Luigi Pirandello
La
patente
(1917)
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La
patente" copyright La Rivista d'Italia 1918.
Copyright
1950 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano per la raccolta di
tutto il teatro in lingua italiana. Prima edizione B.M.M. gennaio
1950. 4 edizioni Oscar Mondadori. Prima edizione Oscar Teatro e
Cinema novembre 1984. Quinta ristampa Oscar Teatro maggio 1991.
Atto
unico tratto dalla novella omonima del 1911, scritto nel 1917 e
pubblicato nella "Rivista d'Italia" del 31 gennaio 1918,
quindi, nel 1920, presso la casa editrice Treves di Milano. La prima
rappresentazione (nella versione in dialetto siciliano curata dallo
stesso autore e intitolata "'A patenti") avvenne il 19
febbraio 1919 al Teatro Argentina di Roma con la compagnia del "Teatro
Mediterraneo" diretta da Nino Martoglio, nell'interpretazione di
Angelo Musco. La patente fu tradotta anche in dialetto genovese (da
Gilberto Govi) nel 1931 e, nel 1937, in napoletano e in veneziano.
Con altre opere pirandelliane ("La giara", "Il
ventaglino", "Marsina stretta") è stata ripresa
nel 1953 in un film a sketch dal titolo "Questa è la
vita", per la regia di Luigi Zampa e l'interpretazione di Totò.
Dalla
trama esilissima della novella Pirandello è arrivato a
comporre in quest'atto unico un insieme di brevi quadri di schietto
umore teatrale. Il dramma e il grottesco della vicenda si risolvono
teatralmente in un accorato e vivo monologo cui fa da contrappunto -
come nel teatro classico - un "coro": in questo caso i
giudici. Come sempre l'autore fissa l'attenzione del pubblico su un
nucleo, su un fatto icasticamente rappresentato: in quest'atto unico
è la sfortunata storia di Rosario Chiàrchiaro, un
disgraziato padre di famiglia cui è stato misteriosamente
attribuito il potere di iettatore. Licenziato dal lavoro in seguito a
questa fama, al colmo della disperazione, egli "non può
vivere" scrive Mario Apollonio "se non codificando la sua
fama di jettatore, facendosi riconoscere ufficialmente come
possessore di un potere funesto e invincibile" e ottenere in tal
modo la sua "patente".
«La
patente!» grida infatti il pover'uomo «Sarà la mia
professione! Io sono stato assassinato, signor giudice! Sono un
povero padre di famiglia. Lavoravo onestamente. M'hanno cacciato via
e buttato in mezzo a una strada... con la moglie paralitica... e con
due ragazze... Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a
far la professione di jettatore...»: solo così, infatti,
potrà guadagnarsi da vivere perché tutti, per tenerlo
lontano, saranno costretti a pagargli una tassa. Nella "Patente"
si ha dunque la denuncia di tutto un gioco di rapporti e preconcetti
in cui la persona umana è inevitabilmente coinvolta dalla
presenza dei più: per sopravvivere l'uomo deve crearsi delle
"apparenze", "ci vediamo vivere", dice
Pirandello. Sviluppato con assoluta efficacia anche nel presente atto
unico, è questo il punto focale della tematica pirandelliana
già abbozzato in precedenti commedie e romanzi (ad esempio Il
berretto a sonagli e Il fu Mattia Pascal) e destinato a
giungere all'esasperazione nel Giuoco delle parti e,
soprattutto, nell'Enrico IV. Come Rosario Chiàrchiaro,
ciascuno ha una maschera, un ruolo da giocare, maschera e ruolo che
gli sono plasmati addosso dagli altri, dalla gente che gli vive
attorno, maschera e ruolo cui nessuno può sottrarsi, perché
il pregiudizio della massa non solo ha una parte importante nella
vita del singolo, ma finisce per avere sempre il sopravvento. "La
tragedia dell'uomo è proprio questa" dice in proposito
Silvio D'Amico "che per illudersi di vivere non ha altra risorsa
se non d'affidarsi a codesta maschera, a cotesta larva, come gli
altri (o lui stesso) l'hanno foggiata." Quella "larva",
quella maschera sociale che accomuna tutti gli uomini in una
situazione di angosciosa solidarietà, e che nel Berretto a
sonagli ha fatto esplodere Pirandello nel grido crudele del
protagonista: «... Pupi siamo, pupo io, pupo lei, pupi
tutti...», uomini svuotati d'ogni vera realtà, costretti
a vivere una vita che non avrebbero mai voluto vivere.
