Luigi Pirandello

 

 

MAL GIOCONDO

[1889]

 

 

 

 

 

 

a l’Eletta

 

Peristi? In vano te da le pagine

sacre richiamo dunque, o purissimo

amore di tempi lontani,

vergin diva, tra gli uomini novi?

 

In vano, o vergin greca, la limpida

tua voce chiamo su le marmoree

fidiache labbra del tuo simulacro,

da secoli muta?

 

Mutaro i tempi. L’antico genio,

li antichi affetti già un fiero turbine

incalza da l’imo, e respinge

acre, fuor de la vita, ventando.

 

Al suo gagliardo soffio già crollano

le vecchie sedi (son chiese e reggie)

e tanta rovina recente

con vïolenta furia pervade

 

soverchiatrice onda di popolo,

che spezza e abbatte, che freme e s’agita

al fin di sua possa cosciente,

reclamante il suo dritto a la vita.

 

I dolci inganni che tu, pia vergine,

sí come pioggia di rose roride

da grembo divino piovente

su l’umane sciagure, ne davi,

 

ha già spogliato, severa e rigida,

d’ogni lor verde, una novissima

iddia da gli occhi di falco

scrutatrice ostinata del vero.

 

Per lei l’antica vista (o del secolo

inestimabil trïonfo e gloria)

il mondo ha cangiato, e piú intensa

ride agli uomini e varia la vita.

 

Ecco: lontane genti in un attimo

hanno di loro casi notizia:

l’umana fraterna parola

per metalliche fila trascorre.

 

Per lei su terre su fiumi e oceani,

solo una patria del globo agli uomini

facendo, in attivo commercio

vittorioso vola il vapore.

 

Per lei piú eque leggi correggono

le nove genti, per lei l’industrie

s’accendono, agli uopi traendo

de la comune madre i tesori.

 

E lei dovunque, iddia benefica,

ne le parole nostre, ne l’aria,

in seno al domestico lare,

ovunque, sentiamo presente.

 

Ma tu fra noi, divina vergine,

tu da l’Olimpo sacro de gli Elleni,

fra noi, sol ne l’ozîo invocata,

scenderai, con incesso di dea?

 

 

ROMANZI

 

I

 

Come tenace auriga antico, il quale

su l’agil biga per lungo discorso

frenò l’ardor de l’arabo animale,

subitamente, fatto arco del dorso,

i freni allenta e aizza con vocale

sprone la coppia dei focosi al corso,

e va, che par saetta, e scossa polve

lontano in una nube aurea l’involve;

 

tale il teso a fuggire interno duolo,

sciolto a la fantasia l’ala gioconda,

pe ‘l fantastico ciel mi caccio a volo;

e la nube dei sogni mi confonda.

 

II

 

Udite. Da le pagine immortali

del divin Ferrarese a raccontare

una diversa favola di strani

versi a voi vengo.

 

Vi condurrò sotto un velame antico

a intender novo caso e nova pena.

Chi nel giovin ch’io fingo sé vedesse,

mesto acconsenta.

 

Corse infrequenti vie spronando a sangue

l’animoso destrier fiero annitrente

in fuga impetuosa, erte le orecchie,

le nari ansanti.

 

Valli dal verno desolate corse

e inculti piani sterminati e soli,

fiumi guadò, valicò monti, ignaro

del suo vïaggio.

 

Ira di tempo o sorriso d’aprile

già mai no’l vinse o gli allentò la furia:

Sprone d’insani desiderî avanti

sempre lo spinse.

 

L’inseguiron pe ‘l ciel nuvole fosche,

quasi a gittar su lui funereo manto;

e a lui sempre atterrita eco rispose,

nunzia di morte.

 

Raccolse al suo passar grida e sospiri

di genti grame, e mestizie profonde

di offesi campi da i venti autunnali

al verde infesti.

 

E gonfio il petto d’angosciose pene

senza mai posa andò, come rapito

dietro un fantasma innanzi a lui fuggente,

lusingatore.

 

Andò fin che a la furia il generoso

animale non giacque: allor fermossi,

compreso ancor da l’impeto e stupito

di quel suo stare.

 

E in torno si guardò: per ogni lato

una gran selva di misteri intensa

eragli sopra, e contendeagli il passo

silenzïosa.

 

Raggio di sol non penetrò già mai

l’immenso intrico di quei rami torti;

non mai furore di rapaci venti

spogliò quel verde;

 

ma d’ogni parte il guardo ansio escludendo,

senza limiti stava, in contro al cielo.

In lei l’in van per tanta via seguito

fantasma vano

 

era disparso. Il giovine ostinato

non disperò, non imprecò la sorte:

Dal rovesciato arcion tolta una scure,

mosse a la selva.

 

Ma al primo colpo su una quercia antica

udí levarsi in grembo al verde orrore

un clamor sordo d’indistinte voci

misteriose.

 

Ristette impaurito, ogni vitale

forza acuïta ne l’orecchio teso:

Vasto silenzio ovunque. Era un inganno

dei sensi, certo.

 

E diéssi a l’opra immane. Un dopo l’altro

vigorosi scendean su tronchi pregni

di selvatica vita i colpi, come

su membra umane.

 

Quando al fin tra stillanti offesi rami

s’aprí capace a pena un primo varco

e in esso si cacciò, subitamente

al guardo un novo

 

inatteso spettacolo s’offerse:

tra le innumeri foglie erongli in torno

volti di leggiadrissime fanciulle

supplici in vista:

 

Da gli occhi loro immobili partia

un guardo intenso a lui chiedente pace

con promessa d’amor non mai provato

d’alcun mortale.

 

Eron le loro labbra piccoline

di süadevol sorriso atteggiate;

pace chiedean le labbra, e pur: ne bacia,

dicean, ma lieve.

 

A tale incanto il giovine perplesso,

senza respiro e tutto intento stava:

Parlar volea ma gliel vietava un nodo

stretto a la gola.

 

Se non che tosto, come sogno lieve

che a poco a poco si sciolga da i sensi,

stupor mesto lasciando; ecco vanire

le imagin belle.

 

Volle egli allor lanciarsi contro, preso

d’acre desio, ma si trovò captivo

de la gran selva, per non sospettata

virtù d’incanto.

 

Rapito in quella visïon fatale

scender non vide a lui silenziosi,

quasi furtive braccia, de la selva

magica i rami;

 

verdi non vide serpentelli arguti

da viluppi disciorsi, ed a le gambe

al collo al seno ai polsi attorcigliarsi

tenacemente;

 

mille steli di fior strani non vide

d’ogn’intorno allungarsi insidïosi,

ne sentí de le spine, ond’eron aspri,

l’acuto morso:

 

tanta fu di quei volti femminili

la traditrice possente malia;

tanto di quegli immobili occhi valse

l’intenso sguardo.

 

Ora egli sta ne la gran selva chiuso,

de i verdi serpi, de i rami, de i fiori,

de lo stupor; de le spine in potere,

tutto tenuto.

 

Suoni lontani di danze e di cori,

dolci concenti d’arcani strumenti,

limpidi canti di ninfe gioconde,

ode ne l’ombra.

 

E, scherno atroce, da presso gli splende

di tra le fronde allargate, sí come

un vivo sole, il fantasma agognato

Splende e l’irride.

 

Pria ch’egli il giunga, o sfiorir quell’immensa

dee primavera, che avvinto lo tiene,

o lui le carni tra quegli aspri nodi

lasciare a brani.

 

III

Giove parla

 

Parve un sublime incendio del cielo

quell’ultimo tramonto. E su le nove

cristiane genti stese un negro velo

la Notte. E disse, moribondo, Giove:

 

Le braccia, tra cui stretta il vecchio cerro

tenea la terra vigorosamente,

segò il villano; ma il dente di ferro

de la rigida sega pazïente

 

le braccia, che in profondo erono tese,

non raggiunse: la scure le troncò.

Quindi un gemito sordo il tronco rese,

e maestoso il gran cerro crollò.

 

IV

 

Quasi cristallo liquido, ondeggiante

con lieve moto, ne l’accidia, l’onda

soverchiatrice, come

l’onda del tempo, copre

 

di pieghevol vestiti d’alga i resti

del greco porto d’Agrigento greca.

Vengo da i templi antichi

a tuffarmi nel mare.

 

O conscio mar di tante egemonie,

conscio di tante lotte, o mar conteso,

Mediterraneo, dammi

dammi l’oblio, l’oblio.

 

Pallade fiera, de la polve astersi

i fianchi ai suoi destrieri, e della spuma

(o idillio di Callimaco!)

l’umide nar fumanti,

 

a l’acque anch’ella, l’elmo aureo gittato

e l’armi ancor sanguigne, espugnatrice

di città bella, usa era

chieder ristoro e pace,

 

Me non achee fanciulle al sacro elette

uffizio dei lavacri accolgon baldo

su lo sciolto, treenne

poledro al mar veniente;

 

ma l’egra torma al desolato lido

de le memorie accoglie e dei rimpianti;

e solo ad oblïare

entro ne l’onda fredda,

 

ad oblïare il mal triste di vivere,

mentre il volgo trionfa e il culto muore

de la bellezza eterna,

divin nostro ideale.

 

Tra le colonne de l’integro tempio

de la Concordia udii, dove un dí greche

a Dei greci le turbe

cantavan prosodie,

 

rozzo un pastor del gregge non curante,

cullar l’ozio de l’anima villana

ne l’abbandon di molle,

araba cantilena;

 

e nel languor monotono del canto

la rinunzia del popolo sorpresi

agl’ideali sacri

che fan le patrie forti.

 

O conscio mare, in te, cui la riviera

agrigentina in lieve seno abbraccia,

mar che mi desti primo

lo stupor de le grandi

 

visïoni serene, ecco, io mi caccio;

ma in te pur cala il sol flammeo, solenne,

come l’eroe morente

d’una tragedia greca.

 

V

 

Il paese che un dí sognai, del mondo

inesperto e dei mali, su la terra

già lungo tempo lo cercai, fidente

nel vago imaginar che scorta m’era.

Molti paesi visitai deluso,

molti da lungi salutai fuggendo,

e su i lor tetti, declinante il giorno,

con la notte, la pace e il dolce inganno

sempre invocai dei sogni e il calmo oblio.

Ma per incerte vie, tra sassi e spine,

tacito andando nel desio pungente,

quanta parte di me viva lasciai!

Folle, e sperai; folle, ebbi fede. E solo

ai danni miei presiede ora crudele

la coscienza che mai, che mai dal suolo

in cui giaccio, menzogne pïetose,

amor di donna o carità d’amico,

a rïalzarmi non varran - piú mai.

Né a te, paese dei miei sogni novi,

ora piú credo; e tardi, ahimè, compresi

che vano era cercarti sotto il sole.

Se tristi grue pe ‘l ciel fosco passare

vedea mesto, tra gli alberi battuti

da i primi venti d’autunno, in mente

io mi dicea: “Là giú, là giú, lontano,

nel bel paese dei miei sogni andranno,

ove eterna fiorisce primavera”.

E a lui credea n’andassero, portate

dal lungo vento, anche le foglie ai rami

strappate; a lui le nuvole, e le vaghe

da i petti umani illusïon fuggite...

