Luigi Pirandello

Berecche e la guerra

vol.  14

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

189 - Berecche e la guerra

190 - Uno di più

191 - Soffio

192 - Un’idea

193 - Lucilla

194 - I piedi sull’erba

195 - Cinci

196 - Di sera un geranio

189  -  Berecche e la guerra

Nota dell’Autore all’edizione del 1934

Raccolgo in questo XIV volume delle mie Novelle per un anno il racconto in otto capitoli Berecche e la guerra, scritto nei mesi che precedettero la nostra entrata nella guerra mondiale. Vi è rispecchiato il caso a cui assistetti, con maraviglia in principio e quasi con riso, poi con compassione, d’un uomo di studio educato, come tanti allora, alla tedesca, specialmente nelle discipline storiche e filologiche. La Germania, durante il lungo periodo dell’alleanza, era diventata per questi tali, non solo spiritualmente ma anche sentimentalmente, nell’intimo della loro vita, la patria ideale. Nella imminenza del nostro intervento contro di essa, promosso dalla parte più viva e sana del popolo italiano e poi seguito da tutta intera la Nazione, costoro si trovarono perciò come sperduti; e, costretti alla fine dalla forza stessa degli eventi a riaccogliere in sé la vera patria, patirono un dramma che mi parve sotto quest’aspetto, degno d’essere rappresentato.

LA BIRRERIA

Fuori, un altro sole. Strade del mezzogiorno, sotto l’ardente azzurro del cielo, tagliate da violente ombre violacee. E la gente vi passa, pur così carica di vita e di colori, ariosa e leggera. Voci nel sole e selciati sonori.

Dentro, il buon tedescone spatriato s’è fatta un po’ di patria attorno, tra le quattro pareti vestite di legno della sua birreria; e ne respira l’aria nel tanfo dei fusti che viene dalla cantina accanto, nell’odor grasso dei würstel ammontati sul banco, in quello acre delle scatole di droghe stuzzicanti, tutti con l’etichetta in duri e dritti caratteri tedeschi. Son anche nei lucidi e vivaci manifesti turchini, gialli e rossi appesi alle pareti – piú grossi, piú duri, piú dritti – quei cari suoi caratteri tedeschi. E i boccali, i krügel istoriati, gli sciop, disposti in bell’ordine nelle scansie, gli fan da sentinelle a guardia dell’illusione.

Qual voce remota e angosciosa, di tanto in tanto, quando la birreria è vuota e in ombra, gli canta in fondo all’anima la canzone:

Nur in Deutschland, nur in Deutschland

Da will ich sterben...?

Atteggiato il fulvo faccione d’un largo sorriso cordiale, salutava fino a jeri con festosi gargarismi i suoi fedeli avventori romani. Ora sta aggrondato e immobile dietro il banco e non saluta piú nessuno.

Sempre il primo ad arrivare alla birreria, Berecche lo guarda commosso dal tavolino in fondo alla sala, col suo bravo krügel davanti. La commozione gli dà un’aria truce, perché anche la sua condizione s’è fatta da un momento all’altro difficile.

Vantava Federico Berecche, fino a pochi giorni fa, la sua origine tedesca, chiaramente dimostrata, oltre che dalla quadrata corporatura, dal pelame rossiccia e dagli occhi ceruli, anche dal cognome Berecche, corrotta pronunzia, a suo credere, d’un nome prettamente tedesco. E tutti i beneficii vantava derivati all’Italia dalla lunga alleanza con quelli che erano allora gl’imperi centrali, non che le virtú piú perspicue della gente germanica, che lui da tant’anni si sforzava d’attuare rigorosamente in sé e nell’ordinamento della sua vita e della sua casa; sopra tutto il metodo. Il metodo, il metodo.

In quella birreria, sul marmo d’un tavolino, gli fanno la caricatura: una scacchiera, e Berecche che vi passeggia sopra con la gamba levata a modo dei fantaccini tedeschi e un elmetto puntuto, a chiodo, sul testone.

La caricatura è nella scacchiera: per dire che Berecche vede il mondo così, a scacchi, e vi cammina alla tedesca con mosse ponderate e regolari, da onesta pedina appoggiata al re, alle torri, agli alfieri.

Sotto a quella caricatura un bello spirito ha scritto: Medio – evo, con un gran punto esclamativo.

– La Germania, Medio – evo? – domandò sdegnato Federico Berecche quando vide sul marmo del tavolino quel disegno, non riconoscendosi naturalmente nella caricatura, ma riconoscendo l’elmetto a chiodo germanico. – Medio – evo, la Germania? Cari miei! Primato nella cultura, primato nelle industrie, primato nella musica, e l’esercito piú formidabile del mondo. –

In prova di che, tratta di tasca la scatoletta di legno turchina e gialla, aveva acceso la pipa con uno streichholtz, perché Berecche sdegna come molle l’uso e l’industria dei cerini italiani.

Al primo annunzio della neutralità dichiarata dall’Italia nel conflitto europeo ebbe perciò un fremito d’ira contro il governo italiano.

– E il patto d’alleanza? L’Italia si tira indietro? E chi potrà piú d’ora in poi fidarsi di lei? Neutrali? Ma è tempo questo di stare affacciati alla finestra, mentre tutti si muovono? Bisogna prender subito posto, perdio! E il nostro posto... –

Non lo han lasciato finire. Un coro di fierissime proteste, d’invettive, d’ingiurie, l’ha assalito da ogni parte e sopraffatto. – Il patto d’alleanza? dopo che l’Austria l’ha strappato aggredendo? dopo che la Germania, impazzita, dichiara guerra a destra, guerra a sinistra, guerra finanche alle stelle, senza darcene avviso, senza tener conto delle nostre condizioni? Ignorante! imbecille! Che parola e parola! Combattere ai nostri danni? Ajutare l’Austria a vincere? noi? E le nostre terre irredente? E le nostre coste e le nostre isole, con la flotta inglese e francese contro di noi? Possiamo essere contro l’Inghilterra, noi? Ignorante! imbecille! –

Federico Berecche ha tentato in prima di tener testa, rinfacciando ai furibondi avversarii i torti e le offese della Francia.

– Tunisi! Vi siete così subito dimenticati della ragione della triplice alleanza, Ma or ora, durante la guerra libica, i contrabbandi ai turchi? E domani ignoranti e imbecilli voialtri! – domani ci rivedremmo a Campoformio o a Villafranca! –

Poi, interrotto quasi a ogni parola, s’è provato a dimostrare che, in ogni caso... – scusate, scusate... neutrali? ma che neutrali! di nome, non di fatto! perché in realtà, piú atto ostile di questo? Vantaggio inestimabile sopratutto per la Francia. Pecoroni... neutralità... Ma Niccolò Machiavelli... (avevano il coraggio di dare dell’ignorante a lui professore di storia in ritiro), sicuro, Machiavelli, Machiavelli, su i pericoli della neutralità, il formidabile dilemma: Se due potenti tuoi vicini vengono alle mani...

Un’urlata generale gli ha troncato in bocca la citazione. Ma se lui stesso diceva di nome e non di fatto la neutralità, che c’entrava piú Machiavelli col suo dilemma? Atto ostile, sissignori! Contro l’Austria, sissignori! Perché l’Austria agisce a nostro danno. Tanto è vero che s’è mossa senza dircene nulla. E dobbiamo esser grati alla sorte, che lei stessa da sé con la sua azione inconsulta ci abbia disimpegnati. Domani... che? la Francia e la Russia, vincendo, non vorranno tener conto dei vantaggi recati loro dalla nostra astensione? Eh via, ci penserà l’Inghilterra a salvaguardarci, che non potrà permettere, nel suo stesso interesse, una diminuzione nostra sul Mediterraneo.

Con tali e simili argomenti la neutralità dell’Italia è stata difesa; così calorosamente, che alla fine ha dovuto arrendersi e non ha piú osato fiatare. L’idea che l’Italia per la sua posizione geografica sarà domani il timone della situazione l’ha impressionato moltissimo. Il timone della situazione! Vuol dire che la fortuna volgerà da qual parte noi, al momento opportuno, ci gireremo. E la rotta non potrà esser dubbia.

– Ma almeno armiamoci, perdio! – ha tonato Berecche esasperatamente, levando le pugna pelose.

E, così tonando, in questo grido – è inutile – Federico Berecche s’è sentito, in fondo al cuore, tedesco.

Tuttavia, jersera alla birreria non ha piú osato difendere i Tedeschi dalle terribili accuse dei suoi amici. Nemmeno uno, nemmeno il buon Fongi sonnacchioso, sempre d’accordo con lui per amor di pace, favorevole alla Germania.

Non diceva nulla il buon Fongi, ma di tratto in tratto si voltava a guardarlo timorosamente con la coda dell’occhio, forse aspettandosi un suo scatto di ribellione da un momento all’altro. E Berecche ha avuto quasi la tentazione di scaraventargli un pugno in faccia. Ha rifiatato quando gli amici, lasciando da parte i Tedeschi, si sono abbandonati a considerazioni generali. Una specialmente gli s’è fissata, anche per l’aria cupa e grave con cui, in un momento di silenzio, l’amico che gli stava di fronte la enunciava, guardando dentro il piccolo sciop il velo salivoso lasciato dalla spuma a galla della birra.

– Tutto sommato, per quanto funesti saranno gli eventi, tremende le conseguenze, possiamo esser lieti almeno di questo: che ci sia toccato in sorte d’assistere all’alba di un’altra vita. Abbiamo vissuto quaranta, cinquanta, sessanta anni, sentendo che le cose, così com’erano, non potevano durare; che la tensione degli animi si faceva a mano a mano piú violenta e doveva spezzarsi; che infine lo scoppio sarebbe venuto. Ed ecco, è venuto. Tremendo. Ma almeno, vi assistiamo. Le ansie, i disagi, l’angoscia, le smanie d’una così lunga e insostenibile attesa, avranno una fine e uno sfogo. Vedremo il domani. Perché tutto muterà per forza, e noi tutti useremo certamente da questo spaventoso sconquasso con un anima nuova. –

Subito Berecche ha fissato nella sala un tavolino e tre sedie da cui si levavano gli avventori. Li ha fissati a lungo, avvertendo di punto in punto sempre piú, per quelle tre sedie vuote e quel tavolino abbandonato, una strana malinconica invidia.

Se n’è distratto con un profondo sospiro, allorché un altro degli amici ha preso a dire:

– E chi sa! pensate che l’India, la Cina, la Persia, l’Egitto, la Grecia, Roma diedero esse un tempo il la alla vita, sulla terra. Un lume s’accende e sfavilla per secoli e secoli in una regione, in un continente; poi, a poco a poco si smorza, vacilla, si spegne. Chi sa! Forse ora sarà la volta dell’Europa. Chi può prevedere le conseguenze d’un così inaudito conflitto? Forse non vincerà nessuno e si distruggerà tutto, ricchezze, industrie, civiltà. Il la alla vita cominceranno forse a darlo le Americhe, mentre qua la rovina si farà a mano a mano totale e verrà tempo che le navi approderanno alle coste d’Europa come si approda a terre di conquista. –

Dentro un altro piú profondo sospiro Berecche s’è veduto lontano lontano, con tutta l’Europa, retro spinto nelle caligini d’una favolosa preistoria. Poco dopo è sorto in piedi e s’è licenziato bruscamente dagli amici per ritornarsene a casa.

DI SERA, PER VIA

Berecche abita in una traversa remota in fondo a via Nomentana.

In quella traversa appena appena tracciata e ancor senza fanali sorgono soltanto tre villini, a manca, costruiti di recente; a destra è una siepe campestre che cinge terreni ancora da vendere e da cui spira, nell’umidor della sera, un fresco odore di fieno falciato.

Meno male che uno dei tre villini è stato acquistato da un vecchio prelato molto ricco che vi abita con tre nipoti, zitelle appassite, le quali a turno sul far della sera montano su una scaletta a mano per accendere un lampadina innanzi alla Madonnina di porcellana azzurra e bianca, collocata da circa un mese a uno spigolo del villino.

Di notte, quel lampadina pietoso stenebra la traversa solitaria.

Ci si sta come in campagna; e come in campagna aperta si sente nel silenzio il fragorìo lontano dei treni notturni. Dietro il cancello dei villini, a ogni rumor di passi, i cani s’avventano con furibondi latrati. Ma almeno Berecche può godersi un po’ d’aperto, davanti, e la quiete.

Dalle quattro finestre a pianterreno può vedere in un’ampia plaga di cielo le stelle, con le quali conversa a lungo le notti nei suoi ozii di tranquillo pensionato. Le stelle e la luna, quando c’è. E, sotto la luna, i pini e i cipressi di Villa Torlonia. Ha un pezzo di giardinetto anche lui, di sua esclusiva pertinenza, con una fontanella, il cui chioccolio nei notturni silenzii gli è caro.

Ma la moglie, ahimè, le due figliuole che gli son rimaste in casa, l’unico figlio maschio, già studente di lettere all’Università, la serva, e ora anche il fidanzato della maggiore delle figliuole, non sentono affatto la poesia della solitudine, del cielo stellato, della luna sopra i cipressi e i pini della villa patrizia, e sbuffano o sbadigliano lamentosamente come cani affamati, al monotono, perpetuo chioccolio di quella deliziosa fontanella. Sembra loro di star lì come relegati, in esilio. Ma Berecche – metodo, metodo, metodo tien duro, e ha rinnovato l’affitto per tre anni.

Ora l’incubo della distruzione generale, che spegnerà ogni lume di scienza e di civiltà nella vecchia Europa, gli si fa su l’anima piú grave e opprimente quanto piú egli s’affonda nel bujo della via remota e deserta, sotto la quadruplice fila dei grandi alberi immoti.

Come sarà, quale sarà la nuova vita, quando lo spaventoso scompiglio sarà freddato nelle rovine? Con quale anima nuova ne uscirà lui, a cinquantatrè anni?

Altri bisogni, altre speranze, altri pensieri, altri sentimenti. Tutto muterà per forza. Ma non questi grandi alberi, intanto, che non hanno per loro fortuna né pensieri né sentimenti! Mutata l’umanità attorno a loro, essi resteranno gli stessi alberi, tali e quali.

Ahi ahi, ha una gran paura Federico Berecche che ormai non gli verrà fatto di mutare, neanche a lui piú, nel fondo del cuore, qualunque cosa sia per accadere nel tempo che ancora gli avanza. S’è abituato a conversar con le stelle, ogni notte; e, al freddo lume di esse, i sentimenti terreni gli si sono come rarefatti dentro. Non si direbbe, perché la volontà di vivere esteriormente, in quel certo suo modo metodico, tedesco, s’appalesa ancora in lui tenace. Ma in fondo è stanco e triste, di una tristezza che gli eventi del mondo difficilmente potranno alterare.

Vincano i Francesi, i Russi e gl’inglesi, o vincano i Tedeschi e gli Austriaci; sia o no l’Italia trascinata anch’essa alla guerra, venga la miseria e lo squallore della sconfitta o tripudii frenetica la vittoria per tutte le città della penisola; si trasformi la carta geografica dell’Europa; non cangerà mai – questo è certo – il malanimo, il chiuso rancore di sua moglie contro di lui, il rammarico della sua vita tramontata senz’alcun ricordo di vera gioja. E nessuna potenza umana o divina potrà ridar la luce degli occhi alla sua piú piccola figliuola, da sei anni cieca.

