Luigi Pirandello

APPENDICE

vol.  116

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

212A  -  Capannetta

213A  -  La ricca

214A  -  L’onda

215A -  La signorina

216A  -  L’amica delle mogli

217A  -  I galletti del bottajo

218A  -  Il «no» di Anna

219A  -  Il nido

220A  -  Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

221A  -  II. L’accordo

224A  -  Chi fu?

225A  -  Natale sul Reno

226A  -  Sogno di Natale

227A  -  Le dodici lettere

228A  -  Creditor galante

229A  -  La paura

230A  -  La scelta

231A  -  Alberi cittadini

232A  -  Prudenza

233A  -  La signora Speranza

234A  -  La Messa di quest’anno

235A  -  Stefano Giogli, uno e due

236A  -  Maestro amore

237A  -  Colloquii coi personaggi - I

238A  -  Colloquii coi personaggi - II

239A  -  I due giganti

240A  -  Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea

241A  -  Sgombero

242B  -  Lillina e Mita

212A  -  Capannetta

[La Gazzetta del popolo della Domenica, 1 giugno 1884]

Bozzetto siciliano

Un’alba come mai fu vista.

Una bimba venne fuori della nera capannetta, coi capelli arruffati sulla fronte e con un fazzoletto rosso-sbiadito in testa

Mentre andava bottonando la dimessa vesticciola, sbadigliava, ancora abbindolata dal sonno, e guardava: guardava lontano, con gli occhi sbarrati come se nulla vedesse

In fondo, in fondo, una lunga striscia di rosso infuocato s’intrecciava in modo bizzarro col verde-smeraldo degli alberi, che a lunga distesa lontanamente si perdevano.

Tutto il cielo era seminato di nuvolette d’un giallo croceo, acceso.

La bimba andava sbadatamente, ed ecco... diradandosi a poco a poco una piccola collina che a destra s’innalzava le si sciorina davanti allo sguardo l’immensità delle acque del mare.

La bimba parve colpita, commossa dinanzi a quella scena, e stette a guardar le barchette che volavano su l’onde, tinte d’un giallo pallido.

Era tutto silenzio. - Aliava ancora la dolce brezzolina della notte, che faceva rabbrividire il mare, e s’innalzava lento, lento un blando profumo di terra.

Poco dopo la bimba si volse - vagò per quell’incerto chiarore, e giunta sull’alto del greppo, si sedette.

Guardò distratta la valle verdeggiante, che le rideva di sotto, ed aveva cominciato a cantilenare una delicata canzonetta.

Ma, ad un tratto, come colpita da un’idea, smise di cantare, e con quanta voce aveva in gola, gridò:

- Zi’ Jeli! Oh zi’ Jee...

E una voce grossolana rispose da la valle:

- Ehh...

- Salite su... ché il padrone vi vuole!...

*

Frattanto la bimba ritornava verso la capannetta, a capo basso. - Jeli era salito ancora sonnacchioso con la giacca sull’omero sinistro e la pipa in bocca - pipa, che sempre lasciava dormire tra i denti.

Appena entrato salutò papà Camillo, mentre Màlia, la figlia maggiore del castaldo, gli piantò in faccia due occhi come saette, da bucare un macigno.

Jeli rispose allo sguardo.

Era papà Camillo un mozzicone di uomo, grosso come una botte.

Màlia all’incontro aveva il volto d’una dama di Paolo Veronese, e negli occhi ci si leggeva chiaramente la beata semplicità del suo cuore.

- Senti, Jeli, - disse Papà Camillo, - prepara delle frutta, ché domani verranno i signori di città. - Buoni, sai!... se no.. Come è vero Dio!...

- Oh! sempre la stessa storia, - rispose Jeli, - e sapete voi che queste le son cose da dire... e poi... a me!...

- Intanto, - riprese papà Camillo - e prendendolo pel braccio lo portò fuori della capanna - intanto..., se un’altra volta ti viene il ticchio di... Basta. Tu mi capisci...

Jeli rimase come interdetto.

Papà Camillo scese per la valle.

Non si potea dar di meglio e il giovane saltò alla capannetta.

- Siamo perduti! - fece Màlia.

- Sciocca! - disse Jeli, - se non ci riesco con le buone...

- Oh! Jeli, Jeli che vuoi tu dire?

- Come, non mi comprendi? Fuggiremo.

- Fuggiremo? - disse la fanciulla, sorpresa.

- O..., - soggiunse Jeli - e si mise la falce lucente attorno al collo...

- Mio Dio ! - esclamò Màlia, come se un brivido le corresse per tutto il corpo.

- A questa sera, bada, a sette ore! - disse Jeli e sparì.

La fanciulla mandò un grido.

*

Abbuiava.

L’ora stabilita si avvicinava, e Màlia pallida, pallida, con le labbra come due foglioline di rosa secca, stava seduta dinanzi alla porta.

Guardava il piano verdeggiante che si inondava di buio - e quando lontanamente la squilla del villaggio suonò l’Ave, pregò anche lei.

E quel silenzio solenne, parve divina preghiera di Natura!

Dopo lungo aspettare Jeli venne. Questa volta avea lasciato la pipa, ed era un poco acceso e molto risoluto.

- Così presto? - disse Màlia tremante.

- Un quarto prima, un quarto dopo, è sempre tempo guadagnato - rispose Jeli.

- Ma...

- Santo diavolo! mi pare tempo di finirla con questi ma... Non sai tu, cuor mio, di che si tratta?...

- Lo so bene! lo so tanto bene... - s’affrettó a rispondere Màlia, che non poteva adattarsi a quella sconsigliata risoluzione.

Frattanto un fischio lontano avvertì Jeli che la vettura era pronta.

- Su via! - disse; - Maliella mia, coraggio! È la gioja che ci chiama...

Màlia mandò un grido - Jeli la prese per il braccio e di corsa...

Come pose il piede nella carretta - A tutta furia! - gridò.

I due giovani si strinsero e si baciarono con libertà per la prima volta.

*

A nove ore papà Camillo ritornò dalla valle e fischiò potentemente.

Venne la bimba in fretta e prima che fosse giunta:

- Dove è Jeli? - le domandò; - hai tu veduto Jeli?

- Padrone!... padrone!... - rispose quella con voce ansante, soffocata.

- Che cosa vuoi tu dirmi? Mummietta! - ruggì papà Camillo.

- Jeli... è fuggito... con Maliella...

...

E un suono rauco... selvaggio fuggì dalla strozza di papà Camillo.

Corse... volò alla capanna: prese lo schioppo e fece fuoco in aria. La fanciulla guardava tramortita.

Era uno spettacolo strano la collera pazza di quell’uomo. Un riso frenetico scattò dalle sue labbra e si perdé in un rantolo strozzato. - Non sapea più quel che si faceva... E fuori di sé appiccò il fuoco alla capannetta come per distruggere ogni cosa che gli parlava di sua figlia. - Poi di corsa furiosa, con lo schioppo in mano, via per il viale, dove forse sperava trovare gli amanti.

*

Per la lugubre sera salivano al cielo sanguigne quelle lingue di fuoco...

Fumava la nera capannetta, fumava crepitando, come se col lento scoppiettio volesse salutare la bimba, che pallida, inorridita, con gli occhi fissi la guardava.

Pareva che tutti i suoi pensieri seguissero la colonna di fumo, che s’innalzava dalla sua modesta dimora...

Fumava la nera capannetta, fumava crepitando, e la bimba stette muta a riposar gli sguardi sulla cenere cupa.

Palermo ’83

213A  -  La ricca

[La Tavola Rotonda, 13 novembre 1892]

Solevan le tre sorelle di Giulia Montana maritate così senza aspettar tempo e amore, secondo la lor condizione sociale e i beni di fortuna, sparlare a preferenza della sorella rimasta nubile ostinatamente, e sfoggiando sotto voce massime prudenziali comentavan con amarezza le più serie proposte di matrimonio da lei respinte; e da buone figliuole, commiseravano il vecchio padre inasprito sempre e rigido, come di marmo, verso quell’ultima figlia, e anche lei, la povera Giulia, per quella sua disgrazia, come esse dicevano.

La disgrazia della povera Giulia era un amore indirizzato male, senza prudenza; un amore insomma che guardava in giù, dalla ricca vettura padronale, tra le persone che vanno a piedi a passeggio.

Maria, la più piccola delle tre, sospirava:

- Rifiutar Nicola Pàncamo! Peccato!

Era Nicola Pàncamo cognato della seconda sorella, della placida Anna; alto appena cinque palmi, già quasi calvo a trent’anni, e con certe gambette piccole come due dita, sempre aperte per regger meglio il peso della pancetta precoce - tal quale, del resto, il fratello Giorgio, il marito di Anna.

- Follie! Dio voglia, non se ne debba mai pentire! - aggiungeva Elena, la maggiore. - Non è più una ragazza, ormai: ventisei anni e ancora così! Sarebbe stata una fortuna per lei e pel babbo.

Anna era sempre per pigliar parte alla conversazione; ma i suoi occhi azzurri ombreggiati da lunghe ciglia bionde si volgevano involontariamente a quella delle due sorelle, che aveva taciuto, e pareva con quel placido sguardo le permettesse di dir ciò che doveva dir lei, assentendo col capo e con un sorrisetto costante a ogni frase, come se fosse sua, e ripetendone di tratto in tratto, quasi macchinalmente, le ultime parole: Ventisei anni... Una fortuna per lei e pel babbo.

- Per chi, poi? Per Enrico Santagnese! - inveiva Maria, la più accanita, aprendo il fuoco contro quel povero Enrico amato dalla sorella. Ma, alla fin fine, come se tutte e tre avessero pietà della magrissima persona del giovine, non lo mordevano a sangue abbastanza! Ahimè, di sangue, ne mostrava tanto poco quel poveretto, sempre pallido, sempre malaticcio. Poi, con lui, con le sorelle di lui, prima che il padre, Carlo Santagnese, uno dei più ricchi armatori siciliani, perdesse tutta la fortuna, erano state tanto tempo vicine di casa, amiche d’infanzia, compagne di cari giuochi. - S’è ridotto a far l’agente di navigazione, ora!

- L’agente di navigazione... - ripeteva Anna, rigirandosi continuamente gli anelli intorno alle dita.

- Vive alla giornata, poveretto, e gli tocca per giunta mantener la madre e le sorelle, si sa!

Non s’affacciavano però all’idea che Enrico Santagnese si facesse amar da Giulia per la dote: no! dicevano solamente, che per quanto egli non ci pensasse, pure quella piccola appendice all’amore, via, non gli avrebbe mica fatto dispiacere. Naturale! Ma anche con la dote, come avrebbero potuto vivere in città, frequentar la società? Senza dubbio, coi gusti di Giulia, si sarebbero creati presto degl’imbarazzi. Era dunque ammissibile? - Non era ammissibile.

- Alla fin fine, poi - ripigliava Elena - sarei curiosa di sapere, che trova Giulia di straordinario in Enrico. Brutto non è, è vero; ma Dio mio! pare un cristo spirante...

- Antipatico - si contentava di aggiungere Anna.

E Maria:

- Un cuoricino così! Senza spirito, senza fiato... Buono, poveretto; ma un fil di paglia - insipido. Datemi pure addosso, io, sentite, per me quei capelli d’oro matto non li ho potuti mai soffrire... Ma già, ha pure gli occhi neri, dunque: tipo di bellezza!

Dal canto suo Felice Montana, il padre, duro e inflessibile, rompeva il cupo silenzio abituale per dire: - Finché io vivo, non lo sposerà!

E pareva che queste parole gli restassero incise tra le ciglia sempre aggrottate.

*

Della velata commiserazione delle sorelle, dell’assoluta opposizione del padre si nutriva, per dir così, l’amore di Giulia Montana per Enrico Santagnese: era forza di quell’amore l’irritazione prodotta dall’invincibile ostacolo.

Alla rigida e chiusa inflessibilità del padre, Giulia opponeva la sua non men rigida e chiusa.

Tra loro due rimasti soli in casa da sei anni, non si scambiava mai una parola più del necessario. Egli attendeva come sempre alla direzione degli affari di banca e dei negozi di zolfo; ella a le abituali occupazioni: la pittura, la musica, la lettura, il ricamo.

Dopo il rifiuto opposto alla domanda del Pàncamo, il padre non le aveva più comunicato nessun’altra domanda. Eran venuti allora a un’aperta spiegazione.

- È inutile parlarne. Né il Pàncamo, né altri! Non voglio sposare, non sposerò mai nessuno - aveva dichiarato Giulia.

- O Enrico Santagnese...

- O Enrico Santagnese, o nessuno.

Liberissima di farlo, le aveva risposto il padre; la legge ormai le permetteva di ribellarsi all’autorità paterna: liberissima! egli però non le avrebbe dato un soldo di dote: la legittima, alla sua morte; il consenso, mai!

Da quel giorno Giulia s’era chiusa tutta in se stessa, in uno stato d’animo sempre uguale, inalterabile, senz’aspettativa per nessuna evenienza.

Non vedeva che rare volte Enrico Santagnese, o a passeggio, dall’alto della sua carrozza, lungo il viale del Giardino Inglese; d’onde Enrico, tra gli alberi, salutava costantemente il vecchio banchiere, senza aver mai risposta al saluto, o in certi pomeriggi, lungo il Corso Scinà, mentr’ella stava alla finestra.

Erano incontri, sguardi fuggevoli, miti come una domanda ansiosa e sommessa da parte d’Enrico; fermi, quasi solenni, da parte di Giulia.

«Ancora?», chiedevan gli occhi d’Enrico.

«Ancora!», rispondevan quelli di Giulia, pieni di cuore e d’impero.

Ella amava così, da undici anni, il suo mite adoratore. Era un amor misto d’orgoglio e di pietà, quasi: orgoglio di sé, pietà di lui. Certamente, neppur l’ombra della sentimentalità, in lei, delle solite scipite storie d’amore. Giulia Montana amava il lusso e la ricchezza, compresa della signoria che l’uno e l’altra danno usati con arte e con gusto; amava la società delle persone del suo ceto, pur giudicandole, la maggior parte, sciocche e banali, e subendo come una legge le affabilità affettate, i vani orgogli mondani. Era, per esempio, un conforto per lei il pensare che Enrico Santagnese tornando ad esser ricco come una volta, avrebbe saputo vivere e spendere da gran signore. Molti, e fra questi i suoi parenti, avevan di lei il concetto che fosse una creatura fredda, impassibile; ma a torto. Certe volte, pareva veramente ch’ella si fosse imposta una parte, e che la rappresentasse sempre, in casa e fuori; finanche a se stessa; pareva che mai nessuna meraviglia esistesse per lei, né per gli occhi, né per l’anima. Signora sempre di sé e dotata d’una percezione straordinaria, penetrava tutto, tutti eran come fanciulli in faccia a lei. Impossibile dire una cosa ch’ella quasi non prevedesse. Entrando in una sala, sapeva e mostrava di sapere che molti pensavano a lei, che tutti l’aspettavano, che procacciava a tutti un piacere con la sua presenza; quantunque nessuno forse trovasse amabile il suo contegno più tosto serio, non sciolto certo, né leggiadro. Ma il fascino traspirava dalla sua anima chiusa, come un liquido odore dai pori d’un’ampolla suggellata.

Quel profumo d’eleganza ch’ella spargeva nelle sale della società per riceverne in ricambio un trionfo mondano, i suoi trionfi la rallegravano però soltanto pel fermo pensiero, ch’ella aveva di lui, d’Enrico Santagnese, e perché anche di ciò poteva fargli sacrifizio.

*

Or da qualche tempo Felice Montana si mostrava molto più cupo del solito, e più profonda era divenuta l’impronta, cui l’indole taciturna e meditativa gli aveva inciso tra le ciglia. Se ne stava spesso seduto con gli occhi chiusi a escogitare evidentemente qualche nascosto rimedio; e pareva in quei momenti che le lunghe ciocche lievi dei bianchi capelli gli si sollevassero sul capo per la tensione della fronte fieramente contratta. Non era certo il pensiero della figlia, né l’ostinazione di lei, che lo tenevano così preoccupato.

E la figlia se n’era accorta, e lo spiava con gli occhi penetranti, in preda a una vaga inquietudine.

Di casa ormai non si usciva più come prima, quasi tutti i giorni. Giulia aspettava fino a tarda notte, leggendo nella sua stanza, di cui lasciava aperto l’uscio a bella posta, con le tendine tirate sui bracciuoli, che il padre uscisse dal suo studio. Lo vedeva passar curvo, nella ricca veste da camera, con le mani dietro la schiena, e la testa china sul petto; ma non osava andargli incontro e parlargli. Udiva richiuder l’uscio della stanza di faccia, e sospirava e stava incerta a pensare, dimenticando il libro e l’ora tarda.

Una notte Felice Montana, invece di recarsi nella sua stanza entrò in quella della figlia. Giulia si alzò stupita. Il padre si arrestò in mezzo alla stanza, levò la testa e le disse: - Siedi - come se quel movimento l’avesse disturbato. Un farfallone vellutato, nero, destato dall’improvviso alzarsi di Giulia, si mise a svolar pazzamente urtando contro il globo opaco della lampa sul tavolo. Anche di ciò s’infastidì evidentemente il vecchio; aspettò che il farfallone si quietasse di nuovo, poi parlò:

- Andiamo male - disse, scuotendo il capo. - Possibile? A conti fatti, l’esportazione dello zolfo è stata molto meno di tutti gli altri anni. Ho verificato sui libri di cassa. Appena la terza parte. Lo zolfo ormai si dà come pietra vile; non ha più prezzo. Nell’interno, c’è della gente che muore di fame. Colpa un po’ di tutti, nostra specialmente; l’ho predicato sempre. Nella zolfara grande di San Cataldo ho dovuto far sospendere i lavori d’estrazione. Che ce ne facciamo di tutto questo materiale inutile, che ci pesa sullo stomaco? Non si ricavan più neppure le spese! Ma questo è ancor nulla; non è di ciò che mi preoccupo. C’è di peggio.

Parlava come a se stesso, come continuando un pensiero nato nel suo studio, e l’esponeva così senza schiarimenti, per nulla dubitando che la figlia non l’intendesse.

- Circolano gravi notizie intorno alla compagnia di navigazione La Trinacria. Le credo ancora infondate. Mene, io dico, della nuova compagnia che vorrebbe impiantarsi. Però cominciano a inquietarmi, lo confesso.

Tacque, pensando; si passò forte una mano sulla fronte, poi scrollo le spalle e disse piano, andandosene: - Sarebbe la mia rovina.

Giulia restò perplessa, in piedi, presso il tavolo, guardando. Soprappresa così, non aveva capito nulla, aveva colto soltanto le ultime parole mormorate dal padre nell’andarsene: la mia rovina. Quando si riebbe da quell’insolito stordimento, andò fino all’uscio, guardò fuori nell’andito: buio e silenzio; l’uscio della stanza del padre, chiuso. Un’apparizione? pensò. La mia rovina! aveva detto così. Com’era venuto da lei, perché? che aveva voluto significarle, con quelle parole?

- Soffre molto! - esclamò forte, e subito si stupì della sua voce, come fosse uscita d’un’altra persona nella stanza. - Deve soffrir molto - ripeté piano, con gli occhi fermi in un punto. Quelle ultime parole le tornavano insistenti dalla memoria alle labbra, come per esser riflesse col suono sulla coscienza ancora ottusa: la mia rovina!... la mia rovina!...

Sedette, appoggiando i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani; lesse così, macchinalmente, alquanti righi sul libro che le stava aperto sotto gli occhi, quasi costretta e legata dal candor della pagina rischiarata dal lume; poi si scosse e con una mano scostò stizzita il libro. Quell’atto la distrasse momentaneamente, ed ella vago col pensiero, come in sogno.

Era un giorno grigio, autunnale. Andava con la vecchia governante per via del Borgo Nuovo. Presso Santa Lucia, la chiesetta sul mare, si sentì chiamare dall’alto, da una finestra. Una voce esile nel vento. Si volse. Non avrebbe voluto salire, a nessun patto; ma come dir di no? Avrebbero potuto credere che lei, ricca, disprezzasse ora l’amicizia e la casa dei poveri. Del resto, a quell’ora lui non era in casa certamente.

«Ah, se il babbo venisse a saperlo!», si diceva turbata salendo la scala dei Santagnese.

E sentiva ancora, nella visione, il turbamento e il disagio nel salir quegli scalini dal bigio intonaco, dall’alzata troppo alta, polverosi. E le ritornava anche in mente, come una puntura, il rimprovero, che allora faceva a se stessa: «Se il babbo venisse a saperlo!».

Rivedeva oppressa lo squallore di quelle pareti nude, la povera suppellettile smarrita quasi sul pavimento rifatto di fresco con mattoni di terracotta ancora imbrattati di calce qua e là; la malinconia delle pretenziose tendine di juta agli usci e a quei balconi, pei quali pareva entrasse nella stanza tutto il mare dinanzi, e tutto il cielo grigio e palpitante; e l’imbarazzo, l’imbarazzo di quelle povere fanciulle, le sorelle d’Enrico, e della vecchia madre, che sbucavano ad una ad una, sorridenti e impacciate, da una stanza contigua, dove certamente eran corse a mettersi in fretta chi un grembiale pulito, chi uno scialletto di lana trapunto, chi un fazzoletto a fiorami, per accogliere decentemente l’ospite ricca, l’antica compagna.

Poi, tutt’a un tratto, sopraggiungeva Enrico. Ed ella rivedeva lo stupore in quel volto pallido, in quegli occhi dolenti, e il sorriso timoroso, impercettibile, quasi una contrazione di meraviglia. Adesso, adesso capiva le parole ch’egli le aveva dette allora, e ch’ella nel turbamento, nell’ansia d’andar via, di scappar da quella casa, aveva appena udite. Si, Enrico le parlò della compagnia di navigazione La Trinacria; ella rammentava bene. Capiva adesso anche il turbamento del padre, l’apparizione di lui nella sua stanza, tutto, tutto.

Per quella notte non poté chiuder occhio.

Dopo qualche settimana Felice Montana ricevette una lettera di Enrico Santagnese, in cui questi, chiedendo ripetutamente venia dell’ardire che si prendeva ecc. ecc., lo scongiurava di disfarsi al più presto possibile, anche con perdita del settanta per cento, di tutte le azioni sulla Compagnia La Trinacria. Ma lo stesso giorno in cui gli pervenne questa lettera, il Montana fermo nel convincimento, che una Compagnia di quell’importanza non potesse rovinar così, da un giorno all’altro, senza gravi cause apparenti; incoraggiato e tradito da persone di sua fiducia addette alla Compagnia, aveva dato all’amministrazione quattrocento mila lire, sperando di rialzarne il prestigio.

Dopo tre giorni la Compagnia dichiarava il fallimento, e il Montana rovinava con essa. Al povero vecchio restava appena da viver ritirato con la famiglia. Fu quasi per ammattirne; si volle sbarazzar di tutto al più presto, della casa sontuosa, della rimessa: licenziò servi, come se in preda a una febbre smaniosa vedesse negl’improvvisi risparmi la sua salvezza.

- Sai? disse alla figlia. Il tuo Santagnese mi aveva messo in guardia con una lettera. Ora puoi sposarlo, se vuoi. Così lo ringrazieremo.. .

E rise orribilmente.

*

Le carrozze se l’eran portate via, una dietro l’altra, chiuse e coperte come carri funebri, sotto il piovoso mattino invernale. Oh quell’ultimo romor cupo di ruote sul lastrico, nel trarle dalle rimesse nel cortile!

Giulia assisteva a tutto, guardando dietro i vetri della finestra.

Anche gli otto cavalli «i più belli della città s’eran portati via, mossi per due, lungo il viale ancor bagnato dalla notte. I superbi animali se n’erano andati battendo la coda, quasi ballando sulle lucide anche, erte le orecchie e impettiti nella coperta di biondo albagio. Carrozze e cavalli passavan coi cocchieri e coi mozzi nelle stalle e nelle rimesse di altri signori.

Quanti viandanti si fermavano ad ammirar quei cavalli, a guardar poi la casa dei Montana! Alcuni scuotevan la testa; altri poi passavan dritti, per gli affari loro, ignari o non curanti.

E Giulia vi si guardava intorno con occhi, che parevan gonfii ancora d’un sogno lacrimoso.

- Piano! Piano! - udiva dalla stanza vicina. - Bada allo specchio! Così... Scosta quella poltrona! Ora giù... Piano! Ah, come si sta comodi qui!

Qualcuno si sedeva sulla poltrona, sbuffando, ed esercitandone le molle, villanamente. Smantellavan di là la gran sala , portavano via tutto!

Giulia vi si recava ogni tanto, come in sogno, per salvar qualche oggetto caro dalla rovina; ma ogni volta rientrava nella sua camera più smarrita, senza l’oggetto. Si affacciava all’uscio della sala, e s’arrestava. Tutta la mobilia smossa, in mezzo alla stanza; gli usci, le finestre, senza tende; le seggiole appajate, una sull’altra, e della paglia stesa sul tappeto, e trucioli di paglia dappertutto, sulle poltrone, sul sofà - Le sue carte da musica? Ah quelle no! quelle no! Il pianoforte non c’era più. E i grandi piatti dipinti da lei? e i due tamburelli? Anche quelli? - Le venivan le vampe al viso; chiamava la vecchia governante: era andata via anche lei?

Si chiudeva a chiave in camera sua. Ma neanche qui si sentiva più padrona. Andava in su e in giù, con la testa bassa; s’arrestava a un tratto colpita dalla sua persona, dalla sua veste bianca riflessa crudamente da uno specchio in ombra, che scendeva giù fino a terra; si guardava attorno, e altri due lunghi specchi la riflettevano nello stesso atteggiamento smarrito. Allora andava a sedere sulla poltrona accanto al letto dal gran parato a padiglione; chiudeva gli occhi ed aveva la sensazione del vuoto, come se la casa le crollasse sotto i piedi. S’afferrava ai bracciuoli della poltrona, restringendosi indietro, contro la spalliera, e guardava innanzi a sé, con gli occhi ingranditi, stranamente appuntati.

- Nulla! più nulla! - mormorò, e due lacrime calde le sgorgarono dagli occhi sempre fissi in un punto, e le scesero lentamente, lentamente per le guance. Il suono della sua voce l’aveva intenerita.

Non la casa soltanto crollava, crollava anche il suo sogno, l’amore. Ella aveva sognato di dare, di regalare il suo corpo magnifico e la sua ricchezza al mite adoratore. Or rovinavano tutti i progetti, cui la sua ricchezza aveva generosamente fabbricati, cui gli ostacoli avevano afforzati. Con la dote andava via anche l’amore. Rivide per un istante la povera casa dei Santagnese, al Borgo Nuovo, come in quel giorno grigio, autunnale.

- Entrare in quella casa? No, no, giammai. Entrarvi così, senza portarvi nulla, grata al marito della fede mantenuta, della costanza provata, e viver là, come le sorelle Santagnese, tra quelle pareti nude, col mare grigio in casa e la polvere della strada - ah, impossibile! impossibile!

Avrebbero avuto gli occhi d’Enrico Santagnese come nei giorni contrastati, lungo il viale del Giardino Inglese, mentr’ella passava superba nella ricca vettura, accanto al padre, la domanda ansiosa e sommessa: «Ancora?».

Oh, sì! certo! ma a che scopo, ormai? Giovine, no, ricca, neppure; e allora perché?

*

Due mesi dopo la completa liquidazione della casa Montana, Enrico Santagnese domandò formalmente la mano di Giulia. Il vecchio s’affrettò a comunicare alla figlia la domanda, che credeva attesa con impazienza.

Giulia Montana rispose: - no.

214A  -  L’onda

[Amori senza amore, Roma, stabilimento Bontempelli editore, 1894]

I

Era Giulio Accurzi, come si suol dire in società, un bel giovine: trentatré anni, facoltoso, elegante, non privo di spirito. Godeva poi, nel concetto degli amici, d’una specialità: s’innamorava costantemente delle sue inquiline.

Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui era annesso un terrazzo, che dava su un grazioso giardinetto riserbato per un’angusta scala interna al secondo piano; abitava in questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in poltrona.

Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora si poteva ritenere con certezza, che l’ingegnere Giulio Accurzi s’era già messo a far l’aggraziato con la filia hospitalis del piano inferiore.

Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del suo bene stabile. L’inquilino padre notava, con compiacenza, la squisita educazione e le premure del padron di casa; la figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente effetto della squisita educazione, come argomentava il padre, o dell’amore, come a lei era parso qualche volta di dover capire.

In ciò l’ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.

Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone sul terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell’amore in giù. Poi passava al secondo stadio: dell’amore in su, cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva accadere sull’entrare della primavera. Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei frequenti mazzi di fiori al primo piano: viole, geranii, lillà... Talvolta si spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto garbo, qualche magnifica alba plena alle due rosee mani tese in alto e aspettanti. E la luna soleva assistere dall’alto a queste scene, e Giulio Accurzi si chinava per chiasso a carezzar l’ombra della fanciulla projettata dal terrazzo sull’arena dorata del giardino. La fanciulla, dalla balaustrata di marmo, rideva sommessamente e dimenava la testa, o si tirava indietro d’un colpo per sfuggire con l’ombra all’innocua carezza. Ma tutto doveva finir lì, o altrimenti la scappatoja era pronta. Egli, dispiacente, annunziava al padre, che «col nuovo anno era costretto a rincarar la pigione». I suoi contratti con gli inquilini avevan tutti la durata d’un anno.

Prima che sua madre s’ammalasse così gravemente, Giulio Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.

- Eppure tu saresti l’ideale dei mariti! - gli dicevano gli amici. - Tu cerchi la comodità nell’amore. Riduci i due piani a un piano solo.

II

Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel primo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario Corvaja, il quale allora si trovava in Germania a perfezionare i suoi studii di filologia. Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicende, e pareva che il giorno delle nozze si perdesse ancora tra le nebbie dell’incertezza. Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla Germania; ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare un concorso per qualche cattedra di filologia all’Università.

Giulio Accurzi ignorava tutto ciò, però non sapeva rendersi ragione dell’aria dolente della signorina Sarni. La vedeva di raro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle uno scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.

Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei. Ella si fermava di preferenza a guardar due canerini in una gabbia sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano allegramente tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori allineati sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn’Amalia Sarni, aveva straordinaria cura. La fanciulla raccoglieva due tre violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, né levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove l’ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la seggiola, si struggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.

Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti bolli postali, dovevan correre molta terra, andar lontano, lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassù... Che ne sapeva Giulio Accurzi?

Egli era incantato della pace soavissima che regnava in quella casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di luce, una pace e un silenzio quasi conventuali. Donn’Amalia, alta e magnifica dalla faccia placida e ancor bella, non ostante i sessant’anni, attendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle faccende di casa; poi, sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché ella era molto divota.

La figlia conduceva altra vita. Si levava tardi da letto, sonava un po’ il pianoforte, più per distrazione che per diletto; poi, dopo colazione, leggeva o ricamava; la sera, o usciva un po’ colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa, né faccende domestiche, mai. Tuttavia, tra madre e figlia, un perfetto accordo, una tacita intesa, sempre.

Ogni tanto, il silenzio della casa era turbato dalla venuta dell’altra figlia della signora Amalia, maritata con Cesare Corvaja, fratello di Mario. La sposa portava sempre con sé i suoi due bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.

Allora soltanto, senza saper perché, l’ingegner Accurzi, tappato tutto il giorno in casa, sentiva aprirsi il cuore alla gioia: vedeva dal balcone i bambini e la signorina Sarni irrompere sul terrazzo, sentiva i sorrisi, il suono carezzevole della voce di lei; la vedeva chinarsi innanzi ai nipotini, che le saltavano al collo pieni di desideri e di moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.

- Il babbo dov’è, Rorò?

- Lontano... lontano... - rispondeva Rorò, stringendo gli occhi e strascinando le due parole col musino in fuori.

Cesare Corvaja era primo macchinista sui vapori della Compagnia di Navigazione Generale Italiana, e faceva i viaggi d’America.

- Che ti porta il babbo, Mimì, quando ritorna?

- Tante cose... - rispondeva placidamente Mimì.

Nel frattempo, dentro, la madre e la figlia maggiore parlavano di Agata, della mutata indole di lei dopo la promessa di matrimonio, e specialmente dopo la mortale malattia superata a stento, mercé le cure dei parenti di Mario Corvaja.

- Ostinata! - sospirava la madre. - Non vuol sentir ragione; non vuol capire... Eppure s’è accorta, ch’egli non l’ama più! Certe notti la sento piangere sommessamente... Mi si rompe il cuore, credimi; ma non so dirle nulla. Ho sempre paura, non le ritorni quel brutto male...

- Che pazzia! Che disgrazia! - esclamava dal canto suo la sorella, contraria fin dal principio a quel progetto di nozze.

Che sapeva di tutto ciò Giulio Accurzi intento allora a compiacersi dal balcone delle carezze di Agata ai bimbi, e delle moine di questi alla zietta?

III

Sul finir dell’estate Agata s’ammalò gravemente. Già ella s’anneghittiva di far qualunque cosa. La pena chiusa, la chiusa malinconia a poco a poco s’eran disciolte nel tedio. Rimaneva più del solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto affatto l’appetito, e non ascoltava più né gli incitamenti, né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.

Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un giorno dal suo vecchio giardiniere, si spinse fino a interrogar per le scale il medico. La risposta di questo lo turbò doppiamente: egli apprese soltanto allora che la signorina Sarni era promessa sposa, e che s’attendeva fra giorni il fidanzato, vista la cattiva piega che pigliava la malattia.

- Ah, è fidanzata!

Da quel giorno egli non ebbe più pace; voleva a ogni costo convincersi ch’era sciocco addirittura interessarsi tanto «della salute d’una sua inquilina». Costringeva se stesso a uscir di casa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo ogni tanto affacciarsi al balcone a spiare, se qualcuno si facesse al terrazzo sottoposto. Perché? Non lo sapeva lui stesso! Certo, non per domandar notizie di lei: non gli sarebbe parso ben fatto. Forse per scoprire dall’atteggiamento di qualche volto lo stato della malattia. E ogni volta, per imporre un termine a quell’aspettativa, ch’egli pur riconosceva puerile, ricorreva a un’altra puerilità: si metteva a contar fino a cento.

- Se nel frattempo nessuno s’affaccia, me ne vo...

E cominciava lentamente:

- Uno... due... tre...

Poi, nel contare, s’astraeva, e soltanto le labbra continuavano a mormorare i numeri. Talvolta, col cappello in capo, già pronto per uscire, giungeva a contare fino a trecento; alla fine si stancava, e infilava la porta. Doveva far violenza a se stesso per non fermarsi a origliare sul pianerottolo del primo piano. Per via, schivava gli amici, non riusciva a distrarsi. Gironzava un po’ senza direzione, annoiatissimo; e alla fine, come spinto da un subitaneo pensiero, ritornava frettolosamente sui proprii passi.

«Forse a quest’ora sarà arrivato!»

Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata. Si struggeva dalla smania di vederlo, di conoscerlo, senza saper chiaramente il perché di quella sua curiosità.

La madre, per quanto ormai non s’interessasse più di nulla, già stanca di tutto, finanche d’aspettare e di chiamar la morte, s’era accorta del cambiamento del figlio; e un giorno gli disse:

- Giulio, non far pazzie!

- Che pazzie, mamma! - rispose l’ingegnere Accurzi, a cui ormai recava più irritazione che pietà il modo di parlare della madre, il tono della voce e il movimento della testa.

E pure, una pazzia forse l’aveva commessa. Sì: lo riconosceva egli stesso, e n’era turbato. Aveva fermato per la scala anche la sorella d’Agata, Erminia, e dal modo come le aveva parlato, temeva non avesse ella potuto sospettare ch’egli fosse così insensato da accarezzar delle idee sulla sorella promessa a un altro.

«Chi sa che avrà pensato di me! Sciocco...»

Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d’essere innamorato della signorina Sarni.

«Tra me e lei non c’è stato mai nulla...»

E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona qualsiasi, per la quale si sentisse soltanto pietà sapendola in condizioni gravi di salute.

«Povera signorina!» si diceva «Così buona!... E quell’imbecille che non torna! Se tarda ancora, non la rivedrà...»

*

Il viavai per la scala divenne vieppiù frequente. Giulio dal pianerottolo superiore, curvo sulla ringhiera, spiava chi saliva e chi scendeva. Altri medici erano accorsi al letto della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto dalla lunga barba bianca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla campagna. Giulio apprese che l’acuto della malattia era superato, ma che tuttavia la malata, vinta dall’estrema debolezza, era in preda a furori isterici che la rendevan quasi pazza...

- S’è tagliati, tartassati i capelli!... Non si riconosce più... - gli aveva detto la serva. - Chiama sempre il fidanzato... Pare che egli non voglia più tornare... Se vedesse, che spettacolo giù...

«Non vuol più tornare? Come! La lascerà morire così?», pensava Giulio, struggendosi dentro.

La porta del primo piano s’apriva di tanto in tanto rumorosamente, e qualcuno ne usciva lanciandosi a precipizio per la scala; Giulio si destava di balzo dalle sue fantasticaggini, impallidiva...

«Che sarà avvenuto?... Muore?...»

Ecco altra gente sul pianerottolo, giù; donn’Amalia, Erminia dai volti disfatti... Chi s’attende? S’è fermata una vettura dinanzi al portone. Ecco, è lui, Mario Corvaja, il fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga barba bianca, il padre. Finalmente è tornato!

- Ebbene, come sta? - chiede Mario con ansia alla madre di lei, pallido, con le ciglia aggrottate. Poi tutti rientrano, e la porta si richiude.

Dove mai Giulio aveva udito quella voce? Sì, egli conosceva di vista Mario Corvaja. Era dunque colui il fidanzato di Agata? E che avveniva laggiù, in quel momento, nella camera della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena d’arrivo. Dopo un’ora all’incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre. Lo seguì con gli occhi, dal balcone, lungo la via piena di sole. Dove si recava? Perché gestiva così vivacemente parlando col padre? E aveva lasciata così presto la malata? In che condizioni era ella?

Sul far della sera Giulio vide don Giacomo Corvaja ritornare in casa Sarni senza il figlio. Seppe dopo, che Mario era ripartito per Roma lo stesso giorno dell’arrivo. Il suo ritorno dunque era stato come un’apparizione. Il domani Agata con la madre e con don Giacomo Corvaja partì per la campagna.

Giulio Accurzi indovinò che il progetto di matrimonio tra Mario Corvaja e Agata Sarni era andato a monte. Che era avvenuto? Ella s’era ammalata per lui, ed egli l’aveva abbandonata! Perché dunque? Che pretendeva di più quello sciocco? Come non amare una creatura, che a lui, Giulio Accurzi, pareva così degna d’amore? Ed ella forse lo rimpiangeva...

Provò, così pensando, un’indefinibile gelosia, un sordo rammarico, quasi rancore... Non vi poteva far nulla, lui? Quasi quasi avrebbe voluto intromettercisi, tanta era la stizza che provava per l’agire di quello sciocco lì... Intromettersi! E in qual modo?

«Se la son portata via nella campagna di lui! Sciocchi! E perché? Come si potrà distrarre lassù?» pensava intanto, tra le smanie. «Sarebbe molto meglio che vi morisse...»

V

Aveva però avuto la fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi a scendere per la scala quando la vettura di ritorno dalla campagna dei Corvaja, si fermò dinanzi al portone della sua casa. Giulio Accurzi non poté trattenere un moto e un’esclamazione di sorpresa alla vista di Agata, che già scendeva dalla vettura sorretta dalla madre. Turbato, con le mani tremanti, accorse a prestare ajuto alle due donne; offrì il braccio alla convalescente, e la sorresse lungo la penosa salita, ripetendo a ogni scalino: - Piano... così... S’appoggi, signorina! piano!...

Dinanzi alla porta ella lo ringraziò timidamente, con gli occhi bassi, inchinando la testa. Egli arrossì, si confuse, e appena la porta fu richiusa, mormorò: - Come s’è ridotta! E subito dopo: - Quanto lo amava!

Non pensò più che stava per uscire, e continuò a salir lentamente la scala, a capo chino, percotendosi le gambe coi guanti che teneva in mano.

- Come s’è ridotta! - ripeté a fior di labbra fermandosi indeciso innanzi alla porta di casa. Trasse macchinalmente di tasca la chiave, ed entrò.

Allora sentì chiamarsi dalla madre, e accorse subito, molto sorpreso di ritrovarsi in casa sua.

- Che ti sei scordato? - gli domandò la madre con voce nasale, stanca, piegando da un lato la testa avvolta sempre in un fazzoletto nero di lana.

- No... nulla... mi son seccato... Sai? Son ritornate le nostre inquiline del primo piano...

- Ho capito! - sospirò stanca la madre, ripiegando la testa dall’altro lato, e chiuse gli occhi.

Quell’esclamazione e quel movimento irritarono Giulio.

- La signorina è stata molto male, è ancora ammalata - s’affrettò egli a dire con tono risentito.

- È giovine, non temere, guarirà! - rispose con la stessa voce l’inferma senza aprir gli occhi.

Giulio rientrò nella sua camera, e sedé su una poltrona, senza pensar di togliersi il cappello e di posar guanti e bastone.

«Quanto lo amava!» mormorò di nuovo a se stesso, scotendo a lungo, lentamente, la testa, con gli occhi appuntati. «E quell’imbecille....»

Si levò da sedere, andò in su e in giù per la stanza, a capo chino...

L’aveva riveduta; le aveva offerto il braccio, aveva sentito il dolce peso di quel corpo affranto dalla passione, e avrebbe voluto portarla su in braccio per risparmiarle la pena di quella salita... Così pallida e stanca gli era sembrata più bella!

Ed ella gli aveva detto grazie...

VI

Passarono per Giulio Accurzi due mesi di continue smanie. Agata non si lasciava più vedere al terrazzo, non usciva più di casa. Alle sue costanti domande alle persone di servizio - Come sta la signorina? - otteneva un - Meglio - per tutta risposta, e poi in seguito un - Adesso sta bene - e null’altro. Non voleva parere indiscreto. Intanto, non lavorava più. Veramente, aveva sempre lavorato poco; ma prima, almeno, gli piaceva di studiare o di leggere; s’era fatta così una varia e larga coltura; adesso, non gli riusciva più d’arrivare in fondo a una pagina, fosse pur di romanzo. Invece si prendeva molta più cura della persona: s’affliggeva dinanzi allo specchio dei suoi capelli biondi che si diradavano man mano specialmente sul lato sinistro, slargandogli un po’ troppo la fronte; diventava minuzioso per tutto ciò che si riferiva all’acconciatura: voleva essere inappuntabile. Ma poi, dopo tanto studio e tanta cura, non usciva di casa, sedeva o s’appoggiava sulla ringhiera di ferro del balcone, e aspettava... Vedeva sul vespro donn’Amalia Sarni uscir sul terrazzo ad annacquare i fiori, e allora egli seguiva attentamente la mela dell’annaffiatoio che spandeva acqua in minuta pioggia sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli s’indugiava quanto l’annaffiatoio. Così faceva il giro della balaustrata. Certi giorni poi s’avviliva di produrre inutilmente quel genere di vita. Avrebbe volentieri intrapreso un viaggio. Ma sì! A chi affidar la madre?

Un giorno, all’improvviso, vide irromper nel terrazzo rumorosamente le due bambine di Erminia Corvaja, come un tempo, inseguite dalla zietta. Al rumore, prima ch’ella comparisse sul terrazzo, il cuore dell’ingegnere Accurzi si mise a battere violentemente. Finalmente la vide! Gli parve un’altra... Ella rideva!

«E lei... è lei... è lei...», ripeté egli a se stesso, fremebondo, ritraendosi dal balcone. Vi ritornò subito; ma ella era già andata via dal terrazzo con le bambine.

Non poté rimaner più solo in camera: sentiva il bisogno di comunicare a qualcuno la sua gioia. Si recò dalla madre, senza saper precisamente ciò che le avrebbe detto. La trovò nella solita positura: con la testa piegata da un lato e gli occhi chiusi; pareva morta! Gli scuri delle due finestre erano un po’ accostati, e la camera rimaneva in una triste penombra.

- Mamma, dormi? - domandò egli piano, chinandosi sulla poltrona e prendendo da un bracciuolo la mano cerea, gelida della madre.

- No, figlio - sospirò la giacente, senza aprir gli occhi.

Al suono di quella voce Giulio cangiò tosto d’umore. Gli parve di non aver mai compreso come in quell’istante la sciagura toccata alla madre. La rivide, in un baleno, ancor vispa, in piedi, sempre vestita di nero dopo la morte del marito, attendere alle faccende di casa; gli passò come uno sprazzo dinanzi agli occhi, la visione confusa di sua madre, tanto diversa che in tutti gli altri ricordi, vestita di gala, innanzi a un grande specchio a muro... una remota sera. Un uomo le chiudeva alla nuca il fermaglio d’una ricca collana: era il padre di Giulio Accurzi allora bambino di pochi anni; e questa era l’unica, indecisa memoria che egli serbava del padre. Rivide, immediatamente dopo, la madre nell’atto di piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due mangiavano, colpita improvvisamente dalla paralisi. La guardò intenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava così, dimenticata dalla morte, abbandonata dalla vita.

- Povera mamma! - sospirò, recandosi alle labbra la mano di lei fredda, insensibile; e il suono della sua voce gli chiamò lacrime agli occhi.

- Che hai da dirmi? - domandò la malata, senza muovere il capo, come se s’aspettasse dal figlio qualche confessione.

- Mamma...

- Zitto, zitto, lo so... Sposala, figliuolo mio, se è una buona ragazza. Sposala, mi farai piacere...

E volse la testa dall’altra parte, sospirando.

- Che dici, mamma?

- Sposala, ti dico! E tempo che tu lo faccia... Mi farai piacere.

- Ma sai tu chi è, mamma?

- Sì, so tutto.

- Io l’amo... - fece Giulio, e si stupì immediatamente d’aver profferito quella parola innanzi a se stesso.

- Siate felici! - concluse la madre.

Egli rimase perplesso. Sua madre dunque supponeva che anche Agata lo amasse? E invece... Si sentì nuovamente pungere da quel sentimento d’indeciso rancore.

L’inferma aggiunse:

- Me la farai conoscere?...

- Certamente... - rispose Giulio impacciato; salutò la madre e uscì dalla camera, sospirando amaramente.

D’onde gli era sopravvenuta adesso tutta quella tristezza? Non era stata sempre così sua madre, dacché era inferma? Sì, Sì... ma adesso...

Egli non sapeva definirsi bene la causa di quella tristezza; ma nessuna cosa al mondo avrebbe potuto consolarlo, se egli finalmente non usciva da quello stato d’indecisione.

VII

Posto appena il piede nella propria casa, Agata sentì come inutile e grave sarebbe stata da lì innanzi la sua vita. La madre s’era data subito a badare alla casa lasciata per tanti giorni in abbandono.

Agata fe’ il giro delle stanze, e pareva che in nessuna trovasse posto da sedere per il momento, e da occupare in appresso, nelle lunghe e tediose giornate che l’avvenire le preparava. Cavò, in piedi, una nota dal pianoforte, come per riudir la voce dello strumento, e se ne allontanò subito, quasi offesa. Oh se avesse invece potuto seguir per le stanze la madre tutta intenta a rassettare, a spolverar la mobilia!

Ella avrebbe voluto dare a intendere, che non pensava più a Mario Corvaja, e sopra tutto, che non era per nulla afflitta dello scioglimento del suo matrimonio. Ma come darsi, nel tedio che la schiacciava, la pena e la fatica di quella simulazione?

Il ricordo, per altro, era troppo vivo e insistente, ed ella non solo aveva molto da ricordare, ma anche molto da pentirsi di quei quattro anni d’inutile attesa. E ancor non sapeva bene, com’egli le fosse sfuggito durante la malattia! Conservava ancora in un cofanetto tutte le lettere di lui, e ora, chiusa nella sua cameretta, le rileggeva ad una ad una. S’era seduta per terra con una candela accesa, alla cui fiamma consegnava man mano le lettere dopo averle rilette.

Eran disposte tutte per ordine di data, e annodate per anno, in quattro fasci: più voluminoso il primo, esiguo l’ultimo. Ella rimaneva, dopo la lettura, con gli occhi appuntati sulla fiamma tremolante e ingranditi: l’anima rifaceva il giorno della data, mentre la mano tremante appressava il foglio alla candela; poi sospirava, e attendeva che la carta si riducesse per intero in cenere.

Giulio Accurzi intanto, dopo una notte di riflessione, agitato da dubbi e da sconforti, aveva presa la risoluzione di recarsi dalla sorella di lei, con la quale già una volta aveva parlato, e forse s’era tradito.

«Nessun dubbio», pensava andando, «che i parenti accetteranno con riconoscenza la mia domanda. Ma lei, Agata? Non si è mai curata di me; non pensa neppure che io sia al mondo... Ella in questo momento pensa a tutt’altro".»

Egli sentiva bene, che avrebbe dovuto ragionevolmente lasciar passare ancora qualche tempo per far la sua domanda; ma la gelosia e l’amor proprio non glielo concedevano. Non avrebbe avuto più pace, finché il ricordo dell’altro rimaneva nel cuore di Agata, e da un altro canto voleva fingere d’ignorare affatto ch’ella era stata promessa sposa a Mario Corvaja. Se ella lo rifiutava, Giulio Accurzi sentiva, che si sarebbe messo subito a odiarla, in tutte le maniere in cui l’odio può esplicarsi. Un pensiero poi l’avviliva più d’ogni altro: «Forse un giorno egli mi vedrà con lei, innamorato di lei, e mi guarderà con occhio di commiserazione. "Sì, quella donna mi amava, e io non l’ho voluta.. . l’ho piantata. Ora ella ha trovato il gonzo, che se l’è presa. Eccolo lì..."».

Erminia Corvaja fu molto sorpresa della visita dell’ingegnere Accurzi. Egli, pallido e nervoso, si perdette sul principio in comuni superficialità, poi tutto ad un tratto, impulsivamente, uscì a dire:

- Senta, signora, lo scopo della mia visita... - Ma s’arrestò all’improvviso. - Io desidererei che ella mi desse...

Stava per dire: «Delle spiegazioni». Arrossì, si confuse; e poi rimettendosi: - Ecco, ella sa che la Sua signora madre abita giù in casa mia... Io ho avuto la fortuna d’apprezzare le doti veramente elettissime tanto della signora quanto della signorina Sua sorella. Adesso starà bene mi auguro... L’ho veduta jeri, mi sembra, quand’è venuta lei, con le bambine... Sì... giusto jeri... M’è parso che...

- Oh, sì adesso... in salute, almeno, sta bene... - concluse imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un sorriso, e abbassò gli occhi.

Giulio Accurzi notò quell’almeno e si agitò sulla poltrona, non trovando adesso come riattaccare il discorso.

- Sì... ho saputo... che è stata male... Anzi, già! ho chiesto a lei una volta notizie... si ricorda? Sì... Ma ora, per fortuna è passato... Io mi trovavo presente quando è ritornata dalla campagna di... Suo suocero, è vero? Sì... Povera signorina!... Era così sofferente...

- Infatti, ha molto sofferto... - affermò, tentennando il capo, Erminia Corvaja.

Giulio Accurzi s’agitò un’altra volta sulla poltrona.

- Ora è passato però... - ripeté. - E quando una malattia si può raccontare... C’è dispiaciuto di non esser potuti scendere giù, in questa occasione... ma mia madre, poverina... Ella saprà che...

- Oh, sì, pur troppo... so, povera signora!... - fece Erminia, con aria di profonda commiserazione.

- Da sei anni!... - esclamò Giulio. E preso quel discorso, la conversazione andò per un tratto più spedita. Egli non s’accorse che, parlando della madre, dello squallore e della malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s’era ammalata, e della solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovinezza, si preparava man mano quasi inconsciamente il terreno per venire allo scopo della sua visita, e a un tratto la spiegazione gli riuscì spontanea, molto più facile che non se l’aspettasse.

Erminia Corvaja restò un momento imbarazzata, pur sorridendo di compiacenza all’annunzio; si strinse le mani, e si raccolse, schivando di guardarlo, come per ponderare una risposta giudiziosa. Quell’istante di silenzio fu penosissimo per Giulio Accurzi: già si aspettava ch’ella, per convenienza, gli avrebbe parlato di Mario Corvaja e dello stato d’animo della sorella; ma quasi quasi, adesso, avrebbe voluto farne parola lui per primo, pur d’uscire al più presto di quella pena. Tanto, che avrebbe potuto dirgli? Già s’era accorto, ch’ella era contenta della sua domanda. Il passo più difficile era pel momento superato. Egli, è vero, avrebbe voluto simular sorpresa nell’apprendere che Agata era stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa a un altro; ma simulò invece indifferenza, e rispose alla sorella: - Sì... difatti, ho saputo...

- Fanciullaggini, sa - si affrettò ad aggiungere Erminia. - Era già finito da un pezzo... Tuttavia, capirà, lasciano sempre un certo... come dire?... turbamento nel cuore d’una ragazza.. Poi, col tempo... oh ma già, a quest’ora, ne son sicurissima; Agata si sarà convinta, che è una sciocchezza, a cui non val proprio la pena di pensare... Io, per me, glielo predicavo sempre... Era poi, più che altro, non si figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato sempre fuori... prima a Roma, poi all’estero.

Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato sulle labbra, le parole d’Errninia.

- Non sarà... vorrei sperare... un impedimento... questa sconclusione - balbettò alla fine - almeno per parte mia.

Erminia si tolse felicissima l’incarico d’annunziare alla madre la domanda di matrimonio.

La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata. Fra giorni, la risposta. Un po’ di pazienza...

Così convennero. Ma uscito sulla via, Giulio Accurzi era inasprito da una sorda stizza e avvilito da un profondo disdegno di se stesso.

Perché?

VIII

Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue braccia, magre tuttora dalla recente malattia, e osservava attentamente le venicciuole azzurre, trasparenti sotto la pelle levigata.

La luce del giorno penetrava nella camera attraverso le persiane verdi, e su una mensoletta in un angolo moriva già il lampadino da notte, dietro una ventola litofana.

Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre. Agata non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi. Costui dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero state felici, se ella avesse accondisceso a quelle nozze. Non sapevano dunque che per lei ormai un altro amore non era più possibile? Tutto per lei era finito!

- Fagli dir di no! - aveva risposto a prima giunta. Ma poi s’era ripresa, temendo non sospettasse la madre, ch’ella pensava ancora a «quell’altro». E gliel’aveva detto:

- Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me... fa’ quel che vuoi... Se ti piace fagli pure rispondere che accetto.

E s’era voltata dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.

La madre però l’aveva severamente rimproverata: - Così no! Non è giusto, né onesto. Dio non vuole! Un impegno per la vita... Pensaci! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la risposta. Quanto all’amore, non dubitare, verrà...

«Non verrà, non può venire!» pensava Agata, e nell’istesso tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato. Giulio Accurzi era giovane, buono, ricco. Ella aveva già varcato da più anni il limitare della prima giovinezza... E aveva inoltre da vendicare un affronto alla sua femminilità, l’abbandono che le costava ancora tanto dolore.

- Ebbene - domandò Agata, sulla sera, alla madre. - Che avete concluso?

- Nulla, te l’ho detto... Ci hai pensato?

- Sì... Io accetto - rispose Agata.

Donn’Amalia baciò commossa la figlia. E il domani sera scese per la prima volta in casa Sarni Giulio Accurzi.

Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le bambine, una vecchia zia d’Agata, curva, corpacciuta, gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi smorti, pieni sempre di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta di legno, e che non schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi lasciate in sospeso dalla madre nello stento di trovar parole. Madre e figlia eran vestite goffamente per l’avvenimento e, benché impacciate dalle loro vesti, non staccavan gli occhi da Agata.

Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di fiori freschi. Agata, pallidissima, guardava or la madre, or la sorella, come trasognata. Queste due ascoltavano attentamente le parole di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di preferenza; assentivano frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza intender nulla di ciò che egli diceva. La vecchia zia e la figliuola esaminavano minutamente gli altri quattro e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando, uno sguardo d’intelligenza.

Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare impacciato, e donn’Amalia e la figlia maggiore gli venivano, come per intesa, in aiuto. Egli parlò in principio di cose aliene, con sovrabbondanza di parole, intercalando qua e là massime di largo criterio, ma senza presunzione, con l’aria un po’ stanca di chi si sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della vita. Quindi si mise a parlar della madre, e si compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar tutto il suo affetto filiale, e il dolore per la sciagura toccata «alla sua vecchina». - Poi la vedrà... - concluse, rivolgendosi ad Agata.

Agata abbassò gli occhi sotto lo sguardo di lui, e trattenne un istante il respiro.

La conversazione languì. Giulio Accurzi girò gli occhi pel salotto, e li arrestò sul pianoforte aperto.

- Ella suona spesso, è vero? - domandò ad Agata.

- Qualche volta... - rispose questa esitante, con un fil di voce.

- Via, suona un po’ qualche cosa... – s’affrettò ad aggiungere Erminia, a cui tosto fecero eco la vecchia zia e la figliuola. Donn’Amalia guardò la figlia, che si rifiutava un po’ duramente, accesa alquanto dalla vergogna.

- Mi faccia sentire... se non le dispiace troppo - insisté dolcemente Giulio.

- Non so proprio sonare... Sentirà... - fece ella alzandosi e guardandolo freddamente.

Egli non smise un istante di studiarla, mentr’ella sonava; e ammirò i capelli castanei finissimi, pettinati con tanta grazia, la nuca, le spalle, la sottilissima vita... Ecco, e lei così bella, così adorabile, era stata rifiutata da quell’altro! Perché dunque?... Notò ch’ella sonava un vecchio pezzo di musica. Anche Mario Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani... Chi sa! poteva anche essere un suo regalo. Che vibrava in quel momento nel cuore di lei?

Quando Agata finì di sonare, Giulio Accurzi era ancora turbato dai suoi pensieri; pure, fece dei complimenti alla sonatrice, e parlò di musica...

- Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato più nulla nella vita... Nella musica si può tutto dimenticare...

Arrossì a quest’ultime parole. Gli sovvenne improvvisamente che Agata in quegli ultimi giorni passava gran parte della giornata sonando.

La conversazione languì di nuovo, e poco dopo egli tolse rispettosamente comiato.

IX

«M’amerà!... m’amerà!...», si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa della sua promessa sposa.

Egli l’avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l’anima di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio. L’avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; così, con l’alito soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto. L’avrebbe vinta...

Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza. Il tempo ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po’ per volta cancellar da quel cuore l’imagine d’un altr’uomo.

Pensava così, ormai, tenendo sempre presente a sé l’imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso violento della gelosia. Per quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio ch’ella fosse così, rigida e chiusa con lui.

Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s’era sentito cader dall’animo l’avvilimento provato nel far la domanda alla sorella. Indovinò all’accoglienza di Agata, com’ella si fosse indotta ad accettare, e la via che conveniva a lui di seguire per vincerla al più presto. Ma quanto più i pensieri, guidati dal compito ch’egli s’era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto più il suo cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una morsa di ferro dall’odio impotente per Mario Corvaja. Costui non era più, forse, il signore della rigida fortezza, cui egli ora cingeva d’assedio amoroso; ma l’aveva lasciata pur lui così chiusa e impenetrabile! Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina, prima ch’ella si levasse di letto: ora un grand’involto di rose sciolte, in un fazzoletto bianco, di seta; ora un canestro di gardenie; ora un gran cappello di paglia da contadini con fiori di campo... E cominciò a presentarle i primi regali: anelli, bracciali, spille... Ella li accettava confusa, senza espressioni sincere né di gradimento, né d’ammirazione; li toglieva con mano tremante dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in meraviglie. Agata gli dava ancora del lei.

- Così no... non voglio esser più ringraziato... - si spinse egli a dirle finalmente. ,`

- Ebbene, ti ringrazio - fece ella, chinando leggermente la testa e sorridendo appena.

- Così va bene... - concluse freddamente Giulio. Quella concessione forzata non gli era riuscita per nulla gradevole.

Intanto egli attendeva alacremente all’arredo della casa, su, al secondo piano. Agata e donna Amalia uscivano qualche volta con lui a far compere, ed egli sceglieva tutto ciò, su cui gli occhi di lei si fermavano un po’ ad ammirare.

Agata si recò con la madre a visitar l’inferma, e la casa che tra breve l’avrebbe accolta sposa. Vi era gran trambusto; operai vi lavoravano; solo nella stanza della malata regnava il solito silenzio. Giulio assisteva alla visita, e non staccava gli occhi dalla madre, quasi temendo non accogliesse ella freddamente la futura nuora.

In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un serio cambiamento. Ella, per solito così rassegnata al suo male, ora si lamentava a lungo, si lagnava del rumore che facevan gli operaj, era impaziente, curiosa di sapere quel che avveniva nelle altre stanze. - Giulio! Giulio!... - chiamava con insistenza; e se per caso egli tardava un po’, o mostrava lontanamente dispetto per l’oziosità delle sue domande, si metteva a piangere, a invocar la morte «per non esser più di peso a nessuno». Egli si chinava su lei, la carezzava, si mostrava afflitto fino alla disperazione. . .

- Dimmi un po’... dimmi un po’... - usciva ella a dire con voce irritata. - Bada, già me ne sono accorta... Lo vedo... Ella ti rende triste, è vero? Sì... sì... Tu sei sempre triste per causa sua... Non mi sfugge nulla!

- No, mamma... che pensi!

- E allora, è per causa mia! Morte maledetta, perché non vieni? Che sto a far qui?

Accolse però Agata con straordinaria tenerezza; volle ch’ella sedesse accanto a lei, e la guardò a lungo, approvando col capo. Poi si rivolse al figlio.

- Giulio... Giulio, dagliela tu... io non posso...

Giulio tolse dall’astuccio una splendida collana di perle, quella stessa che gli richiamava alla memoria la figura indecisa del padre, e la porse ad Agata.

- Annodagliela al collo - aggiunse l’inferma, e tornò a guardarla, approvando col capo.

Poi, quando Agata e la madre furono andate via, e Giulio ritornò da lei:

- Vedi?... Ho fatto bene? - gli domandò come una bambina.

- Sì, mamma, certo...

- Oh, così! Purché tu sia sempre contento di me... - concluse, facendo il greppo, e si mise a piangere silenziosamente.

X

La vigilia delle nozze Giulio Accurzi non poté chiuder occhio durante la notte. Occupato dai preparativi della cerimonia, dall’allestimento della casa, degli abiti, delle carte necessarie; in quegli ultimi giorni aveva vissuto molto frettolosamente, sordo affatto alle contrarie voci della sua passione. Aveva voluto affrettar quel giorno contro l’angustia del tempo, con l’ostinatezza d’un ubbriaco. Ecco, e già vi era riuscito: tutto era pronto... - Domani la catena! - gli avevan detto, scherzando, gli amici.

Tra lui e Agata s’era stabilita come un’intesa di compatimento. Questa almeno era l’illusione ch’egli s’era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento. Certo Agata non gli dimostrava amore, né egli quasi ne pretendeva. Pareva pago della stima affettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva professargli pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In quelle sere la madre, pacifica e serena, per lasciar loro libertà di parlarsi, leggeva presso il lume un grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e loro due, seduti un po’ in ombra, lontani dal lume, s’ingegnavano prudentemente a schivare ogni confidenza, ogni familiarità. Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d’un prolungato silenzio, egli s’era lasciato indurre a domandarle perché fosse sempre così triste...

- No, perché triste? - aveva risposto Agata con un fil di voce, tormentando una trina dell’abito.

Egli l’amava così; avrebbe voluto sempre amarla così.

Cominciò intanto ad albeggiare. La cerimonia religiosa doveva aver luogo alle otto della mattina; la civile, alle nove; poi gli sposi e i parenti si sarebbero recati nella campagna, dove Giulio era nato, a pochi chilometri dalla città; quivi era apparecchiato il pranzo delle nozze, dopo il quale i parenti se ne sarebbero tornati in città, lasciando soli nella ricca cascina i due sposi. Pochissimi invitati: i parenti e i più intimi amici soltanto. Così Agata aveva voluto.

Giulio finì d’abbigliarsi, e si recò a baciare la madre ancora a letto.

- Come sei bello! Lasciati vedere... Già vuoi andar via? Sì, sì... va’ pure. Ti benedico, e sii felice, figliuolo mio!

E lo accompagnò con gli occhi pieni di lacrime fino all’uscio della camera.

- Mandami su i confetti... non ti scordare!...

Giù, fu ricevuto da Cesare Corvaja, il marito d’Erminia, un colosso bruno, barbuto, dai grandi occhi neri, un po’ goffo nell’abito nuovo, insolito, da cerimonia.

- Qua la mano, cognato! Noi non ci conosciamo... Io son Cesare Corvaja.

Giulio lo guardò stordito, stendendogli macchinalmente la mano. «Il fratello di Mario»... stava per aggiungere, e sorrise freddamente.

- Una sorpresa, è vero? La combinazione! Già vi credevo sposati. Eh sì! Mia moglie mi scrisse: «Sposeranno prestissimo!». Bravi, dico, che fretta! Invece... Arrivo jersera. «Sai?» mi dice Erminia. «Domani Agata sposa!» Ed eccomi qua... Agata, oh! non sa ancor nulla, ch’io sia venuto... Erminia è di là, che l’aiuta a vestirsi; io me ne sono entrato mogio mogio qui... Vedrete, che sorpresa! Oh! le mie congratulazioni, intanto... Giulio si fece di bragia.

- Grazie - rispose, tendendo di nuovo la mano alla stretta del colosso, e consultò l’orologio, simulando gran fretta.

- Ma bisogna che si spiccino! Già le otto...

- Eh sì, le donne! Zitto! Vengono - rispose Cesare Corvaja, nascondendosi dietro l’uscio che s’apriva.

Entrò, con Erminia, Agata, pallidissima, già acconciata per la cerimonia. Anch’ella forse non aveva chiuso occhio durante la notte.

- Buon dì, sposa! - la salutò Giulio, con fare allegro, come per ravvivarla.

Ella gli sorrise mestamente.

- Siamo in ritardo... Già la mamma si veste...

Una risata sonora scoppiò dietro l’uscio. Agata trasalì e si vide innanzi Cesare Corvaja.

- Tu... tu qui? Come mai? Che paura! Oh guarda! E si nascondeva! Come mai?

Gli aveva tese tutte e due le mani, accesa in volto dalla sorpresa, e lo squadrava ridendo:

- Dio, come sei brutto, conciato così!...

- Scusa... ti prego, Agata... è già tardi - osservò Giulio con un sorriso forzato.

- Mio marito! - esclamò Agata, con una smorfietta, come se tenesse a mostrarsi allegra davanti a Cesare Corvaja.

Giulio non l’aveva mai veduta così.

- Giulio, ti prego, abbottonami questo guanto.

Giunti gl’invitati, si recaron tutti a piedi, ordinatamente, alla prossima chiesa. Giulio s’inginocchiò accanto ad Agata sur un cuscino a piè dell’altare, e all’ingiunzione del prete, prese la mano gelata, tremante di Agata. La guardò. Gli parve ch’ella trattenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la mano. Il prete intanto leggeva di fretta con voce nasale in un libricciuolo, e faceva dei gesti con la mano sul loro capo; poi pronunziò la formula di rito:

- Sì - disse Giulio con voce ferma, e attese con ansia che Agata rispondesse. Notò in lei un sussulto subito frenato, quand’egli le mise al dito l’anello di fede. Si alzarono. La cerimonia religiosa era finita.

- Adesso all’altra! - diss’egli piano alla sposa.

In villa, durante il pranzo, regnò cotal brio più voluto che spontaneo. Né Agata, né Giulio, per quanto si forzassero, riuscirono a prender cibo. Si fecero molti brindisi e molti auguri. Giulio si sentiva sfinito, disfatto dall’emozione della giornata; avrebbe voluto da un canto che tutte quelle chiacchiere inconcludenti e quel rumore non si protraessero più a lungo; e dall’altro, nello spossamento dei nervi, rifuggiva dal pensare, che tra breve egli ed Agata, sarebbero rimasti soli...

Intanto il tempo, fino allora bellissimo, cominciò a poco a poco ad annuvolarsi; cosicché gl’invitati temendo qualche improvviso rovescio d’acqua, si decisero a mettersi presto in via per la città. Fra il trambusto del comiato, Giulio s’aggirava dispensando ringraziamenti e strette di mano. Scorse Agata con le braccia al collo della madre e la faccia nascosta: ella piangeva.

- Coraggio... coraggio... - le diceva piano Erminia dietro la madre.

Giulio si volse a guardare altrove.

- Vedrete!... vedrete... è molto più facile che non si creda... - gli diceva intanto qualcuno, scotendogli la mano a ogni parola. Egli, né ascoltava quelle parole, né vedeva che la sua mano era in quella di Cesare Corvaja. Infastidito dalle scosse, lo guardò, e ritrasse istintivamente la mano. Cesare Corvaja continuò a parlare col primo vicino:

- Poi, dopo tant’anni, ci si ricorda! Adesso pare chi sa che cosa. .. Ma è così! la vita è così...

XI

- Giulio!... Giulio!... - chiamò Agata vivacemente, schiudendo l’uscio, e introducendo il capo dai capelli disciolti. Era in accappatoio bianco e teneva in mano il pettine. - Vieni a vedere che bella capretta!...

Dopo la prima notte d’acqua e di vento, il tempo s’era fatto limpidissimo, quasi primaverile, e durava così da otto giorni.

Giulio abbandonato sulla ringhiera del balcone guardava con le ciglia aggrottate la campagna silenziosa sotto il tiepido sole. Alla voce di Agata si volse e, come se s’aspettasse ormai da lei quella vivacità, si mosse con indolenza dal balcone, e seguì Agata in un’altra stanza.

- Guarda... Guarda... la vedi? - disse questa dalla finestra, additando sul viale una leggiadra capretta che stuzzicava allo scherzo un vecchio e paziente cane di guardia sdraiato beatamente al sole. - La vedi?... Ma guarda!... guarda!... - E Agata rideva a ogni mossa stramba di quella bestiuola lasciata alla libertà dei campi.

- Povero Turco! - diss’egli invece in un sorriso malinconico, compiangendo il vecchio cane disturbato.

Quand’ella finì di pettinarsi e di vestirsi, uscirono a braccio per la campagna.

- Che hai? - domandò Agata. - Non dici nulla?

- Senti che pace? - rispose egli.

Agata andò in silenzio, contemplando intensamente la campagna. Il suo volto, alla fresca carezza dell’aria aperta, s’era vivamente colorito, e le due labbra accese, parevano in quel volto rifiorite. Ella, andando, si stringeva sempre più al suo compagno, fin quasi ad appoggiar la testa al braccio che la reggeva. Di tanto in tanto costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in quel giorno d’ammirazione e di meraviglia per ogni cosa della terra e della vita. - Guarda!... guarda questi fiorellini di febbraio... come son timidi... Egli allora si chinava per raccoglierli.

- No, che fai? Poverini! non nascono per noi... son per sé un giorno così felici...

Giunsero al limite della campagna, segnato da un muricciuolo coronato e difeso dal rovo.

- Guarda! Di là si può saltare... Saltiamo! - fece Agata.

- No, Agata, tu non puoi... Con la veste, non puoi... Torniamo indietro, piuttosto...

- Non posso? Ti fo vedere... - E in così dire Agata, liberandosi dalle mani di Giulio che tentava di trattenerla, s’inerpicò sul muricciuolo. Le sue vesti lì sopra, nel volgersi, s’impigliarono nel rovo, e fu per cadere. Giulio accorse e con le braccia levate la sostenne. Ella rideva di gran cuore della pessima riuscita, e con le braccia puntellate sulle spalle di Giulio, chinandosi di più, cercava di stropicciar la fronte sul capo di lui...

- Aspetta, Agata! Come scendi adesso?

- Mi reggerò io... tu liberami dal rovo... Poi salto... Che pazzia! ...

- Te l’avevo detto...

Ella si rimise a ridere più forte. Giulio non trovava modo di districar la veste. Alla fine, indispettito, diè un leggiero strappo.

- Oh brutto! - fece Agata, saltando, e si guardò la veste per trovar lo strappo.

- Scusami... Che ho fatto?... Non avrei potuto altrimenti... - disse Giulio arrossendo. - Vogliamo tornare?

Agata non rise più. Andarono in silenzio, e ritornarono così alla cascina. Alla sera, Giulio propose di ritornare in città il domani.

- Come! vogliamo andar via così presto? E così bella la campagna... la libertà... Ti sei già annoiato?

- No! Con te... annoiato?... Ma... capirai... la mamma, poverina. . .

- Ah, già! - sospirò Agata. - Hai ragione... Domani partiremo.

E il domani si levò all’alba, sgusciando pian piano dal letto, mentr’egli dormiva ancora, pallido e stanco. Si vestì alla meglio, senza far rumore, e lasciò la camera tiepida in cui ardeva ancora la lampada, ed esili fili d’umido albore penetravano attraverso le fessure delle imposte. Gli uccelletti cantavano di già per la campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito, uscì avvolta in uno scialletto, rabbrividendo alla pura brezza dell’aurora.

Errò per la campagna bagnata di rugiada, assisté alla levata del sole e, sacrificando a un pensiero amoroso la carità pei fiori, ne raccolse quanti più poté; rientrò nella cascina e, spalancando l’uscio della tiepida camera, v’irruppe fragrante, carica di fiori. Giulio si destò di soprassalto, ed ella gli gettò in faccia, tra le mani, sul petto tutti i fiori raccolti.

- No... no... che fai?... Son tutti bagnati!...

- È la rugiada! Ti porto la primavera a letto! Destati, povero mortale!

Egli l’attirò a sé, in un impeto di tenerezza, e se la strinse forte, a lungo, respirando sul collo e sulle vesti di lei l’aura mattinale della campagna.

- Perché non m’hai svegliato prima? Saremmo usciti insieme per tempo... Ci porteremo questi fiori in città per memoria...

- Sì! fra mezz’ora saran morti! - esclamò lei raccogliendoli. E tacquero entrambi, egli quasi afflitto della prossima morte di quei fiori; ella, della prossima partenza per la città.

XII

- Vieni qui... Siedi. Così! Ora dammi le mani. Devi dirmi che hai.

- Nulla, Agata... Che vuoi che abbia?

- Non è vero! Me n’accorgo: tu non sei contento...

- Contentissimo! Se io ho cominciato ad amarti quando tu ancora non mi amavi...

- Ma io allora non ti conoscevo!

- Sì... sì... è vero. Ma, di’ la verità, non t’eri mai accorta...

- Mai, te lo giuro.

- Capisco, tu allora...

- Ti prego, Giulio, non parlarmi di quel tempo...

- Perché? Oh bella! Credi forse ch’io sia geloso... Nemmen per sogno! Se tu ora sei mia, interamente mia...

- E perché dunque...

Uno scoppio di lagrime interruppe la domanda di Agata. Giulio s’affrettò a rispondere:

- E la tua fantasia! Ti ostini a credere che io non sia contento, mentre... Non si può mica ridere tutti i momenti! E tu, nel tuo stato...

Agata si spiegava l’improvvisa malinconia, in cui Giulio pareva caduto, come effetto della gelosia pel suo passato amore. «Io mi sono mostrata a lui così fredda dapprincipio!», pensava. «Forse egli crede, ch’io senta per lui soltanto della stima affettuosa o della gratitudine pel suo silenzio, come prima. Ma ora...» E si sforzava di manifestargli in tutti i modi il suo amore, specialmente con l’allegria, per cancellare la prima impressione di freddezza che egli aveva dovuto ricevere dal suo contegno d’una volta. Malediceva intanto in cuor suo la memoria di quell’altro, che veniva anche ora, secondo lei, a turbarle la pace. Ma che Giulio non credesse a quelle manifestazioni d’amore? Talvolta le era parso finanche ch’egli s’indispettisse internamente di quella sua allegria, come se non avesse voluto vederla così affettuosa e paga. Con quanta freddezza aveva egli pronunciato le parole: - Se tu ora sei mia, interamente mia... - «Ma che ha dunque mai?», si domandava smaniando la sera, mentr’egli era fuori di casa, ed ella nella camera dell’inferma, abbandonata sempre con gli occhi chiusi sulla poltrona, attendeva sola e triste a preparare il corredino pel nascituro. Eran già corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella era incinta da due. Giulio in verità non faceva ancor nulla che meritasse rimprovero: ma pure Agata trovava bene in cuor suo da rimproverarlo per tutto ciò che non faceva. Sentiva bene, ch’egli non voleva venir meno a nessuna promessa d’amore; ma era freddo adempimento, e nient’altro. Sì... sì... Come se egli fosse stato defraudato nell’attesa! Chi sa...

Di tanto in tanto l’inferma mandava un sospiro come un lamento, abbandonando il capo sull’altra spalla. Agata, accanto al lume, sospendendo l’ago, la spiava un po’ nella penombra.

- Mamma, vuol nulla?

- Nulla.

Altre volte, levando gli occhi, incontrava lo sguardo freddo della suocera fermo su lei.

- Cuci ancora?

- Sì, mamma.

- Dev’esser tardi... Giulio non torna... - Lo lasci star fuori. Che farebbe qui con noi? - E che io vorrei esser messa a letto... - Chiamo la serva?

- No... no... Nessuno sa prendermi come lui... Siete sempre in guerra voi due? Adesso egli mi fa aspettar tanto, ogni sera... Prima era così puntuale...

- Io l’aspetto come lei, mamma... Noi non siamo in collera.. .

Cominciavano già i primi lievi disappunti di Giulio; seguiron le scuse e le dispute per provare a lei di non aver mancato. E non mancava difatti apertamente, come Agata avrebbe preferito. Così alla fine egli uccise per sempre sulle labbra di lei gli ultimi rari sorrisi e la tenera allegria.

XIII

Quasi attirato per un momento dalla mestizia sopravvenuta ad Agata, Giulio si richiuse come un tempo in casa, e si rimise a prodigare le antiche affettuose premure.

- Tu già rimpiangi d’esser mia?

- No, Giulio... Io soffro per te!

E a poco a poco ella, diffidente dapprima, riscaldata dalle carezze di lui, ridivenne allegra. Ma non durò molto. Giulio ricadde nelle smanie, poi nel tedio.

Il giardinetto giù, a piè della casa, lasciato in abbandono, non aveva più fiori. Anche il padrone adesso non era più quello d’una volta.

Agata, per non affligger sua madre, si recava in vettura dalla sorella, per consiglio o per bisogno di conforto.

- Tutti gli uomini son così - le diceva Erminia. - Fuoco, prima delle nozze; cenere, dopo.

Ma Agata non se ne persuadeva.

- No... no... Ci dev’esser sotto qualche cosa! Sarà il mio destino... Amata quando non amo; disamata, amando. E già la seconda prova...

- Ti disajuti troppo! Passerà... Vedi me? Già mi sono abituata...

- Tu sei felice! - sospirava Agata.

- Io, felice? Non ho mai con me mio marito!

- Giusto per questo! Ah! sì, ti par dunque bello vederselo sempre in casa, triste ed annoiato, senza saper perché? Tu non puoi capire quel che si soffra! Tu ti sei adattata a vivere in pace aspettando il tuo per mesi interi; badi alle tue piccine; non ti curi d’altro... Quand’egli ritorna, è una settimana di gioia... Il vostro amore non ha mai tempo di stancarsi...

- Ma tu credi che Giulio non ti ami? - Io non so... non so... Intanto, mi vedi... E Agata accennava con desolazione il suo stato alla sorella.

In uno di quei giorni, a fin di tavola, Giulio mentre leggeva il solito giornale, uscì improvvisamente in una strana, fragorosa risata.

- Che t’avviene? - fece Agata.

- Guarda... guarda qui... - esclamò egli continuando a ridere e mettendo sotto gli occhi di lei il giornale aperto.

- Che cosa?

- Qui... leggi... Guarda la firma!

Agata guardò, e divenne pallidissima. Giulio non smetteva di ridere. Era una poesia di Mario Corvaja intitolata: L’abbandono.

- Leggi! Non vedi? L’ha fatta stampare proprio qui, in questo giornale, perché tu la leggessi... Il biricchino! così afflitto, poveretto! Leggi! L’arte l’ha frustrato... l’ideale se n’è andato... e tu sei tornata al suo cuore... Egli ti riama! Senti come dice?

Se tu potessi intendere com’ardo!

Ebbene, e tu che fai, l’intendi tu, povera Agata?

Agata s’era lasciato cader di mano il giornale, e guardava Giulio stupita. Egli allora si chinò su lei; l’abbracciò, le strinse forte il capo contro il suo petto, baciandola più e più volte sui capelli.

- Giulio, per carità!...

- Ah scusa... Non pensavo più... T’ho fatto male?

Le s’inginocchiò davanti, le prese le mani, e continuò a parlarle carezzevolmente, guardandola negli occhi:

- Ci ho gusto, sai, per quello sciocco... Ora se ne pente, hai visto? Aver lasciata te così bella... così buona...

Agata sorrise mestamente, un po’ confusa.

- Bella? Anche adesso?...

Giulio si alzò, dispiaciuto di quell’interruzione.

- Non ti ho fatto male, è vero?

XIV

L’ombra si stendeva improvvisamente sulla città, e la pioggia pareva irnminente con la sera. Già la presentiva, nitrendo sotto i grandi alberi stormenti, il cavallo della vettura che conduceva Agata, lungo il viale, al sobborgo marino, ove abitava Erminia. Agata era lì lì per dire al cocchiere di tornare indietro. Ma arrivava quella sera dall’America Cesare Corvaja, e lei e Giulio s’erano dati appuntamento in casa d’Erminia.

Dopo la scena del giornale, un altro cambiamento era avvenuto in Giulio. Ora egli non troncava più con un’esclarnazione di noia i rimproveri affettuosi di lei; pareva anzi che li gradisse, e sorrideva loro in risposta, con aria di superiorità e di compatimento.

- Sta bene, sta bene... sarai contentata... Stasera sarò in casa dieci minuti prima del solito... Va bene così?...

Si compiaceva nel sentirsi amato da lei e nel sapere ch’ella soffriva per lui. «Vuol pigliarsi una rivincita?» pensava Agata. «Come se io allora avessi voluto farlo soffrire! Se non lo conoscevo!...» Teneva Giulio inoltre a dimostrarsi paziente nel subire, nel prestare orecchio ai rimproveri; come se egli avesse proprio diritto d’agire, come agiva; ed ella dovesse per giunta ringraziarlo di quella sua tolleranza ostentatamente benevola. Esigeva poi da lei più cura nell’abbigliamento. Non voleva vederla per casa così trasandata...

- Tutte ad un modo, le nostre donne! Appena pigliano marito, non si dan più cura della loro persona. Come se non ne valesse più la pena!... Il povero marito non deve aver più occhi, deve sottostare alla catena, bella o brutta che sia...

Ed Agata s’era messa penosamente ad abbigliarsi con più cura, per contentarlo, avvilita dinanzi allo specchio del suo volto languido e del corpo sformato.

La vettura si fermò innanzi alla casa d’Erminia, e Agata ne discese piano, pesantemente.

Quando pervenne in cima alla scala, non si reggeva quasi più in piedi, ansava con gli occhi socchiusi. Tirò il laccio del campanello, e attese a lungo con la mano cerea sulla porta e la fronte appoggiata sulla mano. Non veniva dunque nessuno ad aprire? Finalmente la porta s’aprì.

- Chi è? - domandò una voce, che fece trasalire Agata. Mario Corvaja sporse un po’ il capo a guardare: - Agata! - esclamò ritraendosi, come impaurito.

Ella rimase sulla soglia, con le mani sulla porta. La saletta era al buio. «Egli qui? Come mai qui?» Dopo un momento d’indecisione Agata entrò. Nessun lume acceso nelle stanze; in fondo, nell’ultima, i vetri del balcone ritraevan dal mare un cinereo barlume.

Mario la seguì fino a quella stanza.

- Erminia? - domandò ella ansiosamente, tenendosi alla tavola in mezzo apparecchiata.

- Non c’è rispose Mario, e subito, a un movimento di Agata, aggiunse: - No, no! Tu rimani; vado io... Siedi... Erminia è allo scalo, con le bambine... Il vapore è già in porto...

Agata si lasciò cadere su una seggiola della mensa. «E dunque non va via?» pensava respirando affannosamente il silenzio sopravvenuto; e sentiva nel bujo lo sguardo di lui avvilito e sorpreso d’averla ritrovata in quello stato.

Egli non sapeva decidersi né ad andare, né a parlare. S’era nascosta la faccia con le mani. A entrambi forse si ridestava tumultuante, nella commozione del momento, il ricordo d’altri tempi.

S’udiva il crosciar del mare vicino, e l’ombra si faceva nella stanza man mano più densa.

Agata a un tratto s’alzò, risolutamente.

- Vado - ripeté Mario, togliendosi le mani dal volto.

E dopo una breve pausa, aggiunse, quasi balbettando:

- Perdonami, Agata... del male... che t’ho fatto...

- Nessun male... - diss’ella sordamente.

Mario si ritrovò fuori della casa, senza saper come ne fosse uscito, e si diresse macchinalmente verso lo scalo. A mezza via incontrò il fratello con le due bambine in braccio, Erminia da un lato e la serva dall’altro.

- Eccolo qui! - esclamò Cesare, vedendolo. - Dammi un bacio! Non posso abbracciarti... come va? Sei dimagrato, sai?

- Vado in campagna, dal babbo, per rifarmi un po’... Parto domattina - rispose come stordito Mario. E poi, rivolgendosi ad Erminia, aggiunse: - Agata è da te... è venuta a trovarti...

- Agata? - domandò ansiosamente Erminia. - L’hai veduta?...

- Sì... T’aspetta!

- Povera Agata! - fece Cesare.

- Irriconoscibile! - sillabò Mario, quasi tra sé.

- Eh sfido! Porta due con sé... - riprese Cesare, e aggiunse, ridendo e scotendo le bambine: - Io invece porto tre!

Arrivati in casa, vi trovarono Giulio Accurzi, venuto allora allora, e Agata nella stessa positura in cui Mario l’aveva lasciata.

La stanza era ancora al buio.

- Evviva! - gridò Giulio con un fare insolito, rivolgendosi a Erminia e accendendo un fiammifero. - Si accoglie così un marito che arriva dall’America? Accendi tutti i lumi! Vogliamo vederci in faccia!

Cesare lo baciò, e gli presentò il fratello.

- Tanto piacere!... - esclamò Giulio con grande effusione, stringendo la mano di Mario. - Già lo conoscevo... così, di vista... Oh sì. Viene da Roma, è vero? Beato lei, che può starsene lassù, liberamente... L’alma Roma! e le belle donnine, no? - aggiunse piano, strizzando un occhio. Mario lo squadrò, pallidissimo, e scotendo il capo, rispose: - Sì! L’alma Roma... un gran deserto... - Come mai! Che dice? Un gran deserto! - Per me...

- Ah! per lei, forse - Vorrei trovarmi io al suo posto... Senza moglie, s’intende! La moglie è un affar serio, quando si è giovani, come noi, è vero, Cesare?

Gli brillavano gli occhi, e la sua voce aveva delle vibrazioni, come di chi parla nell’acuto della febbre.

Agata lo guardava, come se temesse di momento in momento qualche brutta escandescenza.

- Tu mi guardi.. - si rivolse a lei Giulio improvvisamente, ridendo. - Ma è la verità, cara! è la verità...

E nel guardar la moglie un pensiero soltanto, quasi inverosimile, gli turbò a un tratto la trista gioia d’essere odiato da Mario Corvaja, quanto lui lo aveva odiato una volta: che lo stato di lei non gli lasciava aver vittoria completa; giacché Agata ormai non poteva forse ispirar più a colui alcun tormento d’invidiato amore.

215A  -  La signorina

[Amori senza amore, Roma, stabilimento Bontempelli editore, 1894]

I

«Oh, infine, sarà quel che sarà!», fece tra sé Lucio Mabelli, scrollando le spalle.

Si levò da sedere, raccolse dal tavolino ingombro di carte sparse alla rinfusa e di libri ammonticchiati una dozzina di cartelle, su cui aveva buttato in fretta e in furia la solita cronachetta d’arte o di vita mondana per un giornale quotidiano, e incominciò a vestirsi per uscire.

«Sarà quel che sarà! Piano... E quell’imbecille del Marzani?»

Imbecille, sì, quanto voleva; ma come dimenticare, così a un tratto, tanti e non lievi favori ricevuti dal Marzani in parecchie difficili occasioni?

«Oh, sì.. . sta bene! sta bene!»

Scaraventò su una seggiola l’asciugamani, e sbuffò dal dispetto.

Ecco a che s’era ridotto! E sempre umiliazioni! Per chi e perché aveva egli lavorato tant’anni? Com’era stato ricompensato il suo lavoro? Né nome, né quattrini - a trentaquattro anni! Chi era stato giusto con lui? Nessuno... E doveva ora esser giusto lui con gli altri? Ah, tanto sciocco poi no! Un po’ di pazienza, tanto sciocco poi no...

«Marzani non ha saputo parlare? Peggio per lui! Che colpa ne ho io?»

Ma per quanto si forzasse a trovar scuse e finanche a voler essere ingiusto, una lieve punta di rimorso non gli lasciava vincere quella smania interna, quel fastidio della mente. Non sapeva egli forse che il suo amico Tullo Marzani era innamorato della signorina Giulia Antelmi? Lo sapeva dalla bocca del Marzani stesso.