 

Era follia, follia certo; ma dolce.

 

VI

 

Un canto a l’Armonia;

e nasca l’imagin da ‘l suono,

sí come da le spume

del mare, tra ninfe e tritoni,

Venere nacque, e lieta

la drèpana rise marina.

 

Onda piú tersa e pura

sei tu veramente, Armonia:

In te sovrano il cigno

bianchissimo incede sognando,

in te le mie ferite

io lavo, oblïando, e risano.

 

A salutar lavacro

le vergini figlie del Sogno

vengono a te (gittando,

del vivo candore gelosi,

a l’aura molle i veli)

e in te, senza un brivido, nude

 

si tuffano e sorridono.

O come, fresca onda, di dolce

abbracciamento cingi

le figlie del Sogno leggiadre!

Da ‘l cielo un verde lume

su loro riversa la Luna.

 

Fremon le vive spume

nel cavo del seno, ove l’una

grazia e l’altra ricolme

si partono, e pajono insieme

due ritondette pome

o due melograni ancor chiusi.

 

Vengon a te le figlie

del Sogno, e per quanti d’oblio

in te assetati sono

mortali, o sacra onda benigna,

hanno esse un bacio un riso

un atto d’amor che consola.

 

Ne la tempesta fiera

de i foschi pensieri, di un nero

odio ne l’ozio nati

di questa, che inutile fugge,

vana vita mortale,

nel petto ruggenti malsano;

 

la tua voce, Armonia,

di teneri suoni vibrante,

serenatrice viene,

sí come uno stormo di bianche

colombe un picciol ramo

in bocca recanti d’ulivo.

 

Mi fingo allor, lontana,

in grembo a la notte celata,

una vergine ignota,

che bianche colombe m’invia;

ma deluso già troppo

non credo a le nunzie d’amore.

 

Su l’angoscioso petto

su gli òmeri esse e su ‘l capo

si posano, scuotendo

malferme con strepito l’ale:

«Oh chiudete piú spesso

i tondi e neri occhi, o innocenti

 

colombe, e de le penne

su ‘l volto che brucia, la dolce

soavità, qual mite.

materna carezza, provate.

      Non per amor ben vedo

la vergine ignota v’invia.»

 

      Maliarda ella, toccando

le corde d’arcano strumento,

ne la notte, a un castello

attira d’inganni i mortali,

e, liberale, a tutti

ivi offre un veleno, che ambrosia

 

divina pare. E lei

che mille diversi racchiude

desiderî e speranze

e sogni, come astri, fulgenti;

lei che mille sprigiona

per l’aura che brucia, commossa,

 

de la sua febre istessa

fantasime vive di luce;

lei indarno, indarno invoco:

l’immite, l’immite non viene.

Sto con ardenti labbra

un morso agognanti, protese,

 

avidamente o un bacio

o un alito fresco, che il foco

ond’ardo, muto, dentro,

lenisca; ma indarno invocata,

indarno ahimè bramata,

l’immite, l’immite non viene.

 

Oh verso qual mai lido,

o fievoli suoni languenti,

quasi parole vane

su candida neve segnate,

lungi or con voi la vaga

mia anima naviga incerta?

 

Innanzi, innanzi! il mare

di palpiti lucido trèmola,

l’agile nave fende

il cerulo piano de l’acque...

Innanzi, innanzi! oh questo

non è l’arcipelago stretto

 

quasi corona in torno

la greca Penisola madre?

e questi suoni adunque,

te, Grecia sospirano antica,

forte, dal vario suolo

la varia potenza nei canti

 

dei rapsodi spirante

già sotto l’eterno cilestre

del ciel d’Omero? Salve,

o Lesbo, dolce isola, salve!

Non trema de l’ardente

di Saffo fatal passïone

 

qui l’onda consapevole?

i lieti convivi gli amori

del mitilèneo Alceo,

poeta e guerriero, non dice?

Or sú, vergini achee:

con sette dolcissime corde

 

d’una vaga partenia

al canto la cetra v’invita.

E io vorrei a un sonno

di miti fantasmi affollato

abbandonarmi, a un sonno

che l’ultimo, l’ultimo sia...

 

o morir lentamente

da un nugol leggiero di foglie

di rose soffocato

intatta stillanti rugiada

e pioventi da l’alto,

dal divo tuo grembo, o Armonia...

 

VII

 

Co ‘l primo raggio del mattin d’aprile

ne la mia stanza irruppe Primavera,

dea giovinetta, e a piene man profuse

dal pieno grembo

 

rose d’ogni color, su ‘l letto mio,

rose dischiuse al bacio de l’aurora,

rose stillanti ancor notturna brina,

rose su rose.

 

Sogno d’amor tra le sue dolci spire

me rattenea, di quell’arrivo ignaro;

ma ciò vedendo Primavera, i labri

schiusi a un sorriso,

 

con un gambo di fior la fronte lieta

e il collo diéssi a vellicarmi, lieve:

allor balzai dallo stupor compreso

del sogno ancora.

 

Rise ella forte un riso schietto al goffo

destarsi d’un mortale. Inebrïato

de le innumeri rose su ‘l mio letto,

io travedea.

 

Ma tra le belle man lattee la testa

con dolce atto mi prese, e su me china

la bocca mi baciò d’un fresco bacio

dicendo: Sorgi!

 

E quindi uscí. La vidi in una gloria

di luce errar pe i piani, e novo vidi

miracolo gentile: sotto i fini

suoi piè la terra

 

rifiorir di color vivi, diversi,

e l’aura al suo respir puro allargarsi,

e gir mill’api intorno a lei succhiando

i fior novelli.

 

Poi da lungi ver me si volse ancora:

Chiara nel ciel vibrò (tacquer gli uccelli)

sua voce e disse: «Cantami la sacra

pasqua di Gea».

 

VIII

 

Saturno, la tua favola crudele

spietatamente il secolo rinnova,

e noi, suoi figli (latte no, ma fiele

sugger ci dette già ne l’età nova,

genitrice di vittime, Cibele)

nati a la morte senza l’ardua prova

de la vita, che pur triste innamora,

noi, suoi figli, non sazio mai, divora.

 

Di sua man cadde un regno, e le rovine

or gli son trono, e chiede a la consorte

vittime ancora. O tu, Cibele, al fine

un novo scampa ultor Giove a la morte.

 

IX

cavalleresca

 

O messer Lodovico, in su ‘l cimiero

d’Orlando, una cornacchia si posò:

«Sii tu la spada, io sarò il tuo pensiero»

disse, e Orlando Margutte diventò.

 

Ora, ei lascia che Angelica e Medoro

sfoglino in pace il fiore de l’età;

e senza freno in tanto, Brigliadoro

springando via per selve orride va.

 

Va senza freno, e quanti su la groppa

audaci cavalier tentan saltar,

egli atterra, indomabile, e galoppa

né sa dove l’adduca il folle andar.

 

Ma su l’irta criniera io me gli avvento:

le braccia al collo, e stretto ai fianchi il piè,

lo domo, e volo come in preda al vento,

ogni cura oblïando e il mondo e me.

 

*

 

De l’alte querce il bosco secolare

ha lungo e grande fremito d’orror,

e le Ninfe che in quelle aman sognare

de la mia corsa destansi al romor.

 

Basta un acuto sibilo di freccia

a rompere il lor sonno vegetal:

Svegliate, esse, stracciando la corteccia

tendon da i tronchi il bel capo ninfal.

 

Or mille voci chiamanmi frementi,

tra spasimi di fiera voluttà:

“Vieni!... mi bacia!... toglimi!... rattienti!...

son tua!... ti voglio!... t’amo!... ardo!... ristà!”

 

Ha un’anima ogni foglia ed ha una voce,

e fiamma è l’aria, che in contro mi vien...

Ahi, de la febre che il mio sangue coce

brucia la selva, e in sé chiuso mi tien.

 

Via, Brigliadoro, e contro tutti in guerra;

tutto calpesta, e avanti sempre piú!

Ebro di lotta, ogni ostacolo atterra,

la pace un sogno ne l’ignavia fu.

 

A quest’aura fischiante tra gli orecchi,

da l’impeto commossa, al tuo fuggir,

lasciam le vecchie cure e i sogni e i vecchi

affetti, e andiamo in contro a l’avvenir.

 

*

O paese dei sogni, ove non suona,

di mie catene il lugubre stridor,

a te, lontano, io volo, a te mi sprona

necessità d’oblio, sete d’amor.

 

Che van tu sia, lo so; ti cerco in vano;

so che già mai non giungerò il mio fin,

ma in questo mio fuggir sdegnoso e strano

sprezzo la vita, irrisa dal destin.

 

Via dunque, avanti, ove il sentier ne mena,

fino al punto, che dato è a noi toccar:

anch’io vorrei veder quella Sirena,

che co’l suo dolce canto accheta il mar...

 

*

 

Alcina, fata crudele e diversa,

da lungi non sorridermi cosí:

La turba rea, che il passo tien, dispersa

non ho per anco, e pugno notte e dí.

 

Una vecchia maledica e rissosa

schizzando fiele aizza contro me

l’iniqua turba, e senza tregua e posa

la meta mi contende: o Alcina, te.

 

Vengan, ch’è tempo, come un dí a Ruggero,

le miti ancelle, e porganmi la man,

le ancelle tue di pace, e con l’altero

gesto, dòmin lo stuolo aspro e villan.

 

*

 

O vaga Alcina, al fin tra le tue braccia,

se non è sogno, stretto anch’io mi sto:

Fa che una notte sola io teco giaccia,

e lieto e pago i giorni chiuderò.

 

Perché sí bella e pur sí trista sei,

dimmi, dolce amor mio, dimmi perché...

Prendi tutto il vigor degli anni miei,

ond’io, felice, mi distrugga in te.

 

Vecchia sei tu, ma celami la vera

essenza tua con vista giovanil,

come la vecchia Terra a primavera

le rughe cela coi fiori d’april.

 

Quando una notte avrò di te goduto,

uno sterpo fammi, e non trarmi mai piú.

Io ti dirò, co ’l mio miglior saluto:

«Come sei brutta, o bella Alcina, tu...»

 

X

 

Andiamo altrove. Qui, tra queste mura

(d’altri qui fosti non amata sposa:

sanguina il cuore sotto la gravosa

oppression de la memoria oscura)

 

come in angusto vaso albero a forza

costretto perde il natural rigoglio,

né foglia mette né caccia germoglio,

e impietra sotto la cinerea scorza;

 

cosí tra queste mura dolorose

racchiuso langue e a poco a poco manca

il grande amor ch’a te mi lega e franca

piú non ti dice l’anima le cose.

 

Altrove andiam: Qual nugolo sonoro

di fini insetti, le memorie incerte

sento gridar per le stanze diserte,

in questa calma che non è di pace.

 

Echi irrisori, o sia che tu mi parli

dolci d’amor parole, o che mi baci,

in torno a noi risvegliansi. Deh, taci,

altro mezzo non è per acchetarli.

 

«A te, l’eco m’insinua, ella ripete

ciò che ad altri già disse, al tempo amico,

cosi com’io sue parole or ridico:

Qui non avrete mai pace e quïete.»

