Luigi Pirandello

 

 

Elegie renane

SECONDO L’EDIZIONE DEL 1895

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, collana I classici italiani contemporanei diretta da Giansiro Ferrata, vol. VI, , III edizione riveduta, Arnoldo Modadori editore, Milano, giugno 1973.

 

 

 

 

Le Elegie renane contenute nell’edizione romana del 1895 sono sedici. Il volumetto - pagine 42 formato cm. 18 x 12 - reca il Seguente frontespizio:

« LUIGI PIRANDELLO / ELEGIE RENANE / (1889-1890) / Roma / Tipografia

dell’Unione Coop. Editrice / Via di Porta Salaria 23-A / 1895 ».

 

In origine queste liriche si intitolarono Elegie boreali e furono certamente piú di sedici. Nel numero del 23 febbraio 1890 della Vita Nuova (Firenzesi legge infatti la « XXIV »; in Psiche (Palermo, 16 settembre 1890apparvero la « IX » e la « XIV », che non furono raccolte in volume; nella Cronaca d’Arte (Milano, 10 marzo 1891 fu stampata un’altra elegia non compresa tra le sedici del volume; e tre altre, col titolo Elegie renane I, II, III, apparvero nell’Ariel (Roma, a. I, N. 4, 8 gennaio 1898), una delle quali, la II fu ripubblicata dopo 36 anni nel fascicolo del 10 dicembre 1234 della Nuova Antologia; un’altra, inedita, è stata trovata tra le carte lasciate da Luigi Pirandello. Inoltre, due elegie, la « X » e la « V », pubblicate rispettivamente nella Vita Nuova (23 novembre 1890) e nella Critica diretta da Gino Monaldi (Roma, 16 maggio 1821), furono indicate in tali rassegne come « IX » e « VII »: segno che la raccolta aveva, in un primo progetto, una diversa disposizione, in relazione appunto al maggior numero di componimenti che avrebbe dovuto comprendere. La III, invece, apparve con tale numero d’ordine, a conclusione di una « Cronaca d’arte » di Ugo Fleres, nella Critica diretta da G. Monaldi, 27 giugno 1895.

Raccolte in volume sedici elegie nel 1895, dopo quasi quarant’anni Pirandello ne ripubblicò cinque, rivedute, nella Nuova Antologia, fascicolo del 1° dicembre 1934. Queste cinque elegie recano i seguenti titoli redazionali: Aurora nel nord (VI del volume 1895), Pattinatori a sera (V), Intorno al fuoco (X), Fuoco d’inverno (già in Ariel, 8 gennaio 1898), Addio all’amata (XIV).

Tra le carte di Pirandello sono state trovate, inoltre, sette elegie, di cui una inedita e sei rivedute, tutte dattilografate e distinte da numeri romani: I, IV, VI, VIII, X, XI, XII. Le cinque mancanti sono evidentemente quelle pubblicate nel fascicolo del 1° dicembre 1934 della Nuova Antologia, consegnate alla redazione della rivista nell’unico esemplare esistente, che andò perduto in tipografia. È quindi impossibile, ormai, stabilire la numerazione esatta dei dodici componimenti, a meno che non si voglia presumere che nella Nuova Antologia le cinque elegie siano state stampate nell’ordine in cui erano state disposte dal poeta insieme con le altre sette.

Invece di sostituire i nuovi ai vecchi testi, dando in nota le varianti, ò ritenuto opportuno riprodurre fedelmente l’edizione del 1895. L’ordine di raccolta è quindi il seguente: sedici elegie secondo la raccolta del 1895; otto elegie non comprese nella raccolta del 1895; otto elegie rivedute.

 

Si noti che nel cennato fascicolo della Nuova Antologia furono anche pubblicate due altre liriche di Pirandello, La fune e Andando, comprese, nella presente edizione, nelle « Poesie varie ». Le « Sette liriche » sono accompagnate da una nota redazionale, di cui gli studiosi non vorranno tener conto perché inesatta.

 

 

AL POETA

EDUARDO GIACOMO BONER

CON FRATERNO AFFETTO DEDICO

ROMA, MDCCCXCV

I

Da lungi ancor la florida alba suprema de’ freschi

colli lombardi in vetta ridemi, Italia, in core.

 

Àlacri i miei pensieri, com’api ritornano a sciame

a Te che il fiore delle contrade sei.

 

Or di leggiadro riso che un’eco di gioje ridesti,

or di mestizia il volto diafano atteggiate,

 

chiuse in un sogno vago, già fuor della vita e pur vive,

per le tue terre, Italia, erran le mie memorie.

 

Oh rosea in faccia ai primi, aerei gioghi de l’Alpi,

villa degl’Imbonati, nido di verde pace!

