Luigi Pirandello

 

 

Elegie romane di Goethe

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, collana I classici italiani contemporanei diretta da Giansiro Ferrata, vol. VI, , III edizione riveduta, Arnoldo Modadori editore, Milano, giugno 1973.

 

 

« W. v. GOETHE / ELEGIE ROMANE / tradotte da / LUIGI PIRANDELLO / illustrate da Ugo Fleres / Livorno / Tipografia di Raff. Giusti / Editore-Libraio / 1896 ».

Volume di pagine 22, CM. 11 X 18.

(Di Ugo Fleres: un ritratto di Goethe e 12 disegni.)

 

La traduzone della VII elegia fu pubblicata nella Rassegna settimanale universale, anno I, N. I, 5 gennaio 1896, con la seguente nota redazionale: « L’editore Giusti di Livorno pubblicherà prossimamente le Elegie Romane del GOETHE, tradotte da LUIGI PIRANDELLO. Siamo lieti di poter offrire ai nostri lettori una primizia con la traduzione dell’Elegia VII; traduzione fedele, nitida, elegante ».

Parte della XV (da « Avea la mensa nostra » fino a « mi restò qui negli occhi ») fu compresa da Leo Fergus (Ugo Fleres) nel suo articolo « I palazzi romani », apparso nella Critica diretta da G. Monaldi, Roma, anno II, N. ii, 9 aprile 1896.

 

 

 

A UGO FLERES

 

Quando a la boreal nebbia che stese,

lunga stagion, sui miei piú caldi amori

sua grigia notte, ai nordici rigori

volsi le spalle, e alfin del mio paese

 

il chiaro ciel rividi e gli splendori,

nel sorriso d’april, diletto mese;

da la dolcezza che nel cor mi scese

sbocciar gli affetti, come tanti fiori.

 

E Roma salutai con la possente

voce del Vate, che oblio piú non teme,

teco volgendo l’Elegia ridente,

 

Ugo, e i nostri pensier con insueta

corrispondenza rifletteano insieme

i giocondi fantasmi del Poeta.

Wie wir einst so glücklich waren!

Müssen’s jetzt durch euch erfahren.

I

Ditemi, o pietre! parlatemi, eccelsi palagi!

Date una voce, o vie! Né tu ti scuoti, o genio?

 

Sí, qui un’anima ha tutto, fra queste divine tue mura,

eterna Roma! tace sol per me tutto ancora.

 

Oh, chi sa bisbigliarmi a quale finestra la Bella,

che l’ardor mio ristori, scorger io debba un giorno?

 

Né so per quali vie farò sacrificio poi sempre,

a lei, da lei movendo, del prezioso tempo?

 

Tuttor chiese e palagi, rovine contemplo e colonne,

qual chi prudente voglia trar del viaggio un frutto.

 

Pur sarà breve; poi solo, poi unico tempio,

d’Amore il tempio, l’iniziato accolga.

 

In vero, o Roma, un mondo sei tu; ma pur senza l’amore

non saria mondo il mondo, e nemmen Roma, Roma.

II

Chi vi pare onorate, chè in salvo ora alfine son io!

Belle dame e messeri del sopraffino mondo,

 

del cugin, de lo zio, de le vecchie cugine chiedete

e de le zie; poi segua gioco insulso a le ciance.

 

Ite con dio pur voi che in piccoli e grandi convegni

spesso m’avete quasi a disperar condotto!

 

E ogni concetto politico e vacuo ridite

che il forestier con rabbia per tutta Europa insegue.

 

Cosí la canzonetta Malbrough inseguiva l’Inglese

da Parigi a Livorno, poi da Livorno a Roma,

 

e giú giú fino a Napoli, e avesse anche Smirne raggiunto,

là di Malbrough il canto, l’avria Malbrough accolto!

 

Ed anche a me, finora, cosí da per tutto è toccato

d’udir garrire sovraintendenti e popolo.

 

Ma non sí tosto or voi potrete l’asilo scoprire,

cui con regal tutela, Amore, il re, m’offerse.