 

Andiamo, andiamo altrove: Sotto il sole

son tetti a mille, ove non sdegna il nido

appendere la rondine. Piú fido

uno ci accoglierà, come amor vuole.

 

XI

 

O superbi dei pubblici giardini

schierati alberi lungo i bei vïali,

quasi a scortar gli sciocchi cittadini

e le piú sciocche vanità mortali;

quanta pietà, superbi alberi, sento

ora che foschi chiaman gli autunnali

mesi le piogge a flagellarvi e il vento,

di voi, dannati da contraria sorte

a far da malinconico ornamento.

Co ‘l pomeriggio le sue ferree porte

apre il giardino, e la comedia vana,

sotto le vostre nude rame torte,

d’una folla, che a voi par certo nana,

torna a svolgersi, piena di languore

e di menzogne - umana, umana, umana!

Là giú, di tra le nuvole, il rossore

cupo del vespro tinge di sanguigno

le cupole lontane e i tetti: Muore

cosí, senza il sorriso d’un benigno

raggio di sole, un altro giorno ancora.

Io guardo voi, grandi alberi, e un maligno

e tristo accenno parmi a ora a ora

mi facciano per l’aria i vostri rami

torcendosi, e il mio viso si scolora:

Parmi che ognun di voi freddo mi chiami

con la notte a finir, che fosca incombe,

a un tronco appeso: «Or su, folle, che brami?

 

Pace hanno i morti giú, ne le lor tombe!»

 

XII

 

Quale di rose pioggia purissima

da i cieli accesi piovve l’aurora

su Roma grave, da un gran silenzio

tenuta ancora,

 

il dí che, dietro l’ombra fuggevole

rapito io folle d’un sogno vano,

t’abbandonai senza una lacrima,

o amor lontano.

 

Del bel Tritone fuor da la buccina

sentii, correndo la piazza ratto,

al cuor l’arguto zampillo gelido

piombarmi a un tratto.

 

Inebrïate del lume roseo

le vaghe rondini garriano intorno,

e le campane lontan squillavano,

nunzie del giorno.

 

Quale di rose pioggia purissima!

Da lungi i vetri de le dormenti

case romane mi salutavano,

razzando ardenti.

 

Su le memorie care, su i fervidi

amor miei vani, su ‘l van desio

cadeva in Roma di rose pallide

il nembo pio.

 

XIII

 

Giacea su ‘l virginal letto la pia:

le amiche inginocchiate in torno al letto

teneano un giglio in mano, e il buon Baldia,

vescovo dotto, orava. Al sacro detto

rispondea la giacente: «Cosí sia»

con le braccia incrociate sopra il petto.

Poi l’ostia santa ricevette, e al piede

e al fronte il bacio estremo della fede.

 

Ma ne la stanza irruppe in quel momento

un giovin fiero. Ella rizzossi, tese

le braccia, e al sen d’un forte abbracciamento,

l’avvinse stretto: «T’ho aspettato un mese!»

E stretto il tenne, e al ciel lieta mostrava

la bianca fronte, ed un sorriso pieno

d’alta beatitudine, e tremava,

poi ch’egli le sue lagrime su ‘l seno

purissimo coi baci le asciugava;

ma, cerea, a tanto ardore venia meno,

quasi da i baci suggersi la vita

dolcemente sentisse, illanguidita.

 

Quando da i suoi capelli a poco a poco

il giovine sentí sciorre le mani,

e del seno sentí spento ogni foco,

levossi e disse: «Attendimi dimani.»

 

XIV

 

Scendea pensosa l’ampia scalinata

marmorea de la villa signorile,

ne la luce del vespero pacata,

quand’io la vidi e la nomai gentile.

Un rosso fiore in man pe ‘l lungo stelo

teneva; erono i miti idi d’aprile.

L’occhio stellante del color del ciclo

vèr me rivolse, e chinò tosto il mento

su ‘l petto ansante sotto il fosco velo.

Poi seguitò a discendere, ma a lento

passo e indolente. Giunta quasi al piede,

fosse per caso o per divisamento,

mise un piedino in fallo, e insieme diede

un breve acuto grido. Accorsi io ratto,

e per la vita la sostenni in piede:

Ella tremante mi sorrise. Il fatto

fu senz’altro cosí; ma, lusinghiera,

il fior mi porse, e andando disse: «A patto

 

che me ‘l riportiate questa sera...»

 

XV

 

Quando ella sola, o mar perfido e bello,

tranquilla siede, e di mille astri viva,

su te la Notte, e in te versa la Luna

il suo bel raggio;

 

allor l’immensità cerula tua,

da l’ampio lido a l’orizzonte estremo,

correr tutta vogl’io, come veloce

delfino, o Mare.

 

Infaticato nuotator gagliardo,

correr vogl’io la luminosa via

del lunar raggio su le palpitanti

acque infiammate;

 

e del cielo e del mar le paurose

profonde immensità su ‘l capo e in torno,

nel silenzio, sentir, rotto da i lievi

romor del nuoto.

 

Ora, la Luna attendo, e le mie forze,

sí come antico lottator, preparo:

Io voglio, io voglio in voi tutto, o vaste acque

purificarmi.

 

Di tanta ignavia e dei lunghi ozî voglio

purificarmi. Inascoltato padre,

immenso Mar, ridammi tu le fiere

audacie prime;

 

i miei ritempra tu muscoli rosi

da i mal de la città, dove è menzogna

tutto, e per cui te, Padre, un di lasciai,

non piú contento

 

del plauso schietto, onde gli adusti tuoi

figli eron larghi al giovinetto, ardito

nuotatore, allorché tutti su ‘l lido

raccolti e intenti

 

me, de gli emuli destri sfidatore,

ne i trionfi seguian, forte acclamando

da lungi, e quindi, innanzi a te plaudente,

m’offrian da bere.

 

 

ALLEGRE

 

I

 

Chi mai vorrà comprare le mie nuvole?

Da l’Atlantiade nembi-adunatore,

m’ebbi in retaggio quante van pe ‘l cielo

nuvole in giro.

 

Sappi, mi disse il dio, ch’esse son vacche

sparse pe i campi liberi de l’aria;

n’abbi custodia e cura: io te ne cedo

l’alto dominio.

 

Gran mercé, rispos’io, liberal nume:

ben largo io vedo è il dono. Ma le poppe

di quelle vacche non dan latte, e in vano

or premo e spremo.

 

Ereditato in vece avrei piú tosto

la tua sagacità fine in rubare

bovi ai pastori, e la facondia e il ratto

alato piede.

 

Che non mi starei ora, resupino

da mane a sera, afflitto aerimante,

il viaggio a seguir di tante vane

nuvole, vano.

 

Or sú, chi vuol comprare le mie nuvole?

Io de i doni del dio non fo mercato,

ma a gran derrata vendo e senza usura

l’aerea merce.

 

Ne consiglio ai filosofi l’acquisto,

al papa, ai re regnanti e decaduti,

agli amanti fedeli, ai sognatori,

ai mille illusi;

 

ed agli uomini onesti ed ai poeti,

specialmente: Potranno su le nuvole

vivere gli uni onestamente, e gli altri

di poesia.

 

II

 

Tu m’hai tessuto, o Diva, come serico velo,

un nuovo canto. Egli ha li umani desiderî

le speranze, gli affetti, per fila; e su pe ’l cielo

sta sospeso a quattro astri in torno agli emisferi.

Enorme ragno in grembo a immenso ragnatelo,

 

or vi porgo il cervello. E dove piú s’intrica

fitto l’ordito, ei vigile e tutto in sé raccolto,

ne l’ansia che di smanie represse l’affatica,

fa la posta, spiando; poi salta, e de lo stolto

midollo dei terreni insetti si notrica.

 

Da lungi un gufo avvisa nel suo maligno verso,

che d’aura un lieve spiro l’ordito strapperà:

Una nottola in tanto per torto e per traverso

vi svola sotto, e stride: «Forse, io dico, sarà

il pensier d’un filosofo ebro, per l’aer perso.»

 

Ma già la Luna supera, tonda e flammea, del mare

e vaste treman l’acque continuamente sotto

il luminoso bacio. Lenta ella sale, e pare,

pe i silenzi dal murmure misurati del fiotto,

una diva che passi intenta a vigilare.

 

Le numerose fila del sottile mio velo

han brividi di luce, come gli astri del cielo.

 

III

                   la caccia di Domiziano

 

«T’abbia in grazia Minerva, o Imperatore:

la caccia come va?» Goccia il sudore

pe ‘l divin fronte: Con l’estivo ardore

le mosche ricominciano abondare.

 

Calvo, le gambe povere, ed acceso

in volto, il divo imperatore, inteso

a la caccia, piú mosche a l’ago ha preso,

e pago esclama: Questo, è un bel cacciare!

 

Scocca, stiletto, e infilza quel moscone:

È un discepol di Paride istrïone;

questo che ronza è Acilio Glabrïone.

e quello è Orfito; vieta lor l’andare.

 

O perché vai tant’alto, Cerïale,

bel moscone proconsole? Lo strale

mio va piú ratto che non le tue ale,

e ti coglie nel ventre consolare.

 

Pe ‘l natal celebrato il divo Ottone,

o Coccejan, devoto calabrone,

questa freccia or ti manda in su ‘l groppone:

Meglio era il funeral tuo celebrare.

 

Tu, Sallustio Lucullo, hai già messo ale

se piú de le tue lance or questo vale

mio stil, giudica tu, savio animale,

che il nome su le lance ami fermare.

 

O mosche nere, che svolate in festa,

questo sole divin, che mi molesta,

ebre di luce, vi farà la testa

su ‘l mio marmo fengite esercitare.

 

Dice, e su i lunghi labbri un tristo riso

si torce in una smorfia. «Io sono avviso

che per un ch’io mi sia, molti avrò ucciso,

pria ch’abbia effetto il vostro congiurare»,

 

E ne l’occhio di bue, freddo e severo,

vaga torvo fra tanto un gran pensiero:

Ne lo stile infilzar tutto l’impero,

il moscon matto, che un’aquila pare.

 

O calvo imperator Domizïano,

nepote vostro, anch’io, se ben lontano,

infilzo ne l’aguzzo stil, che ho in mano,

ogni insetto che vienmi a molestare.

 

Ma ne l’accidia, nel tedio mortale

di far bene, e financo di far male,

la mia vita io vorrei, mosca senz’ale,

anche lei, ne lo stil freddo infilzare.

 

IV

 

Io non so che bestie sieno

le viventi, o Stelle, in voi;

ma sien pur come si sieno,

non essendo come noi,

 

questo è certo, che degli esseri

curïosi in voi saranno,

che, si come noi, de l’essere

la ragione non sapranno.

 

Voi non siete accese lampade,

né men chiodi da solajo

conficcati in una splendida

lastra concava d’acciajo;

 

se ben poco me ne torni,

so che siete mostruosi

corpi o fissi o perdigiorni

via pei ciel silenzïosi,

 

proprio come, e non v’incomodi

il notturno paragone,

questa sciocca enorme trottola

che ci porta in su ‘l groppone.

 

Ora, voi parete, o Stelle

splendienti costà sú,

ne la notte, tanto belle,

che non v’è cane qua giú,

 

che non v’abbia insieme a molti

grandi e piccoli poeti,

in latrati, o in versi sciolti,

inni sciolto or tristi or lieti...