«Sì, è vero! Ma chi avrebbe potuto supporre...»

Uh, piano, supporre! Non doveva egli forse aspettarsi quell’uscita della signorina? Via, via, ad esser sinceri, non le aveva fatto anche lui un po’ di corte?... Oh, così, senza intenzione, s’intende! Aveva scherzato, come si suol fare con una signorina di spirito, ecco tutto! In coscienza, però, non s’era accorto che Giulia Antelmi cominciava già a pigliar gusto a quello scherzo? Era pur da immaginarsi! Oggidì in tanta penuria di mariti... E allora, sentiamo, che avrebbe dovuto fare?... Allontanarsi subito da quella casa... «Oh sì! e perché non farsi monaco addirittura?»

Del resto, neanch’egli, adesso, sapeva rendersi esatto conto di quanto era avvenuto tra lui e la signorina Antelmi.

Sbuffò intanto un’altra volta, e rimase un tratto con le braccia puntellate sul letto dinanzi alla camicia, che doveva indossare quella sera. La scena del giorno precedente gli si rappresentava alla mente con crudele precisione. Maledetta gita a S. Paolo! Bestia d’un Marzani! Era stato proprio lui a proporla...

Curioso, che parlavano proprio di lui, del Marzani, egli e la signorina Giulia, a braccio, tornando dalle Tre Fontane a S. Paolo, mentre il giorno moriva in un pallore ardente. Che giorno! Egli non aveva più pensato né all’ingiustizia del mondo, né alla misera esistenza fatta di dispetto e di rinunzie, né ai mancati sogni... S’era sentita libera e leggiera l’anima, e lieto e pago il cuore, al saldo rigor dell’aria invernale, in quel dì splendido, senza una nuvola pel chiaro azzurro palpitante di luce. S’erano entrambi involontariamente allontanati dagli altri, dai genitori di lei e dal Marzani, che spiegava a tutti, per solito, le cose più ovvie del mondo e per se stesse chiarissime.

Lucio presumeva di conoscere il segreto della signorina; ella invece sosteneva che no, che non era possibile.

- E se, per esempio, le dicessi che me l’ha detto... lui?

- Chi, lui?

- Un uomo, probabilmente! Se dico lui! Il fortunato mortale...

Ed ella s’era messa a ridere, senza neppure accorgersi ch’egli con la mano libera le stringeva la piccola mano, che pendeva inguantata dal suo braccio destro.

C’era veramente un equivoco. Egli riteneva sul serio, che il segreto della signorina Giulia consistesse nell’amoretto del Marzani.

- Non è Tullo Marzani?

- Marzani? Oh no, mio Dio! Dice sul serio? Lo lasci in pace, povero Marzani!

- In pace, se è così, non lo lascerà lei, invece! M’ha raccontato una certa storiella, io non so...

- Marzani?

- Proprio lui, mesi addietro...

- Figurazione! Che vuole che le dica?

- Ah, non è possibile, via! E lui... Ora ella vorrebbe prendersi giuoco di me. Via, abbiamo capito... Se Tullo m’ha parlato di lei in tal modo, che... - Bene? Lo ringrazi tanto da parte mia. - E innamorato, sa. Cotto! - Di me? Oh guarda! - Non lo sapeva davvero? - Uh, da tanto tempo... E s’era messa a rider di nuovo, come una biricchina. Ma adesso lui voleva conoscere il segreto. - Mi dica chi è il vero, se non è Marzani... - Debbo dirglielo io? Pretende troppo, mi pare... - Badi, lo saprò! - Non lo sa davvero?

E in così dire, divenendo a un tratto seria, lo aveva colpito due volte in faccia, leggermente, col lungo guanto nero, profumato, che teneva nella mano destra.

A quell’atto egli aveva trasalito, s’era reso conto finalmente della falsa posizione, in cui, dimentico per un momento di sé e degli altri, s’era lasciato spingere dall’insolito umor gajo, dalla vanità solleticata.

Il silenzio succeduto a quei due colpi di guanto, ora, nel ricordo, pesavagli sul cuore enormemente. Ah, quel silenzio lo aveva compromesso più di qualunque frase imponderata sfuggitagli in quel giorno, più dell’atto avventato della signorina, più della sua mano, che stringeva, quasi senza saperlo, la mano di lei.

«Dio, che grullo! che grullo!»

Quel che poi ella aveva soggiunto, rompendo quasi a stento il silenzio, aveva finito per confonderlo completamente.

- Vuol forse sapere... «il mio vecchio segreto»? Glielo dirò! Non val la pena che si stanchi a cercare. Tanto è svanito...

E dal tono della voce e dagli occhi traspariva chiaramente l’intento con cui ella si faceva a svelargli «il suo vecchio segreto». Senza dubbio la signorina aveva supposto ch’egli volesse saperlo perché era geloso del passato di lei, come suole avvenire a certi innamorati incontentabili. E aveva voluto rassicurarlo.

- Posso dirle anche il nome. Tanto, egli non è più qui, è andato via da Roma. Le dirò anche dove: a Milano. M’ha scritto due volte; non gli ho mai risposto. Non indovina ancora?

E dopo una breve pausa:

- Si chiamava Antonio... brutto nome, eh?

E a lui era venuta alle labbra una frase sciocca, banale, assiderata dal più scemo sorriso: - Debbo crederci?

- Come no? Certo! Antonio Arnoldi.

Antonio Arnoldi? Lui? Possibile? Sorpresa più sgradevole non avrebbe potuto aspettarsi! E gliela dava proprio lei? - L’aveva guardata stupito, quasi offeso da quella rivelazione. L’Arnoldi? Possibile? Quell’antipatico?

Lucio s’era visto saltare innanzi alla mente la figura dell’Arnoldi, alto, bruno, ricciuto di barba e di capelli, con gli occhi neri, sfavillanti, le labbra accese, vigoroso e sprezzante.

- Che le avviene adesso? - gli aveva domandato Giulia Antelmi nel vederlo così turbato dalla sorpresa.

- Ah, signorina!... Mi meraviglio...

- Di che?

- Di lei, scusi...

- Ora le spiego... Aspetti! Io ho conosciuto l’Arnoldi...

Oh, no, lui invece amava meglio credere che ella non conoscesse affatto, o almeno non sapesse precisamente, chi era questo signore, perché altrimenti... Sì, via! intendeva bene: possiamo tutti invaghirci d’una persona, poniamo, brutta, ma intelligente; d’un cattivo soggetto, ma di belle forme... Ora, quell’Arnoldi, un Adone, via, non era certo; non era certo un Aristotele.. .

- Come c’entra Aristotele? - aveva interrotto ella ridendo. - Mi lasci dire...

La signorina Giulia non sapeva affatto chi fosse quell’Arnoldi. Strano, è vero? Eppure era così! Lo aveva conosciuto tanto tempo addietro. Ragazza lei, ragazzo lui! Ella andava a scuola, con l’aia - una vecchia del vicinato - e l’Arnoldi, anch’esso coi libri e i quaderni sotto il braccio, la seguiva da lontano. Quella scorta durò un anno: ella ne aveva tredici, allora. Un giorno la vecchia tarda a ripigliarla dalla scuola. Ella se ne stava presso il portone ad aspettare, allungando il collo per vedere se venisse, e nulla! Invece, le viene innanzi lui, il signorino, con una velleità di baffettini, ormai sul labbro. Le dà del lei; dice: - Signorina... - Figurarsi! ella portava ancora la veste corta, così a mezza gamba... E quegli trova il coraggio di dirle che l’amava, lì per lì, con delle frasi... delle frasi... Ella scappò via, senza rispondergli, in fondo all’atrio della scuola. Il domani ricominciò la scorta da lontano. E allora lei, ragazzaccia, chi sa! forse gli avrà fatto capire, sì... che aveva capito, insomma... Non c’era altro. Finito il bel tempo della scuola, divenuta davvero signorina, lo aveva riveduto quattro o cinque volte (non lo sapeva precisamente) a lunghissimi intervalli, in casa di comuni conoscenti. Una sola volta però, in una di queste occasioni (non cercate!) l’Arnoldi, approfittando d’un momento di storditaggine (innocente, badiamo!) supponendo ch’ella fosse rimasta un po’ in disparte per lui e si era avvicinato con molto garbo, e le aveva detto, che egli non s’era mai scordato della sua scolaretta d’un tempo, e dice... ora avrebbe pensato seriamente alla signorina. Ella divenne rossa come un papavero, e s’allontanò senza trovar la forza di rispondergli come doveva... Ora, che fosse egli divenuto, cresciuto negli anni, la signorina Giulia non lo sapeva davvero. Non gli era andata mica dappresso. Nell’Arnoldi aveva sempre veduto quel ragazzetto ardito che l’accompagnava ogni mattina fino alla porta di scuola. Aveva pensato, così, a lui, perché lui forse pensava a lei... Ecco tutto.

Il racconto aveva bene l’aria della sincerità. Non era anzi carina quella piccola avventura? Giulia Antelmi glielo aveva domandato. Ma lui, si sa, lui per riparare in certo qual modo ai mali passi, aveva ostentato allora una cotale indifferenza vestita di buone parole e di savi consigli... In cuor suo intanto avrebbe mille volte preferito, che la signorina Giulia gli avesse detto: «Amavo il vostro amico, Tullo Marzani» e non quell’Arnoldi, quell’Arnoldi, per cui egli sentiva un’istintiva, inesplicabile antipatia! Certamente, se non avesse temuto di compromettersi maggiormente, le avrebbe espresso con calor di gesti e di voci il suo gran disgusto, e svelato tutto quel male che sapeva intorno all’Arnoldi. Tuttavia, le aveva confessato «francamente» che quel signore non meritava, non già l’amore di lei (sarebbe stata un’enormità!), neppure il più lontano interessamento.

- E che ha mai fatto?

- Mah!... Come facesse a vivere, io non lo so. C’è chi lo sa, e lo va anche ridicendo apertamente. Io però mi guarderei bene dal ripeterlo a lei.

- Brutte azioni?

- Mah! .. .

Del resto a Giulia Antelmi adesso non importava proprio nulla di saperlo. Peggio per lui, per l’Arnoldi!

Peggio per me!», pensava invece Lucio Mabelli, che già si trovava in istrada, diretto alla stamperia del giornale.

II

- Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette...

Il signor Carlo Antelmi, su una seggiola presso l’uscio del salotto arredato con certa pretensione d’eleganza, che tradiva peggio l’angustia dei mezzi, faceva girar con un dito le aste d’un grande e vecchio orologio a pendolo appeso alla parete su uno stipetto a muro. Dopo il primo giro sul quadrante aspettò che la soneria sbagliata ricontasse le ore. Sette un’altra volta, maledetto!

- Chi è?

Entrava qualcuno; e il signor Carlo, lungo e secco nella veste da camera un po’ gualcita, con un berrettino da viaggio in capo e un grosso fazzoletto di lana al collo, dalla seggiola si volse, chinandosi verso l’uscio per veder chi fosse.

- Sono io, signor Carlo... Disturbo? - fece Tullo Marzani, entrando impacciatissimo.

Il signor Carlo s’affrettò a scendere dalla seggiola.

- L’avvocato! Ma che! Avanti, signor avvocato! S’immagini... Come va? Scusi lei piuttosto, che mi trova così...

- Veramente è un po’ troppo presto per una visita; ma, ecco, io avevo questa carta di musica, che la signorina Giulia vuol vedere; e così, passando, son salito. Non per altro, ecco! So che la signorina suona di mattina, e così...

- Troppo buono... troppo buono... - ripeteva il signor Carlo, inchinandosi e sorridendo per compiacenza all’avocado.

Ma questi sentiva il bisogno di dar maggiori spiegazioni. La serva aveva voluto farlo entrare per forza; lui invece avrebbe voluto lasciar la musica e andar via subito, senza disturbar nessuno. ..

Tullo Marzani faceva spesso, or con una scusa or con un’altra, di quelle comparse improvvise in casa Antelmi, frutto senza dubbio delle meditazioni e dei consigli di qualche notte agitata, durante la quale egli, stanco finalmente d’un lungo periodo di continue indecisioni, sentiva il bisogno di risolversi a far qualche cosa. Doveva o no prender moglie? Chi gli consigliava di sì, e chi di no. Gli conveniva o no la signorina Antelmi? Quanto all’aspetto, sì, certamente: la stimavan tutti una bella ragazza; ma un po’ bizzarra, un po’ troppo sciolta; taluni... Non era massaia; amava piuttosto la lettura dei romanzi... «Male... male...», gli diceva una voce interna; ma subito un’altra, di rimando: «Non vorrai già relegar tua moglie in cucina!». - Oibò! - La signorina Antelmi non aveva dote - «Tanto meglio! ti sarà più obbligata...», gli suggeriva qualcuno nella coscienza. «Eh no!», l’ammoniva un altro, «tu, col tuo censo, puoi aspirare a qualche altra, più in alto...»

Ma ecco, al povero Marzani, destituito a tal segno di criterio e d’estimativa, in fondo la signorina Giulia piaceva moltissimo. E così, tutt’a un tratto, pigliava finalmente la decisione di chiederla in isposa:

«Me la piglio, e non se ne parli più!».

Si levava di letto, divenuto per lui arnese di tortura, e con gli occhi ammaccati dall’insonnia, senza il suo bel color rubicondo, concertava un progetto, cercava una scusa verisimile, e s’avviava verso casa Antelmi.

Qui pareva che tutti l’aspettassero sempre a braccia aperte, il signor Carlo, la signora Erminia, finanche la serva; se bene adesso un po’ stanchi, a dir vero, della lunghissima attesa, specialmente la signora Erminia, la quale tuttavia si guardava bene dal mostrargli impazienza.

Il peggio era, ch’egli, senza accorgersene, s’era lasciato sfuggire il momento, in cui la signorina Giulia, delusa dalla partenza dell’Arnoldi per Milano, stretta dal disagio in casa sua, considerandosi non compresa dai suoi, avrebbe forse accolto la domanda dì matrimonio.

Ora ella, per stare in pace con la madre, doveva forzarsi a nasconder l’antipatia che il Marzani le ispirava; e intanto s’era rivolta e appigliata al Mabelli, come a uno scoglio cui pur sentiva non ben sicuro, nel naufragio delle sue speranze. Sapeva che il Mabelli non era in condizioni da prender moglie; ma fidava sull’ingegno di lui e sulla sua civetteria.

Lucio, dal giorno in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità, non aveva più saputo opporsi con franchezza alle supposizioni di Giulia, divenute man mano per lei certezza, a cagione del suo silenzio e della sua remissione. Egli pensava: «Posso io forse dirle: Sa, signorina? quel giorno io scherzavo; non creda che io sia sul serio innamorato di lei... Certamente non posso dirle così. Lo capirà da se stessa, dal mio contegno...».

Questi, intanto, rimanevan proponimenti. In realtà, poi, Giulia Antelmi lo aggirava tra le spire della sua arguta malizia, lo avvolgeva alla sprovvista nel momentaneo turbamento d’una furtiva espansione d’affetto; e così egli, ogni volta, usciva dalla casa di lei interdetto, scontento di sé, con un senso smanioso di disagio e la coscienza sempre più precisa della falsa posizione, in cui s’era messo.

Perché non parlava? Non sentiva forse in cuor suo, che la lealtà, l’onestà, il dovere verso l’amico di cui possedeva il segreto, e ch’egli tradiva, gl’imponevano di parlare? Era leale, era onesto lusingar così col suo silenzio una signorina, a cui già l’età non consentiva altri indugi in leggieri amoreggiamenti senza scopo? Ella aveva già venticinque anni. Lucio lo sapeva. Ne mostrava, è vero, venti o ventuno appena; sì, ed era pur bella, e così ricca di spirito! Che disgrazia non aver dote! Lucio avrebbe fatto la sciocchezza di venir meno a tutti i suoi proponimenti contro alle tentazioni del matrimonio. Lo confessava a se stesso, forse per acchetar la coscienza rivoltata dal suo modo d’agire. Non s’era forse spinto fino a ricever da lei dei baci? E non aveva udito più volte Giulia mettergli in berlina il Marzani? Ed egli aveva anche sorriso della dicacità di lei, un po’ impacciato, è vero, ma pur senza saper dire una parola in difesa dell’amico, ch’egli tradiva, così, senza quasi volerlo...

Egli non parlava, egli che doveva, e intanto se la prendeva, per giunta, col Marzani, che non sapeva decidersi una buona volta a domandar la mano di Giulia, e a trarre così lui d’impiccio. Se avesse potuto indurre il Marzani a far ciò, egli, nel frattempo, si prometteva di spiegarsi francamente con la signorina Giulia. Sarebbe stato difficile e penoso, non s’illudeva; ma era pur necessario...

Così, una mattina, si recò a trovare il Marzani.

- O Lucio! Come va? - disse questi, ricevendolo nel suo studio sempre in ordine, e levandosi dallo scrittoio.

- Hai da fare?

- Un mondo!... Un mondo!... Non ne posso più, lo dichiaro francamente.

Va bene, usciamo. Fa bel tempo, e non si lavora. Usciamo.

- Hai da parlarmi?

- No. Ci faremo una passeggiata. Discorreremo...

- Sì, ma... queste carte?

- Le lasci stare. Le vedrai più tardi. Su, lesto, ora andiamo!

Tullo Marzani aveva sempre un mondo da fare, o almeno egli amava credere così, e lo diceva a tutti. Veramente, di tanto in tanto, qualche amico gli rovesciava addosso delle seccature giudiziarie, ch’egli soleva sbrigare con la massima diligenza, rimettendovi però spesso le spese. Non c’era altro!

- Di’ un po’, ti sei sognato? - cominciò Lucio Mabelli, appena in istrada. - Che diamine m’hai raccontato della signorina Antelmi... di te?...

- Ah, le hai parlato? - esclamò il Marzani sgranando gli occhi, quasi smarrito.

- No, no, che! Ma bada, sai; c’è un equivoco...

- Tu hai parlato di me alla signorina Giulia! Di’ la verità...

- Ti dico di no. Sei curioso!... Fu lei, invece, che mi parlò...

- Di me?

- Nient’affatto.

- E allora?

Tullo guardò Lucio, impallidendo. Quell’aria d’indifferenza con cui il Mabelli era venuto a invitarlo a uscire, la leggerezza affettata con cui gli parlava d’una cosa tanto grave per lui, gli fecero a un tratto supporre, che l’amico volesse prima nascondergli e poi man mano prepararlo a una spiacevole notizia.

- Non capisco... - aggiunse. - Di chi t’ha parlato la signorina?

Lucio cominciò a sentirsi a disagio sotto lo sguardo smarrito

del Marzani; ma rivolse subito contro l’amico l’acredine del rimorso, che ora lo pungeva più che mai. Così avveniva sempre in lui: il suo rimorso si cangiava in stizza, e allora egli incolpava della sua colpa chi o per un verso o per l’altro lo aveva spinto a commetterla.

- Non cominciare adesso... - rispose. - Non è avvenuto nulla! Sta’ tranquillo. La colpa del resto è tua, mio caro...

- Come? Ma io...

- Lasciami dire! Tu... tu non hai diritto di lagnarti di nessuno. Sì, perché sei l’indecisione in persona, capisci? Ti proponi questo, ti proponi quest’altro, parli, fai veder tutto bell’e fatto, e, sissignore! poi non fai nulla. Confessa che sei così.

- Scusa, ma io...

- Tu, che cosa? Hai parlato a me, è vero, di Giulia Antelmi? M’hai detto, è vero, che ti piaceva; che intendevi sposarla; che anche lei, ti pareva, pensasse a te in segreto? Oh! E da che m’hai confidato tutto ciò, saran passati, per dir poco, cinque mesi. Eh, lo so! Non interrompermi... Cinque mesi! Parevi allora deciso a far questo passo. Che hai fatto finora? Che hai concluso? Nulla! Poi ti lamenti...

- Ma che importa a te? Che è avvenuto? Insomma, si può sapere?...

- Che? Nulla, finora; ma se indugi ancora... Che importa a me? Io, guarda, non ti capisco! Se fossi al tuo posto... Solo, ricco, senza grattacapi, tranne quelli che vai procurandoti col lanternino; mi vuoi dire che vorresti di più? Ah, l’amore? E lo vorresti così, senza scomodarti, senza dir nulla? Che aspetti ancora? Aspetti che le donne ti saltino al collo al primo vederti?

- Questo non l’ho mai preteso... - disse Tullo mortificato. - Ma ancora non capisco perché sei venuto a farmi questo discorso, oggi... Guarda, io un sospetto ce l’ho... Non vorrei dirtelo; ma...

Lucio si volse un po’ sconcertato a guardar l’amico.

- Vuoi che lo dica francamente? - aggiunse il Marzani impacciato, e volle prima sorridere, come per attenuar le parole. - E chiaro, che non te ne faccio una colpa... Senti, io... sì, io metterei le mani sul fuoco, che la signorina Giulia crede... o almeno m’è parso, bada! sì, crede... che tu insomma le faccia la corte... un po’ ecco...

- Sei matto? - esclamò Lucio. - Io? la corte?

- Tu no, tu non c’entri, lo so! Dico, che lei forse lo crede...

- Oh, ma lei... può credere... ciò che vuole... Io... - rispose Lucio, a cui già le parole tiravano il fiato; e nascose l’agitazione in una risata. - Io far la corte! Non ci mancherebbe altro. E poi, sì, t’assicuro, che ho tutto con me per essere il beniamino delle donne... Va’ là, va’ là, non dir sciocchezze, e non farmene dire!... Quando penso, in certi momenti, che ho gli anni che ho, e che mi tocca vivere come vivo, dopo tanti... Basta! meglio non parlarne. Ti lagni tu, tu hai il coraggio di lagnarti!... Basta; senti... Volevo dirti dell’equivoco, mi pare... Ebbene, dimmi un po’: conosci l’Arnoldi? Antonio Arnoldi...

- Sì, perché? Lo conosco di vista... Aspetta. L’ho veduto giusto jersera.

- Qui? In Roma? Ah, non è possibile! - fece Lucio, cangiandosi improvvisamente dalla sorpresa.

- M’è parso d’averlo visto...

- Va’ là, ti sarai ingannato... Non è possibile!

- E io ti dico che era proprio lui. Anzi, sai, acconciato come uno zerbino... e poi, rifatto... sì, con quella solita aria...

- E tornato da Milano?

- Pare...

- E per far che?

- Uhm! - fece Tullo. - Chi lo sa? Probabilmente per rimettersi a fare quello che faceva...

Lucio non udì le parole del Marzani. «Per far che?», ripeté a se stesso, come se a ogni costo volesse trovare un nesso tra quel ritorno inatteso e ciò che lui stava per dire al Marzani.

S’immerse, sconvolto, in un mare di supposizioni.

Tullo, intanto, continuava con disinvoltura a sparlar dell’Arnoldi.

- Forse - diceva - non avrà potuto più vivere neppure a Milano; così, è tornato agli antichi amori...

Lucio se ne infastidì.

- T’inganni - disse, per farlo tacere. - L’Arnoldi, mio caro, ha trovato a Milano un ottimo collocamento, nella Banca Ritter. Ha molto ingegno, tu non lo sai, e volontà di ferro... E un po’ traviato, era almeno.

- Se lo era! - esclamò il Marzani ridendo.

- Ebbene, tu ridi, e io ti dico... Guarda, combinazione! Sei innamorato della signorina Giulia, è vero? Or bene, sappi, ch’ella fece parecchio tempo all’amore con Antonio Arnoldi...

- Con lui? - gridò Tullo, restando.

- Nulla di male, oh sai! - s’affrettò a soggiunger Lucio per correggere la cattiva impressione che le sue parole buttate giù nella stizza avevano prodotto nell’amico. - Nulla di male... Un amoretto sciocco da ragazza, proprio da ragazza... Andavano a scuola insieme, figurati! E già tutto finito da un pezzo. . .

- Era questo l’equivoco? - domandò Tullo ancora stordito.

- Questo; non c’è da impensierirsene, ti ripeto...

E gli narrò in succinto tutto ciò che di questa avventura fanciullesca gli aveva detto la signorina Giulia, e ciò che lui le aveva risposto e detto dell’Arnoldi. Poi, quando gli parve di veder l’amico completamente rassicurato, s’accomiatò al suo solito in fretta in furia.

- Va’, va’; ne riparleremo un’altra volta. Ora lasciami scappare...

- T’accompagno.

- No; debbo andar dal conte Rivoli pel signor Carlo Antelmi. Pover’uomo! Vediamo se sarà possibile ottenergli questo posto di segretario presso il Conte. Ho buone speranze...

- Bene eveniat! - fece Tullo, alzando le spalle, con la mente ancor piena dell’Arnoldi. - Io torno allora alle mie carte...

- E alle tue indecisioni! - aggiunse Lucio, allontanandosi.

E pensò tra sé: «Ora più che mai! Ho fatto male ad annunziargli, così d’un colpo, il vecchio segreto. Avevo cominciato a prepararlo tanto bene. Ma quella notizia... Che sarà venuto a far l’Arnoldi in Roma?».

III

Il signor Carlo Antelmi attendeva impaziente la risposta del conte Rivoli, e aggirandosi per la casa; lodava tra se il Mabelli, che pareva si fosse messo proprio d’impegno a ottenergli quel posto di segretario.

Tanto lui, quanto la signora Erminia avevano cieca fiducia in Lucio: non sospettavan neppur lontanamente, che questi potesse per secondo fine prestarsi così in ogni occasione a giovar loro del suo meglio. Lucio dal canto suo sapeva rendere i suoi favori con tale superiorità, e dietro il cangiante spolvero del suo far vivace sapeva così ben nascondersi, che davvero non dava appiglio ad alcun sospetto.

In quanto alla signorina Giulia, ella era stata sempre pei suoi genitori come un libro chiuso, ben legato, con sul dorso un titolo indecifrabile. Stavasene quasi sempre appartata a leggere o a ricamare. Sentiva, e spesso non riusciva a nascondere un disgusto opprimente per i modi un po’ volgari e sciatti della madre e per la grettezza del padre, specialmente ogni qual volta tutti e due venivano a lite, e come spesso accadeva, per un nonnulla.

Il signor Carlo diè ordine alla serva di far subito passare in camera sua il Mabelli, e vi si ritirò per non assistere al trambusto (alla rivoluzione, diceva lui) che facevan le due donne ogni mattina «per rassettar la casa», uscendo dalle loro camere.

Però quel giorno la signora Erminia ne uscì col cappellino in capo e un ventaglio in mano. Il Marzani aveva regalato per la sera un palco all’Argentina, ed ella si recava a far delle compere necessarie per sé e per la figlia. La serva venne per parte di questa a rammentarle un ventaglio e non so che nastro grigioperla.

- Sta bene, sta bene... E che fa lei, la signorina? Ancora a letto?

- S’è già levata, si pettina.

- Alle undici!

La signora Erminia sospirò, e uscì.

- E andata via la mamma? - domandò Giulia sporgendo il capo dall’uscio della sua cameretta.

- Or ora, signorina. Ma non dubiti, gliel’ho detto: il ventaglio e il nastro.

- Se si rammenterà! - sospirò Giulia, entrando nel salotto. - Vorrei sapere perché è voluta uscire così per tempo...

- Son già le undici, signorina!

- Grazie, lo so. Poteva bene uscire con me oggi dopopranzo. L’ha detto lei, è vero, che sono le undici?

Si stese su una seggiola a dondolo, e cominciò a spingersi innanzi e indietro, colle mani sui bracciuoli, il capo chino e gli angoli della bocca in giù, in una contrazione di sdegno.

- Eh già! - riprese poco dopo. - Infatti abbiamo tanto da fare, in questa casa! Auff! Per piacere, Olga: va’ a prendermi il libro che sta sul comodino a canto al letto.

Ristette dal dondolarsi; reclinò indietro la testa, tese in avanti il busto e alzando le braccia e incrociando le dita si posò le mani sulla fronte, per stirarsi. Poi si levò, aprì il pianoforte, ma non seppe decidersi a sonare.

La serva rientrò col libro.

- Posalo sul tavolino, lì... Non ho più voglia di leggere.

Rimasta sola, appoggiò un gomito sul pianoforte, facendone stridere alcuni tasti, e si nascose gli occhi con la mano.

Sotto la pressione del gomito i tasti tennero lungamente il suono.

Da parecchi giorni Giulia Antelmi si rendeva conto dello stato d’animo di Lucio Mabelli rispetto a lei. Quei ritegni, quegli sguardi schivi, certe parole fredde, cascanti dalle labbra, quelle mani che temevan sempre d’incontrare le sue, le dimostravano chiararnente com’egli cercasse già d’allontanarsi da lei a poco a poco, pur rimanendole vicino, da buon amico, dopo averle fatto intender la ragione, senza prediche e senza scene.

Questo modo d’agire intanto la stizziva. Già uno strano puntiglio cominciava a inasprire il suo amore. Ella provava dispetto dell’impotenza sua di vincere quell’uomo: avrebbe voluto costringerlo a non pensar tanto, a non dar tanta retta alle dure necessità della sua condizione. E intanto si turbava a ogni accenno di ricordo subito cancellato dal sangue che le affluiva al cervello, vergognosa della sua ostinazione, che forse l’aveva spinta a concedere a lui, per legarselo maggiormente e rendergli più difficile l’uscita, qualche carezza non del tutto inappuntabile. Lucio non sapeva resisterle, come avrebbe dovuto, dato il suo intendimento; e questa era in gran parte la cagione del rossore di lei; giacché ella concedeva più per puntiglio di vincere che per amore, e quegli trascendeva più impacciato che accecato, quasi rimettendosi a lei, per non offenderla con un savio richiamo.

Lucio Mabelli, entrando nel salotto, la sorprese ancora innanzi al pianoforte, col gomito sui tasti e la mano sugli occhi.

- Oh, Lucio!

- Il signor Carlo? - domandò Lucio esitante, evidentemente contrariato.

- Di là... Aspetta! Vai subito?

- Devo annunziargli con premura...

- Con tanta premura?

- Ha ottenuto quello che desiderava - rispose egli, mostrando tutto il suo zelo, come per iscusarsi. - Son sicuro che m’aspetta, l’ha lasciato detto alla serva... Se ora mi si vedesse qui. . .

- Prima di tutto, nulla di male! Poi, Olga non entra se non è chiamata. La mamma non è in casa.

- Può uscir tuo padre da un momento all’altro...

- E allora gli dirai quello che devi dirgli... - Farei questa bella figura! - concluse Lucio.

Ella gli volse le spalle.

- Sta bene... e tu va’ allora... – E sedè con un sospiro, che parve uno sbadiglio, sulla seggiola a dondolo.

Lucio non ebbe la forza d’andarsene così. Le si avvicinò, combattuto.

- Sei ingiusta...

- Ingiusta? - domandò ella, sorridendo. E prese il libro dal tavolino come per mettersi a leggere.

- Ingiusta, ingiusta... Non te n’accorgi...

- Può darsi! - sospirò lei.

Lucio si chinò sulla seggiola, a guardarla.

- Ti lascio col broncio?

Giulia levò gli occhi da leggere, e sotto lo sguardo di lui le nacque un sorriso quasi involontario.

- No, è vero? Allora vado! - s’affrettò a dir Lucio.

Ma ella lo trattenne per un braccio.

- No. Perché fuggi tutte le occasioni in cui si può restar soli un tantino a parlare?

- Io?

- Tu, tu; questa, per esempio...

- Ma così... Se ci vedessero!

- Non mi vuoi bene? - fece Giulia, abbassando gli occhi sul libro.

Lucio sentì che quello era proprio il momento di spiegarsi con lei. Ma come incominciare?

Ella esitò un poco, quindi si volse a guardarlo.

- Che potrei dirti? - fece lui, impacciato, evadendo alla domanda.

- Nulla?

- Una sola cosa. T’’affliggerebbe troppo, però. Come affligge me...

- Mi vuoi bene? - ridomandò lei, e questa volta senza esitare, guardandolo negli occhi.

- Sì, Giulia...

- Me lo dici così...?

Allora Lucio, incalzato dallo stupore di lei, dall’interno disagio, riavendosi man mano nella crescente agitazione, prese a dirle con foga, con calore, or dando alla voce inflessioni di tristezza appassionata, ora esagerando con arte, in quel momento involontaria e incosciente, tutto ciò che da parecchio tempo rimuginava. Si rivolgeva ora al cuore di lei, ora alla ragione, non accusando che la durezza della sorte, la tristezza del caso... Le faceva notare la falsa posizione in cui egli si trovava in quella casa, e quanto soffriva nel vedersi circondato dalla cieca fiducia dei genitori di lei.

- E io li inganno, li inganno...

- Perché mi ami? disse Giulia, tentando di resistere a quell’onda di parole con l’opporre di tanto in tanto, in fretta, come a riparo qualche osservazione o qualche domanda.

- Perché ti amo? No! - ripigliò Lucio col viso in fiamme. - Sii ragionevole! Perché non posso confessare a chi dovrei, e in ciò sta il male, questo nostro amore. Tu devi pensare a te...

- Non lo puoi? Perché? - oppose un’altra volta Giulia.

- Oh, ma tu lo sai perché! Sai qual è la mia posizione... Io non posso, e mi pare onesto dirtelo, da parte mia...

- Me lo dici ora... - osservò Giulia, e in quell’ora era tutto il suo dispetto.

- Ora... - balbettò Lucio. - Ma sii giusta! Tu lo sapevi...

- M’hai detto d’amarmi - ella riprese, e la sua voce s’era fatta dura, quasi astiosa. - Ti sei preso il mio amore... e quanto! M’hai detto d’amarmi!

Allora Lucio, quasi piangente per l’accusa, le ricordò quel giorno della gita a S. Paolo, e come s’eran trovati ad amarsi l’un !’altra, senza neppure sospettarlo, parlando d’un altro amore di lei. Si ricordava? E le rappresentò il suo stato d’animo in quel giorno. Chi pensava più? Lui, almeno! Certo egli non le avrebbe detto mai nulla. Lo aveva vinto la debolezza di lei. Sì, sì. Egli non sapeva più ciò che le aveva detto in quel giorno.

L’amava, e s’era lasciato trascinare dal suo amore, spinto da lei... Era giovane anche lui! Non aveva anche lui diritto ad amare, a goder della vita? Ma no, no, che! La giovinezza reclama i suoi diritti? La sorte glieli nega. Si lamenta? Ride. Amare? Lavora! E il suo lavoro restava senza compenso. E la sorte, per maggior crudeltà, ogni tanto gli si mostrava men severa, e lo coglieva a un nuovo laccio! Ah, era un bel giuoco, un bel giuoco! . ..

E le parlò, seguitando, di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione - l’Arte!

Nello sforzo di parlar sommessamente per non farsi udire dalle altre stanze, la sua voce era divenuta aspra, quasi raschiosa, intanto le parole gli abondavano, ed egli vi esalava tutta la sua vera, intensa ambascia, quasi piangendo...

Giulia s’era intenerita: l’astio era man mano divenuto in lei angoscia. Gli prese una mano e l’interruppe:

- Non parlarmi così!

- È vero! - disse Lucio sordamente, rimettendosi. – Non ne ho mai parlato ad alcuno. Mi vi hai costretto tu. Ella si era alzata. - Ed ora? - disse.

- Tu devi pensare a te - riprese Lucio. - Dammi ascolto. Di me non t’importi nulla. Te ne prego: dimentica. E necessario che tu dimentichi.

Ella rimase un tratto con la testa bassa e gli occhi appuntati, e si lasciò cader dalle labbra queste parole, scuotendo lievemente il capo, senza muover gli occhi.

- No... no... è troppo tardi, ormai.

- Prova...

- Inutile!

Si scosse, ebbe come un brivido, si strinse nelle spalle e si coprì il volto con le mani.

- Che hai? - le chiese Lucio dolcemente.

- Non so... non so...

Lucio le si avvicinò, le prese le mani (ella gliele abbandonò senza esitazione) e se le pose sul petto, guardandola.

Giulia si mise a piangere in silenzio.

- Son disgraziata...

Si portò agli occhi il fazzoletto, e appoggiò la testa sul petto di lui, che cominciò a carezzarle i capelli leggermente con la mano.

- Amami così... - disse lei con voce interrotta da singulti brevi. - Non ti chiedo nulla...

E levando la testa, con gli occhi ancor gonfi di pianto, e abbozzando un sorriso malinconico, su cui scendevan le lacrime, gli domandò con insistenza da bambina:

- Sì?... Sì?...

IV

- Dobbiamo parlar di lei... - disse piano a Lucio il signor Carlo, accennando all’uscio per cui era uscita testé sua figlia.

- Della... signorina?

- Vorrei da lei un consiglio, se è in grado di darmelo.

- Un consiglio?

- E una faccenda un po’... - continuò il signor Carlo, parlando a bassa voce, senza trovar l’aggettivo. - Ma con lei, io almeno, non posso aver segreti... Ecco, le spiegherò. Conosce un tale... Arnoldi?

- Antonio Arnoldi? - disse subito Lucio, pallido, rizzandosi sul busto, come colto da un brivido alla schiena.

- Precisamente. Lo conosce?

- Perché... me lo domanda?

- Per aver da lei un consiglio...

- Lo conosco... così... di nome soltanto... Scusi, perché vuol saperlo?

- Le dirò... - fece il signor Carlo. - Ho ricevuto ieri una lettera.

- Da Milano?

- No, da Roma.

- Ah, è a Roma? - domandò Lucio.

Perché mentiva così? Egli stesso non sapeva rendersene conto. Quelle parole gli erano venute alle labbra spontaneamente, non cercate, non volute.

- Venuto, pare, espressamente - disse il signor Carlo con un sorrisetto espressivo.

- Ah, eh già! s’intende... - fece Lucio; e subito si stupì di quest’altre parole involontarie e del suo sorriso in contrasto aperto, stridente con l’aria ingenua assunta sul principio.

Ma il signor Carlo non notava nulla di tutto ciò; sorrise per compiacenza al sorriso di Lucio, e proseguì:

- Nella lettera mi si dà abilità di domandare a Milano tutte quelle informazioni, che possono farmi all’uopo.

- Una domanda di matrimonio, allora... - disse Lucio con l’aria ingenua di prima.

- Mi pareva che l’avesse compreso.

- E sì, difatti...

Si smarriva; sentì lui stesso, che si smarriva. Volle correggersi; fu peggio.

- E lui... che domanda?... Lui! strano... cioè!... dico, manca da Roma... da parecchio tempo, mi pare! E poi, con qual titolo? Che fa a Milano?

Questa volta il signor Carlo notò l’imbarazzo del suo giovane amico, ma credé che gliel’avesse cagionato lui, con l’interessarlo in una faccenda tanto delicata. Cavò di tasca la lettera e gliela porse.

- Ecco la lettera... Legga.

Si misero allora a parlare della Banca Ritter di Milano, banca tedesca, solidissima. Il signor Carlo ne aveva già domandato notizie a un suo amico milanese. Anche Lucio sapeva da un amico impiegato in quella banca, ch’essa era solidissima. Non sapeva però spiegarsi come l’Arnoldi avesse potuto trovarvi così buon collocamento - «non per altro; ma perché i tedeschi, si sa, son così difficili... Segretario, accidenti! un buon posto!»

- Che ne dice? - domandò il signor Carlo, che già rideva dalla gioia.

Lucio si mostrò nuovamente impacciato a rispondere. Gli pareva mill’anni d’andar via.

- Ma... io non so... veda... Non potrei dirle...

- Però - insisté il signor Carlo - non credo, è vero, che sia un partito da rifiutare così, a occhi chiusi...

Lucio aprì le braccia in risposta. Poi disse:

- Se ella lo desidera, posso anche domandar per conto suo informazioni al mio amico.

Il signor Carlo accettò, profondendosi al suo solito in ringraziamenti.

Lucio uscì da casa Antelmi in preda a una straordinaria eccitazione, brancicando in tasca una lettera, la lettera dell’Arnoldi al signor Carlo. Era rimasta a lui, per dimenticanza! Egli se n’accorse per via, e quasi se ne sentì scottar le mani...

Era già quasi sera, e il Corso coi lampioni non per anche accesi, tutto in ombra, era affollato pel ritorno dal passeggio pomeridiano a Villa Borghese.

Tutta quella folla agitata nell’ombra, pigiata nell’angustia dei marciapiedi sempre in guardia dalle vetture susseguentisi con frastuono, diede a Lucio il capogiro. Gli pareva di veder l’Arnoldi in ogni persona; sentiva che l’avrebbe senza dubbio veduto, lì a un tratto, senza dubbio.

E infatti lo vide. Era con alcuni amici sulla soglia del caffè Anglo-Americano di fronte alla piazzetta Sciarra, e s’era tirato indietro sgarbatamente, alzando le braccia, per rider forte, mostrando i denti bianchissimi sotto i baffi ricciuti, neri come l’ebano - un riso che pareva nitrito: chi sa perché! forse per qualche piacevolezza detta da uno de’ suoi amici. Gli era quasi cascata dal naso la lente legata in oro. Lucio sentì strapparsi i nervi da quel riso fragoroso. - Non aveva riso per lui, quell’imbecille? Si fermò d’un colpo. Si voltò, e stette tra la folla a guardare un tratto in direzione del caffè. Avrebbe voluto tornare indietro, e schiaffeggiare quella faccia bruna, insolente... Si rimise ad andare in giù. Verso casa sua, in via Laurina? No, che! Dal Marzani, allora, in via dei Pontefici? E per far che dal Marzani? Oh, egli sentiva bisogno di parlar con qualcuno, di sfogarsi con qualcuno; e sentiva che andava lì, proprio dal Marzani, benché non ne vedesse chiaramente la ragione. Egli doveva pur fare qualche cosa! Ma che cosa, e perché? Di che si lagnava? Che pretendeva? Che diritto aveva egli d’impedire quel matrimonio? Impedirlo? Non doveva anzi considerarlo come una fortuna, come una liberazione? Non aveva egli forse provato stizza, dispetto, rabbia dopo la scena fattagli dalla signorina Giulia piangente sul suo petto? Non s’era detto mille volte sciocco, e non aveva accusato anche lei, Giulia, bassamente, sostenendo ch’ella voleva usargli violenza, non già per amore, ma per puntiglio o per brama di marito? Dunque? Eccolo lì, il marito, l’Arnoldi! Di che si lagnava oltre? «Ah no! l’Arnoldi no» pensava andando. «Caschi il mondo, no!»

Si trovò in via dei Pontefici, presso la porta del Marzani. Il dubbio di non trovarlo in casa lo arrestò innanzi allo scalino d’invito; ma pur non rendendosene conto, l’arrestarono anche l’indecisione ond’era agitato e il bisogno di precisar qualcosa prima di salire. Non gli fu possibile precisar nulla; si premé forte gli occhi con una mano, e poi, facendo un gesto vago, come per scacciar tutte le cure, si mise a salire la lunga scala. Sentì scuotersi, sollevare, salendo, da un impeto folle di riso, e spiegazzò in tasca la lettera dell’Arnoldi.

Ah era ben comica, ben comica la sua posizione! «Eccomi qui! Devo dar marito alla fanciulla del mio cuore, e voglio darle un buon giovane. Favoriscano di dirmi com’è codesto loro signor Arnoldi! - Il Marzani? - Poveretto... io non dico... potrebbe anche essere un ottimo marito...» Queste ultime eran parole di Giulia Antelmi. Lucio se le ripeteva mentalmente, salendo la scala, ancora invaso da quell’onda amara di riso.

Tirò il laccio del campanello, e attese. Il Marzani era in casa. - Ringraziami! lodami, mio caro! - gridò Lucio, ridendo come un pazzo al cospetto dell’amico, pigliandolo per le braccia e scuotendolo, spingendolo in dietro. - Lodami, ringraziami anche tu, come il signor Carlo! Lodatemi tutti! Io son l’uomo più lodevole del mondo!

- Che hai? Lasciami... Sei matto? Che t’è avvenuto?... - fece Tullo, guardando stupito Lucio, e cercando di svincolarsi dalla stretta.

- Nulla! Che ho? Son contento di me, non vedi? Non debbo viver soltanto di lodi, io? facendo una buona azione al giorno? Poca fatica, non è vero? Oggi poi, ne ho fatte due, sì, e una migliore dell’altra! Così, doppia razione di lodi. Oh, se la passa bene il mio amor proprio! Metterà pancia, vedrai!

- Che hai fatto? - domandò il Marzani intontito.

- Che ho fatto? Sentirai, mio caro! Cose che non facevan neppure i santi padri tentati nel deserto dalle demonia! Prima di tutto, ho tolto dei grilli dal capo d’una fanciulla di mia conoscenza. La poverina s’era fatte delle illusioni su me, figurati!... Però non m’ha ringraziato: aspetto d’esser ringraziato in appresso! Credeva la poverina, ch’io mi fossi un uomo come tutti gli altri, un uomo che si possa permettere il lusso di far delle sciocchezze... Basta! L’altra buona azione, la sai. Ho fatto ottenere il posto a quel caro signor Antelmi. L’ho reso felice, tanto felice, che m’ha commissionato subito un’altra buona azione. Ma io prima, guarda, ne voglio rendere una a te...

- A me? Grazie! - fece Tullo, il quale non sapeva più se ridere o affliggersi dell’amico.

- No, mi ringrazierai poi - seguito Lucio, divenendo a un tratto serio. - Senti, non dico per ischerzo... Vieni qui... siedi... Leggi questa lettera...

E porse al Marzani la lettera dell’Arnoldi.

Se ne pentì subito. A un tratto, come se tutte quelle parole dette con straordinaria vivacità, nella crescente eccitazione, si fossero insieme riflesse sulla sua coscienza improvvisamente ridesta, sentì invadersi da profondo disprezzo di se stesso. Sentì che il suo modo d’agire era indegno; ma non ne vedeva ancora chiaramente lo scopo, quasi che in lui fosse un’altra persona, la quale agisse senza palesarsi, per fini ancora a lui nascosti. Gli pareva, ora, ch’egli fosse venuto dal Marzani quasi trascinato da quest’altra persona, e non sapeva perché. Non era anche inutile, oltre che indegno? La signorina Giulia non avrebbe mai accettato la mano del Marzani, egli lo sapeva. E pure, chi sa? Tullo era ricco, non era brutto, non aveva mai commesso brutte azioni come quell’Arnoldi. In un momento Lucio stabilì un confronto spassionato tra l’uno e l’altro, li bilanciò fisicamente e moralmente Avrebbe intanto voluto strappar di mano a Tullo la lettera; ma si sentì trattenuto, come se qualcuno internamente gli avesse detto: «E aspetta! Tanto, ormai, ci sei... Proviamo!».

Tullo lesse la lettera, prima arrossendo, poi man mano impallidendo, impallidendo, finché guardò Lucio, smarrito, e gli cascaron le braccia.

- Dunque è finita?

- Niente finita! - disse forte Lucio, alzandosi. - La signorina Antelmi non sa ancora nulla di questa lettera.

- Sì; ma tu m’hai detto... - balbettò Tullo.

- T’ho detto, se ti ricordi, che dell’Arnoldi nel suo cuore non c’è più traccia. Amoretto da ragazza, t’ho detto! Santo Dio, come ti perdi in un bicchier d’acqua!... Ora ella sa bene che persona è l’Arnoldi, e ciò che ha fatto... Non è possibile che lo accetti - Poi, del resto, ti ripeto ch’ella non sa ancor nulla della domanda di matrimonio. Capisci, che il signor Carlo ha dato a me, me... l’incarico di domandar notizie dell’Arnoldi a Milano? Proprio così! Ebbene, che vuoi farci, pover’uomo! Fiducia! - Ora passeranno cinque, sei giorni prima che venga la risposta. Dunque, tu hai tutto il tempo di far la tua domanda al signor Carlo.

- E come posso, ora... - osservò imbarazzato il Marzani.

- Come? Oh Dio! Fingi d’ignorar tutto! Perché, spero, non andrai mica a dire al signor Carlo, che io son venuto a comunicarti la gran novità! Del resto, non ci sarebbe nulla di male... Sa che tu ami sua figlia... dunque... Ma non c’è bisogno di dirglielo... Tu va’ da lui... deciditi una volta! e fa’ la tua domanda in tutte le forme. Senti, tra te e quel signore la scelta non può cader dubbia. Figurati! T’accoglieranno a braccia aperte!...

Il Marzani sorrise, ancora smarrito. Egli godeva di vedere attraverso le parole di Lucio, facilissimo il suo compito.

V

Come Lucio aveva preveduto, il signor Carlo accolse il Marzani a braccia aperte. Davvero, il pover’uomo, non s’aspettava più tanta fortuna. S’era già adattato alla necessità di dar la figlia a un intruso, che gliel’avrebbe portata anche lontano, fuori di Roma. Né di ciò, buono com’era, sapeva dar torto al Marzani.

«È troppo ricco per noi», pensava. «E mia figlia non ha dote.»

La signora Erminia però non la pensava allo stesso modo. Per lei, il Marzani era ormai non solo uno sciocco, ma anche un mancator di parola. Ella sentiva stizza delle illusioni, delle speranze concepite su lui e andate a vuoto, e naturalmente ne dava a questo la colpa, anzi che al suo troppo imaginare.

- Sarebbe stato tanto onore per lui sposar nostra figlia! - diceva al marito.

E il signor Carlo, per non aizzar la moglie ad altre invettive, apriva le braccia e si rimetteva alla volontà del Signore.

Tanto che la moglie adesso, a veder realizzato, quando men se l’aspettavano, un desiderio già svanito come speranza; s’eran talmente rallegrati, che per un momento non pensaron più né alla precedente domanda, né all’esistenza dell’Arnoldi... Oh, ma del resto, per costui, una scappatoia si sarebbe presto trovata Frattanto era certo, che la figliuola, sposa del Marzani, sarebbe rimasta a Roma, sotto gli occhi loro. Di fronte al Marzani, l’Arnoldi era completamente scomparso dalla loro mente. Già non lo conoscevan neppure di vista, non sapevan chi fosse... Così, nemmeno era passato loro per la mente, che per giustizia, di fronte a due richieste di matrimonio, non avrebbero potuto non tener conto del diritto di scelta della figliuola. Il signor Carlo, nella gioia inattesa, aveva dato al Marzani quasi per fatto il matrimonio; e il domani la signora Erminia ne parlò alla figliuola.

Da un bel mazzo di fiori inviato dal Marzani la sera precedente, così, senza ragione, in dono misterioso, e dal sorriso con cui il padre e la madre glielo avevano presentato, Giulia aveva sospettato l’intesa, e però la mattina accolse freddamente la madre. Alle prime parole della figlia, la signora Erminia sentì cadersi dalle labbra tutte le espressioni di giubilo che le eran saltate dal cuore.

Giulia fu irremovibile dal rifiuto. Sdraiata sulla seggiola a dondolo con un libro in mano, fingeva di leggere, spingendosi indolentemente innanzi e indietro.

- Almeno una ragione! Di’ almeno una ragione!

- T’ho detto: non-mi-va.

La signora Erminia finì per uscir dai gangheri:

- Che intenzione hai? Che ti sei fitto in mente?

- Nulla, proprio nulla. Lasciami stare, ti prego. Ci penserò io....

- Ci penserai, sì, quando? Quando ti capiterà una nuova occasione, è vero?

- Non ne aspetto più...

Sì, e allora bell’avvenire senza dubbio quello che le si apparecchiava!... Sarebbe andata a finire suora di carità, è vero? O monaca in qualche ritiro! Solita storia... Pensava così perché aveva ancora il padre e la madre, e una casa... Ma non li avrebbe avuti sempre però, e allora?... oh allora!...

- E inutile, mamma! - disse Giulia per tagliar corto a quelle riprensioni. - Or mai, l’ho fisso qui: non mi mariterò! E sai, che quando ho detto una cosa...

La signora Erminia ebbe un bel metterle innanzi agli occhi tutti i mali a cui vanno incontro le ragazze che restan senza marito: la schiavitù delle malignità altrui, la solitudine, i disagi, le noie... E a che pro tutto questo? Già sola, appartata, non sarebbe potuta rimanere: gliene mancavano i mezzi. Ma, quand’anche? Una donna, sola, non è mai libera.

Ella a questo quadro s’era rivoltata subito, con tal vivacità e tanta efficacia, che, per un momento, alla signora Erminia parve di soggiacere al fascino della parola di Lucio Mabelli, proprio come se questi parlasse per bocca della figlia.

Giulia, infatti, ripeteva ogni tanto inconsciamente qualche frase di Lucio, e s’era quasi assimilata quella speciale attitudine del parlare di lui.

- Allora, è vero? dovrei sposare il primo che mi capita, per non andare incontro a tutto ciò che m’hai detto? Se poi non amo costui, se mi ripugna, non importa, è vero? L’amore? Ma che! C’entra forse l’amore? E il cuore? Una molestia! Ecco il vostro ragionamento! Ecco le vostre massime! Brava gente sennata! E quando io, inesperta, vi avrò dato ascolto? Ah, tu devi mettermi innanzi anche quest’altro quadro! Allora, che sarà di me? Rispondi! Che sarà di me? Come potrò vivere insieme a una persona che non ha saputo ispirarmi né amore, né simpatia, che a me, moglie, non ha potuto realizzare il mio sogno di ragazza?... Perché, è così, non è colpa mia: da ragazze sogniamo tutte! La mia casa mi parrà una prigione, il mio sposo un nemico; cadrò nella noia o cercherò di svagarmi. Oh, e allora tutte le persone sennate, tutte quelle che dettan massime di prudenza come te, mi salteranno addosso, mi accuseranno Dio sa di che cosa, e via fino in fondo! Ma che moglie v’aspettate da una ragazza che avete costretto a sposar così, senz’amore? Che volete ch’ella vi dia? Che pretendete da lei? Ah, vedi, vedi che ne so forse più di te. I miei libri, è vero? Ma sono i fatti! Così a quattr’occhi posso parlarne; vale per tutte le volte che debbo far le viste di non capir nulla... Va’, va’... E ora lasciami leggere in pace, se è possibile...

Accesa in volto, ancor vibrante, si ravviò i capelli dalla fronte, e si rimise a leggere, questa volta per non rispondere veramente più nulla alla madre, che la guardava ancora stupita.

Quando Lucio Mabelli tornò in casa Antelmi con la risposta da Milano, vi trovò quasi il lutto, e una guerra aperta. Il signor Carlo, per non veder la figlia, tornando dal conte Rivoli, si tappava nella sua camera, e non voleva uscirne neppur per desinare in compagnia. Avrebbe voluto scomparire dalla faccia del mondo per non incontrarsi più col Marzani. Anche Giulia s’era ritirata nella sua cameretta per non veder la faccia arcigna e non sentire i rimbrotti della madre, la quale così era rimasta sola padrona della casa. Chi ne aveva la peggio era Olga, la serva, su cui la signora Erminia sfogava l’ire e il mal’umore.

La risposta da Milano era pervenuta a Lucio a rigor di posta, un giorno dopo il rifiuto opposto da Giulia alla domanda del Marzani. In quella risposta si davan sull’Arnoldi le più ampie assicurazioni.

- E per che farne, ormai? - disse a Lucio la signora Erminia. - Vuol farsi monaca mia figlia, non lo sa? M’ha dichiarato, non intende maritarsi né ora, né mai...

- Le ha parlato anche... dell’Arnoldi? - domandò Lucio esitante.

- No, del Marzani, lo saprà! Ma crede ella, che se le avessi parlato dell’Arnoldi...

Lucio alzò le spalle senza profferir sillaba, temendo che la voce tradisse l’interna agitazione. Ogni parola della signora Erminia gli pareva uno schiaffo. Il tono irritante, sguaiato, volgarissimo di quella voce gli strappava con violenza i nervi. Sentiva ribadirsi una catena trascinata già parecchi mesi con tanta tristezza e tanti affanni; e pur non sapeva ancora decidersi a parlare, a respingerla. Temeva da un canto di tradirsi, e dall’altro non avrebbe voluto piegarsi, darla vinta a quell’Arnoldi.

- Crede che mia figlia lo conosca? - insisté la signora Erminia.

- Ma... io veramente... non so, se debba intromettermi... - balbettò Lucio.

- Parli, prego... Noi la consideriamo come un parente, proprio come un parente.

- Troppo buoni... Ma ecco, a me pare... che così... senza una ragione determinante, l’Arnoldi... sì... non avrebbe mai fatto...

- Ma già! - gridò la signora Erminia, interrompendolo, sgranando gli occhi e battendosi forte una mano sulla gamba.

- Per lo meno - continuò Lucio più spedito - lui, l’Arnoldi, deve aver conosciuto bene la signorina, io credo, altrimenti... Loro non sanno nulla? - Nulla, proprio nulla...

- Provino, allora...

E appena profferite queste parole, come una concessione dolorosa e forzata, Lucio si sentì alleggerito da un gran peso.

- Provare? - fece la signora Erminia. - Oggi dopo la scena di ieri? Oh no davvero! Sarebbe capace di dirmi un’altra volta di no. Lei non conosce mia figlia...

- Ma una risposta all’Arnoldi bisogna pur darla...

- Quel povero signor Marzani! - sospirò la signora Erminia.

Entrò in quella Giulia, che dalla sua cameretta aveva udito la voce di Lucio.

- Mi permetta un momento! - fece subito la signora Erminia, vedendo la figlia, e soggiunse piano nell’orecchio di Lucio: - Vado ad avvertirne mio marito...

Giulia sorrise mestamente, seguendo con gli occhi la madre. Lucio si levò anche lui da sedere, impacciatissimo da quello sgarbo in sua presenza. Avrebbe voluto andarsene per non rimetter piede mai più in quella casa. Aveva fatto uno sforzo enorme a venirci, dopo la scena di quella sera col Marzani; e nel salir le scale aveva sentito che gli sarebbe riuscito intollerabile un dialogo con Giulia.

Accennò d’andar via. Ella non lo trattenne; sedé sul canapè al posto della madre, e lo guardò fiso, con occhi dolenti, senza dir nulla.

- Vado... - fece Lucio, indeciso.

- Rimani, l’ha voluto! - disse ella, invitandolo con la mano a sedere un po’ discosto da lei, e distolse lo sguardo.

Lucio sedé al posto indicatogli, e stettero entrambi un pezzo, senza guardarsi, in penoso silenzio. Nessuno dei due sapeva decidersi ad aprir bocca. Egli si stizziva internamente del mesto atteggiamento e del silenzio di lei: ella s’aspettava da lui lamenti e rimproveri dopo le tristi dichiarazioni fattele una volta; e s’era disposta ad accoglierli senza opporre scuse, rimettendosi a lui, inerte e rassegnata, pur di non cedere.

- Lo vedi? - diss’egli finalmente.

Ella finse di non capire.

- Che cosa?

Tacquero di nuovo, un buon tratto. Giulia lo guardava con la coda dell’occhio, e vedeva che egli tentennava leggermente la testa, con gli occhi appuntati, come se volesse dire: «Non ha voluto darmi ascolto, ed ecco che è avvenuto...». Allora disse:

- Perché non voglio la mia infelicità, è vero?

Lucio si volse a lei con prontezza quasi irosa:

- Ma chi vorrebbe dartela, l’infelicità?

- Mi lascino in pace dunque - rispose ella sordamente, cangiandosi in volto, e corrugando le ciglia. - Sto bene, come sto! Vi disturbate tutti per me... E una scena! Mentre io vorrei che non si pensasse neppure alla mia esistenza in questa casa...

Dopo un breve silenzio Lucio, freddamente, le fece osservare, ch’ella non poteva pretendere che i suoi parenti non pensassero a lei.

- Son di peso? - fece Giulia, e subito si pentì di aver così trasceso.

- Non è pel presente, è del tuo avvenire che si preoccupano - aggiunse freddamente Lucio.

Ella s’indispettì di questa freddezza un po’ ironica e dell’aria d’indifferenza con cui egli adesso le parlava. S’animò a un tratto, divenne anche lei pungente, superficiale.

Oh, va bene, il suo avvenire! E c’era tempo! E poi, via, le pareva, che questo suo avvenire non doveva contentare soltanto gli altri; ma un tantino anche lei, no? un tantino... Le sue idee? Ah, già! Bravissimo! Anche la madre, le aveva detto così... Curioso! Bisognava proprio convenire, ch’ella era fatta, adunque, diversamente da tutti gli altri... Le sembravan così naturali, a lei, «le sue idee», com’egli diceva, facendo la copia a sua madre... E s’era messa a ridere.

Lucio restò goffo.

- Vuoi saperne qualcuna «delle mie idee»? - continuò Giulia. - Senti freddo d’inverno?

- A seconda... - rispose egli indifferente, quasi prestandosi a un capriccio da bambina.

- Quando ne senti, pensi d’aggravarti un po’?

- Certo...

- Oh, vedi? E questo lo penso anch’io! D’estate, t’alleggerisci?

- Se la pigli così in ischerzo...

- Parliamo seriamente! - riprese Giulia, gonfiando la voce. - Sposerebbe ella, signor Mabelli, per considerazioni che non han nulla che vedere con l’amore, una persona, per cui tutt’al più, tutt’al più, non sentisse che della buona amicizia?

- Anche volendo, sai bene che non lo potrei...

Di fronte a quella gajezza, che anche nei frizzi vivaci tradiva l’affetto, Lucio aveva completamente perduto lo spirito.

- Questo non c’entra! Oh Dio! Parlavo accademicamente... - fece la signorina Giulia, come nauseata. - Veniamo al caso concreto, giacché lo vuoi. Sai la gran novità? Marzani te l’avrà detta.

- Me l’ha detta tua madre...

- Che ho rifiutato?

Lucio accennò di sì col capo. Le fece quindi notare il dispiacere ch’ella aveva cagionato al padre. Poi si mise a parlare anche del Marzani, e a fargliene le lodi. Evidentemente diventava sciocco: lo sentì egli stesso, e ne arrossì; ma messosi per quella china non seppe trattenersi più. «Il Marzani frequentava da un pezzo la casa; era un buon giovane; aveva una posizione indipendente; non meritava dunque quel rifiuto...»

La signorina Giulia lo guardava con tanto d’occhi, stupita.

- Perché mi dici queste cose, ora?

- Perché non dovrei dirtele?

- Tu? E buffo!

Oh sì, era buffo, buffo veramente, doveva convenirne, che lui, proprio lui venisse a parlarle in favore del Marzani, in un’occasione come quella!... La signorina Giulia non sapeva capacitarsene. Gliene avevano forse dato incarico i suoi parenti?

Lucio sentì colpirsi con violenza da quell’atroce derisione, e sorrise amaramente.

- O potrebbe... - disse - non è! ma potrebbe anche darsi...

- Povero Lucio! - esclamò ella, commiserandolo con leggiera ironia.

Egli soffriva orribilmente. Si sentiva, come se l’avessero frustato in faccia, e gli pareva che, per quanto dicesse e facesse, non sarebbe più uscito da quell’imbroglio.

- Che meraviglia, per altro, se ti consiglio di pensare a te?

- Tirandoti indietro, è vero?

- Ma per forza!

- Mettendomi tu stesso innanzi un altro, al tuo posto: l’amico del cuore...

E Giulia s’era messa a rider forte. Ah davvero la storia non registrava una prova più stupefacente d’amicizia! Oreste e Pilade! Era proprio buffo...

Lucio si levò da sedere, risoluto; le si avvicinò, e chinandosi su lei, le disse piano, ma con voce vibrata:

- Io non voglio, capisci, io non voglio, che per causa mia...

Ella non lo lasciò finire:

- Ma tu non c’entri, mio caro; levatelo dal capo! O ti farebbe forse piacere crederti più prezioso, che non sii veramente? Tu non c’entri per nulla! Sono io, capisci? io, che voglio così. Ti basta?... Non ti basta? Aspetta un po’...

Si alzò sorridendo della bizzarria che le era saltata in mente; si recò innanzi allo scrittoio e, tratta dal cassetto della carta da lettere, si mise a scrivere per chiasso una dichiarazione in tutte le forme: Io qui sottoscritto dichiaro...

- Ragazza! - fece Lucio, guardandola mentre scriveva.

- Imprudente, non è vero? - rispose ella, seguitando a scrivere con certe mossettine del capo.

Piegò la carta, e stava per affidargliela, quando le saltò in mente un’altra idea. Riaprì il cassetto, ne cavò un paio di forbici, e recandosi innanzi a uno specchio, si prese da un lato un ciuffetto di capelli.

- Che fai? - le gridò Lucio.

- Fatto! - diss’ella, tagliando. Tolse da un cofanetto un nastrino rosso, ne fe’ un nodo ai capelli, che chiuse nella dichiarazione, e ficcando tutto nella tasca interna della giacca di Lucio:

- Tieni! - gli disse. - Così ammanserai gli scrupoli della tua coscienza...

E aggiunse, con una smorfietta:

- Marzani non mi va, ecco tutto!

- E l’Arnoldi nemmeno? - scappò detto a Lucio impensatamente, senza volerlo, nella confusione. E sorrise smarrito, agghiacciando.

- Come c’entra l’Arnoldi adesso? - fece Giulia sorpresa dall’aria assunta improvvisamente da Lucio. - Saresti per caso geloso?

- Non te ne hanno parlato, ma c’entra anche lui - rispose egli con lo stesso sorriso nervoso sulle labbra, ma con voce cangiata, come se non parlasse più lui. E la guardava fissamente.

- Il mio scolaretto? - interrogò nuovamente Giulia stupita più del modo com’egli le parlava, che di quello che le diceva. - Come c’entra? Se era andato via da Roma?

- T’interessa? Ti ridò la dichiarazione...

- Noioso! Dimmi come c’entra l’Arnoldi!

Lucio alzò le spalle; come se avesse voluto farla stizzire, stuzzicandone la curiosità.

- Non so, se debba dirtelo io... Ha scritto da Milano a tuo padre. Anzi no da Milano, da Roma. Perché egli è qui, a Roma, venuto espressamente per te... Ho scritto io a Milano... per domandare informazioni sul suo conto...

- Tu? - fece Giulia sbalordita, quasi non prestando fede ai suoi orecchi. - Tu?

- Io, io... - rispose Lucio, accompagnando le parole con un gesto del capo. - Per incarico di tuo padre...

- E perché non me n’ha detto nulla mio padre?

Lucio si smarrì.

- Quasi contemporaneamente Marzani ha chiesto la tua mano.

- Prima o dopo? - fece Giulia, colta improvvisamente da un sospetto, che le alterò e quasi le scompose la fisonomia. Non diede campo a Lucio, che la guardava confuso, di risponderle. Dopo, certamente... Sì! Marzani ha dovuto sapere, senza dubbio, della richiesta dell’Arnoldi... Oh sì! non si sarebbe deciso altrimenti, povero imbecille! ... Gliel’hai detto tu? Di’ la verità? Gliel’hai detto tu? Tanto, è inutile nascondermi ancora... Tu? Oh...

Si coprì la faccia con le mani, indignata, vibrante di vergogna.

- Hai fatto questo? Hai fatto questo?

Lucio tentò un istante di scusarsi, avvilito:

- Tu lo sai... l’Arnoldi... m’è antipatico all’estremo... Però, bada, a tuo padre ho detto che non lo conoscevo!

- Avanti... avanti... ti ringrazio...

- Il Marzani m’ha sempre afflitto parlandomi di te... E allora, sì, preso lì, fra due pretendenti, uno in iscritto l’altro in persona, mi è parsa tanto comica la mia posizione, che non ho saputo resistere alla voglia matta di dirgli tutto... dovendoti perdere, meglio...

- Basta! Basta! - gridò Giulia, interrompendolo, quasi quelle parole l’avessero soffocata, e si coprì nuovamente la faccia con le mani. - Vile! Vile! - esclamò.

Lucio non trovò più una parola da dire. Gli parve in un baleno, che i pensieri odiosi, trasparenti attraverso alle parole di lei, fossero stati veramente suoi pensieri, pensieri però, cui egli non aveva mai confessato a se stesso, e che sentiva ora per la prima volta nell’imbarazzo della coscienza. Non seppe ribellarsi, gli parve giusto avvilirsi, rassegnarsi ad ogni ingiuria. «Purché finisca! Purché finisca!» si diceva internamente.

Giulia si levò le mani dal volto in fiamme, e senza guardarlo:

- La mia carta! i miei capelli! - gli disse.

- Che vuoi farne?...

Ella gli lanciò uno sguardo pieno d’odio e di sprezzo; lacerò la carta in mille pezzetti, disfece il nodicino dei capelli e buttò tutto nel camino, accompagnando l’atto con un’esclamazione di sdegno

Lucio si mosse per uscire. Aspetti - disse Giulia. - Chiamo la mamma. E fattasi all’uscio, invitò il padre e la madre a entrare in salotto.

- È vero, che il signor Arnoldi ha chiesto la mia mano? - domandò loro, appena entrati.

E senza attender risposta: - Potete rispondergli che accetto - aggiunse.

Il signor Carlo e la signora Erminia guardarono sorpresi la figlia, poi il Mabelli.

- Grazie, signor Lucio! - esclamò la signora Erminia, stendendogli raggiante la mano.

Giulia ruppe in uno scoppio di risa, e corse verso la sua cameretta.

216A  -  L’amica delle mogli

[Amori senza amore, Roma, stabilimento Bontempelli editore, 1894]

[L’amica delle mogli, «commedia in tre atti», Maschere nude vol. XXII, Firenze, Bemporad 1927, prima rappresentazione il 28 aprile 1927]

 

Pareva ad alcuni amici, e tra questi a Paolo Baldìa, che la signorina Pia Tolosani fosse un po’ affetta di quella vaga malinconia che suol derivare dalla troppa lettura, quando si sia preso l’abito d’adattar le pagine spesso bianche della propria vita sulla falsariga di quelle stampate in qualche romanzo; ma ciò senza molto scapito della propria spontaneità, stimava Giorgio Dàula, altro amico. Del resto, quella malinconia era compatibilissima, e poteva anche parere più che sincera in una signorina previdente, già sui ventisei anni, la quale sappia di non aver dote, e veda i propri genitori ormai avanzati in età. Così finalmente la scusava Filippo Venzi, avvocato.

Nessuno dei giovanotti che frequentavano il salotto dei Tolosani s’era mai spinto a fare un po’ di corte alla Pia, ritenuto dalla confidente amicizia del padre e dalla bontà taciturna della madre, o dal soverchio rispetto ch’ella imponeva, chiusa nel compito che pareva si fosse prefisso, di tagliar corto in lei a qualunque atto o frase, che avesse lontanamente aria di civetteria. Eppure questo ritegno s’adornava della più leggiadra disinvoltura, della più squisita cortesia sposata a una cert’aria di confidenza benevola, che toglieva subito d’impaccio ogni nuovo venuto; eppure vedevan tutti in lei la mogliettina saggia e intelligente, ed ella stessa pareva mettesse soltanto tutto il suo studio, anzi tutta se stessa, nel dimostrare che la sarebbe stata veramente, ove qualcuno alla fine si fosse deciso, però senza pretender da lei alcuna spinta, non uno sguardo, non un sorriso, non una parola in anticipazione.

Ammiravan tutti la lindura di quella casa curata in ogni minuzia dalle mani candide di lei; notavan tutti la semplicità e il buon gusto che vi regnavano; ma nessuno sapeva decidersi, quasi sentendo che lì dentro si stava già abbastanza bene così, ammirando e conversando amichevolmente, senz’altro desiderare.

Pia Tolosani, per altro, non mostrava preferenze per nessuno. «Ella forse sposerebbe me, come chiunque altro dei frequentatori», pensava ognuno. E bastava anzi, che qualcuno tentasse di farsi un po’ avanti nelle sue grazie, perché ella se ne allontanasse con misurata freddezza, come se non avesse voluto dar campo alla più innocua diceria.

Era così sfuggito al sospirato giogo di lei Filippo Venzi, adesso ammogliato, e prima del Venzi altri due aspiranti in segreto. Era poi venuta la volta di Paolo Baldìa.

- E innamorati! Sei sciocco davvero! - aveva detto a quest’ultimo Giorgio Dàula, suo intimo amico e amico di vecchia data dei Tolosani.

- Caro, mi secca! - gli aveva risposto il Baldìa, sempre annoiato. - Ho fatto due volte pessima prova.

- Tenta una terza, che diamine!

- Di chi vuoi che m’innamori?

- Oh bella! Di Pia Tolosani.

Così, per condiscendenza, il Baldìa ci s’era quasi messo. Se n’era accorta Pia Tolosani? Giorgio Dàula sosteneva di sì, sosteneva anzi, che per nessun altro, nemmeno pel Venzi, ella s’era tradita tanto, quanto adesso per lui.

- Ma che tradirsi! E impassibile! - esclamava il Baldìa.

- Baje! Vedrai. Per altro, questa impassibilità è per te affidamento, se devi sposarla.

- Scusa, perché non la sposi tu?

- Perché io non posso, lo sai! Così lo potessi come lo puoi

II

Tutt’a un tratto il Baldìa era partito da Roma pel suo paese natale. Quella sparizione era stata commentata in tutti i modi in casa Tolosani. Dopo circa un mese ritornò.

- Ebbene? - gli domandò il Dàula incontrandolo, per caso, in gran faccende.

- Ho seguito la tua prescrizione. Sposo!

- Dici sul serio? Pia Tolosani?

- Ma che Pia Tolosani! Una di laggiù, del mio paese...

- Ah, birbone! La tenevi in pectore?

- No, no - rispose ridendo il Baldìa. - Una storia molto semplice. Mio padre mi fa una proposta: «Hai il cuore a spasso?». Rispondo: «L’ho a spasso!». Veramente l’avevo così e così... Basta. Non accetto e non rifiuto; dico: «Lasciatemela vedere; bisogna prima di tutto che non mi faccia antipatia». Non me n’ha fatta. Buona ragazza, buona dote... insomma ho accettato, ed eccomi qua! Oh di’, debbo andare stasera dai Tolosani? Oggi è giovedì, se nori mi sbaglio.

- Certamente... - rispose il Dàula. - Anzi, per convenienza, dovresti annunziare...

- Sì, sì... ma io... Non so, mi trovo in una posizione... Non ho mai detto nulla alla signorina Pia, capisco; tra me e lei non è avvenuto mai nulla, e tuttavia... Tu intendi, è una mia impressione...

- Bisogna vincerla! Faresti peggio non andando...

- Avrei una scusa: ho tanto da fare! Edifico il nido...

- Sposi presto?

- Eh si! Le cose lunghe diventano serpi... Presto, fra tre mesi! Ho già la casa in via Venti Settembre. La vedrai! Oh, ma sto per perderci la testa... Figurati! metterla su di tutto punto...

- Vieni stasera?

- Verrò, non dubitare.

E la sera difatti andò in casa Tolosani.

Il salotto era più del solito affollato. Parve al Baldìa che tutta quella gente fosse venuta a posta per impacciarlo maggiormente. «Come si fa», si diceva, «ad annunziare un matrimonio?» Avrebbe già potuto farlo due volte, rispondendo alle domande che gli erano state rivolte intorno al suo viaggio e alla sua assenza; invece aveva dato delle risposte vaghe, arrossendo. Sul tardi alla fine si decise, cogliendo l’occasione delle gran faccende, che uno degli intervenuti protestava d’avere in quei giorni.

- Ne ho di più io, mio caro! - fece il Baldìa.

- Lei? - disse ridendo la signora Venzi. - Ma se lei non fa mai nulla!

- Come, nulla! Metto su casa, signora Venzi.

- Prende moglie?

- Prendo moglie... pur troppo!

Fu una sorpresa generale. Le domande fioccarono, e Giorgio Dàula aiutò un poco il Baldìa a rispondere a tutti.

- Ce la farà conoscere, non è vero? - gli domandò a un certo punto la signorina Pia.

- Senza dubbio! - s’affrettò Paolo a rispondere. - Sarà per me una fortuna!

- È bionda?

- Bruna.

- Ha qualche ritratto di lei?

- Non ancora, signorina... Mi dispiace.

Si parlò della casa prescelta, delle compere fatte e da fare, e il Baldìa si mostrò avvilito, nell’imbarazzo, per l’angustia del tempo e le difficoltà dell’arredo. Allora, la signorina Pia, da se stessa si offrì di venirgli in ajuto con la madre, specialmente per la scelta delle stoffe da tappezzeria.

- Non son cose per lei. Lasci fare a noi. Lo faremo con piacere.

Ed egli accettò, ringraziando.

Appena usciti dalla casa, il Dàula gli disse:

- Ora ti sei messo in buone mani. Vedrai come ti torrai subito d’imbarazzo. Compra pure tutto ciò che sceglie la signorina Pia: farai sempre buona compera! Ha fatto così anche Filippo Venzi e se ne loda ancora. Ella ha il gusto e il tatto che ci vuole, e anche l’esperienza, poverina! Questa è già la terza volta che si Presta... Pensa per gli altri, poiché nessuno vuol pensare a lei! Che bel nido saprebbe ella edificarsi! Gli uomini sono ingiusti, mio caro. Se io fossi in condizione da prender moglie, non andrei mica a scegliermela tanto lontano...-

Il Baldìa non rispose. Accompagnò a casa il Dàula, poi passeggiò fino a tarda notte per le vie deserte di Roma, fantasticando.

Giusto lei, giusto lei doveva aiutarlo a metter la casa, che sarebbe servita per un’altra! E s’era offerta lei, così, con l’aria più Semplice e naturale del mondo... Dunque, non le era importato proprio nulla, che lui... E lui che aveva creduto... che aveva arrossito...

III

Spicciati, suvvia, mamma! Son già le dieci - disse Pia, che già dava l’ultimo colpo di pettine ai capelli, esaminando l’acconciatura nella specchiera a tre lastre sul cassettone.

- Piano piano, figlia - rispose placidamente la signora Giovanna. - Le botteghe non scappano mica dal Corso! A che ora verrà a prenderci il Baldìa?

- Tra breve. Ha detto circa alle dieci. Cioè, gliel’abbiamo detto noi.

- Eh, ma se tu soffri tanto...

No, è passato. Gli occhi, piuttosto guarda: son molto rossi?

- Un po’ rossi. Son anche gonfi.

- Mi riduce ogni volta così, questo mal di capo! Ecco, suonano alla porta. Sarà lui!

Era invece la signora Anna Venzi con gl’immancabili due bambini e la serva. Quelle due creaturine pallide e trascurate eran cagione a Pia di costante afflizione. Ella non aveva ancora potuto indurre la madre ad acconciar quei bimbi con maggior gajezza e disinvoltura, e n’era quasi disperata. Quelle brachette lunghe, quei capelli lisciati, stirati, quelle gambette troppo calzate la facevan davvero soffrire. Anna, che pur seguiva servilissimamente ogni consiglio di Pia, era rimasta nell’esercizio della maternità zotica e ostinata. Invano Pia s’era rivolta al marito di lei: Filippo chiudeva gli occhi o scrollava malinconicamente le spalle:

- Sì, lo vedo; ma se sua madre... Io ho da pensare ad altro, signorina!

Anna veniva per assistere alle compere del Baldìa, spinta da curiosità non scevra forse d’invidia. Alla curiosità e all’invidia s’univa fors’anche una punta di gelosia non ancor ben definita, presentendo ella quasi, che Pia avrebbe avuto in avvenire più comunione d’intendimenti con la nuova sposa, anziché con lei.

Da tant’anni a Roma, ella non aveva saputo contrarre alcuna amicizia, eccetto questa coi Tolosani, ai quali era stata presentata dal marito pochi giorni dopo il suo arrivo alla Capitale. Anna era allora molto sciocca, senza veruna pratica della vita, né modi, ne garbo. Incomprensibile veramente come Filippo Venzi, giovine colto e intelligente, avvocato dei più cospicui del foro romano, avesse potuto sceglierla e torla in moglie. Non era neppur bella, santo Dio! Gli amici s’eran confidata la loro delusione; ma nessuno mai intuì, tranne forse Filippo stesso, quel che aveva provato in vederla Pia Tolosani. «Come! Per quella lì?» Le aveva fatto tuttavia la più festosa accoglienza, e con l’andar del tempo aveva assunto quasi un’aria di protezione per lei di fronte al marito. Perché il Venzi, poco dopo il matrimonio, s’era profondamente immalinconito, e in verità, nessuno degli amici stimava gliene mancasse il di che. Pia Tolosani cominciò anche a far da maestra ad Anna, e in breve la sua compagnia divenne per questa addirittura indispensabile. Ella le sceglieva la stoffa degli abiti, ella le indicava la sarta e la modista, ella le aveva insegnato a pettinarsi in men goffa maniera, ella a curar la casa e ad arricchirla man mano di tutte quelle minuterie leggiadre che sanno trovar le donne per comporsi il nido. Metteva in tutto ciò il più vivo impegno. Ed era andata anche più in là.

Anna scioccamente le narrava, volta per volta, tutto ciò che le avveniva col marito, i più lievi dissapori, i malintesi. E allora Pia s’era anche prestata a comporre con molto tatto le prime liti, così, senza mai comparire, spuntando a parte la stizza d’entrambi dando ad Anna savi consigli e ammonimenti di prudenza, di pazienza...

- Tu non sai prendere pel suo verso tuo marito! Dovresti far così e così... - le diceva. - Non lo conosci ancora a bastanza. Eh sì, mia cara! Vedi? Egli, a mio avviso, avrebbe bisogno di questo e di quest’altro...

A lui poi faceva scherzosamente la voce grossa, impediva ch’egli si lamentasse o si scusasse:

- Zitto lì! Venzi, ha torto, confessi che ha torto! Povera Anna! tanto buona... Si sa, un po’ inesperta ancora... E lei, bel tomo, se n’approfitta! Sì, sì; ma già, tutti così voi brutti uomini!

Adesso Anna, dopo tant’anni di quella scuola e di residenza a Roma, era, anche per confessione dei disillusi amici, molto migliorata, è vero; ma lasciava tuttavia non poco a desiderare, specialmente al marito.

- Non ancora vestita? - diss’ella entrando a Pia.

- Ah, sei tu? Brava! Siedi. Hai con te i piccini? Dio mio! E come faremo a condurli con noi?

- No, rimarranno qui - rispose Anna. - La Tittì strillava; ho dovuto portarmela per forza. Non sei ancora vestita?

- Vedi che la mamma non si decide? Oggi la mamma fa i capricci. Io ho poi un mal di capo...

- Rimandiamo l’uscita a domani... - propose la signora Giovanna.

- Oh Dio, Anna! - riprese Pia per cangiar subito discorso. - Tirati un po’ su quei capelli! Su, su! Come ti sei pettinata oggi?

- La Tittì strillava... - ripeté Anna. - Aggiustameli tu, ti prego. Quando la Tittì fa così, io non la posso soffrire, io.

La signora Giovanna uscì dalla camera, e Anna e Pia rimasero a conversar tra loro.

- Dunque il Baldìa s’ammoglia, così, all’improvviso...- cominciò Anna, seguendo con gli occhi Pia che si vestiva.

- Già! È curioso: di tratto in tratto, qualcuno sparisce, e poi torna con la moglie.

- Debbo dirtelo? - riprese Anna. - Io quasi avrei giurato che Baldìa pensava a te; sì, così almeno mi era parso...

- Ma nemmen per idea! - esclamò forte Pia, arrossendo fin nel bianco degli occhi.

- Te lo giuro - continuò Anna con lo stesso tono di voce. - Io così credevo. E anzi dicevo tra me: Quando si decide? A te non importa nulla, lo so... Ma io...

Entrò la serva ad annunziare che il signor Baldìa attendeva nel salotto.

- Va’ tu - disse Pia ad Anna. - Noi siamo già quasi pronte.

IV

Paolo Baldìa attendeva nel salotto, con viva ansia, Pia. Già si rimproverava d’esser venuto forse un po’ troppo presto. Egli voleva spiare più attentamente nelle parole, nell’atteggiamento di lei, se era arte oppur no l’indifferenza ostentata la sera precedente. Ma forse tra breve, alla vista di Pia, gli sarebbe mancata la lucidezza di spirito necessaria a quell’esame.

Provava fra quelle pareti, ov’egli, fino a poco tempo addietro, aveva per un momento custodito un proposito di innamoramento, ov’egli s’era forse lasciata sfuggire qualche parola lontanamente allusiva, qualche sguardo un po’ espressivo; un senso smanioso di disagio. Frattanto in piedi guardava davvicino i ben noti oggetti appesi e disposti con bell’arte qua e là. L’imagine della promessa sposa, tanto dissimile in tutto da Pia, era in quel momento lontanissima dalla sua mente. Nondimeno egli s’era fermamente proposto d’amarla con sincerità, d’aver per lei le premure più esperte, d’esserle a un tempo maestro e marito: ella, insomma, sarebbe stata, nel gran vuoto fino allora sentito, lo scopo, l’occupazione unica della sua vita. Ma, pel momento, era molto lontana.

Lo richiamò a lei Anna Venzi, entrando.

- Verrò anch’io, Baldìa. Anch’io voglio fare qualche cosa per la sua... guarda! non ci ha detto ancora come si chiama...

- Si chiama Elena - rispose il Baldìa.

- Sarà carina... certo...

- Così... - fece Paolo, alzando le spalle.

- Anche a me la farà conoscere, non è vero?

- Certo, signora; con piacere...

Comparve finalmente Pia, acconciata (parve a Paolo) con maggior cura del solito.

- Scusi, Baldìa! L’abbiamo fatto aspettare un po’... Possiamo andare! La mamma è pronta... Cioè, no; aspetti! ha con lei la nota?

- Eccola qui, signorina.

- Benissimo! Possiamo andare. Non ha comprato ancora nulla, è vero?

- Nulla, proprio nulla.

- E allora non sarà possibile comprar tutto in un sol giorno. Basta, vedremo. Non abbia fretta, e lasci fare a noi.

Per via cominciò l’interrogatorio sulla sposina. Paolo, per darsi un contegno, rispondeva superficialmente, affettando indifferenza per l’atto che stava per compiere.

- Ma sa che lei è un bel tipo! - esclamò a un certo punto Pia, come indispettita.

- Perché, signorina? - rispose Paolo, sorridendo. - È la pura verità: io ancora non-la-co-no-sco. Ride? L’avrò veduta laggiù, sì e no, dodici volte. Ma via! avremo tempo per conoscerci... So che è una buona ragazza: mi basta, per ora. Lei vuol saperne i gusti; io non li so...

- E se poi non rimane contenta di noi? Non dubiti! Faccia lei; rimarrà contenta.

- Di’ la verità - riprese Pia, rivolgendosi ad Anna. - Tu sei rimasta contenta?

- Io, lo sai, contentissima, io - rispose Anna.

- Ma tuo marito, almeno, non era così antipatico come il Baldìa; scusi, sa! Che vuol dir quest’aria di noncuranza? Si vergogni! Sa che tra breve sarà marito?

- Non son funebre a bastanza? - fece comicamente Paolo.

- Avesse visto Venzi al suo posto! Poveretto, faceva pietà! Sempre sotto l’incubo d’essersi dimenticato di qualche cosa... E poi, corri di qua, scappa di là; e noi, io e la mamma, dietro: dalla casa, a questo, a quel negozio... Ah, v’assicuro, non se ne poteva più! Ma si rideva... Abbiamo lavorato.

Entrarono in un gran magazzino di stoffe sul Corso Vittorio Emanuele. Due addetti alla vendita si misero subito garbatissimamente a loro disposizione. Anna Venzi guardava con grande stupore delle brutte imitazioni d’arazzi antichi pendenti dalla ringhiera del palco che correva in giro, in alto, l’ampia sala ripiena di stoffe. La signora Giovanna osservava davvicino e tastava delle mostre disposte qua e là sapientemente. Ella non voleva affatto immischiarsi nelle compere del Baldìa.

- Che qualità? Bisogna che me lo dica... - fece a questo Pia.

- Ma io non so... che vuole che ne sappia? - rispose Paolo, stringendosi nelle spalle.

- Mi dica almeno, su per giù, quanto vorrebbe spendere...

- Quanto vuol lei... Mi rimetto a lei completamente. Faccia come... - Si trattenne a tempo; stava per aggiungere: «Come se fosse cosa sua».

- Mamma, Anna! - chiamò Pia per non tradirsi, avendo compreso l’interruzione. - Col Baldìa è inutile parlare. Venite. Per la camera da letto un bizantino, è vero? stoffa alta... qualità fina... Forse un po’ troppo cara, no?

- Non badi al prezzo! - disse Paolo.

- Risparmierebbe sulla quantità: il bizantino è molto alto.

Il negozio durò a lungo: si disputò sul colore (- Io adoro il giallo! - protestava Anna Venzi), sulla qualità, sulla quantità, sul prezzo... Il giovine di negozio, perspicacissimo, aveva già capito! eh sì! si rivolgeva a Pia solamente: - No, guardi, signorina; scusi! Faccia vedere al signore...

Paolo, tolto da più d’un mese ai suoi libri, costretto a dare importanza a tante cose, alle quali gli pareva non avrebbe potuto mai darne; s’era già stancato, e guardava sulla via, pensando. - A un certo punto, nel volgersi, vide nella sala le tre donne rider tra loro nascostamente alle spalle del giovine di negozio, che s’era allontanato per riporre nello scaffale una stoffa. Anna specialmente aveva gli occhi pieni di lacrime, e a un tratto la risata le esplose sotto il fazzoletto. Paolo s’appressò, e Anna stava per dirgli la cagione del loro riso, quando Pia la trattenne per un braccio.