 

Ivi con lo sbaldore d’innumeri uccelli,

tra ‘l folto de’ campi tuoi, col bacio fulgido del tuo sole,

 

ebbi da Te (non mai, siccome in quell’ora, diletta)

l’addio materno: l’ultimo, Italia, tuo.

 

Qual vision di sogno che il roseo mattino diradi,

strani qui innanti a me sorgon gli aspetti nuovi;

 

né mesta voce o lieta da un luogo a me noto si leva,

tranne la tua che vaghe mormora istorie, o Reno.

 

Guardo le fosche rocce da cupi castelli abitate,

e le rovine aperte sparse fin qui di Roma,

 

i piani, i colli intorno di ricca vendemmia felici,

onde in bei nappi splende l’oro favoleggiato.

 

Curva su te la bianca antica Gensonia si mira

nel lustreggiante specchio dell’acque, al sole.

 

Ode Coblenza e assiste ridendo dai ponti a’ perenni

tuoi fervidi colloqui con la Mosella amante.

 

Tra gli umili villaggi, tra l’isole brevi fiorenti

sotto l’opaca e lunga ombra de’ cedui boschi

 

ai cittadini indugi romor di Colonia, e i composti

ponti di barche e i tetti di lavagna saluti...

 

Quali da queste rive, eroico fiume, a cercarmi

verran lontano, quali memorie un giorno?

II

Valicaron baldi, cantando con orrida voce

d’Ermanrico, il sir fiero che a cento anni s’uccise,

 

in ispida furia, su un’onda d’enormi destrieri,

gli avi ferrati vostri le fosche Alpi indifese?

 

E segno tu arduo, malfermo d’impero, vedesti

sperse tra quel nuovo turbine umano, o Reno,

 

l’aquile piegar prima, e i fieri accorrenti all’acquisto

facil d’Italia? Livio da secoli taceva;

 

scorrea l’Oronte molle sul letto del Tebro, e attendea

quella che tutti vinse a perdere se stessa.

 

Antiche storie! Or bella è questa giustizia del tempo,

ond’io da Roma vengo, libera e nostra, a voi.

 

Non piú dinnanzi all’ara di Marte, su sedia curule,

fiso nel dio l’antico genio di Roma siede.

 

E voi scendete a lei l’olivo recando e l’alloro,

questo alla gloria antica, quello a la viva e nuova.

III

Forse, ben che non mai d’un limpido sole i tepori,

né i gridi reca di fuggevol rondine

 

la stagion nuova, è in voi, o povere case, la pace?

povere, oscure case di solitari borghi,

 

tra le nebbie sedenti su un’arida spalla di monte,

è in voi la pace, eterno dell’anime sospiro?

IV

Pende dall’alto tetto, commessa a tre fili di rame,

una gran lampa in forma d’enorme teschio verde.

 

Johanna, la fanciulla, ne ha quasi paura, le notti;

Martha, la madre, ha caro l’ereditato arnese.

 

Quando abbracciate entrambe mi vengono innanzi ridendo

una del teschio il riso, l’altra per gli occhi amore;

 

par quasi il tronco quella d’un’arida quercia scolpito,

un esil ramo questa d’edera flessuosa.

 

Qui, nella casa antica, cui cinge l’inverno, da questo

desolato silenzio rinascerà l’amore?

 

Fate, gravi memorie de’ miei morti amori, che un nuovo

pallido fior non nasca tra queste nebbie. Fate

 

che in questa casa il pianto non semini io dopo. Tiranno

di tutti i sogni miei non sarà mai l’amore.

V

Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido atre il sole,

disco rovente, già sui colli nivei cala.

 

Affliggonsi le nevi per l’ampia chiostra diffuse

ora d’un’ombra tremula, violacea.

 

Razzan da lungi i vetri dell’ultime case, com’occhi

torvi di bragia, contro la veniente sera.

 

Io seguo sul terso, sfuggevole piano di ghiaccio

la fuga degli accolti pattinatori in festa.

 

Passanmi innanti lievi com’ombre che il sogno rimeni;

pajon da lungi rondini in tripudio.

 

Volan le coppie amanti, le braccìa dinnanzi intrecciate,

e l’aere di risi brevi e di trilli freme.

 

Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli accenti,

ruba le promesse facili a gli amor nuovi.

 

Oh, ne l’ebbrezza pura del volo, con subiti giri,

tessuti su la neve, semplici idillî! Oh, vago,

 

ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali

su la squallida neve, contro il morente sole!