Ora, rientrando in casa, la ritroverà seduta in un angolo della saletta da pranzo, con le mani ceree su le gambe, la testina bionda appoggiata al muro, e poiché dal visino spento non si conoscerà se dorma o sia sveglia, le chiederà come ogni sera:

– Dormi, Ghetina? –

E Margheritina senza rimuovere il capo dal muro, gli risponderà:

– No, papà, non dormo...

Non parla mai, non si lamenta mai, pare che dorma sempre; forse non dorme mai.

Berecche, proseguendo la via, sotto i grandi alberi, si raschia la gola, perché, da uomo forte, educato alla tedesca, non vuol lasciarsela serrare dall’angoscia. Ma tutti vivono nella luce; lui stesso vive nella luce e può darsi pace, mentre c’è questa cosa orribile nella vita: che la sua figliuola vive nel bujo, sempre, e sta lì, in silenzio, con la testina appoggiata al muro, in attesa di morire: un attesa che durerà chi sa quanto.

Un’altra vita: altri pensieri, altri sentimenti. Già, sì! Carlotta, la figliuola maggiore, ha lasciato da un anno i corsi universitarii perché s’è fidanzata con un bravo ragazzo della Valle di Non nel Trentino, laureato appena da un anno in lettere e filosofia all’Università di Roma; bravo ragazzo, di animo acceso, di nobili sentimenti e pieno di buona volontà; ma ancora senza stato; e ora piú che mai incerto dell’avvenire. Tre dei suoi fratelli, a San Zeno, sono stati richiamati sotto le armi. Il padre è capocomune di San Zeno. Quei tre poveri fratelli non han potuto perciò sottrarsi all’obbligo odioso di combattere per l’Austria e chi sa, se le cose per noi si mettono male, fors’anche contro l’Italia, domani. Che orrore! Lui, intanto, non s’è presentato all’appello, e addio dunque Valle di Non, addio San Zeno, addio vecchi genitori: disertore di guerra, domani, se preso, sarebbe impiccato o fucilato alla schiena. Ma spera che l’Italia... chi sa! Correrebbe volontario, anche a costo di trovarsi a combattere contro quei suoi disgraziati fratelli. Insieme con Faustino correrebbe.

Berecche torna a raschiarsi piú forte la gola fino a stracciarsela, al pensiero che Faustino, il suo unico maschio, il suo prediletto, che per fortuna quest’anno

non è ancora di leva, andrebbe ad arruolarsi volontario insieme col futuro cognato. Egli non potrebbe piú dirgli di no; ma perdio – maledetta la gola! maledetto l’umido della notte! – con tutti i suoi cinquantatrè anni sonati, con tutta quella carnaccia che gli s’è appesantita addosso, andrebbe ad arruolarsi anche lui, allora, per non lasciare andar solo Faustino, per non morir di terrore una volta al giorno, a ogni annunzio di battaglia, sapendo Faustino in mezzo al fuoco: sissignori, anche lui Berecche andrebbe, volontario col pancione, anche... anche contro i Tedeschi, sissignori!

Eccola... eh, eccola subito già, l’altra vita! La guerra, col figliuolo giovinetto da un lato e, dall’altro lato, l’altro figliuolo nuovo, alla conquista delle terre irredente. Chi sa? Forse domani.

Berecche è arrivato; volta a destra; imbocca la traversa solitaria. Ecco nel bujo fitto il lumino rosso innanzi alla Madonnina. Miracoli dell’altra vita. Si ferma Berecche innanzi a quel lumino; si scopre, non visto da nessuno, per dire qualcosa a quella Madonnina.

E abbaino, abbaino pure, furibondi, dietro i cancelli, i cani.

LA GUERRA SULLA CARTA

Berecche ricorda. Quarantaquattr’anni fa. Bandierine francesi e bandierine prussiane – quelle sole, allora – infisse come ora con gli spilli su la carta geografica distesa su un tavolino della saletta da pranzo. Teatro della guerra. Che bel giuoco per lui, ragazzo allora di nove anni!

La rivede come in sogno quella saletta gialla da pranzo della casa paterna, coi lumi a petrolio, d’ottone, e i paralumi di mantino verde; tante casse in giro coperte da pancali di drappo a fiorami; un canterano panciuto di qua, una mensola di là, e due cantoniere agli angoli, con cestelli di frutta di marmo colorate e fiori di cera sui palchetti; su quella a sinistra, un orologetto di porcellana che figurava un mulino a vento, suo amore, con una delle ali rotte.

Attorno a quel tavolino che ora, unico decrepito superstite, nascosto da un tappetino nuovo, è in camera del suo figliuolo, rivede suo padre e alcuni amici discutere sulla guerra franco – prussiana. Farsetti sgarbati, abbottonati fino al collo e calzoni larghi, a tubo. Baffi insegati e moschetta alla Napoleone III o barba a collana alla Cavour. Curvi su quella carta geografica, segnavano col dito la via degli eserciti, secondo le indicazioni e le previsioni degli scarsi e tardivi giornali d’allora, e parlavano accesi, e nessuno lasciava quieto su questa o quella traccia il dito dell’altro. Un altro dito, e poi un altro, e un altro: ciascuno voleva metterci il suo. E ognuno di quei diti – ricorda – ai suoi occhi infantili assumeva subito una strana personalità: quello, tozzo e duro, si piantava ostinato su un punto; l’altro, nervoso e spavaldo, gli fremeva davanti per passare da quello stesso punto: ed ecco il terzo, un ditino mignolo storto, sopravveniva di straforo, in ajuto di questo o di quello, e s’insinuava tra quei due che si scostavano per dargli passo. E che grida, e che sbuffi, che esclamazioni o stridule risate su tutte quelle dita, tra una nuvola di fumo! Di tanto in tante, un nome che tonava come una cannonata:

– Mac Mahon! –

Berecche sorride al lontano ricordo, poi aggrotta le ciglia e resta assorto, con le mani a pugno chiuso sui ginocchi discosti. Considera la carta geografica che gli sta davanti, era, con tante bandierine di tanti colori. Con tutte queste bandierine variopinte, se potesse venir fuori dal ricordo, lì nello scrittojo, innanzi a lui vecchio, il ragazzetto di nove anni che giocava allora alla guerra, chi sa come si divertirebbe al nuovo giuoco piú grande, piú vario e complicato! Belgio, Francia, Inghilterra, di qua, contro la Germania; contro la Russia di là, nella Prussia orientale, in Polonia di giú, contro l’Austria, la Serbia e il Montenegro e contro l’Austria, ancora, la Russia, piú su, in Galizia.

Che matta voglia avrebbe il ragazzetto di nove anni di far passare di corsa, sorvolare sul Belgio quelle bandierine tedesche tra gli inchini ossequiosi delle bandierine belghe; in quattro salti farle arrivare a Parigi; piantarne lì un pajo, vittoriose, e in altri quattro salti farle tornare indietro e avventarle contro la Russia insieme con quelle austriache!

Così, così – è incredibile – come nel giuoco avrebbe fatto lui ragazzetto di nove anni, hanno pensato sul serio di poter fare i Tedeschi, ora, dopo quarantaquattro anni di preparazione militare! Sul serio hanno pensato che il Belgio neutrale potesse lasciarsi invadere quietamente e lasciarli passare senza opporre la minima resistenza, a Liegi, a Namur, per dar tempo alla Francia impreparata di raccogliere gli eserciti e all’Inghilterra di sbarcare le sue prime milizie ausiliarie: così!

Gli amici della birreria strillano ogni sera come aquile contro l’iniqua invasione e gli atti di selvaggia ferocia; lui Berecche non insorge, sta zitto, pur sentendosi divorare dentro dalla rabbia, perché non può gridar loro in faccia, come vorrebbe:

– Imbecilli! che strillate! È la guerra! –

Non insorge, e ingozza, perché è sbalordito. Sbalordito non di quella invasione, non di quegli atti di ferocia, ma della colossale bestialità tedesca. Sbalordito.

Dall’altezza del suo amore e della sua ammirazione per la Germania, cresciuti smisuratamente con gli anni, questa colossale bestialità è precipitata come una valanga a fracassargli tutto: l’anima, il mondo quale se lo era a mano a mano, dai nove anni in su, tedescamente costruito, con metodo, con disciplina, in tutto: negli studii, nella vita, nelle abitudini della mente e del corpo.

Ah, che rovina! Il ragazzetto di nove anni era cresciuto, cresciuto; era il suo amore, era la sua ammirazione; diventato un gigante florido e prosperoso, che sapeva tutto meglio degli altri, che faceva tutto meglio degli altri, ecco, dopo quarantaquattro anni di preparazione, si rivelava un bestione: forzuto, sì, dalle mani e dalle zampe bene addestrate e poderose; ma che pensava sul serio di poter giocare alla guerra ancora come un ragazzaccio feroce di nove anni, o come se al mondo ci fosse lui solo e gli altri non contassero per nulla: in quattro salti passare a traverso il Belgio e andare a piantar le bandierine, un pajo, su Parigi, e poi via, di corsa, in altri quattro salti, su Pietroburgo e su Mosca. E l’Inghilterra?

– Incredibile! incredibile! –

Nello sbalordimento Berecche non finisce piú di esclamare così, non trova piú da dir altro:

– Incredibile! –

E con le mani si gratta la testa e sbuffa, e le bandierine, qualcuna vola, altre si piegano, altre s’abbattono su la carta geografica.

Lì tappato nel suo studio, che nessuno lo vede, Berecche si sente voltare il cuore in petto al ricordo di ciò ch’egli intendeva per metodo tedesco, al tempo dei suoi studii, al ricordo delle sodisfazioni ineffabili che esso gli dava quando con gli occhi stanchi della faticosa paziente interpretazione dei testi e dei documenti, ma con la coscienza tranquilla e sicura d’aver tenuto conto di tutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla, di non aver trascurato nessuna ricerca utile e necessaria, palpeggiava, la sera, rincasando dalle biblioteche, là sul tavolino da studio, il tesoro dei suoi schedarii voluminosi. E tanto piú si sente sanguinare il cuore, in quanto ora avverte con sordo livore, che per le sodisfazioni che gli dava quel metodo egli, sotto sotto, commetteva la vigliaccheria di non dare ascolto a una certa voce segreta della sua ragione insorgente contro alcune affermazioni tedesche, che offendevano in lui non soltanto la logica ma anche, in fondo in fondo, il suo sentimento latino: l’affermazione, per esempio, che ai Romani mancasse il dono della poesia; e, accanto a questa affermazione, la dimostrazione che poi fosse leggendaria tutta la prima storia di Roma. Ora, o l’una cosa o l’altra. Se leggendaria, cioè finta, quella storia, come negare il dono della poesia? O poesia o storia. Impossibile negare l’una e l’altra cosa. O storia vera, e grande; o poesia non meno grande e vera. E con questo, gli tornano ora alla mente le parole del vecchio Goethe dopo aver letto i due primi volumi della Storia romana del Niebuhr, fino alla prima guerra punica:

– Finora credevamo alla grandezza d’una Lucrezia, d’un Muzio Scevola; perché annientare con piccoli ragionamenti la grandezza di simili figure? Se i Romani furono così grandi da credersi capaci di tali cose, non dovremmo noi essere almeno così grandi da prestar loro fede? –

Goethe, Schiller, e prima Lessing, e poi Kant, Hegel... Ah, quand’era piccola, quando ancora non era, la Germania, questi giganti! E ora, gigante, ecco qua, s’è buttata, pancia a terra, con le mani afferrate sotto il petto e un gomito qua, sul Belgio e in Francia, l’altro là su la Russia in Polonia:

– Smovetemi, se siete capaci! –

Quanto resisterà il bestione così piantato?

– Oh bestione, sono tanti! sono tanti! E tu contavi di sbrigarti in due zampate! Hai sbagliato! Non hai visto niente; non hai vinto subito; ti sei buttato così a terra puntando le gomita di qua e di là; potrai resistere a lungo? oggi o domani ti smoveranno, ti slogheranno, ti faranno a pezzi! –

Berecche balza in piedi congestionato, ansante, come se avesse fatto lo sforzo di smuovere da terra il bestione.

LA GUERRA IN FAMIGLIA

Che avviene di là?

Strilli, pianti, nella saletta da pranzo. Berecche accorre; vi trova il fidanzato della figliuola maggiore, il dottor Gino Viesi della Valle di Non nel Trentino, pallido, con gli occhi pieni di lagrime e una lettera in mano.

– Notizie?

– I fratelli! – grida Carlotta, fremente, guatandolo con occhi rossi di pianto, ma feroci.

Gino Viesi gli mostra senza guardarlo la lettera che gli trema in mano.

Due dei tre fratelli, Filippo di 35 anni, padre di quattro bambini, Erminio di 26, sposo da pochi giorni, richiamati dall’Austria sotto le armi e mandati in Galizia... Ebbene? – Nessuno risponde.

– Tutti e due? Morti? –

Il giovane, riassalito da un impeto di pianto, prima di nascondere il volto, fa cenno – uno – con un dito.

– Uno è certo, – dice a Berecche piano, con astio, anzi con rancore, la moglie, mentre Carlotta si alza per sorreggere il fidanzato e piangere con lui.

– Erminio? –

La moglie, dura, tozza, scapigliata, scuote il capo: no.

– L’altro? Il padre di quattro figliuoli? –

Gino Viesi scoppia in piú forti singhiozzi su la spalla di Carlotta.

– Ed Erminio? –

La moglie soggiunge, urtata:

– Non si sa: scomparso! –

Margherita, la cechina, occhi per vedere come piangano gli altri, con quali aspetti (un aspetto, quello di Gino, fidanzato della sorella, che chiama anche lei Gino, non sa neppur come sia), occhi per vedere, no, ma per piangere, sì, li ha ancora; e piange in silenzio, lagrime che ella non vede, che nessuno vede, là nel suo cantuccio, appartata.

– E nemmeno uno grida per noi! – prorompe alla fine Gino Viesi, levando il capo dalla spalla di Carlotta e facendosi innanzi a Berecche. – Nemmeno uno grida per noi! Nessuno fa niente! Li hanno mandati tutti al macello, i trentini e i triestini! E qua tutti voialtri sapete che il sentimento nostro è il vostro stesso e che là vi si aspetta, lo sapete! Ma nessuno ora prova in sé lo strazio di vedere strappati a questo stesso vostro sentimento i fratelli nostri, e mandati là al macello! Nessuno, nessuno... E quei pochi che siamo qua di Trento e di Trieste, siamo come spatriati in patria; e per miracolo lei, lealista, non mi grida che il mio posto sarebbe là, a combattere e a morire per l’Austria con gli altri miei fratelli!

– Io? – esclama Berecche, trasecolato.