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Personaggi: Rosario
Chiàrchiaro. |
Stanza
del Giudice istruttore D'Andrea. Grande scaffale che prende quasi
tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si
suppongono zeppe d'incartarnenti. Scrivania, sovraccarica di
fascicoli, a destra, in fondo e, accanto, addossato alla parete di
destra, un altro palchetto. Un seggiolone di cuojo per il Giudice,
davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è
squallido. La comune è nella parete di destra. A sinistra,
un'ampia finestra, alta, con vetrata antica, scompartita. Davanti
alla finestra, come un quadricello alto, che regge una grande gabbia.
Lateralmente a, sinistra, un usciolino nascosto.
Il giudice D'Andrea entra per
la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una
gabbiola poco più grossa d'un pugno. Va davanti alla gabbia
grande sul quadricello, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino
della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un
cardellino.
D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh! finalmente... - Zitto adesso, al solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomini feroci.
Si leva il soprabito e lo appende insieme col cappello all'attaccapanni. Siede alla scrivania, prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa:
Benedett'uomo!
Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si presenta l'usciere Marranca.
Marranca: Comandi, signor
cavaliere!
D'Andrea: Ecco, Marranca:
andate al vicolo del Forno, qua vicino; a casa del Chiàrchiaro.
Marranca (con un balzo
indietro, facendo le corna): Per amor di Dio, non lo nomini,
signor cavaliere!
D'Andrea (irritatissimo,
dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di
manifestare così, davanti a me, la vostra bestialità, a
danno d'un pover'uomo. E sia detto una volta per sempre.
Marranca: Mi scusi, signor
cavaliere. L'ho detto anche per il suo bene!
D'Andrea: Ah, seguitate?
Marranca: Non parlo più.
Che vuole che vada a fare in casa di... di questo... di questo
galantuomo?
D'Andrea: Gli direte che il
giudice istruttore ha da parlargli, e lo introdurrete subito da me.
Marranca: Subito, va bene,
signor cavaliere. Ha altri comandi?
D'Andrea: Nient'altro.
Andate.
Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre Giudici colleghi, che entrano con le toghe e i tocchi in capo e scambiano i saluti col D'Andrea, poi vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.
Primo giudice: Che dice eh,
questo signor cardellino?
Secondo giudice: Ma sai che
sei davvero curioso con codesto cardellino che ti porti appresso?
Terzo giudice: Tutto il
paese ti chiama: il Giudice Cardello.
Primo giudice: Dov'è,
dov'è la gabbiolina con cui te lo porti?
Secondo giudice (prendendola
dalla scrivania a cui s'è accostato): Eccola qua! Signori
miei, guardate: cose da bambini! Un uomo serio...
D'Andrea: Ah, io, cose da
bambini, per codesta gabbiola? E voi, allora, parati così?
Terzo giudice: Ohè,
ohè, rispettiamo la toga!
D'Andrea: Ma andate là,
non scherziamo! siamo in "camera caritatis". Ragazzo,
giocavo coi miei compagni «al tribunale». Uno faceva da
imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati...
Ci avrete giocato anche voi. Vi assicuro, che eravamo più
serii allora!
Primo giudice: Eh, altro!
Secondo giudice: Finiva
sempre a legnate!
Terzo giudice (mostrando una
vecchia cicatrice alla fronte): Ecco qua: cicatrice d'una pietrata
che mi tirò un avvocato difensore mentre fungevo da regio
procuratore!
