Luigi Pirandello

TESTI ESTRAVAGANTI

vol.  17

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

TESTI ESTRAVAGANTI

243E  -  Pianto segreto

244E  -  I muricciuoli, un fico. un uccellino

245E  -  Personaggi

246E  -  Incontro

247E  -  Disdetta

248E  -  Disdetta (Cont. e fine)

243E  -  Pianto segreto

Luigi Pirandello, Pianto segreto, Il Marzocco », 12 luglio 1903. (cfr. SP II, p. 1297: « incorporata nel testo del cap. I della Parte II del romanzo I veccchi e i giovani »; ROII, pp. 270-300 e 983-991).

 (Novella)

Seduto innanzi all’ampia scrivania, su cui stavano aperti e schierati tutt’intorno relazioni e prospetti irti di cifre, il cavalier Cao, magro, ispido, pallido, aspettava che S. E. il Ministro riprendesse a dettare.

Mezzanotte, tra breve. Ed era la terza notte, quella, che il cav. Cao, dopo aver passato l’intera giornata in continua briga al Ministero, veniva lí, al palazzo dove abitava S. E., per stendere finalmente l’Esposizione finanziaria, che il Ministro fra qualche: giorno doveva leggere alla Camera dei Deputati.

Non ne poteva piú. Ma non tanto la stanchezza gli rendeva oppressivo quel lavoro, quanto la sofferenza che gli cagionava la vista di quell’uomo venerando, per cui egli sentiva ancora profondo e sincero affetto, se non piú l’ammirazione di prima.

Eh, no! ammirazione, no. Non si vive, non si può vivere sessanta e piú anni, commettendo sempre eroiche azioni. Qualche sciocchezza si deve pur commettere. E una oggi, una domani, tirando infine la somma, si viene a stabilire come una bilancia, la quale, purtroppo ...

Si stirava, cosí pensando, il cav. Cao un ispido pelo dei baffi, inverosimilmente lungo. Perbacco! Gli arrivava fitt sul capo, gli arrivava... Un pelo solo. Nero.

S. E. passeggiava per lo scrittoio, aggrondato, a capo chino con le mani dietro la schiena. - L’ha pelosa, la schiena, - pensava il cav. Cao, guardandolo. - Pelosa, come il petto. L’ho visto nel bagno. Pareva un orso.

Ah, quante cose, quante particolarità ridicole non aveva egli scoperto nella persona di S. E., dacché non lo ammirava piú come prima! Quella nuca, per esempio, così grossa e liscia e lucente, e tutti  quei nerellini che gli punteggiavano il naso, e quelle sopracciglia... là zi! e zi! - come due virgolette. Finanche negli occhi, negli occhi che gl’incutevano un tempo tanta soggezione, aveva scoperto certe macchioline curiose che pareva gli forassero la cornea verdastra.

Si meravigliava egli stesso, talvolta, e si rattristava insieme, di poter vedere, ora, così, quell’uomo che, in altri tempi, lo aveva addirittura abbagliato, acceso d’entusiasmo per le gesta eroiche che si raccontavano di lui garibaldino e poi per le memorande lotte parlamentari strenuamente combattute.

Mah! Ora Francesco D’Adria non pensava che a sporcarsi timidamente, d’una tinta giallognola, i pochi capelli che gli erano rimasti attorno al capo e l’ampia barba che sarebbe stata cosi bella, se bianca.

Anche lui, è vero, il cav. Cao, da circa un anno, poco poco... i baffi soltanto; ma per non averli, ecco, un po’ bianchi, un po’ neri. Gli seccava. E poi, del resto, per lui quella tintura non avrebbe mai avuto le conseguenze disastrose che aveva avuto per S. E. Quantunque infine non avesse ancora quaran... ah, sì, quarant’anni, da tre giorni: ebbene, quaranta: non avrebbe mai preso moglie, lui. E Francesco d’Adria, invece, sì, I’aveva presa, a ses-san-ta-sei anni sonati, e giovane per giunta la aveva presa.

Segno evidentissimo di rammollimento cerebrale.

E dunque basta, eh? - bisognava metterlo da parte (la vita ha le sue leggi!) - da parte, senza considerazione e senza pietà Pietà, tutt’al piú, poteva averne lui, perché gli voleva bene, perché vedeva ch’egli soffriva atrocemente; in silenzio, dell’enorme sciocchezza commessa, ma provava anche sdegno, ecco, sdegno amarissimo per la remissione di cui gli vedeva dàr prova di fronte a quella moglie giovane che, quasi subito dopo le nozze, s’era messa a far pubblicamente strazio dell’onore di lui.

Lo spesso tappeto attutiva il rumor dei passi di S. E. che seguitava ad andare in su e in giú per la stanza, cogitabondo. Evidentemente’ non si ricordava piú né del cav. Cao che stava lì ad aspettare innanzi alla scrivania, né dell’esposizione finanziaria; preoccupato certo d’un pianto infantile angoscioso che, nel silenzio della casa, veniva fin lì, da una camera remota, non ostanti gli usci chiusi. Già una volta egli si era recato di là, a vedere che cosa avesse la figliuola.

Il cav. Cao non seppe frenar piú oltre la stizza - (perché, santo Dio, tutta Roma sapeva che quella bambina... quella bambina...) - si alzò, come sospinto da una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.

S. E. si arrestò e si volse a guardare.

- Oh, scusi tanto, cavaliere: mi sono distratto. Basta per questa sera, eh? Lei sarà stanco; io non mi sento disposto... Saranno le undici è vero?

- Mezzanotte, Eccellenza! Ecco qua: le dodici e un quarto.

- Ah si? E... e questo teatro, dunque quando finisce?

- Che teatro, Eccellenza?

- Ma non so; il Costanzi, credo. Dico per... per quella bambina. Sente come strilla di là? Non si vuol quietare. Forse, se ci fosse la mamma...

- Vuole che passi dal Costanzi, ad avvertire?

- No no, grazie... Tanto, adesso, poco potrà tardare. Buona notte, cavaliere. A domani.

Il cav. Cao s’inchinò profondamente, tirando per il naso aria aria aria che, appena varcata la soglia, buttò fuori con un versaccio rabbioso.

Francesco D’Adria, rimasto solo, si premé forte ambo le mani sul volto. Il lucido cranio calvo gli s’infiammò, sotto le lampadine elettriche della lumiera che pendeva dal soffitto. Si trattenne ancora un pezzo li, nello scrittoio, a passeggiare, fosco; poi si recò di nuovo nella camera dove piangeva la piccina.

Era la camera della bàlia. Un lumino da notte, riparato da una ventola litofana, sul cassettone, la rischiarava a mala pena. La vecchia governante, magra e linda, passeggiava con la creaturina in braccio, adagiata sul seno, con la testina appoggiata su l’omero.

- Nono... nooo... - le ripeteva, come in risposta ai vagiti.

La bàlia, intanto, con una mammella scoperta, piangeva anche lei: piangeva e giurava alla cameriera della signora di non aver mangiato alcun cibo dannoso.

- (Sta’ zitta! Le prugne secche... Sta’ zitta!)

Il D’Adria prese dal tavolino da notte un campanello e si mise a farlo tintinnire innanzi agli occhi della bambina, per distrarla andando dietro alla governante.

Così lo trovò, poco dopo, donna Giannetta, di ritorno dal teatro, tutta frusciante di seta. Credette dapprima che il vecchio si compiacesse, sotto gli occhi delle serve, di mostrar la sua ridicola tenerezza paterna, dopo le gravi cure dello Stato; e aprí le labbra a un impercettibile sorriso canzonatorio. Ma la cameriera, accorsa a liberarla dallo scialletto ch’ella teneva ancora in capo e a slacciarle la mantiglia, le spiegò, piano, che cosa era accaduto.

- Ah si? Poverina... - fece ella, con ostentata indifferenza, e si accostò alla governante. Ma il D’Adria le fe’ cenno di tacere. La bambina s’era finalmente quietata.

Donna Giannetta si recò nella sua camera seguita dalla cameriera. Ivi a poco, mentre si disponeva ad andare a letto, vide entrare il marito, cupo, grave.

- Ho da parlarti, - disse egli, senza guardarla, andando a sedere su la greppina.

- Discorso lungo? Non potresti domani? Temo d’essere troppo stanca e d’aver sonno. Mi sono orribilmente annojata. Se perdo il filo?

- Non lo perderai, - diss’egli, accigliato, lisciandosi la barba con la mano tremolante. - Del resto, se vuoi, il mio discorso potrà anche esser breve: tu però non ti offenderai, perché, se dev’esser breve, sarà pure molto chiaro. Mi lascerai dire; poi farai quel che ti dirò io, e basterà cosi. Dunque senti.

- Sento... - sospirò donna Giannetta, abbandonandosi su una poltrona.

Francesco D’Adria si levò da sedere, venne a piantarsi di fronte alla moglie e agitò più volte due dita.

- Due sciagure ti son capitate, - cominciò.

Donna Giannetta si scosse.

- Due? A me?

- Una, l’hai proprio voluta, seguitò egli. - E sono io.

- Ah! E perché sciagura? - esclamò ella, ridendo e intrecciando le mani sul capo.

Le larghe maniche dell’accappatoio scivolarono e scoprirono le braccia bellissime.

- Finora, no, - riprese egli. - Non te ne sei accorta bene, perché al fastidio che ho potuto recarti di quando in quando, hai trovato un compenso larghissimo nella mia... dirò così: filosofia.

- L’altra sciagura? - domandò ella, con aria distratta.

Francesco D’Adria tornò a sedere. Veniva adesso il difficile del discorso, ed egli voleva esprimersi quanto meno crudamente gli fosse possibile. Poggiò i gomiti su i ginocchi, si prese la testa tra le mani, per concentrarsi meglio, e parlò, guardando verso terra:

- Lasciami dire. Ho dovuto... ho dovuto scontare Onora la... la imperdonabile illusione che mi ero fatta, sposandoti. Tu, in ciò, non hai colpa alcuna. Era naturale che, tra i diritti della tua gioventú e i tuoi doveri di moglie, tu seguissi piuttosto quelli che questi. Avrei potuto farti osservare che tu stessa, accettando spontaneamente, anzi con... con entusiasmo, un giorno, questi doveri verso un vecchio, avevi implicitamente, è vero? rinunziato a quei diritti; ma neanche di ciò ti fo colpa, perché forse anche tu, allora, ti facesti l’illusione che...

A questo punto Francesco D’Adria sollevò il capo e s’interruppe, stupito. Donna Giannetta dormiva, con una mano ancora sul capo e un braccio scoperto, proteso verso di lui, come per implorar misericordia.

- Gianna! - chiamò egli, ma non tanto forte, frenando la stizza e lo sdegno, come se al suo amor proprio dolesse che ella, destandosi a quel richiamo, dovesse riconoscere d’aver ceduto al sonno, mentr’egli le parlava di cosa tanto grave. Riabbassò il capo, e terminò a voce alta il discorso rimasto in sospeso:

- Ti facesti l’illusione che... sì, che avresti potuto facilmente adempiere ai tuoi doveri.