- No, Anna! te lo proibisco!

- Ebbene, che male c’è? - fece Anna.

- Nulla, lo so! - rispose Pia; e rivolgendosi a Paolo: - Vuol ridere? Stia qui. Quello sciocco m’ha preso per la sposa!

V

Paolo Baldìa si riposava un po’ nella sua nuova casa, ormai in relativo assetto, sdrajato sul seggiolone a divano nel suo studio, ov’egli si prometteva d’iniziar tra breve una nuova vita di pensiero e di studi. Attendeva i Tolosani, Filippo Venzi e la moglie, che sarebbero venuti tra poco a visitar la casa. Pensò a un tratto di riesaminarla attentamente, una stanza dopo l’altra, per indovinar l’effetto che avrebbe fatto ai visitatori. Ancora otto o dieci giorni, e il nido sarebbe stato pronto ad accoglierlo con la sposa.

Guardando le tende, i tappeti, la mobilia, godeva nel sentir destarsi in lui il premuroso senso della proprietà. Ma pure, durante quell’esame per la casa, una figura si sovrapponeva costantemente a quella della promessa sposa: Pia Tolosani. Egli vedeva quasi in ogni oggetto il consiglio, il gusto, la previdenza di lei. Ella aveva consigliato quella disposizione alla mobilia del salotto; ella aveva suggerito la compera di questo e di quell’oggetto, utilissimi ed eleganti. S’era messa al posto della sposa lontana e aveva reclamato per lei tutti quei comodi, a cui un uomo, per quanto innamorato, non avrebbe potuto pensare. «Se non avessi avuto lei!...», si diceva Paolo. Ed egli stesso aveva comperato degli oggetti per avere la lode di Pia, prima che quella della sposa; sapendo anzi, in precedenza, che tanti e tanti di quegli oggetti non sarebbero stati compresi e forse mai usati da Elena, ignara e abituata a vivere molto semplicemente. Li aveva dunque comprati per Pia, come se per lei avesse messo casa...

I visitatori finalmente arrivarono. Filippo Venzi non aveva ancora veduto nulla, né della casa né delle compere; Pia e la moglie se lo tolsero subito in mezzo per fargli le opportune spiegazioni. Paolo condusse la signora Giovanna un po’ stanca nel salotto, la fece sedere e spalancò le imposte del largo balcone con la ringhiera di marmo prospiciente sulla via Venti Settembre.

- Ah, è delizioso! - esclamò la Tolosani. - Ella vada pure, Baldìa. Io mi riposo un po’, e poi girerò col mio comodo.

- Grandi progressi! - fece Pia, vedendolo. - Già quasi tutto in ordine! Guardi, Venzi, guardi quelle due mensolette, lì, come sono carine! Ci vogliono due bei vasi d’erba spiovente! Ama i fiori, Baldìa, la sua sposa?

- Credo di sì...

- E allora, subito due vasi da fiori!

- Li comprerò, non dubiti. Ebbene, Venzi che te ne pare della casa?

- Mi piace moltissimo! - rispose Filippo. - Moltissimo! - ripeté volgendosi a Pia.

Anna guardò il marito, poi il Baldìa, e si dispensò dal ripetere le stesse parole.

Dalla stanza da pranzo passarono alla camera da letto.

- Lo volevo dire io! - esclamò Pia. - Se li è dimenticati! Dov’è la piletta per l’acqua santa, l’inginocchiatoio?

- Anche l’inginocchiatoio? - osservò il Venzi sorridendo.

- Certo! La sposa del Baldìa è molto divota, è vero, Baldìa? Credete che sieno tutti scomunicati come voi?

- Ed ella prega la sera prima d’andare a letto? - le domandò il Venzi argutamente.

- Se avessi l’inginocchiatoio, pregherei.

Paolo e il Venzi si misero a ridere. Paolo non aveva mai veduto Pia Tolosani così vivace, civettuola quasi.

Decisamente, o ella non s’era affatto accorta di quel primo, tenuissimo tentativo d’innamoramento, o non le era importato proprio nulla ch’egli ne avesse smesso il pensiero. Nell’un caso o nell’altro, quella gaiezza quasi scoppiettante lo stizziva sordamente e quasi lo tentava. E mentre al cospetto di lei il ricordo della promessa sposa impallidiva, svaniva, ella, invece, pareva non si curasse che di questa, non parlava che di questa, come se avesse voluto proteggerla e difendere dall’oblio; e attribuiva a lei lontana i suoi pensieri più squisiti, i suoi più delicati sentimenti; cosicché la sua superiorità di fronte all’altra saltava continuamente agli occhi di Paolo.

In aperto contrasto con la gaiezza di Pia era l’umor cupo di Filippo, al quale ella senza tregua lanciava frizzi e rimproveri scherzevoli. La sua vocetta pareva armata di spilli, pareva desse tra i risolini pinzi sottili. Il Venzi sorrideva amaramente o rispondeva con brevi frasi pungenti.

Già da un pezzo Paolo s’era abituato a non veder più in Filippo lo spensierato amico d’una volta; tuttavia quel giorno, nella nuova casa, contento del lavoro finito, la cupezza dell’amico l’oppresse maggiormente.

- Che hai? - gli domandò.

- Nulla, pensieri! - rispose Filippo, al solito.

- Venzi vuol rifabbricare il mondo! - esclamò Pia canzonandolo.

- Sì, rifabbricarlo senza donne.

- Non ci riesce! Diglielo, Anna! Che fareste voi uomini senza noi donne? Lo dica lei, Baldìa!

- Nulla! Verissimo, per me. Ne sia prova questa casa.

Filippo scosse il capo, e s’allontanò per riesaminare la casa da solo. Ecco, ecco, come Pia Tolosani gli avrebbe messo la sua, s’egli tant’anni addietro avesse potuto aprire ai gusti di lei una borsa come quella del Baldìa! Com’ella doveva esser contenta d’aver potuto dare quel saggio del suo buon gusto, della sua saviezza, della sua previdenza!...

Nella sala da pranzo s’incontrò con la signora Giovanna, che osservava pian piano, minutamente, ogni cosa.

- Ben messa... non c’è che dire... Tutto di gusto! - E internamente, pensando alla figlia, si diceva con rammarico: «Come sa far tutto!...».

Fra lei, il Venzi e il Baldìa, in quella casa, Anna pareva che stesse come un piedistallo, su cui Pia Tolosani sorgeva elettissima.

- Qui, ormai, non ci manca che la sposa! - disse Pia. - Sedete! Proviamo il pianoforte.

E sonò con molto sentimento una squisita composizione del Grieg.

VI

Circa tre mesi dopo le nozze, Paolo Baldìa tornò da un lungo viaggio, a Roma, con la novella sposa. Durante il viaggio Elena s’era un po’ ammalata e, appena giunta a Roma, dové per parecchi giorni guardare il letto.

Pia Tolosani si moriva dalla curiosità di conoscerla, e, sott’altro punto di vista, anche Anna Venzi, la quale già pregustava l’intimo piacere di mostrare alla novellina la sua grande esperienza e le maniere cittadine (apprese da Pia). Nessuno degli amici aveva ancora veduto Elena; soltanto Filippo Venzi s’era incontrato di sfuggita col Baldìa.

- Ah, l’ha veduto? - gli domandò Pia con ansia mal repressa. - Ebbene, ebbene, ci dica...

Il Venzi la guardò a lungo, fissamente, senza rispondere; poi sentenziò:

- Eh, la curiosità va punita...

- Noioso! - esclamò Pia, voltandogli le spalle.

- Come dicevo, l’ho veduto - riprese il Venzi. - Signorina Pia, stava bene, stava benone!

- Me ne congratulo! - fece Pia stizzita.

- Era un po’ afflitto, veramente.

- S’intende, poveretto! - esclamò Pia, rivolgendosi al Dàula. - E dica, Venzi, è ancora a letto la moglie?

- No, s’è levata.

- Ah, la vedremo presto, allora!

L’attesa però fu lunga. Il Baldìa avrebbe voluto presentar la moglie ben preparata ad affrontare e ad appagare la curiosità degli amici, specialmente di Pia Tolosani. Ma Elena, d’indole chiusa e un po’ caparbia, asciutta nelle risposte, non si lasciò smuovere affatto dal suo modo di vedere e di pensare, né volle conceder nulla ai desideri del marito, quantunque espressi col massimo garbo e col massimo tatto. Non poté neanche ottenere ch’ella indossasse la veste da lui preferita, e che si levasse dal collo un certo nastro che, a suo giudizio, non le stava bene.

- Altrimenti, non vado - aveva tagliato corto Elena.

Paolo chiuse gli occhi e sospirò per le nari. Pazienza! S’era imbattuto purtroppo in un caratterino difficile, che voleva esser preso pel suo verso, con fermezza e delicatamente nello stesso tempo; se no, guerra intestina! Ma Paolo si teneva savio abbastanza. La sposina gli dava da fare? Tanto meglio! Ecco finalmente una buona occupazione! E a poco a poco, ne aveva fiducia, le avrebbe dato quella forma, ch’egli vagheggiava. Per adesso, pazienza!

Animato da questo sentimento, egli presentò Elena a Pia Tolosani, quasi domandandole velatamente, scherzosamente, senz’offendere per nulla la suscettibilità della moglie, cooperazione di senno e di tatto.

Pia intuì subito, vedendo Elena, con chi aveva da fare. Esteriormente, in verità non le piacque gran fatto; non così però il contegno rigido e chiuso, la subitanea accensione del volto quando Elena si faceva a esprimere qualche pensiero contraddittorio, le negazioni recise date al marito che la guardava timorosamente.

- No, no! impossibile, impossibile! Lui faccia quello che vuole. - Così negava Elena. «Lui» era il marito, qualcosa, per Elena, di molto diverso da lei.

Pia guardava il Baldìa e sorrideva benignamente. Paolo guardava la moglie, e sorrideva un po’ imbarazzato.

- Mi piace; quel tipino, mi piace! - dichiarò il giovedì sera agli amici Pia Tolosani.

Anna Venzi guardava Pia con occhi sbalestrati, e s’agitava sulla seggiola smaniosamente.

- Ah, è venuta finalmente! E di’, com’è? com’è? Ti piace, hai detto? Ti piace?

A quattr’occhi Pia confidò ad Anna che in quanto alla figura, no; Elena non le era piaciuta...

- Veste maluccio... Non sa pettinarsi... Sgarbatuccia, poi! specialmente col marito... Ma quasi quasi, guarda! ci ho gusto, che sia così! È un po’ presuntuoso il Baldìa, non ti pare?

- Presuntuoso, io l’ho sempre detto! - dichiarò Anna.

In quel convegno Filippo Venzi si mostrò molto più cupo del solito.

VII

La simpatia di Pia Tolosani per Elena Baldìa crebbe in poco tempo, con dispetto e dolore d’Anna Venzi. Elena invece, chiusa sempre in se stessa, non si curava molto di Pia; accettava da lei qualche consiglio, le faceva di tanto in tanto qualche lieve sacrifizio della sua ostinata volontà, ma solo quando il consiglio di Pia le pareva non s’accordasse apertamente con qualche desiderio manifestatole prima dal marito. Che se poi questi si mostrava troppo soddisfatto della concessione ottenuta, la ritirava subito, e Pia se ne dispiaceva vivamente.

- Vede? - diceva ella al Baldìa. - Lei mi guasta tutto...

- Pazienza! - esclamava ancora una volta Paolo chiudendo gli occhi e sospirando per le nari. E usciva di casa per timore di perderla, finalmente. Com’era buona frattanto quella Pia Tolosani! Se Elena almeno avesse potuto sentir per lei amicizia! Ella le avrebbe aperto il cuore e la mente! Tra loro donne si sarebbero certo intese molto meglio! E poi la signorina Pia era così prudente, così giudiziosa! aveva così belle maniere!... «A poco a poco, chi sa!» si diceva Paolo.

Dove si recava? Abituato a non uscir mai di casa in certe ore del giorno, si sentiva quasi smarrito per le vie di Roma. Andava un po’ a zonzo; poi, per sottrarsi alla noia, finiva col recarsi allo studio di Filippo Venzi. Lì, se non altro, trovava da leggere, mentre Filippo lavorava.

- Ah, sei tu? Bravo! Prenditi un libro e lasciami lavorare - gli diceva questi. E Paolo obbediva. Di tratto in tratto levava gli occhi dal libro e osservava a lungo l’amico intento a scrivere con la fronte contratta e il capo chino. Come gli s’eran diradati e brizzolati in poco tempo i capelli! Che aria di stanchezza in quel faccione bronzeo e negli occhi profondamente cerchiati! Filippo, scrivendo, piegava or da un lato or dall’altro la grossa testa sulle spalle erculee. «Irriconoscibile!», si diceva mentalmente Paolo. In quegli ultimi giorni poi il Venzi era diventato mordacissimo, aggressivo finanche, e in fondo ai suoi ghigni, alle sue parole era un’inesplicabile amarezza, quasi biliosa. Possibile, che l’avvilimento per la scempiaggine e la volgarità della moglie l’avesse ridotto in quello stato? No, no; ci doveva esser sotto qualche altra cagione! Quale? Certe volte a Paolo era parso finanche, che Filippo l’avesse con lui... «Perché con me? Che gli ho fatto io?» Eppure, eppure...

Un giorno il Venzi si mise a parlargli dei Tolosani, del padre, della madre e specialmente di Pia, dapprima con tal sottile ironia, poi con aria così apertamente e stranamente beffarda, che Paolo rimase stordito a guardarlo. Come! Lui, il più intimo amico, ne parlava così? Paolo si sentì quasi in obbligo di rispondere, di difendere la famiglia amica, ed encomiò Pia, rivoltandosi alle beffe.

- Sì, sì... aspetta, caro! aspetta! - gli disse, infoscandosi e pur seguitando a ridere, Filippo. - Aspetta, e te ne accorgerai!

Balenò a Paolo un sospetto; ma lo scacciò subito, accusandosi di permalosità. Tuttavia questo sospetto aveva gittato un’improvvisa luce sullo strano cambiamento di Filippo in quegli ultimi tempi, e sotto questa luce odiosa, perdurante, il pensiero del Baldìa frugò e vide man mano il sospetto concretarsi in mostruosa realtà. Filippo stesso, di giorno in giorno gliene dava prove vieppiù irrefragabili. L’ultima fu la più dolorosa per Paolo: il Venzi s’allontanò da lui; giunse finanche a fingere di non accorgersi di lui, per non salutarlo. Non mancava oramai a Paolo che un’aperta confessione, e volle procacciarsela, volle a ogni costo venir con lui a una franca spiegazione. Gliene nacque l’idea vedendo in un pomeriggio, mentr’egli si ritirava a casa, il Venzi passare in fretta per via Venti Settembre. Gli andò incontro risolutamente e lo scosse per le braccia:

- Insomma, posso sapere che hai con me? che t’ho fatto?

- Ti preme molto di saperlo? - gli rispose Filippo, impallidendo.

- Mi preme, si sa! - incalzò Paolo - per ispiegarmi questo tuo modo d’agire. Mi preme per la nostra antica amicizia!

- Dolcissima parola!... - sghignò Filippo. - Dunque non te ne sei accorto? Vuol dire che il serpe non si è ancor bene scaldato. ..

- Di che serpe parli?

- Ma sai, di quel famoso della favola raccolto un giorno di neve dal pietoso contadino...

Paolo trascinò a viva forza Filippo in casa sua. Lì, nello studiolo chiuso a chiave, quasi al buio, s’ebbe la confessione. Dapprima il Venzi si rifiutò, trincerandosi dietro la consueta dicacità quasi brutale.

- Son geloso di te! - scattò su finalmente a dirgli. - Vuoi intenderla?

- Di me?

- Sì, sì. Non ti sei ancora innamorato?

- Di chi? Sei pazzo?

- Di Pia Tolosani!

- Sei pazzo? - ripeté Paolo sbalordito.

- Pazzo, sì pazzo! Ma intendimi, compatiscimi, Paolo! - riprese Filippo in un altro tono di voce, quasi piangente. E gli parlò a lungo del suo primo amore per Pia Tolosani, rimasto ignorato, poi del suo matrimonio e delle delusioni seguite, del vuoto intorno a lui, della tremenda noia agitata da mille continue smanie, le quali man mano s’erano definite, concretate nel nuovo disperato amore per Pia Tolosani.

- Ogni giorno che passa, la moglie va giù, sempre più giù... Ed ella invece in alto, sempre più in alto! Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire! E ciò appunto ella vuol dimostrarci, prendendosi tanta cura delle nostre mogli! È questa è la sua vendetta! Liberati da lei, da’ ascolto a me! Liberati da lei! O da qui a un anno, anche tu te ne innamorerai, senza fallo... già lo vedo... come me, guarda! come me...

Paolo compianse internamente l’amico, senza trovare una parola da dirgli. S’udirono in quella pel corridoio le voci di Elena e Pia Tolosani, che rientravano insieme da una passeggiata.

Filippo scattò in piedi.

- Lasciami andare! Che non la veda... che non la veda.

Paolo l’accompagnò fino alla porta, e quando si richiuse molto turbato nel suo studiolo, udì nettamente attraverso la parete, la voce di Pia, che nella stanza attigua diceva alla moglie:

- No, no, mia cara! Spesso il torto è tutto tuo, tu già ne convieni... Sei un po’ troppo dura con lui! E non bisogna esser così...

217A  -  I galletti del bottajo

[in Cenerentola, 23 settembre 1894]

Struggevasi la moglie del bottajo Màrchica dal desiderio di desinare una volta sola almeno, nelle feste, in compagnia del marito, il quale ogni anno, il primo dì e a Carnevale, a Pasqua, a Natale, era solito di raccogliere intorno alla sua tavola parenti e amici con vivo rincrescimento della moglie, anzi a suo marcio dispetto.

Aveva la buona donna quest’anno, per Natale, allevati due bei galletti; e mostrandoli al marito, la vigilia, disse:

- Guarda che bei galletti! Se mi dài parola, che dimani non inviterai nessuno a desinar con noi, io stirerò loro il collo, e vedrai come son brava in arte magirica! Avrai un manicaretto da re.

Il bottajo promise; e la moglie tutta contenta.

Venne la dimane, e il bottaio, vestito da festa, salutò la moglie prima d’andare a messa.

- No, marito mio; abbi pazienza; tu oggi non uscirai di casa. Son sicura, che se affacci il naso alla porta, mi tiri in casa qualcuno. Di messa, te ne basta una, quella di questa notte.

- Ma io ti prometto...

- Non sento promesse! Qua, a me, il berretto; oggi starà sotto chiave.

Il bottaio sospirò, e diede alla moglie il berretto.

Seduto nella cucinetta, e rimirando la moglie più vispa del solito, accesa in volto dal calore del fuoco sotto la pentola, stretta la vitina da una veste nuova, a fiorami, protetta dal mantile, egli pensava: «Ha ben ragione, la poverina! È così dolce star soli insieme, nell’intimità, senza visi estranei a tavola, che ti tengan sospeso, non abbia tu bene soddisfatti i loro gusti... È tanto carina mia moglie! Par ch’io me n’accorga soltanto oggi per la prima volta! E in fin dei conti, che chiede ella? Ha piacere di restar sola meco, di godersi la festa soltanto in mia compagnia... Oh, cara, cara!».

E internamente si riprometteva di mai più per l’avvenire fare scontenta la moglie con l’invitar nelle feste parenti o amici.

Ma il diavolo, anche quella volta, volle metterci la coda. La donna, nel comprar tutto l’occorrente pel manicaretto, la vigilia, s’era dimenticato il prezzemolo: due centesimi di prezzemolo. - Ah, marito mio! e come si fa? - Da’ a me; vo a comprartelo io. - No, tu no! Tu oggi non esci di casa, ti ripeto.

- Eh via, sciocchina! Credi che... L’erbaiola è qui, a due passi...

- Inutile! Non sento ragioni...

- E allora, vacci tu.

- Io non posso, capisci? Come lasciare? Dio mio! Senti; io sto qui sulla porta a guardarti; andrai senza berretto, lì di faccia: due centesimi di prezzemolo.

- Un lampo, lascia fare! Vo e torno.

- Bada!

- Non dubitare...

Ma appena a cinque passi dalla soglia, paffete! il vecchio curato del villaggio vicino, dove il bottajo Màrchica aveva dimorato tre anni.

- Oh, signor curato! Beati gli occhi che la vedono! E come va? Da queste parti?

- Affarucci, affarucci, - rispose il vecchio curato sorridendo, con gli occhi che gli scomparivano tra le rughe.

- Evviva veramente! Come va? Come va? Che si dice a Montedoro?

- Eh! Che s’ha da dire? Tanto bene, figlio mio. Il mondo è vecchio.. .

E il buon curato si fregava le mani secche, tremanti, fatte davvero per regger l’Ostia soltanto.

- Lei, lo vedo, - rispose il bottaio; - sempre in salute, Dio la benedica! Oh, anch’io, sì; ringraziamo Iddio! E lavoro, non me ne manca... Sissignore... Vo a comprar due centesimi di prezzemolo per mia moglie... Anche lei, benone! E si ricorda sempre del suo vecchio curato, sa? «Quel buon curato!» mi dice sempre. Mia moglie, chiesa e casa - già lei lo sa. Oggi mi prepara un pranzettino proprio coi fiocchi e, a tavola, noi due soli - io, qua, lei, là!... Ma... e dove desina lei oggi, signor curato? Certo mia moglie avrà tanto piacere di rivederla... Mi vuol fare un favore? Non mi dica di no.

- Pronto, figlio mio, se posso...

- Deve desinar con noi oggi, pel Santo Natale...

- Non posso, figlio mio...

- Come, non può? Sdegna la casa dei poveri! Lo so, cose da poverelli... due galletti, e lì...

- Non è per questo, figlio mio; tu mi conosci. Devo ripartire a momenti. - Ripartirà più tardi! - L’asinello m’aspetta al fondaco...

- Lo lasci aspettare; si riposerà meglio... Non lo lascio partire, ecco! Mi deve fare questo favore. Sì?

- Giacché lo vuoi per forza... Tante grazie, figlio mio...

- Grazie a lei, signor curato, dell’onore... Entri, entri in casa... Guardi: quella porta lì di faccia... C’è mia moglie, guardi, sulla soglia... Io vo e torno: due centesimi di prezzemolo...

Il vecchio curato sorrise, guardando la moglie del bottaio, e la salutò con la mano, avvicinandosi alla porta.

«Me l’ha fatta! Me l’ha fatta!», si diceva intanto la donna tra i denti, stringendo i pugni e rodendosi dentro dalla rabbia. «Oh, ma l’hai da far con me, adesso! Vedrai.» - Come sta, come sta, signor curato? Quanto onore... quanto piacere...

- Vostro marito ha voluto per forza così... Non mi son potuto rifiutare...

- Ah, padre mio! - sospirò la moglie del bottaio, atteggiando di grave mestizia il volto.

- Che avete, figliuola mia? - domandò il curato sorpreso.

- Le dirò, le dirò? signor curato... Aspetti un momento.

Entrò il bottaio, sorridente, col prezzemolo.

- Ecco il prezzemolo! Vedi, moglie mia? Il tuo buon curato! Chi poteva aspettarselo? Ed ha avuto tanta degnazione d’accettare il nostro umile invito... Già gliel’ho detto: cose da poverelli... Ma che fa, è vero? supplisce il buon cuore...

- Certo, certo...

- Sa, signor curato? Mia moglie mi aveva detto: Oggi, nessun invitato... E io, difatti... Ma poi ho visto lei, e per lei son sicuro che... È vero, moglie mia?

- Senza dubbio, senza dubbio, - rispose la moglie con le labbra strette. - Piuttosto, ora che ci penso... e il vino? Mi son dimenticata anche del vino... Guarda, che testa. Farai un’altra corsa tu, è vero, marito mio? Abbi pazienza...

- Ma certo, subito! Dammi il berretto, dammi.

- Ecco il berretto. Una corsa, mi raccomando!

- Non dubitare.

Appena uscito il marito, disse la donna al curato:

- Ah, padre mio! Fortuna che s’è lasciato indurre ad andar pel vino!

- Perché, perché, figliuola mia?

- Ah, se sapesse, signor curato! Vino in casa ce n’avevo d’avanzo; ho detto di non averne per carità cristiana...

- Come!

- Per salvar lei, padre mio!

- Me?

- Sissignore! Non sa dunque nulla? Non sa che mio marito. . .

E fece un gesto espressivo con la mano.

Il povero curato fece, alla sua volta, una faccia lunga due palmi:

- Matto, dite? Matto? Come mai! Povero ragazzo! - e batté una mano con l’altra. - E come mai!

- Sissignore! Sissignore! - incalzò la donna. - lo non ho più lacrime da piangere in segreto, padre mio! (e intanto piangeva). Quante lacrime, quest’occhi! E se sapesse che sorta di pazzia gli è venuta! Non può veder gli occhi della gente, che subito gli vien voglia di strapparli... sissignore!

- Gesù, che guaio! Gesù, che guaio! - nicchiava con la lingua inaridita il povero curato.

- Ah, padre mio! Io parlo per suo bene... S’immagini che onore per me, che piacere averla a tavola, oggi... Guardi: prenda i due galletti, uno almeno, non me lo rifiuti! Glieli avvolgo in un giornale, va bene? E se li porterà con sé. Ma non rimanga, per carità, se ha cara la vista, a desinar con noi! Sa, il povero pazzo? Invita la gente in casa, poi mette le spranghe alla porta e, a fin di tavola, vuole strappar gli occhi agl’invitati... Se vedesse, ogni volta, che lotta disperata! Adesso in paese si sa di questa pazzia e nessuno più accetta inviti da lui.

Il buon curato non pigliava quasi più fiato dalla paura e balbettava:

- E... e non m’era parso! Non m’era parso!

Quando la donna terminò di parlare, egli, non ostante la grave età, balzò da sedere e, ravvoltosi nel tabarro, calcatosi sulla fronte il cappello:

- Grazie, figliuola mia, grazie! - disse. - Lasciatemene andar via subito... Grazie, veramente... Vi devo la vita...

- Prenda i galletti, mi faccia il favore!

- No, niente! Che galletti, cara figliuola! Oh, povero ragazzo! Il Signore v’assista, povera figliuola! Addio, addio... e grazie di nuovo...

La donna lo lasciò partire.

- Oh, e questo è fatto! - esclamò.

Si recò in cucina, trasse dalla pentola i due galletti, e li nascose.

- Adesso a noi, signor marito!

Il bottaio rincasò con un buon fiasco di vino, tutto ansante, trafelato.

Trovò la moglie, in cucina, in pianto dirotto, coi capelli disfatti.

- Che t’è avvenuto? - Ah se sapessi! Ah prete cane! - piangeva la moglie. - Il curato? Dov’è? Che t’è avvenuto?

- Metterai senno, ora? Mi porterai ancora gente in casa? Vedi che m’ha fatto il tuo signor curato? Vedi che m’ha fatto?

- Che t’ha fatto?

- Ah mamma mia! Madruccia mia, tu non hai certo sospettato che l’uomo al quale m’affidavi m’avrebbe un giorno lasciata così esposta alla discrezione della mala gente! - continuava a piangere inconsolabilmente la donna.

- Insomma, posso sapere che t’è avvenuto?

- Che?

La moglie, calcolando che il buon curato a quell’ora, spinto dalla paura, su l’asinello, doveva esser già a bastanza lontano dal paese, si levò da sedere in gran furore:

- Che m’è avvenuto? il tuo buon curato, capisci? Il tuo buon curato mi s’è cacciato in cucina e... guarda, guarda lì, la pentola! Vedi? Non c’è più nulla...

- Rubato? - fece con tanto d’occhi il bottaio.

- Tutti e due i galletti!

- Ah birbante! Dici davvero? Possibile? Ah birbante! E dov’è? Dov’è? Per dove è andato via?

- Io non lo so! Non l’ho veduto...

- Ah, prete ladro! Ah, vecchia volpe! Lasciami! Vo’ corrergli dietro! E se lo raggiungo... se lo raggiungo... Lasciami!

- Sì, brutto smargiasso! Mettiti con un vecchio, adesso...

- M’ha rubato!

- Per colpa tua! Pigliatela con te stesso invece! E ti serva per esempio, ti serva!

- No, così non m’accontento... Lasciami, lasciami... ti dico, lasciami...

E scioltosi a forza dalle braccia della moglie, si mise a correre furiosamente per lo stradone che conduce a Montedoro.

Tutto impolverato, stanco da non poterne più, dopo aver percorso buon tratto dello stradone fuori del paese, vide in fondo, lontano lontano, il vecchio curato che trotterellava su l’asinello, tra un nuvolo di polvere. Raccolse allora tutte le forze che gli restavano, e si mise a gridare:

- Signor curato! O signor curato!

Il vecchio curato si voltò dal fondo dello stradone a guardare di su l’asinello che trottava, trottava...

E il bottaio dal fondo dello stradone, a gran voce:

- Almeno uno, signor curato! Me ne dia almeno uno!

- Caro, to’! Almeno un occhio, dice! Addio, caro! Addio, caro !

E botte da orbo all’asinello.

- Almeno uno! Almeno uno! - continuava a gridare il povero bottaio rifinito dalla corsa.

Nel frattempo la moglie, in cucina, si spolpava comodamente i due saporitissimi galletti.

218A  -  Il «no» di Anna

[Gazzetta letteraria, 7-14-21-28 settembre e 5 ottobre 1895 col titolo Il «no» di Anna;

Rivista di Roma, 10 aprile 1906, col titolo Lillina e Mimì

I

Trillavano i grilli nella placida sera di settembre sulla spiaggia lunga e stretta, tutta ingombra di alte cataste di zolfo. La spiaggia, fino a mezzo secolo addietro era seno di mare, il quale allora veniva a battere alle mura del borgo nascente. Inarenato il seno, subito il commercio aveva invaso quel breve lembo sabbioso, per comodo del carico dello zolfo.

Chi sa da qui a cento, a duecent’anni che diverrà Vignetta!

Intanto, è quasi città, affermano gli abitanti. E possiede un porto, che è forse il più commerciale dell’isola, sebbene ancora senza banchina: due lunghe braccia petrose, curve sul mare, accoglienti in mezzo un breve ponitoio da legni sottili, detto il Molo vecchio, al quale è stato riserbato l’onore di tener la sorte della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.

Di giorno Vignetta è in continuo fermento. Ogni mattina, all’alba, i tre appelli d’un banditore la destano:

- Uomini di mare, alla fatica!

E già comincia lo strider dei carri carichi di zolfo, carri senza molla, ferrati, rotolanti nel brecciale fradicio dello stradone polveroso, popolato di magri asinelli a frotte, bardati, che arrivano anch’essi con due pani di zolfo a contrappeso, uno per ciascun lato.

Le spigonare, con la gran vela triangolare ripiegata a metà sull’albero, assiepano la riva; mentre già a piè delle cataste s’impiantan le stadere, sulle quali lo zolfo è pesato, e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Gli uomini di mare scalzi, in calzoni di tela, recano il carico alle spigonare, immergendosi nell’acqua fino all’anca; poi le spigonare ripiene, sciolta la vela, recano alla lor volta il carico ai vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.

Questo, sulla spiaggia.

Entro il paese, sulla larga strada principale, altri carri giungono carichi di sacchi d’orzo, di frumento, di fave.

- O misuratori! - chiamano i facchini.

I sacchi di sul carro son votati su un largo tappeto di juta grezza steso sulla via, e l’orzo e il frumento, misurati a tomoli e insaccati di nuovo, son portati a spalla entro i depositi ben guardati dall’umido. Ogni cinque tomoli, un sacco; ogni venti tomoli, una salma. - E conta una! E conta due!

Grida, a ogni ventina, con voce lunga e lamentosa il misuratore.

Così fino al tramonto, con una breve tregua sul mezzogiorno.

La sera, dopo tanto frastuono, il senso della quiete pervade più profondamente e domina il paese. E i grilli strillano sulla spiaggia, tra le cataste di zolfo, e qualche cane di guardia abbaia di quando in quando; mentre il mare, dentro il porto, dorme tranquillo come un lago, con la selva oscura delle navi quasi protette dal faro, di cui le acque nere riflettono il verde lume.

Oltre il porto, il mare si stende vastissimo, rischiarato dalla luna, fino all’orizzonte chiuso a sinistra da Punta Bianca, a destra da Monte Rossello, in ampio semicerchio.

Allo spettacolo di questa solenne calma del mare, sul terrazzo di casa Prinzi, la signorina Rita ascoltava una sera le confidenze dell’amica Anna Cesarò, e la guardava freddamente negli occhi, e le guardava le labbra appassite e i denti malpari, sicché Anna, parlando, si sentiva spesso costretta ad abbassar gli occhi: allora la voce le usciva più che mai velata e tremula dalla gola troppo larga, quantunque il collo fosse lungo e magro. Talvolta gli occhi di Rita si stringevano un po’ in uno sguardo di commiserazione, che turbava peggio Anna, le cui dita tremanti tormentavano allora le trine della manica. Peggio ancora poi, quando Rita traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.

- Stamane finalmente mi son vendicata! - disse Anna con quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piacere.

- Sì? Che gli hai fatto? - domandò Rita senza ombra di curiosità.

Anna rispose con gli occhi bassi:

- Gli ho chiusa in faccia la finestra...

Rita sospirò. Ella compiangeva in cuor suo, veramente, la povera amica innamorata alla perdizione del giovane medico di Vignetta, il dottor Mondino Morgani, lungo, Dio mio, tre canne, senza esagerazione, e magro: un palo insomma; più biondo della paglia, con due puntini cilestri per occhi e un naso gracile, così enorme, che gli diventava pallidissimo, ogni qualvolta rideva, a cagione dello stiramento della pelle lì lì per scoppiargli sul dorso.

Il dottor Morgani, poveretto, non che corrispondere alla passione d’Anna non sospettava nemmeno dell’amor di lei; così almeno credeva Rita, la quale perciò soffriva alle timide confidenze dell’amica tanto illusa da non accorgersi quanto fossero ridicoli quei dispettucci che ella intendeva fare al preteso innamorato. (Chiudergli in faccia la finestra, poveretto, e perché?)

Quella relegazione nella cittaduzza marittima di Vignetta, a causa del commercio dello zolfo a cui il padre s’era dato, aveva alterato l’indole, prima gaia e aperta, di Rita. Era troppo forte veramente il contrasto tra l’immensità della natura, del cielo, e del mare, e la grettezza opprimente degli abitanti di Vignetta. Il padre dedito tutto il giorno agli affari, la madre alle faccende di casa lasciavano Rita nella più completa solitudine, così che ella aveva preso l’abitudine del fantasticare, chiusa sempre in se stessa, da mane a sera. Non aveva amiche a Vignetta, tranne la Cesarò (grettuccia anche lei, la poverina), né cosa alcuna o persona che l’interessasse in quel paese. Così, senza scopo, quasi senza vita, vedeva andar via ad uno ad uno i suoi giorni migliori.

Anna era adesso di paraggio inferiore alla Prinzi. Rosario Cesarò, suo padre, tipo strano d’uomo, morto quattr’anni addietro, aveva buttato a piene mani tutto l’aver suo nelle buche delle solfare, preso dalla mania di trovar filoni di zolfo in ogni montagna del circondario. E aveva sventrato montagne, fatto scavar buche fino a duecento metri di profondità, senza trovar mai nulla: acqua soltanto: e allora, impianti di macchine a vapore per votar le buche, o costruzioni sotterranee per deviar l’acqua. Così migliaia e migliaia di lire aveva lasciato ingoiare alle buche voraci senza alcun frutto.

Appunto nell’infausta occasione della malattia del padre Anna aveva conosciuto il dottor Morgani.

Né la madre, né la sorella maritata, né il cognato, ancora in pianto per la recente morte, avevan pensato alla povera Anna, allora sui diciotto anni, di cagionevole salute fin da bambina, consumata da una febbre lenta, continua.

Mondino Morgani s’era nesso ad esercitar la professione del medico da tre mesi soltanto, e il Cesarò era «il suo primo morto». La malattia del quale era stata irrimediabile, è vero; ma tuttavia della morte Mondino aveva quasi avuto rimorso.

Durante i tre mesi angosciosi della malattia del padre, Anna erasi talmente consumata, che il nasino, la bocca, il mento piccolo un po’ sfuggente, parevan presi di paura dagli occhi verdognoli straordinariamente ingranditi sotto la fiamma dei folti capelli rossi, arruffati.

Era alta anche lei, non quanto il dottore, ma quasi, per via del collo; e tossiva.

Mondino le guardava il seno schiacciato, stretto e le spalle ossute.

«Dio mio, costei mi dà in tisico!», pensava.

E non sapeva tollerare che nessuno in casa si prendesse cura di lei. ordinava lui in cucina del brodo per la signorina.

- Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne...

- Mi faccia questo favore. Guardi, una tazzina piccola così... Un atto di volontà, e si manda giù...

- Non posso, glielo giuro...

- Deve farlo per me... Guardi, proviamo a cucchiaini. Uno.. .

- Oh Dio!

- Un altro, avanti! Così, coraggio...

- Basta! non posso più... non posso più...

- Senta, non me ne vado di qui, se non prende questa tazza di brodo.

Anna allora lo guardava un tratto coi suoi grand’occhi verdognoli, come per dirgli: «Fo il sacrifizio per lei!». Li chiudeva e ingollava.

- Brava! Così va bene. Vo via più contento, adesso. A questa sera, signorina.

E Anna, dal suo lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all’uscio; poi si nascondeva tutta sotto le coperte, e sospirava felice, struggendosi, e baciava il guanciale con le labbra avide.

E non era Mondino finanche arrivato ad assaggiar prima lui i medicamenti più amari per incoraggiar l’inferma a prenderli? Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E quel che le diceva! E come la forzava!

Rita aveva lasciato trapelare all’amica i suoi dubbi sull’innamoramento del dottore; e Anna, poverina, rinvangava nei ricordi... No, no! Non era inganno il suo! Ma che! E la grasta dei garofani? Sì, una bella pianta di garofani screziati, ch’ella teneva sul davanzale della finestra di camera sua... Il dottor Morgani, amantissimo dei fiori, quando veniva da lei a visita, non sapeva staccar gli occhi da quella pianta.

- Che bei garofani! Permette, signorina?

- Tutti, dottore...

Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva all’occhiello.

Anna, ristabilita, aveva voluto per conto suo regalare al dottore quella bella grasta di garofani. E Mondino non portava mai altri fiori all’occhiello, se non quei garofani, quando sbocciavano.

Non era un segno anche questo?

Rita pensava tra sé: «Certo quell’imbecille ha preso a godersela!». E, in fondo, non si sbagliava.

Solamente, in Mondino - bisogna dirlo - non era intenzione di far del male ad Anna. Egli si stimava sinceramente, il giovinotto più irresistibile di Vignetta; le sue maniere erano per natura cortesi e garbate, non ci metteva nulla di suo, era così, che poteva farci? E le ragazze s’invaghivano di lui, credendosi lusingate... Ma nemmeno per ombra, parola d’onore! Se ne invaghivano? Padronissime! anzi, tanto piacere, ma lui... Per altro, la signorina Cesarò (un’ottima creatura, come negarlo?) doveva pensare che egli aveva per le mani una professione nobilissima e lucrosa, che i suoi parenti erano molto ricchi, e che lei, poverina, non aveva un soldo di dote. Quando s’ama, è vero, non si pensa a queste cose; ci pensano i parenti però... Non parlava della figura. Per la figura, passi! Mondino aveva in proposito un’idea sua: «La moglie non dev’essere bellissima. Che sia saggia e buona, deve bastare». Ma inutile parlarne! Lui, per adesso, non aveva intenzione di sposare, ecco! E dunque...

E ogni qual volta era invitato in casa Cesarò, sbuffava come un cavallo stracco.

«Auf! Costei s’ammala certo per vedermi da vicino!»

E innanzi al lettuccio di Anna, all’incentivo tocco di quel polso esile che tremava tra le sue dita, avviluppato dal fervido sguardo di quei grand’occhi verdognoli, chiedenti quasi pietà, Mondino Morgani si turbava anche lui, si sentiva impacciato, non sapeva metter più insieme due parole, due grecismi dell’oscura terminologia medica, che pure era il suo forte.

- Ha febbre? - gli domandava la madre.

«Eh sfido, se non ne ha, le viene...» avrebbe voluto risponderle Mondino, esasperato.

II

- Guarda, guarda... si volta! si volta!

E Anna spingeva col gomito, sulla ringhiera del terrazzo, il gomito di Rita.

- Sta’ seria, Anna! - ammonì questa, fingendo di non vedere.

Mondino Morgani passava lungo lungo, secco secco, per la spiaggia, guardando il terrazzo di casa Prinzi, ove le due amiche erano affacciate.

Passava quasi ogni giorno, alla stessa ora; e guardava ogni volta il terrazzo, a lungo, anche quando Anna non v’era.

Questa intanto era felice di quel lungo sguardo diretto a lei, a suo credere.

- Vedi? Vedi? ci credi ora?

- Io, no - rispose asciutta Rita, guardando il mare.

- Come no? Perché? Te l’assicuro io... - incalzò timidamente Anna.

- Son diffidente... A cosa fatta, crederò. Se fossi in te, diffiderei.

- Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?

- No, nulla. Parlo per esperienza.

- Eppure... - sospirò Anna, lì lì quasi per piangere.

Rita la guardò, ed ebbe pietà di quelle labbra pallide, tremanti, di quei grand’occhi smarriti, e rimorso d’aver così recisamente esternato quel che pensava.

- Non ci badare! - soggiunse. - Sono di pessimo umore quest’oggi. E nessuno può saperlo meglio di te... E se tu dici...

S’interruppe, e propose:

- Andiamo a suonare un po’? Via, via! Andiamo giù.

Mondino Morgani ripassava sotto il terrazzo.

Anna lo scorse, mentre già stava per seguir la Rita, e si trattenne con una mano alla ringhiera a guardare, facendosi violenza.

Mondino passò diritto come un palo, senza voltarsi.

«M’ha veduta? Non m’ha veduta?», si chiese Anna trepidando. «O c’è qualcuno affacciato in qualche finestra vicina?»

Guardò: nessuno! E quelle parole di Rita...

Discese, angosciata, la scala del terrazzo.

Rita sonava con molto slancio la Smania del Coop. Appena Anna entrò nel salotto, ella volse il capo verso l’amica, senza smettere di suonare.

- È ripassato, è vero?

- Sì... non m’ha veduta...

- Ah! non s’è voltato! - osservò Rita con uno strano sorriso a fior di labbra. Levò le mani dalla tastiera e prese quelle di Anna, guardandola negli occhi.

- Se intende scherzare, l’avrà da far con me... - disse Anna con gli occhi bassi, interpretando lo sguardo dell’amica, e si morse il labbro inferiore.

- E che puoi fargli tu? - domandò Rita, alzando le spalle, ancora con lo strano sorriso sulle labbra.

- Oh, se crede che io sia come la figlia del capitano del porto, quella civettona continentale tutta lezi da scimmia, o come quel pesce infarinato di Sarina Scoma che fa all’amore in pubblica piazza con gli ufficiali, o come...

- Cara mia - l’interruppe Rita - a immischiarsi con gli uomini, han sempre ragione loro! Tu l’ami, è vero?

Anna continuò a mordersi il labbro inferiore.

- Bene, egli si mette a civettar con un’altra, poi, poniamo, la sposa, e ti pianta. Che gli fai tu?

- Non siamo ancora a questo punto... - obbiettò Anna. - Tuttavia, io voglio uscire da questa incertezza...

Rita sospirò. Dall’incertezza, purtroppo, ella era uscita.

Mondino Morgani si teneva sicurissimo, che tutte le ragazze di Vignetta, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalle finestre a terra per lui: «Prendimi! Prendimi!». Una sola gli avrebbe resistito: Rita Prinzi! Ed era senza dubbio (pareva almeno al dottor Mondino) la più bella, la più intelligente fra tutte: «Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia rispettabilissima, dote discreta...».

E passava e ripassava sotto il terrazzo.

Rita se n’era accorta.

«Mi fa il ragno sotto gli occhi», pensava, vedendolo. «Non son mosca per te, caro mio.»

E si ritirava, perché l’imbecille non si credesse lusingato. Oh, quella povera Anna!

Mondino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciupo di scarpe e nessun pro’, si decise al gran passo. «Colgo la più bella rosa di Vignetta!» Addio vita da scapolo! Addio sospiri! Addio temporanee avventure!

Un «no», tanto così!

«No! Come no? Perché?», si domandava Mondino. «Perché no?» E non se ne poteva dar pace. «Come no?» E passeggiava inconsolabile, per lungo e per largo, con le mani dietro la schiena, la camera da letto, in pantofole e in maniche di camicia, senza sentir freddo. Non se l’aspettava quel «no». Come c’entrava? In fin dei conti, rispetto all’età, una giusta proporzione: vediamo; trent’anni, lui; ventidue, lei: otto anni di differenza. Deforme non era, neanche tanto brutto, poi! per uomo, via così così... bella statura... una professione per le mani nobilissima e lucrosa... famiglia accontata sotto ogni rispetto... «Io non capisco!» E si grattava con le dita assiderate, nervose, il petto bianchissimo, senza un pelo, sotto la camicia.

- Io non ca... Eh... eccì! eccì!

- Felicità, Mondino! - gli augurò la vecchia zia, dalla stanza attigua.

- Grazie, zia.

Si raffreddava. Indossò la giacca, e si rimise a passeggiare.

«Aspirava forse a qualche principe, la signorina Rita? "Mia figlia per adesso non ha intenzione di sposare." Bella intenzione. A ventidue anni... E quando si sarebbe decisa? Ma già, scuse! .. .»

E si soffiava il naso strepitosamente.

Per tre giorni non volle uscir di casa.

- Mondino, un cliente.

- Dite che son raffreddato, a letto.

- Mondino, ti desiderano in casa Cesarò.

- La signorina Anna? Crepi!

E via, dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.

- Il dottore è raffreddato.

III

Per la povera Anna fu un colpo mortale. Apprese dalle labbra stesse dell’amica la domanda di matrimonio del Morgani, con un espediente di cui nessuna l’avrebbe creduta capace.

Già ella aveva notato nelle parole, nell’espressione del volto di Rita, ogni qual volta si parlava del dottore, dello sdegno mal frenato, e dell’acredine, in luogo del compatimento di prima. Perché?

- Il dottor Morgani t’ha chiesta in isposa, lo so, - disse a Rita, come in risposta alle frasi di lei, contro il Morgani.

- Chi te l’ha detto? - domandò Rita, accigliandosi.

- Ah, dunque è vero? - esclamò Anna col volto in fiamme.

- Come l’hai saputo? Chi te l’ha detto? - domandò un’altra volta Rita, nell’imbarazzo.

- Nessuno: l’ho sospettato dalle tue parole.

- Che ho rifiutato?

- Sì. Perché? Per me? - domandò a sua volta Anna così eccitata e accesa, che pareva dovesse da un momento all’altro cader per terra svenuta. - Oh, ma se l’hai fatto per me...

- No - l’interruppe Rita, alteramente. - Prima, perché, lo sai, non l’ho potuto mai soffrire, quel palo, ma, quand’anche, l’avrei sempre rifiutato per te...

Lottava nel cuore di Anna l’onta, l’amore, la gelosia, l’avvilimento di fronte all’amica. Da un canto avrebbe voluto dilaniare con ogni sorta di ingiurie il dottore, dall’altro soffriva a sentirne dir male da Rita: avrebbe voluto impedire che l’amica avvilisse colui ch’ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore; ma l’amor proprio offeso non glielo consentiva.

- Sono senza dote, ecco perché!

Rita cercò di confortarla, alla meglio, distraendola con le buone maniere da ogni ridicolo proposito di vendetta manifestato nel primo impeto del dolore.

- A immischiarsi con gli uomini, te l’ho già detto, han sempre ragione loro! Meglio non amare...

- Sì, sì... meglio... - assentiva Anna, singhiozzando.

Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a casa sua.

Tutto il giorno s’aggirò per le stanze come una stordita, come se il bujo sopravvenuto anzi tempo, a causa di certi nuvoloni minacciosi, la avesse resa incapace d’aiutar la madre nelle consuete faccende domestiche.

La notte precipitò su Vignetta con un rovescio strepitoso di pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano il cielo, seguiti quasi immediatamente da formidabili tuoni.

Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla finestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità superiore a quella d’ogni altra creatura vivente. Un grande intenerimento per se stessa la vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva sulla coscienza il concetto della propria infelicità, le reni quasi le si aprivano e tremava convulsa, strozzata dall’angoscia. Oh in mezzo al mare, in mezzo alla tempesta, felici, felici i marinai sotto l’imminenza della morte! Oh morire, morire... mille volte meglio morire! . . .

Il domani, la madre, entrando nella cameretta della figlia, trovò Anna a letto, la finestra ancora aperta, il pavimento allagato dalla pioggia.

- Hai dormito così? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti male? Dio, scotta! Anna, che ti senti? Hai la febbre?

- No... no... - si lamentava Anna col capo affondato nel guanciale, accesa in volto. - Lasciami...

La povera madre, spaventata, mandò pel medico.

- Il dottore è raffreddato, a letto e non può venire - le annunziò la serva di ritorno.

Venne però il giorno appresso.

Anna accolse il dottor Morgani come se non l’avesse mai conosciuto. Non rispose (forse perché la voce non tradisse l’interno turbamento) a nessuna domanda di lui. Mondino allora si rivolse alla madre.

- Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra aperta? Quale sproposito!

Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo sospiro per le nari. Poi tossì.

- Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi!... vede, signora mia?

E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffiò il gran naso. Poi scrisse una ricetta, e via.

- Ripasserò stasera.

(Visita secca, breve.)

IV

Seguì al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di fiaschi per Mondino Morgani.

A breve distanza di tempo lo rifiutarono:

1. La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli, rivale a Vignetta, della Prinzi. Ventiquattro anni (ventuno, diceva lei), bruna, non bella, ma simpatica; dodici mila lire di dote, orfana di madre, parlava sempre in lingua, e il francese così così. Suonava il pianoforte.

2. Carmela Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po’ scema, venticinque mila lire di dote. Zero francese, zero italiano, zero pianoforte.

3. Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di carnagione incerta sotto lo strato di glicerina impastata con la polvere di riso; quindici mila lire di dote. Completamente incolta, parlava l’italiano a orecchio. Diceva, per esempio, così: - Se saprei sonare, sonerei - . Ma sapeva sonare. Diceva anche: la battaglia di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.

4. La nipote dell’avvocato Merca, Giovanna Merca (suo padre era veramente negoziante di cuoio, ma lei si presentava così: - Sono la nipote dell’avvocato Merca - ). Niente dote, il solo corredo da sposa: ricamava a perfezione, sonava il pianoforte, leggeva giorno e notte romanzi truci. Parlava come un uomo, ed era brutta, ma nipote dell’avvocato Merca.

Nannina Vèttoli, s’intende, rifiutò Mondino perché la Prinzi lo aveva rifiutato; Carmela Ninfa, perché le parve troppo alto di statura in confronto a lei cortissima; Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora), all’amore con l’ufficiale di distaccamento a Vignetta; Giovanna Merca, perché in fiera corrispondenza ancora con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a Livorno.

Mondino fu quasi per impazzirne.

Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era medico, sì o no? un dottore in medicina, per se stesso, è o non è personaggio ragguardevole in un piccolo paese come Vignetta? Ah, evidentemente le ragazze s’erano montate la testa; sì, perché, via! a ragionarla, a parte la persona, a parte la famiglia, qual partito più conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i padri e lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue domande. Era proprio scritto, dunque, ch’egli dovesse rimaner celibe!

«Tanto meglio!», avrebbe forse esclamato Mondino in altre condizioni, se non avesse dovuto cioè esercitare la professione di medico, e non fosse stato perciò costretto a recarsi tante volte ora in casa Scoma, ora dai Merca, ora dai Vèttoli, ora dai Ninfa. Così frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che gli pesasse addosso, incomprensibile. Con ciò avrebbe potuto anche mostrare di non covar rancore contro nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.

E s’era immalinconito.

Anna intanto peggiorava di giorno in giorno. I timori di Mondino fondati sulla misera complessione di lei, s’avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper perché, diveniva più malinconico.

Anna, durante la malattia, s’era alquanto rasserenata, come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore; di tanto in tanto tuttavia un pensiero tornava ad agitarla.

Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di Mondino.

- Come si sente oggi, signorina?

- Meglio, dottore...

Diceva meglio! E intanto...

Con l’andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano più lunghe e meno secche. Egli conversava un po’ con la madre, e spesso induceva Anna a dire anche lei qualche parola.

Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull’erroneo concetto che spesso ci facciamo degli uomini e della società, sorrideva amaramente e sospirava. Anna pareva non udisse; l’ascoltava invece attentissimamente.

«Ingiustizie della natura umana!», pensava tra sé Mondino. «Costei muore per me. E muore sul serio! Ormai, più nessuna speranza di salvarla! E io non seppi amarla, l’unica che non me lo avrebbe lasciato dir due volte!»

Concepì a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora si trovava, l’idea di farla, se non altro, morir contenta.

«Sarà un’opera di carità!»

Gliela doveva, per altro: egli s’era mostrato un giorno troppo affabile con la povera ragazza.

Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorella. Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell’inferma, a cui faceva delle piane letture, che non la stancassero, e parlava di cose liete.

Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per non farsi vedere.

Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino, entrando, udì il rumore d’una seggiola che Rita, scappando, aveva rovesciato per terra. Anna era rimasta sola, a letto.

- Disturbo, signorina? - domandò dalla soglia Mondino, piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe dritte.

- No - rispose Anna, seccamente.

- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.

- Si, Rita - rispose allo stesso modo Anna.

- Oh! - fece Mondino, sorridendo. - E perché scappa? Faccio anche paura?

Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l’esile polso di Anna.

- Io ho avuto il torto, signorina - riprese senza lasciare il polso - di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito. Oh se sapesse quanto! Molto... molto... mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso; ma spero, non troppo tardi - se lei vorrà credere al mio pentimento, é perdonarmi...

Anna non traeva più respiro, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di tra le dita del dottore.

- Queste cose non deve dirle a me... - gli rispose senza guardarlo, con voce che voleva parer ferma.

Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.

- Alla mamma, allora? - fece Mondino sorridendo alla signora Cesarò.

- Come dice? - domandò questa, sedendo a piè del letto della figlia.

- Dicevamo... o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario star presto bene, perché abbiamo bisogno di lei... io specialmente... io più di lei, signora. M’ero smarrito come un cieco, le dicevo; sì... e mi ritrovo adesso qui, accanto a questo lettuccio... capisce, signora mia? qui... accanto alla signorina Anna... Che ne dice?

La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il tono insolito della voce dolce e malinconico, e lo guardava, stordita; comprese alla fine a uno sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare, e dall’atteggiamento del volto di Anna.

Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:

- Come? ma s’immagini... io, io felicissima! s’immagini!... Però, deve dirlo lei, con le sue labbra... È vero, Anna?

Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli occhi semichiusi.

- A lei, dunque, signorina... - disse sorridendo Mondino, chinandosi un po’ verso il letto, e attendendo.

- Ebbene, no! - rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ciglia.

Al «no», Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impallidì, col sorriso rassegato su le labbra.

- No? Come! - esclamò - no, anche lei? Ah! Mi ricompensa male, signorina... Io non credevo...

S’interruppe. Si passò forte una mano sulla fronte e sugli occhi; poi riprese, con un lungo sospiro:

- Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo non verrà certo meno per questo! Procurerò anzi di guadagnarmi così, se non un po’ d’affetto, un po’ di stima, almeno, della signorina. Farò il mio dovere, per quanto mi sarà possibile.

E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel momento. (Così almeno stimò Rita, che origliava all’uscio della cameretta.)

V

Gesù - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio Imperatore di Roma, nel trentesimo anno dell’èra cristiana. Questa gemma, di cui l’inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da quell’Imperatore donata al Pontefice Innocenzo VIII per la redenzione d’un fratello dell’Imperatore fatto schiavo dai cristiani.

Rita, assorta in pensieri a piè del letto di Anna, rileggeva meccanicamente, per la trecentesima volta almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesù appesa al capezzale.

Dopo il suo «no», Anna era molto peggiorata. Il male precipitava.

- Non stare più con me, Rita - diceva ella. - Se io fossi in te, avrei paura a star qui.

- Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio...

- Sì... meglio...

Non aveva più forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mostrava sorridendo amaramente all’amica.

I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di non andar più da Anna.

- Sciocchezze! - rispondeva Rita. - Quando il medico mi dirà che non sarà più prudente andare, non andrò più. Per ora, non siamo a questo punto.

Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi e l’indole un po’ sospettosa, spiava dal letto l’amica con diffidenza, ritenendo per fermo in cuor suo ch’ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) più premuroso d’un fratello. Perché Rita ormai non scappava più dalla stanza all’arrivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle domande o chiedeva a lui dei consigli circa l’assistenza da prestare, e Mondino allora rispondeva a lungo, con evidente soddisfazione, e col suo garbo abituale. E Anna, dal volto di Rita, argomentava com’egli non le dovesse parer più, come prima, antipatico e sciocco.

«Ah, egli è buono, è buono!», pensava Anna in cuor suo. «E come parla bene!»

Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:

«Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev’esser cattivo di cuore.»

Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guardingo la corrente sentimentale favorevole, in cui s’era messo. Seguitando così, l’approdo era sicuro.

Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un sentimento duro, indefinibile di gelosia contro Rita, dall’altro non solamente scusava Mondino, ma godeva a sentirlo parlare così bene all’amica, e a veder com’egli l’avesse già vinta e piegata a lui. E avrebbe voluto quasi dire a Rita: «Vedi, vedi com’egli è degno d’essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com’io prima lo stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno... L’intendo, l’intendo forse più che voi stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d’aver tanta pietà di me, perché in questa pietà è l’intesa del vostro amore... Vattene, Rita! Per me e per te, vattene!».

Ma Rita non se n’andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardar dietro i vetri della stessa finestra, a cui Anna s’affacciava un tempo per veder passare Mondino. E sinceramente ella stessa, nel suo interno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata premura per l’amica infelice.

Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l’intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il dottore.

Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna stessa l’aveva pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.

Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fe’ cenno d’avanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.

- Dorme! - bisbigliò, quand’egli si fu accostato al letto.

Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Rita, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la testa.

- Pare già morta! - sospirò senza voce Rita.

Mondino annuì, poi a bassa voce, un po’ impacciato, disse:

- Intanto lei, signorina... senta, non è giusto che si trattenga più qui... Capisco, è l’amica del cuore... Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda che... io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che lei è qui esposta al pericolo. Mi intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene... di non venir più... Me lo promette? Non è prudente...

- Gliel’ho già detto! - gridò Anna aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia corrugate.

Rita e Mondino trasalirono.

- Dico che non è prudente - balbettò Mondino imbarazzato - non per il suo stato, signorina Anna... ma perché... perché la signorina Rita è sofferente... per le veglie... e perché soffre vedendo lei così...

- Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non soffre! - l’interruppe Anna con amarissimo sorriso. - Soffro io! io soffro, invece. Ah, per carità, lasciatemi morire in pace! Non venite più nessuno dei due. Che gusto provate ad amarvi qui, accanto al letto d’una moribonda?

Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e Mondino confuso, agitato, non trovò una parola da rispondere ad Anna, e se n’andò in fretta, senza neanche ardire di salutar Rita piangente.

Dopo circa due settimane Anna morì.

Da sei anni ora giace nell’alto e solitario cimitero di Vignetta ricco di fiori e di cipressi; e più non può sapere, per sua pace, che da cinque anni Mondino Morgani e Rita Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due figliuoli - Cocò e Mimì - biondi come papà.

219A  -  Il nido

[La Tribuna Illustrata, a. VI, n. 11, novembre 1895]

Attorno alla testina bionda della gracile e dolce bambina che gli sedeva a fianco, intenta a guardar fuori, per il finestrino della vettura chiusa, Ercole Orgera, assorto, avvolgeva come un ideal nimbo di pensieri e, carezzandole con mano lieve i capelli aurei, morbidissimi, un po’ ricciutelli su la nuca scoperta, considerava la sua vita infelicissima e l’avvenire di lei, fiorellino innocente, nascosto, che sbocciava or ora alla vita!

Lietta, infastidita un po’ da quel leggiero, continuo brancicamento su la nuca, si volse al padre, e gli disse in un sorrisetto:

- Ttatti quieto!

Ercole sorrise al sorriso della bambina, senz’intendere la molestia che le recava.

- Dico, ttatti quieto...

La vettura andava al passo per il largo serpeggiante viale che conduce al Gianicolo. Erano i primi giorni d’aprile, e l’aria era tepida, soavissima.

La bambina pareva rassegnata a guardar fuori soltanto per il finestrino della vettura, come se già comprendesse che non poteva uscire in compagnia del babbo altrimenti che così: in vettura chiusa. Questo pensava Ercole, e tal pensiero, come se fosse nato entro la testina della figlioletta, lo intenerì quasi fino alle lacrime. Ah sì, soltanto così, furtivamente, poteva egli andar fuori con la bambina sua! E fosse ella rimasta piccina sempre cosi !

Se la tolse su le ginocchia, se la strinse forte al petto e la baciò più e più volte, dicendole:

- Figlia mia bella! Tu starai sempre col babbo tuo, è vero? sempre col babbo tuo?

- Ci... ci... - rispose confusa tra i baci Lietta, pur avvezza a quelle improvvise espansioni d’affetto del padre. - E la mamma... - aggiunse subito dopo, buona buona.

- E con la mamma, sì!

Il matrimonio di Ercole Orgera con la cugina Elena Ferlisi era andato a monte, molti anni a dietro, per futilissimi motivi, per uno sciocco puntiglio della promessa sposa, la quale, poco tempo dopo, come per improvvisa risoluzione della sua testa un po’ balzana, era andata a nozze con un tal Mari, fiorentino, già quasi vecchio, e, per giunta, di paraggio inferiore a lei.

Ercole ne aveva immensamente sofferto; tanto, che non era bastato a consolarlo il favore veramente straordinario con cui era stato accolto in quei giorni il suo secondo romanzo L’incredula.

Logorato e ben diverso da quel che era prima, s’era tuttavia, alla fine, riavuto dal grande dolore. Tre anni appresso, aveva sposato Livia Arciani.

Dopo la pubblicazione dell’Incredula non era più apparso di lui né anche un rigo. Con iscuse bizzarre e ingegnose egli aveva cercato di coonestare innanzi agli occhi proprii e a gli altrui lo sciopro e la neghittaggine in cui era caduto. A poco a poco, in seguito, s’era anche allontanato dalla società che prima era solito di frequentare, rintanandosi quasi nell’oblio più profondo di se medesimo e degli altri.

Gli amici avevano attribuito la cagione di questo mutamento alla moglie, che fu per ciò da loro soprannominata l’Orsa. Nessuno la aveva mai avvicinata, nessuno aveva mai parlato con lei. Ma parlava ella forse? Pareva, a guardarle specialmente gli occhi, che ella non dovesse aprir mai le labbra, se non per profferir qualche sì o qualche no incerto e sospettoso. Pareva covasse sempre dei lugubri pensieri; ma quali e perché?

Livia aveva accolto senz’ombra d’entusiasmo la proposta fattale dal padre di sposare Ercole Orgera, che ella non conosceva né di nome né di figura. Il padre le aveva detto che egli era un letterato, autore di romanzi, un uomo colto, insomma, e bene in vista.

«E perché viene a sposar me?», s’era domandata Livia, che si riconosceva non bella e quasi del tutto incolta. Per la dote? Non certo per la ingenuità o pe ’l naturale ingegno: egli forse non gliene aveva punto sospettato... Ma tanto meglio! Voleva dire che ella gliel’avrebbe dimostrato a tempo e a luogo. E aveva detto di sì.

Gli sponsali erano stati celebrati senza veruna pompa, e, dopo un breve viaggio di nozze, la nuova coppia aveva preso stanza in Roma.

A poco a poco la confidenza reciproca s’era attizzata al fuoco amoroso. Livia aveva dovuto convenir con se stessa, che il marito, sì, a trattarlo intimamente, non era come ella lo aveva dapprima immaginato: non le incuteva punto soggezione, dei suoi talenti non faceva mai sfoggio, e aveva innegabilmente dei modi squisitissimi di pensare e di sentire, però forse più riflessi che spontanei. Di quel che pensasse e sentisse per lui, Livia, all’incontro, non gli aveva mai lasciato intraveder nulla. Era così, più che chiusa, cupa di natura, ed avendo subito riconosciuto in sé una forza di volontà di gran lunga superiore a quella del marito, l’aveva messa in atto fin da principio, specialmente nel modo di comportarsi innanzi a lui. Osservava tutto, e taceva, senza mostrarsi mai sospettosa o diffidente; non le sfuggiva una sola parola di lui; lo cingeva insomma, senza tuttavia parere e senza dargli il menomo disagio, di costante vigile e silenzioso assedio.

Fin dai primi mesi del matrimonio, Ercole s’era lasciato sfuggire la confidenza sul suo passato amore. Livia non aveva domandato altre spiegazioni e notizie su quel fatto e intorno a quella donna, che sapeva lontana, a Firenze. Il modo con cui Ercole le aveva narrato quella storia non aveva fatto nascere in lei alcuna curiosità; né ella, quand’anche, gliene avrebbe dimostrata. Nessun desiderio del pari aveva mai manifestato d’apprendere e conoscer l’artista nel marito. Ercole non s’era più rimesso all’arte. Perché dunque occuparsene? Ella, in fondo, non arrivava a comprendere come si potesse pigliar sul serio la professione di scrivere dei libri.

Con l’andar del tempo, anche Ercole pareva si fosse messo a pensarla così. S’era stretto in familiarità col suocero campagnuolo, e s’era dato alla caccia e a badare a la villa recata in dote dalla moglie, ai cavalli e finanche a l’allevamento del bestiame.

- Attenderei tanto più volentieri ad allevare un bambino! - aveva egli detto più volte alla moglie scherzosamente. - Ma tu non vuoi darmene.. .

Anche Livia allora avrebbe desiderato tanto un figliuolo, che fosse venuto a smuovere un po’ l’acqueità stagnante della loro vita, agitata solo di tanto in tanto, così, fuor fuori, da qualche proposito eccentrico del marito; un lungo viaggio all’estero! andare a stabilirsi in altra città!... Propositi vani, ranocchi che si tuffavano in uno stagno, riuscendo solo a promuover dei zeri placidamente perdentisi alle rive.

Così, in perfettissima calma e nell’attesa continua e vana, erano già trascorsi otto anni dal loro matrimonio, quando era pervenuta a Ercole, da Firenze, una lettera lacrimevole della cugina Elena Mari. Ella scriveva che le era morto il marito e che era rimasta quasi in miseria: chiedeva aiuto per i suoi due figliuoli che avrebbe voluto collocare in un ospizio d’orfani, a Roma, e in coda alla lunga lettera, piena di particolari su la sua vita coniugale infelice e sul marito defunto, esprimeva profondo, amarissimo rammarico per la sua passata sventatezza e, insieme, la fiducia d’aver già ottenuto perdono da Ercole, soggiungendo infine: «Il danno, come vedi, è stato tutto mio!».

Ercole aveva letto insieme con Livia quella lettera inaspettata: per la moglie non aveva segreti. Nell’aprir quel misero foglietto, neanche listato a nero, in testa al quale era scritto semplicemente il suo nome seguito da un punto ammirativo, s’era turbato, e aveva guardato la moglie che gli stava accanto, in piedi.

- Chi può scrivermi così?

- È semplicissimo: guarda la firma! - gli aveva risposto, con apparente calma, Livia, chinandosi per leggere insieme.

- Elena...

- Non ti ricordi più chi sia? Tua cugina...

- Possibile?...

Il domani Ercole, per espressa volontà della moglie, aveva spedito quattrocento lire alla vedova Mari, senza un rigo d’accompagnamento.

Circa tre mesi dopo, s’era rimesso d’improvviso, febbrilmente, a scrivere, a scrivere, a pensare all’arte, come se l’estro gli si fosse a un tratto riacceso, dopo sì lungo letargo. S’era impegnato con un’importante rivista di letteratura e di scienza per un nuovo romanzo, che andava scrivendo affrettatamente, man mano che si pubblicava: due o tre capitoli, un foglio di stampa della grande rivista, ogni quindici giorni - enorme fatica, specie per lui che aveva perduto da tanto tempo l’abitudine dello scrivere! E s’era impegnato nello stesso tempo per altri lavori con altri giornali. Era avvenuta, insomma, quasi un’esplosione di tutte le sue energie, come per nuovo flusso vitale.

La moglie dapprima n’era rimasta meravigliata, non sapendo come spiegarsi questo repentino cambiamento. Lo vedeva fino a tarda notte lavorare nello scrittoio; e poi, di giorno, imbrigato sempre, assorto, finanche a tavola... Certe notti, venuto a letto da un’ora appena, tornava ad alzarsi.

- Che fai? - gli domandava ella. - Tu impazzisci.

- Eh sì, davvero - le rispondeva egli, tentando di sorridere. - Ma se non riesco a pigliar sonno!...

- Scriverai domani...

- No, è inutile che me ne stia qui a menar smanie... Tu non puoi capir che cosa sia... Sono stato tanto tempo senza concluder nulla... Adesso l’estro m’è tornato...

L’arte! l’arte!... che ne intendeva Livia? Le cure, i pensieri che essa dava eran così forti, dunque, da vincere e far completamente dimenticare ogni altra cura, ogni altro pensiero, ogni altro affetto? Aveva essa dunque potere di trasformar così, d’un subito, radicalmente un uomo? Egli ormai non esisteva quasi più per lei! Ed ella era rimasta sola, esclusa, come abbandonata dietro una porta misteriosa, della quale, profana e ignara come si riconosceva, non avrebbe mai potuto varcar la soglia...

«Sarà per poco! Si stancherà presto!», pensava intanto per confortarsi.

Ma Ercole non si stancava, né accennava a stancarsi. Era, sì, divenuto molto pallido in volto e fosco; ma resisteva.

Alla fine, il prolungato abbandono e l’aria sempre costernata e pensierosa del marito cominciarono a pesare e ad inasprire Livia.

- Di’ un po’, si guadagna forse qualche cosa ammazzandosi a scrivere come tu fai?

Ercole s’era turbato a questa domanda e aveva risposto quasi balbettando. Livia ne fu colpita: s’aspettava invece una risposta sdegnosa, poiché sapeva d’aver detto una volgarità, anzi aveva voluto dirla a posta per pungerlo.

- Scrivo per scrivere, cara. Tu non puoi comprenderlo - diss’egli.

- No, davvero non lo comprendo!

- E allora non parlarne!

Ah, impossibile illudersi ancora! No: egli non aveva più per lei la menoma considerazione; quanto ad amarla non l’aveva forse amata mai; ma anche quel po’ d’affetto, che le aveva qualche volta dimostrato, era adesso svanito!

A poco a poco il sospetto cominciò a farsi strada nel cuore e nella mente di Livia; e infine ella intravide la cagione a cui doveva attribuire la rinata, quasi vertiginosa attività del marito, le preoccupazioni, le brighe, il pallore di lui, tutto il cangiamento improvviso, insomma, della loro esistenza. Tradita!

Troppo tardi: Lietta era già nata.

Al primo impeto di Livia egli aveva tenuto fronte negando. Ma in tutta la sua persona era impressa evidentemente la menzogna: nelle spalle curve sotto l’accusa, negli occhi foschi, odiosi, nel volto pallidissimo, fin nelle dita irrequiete e nelle labbra convulse.

Ella lo aveva sorpreso nello scrittojo, e aveva cominciato col domandargli notizia dei due orfani ricoverati all’ospizio.

- E che ne so io?... Ti prego, lasciami lavorare.

- E... della madre, non ne sai neanche nulla?

- Che vuoi che ne sappia?

- Ah, no? Ne so io qualche cosa, invece... Non fingere, non fingere di scrivere, adesso!

- Debbo consegnare in giornata queste cartelle... Non ho tempo da badare alle tue domande...

- Eh già! Se no, come le darai da mangiare, poverina...

- Livia! Che intendi dire?

- Ti meravigli? Ma di’ che non è vero!

- Tu sei pazza! Non ti capisco!

- Pazza? Ma nega, nega se puoi. E perché tremi? Ella è venuta qui apposta, è ritornata a te, ora che le ha fatto comodo... Negalo !

- Ti proibisco...

- Che cosa? Non mi fai paura! Sono una sciocca? Oh, ma tanto sciocca poi no! Di’, era lei, è lei il grande estro che t’è tornato? E glie n’ho offerto io il mezzo! io! Non so però chi sia più vile di voi due!

- Senti, ti compatisco come pazza; ma vattene! io ho da lavorare...

- Ma che pudori ha la tua coscienza? Mi rubi il cuore, e poi non osi portarmi via il danaro in casa di colei?

- Ah perdio, Livia!

- Oseresti anche mettermi le mani addosso?

- Esci! esci! subito! via!

E l’aveva spinta fuori della stanza, chiudendovisi a chiave tutto tremante.

Livia era partita lo stesso giorno per il suo paese, con l’intenzione di confessar tutto al padre, di finirla per sempre col marito. Ma durante il breve viaggio era ritornata con la mente su la inconsulta risoluzione; aveva riflettuto che così ella avrebbe reso la libertà assoluta al marito, senza vendicarsene; avrebbe forse compromesso il padre, senza scemare di nulla la propria infelicità. No, no! Bisognava agire altrimenti!

La sera stessa era ritornata a Roma, senza farsi vedere dal padre.

Aveva atteso invano, tutta la notte, il marito.

Il domani, una nuova scena, più violenta. Ercole aveva negato un’altra volta. Poi più nulla, fra loro due. S’eran separati di letto.

Da una vecchia zia di Ercole, sorda ed epilettica, la quale da trent’anni, offrendo lo spettacolo della sua miseria limosinante, andava sbandendo per le case dei conoscenti d’esser stata spogliata dal fratello, nonostante i benefici che spesso riceveva dal nipote (il «letterato», com’ella lo chiamava, deridendolo con la bocca sdentata), Livia aveva appreso che dalla relazione del marito con la Mari era nata una bambina.

Ella pianse allora in segreto le sue lacrime più amare, sentì allora più atroce che mai lo strazio della gelosia.

E difatti, lì, adesso, in quelle tre stanzette modeste, in fondo alla via Cola di Rienzo ai Prati, era per Ercole la vera casa; non più questa signorile di via Venti Settembre: qui Livia piangeva di nascosto e si struggeva dentro; lì sorrideva e scherzava Lietta; lì la colpa, irritando, rendeva più appassionato l’antico amore; lì, infine, egli ritrovava l’imagine della sua vita, come sarebbe stata onestamente, senza le due cagioni d’amarissimo rimpianto: il matrimonio d’Elena col Mari, il suo con Livia Arciani. E oltre quest’imagine confortata e sorrisa dalla sua bambina, un altro pensiero ammansava un po’ gli scrupoli di Ercole: che egli, cioè, lavorava e si dava attorno faticosamente per recar l’imbeccata al suo nido nascosto; che egli infine nudriva soltanto di sé il nido suo, la sua bambina.

E quante sere, nell’ora in cui era solito di rincasare, con la mente assorta nei suoi lavori in corso, non si era egli avviato istintivamente verso la solitaria via dei Prati! Poi, colpito a un tratto dall’aspetto di quella via, e risovvenendosi, era tornato sui propri passi, e rientrato nell’altra casa, come entro a una prigione.

Elena Mari, benché ormai sui trentacinque anni, serbava ancora nel volto e nella persona l’altera bellezza, di cui in gioventù s’era tanto invaghito il cugino. Ma l’anima sua, in quattordici anni di basse e tristi lotte contro se stessa, nella smaniosa, soffocante angustia dei mezzi, aveva perduto quella fiamma ardentissima, di cui sfolgoravano prima gli occhi suoi e vibravano le sue risa. Per far tacere la voce che era un tempo come la balda guida della sua giovinezza fiorente e capricciosa, e che adesso le rinfacciava continuamente la vergognosa viltà della sua posizione, ella delle miserie durate si faceva come un’arma di difesa contro la propria coscienza, e ne traeva, ne acquisiva quasi un diritto a un po’ di riposo, fosse pure a danno altrui. Tuttavia ella non poteva, come Ercole, vedere e assaporar quasi l’illusione dell’onestà in quella vita che menavano insieme di furto. Lietta, che per Ercole era la figlia, il cui sorriso poteva sedare ogni tempesta, era invece per lei un’esistenza di più, fuori e oltre la famiglia, consistente, a gli occhi suoi, nei due orfani chiusi all’ospizio. E sempre, fissando lo sguardo su la testina bionda di Lietta, il pensiero di Elena volava a quegli altri due figli, bruni e pallidi; e sempre la loro immagine richiamava alla mente quella del padre, che ella aveva in vita molto amareggiato, e il cui ricordo, trattenuto dai rimorsi, non riusciva forse ancora a seppellire.

Elena provò nell’angoscia uno strano sollievo, allor che apprese dalle labbra tremanti di Ercole, che la moglie di lui aveva scoperto la loro relazione. Le parve d’uscire da un nascondiglio. Adesso l’aspetto e l’umor dell’amante s’accordavano meglio con i suoi sentimenti: Ercole non rideva più come prima, dimentico d’ogni cosa, carezzando la sua bambina.

Ogni domenica ella si recava, modestamente vestita, a visitare i due orfani all’ospizio, e portava loro qualche regaluccio comprato, non con i denari dell’amante, ma con quelli dell’esigua pensioncina lasciatale dal marito e messa da lei scrupolosamente da parte.

In casa faceva tutto da sé: le sue belle mani s’eran pur troppo abituate da un pezzo ai più aspri e ruvidi servizi. Di quando in quando veniva a visitarla, a scroccarle qualche soldo la vecchia zia sorda ed epilettica: la spia veniva di nascosto da Ercole; intendeva sbarcarsela un po’ con la moglie, un po’ con l’amante, che era pur sua nipote. Da qui e da lì portava via sempre qualcosa, e quando non poteva altro, alloccava qualche dolciume alla piccola Lietta, senza farsi scorgere dalla madre.

- Vieni, siedi qui... - diceva a Elena. - Ti pettino. Dov’è il pettine:

Andava, cacciava il naso in tutti i cassetti della stanza, frugando con le mani secche tremanti dall’istinto predace, si dava una guardatina allo specchio, e ritornava col pettine.

- Siedi qui... Brava!... Oh capelli da regina!...

- Senza smorfie, zia!

- Come dici? Smorfie? Tu non te li vedi... Sono i capelli di tua madre, buon’anima! Ah se non fossi rimasta così presto sola, chi sa che matrimonio avresti fatto!... Guarda che fiume d’oro... guarda!... Quella lì, tre peli in testa, uno, due e tre...

- Zitta, zitta, zia!

- Una zoticona, lasciami dire! Ha danari... dicono! dev’esser vero, altrimenti, sì! perché se l’è presa Ercole? Ma che se ne fa di quei danari? Veste come una poveretta... Dio, Dio! Una vesticciola... Io mi vergognerei, nella mia miseria, di portarla addosso. ..

Ercole veniva da Elena ogni giorno, su l’imbrunire; più che per lei, ormai, veniva per la bambina ella lo sentiva, lo vedeva, e non ne provava alcun rammarico; comprendeva che lui era in condizione peggiore della sua: senza casa, non potendo convivere con la figlia e con lei.

Parlavano qualche volta della moglie, velatamente. Ma il contegno fermo e sprezzante di Livia non si prestava a lunghi discorsi. Ercole non l’aveva veduta piangere, né anche una volta.

- Che fa? - domandava Elena.

- Nulla... io non so!... - rispondeva egli, infoscandosi in volto.

Livia si recava di tanto in tanto, per qualche giorno, dal padre. La prima volta ch’egli la vide partire, circa sei mesi dopo la violenta spiegazione, credette ch’ella fosse andata dal padre per aiuto; e attese tre giorni in orribile sospensione d’animo qualche disgustosa scena col suocero. La sera del terzo giorno ricevette invece da questo un lieto, cordialissimo invito a raggiunger la moglie, per stare insieme qualche settimana in campagna. A piè della lettera del suocero grossolanamente vergata, Ercole trovò un rigo di sottilissima scrittura, senza firma: «Il babbo non sospetta di nulla. Rispondi che non puoi venire».

Tanta alterezza, tanta prudenza, dopo l’aspettazione angosciosa d’uno scandalo, turbarono, commossero profondamente Ercole. E d’allora in poi, il rimorso cominciò a tarmare più assiduamente la sua passione per Elena, d’allora in poi non trovò più quel calor di parole e di baci, con cui quasi voleva nell’amante far rivivere l’imagine morta dell’antica fidanzata vivace e capricciosa. Elena gli apparve allora quasi fuori dai veli del passato; quella che veramente s’era ridotta, e come ella stessa neanche più si curava di non apparire. Sì, l’amore era già spento; l’illusione caduta; ma dal bruco morto era pur nata la farfalla: Lietta. In quelle tre stanzette ormai, per Ercole, non crescevan che spine; sì, ma su queste spine aliava la farfalla, e solamente per essa Ercole avrebbe ancora voluto che vi sorgesse pure, di tanto in tanto, qualche fiore.

- Che hai, figliuola mia? Chi t’ha fatto piangere? - domandò Ercole una domenica a Lietta, avendola trovata con le lacrime a gli occhi.

- Mamma piange... - rispose Lietta singhiozzando e lasciandosi asciugar gli occhi dal padre, che se l’era tolta su le ginocchia.

- Piange? Perché?

- Ho da parlarti - disse Elena, con gli occhi rossi.

Ercole rimise a terra la bambina, e seguì l’amante nell’attigua stanza.

- Ah quel che m’è toccato di subire stamane! - cominciò Elena, passandosi una mano sugli occhi e su la fronte. - Al Collegio s’è scoperta senza dubbio la nostra relazione...

- Come mai?

- Stamane, nel corridoio ove ci ricevono, noi madri, nessuna delle conoscenti volle rispondere al mio saluto, anzi... una anzi, la Britti, col suo bambino, si scostò da me e dai miei figliuoli, appena noi sedemmo al nostro solito posto... Tu intendi?... I miei ragazzi lo notarono... notarono il mio smarrimento... il tremore di rabbia... Ma che sarà accaduto? Poi, all’uscita, il padre rettore ha fatto le viste di non accorgersi di me...

- Non ti sei ingannata? - domandò Ercole, tanto per confortarla col dubbio.

- No, no... anche i miei ragazzi l’hanno notato... Ora io tremo per loro, capisci? Che m’importa di me? Soffro e dico: doveva esser così!... Ma se quei due poveri innocenti ne dovessero pianger loro le conseguenze? Dio, ne impazzirei! Tutt’oggi ho pensato: Che avverrà, quand’essi usciranno dal collegio? Bisogna pure che sappiano, che vedano un giorno o l’altro... E io come farò? Lietta sarà cresciuta anche lei, allora... e penserà... Tu non ci hai riflettuto? No, e lo capisco: per te esiste Lietta soltanto... Che t’importa di quei due? Ma il mio cuore è diviso... E quei due mi sembrano più disgraziati di questa...

Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la mattina stessa di quel giorno un giornaletto ricattatore aveva schizzato il suo veleno su l’Ospizio degli orfanelli, parlandone come d’una comodità inestimabile per le giovani vedove in cerca di consolazione, e ne aveva portato ad esempio una, i connotati e i particolari della quale corrispondevano perfettamente alla figura e alla vita intima di Elena, aggiungendo che sarebbe stato utilissimo costruire (sempre per la comodità delle suddette madri vedove) un dipartimento annesso all’Ospizio, ove ricoverare i bastardelli.

La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita, fu invitata a salir nel gabinetto del vecchio padre rettore. Ne uscì dopo circa mezz’ora col volto in fiamme dalla vergogna e dall’ira, esasperata, avvilita, vacillante.

- Io sono un vecchio e un sacerdote, - le aveva detto il rettore - mi consideri dunque come il suo confessore, e mi permetta di darle qualche consiglio come ad una penitente.

Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto dello scandalo suscitato, le aveva infine parlato dei figli... Quant’era durato quel supplizio? Ella non aveva saputo risponder sillaba, un sì soltanto alla domanda insistente del vecchio: - Me lo promette? me lo promette? - Sì; ma che aveva promesso?

La sera narrò tutto ad Ercole.

- Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi comprometteresti di più? E ti sporcheresti le mani! No, no, bisogna finirla piuttosto. . .

- Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch’io non la veda più? Cacciano i tuoi figli dal collegio? Ebbene, penserò io a loro! Come? Si vedrà! C’è rimedio a tutto... So questo soltanto, che la nostra bambina non deve soffrirne! Tu sei mia, ormai! questa è la mia casa! qui c’è mia figlia! Tutto il resto non m’importa...

- Importa a me: son figli miei anche quelli! - esclamò Elena. - Tu devi intendere anche questo...

- Eh sì! E infatti - rispose Ercole - t’ho detto: provvederò io, in caso, a loro! Ne accetto in tutto e per tutto la responsabilità!

Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta visita serale dell’amante. «Non viene» pensava «per prudenza: fa bene!» Al sesto giorno però apprese dalla vecchia zia che egli era a letto, ammalato.

- Solo, se vedessi, come un cane; fa pietà!

Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla gravità della malattia, non s’era voluta far vedere dal marito. Che pietà poteva egli ispirarle? Non s’era forse logorato per quell’altra?

Né s’ingannava su la causa del male: Ercole s’era davvero ammalato per eccesso di lavoro, per quasi assoluta mancanza di riposo e di giusta nutrizione; per la cupa, costante preoccupazione in cui lo teneva la sua vita falsa e smembrata. La proposta di Elena, l’ira contenuta contro l’autore dell’articoletto scandaloso, avevano determinata a un tratto la caduta.

Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera sconvolta da alcuni segni di delirio nell’infermo, era finalmente accorsa, vincendo ogni ripugnanza dell’amor proprio. Appena entrata in quella camera, ove non metteva piede da tanto tempo, s’arretrò quasi inorridita alla vista del marito. Dio, come s’era ridotto! Il volto di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli occhi semichiusi e apriva di tanto in tanto le labbra esangui, tra i baffi e la barba scomposti, a un orribile sorriso, mostrando i denti pari, serrati, un po’ ingialliti: accompagnava il sorriso con un gesto della mano scarna, quasi trasparente, le cui cinque dita brancicavan nel vuoto.

Al primo terrore seguì nel cuore di Livia un impulso d’odio per la donna che le aveva ridotto in tale stato il marito; e già in quell’odio penetrava la compassione per lui.

Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza riconoscerla. Ella trattenne il respiro, il moto delle palpebre, in penosissima attesa. L’infermo poco dopo richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito più di stanchezza che di dolore. Sì, in tutti i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani abbandonate sul letto, più che il dolore, infatti, era impressa la stanchezza, un’estrema stanchezza! Ella sedé in silenzio accanto al letto, presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare la sua vista. Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in tratto con le cinque dita brancicanti; indovinava il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di sgomento alla schiena. Che significava quel gesto? Perché sorrideva e levava la mano? Alfine Livia credette d’aver trovato la cagione: il suo pensiero volò, senza designazione di luogo, a un’altra casa non mai vista da lei, ma ben nota al marito: vi cercò una bambina; ma non poté figurarsela: un’ombra odiosa, indecisa di donna le si parava sempre dinanzi - quell’altra, la madre della bambina! Ah sì, senza dubbio, in quel muto delirio egli credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e sorrideva. Livia sentì allora come uno struggimento non peranche provato, scevro d’odio per il marito, anzi pieno d’un sentimento angoscioso di generosità. Ella era la tradita, la nemica per lui; eppure, ecco, era lì, in quella camera, accanto al letto ove egli giaceva, pronta a prestargli le più diligenti cure, pronta a rendere il bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Da quel giorno non abbandonò più la camera dell’infermo. Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie penose. In certe ore della notte, vinta dalla stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli stessi cuscini ove s’affondava la testa di lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un turbamento ineffabili.

No, ella non poteva più vivere senza di lui; non poteva più durarla in quello stato; non era ammissibile per lei che egli, appena guarito, ritornasse a quell’altra, ed ella a la stessa vita di prima. No, no! E intanto, come impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli mormorato, nell’incoscienza del sonno, il nome di Elena? - Ah, Elena! - Tre volte lo aveva udito sospirar così, piano, come nel passaggio da un sonno all’altro, con la solita espressione di stanchezza infinita. Come strapparlo a colei? Ah, non era più possibile! Presso quella donna era la figlia! Come strappare al padre la sua figliuola?

Da un pezzo a Livia era balenata un’idea di vendetta, che poi nell’abbattimento e nello sconforto aveva riconosciuta disperata, inattuabile. Convinta che il marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia fosse rimasta presso l’amante, aveva immaginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e condurla con sé nella sua casa. Ecco, sì, questo sarebbe stato l’unico mezzo per riacquistarlo. Ma era possibile che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non vederla mai più? Non che sperarlo, era follia soltanto immaginarlo. Nella sua casa, è vero, accanto al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire: Ercole le avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la sua dote; sì, sì, e le avrebbe anche voluto bene più che se fosse stata figlia sua; tanto bene da farle dimenticare la vera madre... Sì, ma la madre poteva lasciarsi lusingare da quell’avvenire? cedere a un’altra donna, alla moglie dell’amante, la figliuola?

Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell’infermo, quando un giorno venne misteriosamente a visitarla la vecchia zia di Ercole. La mandava Elena smaniosa di aver notizie.

- Come va, come va, povero Ercole?

- Sempre a un modo... Un tantino meglio, forse.

- Ah sì? Bravo! Mi dai una grande consolazione... Malattia lunga, però, m’immagino, eh? Ma niente pericolo, Dio ne scampi, è vero?

- No no; almeno i medici lo assicurano. Ha bisogno assoluto di riposo.

La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.

- Riposo... eh sì! È una parola! I medici prescrivono sempre giusto quel che non si può avere: ai poverelli, brodi consumati; a tuo marito riposo! E, dico, scommetto che non sai perché tuo marito s’è ammalato... Ha avuto una scena con quell’altra... Sì! Lo scandalo... Non sai nulla?

- Nulla - disse Livia. - Che scandalo?

- Del giornale... Non sai? Hanno stampato un articolo sulle magagne dell’Ospizio degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le madri, e di Elena poi...

- Ed Ercole? - domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.

- E che volevi che facesse? Quella lì, inviperita, s’è sfogata con lui, naturalmente. Ho saputo tutto dalla serva... Gli ha fatto una scenata. Ercole ha dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c’è di mezzo la piccina... Ma tu confortati intanto, e senti quello che ti dice la tua vecchia zia: non è storia che dura! Già metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che egli non le andasse più in casa, come dire, non vedesse più la figlia. Perché, lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti all’Ospizio... lo sai, e ha paura dopo questo fatto non glieli caccino via, seguitando le chiacchiere. Ercole, dal dispiacere, dalla bile, ci s’è ammalato. Quella lì adesso da un canto ha rimorso, s’intende; dall’altro, poi, pensa che la sua condizione non è più sostenibile che insomma bisogna provvedere... chi sa!... finirla, ecco, probabilmente. Lui per ora si oppone; ma quella lì ha da pensare ai due orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveranno.

La vecchia ciarliera seguitò a lungo sullo stesso tono; ma Livia non la ascoltava più. Ah dunque il suo progetto non era così fuor dal possibile com’ella s’era costretta a credere? E se quella donna non voleva abbandonar la figlia, poteva pretendere che invece la abbandonasse Ercole? Non avevano tutti e due gli stessi diritti su la bambina? Ah, chi sa! forse Ercole aspettava soltanto un cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bimba, per cui tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da quella donna!

A poco a poco intanto, mercé le rigorose cure e l’assoluto riposo, Ercole cominciava a migliorare. La prima volta ch’egli s’accorse della presenza di Livia nella camera, chiuse gli occhi come per fuggire la realtà. Durante la malattia s’era sentito circondato di cure amorosissime: le doveva dunque a lei? Lo aveva vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con tanta tenerezza?

Un giorno finalmente, sull’alba, mentr’ella se ne stava seduta al capezzale, sentì inaspettatamente la mano del marito cercare e stringer la sua. Levò stupita il capo che teneva appoggiato al guanciale di lui, e lo guardò; egli piangeva con gli occhi chiusi.

- Ercole, che hai?... - balbettò commossa, non riuscendo neppur lei a frenar le lacrime.

Egli le strinse più forte la mano, senz’aprir gli occhi. Poi le disse:

- Grazie... Perdonami.

- Sì... sì... Non agitarti... Ho compreso tutto.

- Perdonami - ripeté Ercole.

- Sì, sì, t’ho già perdonato... Ora sta’ calmo... So quello che desideri.

Ercole aprì gli occhi, come per accertarsi sul volto di Livia se aveva inteso bene.

- Tu vuoi vederla, è vero? - aggiunse ella con un fil di voce, chinandosi su lui.

- Oh, Livia, tu... - sclamò egli, fissandola quasi impaurito.

- La vorresti qui, è vero? Ebbene, senti: io ci ho pensato... Non darti pena... sono contenta; l’avrai qui, se vuoi, per sempre! Intendi? Qui, qui, in casa nostra... Sì, lo comprendo: ormai non può essere altrimenti. Ma io ne sono contenta. Tua figlia sarà anche mia figlia d’ora in poi; va bene così?... Calmati, calmati; ne riparleremo... Ci ho pensato a lungo, qui, accanto al tuo letto. Poi ti dirò... Adesso, zitto! riposa; io me ne vado...

La prima volta ch’egli poté reggersi in piedi fu condotto da Livia nella stanza attigua all’antica loro camera da letto.

- Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Così starà accanto a noi. Andrò a comprarglielo io stessa; un bel lettuccio, vedrai!

- Già l’ha... - sfuggì ad Ercole.

- No, uno nuovo, uno nuovo! - disse Livia, fingendo di non accorgersi del turbamento di lui. Poi soggiunse: - Ah, dunque dorme sola? - Sì, sola.

- Desidero tanto di vederla... forse quanto te. Quando andrai a prenderla?

- Appena potrò. Bisogna che pensi, che veda... Non è facile. Ma ci riuscirò; dev’esser così.

Nel cuore di Ercole lottavano l’ansia di rivedere la figlia dopo circa due mesi di lontananza, e lo sgomento della scena da sostenere con Elena.

Era già uscito due volte con Livia in vettura, ma non si sentiva ancora la forza, il coraggio di affrontare l’amante.

- Andrai oggi? - gli domandava Livia.

- No, oggi no, andrò dimani. Figurati quanto mi preme! Ma mi sento debole...

Livia non era meno in ansia di Ercole. Non trovava requie sotto il pensiero che egli dovesse vedere ancora una volta quella donna. Finalmente, dopo una settimana d’esitazione, l’Orgera si decise.

Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il cervello a non pensare. «Dirò quel che mi verrà alle labbra sul momento; inutile preparar le parole!»

Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato di prostrazione, che a stento poté smontare.

- Aspettami - disse al vetturino.

Salì penosamente la lunga scala, quasi al buio, sostando spesso per la incalzante agitazione.

Su per gli ultimi gradini non aveva più fiato.

- Ercole! - gridò Elena appena lo vide, posandogli le mani su le spalle. - Dio! come sei pallido! - aggiunse sbigottita.

- Aspetta, aspetta... - mormorò egli ansimante, lasciandosi cader di peso, quasi in deliquio, su una seggiola.

- Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come t’ho aspettato! Sei stato male assai?... Lo vedo, lo vedo... Il cuore mi parlava. Ah, che giornate, se sapessi! Due mesi! Di’, nessuno ha avuto cura di te?

- Lietta! Dov’è Lietta? Chiamala.

- Sì; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il babbo tuo? Vieni. Sì, è qui, è tornato!

Lietta accorse con le manine levate e si gettò fra le braccia del padre, che se la strinse al petto lungamente, baciandola senza fine.

- T’ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno. Ogni giorno a domandarmi: «E babbo?». «Domani, verrà domani.» «Non viene?» «Verrà, sì, non dubitare.» - Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto!

Lietta guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse più, così cangiato, pallido, smunto.

- Vedi che il babbo tuo è stato malato? - le disse Elena. - Malato, povero babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli su una carezza.

Lietta alzò una manina al collo del padre e lo baciò su la guancia. Ercole se la strinse di nuovo al petto

- Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porterò in vettura; vuoi venire? Sempre con me, sempre!

- Parlami, raccontami - gli disse Elena. - Che hai avuto? Non mi dici nulla?

- Ora ti dirò... - le rispose Ercole, ridiventando ad un tratto pallido come quand’era entrato, e più fosco.

- Che hai da dirmi? - domandò ella, colpita dall’accento e dall’aspetto di lui. - Conduco di là Lietta?

- Si, è meglio.

Uscita la bambina, Elena chiuse l’uscio e, rivolgendosi all’Orgera, con le ciglia aggrottate, gli disse:

- Sai, ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?

- Sì, - rispose Ercole guardandola negli occhi.

- Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo sospettavo... Ma a che patto? E perché sei dunque venuto? Non dovremo più vederci? Rispondi.

- No - disse Ercole cupo, e pur con un sorriso impercettibile, nervoso: - Come vuoi che...

- E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa? Come!... Ti sei imbecillito! Abbandonarmi così? E Lietta? Che ne farai di Lietta?

- Lietta verrà con me.

- Che dici? Sei pazzo? Verrà con te? dove?

- Con me, in casa mia...

- In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete accordati a questo patto? su la figlia mia? E tu, tu hai potuto...? Hai avuto il coraggio di venir da me per strapparmi la figliuola? E hai potuto credere un momento che io te la dessi? Vattene, vattene! Non posso più vederti qui; vattene, o ti scaccio!

- Chi scacci? - gridò rabbiosamente Ercole: - Come puoi tu...? Ma già, è inutile risponderti... Vuoi ragionare? Non vuoi. M’insulti... Dammi Lietta e me ne vado.

- Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avrò più forza di te! È figlia mia, com’è figlia tua, capisci?

- Non con la forza, con la ragione - incalzò Ercole. - Vuoi ragionare? Lasciami dire, ascoltami...

- Non sento ragioni! Ragioni d’un pazzo! Vieni a dirmi: «Ti tolgo la figlia» e vuoi che ragioni con te! Ma, Dio mio, è giusto, è onesto?

- No, senti... Va bene... Piano! Ti sembro pazzo... ma lasciami dire... rispondimi... Ti dirò io quel che è giusto e quel che è onesto. Lascia star Dio! Di Lietta tu che ne farai? Perché parli? Pel suo bene? No! Tu parli per odio contro una donna che noi abbiamo insieme ingannata, tradita... E ti par giusto, ti pare onesto?

- Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia figlia che mi vorreste portar via... È giusto, è onesto?

- E che pretendi? Pretendi che non la veda più io invece?

- Ma no, ma chi te lo vieta? È qui; vieni e la vedrai. Te lo vieta tua moglie, non io.

- Tu, tu me lo vieti ora; perché non è più possibile ch’io seguiti a venir qui.

- Ed è colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene, io non ti chiedo di meglio: tu con lei, io con mia figlia!

- Sì! E che ne farai?

- Quel che Dio vorrà.

- Lascia star Dio, ti dico! - gridò Ercole. - Qui si tratta dell’avvenire di mia figlia! Non lasciarti vincere dall’egoismo, dal tuo odio... Parliamo della bambina; di lei dobbiamo parlare.

- Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io l’ho messa al mondo, le ho dato il mio latte, la mia vita, l’ho cresciuta, l’ho tenuta sempre con me! Ah speri che mi dimentichi? Ma è possibile? Deve dimenticar sua madre? Sperate questo tutti e due? Quell’altra deve carezzare la mia bambina, insegnarle a scordar sua madre?...

Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il volto con le mani.

- No, non questo - disse Ercole cupamente. - Comprendo il tuo dolore; il sacrifizio è enorme; ma se tu ami Lietta più di te stessa, devi compierlo. Non pensare a me, né all’altra; pensa a Lietta soltanto, al suo avvenire. Io son venuto qui per parlare al tuo cuore.

- Dici, per strapparmelo! - esclamò Elena singhiozzando disperatamente.

- ... al tuo cuore di madre senza egoismo... Non mi faccio forte di nessuna ragione, di nessun diritto. Ti dico: pensa solo a lei. Tu stessa, l’ultima volta, mi hai costretto a considerare la nostra posizione... la tua per quei due orfani... Non è vero? Ebbene, rifletti, considera tu adesso: che vuoi fare?

Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai singulti. Ercole, in crescente commozione, si sforzò d’intendere quel che ella diceva piangendo; poi ripeté:

- Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser così crudele. Tu lo avevi preveduto prima di me. Per forza! È solo a patto d’un sacrifizio, o mio, o tuo... Vuoi che mi sacrifichi io? Oh con tutto il cuore ti risparmierei; ma che gioverebbe a Lietta il mio sacrifizio? Nulla. Ragiona e vedi. Sarebbe anzi tutto a suo danno; non puoi negarlo. Pensa che tua figlia avrà un nome, uscirà dall’ombra della nostra colpa, avrà un avvenire che tu non potresti mai darle. Tu devi pensare agli altri due. Fallo per loro. Essi resteranno a te; io che farei senza Lietta?

- E che farò io? - domandò Elena strozzata dall’angoscia, mostrando il volto inondato di lacrime. - Che farò io? Non vederla più! È possibile? Ora, dopo tre anni! Come potrò più vivere senza di lei? Che crudeltà inaudita, Dio mio! E uccidimi piuttosto! Parlarmi del bene di mia figlia, a costo del sacrifizio mio! Questa è la maggior crudeltà! Così scusi l’atto mostruoso che sei venuto a compiere! Che posso dirti? Prenditi la figlia, strappamela dalle braccia per non farmela vedere mai più? È possibile?

Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi vinto, e non per tanto in attesa, mentre Elena piangeva, piangeva. Alla fine ella soggiunse:

- Doveva finire, sì, lo so; ma finire così? Come avrei potuto immaginarmelo?

- E come, allora, Elena? - domandò egli con accento sommesso, dolce, pieno di compassione.

Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo la testa, quasi con rabbia di dolore, perdutamente, e scoppiò in pianto più dirotto.

Ercole si alzò sconvolto, straziato: le si appressò. Voleva dirle qualcosa, ma non poté; si portò una mano a gli occhi per trattenere le lacrime irrompenti.

Udirono in quella picchiare all’uscio, e la voce di Lietta:

- Api, babbo! Non mi potti in vettura?

Elena balzò in piedi con un grido: aprì l’uscio e si tolse la bambina nelle braccia.

- Figlia! Figlia mia!...

Lietta si lasciò stringere stupita, afflitta, guardando il padre che le sorrideva piangendo anche lui.

- Vuoi andare col babbo? - le domandò Elena senza scioglierla dall’abbraccio.

- Cì - fece Lietta.

- Per sempre col babbo?

- Elena! - chiamò l’Orgera per impedire la risposta della bambina.

La madre sedette, guardò Lietta su le sue ginocchia, poi si volse a Ercole e irruppe.

- Non te la do, non posso dartela!

Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e contrasse il volto dallo spasimo. Quel supplizio, ormai, con la bambina lì presente, era insopportabile.

Elena vide l’atroce sofferenza su quel viso, e supplicò:

- Lasciamela almeno fino a domattina...

Egli si premette la faccia con ambo le mani.

- Fino a stasera - insisté Elena.

Lietta si recò una manina alla nuca, chinando la testina, segno che stava per piangere.

- No, no, Lietta - le disse la madre. - Adesso la mamma ti veste... ti veste lei con le sue mani, e tu andrai via col babbo, in carrozza... Lietta andrà via col babbo. Sei contenta?... Oh Dio!... No, no... Pigliamo la vestina nuova che ti ha cucito la mamma, sai? e le scarpette nuove... Bisogna però che tu ti faccia lavar bene bene... anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono sporchi... Poi metteremo le calzine belle...

- Rosse - fece Lietta con una mossettina del capo e carezzando il collo della madre che piangeva.

- Sì, quelle rosse. Alza un po’ il mento, così. Ecco fatto... Oh! Bisogna anche cambiar la camicina; bisogna che ti cambi tutto; devi farti vedere pulita pulita. Ora laviamoci, su, su.

Ercole s’era messo dietro la cortina della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, per non assistere a tanto strazio.

Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava per tutto il corpo, si mordeva le labbra per non prorompere in grida, e piangeva, piangeva silenziosamente. Poi si mise a vestirla.

- Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora - disse la serva dalla soglia.

Ercole si volse, guardò Elena un tratto, poi disse bruscamente:

- Sì, sì.

- Ti sei fatto aspettare - osservò Elena con un ginocchio per terra, terminando di vestir la piccina. - Eri così sicuro che te l’avrei data?

- Pensavo che...

- Sì, sì, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a te, a tua moglie, finanche a’ miei poveri ragazzi; a me soltanto non hai pensato; a me che resterò qui, sola, senza la figlia mia, qui...

Lietta si mise a piangere.

- Elena! - la interruppe Ercole appressandosi agitatissimo, quasi fuori di sé: - Alzati. È impossibile, hai ragione; no no, vedi come piange la bambina? No, Elena, hai ragione... è mostruoso... noi non possiamo più separarci. Sono stato un pazzo... Alzati... Senti: io lascio tutto, non penso più a nulla. Andiamocene insieme, dove che sia, lontano... tutti e tre... ora, subito... Alzati.

Investita da questo scoppio improvviso di disperazione, Elena guardò sgomentata l’Orgera, senza poter levarsi da terra.

- E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate voi piuttosto via da qui, da Roma, perché lei non mi veda più. Se rimarrete, io devo vederla per forza, e allora lei come potrà dimenticarmi?... Oh Dio! Lietta... Lietta!...

- E allora... - gridò Ercole non resistendo più. Si chinò, sciolse rapidamente la bimba dalle braccia della madre che la baciava piangendo inginocchiata, la afferrò, se la tolse in braccio, e scappò via a precipizio con la figlia.

Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia protese, svenuta.

220A  -  Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

220A  -  I. Nostra moglie

[La Tavola Rotonda, 2 novembre 1895]

(Il Gran Me e il piccolo me rincasano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l’inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera. Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto. La camera è al bujo. Il tessuto delle leggiere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna. Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a quando, il cupo rotolio di qualche vettura sul ligneo ponte di Ripetta.)

- Accendiamo il lume?

- No, aspetta... aspetta... Restiamo ancora un tratto così, al bujo. Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po’ il sole di quest’oggi. La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all’ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso. Sdrajamoci su questa poltrona.

- Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m’addormento, bada! Non ne posso più...

- Accendi pure il lume, ma sta’ zitto, zitto per un momento, seccatore! Sbadigli?...

- Sbadiglio...

(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un’esclamazione di sorpresa.)

- Oh, guarda! Una lettera... È di lei!

- Da’ a me... Non voglio sentir nulla, per ora!

- Come! Una lettera di lei...

- Da’ a me, ti ripeto! la leggeremo più tardi. Ora non voglio essere seccato.

- Ah sì? E allora ti faccio notare che tutt’oggi con quelle ragazze ha; detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che forse mi hai compromesso! - Io? Sei pazzo! Che ho fatto?

- Domandalo a gli occhi e alla mano. Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.

- E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi jersera ad accettar l’invito della scampagnata. Non ti sei sempre lagnato ch’io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le carte, solo, senz’aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compagnia delle gentili fanciulle e nella letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare? Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola gira... Quando parli, chi ti può tener dietro? Sai far bianco il nero e nero il bianco. L’esserti tutt’oggi obliato sarebbe stato un bene per rne, ove non ti fossi troppo obliato... troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere. Troppo imbrigliata è la nostra gioventù; e appena le allenti un po’ il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono sciocchezze o son follie, che più non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sacrosanto da mantenere. Dammi la lettera, e non sbuffare!

- Quanto rni secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m’hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?

- Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!

- Io per me l’ho detto e ti ripeto che non voglio saperne. Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.

- E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio. Facevo due anni addietro con tanto diletto all’amore con nostra cuginetta Elisa... ricordi?... ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere... Io ti dicevo: Zitto, lasciamela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L’hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e ho trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa... Or che intendi fare con quest’altra? Rispondi.

- Nulla. Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometti che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento. Prendi moglie tu, insomma, e non io...

- Come ! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?

- Io voglio la libertà de’ miei segreti pensieri. Sai che l’amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno per me: ho sempre, infatti, lasciato a te l’esercizio dell’amore. Fa’ dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace. Io ho da pensare ad altro. Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario.

- Necessario, sì, te l’ho detto! Perché, se rimango ancora un po’ soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura più miserabile della terra. Ho assoluto bisogno d’amorosa compagnia, d’una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra. Ah, sono stanco, mio caro, d’attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l’ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr’io, poveretto, con l’unghie m’industrio pazientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola a sera... Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare. Nessuno ti disturberà. Purché poi, uscendo dallo scrittoio, sappi far buon viso alla compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte... non andar tardi a letto...

- E poi? ... Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li manderete a scuola da me?

- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl’infelici come te. Ma su ciò disputeremo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addormentati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle. Già la stanchezza m’è passata.

- Vuoi che ti detti io la risposta?

- No, grazie! Addormentati... Basto io solo. Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori. Per altro, l’amore non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace d’arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.

221A  -  II. L’accordo

[Il Marzocco, 30 giugno 1897]

(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l’estate suol fare un grappolo di mosche. Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando. Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra. Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine. Il Gran Me si volge a osservare intentamente l’aureo pulviscolo che s ’aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto sparte come un atomo di luce, che subito s’estingue nell’ombra.)

- Così ogni mio pensiero!

- Bravo! E non stimi sciocco tu l’atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell’ombra?

- No. Sciocco tu, invece. Che prezzo può aver la luce per un cieco?

- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l’illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali rni servirebbero meglio senza dubbio, se m’accordassi maggior libertà d’usarne. Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?

- E tu che vedi?

- Io? Quel che c’è da vedere. È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l’incanto per te e per me (se non per gli altri su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une più tristi, le altre più basse, tanto che, più che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?

- Ah, mi parli ora d’incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com’essa man mano ne’ suoi effetti ti si rivela?

- Come, come! Non t’intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.

- Ma che giudizio vuoi aver tu?

- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m’inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po’ d’appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi. - E poi? - Poi nulla.

- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi così, un giorno dopo l’altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l’assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po’ l’abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani. Così, così tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l’estrema rovina, giù, giù con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell’antico pastore. Ma io non son dell’armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! - Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitù.

- La mia schiavitù? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di’ che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto... e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po’ di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventù nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sì! purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio. E per te il desiderio ha sempre avuto il torto d’esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d’ogni bene. Beati, beati gli anni dell’infanzia. Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli. A proposito, di’: o come mai t’è venuto in mente di diventar così grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia...asta. Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?

- Cercarlo... Bravo! E come? L’altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava al passo su per l’erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lì su la cassetta cigolante. «Nascer cavallo è brutto, su per queste vie...» «E io, guidarlo?», si voltò a dirmi il vetturino. «Buona Pasqua, signorino! Da’ qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...» «Fiammiferi in tasca ne ho» tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: «L’ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa... L’hai tu trovato quel ch’io cerco?». «Lì!», mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui. «Lì, ma per poco tempo, come in tant’altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l’ho trovato. Seme di lino, caro, quand’hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l’umidità...»

- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu guardi vivere, e non vivi. E così, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo oggi in una cosa, domani in un’altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita. Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da una finestra o d’impiccarci a un albero, che sarà meglio. No no, via: mettiamoci piuttosto d’accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme. Credi pure che quanta brama hai tu d’uccider me, tanta n’avrei io d’uccider te... T’odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.

- Dividiamocele.

- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.

- Assoluto padrone.

- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.

- Troppe!

- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dai meno, finirò certo con l’addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare... Andiamo innanzi. Oh, ma... aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena a letto... - pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo. A pigliar subito sonno, poi, ci penso io. E non avvenga più del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne riflessioni. L’ora del pasto ha da esser mia. Convenuto?

- Chi te l’ha mai negata?

- Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d’ora di lettura per te. E io mangio freddo e digerisco male.

- Basta, basta! M’affoghi in un pantano!

- Basta... Articolo amore, che intendi fare?

- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.

- Ah, non intendi di pigliar sul serio né anche l’amore, tu? E che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?

- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.

- E sta bene. . . cioè, sta male. Ma levami un dubbio. Dici sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello. Dev’esser vero, perché io ho sempre mal di capo. Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, così piccola e misera cosa, non stimi tu che io abbia più diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi più grande di te.

222A  -  III. La vigilia

[Ariel, 25 dicembre 1897]

(ll piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja. Quegli è stato, in quest’ultimo mese, tutto intento a metter su la casa maritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all’ansia e alle cure dell’uno il contraggenio e l’inettitudine dell’altro. Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe ’l dì di domani, si è voluto recare a passarla in esame: e n’è rimasto contento. Ora il Gran Me, mettendo piede per l’ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)

- Finalmente!

- Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco poco. Ora siamo soltanto alla vigilia...

- Sì, datti una stropicciatina alle mani, così, contentone! mentre io... Ma, insomma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai ripetendo da più mesi? , - Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai visto? è pronto. Domani, le nozze... Domani, finalmente. Ah! ... Poi, è già inteso, in villa, e poi... poi basta.

- Basta, sì: eccetto se io non giudicherò che mi sia più espediente crepare, che aver pazienza fino allora.

- Ma che ti scappa... Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il mese della così detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l’asino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?

- L’asino non me lo sono mangiato: l’ho fatto, con te, tre mesi.

- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò non te ne resto grato.

- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?

- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! È come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl’innamorati non siano le cose più rispettabili di questo mondo! Va’ là, va’ là... Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t’ho inteso dire che nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti...

- Sì, ma ho anche detto, se non m’inganno, che nulla ci fa gli altri più cari quanto l’esser questi o il mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.

- Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio contento di te. E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti, nel vederti così buono e ragionevole, quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io, perché opinano che, volendo, dice... potrei agevolmente persuaderti di pensare un po’ più al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice... per esempio, codest’arte, che non è da guadagnare... Si sbagliano, eh pur troppo, di grosso... tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso. Ho soltanto promesso... che mi sarei provato.

- Non t’arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.

- Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far pane del nostro tempo. Quantunque, d’altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un bancone d’alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar lagrime d’angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano. Lasciamo questo discorso. Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro. Io, per ingraziarmi i parenti, ho finto d’oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po’ di gusto, di carta e d’inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece. E di’ la verità, non ne sei anche tu contento, ora?

- Sì, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi più che mai nato e fatto per la solitudine. Benché conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri a gli altri leggiero, pure questa volta peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual’è per me, tu stesso voglio mi sii testimonio ch’io non c’entro affatto. E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione, sarai d’ora in poi più infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà più a lodarsi della nostra compagnia.

- Ho bell’e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore. Sarà meglio andare a letto a dormire.

- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz’altro affare, che dormire e mangiare.

- Meglio che ascoltar te, si capisce.

- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.

- Io, tranne quella che mi parla dell’imminente gioja, e codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.

- Se prestassi un po’ più d’ascolto alla tua coscienza, ne udresti un’altra che ti dice: «Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?».

- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...

- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.

- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.

- Sta’ a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga d’esser ottimo padre di famiglia, non dubito. Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?

- E che ti proponi tu di essere?

- Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che consista d’amore, di pace lieta e sincera.

- Sperabilmente.

- Passi per l’amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io...

- Eh, lo so!

- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto...

- Lo so!

- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...

- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?

- Bene, io dico, e la pace allora?

- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...

- Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che né anche possono intenderle?

- Stiamo per prendere, o se più ti piace, sto per prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.

- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e più amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.

- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?

- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me. Ma di questa mancanza non ti fo torto. Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su questa terra e così solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, più che il desiderio, il bisogno di un’amorosa compagnia.

- Manco male!

- Se non ti scuso, vedi bene che né anche ti accuso...

- E allora perché?...

- Sì, sì, tu ai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri... Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, più sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori. Io dovrei essere il raggio di sole, l’aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest’ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...

Alla mia solitudine di gelo,

al mio sgomento, al mio lento morire

parla ne le stellate notti il cielo

d’altre arcane vicende da subire,

sempre dentro al mistero e in questo anelo.

«E fino a quando?» l’anima sospira.

Infinito silenzio in alto accoglie

la sua dimanda. Pur tremarne mira

le stelle in ciel, quasi animate foglie

d’una selva, ove arcano alito spira.

- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione... Ohé, discendi dal cielo, te ne prego... To me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo. Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera...

- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sì sacramentale.

Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con questa sera.

223A  -  IV. In società

[Il ventesimo, 4 febbraio 1906]

(Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.

Quarantamila lire di rendita.

Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama così, lei - su le principali riviste. Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.

Il marito, l’on. marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s’intende - liberale e democratico anche lui. Collezionista appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere. Non ne è però molto geloso. Prova ne sia, che ha regalato più d ’una bella medaglia a scrittori ben noti, ammiratori della moglie.

Frequentano il salotto molte donne dell’aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti scelti.

A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l’invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s’è stizzito.

Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si inchina.

Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)

GRAN ME: Dove prenderai posto, adesso?

PICCOLO ME: Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.

GRAN ME: Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un solino più alto di te, mi hai parato come un fantoccio...

PICCOLO ME: Su, su, pazienza! Composto, su! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...

GRAN ME: E che vuoi che me n’importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo. Mi farai fare una pessima figura!

PICCOLO ME: Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere...

GRAN ME: Come un orso alla fiera?

PICCOLO ME: Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti. Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte... Peccato! L’uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora... «Ma no, signori!», dice il brillante giornalista Kappa. «Vi prego di credere che a Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!» «Oh oh! E chi ha vinto dunque?» «Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L’ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compassionevolmente ridicolo...»

GRAN ME: (Kappa ha guardato noi...)

PICCOLO ME: (Sta’ zitto! Ascoltiamo.) - «Signori miei, i Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo. Non si spoglia impunemente l’abito consueto...»

GRAN ME: (Senti? Senti?)

PICCOLO ME: (Sta’ zitto!) - «Non si spoglia impunemente il costume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che so io. Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una così furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto così facilmente. Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d’un gran signore trattano putacaso un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo.»

GRAN ME: Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!

PICCOLO ME: Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno d’oggi... Zitto! Ci s’avvicina un signore...

GRAN ME: Scansalo! Guarda altrove!

PICCOLO ME: Sta’ fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di nome... che ha letto. Oh, troppo buono... troppo buono... Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne sembra? Su, presto: suggeriscimi una bella frase su Roma...

GRAN ME: Digli che quasi quasi va diventando Parigi.

PICCOLO ME: Bravo! Senti? Il signore approva... Su, a modo! Non sorridere così... Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo. Egli dice che Parigi però...

GRAN ME: Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un’altra cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo in francese! Mentre Roma... già siamo alla terza, e prima che diventi Parigi...

PICCOLO ME: Adesso sorride il signore! L’hai fatto allontanare... Ed eccoti un nemico di più! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l’attenzione della gente! Hai da seccar l’anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?

GRAN ME: Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?

PICCOLO ME: Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la gente, com’essa è in realtà, non come tu te la fingi. Mentr’io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ciò che ti sta intorno, e, credi a me, troverai da studiare qui con più profitto, che non su i tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, come si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di parole... Guarda quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquillamente, quasi non avessero il più lontano sospetto d’esser nude così... E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: «Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo stesso...». Su, su, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d’una illusione che passa, d’una fantasmagoria splendida che svapora... Uh! Guardati a quello specchio là... Sei rosso come un papavero!... Questo profumo... Tu ti turbi troppo, eh?, grand’uomo... Via! via! Un po’ d’aria alla finestra..

GRAN ME: Non sarebbe meglio andar via?

PICCOLO ME: No, vieni qua, vieni qua alla finestra!

GRAN ME: Si respira. . .

PICCOLO ME: Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre... Guarda quei lampioncini la, e quegli alberetti nella piazza... il riverbero vacillante del gas sul lastricato... e quei due lanternini di vettura che s’avanzano lentamente... Che funebre squallore! - Oh, su: ci chiamano... vieni... La marchesa ci domanda se ci annojamo...

GRAN ME: Ma se mi diverto un mondo!

PICCOLO ME: Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del Duchino d’Orléans... Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re. Ha fatto un viaggio al Polo Nord. Ti domandano che ne pensi...

GRAN ME: Mah! Dev’essere una bella soddisfazione il poter dire: «Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d’un piede solo, nientemeno che su l’estremità dell’irnmaginario asse terrestre. Non c’è scritto nulla; ma star qua non precisamente come stare un passettino più in là. Qua è il punto vero. Ghiaccio. sì, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, più di qualunque re sul trono!». Forse il Duchino d’Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contentato di stare un tantino più basso, sul trono di Francia, stabilmente. Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprì un’isola e che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò indietro... Poteva, intanto - per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...

PICCOLO ME: Forse ci faceva troppo freddo. C’è un altro imperatore che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece. Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.

GRAN ME: Ma Lebaudy, lui, almeno, s’è proclamato imperatore...

PICCOLO ME: Bravo! Vedi? Hai fatto ridere queste belle signore... Se tu volessi... Piano! Che avviene: Si alzano...

GRAN ME: Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione... Andiamo via!

PICCOLO ME: Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sonerà: adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte... Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta.. . Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte...

GRAN ME: Musica moderna?

PICCOLO ME: Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta’ a sentire. Poi applaudiremo.

GRAN ME: Imbuisci a vista d’occhio, caro mio: mi fai spavento!

PICCOLO ME: Coraggio, via! C’è peggio di me. . . Guarda come sono tutti intenti, ora, e assorti... Che silenzio! Ma guarda lì, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d’Olanda... in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma di’ un po’, sul serio, non ti diverte questo spettacolo?

GRAN ME: Molto! Senti: mettimi una mano innanzi alla bocca.

PICCOLO ME: Perché? Che fai?

GRAN ME: Mettimi subito una mano innanzi alla bocca.. .

PICCOLO ME: Sbadigli?

GRAN ME: Sbadiglio.

224A  -  Chi fu?

[Roma di Roma, anno I n. 59, 27-28 giugno 1896]

Ditelo voi chi fu, se quel che dico io vi deve soltanto far ridere. Ma liberate almeno Andrea Sanserra che è innocente. All’appuntamento egli è mancato; lo ripeto per la centesima volta. E ora parliamo di me.

Prova della mia reità sarà forse l’essere io tornato a Roma in ottobre, è vero? mentre negli altri anni io sono stato sempre solito di venirci una volta sola, e per tutto il mese di giugno. Ma non volete dunque tener conto che in quest’ultimo giugno andò a monte il mio fidanzamento? A Napoli, dal luglio all’ottobre, fui come pazzo; tanto che il mio capo-ufficio volle darmi per forza un altro mese di licenza, giusto in ottobre. Il sogno mio, il sogno mio di tant’anni era crollato! E mente per la gola chi afferma che a Napoli mi fossi dato al vino, per dimenticare Vino non ne ho mai bevuto. Avevo qui un male, qui, alla testa, che mi dava il farnetico, il capogiro e i conati della vomizione. Ubbriaco, io? Ma già, che meraviglia, se ora si tenta di far credere che mi finga pazzo per iscusarmi? Invece m’ero dato alle... sì, alle facili avventure, scioccamente, per prendermi una rivincita, anzi una vendetta della costanza, della fedeltà, dell’astinenza mia di tant’anni. Questo sì; e in questo, ne convengo, ho ecceduto.

A Roma, in casa di mia madre, rivedo dopo sett’anni, Andrea Sanserra tornato da due mesi dall’America. La mamma m’affida a lui. Eravamo cresciuti insieme da ragazzi, e ci conoscevamo meglio che non ci conoscesse la poveretta che nella santità dei suoi pensieri faceva di noi miglior conto, che in realtà non meritassimo; Cl credeva due angeli, a ventisei anni! Ma in questa buona opinione l’avevo indotta io per il modo di vita da me tenuto nei cinque anni del mio fidanzamento. Basta. Con Andrea seguitai per la trista via in cui da tre mesi m’ero messo a Napoli. E ora vengo al fatto. Una sera egli mi propone... Premetto che il Sanserra non conosceva la persona di cui ora debbo dire; ne aveva soltanto inteso parlare da altri. Mi propone, dicevo, di far conoscenza con una - si espresse così - specialità del genere. Mi parlò... non saprei ridirvelo; ho soltanto l’impressione suscitatami dalle sue parole: una camera al buio, con un gran letto, e a piè del letto un paravento; una fanciulla avvolta in un lenzuolo, come una fantasima, dietro il paravento una vecchia, zia della fanciulla, che faceva la calza, seduta accanto a un tavolinetto tondo, con un lume che proiettava sul muro, ingrandita, l’ombra della vecchia con le mani agili in moto. La ragazza non parlava, e si lasciava appena vedere in volto; parlava invece la zia, raccontando ai pochi fidati clienti un mondo di miserie: la nipote fidanzata con un ottimo giovane, che aveva un impiego lucroso, di fiducia, nell’alta Italia: il matrimonio, andato a monte per la dote: dote che c’era, ma che una sciagura di famiglia aveva ingoiata... Bisognava rifarla, e in pochissimo tempo, prima che l’ottimo giovane venisse a sapere... - Su l’uscio di quella camera - conchiuse Andrea Sanserra - si può scrivere: Spasimo.

Naturalmente, fui tentato. E con Andrea ci demmo appuntamento per la sera del domani, alle otto e mezzo, fuori porta del Popolo. Egli abita in via Flaminia. La casa delle due donne è in via Laurina; il numero non lo rammento più.

Fu una sera di sabato, e pioveva. La via Flaminia s’allungava diritta, fangosa, rischiarata qua e là dai fanali, il cui lume a tratti balzava e s’oscurava sotto i colpi del vento, che a le mie spalle agitava gli alberi foschi di villa Borghese battuti dalla pioggia. Erano circa le nove, e Andrea ancora non si vedeva. Pensai che non sarebbe più venuto, con quel tempaccio; pure non sapevo decidermi ad andar via, e rimanevo perplesso a guardare i fili d’acqua che cadevanmi intorno dall’ombrello. Recarmi solo in via Laurina? No, no... Una nausea profonda della vita che conducevo da tre mesi mi vinse, in quel punto. Ebbi vergogna di me, abbandonato lì, su la via del vizio, dal compagno. Pensai che Andrea probabilmente era andato a passar la serata in un’onesta casa, non sospettando ch’io fossi così corrotto da tener l’appuntamento con quella sera da lupi. Eppure, no, - pensai; - più che corrotto, io son misero. Dove potrei andare io, adesso? E mi sovvennero le sere tranquille e beate, con la mia gioja accanto, la precedente mia vita, la casetta di lei. Ah, Tuda! Tuda! - A un tratto, dall’arco centrale della porta, ecco un vecchietto sguisciar curvo, con un mantello che gli scendeva fino alla noce del piede. Reggeva con ambedue le mani un ombrellaccio sdrucito. Andava, quasi portato dal vento, in giù, per via Flaminia. Aguzzo gli occhi... Un brivido mi corre per tutta la persona. Il signor Jacopo, Jacopo Sturzi, il padre di Tuda, della mia fidanzata!... Ma se io, io stesso, con queste mani, un anno addietro, lo avevo composto nella bara e accompagnato a Campo Verano? Pure, eccolo lì: mi passa dinanzi, oh Dio ! ... E si volta a guardarmi, e piega da un lato la testa, come per farmi vedere un sorriso. E che sorriso! Resto inchiodato al suolo, in preda a un tremor convulso; cerco gridare, ma la voce non m’esce dalla gola. Lo seguo un tratto con gli occhi; alfine riesco a svincolarmi dalla paura e mi lancio dietro a lui.

Credetemi, vi prego. Io non sono capace d’inventare una cosa simile. Non saprei riferirvi parola per parola quel che mi disse; ma comprenderete agevolmente che certe idee non possono uscire dal mio cervello, perché Jacopo Sturzi, quantunque uomo intemperante assai, fu un vero filosofo, filosofo originalissimo, e mi ha parlato col senno dei morti.

Lo raggiunsi, mentre già stava per posar la mano piccola e tremula su la gruccia della porta a vetri d’una osteria. Si volse di scatto, mi prese per un braccio e, trascinandomi in giù, nell’ombra, fece:

- Luzzi, per carità, non dire che son vivo!

- Ma come... lei? - balbettai.

- Sì, son morto, Luzzi - soggiunse; - ma il vizio, capisci, è più forte! Mi spiego subito: C’è chi muore maturo per un’altra vita, e chi no. Quegli muore e non torna più, perché ha saputo trovar la sua via; questi invece torna, perché non ha saputo trovarla; e naturalmente la cerca giusto dove l’ha perduta. Io, per esempio, qui, all’osteria. Ma che credi? È una condanna. Bevo, ed è come se non bevessi, e più bevo, e più ho sete. Poi, capirai, non posso concedermi troppe larghezze...

E, strofinando insieme l’indice e il pollice della mano destra, contrasse il volto in una smorfia, intendendo con quel gesto significare: Quattrini non ne ho.

Io lo guardavo stupito. Sognavo? E mi venne alle labbra questa sciocca domanda:

- Ah, giusto! E come fa?

Egli allora sorrise, posandomi una mano su la spalla; poi rispose:

- Se sapessi!... Ho cominciato, fin dal domani del mio seppellimento, col rivendermi la bella corona di porcellana che mia moglie mi aveva fatto collocar su la tomba, col motto in mezzo: Al mio adorato consorte. Certe bugie noi morti non possiamo soffrirle. Me la son rivenduta per poche lire. Tirai avanti così una settimana. Non c’è pericolo che mia moglie venga a farmi qualche visita e s’accorga che la corona non c’è più. Ora gioco a carte qui con gli avventori, vinco, e bevo a costo di chi perde. Insomma... m’industrio. E tu che fai?

Non seppi rispondergli. Lo guardai un istante, poi ebbi un impeto di pazzia e lo afferrai per un braccio:

- Dimmi la verità! Chi sei? Come sei qui?

Non si scompose; sorrise:

- Ma se tu, da te stesso, m’hai riconosciuto!... Come son qui? Te lo dirò. Ma prima entriamo. Non vedi? Piove.

E m’attirò nell’osteria. Lì mi forzò a bere, a ribere, certamente con l’intenzione d’ubbriacarmi. Tanto era il mio stupore e tanto lo sgomento, che non seppi ribellarmi. Non bevo vino; eppure ne bevvi non so più quanto. Ricordo: una nube soffocante di fumo; il tanfo acuto di vino; il sordo acciottolio di stoviglie; l’odor caldo e grave di cucina; i sommessi borbottii di voci rauche. Curvi, quasi volessero rubarsi il fiato l’un l’altro, due vecchi giuocavano a carte lì accanto, tra grugniti di rabbia o di consenso degli spettatori intenti e addossati alle loro spalle. Dal tetto basso, un lume a sospensione aduggiava la sua giallezza tra la densa nube. Ma quel che maggiormente mi stupiva era il vedere che, tra tanti, nessuno sospettava che lì dentro c’era un estraneo alla vita. E guardando or questa, or quella persona, mi veniva la tentazione d’indicarle il mio compagno e di dirle: «Costui è un morto!». Ma allora, quasi mi leggesse su le labbra questa tentazione, Jacopo Sturzi con le spalle appoggiate alla parete e il mento sul petto, sorrideva senza levarmi gli occhi d’addosso, occhi infiammati e pieni di lacrime! Anche bevendo, mi guardava. A un tratto si riscosse e cominciò a parlarmi a bassa voce. Già la testa mi girava pei vapori del vino; ma quelle parole strane sulle cose della vita e della morte, me la facevano girar peggio. Se ne accorse e, ridendo, concluse:

- Non son cose per te: Parliamo d’altro. Tuda?

- Tuda? - io feci. - E non lo sa? Tutto è finito...

Egli accennò di sì più volte col capo; poi, invece, disse:

- Non lo sapevo. Ma hai fatto bene a romperla. Di’, per causa della madre, è vero? Amalia Noce, mia moglie, pessima creatura! come tutti i Noce! Io, guarda...

Si tolse il cappello, lo posò sul tavolino, e battendosi una mano su la fronte calva, e strizzando un occhio:

- Due volte: - esclamò - la prima nel 1860; poi nel 75. E metti che non era più fresca, sebbene ancora bellissima. Ma di questo non posso più lagnarmi: la perdonai; e basta. Figlio mio - permetti che ti chiami così? - figlio mio, credimi: ho cominciato a respirare soltanto appena morto. Infatti, mi occupo forse più di loro? Né della madre né della figlia. E neppur della figlia, per causa della madre. Voglio dirti tutto: so come vivono. Potrei, senti, non visto, come fanno molti altri nel mio stato, recarmi in casa loro, di tanto in tanto, e provvedermi furtivamente d’un po’ di denaro. Ma no; di quel denaro io non ne rubo! Lo sai, lo sai come vivono?

- Come? - risposi. - Non ho più chiesto notizie di loro. - Va’ là! lo sai - riprese egli. - Te l’hanno detto ieri sera. Feci, esitando, un cenno interrogativo cogli occhi. - Sì; dove volevi andare prima di vedermi!

Balzai in piedi, ma non mi ressi e caddi sui gomiti sopra il tavolino, gridandogli:

- Son loro? Tuda? Tuda e la madre?

Mi afferrò per un braccio, mettendosi l’indice a traverso le labbra.

- Zitto! Zitto! Paga, e vieni con me. Paga, paga.

Uscimmo dall’osteria. Pioveva più forte; il vento cresciuto, saettandoci l’acqua in faccia, quasi c’impediva d’andare. Ma quegli mi trascinava pel braccio via, via, contro il vento, contro la pioggia. Cempennante, ebbro, con la testa in fiamme e più pesante del piombo, io gemevo: - Tuda? Tuda e la madre? - . La figura di lui ammantellato mi si confondeva nell’ombra violenta con l’ombrello ch’egli sorreggeva alto contro la pioggia, e diveniva enorme agli occhi miei, come un fantasma d’incubo, che mi trascinasse verso un precipizio. E là, con uno spintone, mi cacciò dentro il portoncino buio, urlandomi all’orecchio:

- Va’, va’, da mia figlia!...

Ora io ho qui, qui nella testa, soltanto gli urli di Tuda avviticchiata al mio collo, urli che mi spezzano il cervello... Oh! fu lui, torno a giurarlo, fu lui, Jacopo Sturzi!... Lui, lui strangolò quella strega che si spacciava per zia... Se non l’avesse fatto lui, però, l’avrei fatto io. Ma l’ha strozzata lui perché ne aveva più ragione di me.

Questa è la verità. Io ho le mani nette.

225A  -  Natale sul Reno

[Roma letteraria, a. IV, n. 24, 25 dicembre 1896]

Roma, fine del 1914

. . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!

Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in cui stavo da circa un’ora tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e l’anima... oh, l’anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?

- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo. - Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui!

E così dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.

Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:

- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?

- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny, riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere le mani da me. - Compreremo un bell’abetino, alto... alto... lasciami dir come...

- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiù strette le mani.

Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:

- Alto così!

- Oh brava! Sarà bello...

- Quanto tu sei brutto... Non si scherza, sai, su queste cose... Lasciami quest’altra mano... A che pensavi?

Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le nari.

Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d’una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d’avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l’acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna?

Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell’anima nostra, così un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito. Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.

- Questo vento mi opprime! - dissi invece. - Non posso più sentirlo... Tutto il giorno così, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino... Di sera poi, tu intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...

- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola. - Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!... lo piglio io: tu sei tutto imbacucca to... Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l’ho detto, che non si festeggia più il Natale in casa nostra. Quest’anno vogliamo compensarcene: figurati come saranno liete le bambine!...

Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine. Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L*** in segno di lutto per la violenta morte del secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny. Il signor Fritz L***, dopo una vita disordinatissima, s’era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno. Jenny mi aveva narrato più volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo conosciuto. Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in effetto l’orrendo proposito; e non ricordavo d’aver letto mai parole d’addio e di pentimento più belle e più sincere. È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole. «Ho veduto tutto e tutto provato», scriveva alla moglie il marito, «tranne una cosa sola: in quarant’anni di vita non ho mai veduto nascere il sole. Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole. Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita.»

- Domani compreremo l’albero... - continuò Jenny. - Il tino c’è, è su nell’abbaino, e debbono esserci dentro i lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l’ultima volta. Perché, sai, l’albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giù, accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta all’anno, di queste sere qui.

Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appoggiando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona, e certo, in silenzio, pregò.

- Cara Jenny! - feci io, intenerito, posando una mano sul suo capo biondo.

Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:

- Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa Notte, e perdoniamo! Divento buona anch’io che pur dico sempre di non sapergli perdonare lo stato in cui ci ha ridotte... Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da Frau R***, qui accanto, per una grembiata d’arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e v’infiggeremo l’abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto. Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R*** dalla sua serra... Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro albero... Sei contento?

Io feci più volte cenno di sì col capo. E Jenny sorse in piedi.

- Lasciami andar via, adesso... A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio. È lì, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te...

- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io contrariato.

- Oh no! Vedrai, egli se n’andrà a far baldoria co’ suoi degni socii... Addio; a domani!

Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l’uscio. E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco. Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.

Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell’appannatura mi ridestò d’improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand’io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo così, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...

*

Comprammo il domani l’albero sacro alla festa; poi salimmo nell’abbajno per veder quanta parte degli ornamenti rimasti lassù potesse ancora servirci, prima d’uscire a comprarne di nuovi.

Era in un canto buio il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.

- Ecco, - disse Jenny - questo è l’ultimo albero, ch’egli adornò. Lasciamolo lì, dove lui l’ha lasciato; così non avrà in tutto la sorte dell’abetino di Giovan Cristiano Andersen, che finì tagliuzzato sotto una caldaia. Ecco qui il tino. Vedi: è pieno; speriamo che l’umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.

Era ogni cosa in buono stato.

Più tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci.

Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi più raccolta e profonda, più soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi!

La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giù dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d’arena intorno al fusto dell’albero.

Lavorammo fino a tarda notte a parar l’abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.

«No, queste noci, no!», pensava forse l’abetino. «Queste noci non m’appartengono: sono frutti d’un altr’albero.»

Ingenuo abetino! Tu non sai ch’è l’arte nostra più comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d’appropriarci il frutto dei sudori altrui...

- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l’albero fu tutto parato. - Dimenticavamo la cometa!

E in cima all’albero io appiccicai, con l’ajuto della scaletta, una stella di carta dorata.

Ammirammo a lungo l’opera nostra; poi chiudemmo a chiave l’uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse prima di sera l’albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioia delle bambine.

Invece... Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!

Era andato così bene, fino all’ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l’oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s’eran messe dietro l’uscio della stanza, ove sorgeva l’albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:

Stille Nacht, heilige Nacht...

Non dimenticherò mai più quell’albero di Natale, ch’io adornai per altri più che per me, e quella festa terminata in pianto; né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! il babbo! mentre l’albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori.

226A  -  Sogno di Natale

[Rassegna settimanale universale, 27 dicembre 1896]

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: - Buon Natale - e sparivo...

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’imagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a; una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via

tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

- Non dormono... - mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto... t Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola t d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

- E per costoro - disse Gesù entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

- Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

- La città, Gesù? - io risposi sgomento. - E la casa e i miei cari e i miei sogni?

- Otterresti da me cento volte quel che perderai - ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con quegli occhi profondi c chiari.

- Ah! io non posso, Gesù... - feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. È qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

227A  -  Le dodici lettere

[La domenica italiana, 21 febbraio 1897]

[La signora Baldinotti verrà ripresa come personaggio nel saggio sull’Umorismo, per dimostrare l’avvertimento e il sentimento del contrario nella seconda parte.]

Appena richiusa la porta, dopo un ultimo inchino e un sorriso affettato alla bionda e grassa e pur tanto afflitta signora Baldinotti, Adele Montagnani trasse un sospiro di sollievo, e rientro in salotto a guardar l’orologio su la mensola. Lesta lesta, come se qualcuno potesse spiarla, si rassettò un po’ i capelli, avanti e dietro, e la fioritura dei bianchi merletti, di cui era guarnita la veste intorno alla gola.

Tra pochi minuti il Rossani sarebbe arrivato.

In attesa di questa visita, Adele non aveva chiuso occhio la scorsa notte, e tutta la mattina era stata in preda a vivissima agitazione, cresciuta nell’ultima ora e divenuta angosciosa all’annunzio dell’importuna visita della Baldinotti.

Per fortuna costei era andata via in tempo. Fortuna davvero, perché la povera signora (fra l’altro un po’ sorda) era famosa per la lunghezza delle sue visite, e non era affatto capace d’intendere se e quanto, in certi momenti, riuscisse altrui d’impaccio.

Ora Adele, liberata da questo pericolo, poté ridere al solito delle dolorose e pur così buffe confidenze della buona signora. La quale, spinta da brevi acconce domande o da qualche esclamazione di compianto o di sorpresa, svelava segreti e particolari così intimi della vita coniugale, che era proprio uno spasso a sentire. Adele ogni volta pigliava a godersela, quanto più poteva e sapeva, per trarre poi dalle confidenze di questa infelice piccante materia per la conversazione con le amiche.

«Dio me lo perdoni!», fece tra sé, terminando di ridere; ma subito un nuovo scoppio di risa le sopravvenne.

La signora Baldinotti si lusingava d’impedire i molteplici e sfacciati tradimenti del marito (che aveva otto anni meno di lei), parandosi e acconciandosi con straordinario lusso non più conveniente né all’età né al suo corpo, e di gusto assai dubbio. E confessava - Le pare, signora mia, che vestirei così e spenderei tanto per me, se non avessi il marito giovine? E non per tanto, che crede? rimango vestita e pettinata così ad aspettarlo, signora mia, fino a mezzanotte, alle due, alle tre, fino all’alba, fino all’alba tante volte!.. - E, così dicendo, la povera signora aveva le labbra e il mento convulsi e gli occhi pieni di lagrime. L’orologio su la mensola sonò le quattro.

Adele scacciò dal pensiero la comica figura della Baldinotti, e si preoccupò di nuovo dell’imminente visita del Rossani.

L’incarico che ella si era assunto cominciava a parerle difficilissimo. Ma era il ricambio di un servigio resole da una amica, che lo stesso incarico si era assunto per lei e felicemente l’aveva disimpegnato.

- Vedrai, il forte è mettercisi. Io ho usato la mia arte; tu non mancherai di usar la tua che è molto più fina della mia, - le aveva detto il giorno avanti Giulia Garzìa, licenziandosi.

L’ultima frase aveva molto solleticato l’amor proprio di Adele, che tanto studio e tanto impegno aveva messo per procacciarsi in società la reputazione di signora di spirito.

Si trattava di ottener dal Rossani la restituzione delle dodici lettere che Giulia Garzìa gli aveva scritte nei due anni della loro relazione così detta amorosa, troncata da circa tre mesi, dopo una lunga serie di scene disgustose per entrambi. Lo stesso servizio Giulia aveva reso a lei, ottenendo cioè la restituzione delle lettere molto più numerose, che ella in un tempo molto più breve aveva scritte a Tullio Vidoni, allontanatosi poco tempo addietro da lei con la perfida scusa che non gli reggeva più il cuore d’ingannare un intimo amico, quasi un fratello: Guido Montagnani.

Le due rotture erano avvenute quasi contemporaneamente, e le due amiche si erano a vicenda confortate e a vicenda or s’ajutavano.

Alle quattro e dieci minuti Tito Rossani entrava nel salotto di Adele, rassegnato a subir le mille punzecchiature della presuntuosa arguzia di lei, proprio come se dovesse entrare in un alveare, e quel dar del voi alla francese, che la Montagnani usava con tutti gli amici, indistintamente, giojellando anche di motti francesi la sua ciancia, come se i motti italiani corrispettivi fossero gemme false o volgari.

- Oh, eccovi, finalmente!

Il Rossani s’inchinò e, porgendo la mano, rispose all’esclamazione:

- Puntualissimo!

- Non in grado superlativo, per dir la verità. Ma basta... sedete... qua qua, accanto a me... Avete paura?

- Un coraggio da San Sebastiano, signora. Eccomi accanto a lei, pronto a ricevermi quante frecciate le piacerà di regalarmi.

E, sedendo, con un sorriso rassegato sotto i folti baffi tirati in su, cercò di scorgere la propria immagine nello specchio della mensola.

- San Sebastiano, badate, era bellissimo, almeno secondo i pittori.

- Lo so. E lei mi consideri come San Sebastiano dal collo in giù.

- Eh no, via... anche la testa. Comincio bene? Sentite, Rossani: vorrei farvi la corte. È permesso? Purché voi, però, non vi accapigliate con mio marito...

- Ah, già... accapigliarmi... benissimo - notò Tito, ridendo e passandosi una mano sul capo precocemente calvo, come quello di Guido Montagnani. E aggiunse: - Sarà alquanto difficile. ..

- No, no; sul serio: la corte, quantunque sappia che vi sono estremamente antipatica. Badate, non me l’ha detto nessuno: me ne sono accorta modestamente da me.

- Poca perspicacia, signora mia. Fra tante belle doti, ecco una facoltà che le manca...

- Come siete gentile... Sarà! Ma, se mai, non ve ne farei un torto: antipatie, simpatie... si sentono, non si discutono. Ammettiamo che non sia vero; dovete allora confessar che vi faccio paura... Eh sì, via! Se, per venire, avete bisogno d’un biglietto d’invito... Ma non pregiudichiamo la questione. So, so perché non siete più venuto. Avete fatto malissimo, permettete che ve lo dica. Non m’interrompete! La vostra assenza è stata molto notata, e a scapito... Rossani, mi dispiace di annunziarvelo, a scapito della vostra fama d’uomo di spirito.

- Ah, - fece Tito. - Godo anch’io codesta fama? Non lo sapevo. È usurpata, signora mia! Ne vuole una prova? Le domando senz’altro, perché m’ha fatto l’onore di scrivermi il biglietto che ho ricevuto stamani, e in che debbo servirla.

Adele rimase un po’ sconcertata dal tono serio della stringente risposta. Si provò tuttavia a sfuggire ancora, per preparar meglio l’assalto.

- Non volete credere, dunque, che voglio farvi la corte?

- Sì? Badi, signora Adele, la prendo in parola! E comincio col chiederle...

- Eterno amore?

- No! Dio ne scampi! Sarebbe un’offesa alla natura...

- E allora, scusate, perché... Entro in confidenza, vedete? Tanto, siamo in flirtation, n’est ce pas?... Ma non crediate che sia gelosa anch’io. Dicevo, perché... Non so dirvelo... Ecco: perché mostrate così duro e ostinato risentimento, per non dir peggio, contro una persona di nostra conoscenza, se considerate davvero come offesa alla natura l’eternità di un amore?

- Non capisco...

- Eh via! Anche duro di mente? Non mi costringete a farne il nome. Sapete bene che è la più intima delle mie amiche, posso dire una sorella per me...

- Ah, sì? Ancora? - fece il Rossani, affettando con evidente malizia ingenua sorpresa.

- Come, ancora? - domandò stizzita Adele. - Ah, noi donne, fra noi, mio caro, non siamo poi mica incostanti, come forse.. .

- Non credo! Non credo! - insorse Tito, vivacissimamente. - Non continui... non credo! Del resto, se è così, me ne duole per lei. Io, per me, non sono solito, le assicuro, di covar rancore contro alcuno; tanto meno poi...

- No, via, Rossani, siate sincero! - interruppe a sua volta la Montagnani. - Vedete, io vi parlo col cuore in mano; voi invece, con in mano un’arma per difendervi da me. Siate sincero! E perché dunque...

- Che cosa? Mi permetto di farle notare, ch’io mi stimo fortunatissimo, cara amica, d’essermi sciolto d’una catena che da parecchio tempo Dio sa quanto mi pesava. Rancore, dunque, perché? Tutt’al più, se mai, contro me stesso, se fosse possibile... Sono stato inverosimilmente sciocco... Vuol ridere? Sa perché ho trascinato così a lungo la catena? Perché ho avuto paura per la salute e anche... sì, e anche per la vita della sua intima amica! Pare impossibile, è vero? Ma sappia per mia scusa... già lo sa: quella signora mi affliggeva senza tregua con scene di gelosia addirittura feroci, inverosimili...

- Ne aveva ragione, mi sembra!

- Ah, non me ne pento davvero!

- Ecco, ecco come siete voi uomini! - scattò su, vittoriosa, Adele Montagnani. - Ah, mio divino Bourget! Aspettate, Rossani, aspettate!

Balzò in piedi, si recò nell’attiguo studiolo, agitando i gomiti come se volesse volare; tolse da un elegante scaffalino inglese la Physiologie de l’Amour moderne, e rientrò di corsa nel salotto, sfogliando in fretta il libro.

- Dov’è? dov’è? dov’è? Ah, eccolo! È segnato. Par amour propre simple. Ecco, leggete; basta il solo aforisma: questo in corsivo.

Tito Rossani s’era alzato per guardarsi e sorridersi allo specchio tentatore su la mensola; tolse in mano il libro e lesse soltanto con gli occhi; poi scosse leggermente il capo, e disse adagio:

- Non è il caso mio.

- Come no? Ce que certains hommes pardonnent le moins à une femme, c’est qu’elle se console d’avoir étée trahie par eux.

- Non è il caso mio, - ripeté, sedendo di nuovo, il Rossani. - Se veramente c’è qualcuno, a cui io non possa perdonare, eccolo: son io, signora Adele. E se la sua intima amica s’è così presto consolata de’ miei tradimenti, tanto meglio o tanto peggio per lei. Ah, dunque sa anche lei che la sua amica s’è consolata? In tal caso più che mai debbo ammirare il suo spirito veramente raro.

- Suo, di chi?

- Dico il suo, signora Adele.

- Grazie, ma non comprendo. Io dico, scusate, e perché non volete allora restituire le lettere che ella vi ha scritte?

- Ah! - esclamò il Rossani. - Sa anche lei di queste lettere? Perbacco! bisogna proprio convenire che la sua intima amica è andata sbandendo da per tutto il regalo fattomi di questa dozzina di profumati, elegantissimi cartoncini! Che voglia farne un’edizioncina preziosa, fuori commercio, per il pubblico galante: Breve saggio di corrispondenza amorosa d’una signora della buona società? In questo caso me ne farei editore io, a costo di defraudare la collezioncina privata dei manoscritti, che vo raccogliendo per passatempo della mia vecchiaja.

- Ah Rossani! siete un mostro! Parlar così... Chi altri ha potuto farvi cenno delle lettere di Giulia?

- Lei non l’indovina certo, signora Adele - disse il Rossani componendo il volto a serietà e impallidendo, ma pur con le labbra tremanti d’un risolino nervoso. - Lei non può sospettarlo. Altrimenti, non mi avrebbe tenuto questo discorso. Ha indovinato?

Adele si cangiò in volto e corrugò le ciglia, come se la vista le si fosse d’un tratto intorbidata. Bisbigliò un nome:

- Tullio Vidoni?

Il Rossani chinò il capo in risposta, mostrando negli occhi quasi il sogghigno delle labbra non mosse.

Egli solo, il Vidoni, infatti, poteva essere a conoscenza di quelle lettere: il Vidoni, a cui Adele ne aveva parlato senza neanche raccomandargliene il segreto, tanto in lui allora si affidava e rimetteva tutta quanta... Ah, intendeva ora perché a Giulia era riuscito così facile ottener da colui la restituzione delle sue lettere! Egli dunque si era affrettato a rimettere alla nuova amante le lettere dell’antica: e chi sa, chi sa quanto avevano riso insieme di quelle sue espressioni d’amore e di dolore!

Adele si torse in grembo le mani, fin quasi a spezzarsi le dita; sorridendo tuttavia, pallidissima, coi denti stretti, al Rossani.

- Una scena comicissima, - riprese questi, un po’ esitante. - Se vuole, gliela racconto in due parole...

- Sì, sì, ditemi, ditemi, - s’affrettò a istigarlo Adele dimostrando, con la voce e con l’ansia, l’interna agitazione e il fremito d’odio e di sdegno.

- Ieri, sul pomeriggio, ero per il Corso, col Vidoni... Non sospettavo ch’egli fosse già mio... diciamo così, successore. Tutti e due vediamo, ma facciamo le viste di non accorgerci della signora in discorso, la quale passava in vettura, innanzi a noi. Notai, è vero, un certo impaccio nel mio amico e come un improvviso impallidire; ma non sospettavo, ripeto, di doverlo compiangere, sapendo come egli fosse a cognizione non solo della mia breve favola d’amore già compita, ma di ben altre favole (chiamiamole così) della signora, in Milano, prima che il marito di lei venisse a Roma, senatore, poveretto... Basta. «Ah, è tornata!» feci io, quasi tra me, sperando, dico la verità, che il Vidoni me ne desse qualche notizia. Sapevo che tornava anche lui da Milano, dove certamente aveva dovuto vederla.

- Avanti, avanti... Dunque? - interruppe Adele, a cui la manierata lungaggine del Rossani riusciva ormai insoffribile.

- Ah, lei forse, scusi, aveva notato prima di me qualche accenno di passione in questo signore per la Garzìa?

- Io? No... cioè, voi conoscete quanto me Tullio Vidoni... l’uomo più ridicolo che passeggi su la faccia della terra... Sapete che è affetto di dongiovannite acuta, e che fa il galante con tutte le signore... Chi può prenderlo sul serio?

- Nessuno, lo so! Ma lui sì, eh perbacco! lui sì l’ha presa sul serio, la cotta... almeno a giudicare da quel che m’ha fatto.

- Dite che v’ha parlato delle lettere?

- Stia a sentire. Dopo le mie parole: «Ah è tornata!», egli mi dice che la Garzìa era in Roma da tre giorni, e che aveva fatto il viaggio in compagnia di lui. Poi mi spinge a parlarne. Io, senza sospetto per lui, ma con più d’un sospetto per altri, confesso d’aver avuto la debolezza di parlare, e non troppo benevolmente, com’ella può immaginare; ma non in virtù di quell’aforisma del suo divino Bourget. Parlando, comincio però a notare che il volto dell’amico man mano s’infosca... «Ma tu soffri, mio caro!», gli dico allora, per ischerzo. A questo punto egli scatta, e in termini abbastanza vivaci, osa rimproverarmi di ciò che ho detto e del modo con cui ho parlato. Io resto goffo, a guardarlo: non credevo ancora ch’egli dicesse sul serio. Allora lui mi ripete il rimprovero in termini più vivaci; io, seccato, rispondo, e trascendiamo così a un diverbio violentissimo, quantunque a bassa voce. Basta: gli ho detto sul muso il fatto mio e l’ho piantato lì, in mezzo alla strada...

Adele, agitatissima, si nascose il volto tra le mani, gemendo: - Dio! Dio! - Poi guardò il Rossani, stravolta e con gli occhi lampeggianti d’odio; gli domandò:

- E ora? Ditemi la verità, Rossani: siete esposto a un pericolo? Sapete che Tullio Vidoni...

- Nessun pericolo, signora Adele! Del resto, non ho mai fatto dipendere la convenienza d’accordare o no una riparazione per le armi dal modo con cui il mio avversario tira in una sala o in una accademia di scherma.

- Oh Dio, no, Rossani! Egli tira benissimo, e vedete: il vigliacco se ne approfitta! - gridò Adele. - No, no! Sentite: se voi... se voi poteste dargli una lezione, ebbene, con tutto il cuore vi direi: dategliela, e sia buona!

- Speriamo! - esclamò il Rossani.

- Ma no! vedete, - riprese Adele, - io temo per voi... E allora figuratevi la sua boria, di ritorno, incolume e vincitore, alla sua bella! No... no...

- Ma ormai... - fece il Rossani, stringendosi ne le spalle.

- Che dite? Dunque è stabilito? Vi batterete? Ah Rossani, no! Per una indegna? Sì, sì, lasciatemelo dire... È venuta qui, da me, l’altro jeri... qui, e ha potuto baciarmi, capite? con quel sorriso stereotipato su le labbra dipinte... Serpe! Oh Dio... M’ha potuto chiedere, capite, che io m’intromettessi per ottener da voi la restituzione delle sue lettere, mentre lei... È mostruoso, Rossani, non vi sembra? Mostruoso! E voi dovreste pagarne la pena? No, no, per carità! Sentite... sentite... fatelo per me...

Adele circondò quasi con un braccio il collo del Rossani e quasi gli piegò sul petto la faccia, supplicando.

Tito, non sapendo come schermirsi, cercò d’arrestare almeno il flusso delle supplici parole:

- Se mi batto, mi batto per me, esclusivamente per me, creda, signora! E ne ho qui in tasca la prova più lampante: nelle lettere di lei!

- Ah, - gridò Adele. - Le avete ora voi? Datemele!

E allungò subito, con irrefrenabile impulso d’odiosa gioja, una mano verso la tasca interna della giacca di lui.

Tito Rossani sorse in piedi, severamente.

- Ah no, signora Adele! Se non m’importa più nulla di colei, è sempre interesse mio, e ora più che mai, d’agire da gentiluomo. Non a lei, non a lei, scusi: restituirò le lettere per altro mezzo. .

A queste parole Adele, tutta vibrante, scoppiò in una fragorosa risata, che prolungò con evidente sforzo, abbandonandosi su la spalliera della poltrona. Tito stette a guardarla, sconcertato. - Bravissimo! Bravissimo! - esclamò ella ancor tra le risa; e levandosi da sedere: - Qua la mano, qua la mano, Rossani! Non avete capito? Ma io volevo proprio questo! Adesso, badate: ho la vostra parola d’onore: voi restituirete le lettere... Bravo, Rossani: grazie. Siete un vero e compito gentiluomo.

Tito Rossani andò via goffo, interdetto, quasi stordito da una sorda stizza. Ah sciocco! sciocco! La Montagnani si era fatto giuoco di lui, dunque? Lo aveva beffato, rappresentando la commedia della gelosia?

«Che commediante!»

Ah, ma egli, allora, si sarebbe vendicato! non avrebbe più restituito le lettere, a nessun patto!

Ben povera soddisfazione, questa, per Adele, che avrebbe voluto aver tra le mani lei, quelle lettere, e poi...

- Che imbecille! fece piano, con vivacissimo gesto di dispetto per il Rossani, che già voltava le spalle al salotto.

Piegò il volto su la poltrona e ruppe in singhiozzi, addentando il bracciuolo per non farsi sentire.

228A  -  Creditor galante

[La tribuna, 21 aprile 1897]

Appena uscita dal salotto la ragazza, Maurizio Gueli si levò in piedi, guardò l’orologio, poi si abbottonò lentamente l’abito e con la mano tesa si avvicinò a Fulvia Corsani, sdrajata su la poltrona con un libro su le ginocchia, la testa appoggiata su la spalliera e la bellissima gola provocante tutta in vista dalla fossetta all’attaccatura del collo su su fino all’ovale del mento.

Senza moversi né levar gli occhi dal soffitto ella domandò:

- Le undici?

- Quasi - rispose il Gueli turbato nel vedersi sotto gli occhi il volto di lei così giacente. - Non andate a letto anche voi?

Fulvia scosse negativamente il capo senza levarlo da la spalliera.

- Rimango? - domandò il Gueli.

- No no, andate pure... - fece ella quasi in uno sbuffo, scotendosi.

- Andrei a casa: non m’incomodereste affatto... - aggiunse il Gueli guardandosi sott’occhi e stirandosi le punte dei baffetti rimasti neri, mentre i capelli fittissimi su la fronte eran già tutti bianchi.

- Grazie. Io aspetto ancora un po’!...

- Vostro marito? Sarà al circolo...

- No. Da un amico, non so...

- Siamo tutti amici al circolo!

Fulvia lo guardò con indolenza quasi sprezzante, e portando le braccia su la poltrona e reclinando la testa tra le spalle alzate:

- Perché mi avrebbe mentito? - disse.

- Per causa vostra: gli fate troppe domande - rispose pronto Maurizio.

Si guardarono tutti e due ad un tratto. Il Gueli, aggrottando le ciglia, rispose:

- Sarebbe forse necessario che attendessimo insieme. Fulvia, vostro marito giuoca da tre sere come un disperato e finisce di rovinarsi e di rovinarvi...

Ella chinò gli occhi sul libro aperto in grembo, svoltando una pagina delle già lette come per riprendere il filo della narrazione.

- Che libro leggete? - domandò Maurizio cangiando tono di voce ed espressione.

- Non leggo - rispose Fulvia chiudendo il libro e levandosi in piedi.

- Basta - fece il Gueli - io passo dal circolo, e se trovo Aldo, ve lo mando subito. Addio, eh!

Dalla soglia si volse:

- Non mi salutate neppure?

- Addio. Grazie - sospirò Fulvia.

Egli le si riappressò lentamente:

- Proprio non potete più soffrirmi?

- Rimanete...

- No vado Ma rispondetemi.

- Che cosa?... Ve ne siete accorto?

- Uh, da tanto tempo!

- E allora... perché venite?

- Seriamente? - domandò il Gueli guardandola fiso negli occhi. - Scusate; non avreste ragione, mi sembra, di dir così...

- Ah sì? - esclamò Fulvia battendosi leggermente la fronte col segnalibro d’avorio. - Vantate per giunta diritti alla mia gratitudine?

- Nessun diritto! - s’affrettò a rispondere il Gueli. - La vostra gratitudine? E perché? Solo...

Fulvia lo interruppe con uno sguardo altero e fermo.

- Oh non temete, so fin dove debbo dire... - rispose egli. - Storie vecchie, lo so! Ma, perché vengo, via! Lo sapete... Abbiate ancora un po’ di pazienza, che diavolo! Tra due o tre anni, sperabilmente, non verrò più a importunarvi con la mia presenza... Adele ha già quindici anni... Ma in fondo poi di che potete lagnarvi? Dopo tant’anni: son quindici? quanti sono? - anche il mio amor proprio, vedete, s’è quietato... Eh sì, eh sì... Ormai son vecchio, Fulvia! Tutta la mia mon-da-ni-tà sapete a che si riduce? Pago l’abbonamento al circolo...

- Perché mentite adesso? - gli domandò argutamente Fulvia. - V’ho domandato forse quel che fate?

Il Gueli s’inchinò portandosi una mano sul petto:

- Toccato! E in cambio, guardate, non vi farò il torto di credervi gelosa.

Fulvia scoppiò a ridere:

- Di voi?

- Perché no? - fece Maurizio sorridendo anche lui. - Suol per altro avvenire... Mi son consolato? Oh, e tanto meglio per me! Mi fa molto piacere che lo crediate. La strana, mia cara, siete voi, perché...

- Io? - interruppe Fulvia.

- Certo! Come no? Franco, eh? Tanto, ci siamo... - Oh, dite pure!

- No. Lo farò dire a voi stessa. Così anzi inganneremo l’attesa.

Fulvia tornò a sdrajarsi su la poltrona e indicò una seggiola al Gueli.

- No, - disse questi - resto in piedi. Un interrogatorio, breve breve, mia cara. Permettete? E lo farò dire a voi stessa. Sposaste a vent’anni, è vero?, mio cugino Aldo.

- Interrogatorio in tutte le forme! - fece ella. - Ma voi non potete esser giudice!

- Perché no? Nessuna passione mi fa più velo...

- E allora, a diciannove anni, se non vi dispiace - corresse Fulvia.

- Amavate allora Aldo?

- No.

- Naturalmente! Né lui vi amava. Fin qui, nulla di strano.

Fulvia rise di nuovo.

- Come no? Se non mi amava, perché m’ha sposata?

- Oh bella! e voi?

- Io non sono andata a cercarlo.

- Parliamo di voi - troncò Maurizio.

Fulvia lo arrestò con un gesto della mano, protestando:

- Non ho voluto scusarmi.

- Bene, - riprese il Gueli - a ogni modo, dopo circa due anni... Se non fu un capriccio, lo pagaste troppo caro... Poco dopo, il timore o il rimorso (diciamo il rimorso), uccise in voi... quel che sentivate per me. Oh, vedete! da quel tempo - è un bel pezzo ormai! - io ho chiuso veramente il mio conto con la vita: pagai allora a lei, in una volta sola, quel tanto di dolori e di noje che le dovevo in cambio delle scarse gioje che m’ha concesso, così, alla spicciolata, da quella trista usuraja ch’essa è; e son rimasto, mia cara, in credito: grosso credito, a cui non intendo affatto rinunziare. Mi sentivo legato a voi da un nodo ormai indissolubile... Ero pazzo, ne convengo. Non intendevo, per esempio, che a voi... - uh, non intendevo tante cose, allora...

- E ora? - domandò Fulvia con fredda ironia.

- Piano! - fece Maurizio. - Mi respingeste; io m’ammalai sul serio; viaggiai per distrarmi (sciocca medicina!)... basta; dopo un anno circa, tornai a voi. Come m’accoglieste! Vi ricordate? «Non temete», vi dissi, «io son guarito. Concedetemi di venir di tanto in tanto...» E voi lo concedeste... per vostra figlia...

- Non l’avessi mai fatto! - esclamò Fulvia.

- Oh, non l’avreste fatto, lo so: - riprese calmo il Guelima proprio in quel tempo, vedete, Aldo ebbe, per mia fortuna bisogno di me per la prima volta.

Fulvia strinse i denti, contrasse il volto e scosse il capo rabbiosamente.

- Perché fate così? - continuò Maurizio. - V’ho io forse pregata di qualche cosa, oltre la vostra concessione? Ho chiesto forse la vostra amicizia? Eh, lo so: vi avrei insultata, chiedendovela! E non l’ho fatto... Ho continuato a venir qui

- E vi par poco? - gli domandò Fulvia guardandolo acutamente.

- Ma non per voi... Via Fulvia, state pur contenta, che avete fatto bene, ammesso anche che vi sia costato un sacrifizio, benché io non intenda perché poi vi debba pesar tanto qualche mio... si qualche mio favoruccio, il più disinteressato che si possa immaginare! State tranquilla: non è fatto a voi, né a vostro marito, e forma l’unica mia felicità, perché posso dire d’aver fatto anch’io qualcuna per la vostra bambina... Guardate: - disgraziatamente Aldo è ancora per una triste china... Il pericolo dunque dura tuttavia: chi meglio di me, con meno disinteresse di me potrebbe difendervi? A chi potreste rivolgervi?

Fulvia scattò in piedi.

- Io? Oh, io, se mai, a chiunque altro, ve l’assicuro, e a qualsiasi patto, tranne che a voi, guardate!

Maurizio Gueli la guardò come compiacendosi dell’accensione del volto di lei per quello scatto d’ira; poi con calma osservò-

- Ho torto io nel dirvi strana?

- Ah, strana per questo? - incalzò Fulvia. - Vi sembra strano...

- Che sentiate siffattamente per me? - terminò Maurizio la frase. - No davvero! Mi sembra anzi naturalissimo...

- E dunque?

- Sebbene ormai - via! Ma agli occhi vostri, si sa, io sono il solo qui, che non soffre nulla, è vero? Anzi, anzi di tanto in tanto vengo a tormi come in premio i sorrisi d’una dolce creatura... Son la prova vivente d’un vostro... delitto, è vero? Adesso lo chiamate forse così - Già! prima per voi delitto era invece il legame che vi accompagnava per forza a un uomo che non vi amava e che non amavate. Ma anche questo è naturale... Strano, mia cara, è quest’altro fenomeno: che voi, ora, siate - lasciatemelo dire - così perdutamente innamorata di vostro marito, anzi - per dir meglio - malata di lui... Com’è avvenuto? Più ci penso, meno riesco a spiegarmelo...

- Come! Eppure - fece Fulvia con beffardo stupore - siete così gran conoscitore di donne voi!

- Voi, invece, mi credete uno sciocco - rispose Maurizio. - E sia! Opinioni... Io vi stimavo così insuscettibile d’amore...

- Ah sì? E ora?

- Ah, lo stesso! Ma...

- C’è un ma?

- Vostro marito.

- Non l’amo? - domandò Fulvia, mostrando con dolcissima grazia quasi paura che il Gueli le rispondesse di no.

- Come? - fece questi un po’ imbarazzato. - No... ecco... prima... bisogna distinguere. Io per dir la verità, mi ci perdo. Perché, sì, questo vostro amore - scusate veh! - mi fa pensare a un pasticcio. Mi spiego: c’entra un po’ di tutto... Ecco, vediamo: Pentimento prima, va bene? Del resto, è naturale, per la gravità del caso... Segreto bisogno di perdono, va da sé. Poi, anche bisogno d’un legame, è vero? la gioventù! e allora: vanità offesa, puntiglio, dispetto... un fermento insomma d’impressioni e di sentimenti, ai quali sa esser campo soltanto il cuore d’una donna...

- L’amo o non l’amo? - domandò Fulvia, passando sopra, dispettosamente, allo sforzo d’analisi del Gueli.

- L’amerete! - rispose Maurizio. - Ma io vorrei spiegarmi il come e il perché...

- A che pro e a che scopo?

- Per amore dell’arte.

- A mezzanotte?

Maurizio tornò a guardar l’orologio, poi con grande serietà disse:

- Non ancora. Mancano venti minuti. Volete sentire la verità? Com’io la pensi? Vi siete trovata innanzi a un uomo...

- A voi? - interruppe Fulvia.

- No: a vostro marito, che non s’è curato mai di voi... lasciatemi dire - né di voi, né della casa, né prima né poi - mai! Accecato da un’altra passione che l’ha quasi tratto alla rovina; fiero, però e sprezzante, ah! quasi orgoglioso del suo delitto - questo sì, delitto: chi spoglia sé, la moglie, la... figlia, la casa, come ha fatto lui, per me, scusate, è un delinquente!

- Un pazzo! - sospirò Fulvia.

- Già, già, benissimo! Dimenticavo infatti che nel pasticcio entra finanche un sentimento di pietà incomprensibile. Sicuro! Per voi è soltanto un pazzo, un povero pazzo... Cercaste di ricondurlo sulla via della ragione? Non v’intese neppure! Andaste a lui, offrendovi, passione contro passione? Fu più forte la sua: vi respinse! Lo minacciaste? Restò indifferente, quasi lasciandovi padrona di fare a piacer vostro, pur di non esser molestato... Ah, c’era veramente, in questo modo d’agire, di che tentare una donna come voi! Ecco alfine un uomo che non è di pasta frolla! Un uomo che finalmente sa essere qualche cosa anche un pessimo arnese, se vogliamo! E frattanto, vi mettete a odiar me, perché non riuscivate a farvi amare da lui! Graziosissimo!... Vi ha egli lasciata oltrepassar mai, in tanti anni che state insieme, il limitare della più lieve confidenza? Mai! V’ha tenuta sempre, diciamo così, fuori la porta. Vi siete messa a picchiare; ma sì! lui era occupato a buttar tutto giù dalle finestre... Quando ha badato a voi? È finanche sfuggito al vostro assedio! E ora, siete rimasti fuori tutti e due... Quasi quasi, qui, il padrone di casa sono rimasto io... Ah, ne combina la sorte! Come una mendicante dietro la porta chiusa, voi aspettate ch’egli ritorni. . .

Maurizio Gueli cavò dalla tasca posteriore un elegantissimo portasigarette, ne trasse una, l’accese, poi tese di nuovo la mano a Fulvia e salutò:

- Buona notte, Fulvia, e buona attesa. Sapete? Ci sarebbe forse un solo mezzo per mettermi alla porta...

- Quale? - domandò Fulvia con ansia affettata.

Maurizio sorrise freddamente.

- Dategli a intendere che vi faccio la corte.

- Temete che lo faccia? - domandò Fulvia e si morse il labbro inferiore.

Maurizio, continuando a sorridere, agitò più volte una mano con l’indice teso; poi disse inchinandosi:

- Son quasi sicuro che non vi crederebbe. Basta. Buona notte. Passo dal circolo, e ve lo mando subito... Buonanotte.

229A  -  La paura

[La Domenica Italiana, 1 agosto 1897]

Si ritrasse dalla finestra con un atto e un’esclamazione di sorpresa; posò sul tavolinetto il lavoro a uncino che aveva in mano, e andò a chiudere, in fretta, ma cauta, l’uscio che metteva quella camera in comunicazione con le altre; poi attese mezzo nascosta dalla tenda dell’altro uscio su l’entrata.

- Già qui? - disse piano, contenta, levando le braccia al petto erculeo di Antonio Serra, lei gracile, piccola, col volto proteso per ricever subito il solito bacio furtivo.

Ma l’uomo si schermì, turbato.

- Non sei solo? - domandò, ricomponendosi a un tratto, Lillina Fabris. - Dov’hai lasciato Andrea?

- Son tornato prima, stanotte... - rispose con tono ruvido il Serra, e aggiunse, come per mitigar la prima espressione: - Con una scusa... Era vero, per altro: dovevo trovarmi qui di mattina, per affari...

- Non m’hai detto nulla... - lo rimproverò ella dolcemente. - Potevi avvisarmene... Che hai?

Il Serra la guardò quasi odiosamente negli occhi; poi, a bassa voce, ma vibrata, proruppe:

- Che? Temo che tuo marito sospetti di noi...

Ella restò, come se un fulmine le fosse caduto da presso; e, con stupore pieno di spavento:

- Andrea? Come lo sai? Ti sei tradito?

- No, tutti e due, se mai! - s’affrettò egli a rispondere. - La sera della partenza...

- Qui?

- Sì; mentr’egli scendeva... Andrea scendeva innanzi a me, te ne ricordi? con la valigia... Tu facevi lume dalla porta, è vero? e io nel passare...

Lillina Fabris si portò ambo le mani sul volto; poi le scosse in aria:

- Ci ha visti?

- M’è parso che si sia voltato, scendendo... - aggiunse egli con voce arida e cupa. - Non ti sei accorta di nulla tu?

- Io no, di nulla! Ma dov’è? Andrea dov’è?

Il Serra, come se non avesse udito la domanda angosciosa della piccola amante, di cui non aveva mai intuito la grandezza dell’animo e dell’amore, riprese cupamente: - Dimmi: m’ero messo a scendere, quand’egli ti chiamò?

- E mi salutò! - esclamò ella. - Anche con la mano... Fu dunque nello svoltare dal pianerottolo giù?

- No, prima... prima...

- Ma se ci avesse visti...

- Intravisti, se mai... Un attimo!

- E t’ha lasciato venir prima? - rispose ella con crescente angoscia... - Ma sei ben sicuro che non è partito?

- Sicurissimo! Di questo, sicurissimo... E prima delle undici non c’è altra corsa dalla città...

Guardò l’orologio, e si rabbuiò in volto.

- Sta per venire... E intanto noi... in questa incertezza... sospesi così in un abisso...

- Taci, taci, per carità! - pregò ella. - Calma... Dimmi tutto... Che hai fatto? Voglio saper tutto.

- Che vuoi che ti dica? In questo stato, le cose più insignificanti ti sembrano allusioni; ogni sguardo, un cenno...

- Calma... calma... - ripeté ella.

- Sì, calma: trovala!

E il Serra si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani. Poco dopo riprese, fermandosi:

- Qui, ti ricordi? prima di partire, discutevamo io e lui su la maledetta faccenda da sbrigare in città... Lui s’accalorava...

- Sì, ebbene?

- Appena in istrada, Andrea non parlò più: andava a capo chino; lo guardai, era turbato, le ciglia aggrottate... «S’è accorto!» pensai. E non parlavo: temevo che la voce mi tremasse; tremavo tutto... Ma, a un tratto, con aria semplice, naturale, nella fresca tranquillità della notte, per via: «Triste, è vero.», mi fa «viaggiar di sera, lasciar di sera la casa...»

- Così?

- Sì. Gli sembrava triste anche per chi resta... Poi, una frase... (sudai freddo!): «Licenziarsi a lume di candela su una scala...».

- Ah questo... come lo disse? - esclamò ella colpita.

- Con la stessa voce... - rispose il Serra - naturalmente... Io non so; lo faceva a posta! Mi parlò dei bambini che aveva lasciati a letto, addormentati; ma non con quella amorevolezza semplice che rassicura... - e di te.

- Di me?

- Sì, ma mi guardava.

- Che disse? - domandò ella tutta sospesa.

- Che tu ami molto i suoi bambini...

- Nient’altro?

- In treno, ripigliò il discorso sulla lite da trattare... Mi domandò dell’avocado Gorri, se lo conoscevo.

- Zitto! - lo interruppe ella, pronta.

Entrò la serva a domandar se era tempo d’andare pei bambini mandati quella mattina dai nonni paterni. Non doveva ritornare quel giorno il padrone? Le vetture erano già partite per la stazione.

Lillina, indecisa, rispose alla serva che attendesse ancora un poco, e che intanto finisse d’apparecchiare di là. Rimasti novamente soli, si guardarono smarriti; e lui ripeté:

- Sarà qui tra poco...

Ella gli strinse forte il braccio, rabbiosamente:

- Ma dimmi qualche cosa! Non hai saputo accertarti di nulla? È mai possibile che lui, così violento, col sospetto nell’anima, abbia saputo fingere in tal modo con te?

- Eppure... - fece egli battendo le mani. - Che la mia diffidenza m’abbia reso insensato fino a tal segno? Più volte, vedi, attraverso le sue parole m’è parso di legger qualcosa... Un momento dopo mi dicevo rinfrancandomi: «No, è la paura!».

- Paura, tu?

- Io, sì! Perché egli ha ragione... - dichiarò, nella sua grossezza, il Serra con la spontaneità del più naturale convincimento. - L’ho studiato, spiato tutti i momenti: come mi guardava, come mi parlava... Sai ch’egli non è solito di parlar molto... eppure, in questi tre giorni, avessi inteso! Spesso però si chiudeva a lungo in un silenzio inquieto; ma ne usciva, ogni volta, ripigliando il discorso sul suo affare. «Era preoccupato di questo?», allora mi domandavo, «o di ben altro? Forse ora mi parla per dissimularmi il sospetto...» Una volta mi parve finanche che non avesse voluto stringermi la mano... Bada, s’accorse che gliela porgevo: si finse distratto; era un po’ strano veramente - fu il domani della nostra partenza. Fatti due passi, mi richiamò. «S’è pentito!» notai subito. E infatti disse: «Oh, scusa... dimenticavo di salutarti! Fa lo stesso...». Mi parlò altre volte di te, della casa; ma senz’alcuna intenzione apparente... Mi pareva tuttavia che evitasse di guardarmi in faccia... Spesso ripeteva tre, quattro volte la stessa frase, senza senso comune... come se pensasse ad altro... E mentre parlava di cose aliene, a un tratto, trovava modo d’entrar bruscamente a riparlarmi di te o dei bambini, figgendomi gli occhi negli occhi, e mi faceva qualche interrogazione... Ad arte? chi sa! sperava di sorprendermi? Rideva; ma con una gaiezza brutta nello sguardo...