 

Ei qui de l’ali sue mi copre; l’amata non teme,

romanamente fatta, l’ira del Gallo audace;

 

né nuove mai mi chiede di quel che si dice;

ma spia de l’uom, cui si confece, premurosa, il desio.

 

Ella piacesi in lui, nel libero e forte straniero,

che di monti e di neve parla e di lignee case;

 

riarde de la fiamma che accese nel petto di lui,

si rallegra ch’ei l’oro, come il roman, non curi.

 

Meglio ha la mensa adesso fornita, ed abondan le vesti,

né manca la vettura per il teatro, a sera.

 

Madre e figlia son liete de l’ospite lor boreale,

ed il barbaro domina romani lombi e seno.

III

Non ti rimorda, o cara, che a me cosí presto ti sia

abbandonata! oh credi, di te non penso io male.

 

In vario modo agiscon gli strali d’amor; l’uno punge,

e del tossico lento per anni inferma il cuore;

 

forte impennato l’altro, con taglio di fresco temprato,

penetra le midolle, incendia ratto il sangue.

 

La brama a lo sguardo seguia negli eroici tempi,

quando amavano i numi; il possesso, a la brama.

 

E credi ch’abbia a lungo la Dea d’amor meditato,

quando nel bosco ideo le piacque prima Anchise?

 

Se Luna il bel pastore avesse indugiato a baciare,

oh, svegliato l’avrebbe, invida, Aurora, tosto.

 

Ero a la grande festa Leandro guardò; prontamente

lanciossi il caldo amante giú, nei notturni flutti.

 

Rea Silvia al Tebro s’avvia, la vergin regale,

per attinger de l’acqua, e la sorprende il Nume.

 

Cosi Marte s’avea figliuoli! Una lupa i gemelli

nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo.

IV

Noi siam divoti amanti, noi tutti i demòni adoriamo,

raccolti, ed ogni nume preghiam propizio a noi.

 

Vincitori romani, cosi v’uguagliamo! Agli Dei

d’ogni parte del mondo voi profferiste asilo,

 

neri e duri l’Egizio gli avesse d’antico basalto,

o fuor del marmo il Greco candidi e belli espressi.

 

Pur non provoca a sdegno gli eterni, se ad una Celeste

con preferenza offriamo olibano piú caro.

 

Sí, noi vi siam fedeli, persiston le nostre preghiere;

ma il perpetuo servizio a un’Unica è sacrato.

 

Accorti, lieti e serî, noi feste segrete facciamo,

che ad ogni iniziato il silenzio s’addice.

 

Prima attrarrem l’Erinni per truci azioni su noi,

o piú tosto oseremo patir di Giove irato

 

su una rupe o su ruota volubile il duro giudicio,

che a l’incantevol rito sottrar l’animo nostro.

 

Occasion si noma la diva - a conoscerla tosto

imparate! - A voi spesso in varia guisa appare.

 

Esser potrebbe figlia di Proteo, con Teti creata,

da le cui varie astuzie fur molti eroi gabbati.

 

Ora cosí la figlia i timidi inganna e gli sciocchi;

gioca coi pigri sempre, i vigilanti fugge.

 

Sol volentieri a l’uomo si dona ch’è pronto e operoso;

benigna ella è per lui, tenera, allegra e cara.

 

Ed a me pure apparve qual bruna fanciulla una volta:

scuro cadeale e ricco giú per la fronte il crine,

 

al sottil collo intorno torcevansi riccioli brevi,

e le ondeggiava in capo la scarmigliata chioma.

 

Non io la disconobbi: ghermii la sollecita, e amplessi

e baci ella con pronta docilità mi rese.

 

Oh come fui beato! - Ma basta, quel tempo è fuggito,

e allacciato da voi, romane treccie, or sono.

V

Lieto e ispirato or qui sul classico suolo mi sento,

con forza piú gentile parlanmi qui due mondi.

 

Qui seguo il consiglio, a l’opre mi do dei maggiori

con premurosa mano,sempre con nuova gioja

 

Però le notti amore mi tiene altrimenti occupato.

Dotto a metà divengo, ma lieto al doppio sono.

 

E non m’èduco forse spiando del seno leggiadro

le forme, e via guidando la mano giú per l’anca?

