì rinchiuso? Non per nulla s'è chiuso al bujo: così, come un cieco, mi condanna... Non voglio, non voglio più stare con voi... Così sarete contenti e felici...

Il pianto a un tratto la vinse; si dibatté fino a tarda notte in una tremenda convulsione di nervi, vegliata dalla madre e dalla sorella.

VI

Col capo abbandonato su la spalliera dell'ampia poltrona, le belle mani diafane su i bracciuoli, in un'atonìa invincibile, Marta ora si affisava a lungo su qualche mobile della camera; e le pareva che soltanto adesso le si chiarisse, ma stranamente, il significato dei singoli oggetti, e li esaminava, ne concepiva quasi l'esistenza astraendoli dalle relazioni tra essi e lei. Poi gli occhi le si fermavano di nuovo su la madre, su Maria, su Anna Veronica, che lavoravano in silenzio davanti a lei; abbassava le pàlpebre; traeva un lungo sospiro di stanchezza.

Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.

Finalmente una mattina, poco prima di mezzogiorno, le sopravvennero le doglie.

Gelata, con la fronte molle di sudore, si agitava per la camera, non trovava più luogo da schermire lo spasimo; e intanto guardava con terrore la vecchia levatrice e un'altra donna assistente che preparavano il letto. Un fremito di stizza la scoteva tutta a ogni sennato, placido consiglio ch'esse le rivolgevano.

Nella stanzetta accanto, un giovane medico, alto, pallido, biondiccio, chiamato per consiglio della levatrice molto impensierita per lo stato della partoriente, di nascosto disponeva e apparecchiava con minuziosa cura, su un tavolino, fasce, compresse, fiaschi, tubi elastici, strumenti di strana foggia. E ogni volta, posando con studiata disposizione l'oggetto preparato, pareva dicesse: «E questo è fatto!». A quando a quando tendeva l'orecchio e sorrideva tra s‚ per qualche lamento della partoriente.

- Mamma, muojo! - nicchiava Marta, agitando continuamente, regolarmente la testa da un lato all'altro. - Mamma, muojo! Ah, mamma! ah, mamma!

E stringeva forte un braccio della madre che la sorreggeva guardandola con infinita pietà tra le lagrime che le rigavano il volto, dilaniata dai gemiti sordi o acuti, dal mugolìo continuo della figlia: l, addossate tutt'e due a un angolo della camera, come se lì soltanto ella potesse soffrir meno.

Maria s'era ritirata con Anna Veronica in una stanza lontana, prossima a quella del padre, e Anna a bassa voce procurava di calmar l'ansia e l'impazienza di lei.

- Quando il bambinello verrà con la sua manina a battere a quell'uscio, chiamando nonno! nonno! con l'odore del latte nella vocina, ah, voglio vedere se non aprirà! Aprirà... E allora, figliuola mia, io non potrò più venire da voi, è vero; ma non importa! Io prego ogni sera il mio Gesù che vi faccia questa grazia.

Improvvisamente, barcollando, urlando, con le braccia levate, furibonda dagli spasimi e dalla paura, irruppe in quella stanza Marta, discinta, scarmigliata, inseguita dalla madre e dalle donne assistenti. Maria, Anna Veronica si levarono spaventate e le corsero dietro anch'esse. Marta andò a urtare contro l'uscio del padre e, battendovi con la testa e con le mani, chiamava, supplicava:

- Babbo! Apri, babbo! Non mi far morire così! Apri, babbo! Muojo, perdonami!

Le donne, piangendo, gridando, cercavano di strapparla di là. Il medico la prese per le braccia.

- Codeste sono pazzie, signora! Via, via: il babbo verrà; si lasci condurre...

Le donne la circondarono, la tolsero quasi di peso, la trascinarono nella camera del travaglio.

Quivi la adagiarono sfinita su i guanciali.

Poco dopo, Maria, ch'era ritornata a origliare all'uscio del padre, entrò nella camera della sorella, con faccia stravolta, tutta tremante, a chiamare la madre; la condusse all'uscio del rinchiuso e, tendendo di nuovo l'orecchio, le disse:

- Senti? senti? Mamma, senti?

Veniva dalla stanza, attraverso l'uscio, un romor sordo, continuo, come un ruglio di cane aizzato.

- Francesco! - chiamò forte la signora Ajala.

- Babbo! - chiamò Maria, lì lì per piangere.

Nessuna risposta. La madre afferrò con mano convulsa la gruccia dell'uscio e spinse e scosse: invano. Attese: il rantolo continuava, crescente come in un ringhio.

- Francesco! - chiamò di nuovo.

- Mamma! oh mamma! - fece Maria, presaga, torcendosi le mani.

La signora Ajala diede allora una spallata all'uscio resistente; una seconda; alla terza l'uscio cedette.

Nella camera al bujo giaceva Francesco Ajala, bocconi sul pavimento, con un braccio proteso, l'altro storto sotto il petto.

Al grido acutissimo della madre e di Maria rispose dalla camera della partoriente come un ùlulo lungo, ferino. Accorse Anna Veronica, accorse il medico; si spalancarono le imposte; e il corpo inerte, fulminato di Francesco Ajala fu deposto con inutile cautela sul letto e messo quasi a sedere, sorretto da guanciali.

- Non gridino, per carità, non gridino! - scongiurò il medico. - O ne perderanno due!

- Dunque è perduto? - gridò la signora Ajala.

Il medico fece un gesto disperato, e prima di accorrere alla camera della partoriente ordinò alla serva di recarsi per un altro medico, subito, alla prossima farmacia.

Maria, piangendo, asciugava con un fazzoletto su la faccia congestionata del padre il sangue che gli usciva da una lieve ferita alla fronte. Ah se questo solo fosse stato il male! Pure ella metteva tutta l'attenzione, tutto il suo amore, nell'arrestare quelle poche gocce di sangue, come se da questo soltanto dipendesse la salvezza del padre. La madre pareva impazzita: voleva a ogni costo che il marito parlasse, e l'abbracciava e gli stringeva le mani diacce, già morte. Francesco Ajala, terreo in volto, continuava a rantolare sordamente, con la bocca spalancata e gli occhi chiusi.

Accorse l'altro medico, ch'era un omacciotto calvo, bircio d'un occhio.

- Largo! che c'è? Mi lascino vedere... Eh! - fece, con voce oppressa da intasamento nasale, percotendosi le anche. - Povero signor Francesco! Ghiaccio, ghiaccio... Qui, alla farmacia dirimpetto, carte senapate, una vescica... Chi va? chi corre? Si levino d'attorno al letto... aria! aria! Povero signor Francesco...

Giunse attraverso gli usci chiusi un grido prolungato, quasi di rabbia furibonda. Il medico si volse di scatto; tutti per un attimo si distrassero e attesero.

- Povera figlia mia! - poté finalmente gemere la signora Agata, rompendo in singhiozzi.

Allora le altre donne piansero e gridarono insieme. Il medico si guardò intorno smarrito, sbalordito, si grattò con un dito il cranio, poi sedette e si mise a far rincorrere i due pollici delle mani intrecciate sul ventre.

Una lagrima solcò lentamente il volto del moribondo e si arrestò ai folti baffi grigi.

Ogni rimedio fu vano.

L'agonia durò fino a sera. Solo quel rantolo continuo, monotono, attestava un ultimo resto di vita in quel corpo gigantesco, ripiegato quasi a sedere sul letto.

Sul tardi, la signora Agata pensò a Marta, e si recò alla camera di lei. Fu colpita, nell'aprir l'uscio, dall'odore dell'ammoniaca e dell'aceto. Il parto era dunque avvenuto?

Marta giaceva immobile, cerea su i guanciali, e pareva esanime. La donna assistente reggeva, china su la puerpera, una compressa, e il medico, pallidissimo, sbracciato, buttava fiocchi di ovatta insanguinata in un catino per terra.

- Di là, - diss'egli alla madre, accennando l'uscio della stanza attigua.

La signora Agata, in silenzio, prima d'entrare nell'altra stanza come un automa, guardò la figlia.

- Morto... - bisbigliò questa, come a se stessa, con voce vuota d'espressione, quasi non le fosse venuta da più lontano che dalle labbra.

La levatrice mostrò di là alla madre, un mostricciattolo quasi informe, tra la bambagia, livido, odorante di musco.

- Morto...

Dalla via sottostante giunse il suono stridulo d'un campanello e un coro nasale, quasi infantile, di donne in frettolosa processione:

Oggi e sempre sia lodato

nostro Dio sagramentato...

Il Viatico! - disse la vecchia levatrice, inginocchiandosi, col morticino tra le braccia, in mezzo alla stanza.

La signora Agata uscì in fretta, accorse alla sala d'ingresso, mentre già entrava il prete parato, con la pisside in mano, e un uomo che gli veniva dietro, con gli occhi quasi spiritati di paura, chiudeva il baldacchino. Il sagrestano con un tabernacoletto tra le braccia seguì il prete nella camera del moribondo. Le donne e i fanciulli che accompagnavano il Viatico s'inginocchiarono nella saletta, parlottando tra loro.

Francesco Ajala non intese, non comprese nulla; ricevette soltanto l'estrema unzione e, presente ancora il prete, spirò.

Appena giù per la strada, il suono stridulo del campanello e il rosario delle donne si confusero con le grida clamorose e gli applausi d'una folla di schiamazzatori, i quali, con una bandiera in testa, esaltavano la proclamazione di Gregorio Alvignani a deputato.

VII

Dopo il parto, Marta stette circa tre mesi tra la vita e la morte.

Provvidenza divina, questa malattia, diceva Anna Veronica. Sì, perché, altrimenti, le due povere superstiti, la vedova e l'orfana, sarebbero certo impazzite. Invece, nella lotta disperata contro quel male che sembrava invincibile, le loro labbra, che pareva non avessero dovuto mai più sorridere, sorrisero due mesi appena dopo la morte quasi violenta del capo di casa, ai primi accenni della convalescenza di Marta.

Instancabile, Anna Veronica, dopo tante veglie, recava adesso ogni mattina alla convalescente piccole immagini odorose di santi, contornate di carta trapunta, punteggiate d'oro, con nimbi d'oro.

- Qua, - diceva, - dentro la busta, sotto il guanciale: ti guariranno: sono benedette.

E mostrandole i due santi patroni del paese, San Cosimo e San Damiano, con le tuniche fino ai piedi, la corona in capo e le palme del martirio in mano; i due santi miracolosi, di cui presto sarebbe ricorsa la festa popolare, e ai quali ella aveva promesso un'offerta per la guarigione di Marta:

- Questi, - soggiungeva, - valgono più del tuo medico spelato, con un occhio a Cristo e l'altro a San Giovanni.

E contraffaceva il medico e la voce di lui oppressa dal perenne intasamento nasale: - «soffro di litiasi, signora mia!» - Che sarebbe? - «Mal di pietra, signora mia, mal di pietra!».

Marta sorrideva dal letto pallidamente, seguendo con gli occhi i versi di Anna Veronica, e anche Maria e la madre sorridevano.

La sera, prima di tornarsene a casa, Anna recitava il rosario con la signora Agata e con Maria, nella camera di Marta.

La malata ascoltava il borbottìo della preghiera nella camera debolmente rischiarata da un lume guarnito d'una ventola di mantino verde; guardava le tre donne inginocchiate, curve sulle seggiole, e spesso, alla litanìa, rispondeva anche lei alle invocazioni di Anna Veronica:

- Ora pro nobis.

Quel senso di serenità, fresca, dolce e lieve, che suol dare la convalescenza, le si turbava al sopravvenire della sera. Le pareva che quel lume riparato dal mantino verde fosse poco, troppo poco contro l'ombra che invadeva la casa; e un'ambascia cupa, un'oscura costernazione, un'impressione di vuoto, di sgomento sentiva venirsi dalle altre stanze, in cui spingeva trepidante, dal letto, il pensiero: subito ne lo ritraeva, affisando di nuovo gli occhi al lume, per sentirne il conforto familiare. In quell'ombra, in quel bujo delle altre stanze, il padre era scomparso. Di là egli, ormai, non c'era più. Nessuno più, di là... L'ombra. Il bujo. Che incubo, è vero, era egli stato per lei! Ma a qual prezzo, ora, se n'era liberata... La cupa ambascia, l'oscura costernazione, il senso di vuoto, di sgomento, non le venivano piuttosto dal pensiero di lui?

- Ora pro nobis.

Spesso si addormentava con la preghiera su le labbra. La madre le giaceva a fianco, su lo stesso letto; ma stentava tanto, ogni sera, a prender sonno, non solo per il ricordo vivo e straziante del marito, ma anche per la preoccupazione assidua in cui la teneva il nipote, Paolo Sistri, a cui era affidata ormai l'esistenza della famiglia.

Paolo, dopo la disgrazia, non veniva più, puntualmente, ogni sera. Bisognava che la zia mandasse a chiamarlo due e tre volte per aver notizie della concerìa; e, quando finalmente si risolveva a venire, appariva più abbattuto e sbalordito di prima.

Una sera le si presentò con la testa fasciata.

- Oh Dio, Paolo, che t'è accaduto?

Niente. In una stanza della concerìa, al bujo, qualcuno (e forse a bella posta!) s'era dimenticato di richiudere la... come si chiama? sì... la... la caditoja, ecco, su l'assito, ed egli, passando, patapùmfete! giù: aveva ruzzolato la... la come si chiama di legno... la scala della cateratta, già! Per miracolo non era morto. Ma tutto bene, benone, alla concerìa. Forse però, ecco... sarebbe stato meglio tentare adesso una certa concia alla francese.. - quella tal maniera di concia per la quale... ecco, già! si adopera in polvere la... come si chiama... la scorza di leccio, di sughero e di cerro; mentre, alla maniera nostrana, con la vallonèa spenta nell'acqua di mortella...

- Per carità, Paolo! - lo interrompeva la zia, a mani giunte. - Non facciamo novità! Andava tanto bene la concia all'uso nostro finché ci badò la buon'anima.

- Gesù! che c'entra? - le rispondeva Paolo, saccente, ora che lo zio non c'era più. - È un'altra cosa! Perché... vede com'è? Si piglia... prima che si pigliava? l'acqua cotta. Oh, e ora si piglia l'acqua pura..., aspetti! con la polvere di leccio, oppure...