- E tu? - domandò ella pendendo dalle labbra di lui.

- Io? sempre sull’attenti... Lillina Fabris scosse il capo con sdegno iroso: - Si sarà accorto della tua diffidenza... - Se sospettava di già! - fece egli, scrollando le grosse spalle.

- Si sarà confermato nel sospetto! - rimbeccò lei. - Poi, null’altro?

- Sì... la prima notte, all’albergo... - riprese avvilito il Serra. - Ha voluto prendere una stanza in comune, con due letti. Eravamo coricati da un pezzo... s’accorse che non dormivo, cioè... s’accorse, no: eravamo al buio! - lo suppose. E bada... figurati! io non mi movevo - lì di notte... nella stessa camera con lui, e col sospetto ch’egli sapesse... - figurati! tenevo gli occhi sbarrati nel buio, in attesa... chi sa! per difendermi, se mai... A un menomo atto, sarei balzato dal letto... E allora... Ma, capisci? vita per vita, meglio la sua che la mia... A un tratto, nel silenzio, sento proferire queste precise parole: «Tu non dormi».

- E tu?

- Nulla. Non risposi. Finsi di dormire. Poco dopo egli ripeté: «Tu non dormi». Io allora lo chiamai. «Hai parlato?» gli domandai. E lui: «Sì, volevo sapere se dormissi». Ma non è vero, non interrogava sai, dicendo: «Tu non dormi», proferiva la frase con la certezza ch’io non dormivo, ch’io non potevo dormire... capisci? O almeno, m’è parso così...

- Null’altro? - ridomandò ella.

- Null’altro... Non ho chiuso occhio due notti.

- Poi, con te, sempre lo stesso?

- Sì, lo stesso...

Ella stette un po’ a pensare, con gli occhi appuntati nel vuoto; poi disse lentamente come a se stessa:

- Tutte queste finzioni... lui!... Se ci avesse visti...

- Eppure s’è voltato, scendendo... - obbiettò il Serra

Ella lo guardò negli occhi un tratto, come se non avesse inteso.

Sì, ma non si sarà accorto di nulla! Possibile? Nel dubbio... - fece egli.

- Anche nel dubbio! Non lo conosci... Dominarsi così lui, da non lasciare trapelar nulla... Che sai tu? - Nulla! Ammetti pure, che ci abbia visti, mentre tu passavi e ti chinavi verso me... Se fosse nato in lui il menomo sospetto... che mi avessi baciata... ma sarebbe risalito... oh, sì!, pensa, pensa come saremmo rimasti!... No, senti, no: non è possibile! Hai avuto paura, nient’altro! Paura, tu, Antonio!... No, no, egli non ha potuto pensar male... Non ha ragione di sospettar di noi: mi hai trattata sempre familiarmente innanzi a lui...

Rallegrato internamente dall’improvvisa fiducia concepita dall’amante, il Serra volle tuttavia insistere nel dubbio angoscioso per il piacere d’essere maggiormente rassicurato da lei:

- Sì; ma il sospetto può nascere da un momento all’altro. Allora, capisci?, mille altri fatti avvertiti appena, tenuti in nessun conto, si colorano improvvisamente; ogni accenno indeterminato diventa una prova; poi il dubbio, certezza: ecco il mio timore.. .

- Bisogna esser cauti... - rispose ella.

Deluso, il Serra provò un senso d’irritazione contro l’amante:

- Ora? Te l’ho sempre detto!

Ella lo guardò sdegnosa:

- Mi rinfacci adesso?

- Non rinfaccio nulla! - rispose egli vieppiù irritato. - Ma puoi negare che tante volte t’ho detto: Bada! E tu...

- Sì... Sì... - confermò ella, come nauseata.

- Non so che gusto ci sia - continuò egli - a lasciarsi scoprire così... per nulla... per una imprudenza da nulla... come tre sere fa... Sei stata tu...

- Sempre io, sì...

- Se non era per te!

- Sì, - fece ella alzandosi con un ghigno di scherno - la paura!

Sferzato, il Serra irruppe:

- Ma ti pare che ci sia da stare allegri, tu e io? tu, specialmente!

Si rimise a passeggiar per la stanza, fermandosi di tratto in tratto e parlando quasi tra sé:

- La paura... Credi che non pensi anche a te? La paura... Ci fidavamo troppo, ecco! Sì, e adesso tutte le nostre imprudenze, tutte le nostre pazzie mi saltano agli occhi, vedi, e mi domando, com’ha fatto a non sospettar di nulla finora...

Colpita dall’accusa dell’amante, ella si portò le mani al volto e confermò:

- È vero... è vero... lo abbiamo troppo ingannato...

Stettero un lungo tratto in silenzio; poi riaprendo il volto, ella riprese:

- Mi rimproveri adesso? È naturale! Sì, ho ingannato un uomo che si fidava di me, più che di se stesso. Sì, e la colpa è mia, infatti.

- Non ho voluto dir questo - diss’egli sordamente, continuando a passeggiare.

- Ma sì, ma sì... - riprese ella con febbre, andandogli incontro. - Lo so, e guarda, puoi anche aggiungere che con lui ero fuggita da casa mia, sì, e che lo spinsi io, quasi, a fuggire - io, perché lo amavo, sì - e poi l’ho tradito con te! È giusto che ora tu mi condanni, giustissimo! Ma io, senti, io ero fuggita con lui perché lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete, tutta questa agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sarei andata via con lui... Ma egli si sa, doveva scusarsi innanzi agli altri della leggerezza a cui s’era lasciato andare, egli uomo serio, posato... Eh già! la follia era commessa: rimediarvi, adesso! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col rifarmi una casa ricca, piena d’ozio... Così, ha lavorato come un facchino; non ha pensato che a lavorare, sempre; senza desiderare mai altro da me che la lode per la sua operosità, per la sua onestà... e la mia gratitudine, anche! Già, perché sarei potuta capitar peggio!... Era un uomo onesto, lui; mi avrebbe rifatta ricca, lui, come prima, più di prima... A me, questo, a me che ogni sera lo aspettavo impaziente, felice del suo ritorno... Tornava a casa stanco, affranto, contento della sua giornata di lavoro, preoccupato già delle fatiche del domani... Ebbene, alla fine, mi sono stancata anch’io di dover quasi trascinar quest’uomo ad amarmi per forza, a rispondere per forza al mio amore. La stima, la fiducia, l’amicizia del marito pajono insulti alla natura in certi momenti... E tu te ne sei approfittato, tu che ora mi rinfacci l’amore e il tradimento, ora che il pericolo è venuto, e hai paura, lo vedo: hai paura! Ma tu che perdi? Mentre io...

- Consigli a me la calma! - disse freddamente il Serra. - Ma se ho paura... è pure per te... pe’ tuoi figli...

- I miei figli, tu, non nominarli! - gli gridò ella ferita, con gli occhi lampeggianti d’odio. - Innocenti! - soggiunse poi, rompendo in lacrime.

Il Serra la guardò un pezzo, poi più urtato che turbato, disse:

- Adesso piangi... Me ne vado...

- Ora? ora? - singhiozzò ella. - Si sa, ora non hai più nulla da far qui...

- Sei ingiusta! - riprese egli pigiando su le parole. - T’ho amata, come tu mi hai amato, lo sai! T’ho consigliato prudenza: ho fatto male? Più per te, che per me: sì, perché io, nel caso, non perderei nulla - lo hai detto tu... Su, su, Lillina... rimettiti... È inutile adesso ogni recriminazione... Egli non saprà nulla; tu lo credi, e sarà così... Anche a me ora par difficile ch’egli si sia potuto dominare fino a tal segno... Non si sarà accorto... e così... su, su... nulla è finito... Noi saremo...

- Ah, no! - lo interruppe ella alteramente. - No! come vuoi, ormai? No, è meglio finirla...

- Come credi... - fece il Serra semplicemente.

- Ecco il tuo amore! - esclamò ella indignata.

Il Serra le venne incontro quasi minaccioso: - Ma vuoi farmi impazzire?

- No, è meglio veramente finirla... - riprese ella - e fin da ora; qualunque cosa sia per accadere. Tra noi tutto è finito. Senti, e sarebbe anche meglio, ch’egli sapesse ogni cosa... Meglio, meglio, sì! Che vita è la mia? Te la immagini? Non ho più diritto d’amar nessuno io! Neanche i figli miei... Se mi chino per dar loro un bacio, mi par che l’ombra della mia colpa si projetti su le loro fronti immacolate! No... no... Mi torrebbe di mezzo? Lo farei io, se non lo fa lui!

- Adesso non ragioni più... - disse egli placido e duro.

- Davvero! - continuò Lillina. - L’ho sempre detto! È troppo... è troppo... Non mi resta più nulla, ormai...

Poi, facendo forza a se stessa per rimettersi, soggiunse:

- Va’, va’ adesso... ch’egli non ti trovi qui...

- Come... debbo andare? - fece il Serra perplesso. - Lasciarti? Ero venuto a posta... Non è meglio che io...

- No, - lo interruppe ella - qui non deve trovarti. Torna però, quand’egli verrà, da qui a poco. La maschera dobbiamo portarla ancora insieme. Torna presto, e calmo, indifferente... non così! Parlami innanzi a lui, rivolgiti spesso a me... intendi? Io ti seconderò...

- Sì... sì...

- presto. Ma... se mai...

- Se mai?

Ella stette soprappensiero un tratto; poi, scrollando le spalle:

- Nulla, tanto...

- Che cosa? - domandò il Serra confuso.

- Nulla... nulla... Ti dico: addio!

- Ma dunque, davvero... - si provò egli a dire.

- Va’ via! - lo interruppe subito ella sprezzante.

E il Serra andò via promettendo:

- A tra poco.

Ella restò in mezzo alla stanza, con gli occhi appuntati biecamente, come in un pensiero truce, che assumesse forma d’immagine reale innanzi a lei. Poi scosse il capo ed esalò l’interna ambascia in un sospiro di stanchezza desolata. Si stropicciò forte la fronte, ma non riuscì a scacciare il pensiero dominante. Andò un po’, inquieta, per la stanza; si fermò innanzi a uno specchio a bilico in fondo, presso l’uscio; la propria immagine riflessa dallo specchio la distrasse, e si allontanò. Andò a sedere innanzi al tavolinetto da lavoro, e vi si piegò sopra, col volto nascosto tra le braccia; poco dopo rialzò il capo mormorando:

- Non avrebbe risalito la scala? con una scusa... Mi avrebbe trovata lì... dietro la finestra a guardare...

Scosse di nuovo la testa, atteggiando il volto a sprezzo e nausea, e aggiunse:

- Se non fu la paura... Ha tanta paura! Ah, ma ora è finita... È finita... Dio, ti ringrazio! I miei bambini.. i miei bambini... Povero Andrea!

230A  -  La scelta

[Ariel, 10 aprile 1898]

Tanto magro, quanto lungo; e più lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt’a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in su, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente inarcato, come quel d’un pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli andava su e giù ogni qual volta deglutiva.

Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio, con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la testa secchissima sarebbe sprofondata intera intera, se non fosse stato per le orecchie che reggevano le tese: vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia; così che la piccola faccia ossuta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva così caratteristica la sua fisonomia. Si sforzava di tener continuamente tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino non potendo per le labbra così imprigionate, gli scappava per gli occhi, più arguto e beffardo che mai.

Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.

Il dì dei morti è di festa pei fanciulli di Sicilia. La Befana (forse perché nelle case delle città e dei borghi dell’isola non c’è camini, per la cui gola ella possa introdursi) non fa regali laggiù. Li fanno invece i morti alla vigilia della loro festa, su la mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano in memoria di loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto però ai bambini savii. Più savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender così, paurosamente, la fantasia dei figliuoli. Mia madre mi mandava senz’altro con l’ajo Pinzone alla fiera dei giocattoli.

Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii mi costava la scelta in quella fiera.

Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni mi voltavo di qua e di là perplesso e di ciascuno ascoltavo un tratto l’elogio della propria merce, mentre altre mani m’invitavano con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e altre voci mi gridavano di non prestar fede a quel che l’uno mi decantava; così che avrei dovuto inferire che in nessuna parte avrei trovato il mio bene, che viceversa poi si trovava in ciascuna baracca.

Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio, sottraendomi a forza a gli allettamenti di questo o di quel venditore:

- Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare... Fa’ prima il giro della fiera; quando avrai tutto veduto, sceglierai...

Nell’accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi allontanare così tirato per un braccio, scagliavano ingiurie e imprecazioni contro il povero Pinzone. Egli però sogghignava, tentennando la testa sotto la furia delle male parole e rispondeva soltanto a me, ripetendomi:

- Non dar retta: ti vogliono imbrogliare...

Alcuni erano più aggressivi; saltavano dal banco con un giocattolo in mano e ci attorniavano e c’impedivano il passo, l’uno offrendomi una trombetta, per esempio, l’altro una vaporiera di latta a cui s’agganciavano due o tre vagoncini; un terzo, un tamburello; e tutti e tre strillavano a Pinzone:

- Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel che desidera. Deve forse scegliere a vostro gusto: Non vedete che vuole la trombetta:

- Ma che trombetta! Vuol la ferrovia! Guarda: cammina sola...

- Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabrà, brabrà... Le bacchette col fiocco... Tieni, prendi, bello mio! Non dar retta a codesto vecchiaccio...

Io guardavo negli occhi Pinzone.

- Lo vuoi? - mi domandava questi allora.

E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch’era negli occhi suoi e nel tono della sua domanda.

Così facevamo il giro della fiera; poi, come quasi ogni anno, finivo per ritornare innanzi alla baracca dove si vendevano le marionette, ch’eran la mia passione. Ahimè, ma anche lì tra i paladini di Francia e i cavalieri Mori, lucenti nelle loro armature di rame e d’ottone, esposti in lunghe file su cordini di ferro, ero costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli via tutti. Quale fra tanti?

- Prenda Orlando, signorino! - mi consigliava il venditore. - Il più forte campione di Francia: glielo do per dieci lire e cinquanta...

Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, gli saltava addosso, esplodeva:

- Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi... Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E poi, sì! Campione di Francia... era un pazzo furioso...

- Prenda allora Rinaldo da Montalbano... - Peggio... Ladro! - esclamava Pinzone.

E Astolfo era millantatore, e Gano traditore... breve, su ogni marionetta che quegli mi presentava Pinzone trovava da ridir qualcosa, finché il venditore seccato non gli gridava:

- Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo e il buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se no la rappresentazione non si può fare...

Son passati tant’anni; Pinzone è morto. Io non ho ancora, per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia cagione d’affliggermi di quel che prima così ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella barba; ma confesso che da un po’ di tempo a questa parte guardo con più pungente invidia un quadretto, nel quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e una fida marionetta in mano, - tanto carino, lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di questo sentimento d’invidia che provo innanzi al mio ritratto da fanciullo.

Perché dovete sapere ch’io vado ancora alla fiera. Non è più quella dei giocattoli (quantunque pur ve ne siano parecchi, né manchino le marionette): è una fiera molto più grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le eroine de’ miei romanzi e delle mie novelle. Ora l’invidia mia segue da questo: che mentre io, fanciullo, finivo a un certo punto col non prestar più ascolto alle taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto infiammato alle lusinghe del venditore della baracca dei burattini; oggi sento che Pinzone, non solo vive ancora dentro di me, ma su me esercita un potere veramente tirannico, e mi guasta e mi spenge ogni gioja. Né, per quanto faccia, posso più levarmelo dattorno.

«Vedi, figlio mio», mi va ripetendo egli continuamente all’orecchio, «vedi che malinconia di fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta d’oro: d’oro il cielo, d’oro gli alberi, d’oro il mare... Oro falso, figlio mio! Cartapesta indorata! E vedi che razza di eroi t’offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri, gl’ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessità un impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e affliggente. Praticando con te a tua insaputa, mi son venuto man mano istruendo un po’. Or io ti domando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che l’arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che valore avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo’ di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo: “Tanto peggio per te, caro mio!”.

«In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa così perfida, che gli scrittori non possono farci nulla; e quanto più son fedeli nel ritrarla, tanto più l’opera loro è condannata a perire. Che virtù di resistenza vuoi che abbiano contro il tempo le creature dell’arte nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre impulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e nella discordia dei più opposti consigli; questi miseri, inani, affliggenti fantocci che può offrirti soltanto la fiera odierna?»

Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di continuo Pinzone. Io mi guardo intorno, e non so rispondergli nulla. Ah, chi saprebbe, chi saprebbe crearmi, per tappargli la bocca, un eroe, non qual’è, ma quale dovrebbe essere?

231A  -  Alberi cittadini

[Il Marzocco, 4 marzo 1900]

Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile!

Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.

Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli alberetti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal miraggio della città, hanno abbandonato le loro campagne e son venuti qui a intristirsi, a smarrirsi nel laberinto d’una vita che non è per loro. E immaginando il pentimento amaro e sconsolato di questi infelici e il rimpianto della terra lontana, della vita semplice e buona che vi traevano un giorno, prima che la maledetta tentazione la recasse loro a dispetto accendendo le lusinghe d’altra fortuna; immagino anche di qual viva e spontanea letizia di germoglio si animerebbero all’aperto questi miseri alberetti; come brillerebbero le loro foglie e come si stenderebbero ad abbracciar l’aria pura questi rami aggranchiti, attediati.

Ecco: il breve cerchio che il lastrico della via lascia attorno al tronco, è tutta la loro campagna; per esso la terra beve a stento l’acqua del cielo e respira. Questo breve cerchio è pur talvolta coperto da una grata di ferro, per una protezione che può anche sembrare maggior crudeltà: i poveri alberi allora par che vengan su da una carcere, condannati a star lì; e dormono e sognano tristi, scotendosi di tanto in tanto, quasi per brivido di commozione, alle notizie che il vento lieve reca loro da lontano, dai campi già rinascenti al sorriso del nuovo aprile.

Ah, lo sentono anch’essi, i poveri alberi della città: sentono anch’essi un non so che nell’aria ilare e fresca. Sotto il duro lastrico opprimente, alberi in esilio, la terra vi parla del rinnovato amor del sole, e voi fremendo l’ascoltate, beati nel pensiero ch’ella non si è dimenticata di voi lontani, di voi sperduti fra il trambusto della città. Sotto le case innumerevoli che la schiacciano, sotto le selci calpestate di continuo dagli uomini irrequieti, ella vive, vive, e voi sentite con le radici l’ardore di questa sua novella vita che non sa tenersi nascosta e schiuma quasi di tra le selci in tenui fili d’erba. Ah, voi forse, mirando quei verdi ciuffi timidi, concepite la folle speranza che la terra voglia far le vostre vendette, invader la città per riscattarvi; e vedete in sogno quei ciuffi crescere, e la via diventare un prato e la città campagna!

Sì, ma che fanno intanto quegli stradini accosciati, curvi sul selciato? che raschiano? - Lo domandate a un passero che dai tetti è venuto a posarsi su voi; e il passero garrulo e pettegolo vi risponde sghignando:

- E non vedete? Son barbieri: fan la barba alla via.

Ma più triste ancora è la sorte di altri alberi cittadini, che non debbon soltanto scortare, in ordinata processione lungo i marciapiedi delle vie, le insulse e laide nostre vanità; ma che, in ordine più serrato, fondendo le varie corone, son costretti a formare quasi un portico vegetale.

Le cesoje del giardiniere han pareggiato simmetricamente le cime di questi alberi e internamente hanno imposto ai rami la curva d’una galleria e, ai lati, gli archi d’un loggiato.

Così svisati, con sapiente barbarie mutilati, a chi posson più davvero parer belli e far piacere questi alberi? Confesso che a me danno un senso di ribrezzo, come se mi offrissero uno spettacolo di perpetua tortura. E mi vien voglia di gridare: «Ma costruite di pietra i vostri portici! Questi son esseri vivi, che soffrono e fan soffrire: è crudele impedir loro così la viva spontaneità del germoglio, l’espansione della vita!».

E non sapete, o giardinieri d’Italia, che la pena di morte è abolita fra noi? Per chi osi alzar la testa oltre le corde livellatrici delle leggi, che stanno a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, non c’è più il boja che gliela tagli. Or perché quella povera fronda che voglia spingersi un po’ oltre la linea imposta dalle vostre forbici dev’essere decapitata?

Per quegli alberi, o giardinieri, il vostro mestiere è ancor quello del boja!

E so d’un albero nato, non si sa come, in un angusto sudicio cortile presso una brutta via affollata di vecchie case. Quel povero albero s’era levato dritto dritto sul magro stelo cinereo, con evidente sforzo, con evidente pena, quasi angosciato nel desiderio di vedere il sole e l’aria libera dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. E finalmente c’era arrivato!

Come brillavan felici le frondi della cima, e quanta invidia destavano in quelle che stavan giù senz’aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami in autunno, le foglie di lassù eran più felici: volavan via col vento in alto, cadevan su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivan nel fango della via, calpestate.

In tutte le stagioni, all’ora del tramonto, quell’albero si popolava d’una miriade di passeri, che pareva dessero convegno da tutti i tetti della città. Più d’ali che di foglie palpitavano allora quei rami; pareva che ogni foglia avesse voce, che tutto l’albero cantasse fremebondo.

Dalle finestre delle case i bambini assistevano, sorridendo storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante. Talvolta, un vecchietto si affacciava a una finestra e batteva due volte le mani: allora, d’un tratto, come per incanto, tutto l’albero taceva, esanime. Di lì a poco però, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridio e di quello degli altri e il concento diveniva man mano più fitto, più assordante di prima.

Ora avvenne che il proprietario della casa, entro al cui cortile l’albero era cresciuto, un bel giorno pensò di alzar tutto in giro le mura per fabbricare un altro piano. E allora l’albero che con tanto stento s’era guadagnata la libertà del sole, dell’aria aperta, piegò avvilito la cima, si curvò sul tronco.

«Su! su!» pareva gli gridassero dalle grondaje i passeri che abitavan su quel tetto, e spiccavano il volo per incitarlo più davvicino a rizzarsi: «Su! su!». E forse anche loro ripetevano al vecchio albero quelle solite frasi, quegli inutili consigli, quei vani ammonimenti che soglion darsi ai caduti, a gli sconsolati: «Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! rialzati!».

Ma il vecchio albero non aveva ormai più forza di rigoglio: aveva stentato tanto per arrivare fin lassù, a quell’altezza: più su, ormai, non poteva più andare. Meglio morire.

Ancora sul tramonto si raccoglievan su lui a mille a mille i passeri a far sbaldore. Ma non più l’albero pareva cantasse tutto. I passeri vivevano: l’albero era morto, piegato su se stesso. E invano quelli col loro gridio tentavano di richiamarlo in vita.

232A  -  Prudenza

[Il Marzocco, 17 marzo 1901]

[Qualche idea verrà maturata in Uno nessuno e centomila, come l’episodio del taglio della barba e i pensieri del barbuto nel vedersi rasato sono anche i pensieri di Vitangelo Moscarda nel vedere se stesso nello specchio quando cerca di fare la prima conoscenza di se stesso]

Data memorabile per me il 12 aprile del 1891.

Avevo compito da circa un mese trentaquattro anni. Da un pezzo mi notavo nel volto, e precisamente alla coda degli occhi e su la fronte, certi lievi solchi che mi pareva non si potessero ancora chiamar propriamente rughe. Credevo almeno che il numero degli anni miei potesse tuttavia permettermi di non chiamarli tali. Momentanei increspamenti de la pelle, che - sotto l’azione del pensiero, del riso, dell’abituale atteggiarsi della fisonomia - erano divenuti stabili. Ma rughe, no.

Scorgevo inoltre da un pezzo nella barba e per entro alla folta e fluente capigliatura poetica (povera poesia, perduta coi capelli, come la forza di Sansone!) qualche... sì, peli bianchi, insomma... più d’uno. E m’assoggettavo ogni mattina, davanti allo specchio dell’armadio, a un supplizio in uso non ricordo bene presso quali popoli civili dell’antichità o dell’evo medio: al supplizio della depilazione.

Quante volte, ahimè, insieme con qualche pelo bianco della barba non mi strappai dagli occhi lagrime sincere di fitto acutissimo dolore!

Inferocivo contro me stesso.

Il pelo, profondamente radicato, mi sfuggiva dalle dita crudeli, resisteva allo strappo due o tre volte. Mi asciugavo le lagrime sul volto contratto dallo spasimo, e lì, daccapo, a tentare con maggior violenza per la quarta volta.

Ma più ne strappavo, e più me ne scoprivo di giorno in giorno. - Oh mia magnifica barba, un tempo orgoglio, ora tortura per me!

Ero ormai giunto al bivio. Quel supplizio giornaliero non era più a lungo sopportabile. Tra parer vecchio o parer brutto, a una determinazione dovevo pur venire alla fine, non volendo assolutamente ricorrere alla scappatoja, del resto inutile e sudicia, della tintura.

Debbo aggiungere che alla vanità si unì, in quei giorni, la prudenza, cioè la più cordialmente antipatica, la più tabaccosa, la più vigliacca tra le tante e tante virtù che vessano il genere umano. Già, a sentir certi moralisti, altro che virtù! è la moderatrice delle virtù, ordinatrice degli spiriti, maestra dei costumi. E le hanno dato tre occhi in testa: figuratevi come dev’essere carina! [1]

Di che cuore, se avesse un corpo, oggi le darei un calcio a quella virtù! Ma allora, pur troppo, fui così sciocco da darle ascolto. Incontratala sul mio cammino, mi ammogliai con lei e diventai subito il padre di me stesso: cominciai a darmi consigli e ammonimenti e a chiamarmi: Figlio mio.

Vivevo da circa tre anni in compagnia, oltre che delle nove muse, d’una donna, la quale non si stancava di ripetermi che le piacevo tanto tanto con quei capelli lunghi e con quel barbone. Gusti![2] A me, lei, però non piaceva più da parecchio tempo, in nessuna maniera. E non sapevo come liberarmene.

Un benefattore mi aveva promesso un discreto collocamento, a patto però ch’io troncassi quella relazione, pretesto a tante ciarle, e mi tagliassi almeno i capelli, poiché la zazzera non conveniva punto - diceva - alla qualità dell’impiego procuratomi.

E allora io, reso già padre da quella virtù su lodata, e non sospettando neppur lontanamente che quel benefattore avesse meditato il disegno di darmi in isposa sua figlia, magnifico mostro in gonnella: - Cosimo, figlio mio, che fai? I versi hai visto? non son arte guadagnare. Hai già trentaquattro anni. Quella donna ti secca mortalmente e ti danneggia. L’impiego è buono: dignitoso e lucroso. Su, su, figlio mio! Via questi capellacci, e via anche il barbone, se proprio proprio non te la senti di portartelo a spasso tutto bianco: precocemente, come tu credi.

Fin dall’infanzia (potete bene immaginarlo) non ebbi mai amicizia coi barbieri. Credo anzi che questi mi dovessero tutti, e a ragione, odiare. Per la qual cosa, uscendo la mattina di quel memorabile 12 aprile, già deliberato al sacrifizio, mi parve di andarmi a rendere a discrezione d’un nemico. Che ne avrebbe egli fatto di me? Non sapevo assolutamente concepirmi sbarbato e coi capelli corti. E, via facendo, mi lisciavo, mi carezzavo l’ultima volta la mia bella barba moribonda.

Non so quanto gironzassi, sospeso nella scelta del boja. Non una Barbieria in città: tutti Saloni, tutti, anche il più umile e angusto bugigattolo! e per ogni presuntuoso Parrucchiere, anacronismo vestito e calzato, per lo meno cento Coiffeurs, cento Hair Cutting’s.

«Imbecilli! Depauperatori della nostra lingua!»

Mi fermavo un tantino, sì e no, innanzi a gli usci a vetri, a spiar trepidante attraverso le tendine.

«No: troppo lusso! troppi specchi! Questo è un salone per damerini... Altrove! altrove!»

Mi sentivo io stesso avvilito della suggezione che, non solo quei cani, ma anche i loro clienti m’incutevano sentivo che, con quella mia zazzera, io dovevo esser per loro oggetto di derisione. Stanco morto, alla fine, e al colmo dell’esasperazione scoperta (miracolo!) una modesta insegna di Barbiere in una piazzetta fuorimano, mi cacciai senz’altro, aggrondato, feroce, entro la botteguccia.

Il vecchio barbiere, il suo commesso e i due clienti allora sotto il ferro si voltarono tutt’e quattro a un tempo a guardare, come se fosse entrato un selvaggio. Dopo avermi ben bene osservato da capo a piedi, il vecchio mi disse:

- Abbia pazienza un momentino, signore. Ecco, s’accomodi.

E m’indicò un logoro divanuccio sotto uno specchio a muro graziosamente dalle mosche punteggiato d’una miriade di nerellini...

Notai la signorile disinvoltura, la familiarità con cui quegli scorticatori trattano i loro clienti. «Anch’io sarò trattato così, tra breve», pensavo, commiserandomi amaramente. «Sì, ma intanto che dirò? Se dicessi che torno da un lungo viaggio?»

Di tratto in tratto il giovine mi volgeva un’occhiata glaciale, sforbiciando per aria, come per non far perdere l’appetito al suo strumento di tortura.

Venne finalmente la mia volta.

- Il signore vorrebbe accorciati un tantino i capelli?

Guardai fiso negli occhi quel giovine per fargli intender bene che non ero uomo da farmi canzonare da lui, e risposi pigiando su le parole:

- Li voglio tagliati, non accorciati. E voglio anche rasa la barba.

A quest’ordine perentorio, il giovine si turbò alquanto e, come per prender consiglio, rivolse uno sguardo al padrone il quale avendo felicemente allestita la sua vittima, si disponeva ad andar via fregandosi le mani. Certo a colui era passato per la mente il sospetto ch’io fossi un uomo di mal’affare, e che volessi dopo qualche marachella, alterare i miei connotati.

- Interamente rasa? - mi domandò perplesso.

- Ma si può forse radere a metà? - gli feci io stizzito.

- Ubbidisci ai comandi del signore, - tagliò corto il vecchio barbiere, ma più per ammansar me, che per redarguire il giovine. E se ne andò via.

Quegli allora, senza aggiungere altro, m’avvolse con poco garbo nell’accappatojo; versò dal bricco l’acqua tepida nel bacile; prese una forbice e... zàc! mi portò via mezza barba.

- Che fate: - gli gridai. - V’ho detto rasa! rasa!

- Sissignore, - mi rispose, guardandomi con una certa meraviglia mista di commiserazione. - Ma capirà! se prima non si taglia...

E seguitò a tagliare. Io non ebbi il coraggio di guardarmi nello specchio. Quegli prese a insaponarmi sbadatamente, stropicciandomi insieme col pennello tutte le dita su la faccia. Questa prima operazione, che mi parve troppo confidenziale, durò circa un quarto d’ora. Come se nel mentre il mal’animo gli fosse sbollito, posando il pennello, il giovine mi domandò:

- Non se l’era rasa da parecchi anni, è vero?

- Mai! - gli risposi. - Questa è la prima volta.

- E si vede, sa! Eh, bisognerà lasciarla rammorbidire un bel pezzo col sapone. Io intanto affilo il rasojo. Ne affilo anzi due.

Quando vidi posarmi il barbino su l’omero, chiusi gli occhi e sospirai. Ma poi fu più forte la curiosità. Dovevo sì o no far la nuova conoscenza di me stesso? E mi guardai nello specchio che mi stava davanti, con tutta l’anima sospesa.

- Ah Dio, - gemetti, quando già mezza faccia era rasa. - Dio, come son brutto... No no... perbacco! Troppo brutto... E come faccio?

Il giovine cercò di confortarmi, che a poco a poco ci avrei fatto l’occhio.

- Impossibile! No!

Ma, poiché non c’era più rimedio, richiusi gli occhi e non volli più saperne di me; mi abbandonai al destino.

- Ecco fatto! - annunziò quegli alla fine.

Il primo sacrifizio era dunque compiuto. Provai a sbirciarmi nello specchio: ci vidi un povero imbecille addogliato, che non volli riconoscere.

Veniamo ai capelli, - riprese il barbiere. - Come li vuole?

- Finitemi come che sia, - risposi. - Non me n’importa più nulla.

- Li facciamo «alla Guglielmo», come usano adesso?

- Fateli «alla Guglielmo», ma presto.

Quando la prima ciocca recisa mi cadde su l’accappatojo, volli guardarla e dirle addio, senza levar gli occhi allo specchio. Poveri capelli miei! addio, gioventù! addio, poesia!

Quel boja intanto credeva che io dormissi. Più d’una volta sospese l’esercizio della sua funzione per guardarsi... non so, il naso o la punta della lingua nello specchio. Lo lasciavo fare. A una pausa più lunga però mi riscossi per domandargli:

- Ebbene?

- Ecco, - mi rispose con aria confusa e un risolino nervoso tremante su le labbra, - ho dato... sì, ho dato... mi scusi, un.. come si chiama?... un colpetto di forbice un po’ arrischiato... e m’accorgo che «alla Guglielmo» non possono più venire. Vogliamo tagliarli a spazzola?

- Come che sia, vi ho detto. Purché facciate presto!

- Prestissimo, non dubiti. È una pettinatura più spiccia. Più spiccia e più seria.

Dalli e dalli! Quella dannata forbice non si dava requie un momento, e m’intronava gli orecchi. A compir l’opera, si rovesciò come un’ira di Dio, su la piazzetta, una compagnia di saltimbanchi con una crudelissima tromba stonata e una grancassa fragorosa. Il giovine non seppe contenersi più. Allungava il collo di qua e di là, si rizzava su la punta dei piedi. Indovinavo con gli occhi chiusi quei movimenti di curiosità; ma, nello stato d’abbattimento in cui ero caduto, non trovavo più la forza di richiamarlo al dovere.

A un certo punto sentii posar le forbici e, subito dopo, mi sentii rullar sul capo non so che cosa d’ispido, che mi fece saltar su la seggiola. Era uno spazzolone nero, girante.

- Finito? - domandai.

- Eh, no, signore: volevo vedere... Perché, sa? da questa parte. . .

Lo guardai in faccia:

- Avete forse dato qualche altro colpetto di forbice arrischiato?

- No, signore - s’affrettò a rispondermi. - Conseguenza del primo, sa? Credevo di poter rimediare... Ma vedo... vedo con dispiacere che non ce la facciamo più neanche a spazzola, sa!

- E allora come? - feci io, frenando a stento la rabbia, per paura che quegli non si mettesse a ridere vedendomi la faccia che già a quell’ora aveva dovuto combinarmi.

- Possiamo provare... ecco, sì; a punta di forbice... Tanto l’estate è ormai vicina... Le sarà comodo, vedrà... Vuole?

- Voglia o non voglia, - gli risposi sbuffando, - non potete mica riattaccarmi i capelli che mi avete già portati via. Sbrigatevi piuttosto, senza stare a guardar fuori.

- Ma che! Si figuri... Un momento, e avremo finito.

Zac, zac, zazàc. Questa volta mi addormentai davvero.

Quanto si protrasse ancora la mia tortura? Non saprei dirlo. Forse ore e ore: un’eternità! So che a un certo punto mi destai di soprassalto, al rumore d’un pajo di forbici scaraventate sul pavimento, e vidi il barbiere che si buttava sul divanuccio con la faccia tra le mani. - Che è stato? - gli urlai. Quegli scoprì il volto lacrimoso:

- Signore! Io non so... non mi è mai capitata una cosa simile... Ho la jettatura addosso, oggi... Mi perdoni, mi compatisca... Non so dov’abbia il capo... cioè, lo so benissimo: ho la moglie malata a casa... soprapparto...

Io mi portai istintivamente le mani alla testa... Nuda! Scorticata!

- E che m’avete fatto? - gridai, e mi guardai le mani.

- Nulla! nulla! - gemette quello. - Non tema! Ma non ci resta più che da radere, signore... Mi perdoni!

Scattai in piedi, furibondo; me gli avventai contro, sul divanuccio, con un pugno levato:

- Miserabile! Ti sei preso giuoco di me?

Ma, in quella, mi scoprii nell’altro specchio punteggiato dalle mosche, e restai pietrificato, col pugno sospeso e quell’accappatojo bianco che mi rappresentava a me stesso come una fantasima d’assassinato.

- Pietà... pietà... - gemeva quello dal divanuccio, tutto tremante.

Mi strappai d’addosso l’accappatojo; afferrai il cappello e scappai via, imprecando. Il cappello mi sprofondò su la nuca. Mi parve un’offesa mortale. Fui per rientrare nella botteguccia, feroce dalla rabbia. Ma mi cacciai in una vettura, per non commettere un delitto, e via a casa.

Manco a dirlo! La mia amante, guardando dalla spia, non mi volle aprire.

- Grazie, cara! - le gridai. - Hai ragione: non son più io! Ti saluto per sempre, cara!

E ridiscesi a precipizio la scala, esplodendo non so più quanti sternuti di fila.

233A  -  La signora Speranza

[nella raccolta: Beffe della morte e della vita, «seconda serie», Firenze, Lumachi, 1903]

[vedi Non è una cosa seria della raccolta La giara]

[vedi la commedia Ma non è una cosa seria (del 1918)]

[Giannantonio Cocco Bertolli è l’antesignano del personaggio Matteo Falconi del romanzo L’esclusa, anch’egli professore, che impazzisce per Marta ndr]

La Pensione di famiglia della signora Carolina Pentoni (Pentolona Carolini come tutti invece la chiamavano, o Carolinona senz’altro, in considerazione della melensa pinguedine che la immelanconiva) era frequentata da alcuni capi scarichi, da certi tipi buffi, che formavano la delizia degli altri avventori, brava gente morigerata, la quale, forse più che per la bontà della cucina, vi si recava per assistere al gajo spettacolo che quelli offrivano gratuitamente, durante i pasti.

Uno fra questi bravi avventori morigerati, che non sospettava neppur lontanamente di poter essere incluso tra i così detti tipi buffi della Pensione, fu per alcun tempo preso di mira dai capi scarichi Biagio Speranza e Dario Scossi, che gliene fecero e gliene dissero d’ogni colore: lui però, lì, fermo al suo posto, così tranquillo e ostinato, che quelli, a la fine, dovettero smetterla

- Il riso fa buon sangue. Lor signori mi fanno ridere. Io resto.

E restò, cordialmente antipatico a tutti.

Si chiamava Cedobonis, era dottore in medicina e professore di filosofia in un liceo e di pedagogia in una scuola normale femminile: calabrese, tozzo, nero, calvo, dal testone ovale, senza collo, come un mulotto, e dalla faccia cuojacea, in cui spiccavano le sopracciglia enormi e i baffi color d’ebano. Vittima rassegnata della sua molta dottrina scientifica, filosofica, pedagogica, s’era ridotto a vivere automaticamente, col cervello come un casellario, in cui i pensieri - precisi, aggiustati, pesati - eran disposti secondo le varie categorie, in perfettissimo ordine. Forse il corpo robusto e vigoroso si sarebbe prestato, spesso e volentieri ad esercizii violenti, a vivere senza tante regole e tanti freni; ma Cedobonis vi aveva allogato un archivio - diceva lo Scossi - e non gli permetteva alcun movimento, alcuna espansione, che non fossero secondo i dettami della scienza, della filosofia, della pedagogia.

- Non importa vivere; ma, dovendo, procuriamo bene, - soleva dire, placido, con la voce grossa, saponosa. E domandava: - La ragione, signori miei, la ragione perché ci fu data?

- Per esser peggio delle bestie! - gli rispondeva a schizzo il maestro di musica Trunfo, che addirittura non lo poteva soffrire.

Diviso scandalosamente dalla moglie, sempre ingrugnato, cupo, raffagottato e, di tratto in tratto, esplosivo, Trunfo passava quasi tutto il giorno da Carolinona, lì, nel salotto da pranzo, intento, come un cane che si lecchi i calci ricevuti, a correggere, a rifare i pezzi più fischiati d’una sua opera musicale, per cui si era mezzo rovinato. Fumava continuamente; - Vesuvio, lo chiamava Biagio Speranza.

Qualche volta Cedobonis, cheto cheto, gli s’accostava, gli sedeva accanto o dietro, per sentir l’odore del tabacco, che gli piaceva moltissimo. Trunfo, aggrondato, gli lanciava due, tre occhiatacce bieche, poi sbuffava, si scrollava tutto, dal fastidio e dalla stizza, traeva dalla tasca un sigaro e gliel’offriva sgarbatamente:

- Ma tenga! Ma fumi, perdio!

- No, grazie, - gli rispondeva, senza scomporsi, Cedobonis. - Lei dovrebbe sapere che la nicotina fa male. Mi piace soltanto di fiutare il fumo, d’aspirarne l’odore.

- A spese mie? - scattava allora Trunfo, su le furie. - Col danno della mia salute? Ma vada là, si scosti! si vergogni! Chi vuole un piacere, se lo paghi!

- Cedobonis, - diceva lo Scossi (il quale ogni volta, prima di mettersi a parlare, cacciava fuori la punta di quella sua lingua terribile, che pareva la saettella d’un trapano) - Cedobonis sarebbe capace di presentarsi tranquillamente, con quella faccia di monaco beato, in casa del nostro caro Martinelli e, con la scusa che la donna fa male come la nicotina, domandargli... sì, dico... per un momentino in prestito...

- La moglie? - domandava Biagio Speranza.

- Ohibò! Il suo piumino da cipria.

- Ma come! Sì, dico... che c’entra mia moglie? - esclamava, tirato in ballo quando men se l’aspettava, il bravo, innocuo signor Martino Martinelli, battendo in un attimo almeno cento volte le palpebre su gli occhietti tondi, da barbagianni, vicinissimi, quantunque divisi da un naso sperticato, gracile, però, come un’ostia, che si tirava su e lasciava sospeso per aria il labbro superiore.

- Si rassicuri; dico così, - rispondeva lo Scossi, - perché so che la sua ottima signora è in Sicilia, signor Martino.

E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava amaramente il capo. Ah, ci pensava sempre, lui, a quella sua povera moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e sempre ne parlava in quella sua special maniera, quasi andando tentoni nel discorso e quasi appoggiandosi, sorreggendosi a ogni impuntatura a un sì, dico: intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che egli se ne accorgesse. Non si poteva dar pace, poveretto, della crudeltà burocratica che a sessantaquattr’anni lo aveva diviso, così di colpo, senza ragione, dalla moglie, distruggendogli casa, famiglia, costringendolo a dormir solo, in una camera d’affitto, e a mangiare a pensione lì, da Carolinona, che egli solo chiamava signora Carolina.

Alle più grosse panzane, alle sballonate più strepitose de’ suoi commensali scappavano al signor Martinelli certi oh! che pareva lo agganciassero in aria per quel gran naso, o restava intontito lì, come un ceppo d’incudine.

Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e bottacciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo. A guardarlo, pareva impossibile che in un corpicciuolo così minuscolo capissero bugie così colossali, che egli diceva imperterrito, con una cert’aria diplomatica.

- Ma di’ un po’, - gli domandava, serio, Biagio Speranza, - ti sei mai guardato a uno specchio?

Perché Momo Cariolin vantava con particolare impegno il favore ch’egli godeva delle donne. E fossero state almeno donne del suo ceto o signore della nobiltà: eran di sangue reale o imperiale (arciduchesse d’Austria, segnatamente) le vittime di Cariolin. E tali avventure gli eran capitate tutte durante i varii congressi degli orientalisti nelle capitali d’Europa. Perché Cariolin si diceva anche profondo conoscitore, sebbene dilettante, di lingue orientali. Il segretario di tutti que’ congressi era stato sempre lui, tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo. I congressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a Corte: a Berlino, a Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a Copenaghen ecc., qualcuna di queste Corti, naturalmente, aveva dato sontuose feste in loro onore, donde - naturalmente - la cordialissima amicizia di Cariolin coi sovrani d’Europa, l’amicizia quasi fraterna con quel dotto e simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale, un giorno...

- Ma guardatemi, per carità, il naso di Martino! - esclamava a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose narrazioni di Cariolin.

E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo sbalordimento ammirativo, tra le risate di tutti, e si metteva a sorridere anche lui.

Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di Dario Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo, Martino Martinelli non s’inquietava. D’un altro commensale, invece, egli aveva paura, cioè del poeta Giannantonio Cocco Bertolli, il quale, senza dubbio, era il tipo più buffo della pensione.

Costui però era assente da circa un mese, per una grave disgrazia che gli era occorsa.

Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ciò, chiamava Domineddio «quel Vecchio Ribaldo!».

A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si era sbonzolato. Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di questa? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non era armato che della sua voce possente, della sua lingua di fuoco, e ora... ora non poteva più nemmeno fiatare! Il Ribaldo di lassù, i ribaldi di quaggiù lo sapevano; quelli stessi che gli si dichiaravano amici glielo facevano apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchiavano per rovinarlo del tutto, per farlo crepare addirittura; muggiva egli, muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi, bovini, gli volessero schizzare dal faccione congestionato. Accumulava bile:

- La mia musa è la bile! Anche Shakespeare con la bile creò Otello, creò Re Lear!

Ed egli preparava un poema, l’Erostrato: tremendo. Ah, il magnifico tempio dell’Impostura, il tempio della così detta Civiltà, dove l’infame Ipocrisia troneggiava adorata, egli lo avrebbe incendiato coi suoi versi. Ma, dacché la gente sapeva che egli attendeva a questo suo poema: - Za! za! za! - pugnalate da tutte le parti.

Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche bestialità, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco Bertolli fino a poco tempo fa non si era avvilito. Dormire, dormiva per due soldi in un ricovero di mendicità:

tra i sublimi straccioni impidocchiati

mangiare... quella buona Carolinona gli faceva credito da più d’un anno.

- E io, Carolina, la immortalerò! - le ripeteva egli. - Lei sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un cuor d’oro, un’anima nobilissima, Carolina!

- Sissignore, non s’inquieti, - s’affrettava a rispondergli Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di quegli occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual volta egli si metteva a parlare, atteggiando la bocca a un ghigno di compiacimento per la sua loquela, cosicché non si sapeva mai se, anche quando faceva un complimento, sbottoneggiasse a suo modo.

Temeva anche la Pentoni che gli altri avventori - quelli che pagavano - non se lo recassero a dispetto, non avessero fastidio o nausea della presenza di lui, lì a tavola; e perciò sia per buon cuore, sia per paura, non sapendo metterlo alla porta, gli consigliava amorevolmente calma, prudenza, cercava con tutto il garbo d’ammansarlo, e si prendeva cura di lui, di quegli abiti che gli cascavano addosso; e glieli rammendava, glieli spazzolava: era finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai nastri di certi suoi cappelli smessi.

Non intendendo perché tutte quelle cure gli fossero usate, Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine - (e come no?) - s’era innamorato della Pentoni.

Vedo la tua bell’anima

Che di fattezze angeliche ti veste

E asconde a me la ruvida

Spoglia mortal, tue mansion modeste...

S’era messo a comporre così odi, sonetti, canzoncine anacreontiche, e a leggerglieli mentr’ella gli attaccava alla giacca o al panciotto qualche bottone o lo spazzolava.

Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que’ versi, e perché glieli leggesse; ma, poiché lo teneva in conto di pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo lasciava leggere.

Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto, era timidissimo nell’amore. Non sapendo confessare direttamente alla Pentoni l’affetto che gli era nato per lei, si sfogava in poesia, sperando di arrivarci pe’ viali mostruosamente fioriti delle sue bolse metafore. Ma, vedendo poi Carolinona restare impassibile, dava in ismanie, in escandescenze.

- E che le avviene adesso? - gli domandava, stordita, la povera donna.

- Che? - fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta su cui aveva raspato la poesia, spalancando al solito gli occhiacci, pestando i piedi. - Me lo domanda? Nulla! Ma se lo so! Questa dev’essere la mia sorte! Così ha statuito quel Vecchio Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno! Neppure da lei!

- Io? Perché?

- Non mi dice nemmeno che gliene sembra.

- Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco niente: lei lo sa. Sia buono, via! Perché fa così?

- Perché... perché...

Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.

Ci voleva la spinta d’un sospetto odioso, balenatogli a un tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli raccomandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poiché di là c’era il maestro che correggeva la sua musica.

- Ah, dunque per lui? - aveva allora inveito il Cocco Bertolli. - Tu l’ami? È il tuo amante? Confessalo! Vipera, vipera, vipera... E perché mi hai dunque lusingato finora?

- Io? Mi lasci! - gli aveva risposto la Pentoni tremante di paura. - Lei è pazzo!

Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante d’odio e di bile:

- Grida, sì, grida, perch’egli accorra! Voglio vederlo il tuo paladino, viperello anche lui!

- Ma si stia quieto! si stia zitto! - aveva scongiurato Carolinona. - Dice sul serio, signor Bertolli? Che vuole da me? Mi lasci stare.

- Non posso! Io ti amo. Tu ami un altro? Ce la vedremo.

- Ma io non amo nessuno. Vuol farmi ridere? All’età mia? Non ci mancherebbe altro! Chi vuole che s’innamori di me, signor Bertolli?

- Io! E gliel’ho detto!

- Pazzia, scusi. Neanche per ridere! Mi lasci stare... Io sono una povera donna.

Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che correvano sul suo conto, ma non s’era mai neppur curata di smascherarle. Che gliene importava? Resa da un pezzo a discrezione della sua trista sorte, aveva coscienza della sua onestà, e le bastava. In che potevano ormai danneggiarla quelle calunnie? Si sapeva brutta: aveva già trentacinque anni (e per lei, come se ne avesse cinquanta), non si era mai lusingata che un uomo si potesse innamorar di lei, non aveva avuto mai neanche il tempo di pensare che la sorte avrebbe potuto forse concederle altra esistenza, il compenso di un qualche affetto alla nera miseria, che la aveva sempre schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni mezzo, coraggiosamente, aveva cercato di difendersi. Credevano davvero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi più d’uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo, non solo non la offendeva più, ma quasi le solleticava l’amor proprio, l’avvizzito istinto feminile. Socchiudeva gli occhi. Non era vero, purtroppo! Nessuno mai s’era curato di lei, tranne questo pazzo del Cocco Bertolli, ora. Sarebbe stata da ridere, se non avesse avuto l’umor tragico, quell’infelice.

- Me ne debbo dunque andare? - le aveva egli domandato.

- Ma no, stia! - s’era ella affrettata a rispondergli. - Purché non pensi più a codesta pazzia!

- Non posso! Quando un’idea mi s’è confitta qui, neanche se mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo sappia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali sono tuttora! Carolina vuol diventare mia moglie?

S’era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la Pentoni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato la risata su le labbra:

- Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno, tu, che sei una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno mi ami e mi plachi. Riprenderò il mio posto nell’insegnamento sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa così, miseramente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta, poco importa sarai la moglie di un professore; ti basta?, e ti libererai di tutti questi farabutti, che vengono a fare i buffoni alla tua mensa! Senti: io ti do la prova maggiore dell’amor mio, della serietà dei miei propositi! Uscendo di qua, io vado all’ospedale, ad assoggettarmi a una terribile operazione. I medici mi hanno detto che posso restarci. E sia! Ma se mi salvo, sarò tuo, Carolina Lasciami questa speranza. Addio!

E se n’era scappato a precipizio, senza dar tempo alla povera donna di trattenerlo, di sconsigliarlo.

All’ospedale, aveva costretto i medici ad arrischiare la tremenda Operazione, dichiarando

- Così non posso né voglio più vivere. Mi ucciderei. Dunque, senza paura, senza rimorso, operatemi! Alla peggio, mi anticipereste di qualche giorno la morte.

Il buon Martinelli, a cui la Pentoni aveva confidato, piangendo, quel nuovo scoppio di pazzia del Bertolli, fu spedito, due giorni dopo l’operazione, a domandar notizie all’ospedale Ne ritornò il povero signor Martino col gracile nasone pallidissimo dallo sgomento coi tondi occhietti, invetrati.

Il Cocco Bertolli era moribondo, e gli aveva chiesto in grazia di persuadere la «sua» Carolina a recarsi a vederlo per l’ultima volta. Il medico aveva assicurato al Martinelli che il moribondo non avrebbe superato la notte.

La Pentoni impietosita, si era allora recata all’ospedale, e lì aveva dovuto promettere, giurare solennemente al moribondo che, se egli fosse scampato dalla morte, sarebbe stata sua moglie.

- Ma non ci sarà pericolo, vedrà! non ci sarà pericolo! - le aveva detto, per rassicurarla, il buon Martinelli, tornando da quella visita - Perché... sì, dico...

E aveva alzato una mano, come per benedire il moribondo.

II.

Tutti i commensali erano a tavola, quando Biagio Speranza entrò nel salotto da pranzo, annunziando allegramente:

- Salvo! Salvo! Vengo dall’ospedale. Fra una ventina di giorni riavremo alla nostra tavola il grandissimo poeta. Signori, vi invito a gridare: Viva Giannantonio Cocco Bertolli!

Nessuno fece eco a quel grido. Il signor Martinelli chinò verso il piatto il naso sperticato. Trunfo lanciò un’occhiataccia obliqua, e si rimise a mangiare.

La Pentoni piangeva.

Solo Cedobonis si rallegrò alla vista di Biagio Speranza, che lo faceva ridere tanto, a tavola, come l’igiene voleva; ed esclamò:

- Oh bravo! adesso ci racconti!

Ma Biagio Speranza non gli diede retta. Guardò la padrona di casa; poi domandò:

- E perché?

- Ma! - sospirò Dario Scossi. - Ingratitudine!

- per carità! - pregò la Pentoni. - Questa sera mi lascino stare.. .

Biagio Speranza guardò in giro gli amici e con un gesto domandò che cosa fosse accaduto.

- Martinelli, - spiegò Cariolin, - è stato prima di te a prender notizie all’ospedale, e Carolinona ha saputo...

- E se ne duole? - esclamò Biagio Speranza, fingendo stupore. - Ah, scusami, Carolinona: ingratitudine! ha ragione lo Scossi. Io ho veduto il tuo poeta, e per miracolo mi son tenuto dal baciarlo in fronte. Che eroe dell’amore! Non mi ha parlato che di te... Mi ha domandato...

La Pentoni si levò in piedi, convulsa; si recò il fazzoletto a gli occhi; si provò a dire: - Mi permettano... - ma uno scoppio di singhiozzi le troncò la voce in gola, ed ella corse verso l’uscio della sua camera.

Cariolin, lo Scossi le si precipitarono dietro per trattenerla; tutti, tranne Cedobonis e Trunfo, si levarono in piedi e attorniarono la Pentoni che piangeva.

- Scemenze! Burattinate! - schizzava Trunfo, dalla tavola.

Gli altri intanto, tutti insieme, esortavano Carolina a far buon animo: - Temeva sul serio che il Cocco Bertolli la costringesse a sposare? Ma via! se lei non voleva! Che storie! Paura? di quel matto? Fracassi? Ma c’era la questura per tenerlo a posto! La promessa in punto di morte? Che promessa! Eh via! L’avrebbe capito, con le buone o con le cattive, che ella gli aveva detto una pietosa bugia... No? Come no?

- Ebbene, - tagliò corto Biagio Speranza, infervorandosi, - sta’ zitta, Carolinona: ti sposo io!

Tutti scoppiarono a ridere.

- Che c’è da ridere? - gridò, serio, Speranza. - Io dico sul serio! Siamo o non siamo cavalieri? Un orco, signori, insidia questa colomba: io la difenderò! La sposo io, vi dico. Chi vuole scommettere? - Io: mille lire! - propose subito Cariolin. E Biagio Speranza, pronto: - Fuori le mille lire!

Cedobonis allora si alzò anche lui dalla tavola, dandosi una fregatina alle mani, gongolante:

- Benissimo! Benissimo! Mi volete per depositario, signori?

- Fuori le mille lire! - ripeté con più forza Biagio Speranza.

- Non le ho con me, - disse Cariolin, tastandosi in petto - Ma, in parola! Qua, la mano. Mille lire, e il pranzo di nozze

- Le perderai! - raffibbiò Speranza, stringendo la mano di Cariolin. - Voi tutti, Signori, siate testimoni della scommessa: Io sposerò Carolinona. Su, su, zitta, sposina! Rasciuga le lagrime, sorridi... guardami! Non mi vuoi?

Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute, dal volto. La Pentoni sorrise tra le lagrime. Scoppiarono applausi, evviva. Biagio Speranza, infervorandosi vie più, abbracciò la sposa, che si schermiva, ripetendo:

- Per carità, mi lasci stare... mi lasci stare...

- A tavola! a tavola! - gridarono alcuni.

- Gli Sposi, accanto! - proposero altri. - Qua, qua! A capo di tavola!

E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e messi a sedere a fianco.

Il buon Martinelli era trasecolato. Pareva che il naso gli crescesse a vista d’occhio.

- Burattinate! Burattinate! - seguitava a schizzare Trunfo.

- Saresti forse geloso? - gli gridò Biagio Speranza, levandosi in piedi e dando un pugno su la tavola. - Mi farai il santissimo piacere di smetterla! Se voi, Signori. credete che in questo momento io stia scherzando, v’ingannate! Se credete ch’io commetta una pazzia, sposando Carolinona, ho l’onore di dirvi che pazzi siete voi! Io, che conosco la mia vil creta, ho coscienza d’esser tanto savio in questo momento, quanto non sono mai stato in vita mia! Sono un pover’uomo, signori, che per castigo di Dio s’innamora come un asino d’ogni bella donna che vede! Innamorato, divento subito capace delle più madornali sciocchezze. Altro che le bugie di Cariolin! Due volte, signori, due volte sono stato (mi vengono i brividi) in procinto di prender moglie sul serio! Bisogna che mi sottragga al più presto, a ogni costo, a questa tremenda minaccia che mi sovrasta. Mi approfitto di questo momento, in cui per fortuna non sono innamorato, e sposo davvero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera ispirazione del cielo!

Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una tempesta d’applausi.

- Ma dunque.. ma dunque... proprio sul serio: - domandava, beato fra le risa, Cedobonis.

- Si permette di dubitarne, lei? - ribatté Biagio Speranza. - Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire, e il pranzo di nozze. Signori, lasciatemi fare; ci divertiremo!

- Bisogna vedere, - obbiettò lo Scossi, - se Carolinona acconsente.

Biagio Speranza si voltò verso la sposa:

- Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no: vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!... È concluso, signori!

A questo punto Trunfo scattò in piedi, tirandosi rabbiosamente il tovagliolo dal collo:

- Finiamola una buona volta! Mi dà ai nervi codesto insulso, stupido scherzo su una cosa... su una cosa che voi non sapete ciò che voglia dire, perdio!

Seguì un momento d’imbarazzo, al ricordo della disgrazia conjugale di Trunfo. Tutti i volti restarono sospesi nell’atteggiamento di ridere, le risa cessarono d’un subito.

- Scusami, - disse pacatamente Biagio Speranza. - Perché ti ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio di te quale enorme bestialità sia prender moglie, e ripeto che appunto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.

- Il ragionamento non potrebbe essere più filato! - osservò Dario Scossi, promovendo di nuovo l’ilarità di tutti. - E me n’appello a Cedobonis, professore di logica.

- Logicissimo! logicissimo! - confermò questi, - il signor Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.

- Proprio così! - ribatté Biagio Speranza. - E non si scherza. Perché Carolinona ha paura sul serio del poeta Cocco Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o l’altro, la mia libertà. Sposando, noi ci salviamo a vicenda: lei da quella razza di marito, io da una temuta futura moglie sul serio. Sposati, lei qua per conto suo; io a casa mia, per conto mio: liberissimi entrambi di fare quel che ci parrà e piacerà. In comune, davanti alla legge, solo il nome, che non è neanche un nome proprio, vi faccio notare, signori: - Speranza, nome comune. Non so che farmene, e te lo cedo volentieri. Che ne dici, Carolinona?

- Per me! - fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi ne le spalle. - Se non se ne pente...

Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.

Si seguitò per un buon pezzo ancora a conversare animatamente di quel matrimonio per ridere; si deliberò di celebrarlo però soltanto al Municipio, perché Dio, in chiesa, no, non si doveva offenderlo; si scelsero i testimonii: Cariolin, Martinelli, per la sposa; Cedobonis, Scossi, per lo sposo. Il buon Martino non voleva saperne: gli pareva... sì, dico... di commettere un’irriverenza verso la... sì, dico... santità dell’istituzione.

Ma, alla fine, dovette per forza chinar la testa, o meglio il naso.

Il giorno appresso, tutta la città era piena della notizia strabiliante.

Biagio Speranza, stirandosi con la mano bianca e grassoccia il bel barbone biondo rossastro, rideva negli occhi ceruli limpidissimi e, di tratto in tratto, dalla barba si passava la mano, celermente, sotto il naso ardito all’insù, con una mossa che gli era abituale.

Era contentone di quella grossa pazzia, ch’egli stava per commettere.

Pazzia, a giudizio delle oche - intendiamoci! Lui aveva coscienza di far bene. Ci aveva ripensato tutta la notte, e s’era crepato dalle risa.

- Carolinona, mia moglie!

Ah, le oche del paese come le avrebbe intontite per bene, questa volta! E se le voleva godere! Peccato, che sarebbe stato per poco: fra un mese doveva ripartire per Barcellona, e poi da Barcellona per Lione e da Lione per Colonia... Vitaccia! Sempre di qua e di là. Meno male che, per distrarsi - quando gli affari però (questo sì, prima di tutto!) erano ben sistemati e contentati i direttori delle fabbriche di seta che lo mandavano in giro così, come l’Ebreo errante - trovava sempre modo di combinarne qualcuna.

Amici, conoscenti lo fermavano, intanto, per via:

- Di’ un po’, è vero?

- Verissimo. Che cosa?

- Che sposi?

- Ah, sì, Carolinona. Ma non mi pare una cosa seria.

- Per scherzo, dunque?

- No: sposare, sposo davvero. Ma per precauzione, capisci? per guardarmi cioè dal prender moglie, ecco.

- Come! E se sposi intanto?

- Ma si! Dormire però a casa mia; stare, me ne starò per conto mio. Ci andrò soltanto come ci vado adesso, per desinare. Né dovrò darle nulla, tranne, al solito, le rate della pensione. Dunque?

- E il nome?

- Ma, se lei lo vuole, perché no? Non mi pare una cosa seria...

E li piantava lì, allocchiti, in mezzo alla strada.

S’era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per sbrigare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al Municipio per la denunzia.

Alla Pensione, oltre lo Scossi, trovò il timorato Martinelli, che era venuto apposta, prima di tutti, per sconsigliare alla Pentoni di prestarsi a quello scandalo enorme.

- Ma lei ci crede: - gli aveva risposto la Pentoni, con un mesto sorriso. - Son giovanotti allegri; li lasci fare! Hanno scherzato; a quest’ora non ci pensano più. Io, invece, non ho potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a quell’altro li, all’ospedale... Ah, che m’ha fatto fare, signor Martino, che m’ha fatto fare... Non me ne posso dar pace.

Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:

- Ma come! davvero? ancora?

Biagio Speranza la trovò ostinata nel rifiuto.

- Oh, non facciamo storie! - le disse egli. - Vuoi farmi perdere le mille lire della scommessa?

- Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.

- Come! - riprese questi. - Non eravamo rimasti d’accordo jersera? Te ne sei pentita? Non hai più paura, dunque, del Cocco Bertolli? Bada che quello vorrà sposarti sul serio, poi!

- E lei per ischerzo, ora? - domandò la Pentoni sorridendo.

- No. Io te l’ho detto il perché...

E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi reciproci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo stesso.

- Tranne che tu, - concluse, - non abbia ancora qualche velleità, Carolinona!

- Io? - fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.

- E dunque? - incalzò Biagio. - Perché t’opponi?

- Via, via! - esclamò la Pentoni. - Dice sul serio, signor Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per ischerzo?

- Cose serie, - riprese con forza Biagio, - per me nella vita non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere anche ridicolissime), alle quali però tu dia importanza. Il naso di Martino, per esempio. Cosa ridicolissima, quant’altra mai! Eppure, per lui, infelicità seria. Perché? Perché lui gli dà importanza.

- Io? - esclamò il Martinelli, coprendoselo con una mano. - Ma nient’affatto!

- E allora, scusi, - rimbeccò Biagio, - perché è venuto a cacciarlo in un affare che non le riguarda? Si faccia gli affari suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non dobbiamo dare importanza, è vero? E dunque per noi non è una cosa seria.

- Ora, sì! - osservò la Pentoni. - Ma se poi lei se ne pente?

- Ma senza dubbio me ne pentirò! - concesse Biagio. - Giusto però quando mi avverrà di pentirmene, ne risentirò il vantaggio. Capisci? Se lo faccio per questo!

- E io ci andrò di mezzo?

- Tu, no! Perché? Me la piglierei con me, se mai! Che c’entri tu, se non vuoi?

- Lo capisce anche lei, dunque? - disse, per concludere, la Pentoni. - Se mi oppongo, non è certo per me. Che vuole che ci perda io? Ho tutto da guadagnare e nulla da perdere. Mentre lei...

- A me, non ci pensare! - troncò Biagio Speranza. - So quello che faccio. Su, andiamo, Scossi: s’è fatto tardi. Ma già, prima, rispondi, Carolinona: - Nome (lo so!) – paternità - anni - luogo di nascita - stato: se sei nubile o vedova o niente: non c’è bisogno che mi dica la verità, su questo punto. Ma gli anni, sì, precisi: mi raccomando.

- Trentacinque, - rispose Carolinona.

- Va’ là! - esclamò Biagio, scrollando le spalle. - Non cominciare!

- Trentacinque, gliel’assicuro: son nata nel 1865 a Caserta.

- Perbacco! Sei dunque tenera ancora? Oh cara! Non si direbbe però. E... dunque, diciamo nubile?

- Nubilissima! Sissignore.

- Ti credo. Scriveremo allora a Caserta per l’atto di nascita. Via, Scossi! Di corsa al Municipio, per la denunzia.

III

Due ragioni affrettarono principalmente quelle nozze memorabili: la prima, che Giannantonio Cocco Bertolli uscisse, guarito, dall’ospedale; la seconda, che Biagio Speranza s’innamorasse nel frattempo, secondo il solito suo, di qualche provocante donnina. In quei giorni egli, per sfuggire ogni tentazione, camminava per la via con gli occhi verso terra o col naso per aria.

Ma la Pentoni avrebbe voluto almeno aver tempo d’allestirsi un abito nuovo, per la cerimonia. Bianco? - No, che bianco! - Modesto, per l’età sua... ma nuovo. Poteva andar così al Municipio?

- E che te ne importa? - le aveva domandato Biagio.

- Nulla a me, capirà. Ma per lei, signor Speranza. Che diranno?

- Lascia cantare! Che vuoi che me ne importi? Vestiti come ti pare. Non vorrei che tu buttassi via quattrini inutilmente.

No: Carolinona si volle far l’abito nuovo, massime quando seppe che Cariolin, lo Scossi e Cedobonis avrebbero indossato solennemente la marsina.

Che pena, intanto, le costò la scelta di quell’abito! Quantunque, sì, da tanto tempo rimessa e rassegnata alla sua sorte, si sentiva quel giorno il cuore stretto da un’angoscia strana, che le suscitava, alle labbra, quasi un prurito di riso e, agli occhi, un prurito di pianto.

Pur senza voler dar peso a quella buffonata, l’idea soltanto, anzi la parola «matrimonio» le risvegliava istintivamente, nel corpo rilassato, un certo sentimento della propria feminilità; non però con tanto vigore che l’amor proprio si ribellasse a quella parte che le si voleva far rappresentare: ma tanto tuttavia da fargliene sentir l’amarezza, quasi di scherno. Così, infatti, così per ridere, le toccava di sposare! E lei ne rideva con gli altri e più degli altri. Bah!

Se avesse potuto indovinare il gusto di lui, per il colore della stoffa! Voleva un colore modesto, che non désse tanto all’occhio: - Cenere? Avana? - . Alla fine, dopo lunga indecisione, per non stancare troppo il mercante che già le domandava per che cosa quell’abito le dovesse servire, prese nell’imbarazzo una stoffa color petto di tortora. Se ne pentì, appena uscita dalla bottega.

- Mi starà male! proprio male!

Poco dopo, alzò una spalla, chiudendo gli occhi amaramente: - Non la avrebbe neanche guardata, lui!

Venuto il giorno delle nozze, prima che il corteo si avviasse al Municipio, Biagio Speranza dichiarò che non voleva prendersi le mille lire della scommessa: non voleva che si dicesse che da quel matrimonio gli era venuto denaro in tasca. Cariolin, dunque, ne facesse un regalo di suo gusto alla sposa.

La Pentoni si oppose. Non voleva nulla, neanco lei. Ma tutti protestarono, e Cariolin, per cui le mille lire erano perdute e che, trovandosi in ballo, voleva ballare, protestò più forte degli altri:

- No no! Ci penso io! Ho già trovato; vedrai, signora Speranza: un regalo coi fiocchi, e utilissimo! Lasciatemi fare!

Era, come aveva promesso, in marsina, il minuscolo Cariolin, e con un elegantissimo panciotto di velluto nero. In marsina era anche lo Scossi. Cedobonis, all’ultima ora, si era però ricordato d’esser professore di filosofia e di pedagogia, ed era venuto in abito lungo. Il più misero di tutti era il buon Martinelli con quel farsetto lustro, i calzoni chiari e la cravattina bianca ingiallita.. Il solo Trunfo mancava alla festa.

Ma per quanto il salotto da pranzo fosse tutto parato dei fiori mandati in dono dai commensali della Pensione, e la lunga tavola, in mezzo, splendidamente apparecchiata da due camerieri d’albergo, assoldati per l’avvenimento da Cariolin, a cui spettava anche di pagare il pranzo di nozze, l’allegria che ciascuno si era ripromessa per quel gran giorno non riusciva ad avvivarsi. Le risa erano sforzate: si rideva perché ciascuno aveva pensato di dover tanto ridere in quella giornata, ma non se ne vedeva più, veramente la ragione. Quella Carolinona - possibile? - era andata a scegliersi una stoffa d’un colore inverosimile, per l’abito di nozze! E perché poi Biagio Speranza non aveva indossato anche lui la marsina? Perbacco! Le cose si fanno o non si fanno.

Biagio Speranza si sentiva come una vellicazione irritante al ventre, udendo specialmente le scempiaggini di Cariolin che voleva vendicarsi così - pensava lui - di quei pochi quattrinucci perduti, chiamando già Signora Speranza Carolinona. Per non dargliela vinta, si sforzava di mostrarsi allegro anche lui; ma doveva internamente confessare a se stesso d’essersi divertito molto di più nei preparativi di quel matrimonio. Cercava ora di uscirne al più presto possibile, per non pensarci più, per pensare ad altro, oramai.

- Su, su via! Sbrighiamoci!

- Aspettino un momento! - disse Carolinona, già col cappellino in capo. - Vorrei prima dare un’occhiata in cucina...

Si levò un urlo d’orrore, a questo pensiero da saggia massaja, espresso ingenuamente, giusto in quel momento. Cariolin si precipitò innanzi a tutti e, con un grazioso inchino da conquistatore d’arciduchesse d’Austria, offrì il braccio alla sposa.

Gran folla di curiosi era al Municipio, per assistere a quel matrimonio ormai famoso. Lo stesso ufficiale dello Stato Civile frenava a stento le risa. Ma più che lo sposo e la sposa, attirava gli sguardi della gente uno dei testimonii, o meglio, il naso di lui. Come cascato dalle nuvole, il buon Martinelli! E nessuno riusciva ad intendere come, perché si trovasse lì, fra tutti que’ matti, un pover’uomo di quella fatta, così intontito, con gli occhi lappoleggianti e la bocca aperta.

Terminata la cerimonia, Cariolin scappò via per il dono, pregando che lo si aspettasse un tantino prima di portare in tavola. Volle assolutamente serbare il segreto.

A tavola l’allegria si destò. Biagio Speranza, che vedeva ormai la fine di quel carnevale, si mostrò galante con la sposa. Il pranzo era prelibato, finissimo, abbondante. Allo sciampagna, cominciarono i brindisi. Ce ne furono per tutti e d’ogni colore. Uno fra gli altri, di Dario Scossi alla moglie lontana del Martinelli, riuscì proprio maluccio: fece piangere Martino, che aveva insolitamente cacciato un po’ troppo il nasone entro il bicchiere. Ma subito Cariolin tolse a pretesto quelle onestissime lagrime per presentare come insigne esempio e specchio di fedeltà conjugale la coppia Martinelli ai nuovi sposi.

Erano ancora a tavola, quando arrivò il tanto atteso dono di Cariolin.

- Ci sono di là alcuni facchini, - venne ad annunziare uno dei camerieri.

Spiritarono tutti.

- I facchini: - Dunque il regalo era venuto col carro?

- E che regalo era dunque?

Si levarono e accorsero a tempesta nella saletta d’ingresso.

Un magnifico letto matrimoniale, di legno intarsiato, fornito di tutto punto.

Biagio Speranza restò male.

- Peccato! - esclamò Carolinona, battendo le mani, dolente per quelle mille lire sprecate così.

Ma gli altri intanto applaudivano alla splendida idea di Cariolin, il quale gridava raggiante in mezzo a tutti.

- Perché, o signori, il matrimonio si deve consumare! si deve consumare!

- Oh basta così! - esclamò Biagio Speranza, seccato, facendosi avanti. - Senza tanti scherzi! Ci siamo fin qui divertiti, e io sono stato con voi. Non caschiamo nel tragico, adesso, amici miei! Finiamola. Mi fate accapponar la pelle! Pensiamo ad altro, e non se ne parli più.

- Ma niente affatto! - incalzò Cariolin. - Il meglio viene adesso, caro mio. Ah, tu credevi di cavartela così? Signori, ajutatemi a mettere a posto questo letto!

Carolinona s’interpose, dolente, mortificata:

- Dove vuol metterlo, signor Cariolin?

- Come! Nella tua camera da letto.

- Ma non c’entra, scusi! E poi che vuole che me ne faccia?

- Lo domandate a me: - gridò Momo Cariolin, promovendo un nuovo scoppio di risa.

- Ma si stia quieto! - rispose Carolinona. - Mi dispiace davvero che lei abbia speso, senza ragione, tanto denaro. Provi, tenti subito, se il negoziante se lo riprende. È un vero peccato! O provi a rivenderlo.

- Ma nient’affatto! - ripeté con più forza Cariolin, testardo, fanatico della sua trovata. - Vedrai, se ti servirà! Perché, tanto, egli è tuo marito, e c’è poco da dire; tu sei sua moglie: come vuoi che resista ai vezzi tuoi?

Queste ultime parole suscitarono un’altra salva d’applausi, tra grida scomposte. I pezzi del letto furon presi d’assalto e portati nella camera di Carolinona. Fu d’un subito disfatto il lettino, dov’ella dormiva, e messo su a quel posto il nuovo letto: il talamo.

Rideva ella, poverina, nel vedere quegli uomini inesperti affaticarsi in tanti a buttar prima le materasse sul saccone metallico e poi a sprimacciarle, e a distendervi il primo lenzuolo e poi il secondo ricamato, e poi a cacciare i guanciali entro le federette e a coprire infine il letto con la splendida coltre di seta.

- Ecco fatto! Ecco fatto!

Tutti sudati.

Ma dov’era Biagio Speranza? Ah, birbone! Se l’era svignata, zitto zitto.

- Vedono? - disse, afflitta, Carolinona. - Se seguitano a far così, non lo faranno più venire.

Quelli allora la confortarono, la consolarono a coro; e invano ella protestava che le premeva soltanto di non perdere il cliente. Ma che! il cliente soltanto?

- Sta’ pur sicura! - concluse Cariolin. - Aspettalo! Te lo vedrai apparire più tardi, a notte avanzata.

- Buona notte, sposina! Buona notte!

E, così ossequiata e complimentata la sposa, andarono via rumorosamente.

Era già sera chiusa. Carolinona, per quanto stanca di quella giornata tumultuosa, dovette tuttavia attendere parecchie ore a rimettere in ordine la casa. Finalmente, licenziati i camerieri e il cuoco, mandata a letto la serva, si ritirò in camera. - E il letto? - Oh guarda! Si era dimenticata di far rimettere su il suo lettino.

- Che matti! che matti!

Lì, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe messa a dormire. Si accostò per contemplarlo da vicino, e passò prima, lievemente, una mano su la coperta rosea, di seta: ma su quel rosa tenero, morbidissimo, notò a un tratto il nero della sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori, con le unghie piatte, corte, e istintivamente la ritrasse, mormorando di nuovo:

- Peccato!

Si protese un po’ a guardare il ricamo del lenzuolo, ma già non notava più la bellezza del letto, pensava a sé, pensava che, se lei fosse stata bella, quel matrimonio così per ridere non sarebbe avvenuto. Anche perché, se bella, chi sa da quanto tempo avrebbe avuto marito... Eppure, a volerla dire, quante sue amiche d’altri anni, certo non più belle di lei, avevano sposato, avevano una casa ora, uno stato; mentre lei... così per ridere! sposata, per non esser moglie... - Sorte!

E, per giunta, lo scherno di quel letto lì, così bello, che aveva suscitato un così vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore in lui: - Mi fate accapponar la pelle! -. Eh via... bella, no: lo capiva da sé; e poi, rifinita, debellata dalla vitaccia crudele; matrimonio fatto per scherzo, d’accordo, sì... ma era poi, veramente, tanto tanto tanto brutta lei, da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell’orrore? Eh via! non era neanche vecchia, in fin de’ conti! - Non per lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco, troppo... E, alla fin fine, era una donna onesta, lei, illibata, non ostante tutte le calunnie. Questo, intanto, sarebbe stato bene metterlo in chiaro. Non per nulla, ma perché egli almeno non credesse d’aver buttato il suo nome nel fango. Si regolasse poi come credeva: a lei non importava affatto di tutto il resto: le premeva soltanto che la sapesse pura, pura come quando era uscita dal grembo di sua madre, ecco. E basta.

Si scosse; si guardò attorno: vide in un angolo, arrotolate, le materasse del suo lettino; la lettiera di ferro, accostata al muro. Restò un pezzo perplessa se chiamare o no la serva per farsi ajutare; ebbe compassione di quella poveretta che, a quell’ora, forse dormiva, stanca della fatica straordinaria della giornata. Che fare? Si mosse verso l’angolo ove stavano le materasse; ma, passando innanzi allo specchio dell’armadio, intravide la propria immagine, e si fermò. Dall’attento esame di se stessa nello specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria coscienza, credesse di contemplar soltanto l’abito nuovo, che, allestito in fretta, le stava tanto male), le nacque una vivissima stizza per l’impiccio del lettino da rifare. - No, niente! Avrebbe dormito lì, su la poltrona. Tanto peggio per lei che, all’età sua, per far divertire gli altri, s’era prestata a commettere una tale pazzia, esponendosi così al ridicolo, al dileggio.

Subito dopo, però, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi a se stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era lasciata indurre: la paura cioè di quell’altro matto da catena, che voleva diventare per forza suo marito; la promessa pietosa ch’ella s’era lasciata sfuggire lì, all’ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a quell’imbecille di Martinelli.

«Bah!», pensò. «Mi servirà almeno per questo. E quando quel matto furioso uscirà dall’ospedale, egli (mio marito!) mi difenderà, riconoscendo la ragione per cui mi son prestata a far la buffona. Dovrà pur venire e dovrà pur dirglielo che io sono, almeno per finta, la sua legittima moglie.»

Prese a sbottonarsi il busto. A un tratto s’arrestò, dicendo a se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla poltrona. Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di assumer coscienza di una speranza sciocca, cui sapeva di non potere neanche per sogno accogliere. E tuttavia, spento il lume, seduta ormai su la poltrona, ella intendeva l’orecchio - senza saperlo, senza volerlo - nel silenzio della strada sottostante.

Dov’era egli a quell’ora? Forse in qualche Caffè, con gli amici. E immaginò la sala d’un Caffè, illuminata, e li vide tutti quelli della sua Pensione - lì, intorno ai tavolini, e vide lui che rideva, rideva e teneva testa ai motteggi. Certo il suo nome era su la bocca di tutti, deriso... Che gliene importava? Ella aspettava che quella riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.

Dove sarebbe andato? A casa? o forse... Forse sarebbe andato a trovare qualche altra donna...

Restò, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto inatteso, imprevisto. Ma si! ma sì! Non era egli libero del tutto?

E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto accanto - oh pazza! oh sciocca! - E non riusciva a prender sonno.

IV

No: Biagio Speranza non era andato al Caffè, come Carolinona aveva fantasticato.

Indispettito dall’insulsaggine degli amici, egli si era ritirato a casa, col fermo proponimento di partire il giorno appresso per Barcellona, e farla finita.

S’era messo a preparare l’occorrente per il viaggio, quando pensò che gli mancava il denaro per quella partenza anticipata. E allora, di fronte a questa difficoltà materiale, convenne che, in fine, non era degna di lui la fuga. La aveva fatta proprio grossa; s’era lasciato spingere un po’ troppo oltre dal suo spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio (tutt’uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici. Ora, a questa somaraggine egli doveva pur concedere un po’ di sfogo, che diamine! e sopportare in pace, con pazienza, i ragli per alcuni giorni. Si sarebbero stancati alla fine, e l’avrebbero smessa. Sì, si; aveva fatto proprio male a indispettirsi, ad andarsene così di nascosto. E non doveva poi abbandonare alle ire del Cocco Bertolli quella povera donna che non c’entrava né punto né poco, che sarebbe stata ai patti convenuti e non lo avrebbe mai molestato né infastidito; ne era sicuro!

«Povera Carolinona!», pensò, sorridendo. «Con che faccia pronunziò quel sì... Pareva che con gli occhi volesse soggiungere all’ufficiale dello Stato Civile: "Veda un po’ Lei che valore può avere... A me, in verità, non pare che ci si possa scherzare; ma questi giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male, ed eccomi qua, per contentarli. Che altro debbo fare? Scrivere, anche? Firmare?". Povera Carolinona! Guardò la penna, come per dire: "Ma proprio proprio firmare?". Poi guardò me, indecisa. M’è venuto di ridere e le ho indicato il posto dove doveva apporre la firma. Che raspatura di gallina, poveretta! E quella predica, poi, dell’assessore! E tutti quegli articoli del contratto matrimoniale... "La moglie deve seguire il marito...". - Sì, a Barcellona! A cavallo d’una scopa! Ma il fatto è, intanto, che mentre io andrò in giro per mezza Europa, lei resterà qua mia moglie, sempre, fin che campa. Passerà un anno, ne passeranno due, tre, diventerà vecchia: sempre mia moglie. Questo è l’inconveniente dello scherzo. Mah! Non ci penserà più, poverina, di qui a poco. Bisognerà fare in modo che non ci pensino più neanche gli altri. Se mi seccano troppo mi risolverò di cambiar residenza; tanto, sono uccello senza nido, e buona notte, sonatori.»

Si mise a letto e non tardò ad addormentarsi. Non avendo però ajutato con un po’ di moto la digestione del lauto pranzo, dormì male.

Brutti sogni! Carolinona non voleva più sentir ragione: era moglie, sì o no? e dunque voleva far valere tutti i suoi diritti, pronta, prontissima a sottostare a tutti i doveri. Lo prendeva per un braccio, non intendeva di lasciarlo più. Ma come! e i patti? se era uno scherzo! - Scherzo? - Ella aveva firmato davvero. E perciò lì! egli doveva star lì, con lei! - Infamia! tradimento! - Tutte le porte chiuse? - Calci, spintoni, pugni a tutte le porte. Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che angoscia... Dietro quelle porte chiuse, asserragliate, ridevano gli amici, a crepapelle: Cariolin, lo Scossi, Cedobonis e finanche il Martinelli. Trunfo sghignava. Congiura infame! Lo volevano dunque morto? No, no, anche a costo di morire, no: egli non si sarebbe arreso a dormire su quel letto. Ah, lo prendevano di forza? ve lo legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano, piano... Lì, alla gola, no... Ah, lo soffocavano...

Balzò a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in tumulto.

- Maledetti!... Che sogno! Via, via...

Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire, dall’altra parte.

Poco dopo era a Barcellona, in sogno. Ma l’amica ch’egli andava ogni volta a trovare - che è, che non è - gli si cangiava tra le braccia in Carolinona.

Si alzò tardi e di pessimo umore. Lavandosi e poi guardandosi allo specchio la brutta cera, si mise a riflettere sui casi suoi. Comprendeva che le sue stesse condizioni d’esistenza erano come tante vele spiegate che portavano di qua e di là la barca della sua vitaccia spersa, senza concederle mai riposo in un porto sicuro: la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe più così tra breve; era dunque necessario che almeno il suo spirito bislacco non rappresentasse più oltre il vento furioso che investiva quelle vele già vagabonde per necessità.

Fuori di metafora: - giudizio, Biagio!

Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col suo contegno, avrebbe fatto capire a gli amici che era tempo di finirla.

Prima di lui arrivarono alla Pensione, quella sera, tutti gli altri commensali, compreso Trunfo

- Ebbene? - domandò, per prima cosa, Cariolin. - È tornato? È venuto?

- Ah giusto! - aggiunse Cedobonis. - Ci ragguagli, ci ragguagli...

- E non vedete? - esclamò lo Scossi, additando Carolinona:

È languida la rosa

Che il zeffiro notturno accarezzò. .

- Zitti, via, zitti! - disse la Pentoni, scrollando le spalle. - Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto passar la notte su una poltrona.. .

- E non c’era il letto? - fece Cariolin. - Va’ là, va’ là! tu vuoi darcela a bere, sposina, d’accordo con lui...

Sopravvenne Biagio Speranza, e fu assalito di domande anche lui.

- Ma certo! ma si sa! ma come no! - cominciò egli a rispondere, con faccia tosta. - Hai avuto il coraggio di negare, tu, Carolina? Non le date retta, amici. Sposina fresca, si vergogna. Quando son venuto? A mezzanotte in punto. L’ora delle fantasime. Il portone era chiuso e lei, proprio lei che nega, mi ha buttato la chiave dalla finestra perché negarlo, moglie mia! Dobbiamo dare questa soddisfazione a gli amici che s’interessano tanto della nostra felicità conjugale. E questa sera mi vedrete anzi rimanere qua, al mio posto, da padrone di casa; e spero che basterà e d’ora in poi mi lascerete godere in pace le gioje del talamo. Va bene così?

Prese posto accanto a Carolinona; ostentò, durante il pasto, tra le risa generali, tutte quelle premure, que’ lezii da scimmiotto innamorato che uno sposino novello suol fare alla sposina; a chi gli domandò che nome avrebbero messo al primo figliuolo, rispose che lo avrebbero chiamato Speranzino o Speranzina se femmina; e così via. Carolinona lasciava dire, lasciava fare e rideva anche lei.

A un certo punto Trunfo, truce, domandò a Biagio Speranza:

- Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie carte?

- Senti, senti! - esclamò Cariolin. - Gli dà del lei, adesso!

- Ma certo, - approvò lo Scossi. - Tu non capisci nulla! Biagio è marito, ormai. E il maestro rispetta in lui l’autorità maritale.

- Io posso anche andarmene altrove, - soggiunse Trunfo. - Questa sera stessa, anzi, raccoglierò le mie carte...

- Ma no! - s’affrettò a rassicurarlo Biagio Speranza. - Lei, caro maestro (se non debbo più darle del tu), lei è padrone di fare il comodo suo di giorno e di notte. Che c’entra! Questo è matrimonio allegro. Lei vuol farne per forza una tragedia; ma sappia che io non sono affatto geloso. Libero, libero, caro maestro, di fare quello che le parrà e piacerà. Dico bene, Carolinona?

- Il signor maestro, - disse questa, un po’ mortificata, - non mi ha recato mai alcun fastidio.

- E allora, va bene, - concluse Trunfo, scattando in piedi.

Fece un breve, rapido inchino, con le mani appoggiate alla spalliera della sedia, e andò via, intozzato dalla bile.

- Amici miei, - ammonì, poco dopo, Biagio Speranza, - nell’interesse di mia moglie, vi consiglio di smettere se non volete farle perdere un cliente. Lo scherzo è bello, ma non deve poi nuocere alla tasca...

- Oh, intanto tu, senza scherzo, - raffermò Cariolin, levandosi di tavola insieme con gli altri, - mantieni la tua promessa e non prendere questa scusa. Noi ce n’andiamo e vi auguriamo felicissima notte.

- Io - aggiunse lo Scossi, - rimarrò con Cedobonis davanti il portone a far la guardia: e puoi star sicuro che non ti faremo scappare per tutta la notte.

- State pur sicuri vojaltri che non scapperò! - rispose Biagio Speranza, accompagnando i commensali fino alla porta.

Carolinona cominciò a sentirsi su le spine, non comprendendo che cosa veramente volesse fare quel matto.

- Che scimuniti, eh? - le disse Biagio, rientrando nel salotto da pranzo. - E son capaci di aspettare davvero su la strada, sai?

Carolinona si provò a sorridere e a guardarlo, ma abbassò subito gli occhi.

- Sai che è buffa davvero la nostra situazione? - riprese Biagio scoppiando in una sonora risata. - Ma bisogna far così, per aver pace. O non la smetteranno più... Aspetterò una mezz’oretta, abbi pazienza.

- Per me, si figuri... - disse la Pentoni, senza levar gli occhi, piano.