 

Però ho vivo desiderîo

di saper, Stelle, se pure

tra le bestie che in voi vivono,

vi sia almeno un cane, oppure

 

un consimile animale,

cui, veduta da lontano,

la mia Terra piaccia, e quale

se mai n’abbia pensier strano.

 

Come voi parete agli uomini,

d’oro forse ella a voi pare?

e non fango, o Stelle vigili?

e non fango, o Stelle care?

 

V

serenata ad Allegra

 

Tu che a l’amico Massimo Gilorda,

meglio acconcio a uccellar a merli e a tordi,

frullar fai tutto il mondo per la testa

cosí e cosí

la notte e il dí,

 

o bella Allegra, non mi far la sorda;

ma de la mia chitarra ai dolci accordi

sorridi in sonno prima, indi ti desta,

ti desta, or sú!

e vieni giú...

 

Io canto le canzoni innamorate,

che a notte mi procacciano ventura,

e fan gittar da le finestre a terra

(non so il perché,

né dico te)

 

le donne che piú paiono impietrate:

Ma tu che ridi sempre, e d’ogni cura

scevra ti vivi, non mi dar piú guerra;

Levati, sú!

e vieni giú...

 

Vieni; io mi muoio dal disio d’amare;

voglio una donna e non abbado a patto,

che amor mi stringe e tiene in mala pena;

Odimi un po’,

odi, non fo

 

non fo non fo non fo che soffïare...

Or la tôrrei, se mi venisse fatto,

in fino a Cristo un’altra Maddalena!

Levati, sú!

e vieni giú.

 

Freme scorrendo in queste corde il suono,

sí come il sangue per ogni mia vena;

Oh sii tu acconcia a far quel che mi piace...

No sangue, no,

sí fuoco m’ho,

 

e addormento il brucior ne l’abbandono

di questa rotta, e matta cantilena...

Ladra del sonno, ladra de la pace,

levati, sú!

e vieni giú...

 

Un sospiretto sbadigliar non sai?

Al bujo, come il meglio puoi, ti vesti;

sospingi l’uscio, divora le scale,

un salto, e a me!

Tardi? oh perché?

 

Vedrai, bel giuoco!... vieni a me; vedrai...

Allegra, oh via, ti desti o non ti desti?

Oh che tu trema, non vi sia del male?

Levati, sú

e vieni giú...

 

VI

 

Già di ritorno, stagione dei fiori,

stagione degli amori?

 

Tra gli orrori de l’ultima vernata

mi s’era questa nozïon scordata,

che c’è una primavera ne l’annata,

per dar fiori a la terra e pace ai cuori.

 

E se non pace, o stagion nova, in fondo,

d’ogni cura ne dà l’oblio giocondo:

Di giovinezza vesti il vecchio mondo,

e con ben fatta maschera innamori.

 

Sotto ogni fiore in tanto si nasconde

un nudo e freddo teschio, che risponde

co’l riso de la morte a le gioconde

vanità de la vita e ai nostri amori.

 

Già, l’ho veduto, quest’inverno, il grullo

Vecchio, sol rido al tuo crudel trastullo,

che sí me ‘l concia, ch’ei paja un fanciullo,

e grinze e rughe imbiaccate di fiori.

 

Trista sei, ma pur bella. Io t’amo, e rido,

ed il segreto del cuor mio t’affido:

tu nascondilo dentro un vecchio nido

di rondine, o se vuoi, càntalo fuori.

 

Ma se ne nasce scandalo e vergogna,

ai poeti del secolo rampogna

non mover tu: Gli opprime tanta rogna,

che non è cosa che non gli addolori.

 

E un’altra volta ti farò lamento

del brutto tempo; e dirò come il vento

gl’inganni tutti ed ogni sentimento

soffiando dentro m’abbia tratto fuori.

 

Nel vecchio mondo, o non mai vecchia, tu

da sei mil’anni, in tanto ed anche piú,

ancor ti piaci di ritornar sú

sempre ad un modo, vestita di fiori.

 

Ma non ti s’è crepata ancor la pelle

sotto le rime a pioggia, a manatelle,

in vario stile, in tutte le favelle?

non ne hai cocciuole in carne e pizzicori?

 

Oggi i versi han l’umore de l’ortica,

e ridon acre i vati: «Gran nimica,

urlan la vita!» e il ciel gli benedica...

Che cocomeri in corpo e che dolori!

 

Saluta Primavera, e va, canzone;

dille il nome dei re vivi, Leone

XIII papa, idest prigione,

e quei che han fama, se tu non gl’ignori.

 

VII

Cnf. Macchiavelli

 

Su i prim’anni ancora tenero,

Roderico di Castiglia

(Belfagor arcidïavolo)

lasciò Spagna e la famiglia.

 

In Soria visse; in Aleppe

acquistò dovizi\a e onore:

e in Italia, poi che seppe

ch’è il paese de l’amore,

 

a tôr giovine piú bella,

dal desio d’amor portato

se ne venne. La favella

del paese gli ha garbato,

 

e il bel cielo e il clima mite,

e il bel suolo fruttuoso

de l’arancio e de la vite;

ma il nero occhio pensieroso

 

de le donne del paese,

il crin d’ oro pettinato

e le labbra fine e accese

di piú certo gli han garbato.

 

Ogni onesto fiorentino

sa da un pezzo quest’istoria,

e l’onesto cervellino

con onesta e grave boria

 

la rivolge, accarezzando

l’amor proprio cittadino

(ogni c dura aspirando

da sputato fiorentino):

 

Bella è Napoli e fangosa,

è città da carnasciale;

ma Firenze grazïosa

vive e pensa, genïale.

 

Roma sta su i colli assisa,

grave, almen ne l’apparenze;

l’Arno porta sabbia a Pisa,

porta ciottoli a Firenze;

 

e a Firenze, a Ognissanti,

Roderico elesse stanza,

per nutrirvi de gli amanti

il tormento e la speranza.

 

(E dirò fuori ballata,

per usar discrezïone,

che il demonio a l’impensata

non elesse, ma a ragione

 

veramente quella sede:

Si procaccia gran ventura

chi vi esercita, si crede,

la bell’arte de l’usura.)

 

VIII

 

Poi che Pompea, l’adultera, a le voglie

del giovine, lascive apre le braccia,

i fior di furto maritali coglie

Clodio, e ventura a notte si procaccia,

quando Colui che già fu a Nicomede

moglie fatal, va d’altri amori in caccia.

Dolci vezzi ha Pompea. Nuda concede

gagliardamente tutta la persona,

e vita e onore a un solo bacio cede.

Stolto chi a tanto amor non s’abbandona!

Crispo Sallustio il sa, che nova astuzia

pensa per riamar Fausta, matrona.

Viva l’amor furtivo! In braccio a Muzia,

romani, o a Lollia, o a Postumia, o a Tertulla!

Egli solo non sa, che fine arguzia

o grave stile, in cui, tuonando, culla

in sacro amor di patria, in concïone,

or di Roma in favor spreca per nulla,

 

urbano seccatore, Cicerone.

 

IX

 

Una vecchia parente e la figliuola,

di quarant’anni a pena,

ricorrendo non so che festicciuola,

m’invitarono a cena.

 

La vecchia madre è stata al manicomio

tre volte o quattro pazza.

La figliuola ha il furor del matrimonio

e veste da ragazza.

 

Ma, ahimè, la pesca è andata male. Il pesce

ha fiutato l’insidia:

abbocca altrove. Ella ne gli anni cresce,

e la guasta l’invidia.

 

Già è rimprosciuttita; il tempo or mai

passa e nemmen la sfiora...

La zia mi chiede: “Quanti anni le dài?.

non n’ha ventitré ancora”.

 

Oh guarda caso! solo gli anni miei

son cresciuti e gli affannj...

Ero ragazzo, e sí com’ ora lei

avea ventitré anni:

 

Me la ricordo a un vecchio uscier promessa,

tutta smorfie e moine,

brutta cosí com’è, sempre l’istessa,

con quest’arti assassine...

 

Dal dí che l’uscio infilò l’usciere, otto

coltri ella in tutto ha ordito,

sempre sperando di schiacciarvi sotto

un povero marito.

 

Ben vedo al fin, com’è l’Arte al presente

in condizion non lieta,

se a la vecchia mia zia venir può in mente

dar tal figlia a un poeta.

 

Io vado a farmi monaco: Ho paura!

Troppo buona la cena,

e troppa ti prendesti di me cura,

o quarantenne a pena.

 

X

 

Un coperchio di vecchia casseruola

da i gobbi di scrignute bestie (o monti!)

sorge, e i poeti de la nuova scuola

da le liliacee fronti,

 

salutan Cintia. Come di zitelle

cisposi occhi, a quel canti vegetali,

lappoleggiando diventan le stelle

fontini lacrimali.

 

Sale per la cerulea cartapesta

tra nubi di bambagia il rame (o lume!)

e in un’enorme sputacchiera

desta gialli desii d’untume:

 

«Ave, clarissimo radio d’ariento!

sú per le verdi perfidie del mare

nàviga, nàviga, nàviga lento,

fa Sirene cantare.

 

Nàviga, nàviga, suscita, o radio,

liquidi incendi nel mar sottostante:

Luca ogni flutto, sí come al sol gladio

d’acciaio battagliante.

 

Un barbagianni in tanto senza mora

in torno al capo d’ogni vate svola,

mentr’egli tasta, posa, gusta, odora,

cantando, ogni parola.

 

XI

 

Mi ronzano intorno a le orecchie,

nel tedio, con suono confuso,

sí come uno sciame di pecchie,

le vecchie

parole sconciate dall’uso.

 

Ahi fiore non sboccia, o stuol nero

di pecchie, a quest’algido sole:

nel fosco cervello piú un fiero

pensiero

non nasce, o sconciate parole.

 

Gli amor de la terra ed i vani

piaceri, le glorie ed i mali,

pagani cristiani nostrani

estrani

poeti (e son morti immortali)

 

han detto già tutto; ed i loro

pensieri, voi pigre, involuto,

avete, aggirandovi a coro

sonoro,

sí come le mosche uno sputo.

 

E nulla piú a dire or ci resta.

Anch’essa, la noja, ha trovato,

che m’introni la testa,

molesta

legione, un poeta annojato.

 

È vecchio, o vecchissime, il mondo.

Sol una è la storia in eterno:

Mutatis mutandis, in fondo

è tondo

pur sempre, e non ha che un sol perno.

 

E movemi a riso codesto

continuo ronzar che voi fate,

qual vago per futil pretesto

ridesto

grugnito di bimbe imbronciate.

 

XII

 

O del pianeta Giove abitatore,

per cortesia

qua giú disceso a far da professore

d’astronomia,

 

come par che mortal cosa terrena

voi già non siete:

la vostra lunga chioma nazarena

è da comete,

 

ma da comete popolate, credo,

che troppo spesso

vi grattate la zucca, e sempre, vedo,

nel punto istesso.