D'Andrea: Tutto il bello era
nella toga con cui ci paravamo. Nella toga era la grandezza, e dentro
di essa noi eravamo bambini. Ora è al contrario: noi, grandi,
e la toga, il giuoco di quand'eravamo bambini. Ci vuole un gran
coraggio a prenderla sul serio! Ecco qua, signori miei,
prende dalla scrivania il fascicolo del processo Chiàrchiaro
io debbo istruire questo processo. Niente di più iniquo di questo processo. Iniquo, perché include la più spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilità di scampo. C'è una vittima qua, che non può prendersela con nessuno! Ha voluto, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e - sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, la iniquità di cui questo pover'uomo è vittima.
Primo giudice: Ma che
processo è?
D'Andrea: Quello intentato
da Rosario Chiàrchiaro.
Subito, al nome i tre Giudici, come già Marranca, danno un balzo indietro, facendo scongiuri, atti di spavento, e gridando.
Tutti e tre: Per la Madonna
Santissima! - Tocca ferro! - Ti vuoi star zitto?
D'Andrea: Ecco, vedete? E
dovreste proprio voi rendere giustizia a questo pover'uomo!
Primo giudice: Ma che
giustizia! È un pazzo!
D'Andrea: Un disgraziato!
Secondo giudice: Sarà
magari un disgraziato! ma scusa, è pure un pazzo! Ha sporto
querela per diffamazione, contro il figlio del sindaco, nientemeno, e
anche -
D'Andrea: - contro
l'assessore Fazio -
Terzo giudice: - per
diffamazione? -
Primo giudice: - già,
capisci? perché dice, li sorprese nell'atto che facevano gli
scongiuri al suo passaggio.
Secondo giudice: Ma che
diffamazione se in tutto il paese, da almeno due anni, è
diffusissima la sua fama di jettatore?
D'Andrea: E innumerevoli
testimonii possono venire in tribunale a giurare che in tante e tante
occasioni ha dato segno di conoscere questa sua fama, ribellandosi
con proteste violente!
Primo giudice: Ah, vedi? Lo
dici tu stesso!
Secondo giudice: Come
condannare, in coscienza, il figliuolo del sindaco e l'assessore
Fazio quali diffamatori per aver fatto, vedendolo passare, il gesto
che da tempo sogliono fare apertamente tutti?
D'Andrea: E primi fra tutti vojaltri?
Tutti e tre: Ma certo! - È
terribile, sai? - Dio ne liberi e scampi!
D'Andrea: E poi vi fate
meraviglia, amici miei, che io mi porti qua il cardellino... Eppure,
me lo porto - voi lo sapete - perché sono rimasto solo da un
anno. Era di mia madre quel cardellino; e per me è il ricordo
vivo di lei: non me ne so staccare. Gli parlo, imitando, così,
col fischio, il suo verso, e lui mi risponde. Io non so che gli dico;
ma lui, se mi risponde, è segno che coglie qualche senso nei
suoni che gli faccio. Tale e quale come noi, amici miei, quando
crediamo che la natura ci parli con la poesia dei suoi fiori, o con
le stelle del cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi
esistiamo.
Primo giudice: Séguita,
séguita, mio caro, con codesta filosofia, e vedrai come
finirai contento!
Si sente picchiare alla comune, e, poco dopo, Marranca sporge il capo.
Marranca: Permesso?
D'Andrea. Avanti, Marranca.
Marranca: Lui in casa non
c'era, signor cavaliere. Ho lasciato detto a una delle figliuole che,
appena arriva, lo mandino qua. È venuta intanto con me la
minore delle figliuole: Rosinella. Se Vossignoria vuol riceverla..,
D'Andrea: Ma no: io voglio
parlare con lui!
Marranca: Dice che vuol
rivolgerle non so che preghiera, signor cavaliere. È tutta
impaurita.