– Lei, tutti! – incalza il giovine nella furia del dolore. – Ho veduto, ho sentito; non ve ne importa nulla; dite che non val la pena che l’Italia si muova per aver Trento, che forse l’Austria le darà un giorno pacificamente, per aver Trieste che non vuole essere italiana... Non dite Così? Lo dite e lo sentite! E perciò ci avete fatto calpestare, sempre; e non siete stati mai buoni d’ottenerci nulla! –

Gino Viesi è giovine e addolorato; così, col bel volto in fiamme e il bel ciuffo biondo scomposto, non può intendere che nulla irrita tanto quanto il porre innanzi, in certi momenti, e il far gridare un sentimento che è il nostro stesso in segreto, ma che noi vogliamo tener nascosto dentro, soffocato ancora da certe ragioni che ci si sono già scoperte false; queste ragioni allora s infiammano del sentimento che, pur essendo nostro, ci vediamo opposto come nemico, e ci vediamo tratti a difendere ciò che in fondo stimiamo falso e ingiusto.

Questo avviene ora a Berecche. Irritato, grida al giovine:

– Ma che vorresti? che l’Italia impedisse all’Austria in guerra di mandare contro la Russia e contro la Serbia i trentini e i triestini? Finché state sotto di lei, è nel suo diritto!

– Ah, sì! dice diritto, lei? – grida a sua volta Gino Viesi. – E dunque, se questo è il diritto dell’Austria legittimo, io, secondo lei, che faccio? manco ai miei doveri, io, standomene qua? Dobbiamo andar tutti a morire per l’Austria, è vero? Lo dica! lo dica! Diritto... ma sì, quello del padrone che manda a scudisciate gli schiavi dove gli pare e piace! Ma chi ha mai riconosciuto all’Austria il diritto di tenere sotto di sé Trento, Trieste, l’Istria, la Dalmazia? Se lei stessa, l’Austria, sa di non averlo questo diritto! Sì, tanto è vero che fa di tutto per sopprimerci, per cancellare ogni vestigio di italianità da quelle terre nostre! L’Austria, sì, lo sa; e voi no, voi che la lasciate fare! E ora di fronte a una guerra che subito, dal principio s’è presentata come volta ai danni nostri, contro gl’interessi nostri, ora la neutralità, è vero? il partito da prendere, e non le armi per la liberazione nostra e la difesa di quegli interessi, là appunto dove prima l’Austria ha cominciato a minacciarla?

– Ma la neutralità... – si prova a opporre Berecche.

Gino Viesi non gli lascia il tempo di proseguire:

– Sì, benissimo, per voi! – soggiunge. – Perché nessuno poteva venire qua a costringervi a marciare e a combattere contro il sentimento vostro e i vostri interessi! Ma avete pensato a noi di là, che dovremmo essere appunto questo sentimento vostro, che siamo appunto ciò che chiamate «i vostri interessi»? Noi di là ci avete lasciati prendere, con la vostra neutralità, e trascinare al macello; e dite ancora ch’era il diritto dell’Austria, questo; e nessuno grida per il sangue dei miei fratelli uccisi! Gridano tutti, invece Viva il Belgio! qua, Viva la Francia! Or ora, venendo, le ho incontrate le colonne dei dimostranti per le vie di Roma. Un delirio!

– E Faustino? – domanda a un tratto Berecche rivolto alla moglie.

– Là, pure lui, coi dimostranti! – risponde subito Gino Viesi. – Viva il Belgio, viva la Francia!

Berecche, furibondo, appunta minacciosamente l’indice contro la moglie:

– E tu me lo lasci scappare di casa? E non me ne dici niente? Ma che sono diventato io qua? Si rispettano così, adesso, le mie idee, i miei sentimenti? Lo dico a te e lo dico a tutti! Ah sì? Viva il Belgio, viva la Francia... Ma la vorrò vedere io, domani, la Francia quando con l’ajuto degli altri avrà vinto! Domani addosso a noi di nuovo, il galletto, quando avrà rialzato la cresta vittoriosa, con l’ajuto degli altri... Imbecilli! imbecilli! imbecilli! –

E Berecche, dopo questa sfuriata, scappa a rinchiudersi nel suo studio, tutto sconvolto e tremante della violenza che ha dovuto fare a se stesso.

Ah, che cosa... che cosa... ah Dio, che cosa...

Crollato tutto, dentro. Ma può forse permettere che gli altri se n’accorgano? La Germania, fino a jeri, è stata il suo prestigio, la sua autorità in casa; è stata tutto per lui, la Germania, fino a jeri. E ora... ecco qua: ora, ogni mattina, la moglie – anche questo! – appena la serva ritorna dalla spesa giornaliera, lo investe, domanda conto e ragione a lui di tutti i viveri rincarati – di tanto il pane, di tanto la carne, di tanto le uova – come se la avesse voluta lui, mossa lui, la guerra! Col cuore esulcerato, con la rovina dentro, gli tocca anche d’affogare in tutte queste volgarità della moglie, che per miracolo non lo vuole anche responsabile del pericolo a cui Faustino è esposto, d’esser chiamato prima del tempo sotto le armi e mandato a combattere, se l’Italia sarà anch’essa trascinata in guerra! Non rappresenta forse la Germania, lui, in casa; la Germania che ha voluto la guerra?

E sissignori, per il suo prestigio in famiglia, deve seguitare ancora a rappresentarla, se no... Se no, che Cosa? Ecco il bel risultato: il figliuolo che gli scappa di casa e va a gridare con gli altri imbecilli per le vie di Roma Viva la Francia; e quell’altro povero giovine di là, a cui hanno ucciso due fratelli, che lo accusa della neutralità dell’Italia e del macello dei trentini e dei triestini sotto Leopoli!

Ah, Germania infame, infame, infame! Non ha previsto neanche male, questa tragedia nel cuore di tanti e tanti, che in Italia e anche in altri paesi, con così duro sforzo e amari sacrifizii, soffocando tanti sbadigli, ingozzando tanta roba indigesta, erudizione, musica, filosofia, s’erano educati ad amarla e a far professione di questo amore! Germania infame, ecco, così adesso ripaga le sue vittime, dell’amore e dell’ammirazione professati a lei per tanti anni.

Berecche, non potendo far altro, la tempesterebbe di colpi di spillo, là, di nascosto, su la carta geografica, con tutte le bandierine francesi, inglesi, belghe, russe, serbe e montenegrine!

LA GUERRA NEL MONDO

S’è fatto sera. Ma egli resta al bujo nel suo studio e passeggia con una mano su la bocca, guardando di tanto in tanto l’estremo barlume del crepuscolo ai vetri delle due finestre. Scorge da una il lampadina rosso già acceso innanzi alla Madonnina del villino dirimpetto; aggrotta le ciglia e si appressa alla finestra. Vede allora, al lume della grossa lampada che si projetta nel vestibolo, uscire di casa e attraversare il giardino sua moglie con Margheritina per mano.

Va, che non pare, la piccola cara. Quasi non pare, se non si sapesse. Almeno a guardarla così di dietro. Forse perché si fida della mano che la guida. Solo, a osservarla attentamente, tiene la testina un pochino rigida sul collo, e le spallucce un pochino rialzate. La ghiaja non stride sotto i suoi piedini, perché l’anima è levata per non toccare quel che non vede, e il corpicciuolo quasi non pesa.

Ma dove va con la mamma a quest’ora? E Faustino, come non è ancora rincasato’ Sarà andato via Gino Viesi?

Berecche si reca a far tutte queste domande a Carlotta. Nella saletta da pranzo non c’è piú nessuno. Carlotta s’è chiusa nella sua stanza e seguita a piangere, anch’essa al bujo; risponde alle domande col tono secco e sgarbato della madre: – Gino? Andato via. – Faustino? Che ne sa lei? – La mamma? Con Ghetina, da Monsignore, per la novena.

Da tre sere, nel villino di Monsignore dirimpetto, si fanno preghiere per il Papa che sta male, per il Papa che muore.

Berecche rientra nello studio, si riappressa alla finestra e guarda il villino dirimpetto, con l’animo ora oscurato e compreso di cordoglio per questo Papa, santo vecchio paesano, cui solo la schiettezza grande della fede fa degno del gran seggio. Ah, chi piú di lui, Pio veramente, volle richiamar Cristo nel cuore dei fedeli; E muore in mezzo a tanta guerra, ucciso dal dolore di tanta guerra. Certo, sul suo letto di morte, egli non dirà, come forse dice piano qualcuno accanto a lui, che questa guerra è per la Francia la retribuzione giusta di Dio per i suoi torti verso la Chiesa. Piú nefandi peccatori per lui sono certo quegli altri che hanno osato chiamar Dio a proteggere la marcia e la carneficina dei loro eserciti e il segno della divina protezione hanno osato vedere ed esaltare nelle atrocità delle loro vittorie Egli non ha detto piú nulla; con orrore ha ritratto la mano, che altri voleva levata a benedire questa scelleraggine mostruosa; e s’è chiuso nel dolore che l’uccide.

Lume maledetto della ragione! Ragione maledetta, che non sa accecarsi nella fede! Lui Berecche vede, o crede di vedere con questo lume tante cose che gl’impediscono ora di pregare con la sua piccola figliuola Margherita, cieca nella cieca fede, per il Papa buono che muore. Ma è contento, sì, ch’ella preghi di là, la sua Margheritina; è contento che una parte di lui, così angosciosamente amata, priva di quel suo lume di ragione, cieca preghi di là per il buon Papa che muore. Gli sembra veramente che con le pallide gracili mani di quella sua piccola cieca, giunte nella preghiera, egli, della sua anima che per sé non sa pregare, dia adesso qualcosa quel che può – in suffragio del buon Papa che muore.

Intanto, si fanno le otto della sera; poi le nove, poi le dieci, e Faustino ancora non rincasa.

La madre, ritornata da un pezzo con Ghetina dal villino di Monsignore e la sorella Carlotta sono entrate piú volte nello studio a manifestare la loro costernazione, a scongiurarlo a mani giunte di muoversi, d’andare in cerca di lui, per sapere almeno se qualche disgrazia, Dio liberi, non sia accaduta con quelle maledette dimostrazioni.

Berecche le ha cacciate via, furente, ha gridato loro in faccia di non volersi muovere perché di quel mascalzoncino là non gliene importa piú nulla, non lo considera piú come suo figliuolo, e se l’hanno calpestato, ferito, arrestato, piacere, piacere, piacere.

Finalmente, poco dopo le dieci e mezzo, Faustino rincasa, con addosso una gran paura del padre, ma pure acceso e vibrante ancora di quanto gli è accaduto. Lo hanno arrestato. Ma vibra di sdegno, di nausea, per l’ira dei soldati, ah, per fortuna pochi, che lo hanno arrestato, malmenandolo e gridandogli:

– Vigliacco, fai così perché non dovrai andarci tu, domani, alla guerra!

E ora lui vuole andarci, vuole andarci, vuole andarci alla guerra, per dare a quei soldati che lo hanno arrestato una degna risposta.

– Zitto! – gli grida la madre piú scarmigliata che mai. – Se tuo padre ti sente di là! –

Ma Berecche non si muove dallo studio. Non vuoi vederlo. Alla moglie che viene ad annunziargli che è ritornato, ordina di dirgli che non s’arrischi a farsi vedere. Poco dopo, Carlotta sporge il capo dall’uscio:

– La cena è pronta. Fausto è in camera sua.

– Resto io, qua! Mi porti qua da cena la serva. Non voglio veder nessuno! –

Ma non può cenare. Ha un nodo alla gola, piú di rabbia che d’angoscia. A poco a poco però comincia a calmarsi, a cadere quasi in un letargo grave, attonito, a lui ben noto. È la ragione filosofica, che pian piano, come si fa sera, riprende in lui il predominio.

Berecche si alza, s’appressa alla finestra piú vicina, siede e si mette a guardare le stelle.

Le vede per gli spazii senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazii di cui non si sa la fine. Va granellino infimo, gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che da quel granellino lì credono sul serio di potere dettar legge a tutto quanto l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche nei loro affari piú tristi, nelle loro stolide guerre. Se nei cieli si sapesse, che in quest’ora del tempo che non ha fine questi milioni e milioni d’esseri impercettibili, in questo striscio di tenne barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri. C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? che tutto s’inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine’ e che su questo stesso granellino, domani, tra mille anni, non sarà piú nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch’era ci sembra immane e formidabile?

Ricorda Berecche com’egli insegnava, or son pochi anni, la storia ai suoi alunni di liceo: – Intorno al 950, ridotti in obbedienza i Danesi che gli si erano ribellati, passò Ottone in Boemia a combattere il duca Bodeslao, ch’erasi costituito indipendente, e spintosi fin davanti a Praga costrinse quel duca a ritornare vassallo del germanico regno. Nel tempo stesso il fratel suo Enrico usciva in campo contro gli Ungari e li cacciava oltre la Theiss togliendo loro le conquiste fatte sotto il regno di Lodovico il Bimbo...

Domani, tra mille anni, un altro Berecche professore di storia dirà ai suoi alunni, che intorno al 1914 c’erano ancora potenti e fiorenti nel centro d’Europa due imperi: uno detto di Germania, su cui sedeva un Guglielmo II d’una dinastia scomparsa, che pare fosse detta degli Hohenzollern; e detto, l’altro, impero d’Austria, su cui sedeva vecchissimo un Francesco Giuseppe della dinastia degli Absburgo. Erano questi due imperatori tra loro alleati e forse entrambi, almeno a quanto si suppone per certi dati, benché a lume di logica non paja verosimile, alleati anche col re d’Italia, un Vittorio Emanuele Terzo della dinastia di Savoia, il quale però, almeno in principio, mancò alla guerra che quell’imperatore di Germania, togliendo – pare – a pretesto l’uccisione per mano dei Serbi di un tal Francesco Ferdinando arciduca ereditario d’Austria, stupidamente mosse contro la Russia, la Francia e l’Inghilterra, allora anche esse alleate tra loro e potentissime, una segnatamente, l’Inghilterra, padrona in quel tempo dei mari e d’innumerevoli colonie.

Così, tra mille anni – pensa Berecche – questa atrocissima guerra, che ora riempie d’orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste migliaja e migliaja di esseri oscuri, che ora scompajono travolti in essa, ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e questo cielo sfavillante di stelle nell’anima e la propria casetta lontana lontana, e i proprii cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse, ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani. Quanti, feriti non raccolti, morenti su la neve, nel fango, si ricompongono in attesa della morte e guardano innanzi a sé con occhi pietosi e vani, e piú non sanno vedere la ragione della ferocia che ha spezzato sul meglio, d’un tratto, la loro giovinezza, i loro affetti, tutto per sempre, come niente! Nessun cenno. Nessuno saprà. Chi le sa, anche adesso, tutte le piccole, innumerevoli storie, una in ogni anima dei milioni e milioni di uomini di fronte gli uni agli altri per uccidersi? Anche adesso, poche righe nei bollettini degli Stati Maggiori: – s’è progredito, s’è indietreggiato; tre, quattro mila tra morti, feriti e scomparsi. E basta.