VI

Levasi da un ospizio il rombo d’un organo, e un coro

d’orfani ciechi il nuovo giorno benedicenti;

 

passa un rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il ferrato

carro sui grigi, fradici sassi stride;

 

galleggian ne le zane dei cavi riasciacqui le foglie

ultime della siepe su la verd’acqua morta.

 

Solo di centenarie querci gli scheletri immani,

squallida Aurora, guardano il lume tuo;

 

ma taciturne e gravi, ché san come nunzia tu sia

d’un sol che muto certo sarà nel giorno.

VII

Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,

qual di fantasme stuolo cercanti cieche il vuoto.

 

Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;

al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.

 

Del sonno increscioso, che immobile al suolo la stende,

ora le buje case tacite in fila opprime,

 

fiochi veglianti fanali, i bigi alberi nudi,

cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.

 

Ahi, come a una vita già spenta superstite voce,

nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.

 

In fuga la luna tra l’onde dell’aer sconvolte

la morta terra, quasi sgomenta, spia.

 

A lei, dall’ombra grave, le cuspidi snelle in desio

tendono come braccia le solitarie chiese.

 

Vano desio! Perenne la nebbia, perenne qui regna.

Pena lunga, sperare; meglio acchetarsi a lei,

 

a lei l’anima aprire, distender la grigia sua notte

sui vani affetti, e il sonno ch’ella dorme, dormire.

VIII

Batte e agevole goccia sui vetri dei fiochi fanali

l’assidua pioggia lungo l’argine solo.

 

Rari, la nebbia, a tratti, i lumi di Buel nel vento

vincono, come lame guizzano, dispaiono.

 

Tenebra è tutto, e angoscia. E il fiume imperversa. All’esterne

ire del tempo esulta l’anima combattuta.

 

Piú della nebbia orrende m’ingombrano il petto le cure,

folle assai piú del vento m’agita un van desio.

 

M’avvolgan le nebbie, m’avvolgan le nordiche brume,

m’investa la sonora ala dei negri venti!

 

Odo in essi il lamento de’ miei sconfinati desiri

nella notte perduti, nel gran vuoto gementi;

 

il disperato grido de’ miei vani amori, se stessi

rimpiangenti e la terra, per la tenebra ciechi.

IX

Ilare a un soffio trema la cerula fiamma, cingendo

d’un amor che dà morte il paziente tizzo.

 

Piacemi le notti d’inverno, dinnanzi al camino,

tacito spiar questi fervidi amor d’un’ora.

 

Spesso però Johanna sorprendemi intento, su gli occhi

lieve la man mi posa, bisbigliando: «Chi sono?»

 

Indietro allora il capo reclino su ‘l vergine seno

e, all’incendivo tocco: «Fiamma, sei tu!» - rispondo.

X

A voi, cui sempre il sole dell’essere nati consola,

mute saran pur sempre le fantasie del foco;

 

muta la calda voce che presso al camino or m’invita

del cigolante ciocco, nella rigida sera.

 

Che se tremenda scosse la furia d’un turbin fugace

i tetti vostri e i vetri, grandine saettando;

 

tosto tornò ‘l sereno, rifulsero in cielo le stelle,

risonaron di vita le cittadine vie,

 

e la placida Luna, spiando pe’ madidi vetri,

mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.

 

Sui bigi tetti assidua qui scende la squallida neve,

né quest’aer gravato, lieto è del sole mai.

 

Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno

intorno a se raguna gl’intimi a conversare.

 

Spuma in lucenti tazze la cesia bionda, e la mesta

canzon del basso Reno sopra vi batte l’ala.

 

Grave all’accolta un vecchio con rauca voce la saga

narra d’Enrico quarto, tragico imperatore;

 

narra d’Orlando, come di Francia il fedel paladino

d’Ildegonda, la bella, s’innamorasse al Reno.

 

A lui dall’arsa gola del nero camino risponde

lunga la pena ignota del tenebroso vento.

 

E voi crocchiate a tratti, cedevoli ciocchi, bruciando,

povere rotte membra d’alberi un di fiorenti.

 

Bene ancor chiama il fiume, con murmure lieve fluendo,

amori agli arbor’ nuovi lungo le meste rive.

 

Scese su voi la scure, voi tolse la mano dell’uomo

alla verde, sognante letizia vegetale.

 

Erano dolci a voi con l’acque del Reno i colloquî,

mentre sorgea la Luna candida a vigilare?

 

dolci il tripudio, il canto, gli amor degli uccelli tra il verde?

era a voi caro il mobile, tremulo specchio d’acque?

 

Muojan la vostra morte le tristi memorie e le liete,

ardano i verdi sogni memori della vita!