E seguitava per un pezzo, imbrogliandosi, rifacendosi daccapo, a spiegare alla zia quella benedetta concia in rammorto, alla francese.

- Mi sono spiegato?

- No, caro. Ma forse non comprendo io. Mi raccomando: attenzione!

- Lasci fare a me.

E veramente per lui non mancava. Notte e giorno, in continua briga: di giorno, ora qua, ai calcinaj, per sorvegliare la bolleratura; ora là, alle trosce, pei bagni; poi, ai cavalletti, per la pelatura e la scarnatura delle pelli, e così via: di notte, lì, su i libri di cassa, a far conti. Sentiva su le quattro cantare i galli... Che ne sapeva sua zia? I galli, parola d'onore, alle quattro... E lui ancora in piedi! L'inchiostro del calamajo non rispettava nessuna delle sue dieci dita, e n'aveva pur cenciate sul naso e sulla fronte.

- La vorrei qua, a vedere! - sbuffava, in maniche di camicia, col capo rovesciato sulla spalliera del seggiolone come se volesse trovar le cifre del conto tra i ragnateli del soffitto, a cui, distraendosi, voleva far giungere il fumo, che tirava a gran boccate dalla pipa: - fffff.

Per la strada, intanto, nel vasto edificio, silenzio di tomba. Su la parete nuda, ingiallita, la candela verberava il lume tremolante a ogni sbuffo di Paolo, la cui ombra si protendeva enorme e mostruosa sul pavimento.

- Puah! Alla faccia di... - e nominava un creditore, scaraventando uno sputo contro la parete.

Un ragno gli passava sotto gli occhi, zitto zitto, come impaurito dal lume, traballando leggermente su le otto lunghe esilissime gambe. Paolo aveva ribrezzo di questi animaletti, come le donne dei topi. Subito scattava in piedi, si levava una pantofola, e pàffete! - schiacciava con la suola il ragno; poi, col volto atteggiato di schifo, stava un po' a mirar la vittima così appiccicata alla parete.

Dopo la morte dello zio, aveva piantato tenda definitivamente alla concerìa. Vi mangiava e vi dormiva; e in quella stanzaccia intanfata non permetteva che entrasse mai nessuno. Lui si apparecchiava da mangiare, lui il letto: tutto lui; ma glien'andasse mai una bene! Cercava le posate? - la carne gli s'abbruciava sul fuoco. Voleva bere? - trovava scandelle a galla sul vino. Chi aveva versato olio nel suo bicchiere?

- Puah! Mannaggia...

E restava con la lingua fuori e il volto atteggiato di schifo.

Ma era niente, questo. Quel che gli toccava combattere con un nugolo di corvi piombati sulla concerìa dopo la morte dello zio! Difendeva con feroce zelo gl'interessi della povera vedova, il cortile della concerìa rimbombava delle sue liti rumorose, violente; ma alla fine doveva cedere e pagare e pagare. Intanto la vendita scemava di giorno in giorno; crescevano i debiti e i reclami; i mercanti di cuojame disdicevano gl'impegni o rimandavano la merce e si rivolgevano altrove. La zia, ignara, gli domandava ogni mese per l'andamento di casa quella somma che era solita di prendere per l'addietro, come se gli affari andassero bene allo stesso modo; e lui, che non si sentiva il coraggio di esporle il miserando stato delle cose, s'adoperava in tutti i modi perché, ogni mese, non mancasse almeno il denaro per lei.

Marta finalmente s'era levata di letto, e già moveva i primi passi, sorretta dalla madre e da Maria: dalla poltrona a piè del letto fino allo specchio dell'armadio.

- Come sono, mio Dio!

Levava un braccio dal collo di Maria e si ravviava con la bianca mano tremolante i capelli dalla fronte, lievemente, e sorrideva guardandosi negli occhi, quasi con smarrita pietà per le sue povere labbra arse dal cociore di tante febbri. Poi andava a sedere nel seggiolone di cuojo presso la finestra. Veniva Anna Veronica e le parlava con la sua naturale dolcezza dei vespri di maggio consacrati alla Madonna: - La chiesa fresca, tutta fragrante di rose; poi la benedizione, e infine le canzonette sacre cantate al suono dell'organo: gli ultimi raggi d'oro del sole entravano in chiesa per i larghi finestroni aperti in alto, e anche qualche rondine entrava e svolava di qua, di là, smarrita, mentre fuori garrivano le altre com'ebbre, inseguendosi.

Marta ascoltava con l'anima quasi alienata dai sensi.

- Ti ci condurremo noi, andremo tutt'e quattro insieme, prima che finisca il mese. Oh starai bene, non dubitare.

Ma ella diceva di no, che non le sarebbe stato possibile.

- Sì, la chiesa, a due passi; ma se ancora non mi reggo...

La terza domenica di maggio, dopo la funzione sacra, Anna accorse, esultante, dalla chiesa.

- A te, a te, Marta! uscita in sorte a te!

- Che cosa? - domandò Marta, guardando quasi sgomenta dal seggiolone.

- La Madonna! La Madonna: a te! Senti? Te la portano cantando le Figlie di Maria. Senti il tamburo? La Madonna ti viene in casa!

Nelle domeniche di maggio, in chiesa, dopo la predica e la benedizione, si faceva tra i divoti il sorteggio d'una Madonnina di cera custodita in una campana di cristallo.

- E come? come mai? - diceva Marta, tutta confusa, sentendo appressare vieppiù alla casa il coro delle divote e il rullo del tamburo.

- Io, tutte le domeniche, ho preso un numero per te. Oggi il cuore me lo diceva: uscirà in sorte a Marta! E così è stato. Ho gettato un grido di contentezza così forte nella chiesa, che tutti si sono voltati. Ecco la Madonna che viene a visitarvi... Eccola, eccola, Vergine santa!

Entrò nella stanza una commissione di fanciulle che avevano tutte sul seno una medaglina pendente da un nastro azzurro; entrò il sagrestano della chiesa con la Madonna di cera entro la campana di cristallo che tra le grosse mani scabre e nere pareva anche più fragile. Per la scala rullava fragorosamente il tamburo.

Quelle fanciulle erano abituate a sorridere tutte a un modo, guardando e udendo le espressioni di giubilo con cui i divoti accoglievano la Madonnina: vedendo ora Marta rimanere seduta, pallida, stordita dalla commozione troppo forte per le sue deboli forze, rimasero dapprima un po' sconcertate, poi le si appressarono e presero a parlarle, ripetendo ognuna le parole dell'altra: - Adesso sarebbe guarita, certo... La Madonna... La visita della Madonna... Via medici, medicamenti...

Il rullo del tamburo era intanto cessato: la signora Ajala aveva regalato qualche soldo al tamburino, altri ne regalò al sagrestano, e poco dopo la casa fu sgombra.

Marta non si saziava d'ammirare la Madonnina su le sue ginocchia, reggendola con le mani ceree su la campana.

- Com'è bella! com'è bella! Oh Maria!

E veramente, prima che finisse il mese, poté recarsi in chiesa a ringraziare la Madonna, in compagnia d'Anna Veronica, della madre e della sorella.

VIII

«Mio buon Gesù, voglio riconciliarmi con Voi, confessando al Vostro ministro tutti i peccati coi quali V'ho offeso. Grande miseria è la mia, se tanto facile m'è dimenticarmi di Voi. Ingrata, non so vivere senz'offender Voi, Padre mio e mio amabile Salvatore. E ora che mi sento colpevole, mi accuso, mi pento, imploro misericordia da Voi. Piangi, mio cuore, che hai offeso Dio, il quale tanto ha sofferto pe' tuoi peccati. Ricevete, o Signore, questa mia confessione; gradite, avvalorate con la grazia Vostra il mio atto di contrizione e il proponimento del cuor mio, che mi fa ripetere con Santa Caterina da Genova: - Amor mio, non più mondo, non più peccati; ma amore, fedeltà, obbedienza ai Tuoi santi comandamenti. - In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia».

Segnatasi e chiuso il libro delle preghiere, Marta rivolse uno sguardo angoscioso al confessionale, davanti al quale, dall'altra parte, stava inginocchiata una vecchia penitente venuta prima di lei. Da quest'altra parte, il legno del confessionale, tutto a forellini, levigato e giallognolo, serbava l'impronta opaca di tante fronti di peccatori. Marta lo notò con un certo ribrezzo, e si tirò ancora di più sul capo il lungo scialle nero, fin quasi a nascondersi il volto. Era pallidissima, e tremava.

La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente, nella cruda immobile frescura insaporata d'incenso. La solenne vacuità dell'interno sacro, quasi sospeso agl'immani pilastri, alle ampie arcate, dava all'anima, in quella penombra, un senso d'oppressione. Tutta la navata di centro era occupata da due ali di seggiole impagliate, disposte in lunghe file sul pavimento polveroso, ineguale per le antiche pietre tombali, logore.

Marta stava inginocchiata su una di queste pietre, e aspettava che quella vecchia penitente le cedesse il posto nel confessionale.

Quanti peccati, quella vecchia! Ma suoi o della miseria? e quali mai? Il vecchio confessore li ascoltava attraverso i forellini del legno, con volto impassibile.

Ma chinò gli occhi e, per distrarsi, cercò di decifrare l'iscrizione funeraria in parte svanita sulla pietra dalla logora effigie. Lì sotto, uno scheletro... Che importava più il nome? Ma come e quanto più raccolto, più sicuro, più protetto, nella pace solenne d'una chiesa, appariva il riposo della morte!

Le due ali di seggiole s'allungavano fino alle colonne che reggevano sul nàrtice la cantorìa. Dietro queste colonne erano due lunghe panche, su una delle quali Marta, entrando, aveva veduto un vecchio contadino con le braccia incrociate sul petto, rapito nella preghiera, con gli occhi risecchi dagli anni, infossati. Oh quelle mani scabre, terrose, quel collo dalla floscia giogaja divisa da un solco nero, dal mento giù giù fin sotto la gola, e quelle tempie schiacciate, quella fronte increspata sotto l'ispida canizie! Di tratto in tratto il vecchietto tossiva, e quei colpi di tosse rimbombavano cupamente nel silenzio della chiesa deserta.

Dai finestroni in alto entrava a colpire a fasci i grandi affreschi della vòlta l'ardente pallore in cui il giorno moriva tra uno sbaldore assordante di rondini.

Marta era venuta in chiesa per consiglio di Anna Veronica. Ma cominciava già, in quella lunga attesa, ad avere di se stessa, inginocchiata lì come una mendicante, una penosissima impressione. Intendeva in Anna tutta quell'umiltà, fonte per lei di tanta serena dolcezza; Anna era veramente caduta; aveva perciò cercato e trovato nella fede un conforto, nella chiesa un rifugio. Ma lei? Aveva la coscienza sicura, lei, che non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa a strapparle una anche minima concessione. La gente, ora, vedendola lì in chiesa, umile e prostrata, non avrebbe supposto ch'ella avesse accettato come giusta la punizione e che s'inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugio, perché non si riconosceva più il diritto di levarsi in piedi e a fronte alta davanti agli uomini? Non per questi, è vero, non per la punizione immeritata, non per la sciagura del padre, di cui lei non voleva riconoscersi cagione, si era lasciata indurre da Anna a venire in chiesa per confessarsi; ma per s‚, per aver lume e pace da Dio. Che avrebbe detto però, tra poco, a quel vecchio confessore? Di che doveva pentirsi? Che aveva fatto, qual peccato commesso da meritare tutti quei castighi, quelle pene, e l'infamia, la sciagura del padre e del figliuolo, il perpetuo lutto in casa, e forse la miseria, domani? Accusarsi? pentirsi? Se male aveva fatto, senza volerlo, per inesperienza, non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote le avrebbe consigliato d'accettare con amore e con rassegnazione il castigo mandato da Dio. Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto, se Dio vedeva nei cuori... Gli uomini, piuttosto... Strumenti di Dio? Ma ricevono da Dio forse la misura del castigo? Eccedono, o per bassezza di spirito o per aberrazione d'onestà... Accettare umilmente la condanna, senza ragionarla, e perdonare? Avrebbe potuto perdonare? No! No!

E Marta levò il capo e guardò la chiesa, come se a un tratto vi si trovasse smarrita. Quel silenzio, quella pace solenne, l'altezza di quella vòlta, e là quel confessionale piccolo, e quella vecchia prostrata e quel confessore immobile, impassibile, tutto le si allontanò improvvisamente dallo spirito rivoltato, come un sogno vano in cui ella, nel torpore della coscienza, fosse penetrata e che ora, risentendo la cruda e dolorosa sua realtà, vedesse dileguare.

Si alzò, ancora perplessa; sentì mancarsi le gambe, ebbe come una vertigine, si portò una mano agli occhi, e con l'altra si sorresse a una seggiola; poi attraversò quasi vacillante la chiesa. Su la panca, sotto la cantorìa, vide ancora il vecchietto, nella stessa positura, con le braccia incrociate sul petto, assorto nella preghiera, estatico.

Fino a casa si portò nell'anima l'immagine di lui.

Quella fede ci voleva! Ma non poteva averla lei. Lei non poteva perdonare. Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto come una spugna arida, da cui non poteva più spremere un pensiero che la confortasse, che le désse un momento di requie.

Era fantastica, forse, questa sensazione; ma le cagionava intanto un'angoscia vera, che invano cercava sfogo nelle lagrime. Quante, Dio, quante ne aveva versate! Ora, ecco, neanche di piangere le riusciva più. Sempre quel nodo, sempre, irritante, opprimente, alla gola. Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch'era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C'era un fatto. Qualcosa ch'ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n'era lasciato invece schiacciare per il primo. Era forse un'altra, lei, dopo quel fatto? Era la stessa, si sentiva la stessa; tanto che non le pareva vero, spesso, che la sciagura fosse avvenuta. Ma s'impietriva anche lei, ora, cominciava a non poter sentire più nulla: non cordoglio per la morte del padre, non pietà per la madre né per la sorella, né amicizia per Anna Veronica: nulla, nulla!

Tornare in chiesa? E perché? Pregava, e la preghiera era solamente un vano agitarsi delle labbra; il senso delle parole le sfuggiva. Spesso, durante la messa, si sorprendeva intenta a guardare i piedi del sacerdote su la predella dell'altare, le brusche d'oro della pianeta, i merletti del messale; poi, all'elevazione, destata dal rumorìo delle seggiole smosse, dallo scampanellìo argentino, si alzava anche lei e s'inginocchiava, guardando stupita certe vicine che si davano pugni rintronanti sul petto, piangendo lagrime vere. Perché?