Che resterà domani dei diarii della guerra su per i giornali, ove una minima parte di queste piccole innumerevoli storie sono appena, in brevi tratti, accennate

Quei galletti, quei galletti che all’alba cantavano a Belgrado deserta e bombardata dai cannoni austriaci, al principio della guerra... Oh, cari galletti, ecco, di qui a mill’anni Berecche, se potesse ritornare al mondo a insegnare la storia di mill’anni addietro, quando ogni memoria dei fatti che ora ci sembrano enormi sarà cancellata e tutta questa immane guerra sarà per gli uomini venturi ristretta in poche righe, ecco, di voi, cari galletti, vorrebbe ricordarsi Berecche e dire che voi cantavate all’alba, a Belgrado, come se nulla fosse, tra le bombe che scoppiavano su le case deserte, fumanti.

No: questa non è una grande guerra; sarà un macello grande; una grande guerra non è perché nessuna grande idealità la muove e la sostiene. Questa è guerra di mercato: guerra d’un popolo bestione, troppo presto cresciuto e troppo faccente e saccente, che ha voluto aggredire per imporre a tutti la sua merce e, bene armata e azzampata, la sua saccenteria.

Con quest’ultima considerazione Berecche si leva; passeggia, aggrondato, ancora un po’ per lo studio; poi esce sul corridojo; vede accostato l’uscio della camera del suo figliuolo; stende una mano e pian piano lo schiude. Faustino è a letto, con le coperte tirate fin sotto il naso; ma ha gli occhi sbarrati nel bujo della cameretta, accesi ancora e brillanti di sdegno. Subito, vedendo entrare il padre, li chiude e finge di dormire placidamente.

Berecche lo guata, accigliato; tentenna il capo, vedendo in giro la cameretta in disordine; poi, con le mani in tasca, avviandosi per uscire, dice piano, strascicato, con un tono apparentemente di derisione per il figliuolo, ma che in realtà esprime il suo sentimento cangiato:

– Viva,., già! viva il Belgio.., viva la Francia... –

IL SIGNOR LIVO TRUPPEL

Teutonia, la primogenita, che la madre finché la ebbe con sé chiamò sempre Tonia, come del resto lei stessa ha voluto sempre esser chiamata dalle due sorelle piú piccole e dal fratello e poi anche dal marito, è da tre anni fuori di casa, sposa del signor Livo Truppel, ottima pasta d’uomo, alieno dalla politica, oriundo svizzero tedesco, ma ormai non piú svizzero e tanto meno tedesco.

Non se l’è mica dato né scelto da sé, il signor Truppel, quel cognome; gli è venuto da suo padre, morto a Zurigo da tanti anni; e non ci tiene.

Forse lì a Zurigo, chiamarsi Truppel voleva dire qualche cosa; ma fuori del paese natale, cioè fuori delle relazioni, parentele e conoscenze, che cos’è piú un cognome? Per uno sconosciuto, tanto vale chiamarsi Truppel quanto chiamarsi in un altro modo qualsiasi. Se non fosse per aver le carte in regola...

Il signor Livo, per conto suo, dentro di sé, si conosce un’anima pacifica, senza cognome, senza stato civile, né nazionalità; un’anima per due occhi aperta qua, come altrove, all’inganno delle cose che certamente non sono come appajono, se un po’ si vedono in un modo e un po’ in un altro, a seconda dell’animo e degli umori. Egli fa di tutto per non alterarselo mai, il suo modo, e si contenta di poco, perché quel poco sa gustarselo in pace e con saggezza, come gli innocenti piaceri della natura, la quale, a dir vero, è una di tutti e non sa né di patrie né di confini.

Candido com’è, e di tenero cuore, al signor Truppel piacciono specialmente le giornate di nuvole chiare, quelle dopo le piogge, quando c’è sapore di terra bagnata e nell’umida luce l’illusione delle piante e degli insetti, che sia di nuovo primavera. Di notte, guarda quelle nuvole che dilagano su le stelle e le annegano per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d’azzurro. Guarda anche lui, come il suocero, quelle stelle; sogna senza sogni, e sospira.

Di giorno, il signor Truppel si considera un bravo uomo nella vita. Un brav’uomo, così, e basta. Non già a Roma, cioè in Italia, o altrove: no, nella vita. Così, e basta. Anzi, propriamente, un bravo orologiajo, nella vita.

Tutto circoscritto nei limiti del suo banco ricoperto di candida tela cerata dietro la vetrina della sua bottega in via Condotti, s’incastra nell’occhio destro il monocolo a cannoncino e, curvo su la pinzetta fissata al banco, prova e riprova con inesauribile pazienza sul pezzo da accomodare i tanti piccoli attrezzi del suo pazientissimo mestiere, lime, seghe e calibri, nel silenzio trapunto dall’assiduo acuto sottile pulsare dei cento orologi.

Non gli passa minimamente per il capo, nell’adoperare con infinita delicatezza quegli esili strumentini sul fragile congegno complicato degli orologi, che in quello stesso momento, altrove, per tanta parte d’Europa, uomini come lui a milioni ben altri istrumenti adoperano, fucili, cannoni, bajonette, bombe a mano, per un lavoro ben diverso di questo suo, d’accomodare orologi; e che il silenzio vibrante qua attorno a lui dall’acuzie di quel ticchettio continuo, appena percettibile, è straziato altrove dall’orrendo rimbombo d’obici e di mortai.

Il suo mondo, la sua vita son concentrati lì, di giorno, in una calotta d’orologio; come, di notte, sciolta ormai da quasi tutte le passioni terrene, la vita del suo spirito è assorbita nella contemplazione dell’armonia di ben altre sfere: quelle celesti.

Benché il signor Truppel paja uno stupido, si può giurare dal modo come sorride voltandosi, a richiamarlo da quelle sue celesti contemplazioni, ch’egli non considera il firmamento come un sistema d’orologeria.

E rimasto perciò propriamente come uno che caschi dalle nuvole, l’altra sera, allorché, uscito sulla strada per abbassare la saracinesca, s’è vista addosso una grossa frotta di dimostranti, la quale, passando come un uragano, s’è avventata contro la sua bottega di orologiajo e gli ha fracassato in un batter d’occhio insegna, sporti, vetrina, ogni cosa.

Passato il primo sbalordimento per il fracasso dei vetri rotti, il signor Livo Truppel non temette tanto per sì, quanto per il fratello, suo socio nell’orologeria e di natura ben altra dalla sua: ispido, cupo e bestiale.

Tondo tondo, biondo biondo, il signor Livo si buttò avanti, parando con le manine bianche grassocce, con gli occhi pieni di lagrime, quegli occhi che di solito hanno la limpida chiarità ridente dello zaffiro, a gridare a quei dimostranti ch’egli era svizzero e non tedesco, svizzero e non tedesco, svizzero, svizzero, da piú di venticinque anni in Italia, e genero di un italiano, il signor professor Berecche. Sì, a chi lo gridò? ai suoi vicini di bottega che lo conoscevano bene e sanno tutti che perla d’uomo sia. I dimostranti, fatto il danno, si erano già allontanati da un pezzo, sicurissimi d’aver compiuto un atto, se non proprio eroico, certo molto patriottico. Ma il danno, anche quello, via, roba da poco. Il guajo, il vero guajo, è stato per il fratello, che il signor Truppel credeva ancora dentro la bottega, e invece no, non c’era piú. Terteuffel!, corso dietro a quei dimostranti, imbestialito.

Orbene, questo fatto, che per il pacifico signor Truppel ha avuto l’importanza di un semplice malinteso tra lui e la popolazione romana, a causa del suo cognome tedesco (malinteso deplorevole, sì, ma da non farne poi un gran caso), certamente non sarebbe stato cagione di gravi dispiaceri in famiglia, se il fratello non avesse riconosciuto tra quella frotta di dimostranti Faustino, il suo piccolo cognato.

Il fratello, bisogna dire la verità, non gli ha imposto d’abbandonare la moglie e il tetto coniugale per seguitare a convivere con lui in una casa a parte. No, ma ha preteso e si è fatto promettere e giurare che almeno non avrebbe rimesso piede mai piú nella casa del suocero e che se il suocero verrà qualche sera da lui a visitare la figliuola egli, ove non riesca lì per lì a trovare una scusa per andarsene fuori di casa, oltre il saluto non gli rivolgerà la parola e, dopo il saluto, sputerà in terra: così!

Sputare in terra?

Sì, sputare in terra; così!

Il signor Truppel ha guardato afflittissimo per terra lo sputo del fratello, ed è stato lì lì per cavare di tasca un fazzoletto per andare a pulire.

– No! no! sputare in terra – gli ha gridato il fratello, – sputare in terra. Così! –

E ha sputato di nuovo.

Santo nome di Dio benedetto! Se non sa sputare, lui, se non sputa mai neppure nel fazzoletto, da quella brava persona che è! Sì, sì, va bene: il signor Truppel ha promesso, giurato, per placare il fratello; ma, passato il primo momento, si sa che valore hanno certe promesse e certi giuramenti anche per coloro a cui sono fatti.

Il signor Livo Truppel, intanto, per ogni buon fine si propone d’andar di nascosto in casa del suocero per scongiurarlo di non venire da lui almeno per qualche tempo.

Ma il giorno ci va, trova nella casa del suocero un tale scompiglio, e per una ragione così inopinata, che il signor Livo Truppel stima prudente tornarsene indietro senza farsi vedere da nessuno.

BERECCHE RAGIONA

Partito, partiti entrambi, scomparsi da sei giorni, Faustino e l’altro, Gino Viesi – scomparsi.

Il quartierino nella villetta fuorimano, la pace sognata per gli ultimi anni in quel ritiro quasi campestre, con la villa patrizia davanti – quella cortina di cipressi là, maledetti dalle donne come un tristo presagio di morte – ma pur belli quei cipressi a vedere, che non sanno del funebre ufficio a cui l’uomo li destina e si indorano al sole, al bel sole che entra per le quattro finestre sul giardino e si stende nelle stanze; e pur belli sotto la luna, la sera, mentre la fontanella chioccola vicino... – ah la fontanella, sì; ma chi l’ascolta più? e c’è il sole? chi lo vede? chi bada alla luna? Solo quei cipressi là maledetti, ora, si parano davanti, saltano agli occhi, ispidi, lugubri, appena la ghiaja si sente scricchiolare nel giardino sotto i passi di qualcuno.

– No... no... Il guardiano... –

E pianti, strilli, strepiti, che s’odono da lontano; fin dalla via Nomentana, s’odono – e perdio, di questi tempi il cuore d’un galantuomo!... se questa è vita! Il passante irascibile, col giornale aperto in mano, da cima a fondo occupato dalle notizie della guerra, si ferma e altri passanti fa fermare.

– Sarà una rissa? che diavolo? S’ammazzano anche per niente? –

Due, tre, non reggono alla curiosità, imboccano di corsa la traversa appena tracciata, altri due, tre, li seguono, ma perplessi; si voltano a guardare quelli rimasti su la via, meno curiosi o piú prudenti; guardano intorno (che buon odore di fieno! pare in campagna!); si risolvono, accorrono anch’essi: davanti al cancello guardano inquieti alle quattro finestre da cui quei pianti, quegli strilli, quegli strepiti s avventano. Che avviene? Nessuno si muove. Strepitano lì dentro; ma intorno tutto è tranquillo, e il guardiano della villetta, oh eccolo là, pacifico, sta a mangiare. Ma niente, dunque! Qualche disgrazia, una morte, forse?

– Ah, non si sa neppure, e strillano così?

– Scomparsi, come?

– Alla guerra? dove, alla guerra? in Francia?

Bello, quel villino! s’affitta? sei quartierini? Non sarà mica tanto alta la pigione. Ah, sì, tanto? Per questo è tutto sfitto... Bello, sì, al sole... un bel giardino... troppo lontano però... quasi in campagna...

Dio, ma strillare così, poi... Sarà la madre, è vero?

– La fidanzata?

– No, questa è la madre... –

Il guardiano fa un cenno come per dire: – «Impazzita...» – e se ne torna a mangiare. Se ci son pazzi al mondo, perdio, con la guerra che pende sul capo di tutti, volerci andar prima, come fosso una festa a cui non sembri l’ora d’arrivare...

– No, per questo, ecco, se sono andati in Francia...

– Ma che Francia, mi faccia il piacere! La Francia, caro signore....

– Si difende, aggredita! Il pericolo vero, per noi...

– Ma lasci stare, via, che o di qua o di là...

– Siamo neutrali, siamo neutrali...

E se n’annamo a magnà, – conclude filosoficamente un operajo: – romano.

 

Poterlo fare! Da sei giorni, non si mangia, non si dorme in casa Berecche.

Due furie scatenate, la moglie e la figliuola Carlotta. Specialmente la moglie. Scarduffata, strozzata dagli strilli, dal continuo mugolare, corre per casa annaspando, come se cercasse una via di scampo al suo folle dolore. Le corre appresso Carlotta; appresso, le tre povere zitellone sorelle di Monsignore, venute dal villino dirimpetto: magre tutt’e tre allo stesso modo; pettinate e vestite allo stesso modo tutt’e tre, di grigio, con uno scialletto nero sul seno per la morte del Santo Padre; appresso, una dietro l’altra, con la bocca appuntita, gli occhi sbarrati e pietosi, accomodandosi lo scialletto sul seno con le mani inquiete, in un dito il ditale tutt’e tre, perché sono accorse agli strilli mentre stavano a cucire e non sanno come confortare quella madre.

– Signora... – dice una.

E l’altra dice:

– Ma signora... –

E la terza:

– Ma signora mia... –

Non può sentirsi dir nulla la madre disperata: grida, grida fino a stracciarsi la gola, levando le braccia e scotendo le mani, frenetica, appena qualcuno accenni di volgerle una parola. Oh benedetto il nome di Dio, benedetto il nome di Dio! Anche Monsignore, venuto jeri, è stato accolto così.

La serva... spazzare? Le ha strappato di mano la scopa e l’ha inseguita per dargliela in testa! Ha lanciato per aria guanciali, coperte, lenzuola dai letti che quella s’era messa a rifare; dalla tavola da pranzo ha strappato la tovaglia con tutto il vasellame apparecchiato: un fracasso di piatti bicchieri bottiglie, in frantumi, giú a terra... Vedesse almeno il terrore della povera Margheritina, che al fracasso è balzata dal pianto silenzioso nel suo solito cantuccio, con le manine aggricchiate e tremanti innanzi al petto! Non vede nulla; non ode nulla; di tratto in tratto s’avventa contro l’uscio dello studio; lo sforza a furia di manate, di spallate, di ginocchiate e si scaglia contro il marito, gli si para davanti con le dita artigliate su la faccia, come volesse sbranarlo, e gli urla, feroce:

– Voglio mio figlio! Voglio mio figlio! Assassino! voglio mio figlio! voglio mio figlio! –

Berecche, piú vecchio di vent’anni in sei giorni, non dice nulla: per quanto offeso in fondo dalla volgarità della manifestazione, rispetta lo strazio di quella madre, che è lo strazio suo stesso. Vederlo però con tal furia volgare ritorto contro di lui gli provoca sdegno, e per poco lo strazio accenna d’arrabbiarsi anche in lui e d’insorgere allo stesso modo feroce. Ma lo frena e guarda con così acuto spasimo negli occhi la moglie, che questa in prima sbarra i suoi da folle, poi disperatamente rompendo in un pianto che spezza il cuore, gli s’aggrappa al petto, sul petto gli fruga con la testa scarmigliata e geme:

– Dammi mio figlio! Dammi mio figlio! –

E allora Berecche, dapprima con un muto sussultare del petto e delle spalle, poi con un fitto singultìo nel naso, si piega a piangere anche lui sul grigio capo scarmigliato della vecchia compagna non amata.