Donna Giannetta non si destò. E allora Francesco D’Adria sorse in piedi, fremente, fu lì lì per afferrarle quel braccio nudo proteso e scuoterglielo con estrema violenza, gridandole in faccia le ingiurie piú crude. Ma la calma incosciente del sonno di lei, per quanto gli paresse quasi spudorata, e come una sfida, lo trattenne. Sembrava che ella, così giacente, nel sonno, gli dicesse: « Guardami come son giovane e come son bella! Che pretendi da me? »

Egli strinse le pugna, esasperato, scosse il capo e uscì pian piano dalla camera.

Subito donna Giannetta balzò in piedi sbuffando.

Auff! sul serio, a quell’ora, una spiegazione? E perché? Quando avrebbe dovuto parlare, egli se n’era stato zitto; e ora, ora che ella si annoiava soltanto, mortalmente pretendeva da lei una spiegazione? Eh via! Troppo tardi; troppo tardi... Se egli stesso del resto, col suo contegno, fra le inevitabili relazioni della nuova vita in cui la aveva messa, di fronte alle tentazioni, a cui questa vita la esponeva, a gli esempii che di continuo essa le metteva sotto gli occhi, aveva contribuito a farle stimar troppo ingenuo, puerile e tale da attirar l’altrui derisione il bel sogno da lei accarezzato tre anni addietro, sposando? Oh, sì, con la massima sincerità, ella aveva allora sognato di rallegrar col riso della sua giovinezza gli ultimi anni della vita eroica di Francesco d’Adria, vecchio amico e fratello d’armi di suo padre. Ebbene, egli non la aveva ritenuto [sic] capace di serbarsi fedele a questo sogno. Invano aveva atteso da lui un richiamo. E allora, quasi per dispetto, era trascesa, era caduta, oh giú, giú, orribilmente. Ma, alla fin fine, tante sue amiche e compagne riverite, riveritissime, rispettabili, rispettabilissime. E se egli stesso, anche or ora, non ci trovava nulla da ridire, perché avrebbe dovuto ella farsene un rimorso? Non si era davvero divertita, né si divertiva: tutt’altro! Che voleva dunque da lei?

- Ma... - pensò, a questo punto, donna Giannetta, - e l’altra sciagura?

S’infoscò in volto. Innanzi a gli occhi le sorse l’immagine di colui che, o per timore di perderla o con la speranza di legarla a sè maggiormente (imbecille!), o fors’anche per vendetta, non aveva saputo impedire ch’ella divenisse madre. Si, non c’era dubbio: l’altra sciagura, a cui il vecchio alludeva, era la hglia, quella bambina...

- « Due sciagrure ti son capitate... Una, l’hai proprio voluta... »

L’altra, dunque, no. E aveva ragione: quest’altra sciagura, ella non la aveva proprio voluta. Ma se egli sapeva tutto, e sapeva che ella non poteva sentire alcun affetto per quella creatura che le ricordava l’amante odiato, l’uomo che a tradimento aveva voluto renderla madre, perché, poc’anzi, s’era fatto trovar da lei presso quella bambina piangente, con un campanello in mano? Perché tanta ostentazione di tenerezza per quella creatura? Perché aveva voluto accomunarla a lui, come per mettersi insieme con essa di fronte a lei, dicendo che entrambi - lui e la bambina - rappresentavano per lei due sciagure? Che voleva concludere?

Donna Giannetta si pentì d’aver finto di dormire. Rimase ancora un pezzo a pensare, a riflettere, poi uscì dalla camera in punta di piedi e, al buio, rattenendo il fiato, cauta, tentoni, si recò fino all’uscio della camera del marito. Origliò, poi si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.

Francesco D’Adria, seduto lì nella sua camera, come dianzi nella camera di lei coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, - piangeva!

Donna Giannetta si sentì quasi fender la schiena da un brivido lungo, e si ritrasse sconvolta, in preda a uno stupore ch’era anche sgomento. ! Egli piangeva!

Restò lì, tremante, con l’anima in tumulto, senza riuscire a formare un pensiero. Poi, improvvisamente, temendo ch’egli aprisse l’uscio e la scoprisse lì in agguato, si mosse per rientrare nella sua camera. Ma, passando, come una ladra, innanzi all’uscio della camera ove dormiva la bambina, s’arrestò.

Anche la bambina, qua, piangeva! Tutt’e due...

Inconsciamente, quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a se stessa in quel momento, schiuse quell’uscio, ed entrò.

La bàlia, seduta in mezzo al ietto, smaniava, disperata. La bambina, dopo un breve sonno inquieto, aveva ripreso a contorcersi per le doglie e a vagire cosí.

Donna Giannetta non intese bene, dapprima, ciò che la bàlia diceva; allungò una mano a carezzar la bambina trangosciata, e subito la ritrasse, quasi per ribrezzo. Com’era fredda! Ma bisognava farla tacere... Quel pianto era insopportabile... Non voleva latte? Era fasciata forse troppo stretta? Volle sfasciarla lei, con le sue mani. Oh che gambette misere, paonazze... e come tremavano, contratte dallo spasimo. Si provò a tenergliele; ma erano gelate! Era tutta gelata, quella piccina... Come, con che ravvolgerla? Ecco là, la copertina de la culla... Su, su.

Donna Giannetta se la prese in braccio, se la strinse contro il seno, forte e delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando la figlioletta col dondolio della persona, come non aveva mai fatto. Sentiva sul seno le contrazioni del piccolo ventre addogliato e quasi il gorgoglio del pianto dentro quel corpicciolo tenero e freddo. Quasi senza volerlo, allora, si mise a piangere anche lei, non per pietà della piccina, no... o fors’anche, sì, perché la vedeva soffrire... ma piangeva anche perché... perché non lo sapeva neppur lei.

A poco a poco, la piccina, come se sentisse il calore dell’amor materno, che per la prima volta la confortava, si quietò di nuovo. Donna Giannetta era già stanca, tanto stanca, e pur non di meno seguitò ancora un pezzo a passeggiare e a batter lievemente, a ogni passo, una mano su le terga della piccina Poi si fermò; con la massima precauzione, per non farla svegliare, se la tolse dal seno; si mise a sedere e se la adagiò su le ginocchia; fé’ cenno alla bàlia di rimanersene a letto e, al fioco lume del lampadine da notte, si diede a contemplar la figliuola. Una gioia nuova, inattesa, la invase tutta, le sollevò il cuore. Vide quella creaturina, tranquilla ora per opera sua, lì in grembo a lei, come non la aveva mai veduta. Forse perché non aveva mai fatto nulla per lei. Povera piccina, cresciuta finora senz’affetto, senza cure... E che colpa aveva?

Strizzò gli occhi, come per ricacciare indietro un sentimento che le faceva impeto nello spirito. Ma no! Che colpa aveva la piccina d’esser nata?

 E a un tratto guardando così la figlia, con altri occhi, comprese quel che il marito voleva dirle. Egli era e si sentiva vecchio, e sapeva di non poter riempire la vita di lei; ma ella aveva una figlia, ora; e una figlia può e deve riempir la vita d’una madre. Egli poteva fare uno scandalo, e non l’aveva fatto; non solo, ma aveva dato anzi a quella bambina, che non era sua figlia, il prestigio del nome, del grado, e anche... sì, anche la sua tenerezza Orbene, ella, madre, poteva dar bene alla propria figlia l’affetto, le cure, l’esempio d’una condotta illibata.

Ecco, sì, questo questo senza dubbio, egli voleva dirle. Ed ella aveva finto di dormire...

A lungo donna Giannetta rimase lì, quella notte, a pensare, con la bambina in grembo. Pensò con ama

rissimo rimpianto al suo bel sogno giovanile; e, con nausea, quel che gli uomini le avevano offerto in cambio di questo sogno... Stupide finzioni, volgarità schifose... Poi, a poco a poco cedette al sonno.

Prima dell’alba, Francesco D’Adria attraversando il corridojo per recarsi nello studio vide aperto l’uscio della camera della bàlia, e sporse il capo a guardare. Rimase stupito nel trovar la moglie lì, addormentata su una poltrona con la bambina in braccio. Le si accostò pian piano per contemplarla e sentì lo stupore sciogliersi con un tremor per le vene in una tenerezza infinita. Si chinò e la baciò in fronte.

Donna Giannetta si destò; provò anch’ella stupore, dapprima, nel ritrovarsi lì, con la piccina su le ginocchia; poi sorrise e, tendendo una mano al marito e guardandolo con gli occhi pieni della sua gioia nuova, gli domandò:

- Va bene così?

(Luigi Pirandello).

244E  -  I muricciuoli, un fico. un uccellino

Luigi Pirandello, I muricciuoli, un fico, un uccellino, « Corriere della Sera », 18 ottobre 1931 (cfr. NP, pp. 191-210: S. Zappulla Muscarà, In margine ad una novella sconosciuta dell’ultimo Pirandello).

Un guasto al motore, che non si poteva riparare prima d’un’ora.

Ero già nella città dove m’attendevano amici e faccende: la campagna per la quale mi portava in fuga l’automobile era stata fino ad allora appena un vento e uno sparir continuo di cose immaginarie. Ora mi s’era fermata attorno, campagna solitaria, e spariva invece in quel vento una certa strada fra le case, l’arrivo davanti un portone: scena in cui s’erano scambiate e rigirate grandi facce conosciute e certe parole da dir loro, già formate nella mia mente, impuntature del pensiero, e il quadrante d’una pendola che avrebbe segnato l’ora prestabilita in un salotto in penombra.

Ho di buono che ormai credo subito a queste catastrofi mentali. E so che non bisogna importunare il meccanico.

- Un’ora?

- Se basterà.

Guardo l’orologio e m’allontano.

Non perché una sosta in aperta campagna fosse impreveduta, adesso questa campagna non era da accettare per unica realtà dei miei pensieri. M’ero inoltrato in salita per un viottolo laterale e fermato a sedere su un muricciuolo, all’ombra d’un grosso fico che m’arruffava quasi in un bagno d’acre e caldo profumo. Cicale; e molta polvere, da per tutto, che mi parve malignamente appiattata e pronta a levarsi. C’era da ringraziare l’afa immota del cielo che la appassiva. Ero salito per allargare il respiro e contemplare spazio; ma il viottolo seguitava a montare per la costa, quasi per avvisarmi che quello non era il posto.

- Lascia perdere, - gli risposi: - mi basta poco.

Ma non c’era neanche quel poco, in verità. Per tutta soddisfazione, un uccellino, che s’era accorto di me. Ma subito, deluso, m’avvidi che con la garbata esitazione dei suo’ pigolii e delle svolatine avrebbe voluto mandarmi via. Aveva ragione lui, e feci male a stizzirmi. Ma forse voi stimate che le prepotenze contro gli uccellini siano lecite e che perciò io fossi nel mio diritto a batter le mani gridando: « sciò! ». Vuol dire che una volta tanto voi sarete d’accordo con me, mentre io non lo sono con me stesso. L’uccellino fuggì via dritto sparando la codetta, e io rimasi con la soddisfazione di sentirmi molto più grosso di lui, ma pensando come avrei potuto fare io a volarmene via se uno ancora più grosso si fosse preso il gusto di gridare « sciò! » a me. Uno ancora più grosso, non c’era bisogno che avesse un corpo: poteva essere la mia malinconia. Me ne sarei andato goffamente, passo passo, con l’impressione d’una voce che mi beffasse alle spalle. Io non ci guadagno proprio nulla a vincere gli uccellini che vorrebbero scacciarmi.