Per sottrarsi al vaneggiamento in cui ogni suo pensiero, ogni sentimento naufragava, provò se le riusciva di rimettersi allo studio, o almeno a leggere. Riaprì i vecchi libri abbandonati, e n'ebbe un'indicibile tenerezza. Le memorie più dolci rivissero e quasi le palpitarono sotto gli occhi: rivide la scuola, le varie classi, le panche, la cattedra: ecco, a uno a uno, tutti i professori che si susseguivano nel giro delle lezioni, e poi il giardino della ricreazione, il chiasso, le risa, le passeggiate a braccetto per i vialetti tra le compagne più care: poi il suono della campana, e la classe di nuovo; il direttore, la direttrice... le gare... i castighi... Sul tavolino le stava aperto sotto gli occhi un libro, un trattato di geografia; sfogliò alcune pagine: sul margine di una, un segno, e queste parole scritte di sua mano:

«Mita, domani partiremo per Pekino!». Mita Lumìa... Che abisso ora tra lei e quella compagna di collegio!

Come mai in certe anime non sorgeva alcuna aspirazione a levarsi un po' sopra gli altri, foss'anche in una minima cosa?

Questo, sù per giù, Marta aveva notato in tutte le sue compagne di scuola, questo notava in sua sorella, nella buona Maria. Suo marito era poi proprio dell'armento, e lieto e pago di appartenervi. Oh se ella avesse seguitato gli studii! A quest'ora!

Si ricordò di tutte le lodi che i professori le avevano fatto, e anche... sì, anche delle lodi che un altro le aveva fatte: l'Alvignani, per le risposte alle sue lettere. Che gli aveva risposto? Aveva discusso con lui delle condizioni della donna nella società... «Ella sa accomodare i sensi acutissimi» le aveva scritto in una delle sue lettere l'Alvignani, «i sensi acutissimi all'osservazione della realtà.» L'aveva fatta ridere tanto questa lode. E quell'accomodare i sensi! Forse era detto bene... perché, cultissimo, l'Alvignani... ma scriveva, secondo lei, troppo dipinto; mentre, quando parlava... Oh, a Roma, lei, se non l'avessero così incatenata... A Roma, moglie di Gregorio Alvignani, in altro ambiente, largo, pieno di luce intellettuale... lontano, lontano da tutto quel fango...

Chinava il capo su i libri, animata improvvisamente dall'antico fervore, quasi per un bisogno irresistibile di rinutrire comunque un'aspirazione che pur non resisteva al minimo urto della realtà; al cigolare dell'uscio, quand'ella doveva recarsi nelle altre stanze, ove erano la madre e la sorella vestite di nero.

Di ciò che avvenisse in famiglia, non sapeva nulla. Aveva notato soltanto che la madre e Maria la guardavano, come se volessero nasconderle qualcosa: una impressione, un sentimento. Non erano forse contente che ella se ne stésse quasi tutto il giorno appartata? La scusavano? la compativano? La madre aveva spesso gli occhi rossi di pianto; Maria s'assottigliava sempre più, spighiva, aveva preso un'aria sbalordita, una gramezza che affliggeva. Per farle piacere, le domandava:

- Andiamo in chiesa, Maria?

Questa domanda per la sorella significava:

«Andiamo a pregare per il babbo?» E rispondeva sempre di sì; e andavano.

Un pomeriggio, uscendo dalla chiesa, furono prese d'assalto da un ragazzetto quasi tutto ignudo, con la camicina soltanto, sudicia, che gli cadeva a sbrendoli su le gambette magre, terrose; il visetto, giallo e sporco. Con una manina egli afferrò lo scialle di Marta e non volle più lasciarlo, pregando che gli facessero la carità: era figlio di un muratore caduto dalla fabbrica.

- È vero, - confermò Maria. - Jeri, da un'impalcatura. S'è rotto un braccio e una gamba.

- Vieni, vieni con me, povero piccino! - disse allora Marta, avviandosi.

- No, Marta... fece Maria, guardando pietosamente la sorella; ma subito abbassò gli occhi, come pentita, contrariata.

- Perché? - le domandò Marta.

- Nulla, nulla... andiamo... - rispose frettolosamente Maria.

Giunte a casa, Marta domandò alla madre qualche soldo per quel ragazzo.

- Oh figlia mia! Non ne abbiamo più neanche per noi...

- Come!

- Sì, sì... seguitò tra le lagrime la madre. - Paolo è scomparso da due giorni; non si sa dove sia... La concerìa chiusa; vi hanno apposto i suggelli... È la nostra rovina! State qua, figliuole mie. Diglielo tu, Maria. Io debbo recarmi subito dall'avvocato.

IX

Prima dell'alba del giorno appresso furono destate di soprassalto da uno strepito indiavolato giù per la strada: urli, grida scomposte che andavano al cielo, fischi spaventevoli di bùccine marine.

- I pescatori... - disse Maria, quasi tra sé, in un sospiro, nel bujo della camera.

Eh sì: quello era il giorno della festa dei santi Patroni del paese. Chi ci aveva pensato?

Come ogni anno, sù dalla borgata marina venivano in tumulto, su lo spuntar del giorno, i così detti pescatori: quasi tutta la gente che abitava in riva al mare, non dedita alla pesca soltanto. A loro, a gli abitanti della borgata, era serbato per antica abitudine l'onore di portare in trionfo per le vie della città il fèrcolo de' due santi Patroni, che appunto nel mare avevano sofferto il loro primo martirio, e su i marinaj perciò facevano valere più specialmente la loro protezione.

Così ogni anno la città era destata da quell'invasione fragorosa, come dal mare stesso in tempesta. Lungo le vie si schiudevano le finestre frettolosamente, da cui si sporgevano braccia nude, subito ritirate, e facce pallide di sonno, avvolte in vecchi scialli, in cuffie, in fazzoletti.

Nessuna delle tre sconsolate pensò di scendere dal letto. Rimasero con gli occhi aperti nel bujo, e a ciascuna passò innanzi alla mente la visione di quegli energumeni giù per la via, tra il fumo e le fiamme sanguigne delle torce a vento squassate, vestiti di bianco, in camicia e mutande, coi piedi scalzi, una fascia rossa alla vita, un fazzoletto giallo legato intorno al capo. Tant'altre volte, negli anni lieti, li avevano veduti.

Passata quella furia infernale, la strada ricadde nel silenzio notturno; ma si ravvivò poco dopo festivamente. Maria affondò la faccia nel guanciale e si mise a piangere in silenzio, angosciata dai ricordi.

S'intese il primo grido degli scalzi miracolati:

- Il Santo delle grazie, divoti!

Erano ragazzi, giovinotti, uomini maturi, che per miracolo dei santi Cosimo e Damiano (di cui il popolo faceva un santo solo in due persone) si ritenevano scampati da qualche pericolo o guariti da qualche infermità, e che, ogni anno, per voto, andavano in giro per il paese, in peduli, vestiti di bianco come i pescatori, e con un vassojo davanti sostenuto da una fascia di seta a tracolla. Sul vassojo erano immagini dei due Martiri, da uno, da due, da tre soldi e più.

- Il Santo delle grazie, divoti!

Salivano nelle case per vendere quelle immagini; ricevevano dalle famiglie, in adempimento dei voti, offerte d'uno o più ceri dorati, d'uno o più galletti infettucciati; offerte e quattrini recavano d'ora in ora alla Commissione dei festajoli nella chiesetta dei Santi.

Oltre ai ceri e ai galletti, offerte maggiori andavano a quella chiesa pompaticamente, a suon di tamburi: agnelli, pecore, montoni, anch'essi infettucciati, dal vello candido, pettinato, e frumentazioni su muli parati con ricche gualdrappe e variopinti festelli.

Nelle prime ore del mattino giunse Anna Veronica, vestita di nero, al solito, col lungo scialle da penitente. Bisognava adempiere al voto fatto durante la malattia di Marta: recare alla chiesa le due torce promesse e la tovaglietta ricamata.

E Marta doveva andare con lei. Nello scompiglio di quegli ultimi giorni, dopo la fuga di Paolo, ella non aveva pensato ad avvertirne Marta, la vigilia.

- Sù, sù, figliuola, fatti coraggio. A un voto non si può mancare.

Marta, tutta chiusa in sé, come avvolta in un silenzio tetro, le rispose subito, urtata:

- Non vengo... lasciami! Non vengo.

- Come! - esclamò Anna. - Che dici?

E guardò, ferita, Maria e l'amica.

- Avete ragione, sì, - rispose, scrollando il capo. - Ma chi può ajutarci?

Marta sorse in piedi.

- Debbo dimostrarmi grata per giunta, è vero? della grazia che ho ricevuto, guarendo... -

- Ma è facile morire, figliuola mia, - sospirò Anna Veronica, socchiudendo gli occhi. - Se sei rimasta in vita, non ti par segno che Dio ti vuol viva per qualche cosa?

Marta non rispose; come se queste parole dell'amica, pronunciate con la consueta dolcezza, avessero risposto a un suo segreto sentimento, a un segreto proposito, corrugò le ciglia e s'avviò per la sua camera.

- Ti servirà anche di svago, - aggiunse Anna.

Giù per le vie era un gran fermento di popolo. Dalla marina, dai paeselli montani, da tutto il circondario, era affluita gente in numerose comitive, che ora procedevano a disagio, prese per mano per non smarrirsi, a schiere di cinque o sei: le donne, gajamente parate, con lunghi scialli ricamati o con brevi mantelline di panno bianco, azzurro o nero, grandi fazzoletti a fiorami, di cotone o di seta, in capo e sul seno, grossi cerchi d'oro a gli orecchi e collane e spille a pendagli e a lagrimoni; gli uomini: contadini, solfaraj, marinaj, impacciati dai ruvidi abiti nuovi, dagli scarponi imbullettati.

Marta e Anna Veronica, che sotto lo scialle nascondeva le torce e la tovaglietta, tra la folla fluttuante, stordita, senza direzione, andavano quanto più sollecitamente potevano.

Giunsero alla fine nella piazza davanti alla chiesuola, rigurgitante di popolo. Il baccano era enorme, incessante; la confusione, indescrivibile. S'erano improvvisate tutt'intorno baracche con grandi lenzuola palpitanti: vi si vendevano giocattoli e frutta secche e dolciumi, gridati a squarciagola; andavano in giro i figurinaj con le imagini di gesso dipinte, rifacendo il verso degli scalzi miracolati; i frullonaj, tirando e allargando la cordicella del frullo; i gelataj coi loro carretti a mano parati di lampioncini variopinti e di bicchieri:

- Lo scialacuore! lo scialacuore!

E al gajo bando seguiva una distribuzione di scappellotti ai monelli più molesti, che attorniavano i carretti come un nugolo ostinato di mosche.

Contrastava con quel vario allegro berciare dei venditori la cantilena lamentosa opprimente d'una turba di mendicanti su gli scalini davanti al portone della chiesa, dove la gente accalcata faceva a gomitate per entrare. Marta e Anna Veronica si trovarono prese, quasi schiacciate tra quel pigia pigia e sospinte alla fine senza muover piede entro la chiesa buja, zeppa di curiosi e di divoti.

Deposto in mezzo alla navata centrale s'ergeva il fèrcolo enorme, massiccio, ferrato, per poter resistere alle scosse della disordinata bestiale processione. Sul fèrcolo, le statue dei due santi dalle teste di ferro, quasi identiche nell'atteggiamento, con le tuniche fino ai piedi e una palma in mano. In fondo, sotto un arco della navata, a sinistra, tra due colonne, attorno a un'ampia tavola, stava in gran faccende la Commissione dei festajoli, che riceveva dai divoti l'adempimento delle promesse: tabelle votive, in cui era rappresentato rozzamente il miracolo ottenuto nei più disparati e strani accidenti, torce, paramenti d'altare, gambe, braccia, mammelle, piedi e mani di cera.

Tra i festajoli, quell'anno, era Antonio Pentàgora.

Per fortuna, Anna Veronica se n'accorse prima d'accostarsi alla tavola; ristette perplessa, confusa.

- Rimani qua un momentino, Marta. M'accosto io sola.

- Perché? - domandò Marta, che s'era fatta d'improvviso pallidissima; e aggiunse, con gli occhi bassi: - C'è Nicola in chiesa.

- È lì al banco, il padre, - disse Anna, sottovoce. - Meglio che tu stia qua. Mi sbrigo subito.

Niccolino non s'aspettava quell'incontro con Marta. Non la aveva più riveduta dalla vigilia della rottura col fratello. Restò come stralunato a mirarla; poi s'allontanò mogio mogio, si confuse tra la folla, vergognoso. Ne aveva avuto sempre una gran soggezione; aveva tanto desiderato d'esser voluto bene da lei come un fratello minore, cresciuto com'era senza madre, senza sorelle. Di tra quel rimescolìo di teste cercò di scorgerla da lontano, senza più farsi vedere: la scorse; rimase a contemplarla, a spiarla; poi, intrufolandosi tra la ressa, la seguì con gli occhi fino all'uscita della chiesa. Per un pezzo non poté più avere né occhi né orecchi per lo spettacolo della festa. Si ritrovò, senza saper come, in mezzo alla piazza stipata, soffocato tra la folla enormemente cresciuta, che aspettava ora l'uscita del fèrcolo dalla chiesa. Dalla calca dei corpi ammaccati si levavano tutt'intorno, su i colli tesi, le facce accaldate, congestionate, smanianti nell'oppressura il respiro; alcune con una espressione supplice, d'avvilimento, negli occhi, altre con una espressione feroce. Le campane in alto sonavano a distesa su quel fermento, e le campane delle altre chiese rispondevano in distanza.

A un tratto, tutta la folla si commosse, si sospinse premuta da mille forze contrarie, non badando agli urti, alle ammaccature, alla soffocazione, pur di vedere.

- Eccolo! Eccolo! Spunta!

Le donne singhiozzavano, molti imprecavano inferociti, divincolandosi rabbiosamente tra la calca che impediva loro di vedere; tutti vociavano in preda al delirio. E le campane rintoccavano, come impazzite dagli urli della folla.

Il fèrcolo irruppe a un tratto, violentemente, dal portone e s'arrestò di botto là, davanti alla chiesa. Allora il grido uscì frenetico da migliaja di gole:

- Viva San Cosimo e Damiano!