Primo giudice. Noi ce
n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!
Scambio di saluti: e i tre Giudici vanno via.
D'Andrea: Fate passare.
Marranca: Subito, signor
cavaliere.
Via, anche lui. Rosinella, sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una certa decenza, sporge il capo dalla comune, mostrando appena il volto dallo scialle nero di lana.
Rosinella: Permesso?
D'Andrea. Avanti, avanti.
Rosinella: Serva di
Vossignoria. Ah, Gesù mio, signor giudice, Vossignoria ha
fatto chiamare mio padre? Che cosa è stato, signor giudice?
Perché? Non abbiamo più sangue nelle vene, dallo
spavento!
D'Andrea: Calmatevi! Di che
vi spaventate?
Rosinella: È che noi,
Eccellenza, non abbiamo avuto mai da fare con la giustizia!
D'Andrea: Vi fa tanto
terrore, la giustizia?
Rosinella: Sissignore. Le
dico, non abbiamo più sangue nelle vene! La mala gente,
Eccellenza, ha da fare con la giustizia. Noi siamo quattro poveri
disgraziati. E se anche la giustizia ora si mette contro di noi...
D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha
detto? State tranquilla. La giustizia non si mette contro di voi.
Rosinella: E perché
allora Vossignoria ha fatto chiamare mio padre?
D'Andrea: Perché
vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.
Rosinella: Mio padre? Che
dice!
D'Andrea: Non vi spaventate.
Vedete che sorrido... Ma come? Non sapete che vostro padre s'è
querelato contro il figlio del sindaco e l'assessore Fazio?
Rosinella: Mio padre?
Nossignore! Non ne sappiamo nulla! Mio padre s'è querelato?
D'Andrea: Ecco qua gli atti!
Rosinella: Dio mio! Dio mio!
Non gli dia retta, signor giudice! È come impazzito mio padre:
da più d'un mese! Non lavora più da un anno, capisce?
perché l'hanno cacciato via, l'hanno gettato in mezzo a una
strada; fustigato da tutti, sfuggito da tutto il paese come un
appestato! Ah, s'è querelato? Contro il figlio del sindaco s'è
querelato? È pazzo! È pazzo! Questa guerra infame che
gli fanno tutti, con questa fama che gli hanno fatto, l'ha levato di
cervello! Per carità, signor giudice: gliela faccia ritirare
codesta querela! gliela faccia ritirare!
D'Andrea: Ma sì,
carina! Voglio proprio questo. E l'ho fatto chiamare per questo.
Spero che ci riuscirò. Ma voi sapete: è molto più
facile fare il male che il bene.
Rosinella: Come, Eccellenza!
Per Vossignoria?
D'Andrea: Anche per me.
Perché il male, carina, si può fare a tutti e da tutti;
il bene, solo a coloro che ne hanno bisogno.
Rosinella: E lei crede che
mio padre non ne abbia bisogno?
D'Andrea: Lo credo, lo
credo. Ma è che questo bisogno d'aver fatto il bene,
figliuola, rende spesso così nemici gli animi di coloro che si
vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Capite?
Rosinella: Nossignore, non
capisco. Ma faccia di tutto Vossignoria! Per nojaltri non c'è
più bene, non c'è più pace, in questo paese.
D'Andrea: E non potreste
andar via da questo paese?
Rosinella: Dove? Ah,
Vossignoria non lo sa com'è! Ce la portiamo
appresso, la fama, dovunque
andiamo. Non si leva più neppure col coltello. Ah, se vedesse
mio padre, come s'è ridotto! S'è fatto crescere la
barba. Una barbaccia, che pare un gufo... e s'è tagliato e
cucito da sé un certo abito. Eccellenza, che quando se lo
metterà, farà spaventare la gente, fuggire i cani
finanche!
D'Andrea. E perché?
Rosinella: Se lo sa lui
perché! È come impazzito, le dico! Gliela faccia,
gliela faccia ritirare la querela, per carità!