Mezzogiorno: non c’era anima viva. Eppure, quel po’ di terra che scorgevo in declivio abbandonata sotto il sole a picco mi pareva adesso fitta fitta di gente. Non mi rendevo conto del malessere che m’aveva dato fin dal primo momento. Pullulava di sentimenti umani, naturalmente tristi, odii, fatiche, interessi. Leggi. Tasse.

Era questo: i muricciuoli. Non ne avevo mai visti tanti in così breve spazio. Lo intersecavano in tutti i sensi, spezzettandolo in almeno sette od otto porzioncine miserabili, fin dove vedevo io, dai confini tutti pena e rissa ostinata, passo per passo, un passo avanti e uno indietro a strattoni. Muricce e murisecchi, incamiciati e rustici decrepiti, ma più triste qualcuno fresco; per un trattino, tesi tesi, come prepotenti e sicuri di sé poi sghimbesci, a spanciare, torvi, e quelli col cancelletto quasi umiliati, che non l’avrebbero voluto avere. Facevano l’effetto d’una cosa posticcia; ma così piena di spigoli che non era messa per ridere.

Terra contesa, divisa e suddivisa. Sotto quel sole che pareva a scommessa d’inaridirla!

- Fico, - mi misi a pensare e quasi a dire, per affermarmi contrario a quel malessere: - lo sai, fico, che per me la corsa potrebbe anche finire qui?

Non s’intende perché io mi muova tanto, perché mi renda così precaria la vita. Pare una smania senza ragione. Ma perchè sono sempre pronto al definitivo. Non vi sembra naturale? Uno che ha dovuto creare: ore che passavano per tutti, vita che si sarebbe dovuta vivere,  sciogliere, spendere, consumare, e invece no: gli servivano per fermarla quelle ore: e ore, ore, per tutta la vita. L’ha presa sul serio: non ha fatto altro. Dover definire. Far bene, tutto, punto per punto. Impossibile lasciarsi dietro pentimenti. Definitivo. Questo è creare. E questo è vivere? La vita: creare, sì. Ma creare è far consistere: fermare: la morte.

- E che malinconico abito s’acquista, fico, sempre così pronti al definitivo! Una sosta, una qualunque, può sempre diventarmi indifferentemente l’ultima quiete. Mi muovo perciò quanto più posso ora che, tardi, ho capito il giuoco: finché posso, finché mi sembra d’averne voglia o che qualcuno o qualche cosa mi chiami; qua o là.

Era tornato l’uccellino. L’immobilità del mio corpo non lo persuadeva, lo tratteneva a distanza. Forse avrebbe voluto vedermi vivere: aveva ancora ragione lui. Se avessi atteso a qualche faccenda più naturale, non so, zappettare in quell’orto non gli avrei dato sospetto. Non si sa mai che cosa può diventare all’improvviso un uomo che pensa sotto un fico. Non diventa niente, stupidello. Un uomo di passaggio. Fra poco s’alza e se ne va. Coi suoi pensieri. Di passaggio, e pensieri di passaggio. E tu resti, uccellino eterno. E vivo, e non sai quale contraddizione risolvi con un tuo trillo!

- Quasi quasi, fico, solo per far dispetto a questo stupido uccellino vorrei restarmene qui. Non sarebbe male per nessuno dei due se mi mettessero fra le tue radici: faremmo insieme dolcissimi fichi.

Pensavo che i miei fichi almeno, chi non ne avesse mangiati, non avrebbe potuto dire che non erano dolci.

- Tu sì, fico, potresti con ragione sforzarti di divenire famoso pei tuoi dolci fichi. Sempre ai tuoi fichi sarebbe affidata la tua fama Ma un artista, caro! finché il suo nome è affidato alla conoscenza delle opere non può goder fama, avrà la stima d’una cerchia più o meno grande di lettori. La fama viene quando, non si sa come né perché, da quelle opere un bel giorno si stacca il nome e mette le penne e comincia a volare: il nome. Le opere sono più serie, seguitano a piedi per conto loro, col peso e il valore che hanno, piano piano. Ma il nome vola. E con esso, qualche concetto astratto, strampalato, buffonesco, qualche trama sfigurata, a rovescio, qualche titolo. È la beffa, è l’ingiuria peggiore che la sorte possa fare a un artista, poiché l’arte sta tutta, quella che è, tutta e soltanto nei particolari. Tutta nei fichi, per farti capire. Non c’è artista più ignoto d’un artista famoso. Lo sai che oggi c’è tanta gente che prova una vivissima antipatia contro la mia arte e la dileggia, l’osteggia come può, la vorrebbe cancellata; ma non ha letto un rigo di mio?

Non lo sapeva. O non gliene importava. Ma io sono abituato a parlare per me solo.

- E la sorte d’un nome che vola? Te ne stai così ben piantato, che non puoi capire, tu. Ma quello stupido uccellino deve saperlo, che subito, contro una cosa che vola, un uccellino o un nome, alzano la mira i cacciatori. E gli sparano. Non ti spaventare: io non sono un uccellino. Male di poco: l’impallinano, lo spennacchiano. Me l’hanno spennacchiato bene, il mio nome, fico: non so con quale gusto anche per loro, che adesso: debbono sopportare di vederlo svolazzare così sconciato pei cieli della patria. Capirai anche tu che, finché si tira a un nome letterario, il nome non s’ammazza: potrei ridere sempre io, l’ul- timo. E ne rido, infatti; ma mi rincresce che fra questi caccia- tori di nomi vi siano dei giovani. Oh Dio, giovani, non proprio come s’intende: sono giovani letterati, è un po’ diverso. Deb- bono farsi largo. Intelligenti, sai?: hanno premesso che il pro- prio carattere degli italiani è la rissa, le fazioni; non c’è cosa al mondo più rispettabile dei caratteri d’una razza: appostati in combriccola, si sentono a posto. Letterati quanto si vuole, ma anche giovani, non c’è dubbio. Mi vendico con l’istintiva sim- patia che ho per tutti coloro che fanno qualche cosa, chiasso, stupidaggini, che s’impegnano e si muovono per calcoli senza logica, privi di costrutto: cose non definitive, cose della vita. Fuori dell’arte, grazie a Dio: è un respiro. E quanto piacere mi fa che essi le scambino per questioni d’arte. Ma sono intelligenti: non le scambiano. Forse sì, forse sì: perché poi dovrebbero essere tanto intelligenti? Speriamo che le scambino. Prima abbatteranno Pirandello, ma si intende, per costruire poi la loro opera. L’illusione che occorra «sgombrare il terreno»: come ogni illusione degli altri, mi intenerisce. Io non ne ho più, se non questa, di non averne più. Ho in cambio più comprensione che non occorra per vivere: anche comprensione di questi loro giuochi vivaci; e alla malvagità è come se non credessi; alla malignità mi diverto E poi, e poi: sono anch’essi uno spettacolo pei miei occhi disinteressati. Hai capito, fico?

Non c’era gusto a parlargli: diceva sempre di sì.

Ero solo.

Dentro quella rabbia del sole che incupiva l’aria, fra quella polvere greve, ah come avrei voluto sbriciolarmi anch’io. Che facevano i muricciuoli essi che avrebbero potuto davvero? Arroventati, inariditi, crettati, erano forse già tutti in polvere, e si mantenevano per illusione. Dimenticando che il punto giusto, d’esser muro, per un muro, è quando è secco bene.

E per un uomo, il punto giusto? Quando s’è talmente seccato, di tutto, che perfino la briga di chi l’osteggia può divertirlo un momento? Ma lo dice in me la mia volontà, ch’io sia seccato, come il brontolio d’una povera serva angariata dai padroni esigenti, il sentimento e l’intelletto, senza requie, questo, in ansia di scoperta, e l’altro sempre freschissimo e incantato di tutto.

Per tanti è difficile amare i giovani, non per me. Ancora sciolti dalle rigide costruzioni mentali in cui gli anni le professioni le responsabilità intrappoleranno anche loro, e disposti ad ascoltare anche i richiami disinteressati della vita simpatici, sì, ma irritanti, per le persone serie: non si sa mai da che parte pigliarli. Scomodi. Perfino l’amore naturale, da uomo a donna, è fra essi tribolato, irto di disperazioni, d’equivoci, di serietà morali crudelissime, d’ingenue prepotenze. Quasi tutti si riducono ad amarli veramente solo da vecchi. Il vecchio, come il giovane che ancora non l’ha acquistata, ha già di solito riabbandonato per via, a poco a poco, la fissità dei caratteri che gli davano corpo nell’età costruttiva della sua vita: sono su questo punto, da tanta distanza, fatti più vicini. E se il vecchio s’è invece ristretto anche di più, come uno di questi muretti che l’arida tenacia del cemento antico ha resi duri duri? Ma anche sonanti e fragili; basta uro spintarella a farli crollare. Se dessero impaccio... Ma i giovani girano al largo con un’alzata di spalle e una paroletta ironica, Meglio che muretti secchi, li considerano foglie secche, stridule, vane. Il vento della morte ne sbarazza le strade dei vivi. Sembra più naturale, più umano, che la presa del nostro cemento, la volontà ceda con gli anni e i blocchi delle convinzioni; dei sentimenti, delle predilezioni, ch’esso manteneva saldamente, vengano giù uno per volta e finiscano di sgretolarsi sulla via. Muro sbozzolato, diroccato: largo a chi deve passare.

Strano, ma è proprio come se io fossi vecchio.

Un vecchio deve essere intelligente. Chi lo scavalca, chi passa fra le sue macerie, va a farsi muro un poco più in là. Per durare qualche anno anche lui.

Largo, largo a chi passa

Luigi Pirandello

Con riferimento a uno dei «Testi estravaganti» registrati nel primo volume di questa edizione: Luigi Pirandello, I muricciuoli, un fico, un uccellino, «Corriere della Sera», 18 ottobre 1931 (cfr. NP, pp. 191-210: S. Zappulla Muscarà, In margine ad una novella sconosciuta dell’ultimo Pirandello) [vol. I, pp. ll04-1108], registriamo la testimonianza di Andrea Pirandello - già citata da Giovanni Macchia nell’«Oscar Oro» Mondadori da lui curato, L. Pirandello, Amori senza amore. Tutti i racconti esclusi dalle «Novelle per un anno», 1989, p. 403 -: «Dalle lettere familiari è stato possibile oggi accertare che la stesura definitiva di queste pagine è da attribuire al figlio Stefano, anche se non è da escludere che l’idea e la traccia del racconto siano state fornite, come in altri casi, dal padre».