E migliaja, migliaja di braccia s'agitarono per aria, come se tutto il popolo si fosse levato in furore, a una mischia disperata.

- Largo! Largo! - si gridò da ogni parte, poco dopo. - La via al Santo! La via al Santo!

E davanti al fèrcolo, lungo la piazza, la gente cominciò a ritrarsi di qua e di là a stento, respinta con violenza dalle guardie, per aprire un solco. Si sapeva che i due Santi procedevano per via quasi di corsa, a tempesta: erano i Santi della salute, i salvatori del paese nelle epidemie del colera, e dovevano correre perciò di qua e di là, continuamente. Quella corsa era tradizionale: senz'essa la festa avrebbe perduto tutto il brio e il carattere. Ciascuno però temeva di restarne schiacciato.

Squillò davanti alla chiesa stridulamente un campanello. Allora, tra le poderose stanghe della bara s'impegnò una zuffa tra i pescatori che dovevano caricarsela sulle spalle. A ogni tappa, lungo la via, si ripeteva quella zuffa, sedata a stento ogni volta dai festajoli che dirigevano la processione.

Cento teste sanguigne, scarmigliate, da energumeni, si cacciarono tra le stanghe della macchina, avanti e dietro. Era un groviglio di nerborute braccia nude, paonazze, tra camìce strappate, facce grondanti sudore a rivi, tra mugolìo e aneliti angosciosi, spalle schiacciate sotto la stanga ferrata, mani nodose, ferocemente aggrappate al legno. E ciascuno di quei furibondi, sotto l'immane carico, invaso dalla pazzia di soffrire quanto più gli fosse possibile per amore dei Santi, tirava a sì la bara, e così le forze si escludevano, e i Santi andavano com'ebbri tra la folla che spingeva urlando selvaggiamente.

A ogni breve tappa, dopo una corsa, dai balconi, dalle finestre gremite, alcune femmine buttavano per divozione sul fèrcolo e su la folla, da canestri, da ceste, fette di pan nero, spugnoso. E, sotto, la folla s'azzuffava per ghermirle. Nel frattempo, i portatori imbottavano fiaschi di vino e s'ubriacavano, sebbene quasi tutto il vino tracannato, di lì a poco, se n'andasse in sudore.

A quando a quando il fèrcolo diventava d'una leggerezza portentosa: procedeva allora con slancio irresistibile, salterellando tra l'allegro schiamazzo della folla. Tal'altra, al contrario, diventava d'una pesantezza insopportabile: i Santi non volevano andare avanti, rinculavano improvvisamente: accadevano allora disgrazie; qualcuno tra la folla rimaneva pesto. Un momento di pànico; poi tutti, per rifarsi animo, gridavano: - Viva San Cosimo e Damiano! - dimenticavano e procedevano oltre. Ma più volte, giunti allo stesso punto di prima, ecco di nuovo il fèrcolo arrestarsi improvvisamente; tutti gli occhi allora si volgevano alle finestre, e la folla, minacciando, imprecando, costringeva coloro che vi erano affacciati a ritirarsi, poiché era segno che fra essi doveva esserci qualcuno che o non aveva adempiuto alla promessa o aveva fatto parlar male di s‚ e non era degno perciò di guardare i Santi.

Così il popolo in quel giorno si rendeva censore.

Stavano a un balcone, affacciate, Marta e Anna Veronica, tra la signora Agata e Maria. Antonio Pentàgora già da un pezzo aveva dato il segno ai portatori. Dapprima, le quattro povere donne non compresero la mossa dei Santi: li videro rinculare, ma non credettero che quella manovra si facesse per loro. Quando il fèrcolo pervenne di nuovo sotto il balcone e s'arrestò, tutta la folla levò gli occhi e le braccia contro di loro gridando, imprecando, esasperata per la sciagura d'un povero ragazzo tratto allora da terra, fracassato e sanguinante. Subito Marta e Anna Veronica si ritrassero dal balcone, seguite da Maria che piangeva; la signora Agata pallidissima, tutta vibrante di sdegno, chiuse cos di furia le imposte, che un vetro andò in frantumi. Parve quest'atto un insulto alla folla fanatica: gli urli, gl'improperii salirono al cielo. E a quella tempesta imperversante sotto la loro casa tremavano le quattro povere donne a verga a verga, tenendosi strette l'una all'altra, rincantucciate; e nell'attesa angosciosa udirono contro la ringhiera di ferro del balcone battere una, due, tre volte, poderosamente, la testa d'uno dei Santi.

A ogni testata tremava la casa.

Poi la furia a poco a poco si quietò; successe nella strada un gran silenzio.

- Vili! vili! - diceva Marta a denti stretti, pallida, fremente.

Anna Veronica piangeva con la faccia nascosta tra le mani. Maria s'appressò paurosamente al balcone e, attraverso il vetro, vide una bacchetta della ringhiera torta dalle ferree testate.

X

- Troppo, eh? - fece Antonio Pentàgora, col suo solito ghigno frigido rassegato su le labbra e negli occhi uno sguardo di commiserazione per Niccolino.

- Vigliaccheria! - proruppe questi, furibondo. - Si vergogni! Tutto il paese è pieno dello scandalo di jeri. Bella prodezza!

- E bravo Niccolino! - esclamò tranquillamente il padre. - Me ne congratulo davvero! Sentimenti nobili, generosi... Bravo! Tienteli ben radicati, figliuolo mio, e vedrai col tempo come ramificheranno.

Niccolino scappo via fremendo, per non lasciarsi andare a qualche eccesso. Così pure era scappato via Rocco la sera avanti, dopo una lite violenta, durante la quale padre e figlio per poco non erano venuti alle mani.

Rimasto solo, Antonio Pentàgora scosse più volte il capo lentamente e sospirò:

- Poveri di spirito!

E rimase a lungo a pensare, col faccione sanguigno, chino sul petto, gli occhi chiusi, le ciglia aggrottate.

Sapeva, sapeva d'essere inviso a tutti, cominciando dagli stessi suoi figli. Mah!... E poi? Non era in suo potere portarci rimedio: doveva essere così, per forza. Per i Pentàgora, cui la sorte s'era divertita a bollare col marchio dei cervi, non c'era remissione. «Là! o esposti all'odio o al dileggio. Meglio all'odio. Era destino!»

Tutti gli uomini, per lui, venivano al mondo con la parte assegnata. Sciocchezza il credere di poterla cambiare. Anch'egli, in gioventù, come adesso i figliuoli, lo aveva creduto per un momento possibile: aveva sperato, s'era lusingato: gli era parso d'aver nel cuore, come il povero Niccolino, sentimenti nobili, generosi: s'era affidato ad essi, dov'era giunto? Gira gira, alle corna. La parte era quella, doveva esser quella.

S'era così fissato in questo suo modo di pensare, che se per caso qualcuno, spinto dal bisogno, veniva a chiedergli ajuto, egli, pur sentendosi talvolta inchinevole a cedere, già commosso, si frenava, sbuffava, poi apriva le labbra al solito ghigno e consigliava a quel povero diavolo di rivolgersi altrove: al tal dei tali, per esempio, buon filantropo del paese:

- Va' da lui, caro mio: è nato apposta per soccorrere la gente. Io no, vedi. A me, quest'ufficio non m'appartiene. Farei un'offesa a quel degno galantuomo che lo esercita da tant'anni e non può farne a meno. Io, di corna negozio.

Era divenuto cos cinico nel linguaggio, involontariamente. Diceva queste cose con la massima naturalezza. E derideva lui per primo la sua disgrazia coniugale, per prevenire gli altri e disarmarli. Si sentiva in società come sperduto in mezzo a un campo nemico. E quel suo ghigno era come il digrignare d'un cane inseguito, quando si volta. Per fortuna, era ricco: dunque, forte. Non aveva da temere. Tutta la gente, infatti, gli faceva largo: largo al vitello, anzi al bue d'oro!

- Sciocchezze!

Dopo il tradimento, per lui inevitabile, della nuora, si era rallegrato della sfacciata relazione di Rocco con quella donnetta galante:

- Bravo Roccuccio! Mi piace. Ora sei a posto. Vedrai che a poco a poco... Fammi tastar la fronte...

Ma no: quello scioccone non ci s'era sentito a suo agio, nel posto assegnatogli dalla sorte. Imbronciato sempre, sgarbato, di pessimo umore. Poi, all'improvviso, era accaduta la morte di Francesco Ajala, del bau! Ebbene, e quell'animella squinternata s'era d'un subito sentita schiacciare dall'unanime compianto che quel pazzo furioso aveva raccolto in paese. Zitto zitto, per non dar più luogo a ciarle, s'era liberato dell'amante, e gli era ritornato in casa come un funerale.

- E perché? L'hai forse ucciso tu Francesco Ajala?

Non c'era stato verso, per lungo tempo, d'indurlo a uscir di casa, a divagarsi. Cavalli, cavalli da tiro e da sella: sei cavalli gli aveva comperati! Dopo quindici giorni non aveva più voluto saperne. - E allora, che altro? un viaggetto di distrazione, in Italia o all'estero? - No: neppur questo! - Il giuoco, al circolo? - Novemila lire perdute in una sola sera. E gliele aveva pagate, senza neppur fiatare.

Ebbene, che gli restava da fare? S'era presentata l'occasione della festa dei santi Patroni: a mali estremi, estremi rimedii: e aveva provocato lo scandalo della processione sotto i balconi di casa Ajala.

Non se ne pentiva. Rocco era scappato via come una mala bestia, sparando calci, alla bollatura di fuoco. Sì: gliel'aveva data un po' troppo forte, poverino. Ma ci voleva! Col tempo si sarebbe calmato e lo avrebbe ringraziato.

«Senti, senti la pazza!» fece tra s‚ Antonio Pentàgora, riscotendosi al fitto bofonchìo precipitoso della sorella Sidora, che s'aggirava smaniosamente per casa.

Anche a lei, forse, era arrivata la notizia dello scandalo. Che ne pensava? Nessuno poteva saperlo, tranne il fuoco del camino, acceso d'estate e d'inverno, nel quale ella - diceva il Pentàgora - voleva incenerire tutte le corna della famiglia, e non ci riusciva.

Per parecchi giorni Rocco non volle vedere, neppur da lontano, il padre. Niccolino gli teneva compagnia, gli offriva uno sfogo, da buon fratello.

- Non bastava, non bastava averla scacciata? M'ero vendicato... Bastava! Ma no: le muore il padre, per giunta. Non dico che ci abbia avuto colpa io; ma certo in qualche modo vi ho pure contribuito; muore il bambino; anche lei è stata per morire; si rialza a stento dalla malattia; e lui, vigliacco, va a farle sotto gli occhi quella scenata infame! Perché insultarla ancora? Chi glien'aveva dato l'incarico? Vigliacco! Vigliacco!

E si torceva le mani dalla rabbia.

Intanto le notizie di giorno in giorno peggioravano. La concerìa, chiusa; Paolo Sistri, scappato (e la gente lo incolpava d'aver rubato dalla cassa quel che poi non c'era). La miseria, dunque, batteva alla porta delle tre povere donne abbandonate. Come avrebbero fatto? Sole, senza ajuto, mal viste da tutto il paese?

E la notte a Rocco pareva di vedersi comparire davanti la figura gigantesca di Francesco Ajala in atto di scuotere le mani, pallido, gonfio in volto: «Rovini due case: la tua e la mia!». Vedeva tal'altra la suocera (fin dal primo giorno del fidanzamento tanto buona con lui) scarmigliata, disperata, e Marta piangente, con la faccia nascosta, e Maria quasi istupidita, che mormorava: «Chi ci ajuta? chi ci ajuta?».

Così Rocco, il giorno in cui seppe che la concerìa era messa all'incanto, facendosi violenza, si recò lui per primo dal padre a proporgli - cupo, senza guardarlo in faccia - di acquistarla per suo conto.

- Tu sei pazzo! - gli rispose il Pentàgora. - Neanche se me l'aggiudicassero per tre bajocchi. Poi, guarda: fin qui t'ho lasciato fare: denari, adesso, me ne hai buttati via abbastanza. Non son rena! Anche la carità? Non è affar mio, lo sai. Nojaltri, di corna negoziamo.

E lo lasciò in asso.

XI

Marta, Maria e la madre s'erano da poco levate di letto, quando udirono il campanello della porta tintinnire discretamente. Maria si recò ad aprire e, guardando prima dalla spia, vide un vecchietto poveramente vestito, insieme con due giovinotti, in attesa dietro la porta.

- Che volete? - domandò, incerta, dalla spia.

- Ziro, l'usciere, don Protògene, - rispose il vecchietto stirandosi i peli bianchi ricciuti della barba a collana. - Favorisca d'aprire.

- L'usciere? Ma chi cercate?

- Non è questa la casa di don Francesco Ajala? - domandò l'usciere Ziro ai due giovinotti che l'accompagnavano.

Maria aprì timidamente la porta.

- Perdoni, signorina, - disse uno dei giovinotti. - (Don Protògene, datele la carta). Ecco, signorina, faccia vedere codesta carta alla mamma. Noi aspetteremo qua.

La signora Agata si faceva in quel momento anche lei alla porta.

- Mamma, - chiamò Maria, - vieni a vedere... io non so...

- Ziro, l'usciere, don Protògene, - si presentò di nuovo il vecchietto, levandosi questa volta dal capo risecco il tubino spelato che gli si sprofondava fin su la nuca. - Non faccio... diciamo piacere, ma... la Giustizia comanda, noi portiamo il gamellino.

La signora Agata lo squadrò un poco, stordita; poi spiegò la carta e lesse. Maria, intimorita, guardava la madre; il vecchio usciere approvava col capo a ogni parola e, quando la signora levò gli occhi dalla carta, non comprendendo bene, disse con voce umile:

- Codesta è l'ordinanza del pretore. E questi due sono i testimonii.

I due giovinotti si scappellarono, inchinandosi.

- Ma come! - esclamò la signora Agata. - Se mi avevano detto...

Anche Marta, adesso, s'era fatta alla porta, a sentire; e i due giovinotti se l'ammiccavano dal pianerottolo, dandosi furtivamente gomitate.

- Ma come... - ripeté la signora Agata, smarrita, rivolta a Marta. - L'avvocato mi aveva detto...