 

O professor d’astronomia rapito

serenamente

ne la contemplazion de l’infinito,

ponete mente

 

a ciò che fa la vaga vostra moglie:

la poverina

dicitur che un incomodo vi toglie

e ogni mattina,

 

mentre che voi studiate pei lunari,

massaja accorta,

in casa le lunar con gli scolari

corna vi porta.

 

XIII

 

La mia vicina, su ‘l mattin d’aprile,

compresa ancora dei tepor del letto,

esce al terrazzo, e al sol primaverile

spiega i tesori del ricolmo petto.

Ella ha piú grazie, la vicina, in quella

acconciatura che le cangia aspetto:

Un camicino bianco, e una gonnella

di panno lano oscura. Io mai veduto

creatura piú semplice e piú bella

non ho. Dal mio poggiuolo la saluto;

ed ecco, ella venendo al pilastrino,

su cui ride beffardo un fauno arguto,

mi risponde “Buon dí caro vicino”,

e aggiunge. “ Sogno ancora? o com’è andata?

qual gallo v’ha cantato il mattutino?”

Cosí, tra i fior, su la balaustrata,

dei vasi messi in fila e con amore

coltivati da lei lungo l’annata,

un grande anch’ella pare e vivo fiore.

E dei fiori or mi parla, e d’una mano

si fa solecchio. È certo che l’odore,

io penso, s’ella è un vivo fiore umano,

saran le sue parole (e in questo intralcio

un madrigale, che dirò persiano)

- Cara vicina, o di che cuore un calcio

darei con forza ad ogni vasellino,

che vi sta in torno co’l novello tralcio.

Ogni vaso mi pare un cervellino

di moderno botanico poeta,

che levi dal suo fango un inno fino

tra il cessin le pillaccole e la creta,

e faccia fede dei non fatti studî

a la dolce stagione che l’allieta.

Spesso, di notte, lumaconi ignudi

quei metallici fiori, che son rime,

infestano, ma voi coi piedi crudi,

voi li schiacciate, e accorta, dal concime

anche i vermi traete, che la nera

umida terra dal suo grasso esprime.

Oh dei terrazzi sciocca primavera,

sciocca di nuove rime fioritura!

Mi duol che voi, vicina giardiniera,

ve ne prendiate cosí assidua cura...

Codesti fior che vi civettan smorti,

non vi pajono sforzi di natura?

Guardate: I fauni ammiccano con torti

occhi da i pilastrini, argutamente;

ma pur nei loro versi aspri e scontorti

lo sforzo de l’artefice si sente,

e in quel sogghigno su i labri impietrato,

una furbesca smorfia ridente.

Due tartarughe, cui il sole ha scaldato,

su i torti piè s’inseguono, in amore,

raspando il piano d’asfalto bruciato.

Cara vicina, fatemi il favore

di rivoltare, a la rabbia del sole,

su la scatola d’osso, pe ‘l pudore,

codeste sciocche e sozze bestïole,

che sono, ahimè, per fare atto villano,

mentre che noi facciam solo parole:

 

Le vedremo armeggiar, nel vuoto, in vano.

 

 

INTERMEZZO LIETO

 

I

 

Naviga lenta pe i silenzi arcani

de la tranquilla notte, e l’ampio ascende

arco sidereo la crescente Luna.

 

Ne la piena letizia del suo lume

beate il corso per l’immenso cielo

seguono ondate nuvolette lievi.

 

Ma a tanta de le sfere alta quiete

l’infinita de l’acque sottoposta

distesa con fragor vasto risponde;

 

come al sognato de le genti umane

divino Eliso, ove ogni affetto è muto,

il perpetuo tumulto de la vita.

 

In vano il ciel su l’Inquïeto eterno

il suo velo purissimo distende,

e tutto, in largo cerchio, lo ricinge:

 

Non ei s’acqueta; ma la terra muta,

indocil mostro, senza posa batte

e con perenne lamentanza affligge.

 

Anima umana, e tal sei tu. Perduta

ne l’infinita immensità dei cieli,

su breve terra, inestimabil parte,

 

t’agiti e fremi, e dei tuoi vani amori

pieno e degli odî tuoi vorresti il mondo,

né mai, che in tanto ciel, pensi, vanisce

 

del globo, ove ti stai, l’essere inane,

quasi profumi di maligno fiore

che dolorose al cielo apra le foglie.

 

II

 

Passammo ne la notte profumata,

per l’alta via tra taciti giardini,

tu su l’omero mio leve poggiata

la bella testa da i capelli fini,

io su le labbra tue volto a succhiare,

come dal fresco calice d’un fiore,

coi lunghi baci il pieno oblio dei mali.

Ma non udisti tu de i vegetali

in torno a noi, per l’aria tutta aulente,

il fremito d’amore,

le stelle non vedesti palpitare

allor piú intensamente,

e l’indistinte voci, onde ai mortali

nei momenti propizî al dolce inganno,

la Terra parla, pietosa madre,

e a sempre amar consiglia,

tu non sentisti, o innamorata figlia.

 

Ben io l’intesi, e ne diceano: Vanno

con passo lento i secoli nel nulla,

e si portan con loro

le umane genti (noverarle è in vano):

Amate, amate, amate,

né mai, tranne l’amore, altro tesoro

su me grama cercate.

In un attimo vano,

se in un bacio d’amore lo chiudete,

intera accoglierete

e vivrete la vita

de i secoli, de i secoli infinita.

 

III

 

Tale mi vien da te sana fortezza

tranquillamente, o amore, e tal gentile

serenità di pace, e tal vaghezza

di quanto è bello al mondo e giovanile,

ch’io del tempo oblïando ora la strana

dei mali ebbrezza, per cui l’ebbi a vile,

e il tormento dei dubbî, onde l’insana

mente nostra folleggia, in cuor rivivo

la serena dei padri età pagana.

Fluisce come chiaro e fresco rivo

soavemente per ogni mia vena

la pace, ch’è un amor d’impeti schivo.

Sia pur la terra di miserie piena,

amo la terra, e a lei forte mi lego,

e questo amore non mi dà mai pena.

Ogni fede per lui vana rinnego,

che l’uomo annienti e da lui dio escluda:

Viltà, la fede. Al solo amor mi piego:

 

Venere bella, a me discendi, ignuda.

 

IV

 

Tra il cupo verde l’ultime

del vespro fiamme d’oro

l’alpestre bosco incendono.

«Cessi, o genti, il lavoro».

 

Scende su i pian, benefica

iddia, la Pace a sera,

e par tanto silenzio

un’arcana preghiera

 

Tinniscono le pendule

campane degli armenti,

che riedono da i pascoli

al noto stabbio, lenti.

 

Gli uccelli tra i vecchi alberi

tripudiano vivaci,

e il bosco par che s’animi

d’un scoppiettio di baci.

 

Oh se tu fossi, o tenera

fanciulla, meco. In questa

tranquilla solitudine

d’amor che gioje e festa!

 

pe i vïali che allungansi

sotto i tigli accoppiati,

in su ‘l languir del vespero

ce n’andremmo abbracciati;

 

al passar nostro, taciti

su l’alto stelo i fiori

a noi s’inchinerebbero

come servi a signori.

 

Io ti direi: «le nuvole

guarda, o fanciulla, come

misterïose navigan

pe ‘l chiaro cielo: il nome,

 

la vanità de gli uomini,

l’ansie le pene il pianto

esse in quest’ora assorbono

sacra a l’amor soltanto;

 

e tutti ugual ci rendono

su la terra, o fanciulla,

mentre, lievi, si portano

le vanità nel nulla.»

 

V

nozze di Lina

 

Grato, o Lina, non piú suona l’invito

al nume, e muore su le labbra in tanto,

poi che il decoro de l’antico rito

non ride al canto.

 

E se l’amor per te dolce fortezza

serenamente in ogni vena spira,

non trova, che ne esprima ansia ed ebrezza,

eolia lira.

 

Non piú vergini elette il dio, dal Santo

Elicona, Imeneo, che a l’amorosa

materna cura, cinto d’amaranto,

tolga la sposa,

 

chiamano a coro; e non fanciulli in mano

sacre faci recando in gaja festa!

Di tanta leggiadria nulla al profano

secolo resta.

 

Un desiderio vano. E sempre, in fuga

ansïosa, a l’età cara rivola

pagana, e in tanto l’anima ne fruga

senza parola,

 

e trema e freme. - Oh Venere immortale,

unica dea, sorridi al desiderio...

Sorgi, e ricanta l’inno rituale,

Cajo Valerio:

 

l’epitalamio a Manlio. - Ahi non piú lieta,

ne l’agonia del secolo che muore,

suona la voce del latin poeta

ebra d’amore.

 

E sol la ripercote eco solenne

tra le rovine de l’età sepolta,

e langue: Austera e ferma in su le penne,

l’aquila ascolta.

 

Triste del secol nostro incombe e lento,

Lina, il tramonto: e il sol, quasi di greca

tragedia eroe morente, al cuor sgomento,

occiduo, reca.

 

Ai nuovi amori, a le penose lotte

de la vita mortale, o Sol, dimani

risplenderai; ma in cuor tu sempre, o notte,

fredda rimani.

 

E generose in tanto opere e frali

oltraggia il tempo, e nel dissolvimento

le piú superbe vanità mortali

affida al vento.

 

Oh solo Amor su l’anima d’oblio

dolce ha potere. E tu, Lina, a l’amore

vivi, e devota a lui, che solo è dio,

consacra il cuore.

 

Rotta l’imagin diva, ed in frantumi

il tempio e l’ara; non piú finto in marmi

per mano d’un artefice di numi,

non piú nei carmi

 

sacri invocato e in prosodia solenne,

egli pur vive eterno, e i dolci arcani,

che, pretestato, in tra i misteri tenne

chiusi agli umani,

 

or chiari svela a chi, conscio d’affetti,

presente il nume ne la febre sente,

ed agli oscuri prima e arcani detti

apre la mente.

 

Sotto il Sole per Lui verde risorge

la Terra: il Sol da l’alto con roventi

baci la morde e la feconda. Porge

ella frementi

 

di Cerere le bionde carni, e dove

l’orma d’un bacio ancor brucia profondo,

fiori ella esprime ed erbe e vite nove

dal sen fecondo.

 

Tu, nova sposa, vieni. Al tempio immenso

de la Natura, iniziata vieni

ai piú dolci misteri. E il sangue e il senso,

che freme e freni,

 

sentiran dentro l’amorosa voce,

che scoppia con i fiori a primavera,

con le chiare acqua da fremente foce,

costante, vera,

 

in ogni luogo, da ogni aperta vena,

la voce de l’immensa genitura

prorompente dal sen de la serena

madre Natura.

 

VI

la pioggia benefica

 

Da la stanza terrena, ove il mio vecchio

fattor governa, giungonmi le inculte

e maschie voci dei lavoratori

del campo, accolti in torno al desco amico;

né turban esse la quïete grave

de la campestre casa, anzi le dànno,

suonando ad ora ad or pacatamente,

una solennità religïosa.

Fuor la pioggia vien giú continua e lenta.

La notte è buja, e senza vento. Un cane

là giú, lontan, con pena lunga abbaja;

ma il suo lamento nel silenzio muore,

e ne dà un senso al cuor mesto e profondo.

Sorgo, e da i vetri del balcon serrato,

su cui la pioggia picchia e agevol goccia,

mi perdo in seno a l’alta notte, assorto.