Si sente di nuovo picchiare alla comune.
D'Andrea: Chi è?
Avanti.
Marranca (tutto
tremante): Eccolo, signor cavaliere! Che... che debbo fare?
Rosinella: Mio padre?
Balza in piedi.
Dio! Dio! Non mi faccia trovare
qua, Eccellenza, per carità!
D'Andrea: Perché? Che
cos'è? Vi mangia, se vi trova qua?
Rosinella: Nossignore. Ma
non vuole che usciamo di casa. Dove mi nascondo?
D'Andrea. Ecco. Non temete.
Apre l'usciolino nascosto nella parete di destra.
Andate via di qua; poi girate per
il corridojo e troverete l'uscita.
Rosinella: Sissignore,
grazie. Mi raccomando a Vossignoria! Serva sua.
Via ranca ranca per l'usciolino a destra. D'Andrea lo richiude.
D'Andrea: Introducetelo.
Marranca (tenendo aperto
quanto più può la comune per tenersi discosto): Avanti,
avanti... introducetevi...
E come Chiàrchiaro
entra, va via di furia. Rosario Chiàrchiaro s'è
combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a
vedere. S'è lasciato crescere su le cave gote gialle una
barbaccia ispida e cespugliuta; s'è insellato sul naso un paio
di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli dànno l'aspetto
d'un barbagianni. Ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli
sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col
manico di corno. Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra la
canna a ogni passo, e si para davanti al giudice.
D'Andrea (con uno scatto
violento d'irritazione, buttando via le carte del processo): Ma
fatemi il piacere! Che storie son queste! Vergognatevi!
Chiàrchiaro (senza
scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti
gialli e dice sottovoce): Lei dunque non ci crede?
D'Andrea: V'ho detto di
farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via, caro Chiàrchiaro!
- Sedete, sedete qua! Gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla
spalla.
Chiàrchiaro (subito,
tirandosi indietro e tremendo): Non mi s'accosti! Se ne guardi
bene! Vuol perdere la vista degli occhi?
D'Andrea (lo guarda
freddamente, poi dice): Seguitate... Quando sarete comodo... - Vi
ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c'è una
sedia: sedete.
Chiàrchiaro (prende
la seggiola. Siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare
con le mani su le gambe la canna d'India come un matterello e
tentenna a lungo il capo. Alla fine mastica): Per il mio bene...
Per il mio bene, lei dice... Ha il coraggio di dire per il mio bene!
E lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo che non
crede alla jettatura?
D'Andrea (sedendo anche
lui): Volete che vi dica che ci credo? Vi dirò che ci
credo! Va bene?
Chiàrchiaro
(recisamente, col tono di chi non ammette scherzi):
Nossignore! Lei ci ha da credere sul serio, sul se-ri-o! Non solo, ma
deve dimostrarlo istruendo il processo.
D'Andrea. Ah, vedete: questo
sarà un po' difficile.
Chiàrchiaro
(alzandosi e facendo per avviarsi): E allora me ne vado.
D'Andrea: Eh, via! Sedete!
V'ho detto di non fare storie!
Chiàrchiaro: Io,
storie? Non mi cimenti; o ne farà una tale esperienza... - Si
tocchi, si tocchi!
D'Andrea: Ma io non mi tocco
niente.
Chiàrchiaro: Si
tocchi, le dico! Sono terribile, sa?
D'Andrea (severo):
Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate. Sedete e vediamo
d'intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che
avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a
buon porto.
Chiàrchiaro: Signor
giudice, io sono con le spalle al muro dentro un vicolo cieco. Di che
porto, di che via mi parla?
D'Andrea: Di questa per cui
vi vedo incamminato e di quella là della querela che avete
sporto. Già l'una e l'altra, scusate, sono tra loro così.
Infronta gl'indici delle due mani per significare che le due vie sembrano in contrasto.
Chiàrchiaro:
Nossignore. Pare a lei, signor giudice.