245E  -  Personaggi

Accogliendo un suggerimento di Stelio Lanzetta, diamo qui il testo di Personaggi (cortesemente procuratoci dallo stesso Lanzetta in copia da «Il Ventesimo» di Genova); testo che ci sembra possa costituire un’utile integrazione della sezione «Testi estravaganti» del nostro primo volume, pp. 1098-1108. In proposito si vedano le considerazioni - da noi condivise di Antonio Illiano sulla struttura di questo testo, che non è, certo, la «"prima stesura" di un racconto di ancor più rifinita e impegnativa complessità, La tragedia di un personaggio» (A. Illiano, Una novella da recuperare: Luigi Pirandello: «Personaggi», in «Italica», LVI, 1979, 2, pp. 230-236). Di Illiano si vedano anche le Note sulla genesi del personaggio, nel volume miscellaneo Le novelle di Pirandello, a cura di S. Milioto, Edizioni del Centro Nazionale di Studi Pirandelliani, Agrigento 1980, pp. 43-54. La novella La tragedia di un personaggio si può leggere nel volume I, tomo I, pp. 816-824, della nostra edizione.

«Il Ventesimo», a. V, n. Io, 10 giugno 1906. Luigi Pirandello

Oggi, udienza.

Ricevo dalle ore 9 alle ore 12, nel mio studio, i signori personaggi delle mie future novelle.

Certi tipi!

Non so perchè tutti i malcontenti della vita tutti i traditi dalla sorte, i gabbati, i disillusi i mezzi matti debbano venire proprio da me. Se li trattassi bene, capirei. Ma li tratto spesso a modo di cani; e sanno che non sono di facile contentatura, che sono crudelmente curioso, che non mi lascio ingannare dalle apparenze né abbindolare dalle chiacchiere. Perdio, da certuni pretendo finanche prove, testimonianze e documenti. Eppure...

Ma essi hanno tutti o credono d’avere (che è lo stesso) una loro particolar miseria da far conoscere, e vengono da me a mendicare con petulanza voce e vita.

- A qual pro’? - io dico loro. - Siamo già in troppi qua, in questo mondaccio vero, a reclamare il diritto alla vita, cari miei: a una vita che forse potrebbe esser facile (vana com’è e stupidissima), ove noi con zelo accanito non ce la rendessimo sempre più difficile di giorno in giorno, complicandola maledettamente (e forse appunto per nascondere ai nostri occhi stessi la sua stupida e terribile vanità) con invenzioni e scoperte peregrine, che pure hanno la pretesa di rendercela più facile e più comoda! Voi avete la fortuna, signori miei, d’esser ombre vane. Perchè volete assumer vita anche voi, a mie spese? E che vita poi? Da poveri inquilini d’un mondo più vano; mondaccio di carta, nel quale, vi assicuro, non c’è proprio sugo ad abitare. Guardate: tutto, in questo mondo di carta, è combinato, congegnato, adattato ai fini che lo scrittore, piccolo Padreterno, si propone. Mai nessuno di quei tanti ostacoli improvvisi che, nella realtà, contrariano graziosamente e limitano e deformano i caratteri degli individui e la vita. La natura senza ordine almeno apparente, irta (beata lei!) di contraddizioni, è lontanissima - credetelo - da questi minuscoli mondi artificiali, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano. Vita concentrata, vita semplificata, senza realtà vera. Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere non si stagliano torse su un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni? Ebbene, gli scrittori non se n’avvalgono, come se queste vicende. questi particolari non abbiano valore e sieno inutili. L’oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori buttano via la terra e presentano l’oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro stemma bene impressi. Ma le vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita insomma, così varia e complessa, non contraddicono poi aspramente tutte queste semplificazioni ideali e artificiose? non costringono ad azioni, non ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori? E l’impreveduto che è nella vita? e l’abisso che è nelle anime? Perdio, non mi sento io guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente mi riconosco? E quante occasioni imprevedute, imprevedibili occorrono nella vita, ganci improvvisi che arraffano le anime in un momento fugace, di grettezza o di generosità, in un momento nobile o vergognoso, e le tengon poi sospese o sull’altare o alla gogna per l’intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quel momento solo, d’ebbrezza passeggera o d’incosciente abbandono?... L’arte, signori miei, ha l’ufficio di rendere immobili le anime, di fissar la vita in un momento o in varii momenti determinati: la statua in un gesto, il paesaggio in un aspetto temporaneo immutabile. Ma che tortura! E la perpetua mobilità degli aspetti successivi? e la fusione continua in cui le anime si trovano? -

Così parlo ai miei signori personaggi. Ma sì! Come se parlassi al muro.

E allora, per levarmeli di torno, per sfuggire al loro muto assedio opprimente, mi sobbarco a dar loro ascolto.

Ah che canaglia! dopo che io ho dato loro il mio sangue, la mia vita, e ho sentito come miei i loro dolori, le loro sventure, - sissignori! - appena usciti dal mio studio, vanno dicendo per il mondo che io sono uno scrittore beffardo, che invece di far piangere la gente su le loro miserie la faccio ridere, ecc. ecc.

Non possono soffrire, soprattutto, la descrizione minuta che io faccio di certi loro difettucci fisici o morali. Vorrebbero essere tutti beni, i miei signori personaggi, e moralmente inammendabili. Miseri sì, ma beni. Vedete un po’!

Veniamo all’udienza.

Fa da usciere una mia servetta, la quale, quantunque vesta sempre di nero e legga - quando può - libri di filosofia (tutti i gusti son gusti!), ride spesso a scatti come una pazzerella. Oh, certe risate che paiono capriole di moneHaccio innanzi ape fanfare. Per il caso che qualcuno volesse saperlo. la mia servetta si chiama Fantasia.

Ho il sospetto che, per farmi stizza. vada lei furtivamente a cercare, a scovare tutti questi bei messeri che si presentano alle mie udienze.

E un’altra cosa. Le ho detto e ripetuto mine volte che me li introduca nego studio a uno a uno. Nossignori! Tutti insieme, a frotta; cosicché io non so a chi debba prima dare ascolto.

Oggi, per esempio, m’è saltato nello studio un ragazzotto a cavallo d’un bastone, che s’è messo a fare il diavolo a quattro, ridendo, correndo, gridando, rovesciandomi tutte le seggiole.

- Fantasia! Fantasia! - gridò.

Entra una vecchia bonne inglese, magra, asciutta, legnosa, vestita monacalmente di grigio, con gli occhiali d’oro a staffa e una cuffietta bianca su i capelli stopposi, e si mette a correre appresso al ragazzotto che le sguiscia dalle mani e non si lascia ghermire.

Intanto Fantasia mi susurra in un orecchio che quel ragazzo così vispo e allegro ha una storia ben dolorosa, che quel bastone su cui va a cavallo è dell’amante della madre, e non so che altro mi dica.

- Va bene! - le grido io. - Ma per adesso caccialo via! Come vuoi che badi a gli altri con lui qua dentro? E chi è quel vecchiaccio là, cieco, con tutta quella trucia addosso e la corona del rosario in mano? Caccialo via anche lui! e caccia anche via quelle tre ragazze allegre che gli stanno attorno.

- Zitto, per carità! Sono le figlie...

- Ebbene?

Egli non sa; non vede. È un sant’uomo; e le figlie... lì, in casa di lui (che casa, se vedessi!), mentr’egli recita il rosario...

Non voglio saperne! Via! via! Storie vecchie... Non ho tempo da perdere con costoro. Lasciami dare ascolto a questo signore qua, che almeno è ben vestito.

Il signore ben vestito - (per modo dl dire: ha un certo abito lungo, aperto davanti, a cui non si può dire che il sarto si sia dimenticato d’attaccare le falde) - mi sorride, s’inchina, si passa lievemente due dita su uno dei baffi incerati. Che baffi! Paiono due topi acquattati sotto il naso, con le code all’erta. Può avere da quarant’anni: tacchinotto, bruno, calvo, con occhi nerissimi, foschi accostati al naso vigoroso. (Pretenderà d’esser dipinto bello anche lui!).

- S’accomodi, - gli dico. - Non si tocchi i baffi, per carità; non se li guasti; se no, glieli levo. Stabiliamo, prima di tutto, il nome. Come si vuol chiamare lei?

- Io, Leandro, se non le dispiace, ai suoi comandi, - mi risponde con una vocina di ragnatele, alzandosi e inchinandosi di nuovo. - E di cognome, se non le dispiace, Scoto.

- Leandro Scoto? Vediamo un po’: si metta più in là... così, basta... ora si giri... Sì, mi pare che il nome le quadri. Leandro Scoto, va bene.

- E dottore? - soggiunge timidamente l’ometto con un altro sorriso. - Se non le dispiace, vorrei esser dottore.

- Dottore in che? - gli domando, squadrandolo.

E lui:

- Se non le dispiace...

Non ne posso più: scatto:

- E la finisca una buona volta con codesto se non le dispiace! Dica pure...

- Ecco, allora, se mi permette, - replica egli, guardandosi mortificato le unghie d’una mano, lunghe e ben coltivate, - dottore in iscienze fisiche e matematiche.

- Uhm, - faccio io. - Mi pare che lei abbia piuttosto l’aria d’un notajo di provincia, d’un capo-archivista. Ma passi. Dunque si dice: Leandro Scoto, dottore in scienze fisiche e matematiche. Lei ha un libro con sè? Che libro è? Venga avanti.

Il dottor Leandro Scoto mi s’avvicina e mi porge con una certa titubanza il libro.

- È inglese, - mi dice con gli occhi bassi. Un libro del Leadbeater.

Il teosofo? - grido io. - Ah, non voglio saperne, sa! Via, via! Se lei viene per esser preso in considerazione con codesti titoli, se ne può pure andare. Ho già messo un teosofo in un mio romanzo, e basta. So io quanto ho dovuto faticare per non farlo parer nojoso! Basta, basta.

- No, dicevo... - arrischia con uno sguardo supplichevole il dottor Leandro Scoto.

- Le dico basta! - torno a gridargli in tono perentorio. - Mi faccio meraviglia, che un dottore in iscienze fisiche e matematiche, come lei pretende di essere, uomo serio dunque, si occupi di siffatte sciocchezze senza costrutto.

Profondamente amareggiato, il dottor Leandro Scoto si rimette in piedi per la terza volta e per la terza volta s’inchina, con una mano sul petto.

- Mi perdoni, - dice. - Se Lei non vuol sapere di me, io me ne posso anche andare: sparire! Ma non mi giudichi così superficialmente. Non sono un teosofo, io. Tutti, oggi, sentiamo un bisogno angoscioso di credere in qualche cosa. Un’illusione ci è assolutamente necessaria, e la scienza, Lei lo sa bene, non ce la può dare. Così, ho letto anch’io qualche libro di teosofia. Ne ho riso, creda. Oh, aberrazioni, aberrazioni... Pure, guardi: in questo libro ho trovato un passo curiosissimo, una certa idea che mi pare abbia un qualche fondamento di verità e possa interessarla moltissimo. Permette?