- Tante cose dicono gli avvocati... interloquì, con un certo sorrisetto che lo fece arrossire, uno dei giovinotti, tozzo e biondo. - Lasci fare a noi, signora, e vedrà che...

- Ma se ci tolgono...

- Mamma, - la interruppe Marta, alteramente, - è inutile star qui a discutere. Lasciali entrare. Sono comandati: debbono fare il loro dovere.

- Con dolore, sì... - aggiunse don Protògene. - Eh, purtroppo...

Chiuse gli occhi, aprì le mani e applicò la punta della lingua al labbro superiore.

- Abbiano pazienza, - riprese poco dopo, - donde dobbiamo cominciare? Se la signora volesse avere la bontà...

- Seguitemi, - ordinò Marta. - Ecco il salotto.

Aprì l'uscio ed entrò avanti a gli altri per dar luce alla stanza, che da tanti mesi dormiva con gli scuri chiusi, abbandonata. Poi, rivolta alla madre e alla sorella, soggiunse:

- Andate via. Attenderò io a costoro.

I due giovinotti si guardarono mortificati; e il biondo, ch'era un forense, già galoppino di Gregorio Alvignani e che aveva pregato insistentemente il vecchio usciere di portarselo con sé come testimonio, per curiosità di veder Marta da vicino, disse, guardandosi le unghie lunghe, scarnate:

- Noi siamo dispiacenti, creda, signora...

Marta lo interruppe, con lo stesso piglio sprezzante:

- Sbrigatevi. Son discorsi inutili.

Don Protògene, tratto dalla tasca in petto un foglio di carta, un calamajo d'osso con lo stoppino e una penna d'oca, si disponeva a comporre l'inventario del salotto, quando, guardando in giro e vedendo soltanto poltrone e seggiole imbottite, su cui non stimò buona creanza mettersi a sedere, chiese con umile sorriso a Marta:

- Se la signora volesse avere la bontà di farmi portare una seggiola...

- Sedete pur lì, - disse Marta, indicando una poltrona. E il vecchietto sedette in punta in punta, per obbedire; con la mano tremolante armò di lenti l'estremità del naso e, stendendo la carta sul tavolinetto tondo che stava davanti al canapè, scrisse con solennità in capo al foglio: «Sallotto» con due elle. Ciò fatto, s'inserì la penna su un orecchio e, stropicciandosi le mani, disse a Marta:

- Naturalmente questi mobili rimarranno qua, esimia signora; io adesso fo soltanto, così, sopra sopra, un piccolo inventario, con la stima.

- Ma potete anche portarli via, - disse Marta. - Fra giorni lasceremo questa casa, e tanta mobilia non entrerebbe nella nuova.

- Vuol dire che si provvederà, - concluse don Protògene. E cominciò a notare: - Un pianoforte...

Marta guardò il pianoforte che Maria aveva tante volte sonato, e anche lei, da ragazza, fino a tanto che la passione per lo studio non le aveva tolto il tempo d'attendere alla musica. E man mano che il vecchio e i due giovinotti nominavano, notando, i varii oggetti, gli occhi di Marta vi si affisavano un tratto, rievocando un ricordo.

Era venuta, nel frattempo, Anna Veronica, a cui la signora Agata, avvilita, piangendo, comunicò la nuova sciagura.

- Anche questo! in mezzo alla strada... Ah, Signore, non avete pietà? neanche di quell'orfana innocente, Signore?

E con la mano indicò Maria che se ne stava con la fronte contro i vetri della finestra, per nascondere alla madre il pianto silenzioso.

- Marta? - domandò Anna Veronica.

- Di là, con loro... - rispose la signora Agata, asciugandosi gli occhi. - Se la vedessi: impassibile; come se non si trattasse della casa nostra..

- Agata mia, coraggio! - disse Anna. - Dio ci vuol provare...

- No! Dio, no, Anna! - la interruppe la signora Agata, stringendole un braccio. - Non dire Dio! Dio non può voler questo!

E con la mano accennò di nuovo a Maria, soggiungendo sottovoce:

- Che spina! che spina!

Anna Veronica, allora, per divagarla, le parlò della nuova casetta.

- Vengo di là. Se la vedessi! Tre stanzette piene d'aria e di luce. Non tanto piccole, no: oh, vi starete benissimo... E poi, un terrazzino! Buono da stendervi il bucato; sì, vi sono anche i cordini di ferro; quattro pali agli angoli; e affacciandovi di là, guarda, possiamo proprio stringerci la mano, cos... La finestra della mia cameretta è proprio dirimpetto... Le notti di luna...

Anna s'interruppe: in un baleno rivide una notte del tempo passato: il seduttore sentimentale aveva abitato in quella casetta, ove tra pochi giorni sarebbero andate ad abitare le sue amiche. Turbata, cangiò discorso:

- Mente mia! guarda... me ne dimenticavo ed ero venuta apposta! Ho da darvi una buona notizia. Sì... - e chiamò: - Maria! Vieni qua, figliuola mia... Sù, asciughiamo codeste lagrime; qua a me il fazzoletto. Oh, così... brava! Dunque, vi do parte e consolazione che la figlia del barone Troìsi si marita... Scommetto che non ve ne importa nulla; ma a me sì, care; perché la signora baronessa, pare impossibile! ha la degnazione di dare ad allestire qua in paese il corredo della figlia, capite? e per buona parte me ne sono tolto il carico io. Così lavoreremo tutti, e Dio ci ajuterà. A casa nuova!

- Permesso? - fece a questo punto Ziro, l'usciere, su la soglia, inchinandosi goffamente, con la penna d'oca su l'orecchio, il calamajo e la carta in una mano, la tuba nell'altra.

I due giovinotti lo seguivano. Sopravvenne Marta.

- Avanti, entrate pure. Mamma, tu va' di là. Oh, sei qui, Anna? Conduci, ti prego, Maria e la mamma di là.

- Hai visto? - disse la madre all'amica, alludendo a Marta. - Come s'è potuta ridurre così?

- Come, Agata? osservò Anna Veronica. - Perché vuoi credere che non soffra nulla? Non vorrà darlo a vedere in questo momento, per farvi animo...

- Sarà, - sospirò la madre. - Ma tu lo sai; sei stata qua con noi: mentre l'inferno si scatenava, come si scatena tuttora su la mia povera casa, che ha fatto lei? Se n'è stata chiusa di là, come se non avesse voluto accorgersi di nulla. Mi par miracolo che oggi si veda per casa, che s'interessi un tantino di noi... Che scrive? che legge? Mi vergogno, Anna mia, ridotta come sono a badare a certe cose. Io e Maria andiamo presto a letto per risparmiare il lume, e lei lo tiene acceso fino a mezzanotte, fino alle due del mattino... Studia... studia... Ed io mi domando se la malattia, per caso, non le abbia dato al cervello... Come! - dico, - sa in quale stato ci siamo ridotte... il padre morto, la rovina... la miseria... e lei può attendere così alla lettura... appartata, tranquilla, come se nulla fosse?

Anna Veronica ascoltava, addolorata: neppur lei arrivava a comprendere quel modo d'agire di Marta, tanta noncuranza, anzi peggio, insensibilità: non egoismo veramente, giacché anche lei era coinvolta nella rovina.

- Permesso? - venne a ripetere, poco dopo, anche su quella soglia l'usciere, seguito dai testimonii.

E anche da quella stanza le tre donne uscirono; e così, di stanza in stanza, furono quasi respinte da quella casa, che di lì a tre giorni abbandonarono per sempre.

Nella nuova, dopo il malinconico sgombero e il riassetto, Anna Veronica portò la tela odorosa, il bisso molle e delicato, e le trine e i nastri e i merletti della baronessina Troìsi.

La signora Agata, guardando Maria intenta al lavoro, tratteneva a stento le lagrime: ah, ella non avrebbe mai atteso a cucire il suo corredo da sposa: sarebbe rimasta così, povera figliuola, orfana e sola, sempre...

Marta, nella nuova casa, seguitava a tenere lo stesso modo di vita. Anna Veronica, però, non se ne stupiva più: Marta le aveva confidato un suo proposito, imponendole di non parteciparlo né alla madre n‚ alla sorella.

Lo partecipò lei finalmente, una sera, uscendo rannuvolata dalla sua camera. S'era preparata agli esami di patente, che sarebbero cominciati la mattina appresso alla Scuola Normale. Anna Veronica aveva presentato la domanda per lei, pagando, coi suoi risparmii, la tassa.

La madre e la sorella restarono.

- Lasciatemi fare, - disse Marta, urtata dal loro stupore. - Non mi contrariate, per carità. -

E tornò a chiudersi in camera.

Giungeva in tempo a dar gli esami con le antiche compagne di collegio. Le avrebbe dunque rivedute! Non si faceva illusione su l'accoglienza che le avrebbero fatta. Sarebbe andata incontro a loro col contegno di chi si tenga pronto a lanciare una sfida: sì, e non ad esse soltanto, se mai, ma a tutto il paese, di cui ora rivedeva le vie, per cui la mattina seguente sarebbe passata. Avrebbe guardato in faccia la vigliacca gente che nel giorno della festa selvaggia l'aveva pubblicamente oltraggiata.

Pensando all'enorme folla imbestiata nel vino e nel sole, tumultuante con le braccia levate sotto i balconi dell'altra casa, Marta sentiva più forte l'impulso alla lotta; sentiva veramente, in quella vigilia, che sarebbe risorta dall'onta vile e ingiusta; armata di sprezzo e con l'orgoglio di poter dire: «Ho sollevato dalla miseria mia madre, mia sorella: esse vivono ora per me, di me!».

A poco a poco, confortata da questi pensieri, e la cura dell'avvenire sovrapponendosi nell'anima di lei alla costernazione per l'imminente prova, giunse a vincere la trepidazione; ma non cessò la smania, e quella si ridestò e crebbe, fino a divenire smarrimento, la mattina, al levarsi da letto.

Non sapeva più ciò che dovesse fare: si guardava attorno, quasi aspettando che la povera e scarsa suppellettile della camera glielo suggerisse, richiamandola: là il catino, in cui doveva lavarsi; qua la seggiola, su cui erano le vesti che doveva indossare. Poco dopo si diede a far tutto frettolosamente.

Mentre si pettinava, così alla meglio, senza specchio, entrò la madre già pronta per accompagnarla.

- Oh brava, mamma! Finisci di pettinarmi tu, ti prego... È tardi!

E la madre si mise a pettinarla, come soleva ogni mattina quando ella si recava a scuola. Finito, guardò la figlia: Dio! non le era sembrata mai tanto bella... E provò un vivo ritegno pensando che doveva uscir con lei per la città, condurla tra gli sguardi maligni della gente, a un'impresa che, nella schiva umiltà della propria indole, non sapeva né comprendere, né apprezzare. Pensava che quella bellezza, quell'aria di sfida che Marta aveva nello sguardo, avrebbero forse dato cagione alla gente d'esclamare: Guarda com'è sfrontata!

- Sei così accesa in volto... - le disse, schivando di guardarla; e avrebbe voluto aggiungere: «Tieni gli occhi bassi per via».

Scesero finalmente la scala e s'avviarono strette fra loro, mentre Maria, dietro i vetri della finestra, le seguiva cogli occhi, trepidante.

La signora Agata avrebbe voluto essere almeno della metà men alta di statura, per non attirare tanto gli sguardi della gente e passare inosservata; correre in un baleno quella via che le pareva interminabile. Marta invece pensava all'incontro con le antiche compagne, e non si dava col pensiero tanta fretta di sottrarsi alla via.

Arrivarono per le prime al Collegio.

- Oh signorina bella! Come mai? Qua di nuovo? Guarda come s'è fatta grande! Oh faccia rara... - esclamò la vecchia portinaja, gestendo, dall'ammirazione espansiva, con la testa e con le mani.

- Nessuno, ancora? - domandò Marta, un po' imbarazzata, sorridendo benevolmente alla vecchia.

- Nessuno! - rispose questa. - Lei, sempre la prima... Si rammenta quand'era piccina cos e, ogni santa mattina, bum! bum! bum! calci al portone... Gesù mio, era quasi bujo... Si rammenta?

- Ah, sì! - Marta sorrideva... - Ah, i bei ricordi!

- Vogliono entrare in sala? - riprese la vecchia. - La signora sarà stanca...

E, guardando la signora Agata in volto, sospirò, tentennando il capo:

- Povero signor Francesco! Che pena... Non ne vengono più al mondo galantuomini come quello, signora mia! Basta. Il Signore benedetto l'abbia in gloria! Credo che l'uscio della sala d'aspetto sia ancora chiuso. Abbiano pazienza un tantino, vado a prender la chiave.

- Buona donna! - fece a Marta la signora Agata, grata dell'accoglienza rispettosa.

Dopo un minuto la vecchia portinaja tornò di corsa dicendo:

- Anche mia figlia Eufemia dà oggi gli esami con lei, signorina Marta!

- Eufemia? Sì? Come sta?

- Poveretta, non dorme più da tante notti... Ah, per questo, buona volontà non gliene manca... Lei che ha tanto talento, signorina, oggi, se mai, me l'ajuti un po'! Dicono ch'è la prova più difficile! Or ora la faccio venire giù: così le terrà compagnia... Ecco, loro intanto s'accomodino qua.

E pulì con un lembo del grembiule il divano di cuojo.

- Se Eufemia studia, non la chiamate, - disse Marta alla vecchia che già usciva.

- Ma che! ma che! - rispose la vecchia senza voltarsi.

Eufemia Sabetti era stata, fin dalle prime classi, compagna di scuola di Marta, quantunque maggiore almeno di sei anni. Cresciuta nella scuola, in mezzo a compagne molto superiori a lei di condizione, aveva assunto una cert'aria signorile che formava l'orgoglio della madre, la quale poi lo scontava a costo d'innumerevoli sacrificii. Eufemia, è vero, dava del tu a tutte le compagne, portava il cappellino, aveva tratti e lezii da vera «signorina»; ma era pur rimasta nella considerazione delle compagne la figlia della portinaja. Le compagne veramente non glielo spiattellavano in faccia: no, poverina! ma glielo lasciavano intendere o dal modo con cui le guardavano la veste e il cappellino, o col piantarla lì qualche volta per prestare ascolto a un'altra delle loro. Ed Eufemia faceva le viste di non accorgersene, per mantenersi in buoni rapporti con esse.