 

Son voci, affetti sono, son vive memorie spiccianti,

ultimo sforzo contro la conculcante fiamma,

 

queste scintille vostre e i crepiti brevi, gementi? -

Ahi, sempre d’ogni vita cenere fredda avanza.

XI

È vero: dell’alto divin Campidoglio alle terga

giace di Roma antica il frantumato cuore,

 

e la Via Sacra, esausta vena, Io corre,

cercando i trionfali archi tra le ruine.

 

È vero, e la nativa grossezza teutonica vostra,

qui nella magra arguzia d’assottigliarsi ha modo:

 

quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,

spoglie premea co ’l piè di vinte nazioni),

 

senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,

ond’ebbe informe maschera di grandezza,

 

sorge or ben altra, sopra le antiche rovine pensosa,

e c’è rimasto il papa, e il re ci venne poi.

 

E noi le vespe siamo, Efraimo Lessing, uscenti

superbe dalla grassa putredine di Roma.

 

Sí, ma tra voi, ma qui, ma dovunque io mi volga,

sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo.

XII

Guarda: da l’argenteo candor delle nevi diffuse,

sotto la volta mesta dell’albeggiante cielo,

 

gli alberi nudi e i templi, le tacite case,

incalvati le cime, levansi al freddo lume.

 

Grava su l’egre cose quest’aer che mai non s’aggiorna,

come l’oppressione d’un doloroso fato.

 

Vasto silenzio accoglie la neve che tremula reca

seco il mistero de’ nubilosi spazî:

 

solo una notte in braccio l’inverno la terra ha tenuto,

l’ha vecchia in breve l’amor suo fosco resa.

 

Ma come un’italica aurora tu rosea ti levi

dall’amorose lotte con voluttà perdute.

 

Gli occhi a un mio bacio chiudi con atto di mite colomba

allor che sotto un raggio tepido si compone.

 

E qui, tra queste brume, ti senti nel cor germogliare

la primavera bella d’un’esistenza nuova.

XIII

Crucciosa oggi, tra un torbido incendio del cielo,

la terra volse l’aride spalle al sole.

 

Precipita orrenda or la notte, e la volta del cielo

irta di torve nubi seco trascina. O amore,

 

lontana è la casa, lontano il fiume. Rimani

qui, questa notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.

 

Qui sul mio sen la faccia nascondi, le candide mani

premi agli orecchi. Intendi? Meco rimani, amore.

 

Pensa, tra i lampi e sotto il rombo tremendo de’ tuoni,

sotto la pioggia, e in faccia l’ispido vento, soli

 

in mezzo alla campagna deserta, pria giungere al fiume,

poscia in battello, in preda all’acque irate, pensa!

 

Qui la tepida stanza sicura. T’aspetta la madre?

Non può voler la madre che la figliuola sua

 

s’esponga a cosi fiera tempesta. La tepida stanza

t’accoglierà felice. Sola ti lascio, solo

 

andrò per la fosca campagna; dei lampi, de’ tuoni

io non temo; indi il fiume torbido sul battello

 

passerò; questa notte avrà di te nuove tua madre.

Hai paura? non vuoi? Rimango teco, amore?

XIV

Penso: vivrà, vivranno costei ch’ora accanto mi viene,

questa riva, quel bosco, uomini e cose, quanto

 

vedomi intorno e sento, ancora vivranno, quand’io

lungi da qui sarò, dove il destin mi chiami.

 

Volgomi a guardar l’orma del passo di lei su la neve;

altri passi tra poco cancelleran quest’orma.

 

Non dalla memoria però si tosto potranno

cancellarla altri affetti, altre vicende mai.

 

Pur con la man vietando la riva contraria al guardo,

amo veder nel fiume il mio lontano mare,

 

penso a la lontana mia casa, e sospiro il momento

del ritorno, in cui pure abbandonare questo

 

cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse

all’abbandono pensa prossimo anch’ esso, e dentro

 

piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,

qui sola, al tonfo cupo dell’acque, mentre

 

rapida vien la sera, lasciarmela indietro dovessi

e proseguir perduto lungo l’ignota riva.

XV

Aprite i labbri a un riso che schiuda dell’anima al sole

la via, fanciulle: amore ritorna e primavera.

 

Coi sogni foschi a torme la nebbia ch’eterna credei,

ecco, le rive amene lascia del Reno, o belle.

 

Aura serena i fiori dal gelido sonno richiama,

rompe dal gonfio suolo gemmea la vita e odora.

 

Tale da l’aspra notte di turgida èra febbrile

ruppe fremente un maggio d’anime nuove al sole.

 

Voi di Soavia verde, voi ben lo sapeste, o contrade,

e tu lieta, ospitale Turingia, nei conviti.