Mi si pone a sedere accanto, apre il libro a pagina 104 e si mette a leggere, traducendo correntemente dall’inglese:

- «Abbiamo detto che l’essenza elementale che ne circonda da ogni parte è singolarmente soggetta, in tutte le sue varietà, all’azione del pensiero umano. Abbiamo descritto ciò che produce su essa il passaggio del minimo pensiero errante, cioè a dire la formazione subitanea d’una nubecola diafana, dalle forme di continuo mobili e cangianti. Ora diremo ciò che avviene allorchè lo spirito umano esprime positivamente un pensiero o un desiderio ben netto. Il pensiero assume essenza plastica, si tuffa per così dire in essa e vi si modera istantaneamente sotto forma d’un essere vivente, che ha un’apparenza che prende qualità dal pensiero stesso, e quest’essere, appena formato, non è più per nulla sotto il controllo del suo creatore, ma gode d’una vita propria la cui durata è relativa all’intensità del pensiero e del desiderio che l’hanno generato: dura, infatti, a seconda della forza del pensiero che ne tiene aggruppate le parti. »

Il dottor Leandro Scoto chiude il libro e mi guarda:

- Ebbene, soggiunge, - nessuno meglio di Lei può sapere che  questo è vero. Ed io,  per quanto ancora non sia libero e  indipendente da Lei, ne sono la prova. Ne sono una prova tutti i personaggi creati dall’arte. Alcuni han pur troppo vita efimera, altri immortale. Vita vera, più vera della reale, sto per dire! Angelica Rodomonte, Shylock, Amleto, Giulietta, Don Chisciotte, Manon Lescaut, Don Abbondio, Tartarin: non vivono d’una vita indistruttibile, d’una vita indipendente ormai dai loro autori?

Io guardo a mia volta il dottor Leandro Scoto che mi si dimostra così erudito e gli domando:

- Scusi, dove vuole arrivare con codesta dissertazione teosofico-estetica?

- Alla vita! - esclama lui, allora, con un gesto melodrammatico. - Io voglio vivere, ho una gran voglia di vivere per la mia e per l’altrui felicità. Mi faccia vivere, signore! mi faccia viver bene, la prego: ho buon cuore, guardi! un discreto ingegno, oneste intenzioni, parchi desiderii; merito fortuna. Mi dia, la prego, un’esistenza imperitura.

Non posso soffrire la gente presuntuosa. Gli figgo gli occhi negli occhi, poi gli guardo i piedi quasi per allontanarlo, e gli dico:

- Ma via, tu, dottorino, sul serio? Che hai tu in te da rimanere immortale?

- Ah, non presumo, non presumo, - s’affretta a rispondermi, tirandosi indietro con le mani sul petto, il dottor Leandro Scoto. - Scusi, non deve dipendere da me, deve dipendere da Lei. Io posso benissimo essere magari uno scemo, che c’entra! consideri per citare un esempio, che Don Abbondio, santo Dio, che è? un pretucolo di villaggio, un’animella spaventata, e sissignori! che bella fortuna ha avuto quello là! Vive eterno! Ecco, mi faccia commettere magari qualche grossa bestialità: affrontare la morte, putacaso, per salvare un mio simile, beneficare un amico per averne gratitudine, mi faccia financo prender moglie, che debbo dirle? con la lusinga di viver contento e in pace; ma non mi abbandoni, per carità! mi dia vita, si serva di me! Creda pure che in me, ad approfondirmi bene, Lei troverebbe la stoffa per un capolavoro.

Auff! Non mi so più reggere. Balzo in piedi.

- Caro dottor Leandro Scoto, - gli dico, - senta: per il capolavoro ripassi domani.

246E  -  Incontro

A titolo di integrazione e, per così dire, di restauro diamo qui per intero - nella stesura che l’A. pubblicò in «Ariel» nel 1898 con titoli diversi dai definitivi - il testo di due novelle: Incontro e Disdetta, comprese rispettivamente nelle raccolte In silenzio (col titolo La veglia) e Il vecchio Dio (col titolo La disdetta di Pitagora); nella presente edizione, volume II, tomo I, pp. 149-169 e volume II, tomo II, pp. 770-780. Una volta di più siamo in debito di gratitudine nei confronti di Alfredo Barbina: cfr. il suo «Ariel». Storia d’una rivista pirandelliana, «Pubblicazioni dell’Istituto di Studi Pirandelliani», n. 7, Roma, Bulzoni, 1984.

«Ariel», a. I, n. 5, 15 gennaio 1898. Luigi Pirandello,

Scendendo in fretta la scala al bujo Marco Mauri alzò la mano in cui teneva il fiammifero e domandò a un signore che s’affrettava a salire:

- È lei il medico? Venga! Muore... muore, senza un medico...

Quel signore s’arrestò un tratto sul pianerottolo e guardò con le ciglia corrugate il Mauri che singhiozzava e gestiva senza poter più parlare, poi salì dietro a lui.

- Venga... - ripeté il Mauri, pervenuto al pianerottolo del secondo mezzanino, indicando la porta accostata. Entrò innanzi e condusse l’altro, per tre stanzette, alla camera da letto in fondo.

Alla vista della moribonda il nuovo arrivato, che respirava a stento, pallidissimo, ebbe come un singulto nel naso e socchiuse gli occhi, poi si accostò al letto e contemplò la giacente quasi inabissata nel letargo.

- Dottore, dottore... - pregò piano tra le lagrime irrefrenate, il Mauri. - Le dia subito ajuto, mi muore.

Quegli si voltò a guardarlo biecamente, poi sollevò cauto dal seno fasciato della giacente la vescica di ghiaccio.

- È qui... - riprese il Mauri premendosi forte l’indice d’una mano sul petto dalla parte del cuore, per indicare il luogo della ferita. - Qui... e par che la palla sia andata a conficcarsi sotto la scapola...

- Son già quattro giorni? - domandò l’altro, rivolgendosi a un vecchio sacerdote che se ne stava taciturno all’altro canto del letto.

- Sì, oggi è il quarto giorno, - rispose il Mauri, senza dar tempo.

Il vecchio sacerdote si levò da sedere come in preda a un’agitazione improvvisa, e squadrando il nuovo arrivato, che teneva tra le dita il polso deva moribonda, disse:

- Scusi, ma lei, signore...

- Caffeina, ce n’è? - lo interruppe questi.

Il Mauri si recò subito nella stanza attigua e rientrò tosto con una boccetta e una piccola siringa in mano.

- Eccola! - disse. - Stavo quasi per fargliela io una iniezione. Iersera gliene ha fatte due il medico curante.

Restò con la boccetta in mano guardando prima il vecchio sacerdote, il quale, turbatissimo, teneva gli occhi fissi sul nuovo arrivato, poi questi, che s’era nascosta la faccia con ambo le mani.

- È morta? - domandò forte, in un singhiozzo. - E morta? Ditemelo!

- No... no... - gli rispose accorrendo il prete ricordante. - Venga, venga con me... - E gli bisbigliò qualche altra parola nell’orecchio.

- Lui? - fece odiosamente il Mauri additando con l’indice teso il nuovo arrivato e lasciandosi trascinare nell’attigua stanzetta. - Lui? E che è venuto a far qui?

- Un’opera di misericordia... - gli rispose il prete parlando a bassa voce come per indurlo a parlar basso anche lui. - Un’opera di misericordia... Gli ho scritto io, invocando a nome di quella poveretta il suo perdono... Ed è voluto venir egli stesso in persona ad accordarglielo... Io La scongiuro: Ella se ne vada ora, se ne vada... non ha più nulla da far qui...

- No! - disse forte il Mauri abbandonandosi sul canapé e guardando fisso il prete, con occhi da matto. - Io non me ne vado... io rimango qui! - Sentendosi forzar la gola da un altro èmpito di pianto appoggiò i gomiti su i ginocchi e squassando la testa ruppe in nuovi singhiozzi.

Il vecchio sacerdote ritornò premuroso alla camera da letto, e accostandosi a colui, che teneva ancora la faccia nascosta tra le mani:

Grazie, dottor Clerici; Dio la benedirà... Lei salva un’anima col suo atto misericordioso...

- Lei mi ha scritto - disse Giacomo Clerici guardando il prete severamente - che costei moriva pentita e abbandonata... Chi è colui?

- Un disgraziato... - s’affrettò a rispondere il prete. - Non so chi sia, so che tanto io quanto la poverina abbiamo fatto di tutto per tenerlo lontano: non ci è stato possibile... Ma si affidi a me: ella muore pentita e ha chiesto ella stessa per mio mezzo il suo perdono... Già Lei gliel’ha accordato venendo...

Giacomo Clerici, rivolse gli occhi intorbidati dall’interno tumulto su la moribonda; le mirò prima le palpebre livide, serrate; poi la fronte, e il suo sguardo ne sentì quasi il gelo.

Lottavano in lui la imagine che egli aveva serbato della moglie e questa che ora ritrovava tanto mutata e in cos’ miserando stato, lottavano le due immagini, come se quella si ricusasse, tuttavia sdegnosa, al sentimento di pietà che questa gli ispirava, e non volesse distendersi su quel letto, colpita a morte, con quelle palpebre livide, con quella smunta effigie dolorosa.

Soltanto nei capelli le due immagini s’identificavano. Eran ben quelli di Fulvia, ancora, «la nube d’oro», com’egli nei primi anni del matrimonio li aveva chiamati; ma ora, così disciolti e sparsi sul guanciale, quanto rendevan più misero quel volto cangiato! quanto più triste, la fronte solcata nel mezzo da una ruga incisa come una lunga ferita mal rimarginata... Egli vi appuntò gli occhi, e in quel segno, che su la fronte della Fulvia da lui conosciuta sarebbe apparso come uno sfregio, e qui era testimonianza d’un lungo soffrire, lesse la trarotta vita di lei, il triste cammino fatto da quell’anima per cadere nella presente miseria.

Circa undici anni eran trascorsi, da che ella aveva abbandonato la casa maritale: in questo lasso di tempo, sbollito a poco a poco l’odio, egli si era saputo riconoscere per la massima parte cagione se la moglie era fuggita da lui. Ed ora la presenza di lei, che finiva così tristamente, gli dava immagine della vita a cui dopo il tradimento egli si era con vergogna ed orrore sottratto, ritirandosi in campagna e trasformandosi colà man mano fino al punto di poter dare ora a sè stesso la prova generosa e consolante della superiore equità conquistata dal suo spirito, coll’accorrere al letto di quella infelice a riconoscere il danno degli antichi suoi torti e ad accordarle il perdono.

Si chinò su la giacente e la chiamò due volte per nome, invano; fece per abbassarsi vieppiù su lei, poi si rizzò con un sospiro, posando su quella fronte la mano, invece delle labra. Al contatto del gelo mortale pensò al rimedio non ancora apprestato.

- La boccetta, - disse rivolgendosi al vecchio sacerdote.

Questi si recò subito nella stanza attigua per farsela dare dal Mauri. Lo trovò riverso su la spalliera del canapè col volto affondato tra le braccia.

- Non gliela do! - gli rispose il Mauri di scatto mostrando la faccia stravolta coi capelli e la barba scompigliati. - Meglio che muoia... senza vederlo... È una crudeltà! una crudeltà!