 

Bene allor prima intendo il marmo; pensando comparo,

con toccante occhio vedo, con man veggente tocco.

 

Che se la Bella poi mi ruba qualche ora del giorno,

ore mi dà la notte, che compensanmi a pieno.

 

Non si bacia già sempre, si fan pur dei savi discorsi;

e s’ella al sonno cede, medito io molto allora.

 

E spesso a lei scandito con agile man su le terga

ho l’esametro, e spesso ho in braccio a lei rimato.

 

Ella alita dolce, nel sonno leggiero, e nel fondo

piú segreto del petto l’alito suo m’infoca.

 

Attizza Amor frattanto la lampa, e ripensa quel tempo,

che ai triunviri suoi rendea servigio uguale.

VI

«Come puoi tu, crudele, con tali parole accorarmi?

Parlan sí amari e duri forse tra voi gli amanti?

 

Se la gente m’accusa, io debbo patirlo! e alcun poco

non sono io forse in colpa? Ah sí, ma con te solo!

 

A l’invida vicina quest’abiti or provano appieno,

che piú non piange chiusa la vedova il marito.

 

Non sei spesso, imprudente, al lume di luna venuto,

in mantel bigio, e dietro tagliato a tondo il crine?

 

Per gioco non ti sei d’abate financo vestito?

Un prelato! e sia pure; ma tu il prelato sei.

 

Ne la Roma papale è appena da credersi:

ebbene, ti giuro che mai prete d’un bacio mio fu lieto.

 

Ero povera e tenera, a’ vil seduttori ben nota;

e il Falconieri spesso m’ha fissato negli occhi,

 

ed un mezzan d’ Albani con ricche, oh ben ricche profferte

ora ad Ostia ora a Quattro Fontane m’ha allettato.

 

Ma chi poi non andò fu la giovine. In odio cordiale

ho sempre avuto rosse e violette calze.

 

Chè il padre a noi diceva: "Alfin rimarrete ingannate!"

Se ben piú a la leggiera prendesse ciò la madre.

 

Ecco, e mi trovo alfine davvero ingannata! Tu fai

or con me queste scene perché a lasciarmi pensi.

 

Va’ pur! che de le donne non siete voi degni! Il bambino

noi sotto il cuor portiamo, e cosí pur la fede;

 

ma voi, ma voi col vostro vigore e le brame scotete

anche l’amore, appena sazio è de’ nostri amplessi!»

 

Cosi parlò la Bella, e trasse di seggiola il bimbo;

baciando al cor lo strinse, e sgorgò pianto al guardo.

 

Con qual vergogna io vidi che il vile sparlar de la gente

per me offender potesse quest’immagine cara!

 

Solo un istante il fuoco s’oscura e vapora, se l’acqua

d’improvviso lo copra e n’estingua la bragia;

 

ma ratta questa si purga, urge il torbo vapore,

e leva in alto, ardendo, nuova e piú forte fiamma.

VII

Come lieto mi sento qui in Roma! Ripenso quel tempo,

in cui laggiú, nel norte, grigio opprimeami il giorno.

 

Torbido il cielo e grave sul capo pesavami, e muto

di colore e di forma stendeasi intorno il mondo.

 

Ed io su me spiando de l’animo ognora scontento

la fosca via, cadevo muto sui miei pensieri.

 

Chiara di stelle splende la notte vibrante di suoni:

piú che nordico sole fulge per me la luna.

 

Oh qual toccò letizia a me morituro! E non sogno?

M’accoglie ospite, o Giove, l’ambrosio regno tuo?

 

Ah, qui mi prostro e tendo le supplici mani

piangendo ai tuoi ginocchi. Teco mi togli, o Xenio Giove!

 

Come qui penetrassi non so piú ridire; prese Ebe

il pellegrino, e dentro questa reggia m’indusse.

 

Le avevi forse ingiunto d’addurti qui sopra un eroe?

La Bella errò? Perdona! Fa’ che l’error mi giovi!

 

Erra anche lei Fortuna, tua figlia! Ella i doni piú ricchi

pàrte, come fanciulla che a legge abbia il talento.