 

Udite, o belle; forse quest’aura gentile che i volti

viene a sfiorarvi, udite, mormora versi ancora:

 

se di Gualtiero udite la balda canzone ella rechi

o di Conrado il canto d’amore e d’avventura.

XVI

Sale, e pe’ chiusi vetri la gelida Luna a spiare

nella mia buja, squallida stanza viene.

 

Cerca il profondo letto, ma il pallido volto non trova

della bionda giacente, che trovar pria soleva.

 

Io la guardo dall’ombra salire, salir lentamente,

e un senso di paura l’anima freddo fascia.

 

Fremon l’acque del fiume continuo sotto il suo bacio;

oltre il fievole murmure altro romor non s’ode.

 

Bonn am Rhein, 1889-90

 

In memoria degli anni trascorsi in Germania, nelle contrade del Reno, mando ora a stampa, per me e per gli amici, queste Elegie. Delle quali alcune apparvero già su riviste letterarie della penisola, come la Vita Nuova di Firenze e la Cronaca d'Arte di Milano; le altre, quantunque impallidite un po' agli occhi miei nell'oblio, in cui pur troppo è condannata a perir presentemente la produzione di quanti come me non sanno crescer baracche alla odierna fiera letteraria, appajono adesso per la prima volta. (Questa nota è in fondo all'edizione del 1895, ndr.)

“ELEGIE” NON COMPRESE

NELLA RACCOLTA DEL l895

Poi che venir su queste, d’umane sembianze vestita,

brume ti piacque, bella oltra le belle, o Dea,

 

(rifulsero si come a un romper di sole improvviso,

le nevi a l’animosa luce che t’orna il volto)

 

porgimi, pace mia, la candida mano e impalmati questo,

che non s’aggiorna, gravato aer fuggiamo.

 

Vogli il cammin dolente, che l’anima grave conduce

ove non è salute, chiuder per sempre, o Dea.

 

Squallido pian di lotte si stende a me dietro il passato:

da lungi a la memoria fiore non ride in lui.

 

Nebbie ho dinanzi, e cieco tra esse pur fosco m’aggiro,

fêsso il cor dentro da inartigliati affetti.

 

Scorgimi al ver tu ora per destro ed agevol sentiero,

e scuoti l’ombra in torno de la mia triste vita.

 

Attorci in lunga treccia i fini odorati capelli,.

e un dolce nodo fammene al collo, o Dea.

 

Il tuo respir respiri, sorrida i tuoi schietti sorrisi,

parli le tue parole, tutto in Te accolto, o Dea.

 

E volti sempre dove luce nitido il sole d’amore,

quanto è la vita, tempo da gioir sia per noi [1].

 

 

Venisti, e di luce rifulse improvvisa la stanza

ov’io, straniero, solo tra libri vivo.

 

Ero su l’ode nona d’Orazio, e la fiamma di tizzi

crescendo, il savio avviso seguiane - a Taliarco.

 

Tu sole sei, tu luce sei, tu aria, tu vita,

ove tu sei la vera patria è quella.

 

Urli di fuori il vento, precipiti un mare dal cielo:

Tu meco sei, pace sincera mia.

 

Sognai sempre, sdegnando le voglie piú vane, gli affetti

d’un’ora vili, gli odî tenaci e l’ire,

 

ne l’onda d’amore, il sano de l’essere oblio

vare, e pago, finir la vita in lei [2].

 

 

B izzarro in vero questo dei nostri convegni ridotto,

Giovanni Sambo: la cupola d’un duomo.

 

I santi che il vostro sottil pazïente lavoro

di quella, che a voi toglie, anima eterna accresce,

 

ascoltan benigni noi lieti de l’arte evocanti,

propizio il nostro sole, gl’imperituri lustri.

 

Sono le sacre mura dei templi cristiani a parlare,

Sambo, adusate simili in tutto ai nostri:

 

In lor rinacque umana nostr’arte, e d’Italia è ben vanto;

in loro a Dio si disse: «Sei Dio perché sei uomo».

 

E il cupo sepper volto del dio Buonarroti e gli sdegni,

seppero i sorrisi del Sanzio e gli amori.

 

Lontani, a voi tra breve, dai lidi del Reno sonanti,

ne avremo, io dico, dolce memoria un giorno.

 

Ricorderemo (gli anni m’avran forse in petto domato

questo inquíeto spirito di ventura)

 

io da la mia Sicilia, bel fior fra tre mari sbocciato,

Voi da Venezia, Venere adriatica [3].

 

 

L ancia a scabre roccie la fune su ‘l monte fatale,

giovin gagliardo, e fermo l’occhio a la vetta, sali.