Biagio Speranza la guardò. Era tranquillissimo, lui, e credeva che dovesse anche lei esser così. Notando però l’imbarazzo di Carolinona, scoppiò di nuovo a ridere.

Ferita da quella risata, ella alzò gli occhi e, cercando di nascondere alla meglio la stizza amara sotto un sorriso, disse:

- È stata una pazzia imperdonabile, creda pure... Lei stesso se ne accorge, ora? Non avrei dovuto lasciargliela fare.

- Ma no! - esclamò Speranza. - Sta’ tranquilla! Passerà...

- Intanto, lei dovrebbe intenderlo; - riprese ella, - mi secca... sì, ecco... che in questo momento la gente supponga...

- E che male c’è? - domandò ridendo Biagio. - Non sei mia moglie? Io non posso comprometterti, mi pare. Mi comprometto io, scusami, se mai.

- Lei è uomo e sanno tutti che fa per ridere, - disse seria la Pentoni. - Quantunque, se debbo dirle la verità, io non riesco più a vedere che scherzo sia, arrivato a questo punto... Ridono tutti di lei e di me...

- E ridiamo anche noi! - concluse Biagio. - Perché no?

- Perché io non posso, - rispose pronta Carolinona. - Capirà bene, scusi, che non può farmi piacere, che lei, per troncare uno scherzo che comincia a seccarle, sia costretto a farmi rappresentare una parte che non mi va...

- Come! - esclamò Biagio. - La parte di moglie? Dovresti ringraziarmi, perbacco.

Carolinona s’infiammò:

- Ringraziarla, scusi, anche delle parole che lei ha detto al maestro Trunfo sul conto mio? Moglie per ridere, capisco: ma poiché lei ha commesso la bestialità di darmi davvero il suo nome davanti alla legge, mi pare, non so, che lei dovrebbe, almeno almeno, mostrare di non credere a certe calunnie e non scherzarci su... Perché sono calunnie, sa! vilissime calunnie... Io mi son fatta sempre gli affari miei. Povera, sì, ma onesta, onesta! È bene che lei lo sappia. E può star tranquillo, su questo punto...

- Ma tranquillissimo, figurati! - la rassicurò Biagio, senz’alcuna convinzione.

- Dice proprio sul serio? - ribatté la Pentoni, guardandolo fermamente.

Biagio la guardò a sua volta; poi si lasciò cader le braccia ed esclamò:

- Mi spavento, Carolinona! Non ti credevo capace di dir la verità con tanta asseveranza e tanto calore. Ti credo, ti credo... ma lasciami vedere dalla finestra se sono andati via quei seccatori, e finiamola subito.

Si recò alla finestra, guardò giù nella via.

- Nessuno, - disse, ritirandosi. - Mi dispiace che lo scherzo sia finito proprio male. Le cose lunghe, si sa, diventano serpi. Basta: la sciocchezza è fatta, e non ci si pensi più. Addio, eh?

Le porse la mano. La Pentoni, esitante, gli porse la sua, tozza e nera, mormorando:

- A rivederla.

Appena sola, tutta vibrante dalla commozione, corse a chiudersi in camera e scoppiò in un pianto dirotto.

Biagio Speranza, fatti pochi passi, spiando nell’ombra della piazzetta innanzi al portone, invece dello Scossi e del Cedobonis, intravide il signor Martinelli che si stropicciava le mani, dal freddo. Restò senza fiato il buon uomo nel sentirsi chiamare e poi batter forte una mano su la spalla.

- Che fa qui lei, bel tomo? Dica un po’, stava forse ad aspettare che io me ne andassi, per...?

- Dio me ne guardi! Che dice mai, signor Speranza? - balbettò cosi tremante il Martinelli, che Biagio non poté tenersi dal ridere. - Stavo... stavo per andarmene...

- E intanto era qua! - rispose Biagio ricomponendosi e simulando severità. Gli passò una mano sotto il braccio, e aggiunse, avviandosi: - Su, andiamo, e mi spieghi...

- Ma sissignore... - s’affrettò a rispondergli, impacciatissimo, il Martinelli. - Le confesso... giacché lei ha potuto... si, dico... sospettare (Dio me ne guardi!), le confesso che m’ero trattenuto, non tanto per curiosità, quanto per... si, dico... congratularmi meco stesso che lei finalmente riconoscesse la... la... la santità del vincolo, perché...

- E debbo proprio crederci? - lo interruppe, fermandosi, Biagio. - Non sono proprio un marito ingannato? Lei se ne stava li, all’ombra, come un vil seduttore, non può negarlo.

- Ma non lo dica neanche per ischerzo! - esclamò con gli occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor Martino. - All’età mia, scusi? E poi quella là... un’onestissima donna, glielo giuro! Ma già lei non ha bisogno che glielo dica io... È stata sempre tanto... tanto buona con me, mi ha sempre confidato... si, dico.. tante cose, poverina... Ed io perciò stavo li, creda, a felicitarmi... che...

- Con permesso, scusi! A rivederla! - lo interruppe di nuovo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e accorrendo verso una donnina capricciosamente abbigliata, che usciva in quel momento da un Caffè.

Martino Martinelli rimase li piantato in mezzo alla strada; si portò istintivamente una mano al cappello, poi segui un tratto con gli occhi quella coppia che s’allontanava ridendo sonoramente, forse di lui, forse della Pentoni, e tentennò il capo, addolorato, ferito...

V

Né la sera appresso, né le altre seguenti Biagio Speranza venne alla Pensione.

Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima sera, di tormentare Carolinona, che parlò, alla fine, un po’ fuor de’ denti. Trunfo volle prendersi la rivincita, ricordando com’egli li avesse bene ammoniti di non scherzare stupidamente su una cosa che non comportava scherzi. Cedobonis non si dava pace pensando che con quel matrimonio si era celebrato il «funerale dell’allegria», e per parecchie sere ripeté questa frase che gli pareva molto bella. Egli solo, con la sua ostinazione da calabrese, seguitava, nonostante le preghiere di Carolinona, a soffiare, a soffiare perché il fuoco si ravvivasse e scoppiettassero ancora i bei frizzi salaci d’una volta, e diceva per esempio che non solo Carolinona ma anche la tavola era vedova, senza Biagio Speranza. Nessuno però gli badava, ed egli si consolava in qualche modo pensando che quello scherzo madornale non poteva finir lì, che una ripresa sarebbe stata inevitabile, comunque fosse, per la prossima uscita del Cocco Bertolli dall’ospedale.

Trunfo, intanto, che aveva ripreso le sue abitudini, tra urla nota e l’altra della sua opera fischiata, istigava nascostamente Carolinona a vendicarsi:

- Lo punisca esemplarmente, quel buffone. Lo prenda nella sua stessa ragna! Lei ha commesso l’insigne bestialità di prestarsi a una siffatta buffonata e, creda, non avrà più pace. Bene: non ne abbia più nemmeno lui!

A queste maligne esortazioni, la Pentoni sentiva riaccendersi in cuore il dispetto. Vampava in lei il desiderio della vendetta; ma, poco dopo, come se quella vampata diventasse a un tratto fumo, fumo denso e lento, ella, soffocata, si nascondeva la faccia con le mani, poi scoteva amaramente il capo.

- Vendicarmi? Come?

- Lo domanda a me? - le rispondeva Trunfo. - Faccia valere i suoi diritti. A una donna non mancano i mezzi.

Ma ella non sapeva veramente riconoscersi alcun diritto, né vedeva alcun mezzo, per quanto si sforzasse d’escogitarne; e, alla fine, domandava a se stessa:

«Ma poi, vendicarmi di che?».

I patti, egli, li aveva posti chiari, avanti. Erano si ingiuriosi, anzi schernevoli per lei; ma non li aveva ella accettati? Dunque, zitta. E se non poteva, perché improvvisamente e senz’alcun sospetto le era nato in cuore un sentimento non mai finora provato e che ella stessa non riusciva ancora a spiegarsi, ma da cui pur si sentiva rosa e torturata senza requie, - che colpa ci aveva lui? Una sola offesa le aveva fatto: quella di non voler credere (come tutti gli altri, del resto) alla sua onestà. Qual vendetta per una tale offesa? Una sola, forse, se ella se ne fosse sentita capace: tradirlo, ingannarlo davvero... Ma che! no! Pendeva piuttosto verso il Martinelli che le consigliava di prenderlo con le buone, d’intenerirlo.

- Voglia incomodarsi fino alla casa di lui, procuri di vederlo e... sì, dico... lo persuada almeno a tornare a desinare da lei... Poi, con la frequenza, a poco a poco, sì, dico... chi sa!

Carolinona lo lasciava dire, fingendo di non prestargli ascolto, poiché provava un gran conforto alle buone parole di lui, e non voleva mostrarlo. In fine, come scotendosi da un sogno, gli rispondeva:

- Ma no, signor Martino! Crede proprio che mi convenga? Prima di tutto, chi sa come mi accoglierebbe: ha tanta paura del ridicolo... E poi, del resto, sarebbe inutile. La mia insistenza potrebbe fargli sospettare in me... non so, un pensiero che non c’è. . .

- Ebbene, gli scriva allora! - le consigliò infine il Martinelli. - Gli dica che venga come prima, per fare almeno... sì, dico, l’obbligo suo, ora che quel... sì, dico... pezzo d’ira di Dio sta per lasciare l’ospedale.

- Ne ha notizie lei? - gli domandò Carolinona.

Ne aveva, sì, il signor Martino e gliele diede, compunto, angustiato. Sarebbe stato libero, per disgrazia, fra due o tre giorni, quel bestione! Gliel’aveva detto un infermiere, il quale lo aveva pure informato che, già quasi convalescente, avendo saputo del matrimonio, il Cocco Bertolli aveva avuto una ricaduta, per la violenza che gli si era dovuta usare, volendo egli a ogni costo scappare dall’ospedale.

- Pericoloso, pericoloso... - terminò il signor Martino. - Tanto che io, quasi quasi, vorrei consigliarla di avvisarne, senz’altro, la questura.

La Pentoni stette un pezzo a pensare, poi sorrise:

- Ma sa che è davvero buffona la sorte mia? Uno mi sposa per ridere, l’altro mi vuole per forza... Ebbene signor Martino, sa la nuova? io non faccio più nulla: non voglio più muovere neanche un dito. Venga il Bertolli, e mi bastoni. O vorrà forse uccidermi? Sarebbe proprio da ridere. Lasciamo fare a Dio!

Dio, va bene; Dio è grande, onnipotente, veglia su tutti, protegge i buoni e gli oppressi; ma il Martinelli stimò pur conveniente informar lo Scossi e il Cariolin dei propositi violenti con cui il Cocco Bertolli sarebbe uscito dall’ospedale.

- Considerino che è un pazzo, signori miei, e che non ha nulla da perdere.

Fu allora deciso, dopo lungo confabulare, di mandar lo Scossi in casa di Biagio Speranza, cui nessuno, da quel giorno, aveva più riveduto: se non si trovava in casa, lasciargli un biglietto, per avvertirlo del pericolo della Pentoni; se era partito, saper l’indirizzo per telegrafargli.

Né in casa, né partito. Dario Scossi dovette prendere a nolo una vettura per recarsi a un poderetto della vecchia padrona di casa dello Speranza, a tre chilometri circa fuor di porta. Biagio si trovava colà da quattro giorni e vi si sarebbe trattenuto fino alla partenza per Barcellona: aveva raccomandato alla padrona di casa di non far sapere a nessuno il suo rifugio, e la padrona di casa, come si vede, aveva mantenuto la promessa. Ma si trattava, è vero? d’un caso molto grave.

- Gravissimo! Gravissimo! - la rassicurò lo Scossi.

Avendo forzata cosi la consegna, questi, via facendo, cominciò a sentire il bisogno di credere sul serio al pericolo che minacciava Carolinona, alla terribilità del Cocco Bertolli, per avere il coraggio di presentarsi a Biagio Speranza. Come doveva esser lieto, quel birbaccione, in mezzo alla campagna che già si rivestiva di tenero verde. L’aria era ancora frizzante, ma di che lieve freschezza ristorava lo spirito e come riposavano gli occhi su quelle prime ridenti verzure!

Quando la carrozza, finalmente, si fermò dinanzi a un rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali sorgevano due alti cipressi, Dario Scossi era com’ebro di primavera.

Un erto vialetto saliva dal cancello, tra la vigna, su al poggiuolo, in vetta al quale stava tra gli alberi la casina. Che poesia! che sogno! che quiete! Il fresco d’ombra di quella poggiata a bacio era saturo di fragranze selvatiche: amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie. Prima di sonar la campana, lo Scossi guardò un pezzo lassù; udì a un tratto acutissimi strilli di papere, poi la voce di Biagio Speranza, che chiamava allegramente:

- Nannetta! Nannetta!

Ah marrano! ah rinnegato! In pieno idillio? Si penti d’esser venuto.

- Debbo aspettare? - gli domandò il vetturino.

- Si, aspetta. Suono.

Ma, prima di tirare la catena, guardò la campanella che pendeva immobile, arrugginita, dalla parte interna del pilastro, in alto.

«Ecco», pensò, «fra un minuto essa romperà l’incanto, sonando. Tiro o non tiro?»

Tirò pian piano: il battaglio, ecco, si accostava all’orlo, lo toccava appena, senza dare alcun tintinno... Lasciò d’un tratto la catena, e la campana squillò furiosamente.

- Fatto! Crepa! Corno d’Ernani!

Su, in cima al vialetto, si presentò poco dopo un vecchio contadino, il quale, vedendo la vettura innanzi al cancello, s’affrettò a discendere.

- Lei signore, chi cercate?

- Speranza.

- Che vuol dire? Ah, sissignore: sarebbe quel giovinotto... Sta qui.

Apri il cancello e Dario Scossi entrò. Giunsero di nuovo, dall’alto, gli strilli delle papere, e il vecchio contadino si mise a ridere, scotendo la testa:

- Che matto! che matto!

- Biagio? che fa? - domandò lo Scossi.

- Mah, una ne fa e cento ne pensa! - rispose il contadino. - Venga a vedere. Fa i berrettini da soldato a quelle povere bestiole e le avvia cosi, con quelle barchette in capo, alla signora che sta laggiù alla vasca del giardino.

- Nannetta! Nannetta! - gridò un’altra volta, di lassù Biagio. - Eccoti Carolinona, che viene di corsa! L’ho fatta caporalessa.

- Orrore! - urlò Dario Scossi, presentandosi su la spianata.

- Dario! - esclamò Biagio Speranza, di soprassalto. - Come! Tu qua?

E gli mosse incontro. Ma lo Scossi si tirò un passo indietro e lo guatò severamente.

- A un’oca il nome di tua moglie?

- Oh, sta’ quieto! - gli rispose Biagio scrollandosi tutto. - Sei venuto a seccarmi fin qua? Com’hai saputo?

Lo Scossi gli spiegò allora la ragione della sua venuta, gli disse che non era giusto né onesto lasciar cosi nell’imbarazzo quella povera donna lì, e che urgeva la presenza di lui alla Pensione, almeno per tre o quattro giorni, assolutamente. Biagio Speranza senti cascarsi le braccia.

Sopravvenne di corsa, tutta infocata in volto, con un cappellaccio di paglia su i capelli fulvi, scarmigliati, bellissimi, Nannetta; quella stessa che il signor Martinelli aveva veduto uscire dal Caffè, quella sera.

- Ebbene, Biagione? Ah, scusi: buon giorno, signore...

- Buon giorno, carina, - rispose lo Scossi, tendendole la mano.

Ma Nannetta alzò le sue al cielo:

- Non posso. Son bagnate. Se vuole, col permesso di lui, un bacetto qua.

E porse la guancia infocata.

- Permetti? - domandò, compunto, lo Scossi. - Ha le mani bagnate...

- Uno solo, - rispose Biagio, funebre. - Non c’è che dire. Bisogna andare.

- Ti reclama tua moglie? - domandò, dolente, Nannetta con la guancia protesa, su cui lo Scossi deponeva intanto una serie di lievi bacetti. - Oh, basta, signore: uno solo, prego! Tua moglie, dunque?

- Oh non mi seccare anche tu! - esclamò Biagio, esasperato. - Ringrazia il tuo Dio, Scossi, che non ho in mano un bastone. Ma vattene subito! Ritorno in città domani, perché stasera io qua mi voglio vendicare: tiro il collo a quella papera che le somiglia tanto e me la mangio tutta, a cena, con la voracità d’un antropofago. Vattene!

Ma Nannetta volle trattenere lo Scossi a desinare. A tavola, Biagio gli spiegò perché se ne fosse scappato.

- Non direi ancora che ella proprio mi ami, ma ci pende, sai? Chi se lo sarebbe aspettato? Capisco, si, sono un bellissimo giovane, tanto simpatico...

Nannetta protestò, ridendo:

- Bellissimo, poi! Va’ là... Con quella pancia...

- Pancia, io? Grassotto, o diciamo meglio: robusto. Ma poi tu non conosci colei: divento uno stecchino a paragone, cara mia. Si vede che ci ha ripensato. E vi assicuro che mi ha tenuto un discorso da vera moglie.

- Povera donna! - esclamò Nannetta. - Se è vero quel che dice lei, voi tutti e tu, Biagio, specialmente, siete stati d’una crudeltà senza pari. Via, ricompensala adesso! Credi pure che è il meglio che ti resti da fare.

Biagio Speranza non apri bocca, ma sbarrò gli occhi e guardò Nannetta con tale espressione, che questa sorrise e ripeté:

- Povera donna!

- Basta, basta, carina! - interloquì lo Scossi. - o non lo farai più tornare in città.

- No no, - disse Biagio, serio. - La promessa è debito, e verrò. Io voglio stare ai patti. Ma, appena avrò finito di rappresentare la mia parte di fronte al Cocco Bertolli, partirò, cari miei, e non mi rivedrete mai più! Mi porterò dietro, forse, la mala ventura, perché ho fatto torto al destino, il quale, come sapete, è di sua natura buffone. A pensarci, per spasso dell’afflitta umanità esso aveva combinato un matrimonio veramente ideale: Cocco Bertolli e Carolinona. Io, sciocco, stupido, imbecille, vado a mettergli il bastone tra le ruote. Bisogna scontare. Quel grand’uomo l’amava, la sua colomba, e ora dovrò metterlo alla porta. Ne ho rimorso, credetemi; ma, l’ho promesso, lo farò.

La sera di quello stesso giorno, Dario Scossi riferì agli amici della Pensione quel che aveva fatto, dove aveva trovato Speranza e in compagnia di chi.

Cedobonis finse di scandalizzarsi per una cosi immediata infedeltà; ma lo Scossi che, senza volerlo, raccontando, s’era lasciato scappare quella notizia gli rispose che Carolinona non doveva farsene, essendo che le mogli son fatte apposta per esser ingannate dai mariti, e viceversa - eccezion fatta, s’intende, della coppia Martinelli, unica sotto la cappa del cielo - e infine annunziò che Biagio Speranza sarebbe venuto senza fallo la sera del giorno seguente.

- La pecorella ritorna all’ovile.

VI

Tutti d’accordo: nessuna allusione al matrimonio, come se nulla fosse stato. Biagio Speranza venne con un po’ di ritardo, salutò la Pentoni e gli amici e sedette al suo solito posto. Ci fu dapprima un po’ d’imbarazzo; poi, a poco a poco, si prese a parlare del più e del meno. Solo il Martinelli teneva fissi su lo Speranza gli occhietti tondi da barbagianni, come se da un momento all’altro si aspettasse da lui una spiegazione di quell’indegno modo d’agire, un segno di pentimento.

Carolinona se ne stava con gli occhi bassi; di tanto in tanto però volgeva uno sguardo in giro e, se vedeva che nessuno la guardava, lanciava una rapida occhiata obliqua allo Speranza, e si turbava profondamente. Soffriva; si sentiva soffocare; ma pur si dominava perché nessuno se n’accorgesse.

Aveva dato ordine alla serva di non aprire la porta, senza aver prima guardato dalla spia. Se il Cocco Bertolli fosse venuto di giorno, ella doveva rispondere che la padrona non era in casa; se di sera, mentre i commensali erano a tavola, prima di aprire, doveva entrare nel salotto da pranzo ad avvisare.

A ogni scampanellata alla porta, restavano perciò tutti per un istante in attesa, e la povera donna si sentiva scoppiare il cuore dall’agitazione. Poi riprendevano a conversare.

Dopo una scampanellata più forte, Cedobonis osservò:

- Vedranno che non sarà lui. Egli, certamente, tenterà prima di entrar qui di giorno e, non riuscendogli, tornerà di sera.

E così, senza dubbio, sarebbe stato logico; ma Cedobonis non teneva conto d’una cosa: che il Cocco Bertolli era matto. Tanto vero, che aveva sonato cosi forte proprio lui. La serva entrò di corsa ad annunziarlo, spaventata.

Si alzarono tutti, costernati, tranne Biagio Speranza.

- Prego, - diss’egli, calmo. - Mettetevi a sedere. Debbo andare io solo. Voi continuate a chiacchierare tranquillamente qua. Vedrete: due paroline pacate, e lo riduco a ragione.

Si alzò e si mosse; prima di uscire dal salotto da pranzo, si volse e aggiunse, alzando una mano:

- Mi raccomando, eh?

Ma la Pentoni, che si era finora contenuta a stento, scoppiò in lagrime. Alcuni le si fecero attorno, per confortarla; altri si recarono in punta di piedi dietro l’uscio del salotto a origliare.

Biagio Speranza andò ad aprire lui stesso la porta risolutamente; ma subito restò di sasso alla vista del Cocco Bertolli. Non aveva più un’oncia di carne addosso quell’infelice e gli occhi enormi da bue, in quel volto smunto, cadaverico, incutevano terrore. Anch’egli restò, alla vista di Biagio Speranza e, atteggiando la bocca a un ghigno feroce:

- Ah, lei! - mormorò.

- Scusi, desidera? - gli domandò Biagio.

Il Cocco Bertolli serrò le pugna e lo fissò con gli occhi sbarrati; poi riprese:

- Desidererei di mangiarle il cuore. Ma più tardi. Ora...

Biagio Speranza lo interruppe con un cenno della mano e una smorfia di nausea:

- Pessimo gusto, caro poeta! Meglio una buona bistecca, dia ascolto a me!

- Ora, - riprese il Cocco Bertolli, con gli occhi che pareva gli volessero schizzare, - voglio dire due sole paroline a quella signora, di là, e mozzarle le orecchie e il naso.

- Per carità! Me la sciuperebbe! - esclamò Biagio, ridendo - Via via, caro poeta: sappia che qui il padrone di casa, sono io, e che lei non entrerà più, né ora né mai.

Il Cocco Bertolli, tutto fremente, si tirò il panciotto troppo agiato, e disse:

- Sta bene. Ci vedremo giù. Volevo soltanto ricordare a quella brava signora un certo giuramento...

- Ma non capisce, scusi, - volle fargli notare lo Speranza, - che quella signora, come dice lei, sperava, anzi era certa che lei... sì, abbia pazienza, dovesse morire?

- Ma non son morto! - gridò il Cocco Bertolli, con feroce gioja. - E la morte, io, capisce? io l’ho sfidata per lei!

- Malissimo! - esclamò Biagio. - Malissimo! Via, se lo lasci dire: le pare che ne valesse proprio la pena?

- Ah, lo sa anche lei, dunque, - sghignò il Cocco Bertolli, - che è una donnaccia sua moglie?

Biagio Speranza protese le mani:

- Donnone, scusi, diciamo donnone piuttosto; per non offendere.

- Ma offendere io voglio! - rispose il Cocco Bertolli, alzando le braccia, terribile. - Offenderla di fronte a lei, che è suo degno marito. Buffone!

Biagio Speranza impallidì, chiuse gli occhi, poi disse pacatamente:

- Senti, Cocco. Vattene con le buone o ti piglio a calci.

- A me?

- A te. Anzi, guarda: ti chiudo la porta in faccia per impedirmi d’alzare il piede su un povero pazzo, che non sei altro.

E chiuse la porta.

- Vile pagliaccio! - ruggì, dietro la porta, il Cocco Bertolli. - Ma ti aspetto giù in istrada, sai! Te la farò pagare.

Biagio Speranza rientrò in salotto, pallido ancora e vibrante dello sforzo che aveva fatto per contenersi.

- Ebbene? - gli domandarono tutti, ansiosamente.

Niente, - rispose egli, con un sorriso nervoso. - L’ho cacciato via.

- E t’aspetta giù! - aggiunse Cariolin, che aveva udito dall’uscio la minaccia del pazzo.

- Per carità! - gemette Carolinona, col volto nascosto nel fazzoletto. - Per causa mia!

Biagio Speranza s’irritò di quel pianto, sentì ribrezzo della parte che stava a rappresentare e si scrollò irosamente:

- Lasciatelo aspettare. Non gliele ho date, per miracolo; andrò a dargliele adesso!

E cercò il cappello e il bastone.

La Pentoni allora, quasi spinta da una susta più forte di lei, sorse in piedi e gli s’appressò, in lagrime, per trattenerlo:

- La scongiuro! Per carità! Non si metta con quel pazzo. Ci lasci andar prima gli altri. Mi dia ascolto!

Tutti, tranne il Martinelli che tremava come una foglia e lo sdegnoso Trunfo, fecero eco alle parole di Carolinona e si proffersero d’andare avanti. Biagio Speranza si arrabbiò, si fece largo con violenza e gridò:

- Ma insomma, per chi mi prendete?

E s’avviò.

Gli altri lo seguirono. Giù per la scala egli si volse e li pregò di nuovo, con le buone, di restare.

- Voi così, - disse loro, - mi fate perdere la pazienza. Credete sul serio che io alzi le mani su quel povero disgraziato che esce adesso dall’ospedale, se egli proprio non mi metterà con le spalle al muro? Dunque statevene qua, vi prego! non vi fate vedere, perché se egli vi vede, si metterà a predicare. Non aggravate il ridicolo della mia posizione.

Dario Scossi allora fe’ cenno a gli amici di fermarsi e di lasciare andar solo, avanti, Speranza. Poco dopo, ripresero a scendere la scala e si fermarono nell’androne a spiare. Cariolin, che si trovava innanzi a tutti, sporse un po’ il capo dal portone: Biagio e il Cocco Bertolli parlavano, poco discosti, animatamente; ma, a un tratto, Cariolin vide il Cocco Bertolli alzare una mano e appioppare un solennissimo schiaffo allo Speranza. Tutti allora si slanciarono a spartire i due furibondi che già avevano alzato i bastoni.

Carolinona, che se ne stava alla finestra, cacciò uno strillo e si rovesciò indietro, svenuta, tra le braccia tremanti di Martinelli, mentre Trunfo, attirato dalle grida della strada, s’affrettava ad uscire, ripetendo a schizzo:

- Forte! Rotture! Pagliacci!

Biagio Speranza, piangendo dalla rabbia e divincolandosi, gridava a gli amici che lo trattenevano:

- Lasciatemi! Lasciatemi!

- Ai suoi ordini! - urlava, di là, pur trattenuto e trascinato via, il Cocco Bertolli, tra la confusione de la folla accorsa da ogni parte. - Ai suoi ordini! Al Caffè dello Svizzero! E intanto si tenga questo per caparra! Ne vuole ancora? Ne vuole ancora?

Dario Scossi, Cedobonis e Cariolin riuscirono finalmente a condur via Biagio Speranza, che farneticava:

- Bisogna che l’ammazzi! Bisogna che l’arnmazzi! Due di voi: tu, Scossi e tu, Cariolin, subito andate a trovarlo. Bisogna che l’ammazzi. Per quanto sia ridicolo, atrocemente ridicolo, un duello con quel miserabile, a causa di quella donna là, bisogna che mi batta, perché se no, vedendolo, lo ammazzo come un cane... Andate, andate. Io vi aspetto a casa.

I tre amici cercarono di sconsigliarlo, di persuaderlo a non dare importanza all’accaduto. Si trattava in fin de’ conti, dell’aggressione d’un pazzo. Ma Biagio Speranza non volle sentir ragioni:

- M’ha dato uno schiaffo, volete capirlo? Volete che mi sporchi le mani e vada a finire in galera?

Montò in una vettura per rincasare, mentre lo Scossi e Cariolin, seguiti da Cedobonis - serio, placido e curioso - si recavano a trovare il Cocco Bertolli al Caffè dello Svizzero.

Lo trovarono lì, tronfio nello squallore della sua orrenda miseria, esultante, che narrava l’avventura, tra le risa de la folla che lo aveva seguito. Lo Scossi si fece avanti e lo invitò a venir fuori.

- Subito! a gli ordini! - rispose egli, avviandosi. - Pistola, spada, sciabola: quello che vogliono, a loro scelta! Ma anche con le mani o coi piedi, subito!

Lo Scossi gli fece capire che c’era bisogno di due altri con cui intendersi per le modalità dello scontro.

- Io non conosco nessuno! - protestò il Cocco Bertolli. - Vorrei poter mandare al signor Speranza due miei amici: Erostrato e Nerone, ma sono morti, purtroppo! Mi trovino adesso loro stessi due mal vivi: non voglio impacciarmi di codeste miserie.

- Io potrei assistere, nella mia qualità di medico, - disse Cedobonis. - Ma come si fa? Ho lezione al liceo...

Dario Scossi allora e Cariolin, insieme col Cocco Bertolli, si misero in cerca di due padrini, che non fossero propriamente Erostrato e Nerone.

Biagio Speranza aspettava, fremente, in casa, da circa un’ora, quando - a una scampanellata - invece dello Scossi e del Cariolin, si vide innanzi alla porta Nannetta che, avendo saputo in un Caffè della rissa, veniva a domandar notizie.

- Ma sì, schiaffeggiato! - le disse Biagio. - Vieni, entra, Nannetta. Ce ne stavamo tanto bene, noi due, in campagna, non è vero? L’ho fatta troppo grossa, che vuoi? Bisogna pagare, te l’ho detto...

- Un duello? - gli domandò, angustiata, Nannetta.

- Per forza. Schiaffeggiato, ti dico.

- Dove?

- Qua.

Nannetta gli posò un bacio su la guancia.

- Caro, e se ti ammazzano? Non ci pensi?

- No, davvero! - disse Biagio, alzando una spalla e recandosi a guardare dalla finestra, impaziente.

Nannetta lo seguì, ma invece di guardar giù nella strada si mise a guardare in alto le stelle che sfavillavano fitte nel cielo senza luna. Sospirò e disse:

- Sai, Biagio, che non vorrei davvero che tu facessi questo duello?

Colpito dalla strana espressione della voce di lei, Biagio le domandò, con un sorriso sforzato:

- Ti preme tanto di me?

Nannetta si strinse ne le spalle, sorridendo, mesta; socchiuse gli occhi e rispose:

- Che so... Non vorrei...

- Su! - esclamò Biagio, riscotendosi. - Senza malinconie! Ho un po’ di Marsala: beviamo! Devo aver pure biscotti, aspetta... Poi mi ajuterai a preparar le valige. Domani, dopo aver dato una buona lezione a quel cane, partenza!

- Per sempre?

- Per sempre.

Prese la bottiglia del Marsala, i biscotti, e invitò Nannetta a sedere, a bere.

Una nuova scampanellata alla porta.

- Ah, ecco, - disse Biagio. - Saranno loro!

Era invece il signor Martino Martinelli, che pareva ridotto l’ombra di se stesso, cui ciascuno con un soffio avrebbe potuto far volare di qua e di là, come una piuma.

- Venga, venga avanti, signor Martino carissimo! - gli disse Biagio, battendogli una mano dietro le spalle. - Chi lo manda, eh? Scommette che l’indovino? Mia moglie!

Nannetta scoppiò a ridere nel vederlo restare con quel palmo di naso, alla vista di lei.

- Non ridere, Nannetta, - disse Biagio. - Ti presento il prototipo dei mariti fedeli, il signor Martino Martinelli, primo naso assoluto. Dica, signor Martinelli, alla mia signora moglie, che mi ha trovato sano, innanzi a un buon bicchiere di vino e accanto a una leggiadra donnetta. Non starnuti! Vuol bere?

- Mi... mi scusi, - balbettò indignatissimo, lappoleggiando, il signor Martino. - Permetta che io le... le dica che lei... sissignore... di... disconosce, sì, dico, indegnamente... sissignore... un cuore... un cuor d’oro, che in questo momento pal... sì, dico... palpita per lei. Buona sera. E me ne vado.

Le risa di Biagio e di Nannetta lo accompagnarono fino alla porta; ma il signor Martino si sentì sollevato, dopo quello sfogo, in una sfera eroica, e se ne andò col naso al vento, come una tromba guerriera.

VII.

Giannantonio Cocco Bertolli giunse primo al luogo designato per lo scontro, in compagnia del medico e de’ due ufficialetti d’artiglieria, amici di Cariolin, che si erano prestati a far da padrini.

Era tranquillissimo. Lodò, da buon poeta, il dolce mattino d’aprile.

Zeffiro torna e il bel tempo rimena...

Lodò i gorgheggi degli uccelli che salutavano il sole; aspirò con voluttà l’odor di resina che esalavano i pini e i cipressi de la villa signorile; recitò un’odicina d’Anacreonte da lui tradotta, e infine narrò ai due ufficialetti, che se lo godevano, l’apologo delle oche e della gru migranti. Egli era una gru: cioè un pazzo per le oche.

- Perché non ho ciotola, né becchime, intendono? Da jeri, o miei signori, nel mio stomaco abbiosciato, non entra cibo. Acqua: ho bevuto acqua nelle pubbliche fontanelle. Diogene, o miei signori, aveva un ciotolino, ma quando vide un ragazzetto far mano cupa e bere, ruppe il ciotolino e bevve anche lui nella mano. Così faccio anch’io. Non so se oggi mangerò, dove dormirò stasera. Forse mi presenterò a qualche fattore di campagna. Zapperò. Mangerò. Ma così, sciolto da ogni vincolo, in questa piena, sublime libertà che m’inebria e che naturalmente deve parer follia a gli schiavi delle leggi, dei bisogni, delle consuetudini sociali. Spaccherò tra poco il cranio a quell’imbecille che ha tentato d’attraversarmi la via, e quindi metterò mano al mio gran poema: L’Erostrato.

Giunsero, poco dopo, Biagio Speranza, Dario Scossi e Momo Cariolin, con un altro medico.

Biagio Speranza era molto nervoso; il pensiero di battersi con quel pazzo, da cui s’era preso uno schiaffo, lo avviliva. Ma voleva tuttavia mostrarsi ilare, per non dare importanza a quel duello: grottesco epilogo d’una buffonata. Aveva già preparato in casa le valige e tutto l’occorrente per la partenza. Ora avrebbe dato o ricevuto uno sgraffio, e tutto sarebbe finito lì. N’era tempo, perbacco!

La direzione dello scontro toccò in sorte all’ufficialetto che fungeva da primo testimonio. Ma già pareva che tutto si facesse , all’amichevole. Scelto il terreno, misurato il campo, i due avversarii furono invitati a prender posto, l’uno di fronte all’altro. i - Prego, - disse l’ufficiale al Cocco Bertolli, - bisogna che si cavi la giacca.

- Gliel’ho detto, - aggiunse, sorridendo, l’altro ufficiale. - Ma non se la vuol cavare.

- Per forza? - domandò cupo il Cocco Bertolli. - Ebbene, ecco qua: non me n’importa!

Si cavò di furia la giacca e la buttò per terra, lontano.

Nel vedergli la camicia sbrendolata e sudicia, sforacchiata ai gomiti, provarono tutti una penosissima impressione: avvilimento, ribrezzo e pietà insieme; si guardarono negli occhi, come per domandarsi l’un l’altro se non fosse proprio il caso di mandar tutto a monte.

Ma il Cocco Bertolli, che aveva già la sciabola in pugno e fremeva, domandò, fieramente accigliato:

- Dunque?

- In guardia! - disse allora l’ufficiale.

Subito il Cocco Bertolli si slanciò, come un tigre, con terribile furia, mulinando la sciabola e vociando, addosso all’avversario.

Biagio Speranza, così investito, ancora sotto quella penosa impressione, indietreggiò, parando alla meglio la tempesta dei colpi. Avrebbe potuto facilmente lasciarlo infilzare, tenendo ferma e diritta la sciabola, in un subito arresto: ma scacciò tosto la tentazione e seguitò a parare. A un tratto, nella furia, al Cocco Bertolli cadde di mano la sciabola.

- Basta! - gridò l’ufficialetto che dirigeva lo scontro.

- Basta! - ripeterono gli altri, fortemente costernati della violenza del pazzo, oppressi dalla minaccia d’una imminente sciagura.

- Che basta! - disse, ansante, il Cocco Bertolli. - Vogliono approfittarsi di una disgrazia? Me ne appello al mio avversario, a cui non credo che possa bastare una così magra sodisfazione.

Biagio Speranza si chinò a raccogliere la sciabola caduta e la porse cavallerescamente al Cocco Bertolli:

- Ecco: a lei!

Poi guardò gli amici, come per dire: «Vedete a che m’avete condotto?». E l’irritazione nervosa gli crebbe. Se, la sera avanti, dopo lo schiaffo a tradimento, glielo avessero lasciato bastonare ben bene, non si sarebbe trovato ora nella dura necessità di uccidere quel povero pazzo, così malandato e miserabile, o di farsi uccidere da lui.

Al comando del secondo assalto, egli volle risolutamente tener fronte all’avversario. Il Cocco Bertolli però gli fu subito sopra con impeto raddoppiato.

- Alt! - gridò l’ufficialetto.

Ma già, nel fulmineo scontro, Biagio Speranza era stato colpito, e a un tratto cadde per terra, con le mani avvinghiate al petto e una sghignazzata che gli gorgogliava nella strozza. Guardò i quattro padrini e i medici accorsi, si provò a dire: «Nulla...» ma, invece della parola, ebbe uno sbocco di sangue, e s’abbandonò, atterrito.

Riscossi dal primo orrore, quelli si chinarono su lui; pian piano lo sollevarono, lo trasportarono, con la massima cautela, nella casetta del guardiano de la villa, ove lo deposero su una branda. I medici credettero dapprima che egli non avesse che pochi minuti di vita; gli apprestarono non di meno le prime cure, alla meglio, e attesero, angosciati, sgomenti. Passò un’ora, ne passarono due, e poiché la morte non sopravveniva, uno dei medici propose di mandar qualcuno in città per una barella: c’era sì pericolo che il moribondo spirasse per via; ma, d’altra parte, lì in quell’antro, non poteva rimanere.

Così Biagio Speranza, verso sera, fu trasportato a casa, tra la vita e la morte. Lo attendevano in lagrime, insieme con la vecchia padrona di casa, la Pentoni e Nannetta. Ma questa, poco dopo, passata la prima confusione, fu mandata via garbatamente dallo Scossi.

- Non conviene, non conviene che tu sia qua, carina...

Ella non replicò; volle tuttavia, sotto gli occhi di Carolinona, posare un bacio su la fronte del ferito, che giaceva privo di sensi, avvampato dalla febbre.

- Ah se lei ci avesse lasciato lì! - disse poi, piangendo, allo Scossi, nell’andarsene: - Povero Biagio! Me lo diceva il cuore! Ma gli levino pure quella mal’ombra d’accanto: vedova, prima d’esser moglie.

- Speriamo di no! - fece lo Scossi.

- Speriamo! - ripeté Nannetta. - Ma, se egli apre gli occhi, muore disperato, nel vedersela accanto.

Mentre Nannetta proferiva queste parole, la Pentoni nell’altra stanza si toglieva dal capezzale del letto, intendendo da sé che la sua vista non sarebbe riuscita in quel primo momento accetta al ferito. Ella aveva sì desiderato ardentemente che egli fosse ritornato alla Pensione, ma non aveva detto neppure una parola, né fatto un passo per spingerlo a ritornare; sarebbe stata perciò una vera ingiustizia chiamar lei responsabile di quella sciagura: egli per il primo avrebbe dovuto riconoscerlo, egli che la aveva forzata, proprio forzata, a commettere quella pazzia. Non avrebbe dunque dovuto provar nemmeno orrore alla vista di lei, lì al suo capezzale, né nutrir rancore. Ma Carolinona, col t suo cuore, intendeva che è un bisogno quasi istintivo affibbiare agli altri la colpa dei proprii danni, e si ritrasse nell’ombra a vegliare, a prestar le cure più appassionate, senza alcuna lusinga di compenso. Voleva soltanto, desiderava e pregava, che egli guarisse: e niente per sé, neppur la gratitudine, neppure che egli sapesse di avere avuto nascostamente le cure di lei.

Dario Scossi, Cariolin, Cedobonis, dopo i primi giorni, vedendo che il ferito accennava un po’ a migliorare, cominciarono a insistere perché ella si desse qualche ora di riposo. Ma insistettero invano.

- Non mi fa nulla: ci sono avvezza - rispondeva loro Carolinona.

Un giorno Dario Scossi la guardò e non gli parve più tanto brutta. Il cordoglio e l’amore, disperati entrambi, pareva che l’avessero trasfigurata. Quegli occhi, per esempio, così intensi di passione - ella non lo sapeva - ma eran proprio belli, in quel momento.

Nel vedersi guardata con simpatia, Carolinona gli sorrise appena, mentre gli occhi le si riempivano di lagrime. E quel sorriso a Dario Scossi parve sublime.

Man mano, per le veglie eroicamente durate per circa un mese, lì, intenta, come una madre e un’amante insieme, al capezzale dell’infermo, quand’egli riposava, pronta a ritirarsi nell’ombra, appena egli si destava, Carolinona perdette anche la pinguedine; e, illuminata quasi, internamente, dalla gioja di saperlo salvo alla fine - bella, proprio bella, no; ma - a giudizio di tutti - era divenuta una moglie più che possibile.

- E poi, - soggiungevano - se l’è guadagnato: c’è poco da dire. L’ha rimesso al mondo, e Biagio è cosa sua, ormai.

Ma ella non volle credere alla propria felicità, fino a tanto che lui, ancora a letto, ma già entrato in convalescenza, non la chiamò a sé e non le disse, con voce tremante di tenerezza, guardandola negli occhi e stringendole la mano:

- Mia buona Carolina...

234A  -  La Messa di quest’anno

[Il ventesimo, 5 marzo 1905]

[vedi anche la novella Gioventù della raccolta Il viaggio]

[vedi anche il saggio L’umorismo, Parte II, capitolo V]

[(da Roma a Cargiore) Il paese di Cargiore (in Piemonte) è presente anche nel romanzo Giustino Roncella nato Boggiolo, paese natale di Giustino Boggiolo, marito della scrittrice Silvia Roncella nativa di Taranto, nel quale avviene la tragedia finale della morte del bambino dei coniugi Boggiolo-Roncella]

Debbo compiangere veramente la mia povera vecchia zia Velia di Cargiore per un gran cordoglio che le è toccato quest’anno e di cui si mostra inconsolabile, perché prevede che non le passerà più e le amareggerà orribilmente il pensiero, prima così dolce, della prossima morte, se il vescovo... se Monsignore non ci porta rimedio.

Monsignore, sì: perché il cordoglio di zia Velia, condiviso da tutti i fedeli di Cargiore, è cagionato dal nuovo curato venuto quest’anno .

Un uomo d’altri tempi, per compiangere una sua vecchia zia dall’anima candida, primitiva, afflitta da un dolore di questo genere, avrebbe trovato certamente parole semplici, espressioni tenere, qualche ragione alla buona, spontanea, a lei comprensibile. Ma io, uomo di oggi, a lei come a lei non ho saputo dir nulla, e ora per compiangerla m’immergo in certe riflessioni... Auff! Che tempo! Che afa!

Dicono che le grandi macchine moderne hanno nei loro lucidi, possenti, complicatissimi congegni una loro particolare bellezza. E sarà così. Dal canto mio, confesso che l’ammirazione per questi bellissimi mostri usciti con sì strane forme dal cervello dell’uomo è rattenuta in me da una specie d’angoscioso ribrezzo; e il rispetto che l’uomo m’ispira per queste sue solide magnifiche invenzioni è commisto a una certa diffidenza, non lieve, ed a profonda costernazione.

L’anima dell’inventore è là, nella macchina. Altrimenti essa non si moverebbe. Ci fu un momento, dunque, che l’inventore si sentì dentro, nel cervello, tutta questa deliziosa complicazione di ruote dentate e di stantuffi e di leve e di corregge, questo bel mostro d’acciajo, sbuffante, dal complesso movimento saldamente imprigionato in sé. Non c’è da costernarsi? Da diffidare? Avere, per esempio quella ruota là, nel cervello, che farebbe chi sa quanti chilometri all’ora, a lasciarla andare, e non impazzire; aver quello stantuffo là, che dà senza posa quei cupi tonfi strani, e non sentirsi scoppiare il cuore... Si celia? La tortura a cui l’uomo sottopose il cervello nell’inventare, nel concepire quella macchina ora è là, visibile, perpetuata in essa. E non c’è da soffrire, ammirandola? Forse i miei nervi son malati; ma io provo angoscia e ribrezzo.

Me ne incute però infinitamente di più un’altra macchinetta invisibile, che l’uomo da secoli e secoli porta in sé, non inventata propriamente da lui, ma dalla natura che ci vuol tanto bene. Essa comincia ad agire in noi, quando abbiamo raggiunto una certa età. Avremmo tutti dovuto, per la salute nostra, lasciarla irruginire, non muoverla, non toccarla mai; ma sì! certuni si son mostrati così orgogliosi, stimati Così felici di possederla, che si son mossi a perfezionarla con ogni cura, con zelo accanito, sicché ora essa è divenuta il nostro supplizio maggiore. Ma se Aristotile ci scrisse sopra perfino un libro, un grazioso trattato che si adotta ancora nelle scuole, perché i fanciulli imparino presto e bene a baloccarcisi...

È una specie di pompa a filtro, che mette in comunicazione il cervello col cuore; e la chiamano Logica. Il cervello pompa con essa i sentimenti del cuore, e ne cava idee. Attraverso il filtro, il sentimento lascia quanto ha in sé di caldo, di torbido; si refrigera, si purifica, si idealizza. Un povero sentimento, destato da un caso particolare da una contingenza qualsiasi, spesso dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta, diventa idea astratta, generale, e che ne segue? Ne segue che l’uomo non deve soltanto soffrire di quel caso particolare, di quella contingenza passeggera; ma deve anche attossicarsi la vita con l’estratto concentrato, col sublimato corrosivo della deduzione logica.

E molti disgraziati credono tuttavia di guarire così di tutti i malanni che ci procura la vita, e pompano e filtrano, pompano e filtrano finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno stipetto pieno di quei barattolini che portano su l’etichetta nera un teschio e due stinchi in croce, con la leggenda: Veleno.

*

Ho avuto la buona ventura d’imbattermi in uno di questi tali, durante il viaggio da Roma a Cargiore.

Era un uomo su i sessant’anni, smilzo, altissimo di statura, ma tutto gambe. Sedeva su la schiena con quelle gambe sperticate, magre a cavalcioni e attorcigliate l’una sull’altra, la testa piccolissima affondata nel petto cavo. Gli spiccavano stranamente nel volto squallido, giallognolo, malaticcio, gli occhi neri, acuti, d’una vivacità straordinaria.

Costui, non avendo più nulla da pompare e da filtrare in sé pompava e filtrava dal cuore altrui, vorace come un vampiro, con quella sua macchinetta micidiale. Mi vide afflitto durante il viaggio e suppose ch’io fossi così perché mi toccava a passare in treno la notte di Natale. Schiuse le labbra a un dolcissimo sorriso e disse:

- Domani, Natale, eh?... Sciocchezze! Già è provato scientificamente che noi ci ostiniamo in un grossolano anacronismo. Ho letto nei giornali i calcoli di quell’astronomo... come si chiama? non ricordo più il nome... sì, i calcoli sul ritorno periodico della cometa che videro i famosi Magi? Gesù di Nazareth, insomma, non nacque certamente in questo giorno, né 1904 anni fa. Questo è positivo. E poi, via! a questi lumi, dopo tanti secoli...

E seguitò per un pezzo, indugiandosi nella consolantissima dimostrazione che il giorno di Natale è alla fin fine un giorno come tutti gli altri, né più né meno.

Ebbi l’ingenuità di fargli osservare che la precisione della data importava poco veramente, non trattandosi di una dissertazione storica, ma di una festa, ormai più familiare, in fondo, che religiosa. Il venticinque di dicembre non era dunque un giorno come tutti gli altri, se per tanta gente rappresentava il caro e mesto ricordo d’una gioia lontana o la promessa d’una gioia ventura.

- Che passerà! - s’affrettò a pompar colui, storcigliando le gambe e attorcigliandosele di nuovo, inversamente. - Ricordi di gioia? Promesse di gioia? Ah, signor mio! L’afflizione del ieri e la delusione di domani! Ma perché? Ma meglio niente!

Eh sì, difatti era felice, lui, con quella faccia là, con quel niente nel cuore e con tutti quei barattolini di veleno nella cassetta del cranio.

Per fortuna, mi lasciò presto in pace. Ma non mi aspettavo di trovare il lutto a Cargiore, a causa del nuovo curato, che - a quanto ho potuto arguire - dev’essere un messer tale da fare il pajo con questo mio compagno di viaggio. Un uomo terribilmente logico.

Per me, debbo dirlo, è una gran pena ritornare a Cargiore, dove di tutta la mia famiglia non trovo ormai che la zia Velia. Ci vado per lei, povera vecchina! Ma ella non basta, ahimè, a riempire il vuoto ch’io sento in quella mia casa antica. E lei lo sa, poveretta, e ogni anno, per Natale, si fa in quattro per accogliermi con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali della nostra famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre giorni che passo con lei.

Quest’anno, trattenuto dagli affari, non son potuto partire all’antivigilia per assistere colla mia cara vecchietta alla messa di mezzanotte e far quindi il cenone con lei e la famiglia Prever, da tanti anni amica di casa nostra.

Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato la povera zia Velia in lagrime e desolata.

Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle lagrime e volli scusarmi del ritardo con cui arrivavo; ma zia Velia m’interruppe subito, angosciata:

- No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire... È finita la festa! Non se ne fa più... È finito tutto! Come se Nostro Signore non fosse nato tant’anni come oggi... Nessuno deve far festa... Di là, dice, di là! Niente capponi, niente pan giallo... niente di niente... Non t’ho preparato nulla, sai? figliuolo mio. Dopo, dice... alla nostra morte... di là!

- Chi lo dice? - esclamai io, stordito e costernato, temendo che la mia povera vecchina fosse già andata un po’ via col cervello.

- Lui, don Grotti.. - mi rispose, tra due singulti.

- Il nuovo curato?

- Sì. Ah, Signore Iddio!

E scoppiò in un più dirotto pianto, affondando il volto nel fazzoletto.

Quando si fu sfogata così alquanto, prese a narrarmi le belle prodezze di questo don Grotti, niente capponi, niente pan giallo... niente di niente.

Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio Grotti, savoiardo, cominciò a spogliar la cura di tutte le «delicatezze» che le fedeli parrocchiane avevano offerto in dono al vecchio curato defunto - sant’anima. Via tende, via cortine trapunte, via dal letto parato a padiglione, via tappetini di lana, via candelabri, via tutto!

È rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un tavolino, una cassapanca e tre seggiole impagliate. E fece seccare e poi strappare tutte le piante del giardinetto della cura, allevate e custodite con tanto amore dal vecchio don Anselmo Lais. E quindi, non contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.

E il denaro?

- In limosine...

Sì, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi, toglier le candele a gli altari, le frange ai paramenti sacri, il merletto ai mensali, le brusche d’oro alle pianete e ai manipoli... Una stalla, una stalla: ha ridotto la chiesa una stalla!

- Perché in una stalla nacque nostro Signore Gesù Cristo, hai capito? E in una stalla davvero l’ha fatto nascere, iersera! S’è messa la pianeta più brutta; pareva uno straccione innanzi a quel povero altare senza luminaria, con quella tonaca inverdita che gli lascia scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle gambe e con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda, senza uno straccio di tappeto... Oh santo nome di Dio! E non è una profanazione codesta? Trattar così il Bambino Gesù? il nostro Redentore? E se sentissi, che prediche! Dice che Lui, Gesù vuole così; che volle nascere Lui, apposta, in una stalla... E magari sarà vero! Ma dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in una stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci ha proibito di fare il cenone, «di far carnevale», come lui dice; ci ha ingiunto di far penitenza anche oggi, perché siamo tutti ridivenuti pagani. Penitenza! penitenza! Questa, dice, sarà la più bella festa per Gesù Bambino! - E tu hai obbedito? - le domandai, indignato.

- Per forza! - esclamò zia Velia, giungendo le mani. - Se è il nostro pastore!

Mi nacque una vivissima curiosità di conoscere questo terribile prete, che cruciava così crudelmente i suoi fedeli.

Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall’uno all’altro ceppo di case tra i prati e le acque scorrenti del mio villaggetto lassù tra le prealpi, non mi venne fatto d’incontrarlo. Mi parve però di veder l’anima sua in tutto quello squallore, in tutta quella desolazione invernale. Tra i borri e per le zane mi parve che l’acqua si lagnasse di lui. E non un suono di festa in tutte quelle misere case!

La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva assiderato il villaggio.

Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle case, piangevano come zia Velia e pensavano che la casa del Signore, almeno quella, se la loro è così squallida e nuda, la casa del Signore dev’essere bella e ricca e luminosa; che la Madonna, almeno lei, se gli abiti loro son così logori e rozzi, la Madonna deve avere un magnifico manto di seta sopraffina a stelle d’oro e ai polsi e al collo e agli orecchi gemme preziose; che se di ferro sono i loro dolori, di ferro gli attrezzi delle loro aspre fatiche, d’argento schietto dev’essere almeno lo spadino che passa il cuore dell’Addolorata, d’argento la corona di spine, d’argento i chiodi del divino Crocifisso; pensavano che se anche la fede doveva così cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano più trovar conforto, una parola di pace e d’amore, la loro esistenza, già per sé così triste e così amara, sarebbe divenuta davvero insopportabile.

Ma io son sicuro che il vescovo ci porterà rimedio e presto. Coraggio, zia Velia! Coraggio, mio villaggetto natale! Questo prete don Grotti è troppo logico e non può aver fortuna, segue troppo alla lettera l’insegnamento di Cristo. Pompa e filtra troppo. Niente capponi, niente pan giallo... niente di niente. Ma non intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a Dio la responsabilità del male, spostò la finalità suprema dalla terra al cielo, più logico di Cristo fu poi il Cattolicesimo, il quale si avvide bene che gli uomini non potevano per un premio non ben sicuro di là, oltre la vita, durare a lungo nell’amara e dura rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggiù e volle la pompa, volle le feste... e tant’altre cose volle e permise.

Via, non vorrà essere Monsignore buon cattolico?

235A  -  Stefano Giogli, uno e due

[Il Marzocco, 5 marzo 1905]

[vedi Uno nessuno centomila, di cui la novella è considerata una prima idea

Stefano Giogli aveva sposato prestissimo, senza neanche darsi il tempo di conoscer bene colei che doveva diventare sua moglie; non ne avrebbe avuto del resto la possibilità, preso com’era stato tutto da uno di quei folli desiderii, che certe donne suscitano a loro insaputa, a prima giunta; per cui si perde ogni discernimento, ogni lume, e non si ha più requie, finché non si arrivi ad averle tra le braccia, perdutamente.

L’aveva veduta una sera in casa d’una famiglia amica, di buoni veneziani da molti anni stabiliti a Roma. Non era più stato in quella casa da parecchi mesi: vi si faceva troppa musica, e con quell’aria insoffribile di celebrare un mistero sacro, in cui soltanto gl’iniziati potevano penetrare: sonate e sinfonie tedesche e russe, notturni e fantasie polacche e ungheresi: ira di Dio, per Stefano Giogli, ira di Dio e vero peccato, perché - vegnimo a dir el merito - senza questa mania, quel caro sior Momo Làimi, quella cara siora Nicoleta, con la loro Marina e il loro Zorzeto sarebbero stati la più brava e graziosa gente del mondo.

Ve lo aveva trascinato quasi per forza quella sera un amico, pittore veronese, arrivato a Roma quel giorno stesso col genero del Làimi, vedovo, il quale era venuto a lasciare in casa dei nonni per qualche mese la figliuola, veronesina, fior di putela, e co pulita!

S’era fatta musica, sì, anche quella sera; ma non tanta. La vera musica, per tutti, era stata la voce di Lucietta Frenzi.

I vecchi nonni la ascoltavano, beati; la siora Nicoleta, coi mezzi guanti di lana e le punte delle dita intrecciate, piangeva finanche, dalla gioja, dietro gli occhiali d’oro a staffa, scotendo tutti i riccioli argentei, che le scendevano angiolescamente su la fronte; sì, sì, piangeva e pregava il marito che la lasciasse piangere, perché le pareva proprio di sentir parlare la sua povera figliuola morta: ma la stessa voce, ma lo stesso fuoco, lo stesso impero, ciò! con quelle mossettine a scatti, con quelle risate che svanivan d’un tratto, e quelle scossette nervose del capo, che le t facevan traballare ogni volta le ciocche d’oro ricciute e i fiocconi di seta nera. Oh bella! oh cara!

Le erano tutti intorno, vecchi, giovanotti, signore e signorine, a pungerla, ad aizzarla con le domande più disparate; e lei, là, imperterrita, teneva testa a tutti, parlando un po’ in lingua un po’ in dialetto; e su qualunque argomento aveva da dir la sua, con una padronanza che non ammetteva repliche; e bisognava sentire, allorché certe risposte sferzanti sollevavano un coro di proteste, con qual recisione affermava:

- Ma sì, è questo! È così! È proprio così. Questo, questo, questo...

Non poteva essere diversamente. Nessuno doveva attentarsi di veder uomini e cose in altro modo. Eran così, e basta. Lo diceva lei. Per chi era fatto il mondo? Era fatto per lei. Perché era fatto? Perché lei se lo foggiasse a piacer suo. E basta.

Stefano Giogli aveva preso a dir sì quella sera stessa, sì per ogni cosa, accettando ciecamente, senza il minimo contrasto, quella padronanza assoluta.

Eppure egli aveva le sue opinioni, che credeva ben ferme, e che all’occorrenza sapeva sostenere e far valere; aveva i suoi gusti; un suo particolar modo di vedere, di pensare, di sentire; né per la sua condizione di giovanotto ricco, indipendente, liberissimo di sé, e per la educazione che aveva saputo darsi, per la varia e non comune coltura di cui s’era adornato lo spirito, poteva dirsi di facile contentatura. Tutt’altro! Era passato sempre, anzi, per un incontentabile. Stanco di far bella figura nei salotti e nei circoli, a un certo punto, forse a un richiamo degli occhi, che in mezzo ai sollazzi più graziosi della buona compagnia gli erano rimasti sempre malinconici (anche il destro, quantunque fieramente deformato da una grossa caramella cerchiata di tartaruga); o forse perché gli era arrivato a gli orecchi che qualche maligno, a causa del suo pallore, della sua elegante esilità, de’ suoi capelli fitti, lucidi, d’un nero d’ebano, spartiti in mezzo al capo e lisciati, e di quegli occhi malinconici, lo aveva definito una ben curata personificazione del lutto; si era appartato per un pezzo dal mondo; s’era messo a studiare sul serio, o più tosto, aveva ripreso gli studii interrotti. Ma sì! Perché era stato finanche, per due anni, studente di medicina. E anzi, poiché le prime nozioni della scienza psicofisiologica gli avevano destato allora una certa curiosità, s’era addentrato bene nello studio di questa scienza; e, con l’acquisto di un ordine di concetti ben chiari intorno alle varie funzioni e attività dello spirito, poteva dire d’esser giunto alla fine a conciliarsi del tutto con se stesso, vinta la mala contentezza, anzi l’uggia da cui prima era oppresso e ad acquistare anche una ben fondata e solida stima di sé. Stefano Giogli vedeva da un pezzo chiaramente tutti i giochetti dello spirito che, non potendo uscire fuori di sé, pone come realtà esteriori le sue interne illusioni; e ci si divertiva un mondo. Quante volte, guardando qualcuno o qualche cosa, non aveva esclamato: - Chi sa poi come è costui, o questa cosa, che ora a me sembra così!

Ah, maledetta serata in casa del sior Momo Làimi! In capo a tre mesi Lucietta Frenzi era diventata sua moglie.

Stefano Giogli sapeva bene d’aver smarrito del tutto la coscienza durante quei tre mesi del fidanzamento. Di ciò che aveva detto, di ciò che aveva fatto, non aveva la più lontana memoria. Cieco, abbagliato, come una farfalla attorno al lume, non ricordava altro di quei tre mesi che gli spasimi della cocentissima attesa suscitati dalle rosse, umide labbra di lei, da quei dentini fulgidi, da quel vitino snello da cui si slanciava con irresistibile fascino la voluttuosa procacità del seno e dei fianchi, da quegli occhi che ora ridevano chiari, or s’illanguidivano cupi, or quasi vaneggiavano, velati di lagrime di gioja, al fuoco che si sprigionava dai suoi. Ah che fuoco! Tutto l’esser suo s’era come fuso a quel fuoco; era diventato come un liquido vetro, a cui il soffio capriccioso di lei poteva dare quell’atteggiamento, quella piega, quella forma, che meglio le pareva e piaceva.

E Lucietta Frenzi - padrona del mondo - ne aveva profittato bene. Oh se ne aveva profittato!

Quando, alla fine, Stefano Giogli poté riacquistare il lume degli occhi, si ritrovò in un villino che pareva una scatola di cartone messa su per ischerzo: dieci camerettucce arredate e disposte in modo, che soltanto un matto avrebbe potuto raccapezzarcisi. Tutti quelli che vennero a fargli visita, non poterono, per quanto si sforzassero, nascondere una meraviglia che confinava quasi quasi con lo sgomento. Ma Lucietta più imperterrita che mai:

- Questo? L’ha voluto lui, Stefano. Quest’altro? Piace tanto a Stefano! Qui? Qui lui, Stefano, ha disposto così: suo gusto!

E Stefano Giogli a guardare con tanto d’occhi!

- Io?

- Ma sì, caro! Non ti ricordi? Hai voluto proprio così! Io anzi avrei preferito... Non dir di no, adesso! So che ti piace: basta! Dobbiamo starci noi, in fin dei conti!

Eh sì, doveva starci lui, infatti. Ma che proprio proprio, santo Dio, fossero quelli, i suoi gusti; che fosse quello, il suo piacere... Sopra tutto lo impressionava la fermezza con cui Lucietta lo asseverava e lo sosteneva.

Ma della casa, alla fin fine, pur così stramba e sprovvista di tutti i comodi, non gli sarebbe importato tanto, se una costernazione ben più grave non avesse cominciato a poco a poco a inquietarlo profondamente.

Per tanti segni, man mano più precisi, Stefano Giogli dovette accorgersi che la sua Lucietta, nei tre mesi del fidanzamento, durante il quale il fuoco, ond’egli era divorato, lo aveva ridotto una pasta molle a disposizione di quelle manine irrequiete e instancabili, di tutti gli elementi dello spirito di lui in fusione, di tutti i frammenti della coscienza di lui disgregati nel tumulto della frenetica passione, si era foggiato, impastato, composto per suo uso, secondo il suo gusto e la sua volontà, uno Stefano Giogli tutto suo, assolutamente suo, che non era affatto lui, non solo nell’anima, ma perdio neanche quasi nel corpo!

Possibile che, nel disfacimento di quei tre mesi, egli si fosse anche fisicamente trasformato?

Gli occhi suoi dovevano aver preso un lume diverso da quello che egli si conosceva; nuove inflessioni la sua voce, e finanche un’altra tinta la sua pelle! E queste trasformazioni si erano così impresse nell’animo di lei, eran divenute tratti così caratteristici della fisionomia ch’ella gli aveva dato, che ora i suoi veri e proprii non eran più veduti da Lucietta, non avevan più potere di cancellare quelli d’allora.

Stefano Giogli acquistò in breve la certezza di non somigliare affatto allo Stefano Giogli che sua moglie amava.

Scemata alquanto, naturalmente, la violenza divoratrice della prima fiamma, la fusione, in cui questa aveva messo e tenuto per tre mesi lo spirito di lui, si era arrestata; egli era tornato a poco a poco a rapprendersi, a ricomporsi nella sua forma consueta. Doveva avvenir per forza l’urto tra lui qual’era veramente e quello che sua moglie s’era finto nel tempo, in cui senza più il dominio della sua volontà, senza più il lume e il richiamo della sua coscienza, gli elementi del suo spirito erano stati in pieno potere di lei.

Ma lui stesso, Stefano Giogli, doveva riconoscere che quella di Lucietta era in fondo la più spontanea e naturale delle creazioni. Lasciata nella più ampia libertà di disporre a suo capriccio di tutti questi elementi, ella ne aveva cavato fuori un marito come le piaceva, si era creato quello Stefano Giogli che più le conveniva; gli aveva dato a suo talento gusti e pensieri e desiderii e abitudini. C’era poco da dire! Era quello il suo Stefano Giogli. Se l’era fabbricato lei con le sue mani, e guai a toccarglielo!

- Ma sì, è questo! È così! È proprio così! Questo, questo, questo.

E non poteva essere diversamente. Non aveva mai ammesso repliche, Lucietta. Tanto peggio per lui se non gli somigliava

Cominciò allora per Stefano Giogli la più nuova e la più strana delle torture.

Diventò ferocemente geloso di se stesso.

Di solito, la gelosia nasce dalla poca stima che uno fa di se medesimo, non in sé, ma nel cuore e nella mente di colei che ama; dal timore di non bastare a riempir di sé quel cuore e quella mente, e che una parte di essi rimanga fuori del nostro dominio amoroso e accolga il germe d’un pensiero estraneo, di un estraneo affetto.

Ora Stefano Giogli non poteva dire che il pensiero, l’affetto che sua moglie aveva accolti fossero proprio estranei; ma non poteva dire neppure ch’egli riempisse veramente di sé il cuore e la mente della sua Lucietta. L’uno e l’altra eran pieni d’uno Stefano Giogli, che non era lui, ch’egli non aveva mai conosciuto e che avrebbe preso a scapaccioni volentieri, uno Stefano Giogli, insipido e strambo, antipatico e presuntuoso, con certi gusti, con certi desiderii inverosimili, immaginati e supposti da sua moglie che glieli attribuiva, chi sa perché; uno Stefano Giogli foggiato sul modello di chi sa quale stupido veronesino, di chi sa quale ideale d’amore che la sua Lucietta ignara, inesperta, portava senza saperlo in fondo al cuore.

E pensare che questo sciocco era amato da sua moglie, a questo sciocco ella faceva tante carezze, a questo sciocco dava i suoi baci - su le labbra di lui. Quando Lucietta lo guardava, non vedeva lui, ma quell’altro; quando Lucietta gli parlava, non parlava a lui, ma a quell’altro; quando Lucietta lo abbracciava, non abbracciava lui, ma quell’odiosa metafora di lui ch’ella s’era creata.

Era vera e propria gelosia, più che rabbia o dispetto. Sì, perché egli sentiva ch’era proprio un tradimento quello che sua moglie commetteva, abbracciando un altro in lui. Sentiva mancarsi a se stesso; sentiva che quello spettro di sé, che sua moglie amava, si prendeva il suo corpo per goder lui - lui solo - dell’amore di lei. Quello solo viveva per sua moglie; non lui qual’era veramente; quello sciocco antipatico che sua moglie gli preferiva. Gli preferiva? No: neanche questo poteva dire; egli era del tutto ignorato; egli non esisteva affatto per lei.

E doveva vivere così tutta la vita, senza esser conosciuto dalla compagna che gli stava accanto! Ma perché non uccideva quell’odiato rivale, che si era posto tra lui e la moglie? Poteva disperdere con un soffio quello spettro, rivelandosi a lei, affermandosi.

Facile, sì, quel rimedio. Ma non invano Stefano Giogli si era addentrato nello studio della scienza psico-fisiologica! Egli sapeva bene che non era affatto uno spettro quello che sua moglie amava, ma una persona di carne e d’ossa, una creatura in tutto viva, viva e vera non soltanto per lei, ma anche per se stessa; tanto vero che anche egli la conosceva e poteva odiarla cordialmente. Era una personalità nuova tratta da sua moglie dal disgregamento del suo essere; un personaggio che viveva e operava affatto indipendente da lui, con una sua propria intelligenza e una coscienza sua propria. Non aveva egli esclamato tante volte:

- Chi sa poi com’è costui, o questa cosa, che ora a rne sembra così? - Conosceva egli forse una realtà fuori di sé? Egli stesso non esisteva per sé, se non come e in quanto a volta a volta si rappresentava. Ebbene, sua moglie si era creata di lui una realtà che non corrispondeva per nulla, né interiormente né esteriormente, a quella che si era creata lui di sé: una realtà vera e propria; non un’ombra, uno spettro!

E poi, avrebbe amato Lucietta il vero Stefano Giogli, uno Stefano Giogli diverso dal suo? Se così ella se lo era creato, non era segno che questo soltanto corrispondeva a’ suoi gusti, al suo desiderio? Non si sarebbe ella messa a cercare in altri il suo ideale, che ora credeva pienamente raggiunto in quello? Chi sa che tradimento le sarebbe parso! Ma come? un altro? chi era? No, no, no. Voleva il suo maritino, lei, quale se lo era foggiato! Doveva esser quello! Sì, proprio, quello stupido là...

Ma se si fosse provato a persuaderla a poco a poco? Se, armato della sua scienza, le avesse tenuto a un dipresso questo discorsetto:

«Cara, non bisogna presumere che gli altri, fuori del nostro io, non siano se non come noi li vediamo. Chi così presume, Lucietta mia, ha una coscienza unilaterale; non ha coscienza degli altri; non effettua gli altri in sé con una rappresentazione vivente e per gli altri e per sé. Il mondo, cara, non è limitato all’idea che possiamo farcene: fuori di noi il mondo esiste per sé e con noi; e nella nostra rappresentazione dunque dobbiamo proporci di effettuarlo quanto più ci sarà possibile, facendocene una coscienza in cui esso viva in noi come in se stesso, vedendolo com’esso si vede, sentendolo com’esso si sente».

Chi sa con che occhi lo avrebbe guardato Lucietta! Tanto più, che non era mica vero che ella avesse una coscienza unilaterale! Tutt’altro! Ella aveva anzi una coscienza chiarissima del suo Stefano. E trasecolò il Giogli quando venne a sapere, che per quello stupido là la sua Lucietta faceva non pochi sacrifizii, e non lievi. Ma sì! Tante cose ella faceva, che non le sarebbe andato di fare; e le faceva per lui, unicamente per lui!

- E... dimmi un po’, - le chiese egli quel giorno, quasi sbigottito dalla gioja che quella dichiarazione di lei gli cagionava, ilarato d’un subito dalla speranza di togliere al rivale la sua Lucietta. - Dimmi un po’, cara: che cosa non ti andrebbe di fare?

Ma Lucietta scosse il capo, ritirò le mani ch’egli voleva prenderle amorosamente, e gli rispose ridendo:

- Ah, non te lo dico, no! non te lo voglio dire! Son sicura che ti torrei tutto il piacere...

- Davvero? A me? Ma dimmi, - insistette lui. - Te ne prego, te ne scongiuro... Dimmi almeno una cosa, una piccola cosa, per esempio; quella che tu credi che mi farebbe meno dispiacere...

Lucietta lo guardò un pezzo, con quegli occhi acuti e furbi, in cui tutti i desiderii più birichini pareva brulicassero accesi, e gli disse:

- Per esempio?... Ecco, per esempio, questi miei capelli pettinati così...

Un urlo, un vero urlo scoppiò dalla gola di Stefano Giogli. Da tanto tempo egli voleva che la sua Lucietta si pettinasse come prima, con quei fiocconi di seta nera, che le aveva veduti in capo la prima volta, quella sera in casa dei Làimi. Dal giorno delle nozze aveva adottato quella nuova pettinatura, che le dava un altro aspetto e che a lui non era mai piaciuta.

- Ma sì! ma sì! subito! - le gridò. - Subito, Lucietta mia, pettinati come prima!

Alzò le mani per disfarle lui stesso quell’antipatica acconciatura. Ma Lucietta gliele ghermì in aria; lo tenne lontano, schermendosi e gridando a sua volta:

- No, caro! no, caro! Troppo presto l’hai detto! No, no! Per tua norma, più che a me stessa, io voglio piacere al mio maritino!

- Ma io ti giuro!... - proruppe Stefano.

Subito ella gli turò la bocca con una mano. - Va’ là - gli disse. - Vuoi darti a conoscere a me? Io so i tuoi gusti, bello mio, molto meglio dei miei! Lasciami star così, così, come piace al mio Stefano caro, caro, caro...

E gli carezzò tre volte la guancia. La carezzò a quell’altro, beninteso, non a lui.

236A  -  Maestro amore

[Noi e il mondo, agosto 1912]

- Perché l’accento oratorio, - seguitò il professor Vittorio Della Torre, dopo cena, prendendo sotto braccio il Pannelli, mentre il suo collega professor Taìti richiudeva la porta a vetri della trattoria, - l’accento oratorio, mio caro, è il respiro d’una lingua! Parlando una lingua straniera, se non ne possiedi l’accento oratorio tu non puoi quasi tirar fiato. Perché... mi spiego: ogni parola, certo, grammaticalmente, ha il proprio accento (tranne, s’intende, le enclitiche e le proclitiche)...

- Tranne... com’hai detto? - domandò aggrondato il Pannelli.

- Le enclitiche e le proclitiche, - ripeté il professor Della Torre, e seguitò, parendogli che la cosa, ovvia per se stessa, non avesse bisogno di chiarimento. - Ma poi, parlando, accentui tu forse ogni parola? Eh, staresti fresco! Su dieci parole, mio caro, ne accentuerai quattro - abbondiamo - cinque, secondo il ritmo affettivo, che governa l’alzarsi e l’abbassarsi del movimento vocale, capisci? E difatti, perché ogni straniero, che si esprima anche senza stento in italiano, ti sembra che parli inciso? Ma appunto perché gli manca, mio caro, l’accento oratorio, e a ogni parola dà il suo accento grammaticale, spesso anche storpiandone il tempo...

- Tranne alle

- No! È da ridere, anche alle enclitiche e alle proclitiche talvolta! E che ne viene? Ne viene un discorso, ripeto, inciso, martellato, senza respiro. Per forza! L’accento oratorio è il segno del dominio su una lingua. Soltanto chi ha acquistato l’accento oratorio, può dire d’esser veramente padrone d’una lingua!

Rifocillato di fresco, il professor Vittorio Della Torre parlava forte, con felice fecondità verbale e s’abbagliava lui stesso ne’ suoi lumi, senza punto curarsi della fatica che doveva durare, a seguirlo, il piccolo, adiposo e affannato Pannelli, il quale s’era impigliato con disperata ambascia nel mistero di quelle encicliche. . . e di quelle pro. . . uhm, che non hanno accento grammaticale.

Il pover’uomo non ci vedeva più; gli pareva che tutta la gente, sotto le lampade elettriche di via Nazionale, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram e le trombe degli automobili chiamassero ajuto, disperatamente.

A un certo punto si voltò verso l’altro professore, collega di Della Torre, che gli stava all’altro lato, forse sperando soccorso da lui, ch’era anch’esso piccolino di statura, e per giunta, patituccio abbastanza, da non dover sopportare dopo cena siffatti discorsi; ma, dispettosamente rosso di pelo, costui, e lentigginoso, ecco qua, chinava il capo, approvando con profonda convinzione.

L’innocente Pannelli si vide perduto.

«Oh Dio!», pensò. «Non bastano le sciagure vere della vita? Anche questa sciagura dell’accento oratorio! Se potessi andarmene al cinematografo...»

E si provò a ritirare pian pianino il braccio, che il Della Torre teneva gagliardamente sotto il suo. Ma il Della Torre non glielo lasciò, e seguitò a lungo a parlare, per un bisogno cocente e prepotente, che il Pannelli non poteva in quel momento supporre in lui: il bisogno di dare uno sfogo, ora che il cibo senza gusto ingollato e il poco vino bevuto gli davano una certa baldanza, all’amarezza e all’avvilimento d’una crudelissima sconfitta, toccatagli di recente, tre mesi addietro, insieme col suo collega professor Taìti, ma dalla quale lui solo, purtroppo, non aveva alcuna speranza di rialzarsi.

Fino a tre mesi addietro, l’uno e l’altro, avevano studiato insieme, accanitamente, ogni sera, per prepararsi al concorso, indetto pe’ primi dell’anno venturo, a due posti di straordinario di lingua e letteratura tedesca nei due biennii dell’Istituto superiore di commercio. Avevano entrambi buoni titoli: pregevoli studii su la letteratura tedesca antica e moderna; numerose traduzioni in italiano di opere filologiche e storiche, e conoscevano benissimo, così nel lessico come nella grammatica, la lingua. Temevano soltanto per la lezione di prova, a cui - se riconosciuti idonei per i titoli - sarebbero stati chiamati dalla Commissione esaminatrice, in gara con gli altri concorrenti, forse meno dotti di loro, ma con più pratica della lingua. Avrebbero dovuto parlare per un’ora in tedesco, su un argomento estratto a sorte ventiquattr’ore prima. Non li sgomentava affatto la difficoltà dell’argomento, ma quella di parlare in tedesco. Non ne avevano l’abitudine. E tre mesi addietro appunto, di sera, dopo cena, in un caffè, avevano potuto misurare, inorriditi, l’abisso in cui irreparabilmente sarebbero precipitati, se la Commissione esaminatrice, il giorno appresso, li avesse chiamati a quella lezione di prova.

C’era in quel caffè, seduto a un tavolino accanto al loro, un Tedesco in viaggio, col solito Baedeker, il solito cappelluccio verde con gli edelweiss di pezza e i soliti calzettoni di lana a mezzagamba; e s’erano provati ad attaccar discorso con lui. Dio, che risate s’era fatte quel tedescaccio, che già doveva esser mezzo ubriaco, nel sentirli parlare! - Bitte... bitte.. schweigen Sie... bitte! - Ma che bitte! che schweigen! Per miracolo il bestione, frenetico dal troppo ridere, non aveva rovesciato addosso agli avventori del caffè, seggiole, bottiglie, bicchieri e tavolini! Tutto per causa di quel famoso accento oratorio.

Avvilitissimo, nella misera, rossigna e sudaticcia macilenza lentigginosa, il professor Bindo Tàìti, dopo questa sconfitta, aveva pensato di correr subito ai ripari.

Quali ripari?

Non ce ne potevano esser che due: o andare per alcuni mesi in Germania, che sarebbe stato il meglio; o esercitarsi a parlare a Roma con Tedeschi.

Ma quando? dove? con chi? Non era mica padrone del suo tempo, il professor Taìti. Scuola, tutte le mattine e tutti i pomeriggi; poi, le lezioni particolari; poi, la correzione di compiti... E dov’erano i Tedeschi? Bisognava andarli a cercare di qua e di là... fare amicizia con qualcuno d’essi... E poi? Discorsi vaghi... Oggi sì e domani no... Che profitto? Ma che! Ma che! Ci voleva un rimedio sicuro... Metodo e pazienza. Danari, danari, ci volevano! Pagare le conversazioni di un maestro, se non tutti i giorni, almeno tre volte la settimana.

Ebbene: non si è pallidi e macilenti per nulla: il professor Bindo Taìti aveva qualche migliajetto di lire in un libretto della Cassa di Risparmio.

- Te fortunato! - gli aveva detto il collega professor Della Torre, il quale - bell’uomo - vestiva bene, fumava molto, si svagava quanto più poteva, e non aveva potuto mai, perciò, metter da parte neanche un soldo. - Te fortunato! Ma... un maestro? Un maestro no, caro! Le dorme, caro, hanno più pazienza, non solo, ma anche più grazia, più affabilità. Le donne, lo sai, s’immedesimano con amorosa diligenza tutto quello che fanno. In poco tempo, con una maestra, tu imparerai a parlare, senza neanche accorgertene. Da’ ascolto a me!

Il professor Bindo Tàiti aveva dato ascolto al collega Della Torre, e da tre mesi «conversava» tre volte la settimana: il lunedì, il mercoledì e il sabato, dalle ore 17 alle 18, con una certa fräulein Wenzel, pescata negli avvisi economici della sesta pagina d’un giornale (tre lire a conversazione).

Faceva progressi? Era contento del consiglio? scontento?

Il professor Della Torre si struggeva di saperlo. Ma non riusciva a cavar nulla da quel benedetto omino color di zafferano, dall’aria sempre stanca, malaticcia, che pareva si nutrisse di limoni.

Aveva in verità il professor Taìti dipinta in volto la nausea e l’oppressione di ciò che si era condannato a fare per tutta la vita. Si provava ogni tanto a sollevare le sopracciglia sempre aggrottate, quasi per concedere agli occhi di volgere altrove uno sguardo di sfuggita, sottraendoli per un istante alla covatura del perpetuo incubo. Ma gli occhi stanchi, barlacchi, pareva non avessero alcun piacere di quella concessione e volgessero appena altrove, obliquamente, uno sguardo cattivo, denso di rancore e di fastidio, quasi per forzata obbedienza, e subito ritornavano sotto l’incubo delle sopracciglia aggrottate.

- Conversiamo, - aveva miagolato in risposta, tempo addietro, a una prima domanda del collega.

- Speditamente?

- Così...

- Insomma... Ia cosa va?

- Così...

A un’altra domanda, intorno alla maestra, signorina Wenzel:

- Fräulein, - aveva risposto misteriosamente.

Il professore Della Torre, credendo che il Taìti volesse correggergli la pronunzia, aveva ripetuto:

- Ebbene... fräulein, non ho detto bene?

- Benissimo.

- E allora? Ti domando com’è!

- E io ti rispondo: fräulein.

- Non capisco.

- Caro mio, fräulein, in tedesco, di che genere è?

- Oh bella! Neutro!

- E dunque!

Da parecchi giorni in qua, si mostrava però più stanco, più oppresso, più inacidito del solito. Qualche contrarietà doveva averla di sicuro. Riconosceva di trar poco profitto da quelle conversazioni? era sfiduciato? si sentiva male? che aveva?

Tutto poteva immaginarsi il professor Della Torre, tranne che il neutro fräulein per il suo collega Taìti cominciasse a divenire di genere femminile.

Errore di grammatica, gravissimo errore di grammatica, nel quale il professor Bindo Tàìti certamente si sarebbe guardato bene dal cadere, se lei, fräulein Wenzel a tutti i costi non avesse voluto dimostrargli che, in certi casi, o la natura è sgrammaticata, o la grammatica non va d’accordo con la natura.

Il professor Della Torre ne ebbe, quella sera stessa, la confessione al languido lume tremolante d’un lampione nella solitaria via Cernaja, allorché il povero Pannelli poté alla fine liberare il braccio e scappare a un cinematografo sotto i portici dell’esedra di Termini. - Innamorata? innamorata di te? Ma ne sei proprio sicuro? - Sicurissimo. - E me lo dici così? - Penso di non tornarci più, domani.

Il Della Torre finse di trasecolare; stette a contemplarlo un pezzo; poi disse:

- Ah, dunque, proprio... proprio non vuoi approfittare della fortuna, che t’ajuta in tutti i modi?

- Fortuna? - sghignò il Taìti. - Ma io me ne scappo, a gambe levate, caro mio, da certe fortune!

- Come: - riprese il Della Torre. - Ma dimmi... aspetta! Questa fräulein Wenzel com’è? vecchia, brutta?

- Non lo so.

- Come non lo sai? Perdio, l’avrai guardata!

- Io le guardo la bocca, quando parla - rispose il Taìti. - Ma tanto vecchia non è. Così... su la trentina.

- Bionda?

- Sì, mi pare...

- Con gli occhiali?

- Non mi pare... no, no, senza occhiali.

- Grassa? Magra?

- Né grassa, né magra.

- E sarà bianca! con quell’incarnato di pesca che hanno tutte le tedesche, no? E avrà gli occhi ceruli! Cerulea gens sincera. . .

- Sincera, no: si mescola.

Il professor Della Torre si voltò a guardarlo, stordito.

- Si mescola? Che vuoi dire?

- Eh, - fece il Taìti. - Tacito dice sincera, nel senso che non si mescolavano. Ora, questa fräulein Wenzel pare che sia dispostissima a mescolarsi.

- Già, già, - riconobbe il Della Torre. - Ma anzi, meglio! Caro mio, l’incrocio... Che vai cercando? Innamorata, bionda, non brutta, trentadue... abbondiamo, trentatré anni... che vai cercando? Ma non sai che non c’è miglior maestro dell’amore? Scherzi, avere una donna innamorata per maestra? Tu lo sai meglio di me, caro: perché si abbia la conoscenza reale e non astratta di una cosa, perché questa cosa divenga veramente nostra, bisogna che la conoscenza divenga sentimento. Finché conosciamo soltanto con l’intelletto, avremo una conoscenza astratta delle cose; chi si appropria delle cose è il sentimento! E dunque? Se tu riesci a rispondere all’amore di questa donna, subito tutta la tua conoscenza del tedesco si vivificherà, diventerà sentimento, vita, che scherzi? Acquisterai subito con l’amore il sentimento della lingua! Diventerà tua, per la vita, quella lingua: tu la vivrai, che scherzi? Non esiterei un momento, se fossi ne’ tuoi panni! Non esiterei un momento! Pensaci, Bindo!

Ci pensò tutta la notte, il professor Taìti. Le ragioni del collega lo avevano scosso. Senza dubbio, l’amore avrebbe facilitato l’insegnamento. Ma il difficile per il professor Tàìti era l’amore! Quell’amore italiano, che per fräulein Wenzel doveva essere così dolce, so süss, so süss... Si sentiva invece così agro lui, il professor Taìti, per tutti i limoni, che la sorte, dacché era nato, gli aveva dato da mangiare...

Tuttavia, se fosse riuscito a rispondere almeno un poco, spremendosi, all’amore di fräulein Wenzel, chi sa che davvero non avrebbe potuto cavarne qualche vantaggio.

- Qualche vantaggio? - incalzò la sera dopo, il professor Della Torre, all’uscita dalla trattoria. - Ma tutti i vantaggi, caro mio, che scherzi? Di’ un po’: hai notizie particolari della vita di lei?

- Qualche notizia, - rispose il Tàìti.

- Di che famiglia è?

- Il padre è un cappellajo di Koblenz.

- Cappellajo?

- Sì, un buon cappellajo, dice lei.

- Te ne puoi informare! E come, perché si trova in Italia?

- Perché due anni fa, fu chiamata a Milano istitutrice in una famiglia... non so... Bontini... Tombini, una cosa così... Morta la bambina per cui era stata chiamata, fu licenziata e se ne venne a Roma. Dice che ama l’Italia svisceratamente...

- E te!

Il professor Tàiti raggrinzò tutta la sua macilenza cartilaginosa per sorridere; alzò le spalle; socchiuse gli occhi dolenti, e disse:

- Fa’ il piacere...

- Ti ama, l’hai detto tu stesso! Ebbene, che aspetti? Se è come mi hai detto... se è di buona famiglia...

- Fa’ il piacere... - ripeté il Tàiti.

Il professor Della Torre non si trattenne più.

- Ma sai che io la sposerei?

- Ah, tu. . .

- Se fossi ne’ tuoi panni!

- Lo credo. Son cose che si farebbero, ma sempre nei panni d’un altro.

- Oh bella! Ma scusa, - esclamò il Della Torre - ama me, forse, fräulein Wenzel? Lo farei, se amasse me, intendo dir questo! Lo farei, se avessi gli anni tuoi! Io sono già troppo vecchio. ..

Il Taìti volse, a questo punto, uno de’ suoi sguardi obliqui, pieni di rancore e di fastidio, al collega e disse:

- Tu sei più giovine di me. Io sono malato.

- E perché sei malato? - rimbeccò il Della Torre. - Per la vita che fai! Mangi in trattoria, e ti rovini lo stomaco. Se avessi una casa, le cure amorose d’una donna...

- Questo è vero, - riconobbe il Tàiti.

- E poi, per noi, caro, - seguitò con più foga il Della Torre, - per noi che vogliamo dedicarci all’insegnamento del tedesco una moglie tedesca è l’ideale! Già le donne tedesche sono le migliori del mondo, è notorio! Sane, solide e cordiali... E poi, che scherzi? Tu paghi tre lire per un’ora di conversazione! Averla in casa, dalla mattina alla sera... Ia scuola! Moglie e maestra... Senza contare tutte le altre comodità! Già, il concorso lo vincerai di sicuro... E dunque, tra poco, la tua condizione finanziaria sarà di molto migliorata. Ti metti a posto! Ma potrai anche farti ajutare da lei, la sera a correggere i compiti, santo Dio! È maestra... Bindo, tu sei... così, dico, non molto adatto, per niente proclive... un po’ la salute che ti manca... un po’ l’indole troppo schiva... il tempo, tutto occupato nello studio... senza voglia di distrarti... guarda che una simile fortuna forse non ti capiterà due volte! Assecondala, approfittane, ora che, senza volerlo, ti trovi su la via... non t’avverrà forse mai più, pensa, mai più...

Il professor Bindo Taìti non poté chiudere occhio neanche quella notte.