 

Sei tu l’ospital nume? Oh allor non scacciare l’amico

ospite da l’Olimpo giú su la terra ancora!

 

«Oh dove mai, poeta, te’n vaghi con l’estro?» - Perdono!

Il Campidoglio augusto è a te secondo Olimpo.

 

Qui mi sopporta, o Giove; ed Ermes piú tardi, radendo

di Cestio il monumento, lieve mi guidi a l’Orco.

VIII

Se mi dici, o diletta, che tu da bambina non eri

cara ad alcuno, e in uggia t’avea la madre istessa,

 

finché di corpo e d’anni non fosti cresciuta; ti credo.

Piacemi imaginarti una fanciulla strana.

 

Forma e colore pur mancano al fior de la vite,

ma il grappolo, maturo, uomini e Dei ristora.

IX

Arde del villereccio, gregal focolare la fiamma,

oh come presta splende, stride tra i secchi rami!

 

Questa sera m’allegra di piú; perché prima che il fascio

si strugga in bragia e sotto la cenere si pieghi,

 

verrà la mia fanciulla. Allora fiammeggino i tizzi,

splendida a noi sia festa la temperata notte.

 

Ella diman si leva per tempo dal letto d’amore,

e nuove fiamme, pronta, da la cenere desta.

 

Poiché tra gli altri doni Amore le dié di svegliare

la gioja, come prima, quasi in cener, s’attuti.

X

Federico, Alessandro, Enrico, Cesare, i Grandi,

lieti metà darebber de l’acquistata gloria,

 

s’io potessi una notte concedere a ognun questo letto.

Ma, ahimè, le ferrea tiene possa de l’Orco i grami.

 

Godi, o vivente, dunque, del posto che Amor ti riscalda,

pria che il fuggente piede ti bagni orrendo Lete.

XI

A voi, Grazie, depone le poche sue carte un poeta

sul puro altare, e foglie di rosa insiem depone,

 

con sicura fiducia. L’artefice è lieto del suo

studio se intorno sempre un Pantheon gli sembri.

 

La diva fronte Giove reclina, l’innalza Giunone;

Febo s’avanza e scuote l’inanellato capo;

 

guarda austera Minerva, ed Ermete, agile nume,

volge sottecchi il guardo, tenero e furbo a un tempo.

 

Ma al sognatore, al molle Diòniso manda Citera

sguardi di dolce brama, umidi ancor nel marmo.

 

Lieta la Dea ricorda gli amplessi, e par chiedagli: Accanto

a noi l’inclito figlio non dovria pur sedere?

XII

Odi, o diletta, l’allegro rumore che viene

da la Flaminia via? Son mietitori; vanno

 

lontano, a le lor case, falciata la messe al romano,

che di sua man non degna a Cerere intrecciare

 

un serto. Non piú feste or vengono offerte a la Dea,

che de la ghianda invece dié ‘l grano aureo per vitto.

 

Celebriam la festa con gioja, in segreto, or noi due!

Son pur due soli amanti un popolo adunato.

 

Udisti mai, diletta, parlar di quel mistico rito,

che qui d’Eleusi prima il vincitor seguia?

 

Greci l’istituirono, e Greci soltanto, pur entro

Roma, chiamaron sempre: «Accorrete a la sacra

 

notte!» - Il profan fuggiva; tremava il novizio aspettante,

in bianca veste, segno di purità, ravvolto.

 

Meravigliato errava per cerchi di strane figure

l’addotto, ed in un sogno parevagli ondeggiare.

 

Ché al suolo ivi d’intorno torcevansi serpi, e serrati

scrigni, cinte di spighe, traean fanciulle via.

 

Con molta espressione gestian, mormorando preghiere,

i sacerdoti; pieno d’ansia e timor l’alunno

 

smaniava la luce. Sol dopo molteplici prove,

quel che d’imagin rare chiudeva il cerchio sacro

 

gli si rendea palese, qual fosse il mister, cioè come

compiacente a un eroe Demetria già si diede,

 

quando a Giason concesse, a l’alacre re dei Cretesi,

il segreto divino de l’immortal suo corpo.