- Oh Marta! Che fortuna! - esclamò entrando e accorrendo a baciar l'amica, senza impaccio. Salutò, ridendo, la signora Agata, e sedette sul divano, lasciando in mezzo Marta. - Che fortuna! - ripeté. - Come va? Qua di nuovo con noi? E farai gli esami?

Era bruna, magrissima, miserina nella veste latt'e caffè, guarnita di nero. Parlando fremeva tutta, agitava continuamente le pàlpebre su gli occhietti vivi da furetto; ridendo scopriva la gengiva superiore e i denti bianchissimi.

Cominciavano di già le domande imbarazzanti. E bisognava pur rispondere alla meglio alle più discrete; le altre però che restavano negli occhi d'Eufemia costringevano le parole di Marta a non esser sincere.

La signora Agata si alzò.

- Io torno a casa, Marta. Ti lascio con l'amica. Coraggio, figliuole mie!

Uscendo dalla sala d'aspetto, vide nell'atrio un crocchio di signorine in abiti gaj d'estate, tra le quali riconobbe alcune antiche compagne di Marta. Queste tacquero a un tratto e abbassarono gli occhi mentr'ella passava. Nessuna la salutò: una sola, Mita Lumìa, le rivolse un lieve cenno del capo.

La vecchia portinaja aveva loro annunziato la venuta di Marta.

- Badate, ci vuol faccia tosta! - diceva una.

- Io, per me, non entro, - dichiarava un'altra.

E una terza:

- Che viene a fare con noi?

- Oh bella, gli esami: potete impedirglielo? - rispondeva Mita Lumìa, urtata anche lei, ma non cos accanita come le altre.

- Va bene; ma accanto a lei, - protestava una quarta, - non seggo, neanche se il direttore stesso viene a impormelo!

E una quinta diceva a Mita Lumìa:

- Se non sappiamo neppure come dobbiamo chiamarla! Pentàgora? Ajala?

- Oh Dio! Chiamatela Marta, come la chiamavamo! - rispose la Lumìa infastidita.

Nello stesso tempo Marta, con amaro sorriso, diceva alla Sabetti:

- Chi sa che dicono di me...

- Lasciale cantare! - le rispose Eufemia.

Irruppero e attraversarono la sala quattro del crocchio, di corsa, senza volgere gli occhi al divano.

Marta, quantunque grata in fondo alla Sabetti della compagnia che le teneva, non poteva tuttavia sottrarsi a un senso d'avvilimento nel vedersela accanto; non per s‚, ma per quelle pettegole che la vedevano insieme con quella lì, accolta cioè dalla figlia della portinaja.

Si alzarono. Entrò in quella Mita Lumìa senza fretta.

- Oh, Marta... Come stai?

E tentò un sorriso e porse la mano, molle molle.

- Cara Mita... - rispose Marta.

E rimasero lì un breve tratto senza saper dire una parola di più.

XII

L'invidia da un canto, dall'altro gl'intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta.

Era chiaro!

Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra supplente nelle prime classi preparatorie del Collegio, solo perché «protetta» del deputato Alvignani.

E vi fu, nei primi giorni, una processione di padri di famiglia al Collegio: volevano parlare col Direttore. Ah, era uno scandalo! Le loro ragazze si sarebbero rifiutate d'andare a scuola. E nessun padre, in coscienza, avrebbe saputo costringerle. Bisognava trovare, a ogni costo e subito, un rimedio.

Il vecchio Direttore rimandava i padri di famiglia all'Ispettore scolastico, dopo aver difeso la futura supplente con la prova degli ottimi esami. Se qualche altra avesse fatto meglio, sarebbe stata presa a supplire in quella classe aggiunta. Nessuna ingiustizia, nessuna particolarità...

- Ma sì!

Il cavalier Claudio Torchiara, ispettore scolastico, era del paese e amico intimo di Gregorio Alvignani. A lui i reclami si ritorcevano sotto altra forma e sotto altro aspetto. Voleva l'Alvignani rendersi impopolare con quella protezione scandalosa?

E invano il Torchiara s'affannava a protestare che l'Alvignani non c'entrava né punto né poco, che quella della maestra Ajala non era nomina governativa. Eh via, adesso! Che sostenesse ciò il Direttore del Collegio, transeat!, ma lui, il Torchiara, ch'era del paese; eh via! Bisognava aver perduto la memoria degli scandali più recenti...

Era venuta dunque così dall'aria quella nomina dell'Ajala? E in coscienza se il Torchiara avesse avuto una figliuola, sarebbe stato contento di mandarla a scuola da una donna che aveva fatto parlare così male di sé? Che fior di maestra per le ragazze!

Se a Marta, ogni dì più oppressa dalla crescente miseria, mentre furtivamente, non compresa dai suoi, chiusa nella sua cameretta, si preparava a quegli esami, si fosse per un momentino affacciato il pensiero che avrebbe incontrato, sott'altro aspetto, quasi la stessa vigliacca e oltraggiosa rivolta popolare; forse le sarebbe a un tratto caduto l'animo. Ma spronavano allora la sua baldanza giovanile da un canto troppa ansia di risorgere, dall'altro la miseria in cui senza riparo ella e la sua famiglia precipitavano e la coscienza del proprio valore e la santità del suo sacrifizio per la madre e la sorella. Pensava allora soltanto a vincere la prova; sarebbe poi riuscita nel suo intento, avvalendosi della prova superata.

Ora, ora intendeva lo stupore doloroso della madre e della sorella all'annunzio della sua animosa determinazione. E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d'uscire!

La vecchia Sabetti era intanto venuta ad annunziarle, addolorata, che al posto già promesso a lei avrebbe insegnato la Breganze, nipote d'un consigliere comunale.

Nel frattempo, alla notizia inattesa che Marta intendeva darsi all'insegnamento, la pietà di Rocco Pentàgora, prossima a cangiarsi in rimorso, improvvisamente aombrata, s'era cangiata, invece, in dispetto.

Egli non vide in quella determinazione di Marta le strette della necessità, l'urgenza di provvedere ai bisogni primi della famiglia, ai quali lui stesso di nascosto avrebbe voluto provvedere; vide soltanto l'ardita e sprezzante volontà di lei di levar la fronte contro tutto il paese, quasi dicendo: «Basto a me stessa e ai miei: non mi curo della vostra condanna». E si sentì messo da parte; non solo non curato, ma anche disprezzato e deriso dalla moglie. E una smania rabbiosa cominciò ad agitarlo, la quale si manifestava specialmente in uno sdegno incomprensibile per la professione ch'ella voleva darsi a esercitare:

- La maestra! La maestra! Colei che fu mia moglie, ora deve fare la maestra!

E non se ne poteva dar pace, come se fare la maestra significasse un disonore per il nome che aveva portato.

Intanto, come impedirglielo? come farsi vivo? come farle sentire che non poteva non curarsi di lui, spezzare la catena, sottrarsi al peso morto d'un legame, a cui non s'era mantenuta fedele?

E le smanie crescevano... Un nuovo scandalo? una nuova vendetta? Si sarebbe prestato a fomentare la calunnia della pretesa relazione tra Marta e l'Alvignani, pubblicando le lettere che questi le aveva scritte? No, no! Il ridicolo sarebbe caduto più apertamente sopra di lui. Tanto, il paese credeva a quella relazione scandalosa, e il partecipare alla calunnia gli avrebbe fatto soltanto sentire vieppiù l'impotenza sua contro colei che mostrava di non curarsi né di lui né di nessuno. Meglio anzi fare in modo che quella calunnia si sventasse. Sì... ma come? E qui un sorgere e un immediato abortire di propositi contrarii, ora dettati dall'odio per l'Alvignani, e furibondi, ora dalla stizza, ora dall'amor proprio ferito, ora dalla generosità.

Usciva di casa, senza direzione. A un tratto, si ritrovava per la strada del sobborgo, presso alla concerìa di Francesco Ajala. Che era venuto a fare fin qua? Oh, se avesse potuto vederla... Ecco la vecchia casa... Adesso ella abitava più giù... dopo la chiesa... E si avanzava cauto, guardando furtivamente ai rari balconi illuminati. Al primo rumore di passi in distanza, per la strada solitaria, tornava indietro per non farsi scorgere in quei dintorni; e rincasava.

Ma il giorno appresso, daccapo.

Perché quella smania di rivedere Marta, o meglio, di farsi rivedere da lei? Non lo sapeva neppur lui. Se la immaginava vestita di nero, come Niccolino l'aveva veduta quel giorno, in chiesa.

- Sai? Più bella di prima!

Ma ella, certo, non lo avrebbe guardato; avrebbe abbassato subito gli occhi scoprendolo da lontano. Fermarla per istrada? parlarle? Follie! E che avrebbe pensato la gente? E lui, che le avrebbe detto?

In tali condizioni di spirito, una mattina, si recò in casa di Anna Veronica.

Nel vederselo davanti, pallido, sconvolto, Anna restò.

- Che vuole da me?

- Scusi dell'incomodo... Stia, stia seduta, prego. Prendo la seggiola da me.

Ma tutte le seggiole erano ingombre di biancheria ammonticchiata, e Anna dovette alzarsi per liberarne una.

- Quanta bella roba... - fece Rocco, imbarazzato.

- Della baronessa Troìsi.

- Per la figlia?

Anna accennò di sì col capo, e Rocco trasse un sospiro, contraendo la fronte e infoscandosi. Si ricordò dei preparativi delle sue nozze, del corredo di Marta.

- Ecco la seggiola, - gli disse Anna, con impacciata premura.

Rocco sedette, cupo. Non sapeva da qual parte incominciare il discorso. Restò un momento con le ciglia aggrottate, gli occhi bassi, insaccato nelle spalle, come in attesa di qualche cosa che dovesse cadergli addosso. Anna Veronica, ancora presa dallo stupore, lo spiava in volto acutamente.

- Lei... già saprà... m'immagino, - cominciò egli finalmente, impuntando a ogni parola, senza alzar gli occhi. - So che è amica di casa di... e anzi...

S'interruppe; non poteva seguitare in quel tono, in quella positura. Si scosse, alzò la testa e guardò Anna in faccia.

- Senta, signora maestra, io credo che... sì, io non credo a ciò che la gente va dicendo contro di... Marta, adesso, per questa sua nuova pazzia...

- Ah, - fece Anna, crollando il capo con un mesto sorriso. - La chiama pazzia, lei?

- Più che pazzia! - rispose Rocco, pronto, con ira. - Scusi...

- Non so che vada dicendo la gente, - riprese Anna. - Me l'immagino... E lei fa bene, signor Pentàgora, a non crederci; tanto più che nessuno meglio di lei può sapere. -

- Non parliamo di questo! non parliamo di questo, la prego! - saltò a dir Rocco, ponendo le mani avanti. - Non sono venuto per parlare del passato.

- E allora? Scusi, se lei stesso dice che non crede... - tentò d'aggiungere Anna.

- Che cosa? Sa che dice la gente? - domandò egli con voce alterata. - Che la corrispondenza con l'Alvignani séguita... Ecco!

- Séguita?

- Sissignora. E questo perché? Per l'eterna sua smania di comparire! Ma come... tu sai ciò che ti pesa addosso, sai quello che hai fatto, e hai il coraggio d'uscire in piazza a sfidare la maldicenza del paese? La gente parla... Sfido! Come ha ottenuto quel posto?

- Ma si sa! - fece Anna con amarissimo sdegno. - Così soltanto oggi si ottengono i posti! E sono loro, i tanti guardiani dell'onestà che ha il nostro paese, che insegnano il modo e la via... Fate così, perché tanto... lo facciate o no, è tutt'uno; per noi sarà sempre come se l'aveste fatto. Sciocca Marta, dunque, che non l'ha fatto, è vero? Che le ha giovato? Chi ci crede?

- Io non ci credo, le ho detto, - rispose Rocco, infoscandosi maggiormente. - E pur nondimeno ritengo che, se la gente sparla, non ha tutti i torti... Che vuole che si capisca d'esami fatti più o meno bene? Si pensa all'intrigo, si pensa! Eh, non vuol guardarci, lei, da quest'altro lato... Ecco perché può scusarla!

- Non solo, sa? - gridò Anna, levandosi, - ma anche lodarla, signor Pentàgora! Io lodo Marta e l'ammiro! Perché entro nella coscienza di quella povera figliuola e, se ci vedo un rimorso per gli altri che penano per lei ingiustamente, non ci trovo però n‚ macchia n‚ peccato, davanti a Dio! Ci trovo il bruciore per le offese, per gli oltraggi patiti, ci sento un grido: «Ora basta!». Ma sa lei come sono ridotte? Sa che non hanno più neanche da mangiare? A chi spettava di sostenere la madre e la sorella? di rialzarle un po' dalla miseria? So io, so io il sacrifizio che le è costato, povera Marta! O dovevano morire di fame per far piacere a lei e al paese?

Rocco Pentàgora si alzò anche lui, stravolto, con la faccia pezzata qua e là di rosso; s'aggirò smaniosamente per la stanza, tastando i mobili, agitando continuamente le dita; poi s'accostò ad Anna, con gli occhi torvi, le afferrò le mani:

- Senta, signora maestra... Per carità, le dica... le dica che rinunzii all'idea di... di far la maestra; che... che non dia più cagione alla gente di sparlare e... e provvederò io, dica così, ai bisogni della sua famiglia, senza... senza farlo sapere a nessuno... neanche a mio padre, s'intende! Glielo prometto su la santa memoria di Francesco Ajala! Non lo faccio per amore, creda! lo faccio per decoro, di lei e mio... Glielo dica...

Anna Veronica promise di far l'ambasciata: e poco dopo egli, ripetendo raccomandazioni e promesse, andò via più turbato e smanioso di com'era venuto.

- Per decoro, non per amore... Glielo dica. Per decoro! siamo intesi...

XIII

Anna Veronica scappò in fretta dalle Ajala, appena andato via Rocco Pentàgora.

- Dov'è Marta? - domandò piano a Maria, ponendosi un dito su le labbra.

- Nella sua camera... Perché?

- Zitta! Piano!

Fece segno alla signora Agata d'accostarsi; si guardò d'attorno:

- Lasciatemi sedere... Tremo tutta... Ah, care mie, se sapeste! Indovinate chi è venuto da me, poco fa? Il marito di Marta!

- Rocco! Lui! - esclamarono insieme, sottovoce, Maria e la madre, stupite.