L’idea... l’idea che avrebbe potuto anche dare a correggere alla moglie i compiti di tedesco... Ia scuola in casa... moglie e maestra... un piccione, cioè, due fave... no, due piccioni a una fava... Per Dio! quali e quante ragioni, una meglio dell’altra, aveva saputo escogitare per lui il collega Della Torre... Pareva che si struggesse dalla voglia di farlo felice, di fargli vincere il concorso, di salvarlo a ogni costo.

Questo, ecco, questo lo irritava, lo sconcertava, gli dava ombra... Che interesse poteva avere il collega Della Torre, spingendolo così, con tante ragioni una più persuasiva dell’altra, a sposare fräulein Wenzel?

Ci si scapò tutta la notte. Non riuscì a capacitarsene. Ma i vantaggi, sì, i vantaggi erano sicuri. Il guajo era l’amore! Fräulein Wenzel voleva assaporare in lui la dolcezza dell’amore italiano: e chi sa come lo avrebbe oppresso, per ispremere questa dolcezza da lui, che si sentiva il cuore più arido di una pietra pomice. Chi sa qual fastidio ne avrebbe avuto... Ma i vantaggi, i vantaggi erano sicuri. Pareva veramente sana e solida e cordiale, fräulein Wenzel. Il fastidio dell’amore glielo avrebbe certamente compensato con molte cure. Di tanto in tanto, pazienza! avrebbe serrato i denti e, sudando molto, si sarebbe lasciato amare.

Ci pensò ancora parecchi giorni e infine annunziò al collega il prossimo matrimonio.

Che abbracci, che baci, che festa, il professor Della Torre! Come se avesse preso un terno al lotto. E insieme col Pannelli, che sarebbe stato, senza dubbio, il secondo testimonio alle nozze, volle pagare lo champagne quella sera stessa, per festeggiare la felice risoluzione.

Il Tàiti se ne tornò a casa stordito, intronato di tutta quella festa del collega, di cui non riusciva a trovar la ragione; ma la trovò subito, la ragione, dopo il matrimonio, appena tornato dal viaggio di nozze a Koblenz.

Durante la luna di miele, aveva sofferto tutte le pene dell’inferno. Dopo trentacinque anni di struggente attesa, quella donna, divenuta sua moglie, si era gittata con furibonda voracità su le sue misere carni. Neanche un’ombra di compassione per lui, che in fondo, sposandola, non aveva preteso nulla da lei, nulla che dovesse costarle, non che un sacrifizio, ma neppure il minimo sforzo: parlare, ecco, solamente parlare in tedesco, cioè, nella sua lingua, a lui, che l’aveva sposata soltanto per questo... Ma che! In italiano, in italiano voleva essere amata; voleva amare in italiano, lei, adesso! Voleva ch’egli le parlasse d’amore in italiano e in italiano ella voleva rispondergli!

Ebbene, appena installato nella nuova casetta modesta, coi segni nello sparuto volto citrino del supplizio a cui s’era dannato, il professor Bindo Tàiti, due giorni dopo il suo ritorno da Koblenz, vide entrare nel salotto il collega professor Vittorio Della Torre, il quale, fresco fresco e sorridente, con imperterrita faccia tosta, attaccò subito con sua moglie una graziosa, interminabile conversazione in tedesco.

Senti tutto il poco sangue che gli restava, fargli impeto nella testa. Vide rosso. Ah, per questo? Tant’impegno prima, tanta festa poi, per questo? per aver modo di esercitarsi a parlar tedesco con sua moglie, senza alcuna spesa, senza alcun fastidio, senza alcun peso? per questo?

Si tenne a stento quella prima sera, divorato dalla rabbia. Il collega Della Torre lo guardava di tratto in tratto, e gli sorrideva:

- Non ti senti bene, caro?

E si voltava subito a domandare in tedesco alla moglie, se per caso il suo caro Bindo non stava male. E la moglie... ciaff cioff, ich, doch, nicht, ja, nein - quattr’ore, quattr’ore, quattr’ore di conversazione in tedesco, gratis, a quel suo boja.

Esplose la seconda sera, appena andato via il Della Torre. Alla moglie parve impazzito. Era tanto il suo furore, che non riusciva a esprimersi; strozzato, congestionato, annaspava, con gli occhi schizzanti dalle orbite.

- Se un’altra volta... se un’altra volta... costui viene... e tu t’arrischi... e tu t’arrischi di parlargli in tedesco...

Ah, l’amore italiano... si so süss, so süss... ma anche terribile! Eifersucht! Eifersucht! Gelosia... Gelosia...

E la buona, sana, solida e cordiale moglie tedesca - sicurissima che il suo povero marito, quel caro tesoro, fosse terribilmente eifersüchtig del suo collega Della Torre, gli si precipitò addosso con la bocca assetata di baci, con le mani prodighe di carezze, per rassicurarlo subito, per dargli subito la prova, la prova più convincente, che ella non amava altri che lui, non voleva altri che lui:

- Binto mio! Binto mio!

Poteva mai immaginarsi la povera donna, che il marito, in lei, non aveva sposato altro che la lingua tedesca, e che di lei non gli importava nulla, e che soltanto della sua lingua tedesca era egli geloso? Allibì, nel vedersi furiosamente respinta.

Pallido come un morto, con le narici dilatate, tutto vibrante, con un riso di scherno su le labbra divaricate, egli le fischiò tra i denti:

- Ah, per giunta, ora mi abbracci? Ora debbo darti io i baci e le carezze? Ora vuoi spremere a me le ultime gocce di sangue, dopo aver conversato quattr’ore, quattro, quattro ore in tedesco con quella canaglia? E come gli hai corretto bene tutti gli spropositi! Come gli hai insegnato bene come si dovesse dir questo, e come si dovesse dir quest’altro.

- Ma discorso... discorso onesto... - s’affannava a ripetere tra le lagrime la moglie sbalordita. - Discorso onesto, Binto mio, conversazione onesta...

- Per giunta, già! Sicuro, - incalzò egli, - onestissima! Discorsi di grammatica, discorsi di filologia, discorsi di letteratura... Onesto? Ti pare onesto da parte sua? È una canaglia, capisci che cos’è? Una canaglia! Ti proibisco... ti proibisco di parlargli in tedesco! Se domani sera egli torna, e t’arrischi di parlargli in tedesco, guai a te! guai a te! Non ti dico altro!

La sera dopo, il professor Della Torre, puntuale, tornò fresco fresco, al solito, e sorridente. Ma trovò il collega più morto che vivo, abbandonato con gli occhi chiusi su una poltrona. Evidentemente, la notte avanti, aveva fatto pace con la moglie! E questa gli sedeva accanto, freddissima al suo ingresso nel salotto, anzi rigida, interita. Appena si provò a domandare in tedesco, se per caso il caro collega seguitasse a sentirsi male, ella, ponendo una mano sul braccio del marito in atto di protezione, con uno scatto severo, gli rispose:

- No, precho, sigh-nor! Io parlare con ello italiano. Tetesco io parlare soltanto con mio marito. Con ello, precho, exerchitarmi parlare italiano.

237A  -  Colloquii coi personaggi - I

[Giornale di Sicilia, 17-18 agosto 1915]

Avevo affisso alla porta del mio studio un cartellino con questo

AVVISO

Sospese da oggi le udienze a tutti i personaggi, uomini e donne, d’ogni ceto, d’ogni età, d’ogni professione, che hanno fatto domanda e presentato titoli per essere ammessi in qualche romanzo o novella.

N.B. Domande e titoli sono a disposizione di quei signori personaggi che, non vergognandosi d’esporre in un momento come questo la miseria dei loro casi particolari, vorranno rivolgersi ad altri scrittori, se pure ne troveranno.

Mi toccò la mattina appresso di sostenere un’aspra discussione con uno dei più petulanti, che da circa un anno mi s’era attaccato alle costole per persuadermi a trarre da lui e dalle sue avventure argomento per un romanzo che sarebbe riuscito - a suo credere - un capolavoro.

Lo trovai, quella mattina, innanzi alla porta dello studio, che s’aiutava con gli occhiali e in punta di piedi - piccolo e mezzo cieco com’era - a decifrare l’avviso.

In qualità di personaggio, cioè di creatura chiusa nella sua realtà ideale, fuori delle transitorie contingenze del tempo, egli non aveva l’obbligo, lo so, di conoscere in quale orrendo e miserando scompiglio si trovasse in quei giorni l’Europa. S’era perciò arrestato alle parole dell’avviso: «in un momento come questo», e pretendeva da me una spiegazione.

Erano ancora i giorni di torbida agonia che precedettero la dichiarazione della nostra guerra all’Austria, ed entravo di furia nello studio con un fascio di giornali, ansioso di leggere le ultime notizie. Mi si parò davanti:

- Scusi... permette?

- Non permetto un corno! - gli gridai. - Mi si levi dai piedi! Ha letto l’avviso?

- Sissignore, appunto per questo... Se mi volesse spiegare... - Non ho nulla da spiegarle! Non ho più tempo da perdere con lei! Via! Vuole le sue carte, i suoi documenti? Venga, entri, prenda e se ne vada!

- Sissignore... ecco, ma se volesse dirmi almeno che cosa è accaduto?...

Sperando di farlo schizzar per aria, polvere, come per una cannonata a bruciapelo, gli urlai in faccia:

- La guerra!

Rimase lì impassibile, come se non gli avessi detto nulla.

- La guerra? Che guerra?

Me lo tolsi davanti con uno strappo violento; entrai nello studio, sbattendogli la porta in faccia; e, buttandomi sul divano, corsi con gli occhi alle ultime notizie dei giornali, se finalmente la dichiarazione di guerra era avvenuta, se gli ambasciatori d’Austria e di Germania erano partiti da Roma, se c’erano già i primi fatti d’armi per mare o alla frontiera. Nulla! ancora nulla! E fremevo.

«Ma come? ma come?», dicevo. «Che s’aspetta? E che aspettano ancora questi signori ambasciatori, dopo le sedute solenni della Camera e del Senato e il delirio di tutto un popolo che da tanti giorni grida per le vie di Roma guerra, guerra! Son diventati sordi? ciechi? L’albagia tedesca, la tracotanza austriaca dove sono più? Quattro, cinque volte, nei giornali del mattino, nei giornali del pomeriggio, in quelli della sera s’è loro annunziato che i treni speciali sono pronti per essi. Niente. Sordi. Ciechi. E intanto a Trieste, a Fiume, a Pola, in tutto il Trentino si fa scempio e strazio dei nostri fratelli che ci aspettano; e noi li abbiamo lasciati partire protetti e tranquilli, i signori sudditi austriaci e tedeschi!»

Mentre così pensavo, fremendo, m’avvenne di levar gli occhi dal giornale, e che vidi? lui, quel petulante, quell’insoffribile personaggio, ch’era entrato non so come, non so donde, e se ne stava pacificamente seduto su una poltroncina presso una delle finestre che guardano sul mio giardinetto, tutto ridente e squillante, in quei giorni di maggio, di rose gialle, di rose bianche, di rose rosse e di garofani e di geranii.

Guardava fuori, con faccia beata, i cipressi e i pini di Villa Torlonia dirimpetto, dorati dal sole, abbagliati sotto l’intenso azzurro del cielo e stava a udire con delizia evidente il fitto cinguettio degli uccellini felicemente nati con la stagione e il chioccolio della fontanella del mio giardinetto.

La sua vista inopinata, quel suo atteggiamento di delizia mi suscitarono una rabbia che non so dire: una rabbia che avrebbe dovuto lanciarmi addosso a lui, e invece restava lì come schiacciata dal peso d’uno stupore, ch’era anche nausea e avvilimento. Gli vidi, a un tratto, voltare verso me quella beata faccia. Con l’orecchio intento e una mano appena levata:

- Sente? - mi disse, - sente che bel trillo? È un merlo, questo, sicuramente.

Afferrai i giornali stesi su le ginocchia con l’impeto di piombargli con essi sopra ad accopparlo, urlandogli nel furore tutte le ingiurie, tutti i vituperii che mi venivano in bocca. E poi? Sarebbe stato inutile. Scaraventai a terra i giornali, puntai i gomiti su le ginocchia, mi presi la testa tra le mani.

Poco dopo, con placida voce, quegli ricominciò a dire:

- E che c’entro io, scusi, se il merlo canta? se le rose ridono nel suo giardinetto? Corra a mettere la museruola a quel merlo, se le riesce, e a strappar queste rose! Non credo, sa, che se la lasceranno mettere la museruola gli uccellini; e tutte le rose di questo maggio da tutti i giardini, non le sarà mica facile strapparle... Mi vuol far saltare dalla finestra? Non mi farò male; e le rientrerò nello studio dall’altra. Che vuole che importi a me, agli uccellini, alle rose, alla fontanella della sua guerra? Cacci il merlo da quell’acacia; se ne volerà nel giardino accanto, su un altro albero, e seguiterà di lì a cantare tranquillo e felice. Noi non sappiamo di guerre, caro signore. E se lei volesse darmi ascolto e dare un calcio a tutti codesti giornali, creda che poi se ne loderebbe. Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano traccia, è come se non la lasciassero, perché su le stesse tracce, sempre, la primavera, guardi: tre rose più, due rose meno, è sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di dormire e di mangiare, di piangere e di ridere, d’uccidere e d’amare: piangere su le risa di jeri, amare sopra i morti d’oggi. Retorica, è vero? Ma per forza, poiché lei è così, e crede per ora ingenuamente che tutto, per il fatto della guerra, debba cambiare. Che vuole che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che siano, sempre fatti sono. Passano. Passano, con gli individui che non sono riusciti a superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena. La terra è dura, e la vita è di terra. Un cataclisma, una catastrofe, guerre, terremoti la scacciano da un punto; vi ritorna poco dopo, uguale, come se nulla fosse stato. Perché la vita, così dura com’è, così di terra com’è, vuole se stessa lì e non altrove, ancora e sempre uguale. E vorrà anche il cielo, per tante cose; ma, sopra tutto, creda, per dare respiro a questa terra. Lei si agita, in questo momento; freme; s’arrabbia contro chi non sente come lei, contro chi non si muove; vorrebbe gridare, far capaci tutti gli altri del suo stesso sentimento. Ma se gli altri non lo hanno? Lei s’immaginerà che tutto sia perduto; e sarà magari tutto perduto per lei... Fino a quando? Lei non vorrà mica morire per questo. Guardi: l’aria lei la respira, e non glielo dice che lei vive, quando la respira; questo cinguettio d’uccelli nati ora col maggio in questi giardini fioriti, lei l’ode, e non glielo dicono questi uccelli e questi giardini che lei vive, quando li ode cinguettare e ne aspira i profumi. Una miseria di pensiero lo assorbe. Di tanta vita ch’entra in lei per i sensi aperti, non fa conto. E poi si lagna; di che? di quella miseria di pensiero, di quel desiderio insoddisfatto, d’un caso contrario già passato. E intanto tutto il bene della vita le sfugge! Ma non è vero. Sfugge alla sua coscienza, non a quel profondo oscuro se stesso, dove - senza saperlo - lei vive davvero e assapora il gusto della vita, ineffabile, che è quello che la tiene e che le fa accettare tutte le contrarietà, tutte le condizioni che il pensiero stima più misere e intollerabili. Questo veramente è ciò che conta. Immagini che tutto questo scompiglio sia finito, compiuta la strage. Si farà la storia, domani, dei guadagni e delle perdite, delle vittorie e delle sconfitte. Speriamo che la giustizia trionfi... Ma se non dovesse trionfare? Trionferà di qui a un altro secolo... La storia ha larghi polmoni, e un arresto di respiro è cosa momentanea. Può anche darsi, del resto, che sembri un’altra, di qui a un altro secolo, la giustizia. Non c’è da fidarsi; e non è questo, creda, che importa. Ciò che realmente importa è qualche cosa d’infinitamente più piccolo e d’infinitamente più grande: un pianto, un riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avrà saputo dar vita fuori del tempo, cioè superando la realtà transitoria di questa sua passione d’oggi; un pianto, un riso, non importa se di questa o d’altra guerra, poiché tutte le guerre su per giù son le stesse; e quel pianto sarà uno, quel riso sarà uno.

Così io lo udii parlare a lungo, con una smania che mi si esasperava di punto in punto, quanto più, parendomi in fondo che dicesse giusto, mi sforzavo di frenarmi Non avrei voluto ascoltarlo, e lo ascoltai invece fino all’ultimo. Quando scattai in piedi, sdegnato, amareggiato, naturalmente non me lo vidi più davanti. Come una tenebra d’angoscia m’aveva rioccupato il cervello: ero ricaduto in preda alla mia cocente passione.

Mio figlio doveva partire in quei giorni per la frontiera. Della sua partenza imminente volevo e non riuscivo a sentirmi orgoglioso. Egli avrebbe potuto, come tanti altri della sua età e della sua condizione, sottrarsi almeno per il momento ai suoi obblighi: s’era invece presentato subito, volontario, all’appello. Lo guardavo avvilito e quasi mortificato. Il ribrezzo più che trentenne di un’alleanza odiosa fomentato ora dallo sdegno, dall’orrore delle atrocità commesse dai nostri alleati di jeri, aveva per dieci mesi roso il freno d’una disumana pazienza. E ora che questo freno finalmente accennava a rompersi, ora che il ribrezzo soffocato per trenta e più anni stava per prorompere e avventarsi, ecco, non io, non noi, quanti siamo di questa sciagurata generazione a cui è toccata l’onta della pazienza, l’ignominia di quell’alleanza col nemico irreconciliabile, non noi dovevamo correre alla frontiera, ma i figli nostri, nei quali forse il ribrezzo non fremeva e l’odio non ribolliva come in noi. Prima i nostri padri, e non noi! ora, i nostri figli, e non noi! Dovevo restare a casa, io, e veder partire mio figlio.

Fuori di questa passione, fuori di quest’angoscia, non potevo per il momento veder più nulla. Dovevo consumare in me stesso un travaglio violento: l’ira, lo sdegno acerbo per quanto avveniva, per chi non poteva, non sapeva o non voleva fare e si dava grottesche arie di fare e avrebbe meritato in risposta un augurio di sconfitta, se le sorti nostre non fossero state sciaguratamente unite. Dovevo consumare dentro me l’ansia senza requie per il mio figliuolo, che mentre io qua mi sarei straziato invano e sarei stato costretto purtroppo ad attendere e a soddisfare a tutti i piccoli materiali bisogni della vita, avrebbe esposta la sua lassù; e ogni momento, che per me sarebbe passato così, poteva essere per lui il supremo; e sarebbe toccato a me, allora, dopo, di seguitarla a vivere, questa atrocissima vita.

Nell’ombra che veniva lenta e stanca dopo quei lunghissimi afosi pomeriggi estivi e m’invadeva a poco a poco la stanza, recando come una mestizia di frescura, un rammarico di lontane dolcezze perdute, io però da alcuni giorni non mi sentivo più solo. Qualcosa brulicava in quell’ombra, in un angolo della mia stanza. Ombre nell’ombra, che seguivano commiseranti la mia ansia, le mie smanie, i miei abbattimenti, i miei scatti, tutta la mia passione, da cui forse eran nate o cominciavano ora a nascere. Mi guardavano, mi spiavano. Mi avrebbero guardato tanto, che alla fine, per forza, mi sarei voltato verso di loro.

Con chi potevo io veramente comunicare, se non con loro, in un momento come quello? E mi accostai a quell’angolo, e mi forzai a discernerle a una a una, quelle ombre nate dalla mia passione, per mettermi a parlare pian piano con esse.

238A  -  Colloquii coi personaggi - II

[Giornale di Sicilia, 11-12 settembre 1915]

E m’è avvenuto, accostandomi per la prima volta all’angolo della stanza ove già le ombre cominciano a vivere, di trovarvene una che non m’aspettavo, ombra solo da jeri.

- Ma come, Mamma? Tu qui?

È seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di questa mia stanza, ma ancora su quello della casa lontana, ove pure gli altri ora non la vedono più seduta e donde neppur lei ora, qui, si vede attorno le cose che ha lasciato per sempre, la luce d’un sole caldo, luce sonora e fragrante di mare, e di qua la vetrina che luccica di ricca suppellettile da tavola, di là il balcone che dà su la via larga del grosso borgo marino, per dove passa monotona tutti i giorni, stridente di carri, la solita vita, di traffico per gli altri, di tedio per lei; né più si vede davanti i cari nipotini dai dolci occhi intenti ai suoi racconti, e quegli altri due che più, certo, le è doluto di lasciare: il vecchio compagno della sua vita, la figliuola più amata, quella che fino all’ultimo la circondò di vigile adorazione.

Curva, tutta ripiegata su se stessa per schermire gli spasimi interni, con le pugna sui ginocchi e su le pugna la fronte, sta qua, su quel suo seggiolone che le ricorda tutte le cure della casa e il tormento dei lunghi pensieri nell’ozio forzato, i viaggi dell’anima tra le memorie lontane e il lungo soffrire e anche, sì, le sue ultime gioje di nonna.

Alla mia domanda:

- Ma come, Mamma? Tu qui?

alza la fronte dai ginocchi e mi guarda con quegli occhi che hanno ancora la luce dei venti anni ma in un bianco volto molle e smunto dal male e dall’età; mi guarda e m’accenna di si, che è voluta venire per dirmi quello che non poté per la mia lontananza, prima di staccarsi dalla vita.

- D’esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse sì... ma tu, Mamma? Proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio laggiù, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calore dell’amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino.. .

Solleva con pena le palpebre e atteggia il volto a un sorriso di pena, tenendosi sul grembo le povere piccole mani che tanto hanno lavorato; quasi per nascondere il male, ov’esso gliele ha più torturate e offese. E non quelle mani soltanto si tiene così, ma dentro così anche l’anima, per nascondere dove più le vicende della vita gliel’hanno offesa, ove più qualche parola degli altri gliela toccano al vivo, e per non dire, attraverso quel sorriso di pena, se non ciò che conviene, non tanto per sé quanto per gli altri. E dice:

- Non dovevo? Ma io non l’ho voluto, figlio, benché tanto stanca, lo sai, e con tanto bisogno di riposare dal troppo male di questa mia vita troppo lunga, ah lunga oltre ogni previsione dei miei tanti dolori... È venuta! Non la volevo. Per te non la volevo e per tutti gli altri, ma più per te che, lo so, giustamente domandavi che il mio cuore t’accompagnasse in quest’ansia angosciosa per il tuo figliuolo che combatte lassù... E t’ha accompagnato, figlio, il mio cuore; e forse per questo, anche... No no, che c’entri tu? Non ha potuto lui, vecchio, correr troppo come doveva dietro alla tua ansia, e s’è fermato... Ma meglio per me così, meglio, credi. Per te lo dico, perché tu trovi in questo un conforto al dolore per la mia morte. Non potevo riposare; vedi il mio corpo com’era ridotto? L’anima, sì... quella! ma anche il cuore, sai: benché così stanco di battere... anch’esso, dentro, era quello di prima, con dentro ancora tutta, tutta la sua vita, ma pure l’infanzia, sai? tutta la sua vita, anche coi giuochi che facevo, piccola, coi miei piccoli fratelli, e tutti i visi e gli aspetti delle cose d’allora, così vivi, ma cosi vivi nel senso che aveva allora la vita per me, che tante volte questa vita di poi m’e sembrata un sogno d’attorno e non quella già lontana e pur cosi presente qui, nel mio cuore. Eh! perché la vita, figlio, tu lo sai, noi la diamo ai figli perché la vivano loro e ci contentiamo se qualcosa ancora di riflesso ne venga a noi; ma non ci sembra più nostra; la nostra, per noi, dentro, resta sempre quella che non demmo ma che ci fu data, a nostra volta; quella che, per quanto nel tempo s’allunghi, serba dentro pur sempre il primo sapore d’infanzia e il volto e le cure della mamma nostra e di nostro padre e la casa d’allora com’essi la avevano fatta per noi... Tu puoi saperlo, quale fu questa mia vita, perché tante volte io te ne parlai; ma altro è viverla, figlio, una vita...

Tentenna il capo e gli occhi brillano vivi del fremito interno dei ricordi.

- È la mia!... Fu pur triste, dapprima... La tirannide... I Borboni... A tredici anni, con mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle, una anche più piccola di me ed anche due fratellini più piccoli, noi otto e pur cosi soli, per mare, in una grossa barca da pesca, una tartana, verso l’ignoto. Malta... Mio padre, compromesso nelle congiure e per le sue poesie politiche escluso dall’amnistia borbonica dopo la rivoluzione del 1848, era là, in esilio. E forse allora io non potevo intenderlo, non l’intendevo tutto il dolore di mio padre. L’esilio - far piangere così una mamma, e lo sgomento, e togliere a tanti bambini la casa, i giuochi, l’agiatezza - voleva dir questo; ma anche quel viaggio per mare voleva dire, con quella gran vela bianca della tartana che sbatteva allegra nel vento, alta alta nel cielo, come a segnar con la punta le stelle, e nient’altro che mare intorno, così turchino che quasi pareva nero; e lo sgomento ancora, a guardarlo; ma anche quell’infantile orgoglio della sventura che fa dire a un bimbo vestito di nero: «Io sono a lutto, sai?» come se fosse un privilegio sopra gli altri bimbi non vestiti di nero; e anche l’ansia di tante cose nuove da vedere, che ci aspettavamo di vedere con certi occhi fissi fissi che per ora non vedono nulla, fuorché la mamma là che piange tra i due figli maggiori che sanno e capiscono, loro sì... e allora noi piccoli, le cose da vedere di là, nell’ignoto, pensiamo che forse non saranno belle. Ma l’isola di Gozzo, prima... poi Malta... belle! con quel golfo grande grande, d’un azzurro aspro, luccicante d’aguzzi tremolii, e quel paesello bianco di Bùrmula, piccolo in una di quelle azzurre insenature... Belle da vedere le cose, se non ci fosse qua la mamma che seguita a piangere... E poi presto dovemmo capire anche noi piccoli, non più piccoli presto. Venivano i grandi, nella nostra casa, a trovare mio padre; e tutti erano tristi e cupi, come sordi; e pareva che ciascuno parlasse per sé a quello che vedeva: la patria lontana, ove il dispotismo restaurato rifaceva strazio di tutto; e ogni loro parola pareva scavasse nel silenzio una fossa. Loro erano qua, ora, impotenti. Nulla da farci! E chi appena poteva, per non struggersi lì in quella rabbiosa disperazione, partiva per il Piemonte, per l’Inghilterra... Ci lasciavano. Con sette figli e la moglie, mio padre che altro poteva, se non dire addio a tutti quelli che se n’andavano, addio anche alla vita che se n’andava? La rabbia e il peso di quell’impotenza, l’avvilimento di vivere dell’elemosina d’un fratello che era stato costretto a cantare nella Cattedrale con gli altri del Capitolo il Te Deum per Ferdinando lo stesso giorno della partenza di lui per l’esilio; un cordoglio senza fine, la sfiducia che non avrebbe veduto il giorno della vendetta e della liberazione, ce lo consunsero a poco a poco, a quarantasei anni. Ci chiamò tutti attorno al letto il giorno della morte e si fece promettere e giurare dai figli che non avrebbero avuto un pensiero che non fosse per la patria e che senza requie avrebbero speso la vita per la liberazione di essa. Ritornò la vedova, ritornammo noi sette orfani in patria, mendichi alla porta di quello zio che finora ci aveva mantenuti nell’esilio: veramente santo, veramente santo, perché il bene che ci fece e continuò a farci, senza mai un lamento, era a costo per lui di paure da vincere ogni giorno, d’offese da sopportare fingendo di non notarle, offese alle sue abitudini, alle sue opinioni, ai suoi sentimenti, e anche a costo di certe piccole grettezze da superare, che ce lo rendevano tanto più caro, quanto più vedevamo ch’egli cercava di sottrarvisi con comici sotterfugi, con ingenue arti che ci facevano sorridere pietosamente. Tante volte tu sentisti dire da me: «Lo zio canonico!». Ma che puoi sapere di quella sua casa antica, com’era, che sapore di vita vi alitava, com’era lui, piccolo (grande di busto) piccolo di gambe, così piccolo piccolo che in piedi era più corto che seduto, ma bello di volto, e poi con un certo suo curioso intercalare: «Càttari! Càttari! avrei potuto giurare, effettivamente...» mentre si guardava le unghie, con gli occhi bassi. E la paura che aveva dei tuoni! e certe prepotenti curiosità proibite che lo traevano a leggere di nascosto nella Battaglia di Benevento la storia dei papi e di tratto in tratto lo sentivamo gridare, mentre richiudeva di furia il libro e vi dava un pugno sopra: «Ma questo è un pazzo!» e poco dopo tornava a leggervi daccapo. Povero zio! Fummo pure ingrati qualche volta... quella volta per esempio, che la sbirraglia borbonica venne a fare una perquisizione anche nella casa di lui, per i miei fratelli ch’erano già cresciuti e congiuravano, e io giovanetta, nel vederlo troppo impaurito e troppo ossequioso tremare innanzi a quei musi, gli gridai: «Ma non abbia paura lei! Costoro lo sanno bene che lei andò a cantare ile Deum alla Cattedrale quando un fratello fu mandato in esilio!». E lui, poverino, mogio mogio, s’allontanò esclamando e guardandosi al solito le unghie: «Càttari, che femmina, càttari che femmina!». Eh sì, troppo veramente mi doleva d’essere donna allora e di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii quasi al bujo, in un sottoscala, la bandiera tricolore con cui il mio più piccolo fratello insieme con gli altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscì armato incontro al presidio borbonico nella stess’ora che a Palermo un altro dei miei fratelli doveva irrompere dal convento della Gancia; e qua da noi, in provincia, di tanti che avevano giurato di scendere in piazza armati si trovarono in cinque soltanto contro duemila borbonici! Tu puoi intenderla ora la nostra ansia mortale, in quel giorno per questi due fratelli, uno qua, l’altro là... Sì, è per il figlio ora la tua ansia; ma c’era anche la mamma con noi allora, e l’ansia era anche per noi. Quando, dopo lo scampo miracoloso dei miei fratelli, i gendarmi ritornarono a perquisire la casa, mia madre ci dispose, noi figliuole, ciascuna presso un balcone e ci ordinò: «Se vi mettono le mani addosso, buttatevi giù». Fiera donna di stampo antico, mia madre! Per mesi e mesi, figurati, per tutto il tempo che durò la prigionia dei garibaldini dopo Aspromonte non volle che si desse alcuna notizia della famiglia a quello più piccolo dei miei fratelli che si trovava, ufficiale dei bersaglieri, nell’esercito, solo per la supposizione che fosse stato anche lui tra i fucilatori di Garibaldi e contro all’altro fratello ch’ebbe la ventura di raccogliere in quell’infausta giornata lo stivale forato e insanguinato del Generale. Che giornata, quella! eppure la vita vostra, di voi miei figliuoli, dipende forse da essa! quando quei mio fratello ritornò dalla prigionia nella caserma di San Benigno a Genova, tutto il popolo qua lo condusse quasi in trionfo alla madre e a noi che lo aspettavamo festanti; e fu allora ch’io conobbi per la prima volta vostro padre, reduce anche lui d’Aspromonte, garibaldino anche lui del Sessanta, carabiniere genovese. Avevo già ventisette anni e non volevo più sposare; mi toccò sposare perché lui lo volle, lui che poteva imporsi al mio cuore con la bella persona e più, in quei fervidi anni, con l’animo che voi figliuoli gli conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta e si commuove come un bambino per ogni atto che accresca onore alla patria. Con quest’animo e col mio, la vita che vi abbiamo data, figliuoli miei, nei tempi inerti e sordi che sono seguiti, non poteva esser lieta; lo so! E la so, ora, la tua pena, figlio, che forse è la stessa che a me, donna, mi bruciò tanto nell’anima: di non poter fare e di veder fare agli altri quello che avremmo voluto far noi e che per noi sarebbe stato niente, mentre ci par tanto e tanto ci fa soffrire, che lo facciano gli altri... Ma ecco, per questo appunto io sono venuta, figlio mio, per dirti questo, che tu l’hai voluta questa guerra, contro tanti che non la volevano e lo sapevi che se poco ti sarebbe costato sacrificare in essa la tua vita, tanto, troppo invece ti sarebbe costato il solo rischio di quella del tuo figliuolo. E l’hai voluta. Tu paghi, dunque, di sofferenze più che se fossi andato... Ti basti. E Dio risparmi il tuo figliuolo! Avrei voluto, pur soffrendo, durare ancora fino alla vittoria. Ma pazienza! Non ho rinunziato a un dolore; avrò perduto una gioja, poiché la vittoria è certa. Mi basta che per me rimanga a vederla tuo padre. Voi, del resto, tu che mi sei stato sempre lontano, così da lontano, pensatemi ancora viva! Non sono io forse viva sempre per te?

- Oh, Mamma, sì! - io le dico. - Viva, viva, sì... ma non è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua morte, e immaginarti, come t’immagino, viva ancora laggiù, seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a qualche cura familiare. Potrei seguitare a immaginarti così, con una realtà di vita che non potrebbe esser maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti anni, così da lontano, t’ho data sapendoti realmente seduta là in quel tuo cantuccio. Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi più dare a me una realtà! È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto. Quando tu stavi seduta laggiù in quel tuo cantuccio, io dicevo: «Se Ella da lontano mi pensa, io sono vivo per lei». E questo mi sosteneva, mi confortava. Ora che tu sei morta, io non dico che non sei più viva per me; tu sei viva, viva com’eri, con la stessa realtà che per tanti anni t’ho data da lontano, pensandoti, senza vedere il tuo corpo, e viva sempre sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo, è questo, che io, ora, non sono più vivo, e non sarò vivo per te mai più! Perché tu non puoi più pensarmi com’io ti penso, tu non puoi più sentirmi com’io ti sento! È ben per questo, Mamma, ben per questo quelli che si credono vivi credono anche di piangere i loro morti e piangono invece una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati. Tu l’avrai sempre, sempre, nel sentimento mio: io, Mamma, invece, non l’avrò più in te. Tu sei qui; tu m’hai parlato: sei proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi occhi, la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi della tua fronte, il battere dei tuoi occhi, il sorriso della tua bocca, il gesto delle tue povere piccole mani offese; e ti sento parlare, parlare veramente le parole tue: perché sei qui davanti a me una realtà vera, viva e spirante; ma che sono io, che sono più io, ora, per te? Nulla. Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io? io, figlio, fui e non sono più, non sarò più...

L’ombra s’è fatta tenebra nella stanza. Non mi vedo e non mi sento più. Ma sento come da lontano lontano un fruscio lungo, continuo, di fronde, che per poco m’illude e mi fa pensare al sordo fragorio del mare, di quel mare presso al quale vedo ancora mia madre.

Mi alzo; m’accosto a una delle finestre. Gli alti giovani fusti d’acacia del mio giardino, dalle dense chiome, indolenti s’abbandonano al vento che li scapiglia e par debba spezzarli. Ma essi godono femineamente di sentirsi così aprire e scomporre le chiome e seguono il vento con elastica flessibilità. È un moto d’onda o di nuvola, e non li desta dal sogno che chiudono in sé.

Sento dentro, ma come da lontano, la sua voce che mi sospira:

«Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle».

239A  -  I due giganti

[L’Illustrazione Italiana, 4 giugno 1916]

Un antico muro scrostato - ma sì, lo vedo bene. E forse fu rosso cent’anni fa. Sferzato dalle pioggie alte invernali, argine ai polveroni turbinosi di tramontana, s’è fatto terroso, con appena una velatura sporca, tra le crepe, di quell’antica mano di rosso. E dove le vestigia slavate e ingiallite dell’intonaco sussistono, i luridi monelli del viale hanno schizzato a punta di sasso o col carbone segnacci osceni, motti sconci, sgorbii di cani, di serve e di carabinieri. Ma sorveglia più giù il barbuto guardiano gallonato, dalla mattina alla sera con le spalle appoggiate alla cancellata, mangiandosi i sozzi mustacchi strinati al passaggio d’ogni solitario signore ben vestito.

È il muro di cinta dell’ultimo lembo superstite d’un magnifico parco patrizio, ricco un tempo di pini e di cipressi. Seguiva prima, ininterrotto, quasi tutto il lato destro del lungo e vasto viale, dalla porta della città fino in fondo, per circa un miglio. Ora son case e vie ove il parco dominava selvaggio e maestoso: dadi di casette bianche, quasi di giuoco infantile, vialetti rassettati e piazzalini sterrati puliti, su cui incombe di tratto in tratto, come a schiacciarli, qua il tronco poderoso d’un pino dall’immensa cupola intramata di neri bronchi, di cielo chiaro e di fosco verde; là, isolato, escluso nell’azzurro, un notturno cipresso centenario, alla cui punta pare s’impiglino le nuvole. Rimasti l’uno e l’altro staccati, come in esilio, guardano da lontano con tristezza al folto dei compagni più giù, nel lembo superstite, cinto da quest’antico muro.

Ebbene, fu qua che i due giganti m’apparvero, una notte di quest’inverno. Qua, nel punto del muro propriamente ove quel pino sorge come un grande O accanto a quel cipresso dritto come un grande I, che alti la notte nel cielo stellato possono, oh beati!, scrivere un IO in due.

*

Una notte di quest’inverno. Ma per parlare della maravigliosa vita di questi due giganti bisogna rimontare a un’epoca favolosa, remotissima, quando l’ultima primavera brillò con tutte le sue foglie dagli alberi di questo viale. Lo scorso maggio? Sette, otto mesi fa?

Sì. A contare il tempo ad anni, a mesi, a giorni, non più di otto mesi fa. Ma io pensavo - scusate - che quando una cosa è accaduta, jeri, un minuto fa, non accadrà mai più; e che il minuto che segna una fine possiamo contarlo da quelli che seguono; dire: cinque, dieci, venti minuti fa; poi, assommandosi e facendosi troppi, non li contiamo più, e diciamo jeri, diciamo l’altro jeri; poi, una settimana, un mese, due mesi fa; e poi, se era la fine d’una piccola cosa, non ci pensiamo più, ed eccola svanita quella piccola cosa, una vita, un oggetto che c’era caro, nel vuoto dell’eternità.

Otto mesi, dal giorno che queste foglie ora sparse qua per terra lungo il muro, secche accartocciate sfrante, spuntarono verdi e brillarono fresche dai rami alti degli alberi di questo viale, in un azzurro che non è più, che non sarà mai più; otto mesi, credete, son pure un’epoca favolosa, remotissima.

E chi vi dice poi, che riavranno un’altra primavera tutti quanti gli alberi di questo viale? Ciò che loro sanno, ciò che sa quell’ultimo cimignolo lì in vetta in vetta, del mistero della terra profonda, ove s’aggrappano cieche le loro radici, né io né voi sappiamo. Son note a loro, forse, quelle oscure necessità della vita e della morte, che a noi il falso lume dell’intelligenza non fa vedere. Forse il lume vero è dove è bujo per noi, in queste necessità che ci restano oscure, nelle quali le cose, la pianta e la pietra, vivono assorte e immemori.

Del resto, che sapete voi di ciò che poteva essere accaduto nel mio spirito in quella notte d’inverno, per cui l’ultima primavera gli appariva come un’epoca favolosa, remotissima? Che sapete voi donde io tornassi quella notte, e quale combattimento avessi sostenuto con me stesso per ricacciare indietro il tempo che mi si voleva far presente e vivo con una sua tentatrice immagine di primavera?

*

A lungo, a lungo due giovanili occhi intenti da un viso chiaro, di rosea freschezza, tra un vivido lampeggìo festoso di specchi, di lumi, di gemme, m’avevano fissato con una pena che ardeva di cangiarsi subito in gioja, se per poco i duri miei occhi che li fuggivano si fossero arrestati a dir sì.

Volevano esser fascino, quegli occhi; furono stupore triste in prima per me; poi cupo sdegno.

Nel primo stupore i miei occhi avevano voluto allontanare di almeno trent’anni, di almeno trent’anni da me quell’immagine di giovinezza, per indurla pietosamente a riconoscersi così da lontano, come in uno specchio, con quei suoi occhi intenti, nel mio vero aspetto - vecchia. Vecchia, sì, come di qui a trent’anni si sarebbe ella stessa veduta in un ritratto che l’avesse rappresentata a sé con l’immagine d’ora; vecchia come quando, nel mirar questo ritratto, avrebbe potuto dire: - Oh, guarda! Ero così...

- Vecchia così tu sei ora per me, immagine di giovinezza, - dicevano i miei occhi nel loro stupor triste a quegli occhi che s’ostinavano a fissarmi intenti.

E dicevano anche:

- Ti vedo lontana lontana... Sì, con codesti occhi stessi E il tuo piedino, ricordi? premeva sul mio piede. Non ti risuonano fievoli con angosciosa dolcezza le note di quelle musiche lontane, nell’affollato passeggio delle balsamiche sere estive, al mare, con tutte quelle lampade e i guizzi fuggevoli dei cocchi signorili, l’odore delle alghe che viene dalle banchine, la fragranza inebriante dei gelsomini e delle zagare che viene dai giardini? Se tu ti alzi, io lo so, il tuo piedino zoppica un poco... Ma com’è, dimmi, che sei ancora così fresca? Ti dai certo il belletto su le guance, cara, e ti ritingi i capelli... Non vedi che i miei su le tempie sono già bianchi?

S’ostinavano a dir no, quegli occhi, che non era vero. M’invitavano a respirare da presso la fragrante freschezza dei capelli e delle carni, e dicevano ch’io farneticavo a immaginare che uno dei piedini di lei zoppicasse. Dove? Quando? O che era forse il diavolo? Perché non andavo a invitarla a danzare? Avrei subito veduto che i suoi piedini, altro che zoppicare! volavano, reggendo su le elastiche punte tutta la leggiadra persona come una piuma.

- Trent’anni fa...

- No, qua, ora, - dicevano quegli occhi; insistevano: - Ora, ora! - con cupida intensità.

- Ora? Ma che dici? Tu sei pazza; o tu vuoi riderti di me. Via! via! Non di trent’anni solamente, ma d’un incommensurabile tempo, tu e queste luci di festa e quanti ti girano attorno mi siete lontani.

- Lontani? Ma io sono qua! Ora, sì, ora... Non vedi? Perché non vieni? Non ti son più lontana d’otto o dieci passi...

- No, cara, sempre, anche se venissi ad abbracciarti, resterebbe in me quest’infinita lontananza da cui ora ti guardo! Posso, come niente, spogliarti di codesta veste verde di seta che t’inguaina, e vederti uscir nuda da una corteccia di querce, ninfa di bosco, alla luna che t’invoglia insieme con le tue ninfe compagne a una danza coi satiri procaci. Questo rumor di festa, che nei tuoi occhi s’è incantato in un silenzio di sogno tentatore, è per me il frusciare di quel bosco favoloso, dove tu sei ninfa ignuda con prolissi capelli di viola. Anche tu, così incantata nel silenzio, non sei più qua, ora. Che vedi? Me, giovine? In un tempo immemorabile, cara. Giovine io fui in quell’epoca favolosa che tu eri ninfa di bosco; e fui allora gigante di tale prodigiosa statura, che mi bastava alzare appena una mano per prendere in cielo la falce della luna a falciare le selve sempre rinascenti dei miei sogni misteriosi. Credi, credi pure che un tuo piedino, cara, zoppica un poco, da quando quel rovo maligno te lo punse nel bosco. Io lo so.

*

Fuori, la tramontana, urlando come per spasimi ignoti e spaventevoli dello spazio tenebroso, aveva spento tutti i fanali di questo lungo e vasto viale, a cui io m’affacciai quasi impaurito, varcata la scura porta solenne della città ancora tutta illuminata, sebbene deserta.

Era adesso nella tenebra un silenzio e un gelo, un silenzio che dopo il sogno mi parve la fine di tutte le cose, un gelo che dava alle apparenze superstiti di esse, come s’intravedevano appena, spettrali, a un vano raro barlume ch’era quasi un brulichio della tenebra stessa, un disperato irremovibile avvilimento.

Discernevo in quel barlume il nero groviglio dei rami e del frondame secco di tutti questi alberi in lunghissima fila, e orribilmente in quel silenzio gelato sentivo scricchiolare sotto i piedi le foglie accartocciate.

Quand’ecco, in quella tenebra, in quel silenzio, in quel gelo, rovente, squillante fiammeggiò a incendiare tutta la notte, rosso e nuovo, quest’antico muro di cinta, come del riverbero d’una prodigiosa aurora, e su esso così tutto fiammeggiante i due giganti maravigliosi apparvero e mossero tra lo stupore immoto degli alberi e delle case i loro terribili gesti.

Restai atterrito a mirarli da lontano, dalla profondità gelida della mia notte.

Neri, enormi, in quella fiamma prodigiosa, scrollavano a ogni minimo gesto tutta la notte, come se dalla tenebra volessero ricreare il mondo, ridargli forze, abolendo il tempo, una sempiterna giovinezza e davvero la falce della luna e le selve dei misteriosi sogni da falciare. E via, via le città dalla faccia della terra, vile ingombro da mandar con un calcio per aria, rotolio di minuscoli mondi grotteschi, con cieli di tegole e travi e lumini da notte per stelle; e restituire gli uomini all’altezza dei cieli veri e delle montagne e dei boschi; all’ampiezza dei mari senza più gusci di navi; restituirli alla loro statura di giganti, da prendere in cielo, sollevando appena un braccio, la falce della luna; da scavalcar con un passo le montagne; da traversare a piedi a livello della cintola i mari; e tentare, tentar di nuovo la scalata dei cieli; poggiare su un’altra più degna stella e far con un calcio rotolare negli abissi degli spazii infiniti questa vile pallottola della terra.

Ecco, alzava il piede possente uno dei giganti; l’altro levava fino al cielo le braccia in attesa del crollo della terra, quando tutt’a un tratto la fiamma prodigiosa manco.

Ma sì, lo so bene, due luridi straccioni del viale tendevano un piede e le mani al focherello che si spegneva d’un mucchietto di foglie secche raccolte presso quest’antico muro di cinta, il quale - ma sì! - è tutto crepe, lo vedo, e con appena una velatura sporca della sua antica mano di rosso. Anche però il vostro volto, s’io vedo bene, è tutto crepe e solchi di rughe, e anche i vostri capelli hanno appena appena un vestigio del loro primo color biondo d’oro; e vorrei pregarvi di ricordare, se non sono importuno, che cosa vi sembrava codesta miserabile vecchia mezzo gobba che ancora vi strascinate accanto e tutto il mondo e la vostra stessa persona, quando vi ardevano dentro in belle fiammate illusioni, speranze e desiderii.

240A  -  Frammento di cronaca di Marco Leccio

e della sua guerra sulla carta nel tempo

della grande guerra europea

[Berecche e la guerra, 1919, già composta probabilmente nel 1916-1917. Il testo riportato contiene anche quei brani che andranno a formare la novella Berecche e la guerra]

I.

Ogni anno il 21 luglio è stato giorno di festa in casa di Marco Leccio. Anniversario della battaglia di Bezzecca, e onomastico della figliuola maggiore, signora Bezzecca Truppel.

Quest’anno, primo anno della nostra guerra, coi nostri soldatini già quasi in vista di Trento, la festa avrebbe dovuto essere più che mai solenne; viceversa è andata a monte per due dolorosissime ragioni.

Prima: il genero signor Truppel, oriundo svizzero tedesco. Ma non propriamente per lui, Truppel, ottima pasta d’uomo, alieno dalla politica, non più svizzero, tanto meno tedesco, sebbene non ancora italiano. Per il suo cognome.

Non se l’è mica dato né scelto da sé, il signor Truppel, quel cognome; gli è venuto da suo padre, morto a Zurigo da tanti anni; e non ci tiene.

Forse lì a Zurigo, chiamarsi Truppel voleva dire qualche cosa; ma fuori del paese natale, cioè fuori delle relazioni, delle parentele, delle conoscenze, che cos’è più un cognome? Per uno sconosciuto, tanto vale chiamarsi Truppel, quanto chiamarsi... che so? in un altro modo qualsiasi. Se non fosse per aver le carte in regola...

Il signor Truppel, per conto suo, dentro di sé, si conosce un’anima pacifica, senza cognome, senza stato civile, né nazionalità; un’anima per due occhi aperta qua, come altrove, all’inganno delle cose, che certamente non sono come appaiono, se un po’ si vedono in un modo e un po’ in un altro, a seconda dell’animo e degli umori. Egli fa di tutto per non alterarselo mai, il suo modo, e si contenta di poco, perché quel poco sa gustarselo in pace e con saggezza, come gli innocenti piaceri della natura, la quale, a dir vero, è una di tutti e non sa né di patrie né di confini.

Candido com’è, e di tenero cuore, al signor Truppel piacciono specialmente le giornate di nuvole chiare, quelle dopo le piogge, quando c’è sapore di terra bagnata e nell’umida luce l’illusione delle piante e degli insetti, che sia di nuovo primavera. Di notte, guarda quelle nuvole che dilagano su le stelle e le annegano per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d’azzurro. Guarda quelle stelle; sogna senza sogni, e sospira.

Di giorno, il signor Truppel si considera un brav’uomo nella vita. Un brav’uomo, così, e basta. Non già a Roma, cioè in Italia, o altrove: no, nella vita. Così, e basta. Anzi, propriamente, un bravo orologiaio, nella vita.

Tutto circoscritto nei limiti del suo banco ricoperto di candida tela cerata dietro la vetrina della sua bottega in via Condotti, s’incastra nell’occhio destro il monocolo a cannoncino e, curvo su la pinzetta fissata al banco, prova e riprova con inesauribile pazienza sul pezzo da accomodare i tanti piccoli attrezzi del suo pazientissimo mestiere, lime, seghe e calibri, nel silenzio trapunto dall’assiduo acuto sottile pulsare dei cento orologi.

Non gli passa minimamente per il capo, nell’adoperare con infinita delicatezza quegli esili strumentini sul fragile congegno complicato degli orologi, che in quello stesso momento, altrove, per tanta parte d’Europa, uomini come lui a milioni ben altri strumenti adoperano, fucili, cannoni, baionette, bombe a mano, per un lavoro ben diverso di questo suo, d’accomodare orologi; e che il silenzio vibrante qua attorno a lui dall’acuzie di quel ticchettio continuo, appena percettibile, è straziato altrove dall’orrendo rimbombo d’obici e di mortai.

Il suo mondo, la sua vita son concentrati lì, di giorno, in una calotta d’orologio; come, di notte, sciolta ormai da quasi tutte le passioni terrene, la vita del suo spirito è assorbita nella contemplazione dell’armonia di ben altre sfere: quelle celesti.

Benché il signor Truppel paja uno stupido, si può giurare dal modo come sorride voltandosi, a richiamarlo da quelle sue celesti contemplazioni, ch’egli non considera il firmamento come un sistema d’orologeria.

Rimase perciò propriamente come uno che caschi dalle nuvole, allorché, nei giorni di torbida agonia che precedettero la dichiarazione della nostra guerra all’Austria, una grossa frotta di dimostranti s’avventò, passando come un uragano, contro la sua bottega d’orologiaio e gli fracassò in un batter d’occhio insegna, sporti, vetrina, ogni cosa.

II.

Il signor Truppel, passato il primo sbalordimento per il fracasso dei vetri rotti, non temette tanto per sé, quanto per il fratello, suo socio nell’orologeria e di natura ben altra dalla sua: ispido, cupo e bestiale.

Tondo tondo, biondo biondo, il signor Truppel si buttò avanti, parando con le manine bianche grassocce, con gli occhi pieni di lagrime, quegli occhi che di solito hanno la limpida chiarità ridente dello zaffiro, a gridare a quei dimostranti ch’egli era svizzero e non tedesco, svizzero e non tedesco, svizzero, svizzero, svizzero; da più che venticinque anni in Italia, e genero di un veterano garibaldino, reduce di Bezzecca, e con la moglie che si chiamava anch’essa Bezzecca, e con un figliuolo già sotto le armi, allievo ufficiale, allievo ufficiale, allievo ufficiale nell’82° fanteria.

Ma sì, a chi lo gridò? ai suoi vicini di bottega che lo conoscono bene e sanno tutti che perla di uomo sia. I dimostranti, fatto il danno, s’erano già allontanati da un pezzo, sicurissimi d’aver compiuto un atto, se non proprio eroico, certo molto patriottico. Ma il danno, anche quello, via, roba da poco. Il guaio, il vero guaio, fu per il fratello, che il signor Truppel credeva ancora dentro la bottega, e invece no, non c’era più. Terteuffel!, corso dietro a quei dimostranti, imbestialito.

Orbene, questo fatto, che per il pacifico signor Truppel ha avuto l’importanza di un semplice malinteso tra lui e la popolazione romana, a causa del suo cognome tedesco (malinteso deplorevole, sì, ma da non farne poi un gran caso), certamente non sarebbe stato cagione di mandare a monte il 21 luglio la festa in casa del suocero, se il fatto stesso, riferito a Marco Leccio, non si fosse malamente complicato per la violenta intromissione di questo.

Marco Leccio, su le furie, non se la prese mica coi dimostranti che avevano fracassato al genero i vetri della bottega, atto vandalico ma scusabilissimo col furore popolare giustamente divampato per le losche e vili manovre tedesche a danno degli interessi e del decoro d’Italia. Se la prese col genero per quella - come disse - sua porcheria di cognome tedesco.

Perdio! dopo venticinque anni di dimora in Italia, perché suo genero - svizzero - doveva ancora portare quel cognome che diventava oggi come un marchio di infamia? Avrebbe dovuto già da un pezzo domandare la cittadinanza italiana e cambiarsi quella porcheria di cognome. Si chiamava Livo o Godolivo, Truppel? Ebbene, Livo Truppa! Ecco fatto: Truppa, Truppa! Bellissimo cognome, d’occasione!

Niente in contrario, quel buon signor Livo Truppel. Sorridendo, si dichiarò, da parte sua, prontissimo. Ma c’era il fratello, c’era, e la bottega in comune. E persuadere il fratello a questo cambiamento non solo di cognome, ma anche di ditta, non gli pareva facile impresa. Marco Leccio disse che se ne prendeva lui pacificamente l’incarico; ma l’esito fu una querela per ingiurie e minacce del signor Guglielmo Truppel al veterano garibaldino Marco Leccio e la condanna condizionale di questo, in pretura, a L. 43 di multa.

Marco Leccio, quel giorno, fu cacciato a viva forza dalla pretura perché, udita la condanna, si mise a gridare come un ossesso che voleva pagare la multa, sì, ma non voleva la condanna condizionale. Ecco qua le 43 lire; ridiceva porco al signor Truppel! La museruola per cinque anni a lui? La museruola in un momento come quello?

- Signor pretore, io debbo gridare contro i ricchi signori dell’aristocrazia romana, che non danno un soldo alla lista dei comitati di organizzazione civile! Contro le istituzioni cittadine privilegiate che non danno un soldo neppur esse o sottoscrivono per somme irrisorie! e ci sono gli incettatori delle derrate! e ci sono i padroni di case! Verità sanguinose c’è da gridare contro quanti in quest’ora suprema non sentono il loro dovere di italiani!

Il pretore si turò le orecchie; ordinò che l’aula fosse sgombrata, e tutto finì lì.

Ma il povero signor Truppel si trovò, dopo la condanna, in una condizione che non avrebbe potuto esser peggiore, data la sua pacifica natura. Tra il fratello, da una parte, si trovò, suo socio nell’orologeria e ospite finora in casa sua, e la moglie e il suocero, dall’altra.

Il fratello, bisogna dire la verità, non gl’impose d’abbandonare la moglie e il tetto coniugale per seguitare a convivere con lui in una casa a parte. No, ma pretese e si fece promettere e giurare che almeno non avrebbe rimesso piede mai più nella casa del suocero e che se il suocero veniva qualche sera da lui a visitare la figliuola egli, ove non riuscisse lì per lì a trovare una scusa per andarsene fuori di casa, oltre il saluto non gli avrebbe rivolto la parola e, dopo il saluto, avrebbe sputato in terra.

Sputato in terra?

Sì, sputato in terra, così.

Il signor Truppel guardò afflittissimo per terra lo sputo del fratello, e quasi quasi fu per cavare di tasca un fazzoletto per andare a pulire.

- No! no! sputare in terra - gli gridò il fratello, - sputare in terra. Così!

E sputò di nuovo.

Ma santo nome di Dio benedetto! Se non sapeva sputare, lui, se non sputava mai neppure nel fazzoletto, da quella brava persona che era! Sì, sì, va bene: il signor Truppel promise, giurò per placare il fratello; ma, passato il primo momento, si sa che valore hanno certe promesse e certi giuramenti anche per coloro a cui sono stati fatti.

A ogni modo, partecipare alla festa del 21 luglio in casa del suocero, il bravo signor Truppel non ha potuto.

III.

Anche se avesse potuto, però, la festa non avrebbe avuto luogo ugualmente per un’altra e più grave e dolorosa ragione.

Per intender bene quest’altra ragione bisogna sapere che cosa realmente il 21 luglio rappresenta per la famiglia Leccio. Non l’anniversario soltanto della gloriosa battaglia garibaldina; non soltanto l’onomastico della figliuola maggiore; ma la stessa ragion d’essere della famiglia, che appunto dalla battaglia di Bezzecca ha tratto l’origine.

A diciott’anni Marco Leccio prese parte alla campagna del Trentino con Defendente Leccio, suo padre, e con un certo Casimiro Sturzi, suo amico da fratello, coetaneo, orfano di padre e di madre. Perdette a Bezzecca, nella famosa carica alla baionetta, il padre e l’amico. Non ebbe neanche il tempo di piangerli. All’amico, mentre gli spirava tra le braccia raccomandandogli la sorella Marianna che restava sola al mondo, promise che, se fosse scampato alla morte, il che non era sicuro, date le difficoltà di quella campagna; ma se fosse scampato, la sorella l’avrebbe sposata lui.

Certo, nel fare questa promessa, non s’aspettava che, appena quattro giorni dopo, quando già tutto il Trentino era occupato e Trento stava per cadere, Garibaldi sarebbe stato costretto a rispondere all’ordine del La Marmora il suo: Obbedisco.

Non ne parliamo, per carità, perché anche oggi - coi nostri soldati lì, quasi in vista di Trento - a sentirne parlare, Marco Leccio, pensando al padre morto, all’amico morto, alle terribili fatiche durate invano, al suo fiero impeto repubblicano stroncato da quella parola, si amareggia il sangue, si guasta il fegato, ruglia ancora come una belva a cui non è prudente accostarsi.

Quattr’anni dopo, nel 1870, presa Roma, egli manteneva la promessa fatta in punto di morte all’amico sul campo di battaglia, e sposava quasi per forza Marianna Sturzi.

Quasi per forza, perché la povera Marianna, ospitata per carità in casa d’una certa Lanzetti in via del Governo Vecchio, sua lontana parente, pareva se l’intendesse molto timidamente con l’unico molto timido figliuolo di costei, diciannovenne, per nome Agostino.

Il fatto è che ci furono pianti assai, e che se Marco Leccio non si ebbe un reciso rifiuto, lo dovette allo sbigottimento da cui furono prese le due donne e il timido giovanotto davanti alla prepotente e impetuosa sicurezza con cui egli venne a imporre il suo diritto: il diritto che gli veniva dalla sacra promessa al fratello morto eroicamente.

- Amore? ma che amore! Sciocchezze! Dovere. Obbligo sacrosanto, a cui non si poteva mancare. Non aveva lui, repubblicano, seguito Garibaldi che combatteva in nome del re d’Italia?

Quando un dovere preciso s’impone, non c’è amore che tenga; bisogna sacrificargli tutto. Anch’egli sposava controvoglia, perché non si sentiva adatto al matrimonio. Ma facile è fare ciò che piace; bisogna fare ciò che è difficile; obbedire a un dovere anche quando non piaccia.

E non pensò Marco Leccio che l’unico desiderio di Casimiro Sturzi, nel raccomandargli, morendo, la sorella Marianna, era che questa non restasse sola e trovasse un sostegno nella vita; che avendo ella trovato questo sostegno in quel giovanotto col quale forse sarebbe stata più lieta, egli avrebbe potuto sottrarsi alla promessa di sposarla. Non lo pensò; non volle pensarlo. O piuttosto, non volle accogliere questo pensiero perché gli parve suggerito dal suo tornaconto, un vile accomodamento con la sua coscienza.

Là, sposare!

E sposò. Se la sposa non era adatta a quel genere di matrimonio, aveva egli tanto impeto in sé e tanto fervore patriottico, da bastare non solo per la moglie ma anche per tutti i figliuoli che sarebbero venuti: dieci, quindici, venti; non li avrebbe contati.

Ne sono venuti otto: cinque maschi, tre femmine, di cui ecco qua l’elenco per ordine d’età:

1° Giuseppe (Garibaldi), che ha già 44 anni; ma non bisogna parlarne;

2° Bezzecca, moglie del bravo signor Truppel, 41;

3° Anita, 38;

4° Defendente, 33;

5° Nino (Bixio), 29;

6° Teresita, 24;

7° Canzio, 21;

8° Giacomo (Medici, 18.

- Le donne, - dice Marco Leccio, - non bisogna mai lasciarle in ozio. Ho fatto fare figli a mia moglie fino a 47 anni.

E soggiunge con orgoglio:

- Giacomino, il mio ultimo, ha un anno meno del primo figlio di mia figlia Bezzecca. Ho voluto ancora, da nonno, esser padre, e che mia moglie fosse ancora madre, da nonna.

Non dice quante pene e quali stenti gli sia costato il mantenerli, l’educarli, con quel suo animo pronto sempre a sottomettersi al giogo delle più aspre e dure necessità, sì, ma d’altra parte ribelle sempre a tutte quelle piccole transazioni e mortificazioni, a cui deve piegarsi chiunque alla fine si voglia procacciare un posto sicuro e rispettato nella vita.

Le lotte politiche, la sua aperta professione di fede repubblicana, lo sdegno feroce per tutti gli atti della meschina vita nazionale italiana lungo tanti e tanti anni, gli hanno fatto perdere tre volte il frutto delle fatiche; è stato due volte in prigione, una volta al confine; e ogni volta ha dovuto ricominciare daccapo. Vent’anni d’Agro romano, nell’appalto fortunato d’una bonifica, ma da cui alla fine, col corpo debellato dagli acciacchi, è stato costretto a ritirarsi, gli hanno dato, non certo l’agiatezza, ma tanto da vivere in riposo, adesso, modestamente, i suoi ultimi anni, con la moglie e i tre figliuoli che gli sono rimasti in casa.

Bisogna riconoscere che il matrimonio patriottico non ha impedito alla signora Marianna d’esser ottima moglie e ottima madre, come non ha impedito ad Agostino Lanzetti, il quale poco dopo quel matrimonio per dispiacere si fece prete e ora si chiama don Agostino, di rimanere buon amico di casa Leccio, non ostante il contrasto delle opinioni politiche e non ostante il più forte dolore che Marco Leccio abbia avuto nella sua vita e del quale fu autore, per quanto incosciente, don Agostino appunto: la degenerazione cioè del suo primo figliuolo, ora cassiere in un negozio d’arredi sacri in piazza della Minerva.

Si può argomentare da questa professione di cassiere in un negozio d’arredi sacri in che senso Marco Leccio dica degenerato il suo primo figliuolo.

Gli aveva imposto al fonte battesimale il nome Garibaldi: ora, le rare volte che gli accade di nominarlo, lo chiama, col volto atteggiato di sdegno e di derisione, San Giuseppe.

Don Agostino Lanzetti giurò e spergiurò in principio di non averci messo mano affatto, di non sentirsi per nulla responsabile dei sentimenti e delle opinioni per cui quel figliuolo s’è da tanti anni alienato dal padre. Ora però non giura e non spergiura più. Non giura e non spergiura più, da quando Marco Leccio, per non offendere la moglie, se l’è chiamato in disparte e gli ha detto a quattr’occhi:

- Don Agostino, sta’ zitto! La colpa è tua. Tua, perché mia moglie, quando concepì quel disgraziato, che fu nel primo anno del nostro matrimonio, piangeva sempre, e piangeva per te che t’eri fatto prete. Perciò quel figliuolo lì m’è nato con la chierica. Hai capito? Sta’ zitto.

Fortuna che l’influsso ecclesiastico poté così fortemente soltanto su quel primo nato, e fortuna che vennero poi due femmine, Bezzecca e Anita, nelle quali a mano a mano s’attenuò fin quasi a sparire. Il quarto e il quinto figlio, Defendente e Bixio, diedero anch’essi dolore al suo cuore repubblicano quando vollero entrare nella regia milizia. Ma oggi Marco Leccio è lieto e orgoglioso che tanto il primo, capitano d’artiglieria, quanto il secondo, tenente di fanteria, siano già al fronte insieme col settimo figliuolo Canzio, sottotenente di complemento nei granatieri di Sardegna.

Quanto a Giacomino... Ecco, il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca...

IV.

Tutto pronto, tutto pronto... Camicia rossa e medaglie commemorative al petto; non per vana pompa, ma per vestire di giusti panni la sua intenzione d’arruolarsi a sessantasette anni volontario per una guerra che dev’esser prosecuzione e compimento di quella del 1866.

Il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca, Marco Leccio s’era chiuso nello studio, divenuto dai primi d’agosto dell’anno scorso non un solo campo di battaglia ma parecchi campi di battaglia; e insieme col vecchio reduce Tiralli, suo aiutante di campo, o piuttosto, suo umilissimo attendente, aspettava che Giacomino scendesse a noleggiare una vettura non volendo recarsi a piedi, così parato, alla caserma dell’82° fanteria.

Non mancava dunque che questo. L’animo c’era; la volontà c’era. Non è forse tutto la volontà?

Don Agostino Lanzetti, che con gli anni e i perseveranti studii latini s’è fatto; a simiglianza del corpo, sottilissimo lo spirito, e aguzzo come il suo mento, e arguto come il suo naso, per tranquillare le donne nella saletta da pranzo, cioè la signora Marianna e la figliuola Teresita, diceva di no: un no liscio come la sua faccetta di carruba secca. No, che la volontà non era tutto. Quella di Dio, si; ma quella degli uomini... - cammina forse da sola, la volontà degli uomini? Ha bisogno di due buone gambe, per camminare.

- E Marco, - diceva - state tranquille: cammina col bastone.

La sciatica. Se l’è presa Marco Leccio, a poco più di quarant’anni, nella campagna romana. Una di quelle!... ma una di quelle! ...

Ha fatto di tutto per liberarsene. Cure eroiche. Anche la cauterizzazione. Niente ha valso. E per gli accessi frequenti, spesso lunghi un mese e più, la gamba destra gli s’è un po’ raccorciata. Più d’un po’. Egli però non vuole riconoscerlo e sostiene che non è vero.

Marco Leccio vuole avere il merito di camminare libero e spedito, sigaro in bocca, occhio ilare e bastone levato, con quel tormento che non lo lascia mai. Un dolore sordo, contundente. Un dolore pazzo che ora gli dà freddo ora caldo alla gamba. E certi pruriti, e certi formicolii... Niente. Vuole esser più forte del suo dolore, a ogni costo.

A nove anni, nel 1857, per imparare a soffrire per la patria, obbligava i compagni di giuoco a strappargli i capelli dal capo a uno a uno. Presentava la testa e, strizzando gli occhi e stringendosi le braccia incrociate sul petto, ordinava: - Strappate! - . Ora, vecchio, con quel malanno addosso, serra i denti, e là, si costringe, le notti di tortura, anche al decubito su la coscia affetta, quando però l’accesso non è di quelli famosi, perché allora i suoi spasimi sono così atroci, che non tollera neppur la vista d’una mano che accenni a sorvolargli su la gamba. Urla, come se gliela toccassero. Talvolta, anche solo traendo il respiro, il respiro gli si cangia in un grido: - ahi! - E quando si riscalda contro qualcuno o per qualche cosa (il che, per dire la verità, gli avviene spesso), quantunque egli protesti sempre di voler ragionare, in mezzo ai ragionamenti, ecco che scatta in un’improvvisa bestemmia o in una feroce imprecazione, che lascia tutti sbalorditi, a bocca aperta, perché pare che non c’entri, quell’imprecazione, e difatti non c’entra: è rivolta al nervo sciatico, che non vuole di quei riscaldamenti.

Non vuole niente, non vuole, quel maledettissimo nervo! Perciò Marco Leccio, quand’è più infuriato, si dà sempre attorno con le mani a metter ordine nella stanza, a rassettare i piccoli oggetti su i mobili. Pare strano: una curiosa incongruenza: ma non è. istintivamente, mentre il suo animo è acceso e in subbuglio, fa quei gesti per placare, per non smuovere la sua sciatica, che vuol calma, ordine, riposo: procura di darglieli fuori, tutt’intorno, non potendo dentro di sé. Ma è tignosa, quella porca! D’improvviso, a tradimento, gli dà una fitta, lo pizzica; e allora, bum! Marco Leccio scaraventa a terra l’oggettino che stava per rimettere a posto con tanto garbo in mezzo alle furie.

- La volontà - soggiungeva quella mattina del 21 luglio don Agostino Lanzetti alle due donne nella quieta saletta da pranzo - dico la loro volontà, gli uomini la vogliono salvare a ogni costo; e quand’essa non sappia stare nei limiti del possibile, per salvarla, la chiamano velleità. Se una donna vuole esser uomo, se un vecchio vuole esser giovane... velleità! Cose ridicole e pietosissime. Vedrete che Marco ha un bel volere: non potrà; e se non lo vuole intender lui, gliene daranno intenzione gli altri. State tranquille.

C’era poi anche Giacomino, che non sapeva risolversi ad andar per la vettura, non perché a lui come lui non paresse mill’anni di presentarsi in caserma ad arruolarsi anche lui volontario; ma perché doveva presentarsi col padre.

È spesso un gran dolore e una grande mortificazione per i figliuoli il notare che al proprio padre gli altri non danno e non possono dare quella stessa realtà ch’essi gli danno. Per essi il padre è quale lo amano e lo rispettano, in casa, in famiglia, per tutta quella parte della loro vita, che resta legata e sottomessa all’affetto paterno, all’autorità paterna. Ma fuori, nelle relazioni con gli altri, è ben triste l’impressione dei figli nel vedere il padre staccarsi dalla loro realtà per entrare in quella che gli altri gli daranno. Avvertono subito qual’è, quest’altra realtà, e ne soffrono. Il padre non se n’accorge e guarda gli occhi del figlio e nota che questi l’ha come lasciato solo, abbandonato; che gli sta accanto in atteggiamento penoso e sospeso. Perché? Che avviene? Non si sente più sicuro di sé, sente che gli manca un appoggio, l’appoggio solito della propria realtà nel suo figliuolo. - Ma come? Che è?

- Niente, papà... - sorride afflitto il figliuolo. E se lo vorrebbe portar via subito, per non tenerlo così esposto alla ridicola realtà, che ha assunto per gli altri, il suo papà che è vecchio e non sa che oggi non si pensa più così, non si va più a spasso vestiti così, con quel cappello di quella foggia, per esempio, e più così non si parla e più così non si ride, e via di seguito. Ma come si fa a dire al padre di queste cose?

Giacomino fremeva, quella mattina, si sentiva torcer le viscere, solo pensando all’aria, all’impostatura con cui il padre si sarebbe presentato in caserma alla commissione d’arruolamento, parato a quel modo; alle parole che avrebbe rivolto alla commissione, senza intendere che oggi l’offerta di sé doveva esser fatta con modestia e serietà.

Non che Giacomino, badiamo, credesse che nell’intenzione del padre non fosse seria l’offerta della sua vita. Sapeva bene chi era suo padre e in che conto la teneva, la vita e le cose sue più care, non già di fronte a un debito d’onore, ma anche per un puntiglio da nulla, come tante volte aveva dimostrato. Ma il modo! la maniera! Tutto quello che il padre diceva, da undici mesi, della guerra europea là nello studio col reduce Tiralli, curvo ora su questa ora su quella carta geografica, irta di bandierine, dei varii fronti della guerra, stese su tante tavole sorrette dai cavalletti, Dio liberi se si fosse messo a ripeterlo lì davanti alla commissione!

Sudava freddo, Giacomino, solo a pensarci. Don Agostino Lanzetti lo spinse ad andare per la vettura.

- Va’, va’, figliuolo; non lo fare aspettar troppo. Sai bene com’è... Per ora, di là con Tiralli si distrae parlando della guerra, ma se poi s’accorge che s’è fatto tardi, son guai!

Giacomino andò e, purtroppo, di lì a poco, tutto quello che aveva immaginato di dover soffrire, lo soffrì davvero nella caserma dell’82° fanteria.

V.

La commissione era composta da un tenente colonnello, da un maggiore relatore, da un capitano medico e da un capitano contabile, nella sala della sanità.

Marco Leccio si presentò fieramente accigliato, a denti stretti, le mascelle convulse e le nari divaricate, da cui l’ansito cacciava come due cannonate di fumo. Ma non per l’emozione patriottica, né per darsi un’aria, come credette Giacomino. Per ben altro! Smontando dalla vettura innanzi al portone della caserma, Marco Leccio aveva avvertito la fitta ben nota alla piegatura della natica, e ora faceva sforzi erculei perché non paresse nulla, andando innanzi alla Commissione.

Furono tre i supplizii di Giacomino. Primo, quando il tenente colonnello credette di porgere un bel saluto al veterano garibaldino che veniva a offrirsi volontario; e il padre, commosso, con una mano sul petto, prese a dire:

- Questa guerra, signor colonnello, avremmo dovuto combatterla soltanto noi! Noi. Perché è la guerra nostra. Quella che ci costrinsero a troncare nel bel meglio, il 1866! L’onta, il ribrezzo di più che trent’anni per un’alleanza odiosa col nemico nostro, fomentati dallo sdegno, dall’orrore delle atrocità commesse dai nostri alleati di ieri, signor colonnello, hanno dovuto rodere il freno d’una disumana pazienza. E ora che questo freno finalmente s’è rotto, ora che il ribrezzo, l’odio soffocati per trenta e più anni prorompono e s’avventano, ecco, ecco come ci ritroviamo noi, signor colonnello: noi, quanti siamo di questa sciagurata generazione nostra, a cui, dopo Bezzecca, è toccata l’onta della pazienza e l’ignominia di una alleanza col nemico irreconciliabile. Vecchi ci troviamo, quasi finiti, e dobbiamo mandare avanti i nostri figli, nei quali forse il ribrezzo non freme e l’odio non ribolle come in noi! Ma noi, no, signor colonnello! noi, così vecchi come siamo, dobbiamo esser messi avanti a tutti! come avanti a me, a Bezzecca, fu messo mio padre! I figli ci debbono veder cadere, noi vecchi, perché così l’odio, il furore della vendetta divampi in loro uguale al nostro e uguagli quelle forze che a noi vecchi mancano! Ho già tre figli al campo e vengo a portare quest’ultimo. Vogliamo essere soldati semplici, signor colonnello, tanto io che mio figlio. Ho anche due nipoti lassù alla frontiera: un sacerdote, caporale di sanità, figlio del mio figliuolo maggiore; e il figlio di mia figlia, ufficiale di complemento. Mi piacerebbe, signor colonnello, d’andare fantaccino sotto il comando di questo mio nipote!

Fortuna che il tenente colonnello e gli altri della commissione, dapprima un po’ storditi, accolsero approvando con un sorriso simpatico quella mezza concione.

Il secondo supplizio di Giacomino fu all’esame delle carte, quando il maggiore relatore nella fedina del padre trovò segnate le tre condanne politiche.

- Cancellate! son già cancellate, signor Maggiore! - esclamò con fiera dignità Marco Leccio. - Le cancello io col solo fatto che mi presento qui, ora, volontario. Mi furono inflitte, perché non ho saputo mai acquietarmi a quell’onta di cui le ho parlato poc’anzi, e tre volte mi sono ribellato coi miei compagni di fede repubblicana. Ora che in Italia non c’è più partiti, ora che l’Italia fa il suo dovere, queste condanne cadono da per sé, son cancellate. Ce ne sarebbe anzi una quarta, recente, signor Maggiore, che lì non è segnata, perché condizionale.

- Ah sì? Una quarta? Perché? - domandò il maggiore.

- Perché ho detto porco a Truppel, signor maggiore.

- Truppel, l’ammiraglio tedesco?

- Nossignore, Truppel fratello di mio genero. Un porco svizzero tedesco. Mia figlia si chiama Bezzecca, signor maggiore, e non ho saputo tollerare che a questo nome restasse attaccata quella porcheria di cognome tedesco. Mio genero, che è un bravo uomo, era pronto a cambiarselo. Il fratello non ha voluto saperne, e allora... sciocchezze, una querela per ingiurie... 43 lire di multa... condanna condizionale...

L’ultimo supplizio più grave di tutti, fu alla visita medica.

Quanto a lui, Giacomino, bel figliolone roseo con tanto di spalle, non c’era da discutere: subito accettato, bersagliere ciclista volontario. Ma quando si venne alla visita del padre...

Si vedevano, santo Dio, le vestigia della cauterizzazione lì su la coscia, i segni delle suppurazioni dei tanti vescicanti che vi aveva applicati con la pomata epispastica, e i segni delle ventose e delle mignatte. Nossignori! Assicurare e sostenere che non era niente; che poteva marciare, anche a giornate; che soltanto qualche volta, in principio, provava una tal quale difficoltà a muoversi, ma che poi, subito, i movimenti gli si scioglievano, gli si facevano liberi, agili come se nulla fosse. - Che, la gamba? raccorciata? ma che raccorciata! no! dove? normalissima!

Se non che, a un certo punto, come il capitano medico accennò appena appena di toccargliela, istintivamente ebbe come un imbevimento e fece per ritirarsi, sussultando. Soffriva da mezz’ora, lì, in piedi, spasimi d’inferno!

Il tenente colonnello, bravissimo uomo, ammirato, commosso e pur sorridente dell’ingenuità di quella generosa dissimulazione, non ostante che così chiari lì su la coscia apparissero i segni del male, si provò a fargli intendere che la commissione era dispostissima ad accoglierlo, perché in genere, senza stare a sofisticare, si largheggiava nell’accoglimento dei veterani per il prestigio del loro aspetto e del loro passato. Gli avrebbe fatto dunque indossare, senza dubbio, la divisa. Ma inviarlo al fronte, in coscienza, non poteva. Poteva renderlo utile, utilissimo, facendogli prestar servizio nella maggiorità, ecc. Più di questo non poteva.

Marco Leccio non ebbe scatti, non proruppe, propriamente; anzi non s’offese neppure; non poté tuttavia nascondere un certo sdegno alla proposta: non tanto per la proposta in sé, quanto in relazione a ciò che egli invece si proponeva di fare.

- Vestire per comparsa, no, signor colonnello! Maggiorità vuol dire... scrivano? star qui a scrivere su la carta? Carta per carta, signor colonnello, ce le ho tutte a casa, le carte della guerra. La farò a casa la guerra su la carta.

Così, Giacomino rimase, e lui se ne tornò solo in vettura, aggrondato, sconfitto, con tale cupezza di misantropia scolpita nel volto, che non poteva dipendere dalla sola disperazione di quel disinganno.

Difatti, non dipendeva da questo soltanto. In fondo, egli non si era ingannato; lo aveva previsto. Gli sarebbe certo piaciuto andare a morir bene lassù; ma non per questo soltanto aveva fatto quel tentativo di arruolamento quasi disperato. La coscienza delle sue condizioni fisiche gliel’avrebbe forse sconsigliato. Un’altra ragione lo aveva spinto, che non voleva dare a vedere nemmeno a se stesso: Giacomino.

Dirgli di no, opporsi al proposito che questo suo ultimo prediletto figliuolo gli aveva manifestato, di andarsi ad arruolare volontario per seguire i tre fratelli, non poteva, non doveva; per tutto il suo passato, per l’educazione che gli aveva data, non poteva, non doveva. Ma staccarsi dal figlio, da questo suo ultimo figlio che, solo, gli aveva fatto sentire quello che forse gli altri tutti insieme non gli avevano fatto ancora sentire, la tenerezza paterna, fino al punto di credersi capace di qualunque viltà solo al pensiero di un rischio ch’egli potesse correre; staccarsi da questo figlio non sapeva neppure. E perciò solo aveva tentato.

Ora, non soffriva per altro. A chi non lo sapeva (e non lo sapeva nessuno) poteva parer ridicola tutta quella disperazione per non esser stato arruolato volontario a 67 anni.

VI.

Solo un’anima grossolana non è capace d’avvertire il disgusto che deve provare un magnifico divano di panciuta gravità, una soffice poltrona con la frangia lunga fino ai piedi, se sul tavolinetto lì davanti un cameriere venga a posare sbadatamente o per accorrer presto alla chiamata del padrone, una cuccuma affumicata di cucina, o se la cameriera si scordi su la testata di quel divano o sul bracciuolo di quella poltrona lo spolveraccio sporco o il piumino spennacchiato.

Hanno i mobili anch’essi una sensibilità che vuol essere rispettata.

Lo studio di Marco Leccio, per questo riguardo, non è stato offeso affatto dalla sua trasformazione, fin dal principio della grande guerra europea, in più campi di battaglia. Vi era già da un pezzo predisposto e anzi per un buon tratto avviato.

Di studio, propriamente, non aveva mai avuto che una modesta scansia di libri, tutti per altro d’argomento storico e guerresco, sul risorgimento italiano e su le congiure delle società segrete. C’era poi una scrivania impiallicciata, all’antica, di quelle col palchetto a casellario davanti, per la corrispondenza. Accanto a questa scrivania, uno scaffaletto coi vecchi registri d’amministrazione della tenuta dell’Agro romano, di cui, come s’è visto, il guadagno più cospicuo per Marco Leccio è stata la sciatica. Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch’esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la morte d’Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c’è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo’ di panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone d’ordinanza incrociato con lo sciabolone d’ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo, il suo berretto di garibaldino e una fascetta di velluto - rosso s’intende - ov’erano affisse le medaglie. Più sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d’Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel forte.

Non potevano dunque restare offesi tutti quei libri di storia del risorgimento e quei ritratti e quelle stampe guerresche e quelle sciabole e quello schioppettone da una prima grande carta geografica, teatro della guerra sul fronte occidentale, fissata su una tavola da ingegnere sorretta da cavalletti; poi da una seconda carta non meno grande, teatro della guerra sul fronte orientale, su un’altra tavola sorretta anch’essa da cavalletti; poi, da una terza, più piccola, della Balcania fino all’Asia Minore; e ora infine dalle due ultime, della guerra nostra: la carta del Trentino e l’altra della Venezia Giulia.

Su ciascuna di queste carte pende dal soffitto, filo e padellina, una lampada elettrica. Cinque lampade elettriche, di sera tutte accese, che fanno un bel vedere.

Marco Leccio, discutendo i varii disegni strategici dei Tedeschi o degli Alleati, i progressi, le ritirate, gli assedii alle fortezze, le resistenze dei campi trincerati, o col suo aiutante di campo il reduce Tiralli o anche con don Agostino Lanzetti, passa fulmineamente da un teatro di guerra all’altro e vuole che le sue indicazioni, le sue tracce, le sue mosse si vedano e seguano chiaramente.

Di queste lampadine, quattro sono bianche, una azzurra. L’azzurra pende sul teatro di guerra del Trentino, che non è propriamente una carta delle solite, ma una plastica in rilievo di cartapesta colorata, coi suoi laghi e i fiumi, i monti e le vallate, i ghiacciai, le fortezze, i valichi, borghi, città e insomma ogni cosa, che pare di poterci vivere in mezzo e andare e sentire il freddo di quei ghiacciai, l’ombra e la frescura di quelle vallate, uno che già ci sia stato e conosca i luoghi come Marco Leccio: Salò sul Garda, i valichi della Val Sabbia, il lago d’Idro, Storo alle Mudicarie, Val Trompia e Val Camonica, Rocca d’Anfo, le valli del Chiese e del Ledro con Ampola, e valle Conzei...

Spegne Marco Leccio le altre quattro lampadine e lascia accesa qua quest’ultima azzurra, che vi spanda dall’alto un lume di sera, un blando lume di luna che conservi e accresca l’illusione della realtà a quel rilievo colorato. E non è già che quel lago di Garda e quelle valli e quei monti siano così piccoli perché finti, di cartapesta colorata: no; così piccoli sono perché egli li guarda da lontano lontano. Li ha lì davanti, sotto gli occhi? Sì, è vero. Ma lontano, nel ricordo, è il giorno da cui li guarda. E questa lontananza, che è di tempo, ha pur l’effetto, ecco, di fargli veder piccoli quei noti luoghi veri.

Vi passa su nottate intere, con occhi sognanti, sapendo che li, su le più alte cime, nei passi più difficili, in mezzo alla neve, sui ghiacciai, tra le rocce, si combatte anche di notte, a respingere gli assalti insidiosi del nemico, a guadagnare altri passi, altre cime; e che su una di queste cime più contese c’è suo figlio, capitano d’artiglieria, quello che porta il nome di suo padre. Che farà a quest’ora? Serbare in petto l’ardore della fede nel gelo delle alte montagne, gelo che morde e avvilisce, e in mezzo al nevischio pungente, nella nebbia ch’esilia nell’angoscia di una tetraggine attonita e spaventevole, in mezzo alle bufere di neve, in quelle solitudini della natura così enormi, che la compagnia di pochi uomini non basta a confortare, è ben duro! Si vendicano i monti dei piccoli uomini che osano violare lassù la loro pace eterna. E son essi, i monti, i più formidabili nemici. Forse a quest’ora suo figlio, dalla ridotta scavata dietro a una profonda trincea, è impegnato in un duello notturno d’artiglierie. Da un momento all’altro, chi sa! i suoi pezzi possono essere individuati, e allora... una granata...

Si tira indietro, Marco Leccio, e para le mani e contrae il volto per lo spasimo, come se arrivasse a lui in quel punto la granata. Poi serra gli occhi e si sforza di distrarre l’animo dall’immagine del suo figliuolo in pericolo, richiamando gli antichi ricordi della campagna garibaldina lassù. E tutti i ricordi a poco a poco gli si rifanno vita, gli ridanno le ansie, i fremiti, gli affanni, le gioie, i dolori, le rabbie d’allora. Ansa, sbuffa, sbarra gli occhi o li aggrotta, arriccia il naso, s’ilara in volto tutt’a un tratto con la bocca schiusa a un sorriso beato, e una lagrima gli sgocciola lenta da un occhio. Perché? Ma per niente! È entrato, di sera, in una casa di campagna in val di Ledro. Il focolare monumentale è in mezzo alla stanza rustica, sotto la cappa, che è come una tramoggia enorme capovolta, tutta affumicata dentro. Il vento geme continuo dalla gola nera del camino, dalla quale pende una catena, al cui gancio è sospeso un calderotto fumante. Attorno, nelle nicchie sotto la cappa, stan seduti i contadini della casa, che parlano gravi in quella voce continua del vento tenebroso... Ebbene, piange per questo? No: è quell’angoscia di rimpianto che, a chi passa precario per un luogo, dà la stabile vita degli altri in quel luogo, una vita intraveduta e assaporata per un momento, così intensamente, che tutta l’anima per sempre se ne impregna e nel ricordo può tornare a viverla, a riassaporarla, a chiudersi in essa, come se fuori più non ci fossero le tante vicende di prima e di poi, le incertezze e le difficoltà del cammino, i desiderii, i pensieri che non hanno requie!

Non capisce nulla di tutto questo il reduce Tiralli; e Marco E Leccio se ne sdegna e lo bistratta spesso, perché da lui, almeno, vorrebbe essere compreso e ajutato nell’illusione che in un certo modo, lì nello studio, su tutte quelle carte, stiano combattendo sul serio anche loro.

VII.

Il povero Tiralli, per dire la verità, è troppo impensierito della sua miseria. Miseria assoluta e tuttavia non semplice, perché complicata dalla sua qualità di reduce delle patrie battaglie, la quale gl’impone una certa dignità che, quanto più la considera tanto più lo intontisce.

Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i giorni si pettina bene i molti capelli lanosi, che per grazia di Dio gli sono rimasti; tutti i giorni s’industria a lungo a far la barba con un mozzicone di candela al suo colletto inamidato, ai suoi polsini ingialliti e sfilacciati. Se porta sempre al petto le medaglie, non è per vanagloria, ma per distrarre l’attenzione dei passanti dalle sue scarpe e dal suo vestito, e poi perché non passa giorno che non faccia servizio d’accompagnamento funebre.

Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni più vecchi e anche più giovani di luì. Si può essere sicuri che in ogni portone di casa ove un reduce è morto, accanto al tavolino su cui si raccolgono le firme dei visitatori, c’è lui, Tiralli, con le medaglie al petto, che piange molto dignitosamente.

Finito l’accompagnamento, resta con certi occhi, cammina con certi passi, parla con certa voce, come se fosse sempre dietro a un carro mortuario.

Marco Leccio lo soccorre come può e spesso lo trattiene a tavola con lui, e cerca in tutti i modi di scuoterlo da quel funebre intontimento. Ma lo scuote troppo, e lo imbalordisce di più. Urli, strilli... E poi pretende da lui, là sui campi di battaglia dello studio, certi servizii di spostamenti di bandierine, che al povero reduce Tiralli riescono quasi sempre male, debole com’è di vista e con le mani troppo tremolanti.

- Ma come? ma che hai fatto? Ma questa è La Haute Chervauchée! E che c’entra La Haute Chervauchée? Mi ci pianti la bandiera francese? Ma dove? ma quando? Non vuoi capirlo che i francesi non si muovono? Presa? quando? che presa! ci avranno mandato sì e no qualche cannonata!