 

Fu allor Creta felice! Gonfiossi di spighe il nuziale

talamo de la Dea, la biada i campi oppresse.

 

Ma il resto de la terra languia, ché l’ufficio suo bello

nei gaudi de l’amore Cerere trascurava.

 

Compreso di stupore l’alunno il racconto apprendea,

e a l’eletta accennava - Intendi, or, cara, il cenno?

 

Un posticino sacro ombreggian quei mirti raccolti,

né alcuna frode reca il gioir nostro al mondo.

XIII

Scaltro pur sempre è Amore, e chi gli s’affida è ingannato.

Fecesi a me furtivo: «Per questa volta fede

 

prestami ancor; leale son teco: la vita ed il canto,

grato te’l riconosco, ad onorarmi hai speso.

 

Vedi, ma fino a Roma io pur t’ho seguito, e vorrei

anche in estranea terra a voglie tue prestarmi.

 

Lagnasi il passeggiero, ch’ei trovi cattive locande;

cui raccomanda Amore ottimo ospizio trova.

 

Tu con stupore ammiri rovine d’antichi edifici,

e con senno trascorri questo sacrato spazio.

 

Fur maggiormente onori dei marmi i pregevoli avanzi

in quegli studi sculti, ch’io visitai già tempo.

 

Queste figure io stesso plasmai! Me ’l concedi; jattanza

non è piú questa volta: ch’io dica il ver tu sai

 

Or tu men premuroso mi servi; e ove sono le belle

forme, il fulgor, le tinte, che imaginavi pria?

 

Pensi a crear di nuovo? Amico, la scuola dei Greci

aperta è ancora: gli anni non chiudon quella porta.

 

Io che il maestro sono, son giovine eterno, ed i giovani

amo. Saccente no! Gajo ti voglio! intendi?

 

Era nuovo l’antico, allor che vivean quei felici!

Lieto or vivi, e l’antico in te cosí riviva.

 

Donde argomento al canto hai tratto fin qui? non te ‘l debbo

dar io? l’amor soltanto t’insegna l’alto stile».

 

Cosí parlò ‘l sofista. Chi a lui contradice? io pur troppo

ad obbedir son uso, quando il signor comanda. -

 

Perfidamente or tiene parola, presta anima al canto,

ah, ma il tempo la forza rubami insieme e il senso.

 

Sguardi e strette di mano e baci e parole cordiali,

sillabe preziose scambiansi due felici.

 

Divien ciancia il bisbiglio, soave discorso diviene

il balbettio: tal inno senza metro dilegua.

 

Oh com’amica un tempo, Aurora, ti seppi a le Muse!

Ha te pur forse, Aurora, il furbo Amor sedotta?

 

Or quale amica sua ti vedo apparirmi, e mi desti

a l’ara sua di nuovo, per un festivo giorno.

 

La copia dei suoi ricci mi trovo sul sen; la testina

riposa e preme il braccio, che al collo suo si presta.

 

Oh qual dolce destarsi! serbate, o chete ore, il ricordo

del piacere, che lieti cullando ci addormia.

 

Si muove ella nel sonno, s’abbassa sul largo del letto,

svoltasi, ma pur sempre, ecco, la man mi tiene.

 

Sincero amore ci lega e fedele desio,

di variar soltanto si riserbò la brama.

 

A una stretta di mano io veggo i begli occhi di nuovo

aprirsi. Oh no! ch’io possa ancora un po’ mirarla.

 

Non vi aprite! voi ebbro, confuso mi fate; rubate

del puro contemplare a me presto il diletto.

 

O magnifiche forme! o come tornite le membra!

Se Arianna, o Teseo, bella cosí dormia,

 

come fuggisti? Oh bacia, Teseo, queste labbra! poi vanne.

Ma guardala! Si desta! - Per sempre or suo sarai.

XIV

Ragazzo, un lume! «Ancora, signor, non è bujo! Ella spreca

olio e stoppino indarno. Vuol chiuder già gli scuri?

 

Prima che vespro suoni, n’andrà mezz’oretta, aspettiamo:

dietro a le case sparve, non dietro al monte il sole!»