Tutto il primo giorno – sei giorni addietro – passato in un’ansia crescente d’ora in ora, tra un’oscura costernazione e un’irritazione sorda man mano anche esse crescenti, per il ritardo del figliuolo a rincasare; ritardo sempre piú inescusabile e inesplicabile, perché non c’erano piú dimostrazioni per Roma che potessero far pensare a un arresto, come l’altra volta; – poi, la sera, le corse affannose di qua e di là in cerca di lui, dove si fosse potuto attardare tanto, nei caffè, in casa di qualche amico, nella camera mobiliata di Gino Viesi – e la sorpresa, qui, nel sapere che anche lui, Gino Viesi, uscito dalla mattina alle sette, non s’era piú fatto vedere; poi, la notte, quella prima notte senza il figliuolo in casa, con la casa che sembrava vuota e paurosa, come vuoto e pauroso l’animo di lui; e le ore che passavano a una a una lente, eterne, su la sua ansia pure angosciata dallo sgomento di vederle passare, così, a una a una, nella vana attesa alla finestra, con l’ossessione delle vie per cui il figliuolo poteva essersi incamminato, per cui torse camminava ancora nella notte, per allontanarsi sempre piú, sempre piú dalla sua casa, sciagurato! ingrato! ma dove? dove diretto? – e poi l’alba e il silenzio di tutta la casa, orribile, con le donne cedute al sonno tra il pianto, là su le seggiole, col capo su la tavola, sotto il lume ancora acceso – ah, quel lume giallo nell’alba, e quei corpi là, che da sé a poco a poco s’erano composti in atteggiamenti pietosi, rassettati per non soffrir tanto, per trovare un po’ di requie essi almeno, se l’anima nel sonno angoscioso non poteva trovarne! – e poi, al mattino e durante tutto il giorno seguente, le altre corse, tre, quattro, alla Questura, prima per denunziare la scomparsa del figliuolo e di quell’altro là, perché fosse spiccato subito e diramato da per tutto un ordine d’arresto; poi per sapere se qualche notizia fosse giunta; e mai nessuna! – quei no, quel no del delegato rosso lentigginoso, che pure la mattina pareva avesse preso con impegno la cosa nel sentire che forse si trattava di due giovanotti che tentavano di passare in Francia per arruolarsi nella legione garibaldina; e ora piú niente, tutto intento ad altro ora, come se non si ricordasse piú neanche dell’ordine dato; – e le invettive, le aggressioni d’ora in ora piú violente della moglie e della figlia Carlotta, perché erano sicure che Faustino e quell’altro erano scappati via per lui, ma sì, per lui, per lui che aveva fin dall’infanzia oppresso quel figliuolo col metodo tedesco, con la disciplina tedesca, con la coltura tedesca, fino a fargli concepire un odio indomabile, inestinguibile per la Germania, che Dio la danni in eterno! e – ultimamente, in faccia all’altro che piangeva due fratelli uccisi, non aveva forse avuto il coraggio di gridare che l’Austria aveva tutto il diritto di mandarglieli al macello quei due fratelli? – lui! lui! – per questo erano scappati, per dargli una giusta risposta, per fare una giusta vendetta dei sentimenti da lui offesi nell’uno e oppressi nell’altro fin dall’infanzia: ebbene, non basta tutto questo? Ce n’è anche d’avanzo per spiegare come Berecche si sia in sei giorni invecchiato di venti anni.

Ma no, non basta invecchiato.

Berecche ora sostiene che non soffre piú nulla, proprio piú nulla. Al massimo, ecco, può ammettere, ammette d’avere l’idea astratta del suo dolore. L’idea astratta, forse sì. Ma non del suo dolore propriamente. Del dolore d’un padre, così in genere, a cui sia accaduto quello che è accaduto a lui. In realtà però non sente nulla. Piange, sì... forse, ma come un commediante, come un commediante su la scena, per l’idea soltanto del suo dolore, non perché lo senta. Si figura di sentirlo e lo dà a vedere. Che c’è da spaventarsi, se dice così? La prova piú convincente è questa: che egli ragiona, ra-gio-na; è in grado di ragionare perfettamente, perfettissimamente.

– Ti dico, perdio, che ragiono! – grida al buon Fongi sonnacchioso, che è venuto dalla birreria a fargli visita. – Ragiono! –

Come se il buon Fongi sonnacchioso sostenesse che non è vero.

– E guai se non ragionassi almeno io, qua dentro! Le hai vedute, le hai sentite, quelle due furie? La colpa è mia! Via, dimmi anche tu, dimmi anche tu che la colpa è mia! Mi faresti piacere, sai? Mi rialzerei di piú in mezzo a tutti questi pianti, in mezzo a tutti questi strilli, con l’orgoglio d’esser certo che io solo ho la mia ragione ancora qua! qua! qua! –

E si picchia forte su la fronte.

– Qua per compatire chi m’accusa! qua per compiangere con quelle due disgraziate anche questa miserabile Italia, dorma come loro, che non avrà mai ciò che si chiama DISCIPLINA DELLA VITA! Ma non vedi, non vedi che avviene in questa miserabile Italia, perché si è presa una misura di tremenda disciplina – la neutralità? I figli che ti scappano! le madri che urlano! Ti sembra che io non ragioni? –

Il buon Fongi, dal gran naso cornuto, tiene la testa bassa e lo guarda come impaurito di sui cerchietti di platino degli occhiali a staffa. Medico in ritiro, forse pensa, entro di sé, che nessun segno piú manifesto di pazzia che il ragionare, o il credere di ragionare, in certi momenti. A ogni modo, se non proprio impaurito, si mostra per lo meno sbalordito, il buon Fongi, e non risponde né no né sì, quantunque Berecche lo miri con certi occhi che aspettano irosi una risposta affermativa.

– No? dici di no?

– Io? io, veramente...

– Pensi forse che al primo annunzio della dichiarazione di neutralità da parte dell’Italia io mi scagliai contro il governo?

– No, non penso...

– Ma devi pensare, devi pensare, perdio! Io ho bisogno di pensare in questo momento! Mi stai davanti come una marmotta! –

Il buon Fongi si scuote un poh, s’affretta a dirgli:

– Ma sì, pensa..., se ti fa bene...

– Tu devi pensare con me! – gli grida Berecche. – Devi pensare che io obbedivo allora, di primo lancio, a un sentimento di lealtà, capisci? A un sentimento di lealtà verso quella nazione che m’aveva insegnato LA DISCIPLINA, la quale... – sai che vuoi dire? – vuoi dire frenare, frenare, soffocare, se occorre, i sentimenti naturali, di padre, di figlio, tutti i sentimenti naturali, che non vogliono aver legge! Hai capito? Frenare la natura che insorge contro la ragione. Hai capito? Ma mi sono ravveduto subito; ho compreso che la vera disciplina per noi doveva consistere nel soffocare anche questo sentimento di lealtà; e l’ho soffocato! E sono arrivato anche a riconoscere che la Germania ha agito sconsideratamente, capisci, che la Germania ha sbagliato, che la Germania ha perduto la testa... A questo, a questo sono arrivato! –

Si fa sempre piú piccolo il buon Fongi, e pare che il naso gli diventi sempre piú grande. Glielo guarda Berecche, quel naso, e a mano a mano si sente crescere contro di esso un’irritazione ingiustificabile. Che naso è quello! che insopportabile realtà, quel naso! Gli scaglia addosso una confessione così grave, e niente, ecco, niente: resta lì, immobile; non si commuove. Pacifico, per quanto voluminoso. Non si commuove. Naso romano!

– Sono arrivato a questo! – urla Berecche. – E ad ammettere anche, se vuoi, che s’è messa contro di noi, la Germania, aiutando, per puro pretesto, l’Austria in una guerra offensiva che, rompendo i patti di alleanza, doveva renderci per forza l’Austria nemica. Era disciplina per noi l’alleanza con l’Austria! La Germania l’ha spezzata, perché, dichiarando una guerra, doveva capirlo che noi, con l’Austria, non potevamo essere piú; non solo, ma dovevamo per forza esser contro l’Austria! A questo ero arrivato! E anche a pensare che se ci saremmo mossi anche noi, e il mio figliuolo, o perché chiamato prima del tempo sotto le armi o perché spinto da un sentimento, a cui io allora non avrei saputo oppormi, sarebbe andato volontario alla guerra, ci sarei andato anch’io, anch’io così come mi vedi, volontario, a cinquantatrè anni e con questa pancia, ci sarei andato anch’io! Ma ora, questo figlio, eccolo qua, vedi? s’è voluto mettere contro di me! ha inteso di mettersi contro di me! E perché? Perché, come tutti gli altri, non conosce la disciplina della vita! E contro di me ha messo questa povera madre e la sorella; e spaventati, Fongi, ora sì, spaventati: contro di me ha messo anche me stesso! sì, perché c’è anche un padre in me che piange, e a cui io, che conosco la disciplina della vita, sono costretto a gridare: – «Va’ là, buffone, non piangere, perché tu hai torto di piangere!» – Piangano gli altri! io non piango, non piango piú, neanche se m’arriva la notizia, vedi’ che è morto! Non solo; ma ti dico questo, e te lo dico forte, perché lo sentano anche di là, quelle due furie che vorrebbero impedirmi di ragionare, venendo qua a gridarmi che vogliono da me il fratello, il fidanzato, come se io fossi pazzo come loro; ti dico questo: che adesso io sono di nuovo per la Germania, sì, sì, te lo dico forte, per la Germania, per la Germania, che avrà commesso una pazzia, anzi l’ha commessa di certo, ma vedi che spettacolo offre ancora a tutto il mondo? Se l’è concitato contro e lo tiene a bada tutto il mondo! Impotenti tutti contro lei potente! Che spettacolo è questo! E volete abbatterla? distruggerla? Chi? La Francia, fradicia, la Russia coi piedi di creta, l’Inghilterra? E valgono forse piú di lei? Che valgono di fronte a lei? Niente! Niente! Non la vince nessuno! –

Ah, finalmente! dalla sua balordaggine, così battuta, così pestata, così accoppata dalla fiera invettiva, sorge tutt’a un tratto il buon Fongi col suo gran naso. Per protestare? No. Ha una notizia con sé, una notizia che si tiene in corpo fin dal suo arrivo e che, assalito da tanti pianti, da tanti strilli, non ha trovato ancor modo di metter fuori.

– Io – dice – ho qua una lettera di Faustino. –

Per miracolo Berecche non trabocca giú, tutt’in un fascio. Diventa pallidissimo, poi, tutt’a un tratto, paonazzo; si scaglia addosso al Fongi, come se Fongi se ne volesse scappare:

– Tu? – gli grida. – Una lettera? di Faustino? –

E piange e ride e trema tutto e col passo legato corre a gridar nel corridojo:

– Una lettera... una lettera di Faustino!... subito!... Margheritina, Margheritina, conducete anche Margheritina! –

E mentre la moglie e Carlotta con Margheritina per mano irrompono nello studio, ansanti, frementi d’impazienza, strappa con le mani che gli ballano dalle mani del Fongi la lettera e si prova a leggerla forte. Diretta a lui.

A lei? Già...

Caro... ecco... Caro signor... oh Dio... caro signor Fongi... –

Non può. La vista, la voce, il fiato, anche le gambe gli mancano. S’abbandona su una seggiola e cede a Carlotta la lettera, perché la legga lei.

La lettera è datata da Nizza e dice così:

Caro signor Fongi,

So l’affetto che Ella ha per mio padre e mi rivolgo a Lei per pregarla di recarsi da lui, appena riceverà questa mia, ad annunziargli ciò che del resto forse a quest’ora avrà indovinato, e lascio immaginare a Lei con quale sdegno e con quanto dolore.

Ma gli dica, signor Fongi, che io non sono venuto qua a combattere per la Francia. Ne sarà contento! Sono venuto qua, perché convinto (e Dio volesse a torto!) che l’Italia, «ancella» come sempre e ora senza padroni, non farà nulla. I due che aveva – l’uno cattivo, che l’ha sempre angariata; l’altro che s’è dato sempre l’aria di proteggerla, piccola vecchia signora decaduta, tutt’a un tratto; senza neppur licenziarla, senza neppur dirle che potevano anche fare a meno dei suoi servizii, l’hanno lasciata sola e si sono messi a sbrigare da sé le loro faccende. Ora la povera Italia, neppur certa d’essere stata licenziata, non sa che fare né dove andare. Ha paura degli antichi padroni, e ha paura di mettersi a servizio di nuovi che dalle agenzie di collocamento, dette Ambasciate, la richiedono e le fanno pressanti esibizioni. Da che parte voltarsi, tra chi le dice di stender questo o quel braccio per riprendersi di qua o di là quello che era suo e che tutti le hanno preso? Star sola, da sé, la povera signora decaduta non sa e non può, avvezza come è ormai da tanto tempo a servire padroni per poca mercede negli appartamenti della sua casa antica, magnifica, ariosa, piena di sole, in luogo ridente e fiorito. Molte cose belle, lo so, e molte cose grandi e gloriose sono in questa casa antica, di cui la povera signora decaduta ha fatto una locanda; ma vi son pure cose tristi e una grande miseria, specialmente nell’anima dei figli di questa signora, nati servitori. La mamma li ha educati alla prudenza, alla tolleranza, a far le viste di non capire, di non sentire; a prendersi anche in santa pace, se capita, uno schiaffo per mancia, rispondendo con un bell’inchino; – Grazie, signore! – ; li ha educati a portare con disinvoltura tutte le livree come l’abito a loro piú proprio, a spazzolare con disinvoltura dalle falde di ciascuna l’impronta dei calci ricevuti, e a star bene attenti nel fare i conti, che spesso, ahimè, povera mamma, le sono venuti sbagliati a suo danno. Ebbene, signor Fongi, dica a mio padre che io sono qua in Francia, non per la Francia, con altri miei compagni – non molti, oh non molti! – ma soltanto per dimostrare che tra tanta prudenza, tra tanta tolleranza, tra tanta accortezza per non sbagliare i conti e tanta perplessità nel decidere quale livrea convenga meglio indossare in questo momento, c’è pure in Italia... niente, un po’ di gioventú sprecata, anche un po’ di gioventú che non sa fare i conti e non sa essere accorta e prudente, un po’ di gioventú, ecco. Alla nostra madre Italia non serve, forse non servirà; anzi le farà danno dentro; siamo venuti a gettarla qua fuori per lei. La mia mamma piccola dirà: – Ma come? e non c’ero io, che sono pur mamma? a me sì, tu mi servi! – È vero, mamma, ma pensa che questo è un momento che tutte le piccole mamme, come i loro figli, bisogna che si sentano figlie piccole anche esse d’una mamma piú grande. Io sono qua per te, se sono venuto per questa grande mamma comune, benché tu forse ora creda il contrario!