Un improvviso pàlpito di luce

di tratto in tratto apre il ciel tenebroso,

che dietro lui piú nero si richiude.

Ma nel verde baglior subitamente

i monti in fondo foschi si disegnano

in lungo ondeggiamento, e sú, ne l’alto,

le fluttuanti nuvole piú dense.

E in quest’attimo vivo luminoso

tutto l’insazïato occhio sorprende

la pianura vastissima, beata

sotto la pioggia lungamente attesa,

ne l’atto che in sé, paga, la riceve.

E nulla penso. Ascolto. L’abbandono

voluttuoso, immenso, de la terra

anche me vince, ed è un languir soave.

L’anima mia su i piani si diffonde

de le messi a goder tenere ancora

la fresca, intima ebrezza, avidamente,

mentre il vitale umor da le materne

umide zolle assorbono, assetate;

e de i tralci torcentisi per dolce

spasimo al romper novo dei germogli

pe i diritti filari del vigneto;

e degli alberi in fior, da i forti rami

rinverditi testé con l’april mite.

In essi io vivo, e benedico il cielo

e le vaganti nuvole ed il vento,

che su noi le adunò, provvido, ieri.

Ma ad orïente or l’aria, ecco, s’allarga

a un indizio di luce nel cinereo

vel che l’affigge. E piú non piove. Stracche

erran le nubi e torpide pe ‘l cielo,

quasi un soffio aspettanti, che le spinga

a far del bene altrove. È bujo ancora.

Nero, sotto la fresca ombra, e indeciso

però già il pian si rappresenta al guardo.

Cresce il chiaror de l’alba, e lentamente

cominciano ad imbeversi di lui

le cose: ecco, tra rosei vapori,

là i monti, quasi monstri in sonno accolti,

qua gli alberi piú grandi. Un gallo canta,

ed un altro da lunge gli risponde.

Oggi vedremo il sole. Oh come tutta

molle di pioggia e stanca si riposa

sotto i miei non gravati occhi dal sonno

la Terra madre! Apro le imposte, e voi,

fresche di primavera aure soavi,

in fronte mi baciate. È puro, è sacro

quest’odore che emanano le nere

zolle bagnate: Il tuo respiro, o Madre,

egli è, se pur di grazie un rendimento

muto e solenne al cielo or non intendi,

grata, innalzar con esso. Or sú, ti desta,

ti desta, o Madre, ed al tuo eterno amante,

al Sol ti volgi, e fervido ei ti baci,

dopo questa d’amor notte feconda,

luccicante di stille il verde manto.

 

Ecco, un’allegra lodola si leva

trillando in alto per l’umido cielo,

e saluta il bel dí di primavera.

 

VII

 

Io ti sento, io ti sento tra queste acute spine,

onde giaccio nel mezzo del cammino

 

avvinto e strazïato, mentre sanguigno incombe

su la terra d’un secolo il tramonto,

 

spirar d’anime denso, o de la vita nova

gagliardo vento, su la fronte fosca.

 

Fremono a l’urto i nervi, sí come tese corde

di cetra antica, ed ansio il petto anela,

 

però che al guardo assiduo indagator diradi

le stanti nebbie a l’orizzonte oscuro,

 

e di non mai veduti aspetti lo ricrei,

ben che lontani e da un vel bigio afflitti.

 

Stupor novo, qual d’epici sogni meravigliosi,

m’invade i sensi, e sol negli occhi ho vita.

 

Cadranno al poderoso fiato, cadranno, o vento,

del vecchio mondo l’ultime rovine,

 

e fin le tracce estreme disperderai per sempre,

e ogni vestigio di nostre miserie.

 

Sento la varia voce che da lungi mi rechi

confusa in te dei tempi che saranno,

 

e in lei l’anima assorta vive agognando l’opere

venture, e gli ozî del presente occúpa.

 

Parlanmi lieve in torno (veracemente, io credo)

quei che saran di noi gli eredi un giorno,

 

e son diffuse idee per l’etere vivente

pria ancor che salde sieno persone.

 

E da le loro voci, distinguibili a pena,

intendo ben come ogni lotta nostra

 

ed ogni nostro affanno non sian già stati in vano,

però che il frutto varrà bene il fiore

 

di nostra età caduto assai miseramente

senza d’april sorriso, o d’aura bacio.

 

Cosí il dissidio interno nel tempestato petto

si tace e tutto lietamente oblio

 

in un vasto tranquillo non mai provato sogno

da un fresco lume e limpido sorriso,

 

qual d’autunnale vespro, allor che, bianca iddia

su le terre e su i mar scende la Pace.

 

VIII

 

Teco sogno passar per la memoria

de le lontane genti, o amica tenera,

quante volte la Terra, da le nebbie

disciolta rinnovellisi;

 

sogno passar sí come due fantasimi

di pace apportatori in mezzo agli uomini

d’un mio canto perenne ricordevoli

a la stagione florida;

 

strette in un puro amplesso l’ombre e l’anime,

io con un braccio a la tua vita, trepido,

e tu co ’l capo dolcemente languido

del tuo fedel su l’ omero.

 

Incende il vespro ad onor nostro e gloria

pacatamente i piani e freschi effluvi,

quasi sospiri, i novi fior ci mandano

dai variopinti calici.

 

Il fronte molle di sudor da l’opera

grave gli adusti agricoltori levano

a noi guardare, e con letizia esclamano:

«Ombre di pace, amateci».

 

È sogno pien di luce e pieno d’aria:

Lieve e limpida forma gli dà l’anima,

nel lontano avvenire inconcepibile

beatamente naufraga.

 

 

MOMENTANEE

 

I

 

Dolci voci lontane

pe ‘l notturno silenzio

nel bujo denso traggonmi

l’anima or qua or là,

 

e l’anima a le vane

voci, sí come tremulo

riflesso d’acqua mobile

pe ‘l tetto, intenta va.

 

Ditemi, o voci, dite:

da quali labbra rosee

uscite carezzevoli,

e perché mai, perché?

 

Siete un inganno mite

e insieme strazïevole,

voci de le memorie

sparse d’intorno a me.

 

Là giú, su ‘l vasto piano,

ove or la notte squallida

siede e il freddo silenzio,

io le parlai d’amor...

 

ed or l’inganno strano

ripete a me le trepide

sue parole, dolci aliti

di già odorato fior.

 

Là, su quel bosco alpestre,

le piú bizzarre favole,

sí come erbe selvatiche,

rupper dal mio cervel:

 

ora le voci destre

di lassú mi ripetono

quei miei sogni fantastici

pe ‘l fantastico ciel.

 

Ditemi, o voci, dite:

perché dentro la squallida

notte chiamate l’anima?

e destarvi, perché?

 

Siete un inganno mite

e insieme strazïevole,

voci de le memorie

sparse d’intorno a me.

 

II

 

Quasi sottil ferita rilucente,

nel cerulo, il postremo arco lunare,

ai primi e freschi albori d’orïente,

trema e qual bianco cirro in lui dispare.

Pia madre in tanto di novella aulente

prole, la Terra, al bacio salutare

si rivolge del sole, e lo presente

de l’erbe in fiore al vasto palpitare.

 

De lo stabbio, a una voce, il fitto gregge

belando rompe la custodia, e sbranca;

ma il pastore con l’asta lo corregge,

mentre il suo cane gli arguti occhi punta

su una trillante lodoletta franca,

ferma su l’ale innanzi al sol che spunta.

 

III

 

Quando le lungo faticate vene

l’ardore giovenil piú non riscalda,

e come stanco fior, de gli autunnali

rigidi venti a l’urto, in sen la fede

crolla indifesa, e annebbiansi le care

imagini serene e la focosa

audacia balda in reo sopor si scioglie;

tu allor, gigante severo, t’imponi

a le menti impassibile, e vi spiri

un alito mortal, che tutte prostra

le membra, o Dubbio; e ogni conforto langue.

Bianche colombe, di desio nudrite

e di speranze, il petto doloroso

disertano gl’inganni, a uno a uno

con grido strazïevole fuggendo.

E l’anima, che dianzi al volo apria

le vaghe ali vêr l’alto, ora, assalita,

tra le tue strette torcesi e repugna;

ma le sue forze e sé dentro, sí come

novo germoglio pazïente, sotto

dura scorza su ‘l rompere represso,

in lunghissimo spasimo consuma.

 

IV

 

Ogni attimo che fugge m’ammaestra:

Assiduo indagator d’ignoti beni

sia tu. Ratto che il tempo mi balestra,

uomo o forza non è che piú m’affreni.

Or godi in fin che la tua vita è destra,

e ti pajano miei tutti i veleni

che suggerai, come ape industrïosa,

nel giardin de la vita dolorosa.

 

Ogni ideale è in van s’egli t’impaccia,

e stolto sei se mai d’un ben ti privi

per un rispetto socïale. Straccia

le leggi; tu l’hai scritto, e tu mentivi.

 

V

 

Sí come donna, cui non piú desio

punga di novi affetti e di gagliardi

amplessi, e dica ai dolci inganni addio;

volge la Terra, o sol che immoto guardi,

a te le spalle, austeramente muta,

quasi che solo di dormir le tardi,

e né pur, vecchio amante, ti saluta.

Diman ti rivedrà. Squallida, enorme,

in un manto di tenebre involuta

fitte di cupi sogni erranti a torme,

ora prosegue per lo spazio il vano

fatale andar su l’immutabil orme.

E lungo il vento, come un urlo umano,

geme a la furia de l’impetuosa

sua corsa. Ed io vagheggio un pensier strano,

in una visïone mostruosa.

 

VI

 

Sento ne l’amarezza quanto la vita vale:

Ch’io non ti giunga mai, mio superbo ideale!

Soffrir, lottare io voglio:

Naufrago, in mezzo il mare,

veder lungi uno scoglio,

e nuotare... e nuotare.

 

Beni non ha la terra che una volta goduti

ai nostri occhi non pajano già d’ogni pregio muti.

Dato non sia fruire

di ciò che il cuore adora:

«Fammi, o donna, soffrire,

e t’amerò lung’ora».

 

VII

 

Dal dí che il dio racchiuso

entro il mio sen, sí come in cineraria

antica urna, destossi e a vol per l’aria

lo spirito deluso,

 

lo spirito mortale

in alto, in alto, per gli spazî vani

spoglio mi balestrò d’affetti umani,

quasi da l’arco strale;

 

e naufragai smarrito oltre l’azzurro,

nei silenzî oscuri,

e corsi (anima, pensi e ti spauri)

le vie de l’infinito;

 

altro da quel ch’io era

su la Terra, tra gli uomini discesi,

però che tutta dolorando appresi

nostra miseria vera.

 

Or non è cosa alcuna

che piú mi piaccia o m’addolori. Sento

la viltà de la terra, e non lamento

nostri casi e fortuna.

 

VIII

 

«Eterno, eterno, eterno»,

urla di fuori il vento.

Dentro, il dissidio interno

ruggere in sen mi sento.

 

Sento de l’egra vita,

d’ogni lotta tenace

la vanità infinita:

Sospir vano, la pace.

 

A spegnere la sete

del mio lungo desio

acqua non v’è di Lete:

Sospir vano, l’oblio.