 

Sciagurato, obbedisci! Attendo il mio ben! Lucernetta,

foriera de la notte, tu mi consola intanto!

XV

Non io Cesare avrei tant’oltre in Britannia seguito;

Floro m’avria piú presto tratto in Popinia certo!

 

Ché assai di piú la triste caligin del norte m’è in odio,

che il popolo agitato de l’australi mosche.

 

E d’ora innanti, voi méscite, abbiate un piú caldo

da me saluto, oh voi, care osterie romane!

 

Ch’oggi veder la Bella mi date, a cui scorta è lo zio,

ch’ella sovente, per possedermi, inganna.

 

Avea la mensa nostra corona d’amici tedeschi;

ella cercò di fronte, presso la madre, un posto.

 

Smosse piú volte il banco, e far lo dovette con arte,

poiché mezzo il suo volto e il collo io guadagnai.

 

Ella parlava forte, ben piú che romana non soglia;

mescea, volta a guardarmi; sgarrò, cadde il bicchiere.

 

Scórse sul desco il vino, ed ella col dito sottile

segnò sul ligneo piano umidi cerchi intorno.

 

Intrecciò poi col mio il nome suo dolce; lì fiso

io quel ditin seguia, e bene ella m’ intese.

 

Svelta compose alfine il segno d’un cinque romano,

posevi un’asta innanzi; tosto, com’io lo vidi,

 

cerchi tracciò su cerchi a sperdere lettere e cifre.

Ma il prezioso quattro mi restò qui negli occhi.

 

Muto a seder rimasi, mordendomi il labro infocato,

qual per malizia o gioco, ma pur di voglia ardente.

 

Pria tanto tempo a notte! poi altre quattr’ore d’attesa!

Almo Sole, tu indugi e la tua Roma ammiri.

 

Mai nulla di piú grande vedesti, mai nulla vedrai,

te ‘l predisse, ne l’estro, tuo sacerdote, Orazio.

 

Oh, ma per oggi, o Sole, su lei non t’indugia, e lo sguardo

dai sette colli storna spontaneo e piú veloce.

 

Per amor d’un poeta quest’ore magnifiche abbrevia,

cui con avido sguardo gode il pittor felice;

 

agli alti fastigi vermiglio or via lesto saluta,

a le colonne, ai templi, agli obelischi in cima;

 

quindi nel mar precipita! Domani piú presto vedrai

qual almo t’han serbato gaudio i secoli.

 

Quest’umide maremme sí a lungo di canne coperte,

queste d’alberi e cespi fosche ombreggiate alture,

 

poche capanne un tempo mostraron, poi tu le vedesti

d’un popolo gremite d’avventurosi ladri.

 

Qui tutto quindi da loro fu tratto e assembrato,

cosí che il resto appena d’un guardo tuo fu degno.

 

Sorger vedesti un mondo; vedesti qui un mondo in rovina;

quindi, da le macerie, quasi un piú vasto mondo!

 

Or, ch’io lo possa a lungo da te gloriato ammirare,

accorta a me lo stame lenta la Parca fili;

 

ma presto la bell’ora s’affretti, che a me fu segnata!

Gioja! e non sta scoccando? No; ma già tre n’ascolto.

 

Cosí, Muse mie care, ancor m’ingannaste la noja

di questo lungo tratto che m’ha da lei diviso.

 

Or via di fretta! Addio: né offendervi temo; pur sempre

voi stesse, cosi altere, deste ad Amor la palma.

XVI

«Perché non sei venuto quest’oggi, o diletto, a la vigna?

Sola, com’io promisi, t’aspettai sopra invano», -

 

Cara, io ci fui; ma scorsi per buona ventura lo zio

presso i tralci occupato di qua di là girare.

 

Quatto scappai via rapido! - «Oh dio, quale abbaglio hai tu preso!

Era solo un fantoccio, quel che ti volse in fuga.

 

Noi sú lo mettevamo con abiti vecchi e con canne,

ed una mano io dava sedula a danneggiarmi.

 

Giunse or l’intento il vecchio; spaurito ha l’augello doloso

che i frutti del giardino rapiagli e la nipote».