Le baci per me la mano, signor Fongi, e la assicuri che io le darò frequenti notizie di me; conforti mio padre, che forse soffre tanto di non potermi perdonare; baci le mie sorelle e dica a Carlotta che Gino è qua con me e che questa notte le scriverà a lungo. A Lei, signor Fongi, i miei piú vivi ringraziamenti e un rispettoso e cordiale saluto.

Suo dev.mo FAUSTO BERECCHE

Piangono tutti.

Hanno pianto, durante la lettura, piano, per non perdere una sillaba. Ora che la lettura è finita, seguitano a piangere piano, ancora per poco, come per non sperdere l’eco d’una voce lontana.

Fongi mormora, piano, quasi tra sé:

– Nobilissimo... nobilissimo... –

Berecche alla fine balza in piedi, soffocato, e si butta arrangolando sulla moglie; se la stringe tra le braccia, china di nuovo il viso sul capo di lei, e tutt’e due ora così stretti piangono forte, sussultando. Carlotta abbraccia Margheritina e piangono forte anch’esse. Il buon Fongi, dal canto suo, si torce per cavare dalla tasca di dietro della lunga finanziera il fazzoletto. Il gran naso pacifico gli s’è proprio commosso alla fine, e se lo soffia a piú riprese, forte, ripetendo a ogni ripresa con un moto del capo di profonda convinzione:

– Nobilissimo... nobilissimo... –

NEL BUJO

La sera, quando il guardiano della villetta ha spento la luce della scala e il giardino resta al bujo, Berecche, guardingo, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, riapre il portone, che quello ha chiuso or ora, e lo chiama:

– Pst! pst! –

Il guardiano, che non se l’aspetta, si volta quasi impaurito; Berecche gli fa cenno con le mani d’accostarsi in silenzio, senza far troppo stridere la ghiaja, e si mette a confabulare con lui in gran mistero.

– Eh, per meno di seicento... – dice quello a un certo punto.

– Piano, piano!

– Perché il Governo ha fatto già presso tutti i mercanti la requisizione... almeno dicono... Sa, com’è, in questi momenti...

– Sì, si; ma per seicento lire...

– Ah, un cavalluccio buono, sì... anche da sella...

– Ma io dico da sella!

– Le serve per?...

– Piano, piano!

– Da sella, sicuro... per seicento lire lo trova...

– Da accaparrare, per ora, versando una somma... duecento... che so? duecento cinquanta lire... così... Perché, io lo spero, ma se in caso non mi dovesse servire... ecco, perderei soltanto la caparra... Ma, oh! vi prego, di nascosto... silenzio con tutti... Ve n’occupate voi. –

E Berecche, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, in punta di piedi, rientra nella villetta e lascia lì, nel giardino bujo, il guardiano inchiodato dallo sbalordimento per quel misterioso acquisto d’un cavallo commessogli così di nascosto, al bujo, dall’unico inquilino della villetta, brav’uomo, serio, di studio... uhm! Un cavallo da sella... che nessuno lo sappia...

Richiuso pian piano il portone e rientrato nel suo appartamento, Berecche, sempre in punta di piedi, attraversa il corridoio, si chiude nello studio, siede al tavolino, trae dalla cartella un foglio di carta, vi scrive su:

A S. E. il Ministro della Guerra – Roma; solleva l’indice della mano che regge la penna, e se lo applica sulle labbra. Medita a lungo.

Ciò che vuol chiedere a S. E. il Ministro della Guerra gli è chiaro in mente; ma è in dubbio dell’esattezza dei termini militari. Si dice Corpo guide volontarii a cavallo, o in altro modo? Sarà meglio informarsi, prima, al Ministero della Guerra. E poi, dovendo dichiarare gli anni – cinquantatrè – non converrà unire alla domanda un attestato medico di sana e robusta costituzione fisica? Potrà averlo da Fongi, domani.

– Da Fongi, no... da Fongi, no... – mormora. Dev’essere un segreto per tutti. E poi a Fongi ha fatto una dimostrazione così lampante di essere nel possesso della sua ragione e gli ha gridato con tanta violenza ch’egli è di nuovo, tutto, per la Germania...

– No: da Fongi, no...

Se non che, a rivolgersi a un medico qualunque, non amico, potrà esser sicuro d’avere questo attestato di sana e robusta costituzione fisica? Il cuore... il cuore da un pezzo non gli batte piú in regola; ha il cuore stanco, e spesso il capo così greve... Chi sa! Si rivolgerà prima a un medico qualunque; se non potrà averne l’attestato, ricorrerà al Fongi, raccomandandogli il segreto. Berecche vuole andare in guerra anche lui.

Rimette il foglio intestato dentro la cartella, si alza e va a uno degli scaffali; ne cava un manuale Hoepli su l’Equitazione; ritorna a sedere innanzi al tavolino, vi appoggia i gomiti, si prende il capo tra le mani, e si sprofonda nella lettura preparatoria:

CAPITOLO PRIMO

Storia ed accenni preliminari dell’equitazione

per non aver troppe scosse alla testa... Vedo che... sì, lei si congestiona un poco...

– Ah, non se ne curi! – esclama Berecche. – Ma proviamo pure all’inglese... Dia, dia...

– Prima piano... piano...

– Le dico: dia!

Il maestro dà; il cavallo si lancia al galoppo, e allora Berecche... oh Dio... oh Dio!...

– Si chiuda in sella!... si chiuda in sella! – gli va urlando dietro per la pésta il signor Felder.

Rinsacca maledettamente Berecche, pencola, si storce di qua, di là, e alla fine patapunfete! rimanendo staffato, così che il cavallo se lo strascina per un pezzo per la pésta.

Niente! Non s’è fatto niente... Ma all’inglese, ecco, non va!

– Niente, le dico, perdio! Sono contentissimo... Niente... un po’ qua al piede... ma è già passato... All’inglese non va! Mi faccia rimontare. Vado meglio all’italiana, come prima. E mi dia il frustino! –

Il signor Felder si tira un passo indietro, ponendosi il frustino dietro le spalle.

– Ah, frustino, niente, caro signore!

– Le dico, mi dia il frustino!

– Fossi matto!

– Ma lo sa lei che, se avevo il frustino, non cascavo? –

Ride, ansando, dall’alto del cavallo, Berecche. È proprio contento, anche della caduta, sì. È stato un bel momento, una gran gioja è stata per lui: galoppando e rinsaccando a quel modo: pensava a Faustino, alla guerra, a Faustino che si lanciava a una carica alla bajonetta contro i Tedeschi, e... via, via, via di galoppo con lui, così, a occhi chiusi, nella mischia. Vuol riprovare la stessa gioja, ora.

– Su, mi dia il frustino, senza storie!

S’avvicina col cavallo; si protende; strappa al signor Felder di dietro le spalle il frustino; e via, frustando il cavallo, si lancia di nuovo al galoppo per la pésta, con gli occhi chiusi, rituffandosi nella violenta visione dei garibaldini alla carica, con Faustino alla testa. E piú il suo ragazzo gli corre davanti con la camicia rossa e la bajonetta in canna, e piú lui frusta il cavallo: avanti! avanti! viva l’Italia! Ah, come son rosse quelle camicie! Un po’ di gioventú... un po’ di gioventú sprecata!

Chi grida così nella pésta?. Ah... che turbine!... Chi corre avanti? Com’è? qua fermo? Che è stato? Gridano, accorrono.

Berecche è stramazzato; bocconi, con la fronte spaccata. Ha un ansito tremendo, ma è pieno di gioja; non soffre nulla; è dolente solo per quel buon signor Felder che grida su le furie; gli vorrebbe dire che non è niente; che non si dia pensiero di nulla; che nessuno lo chiamerà responsabile del male che lui s’è fatto alla testa.

È grave? – domanda alla gente accorsa a sollevarlo da terra.

Dagli occhi con cui quella gente lo guarda, comprende che è grave; ma non sa, non può vedersi la faccia, con quella ferita aperta su la fronte; e ride, con la faccia così insanguinata, per rassicurare quella gente:

– Eh, – dice – e allora, alla guerra? –

Lo prendono per le spalle e per i piedi e lo trasportarlo fuori; lo adagiano su una vettura e lo conducono al Policlinico.

– Ma allora, alla guerra? –

Contro ogni supposizione diversa che altri possa fare, Berecche seguita a ragionare; e ne dà ancora una prova, la sera, allorquando con un turbante di bende che gli avvolge non solo tutto il capo ma anche mezza faccia nascondendogli tutt’e due gli occhi, lo riportano in casa dal Policlinico.

– Una caduta... una caduta... –

Non dice altro: né come, né dove sia caduto. Una caduta. Ma ragiona: tanto vero, che subito comprende che, dicendo così, senza spiegare come e dove sia caduto, la moglie, la figlia Carlotta possono supporre che egli abbia tentato d’uccidersi. E allora soggiunge:

– Niente... Per via, una vertigine... Non vi spaventate... gli occhi sono salvi: solo alla fronte, su le ciglia, uno spacco... Niente. Passerà. –

Vuol essere condotto nello studio e posto a sedere al suo solito posto della sera. Vuole solo con sé Margheritina. Se la fa sedere su un ginocchio; la abbraccia. Ragiona; ma gli sembra che Margheritina il lampadino rosso innanzi alla Madonnina del villino dirimpetto – almeno quello solo – sì, possa vederlo, se è acceso; e glielo domanda.

Margheritina non risponde. Berecche comprende che no, neanche quello può vedere Margheritina, la sua animuccia cara; e se la stringe al petto piú forte. Forse non sa neppure Margheritina che lì dirimpetto c’è un villino con una Madonnina a uno spigolo e un lampadino rosso acceso. Che è il mondo per lei? ecco, ora egli può intenderlo bene. Bujo. Questo bujo. Tutto può cambiare, fuori, diventare un altro, il mondo; un popolo sparire; ordinare altrimenti un intero continente; passare, anche vicina, una guerra, abbattere, distruggere... Che importa? Bujo. Questo bujo. Per Margheritina, sempre questo bujo. E se domani, là in Francia, Faustino sarà ucciso, Oh, allora anche per lui, senza piú quella benda, con gli occhi di nuovo aperti alla vista del mondo, sarà tutto bujo, sempre, così, anche per lui; ma forse peggio, perché condannato a vederla ancora la vita, questa atrocissima vita degli uomini.

Torna a stringersi forte al petto la sua cechina sempre chiusa nel suo silenzio nero; mormora:

– E di questo, figliuola mia, di tutto questo, siano rese grazie alla Germania! –

190  -  Uno di piú

A vederlo passare, con quella faccia e quella furia, la gente si volta, si ferma e gli tien dietro a lungo con gli occhi. Il cappello che ha in capo non pare il suo, o che gliel’abbia messo in capo così di traverso un altro. I capelli, come impolverati, gli scappano da tutte le parti. Non è un pazzo, no. Quando vi va tutto a traverso, andate a badare come vi siete messo in capo il cappello! Si chiama Abele Nono; lo conosco bene e so perché va per via così.

Fino a pochi giorni andava così anche con una piccina per mano, sua figlia; e non pensava neppure che non poteva, la piccina, con quelle sue gambette, camminargli a paro e che rischiava perciò da un momento all’altro d’incespicare e cadere o restargli appesa per il braccino alla mano. Sottile come un virgulto, troppo cresciuta per i suoi cinque anni, con gli occhi troppo grandi e serii nel pallido visino irregolare incorniciato da una semplice cuffietta di lana celeste che, annodata sotto il mento, le disegnava tonda tonda la testina, quella figlietta quasi gli volava accanto, movendo così in fretta le gambette da parer tante e non due; e alzava di tratto in tratto gli occhioni angustiati a sogguardare il padre per scorgergli in viso se gli fosse già passata la rabbia da cui era preso ogni qual volta ritornava con lei, così verso sera, dalla visita alla nonna. Quella rabbia certe volte era tanta ch’egli serrava i denti e li faceva scricchiare; e allora quasi le stritolava la manina serrata nel pugno; ma lei non diceva nulla perché capiva che il suo papà non le aveva voluto far male e che aveva stretto il pugno così per lo spasimo che gli dava ciò che portava in cuore. Tanto vero che poi, arrivando a casa, prima di mettersi a salir la scala, gli vedeva cavar di tasca il fazzoletto per passarselo sugli occhi e sulle guance.

La ragione di quel soffrire del padre, fino a quegli accessi di rabbia che facevano voltar la gente per via, certo la piccina non riusciva a comprenderla chiaramente; ma intuiva bene che il pianto era per la nonna e che la rabbia era contro la mamma.

La mamma lei la studiava, per cercar di scoprire che avesse in sé da far tanto arrabbiare il babbo. Era tanto bella la sua mamma. Rossa, come la fiamma; mentre papà era verdolino; sì, come un gambo di garofano. Rideva, e mostrava il ditino.

Per non farsi accorgere di studiarla la mamma, doveva sempre aspettare ch’ella non le badasse; perché altrimenti, come se lo sapesse e sospettasse di qualche segreto accordo tra lei e il babbo, subito vedendosi osservata, scoppiava a ridere, oh! d’una risata così crudele, quasi da folle, che piú che a lei era certo rivolta al babbo che se ne stava di là. Stordita e mortificata, nello sbigottimento che quella risata improvvisa le cagionava, la piccina appassiva; la camera, la casa, tutto s’allontanava confusamente come tirato con violenza; e anche la luce pareva s’incupisse. Con la boccuccia aperta, che le scopriva i denti davanti un po’ troppo grandi, restava così appassita ad ascoltare i rumori della strada che prima non aveva avvertiti, finché tutt’a un tratto non le riveniva davanti sanguigna la bocca della madre e gli occhi che, in quel momento, li aveva proprio di cattiva, di cattiva.

Tutto il segreto, per cui il padre era pieno di tanta rabbia e la madre di tanto dispetto, doveva essere in quella risata.

La udiva anche di notte, talvolta, svegliandosi di soprassalto, nello sconquasso che pareva n’avesse tutta la casa. La prima volta che l’aveva udita, dormiva ancora nella stessa camera coi genitori; e s’era messa a piangere atterrita, perché nel barlume vacillante del lumino da notte s’era vista prima come assaltata dalla parete da mostruose ombre scomposte, e poi, voltandosi, aveva sorpreso il babbo e la mamma che, levati in ginocchio sul letto e azzuffati, cercavano di abbattersi l’un l’altra; e in quegli sforzi, ecco, la madre rideva, e il padre pareva inferocito. La notte appresso, dopo il gran pianto che aveva fatto, ch’erano stati fin quasi all’alba a cercar di quietarla e a dirle che non era vero niente che s’erano azzuffati, l’avevano messa a dormire nello stanzino accanto. Ma poi la mamma l’aveva voluta di nuovo con sé, nel letto grande, al posto del babbo, passato a dormir lui di là, come in castigo, sul lettino di lei; e che gioja per lei allora nel sentirsi stretta nell’odore caldo del corpo materno! Senonché, tante mattine, svegliandosi, si ritrovava inaspettatamente di là, nel suo lettino, tutta avvolta sotto le coperte in uno scialletto di lana; e la sorpresa che ne provava era piena d’irritazione come per un tradimento che per lei aveva sapor di beffa, perché sotto a ogni cosa che non riusciva a spiegarsi della sua mamma ci sentiva sempre la crudeltà di quella risata.