 

Ecco, rinunzia ad ogni

alto ideal la mente;

fuggon da gli occhi i sogni

con voi tardo e silente.

 

Labbri di donna, fiori

da i calici esalanti

i veleni, i tesori,

ond’ebri van gli amanti;

 

non chiedo a voi piú sciocchi

baci, non piú parole:

Già de l’amore agli occhi

miei si nasconde il sole.

 

Gloria, fatal sirena,

rido il tuo vano incanto.

Di greve tedio piena,

senza riso né pianto,

 

non piú triste né lieta,

tra le maligne spine

l’anima mia s’acqueta

aspettando la fine:

 

orba di ciò che piace,

dietro il suo van desio:

Sospir vano, la pace,

Sospir vano, l’oblio.

 

IX

 

Dolce da Monte Porzio il rimirare

di contro i monti là de la Sabina

ondeggiante di biade, come mare,

la pianura vastissima latina.

I Castelli romani, sí come are

propizianti a la lor gran vicina,

siedon su i verdi colli a rimirare

Roma eterna, là giú, l’Urbe divina.

Ma pe ‘l cielo di maggio radiante,

tra una folla di rondini canora

e il fresco odor de le novelle piante,

la memoria de i secoli svapora,

e del presente sol vivo dinante,

o latin piano, il cuore s’innamora.

 

X

 

Fuggono i giorni miei sí come accolti

in un momento, e un’acerbezza dura

solo nel cuor mi lasciano, ché molti

quasi fuor d’ogni vita, in vana cura,

ne ho di già spesi inutilmente, e corto

cammin prescrisse ai giorni miei natura.

Dàmmi tu pace, amor, dàmmi conforto:

menzogne io chiedo, e ingannami se puoi!

Entro il cervello un mondo vano porto...

A te mi lega innanzi che m’ingoj

il vortice fatale, o pia fanciulla:

Un sogno ancora, una menzogna, e poi

la nera e fredda eternità del nulla.

 

XI

 

Nella primaveril molle quïete,

mentre i fiori sbadigliano l’usato

inno odoroso al sol, quasi segrete

smanie del tempo, ora che il ciel velato

lievemente han le nuvole, un lontano

sordo romor di tuoni odo, e m’è grato.

È forse l’eco d’un mio affetto vano,

che si perde nei cieli aspra, con pena,

come voce che chiami l’uragano

 

a turbar de le vie l’eterna scena?

 

XII

 

Vorrei veder bandiere a ogni balcone,

e de i monelli udir l’allegro coro

tra un animato andare di persone,

e per le vie, che d’una luce d’oro

l’ultimo raggio del tramonto avviva,

udir le genti a conversar tra loro:

calda su i labbri la parola e viva

sí come fiamma, e un romorio confuso,

una voce continua giuliva

correre la città, dismesso l’uso

del giornaliero traffico, e l’usato

modo di vita da ogni gente escluso,

 

per folle entusïasmo irrefrenato.

 

XIII

 

Stanco di dare, quasi preda al vento,

le forze e i giorni a conseguir l’umano

alto ideale del conoscimento,

triste in braccio al piacer mi spinge vano

ad oblïarmi, il mesto intendimento

che ogni nostro indagar riesce in vano;

e novi cerco godimenti, e il senso

a ripor de la vita in essi penso.

 

Raggiunto l’ideal che n’è concesso

a poco a poco da un’ignota sorte,

avrà fine la vita: Ogni progresso

è attuoso cammin verso la morte.

 

XIV

 

Pe ‘l cielo, su le tacite case buje,

una divina vergine pïetosa,

ne la notte d’aprile cerula, passa.

Lieve, tra silenzî puri, salïente

la fredda Luna scorta il vïaggio pio.

Di frondi pieno, pieno di fiori il grembo,

la pïetosa passa, quei fior lasciando

a caso e quelle frondi sparte cadere

da le man pure su le tacite case.

«Ave, Ave, Ave, purissima Pace,

eterno de l’anime stanche sospiro!»

Solo su ‘l tetto mio non cade mai foglia,

però che amico, di visïoni miti

datore, il Sonno sovr’esso non discende,

e dal ciel stella amica non veglia su me.

 

XV

 

Sono, io dico, come un uomo che si sia

lentamente rinvenuto,

dopo un lungo tra memorie dolorose

angosciare, e al fin respira.

 

Sono come senza meta un vïandante

che, da fiero turbin colto,

scampa al vento, che ruggendo l’ha stordito,

sotto un tetto abbandonato.

 

Non memorie, non dolori. Sono in preda

a un confuso stupor vago,

levemente di lontani dolor conscio,

di lontani desiderî.

 

E un fantastico stupor di sogni strani

ho negli occhi, e parmi al guardo

una luce fresca e mite alberghi il cielo

oltre i limiti visivi.

 

XVI

 

Su ‘l piano, a la furia del vento,

la triste de l’erbe onda verde,

s’atterra, d’angoscia un lamento

soffiando, che serpe e si perde.

 

Ne l’aria commossa è uno strazio:

Se stessa in sé lacera e fugge,

divora, impazzata, lo spazio,

e abbatte ogni ostacolo e rugge.

 

In vano, nel ciel tenebroso,

di luce un sospiro e di pace

suade co ‘l vespro al riposo:

Non l’ira del tempo si tace.

 

Ne l’aria è uno spasimo atroce:

Lontan, là giú, in fondo, lontano,

in preda al gran vento una voce

s’allunga in un gemito vano.

 

 

TRISTE

 

I

 

Bruciai le vecchie carte. Or via, l’alacre

a me lotta, e il tumulto de le cose

perpetuo. A me l’odio e l’amore, e l’acre

morso dei forti affetti, e le focose

audacie, e le frementi ansie. Dal petto

pieno di sdegno strappo le gravose

cure, che m’han sí fieramente stretto:

Naufragare or voglio nel vorace

mare inquíeto de l’umano affetto.

Solo cosí, se dentro il cuor si tace,

me ne gli altri oblïando e in quel febrile

continuo agitamento senza pace,

 

la viltà umana non avrò piú a vile.

 

II

 

Ecco la folla. - Chierici e beoni,

giovani e vecchi, femine ed ostieri,

soldati, rivenduglioli, accattoni,

voi nati d’ozio e di lascivia, serî

uomini no, ma pance, lieti amanti,

bottegaj, vetturini, gazzettieri,

voi vagheggini, anzi stoffe ambulanti,

donne vendute da l’inceder franco,

goffe nutrici, e voi dame eleganti,

quale strano spettacolo a lo stanco

di rimirar, non sazio, occhio offerite

cosí male accozzate in largo branco.

Oh vïaggio curioso de le vite

sciocche d’innumerabili mortali!

Oh per le vie de le città spedite,

 

che retata di drammi originali!...

 

III

 

Godi, o mia carne, fino a che perdura

de gli anni il giovanil baldo vigore;

vivi senza legami, e sol procura

che il rider troppo non ci spezzi il cuore.

Viltà, la passïone. Età matura

non a lento ne strugga, in reo torpore;

dieci anni ancora, e ci trarrem la cura

di vivere senz’odio e senza amore.

 

Oltraggia il tempo; e i vecchi odio, che senza

una speranza, in tedio, egri, per via

trascinano la propria decadenza;

noi, morti ai godimenti, avrem riposo,

e ti darò a la terra, o carne mia,

perché rinasca in fungo velenoso.

 

IV

 

Oh le parrucche de la gente seria!

solo esse per le vie sacre di Roma

serban la gravità ne la miseria;

la gravità che è troppo grave soma,

massime al tempo degli estivi ardori

appiccicata a un cranio senza chioma.

I Galli, grazïosi derisori,

non per nulla qui vennero a tastare

il bianco pel dei gravi senatori;

essi vennero prima a misurare

la gravità con occhi da barbiere,

ed or, poi che si piaccion professare

il nobile di Figaro mestiere,

a quella stregua mandano ai nepoti

gravi parrucche, e pajon chiome vere,

 

pajon trattati di Basilio Puoti.

 

V

 

Era la notte, e su dal Celio ponte,

te, padre Tebro, io rimirava. Il vento

strani fantasmi mi rompea su ‘l fronte,

i quali, un dietro l’altro, al vïolento

urto ne l’acque tue cadean fangose,

mettendo un riso, che parea lamento.

Eran l’anime forse virtuose

de i nepoti di Remo fluttuanti

su la notturna pace de le cose?

Sotto la bianca Luna gorgoglianti

storcean l’acqua con rabbia, serpeggiando,

l’ombra del Celio ponte irto di santi;

e pareva tra loro, ringorgando,

pensier cupi rodessero, che poi,

piú giú, i gorghi ingojavano mugghiando.

- O vecchio padre, brontoli? e che vuoi?

ti stracca forse questo eterno andare,

o de la terza Roma ora ti annoj?

Mentre alcun non sta il ponte a traversare,

il duol ch’ ogni dí piú t’ingialla il viso,

non me ‘l potresti, o padre, confidare? -

Dissi, e l’acque si fransero in un riso,

fremendo in torno ai solidi piloni

cosí, ch’io mi sentii quasi deriso.

Ma vaghi tosto si levaron suoni

da i gorghi, e in breve furono parole:

(Parla di notte il Tevere ai beoni,

ai poeti ed ai miseri, cui suole

umido offrir nel suo fondo ricetto.

Pajono i gorghi tante aperte gole.)

- Vieni a me, figliuol mio, se hai tanto affetto

di conoscere il mal, che in male pene

e in un menar di smanie sú pe ‘l letto

irrequïetamente ognor mi tiene.

Vieni a me per maggior precauzione,

ché alzar troppo la voce non conviene:

Tu guarda a manca, e mi darai ragione:

La tozza mole d’Adrïan mutato

hanno in caserma, e prima anche in prigione...

L’Imperatore in essa addormentato

ninnai gran tempo; ora mi fan paura

l’Angel di bronzo e il vigile soldato.

Stretto, o figlio, per mia disavventura

tra cittadine sponde io so la storia,

e assai m’è grave l’ombra de le mura...

Me ‘n vo dimesso e senza vanagloria,

ma per Giove! a quei seri bertuccioni

del Parlamento, pieni de la gloria

degli avi, a tutti i retori poltroni

io vorrei dir che... zitto! odo rumore...

Che buffoni, o figliuolo, che buffoni!

L’Italia han fatto e scudo de l’amore

di patria affagottato e tolto in braccio

si fan dei sassi del popol censore...

Son vecchio, or mai, m’annojo, e però taccio.

Solo mi piace rider de l’umana

sciocchezza, sotto i ponti, come faccio.

Mi duol che Roma non sia piú pagana,

però che fra codesta genterella

ogni dí piú diveniente nana,

alcun non v’è che in una manatella

di buoni versi sappia ora cantarmi.

Romana poesia come eri bella,

e come lieto io mormorava i carmi

che in lode mia scioglievano preclari

i poeti di Roma, ad onorarmi!

A me i poeti furon sempre cari,

massime quelli che han di me cantato,

innocui fanciulloni visionarî.

Ma il conte Gnoli ahi quanto m’ha seccato,

e le scimmie, le scimmie, ohimè, d’Orazio!