 

Ampi e liberi a te chiede cieli il superbo desio;

fuor de le tristi mura, l’anima luce chiede.

 

Torbido a piè del monte, con murmure sordo increscioso,

cola de l’ima vita l’irrefrenabil fiume.

 

Pigra sovr’esso e densa si stende la nebbia, e il gravato

aer di vani mostri popola e di paure.

 

In alto o prode, in alto! val meglio ne l’alto perire,

che giú, nel torbo fiume, tra le nebbie, affogare.

 

Sveglia al tuo capo intorno sonni d’aquile e gridi animosi;

ascolta dei sublimi venti la piena voce.

 

Ciò che nel sen chiudesti, là in basso, nessuno mai seppe;

or qui, coi cieli azzurri, spazia felice e ride.

 

Ride a la bionda luce, che palpita e freme diffusa;

ride a la pace e guarda fidente l’avvenire.

 

Oda or la grigia terra da l’alto i tuoi nunzî sonare:

contra il nascente sole tu solo, o prode, stai [4].

 

 

Meco ti lagni e piangi che ancora tua madre all’amore,

stolida, pensi e l’aspre gote si tinga e il crine.

 

Vedova ahimè per tempo la povera donna rimase:

or l’amor nostro l’uzzolo attizza in lei.

 

Arido il sen, ma dentro chi sa non sia desto davvero

di dolce voglia, giovine il cor tuttora?

 

Lasciala al caro inganno, o arcigna custode a le spalle

l’avremo sempre: liberi un’ora sola

 

piú non saremmo. Fallo si giudica spesso negli altri

quello che piú non sembra lecito a noi di fare [5].

 

 

Q uando piú del solito aspra suonami questa

lingua, su le mie stesse labbra, nonché d’altrui;

 

quando piú del solito ispidi sembrami attorno

gotici templi e case, uomini e cose; via

 

via fuor de le mura men fuggo a l’aperta campagna,

dove, lontano e solo, fingermi in patria posso.

 

Zolle pur qua, fili d’erba, alberi, pace

come nei campi miei; vedo scherzar con l’erbe

 

l’aura, svolar farfalle, odo uccelli cantare;

e in patria mi sento. Una di tutti sei,

 

Terra che gli uomini accogli, tra loro fratelli e nemici,

e né di patrie tu né di confini sai [6].

 

 

D el forestier che ancora il sol della patria ha negli occhi

e oppresso qui dalla natura ingrata

 

vive solingo al fuoco, udendo attraverso la gola

fumida del camino gemer continuo il vento,

 

tenera e premurosa, tu cura ti prendi fraterna:

l’ore con lui dividi, tacite sieno o gaje.

 

Cuci, mentr’egli scrive. Dai candidi lini e dal foglio

levansi e si sorridon gli occhi di tratto in tratto.

 

Giú per la scala di legno, furtiva a lui scendi la notte.

Tremi e nel pronto amplesso soffochi la paura.

 

Ei nell’attesa il bujo paventa, che attorno, anelando,

ispido di rimorso, gelido e reo lo senta.

 

Teco la vita viene, a cui non sa chiuder le braccia,

egli, per quanto questo pungolo interno senta.

 

Come potrebbe dirti: «Ritorna al tuo gelido letto»,

se tu la gioja delle fiorenti membra

 

vieni a portargli e scendi a lui che t’aspetta, volente?

se quest’amor per te piú d’ogni cosa vale?

 

Non ei promessa alcuna t’ha fatta. E pur pensa: «Domani,

se quest’amore spezzo, che avverrà mai di lei?»

 

Già ti vede perduta, e interroga i cogniti luoghi,

quale, per te diserta, funebre aspetto avranno [7].

 

 

M entre del sol le parlo d’Italia, i cari occhi socchiude

languida, e su le membra par che il ristor ne senta.

 

Vede attraverso le mie colorite parole i tre mari,

vede città ridenti, vede campagne e piagge.

 

Godo cosí, sospesa, smarrita lontano, su l’ali

della mia visïone l’anima sua guidare.

 

Poi d’un tratto (son io pure Italia per lei)

qua con un grido e un bacio, trepida la richiamo [8].

ELEGIE RIVEDUTE

In corsivo le varianti

Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido aere il sole

dietro i nevosi colli, disco rovente, cala.

 

Razzan da lungi i vetri dell’ultime case com’occhi

torvi di bragia, contro la veniente sera.

 

Ecco, e le nevi, in fondo, per l’ampia chiostra diffuse,

velansi di un’ombra tremula violacea.

 

Triste io seguo sul terso sfuggevole piano di ghiaccio

gli sparsi a stormi pattinatori in festa.