Ma si lasciò prendere dalla mano la boccetta, e si riversò novamente su la spalliera mormorando: - Vuol finirla, vuol finirla!

Alla puntura dell’ago sul braccio, la moribonda si scosse. Il Clerici terminò l’iniezione, abbassando il capo; poi si mostrò alla moglie.

- Fulvia

Ella sbarrò gli occhi e fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto.

- Fulvia! - chiamò egli di nuovo. - Povera Fulvia...

Sgorgarono dagli occhi di lei due grosse lagrime che non poterono scorrerle per le guance, e le invetra- rono lo sguardo smarrito. Poco dopo le palpebre si richiusero. Ella non diede più altro segno di vita.

Dalla stanza attigua si sentiva la voce del Mauri, che ripeteva:

- La ammazza... la ammazza...

Il Clerici, urtato, venne a dirgli:

- Ancora qui Lei?

- Non me ne vado! - gli rispose pronto il Mauri, voltandosi e rimanendo seduto. - Lo so, Lei può scacciarmi... Lei ha tutto il diritto di scacciarmi...

- E La scaccio! - lo interruppe con violenza il Clerici.

- No... M’insulti... mi bastoni... ma mi lasci star qui... Che le faccio io, ora?... Che ombra posso darle?... Mi lasci star qui... Lei non può piangerla, signore... La lasci piangere a me, perchè ella ha bisogno d’esser pianta, più che perdonata, ha bisogno di tante lagrime per quella sua povera esistenza spezzata. E Lei, lo comprendo, non può dargliene... Lei, mi perdoni... dovrebbe uccidere colui che dopo avergliela tolta, ha avuto cuore d’abbandonarla... non deve scacciar me che l’ho raccolta, che l’ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita... Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia... mia moglie... i miei figli...

Si levò in piedi con gli occhi stravolti, le braccia alzate e aggiunse: - Veda un pò se è possibile che Lei mi scacci!

Si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani fin quasi a spezzarsi le dita, mentre lagrime silenziose gli scorrevano per la faccia fieramente contratta e andavano a inzuppargli l’ispida barba nera qua e là un po’ brizzolata. A un tratto si arrestò su la soglia della camera da letto.

- Non entri! - gl’intimò il Clerici.

- No... non entro... Mi permetta di sporgere il capo di qua dall’uscio per guardarla soltanto... Non entrerò, come vuol Lei.

Continuò a passeggiare e, passeggiando, a sparlare come in un delirio, gestendo continuamente. Il Clerici sedette presso al tavolino, su cui ardeva la candela, e si prese la testa tra le mani, non sapendo più in che modo regolarsi con colui, e provando quasi uno stordimento di vergogna, che l’avviliva.

- Lei, signore, - parlava intanto il Mauri come tra sè medesimo - non ha nessuna ragione d’esser geloso di me: perchè, lo vede?, ella sta per morire... E lei è venuto a perdonarla perchè ha saputo che ella stava per morire... altrimenti non sarebbe certo venuto... Oh, lo comprendo... Io comprendo. Lei non può esser geloso di me perchè Fulvia, quand’io l’ho amata, non Le apparteneva più... Ora essa, guardi, appartiene più a me... Lei, signore, è stato veramente generoso a venire: ma deve essere generoso anche con me, poiché ella muore, e dinanzi alla morte non c’è più rivalità... E poi Fulvia non si è uccisa per Lei, sa? Si è uccisa per me. Perchè è venuta da lei mia moglie a scongiurarla d’abbandonarmi; ed ella, poveretta, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, mi ha abbandonato, è fuggita, se n’è venuta qui... Appena l’ho saputo, l’ho raggiunta; e allora la disgraziata, dopo avermi più volte respinto, mi si è uccisa... Capisce? Lei, signore, in questo momento prova una bella sodisfazione... oh magnifica!... la sodisfazione della propria generosità... Compatisca chi prova invece lo strazio d’un doppio delitto...

Si fermò innanzi al Clerici e gli tese una mano.

- Sia generoso, mi stringa la mano... mi dica: - Sì, pover’uomo ti voglio degnar di tanto! - Me lo merito, glie lo giuro. Quantunque io, sa? d’ora in poi non possa più metter piede laggiù, nel mio paese. Tutti, tutti mi griderebbero: - Sciagurato! Cinque figliuoli innocenti in mezzo alla strada... - Stia zitto, per carità! Guardi, se mi lanciasse uno sputo e mi dicesse Tieni! lavati la faccia! - debbo cavare il fazzoletto dalla tasca e asciugarmela così, guardi così... Perchè mi merito anche questo... Ah, lo so... lo riconosco... Lei si vergogna di stringermi la mano? Ha ragione; ma crede che me ne offenda e me n’importi? Non m’importa di nulla, purché ella mi resti, purchè ella non muoia... Ah. qualunque cosa, qualunque cosa, purché ella non muoia! Lei non l’ha conosciuta, signore, mi perdoni... Lei non ha saputo apprezzarla, se lo lasci dire da me... Di tutto il tesoro di cui  lei non ha saputo valersi, eccola qui una prova: io! mi vede? io che per acquistare questo tesoro ho dato la pace di tutta la mia vita... la mia fama d’onest’uomo perduta ormai nel concetto di tutti, anche di Fulvia sì... perchè ho mentito con lei: le avevo detto ch’io ero solo, che non avevo legami di sorta... altrimenti ella non avrebbe mai risposto al mio amore... tanto vero che, appena scoperto il mio inganno, è fuggita... e ora, eccola lì... s’è uccisa... Ah lei, signore no, non ha dovuto indovinar neppure che cuore avesse quella donna... Glielo dimostro io. Ho voluto dirle la mia vita, perchè conosco la sua: Fulvia stessa me l’ha narrata... senza mai accusarla, cercando anzi di scusarla... incolpando dei torti di Lei le donne, ch’ella odiava tutte profondamente in sè stessa... E quando, pochi giorni or sono, son venuto a raggiungerla qui, ha voluto scusare anche il mio tradimento, la mia menzogna, incolpando sè stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto, com’ella lo chiamava, il bisogno cioè che sentono tutte le donne di piacere al marito della propria sorella... E anche quell’altro, quel vigliacco che, dopo averla sedotta, l’ha abbandonata, anche quell’altro ella scusava, mentr’io ne fremevo: diceva d’averlo stancato coi suoi timori... Ecco il concetto ch’ella aveva, signore, di noi uomini che la abbiamo ridotta in quello stato... Vada, vada a inginocchiarsi innanzi al letto di lei... e si faccia perdonare...

Il Clerici aveva conserte le braccia sul tavolino e vi aveva affondato la faccia. Quando da lì a poco, il prete ricordante si fece, sgomento, alla soglia della camera per chiamarlo, alzò la testa, poi balzò in piedi, ma non ebbe animo di accorrere al letto della morta, sentendo già i gridi e il pianto del Mauri accorso innanzi. Poco dopo, al pianto disperato di questo s’unì la preghiera dei defunti recitata dal vecchio sacerdote.

247E  -  Disdetta

«Ariel», a. I, n. 12, 6 marzo 1898. Fernando [pseudonimo di Luigi Pirandello]

Perbacco!

E rimettendomi in capo il cappello mi volto a guardar la bella sposina tra il fidanzato e la vecchia madre.

Dri dri dri... ah come strillavano di felicità sul lastrico della piazza assolata le scarpe nuove del mio amico! E la fidanzata, con l’anima tutta lucente e ridente negli occhi, nelle guance infocate, nei denti bianchissimi, sotto l’ombrellino di seta rossa si faceva vento vento vento, quasi per smorzar le vampe del suo pudor di fanciulla, la prima volta che si mostrava così per via alla gente con a fianco il promesso sposo. Dri dri dri...

Rimettendosi in capo il cappello (piano, che la pettinatura non si guastasse) si voltò anche lui, l’amico mio, a guardar me. O che c’entrava? Mi vide fermo in mezzo alla piazza, e chinò il capo con un sorriso impacciato. Risposi con un altro sorriso che voleva dire: - Mi rallegro! Mi rallegro!

Fatti pochi passi, mi volto di nuovo. Non m’aveva colpito tanto la figura simpatica ed elegante della fidanzata, quanto l’aria, dell’amico mio, che non vedevo più da circa tre anni. O non si volta anche lui a guardarmi per la seconda volta?

Che sia geloso? - pensai, incamminandomi subito a capo chino. - Ne avrebbe ragione: è proprio carina... Ma lui lui!

Non so, mi era sembrato anche più alto di statura, Prodigi dell’amore! E poi tutto ringiovanito, negli occhi specialmente, nella persona quasi carezzata da certe cure affettuose di cui non l’avrei mai stimato capace, conoscendolo nemico di quegli intrattenimenti che ogni giovanotto suole avere con la propria immagine per ore e ore innanzi a uno specchio. Prodigi dell’amore! Bravo Tito Bindi!

Dov’era stato egli in questi ultimi tre anni? Qui a Roma, prima, abitava in casa di Renzi suo cognato, ch’era poi il vero amico mio. Infatti egli, per me, propriamente, si chiama più «il cognato di Renzi», che Bindi di casa sua. Era partito per Forlì due anni avanti che Renzi lasciasse Roma, e non l’avevo più riveduto. Ora, eccolo a Roma di nuovo, e fidanzato.

Ah, caro mio, - seguitai a pensare tu non fai più certamente il pittore! Dri dri dri... le tue scarpe strillano troppo. Di’ che ti sei voltato ad altro mestiere, il quale ti deve fruttar bene. Come pittore, abbi pazienza, amico mio, eri somaro; bel giovine, ma somaro. Hai cambiato strada? Bravo Bindi! Vai lodato anche di questo.

Lo rividi due giorni appresso, quasi alla stess’ora, di nuovo insieme con la promessa sposa e con la futura suocera. Altro scambio di saluti accompagnati da sorrisi. Inchinando lieve e pur con tanta grazia il capo, mi sorrise anche la sposina.

Evidentemente Tito - pensai - le ha narrato la mia famosa avventura con sua sorella, la moglie di Renzi. E figuriamoci come e quanto avrà riso a le mie spade la cara sposina, e come sarà stato felice lui di averla fatta ridere così.

Per le due famiglie Renzi e Bindi e loro affini e amici e conoscenti io son condannato a essere argomento di riso chi sa fino a quando! Sarò morto, e Renzi vecchione, nel canto del fuoco, conversando con la moglie Secchissima (auguro come si vede a entrambi di campar più di me), le dirà: - Pitagora, ricordi? - E tutti e due, senza denti, rideranno ancora di me... È una bella sodisfazione!

Renzi mi chiama Pitagora perchè non mangio fagioli. Mi chiamerà pure Pitagora la cara sposina, suppongo... Cose che fan tanto piacere!