XVII

Noja mi dan parecchi rumori; ma sopra ad ogni altro

odio il latrar dei cani: lacerami gli orecchi.

 

Solo un cane sovente io odo con gioja latrare,

e questo è il cane, che s’allevò ‘l vicino.

 

Esso a la mia fanciulla un giorno abbajava, quand’ella

venia furtiva, e quasi n’era il mister tradito.

 

Ora, appena l’ascolto, mi dico pur sempre: ella viene?

O ripenso quel tempo, che l’Attesa venia.

XVIII

Sopra tutte una cosa m’incresce, esacrabile un’altra

mi torna, e il sol pensiero provoca in me lo sdegno,

 

m’agita tutti i nervi. Io vo’ confessarvela, amici:

è a me discaro assai solo giacer la notte.

 

Ma esacrabile affatto temer su la via de l’amore,

serpi, e velen frammezzo le rose del piacere;

 

se nel momento in cui piú bella ti s’offre la gioja

al tuo capo inclinato la susurrante cura

 

s’approssima. Per questo Faustina mi rende felice!

Ella è fedele, e lieta partecipa al mio letto.

 

L’alacre giovinezza d’intrighi si piaccia attraenti;

un ben sicuro in pace amo io godermi a lungo.

 

Qual voluttà, la nostra! noi baci sicuri scambiamo,

ci suggiam confidenti alito e vita entrambi.

 

Cosí l’intera notte si gode, e premendoci al seno,

stiamo la pioggia a udire, il nembo, il temporale.

 

Vien cosí l’alba, e l’ore ci recano fiori novelli,

e adornanci ridendo festevolmente il giorno.

 

Non mi portate invidia, Quiriti! un tal ben vi consenta,

d’ogni bene del mondo primo ed ultimo, il nume.

XIX

 

Difficilmente acquistasi un nome onorato: la Fama,

ben lo so, con Amore, tiranno mio, sta in lite.

 

Ma donde mai tant’odio provenne sapete anche voi?

Antiche istorie, udite: io volentier le narro.

 

Sempre la Dea possente; ma già era ai numi incresciosa,

poich’ella agevolmente arie d’impero assume.

 

Anzi era in odio a tutti, a grandi ed a piccoli, presso

ogni divin banchetto, per la sua bronzea voce!

 

Or baldanzosa un giorno si gloria d’aver l’almo figlio

di Giove a se già schiavo, schiavo del tutto reso.

 

«Il mio Ercole voglio, o Padre dei numi, una volta»

trïonfante ella esclama, «rinato a Te condurre.

 

Or ei non è piú quello, che a Te generava Alcmena;

il culto che professami lo fa già in terra un nume.

 

Se gli occhi alza a l’Olimpo, oh credi tu gli alzi ai possenti

tuoi ginocchi? Perdona! Me soltanto nel cielo

 

il fortissimo guarda; me sola a servire, traversa

lieto col piè possente vie da nessun battute.

 

E incontro io stessa gli vo sul cammino, ed esalto

il suo nome, ancor prima ch’ei l’opera incominci.

 

A lui, Padre, mi sposa: cosí de le Amazzoni e mio

vincitore ei diviene; sposo con gioia il dico.»

 

Taccion tutti: nessuno vorrebbe irritar la superba,

che facilmente, irata, medita le vendette.

 

Ma d’Amor non s’accorse; sgusciò questi presso a l’eroe,

tràsselo con poc’arte de la piú bella al giogo.

 

Or la coppia traveste; su gli omeri appende di lei

la leonina pelle, la clava a stento appoggia.

 

Quindi con fior condisce gl’irsuti capelli a l’eroe;

dà la conocchia al pugno, che prestasi a lo scherzo.

 

Effettua cosi lesto il gruppo burlesco; poi corre,

grida per tutt’Olimpo: «Meravigliosi eventi!

 

Giammai non ha la terra, ne il cielo, ne il sole veduto

nel suo cammino simile prodigio!»

 

Tutti accorsero, fede al furbo fanciullo prestando,

che serio avea parlato, ne stié la Fama indietro.

 

Chi s’allegra a la vista de l’uom cosí basso caduto?

Giuno, s’intende; e fece al cattivel buon viso.