 

Passanmi innanzi lievi com’ombre che il sogno rimeni;

pajon da lungi rondini in tripudio.

 

Volan le coppie amanti, le braccia dinanzi intrecciate,

e l’aere di risi brevi e di trilli freme

 

Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli accenti,

ruba le promesse facili agli amor nuovi.

 

Oh nell’ebrezza pura del volo, tessuti con strisci

súbiti, sul gelo, semplici idilli! Vago

 

ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali

su la neve cosí, contro il morente sole! [9]

 

 

Levasi da un ospizio il rombo d’un organo e un coro

d’orfani ciechi il nuovo giorno benedicenti.

 

Passa un rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il ferrato

carro sui grigi fradici sassi stride.

 

Nuotano nelle zane dei cavi risciacqui le foglie

ultime della siepe su la verd’acqua morta.

 

Solo di centenarie querci gli scheletri immani,

squallida aurora, guardano il lume tuo.

 

Ma taciturne e gravi, che san come nunzia tu sia

d’un sol che muto certo sarà nel giorno [10].

 

 

Cari, voi sempre il sole dell’essere nati consola;

mute costà vi sono le fantasie del fuoco,

 

muta la calda voce che presso al camino or m’invita

del cigolante ceppo nella funerea sera.

 

Ché se tremenda scosse la furia d’un turbine i vostri

tetti, fugace, e i vetri, grandine saettando,

 

presto il sereno tornò, rifulsero in cielo le stelle,

riecheggiâr di vita le cittadine vie,

 

e la placida Luna, spiandodai madidi vetri,

mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.

 

Turbina qua sui tetti continua la squallida neve

né quest’aer gravato lieto è di sole mai.

 

Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno

raduna intorno gli intimi a conversare.

 

E la spumante birra aspetta che i canti del basso

Reno dai mesti cuori sorgano intanto a coro,

 

mentre dall’arsa gola del nero camino risponde

lunga la pena ignota del tenebroso vento [11].

 

 

Penso: vivrà, vivranno, costei ch’ora accanto mi viene.

l’argine, il bosco là, uomini e cose, quanto

 

vedo a me attorno: ancora vivrà, pur quand’io

lungi di qui sarò, dove il destin mi chiami.

 

Volgomi a guardar l’orma del passo di lei sulla neve.

Cancelleran la tenue orma altri passi presto.

 

Non dalla mia memoria, però, sí presto potranno

lei cancellar d’affetti altre vicende, mai.

 

Pur, con la man vietando la riva contraria al guardo,

cerco veder nel fiume il mio lontano mare;

 

penso alla lontana mia casa, sospiro il momento

di ritornarvi; e intanto abbandonare questo

 

cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse

all’abbandono pensa prossimo, anch’esso, e dentro

 

piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,

qua sola, al tonfo cupo dell’acque, mentre

 

rapida vien la sera, lasciarmela addietro dovessi

e proseguir perduto lungo l’ignota riva [12].

 

 

Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,

qual di fantasmi ciechi stuolo che tenti il vuoto.

 

Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;

al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.

 

E del sonno increscioso che immobile al suolo la stende

ora le buje case, tacite in fila, opprime,

 

i fanali veglianti, i bigi alberi nudi,

cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.

 

Come a un mondo già spento, superstite voce

nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.

 

Di tra l’onde dell’aer sconvolte la Luna, fuggendo,

la morta Terra, impaurita spia.

 

Quali braccia di naufraghi tendon le cuspidi a lei

dalla città sommersa le solitarie chiese.

 

Fugge la Luna. Perenne la nebbia, perenne qui regna.

Meglio acquetarsi a lei; l’anima aprirle; poi

 

l’irrequieta.grigia sua notte distendere piano

sopra ogni affetto e il suo sonno mortal dormire [13].

 

 

Dal soffitto di legno, commessa a tre fili di rame,

l’orrida lampa (verde teschio di rame) pende.

 

N’ha paura Jenny, le notti d’inverno. La madre

pregia ed ha caro invece l’ereditato arnese.

 

Ora abbracciate entrambe mi vengono innanzi, ridendo

l’una del teschio il riso, l’altra per gli occhi amore.

 

Fate, gravi memorie dei miei morti amori, che un nuovo

pallido fior non nasca tra queste nebbie; fate

 

che in questa casa il pianto non semini io dopo.Tiranno

mai non sarà l’amore d’ogni mio sogno: mai. [14].

 

 

Sí, amici: dell’alto Campidoglio alle terga

giace di Roma antica il frantumato cuore.

 

E la Via Sacra, esausta vena, cercando

i trionfali archi, serpe tra le rovine.