Anna si ripose il dito su le labbra.

- Come un pazzo, - aggiunse, agitando le mani per aria. - Ah che paura! La ama ancora, ve lo dico io! Se non fosse... - Ma sentite: dunque, è venuto da me. Io, dice, non credo alle calunnie della gente...

- E allora? - scappò dal cuore alla madre.

- Giusto cos: e allora? gli ho detto io, come te. Ma egli, Marta, dice, - aspetta! - non doveva, dice, esporsi alla malignità della gente, far la maestra, insomma... N'è sdegnato, avvilito... Basta: sapete, care mie, che m'ha proposto? Che io induca Marta a rinunziare alle sue idee... Provvederà lui, dice, ai bisogni vostri; tanto perché la gente non sparli più.

- E nient'altro? - sospirò a questo punto la signora Agata. - Ah, con un po' di danaro soltanto, somministrato di furto, come in elemosina, intende di chiudere la bocca alla gente? E domani non si dirà che il denaro ci venga da altra mano? Oh sciocco e vile!

- No! no! - riprese Anna. - Non dire così... È innamorato, credi a me... Ma c'è quel cane giudeo del padre, capisci? e finché c'è lui... Se Marta intanto volesse scrivergli un biglietto...

- A chi?

- A lui, al marito! da intenerirlo; una lettera come lei sola sa scriverne... Questo sarebbe proprio il momento! «Tu sai bene,» dovrebbe dirgli, «quanto ci sia stato di vero... e ora vedi come sono trattata? ciò che si dice di me?» Ah, se volesse scrivergli queste due parole... Tanto più che me l'ha chiesta lui una risposta... Che ne dite?

- Marta non lo farà! - disse Maria, scotendo il capo.

- Proviamo! - replicò Anna. - Volete che le parli io? Dov'è?

- Di là, - accennò la signora Agata. - Ma temo che non sia il momento...

- Vado io sola, - aggiunse Anna, levandosi.

Marta era stesa sul lettuccio, con le braccia conserte sul guanciale e la faccia nascosta; appena sentì schiudere l'uscio restrinse le braccia e vi cacciò più addentro il volto.

- Sono io, Marta, - disse Anna, richiudendo l'uscio pian piano.

- Lasciami, per carità, Anna! - rispose Marta, senz'alzare la testa, agitandosi sul letto. - Non tentare di confortarmi!

- No, no, - s'affrettò a soggiungere Anna Veronica, accostandosi al lettuccio e posandole lieve una mano su le spalle. - Volevo soltanto vederti...

- Non voglio veder nessuno, non posso sentire nessuno, in questo momento! - riprese Marta smaniosamente. - Lasciami, per carità!

Anna ritrasse subito la mano, e disse:

- Hai ragione...

Attese un pezzo, poi riprese sospirando:

- Troppo bello... troppo facile sarebbe stato! T'immaginavi che la gente non dovesse impedirti d'andare per la strada che ti sei aperta col lavoro, con l'ingegno, col coraggio... Ma a che servono, cara mia, queste cose? Protezioni ci vogliono! Ne hai? No... Si va avanti con queste soltanto; e ognuno giudica come pensa...

Marta levò improvvisamente la testa dal guanciale e disse con ira:

- Ma se l'avevano promesso a me, quel posto!

- S, - replicò subito Anna, - ed è infatti bastato questo soltanto, questa semplice promessa non mantenuta, perché la gente cominciasse a gridare che tu eri protetta da qualcuno...

- Io? - fece Marta, non comprendendo dapprima e guardando negli occhi Anna Veronica. Poi diede un grido: - Ah!... Io... io... - E non poté dir altro; si premette il volto con le mani; poi proruppe: - Eh già! sì... sì... così deve credere la gente! Ci sarà chi va spargendo questa nuova calunnia!

- Lui, no, sai? tuo marito, no, - disse subito Anna. - È venuto da me apposta, per dirmelo.

- Rocco? - esclamò Marta, sbalordita, tentando invano d'aggrottare le ciglia. - Rocco è venuto da te?

- Sì, sì, poco fa... per dirmi che non ci crede!

- Da te? lui?

Lo sbalordimento impediva ancora all'odio di trovare la ragione di quella visita.

- E che vuole?

- Vuole... - rispose Anna, - vorrebbe che tu...

- Sai che vuole? - scattò Marta, con gli occhi lampeggianti. - Gli è mancato il coraggio; ha rimorso, da un canto; e, dall'altro... io ho tentato di alzare la testa, è vero? ebbene, e lui, giù! vorrebbe farmela riabbassare, giù! giù! nel fango in cui m'ha gettata! Questo vuole! Io non debbo più respirare; non debbo cancellarmi dalla fronte, qua, il marchio, il marchio con cui ha creduto di bollarmi! Questo vuole! Oh, se gli do questa soddisfazione, di rimanere appiattata nel fango, come una ranocchia ch'egli possa schiacciare col piede, se gliene venga la voglia; se gli do questa soddisfazione, sai? ma sarebbe anche capace di mantenermi, di darmi da vestire e da mangiare, a me e ai miei...

Anna la guardò sorpresa e dolente.

- Non vuole questo, di'? - incalzò Marta. - Ho indovinato? Vuoi darlo davvero a conoscere a me? Gli leggo in fronte, come in un libro, ciò che gli passa per il capo!

- Se tutto questo volessi scriverglielo... - arrischiò timidamente Anna.

- Io? a lui?

- Perché vorrebbe una risposta...

- Da me? - fece Marta, con sdegno. - Io, scrivere a lui? Ma io... guarda, piuttosto... giacché nulla è valso per costoro e la mamma e Maria per vivere debbono avvilirsi con me al servizio altrui... io, guarda, a un altro piuttosto scriverei... a Roma...

- No, Marta! - esclamò Anna, afflitta.

- No... no... - si disdisse subito Marta, rovesciandosi di nuovo sul letto, con la faccia affondata nei guanciali. - No... lo so! Morire di fame, piuttosto...

Anna Veronica non seppe dirle più nulla. Carezzò con gli occhi pietosi, sul letto, quel corpo fiorente, scosso dal pianto; con una mano le rassettò sui piedi un lembo della veste che le si era rimboccato su la gamba.

Sospirò e uscì dalla camera.

Né la signora Agata né Maria, rivedendola, le domandarono nulla. Tutt'e tre stettero in silenzio un lungo tratto, con gli occhi fissi nel vuoto.

- Se tu andassi dal Torchiara? - suggerì Anna, alla fine.

La signora Agata la guardò, come per dire: «A far che?».

- È un'ingiustizia, - aggiunse Anna. - Qualche cosa il Torchiara ti dirà... Anche per sentire... Potete durare così?

Da due giorni, infatti, Marta non prendeva quasi cibo, buttata lì sul letto, irremovibile.

- Che vuoi che mi dica? - Sospirò la signora Agata. - Ormai il posto è dato...

- Ma era stato promesso a Marta, prima! - disse Anna.

- Ti spiegherà... No, senza farti illusioni, lo so; ma ti dirà almeno qualche buona parola. Per scuotere questa povera figliuola... Sù, Agata mia, va'... Ora stesso! Lo so, è un sacrificio...

- Per me? - fece desolatamente la signora Agata, levandosi e aprendo le braccia.

Tutto per lei, ormai, era come niente. Non aveva più volontà. Si appuntò la cuffia vedovile su i capelli divenuti grigi in pochi mesi, e disse:

- Per me, vado subito...

Come se avesse veramente da vergognarsi di qualche cosa, schivava però per via gli sguardi della gente. Erano tanti, tutto il paese era per l'ingiustizia, per la condanna; e s'era nascosto il marito, l'uomo che non aveva chiesto mai nulla, che non s'era mai inchinato ad alcuno. Che era lei? Una povera donna era, sbigottita da quella ingiustizia, sbigottita dalla sciagura; e si vergognava, sì, della miseria, si vergognava della veste che aveva indosso. Marta, Marta avrebbe dovuto starsene rassegnata e dimessa, ad aspettare giustizia dal tempo: avrebbero lavorato tutte e tre insieme, nell'ombra, e tirato innanzi alla meglio; senza andare a suscitare di nuovo tutta questa guerra.

Ecco la casa del Torchiara. Salì a stento, ansimando, la scala; davanti all'uscio prima di sonare, si nascose il volto con le mani.

- È solo? - domandò per prima cosa alla serva, che venne ad aprirle.

- No, c'è il professor Blandino, - le rispose questa.

- Allora... aspetto qua?

- Come vuole... Intanto, l'annunzio.

Poco dopo, il cavalier Claudio Torchiara, scostando con una mano la tenda dell'uscio e rialzandosi con l'altra sul naso le lenti fortissime da miope che gli rimpiccolivano gli occhi, chiamò:

- Venga avanti, favorisca, signora!

La prese per mano e la condusse davanti al canapè dello studio.

La signora Agata, inchinando il capo con un sorriso mesto, sedette in un angolo del canapè.

- Il professor Luca Blandino, - aggiunse il Torchiara, presentandolo.

- Conosco... conosco... - interruppe l'uomo calvo e barbuto, porgendo distrattamente la mano alla signora che guardava imbarazzata. - La vedova di Francesco Ajala? Gran galantuomo, suo marito!

Il Torchiara sospirò, rialzandosi una seconda volta sul naso le lenti legate in grossi cerchietti d'oro. Vi fu un momento di silenzio, durante il quale la signora Agata frenò a stento le lagrime.

- Com'è vero, - riprese il Blandino, con gli occhi chiusi, le braccia conserte, - com'è vero che la nostra condotta è per gli altri giusta o ingiusta, non in virtù della sua natura intrinseca, ma in virtù d'ordini estrinseci... Come abbiamo giudicato noi Francesco Ajala? Lo abbiamo giudicato col vocabolario di cui comunemente ci serviamo parlando d'obblighi e di doveri, cioè senza penetrare affatto nel codice particolare prescritto a lui dalla sua stessa natura e redatto, per così dire, dalla sua educazione. Purtroppo così giudichiamo noi!

E si alzò.

- Te ne vai? - gli domandò il Torchiara.

Il Blandino non rispose: si mise a passeggiare per la stanza con le ciglia corrugate e gli occhi semichiusi, non intendendo affatto, nella sua distrazione, di quanto impaccio fosse alla signora la sua presenza e quanto sconveniente.

- Ella mi fa l'onore di questa visita per la sua figliuola, è vero, signora? - domandò piano il Torchiara, guardandola con aria di rassegnazione e di scusa per la presenza del Blandino, come se volesse dirle: «Pazienza! bisogna compatirlo: è fatto così...».

Al Torchiara però non rincresceva affatto la presenza del Blandino. Lo aveva anzi trattenuto apposta all'annunzio della visita, per far che questa non durasse troppo e non riuscisse soverchiamente penosa all'ottimo suo cuore, sensibilissimo. Gli toccava infatti di togliere le ultime speranze a quella povera madre... Ma era troppo presto, ecco, per una nomina, fosse pur temporanea, di semplice supplenza... Carriera difficile, difficilissima, quella dell'insegnamento! Bisognava attendere ancora un po', ecco... Oh, l'avvenire sarebbe stato piano, ridente di belle promesse per la giovine maestra, senza dubbio! Come, come? La Breganze? Ah sì... E a questa interrogazione molto imbarazzante per l'ottimo suo cuore, il cavalier Torchiara si grattò il capo con un dito e si rialzò una terza volta sul naso le lenti. Sì, la Breganze, la nipote del consigliere Breganze, amico suo... Nessuna inframmettenza, badiamo! Precedenza soltanto, questione di precedenza, ecco... Non di valore! Per quanto la Breganze, brava insegnante anch'essa, via... Ma egli sapeva bene che il valore della giovine maestra Ajala era incomparabilmente superiore... oh sì! oh sì!

A Luca Blandino, mentre passeggiava assorto nei suoi pensieri, con le mani congiunte dietro la schiena, giungevano alcune frasi a mezzo, che gli facevano corrugare vieppiù le ciglia, di tratto in tratto. Non intese nulla del penosissimo dialogo; notò solo l'espressione d'angoscioso smarrimento, di profonda disperazione sul volto della signora Ajala, quando si alzò e chinò il capo in segno di saluto.

- Auff! - sbuffò il Torchiara, dopo avere accompagnato la signora fino alla porta, rientrando in salotto. - Non ne posso più di questa maledetta faccenda! La compatisco, povera signora. Ma che posso farci io, se la figliuola... Tu m'intendi! Abbiamo la disgrazia di vivere in una piccola città, dove certe cose non si sanno perdonare, né dimenticare... Non posso mica mettermi, signor mio, contro tutto il paese, Orazio sol contro Beozia tutta!

- Di che si tratta? - domandò il Blandino.

- Miserie, caro, miserie! Della più tremenda: quella in abito nero! Di pane si tratta... Ma che posso farci, signore Iddio benedetto? Me n'affliggo, e basta.

E spiegò al Blandino le ragioni della visita della signora Ajala.

- Come? E tu l'hai mandata via così? - esclamò il Blandino, in risposta. - Ohi ohi ohi... m'hai tutto scombussolato... Come? Perdio! Ma qui bisogna agire, riparare... e subito!

Il Torchiara scoppiò a ridere.

- Dove vuoi andare adesso?

Il Blandino, tutto agitato, s'era messo a correre per la stanza.

- Il cappello... Dove ho lasciato il cappello?

- La testa! la testa! - esclamò il Torchiara, ridendo ancora. - Cerca la testa piuttosto!

Lo afferrò per un braccio.

- Vedi? Poi ti dicono pazzo! Prima hai preso le parti del marito, nel duello; adesso vuoi difendere la moglie?

- Ma io non giudico come voi! - gli gridò Luca Blandino. - Io giudico secondo i casi: non mi traccio, come voi, una linea: fin qui è male, fin qui è bene... Lasciami agire da pazzo! Vado a scrivere un letterone d'improperii a Gregorio Alvignani... Ah, lui, il grand'uomo, se ne deve uscire così, dopo aver gettato nell'ignominia e nella miseria un'intera famiglia? Ma sai che le lettere gliele buttava dalla finestra come un ragazzino? Ti saluto... ti saluto...

E il Blandino scappò via, tra le risa sforzate del cavalier Claudio Torchiara.

XIV

Circa tre mesi dopo, inaspettatamente, venne a Marta un invito del Direttore del Collegio.