Ha sudato più camicie, di questi giorni, con un gran tremore in corpo per paura di sbagliare, il povero Tiralli, correndo con le bandierine tedesche e austriache appresso alla ritirata russa, prima dai Carpazi, poi dalla Galizia, ora dalla Polonia!

Fosse una ritirata a precipizio, a rotta di collo, tale da non dover tenere più conto di nulla! Ma che! Una ritirata, che bisogna stare con tanto d’occhi aperti a seguirla; una ritirata di cui Marco Leccio decanta la miracolosa sapienza così fervorosamente, che guai se tra le sue dita tremicchianti una bandierina tedesca o austriaca corre troppo e s’appunta su un luogo difeso ancora strenuamente dalle retroguardie russe. Due giorni prima della caduta, ha appuntato per isbaglio su Kowno una bandierina tedesca. Per miracolo Marco Leccio non se l’è mangiato.

- Ah mi prendi già Kowno, pezzo d’animale? Togli via subito codesta bandierina! Kowno resiste e resisterà ancora per un pezzo, te lo dico io!

Ora che Kowno è caduta, Tiralli potrebbe fargli osservare che infine il suo sbaglio è stato di poco. Non ha detto nulla. Ha riappuntato la bandierina. Marco Leccio, vedendola, ha muggito:

- Non ti pareva l’ora, di’ la verità! Ma ce l’abbiamo ancora da vedere, sai? con codesto tuo signor Hindenburg, grande stratega delle tenaglie dei miei stivali!

La strategia, non soltanto tedesca veramente, ma in genere tutta quanta la strategia scientifica moderna ha provocato e seguita a provocare in Marco Leccio uno sdegno che non potrebbe essere maggiore.

È che qualcuno ha avuto la cattiva ispirazione di toccare un tasto, che non avrebbe dovuto esser toccato, conversando con lui. Gli hanno detto che a petto di questa guerra tutte le altre combattute finora dall’umanità, non parliamo delle battaglie garibaldine, ma anche le più famose battaglie napoleoniche, diventano cose da ridere. Ma sì, via, solo a considerare, per esempio, che tutti quanti i combattimenti degli eserciti regolari e dei volontarii nel periodo del nostro risorgimento, sommati insieme, non diedero di morti e feriti quanto in questa guerra ne danno certe scaramucce giornaliere, di cui i bollettini degli stati maggiori neppure tengono conto.

Questo hanno avuto il coraggio di dire a lui, Marco Leccio, in principio della guerra. Non riesce ancora a calmarsi, a scordarselo, e se la piglia col povero Tiralli, come se gliel’avesse detto lui, come se veramente il povero Tiralli fosse un accanito difensore della strategia moderna.

- Ah sì? ah sì? - sghigna di tratto in tratto. - Pochi morti, eh? pochi feriti?

Poi lo investe:

- E i tanti morti d’oggi, i tanti feriti d’oggi, a milioni, chi li ha fatti, donde provengono e che concludono? Bestie che non riflettete nulla! Non vedi che sono l’effetto di questa macchina stupida e mostruosa della tua strategia moderna, che mangia vite, strazia carni, e non conclude nulla? Sai dirmi che conclude, che ha concluso finora?

Tiralli, muto, impalato, con un sopracciglio su, l’altro giù, lo guarda nell’atteggiamento d’un cane fedele, rimproverato a torto dal padrone.

- Quello che conclude sempre, - seguita Marco Leccio, - anche oggi, sempre, non vedi che è invece l’arma antica, l’arma gloriosa, l’arma nostra garibaldina, la baionetta? Te ne danno la prova, ogni giorno, su l’Isonzo, sul Carso, i bersaglieri nostri! E questi tuoi macchinosi tedeschi, carogne che si fanno forti dei ripari preparati e costruiti dalla tua famosa scienza strategica, appena la vedono, la baionetta, l’arma vera, che ha bisogno di coraggio e non di scienza, tremano, perdio, alzano le braccia e invocano pietà!

Così dicendo, gli va incontro, proteso, con occhi feroci, le braccia contratte, i pugni alzati, serrati, come armati di baionetta, per farlo tremare davvero; ma poiché Tiralli non trema e resta muto e approva gravemente col capo, egli s’allontana esclamando con scherno:

- La strategia, imbecilli! L’arte di far durare un secolo una battaglia, che prima con l’impeto dei soldati e il genio dei capitani si risolveva in quattro e quattr’otto, in una giornata al più! Gli studii tecnici, il materiale bellico, si dice così? bellico già! obici, «bi-bo», v’empite la bocca, mortaj da 305 e 420, fucili a tiro rapido, mitragliatrici, dirigibili, aeroplani, granate a mano, «shrapnells», gas asfissianti, bombe incendiarie, trattori meccanici, tanks, trincee scavate a macchina, blindate, mine terrestri, fogate, reticolati, fili di ferro, cavalli di frisia, bocche di lupo, proiettori, razzi e bombe illuminanti, «bom-pim-pam», pare la girandola, e la guerra dov’è? nessuno la vede! Prima gli uomini combattevano in piedi, come Dio li aveva messi! Nossignori, adesso, non basta in ginocchio, pancia a terra, come le serpi e rintanati, chi sappia resistervi; noi, no, i nostri no, per la Madonna! balzano in piedi, irrompono, si avventano a petto, bajonetta in canna, «Savoja!». Questo ci vuole! Altro che i tuoi meccanici e i tuoi farmacisti! La strategia... la chimica... Vorrei sapere in che consiste, se non in un mostruoso e vigliacco ingombro, per far perdere invano tempo e vite umane! Metter su macchine, impedimenti, ripari per trovare poi il modo di buttarli giù; e non valeva tanto, allora, non metterli su, se alla fine quello che veramente decide è il petto dell’uomo che balza su dalle macerie di quegli ingombri vigliacchi e corre all’assalto? Te lo dico io perché serve tutta questa scienza: serve per non farla, la guerra! serve per minacciare in tempo di pace, per incutere spavento a chi vuol farla; ma quando poi la guerra è dichiarata, ecco qua, a che serve, lo vedi? a non farla finir mai...

Interviene a questo punto, zitto, zitto, come un’ombra, don Agostino Lanzetti, dalla sala da pranzo. Sta ad ascoltare le ultime parole e approva più volte in silenzio col capo; poi dice:

- Sì, caro, proprio a non farla finir mai. E sta’ pur certo Marco, che questa non è guerra che si risolve militarmente.

- Ah no? - urla Marco Leccio.

- No, - dice fermo don Agostino. - E soggiunge: - Sai che si racconta degli antichi Goti?

Marco Leccio lo guarda in cagnesco.

- Potresti finirla con codeste tue eterne storielle... Non ho tempo d’ascoltarle!

- Sono i padri antichi dei tedeschi d’oggi, - risponde placido e col suo solito risolino arguto il Lanzetti. - È una storiella che ti può giovare. Si dice, dunque, che gli antichi Goti avevano il saggio costume di discutere due volte ogni impresa da tentare: una prima volta, ubriachi, e la seconda volta a digiuno. Ubriachi, perché ai loro consigli non mancasse ardimento; a digiuno, perché non mancasse prudenza. Ora è chiaro che i tedeschi moderni hanno perduto questo saggio costume dei loro padri. Discussero e deliberarono la loro impresa, soltanto da ubriachi. Speriamo che possano presto, a digiuno, ritornare su la loro prima deliberazione. Ma ci vorrà ancora, purtroppo, assai tempo, non t’illudere! Assai tempo...

- Già! - rugge Marco Leccio - assai tempo! Ma sai perché?

S’interrompe; accenna di mordersi le mani; grida tra i denti, storcendo innanzi al volto le dita:

- Non posso parlare! non posso parlare! Ma altro che il digiuno dei tedeschi ci vorrebbe a finire questa guerra! Ci vorrebbe, perdio, che tutti facessero come noi! Ecco che mi è scappata! Guarda che ci vorrebbe...

Salta a quel trofeo della parete; cava dallo schioppettone d’ordinanza la bajonetta lunga come uno spiedo di girarrosto e fa l’atto di cacciarla nella pancia a Tiralli.

- Va’ a dirlo a Joffre, va’ a dirlo a French, va’ a dirlo a Cadorna! questa ci vorrebbe!

VIII.

Che la strategia moderna abbia ridotto l’ufficio del duce supremo d’una guerra non molto dissimile da quello a cui Marco Leccio attende con tenace costanza da circa tredici mesi: studio indefesso lì sulle carte dei punti, delle linee, delle posizioni, è per Marco Leccio in fondo una assai magra consolazione.

Fa il duce supremo, lo stratega, lì nello studio, davanti a Tiralli che lo segue e l’aiuta con funebre obbedienza; ma grazie! perché non può far altro...

Certo, se una mossa prevista da lui in questo o in quel teatro della guerra, dati quei punti strategici e quelle linee e quelle posizioni, s’effettua proprio come lui l’ha prevista, se ne compiace; guarda con occhi lustri ridenti e tutto il volto abbagliato di soddisfazione Tiralli, appena ne arriva la notizia nei bollettini degli stati maggiori, non badando più nemmeno se la mossa indovinata sia in favore dei tedeschi e a danno degli alleati, poiché veramente l’arte, di qualunque genere sia, è il regno del sentimento disinteressato, ragion per cui spesso diventa la funzione più crudele che si possa immaginare, come può darne esempio un medico che si compiaccia della giustezza di una sua prognosi letale anche se questa prognosi l’abbia fatta su se stesso e voglia dire:

«Benone, caro: tu sei morto.»

Ma non è questo! non vorrebbe far questo Marco Leccio! Gl’importa assai che i duci supremi oggi combattano le guerre, come lui, su la carta! Che duce supremo del corno! Soldato, soldato raso, come il suo Giacomino partito jeri per il fronte, ecco quello che avrebbe voluto esser lui. E non ha potuto!

Ieri, alla stazione, poco prima che il treno partisse, mentre il suo figliuolo dal finestrino della vettura lo guardava, lo guardava come se avesse voluto lasciargli impressi, confitti nell’anima quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta, ebbe la tentazione di saltare su quel treno, confondersi, nascondersi tra i soldati, e partire anche lui.

Lo morse la vergogna d’esser poi sorpreso e tirato giù per un orecchio dal treno, come un ragazzino.

Più forte, più rabbiosamente lo morse poi il cordoglio, quando allo sportello d’una vettura più là vide un altro volontario in divisa di fantaccino, vecchio, più vecchio di lui, con la barba bianca e le antiche medaglie sul petto, che agitava le braccia e rispondeva esultante ai saluti, agli augurii, agli applausi.

Non poté reggere a questo spettacolo; dovette andar via, via prima che il treno partisse col suo Giacomino che lo salutava, chi sa, forse per l’ultima volta!

- Me lo sai dire - domanda ora, col volto atteggiato più di nausea che di sdegno, a Tiralli che gli sta davanti, nello studio, quasi su l’attenti, come se stesse ad ascoltare uno dei tanti elogi funebri, che sono per lui quel che la messa quotidiana è pei divoti, - me lo sai dire come pensi di morire tu?

Tiralli, con gli occhi bassi, un sopracciglio più su, l’altro più giù, non risponde.

- Rispondi! - gli grida Marco Leccio.

E Tiralli si stringe nelle spalle, sporge un po’ le labbra, fa un gesto appena appena con la mano.

- Morire? Mah... Come Dio vorrà...

Veramente lui, Tiralli, non ci ha ancora pensato.

Marco Leccio riprende:

- Quanti giorni ci restano ancora da vivere, a me e a te?

Tiralli ripete quel vago gesto della mano; ma aggrotta pure un po’ le ciglia, come per il dubbio che il suo generale pretenda da lui sul serio, su un argomento come questo, una risposta categorica e precisa.

- Altri quattro giorni! - gli grida sul naso Marco Leccio.

E Tiralli allora s’affretta a dir di sì, di sì, più volte, col capo.

- Quattro giorni, già...

- Ma la chiami vita, questa? - incalza Marco Leccio. - Non ti vergogni? Che stai a far lì, ancora in piedi?

Tiralli, stordito, si guarda attorno in cerca di una sedia per mettersi a sedere.

- No! - gli urla Marco Leccio. - Io dico, ancora in vita! Da quant’anni te la vivi codesta tua agonia? Ti ci sei indurito, incadaverito; e non ti vergogni leggendo ogni sera sui giornali quanti giovani muojono a vent’anni, lassù, e quanti vecchi a sessanta, a settanta, fino a settantasei anni partono volontarii, dalla Sicilia, dalle Calabrie, dagli Abruzzi, dalla Romagna, dalla Lombardia, e vanno a combattere al fronte, semplici soldati? La faccia, qua, qua, non te la senti mangiare dalla vergogna? Hai visto ieri quel vecchio sul treno? Doveva averne settanta, per lo meno, e partiva! Pensa, pensa come va a morire quel vecchio, e pensa come morrai tu! Sporcheremo il letto, io e tu; e quello invece morrà in piedi! Io e tu, sul letto, tu col rantolo e io con la tosse; e quello con un grido in gola: «Viva l’Italia, figliuoli! Avanti sempre!». Capisci? Come Lavezzari! La morte del leone! Sull’alba, l’assalto: tutta la linea, un balzo e s’avventa alla baionetta: Savoja! Innanzi a tutti, lui, Lavezzari, che ha giurato di morire lassù! Corre, giunge fino all’ultima trincea nemica! ritto in piedi lassù, si sbottona la giubba e mostra la sua camicia rossa per morire così, da garibaldino! Tu capisci? «A settantasei anni», avrà pensato, «quest’assalto, questa carica alla baionetta ho potuto ancora farla; ma un’altra, domani? chi sa se le forze m’assisteranno più! E dunque, ora, qua, basta: ecco il petto, ecco la mia divisa vera, qua, tirate qua su la mia camicia rossa: voglio morire così!» Ed è morto. Tu sporcherai il letto, io sporcherò il letto, e intanto stiamo qua a giocare come due ragazzini scimuniti con le carte e le bandierine! Puah!

IX.

Non ha finito di commemorare così la morte del vecchio leone Lavezzari, che un grido, seguito dal pianto di tre donne, gli giunge dall’attigua saletta da pranzo, e subito dopo l’uscio dello studio è aperto e su la soglia si mostrano pallidi e costernati don Agostino Lanzetti e il bravo signor Truppel.

- Defendente? - grida allora Marco Leccio, con gli occhi sbarrati e levando le mani quasi a parare una sventura. - Nino? Canzio?

Dicono di no, tre volte, col capo e con le mani, subito, don Agostino e il Truppel. Don Agostino poi soggiunge piano, socchiudendo dolorosamente gli occhi:

- Marchetto...

- Marchetto? Come! - esclama Marco Leccio, aggrottando fieramente le ciglia. - Mio nipote? Era della sanità! Ma come! Hanno sparato sulla Croce rossa? Quando? Morto?

- Mentre raccoglieva i feriti... - mormora don Agostino.

- Morto?

- Ha avuto appena il tempo di scrivere al padre e alla madre. Come un santo, è morto...

E dicendo così, don Agostino piange e s’invetrano anche di lagrime i ridenti occhi azzurri del bravo signor Truppel.

- Canaglie! Assassini! Briganti! - rugge Marco Leccio, levando le pugna serrate su la faccia di Tiralli rimasto impalato a quell’annunzio di morte. – Capisci? Sparano sui feriti e su chi li raccoglie! sparano sugli ospedali! si fanno riparo dei morti! Assassini! briganti!

Poi, rivolto al Lanzetti:

- Quando è arrivata la notizia?

- Oggi, questa mattina, - risponde don Agostino. - Ma ci ha messo sei giorni la letterina ad arrivare, ed era unita alla comunicazione del comando e a un’altra lettera di condoglianza del capitano medico dell’ospedaletto da campo, in cui il povero Marchetto prestava servizio. E bisogna sentire che ne dice questo capitano! La dolcezza, una divina serenità nel coraggio, l’abnegazione; e com’ha parlato prima di rendere l’anima a Dio! Anche di te ha parlato... ci sono nella letterina anche i suoi ultimi saluti per te. «Ditelo al nonno,» ha scritto, «che sono morto bene...»

Marco Leccio, per quanti sforzi faccia a trattenersi, rompe in due singhiozzi quasi rabbiosi.

- Aspetta, - soggiunge subito don Agostino. - Dice così: «L’abito che indossavo, egli non volle credere che fosse anch’esso milizia, ed ebbe a sdegno che con quest’abito io portassi il suo nome. Sono sicuro che ora non lo crederà più...».

Sono entrate nello studio, piangenti, la madre con le due figliuole, la signora Bezzecca Truppel e Teresita, pronte tutte e tre per recarsi alla casa di quel figlio, che Marco Leccio ha rinnegato da tanti anni. Credono tutti che si debba penar molto e molta arte di persuasione adoperare per indurre il padre alla riconciliazione col figliuolo maggiore, in una congiuntura come questa. Marco Leccio, con gli occhi chiusi per trattenere le lagrime e la commozione, scosta tutti, invece, e dice senz’altro:

- Sì, sì... andiamo, andiamo... povero Marchetto, figliuolo mio... Andiamo...

Col cappello in capo, innanzi alla porta, appoggiato al braccio di Tiralli, leva però il bastone e soggiunge con tono minaccioso:

- Lo fece partire senza mandarlo qui a salutarmi! Quando lo vestì prete, sì, me lo mandò, per farmelo strapazzare, povero figliuolo mio! Vestito da soldato, prima di partire per il campo, quando io lo avrei baciato e benedetto, no, non volle più farmelo vedere! Ma non fa nulla, non fa nulla: vado lo stesso... Andiamo.

Ancora prima d’arrivare al portoncino della casa in via Cestari, si sentono i pianti e gli strilli delle donne, cioè della madre e delle tre sorelle dell’ucciso. Parecchi curiosi sono raccolti innanzi al portoncino e dicono che il padre è come impazzito, e maledice tutti e grida contro il re, contro l’Italia, contro la guerra vituperii.

Don Agostino Lanzetti si fa avanti a tutti. Prima di cominciare a salire la scala, si volta a Marco Leccio e con gli occhi e con le mani gli raccomanda di tenersi calmo e di compatire, per pietà; egli entrerà per primo e cercherà di placarlo. Con l’ajuto delle donne lo predisporrà ad accogliere la visita del padre. Stieno tutti indietro, ad aspettare un po’, qua sul pianerottolo della scala, sotto l’ultima rampa.

- Sì, sì... - gli dicono, e con la mano gli fanno cenno d’andare.

Don Agostino sale gli ultimi gradini; bussa; entra. Ma poco dopo, i pianti, gli strilli, si fanno più violenti, fra un gran tramestio, come per una colluttazione. Improvvisamente, la porta si spalanca, e, spettorato, strappato, trattenuto da tante braccia, furibondo, fa per scagliarsi contro i parenti, lui, Giuseppe Leccio, urlando:

- Assassini! Assassini! Via! Via di qua o vi ammazzo! Assassini di mio figlio! Via di qua!

La madre, le due sorelle, sbigottite, lo chiamano per nome, con gesti supplicanti; si provano a salire qualche scalino, incoraggiate, spinte dal signor Truppel. Su, don Agostino riesce a strappare indietro, a scostare dalla porta l’arrabbiato; lo fa sedere su la panca della saletta, gl’indica il grande crocefisso a una parete, che dà a quella saletta l’aria di una sagrestia; e, a furia d’esortazioni e di buone parole, riesce alla fine ad ammansirlo, a farlo piangere.

Le donne sono entrate col signor Truppel; Marco Leccio è rimasto con Tiralli sul pianerottolo. Poco dopo, la nuora si sporge dalla porta e lo invita a salire; ma il figlio, appena lo vede, balza in piedi, scontraffatto di nuovo dal furore; lo mira con gli occhi sbarrati, atroci, e si mette ad arrangolare orribilmente, levando le mani artigliate.

Marco Leccio si ferma a guardarlo austeramente e gli dice:

- Pensa che sono padre anch’io. Quattro tuoi fratelli sono lassù. L’ultimo è partito ieri!

- Al macello! Al macello! - grida il figlio, lasciandosi piegare dalle braccia che lo trattengono, a sedere di nuovo, e si copre il volto con le mani.

Marco Leccio riprende:

- Può toccare a me, domani, di ricevere la stessa notizia che oggi hai ricevuta tu; e poi un’altra! e poi un’altra! e poi un’altra!

Per tutta risposta, il figlio scopre la faccia e gli grida:

- Io la maledico, la patria!

Marco Leccio fa un violento sforzo su se stesso per contenersi, poi dice:

- Ero venuto qua per piangere con te; ma non così come piangi tu! Sono lagrime d’odio, di rabbia, le tue. Pensa che codeste lagrime neanche a tuo figlio possono essere accette! Tu lo chiudi nel tuo dolore soltanto e in codesto tuo odio per la patria; ma pensa che per la patria è morto tuo figlio, e che tu lo escludi, piangendolo così, dal pianto degli altri, dal mio, che egli stesso ha voluto. Se tu non vuoi, addio!

Lascia lì le tre donne col genero e col Lanzetti, e se ne torna a casa, commosso, a braccio del fido Tiralli.

Strascinando la gamba malata, che per l’improvviso riscaldamento s’è rimessa a dolergli, pensa, per via, che questa è veramente una santa guerra, se possono morirvi così, benedicendola, un leone come il vecchio romagnolo Lavezzari e un povero agnellino come quel suo piccolo nipote Marchetto.

X.

Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che ingombrano lo studio, Marco Leccio è solo.

Il povero Tiralli s’è ammalato, non propriamente perché Marco Leccio gli ha gridato in faccia la vergogna di seguitare a vivere la sua agonia mentre tanti dei loro vecchi commilitoni vanno a trovar la morte su le stesse tracce per cui da giovani la cercarono lassù, contro lo stesso nemico e per lo stesso scopo d’allora; ma perché - vecchi - un filo d’aria, un subitaneo abbassarsi della temperatura, e ci s’ammala.

È piovuto tanto in questo primo anno della grande guerra!

I fisici han sentenziato che l’aria - non pare - ma è un corpo, un corpo sensibile anch’essa, e che i troppi spari, la furia delle troppe cannonate han potuto commuoverla. Le donnette del popolo, più poetiche nella loro ignoranza, han creduto invece a un gran pianto del cielo per la sciagurata follia degli uomini.

Il fatto è che, per le troppe piogge, sbalzi di temperatura se n’è avuti assai, e il povero Tiralli, non solo s’è bagnato più volte da capo a piedi, ma non ha potuto dar la solita provvista di sole alle sue ossa, impalandosi - cariatide del dignitoso monumento della sua miseria - per ore e ore in qualche canto di via.

Marco Leccio è molto seccato. Ce l’ha specialmente con una mosca maledetta che viene ostinatamente a posarsi su la carta plastica del Trentino, mentre lui, Dio sa con quanta pena, rimandando l’anima indietro indietro nel tempo, si crea l’illusione della lontananza, di cui ha bisogno per veder innanzi a sé quella carta come una realtà viva. Eccola là, maledetta! viene all’improvviso a rompergli quella illusione, mettendosi come niente a passeggiare su per le vette di quelle montagne, su per quei laghi e per quelle vallate, qua e là lasciando certi puntini neri, che possono scambiarsi per fortezze o borgate.

Centomila volte l’ha cacciata, e centomila volte quella porca mosca tignosa, tedesca, tirolese, eccola lì daccapo!

Ma non è la mosca soltanto. O meglio, sì, è la mosca, ma non quella soltanto che nei declinanti soli di settembre s’appiccica e si diverte a non dar più requie alle mani, alla fronte degli uomini, ma anche quell’altra, quell’eterna mosca che in ogni tempo si diverte a rompere dentro l’anima degli uomini ogni illusione.

Da mesi e mesi, ormai, ogni sera, leggendo i giornali, Marco Leccio si fa l’illusione che finalmente, presto, gli alleati torneranno con impeto alla riscossa. I Russi, che già avevano sbaragliato gli Austriaci e occupato la Galizia fin quasi a Cracovia (santo Dio, fin quasi a Cracovia!) e poi, superando i Carpazi, già scendevano sui campi ricchi di messi dell’Ungheria; i Russi, che su avevano invaso anche la Prussia orientale, costretti ora a ritirarsi da per tutto, a cedere Varsavia, tutta la Polonia con la linea delle fortezze, la Curlandia fin quasi a Riga; i Russi arresteranno finalmente domani questa colossale invasione dei tre gruppi d’eserciti austrotedeschi. E i Francesi, i Francesi che dopo la levata leonina della battaglia della Marna, da undici mesi se ne stanno fermi come a casa loro nelle trincee, quasi che abbiano giurato di volerci fare i vermi lì, finalmente domani ripiglieranno l’offensiva, romperanno il fronte tedesco ad Arras obbligheranno il Kaiser a richiamare in gran furia gli eserciti dei fronte orientale. E gl’Inglesi, coi loro ottocentomila uomini ammassati presso Calais, irromperanno finalmente domani nel Belgio per cominciarne la liberazione; e intanto, laggiù a Gallipoli, coi nuovi sbarchi nella baja di Suvla, col concorso della spedizione italiana, che a quest’ora sarà senza dubbio salpata da Taranto, forzeranno alla fine i Dardanelli e prenderanno Costantinopoli.

Ogni sera, tutte queste illusioni. La sera appresso, sissignori, per ognuna, una mosca. In ogni bollettino degli stati maggiori, per ogni illusione, una mosca. La ritirata russa continua, e «sciò» una prima volta; i Francesi non si muovono, e «sciò» una seconda volta; gl’Inglesi non si muovono, e «sciò» una terza; a Gallipoli il nuovo tentativo di aggiramento è ancora una volta fallito, e «sciò, sciò, sciò...». Ma lo Zar ha assunto il comando supremo de’ suoi eserciti: eh, questo fatto qualche cosa vorrà dire! E il generale Joffre è venuto sul fronte italiano per abboccarsi con Cadorna; anche quest’altro fatto vorrà dire qualche cosa. Ed è certo che i Turchi non hanno più carbone e sono a corto di munizioni...

Così le illusioni rinascono per le nuove mosche di domani sera.

Ma intanto Marco Leccio si ritrova solo ogni notte a far impeto per tutti gli Alleati, nei suoi sogni violenti. Sogna violenze terribili e inaudite ogni notte: dei Russi che contrattaccano a Grodno e spezzano gli eserciti di Hindenburg, ammazzando settantamila uomini, facendone prigionieri altri settantamila con lo stesso Hindenburg a cui un cosacco gigantesco dà più volte in faccia il suo scudiscio dentato; o degli Inglesi che alla fine si avventano sull’Yser e spazzano a raffica in un batter d’occhio tutti i Tedeschi dal Belgio; mentre i Francesi sfondano anch’essi il fronte avversario, e, superato il Reno, via a Berlino! gl’Italiani, per Malborghetto, via a Vienna! E le due capitali, rase al suolo!

Ansa, geme, ruglia, arrangola nel sogno, con un braccio proteso a pugno chiuso su le terga della povera signora Marianna, che a un tratto, sentendosi quasi respinta dal pacifico letto coniugale, si sveglia spaventata, e udendolo gemere e ansare a quel modo, grida:

- Marco! Marco! Dio, ti risenti male? La gamba?

- Il corno! - borbotta Marco Leccio, nell’ansito che lo soffoca, balzando a sedere sul letto. - Stavo a finir la guerra così bene! ...

E ora, a ripigliare il sonno ti voglio!

Dacché Giacomino è partito, l’ansia per i figliuoli sparsi sui tre fronti della guerra gli è cresciuta e non gli lascia più un momento di requie.

Accende la lampadina elettrica; trae dal cassetto del comodino l’ultima lettera nella quale Giacomino, sette giorni fa, gli annunziava che la mattina appresso sarebbe partito per la linea di fuoco; si stropiccia gli occhi, poiché gli occhi dei vecchi diventa no acquosi la notte e allevano cispe, e si mette a rileggere, a rileggere, aggrondato, quella lettera.

Come scrive bene Giacomino! Quanta poesia in questa lettera scritta dal campo alla vigilia della partenza per gli avamposti!

Tutto l’accampamento tace. È notte alta. Sto nella mia tenda seduto sulla branda, il calamaio sulla coperta, e scrivo sulla gamba sinistra. La fucileria crepita lontano tra le cannonate. Ho acceso una sigaretta alla candela appoggiata all’alzo del mio fucile. La candela è ancora abbastanza lunga e io la farò consumare scrivendoti. Tanto, è l’ultima notte che mi serve. Domattina alle tre e mezzo noi nuovi arrivati andremo su un’altura che domina tutte le posizioni; un capitano di stato maggiore ce le indicherà a una a una e ci spiegherà le azioni che vi si sono svolte, quelle che vi si svolgono, quelle che vi svolgeremo noi.

Svolgere... un tema, una volta...

Posata sul fucile vicino alla candela è un’elegantissima farfalla bianca, con le ali spiegate e le antenne ritte. È immobile da tanto tempo.

Sento il lamento dei grossi projettili che ci passano sulla testa per portare la morte lontano. È uno strano angoscioso sibilo. Chi sa voi che fate ora... Dev’essere da poco passata la mezzanotte. L’orologetto da polso, che il buon Livo m’ha regalato, non cammina più da alcuni giorni. L’aria di questi luoghi gli avrà fatto male.

La sigaretta è finita e ho cambiato posizione: scrivo sul ginocchio destro e bevo un sorso di caffè.

La farfalletta bianca è sempre lì ferma che si scalda le ali. O forse è morta? Io non la tocco.

Le posizioni che andremo a occupare sono difficili. Andremo dalla parte del piano, a far guerra di notte.

Io sono puro e forte e vibro nel silenzio della notte col ritmo calmo del mio cuore buono, ben provato. Non dormirò, forse. Vedo un mio compagno che nella tenda accanto si rilegge a una a una tutte le lettere ricevute.

Fra quattro ore sarà chiuso un quadro di questa scena. Arrivederci, miei cari; dormite. Ho un ’altra sigaretta in bocca. Buona notte, dormite. Nella vigilia di una marcia verso l’oscuro, io mi sento tranquillo se porto il pensiero fra voi.

La farfallina bianca si è destata; spengo la candela per la sua vita, buona notte di nuovo, e tutti i miei baci.

In sette giorni l’avrà riletta settanta volte, questa lettera, Marco Leccio. Ogni volta s’è sentito stringere la gola da un’angoscia cupa e urgere le lagrime agli occhi, pensando all’anima di questo suo adorato figliuolo, alta come la notte che gli stava sul capo nello scrivere queste parole, e pura come quella farfallina bianca posata sul suo fucile.

Da sette giorni, più nessuna nuova! Eppure è certo che in questi sette giorni Giacomino avrà scritto, perché prima di partire glielo promise, che avrebbe mandato ogni giorno notizie di sé. Tranne... Ma no! Maledizione! gli torna sempre in mente, sempre, questo tristo pensiero... Rivede Giacomino come dal treno lo guardava, lo guardava quasi volesse lasciargli impressi confitti nell’anima, quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta: e stringe le pugna e sbuffa e smania.

- La colpa sarà della Posta... - gli mormora accanto la moglie, che indovina il perché di quegli sbuffi e di quelle smanie.

Ella prega di nascosto, in silenzio. Non fa altro, da tre mesi Tre rosarii al giorno, di quindici poste; e un quarto, ora, da che Giacomino è partito. Pare sia sempre stordita e non capisca ciò che le si dice; ma non è vero: è che prega, prega, ed è tanto assorta nella preghiera, che spesso non sente cio che le si dice. Per Giacomino prega, ma più forse per gli altri tre figliuoli che le sembrano un po’ trascurati dal padre.

- Già, sì... forse... - borbotta Marco Leccio. - È il lamento di tutti, questo maledetto disservizio postale! Lettere che non arrivano o che mettono sei e sette giorni ad arrivare; e prima ne arriva una scritta dopo, e il giorno appresso quella scritta avanti... ed è inutile muovere lagnanze e rimproveri. Non c’è bestia più dispettosa dell’impiegato postale. Più lo rimproveri e peggio fa. Lo sappiamo tutti per esperienza innanzi agli sportelli degli uffici postali. Guai se mostri un po’ di fretta: te lo fanno apposta; cominciano a gingillarsi col bollo che non prende, con la gomma che non scorre, col francobollo che non attacca... E bisogna vedere come ti saltano su insolenti alla minima osservazione.

La mattina appresso se la prende col bravo signor Truppel che viene, per conto della moglie, a dar notizie del figliuolo e a chiederne dei cognati.

- Bell’orologetto gli hai regalato a Giacomino! Ha scritto che non gli cammina più.

Il bravo signor Truppel, con gli occhi ridenti di zaffiro, si prova a dimostrargli che un orologio in guerra, attaccato al polso di un soldato, deve per forza, indicibilmente soffrire; organismo sensibilissimo e delicatissimo, un orologino...

- Già, già... - mastica Marco Leccio. - E nel tuo paese, adesso, non se ne fabbrica più, è vero? Bel paese, va’ là, il tuo! Tutte le fabbriche di orologi mutate in fabbriche di proiettili... Affarone, la guerra! Anche per gli Stati Uniti di America, sì! Affaroni, affaroni... Sfido io! con questa guerra che non si vede! Diecimila colpi per cogliere un uomo... Ce n’è stati, di morti, non si nega; ma se n’è pure fatto, di fumo, va’ là! E non si parla dei cannoni! Migliaja di lire per ogni cannonata, che spesso fa ridere i soldati... Un bel congegno, per tutti i fornitori, questa strategia moderna... L’hanno inventata i tedeschi, e tanto basta. E intanto la Svizzera sciala. Dovresti metterti anche tu, con tuo fratello, a fabbricar proiettili. Ma tuo fratello, forse, li manderebbe di contrabbando all’Austria... Tu no, perché sei un buon figliuolo...

Il signor Truppel lo lascia dire. Legge la lettera di Giacomino, che la signora Marianna è andata a prendergli dalla stanza da letto:

- Oh, la farfallina bianca... - sorride a un certo punto il signor Truppel.

E quest’esclamazione, all’improvviso, su le labbra sorridenti del buon Livo Truppel fa un tristo effetto a Marco Leccio, chi sa perché! Pensa per la prima volta che poteva esser la morte, quella farfallina bianca andata a posarsi di notte sul fucile del suo Giacomino. Si rabbuia tutto a questo pensiero, e guata quasi con odio il genero, biondo biondo e tondo tondo, che seguita a leggere sorridente. «Che truppa e truppa! Anche a cambiargli il nome, quello lì resterebbe svizzero per tutta l’eternità! Si commovesse un po’ leggendo quella bella lettera! Niente: eccolo là, sorride ancora per quella farfallina bianca, che forse gli sembra una bizzarria superflua nella lettera di Giacomino.»

Quasi quasi, Marco Leccio gliela strapperebbe di mano, tanto quel sorriso lo irrita.

E poiché gli occhi gli cadono su la carta dei Balcani, per dar comunque uno sfogo a quell’irritazione, si lancia, nel persistente malumore, in una carica a fondo contro gli Alleati che s’ostinano a sollecitare l’accordo e l’ajuto di quegli Stati, che egli chiama un pugno di briganti. L’accordo, l’ajuto, senza capire che quanto più si dà loro importanza, quanto più si dà loro a intendere che l’esito della guerra quasi quasi debba dipendere da loro, tanto più essi pigliano ansa e si tirano indietro.

Sopravviene in questo momento come un’ombra, come una larva, che un soffio d’aria potrebbe portar via, il povero Tiralli ancor convalescente, con un sopracciglio in su e l’altro in giù.

La signora Marianna, il signor Truppel e Teresita lo accolgono con festa e, tanto per confortarlo, si congratulano con lui della recuperata salute. Marco Leccio, interrotto nella sua sfuriata, non dice nulla, lo guarda anzi come un nemico. Poi borbotta:

- Sei venuto? Resta. Ma potevi anche fare a meno di venire. Non si muove nessuno, sai? Nessuno. Guarda... guarda qua!

Lo piglia per un braccio e lo conduce davanti alla carta plastica del Trentino.

Il povero Tiralli guarda. S’accostano a guardare anche gli altri. Nessuno capisce che cosa ci sia di nuovo da vedere

E allora Marco Leccio grida:

- Ma non vedete che ci passeggia la mosca?

XI.

L’estate è finita, quest’anno, a termine di calendario.

Siamo ai primi d’ottobre, e fa freddo, la mattina per tempo e la sera. Gli alberi dei giardini, gli alberi dei viali, al sole umido, tendono con timore le foglie, che ormai sui rami ci stanno e non ci stanno. E han finanche fastidio degli uccellini, e paura anche, se - prendendo un po’ di calore - s’illudano e, saltando vivaci da un ramo all’altro, diano l’ultimo crollo a quelle povere foglie secche, che tengono appena.

- Quest’autunno le foglie non cadono per noi - dice con aggrondata gravità Marco Leccio a Tiralli.

Molto patito ma pettinatissimo, con la grossa fascia di lana girata una volta sola per ora attorno al collo, Tiralli, per tutta risposta, pompa col naso una sorsatina.

- Quest’autunno, - ripete Marco Leccio, - le foglie non cadono per noi.

Tiralli, un’altra sorsatina.

- E soffiati il naso, perdio! - gli grida, seccato, Marco Leccio.

Quel rumor di naso raffreddato gli dà il fastidio d’una realtà troppo vicina e affliggente, lì nel silenzio dello studio, tra le carte stese su le tavole, irte di bandierine. Un fastidio che impedisce al pensiero d’astrarsi e concentrarsi.

Tiralli sa che è inutile; ma subito, per ubbidire, si soffia il naso. E per la terza volta Marco Leccio ripete: - Quest’autunno le foglie non cadono per noi...

Se non che, ora che Tiralli non sorsa più, il seguito del discorso non viene. Marco Leccio, aggrondato, resta a meditare. E Tiralli, silenzio impalato, lo punta come un cane.

C’è? non c’è? Marco Leccio ha l’impressione che ora non ci sia più. E a un certo punto scatta:

- Ma di’ ! ma smuoviti! Lo senti almeno quello che ti sto dicendo?

- Eh, - fa Tiralli, - come no? le foglie... quest’autunno, dicevi...

- Non cadono per noi! - sbuffa Marco Leccio, balzando in piedi; ma grida subito: - Ahi!

E s’afferra una gamba a metà levata, con tutto il volto contratto dallo spasimo.

- Maledetti loro! maledetti! maledetti!

Tiralli, sentendolo imprecar così, trae un gran sospiro di sollievo. S’aspettava per lui l’imprecazione, a quella fitta improvvisa della sciatica; ora comprende per chi cadranno le foglie quest’autunno. E tutto contento gli domanda:

- Dicevi per i Tedeschi, eh?

- Mi pare! - sghigna Marco Leccio, risedendo con la gamba ancora tra le mani. - Ci voleva tanto, è vero? Di farmi gridar così... Se lo Zar, caro mio, che ti dicevo?

- Lo Zar...

- Sì, va bene; ma che ha fatto lo Zar?

Tiralli resta perplesso, domanda:

- Quello delle Russie?

- No, quello della Luna! - gli grida Marco Leccio. - Qual altro Zar c’è? Vuoi che parli di quel nasone austriaco della Bulgaria? Che stiamo parlando, d’operette? Dico Nicola II, lo Zar, che ha fatto?

- Ha assunto il comando supremo dei suoi eserciti...

- Benissimo! E perché?

Tiralli, così interpellato, comincia a entrar nel dubbio, che lo Zar abbia assunto il comando supremo dei suoi eserciti per fare avere una strapazzata a lui che, appena convalescente d’una malattia per cui è stato a letto più giorni, non crede in coscienza di meritarsela. Risponde:

- Mah... Forse perché non è stato più contento delle manovre del generalissimo Granduca...

- Baje! - grida Marco Leccio. - Il Granduca ha manovrato come un dio! E io ti dico che se la manovra della ritirata doveva seguitare, il Granduca non sarebbe stato dispensato dal comando supremo degli eserciti russi.

- E allora? - domanda Tiralli.

- Allora, - risponde Marco Leccio, - io sono una bestia.

Tiralli lo guarda trasecolato. Tutte le illazioni poteva immaginare dalla premessa delle foglie che quest’autunno non cadono per noi, tranne questa.

- Sì, - riprende Marco Leccio. - Una bestia. Sono stato una bestia tutti i giorni che tu sei stato ammalato. Quante mosche qua, caro mio! Qua, e dentro l’anima mia! Bestia, bestia perché non ho capito subito che se lo Zar assumeva il comando supremo de’ suoi eserciti, questo era segno che - di ritirate - basta, non se ne doveva più parlare; e segno anche che tutti i tradimenti erano stati scoperti e sventati; i tradimenti che sono stati finora la...

E qui improvvisamente finisce la CRONACA di Marco Leccio e insieme la sua guerra sulla carta. Su l’Europa la guerra seguitò a imperversare per circa altri tre anni; ma gli Alleati commisero tali e tanti errori, uno dopo l’altro, che Marco Leccio alla fine sdegnato, diede un calcio a tutte quelle carte nel suo studio, e non volle più saperne.

241A  -  Sgombero

[Appendice I, 1938, con la seguente nota di Manlio Lo Vecchio-Musti: «Inedita (1933) – e certamente rifiutata dall’A., il quale la eliminò dal volume XIV, Berecche e la guerra, in cui dapprima l’aveva inclusa; e poi non volle tenerne conto preparando il sommario del volume XV, Una giornata».

Squallida stanza a terreno. Un lettuccio su cui giace rigido, ma non ancora composto nel consueto atteggiamento dei morti, il cadavere d’un vecchio, con la barba messa da malato e i globi degli occhi stravolti, quasi trasparenti sotto le palpebre esili come veli di cipolla. Le braccia fuori delle coperte e le mani giunte sul petto. Il letto ha la testata contro la parete, e un Crocefisso è appeso al capezzale. Accanto al letto è un tavolinetto da notte con qualche bicchiere di medicinale, una bottiglia e un candeliere di ferro. Nel mezzo, un usciolo semiaperto; e più là, un antico canterano con l’impiallacciatura crepacchiata, con su qualche rozza suppellettile. Inginocchiata alla sponda destra del letto e arrovesciata su esso con tutto il busto e la faccia e le braccia lungo distese, è la vecchia moglie del morto, vestita di nero, con un fazzoletto violaceo in testa. Non dà segno di vita. Davanti all’usciolo semiaperto è una ragazzina di otto o nove anni, del vicinato, con gli occhi sbarrati e un dito alla bocca, in sgomenta contemplazione del cadavere. Nell’ombra dell’andito, attraverso la semiapertura dell’usciolo, s’intravedono uomini e donne del vicinato che spiano e non osano entrare. Nella parete destra è una finestra che dà sul cortile; e anche di qua s’intravedono, attraverso i vetri, altri visi di curiosi che spiano. Nella parete sinistra è un decrepito armadio di legno tinto, a due sportelli. Sedie impagliate; un tavolino.

Si sente dall’andito la voce di Lora:

- Fate largo! Lasciatemi passare!

Entra.

Ha poco più di vent’anni. Aria equivoca. Modi bruschi.

Porta avvolto nella carta un cero, e in mano frutta di vivaci colori: arance, mele.

Appena entrata, dice alla ragazza:

- Ah, brava, t’han lasciata entrare? Così poi da grande ti rammenti quando hai visto un morto la prima volta. Vuoi anche toccarlo col ditino? No? E allora vattene!

La prende e la mette fuori dell’uscio, dicendo a quelli dell’andito:

- C’è un funerale di prima classe in capo alla via: l’ho visto io passando: tiro a quattro, cocchiere e famigli in parrucca bianca, una sciccheria! correte, correte a vederli! Amate il sudicio come le mosche? E tira a sé l’usciolo.

- Ma già, l’ippopotamo... - esclama in mezzo alla stanza, scrollando le spalle. - Quando hai visto al Giardino Zoologico che Dio ha creato anche l’ippopotamo, di che ti vuoi più maravigliare? C’è l’ippopotamo, come c’è chi si piglia le bambine e poi le ammazza; e c’è chi deve far la sgualdrina, e chi ti butta in mezzo alla strada. E le mosche. Le mosche.

Posa sul canterano il cero e la frutta. Gli occhi le vanno allora a quegli altri che stanno a spiare dai vetri della finestra. Vi corre, irritata:

- Ma guarda, anche qua, appiccicate ai vetri!

Appena apre la finestra, quelli scappano via. E allora lei si sporge a gridar fuori:

- Ma sì, ma sì, sono io! Che peste, eh, Bigiù? Ma mi sai dire perché sei da più di me tu? perché vendi a casa all’ingrosso, a pezze intere, e io faccio la mercantina di strada e vendo a metro? Che vuoi! Tu l’assaggi ancora col pollice e l’indice la stoffa; io non l’assaggio più, stoffetta di liquidazione. Va’, va’ su, che la scala può darsi che toccherà di scenderla anche a te. Allegra, comare. Siamo entrati in due, a braccetto, stamattina, la Morte e il Disonore, già, il Disonòòòre! Ma guarda che faccia! Toh, cara, aspetta: ti butto una meluccia.

Prende una mela rossa dal canterano e fa per gettarla alla ragazzina messa fuori poc’anzi.

- Scappi? Non la vuoi! Be’, me la mangio io.

L’addenta e richiude la finestra, facendo, subito dopo, l’atto di turarsi il naso:

- Fffff, questo puzzo ardente di lavatojo!

Guarda sul letto il cadavere del padre:

- Mangio, sì, mangio, e mi possa far veleno! Digiuna da jeri. Le mani, eh, ora non le stacchi più! Certi schiaffoni! E mi sputavi anche in faccia, m’acciuffavi pei capelli, mi sbattevi di qua e di là a furia di pedate! Ragazzina, che vuoi? ne sapevo già più d’un’immagine sacra a capo del letto. Ora le tieni l’una sull’altra, così sul petto, le mani, fredde come la pietra.

Va a scuotere per la spalla la madre.

- Su, mamma: sei digiuna da jeri anche tu: bisogna che prenda qualche cosa.

D’improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il resto, e fa il conto:

- Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette. Aspetta. Che altro ho comprato? Ah, già, da quell’imbecille, la frutta. Vendeva gli uccellini a mazzo, legati pei fori del becco, e me li ha sbattuti in faccia, mascalzone, senza neppur vedere che portavo un cero. Sobbalza, sovvenendosene: - Ah già, il cero. Lo va a prendere dal canterano e lo scartoccia. - Perché non si dica che non te l’abbiamo acceso. Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte. - Speriamo che lo regga. Pianta il cero nel bocciolo del candeliere. - Toh, guarda, come fatto su misura.

C’è sul tavolinetto una scatola di fiammiferi. Accende il cero e lo posa lì.

- Ardere e sgocciolare: bella professione. Come le vergini.

- Tu lo vedi? No. E neppure i santi di legno su l’altare. Ma noi li vediamo illuminati i santi, e c’inginocchiamo. È tutta fede, la fabbrica dei ceri. Ora crediamo che tu stia godendo di là. Ma non lo dai a vedere, poveretto. Su, mamma, oh: bisognerà pur vestirlo prima che s’indurisca. Piangi, sì, seguita a piangere. Bella professione anche la tua, lì buttata per morta anche tu. Bisogna far presto. E grazia che abbiano aspettato che morisse. Vogliono fuori tutto prima di sera. E alle quattro verranno quelli della Misericordia. Non daranno neanche al cero il tempo di consumarsi tutto.

Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso appeso al muro.

- Ah, il Crocefisso tra le mani.

Va all’altra sponda del letto; accosta una sedia e vi monta; stacca il Crocefisso; lo tiene un po’ tra le mani:

- Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te... L’hai fatto apposta! Chi può avere più il coraggio di lagnarsi della sua sorte con Te, e di tutto il male che gli altri gli fanno, se Tu stesso senza peccato Ti sei lasciato mettere in croce con le braccia aperte, Cristo! La speranza che si godrà di là, sì. La fiamma di questo cero da quattro soldi.

Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del morto, dicendo alla madre:

- Oh, bada che gli si sono davvero indurite: tu non lo vesti più, o bisognerà spaccar di dietro la giacca per infilargli le maniche di qua e di là. Ah, non vuoi muoverti? Aspetti che ti prendano per un braccio e ti buttino fuori della porta? Be’, guarda!

Prende la sedia e vi si siede.

- Mi metto ad aspettare anch’io che venga uno spazzino con la pala e la scopa a buttarmi sul carretto delle immondizie. Beato chi s’è levato il pensiero di muoversi; anche di qui là, anche d’alzare una mano per portarsi un boccone alla bocca! Tanto poi, alla fine, hai ragione, tutto si fa da sé, quando non hai più voglia di nulla. Entrano, ti tirano per le braccia a rimetterti in piedi; tu non ci stai; ma non ti confondere, se non ti ci vogliono, non ti danno neanche il tempo d’abbatterti, t’allungano una pedata o ti tirano uno spintone alle spalle e ti mandano a ruzzolare nella strada. Gli stracci, il letto col morto, il canterano, tutto in mezzo alla strada: se lo pigli chi vuole! E tu lì per terra, bocconi, come ora sul letto, tra la gente che si ferma a guardarti. Viene una guardia: «Proibito dormire sulla strada». E allora dove? «Sgombrate!» Tu non sgombri. Niente paura. Qualcuno se proprio non vuoi, ci penserà a farti sgombrare. Avrà pur diritto, chi non ha più casa, a un posto dove stare, sulla terra: su un paracarro come un fantoccio posato; su un gradino di chiesa; su un sedile di giardino; accorrono i bambini: sì, la nonnina. Che dici, bello mio? Cecce? Non ti capisco. Ah; ti vuoi mettere a cecce qua con me? Babba non vuole. Va’ a vedere i pesciolini nella vasca. Rossi, sì. Uh, Dio sia lodato! Poi ti metti con la mano così, e qualcuno passando ti butterà un soldo o un tozzo di pane. Ma io no, sai; guarda: puh, uno sputo! La mano, io piuttosto che a chiedere, la stendo a graffiare, rubare, ammazzare; e poi, sì, la galera: da mangiare e dormire gratis. Si alza, esasperata, e va a dire al padre:

- M’approfitto che non puoi più sentire e mi sfogo per tutti gli schiaffi che mi desti. Non lo volesti mai capire come fu, che ci si può arrivare senza saperlo, quando meno ci pensi, che ti ci trovi preso, mentre piangi e ti disperi, perché il tuo corpo, toccato senza intenzione, ha sentito da sé una dolcezza che ti si fa viva in mezzo alla disperazione e te l’avvampa, tutt’a un tratto insieme con tutte le cose che non vedi più, cieco, abbracciato e disperato, in un piacere che non t’aspettavi. Fu così. Fu così. Qua. Me lo lasciasti tu, qua, tuo nipote tradito dalla moglie. Piangeva, seduto qua su questo stesso letto; gli presi così la testa per confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la faccia sul petto: eh, donna, così, che ci si debba sentir piacere, non mi sono fatta da me! S’accese il sangue a tutt’e due; e anche lui dopo, rimase lì steso come morto, dallo spavento d’avermi avuta. E poi se ne tornò dalla moglie consolato, vigliacco! d’aver conosciuto da me, disse, che tutte le donne, tanto, sono uguali, e oneste non ce n’è; uguali come gli uomini, la stessa carne; e che dunque non c’è perché - disse - se lo fa un uomo tante volte, e non è nulla, se lo fa poi la donna, una volta, debba parer tanto da considerarla perduta per sempre. «Infine, ti sei preso un piacere anche tu!» Vigliacco, e il figlio? Per te non fu nulla; ma per me... Ah, padre, sei morto e ti perdono, ma se mi sono dannata così, lo debbo a te. Tutti uniti nel giudizio d’una donna, voi uomini: tutti: non c’è padre; non c’è fratelli; anzi loro, i più feroci. E il più feroce di tutti fosti tu, che mi buttasti come una cagna sulla strada. Ma io così, guarda, mi levai lagrime e sputi dalla faccia, e la presentai al primo che passò. La strada, la rabbia di gettarti in faccia la vergogna che non volesti tenere nascosta. Ma poi il figlio, il figlio... Non è vero quello che si dice; sarà vero dopo, ma prima no; sentirselo, cosa spaventosa! E poi quando nasce... È vero dopo; la creaturina che ti cerca... Te lo venni a lasciare qua, d’otto mesi, una notte, dietro la porta, nella cesta del suo corredino. Dev’esserci ancora, il corredino; o l’avete venduto? Dio, ti ringrazio d’essertelo preso con Te così bambino! Su su, vestiamo lui adesso!

Va ad aprire l’armadio; ne cava un abito di panno marrone appeso alla gruccia. Si volta alla madre:

- È vero che l’addormentava lui, ogni sera, con quella canzone... com’era? che la cantavi anche tu, a me bambina. Me lo vennero a dire, una notte che pioveva, uno che passò di qua e lo sentì dal cortile. E poi voleva da me... capisci? dopo avermi detto questo!

Guarda l’abito del padre che ha ancora in mano; l’esamina:

- Oh, ma quest’abito è ancora buono. Quasi quasi... Tanto, se ha già fatto la sua comparsa davanti a Dio, per quelli che tra poco se lo verranno a prendere, che gli serve più l’abito? E tu, stretta come sei... qua c’è dell’altra roba... potresti intenderti con un rigattiere. Oh, mi senti? Bisogna far fagotto! Ci sarà altra roba nel canterano...

Va al canterano; ne apre il primo cassetto; rovista dentro: stracci. Apre il secondo; non c’è nulla. Apre il terzo: c’è il corredino.

- Ah, è qui.

Lo guarda. S’accascia a terra. Ne tira fuori qualche capo: una fascia arrotolata, una camicina, un bavaglino; poi alla fine, una cuffietta: introduce una mano a pugno chiuso nel cavo di essa, e come se cullasse un bimbo si mette a canticchiare con una voce lontana la vecchia canzone della madre. E mentre canta, tutto a mano a mano s’oscura, finché, spenta ogni luce, si vede soltanto la fiamma del cero.

Silenzio.

242B  -  Lillina e Mita

I.

L’ampio terrazzo, coperto da una tenda che palpitava al vento, pareva il cassero d’una nave. Il mare, dapprima, veniva quasi a battere alle mura della casa; s’era man mano ritratto, lasciando un breve lembo di spiaggia, come per dar modo al paese d’estendersi, ora che le due scogliere del nuovo porto erano costruite e parevano due braccia tese ad accogliere le navi che d’ogni parte venivano per il traffico dello zolfo.

Da quel terrazzo Lillina Lumìa le vedeva arrivare e poi ripartire. Partiva con esse, ogni volta, l’anima sua angosciata, via dietro a quelle vele, via dietro a quei pennacchi di fumo, verso ignoti paesi fantasticati.

Si sentiva in esilio Lillina Lumìa in quel paesucolo che dalla mattina alla sera sbaccaneggiava di liti, tra stridori di carri e richiami alle bestie, giallo di zolfo e polveroso, in perpetuo arruffio d’affari insidiosi.

Tutti quegli uomini imbestiati nella rissa del guadagno, bassa e feroce, le parevano pazzi, certe volte. Batteva le mani Lillina, guardandoli, e tirava giù gli angoli della bocca e alzava gli occhi al cielo, esclamando:

- Oh, santa Maria, fanno sul serio?

Qual’era il senso, dov’era la ragione della loro vita? Si accanivano tanto ad arricchire, e poi - ricchi - che facevano? Eccoli là: si vestivano di festa, la domenica.

Belli, con quelle facce cotte dal sole! belli, con quelle pance stipate di maccheroni, e le catene d’oro massicce, e le cravatte sgargianti, e i piedi piatti nelle scarpine di coppale, e le calze gialle e verdi!

E passeggiavano, mandando le gambe in qua e in là, dondolando le braccia (e tutta la strada sonava dello sgrigliolìo delle loro scarpe) su e giù, su e giù, con mezzo sigaro pesto tra i dentacci neri.

- Oh compare!

- Compare carissimo!

(Tutti erano compari).

- Come si va?

- Si vive!

- Baciamo le mani!

E su e giù, e su e giù, vociando, sghignazzando, schizzando saliva.

Questa era la vita, nei giorni di riposo. Per questo s’azzuffavano tra loro e con la fortuna. Volevano esser ricchi per questo.

Nel pomeriggio, il passeggio si faceva al Molo Vecchio, ch’era un breve ponitojo da legni sottili. Aspettando che s’accendesse la lanterna verde, stavano a guardar le tartane e le paranze ormeggiate, i vaporini di costa, i luntri dei doganieri. Qua i mozzi facevano il lavaggio della Coperta; là si raccoglievano le reti tese ad asciugare; più là una nave con le vele sciolte e flosce se n’andava rimorchiata, e la campanella di bordo sonava mesta, per la preghiera della partenza

Stupide come le galline, le signore, strette accanto ai loro uomini, andavano con gli occhi bassi, patite in volto, con le mani deformate dal lavoro, insaccate in guanti troppo larghi, ma vestite con uno sfarzo che avventava, sovraccariche d’ori.

Sonava l’avemaria, e tutti a casa, tutti a cena, e poi a letto.

Avessero mai pensato, con tanti denari, a procurarsi un qualche godimento, a edificare un teatro per esempio, per ricrearsi un po’ lo spirito, dopo tante fatiche bestiali! Nessuna luce d’intelletto, mai, in quell’incubo ch’era la loro vita. Non c’erano scuole nel paese, tranne le elementari. Con tanto mate lì davanti, mancava l’acqua potabile; e le fogne erano scoperte su la spiaggia; e l’illuminazione era ancora a petrolio. Nessuno ci pensava; nessuno se ne lagnava: a nessuno veniva in mente che avrebbero potuto migliorarsi quelle condizioni d’esistenza.

- Ah, Napoli... Napoli! - sospirava Lillina Lumìa.

E nell’anima le si accendevano a sprazzi le visioni lontane della grande, bella e gaja città tumultuosa e, abbassando le pàlpebre, chiudeva negli occhi le lagrime lei dolci ricordi angosciosi.

Era cresciuta a Napoli, lei, presso una zia materna, che 18 aveva accolta bambina, dopo la morte della madre, ch’era napoletana. Rimasto vedovo circa nove anni, il padre s’era riammogliato con una del paese, e, non avendo avuto altri figli da questa seconda moglie, la aveva richiamata in casa, ormai da tre anni.

Non era cattiva la matrigna, ma gretta, ah Dio, d’una grettezza opprimente, come tutte le donne di quel paese, schiave volontarie dei loro rozzi uomini affaccendati, tutte e sempre intese alle cure casalinghe più umili; e poi ombrose paurose, tenute da scrupoli, da pudori ridicoli, così esagerati, da non parer sinceri finanche.

E Lillina, per non essere giudicata strana, o singolare a ogni modo dalle altre fanciulle, per non esporsi alla malignità pettegola della gente, s’era dovuta adattare a quella vita insulsa, vuota, odiosa. Aveva pianto e pianto nei primi mesi; piangeva anche adesso, certe sere, là, sola, sul terrazzo, guardando il mare, poichè sentiva già che lo spirito man mano le si chiudeva come dentro una scorza di stupidità. Avrebbe voluto ribellarsi, fuggire, fuggire di nascosto, su una di quelle navi... Ma capiva ch’eran lampi di follia. Là, là, doveva passare là, a quel modo, tutta la vita, la vita che si vive una volta sola... Si sarebbe maritata a uno di quei bruti, stringendo i denti per il ribrezzo di tutte le sue carni, e poi sarebbe divenuta come le altre donne del paese... Là, la pancettina bella piena e la calzetta in collo! Ah schifo schifo, schifo...

II.

Lillina Lumìa non aveva ancora amiche nel paese. Non avrebbe potuto mai averne, come le voleva lei. Veniva a visitarla spesso una certa Mita Fiorica, lontana parente della matrigna.

E nell’ampio terrazzo della casa, davanti al mare sconfinato, Lillina ascoltava le confidenze piccine, angustiose di costei, e la guardava freddamente negli occhi, in quegli occhi agglobati, verdognoli, che le smorivano sotto la fiamma dei folti capelli rossi cresputi, le guardava le labbra appassite e i denti malpari; sicchè Mita Fiorica si sentiva spesso costretta ad abbassar lo sguardo, e allora la voce le usciva più che mai velata e tremula dalla gola troppo larga, quantunque avesse il collo esilissimo e lungo. Talvolta gli occhi di Lillina si stringevano un po’ in uno sguardo di commiserazione che turbava peggio la Fiorica, le cui dita tremanti tormentavano allora le trine della manica. Peggio ancora poi quando Lillina traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.

- Sai? Finalmente stamane mi sono vendicata.

E la povera figliuola, così afflitta e magra, aveva nella voce quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piacere.

Sì? Che gli hai fatto? - le domandava Lillina, senza curiosità.

E Mita Fiorica rispondeva con gli occhi bassi:

- Gli ho chiusa in faccia la finestra.

Era innamorata perdutamente del giovane medico del paese, Filiberto Cimillino, detto Bertillino, pezzo di lanternone biondiccio, con due puntini cilestri per occhi e un naso aquilino, gracile come un’ostia, ma di così enorme dimensione che gli diventava pallidissimo ogni qual volta rideva.

Pulito però, Bertillino, tutto lisciato e raffilato e profumato; si torceva come un serpentello di qua e di là, per non urtare nella gente, andando per via, e tirava su, su, le gambe di grillo, sperticate, per non insudiciarsi. Sentiva la dignità della sua professione, e aveva anche tanti altri meriti, oltre la professione, Bertillino: dipingeva, quando non aveva molti malati, sicuro! dipingeva chiari di luna e barchette nere su le pance di certi vasi di terracotta che si faceva fabbricare apposta su disegni suoi, e sonava a meraviglia sul pianoforte la Rondinella pellegrina del Petrella, con variazioni.

Figurarsi se poteva pensare a quella povera Mita Fiorica! Già forse non aveva neanche il più lontano sospetto della passione di lei pensava Lillina. La quale perciò soffriva alle timide confidenze di quell’illusa, che non intendeva quanto fossero ridicoli quei dispettucci a uno che forse neanche se n’accorgeva.

Mita Fiorica era adesso in misere condizioni; e il garbo con cui portava a spasso i segreti sacrifizi e le diuturne privazioni era veramente compassionevole. Rosario Fiorica, suo padre, stranissimo uomo, morto quattr’anni addietro, aveva buttato a piene mani tutte le sue sostanze nelle buche delle zolfare, preso dalla mania di trovar filoni di zolfo in ogni montagna del circondario. Appunto nell’infausta occasione della malattia del padre, Mita aveva conosciuto il dottor Filiberto Cimillino. E la sua passione era nata per le cure ch’egli le aveva prodigate allora. Oh Dio, era arrivato finanche a ordinar lui in cucina il brodo per lei, non sapendo tollerare che nè la madre, nè la sorella accorsa da Malta col marito, ancora in pianto per la recente morte, si prendessero cura di lei che era pur malata e gravemente.

- Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne.

E lui, Bertillino, premuroso, a mani giunte:

Deve farmi questo favore. Guardi, una tazzina piccola così... Un atto di volontà e si manda giù...

- Non posso, glielo giuro!

- Lo faccia per me... Guardi, proviamo a cucchiaini Uno...

- Oh Dio!

- Un altro, avanti! Così... e due!

- Ba sta! Non posso più... non posso più!

- Senta, non me ne vado di qua, se lei non prende questa tazza di brodo.

E allora Mita lo guardava coi grand’occhi verdognoli, come per dirgli - « Fo il sacrifizio per lei! » - Li chiudeva, e ingollava.

- Brava! Così va bene! Vado via più contento, adesso. A questa sera, signorina.

E Mita, dal lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all’uscio; poi nascondeva la testa sotto le coperte, e sospirava e sorrideva felice, struggendosi, e baciava il guanciale con le labbra aride chiamandolo Filiberto (il guanciale) Filiberto mio!

E non era anche arrivato Bertillino, allora, ad assaggiar prima lui i medicamenti più amari per incoraggiarla a prenderli? Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E quel che le diceva! E come la forzava!

Lillina Lumìa le aveva lasciato trapelare i suoi dubbii su l’innamoramento del dottore e Mita rinvangava nei ricordi... No no! Non era inganno, il suo! Ma che! E la grasta dei garofani?

Una bella grasta di garofani screziati, che ella teneva sul davanzale della finestra... Il dottor Cimillino andava matto pei fiori. Ogni qual volta veniva da lei a visita, non sapeva staccar gli occhi da quella grasta.

- Che bei garofani! Permette, signorina?

- Tutti, dottore!

Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva all’occhiello.

Mita, rimessa in salute, aveva voluto regalare da parte sua al dottore quella bella grasta di garofani. E Bertillino non portava mai altri fiori all’occhiello, se non quei garofani, quando sbocciavano.

Non era un segno anche questo?

Lillina pensava: «Forse quell’imbecille avrà preso veramente a godersela! » - E, in fondo, non s’ingannava.

Se non che Bertillino, in coscienza, non aveva avuto l’intenzione di far tutto quel male alla povera malata. Egli si stimava sinceramente irresistibile; le sue maniere erano per natura garbate cortesi; insomma, era così, che poteva farci? E le ragazze s’invaghivano di lui, credendosi lusingate... Ma lui, nemmen per ombra, parola d’onore!

III.

- Guarda, guarda... si volta! si volta!

E Mita Fiorica spingeva col gomito, su la ringhiera del terrazzo, il gomito di Lillina.

- Sta’ seria, Mita! - l’ammonì questa, fingendo di non vedere.

Filiberto Cimillino passava, lungo lungo, secco secco, per la spiaggia, guardando al terrazzo, ove le due amiche erano affacciate.

Passava quasi ogni giorno, alla stess’ora; e guardava ogni volta, a lungo, anche quando Mita non c’era.

Questa intanto, felice di quel lungo sguardo che riteneva rivolto a lei:

- Vedi? vedi? ci credi ora?

- Io no, - le rispose asciutta Lillina, guardando il mare.

- Come no? Perchè? Te l’assicuro io...

- Ebbene, a cose fatte crederò. Se fossi in te, diffiderei.

- Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?

- No, nulla. Così...

- Eppure... sospirò Mita, lì lì quasi per piangere.

Lillina la guardò ed ebbe pietà di quelle labbra pallide, tremanti, di quei grand’occhi smarriti, e rimorso d’aver così recisamente manifestato ciò che pensava.

- Non ci badare! - soggiunse. - Sono di pessimo umore, quest’oggi. Per altro, nessuno può saperlo meglio di te. E se tu lo dici...

S’interruppe, e propose:

- Andiamo a sonare un po’? Via, via! Andiamo giù.

Filiberto Cimillino ripassava sotto il terrazzo. Mita lo scorse, mentre stava per seguir l’amica, e si trattenne con una mano alla ringhiera, facendosi violenza.

Bertillino passò diritto come un palo, senza alzar gli occhi.

- «M’ha veduta? Non m’ha veduta?» - pensò Mita, trepidando. - «O c’è qualcuno affacciato a qualche finestra vicina?»

Guardò: nessuno! E quelle parole di Lillina..

Discese, angosciata.

Lillina sonava con molto slancio una delle Rapsodie Ungheresi del Liszt. Appena Mita entrò nel salotto, ella volse il capo, senza smettere di sonare:

- È ripassato?

- Sì.. non m’ha veduta...

- Non s’è voltato?

E Lillina, con uno strano sorriso a fior di labbra, levò le mani dalla tastiera e prese quelle di Mita, guardandola negli occhi. Dio, come erano fredde quelle povere mani... Su, su! E le fece saltare un po’ su le sue.

- Se intende scherzare, l’avrà da fare con me, - disse Mita con gli occhi bassi, e si morse il labbro.

- E che puoi fargli tu? - le domandò Lillina, ancora con lo strano sorriso su le labbra.

- Oh, - disse Mita Fiorica, col volto d’un subito avvampato, - se crede ch’io sia come la figlia del capitano del porto, quella civettona continentale tutta cascante di vezzi, o come quel pesce infarinato di Sarina Scoma, che fa all’amore in pubblica piazza con l’ufficiale del distaccamento...

- Cara mia, - l’interruppe Lillina, ridendo forte. - Tu l’ami, è vero? Bene, egli si mette a civettare con un’altra. Poi, poniamo, la sposa, e ti pianta. Che gli fai tu?

Voglio vederlo... - disse Mita, impallidendo e stringendo le pugna

Lillina la guardò e, presa dalla stizza, fu proprio per gridarle: - Stupida! cieca! grolla!

Quella stessa mattina il padre le aveva fatto dire in gran segreto dalla matrigna che il dottor Filiberto Cimillino gli aveva chiesto la mano di lei. Ella, naturalmente, le aveva subito risposto di no, e non aveva voluto neanche sentire le ragioni per cui tanto la matrigna quanto il padre credevano che quello non fosse un partito d. rifiutare così, a occhi chiusi.

Si teneva sicurissimo, Bertillino, che tutte le ragazze del paese, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalla finestra a terra per lui:

- Prendimi! Prendimi!

Una sola forse gli avrebbe resistito: Lillina Lumìa. Ed era senza dubbio la più bella, la più intelligente fra tutte: «Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia rispettabilissima, dote discreta... »

E da un pezzo passava e ripassava sotto il terrazzo. Lillina se n’era già accorta.

- Mi fa il ragno sotto, - aveva pensato, ridendo. - Ma non son mosca per te, caro mio.

E s’era ritirata, ogni volta, dal terrazzo, perchè quell’imbecille non si fosse sentito lusingare. Oh, quella povera Mita!

Filiberto Cimillino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciupo di scarpe e nessun pro, s’era deciso quella mattina al gran passo. Addio vita da scapolo! Addio sospiri! Addio temporanee avventure!

Un no - tondo così - lo aspettava in casa, quella sera.

Il naso gli crebbe, povero Bertillino, e gli occhi gli diventarono più piccoli, leggendo la lettera del signor Lumìa.

- No? Come no? Perchè?

E tornò a leggere la lettera. La rilesse cinque o sei volte, senza mai riuscire a mutar senso alle parole. Possibile? Non se ne poteva dar pace. Sì, perchè, via, in fin dei conti, rispetto all’età, una giusta proporzione: trent’anni, lui; ventidue, lei; otto anni di differenza. Brutto non era per uomo, via, così così... bella statura, biondo, una professione nobilissima e lucrosa, famiglia ragguardevole sotto ogni rispetto.

lo non capisco!

Aspirava forse a qualche principe la signorina Lumìa?

«Mia figlia per adesso non ha intenzione di sposare».

- Bella intenzione! A ventidue anni... E che aspetta? Ma già, scuse!...

Per tre giorni non volle uscir di casa.

- Signor dottore, un cliente.

- Dite che sono raffreddato, a letto.

- Signor dottore, la desiderano d’urgenza in casa Fiorica.

- La signorina Mita? Si faccia benedire!

IV.

Fu per Mita Fiorica un colpo mortale.

Ella aveva già notato nelle parole, nell’espressione del volto di Lillina Lumìa, ogni qual volta lei le parlava del dottore, una certa stizza mal frenata, un acre dispetto, in luogo del compatimento di prima; e aveva già accolto in sè il sospetto che l’amica doveva essersi accorta di qualche cosa, che le teneva celata. Riflettendo, in casa, sul lungo sguardo rivolto dal dottore al terrazzo, quando c’era Lillina, e su ciò che questa poi le aveva detto giù in salotto, si vide costretta, forzata ad ammettere che Lillina doveva senza dubbio sapere che il dottore... Non volle andare avanti in quella supposizione odiosa; ma deliberò di parlare francamente e coraggiosamente all’amica, il giorno appresso.

- Tu mi devi dir tutto, Lillina! Tanto, io lo so e me l’aspetto. È  vero che il dottor Cimillino...?

- Chi te l’ha detto? - le domandò quella, sorpresa, turbata nel vedersela davanti pallida, vibrante, scontraffatta in volto.

- Nessuno, nessuno: l’ho sospettato da me...

- Che ho rifiutato?

- Ah, - fece Mita, smorendo a un tratto e abbandonandosi, con un riso squallido su le labbra. - T’ha chiesta anche in isposa?

- Se lo sapevi... disse Lillina, stordita.

- Questo no... questo no... T’ha chiesto, dunque in isposa?

- Ieri. E ho rifiutato.

- Per me? domandò Mita.

Lillina la guardò ed ebbe un impeto di superbia. Le parve che Mita con quella domanda volesse tirarla giù, fino a lei. Alzò le ciglia, si strinse ne le spalle:

- Oh senza merito, sai? - le rispose. - Perchè l’avrei rifiutato lo stesso, anche non sapendo del tuo amore. Per me è stato sempre uno sciocco ridicolo, e non l’ho potuto mai soffrire.

Lottarono nel cuore di Mita l’onta, l’amore, la gelosia, l’avvilimento di fronte all’amica. Da un canto avrebbe voluto dilaniare con ogni sorta di vituperii il dottore, dall’altro soffriva a sentirne dir male da Lillina: avrebbe voluto impedire che questa avvilisse colui ch’ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore, ma l’amor proprio offeso non glielo consentiva. Così contrariata e straziata, scoppiò finalmente in un pianto convulso.

- Sono senza dote, ecco perchè!

Lillina allora ebbe una grande pietà per lei, cercò di offrirle uno sfogo, cercò di confortarla, ma invano. Ringojate a stento le lagrime soffocati i singhiozzi, Mita volle tornare a casa.

La madre ignorava la passione di lei per il dottore, ed ella le disse che s’era sentita male in casa dell’amica.

- Nervi! Sarà il tempo...

Il cielo, di fatti, era coperto da neri nuvoloni minacciosi. Mita non potè cenare, e presto andò a chiudersi nella sua cameretta.

La notte precipitò orrenda sul paese con un rovescio strepitoso di pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano il cielo, seguìti quasi immediatamente da formidabili tuoni.

Come legata dalla tremenda commozione della natura, Mita se ne stava alla finestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva. Vinta da un profondo intenerimento per sè stessa, a ogni pensiero che le ribadiva su la coscienza il concetto della propria infelicità, sentiva che le reni quasi le si aprivano, e tremava convulsa, strozzata dall’angoscia. Oh in mezzo a quel mare, in mezzo alla tempesta, felici, felici i marinai sotto l’imminenza della morte! Oh morire, morire... mille volte meglio morire!

La mattina appresso, la madre entrando nella cameretta della figlia, trovò Mita buttata sul letto, ancor vestita e tutta fradicia di pioggia, la finestra ancora aperta, il pavimento allagato.

- Hai dormito così? Sei pazza? Mita! Mita! Ti senti

male? Dio, scotta! Mita, che ti senti? Che è stato?

- No no... - si lamentava ella, col capo affondato nel guanciale, gli occhi stravolti, avvampata in volto.

La povera madre spaventata, mandò subito per il medico.

- Raffreddato, a letto signorina mia; non può venire, - le annunziò la serva di ritorno.

Venne però il giorno appresso, il dottor Cimillino. Pallido e grave.

La prima furia della febbre era abbattuta, ma perdurava la gravezza del capo, e fitti dolori al petto impedivano all’inferma il respiro.

Ella accolse il dottore come se non l’avesse mai conosciuto. Non rispose (forse perchè la voce non tradisse l’interna agitazione) a nessuna domanda di lui. Il dottor Cimillino allora si rivolse alla madre.

- Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra aperta? Ma codeste son pazzie! Oh che sproposito!

Mita strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo sospiro per le nari. Poi tossì.

Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi... vede signora mia?

E a provare il suo raffreddore, Bertillino si soffio il naso strepitosamente. Poi scrisse una ricetta, e andò via:

- Ripasserò questa sera.

V.

Seguì al rifiuto di Lillina Lumìa una serie impreveduta di fiaschi per Filiberto Cimillino.

A breve distanza di tempo lo rifiutarono:

1. La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli. Ventiquattro anni (ventuno diceva lei), bruna, non bella, ma simpatica. Dodicimila lire di dote e un bel corredo da sposa. Sonava il violino parlava il pretto toscano, e il francese così così.

2. Melina Logiudice; diciott’anni; brunettina; un po’ scema. Venticinquemila lire di dote, compreso il corredo. Zero francese, zero italiano, zero musica. Venticinque mila lire di dote.

3. Sarína Scoma (anche lei!); ventisette anni; carnagione incerta sotto lo strato di glicerina impastata con la polvere di riso, quindicimila lire di dote. Inverosimilmente ignorante, ma coraggiosa, parlava l’italiano a orecchio, e diceva per esempio così: - « Se saprei sonare, sonerei » - Ma sapeva sonare. Diceva anche: - La battaglia di Gaspare Monte - per Aspromonte, ecc. ecc.

4. La nipote dell’avvocato Merca, Giovannina Merca. Suo padre era negoziante di cuojo; ragion per cui lei si presentava sempre come la nipote dell’avvocato Merca.

- Di chi siete figlia?

- Sono la nipote dell’avvocato Merca.

Niente dote; il solo corredo da sposa; ricamava a perfezione; sonava bene il pianoforte; leggeva giorno e notte romanzi truci. Piuttosto brutta, ma nipote dell’avvocato Merca.

Nannina Vèttoli lo rifiutò perchè il padre sperava in un prossimo trasferimento a Livorno, e lei non voleva incatenarsi lì, in quel paesucolo di Sicilia, sposando. Melina Logiudice, perchè le parve troppo alto di statura, e poi perchè Lillina Lumìa lo aveva rifiutato. Sarina Scoma, perchè faceva (giusto allora!) all’amore con l’ufficiale di distaccamento. Giovannina Merca, perchè in fiera corrispondenza amorosa con un ufficiale di porto trasferito da un mese a Messina.

Filiberto Cimillino fu quasi per impazzirne.

Adesso, a parte il casato, a parte la persona: era medico, sì o no? un medico, per sè stesso, è o non è un personaggio ragguardevole, specialmente in un piccolo paese di piedi scalzi? Ah, evidentemente, a tutte quelle ragazze aveva dato di volta il cervello! Sì, perchè, via! a ragionarla, a parte il casato, a parte la persona, qual partito più conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i padri e lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue domande.

E ora? Filiberto Cimillino non avrebbe sentito tanto il peso di quei fiaschi, se non avesse dovuto esercitare la professione, se non fosse stato costretto cioè a recarsi, in qualità di medico, ora in casa Scoma, ora in casa Merca, o dal Vèttoli o dal Logiudice o dal Lumìa. Che rimedio c’era? Uno solo; questo: farsi di quelle disgrazie amorose come una specie di fatalità, ecco, una fatalità che gli pesava addosso, incomprensibile.

E Bertillino s’immalinconì.

Mita Fiorica, intanto, peggiorava di giorno in giorno. Domata la fierissima polmonite, le era rimasta una febbretta lenta, che la coceva, sintomo di più grave male. I timori del dottor Cimillino, fondati già da tempo su la misera complessione di lei, si avveravano pur troppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper perchè, si sentiva crescere la malinconia.

Mita, durante la malattia, si era alquanto rasserenata, come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore. Ella ora rispondeva brevemente a qualche domanda di lui.

- Come si sente oggi, signorina?

- Meglio, dottore.

Diceva sempre meglio; e lui fingeva di crederlo, e si tratteneva lì, accanto al letto di lei, e la forzava a parlare, e conversava a lungo con la madre. Dopo una mesta riflessione su la vita o su l’erroneo concetto che spesso ci facciamo degli uomini, della società in genere, sorrideva amaramente e sospirava. Mita pareva non udisse; beveva invece con amara voluttà tutte le parole di lui, che avevan sapore di pentimento.

- «Ingiustizie della natura umana!» - pensava Bertillino, quando andava na. - «Costei muore per me! La vedo male... Muore per me, ed io non seppi amarla: l’unica che non me lo avrebbe lasciato dire due volte! »

Gli venne a un tratto in mente di farla, se non altro, morir contenta.

- Sarà un’opera di carità!

Gliela doveva, non solo per lo stato in cui ella s’era ridotta per lui, ma anche perchè un giorno egli - doveva riconoscerlo - s’era mostrato troppo affabile con la povera ragazza.

Lillina Lumìa assisteva Mita da una settimana come una sorella. Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell’inferma; le faceva piane letture, che non la stancassero; le parlava di cose liete, aliene.

Soltanto ogni qual volta veniva il dottore, fuggiva dalla camera, per non farsi vedere.

Una mattina però non fece a tempo.  Bertillino, entrando, udì il rumore della seggiola che Lillina scappando, aveva rovesciato. Mita era rimasta sola, a letto.

- Disturbo, signorina?

- No, - rispose Mita, seccamente.

- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.

- Sì, Lillina Lumìa, - rispose allo stesso modo Mita.

- Oh! - fece Bertillino, sorridendo. - E perchè scappa? Faccio anche paura?

Sedette accanto al letto e prese tra le dita l’esile polso di Mita.

- Ho avuto il torto, signorina, - riprese, senza lasciarle il polso, - di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito... Oh se sapesse quanto! Molto... molto... mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso, ma spero, non troppo tardi... se lei vorrà credere al mio pentimento, e perdonarmi.

Mita non traeva più fiato, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di tra le dita del dottore.

Queste cose non deve dirle a me... - gli rispose senza guardarlo, con voce che voleva parer ferma.

Entrò in quella la madre, mandata da Lillina.

- Alla mamma, allora? - domandò egli sorridendo alla signora Fiorica.

- Come dice? - fece questa, sedendo a piè del letto della figlia.

- Dicevamo... o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario stia presto bene perchè abbiamo bisogno di lei, è vero, signora? Ne ho bisogno anch’io... sì, perchè mi ero smarrito come un cieco, le dicevo... e mi ritrovo adesso qua, accanto a questo lettuccio... capisce, signora mia? qua... accanto alla signorina Mita... Che ne dice?

La madre, non comprendendo le parole del dottore nè il tono insolito della voce, lo guardava, stordita. Comprese alla fine, a uno sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare e dall’atteggiamento del volto di lei.

Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando,

- Come? ma s’immagini... io, io felicissima! s’immagini... Però, deve dirlo lei, con le sue labbra... È vero, Mita?

Il volto di Mita pareva una maschera di cera. Teneva gli occhi semichiusi e alitava a stento, dilatando a volta a volta le pinne del naso.

- A lei, dunque, signorina... - disse Filiberto Cimillino, sorridendo e chinandosi un po’ verso il letto.

- Ebbene, no! - rispose allora con voce cavernosa Mita, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ciglia.

Al no, Bertillino si ritrasse istintivamente e, impallidendo, col sorriso rassegato su le labbra:

Come! No? Anche lei? - disse. - Mi ricompensa male, Signorina.. lo non credevo...

- Mita! - esclamò la madre, in tono di rimprovero.

- Lasci, è giusto, - s’affrettò a soggiungere Bertillino, - è giusto, signora... Forse lei non sa... Non la turbi... Non ne parliamo più! E creda che il mio zelo, signora, non verrà certo meno per questo. Procurerò anzi di guadagnarmi così, se non un po’ di affetto, un po’ di stima almeno dalla signorina. Farò per altro il mio dovere, per quanto mi sarà possibile.

E cangiò subito discorso, con molto spirito, in quel momento - (così almeno stimò Lillina Lumìa, che origliava all’uscio).

VI.

Gesù - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio imperatore, nel trentesimo anno dell’era cristiana. Questa gemma, il cui inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da quell’Imperatore donata al Pontefice Innocenzo VIII per la redenzione di un fratello dell’Imperatore fatto schiavo dai cristiani.

Lillina, assorta in pensieri a piè del letto di Mita, rileggeva meccanicamente, per la trentesima volta almeno questa iscrizione sotto una immagine di Gesù, appesa al capezzale.

Da quest’immagine, come da tutti gli altri oggetti umili e antichi di quella cameretta raccolta, spirava un’aria di tanta intimità familiare e quasi un odor di vita così particolare, che dava a chiunque vi entrasse e osservasse con curiosità l’impressione e il sentimento d’essere un intruso. Avevano tutti quei mobili un’anima fatta di ricordi cari nella lunga consuetudine, una modesta anima, un po’ malinconica, ma rassegnata. Lillina la sentiva, e sentiva spirar da essa, nel silenzio della triste assistenza, mentre Mita riposava, come un pietoso ammonimento a lei, di piegarsi al destino, di circondarsi anche lei di oggetti cari, di non respingere lontano, fuori della vita a cui la sorte la condannava, i desiderii e le speranze; ma di fermarli là in un nido che ella avrebbe potuto comporsi con le sue mani Der sentirsi meno sola e meno infelice. Voleva ella che i giorni le passassero così vuoti, e i mesi e gli anni? Bisognava rassegnarsi, rassegnarsi a tutto... Non era già rassegnata anche alla morte la povera Mita, là?

Dopo il suo no al dottore, era di molto peggiorata. Il male precipitava.

Di tanto in tanto, ella si scoteva dal sopore, si voltava sul guanciale, tutta occhi e tutta capelli (oh quei capelli rossi arruffati, come le rendevano più squallido e sparuto il volto emaciato, affilato!), e diceva all’amica:

- Non stare più qua, Lillina. Se fossi in te, io avrei paura a star qua...

- Ma no, Mita! Scherzi? Tu stai meglio...

- Sì... meglio...

Non aveva più forza di sollevare le braccia dal letto, e lo mostrava sorridendo amaramente a Lillina.

In verità il padre e la matrigna avevano già consigliato a Lillina di non andare più in casa Fiorica.

- Sciocchezze! - aveva risposto ella finora. - Quando il medico mi dirà che non sarà più prudente andare, non andrò più. Per ora, non siamo a questo punto.

Mita, a cui la malattia aveva straordinariamente acuito i sensi e l’indole un po’ sospettosa spiava dal letto l’amica con una certa diffidenza. Era sicura ch’ella avesse disapprovato il suo rifiuto al dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche a gli occhi di Lillina) più premuroso d’un fratello. Perchè Lillina ormai non scappava più dalla camera all’arrivo di lui? Ella anzi, adesso gli rivolgeva qualche domanda o gli chiedeva qualche consiglio circa all’assistenza da prestare; ed egli allora le rispondeva a lungo, col garbo abituale e con evidente soddisfazione. E Mita dal volto di Lillina argomentava ch’egli non dovesse più sembrarle, come prima, sciocco e ridicolo. Provava da un canto un sentimento duro, e sordo di gelosia contro Lillina, ma godeva, dall’altro, nel sentir parlare lui, il dottore, così bene all’amica e nel vedere com’egli a poco a poco la vincesse e la piegasse a sè. E avrebbe quasi voluto dire a Lillina: - «Vedi, vedi com’egli è degno d’essere amato? Ah, lo stimi tu adesso com’io prima lo stimavo? Sta bene; e ora vàttene di qua! Tu non stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno... L’intendo, l’intendo forse più che voi stessi ancora non l’intendiate! Mostrate d’aver tanta pietà di me, perchè in questa pietà è l’intesa del vostro amore. Vàttene, Lillina! Per me e per te, vàttene!»

Ma Lillina non se n’andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardare dietro ai vetri della finestra, a cui Mita s’affacciava un tempo per veder passare Bertillino. E sinceramente lei stessa, dentro di sè, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata premura per l’amica infelice.

Mita un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l’intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il dottore.

Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Mita stessa l’aveva costretta a mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.

Il dottore finalmente giunse, e subito Lillina gli fe’ cenno d’avanzarsi adagio, su la punta dei piedi.

- Dorme! - bisbigliò, quand’egli si fu accostato al letto.

Egli contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Lillina, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la testa.

Pare già morta! - sospirò senza voce Lillina.

Egli annuì; poi a bassa voce, un po’ impacciato, disse:

- Intanto lei, signorina, senta... non è giusto che si trattenga più qua... Capisco, è l’amica del cuore... Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda che... io soffro, ecco, quando son fuori e penso che lei è qua... M’intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene... di non venire più... Me lo promette?... Non è prudente...

- Gliel’ho già detto! - gridò con voce rauca Mita aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia aggrottate.

Lillina e il dottore trasalirono.

- Dico che non è prudente, - balbettò questi subito, - non per il suo stato, signorina Mita, ma perchè... perchè la signorina Lumia sta male... per le veglie... e perchè soffre vedendo lei cosi...

Ah, per questo? Se è per questo, la lasci, dottore; non soffre! l’interruppe Mita con amarissimo sorriso. - Soffro io! lo soffro, invece! Ah, per carità, lasciatemi morire in pace! Non venite più nessuno dei due... ve ne scongiuro! Che gusto provate ad amarvi qua, accanto al letto d’una moribonda?

Lillina scoppiò in lagrime, coprendosi il volto con le mani, e Bertillino confuso, stravolto, non trovò una parola da rispondere e se n’andò in fretta, senza neanche ardire di salutar Lillina piangente.

Ma subito Mita la chiamò a sè, dolcemente, già pentita, e com’ella le si inginocchiò convulsa innanzi al letto, prese a carezzarle i bei capelli biondi e a dirle:

- Perdonami... perdonami, Lillina... Io anzi voglio, sai?... voglio che tu lo sposi... E vi ricorderete di me, è vero? Non piangere... non piangere...

Note

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[1] [Per dirne una. Non vi par bello il bambino, quando il padre gli accende innanzi agli occhi un fiammifero? Come agita le manine! freme tutto; con gli occhi che gli fervono dal desiderio d’afferrarlo... ma sopravviene cauta la Prudenza – pah! spegne il fiammifero... - ndA]

[2] [Ma ero bello davvero! – ndA]

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011