Ma che poi ci sia molto, proprio molto da ridere nell’avventura mia, dico la verità, non so vederlo. Si tratta semplicemente di questo. Sei anni fa (mica un giorno!) la mia disgrazia volle che per tanti e tanti giorni di seguito dovessi inconttar sola per via una bellissima signora, dada quale, fin dal primo vederla, tah! - ero rimasto straordinariamente colpito. È chiaro però che dell’impressione fattami si era accorta anche lei, in prima, e che anche lei anzi aveva dovuto rimanerne colpita così che, due o tre giorni dopo, scorgermi improvvisamente e lasciarsi cader di mano il porta fazzoletti fu tutt’uno. Io, naturalmente, interpretai a modo mio quel turbamento; supposi che l’oggetto le fosse caduto ad arte, e mi precipitai a raccoglierlo e glielo porsi con l’accompagnamento immancabile d’un inchino sorridente e d’una frase graziosa.

Chi non avrebbe fatto così? E fin qui, mi pare, non c’è nulla da ridere. È vero tuttavia, e non lo nego, che ella, a le mie parole, impallidì in un modo che mi parve anche allora eccessivo, e che mi ringraziò del piccolissimo servigio resole con un: - Insolente! - ma pensai: - Insolente! dunque ti seguo!

La seguii; ella si sentì inseguita: tanto che, più volte, inquieta, volse rapidamente il capo indietro a guardare e alla fine, non potendone più, salì in una vettura e via. Io, cocciuto, salto in un’altra dico al vetturino: - Dietro a quella, a qualche distanza! - Si va su pe’ quartieri Ludovisi, poi, in Via delle Finanze, la vettura della signora s’arresta; la vedo smontare, pagare, vedo la casa in cui entra. Ma abita davvero colà? o vi abita qualche sua amica? Se è così penso - tra poco discenderà. Aspettiamo. E poi può darsi che or ora s’affacci a qualche finestra. Aspettiamo.

Licenzio la vettura e mi metto a passeggiare innanzi alla casa alzando di tanto in tanto gli occhi alle finestre. Passa un quarto d’ora: niente! Invece bel bello mi vedo venire incontro per la stessa via Quirino Renzi, che conoscevo da poco tempo.

Ah ci vuol poco, lo so, a darmi dell’imbecille adesso, dopo il fatto - bella forza! Che ragione avevo io allora di supporre che quella signora poteva essere la moglie di Renzi, se non sapevo neppure ch’egli fosse ammogliato?

- Che fai qui? mi domanda lui.

Rispondo ridendo:

- Aspetto...

Lui strizza un occhio:

- Qualche avventura?

- No, ti giuro, un amico coi calzoni.

Lo vidi entrare, è vero, nello stesso portone dov’era entrata lei, ma quella, perdio, era una torre, una casa a sei piani. Ammesso che Renzi fosse ammogliato (ripeto non lo sapevo); ammesso che la signora fosse una legittima moglie (e stavo nell’idea che non fosse), in quella casa dovevano abitare per lo meno venti mariti: giusto il Renzi doveva essere?

Ma la probabilità che lui potesse entrarci in qualche modo non mi passò allora per il capo, nè anche lontanamente. Seguitai ad attendere ancora un pezzo, poi me ne andai senz’alcun sospetto della commedia che marito e moglie avevano architettata per punirmi innocente!

Eravamo insieme il giorno dopo io, Renzi e l’amico Barbarelli, anche lui ora scomparso. Fino, il Renzi! S’era procurato in persona del Barbarelli il prologo della commedia sapendo che questo ottimo giovane aveva, e non so se ha ancora, il vezzo di sospirar comicamente: - Ahimè! - dietro ogni bella donnina. Infatti, ne passa una, ed ecco Barbarelli emettere il suo sospiro. Allora, subito Renzi:

- Vedi? - gli dice - io, al posto di quella signora, parola d’onore, t’avrei lasciato andare un solennissimo schiaffo a edificazione di tutto un popolo.

Barbarelli sorride:

- Ma io sospiro per conto mio... Non è più permesso neanche di sospirare vedendo una bella signora?

Lascia andare! - incalza Renzi. - A Roma siamo ridotti al punto che una povera donna non può più uscir sola per via. È una vergogna! Giusto jersera una signora, amica di mia moglie, che abita su, al piano superiore, nella stessa casa dove abito io, ci narrava, vi assicuro proprio con le lagrime agli occhi, di un affronto patito nella stessa giornata. Schiaffeggiare, schiaffeggiare! - le ho detto io. - Lei, signora mia, doveva voltarsi e, al cospetto di tutta la gente, appioppare un sonoro schiaffo a quel mascalzone: - Le ho detto insolente... - m’ha risposto lei. Ah sì, ci vuol altro per voi, caro Barbarelli! Pitagora, tu che ne dici?

Io? Figuratevi come ero rimasto io. Aspettai che Barbarelli ci lasciasse, e poco dopo domandai al Renzi:

- Di’ un po’, come si chiama quella signora, amica di tua moglie?

- Perchè?

- Vorrei saperlo...

- Un’elettissima signora! - esclama Renzi. - È francese, ma da parecchi anni in Italia, si chiama Eulalia Dupuis...

E mi sciorina lì per lì una storia complicatissima e dolorosa, certamente combinata avanti (non stimo Renzi capace d’una improvvisazione di quel genere): il marito della signora morto per stravizi, dopo averla fatta soffrire crudelmente per sei anni; liti per l’eredità d’uno zio straricco con un cugino dissoluto aspirante alla mano di lei; persecuzioni, disperazione; fuga in Italia, dove la disgraziata signora, in attesa che la lite ancora pendente si risolva, è costretta a vivacchiare impartendo lezioni di lingua francese.

Confesso (trionfa, o Renzi!) che questa storia mi commosse tanto, che provai rimorso di quel che avevo fatto il giorno avanti. E poiché Renzi stimò opportuno di ripeter l’affronto di quel mascalzone ch’ero io, aggiungendo tra gli altri particolari che la signora, al suo consiglio di schiaffeggiare, gli aveva risposto che di gran gusto l’avrebbe fatto, se ne avesse avuto il coraggio.

- Davvero? Ci avrebbe gusto? - proruppi. - Ebbene se lo passi! Senti Renzi: quel mascalzone sono io.

- Tu? - E sgranò tanto d’occhi dalla meraviglia, il commediante!

- Io, io, sì: vedi che mi accuso... Ieri ti ricordi? tu mi hai visto...

- Ah, l’hai finanche inseguita?

- Sì, sì, confesso che ho scambiato quella signora per... tu m’intendi.

Renzi si fermò di botto a guardarmi; ma seppe contenersi; ingoiò la pillola e sghignò:

Perdio, che occhio fino e che fiuto!

- Hai ragione... Sono stato uno sciocco, anzi peggio... Ma tu sai, Renzi mio, ch’io piglio fuoco come uno fascio di paglia. Che penseresti, se ti dicessi che son mezzo innamorato, sul serio, di quella signora? È francese, hai detto? sarà donna di spirito... Ebbene, senti: voglio farmi dare lo schiaffo che tu le hai consigliato. Trova tu il modo; io poi troverò il modo di farmi perdonare.

E così il topolino andò a porsi da sè tra le granfie del gatto appostato. Il giorno dopo Renzi venne a dirmi ch’egli aveva ottenuto dalla signora la grazia di ricevermi quella sera stessa e che l’avrei trovata ben disposta a perdonarmi. Il brigante s’era messo d’accordo con una vecchia signora che abitava al piano di sopra la quale si era acconciata a rappresentar la parte di zia deva finta signora Eulalia Dupuis.

E la sera stessa, verso le otto, eccomi innanzi alla porta di lei, con la carta da visita in mano, già pentito, ma troppo tardi, dell’impiccio in cui m’ero messo. Le mie intenzioni? i miei progetti? Visto che la mia parte nella commedia era quella de l’imbecille, e che il Renzi e la sua signora avevano lavorato un bel po’ di fantasia per procurarsi vita natural durante quest’argomento di riso, ho voluto finanche dichiarar loro in seguito quali fossero le mie intenzioni nel recarmi a chieder perdono alla signora Dupuis. Ci avevo pensato nella notte e avevo finito per concludere: - Se tutto andrà bene e sarà sì, butto via quell’aula che non mi piace per niente e la chiamerò Lia, Lia! Lietta! bel nome... E me l’ero vista lì, accanto, nel letto: moglie, Dio ne liberi e scampi!

Ah come parla bene il francese la moglie di Quirino Renzi! E come fu amabile quella sera la signora Eulalia Dupuis! Tanto amabile, che, a un certo punto - figuratevi - non volendo ella darmi lo schiaffo che insistentemente io, già mezzo ebro, le chiedevo (eravamo soli nell’umile salottino della vecchia signora), le chiesi invece un bacio. Una donna che a tal richiesta si mette a ridere, non vi sembra una donna che vi dica: baciatemi? Ebbene, così feci io; ma ahimè, senza sentire nell’eccitazione, che mentre la baciavo ella divincolandosi strillava:

- Quirino! Quirino!

E Quirino irruppe nella stanza ridendo:

- Ah questo è un pò troppo, perbacco!

La mia faccia, in quel punto, s’immagina: non si descrive. Ma ora io dico, sì, ci sarà da ridere non lo nego: è un fatto però, caro Renzi, che tua moglie io l’ho baciata.

248E  -  Disdetta (Cont. e fine)

«Ariel», a. I, n. 13, 14 marzo 1898. Fernando [pseudonimo di Luigi Pirandello]

L’ho scontato, quel bacio, è vero; lo sconto tuttavia: ma l’ho baciata, ripeto.

Gli anni che Renzi passò a Roma, dopo il mio sciagurato equivoco, furono per me tanti anni di tortura. Marito e moglie vollero che frequentassi assiduamente la casa, e s’intende! Potevano rinunziare al divertimento che offrivo loro? Mi avevano, per così dire, vestito di ridicolo; dovevano rifarsi delle spese dell’abito, e del bacio.

E la signora Renzi fu chiamata Tupì, cara Tupì, dal marito, perchè pare che io pronunciassi così il cognome Dupuis, assunto da lei nella commedia. Il francese (non me ne vanto) lo conosco discretamente, ma forse lo pronunzio male: il naso non mi suona bene, un po’ intasato, come l’ho sempre. E Pitagora e Tupì fu il grazioso titolo d’un brutto scherzo comico in versi martelliani perpetrato da Quirino per render famosa negli annali della famiglia la memoria dell’avventura. Versi ZOppl ce n’erano parecchi, quaranta su cento per lo meno, ma che importa? Anche la gobba del figlietto sembra carina al padre; e Renzi ci teneva tanto a quella sua birbonata e la leggeva a tutti e la comentava in mia presenza; e tutti ridevano e ridevo anch’io, come una lumaca al fuoco.

V’immaginate poi l’imbarazzo mio, specialmente nei primi tempi di fronte alla signora? Quella donna sapeva bene, perdio, quanto mi piacesse le avevo fatto la mia brava dichiarazione d’amore (imbecille!), ero anche arrivato più in là, e avevo per giunta vagheggiato un’intera notte l’idea di farne la compagna della mia vita. E gli occhi, nel guardarla (o tentazione!) mi andavano sempre lì, nel posto in cui, tra lo schermirsi di lei, era caduto il mio bacio: su la guancia destra, presso l’occhio. E impallidivo.