D'Andrea: Come no? Là
nel processo, accusate come diffamatori due, perché vi credono
jettatore; e ora qua vi presentate a me, parato così, in vesti
di jettatore, e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
Chiàrchiaro:
Sissignore. Perfettamente.
D'Andrea: E non pare anche a
voi che ci sia contraddizione?
Chiàrchiaro: Mi pare,
signor giudice, un'altra cosa. Che lei non capisce niente!
D'Andrea: Dite, dite, caro
Chiàrchiaro! Forse è una sacrosanta verità,
questa che mi dite. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché
non capisco niente.
Chiàrchiaro: La servo
subito. Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma
anche toccare con mano che lei è un mio nemico.
D'Andrea: Io?
Chiàrchiaro: Lei,
lei, sissignore. Mi dica un po': sa o non sa che il figlio del
sindaco ha chiesto il patrocinio dell'avvocato Lorecchio?
D'Andrea: Lo so.
Chiàrchiaro: E lo sa
che io - io, Rosario Chiàrchiaro - io stesso sono andato
dall'avvocato Lorecchio a dargli sottomano tutte le prove del fatto:
cioè, che non solo io mi ero accorto da più di un anno
che tutti, vedendomi passare, facevano le corna e altri scongiuri più
o meno puliti; ma anche le prove, signor giudice, prove documentate,
testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti i fatti
spaventosi, su cui è edificata incrollabilmente,
in-crol-la-bilmente, la mia fama di jettatore?
D'Andrea: Voi? Come? Voi
siete andato a dar le prove all'avvocato avversario?
Chiàrchiaro: A
Lorecchio. Sissignore.
D'Andrea (più
imbalordito che mai): Eh... Vi confesso che capisco anche meno di
prima.
Chiàrchiaro: Meno?
Lei non capisce niente!
D'Andrea: Scusate... Siete
andato a portare codeste prove contro di voi stesso all'avvocato
avversario; perché? Per rendere più sicura
l'assoluzione di quei due? E perché allora vi siete querelato?
Chiàrchiaro: Ma in
questa domanda appunto è la prova, signor giudice, che lei non
capisce niente! Io mi sono querelato perché voglio il
riconoscimento ufficiale della mia potenza. Non capisce ancora?
Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza
terribile, che è ormai l'unico mio capitale, signor giudice!
D'Andrea (facendo per
abbracciarlo, commosso): Ah, povero Chiàrchiaro, povero
Chiàrchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero
Chiàrchiaro! E che te ne fai?
Chiàrchiaro: Che me
ne faccio? Come, che me ne faccio? Lei, caro signore, per esercitare
codesta professione di giudice - anche così male come la
esercita - mi dica un po', non ha dovuto prendere la laurea?
D'Andrea: Eh sì, la
laurea...
Chiàrchiaro: E
dunque! Voglio anch'io la mia patente. La patente di jettatore. Con
tanto di bollo. Bollo legale. Jettatore patentato dal regio
tribunale.
D'Andrea: E poi? Che te ne
farai?
Chiàrchiaro: Che me
ne farò? Ma dunque è proprio deficiente lei? Me lo
metterò come titolo nei biglietti da visita! Ah, le par poco?
La patente! Sarà la mia professione! Io sono stato
assassinato, signor giudice! Sono un povero padre di famiglia.
Lavoravo onestamente. Mi hanno cacciato via e buttato in mezzo a una
strada, perché jettatore! In mezzo a una strada, con la moglie
paralitica, da tre anni in un fondo di letto! e con due ragazze, che
se lei le vede, signor giudice, le strappano il cuore dalla pena che
le fanno: belline tutte e due; ma nessuno vorrà più
saperne, perché figlie mie, capisce? E lo sa di che campiamo
adesso tutt'e quattro? Del pane che si leva di bocca il mio
figliuolo, che ha pure la sua famiglia, tre bambini! E le pare che
possa fare ancora a lungo, povero figlio mio, questo sacrificio per
me? Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la
professione di jettatore!