Ed erano tante veramente le cose, oltre quella risata e quei passaggi a tradimento da un letto all’altro, che la piccina non riusciva a spiegarsi.

Non era bello, per esempio, che venisse ogni mattina col cestino delle uova tra le manine gonfie quel grosso bamboccione di campagna che non sapeva ancora dir nulla, le guance pavonazze dal freddo, gli occhi tra i peli e quei due belli candelotti al naso? E non era da ridere anche la visita giornaliera di quello spilungone in maniche di camicia, con quel grembiulone di traliccio a righe bianche e turchine tenuto da una cordellina alle spalle? Recava al braccio un’altra cesta piú grande quest’altro, con tanti bei tocchi di carne rossa, tagliata di fresco; e aveva una testa, una testa da non credersi, di cipolla secca, di quelle col velo dorato. Era proprio da ridere. Difficile, per una testa di cipolla secca, reggersi ritta; e difatti quell’uomo la teneva un po’ su una spalla e un po’ sull’altra; e parlava sempre con le mani levate davanti la faccia, come a nasconderla, due manone lunghe lunghe e insanguinate; e la voce miagolante pareva gli uscisse da quelle mani, perché in tutto quel tondo dorato della testa chi sa poi se aveva una bocca per parlare quell’uomo. Si ripigliava il tocco di carne, che aveva posato sulla tavola di cucina, e diceva: «Se debbo lasciarla, pagare; se no, me la riporto». Se la riportava, perché di là, invece di ridere come a lei pareva si dovesse fare, tanto per la venuta di quel ragazzetto di campagna col cestino delle uova quanto di questo spilungone con la testa di cipolla secca, il babbo e la mamma litigavano, gridando da far tremare i muri.

La mamma specialmente, che s’accaniva a ripetere: «Tua madre è di piú! Tua madre è di piú! Non sono di piú le uova! Non è di piú la carne! Dreina ha bisogno della carne e delle uova!».

Dreina era lei. La mamma dunque gridava così per lei, e contro la nonna «che era di piú». Perché di piú?

Perché il bilancio d’una famiglia è anch’esso una cosa tra le tante che le piccine non possono comprendere. Se le entrate son queste, e non possono essere di piú, giacché tutte provengono da uno stipendio fisso per un impiego che non consente altre occupazioni, bisogna che le uscite siano anche queste, e non un soldo di piú; o altrimenti si farà un vuoto che non si saprà poi come colmare. Ma se le piccine magroline hanno bisogno della carne e delle uova prescritte dal medico? Le entrate son queste; le uscite debbono esser queste. Le piccine magroline debbono allora morire? E non deve rubare un papà, nel vedersele deperire sempre piú, di giorno in giorno? Far debiti? Eh, i debiti, non basta la volontà di farli; ci vuole anche il credito da parte degli altri; e se il credito manca, i debiti, anche volendo, non si possono fare. Abele Nono non ne vuol fare. Lo dice, perché sa bene di non poterli piú fare. Quelli che ha fatti, forzato da qualche impellente necessità li ha fatti con la coscienza di non poterli mai pagare, e ancora se ne sente scottato come dal ricordo d’uno scrocco.

Ora il guajo, almeno fino a pochi giorni fa, era questo: che su quel bilancio d’Abele Nono, che non si poteva in nessun modo né allargare né stringere; la madre, la moglie, la figlia e lui stesso, uno era di piú. E ogni qual volta Abele Nono sentiva gridare alla moglie che quest’uno di piú era la madre, aveva la tentazione di scagliarle in faccia ciò che gli veniva sotto mano. Perché non era vero, no, non era vero che sua madre sarebbe stata di piú, se avesse potuto vivere insieme con loro.

Ciò che basta per tre, può anche bastar per quattro, se raccolti sotto lo stesso tetto e attorno alla stessa tavola. Ma nossignori! Un giorno, al suo ritorno dall’ufficio, era stato investito dalla moglie, furibonda, mentre la vecchia madre tremava tutta, riparata in un canto: «O fuori lei, o fuori io!». Una scenata. E senza nemmeno voler dire che cosa fosse accaduto di tanto grave da dover prendere lì per lì una così grave decisione, se n’era andata fuori lei, in casa di una sorella maritata, e v’era rimasta per tutt’un mese. Abele Nono poteva giurare che mai e poi mai si sarebbe arreso ad andare in casa di quella sorella a riprendersela mai e poi mai gliel’avrebbe data vinta, se la bambina, si sa, senza la mamma... e se anche sua madre stessa, a veder piangere così la nipotina... «Tu sai com’è, per la piccina, la mamma... e poi anche la casa, così senza di lei... per quanto io possa fare...» Che cosa fosse propriamente accaduto quel giorno, non aveva potuto ancora saperlo. La mamma gli assicurava che non era accaduto nulla. «Solo che, dice, io l’ho guardata... non so, guardata, dice, quand’è rientrata con la spesa, pochi momenti prima che tu rincasassi. Ti giuro che non posso nemmeno dire d’averla veramente guardata; o se l’ho fatto, sarà stato così senza nessuna intenzione. No, no, che sospetti, figlio? Sta’ sicuro che non hai nulla, nulla da sospettare, come non ho potuto nemmeno io sospettar nulla, mai, sul suo conto, perché non c’è nulla, proprio nulla da sospettare. È così, di indole... Ha avuto sempre l’idea ch’io la tenessi d’occhio. E non può piú sopportare, dice, di vedersi addosso sempre i miei occhi; ne ha l’incubo, dice... Tu capisci, sono tua madre... è naturale... nuora...»

Per farla rientrare in casa, aveva dovuto metter la madre a pensione presso una famiglia di povera gente che abitava in una di quelle ultime casette trascurate là su lo stradone dove la città smette e comincia la campagna, senza piú beneficio né d’acqua corrente né di luce. Un lumetto a petrolio, la sera, in quella stanzuccia nuda, umida, col soffitto a travicelli, intonacato di calce. Con l’umido, la crosta dell’intonaco su quel soffitto e a una parete s era tutta raggrinzita e cascava a pezzettini, come se nevicasse.

– Anche di notte, sulla faccia, mentre dormo. –

Glielo diceva come una cosa da ridere, povera mamma, per dargli a divedere che quella sua relegazione là lei l’aveva pigliata così. E tirava su le spallucce aggobbite. Ma chi sa come dovevano passarle le giornate là sola, in quella stanzuccia, con quel lettino di ferro il comodino, un vecchio canterano, il tavolino sotto la finestra e due sedie!

La finestra dava sull’aperto della vallata, ma così triste che, a guardarci, prendeva la malinconia. Sotto c’era la scarpata della ferrovia, e la sera, nel silenzio si sentiva lo sferragliare dei treni in discesa e l’ansare di quelli in salita. Il fumo nero di quei treni stava un pezzo a vagar lento sospeso e poi a sfilacciarsi sul grigio smortume della vallata.

E il silenzio, dentro, era tanto che s’avvertiva perfino il ronzare del lumetto acceso sul tavolino.

Star lì, così, su quella sedia a piè del lettino, o sull’altra davanti al tavolino sotto la finestra, con quei poveri occhi incavati, immobili nella faccia di cera il fazzoletto nero in capo, e il pollice e l’indice della mano ischeletrita che si movevano di continuo sulla cocca di quel fazzoletto che le pendeva dal mento, come se n’assaggiassero la qualità; lì, che pareva una mendica all’anticamera della morte, in attesa che un uscio nell’ombra si aprisse e un dito di là si sporgesse a farle cenno di passare. Ma quel cenno non veniva mai; e a star lì aspettando, senza piú nulla da fare, le pareva che il tempo, impedito da tutto quel silenzio d’attesa, si fosse fermato e non potesse piú trascorrere; e quelle povere cose, nella stanzuccia, perduto ormai ogni senso, le stessero intorno a guardare in uno stupore attonito. Lei che aveva dato sempre tutto, senza mai pensare a sé, lei che era stata nella vita solo a servizio e per utilità degli altri, essere ora così di peso al figlio, peso inutile; sapersi di piú.

– Se potessi portarmi almeno un po’ di lana, da lavorare... qualche giubbetto per la piccina... un pajo di gambalini... –

Non gliel’aveva mai potuta portare.

– Qualche cosa almeno da rammendare...

Nulla. Era da impazzire. E anche la festa che sarebbe stata per lei, ogni volta, la visita della nipotina diventava invece un’afflizione, perché la piccina restava come trattenuta e sgomenta alla vista di quella stanzuccia così squallida, quasi che il padre volesse forzarla a entrare in una tana di scarafaggi. Sulla soglia, si tirava indietro

– Non vuoi piú bene alla tua nonnina? –

Diceva di sì; ma era come se, in quella stanzuccia, la sua nonnina non le sembrasse piú lei. E il bacio che s’induceva a darle era quasi senza convinzione che fosse dato propriamente alla stessa nonnina di prima. Dandolo, guardava quel canterano con tutta la impiallacciatura scoppiata e strappata, o quel tavolino nero sotto la finestra, o quel misero lettino di ferro, e le sembrava che tutte quelle deturpazioni e quello squallore e quell’angustia fossero state fatte e si fossero attaccate alla persona della nonna. Vedeva poi il padre che se ne stava a sedere curvo, con le mani abbandonate, come ritorte, tra le gambe discoste, e con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolino, a piangere con lo stomaco, sussultando. Voleva capire; e stringendo con le due manine alla nonna le cocche del fazzoletto sotto il mento, le domandava:

– Perché la mamma dice che tu sei di piú? –

Il padre levava irosamente la fronte dallo spigolo del tavolino.

– Perché? Perché tu non vuoi stare con la tua nonnina; ecco perché! –

E, a uno sguardo smarrito della piccina:

– No, non dico qua! Non dico qua! A casa, con la tua nonnina e il tuo papà. Ti metti a piangere, che vuoi anche la mamma...

– La mamma, sì!

– E dunque, vedi? Ma la mamma senza te c’è stata pur tutt’un mese; e dice che potrebbe anche sempre; perché non ha bisogno di nulla, lei; né di nessuno basta a sé, provvede a sé: ha le mani d’oro, lei! A casa sta perché la vuoi tu; lei per sé non ci starebbe! –

La vecchia madre, benché avesse pietà di quello sfogo che il figlio aveva bisogno di offrirsi, pregava:

– Non dire così alla piccina! –

Ma egli, nell’impeto, gliela levava dalle ginocchia, se l’alzava al petto:

– Guarda, facciamo allora così, vuoi? Tu con la mamma, sola; e io qua con la nonna!

– No! Tu con me, papà – gridava subito Dreina, buttandogli le braccia al collo, per tenerselo stretto.

Egli si chinava per farle posare a terra i piedini e levarsela dal collo; e, mentre la madre di nuovo gli faceva cenno di non dir altro, soggiungeva:

– Dunque vedi, dunque vedi ch’è proprio per te che la nonnina è di piú. E quella carogna se n’approfitta, perché lo sa bene che se non fosse per te... –

Dreina non ascoltava piú il padre. Ora stava a riflettere, sorpresa, che la colpa dunque non era della mamma, ma sua; e sua – possibile? – perché voleva che stessero con lei la mamma e il papà, tutt’e due.

Ah, quando le bambine si vogliono sforzare di capir certe cose che non possono né debbono capire! Ecco che cosa orrenda n’è venuta. Se n’è andata via lei, la piccina. Lei che non poteva in nessun modo essere di piú. Lei che non pesava ancora nulla, o certo meno di tutti. Via, in pochi giorni, senza mettere a posto nulla con la sua morte; perché non se n’è mica andata per conto suo la mamma; né lui, il suo papà, con la nonnina. La nonnina è là sola, dove lei l’ha lasciata, in quella stanzuccia, ancora «di piú». E il suo papà è rimasto qua con la mamma, disperato, e si morde le mani, dandosi del vigliacco, del vigliacco per aver dato a credere alla sua piccina quella cosa mostruosa che fosse per colpa di lei; mentre era lui, era lui che la metteva avanti così, la sua piccina, per riparare dietro a lei la sua vergogna, la vergogna della sua inconfessabile soggezione alla moglie. Voleva nasconderla a se stesso e alla madre, quella sua vergogna, e metteva avanti la piccina, dicendo che non lasciava la moglie per lei. Ed eccolo ora scoperto. E la moglie, che lo sa, gli grida, selvaggia, dall’altra stanza:

– Perché non te ne vai ora da tua madre? Vattene! io non ho bisogno di te! –

E lui non se ne va, non se ne può andare. Pensa che’ se trovasse un momento la forza d’andarsene, per aver faccia da ricomparire davanti alla madre, poi certo ritornerebbe qua, e sarebbe peggio. Pensa come un pazzo che, quando si potrà riaccostare a questa selvaggia, senza piú negli occhi il pensiero della bambina morta, ella certo lo riaccoglierà con una di quelle sue orribili risate. E torna a mordersi le mani, vigliacco, mettendo ancora avanti la piccina, come se ora stesse a mordersele per lo strazio della morte di lei, mentre non è vero, non è vero: è ancora e sempre quella sua stessa rabbia, per cui lo vedete andare per via come un pazzo.

191  -  Soffio

Certe notizie sopravvengono così inattese che si resta lì per lì sbalorditi, e dallo sbalordimento pare non si trovi piú modo a uscire se non ricorrendo a una delle frasi piú fruste o delle considerazioni piú ovvie.

Per esempio, quando il giovane Calvetti, segretario del mio amico Bernabò, m’annunziò la morte improvvisa del padre del Massari, da cui poco prima Bernabò e io eravamo stati a colazione, mi venne d’esclamare: «Ah la vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via»; e congiunsi il pollice e l’indice d’una mano per soffiarci su, come a far volare una piuma che tenessi tra quelle due dita.

Vidi, a quel soffio, il giovane Calvetti farsi brusco in volto, poi piegare il busto e portarsi una mano al petto, come quando s’avverte dentro, e non si sa dove, un malessere indefinito; ma non ne feci caso, parendomi assurdo ammettere che quel malessere potesse dipendere dalla stupida frase che avevo detta e dal ridicolo gesto con cui, non contento d’averla detta, avevo anche voluto accompagnarla; pensai a qualche fitta o puntura ch’egli avesse avvertito, forse al fegato o al rene o agl’intestini, momentanea a ogni modo e senz’alcuna gravità. Senonché: prima di sera, mi piombò in casa costernatissimo Bernabò:

– Sai che m’è morto Calvetti?

– Morto?

– All’improvviso, nel pomeriggio.

– Ma se nel pomeriggio era qua da me! Aspetta, che ora poteva essere? Saranno state le tre.

– E alle tre e mezzo è morto!

– Mezz’ora dopo?

– Mezz’ora dopo. –

Lo guardai male, come se con quella conferma intendesse stabilire una relazione (ma quale?) tra la visita a me e la morte repentina del povero giovine. Ebbi come un impeto dentro, che mi forzò a respingere subito quella relazione, foss’anche fortuita, come un sospetto di rimorso che me ne potessi fare; e a trovare a quella morte una ragione estranea alla visita; e dissi al Bernabò dell’avvertimento improvviso del malessere che il giovine aveva avuto mentr’era ancora con me.