Figliuolo mio, nessun l’ha bastonato?

Tu vieni a me, che è meglio. Ho fatto strazio

de la mia voce: Or salta, e fatti cuore:

le belle cose io ti dirò del Lazio,

menandoti su l’onde con onore,

gonfio di gloria, come tra accorrente

turba per la via Sacra un vincitore. –

Cosí da i gorghi a me sommessamente

il padre Tebro favellò. Mi duole,

non abbia, ad altre idee volta la mente,

tenuto dietro a l’ultime parole.

Pensavo, a quanti ancor per avventura

sarebber, sopra i ponti e sotto il sole,

passati, in fin che Roma al tempo dura.

Gl’imaginavo (strana visïone!)

e a guardar mi spingevo con paura;

ma quella folla senza interruzione

cresceva sempre contra me venendo,

e angoscia era d’enorme oppressïone!

Era una folla varia, che tenendo

mille diversi modi, il ponte stretto

a valicare mi venia stringendo,

e le vie, con tenace odio e dispetto,

le piazze, la città tutta, irrompente,

senza mai posa: In vano opporre il petto:

tra quella turba immensa, ebra, furente,

anche tu mi spingevi, o donna mia,

dicendomi tra i baci, süadente:

 

- Ad altri il posto! amor vàttene via.

 

VI

 

Vecchia, che segui presso il davanzale

l’agil volo dei rondini pe ‘l cielo,

ne la perlata luce occidentale,

qual mai pensiero agli occhi tuoi fa velo?

Invidi forse la lieta lor sorte,

or che t’affligge il raro antico pelo?

Ma impennerà le braccia tue la morte,

vecchia, tra breve! E il nido appenderai

de le povere case in su le porte;

e i tuoi garriti non saran che lai...

Sur una canna, allora, insidïosa

io legherò una piuma, e tu verrai,

tu vecchia rondinella vanitosa...

E - Perché, ti dirò, quando per anco

non eri uccello, ma vecchia grinzosa,

curva dagli anni, e dal pel rado e bianco,

ti stavi per de l’ore intere intere

a la finestra de la casa a fianco?

A che uccellavi? Al giovin cavaliere,

che per danaro a le vecchie matrone

fa la corte sgobbando a uno scacchiere?

E allora tu piangendo, e con ragione,

mi dirai che era vile il mio sospetto,

e mi dirai che il mondo è mascalzone;

però che tu, fedele a un primo affetto,

amoreggiavi platonicamente

co’l vecchio che ti stava dirimpetto...

Oh come male giudica la gente;

oh come ha messo pancia la coscienza;

come piú non si vive idealmente;

 

come pare che siamo in decadenza!

 

VII

 

Fuori: - Un fanale, e nel cristallo opaco

l’insegna «Vini scelti» in cifre rosse;

due scalini d’invito, e l’uscio a vetri.

Dentro: (Aguzza lo sguardo), tra una nube

soffocante di fumo, un tanfo acuto

di vino inacidito tra la muffa

di vecchie botti, e un sordo acciottolio

di stoviglie rimosse, e un odor caldo

di cucina, e un sommesso borbottare

di voci rauche e fesse. A manca, entrando,

un tavolo da giuoco ricoperto

da un panno verde vecchio e sfrittellato.

Curvi, quasi volessero l’un l’altro

rubarsi il fiato, con mano tremante

due vecchi calvi giuocano a le carte,

tra i grugniti or di rabbia or di consenso

d’un accolta d’intenti spettatori

stretti a le loro spalle. Ubbrïacati

non dal vino bevuto, ma dal lezzo

nauseante dei fiati e da le pipe

intartarite dei vicini, i due

vecchi accaniti giuocano, e non fiatano.

Pende dal tetto basso e tra la densa

nube la sua giallezza aduggia un lume

- Un quintino del bianco di Velletri!

urla un siciliano. Oh mio buon vino,

de le verdi d’aranci Madonie,

il tuo foco non han questi vinelli

di Toscana e di Roma, e tu la forza

degli isolani e l’anima tu sei.

I socî buona gente veneziana,

ridono de l’apostrofe, e pensando

a le bianche colombe di S. Marco

gustan l’acquetta e se ne tengon paghi.

Ma il siciliano, un giovine toroso,

a cui de l’Urbe le mollezze e i vizî

han guastato lo stomaco e corroso

le vigorose fibre, scompigliando

con le dita convulse i neri, incolti

capelli, scaccia un ricordo soave

de la patria lontana, che - oh potenza

del vino inesplicabile! - lo stringe

quasi quasi a le lagrime. - Tòh! piange

il bestione! - nota in uno scroscio

di secche risa un venezian rompendo.

- Piango? sí, piango! poveretto... io dico

che il pensare a la patria è... come dire?

come il veder tagliare le cipolle:

non si piange, ma lacrimano gli occhi...

La mamma mia mi disse: a la taverna

i majali ci vanno!... - or ella è morta,

povera mamma! sangue di... lo porti

o non lo porti, orso che sei, quel vino?.

E Costantino dal teston velloso,

dal le movenze in ver d’orsaccio stracco,

porta il quintino, e nel risetto arguto

che gli allunga le labbra, si palesa

l’anima d’un filosofo incosciente.

O Costantin da i miti occhi di capro,

da le orecchie di bestia mansueta,

dimmi tu come, tra i vapor del vino,

di morale discutono, e di quanti

nobili affetti ha l’uomo gli avventori

de la taverna tua; dimmi tu come

codesti ubriaconi gentiluomini

intendono rifar la terza Roma.

 

VIII

 

Sono a la mia finestra, al quinto piano

e guardo giú per via: - C’è molto fango

oggi non scenderò. - Nubi vaganti,

nubi ideal d’ogni ideale vano,

nubi amor dei poeti e degli amanti,

egli è dunque cosí che va a finire

l’alta idealità che vi sublima?

Ahimè tutto quel fango, altere nubi,

(colla che i piedi attacca dei mortali

a questa enorme trottola sciocchissima

per gli spazî lanciata a raggirarsi

in eterno) da voi, da voi diviene.

Oggi non scenderò: Socchiudo gli occhi,

e mi pare d’assistere da l’alto

ad un sedizïoso di formiche

commovimento. Oh via! formiche... È troppo:

Chi mi dice che giú, tra tanta gente

non possa a un tratto capitare un qualche

grand’uomo? È ben probabile: in Italia,

al di d’oggi i grand’uomini si contano

a centinaja di migliaja, e ovunque

se ne incontrano, e sempre. Quando meno

te l’aspetti, t’imbatti, a mo’ d’esempio,

in un che a prima vista un onest’uomo

diresti - e bene - trema - egli è quel tale

poeta. o mettiamo, quel pittore,

quello scultor di cui parlò pur jeri

tutto il mondo - e l’han fatto senatore.

Ma un cane oggi non v’è che lo rammenti.

- Buona gente, fermatevi un istante

sotto la mia finestra, e udite, udite:

Ho perduto tra voi, come si perde

una berretta o una parrucca, il mio

cervello e de la vita il vero scopo.

Ora, a voi: Getto quanto mi rimane

in sen d’affetti: amore, odî, speranze,

desiderî, virtù, vizî, ogni cosa,

e il vile ossequio che prestai per tanto

tempo a le vostre leggi! A voi: Dal viso

la maschera, or compunta or giovïale,

mi strappo - e ve l’avvento: La portai

già troppo; e sol con essa vi baciai...

Raccattatela or voi - vi farà ancora

un benevolo ed ultimo sorriso,

e vi dirà: «Buon dí, cari fratelli;

Dio vi conservi lungamente sani»

Tutto, tutto vi getto, onesta gente;

ma i miei pensieri no - sarebber pioggia

di ciottoli roventi su di voi.

Fango e menzogna costà giú s’impasta,

e novi figli crescono a la patria.

Io sto, qui, in alto. - O centenarî corvi,

che raccogliete il vol su i campanili

de le romane chiese, e accoccolati

su le croci di ferro o su le teste

de le marmoree sante, ruminate

di tanti anni gli eventi e i fasti novi

di questa eterna Roma; a voi do in pasto,

neri corvi, il cuor mio. Sú, sú, volate,

e gracchiate, e gracchiate a piena gola,

da un capo a l’altro la città correndo,

ciò che del mondo e ciò che de la vita

 

un illuso pensò. - Chiudo le imposte.

 

IX

 

È troppo poco un secolo. Mill’anni,

due, tremil’anni sono troppo pochi.

Voglio viver di piú. Voglio in eterno

far la memoria mia famosa e sacra.

Tardi nepoti dei nepoti miei,

io per voi scrivo, e mi rivolgo a voi.

(Tanto, i presenti badano a tutt’altro,

gente seria, sennata e positiva,

e non sanno che farsene di versi.)

Quegli autori, che scrissero al tempo

dei nei di seta nera e de le bianche

parrucche dal codino saltellante

dietro la nuca, si finsero mai

per avventura posteri conciati

sí come noi? Chi sa! Posteri, certo,

che al difetto d’un candido codino,

con una coda d’asino o di un lupo

furbescamente ascosa entro i calzoni

han supperito, eh via! già ne hanno avuto

ma lo sa Iddio (per modo avverbïale),

tardi nepoti dei nepoti miei,

che sorte mai di coda avrete voi!

Comunque sia, vi prendo con le buone;

e chiudo gli occhi e sogno l’avvenire:

Che posteri per bene! Da per tutto,

ovunque l’occhio volgo, è il libro mio;

in ogni scuola, in ogni biblioteca,

ed in ogni domestico scaffale,

ne le vetrine dei libraj, tra i novi

volumetti dei miei bravi nepoti,

proprio ovunque, perfin nei salumaj.

Su le nuove facciate dei palagi;

giú giú da le grondaje al marciapiedi,

son trascritti i miei versi; e su ogni porta

Mercurio novo, ride ai rispettosi

nepoti la mia imagine adorata.

Abolite le carte da parato,

le pareti domestiche son tante

dei miei volumi squadernate pagine.

Ogni onesto mortale sa a memoria

questo o quel canto, a seconda dei gusti,

e se lo rode seco pienamente.

Per le vie, per le piazze, in su la sera,

odo come un susurro d’alveare,

un basso salmeggiar d’anime buone:

Sono i posteri miei, con sotto il braccio

il mio libro immortal, che, serî, vanno

per la città in riposo recitando,

a un bel chiaro di luna, i versi miei.

Ma ahimé, s’annebbia il sogno! Che è accaduto?

Mi scampi il cielo! È il finimondo! il fini...

Or che ci penso! e come farò io

quando il sol sarà spento e l’altre stelle,

 

e non avrò piú posteri né fama?

 

 

SOLITARIA

 

Eterno immenso e vario

comporre un canto solo, e tutta in quello

chiuder l’anima, come in uno snello

bel vaso cinerario:

questo vorrei; ma de l’umane genti

raccoglier pria, perché il perenne canto

tragga voce da loro e vivi accenti,

i pensieri e gli affetti e gli odî e il pianto.

Questo. Ed a te, profonda notte, in vano

su noi pregata senza dipartita,

dire co ’l poderoso canto umano

la vanità de l’essere infinita.

 

 

 

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 17 novembre 2005