 

Sí: la nativa grossezza teutonica vostra

d’assottigliarsi in questa facile arguzia ha modo.

 

Quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,

frante corone e franti scettri premea col piede)

 

senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,

ond’ebbe informe maschera di grandezza,

 

sorge ben altra, sopra le antiche rovine pensosa,

e c’è rimasto il papa e il re ci venne poi;

 

e noi le vespe siamo d’Efràimo Lessing uscenti

tronfie dalla carogna, putrida ormai, di lei.

 

Sí, sí; ma qui tra voi, ma dovunque io mi volga,

sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo [15].

 

 

Oggi crucciosatra un torbido incendio del cielo

la terra volse l’aride spalle al sole.

 

Ora precipita orrenda la notte e la volta di torve

nuvole irta con sé par che trascini. O amore,

 

è lontana la casa, lontano il fiume. Rimani

qua, questa notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.

 

Sul petto mio nascondi la faccia, le mani agli orecchi

premi: hai paura? Qua, con me rimani, amore.

 

Pensa: tra i lampi e sotto il rombo dei tuoni; la pioggia

e il vento ln faccia; soli per la campagna,

 

prima dovremmo, nel bujo sperduti, giungere al fiume,

poi traversarlo, e tu sai gonfio com’è sul battello…

 

Quala tepida stanza sicura. T’aspetta tua madre?

Può mai voler la madre che la figliuola sua

 

a tempesta sí fiera s’esponga? La tepida stanza

t’accoglierà felice. Sola ti lascio. Solo

 

per la campagna andrò: dei lampi, dei tuoni io non temo,

passerò il fiume tumido, sul battello:

 

senza nuove di te non sarà questa notte tua madre

temi per me? qua teco vuoi che rimanga amore? [16]

 

Note

_______________________________

 

[1] Pubblicala in Vita Nuova, periodico settimanale di letteratura, d'arte e di filosofia, anno II, n. 8, Firenze, 23 febbraio 1890, col titolo: Elegie boreali, XXIV.

[2] Questa e la seguente elegia furono pubblicate in Psiche, «rivista quindicinale illustrata d’arte e letteratura», anno VI, n. 21, Palermo 16 settembre 1890, col titolo: Elegie boreali, IX e XIV.

[3] V. la nota precedente. Giovanni Sambo era un mosaicista veneto, che lavorava in quel tempo nella cattedrale di Bonn.

[4] Pubblicato in Cronaca d’Arte, Milano, 1° marzo 1891, col titolo: Elegia boreale.

[5] Pubblicata nell’Ariel, Roma, anno I, N. 4, 8 gennaio 1898 («Elegie renane II»), quindi nella Nuova Antologiam 1° dicembre 1934, col titolo redazionale: Fuoco d’inverno.

[6] Inedita. Trovata tra le carte dell’autore, dattilografata e contrassegnata col numero romano X.

[7] Pubblicata nell’Ariel, Roma, anno I, N. 4, 8 gennaio 1898 («Elegie renane I»). È riprodotto qui il testo ritrovato tra le carte dell’autore, dattilografato e contrassegnato col numero romano XI.

[8] Pubblicata nell’Ariel, Roma, anno I, N. 4, 8 gennaio 1898 («Elegie renane III»). È riprodotto qui il testo ritrovato tra le carte dell’autore, dattilografato e contrassegnato col numero romano XII.

[9] Pubblicata nella Nuova Antologia, 1° dicembre 1934, col titolo redazionale: Pattinatori a sera. È la V della raccolta del 1895.

[10] Pubblicata nella Nuova Antologia, 1° dicembre 1934, col titolo redazionale: Aurora del Nord. È la VI della raccolta del 1895.

[11] Pubblicata nella Nuova Antologia, 1° dicembre 1934, col titolo redazionale: Intorno al fuoco. È la X della raccolta del 1895. La leziona originaria conta 19 distici.

[12] Pubblicata nella Nuova Antologia, 1° dicembre 1934, col titolo redazionale: Addio all’amata. È la XIV della raccolta del 1895.

[13] Da una copia dattilografata trovata tra le carte dell’Autore distinta col numero I. Revisione inedita della VII della raccolta del 1895.

[14] Da una copia dattilografata trovata tra le carte dell’Autore distinta col numero IV. Revisione inedita della IV della raccolta del 1895. La versione originaria conta due distici in più.

[15] Da una copia dattilografata trovata tra le carte dell’Autore distinta col numero VI. Revisione inedita della XI della raccolta del 1895.

[16] Da una copia dattilografata, con correzioni autografe, trovata tra le carte dell’Autore distinta col numero romano VIII. Revisione inedita della XIII della raccolta del 1895.

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16 novembre 2005