La vecchia portinaja Sabetti, che aveva recato dolente la cattiva notizia della supplenza accordata alla Breganze, entrò questa volta gridando, tutta esultante:

- Signorina! Signorina! La avremo con noi! Con noi, signorina bella! Tenga, legga questo biglietto...

Fu, nella squallida desolazione, come un raggio di sole improvviso. Marta diventò in volto di bragia.

- Che felicità! - seguitava la vecchia Sabetti, gestendo con fuoco. - La maestra Flori della seconda preparatoria, se ne torna lassù, fuorivia! Ha ottenuto il trasloco, Dio sia lodato! Le ragazze rifiateranno. -

- Debbo recarmi in giornata al Collegio... annunziò Marta con voce tremante dalla commozione, dopo aver letto l'invito.

- Sissignora! - riprese la vecchia portinaja. - E vedrà che è per questo! Ne sono sicura!

- Ma come! - osservò Marta. - La Flori, trasferita?

- Traslocata, sissignora! Fortuna, le dico, per le povere ragazze... Che pittima!

- Con l'anno scolastico già cominciato? - osservò Marta, non sapendo che pensare.

- Il Torchiara, forse... - sfuggì alla signora Agata.

E riferì alla figlia la visita fatta di nascosto all'Ispettore scolastico.

Poco dopo, mentre si vestiva per recarsi al Collegio, passata la prima commozione, Marta intuì a chi doveva quella nomina tardiva: n'ebbe una scossa, e sentì mancarsi a un tratto la forza d'agganciare il busto alla vita.

Ricominciò la guerra fin dal primo giorno di scuola.

Già le altre maestre del Collegio, oneste e brutte zitellone, se la recarono subito a dispetto. Gesù, Gesù! un breve saluto, la mattina, con le labbra strette, e via; un freddo, lieve cenno del capo, ed era anche troppo! Un'onta per la classe delle insegnanti! un'onta per l'Istituto! Il mondo, sì, intrigo: per riuscire, mani e piedi! ma onestamente, oh! Anzi, onoratamente.

E, sotto sotto, comentavano con acre malignità il modo con cui il Direttore e gli altri professori del Collegio fin dal primo giorno si erano messi a trattare l'Ajala; e rimpiangevano quella cara maestra Flori che non avrebbero più riveduta. La Flori: che pena!

Riusciti vani i nuovi e più aspri reclami delle famiglie, le ragazze (assentatesi per alcuni giorni dalla scuola all'annunzio della nomina di Marta) cominciarono man mano a ripigliare le lezioni; ma cattive, astiose, messe sù evidentemente dai genitori contro la nuova maestra.

A nulla giovò l'affabilità con cui Marta le accolse per disarmarle fin da principio; a nulla la prudenza e la longanimità. Si sottraevano sgarbatamente alle carezze, si mostravano sorde ai benevoli ammonimenti, scrollavano le spalle a qualche rara minaccia; e le più cattive, nell'ora della ricreazione in giardino, sparlavano di lei in modo da farsi sentire o, per farle dispetto, accorrevano ad attorniare le antiche maestre e a carezzarle, piene di moine e di premure, lasciando lei sola a passeggiare in disparte.

Ritornando a casa, dopo sei ore di pena, Marta doveva fare uno sforzo violento su se stessa per nascondere alla madre e alla sorella il suo animo esasperato.

Ma un giorno, ritornando più presto dal Collegio, accesa in volto, vibrante d'ira contenuta a stento, appena la madre e Anna Veronica le domandarono che le fosse avvenuto, ella, ancora col cappellino in capo, scoppiò in un pianto convulso.

Esaurita finalmente la pazienza, vedendo che con le buone maniere non riusciva a nulla, per consiglio del Direttore s'era messa a malincuore a trattare con un po' di severità le alunne. Da una settimana usava prudenza con una di esse, ch'era appunto la figlia del consigliere Breganze, una magrolina bionda, stizzosa, tutta nervi, la quale, messa sù dalle compagne, era giunta finanche a dirle forte qualche impertinenza.

- E io ho finto di non udire... Ma quest'oggi alla fine, poco prima che terminasse la lezione, non ho saputo più tollerarla. La sgrido. Lei mi risponde, ridendo e guardandomi con insolenza. Bisognava sentirla! «Esca fuori!» «Non voglio uscire!» «Ah! no!» Scendo dalla cattedra per scacciarla dalla classe: ma lei s'aggrappa alla panca e mi grida: «Non mi tocchi! Non voglio le sue mani addosso!». «Non le vuoi? Via, allora, via! esci fuori!» e fo per strapparla dalla panca. Lei allora si mette a strillare, a pestare i piedi, a contorcersi. Tutte le ragazze si levano dalle panche e le vengono intorno; lei, minacciandomi, esce dalla classe, seguita dalle compagne. È andata dal Direttore. Questi non mi dà torto in loro presenza; rimasti soli, mi dice che io avevo un po' ecceduto; che non si debbono, dice, alzar le mani su le allieve... Io, le mani? Se non l'ho toccata! Alla fine però accetta le mie ragioni... Ma Dio, Dio; come andare avanti così? Io non ne posso più!

Il giorno appresso, intanto, il padre della ragazza, il consigliere cavaliere ufficiale Ippolito Onorio Breganze, andò a fare una scenata nel gabinetto del Direttore.

Era furibondo.

L'obesità del corpo veramente non gli permetteva di gestire come avrebbe voluto. Corto di braccia, corto di gambe, portava la pancetta globulenta in qua e in là per la stanza, faticosamente, facendo strillare le suole delle scarpe a ogni passo. Alzare le mani in faccia alla sua figliuola? Neanco Dio, neanco Dio doveva permetterselo! Lui, ch'era il padre, non aveva mai osato far tanto! Si era forse tornati ai beati tempi dei gesuiti, quando s'insegnava a colpi di ferula su la palma della mano o sul di dietro? Voleva pronta e ampia soddisfazione! Ah sì, perrrdio! Se la signora Ajala aveva valide protezioni e preziose amicizie, lui, il consiglierrr Breganze, avrebbe rrreclamato rrriparazione e giustizia più in alto, più in alto (e si sforzava invano di sollevare il braccino) - sissignore, più in alto! a nome della Morale offesa non solo dell'Istituto, ma dell'intero paese.

E dri dri dri - strillavano le scarpe.

Il Direttore non riusciva a calmarlo. Gli veniva quasi da ridere: in paese si diceva che colui non era veramente il padre della sua figliuola. Ma il consigliere Ippolito Onorio Breganze, paonazzo in volto, non poteva accontentarsi della semplice riprensione fatta a quattr'occhi alla maestra: pretendeva, esigeva una grave, una seria punizione! A lui, adesso, non istava più a cuore soltanto la sua cara piccina, ma anche «la salute morale, signor Direttore, di tutto il paese scandalizzato!». Non era forse a conoscenza il signor Direttore di quanto era avvenuto? non sapeva a qual donna si era affidata l'educazione delle tenere menti, delle gracili anime?

- È un'im-mo-ra-li-tà! - tuonò alla fine con tutta la voce, sillabando. - O ci rrrimedia lei, o ci rrrimedio io. Vado a far reclamo formale all'Ispettore scolastico! La rrriverisco.

E cacciandosi di furia in capo, puhm! il cappello a stajo, se ne andò. Entrava il bidello. Si diedero un inciampone così forte, che per poco non si gettarono a terra tutti e due.

- Scusi...

- Scusi...

E dri dri dri...

Due giorni dopo, il Direttore del Collegio fu chiamato dall'Ispettore scolastico.

Da due mesi il Torchiara notava, costernato, il grave danno che quella nomina della maestra Ajala produceva in paese alla posizione politica non ancora assodata dell'Alvignani. «Signor mio, il cuore è stato sempre il gran nemico della testa!» aveva ripetuto più volte a se stesso. Perché si dilettava, il cavalier Claudio Torchiara, di formulare aforismi, intercalandovi di solito quel signor mio anche quando gli enunziava a una donna o, per solitario spasso, a se medesimo.

La visita furibonda del consiglier Breganze lo aveva lanciato addirittura in un mare di confusione. Adesso, dunque, pure il Municipio si sarebbe voltato contro l'Alvignani? Aveva promesso al Breganze riparo e soddisfazione, ora invitava il Direttore del Collegio; vagliando e traendo giudizio dalle opposte versioni del fatto, avrebbe scritto all'Alvignani per provvedere alla meglio e salvare all'uopo, come suol dirsi, capra e cavoli. In ultima analisi, pazienza per la capra. I cavoli, in questo caso, erano i voti con cui Gregorio Alvignani era stato eletto deputato.

Il Direttore del Collegio, sebbene stanco ormai delle noje che gli aveva cagionate involontariamente quella maestra, difese pure Marta davanti all'Ispettore, per debito di coscienza.

- Capisco, capisco, gli rispose il cavalier Torchiara. - Ma l'ingegno, signor mio, e la volontà di far bene non bastano; bisogna pure guardare, guardare nella vita privata, la quale, signor mio, influisce, ha il suo peso e non poco su la considerazione, in cui le allieve debbono tenere la propria maestra, mi spiego?... la quale...

Ma il Direttore era venuto da poco in paese; non sapeva i precedenti della maestra; ammirato invece del grande valore di lei, credeva meritasse ogni considerazione!

- E ne terremo conto! - esclamò il cavalier Torchiara. - Come no? ne terremo conto, tanto più che io so in che tristi condizioni versi la famiglia di lei, la quale... Non dubiti, si provvederà, con un trasferimento, per esempio, vantaggioso per la maestra... Intanto, signor mio, il naso bisogna pur cacciarlo fuori della scuola... e... e tener conto dei reclami del pubblico, il quale... Ecco, pare tuttavia che la signora maestra, per quanto, non dico di no, provocata e anche in certo qual modo scusabile... pare abbia.. sì, dico, ecceduto un tantino... Eh già! Il Breganze, signor mio, personaggio di conto... eh!... e anche nell'interesse della maestra, sarà meglio dargli qualche soddisfazioncella, perché la cosa non esca dalle sfere scolastiche, mi spiego?... Senta, facciamo così. Lei persuada la maestra Ajala a darsi per ammalata per una quindicina di giorni, e intanto chiami una supplente perché le alunne non abbiano a soffrirne nello svolgimento del programma, il quale... Nel frattempo si provvederà. Va bene così?

E lo stesso giorno scrisse una lunga lettera confidenziale al suo caro Gregorio, scongiurandolo di far tutto il possibile per ottenere il trasferimento della sua «raccomandata» - causa per lui di gravissimi danni. Non s'illudeva su le difficoltà; ma a lui, all'Alvignani, dopo lo splendido discorso alla Camera dei Deputati nella discussione del bilancio della pubblica istruzione (discorso che, d'un colpo - non per adularlo! - gli aveva creato una vera posizione parlamentare, come tutti i giornali assicuravano), nessuna difficoltà doveva riuscire insormontabile. Per quell'anno, del resto, la maestra Ajala poteva andare come supplente nel Collegio Nuovo in Palermo (posto vacante).

In attesa di così grave decisione, Marta fu costretta a prolungare di altri quindici giorni «la sua malattia». Dopo circa un mese arrivarono due lettere dell'on. Alvignani, una per Marta, l'altra per l'ispettore Torchiara.

Nel ricever quella lettera, Marta provò un vivissimo turbamento. Avvilita dall'impotenza di lottare contro l'ingiustizia patente di tutti; rivoltata della punizione inflittale immeritamente, si sentiva ormai avvelenata d'odio e di bile. Quella lettera le parve un'arma per la vendetta.

Era sapientemente composta; non una anche vaga allusione al passato che potesse in quel momento urtarla; ma, sotto le amare riflessioni su la vita e su gli uomini, tanta intuizione dello stato d'animo in cui ella si trovava! Meglio, meglio chiudersi in un sogno continuo, sopra le volgarità e le comuni miserie dell'esistenza quotidiana, sopra il giogo livellatore delle leggi a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, ostacolo e pastoja a ogni ascensione verso un'idealità!

Le diceva d'aver saputo quanto a lei era toccato di soffrire in quegli ultimi tempi e le annunziava il trasferimento e la nomina, per liberarla dal fango che l'attorniava. Si era presa lui, spontaneamente, questa libertà, sicuro d'interpretare un desiderio che ella non gli avrebbe mai manifestato; e la pregava di lasciarlo fare, di concedere almeno che, da lontano, egli si prendesse cura e si ricordasse sempre di lei. Purtroppo, i mezzi che gli si offrivano per manifestare rispettosamente tutto l'animo suo erano meschini e ristretti!

In capo al foglio, ancora qui, latinamente inciso, il motto:

nihil - mihi - conscio.

Un solo rammarico per Marta, per Maria e per la madre, partendo: quello di lasciare Anna Veronica.

Povera Anna! Faceva loro coraggio, ma in fondo al cuore era la più disajutata: esse erano in tre: lei sarebbe rimasta sola, sola, sola, come abbandonata tra nemici. E di nuovo per lei il silenzio, di nuovo la solitudine, i giorni tristi, lunghi, uguali...

- Mi scriverete, però!

Diceva di non voler piangere, e piangeva. Le labbra costrette per forza a sorridere, invece di un sorriso, facevano il greppo.

Volle accompagnarle fino alla stazione ferroviaria a piè del colle su cui sorgeva la città. Durante il tragitto in vettura, non scambiarono una parola. Era una giornata umida, grigia, e la vecchia vettura rimbalzava su i fradici sassi dello stradone scosceso, scotendo continuamente i vetri mal connessi degli sportelli, i quali davano un frastuono irritante.

Quando poi il convoglio stava per partire, Anna Veronica e la signora Agata, rimaste aggrappate l'una all'altra, soffocando i singhiozzi ciascuna su l'omero dell'altra, furono quasi strappate con violenza dal conduttore. Già la vaporiera fischiava, lì lì per mettersi in moto.

Anna rimase col volto bagnato di lagrime e le braccia tese che si andavano lentamente abbassando, man mano che il nero convoglio si allontanava; gli occhi fissi a gli sportelli del vagone in cui le tre amiche erano salite, e da cui ancora fin laggiù, fin laggiù, si agitavano in saluto i fazzoletti...

- Addio... Addio... - mormorava quasi a se stessa, agitando il suo, l'abbandonata.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011