 

Oh ma la Fama! stette lì rossa smarrita dubbiosa;

sghignò solo dapprima: «Maschere, queste, o Dei!

 

Troppo bene io conosco l’eroe mio fido! Istrioni

si beffano di noi!» Pur con dolore tosto

 

Ercole riconobbe. Neppur la millesima parte

fremé Vulcan vedendo la feminetta sua

 

col forte amante, quando a tempo la rete gli prese

pronta a ghermir gli avvinti, e i gaudenti tenne!

 

Ne goderono i giovani: Mercurio e Bacco! Ambidue

dovetter convenire, la bella idea pur fosse

 

di tal femina in grembo posare. E pregavan:«Vulcano,

oh, non disiorli ancora! Ce li lascia godere!»

 

E il vecchio era sí becco, che ancor gli teneva piú stretti. –

Ma non cosí la Fama. Ratta volò crucciata;

 

e da quel dí non corre tra i due de la sfida piú tregua.

Si sceglie Ella un eroe? Ecco, il fanciul gli è appresso.

 

Cui ella piú protegge, piú l’altro sa prendere al laccio,

anzi al piú probo tende le piú tenaci insidie.

 

Di male in peggio trae chi a lui di resister s’attenti;

se una fanciulla egli offre, folle chi la disdegna!

 

Deve de l’arco suo gli strali piú crudi provare.

L’uomo per l’uomo infiamma a voluttà brutali!

 

Chi di lui si vergogna per primo lo soffra! al santocchio,

tra il peccato e il bisogno, semina amare gioje.

 

Però la Fama anch’essa con gli occhi lo segue e gli orecchi:

se presso a te una volta trovalo, è tua nemica.

 

Con severo cipiglio, con arie di sprezzo atterrisce,

scredita, inesorabile, la casa ch’ei frequenta. -

 

Questo or m’avviene, e un poco già soffro per tanto; la Dea

gelosa i miei segreti minutamente esplora.

 

Ma legge è antica: io taccio e adoro;

essi pure dei re la lite, i Greci, espiaron, com’io.

XX

Bello fa l’uom la forza e un libero cuore animoso;

ben piú se, qual profondo segreto, a se li tiene.

 

O di città vittrice, virtù del silenzio! Sovrana del mondo,

cara iddia, tu guida a me sicura,

 

oh di qual mai destino fo prova! Scherzando la Musa

sciogliemi, Amor mi scioglie la riluttante lingua.

 

È già sí dura impresa dei re qualche fallo celare!

Non la corona asconde, non una frigia benda,

 

le prolungate orecchie di Mida! Un suo servo le scopre,

e già gli affanna e opprime questo segreto il petto.

 

Nasconderlo sotterra per trarsi d’ambascia, or vorria!

Ma simili segreti serbar non sa la terra.

 

Esce un canneto fuori,. e lieve bisbiglia nel vento:

«Mida, il principe Mida, ha lunghe orecchie Mida!»

 

Or è a me piú difficil serbare il mio dolce segreto:

ah la piena del cuore si facilmente sgorga!

 

A niun’amica il posso fidar: n’avrei certo rabbuffi;

ad un amico? Forse me ne verrebbe un guajo.

 

Per confidar l’incanto a un bosco, a una rupe sonora,

giovine or piú non sono, né solitario tanto.

 

Ma a voi, distici, a voi s’affidi il mio dolce segreto!

com’ ella i dí m’allegri, le notti mi feliciti!

 

Ella, da molti cerca, elude le insidie, che a lei

ogni villano audace, ogni scaltrito tende.

 

E cauta, graziosa, via sguizzagli innanzi, ed accorre

ove sa che l’amante con viva ansia l’aspetta.

 

Luna, indugia: ella viene! deh, fa’ non la scorga il vicino!

Smuovi, auretta, le fronde! Alcun non oda i passi.

 

Voi crescete, fiorite, mie care canzoni, ondulate

nel lievissimo spiro di quest’aura d’amore,

 

e svelate ai Quiriti, voi garrule, come il canneto,

d’una coppia felice il bel segreto alfine.

 

 

 

 

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 novembre 2005