Non è vero, domando io ora che non c’è poi tanto da ridere, in tutta questa storia? Eppure, ecco lì Tito Bindi e la sposina: saluti e sorrisi espressivi quasi ogni giorno. E anche la madre, la futura suocera, bruttò; arcigna vecchia, mi sorrideva ora.

Avrei voluto imbattermi qualche giorno da solo a solo nel Bindi, per domandargli se la presente felicità non gli offrisse alcun’altra cagione di riso, e in questo caso compatirlo ma non mi venne mai fatto. Desideravo inoltre da lui qualche notizia di Renzi e della signora.

Ma ecco, un bel giorno, arrivarmi da Forlì questo telegramma: «Brutti guaj, Pitagora! Sarò a Roma domattina. Pregoti accogliermi stazione, ore 8.20.» Firmato Renzi.

O come! pensai - ci ha qui il cognato, e vuol essere accolto da me? Feci su quel «brutti guaj » un mondo di supposizioni, tra le quali la più ragionevole mi parve questa: che Tito stesse per contrarre un pessimo matrimonio, e che Renzi venisse a Roma per tentare di mandarlo a monte.

Dopo circa tre mesi di saluti e di sorrisi confesso che per quella sposina nutrivo già un’antipatia irresistibile e qualcosa di peggio per la vecchia, arcigna madre.

Il domani, alle otto, ero alla stazione. E ora giudicate voi, se io non son davvero perseguitato da un destino buffone. Arriva il treno, ed ecco Renzi al finestrino d’una vettura: mi precipito... ah, maledizione! le gambe mi si piegano, mi cascano le braccia, come se qualcuno a un tratto mi avesse dato un gran pugno su gli occhi...

- Ho con me il povero Tito... - mi fa Renzi additandomi pietosamente il cognato!

Tito Bindi, quello lì? Come? E chi avevo io dunque salutato tre mesi per le vie di Roma? Eccolo là, Tito! Ah, Dio mio, in quale stato ridotto!

- Tito, Tito... ma come!... tu... - balbetto.

Egli mi butta le braccia al collo e scoppia in pianto dirotto... Perchè? Guardo a bocca aperta Renzi. Mi sento impazzire. Ma Renzi mi accenna con una mano alla fronte e sospira, chiudendo gli occhi, come per dirmi: «È leso di mente... ». Chi? lui, io o Tito? Chi è leso di mente?

- Su, via, Tito, sii buono! - fa Renzi al cognato. - Aspetta un po’ qui tieni d’occhio queste valige... Io vo con Pitagora a ritirare il tuo baule.

E, andando, mi narra sommariamente la storia miseranda del povero cognato, che da circa due anni e mezzo aveva preso moglie a Forlì: gli eran nati due bambini uno dei quali dopo quattro mesi era accecato; questa disgrazia, l’impotenza di provvedere adeguatamente con l’arte sua ai bisogni della famiglia, le continue liti con la moglie sciocca ed egoista gli avevano sconcertato il cervello. Ora Renzi lo conduceva a Roma per farlo visitare dai medici e divagarlo un po’.

Se non avessi visto con gli occhi miei Tito ridotto in quello stato, avrei senza dubbio creduto che Renzi volesse giocarmi qualche altro tiro. Tra lo stordimento e la pena gli confesso allora il nuovo equivoco in cui ero caduto, come io cioè, fino al giorno avanti, avessi salutato Tito promesso sposo per le vie di Roma. Renzi si mette a ridere.

- T’assicuro! - gli faccio io. - Tal quale! Tito purus et putus! Da tre mesi ci salutiamo e ci sorridiamo: siamo divenuti amiconi... Ora sì, ora noto la differenza! Ma perchè Tito, poveretto, s’è ridotto in quello stato... Quello che saluto io quasi ogni giorno è invece Tito com’era prima che partisse per Forlì, tre anni or sono... Figurati l’impressione che mi ha fatto vederlo così, ora, dopo averlo veduto jeri, verso le quattro, felice e raggiante con la sposina accanto...

La mia disdetta vuole che di quello che sento io nessuno mai debba o voglia tener conto: l’impressione provata da me alla vista del povero Tito era dolorosa, è vero? ebbene Renzi il cognato stesso, innanzi al bagagliajo, si teneva i fianchi dai troppo ridere. E poco dopo, per distrarre il malato, gli volle raccontare quest’altra avventura mia. E ci ho gusto: ne nacque quel che ne nacque.

Il poveretto, alienato. rimase in prima stranamente colpito dal mio abbaglio; ci lavorò su un pezzo con la fantasia sbalestrata, durante il tragitto dalla stazione all’albergo, e alla fine, afferrandomi un braccio, con tanto d’occhi sbarrati, confitti nei miei, mi gridò:

- Pitagora, hai ragione!

Io mi spaventai; mi provai a sorridergli:

- Che cosa, caro Tito?

Hai ragione! - ripetè egli senza lasciarmi, ilarandosi in volto. - Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti sono io, Pitagora,

proprio io, che non ho mai lasciato Roma; io giovane, bello, libero e felice, come tu ogni giorno mi vedi e mi saluti... Ah sì sì, abbiamo fatto un brutto sonno, Quirino mio! Dammi un bacio! Io non ho moglie, non ho figliuoli... Qui c’è Pitagora che te lo può dire... È vero Pitagora? È vero che tu m’incontri ogni giorno per le vie di Roma? E che faccio io a Roma? Dillo a Quirino... Faccio il pittore, ad onta della gente cretina che non mi vuol mai comprare un quadro... Ma non importa! Viva la gioventù! Noi due siamo scapoli... ancora scapoli...

- E la sposina? - mi lasciai scappare disgraziatamente, senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel raccontargli l’equivoco, aveva tralasciato questo particolare.

Il volto di Tito s’abbujò a un tratto. Mi riafferrò, questa volta per tutt’e due le braccia:

- Come! Prendo moglie un’altra volta?

- Ma che! - gli faccio io, subito, a un cenno di Renzi. - Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con quella fanciulla...

- Scherzo? e faccio male! malissimo! - incalzò Tito. - Non bisogna scherzare... Si comincia sempre così, Pitagora mio! E poi... e poi...

Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi il volto con le mani. Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di consolarlo: - No, no! - ci rispondeva egli. - Se prendo moglie anche qui a Roma, che sarà di me? Vedi come mi sono ridotto a Forlì, caro Pitagora? A ogni costo a ogni costo bisogna impedirlo, subito! Anche lì ho cominciato scherzando...

- Ma noi siamo qui per pochi giorni, - gli disse Renzi. - Il tempo di contrattare con due o tre signori per l’acquisto dei tuoi quadri, come s’era rimasti. Ce ne torneremo subito a Forlì...

- E non giova a nulla! - rispose Tito con un gesto disperato delle braccia. - Ce ne torneremo a Forlì, e Pitagora continuerà pur sempre a vedermi qui a Roma... Né può essere altrimenti! Perchè standomene lì, io vivo sempre a Roma, Quirino mio, sempre. Negli anni miei belli, scapolo, libero, felice... come Pitagora appunto m’ha visto, jeri stesso, è vero?... Eppure jeri noi eravamo a Forlì: vedi che non dico bugie...

Commosso, esasperato Quirino Renzi squassò il capo e strizzò gli occhi per frenar le lagrime: fin adora la pazzia del cognato non gli si era rivelata in così disperate proporzioni.

Lo conducemmo fuori per divagarlo; ma per via, man mano che egli si calmava riconoscendo i luoghi, un’inquietudine angosciosa s’impossessava di me. Se per disgrazia - pensavo - ci avvenisse d’imbatterci in quell’altro! E la mia inquietudine cresceva di punto in punto, nel vedere che Tito già in preda a un’affliggente gaiezza, girava gli occhi di qua e di là per ogni verso, instancabilmente. Lo riconoscerebbe senza dubbio, - dicevo tra me guardandolo: - La somiglianza è straordinaria! E poi con quelle scarpe che strinano a ogni passo quel bestione lì fa voltar tutta la gente... - E mi pareva di sentir da un momento all’altro dietro a me il dri dri dri di quelle scarpe.

Poteva il caso non avvenire? Manco a dirlo! Avvenne il domani, quando meno me l’aspettavo. Renzi era entrato in un negozio, e io e Tito lo aspettavamo innanzi al Caffè Aragno. Io guardavo impaziente il negozio donde Renzi doveva uscire, e ogni minuto d’attesa, lì fermi, mi sapeva un’ora: a un tratto mi sento tirar per la giacca e vedo Tito con la bocca aperta a un sorriso muto di beatitudine e con due grosse lagrime che gli gocciavano dagli occhi chiari e lucenti. Lo aveva scorto! e me l’additava lì, a due passi, solo, fermo su lo stesso marciapiedi.

Mettetevi un po’ una volta nei panni miei, senza ridere! Quel signore, nel vedersi guardato e additato a quel modo, si turbò; ma poi, accorgendosi di me, mi salutò al solito. Io mi provai a fargli un cenno, mentre coll’altra mano cercavo di portarmi via Tito. Non ci fu verso!

Per fortuna colui aveva compreso il mio cenno e sorrideva; aveva però compreso soltanto che il mio compagno era pazzo: non si era affatto riconosciuto nelle fattezze di Tito, mentre questi, sì, subito, in quelle di lui. E gli si era accostato e lo contemplava estatico e lo accarezzava nelle braccia e nel petto, pian piano, susurrandogli: - Come sei bello... come sei bello... Questo è il nostro caro Pitagora...

Quel signore mi guardava e sorrideva nell’imbarazzo; io per tranquillarlo gli sorrisi addolorato. Non l’avessi mai fatto! Tito notò quel nostro sorriso e, sospettando subito qualche inganno, si rivolse minaccioso a colui:

- Non prender moglie, imbecille: mi rovini! Vuoi ridurti come me? Lascia quella ragazza, non ci scherzare... Tu non hai esperienza...

E giù un diluvio di parole, tra gesti concitati... La gente cominciava a far siepe intorno quando Renzi accorse e a viva forza si trascinò via il cognato.

Vi risparmio le risa di quel signore, allorchè io, poco dopo, gli spiegai ogni cosa. Eppure, non so, mi parve ch’egli ridesse male, che non ridesse tanto di cuore... Quasi ferito nell’amor proprio, mi domandò:

- Ma mi somiglia proprio tanto?

- Ah ora no! - gli risposi. - Ma se Lei lo avesse visto prima, tre anni fa, scapolo, qui a Roma...

- Speriamo allora, che fra tre anni, - fece il signore - io non debba ridurmi come lui.

- Ah, no davvero! - gli augurai io. - Intanto guardi: finora io La ho salutata per Tito Bindi... vorrei aver l’onore, or che l’equivoco è chiarito, di salutarla col Suo vero nome. Eccole la mia carta da visita.

E sono stato sciocco una volta di più!

Prima almeno questo signore rideva di me senza sapere come mi chiamassi. Ora lo sa, e può dire: Rido proprio di te, Camillo Bandoni!

E meno male, alla fin fine, che non mi chiama Pitagora anche lui!

FINE.

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011