D'Andrea: Ma che ci
guadagnerete?
Chiàrchiaro: Che ci
guadagnerò? Ora glielo spiego. Intanto, mi vede: mi sono
combinato con questo vestito. Faccio spavento! Questa barba... questi
occhiali... Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! Lei
dice, come? Me lo domanda - ripeto - perché è mio
nemico!
D'Andrea: Io? Ma vi pare?
Chiàrchiaro:
Sissignore, lei! Perché s'ostina a non credere alla mia
potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, ci credono!
Questa è la mia fortuna! Ci sono tante case da giuoco nel
nostro paese! Basterà che io mi presenti. Non ci sarà
bisogno di dir niente. Il tenutario della casa, i giocatori, mi
pagheranno sottomano, per non avermi accanto e per farmene andar via!
Mi metterò a ronzare come un moscone attorno a tutte le
fabbriche; andrò a impostarmi ora davanti a una bottega, ora
davanti a un'altra. Là c'è un giojelliere? - Davanti
alla vetrina di quel giojelliere: mi pianto lì,
eseguisce
mi metto a squadrare la gente così,
eseguisce
e chi vuole che entri più a
comprare in quella bottega una gioja, o a guardare a quella vetrina?
Verrà fuori il padrone, e mi metterà in mano tre,
cinque lire per farmi scostare e impostare da sentinella davanti alla
bottega del suo rivale. Capisce? Sarà una specie di tassa che
io d'ora in poi mi metterò a esigere!
D'Andrea: La tassa
dell'ignoranza!
Chiàrchiaro:
Dell'ignoranza? Ma no, caro lei! La tassa della salute! Perché
ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa
schifosa umanità, che veramente credo, signor giudice, d'avere
qua, in questi occhi, la potenza di far crollare dalle fondamenta
un'intera città! - Si tocchi! Si tocchi, perdio! Non vede? Lei
è rimasto come una statua di sale!
D'Andrea, compreso di profonda pietà, è rimasto veramente come un balordo a mirarlo.
Si
alzi, via! E si metta a istruire questo processo che farà
epoca, in modo che i due imputati siano assolti per inesistenza di
reato; questo vorrà dire per me il riconoscimento ufficiale
della mia professione di jettatore!
D'Andrea (alzandosi):
La patente?
Chiàrchiaro
(impostandosi grottescamente e battendo la canna): La patente,
sissignore!
Non ha finito di dire così, che la vetrata della finestra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il quadricello e la gabbia, e li fa cadere con fracasso.
D'Andrea (con un grido, accorrendo): Ah, Dio! Il cardellino! Il cardellino! Ah, Dio! È morto... è morto... L'unico ricordo di mia madre... Morto... morto...
Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre Giudici e Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di Chiàrchiaro.
Tutti: Che è stato?
Che è stato?
D'Andrea: Il vento... la
vetrata... il cardellino...
Chiàrchiaro (con
un grido di trionfo): Ma che vento! Che vetrata! Sono stato io!
Non voleva crederci e gliene ho dato la prova! Io! Io! E come è
morto quel cardellino,
subito, gli atti di terrore degli astanti, che si scostano da lui:
così, a uno a uno, morirete
tutti!
Tutti (protestando,
imprecando, supplicando in coro): Per l'anima vostra! Ti caschi
la lingua! Dio, ajutaci! Sono un padre di famiglia!
Chiàrchiaro
(imperioso, protendendo una mano): E allora qua, subito -
pagate la tassa! - Tutti!
I tre giudici (facendo atto
di cavar danari dalla tasca): Sì, subito! Ecco qua! Purché
ve n'andiate! Per carità di Dio!
Chiàrchiaro
(esultante, rivolgendosi al giudice D'Andrea, sempre con la mano
protesa): Ha visto? E non ho ancora la patente! Istruisca il
processo! Sono ricco! Sono ricco!
TELA
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© 2001 - by prof. Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 06 giugno, 2001