– Ah sì? Un malessere?

– La vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via. –

Ecco, ripetevo meccanicamente la frase perché, sotto sotto, il pollice e l’indice della mia mano destra s’eran toccati da sé, e da sé ora la mano, senza parere, mi si levava fino all’altezza delle labbra. Giuro che non fu tanto con la coscienza di darmi una riprova quanto piuttosto di fare a me stesso uno scherzo che solo così di nascosto, per non parer ridicolo, potevo fare: trovandomi quelle due dita davanti alla bocca, ci soffiai su, appena appena.

Bernabò era alterato in volto per la morte di quel suo giovane segretario a cui era molto affezionato; e tante volte, dopo aver corso o soltanto affrettato un po’ il passo, corpulento, sanguigno e quasi senza collo, m’era venuto avanti ansimando e s’era anche portata la mano al petto per calmare il cuore e riprender fiato ora, vedendogli fare quello stesso gesto e udendogli dire che si sentiva soffocare e occupar la mente e la vista come da una strana tenebra, che cosa, in nome di Dio, dovevo credere?

Sull’istante, pur tutto smarrito e stravolto com’ero, mi gettai a soccorrere il povero amico piombato riverso e boccheggiante su una poltrona. Ma mi vidi respinto furiosamente; e allora finii per non comprendere proprio piú nulla; mi sentii come gelare in una attonita apatia, e stetti a vederlo sussultare su quella poltrona di velluto rosso, che mi parve tutta di sangue, sussultare non piú come un uomo ma come una bestia ferita, e smaniare il respiro, e diventare sempre piú pavonazzo, quasi nero. Faceva leva con un piede sul tappeto, forse per rizzarsi da sé, ma si sfiniva in quello sforzo; come nell’incubo di un sogno, vedevo il tappeto scivolargli sotto, arricciandosi. Sull’altra gamba, storta sul bracciuolo della poltrona, il calzone tirato gli aveva scoperto la giarrettiera di seta, d’un color verdolino a righino rosa. Domando un po’ di considerazione per la mia carità: tutta la mia inquietudine era come schiantata e sparsa qua e là, tanto che poteva come niente dimenticarsi, a un volger d’occhi, o nel fastidio che avevo sempre avuto dei miei brutti quadri appesi alle pareti, o anche nella curiosità che mi tratteneva lo sguardo, ecco, sul colore e le righino di quella giarrettiera. Tutt’a un tratto però mi ripresi, inorridito di essermi potuto in tal momento alienare fino a tanto, e urlai al mio cameriere che volasse a fermare davanti alla porta una vettura, e poi su ad ajutarmi a trasportare l’agonizzante a un ospedale o a casa.

Preferii a casa, perché piú vicino. Non abitava solo; aveva con sé una sorella, maggiore di lui, non so se vedova o vecchia zitella, insoffribile per la puntigliosa meticolosità con cui lo governava. Allibita, la poverina, con le mani nei capelli: «Oh Dio, che è stato? com’è stato?», e non voleva levarcisi dai piedi, che rabbia! per sapere da me che era stato, com’era stato, proprio da me e proprio in quel momento che non ne potevo piú, con tutte le scale che avevo fatte, salendo all’indietro, col peso enorme sulle braccia di quel corpo abbandonato. «Il letto! il letto!». Pareva non lo sapesse piú nemmeno lei, dove fosse il letto, a cui mi sembrò non s’arrivasse mai. Depostolo rantolante (ma rantolavo anch’io) mi buttai con le spalle, rifinito, a ridosso a una parete, e se non erano pronti a raccogliermi su una seggiola, cadevo giú tutto in un fascio sul pavimento. Col capo ciondolante, potei dire tuttavia al cameriere: «Un medico! un medico!»; ma mi ricaddero le braccia al pensiero che ora restavo solo con la sorella, che certo m’avrebbe aggredito con altre domande. Mi salvò il silenzio che d’improvviso si fece sul letto, cessato il rantolo. Parve, per un attimo, silenzio di tutto il mondo, per il povero Bernabò rimasto lì sordo e inerte su quel letto. Subito si levarono le disperazioni della sorella. Ero annichilito. Come immaginare, non dico credere, che una tale enormità fosse possibile? Le mie idee non potevano piú pigliar sesto. E in quello sconvolgimento mi pareva tanto curioso che quella poverina, suo fratello Giulio, come lo aveva sempre chiamato, ora ch’era lì morto, corpulenza immobile che non consentiva diminutivi, lo chiamasse proprio Giulietto! Giulietto! A un certo punto, scattai in piedi, esterrefatto. Il cadavere, come si fosse avuto a male di quel Giulietto! Giulietto! aveva risposto con un orribile brontolio dello stomaco. Toccò a me questa volta parar la sorella, che sarebbe cascata indietro a terra, svenuta dal terrore; mi svenne invece tra le braccia; e allora, tra lei svenuta e quel morto sul letto, senza piú saper che fare né che pensare, mi sentii preso in un vortice di pazzia e cominciai a scrollare quella poverina, perché la finisse con quello svenimento ch’era proprio di piú. Senonché, rinvenuta, non volle piú credere che il fratello fosse morto. «Ha sentito? Non dov’esser morto! Non può essere morto!» Bisognò venisse il medico ad accertarlo e ad assicurarla che quel brontolio non era stato nulla, un po’ di vento o non so che altro, che quasi tutti i morti sogliono fare. Allora lei, ch’era linda e ci teneva, fece un viso angustiato e si parò gli occhi con la mano, come se il medico le avesse detto che anche lei da morta lo avrebbe fatto.

Era quel medico uno di quei giovani calvi che portano quasi con dispettosa fierezza la loro precoce calvizie tra la violenza d’una selva di riccioli neri che, non si sa perché scomparsi dal sommo del capo, gremiscono poi tutt’intorno la testa. Con gli occhi di smalto armati da forti lenti da miope, alto, piuttosto grasso ma vigoroso, due cespuglietti di peli mozzati sotto il naso piccolo, le labbra tumide, accese e così ben segnate da parer dipinte, guardava con tal derisoria commiserazione l’ignoranza di quella povera sorella e parlava della morte con così disinvolta familiarità, quasi che avendo da fare di continuo con essa nessuno dei suoi casi gli potesse esser dubbio od oscuro, che alla fine un ghigno di scherno mi proruppe dalla gola irresistibilmente. Già mentre parlava, m’ero scorto per caso allo specchio dell’armadio e m’ero sorpreso con uno sguardo storto e freddo che subito m’era rientrato negli occhi strisciando come una serpe. E il pollice e l’indice della mia destra si premevano, si premevano così fortemente l’un contro l’altro, ch’eran come insorditi dallo spasimo della reciproca pressione. Appena egli a quel mio ghigno si voltò, gli mossi incontro, a petto, e, con la bocca atteggiata ancora di scherno nel pallore che mi aveva inteschiato il volto, gli sibilai: «Guardi», e gli mostrai le dita, «così! Lei che la sa così lunga sulla vita e la morte: ci soffi su, e veda se le riesce di farmi morire!». Si tirò indietro per squadrarmi, se non aveva da far con un pazzo. Ma io gli andai a petto di nuovo: «Basta un soffio, creda! basta un soffio!». Lasciai lui e afferrai per un polso la sorella. «Lo faccia lei! Ecco, così!», e le portai la mano alla bocca, «congiunga due dita e ci soffi su!». La poverina, con gli occhi sbarrati, atterrita tremava tutta: mentre il medico, senza piú pensare che lì sul letto c’era un morto, sghignazzava, divertito. «Non lo faccio piú io, su voi, perché già lì ce n’è uno, e due con Calvetti per oggi! Ma bisogna che me ne scappi, me ne scappi subito, me ne scappi!»

E me ne scappai, davvero come un pazzo. Appena sulla via, la pazzia si scatenò. S’era già fatto sera, e la via era affollatissima. Sobbalzavano dall’ombra tutte le case ai lumi che s’accendevano, la gente correva per ripararsi la faccia dai guizzi di luce di tanti colori che l’assaltavano da ogni parte, fanali, riverberi di vetrine, insegne luminose, in un subbuglio assillato da oscuri sospetti. Benché no: ecco là, al contrario, una faccia di donna che s’allargava di contentezza al riflesso d’una luce rossa; e là quella d’un bimbo che rideva, tenuto alto sulle braccia da un vecchio, davanti allo specchio d’uno sporto di bottega che ruscellava d’un getto continuo di gocce smeraldine. Fendevo la calca e con le due dita davanti alla bocca soffiavo, soffiavo su tutte quelle facce sfuggenti, senza scelta e senza voltarmi indietro ad accertarmi se davvero quei miei soffi producevano l’effetto già due volte sperimentato. Se lo producevano, chi avrebbe potuto attribuirlo a me? Non ero padrone di tenere quelle due dita davanti alla bocca e di soffiarci su per un mio innocente piacere? Chi poteva credere sul serio che un potere così inaudito e terribile mi fosse venuto in quelle due dita e nel soffio che emettevo appena su esse? Era ridicolo ammetterlo e poteva passare soltanto come uno scherzo puerile. Io scherzavo, ecco. E mi s’era già insugherita in bocca la lingua a furia di soffiare, e non avevo quasi piú fiato tra le labbra appuntite, arrivato in fondo alla via. Se ciò che avevo sperimentato due volte era vero, eh perdio, dovevo avere ucciso, così scherzando scherzando, piú d’un migliajo di persone. Non era possibile che il giorno dopo non si venisse a sapere, con terrore di tutta la città, di quella mortalità improvvisa e misteriosa.

Si venne difatti a sapere. Tutti i giornali, la mattina dopo, ne furono pieni. La città si svegliò sotto l’incubo tremendo d’una epidemia senza scampo scoppiata fulmineamente. Novecento sedici morti in una sola notte. Nel cimitero non si sapeva come riparare a seppellirli; non si sapeva come riparare a portarli via tutti dalle case. Sintomi comuni accertati dai medici in tutti i colpiti, dapprima l’avvertimento d’un malessere indefinito, poi la soffocazione. Dall’autopsia dei cadaveri, nessun indizio del male che aveva cagionato la morte quasi istantanea.

Restai, leggendo quei giornali, in preda a uno sgomento ch’era come lo sconcerto d’una orribile ubriachezza, confusione d’aspetti indistinti che s’avventavano, si sbattevano aggirati nel volume d’una nuvola che m’avvolgeva vorticosa; e un’ansia inesplicabile, un fremito pungente che urtava, urgeva contro qualcosa dentro che mi restava nero e immobile e a cui la mia coscienza, attratta ma tutta irta e in procinto di sbandarsi da ogni parte, si rifiutava d’accostarsi, toccava e subito se ne distaccava. Non so propriamente che cosa volessi esprimere, strizzandomi con una mano convulsa la fronte e ripetendo: «È un’impressione! è un’impressione!». Fatto si è che la parola, pur così vuota, m’ajutò a squarciare d’un lampo quella nuvola, e mi sentii per un momento sollevato, liberato. «Dev’esser tutta pazzia», pensai, «che m’è entrata nel capo per essermi trovato jeri a far quel gesto ridicolo e puerile prima che la calamità si dichiarasse di quest’epidemia piombata così di colpo sulla città. Sogliono spesso nascere da siffatte coincidenze le piú sciocche superstizioni e le fissazioni piú incredibili. Del resto, per liberarmene non ho che da aspettar qualche giorno senza piú ripetere lo scherzo di questo gesto. Se è epidemia, come certo dov’essere questa spaventosa mortalità deve seguitare e non cessar così di colpo come è cominciata.»

Bene; aspettai tre giorni, cinque giorni, una settimana, due settimane: nessun nuovo caso fu segnalato dai giornali: l’epidemia era di colpo cessata.

Eh, ma pazzo no, domando scusa, nella ossessione di un simile dubbio, ch’io potessi esser pazzo, non potevo restare; pazzo, d’una pazzia che, a dichiararla, avrebbe fatto scoppiare chiunque dalle risa, no, via. Da una tale ossessione bisognava pur che mi levassi al piú presto. E come? Rimettendomi a soffiar sulle dita? Si trattava di vite umane. Bisognava che fossi anche convinto che il mio atto era per se stesso innocente, da bambino, e che se gli altri ne morivano, non era colpa mia. Avrei sempre potuto credere a una ripresa della epidemia, dopo quella pausa di quindici giorni, poiché fino all’ultimo dovevo ritenere incredibile che la morte potesse dipendere da me. Ma intanto la tentazione diabolica d’acquistare una simile certezza, ben piú terribile del dubbio che potessi esser pazzo, la certezza di sapermi dotato d’un così inaudito potere: come resistere a una tale tentazione?

Dovevo concedermi di fare ancora una prova, ma timida e cautelosa; una prova quanto piú fosse possibile «giusta». La morte, si sa, non è giusta. Quella che dipendeva da me (se dipendeva da me) doveva esser giusta.

Conoscevo una cara bambina che, mentre giocava con le sue bambole, uscendo da un sogno per entrare in un altro, tutti diversi l’uno dall’altro, questo che la portava a un villaggio sul monte e quello che la portava a una spiaggia di mare, e poi dal mare a un paese lontano lontano, dov’era altra gente che parlava una lingua tutt’altra dalla sua, alla fine da tutti quei sogni s’era svegliata ancora bambina a vent’anni, ma proprio bambina bambina, con uno accanto che, appena uscito dall’ultimo di quei sogni, si era subito trasformato nella realtà di un omaccio straniero, in uno stangone alto due metri, stupido, infingardo e vizioso; e tra le braccia, invece della bambola, s’era trovato un povero esserino, che non si poteva dire un mostriciattolo perché aveva pure un visino d’angelo malato, quando la continua convulsione, a cui tutto il corpicciuolo era in preda, non gli deformava anche quello, orribilmente. «Morbo di...», non so, il nome di un medico straniero, inglese o americano, Pot mi pare seppur si scrive così (cara gloria, dare a un morbo il proprio nome!), «morbo di Pot» in una delle sue forme piú gravi e senza rimedio. Quel bimbo non avrebbe mai parlato, mai camminato, né mai si sarebbe servito di quelle sue manine scarnite e scontorte dalla violenza degli spasimi atroci. Avrebbe potuto tirare così ancora per anni. Ne aveva tre? Forse fino a dieci. Eppure, non pareva vero, tra le braccia di qualcuno che avesse imparato a reggerlo bene come quello stangone del padre, appena poteva, in qualche momento di tregua, il povero bimbo sorrideva d’un sorriso così beato in quel suo visino d’angelo, che subito, cessato l’orrore per quei contorcimenti, la più tenera compassione faceva sgorgare le lagrime dagli occhi di quanti stavano a guardarlo. Pareva impossibile che solo i medici non capissero che cosa chiedeva il bimbo con quel sorriso. Ma forse lo capivano, perché avevano già dichiarato che certamente era uno del casi davanti a cui non ci sarebbe stato da esitare, se la legge lo avesse permesso e ci fosse stato il consenso dei parenti. La legge è legge, perché crudele può essere, come spesso è, ma pietosa no, se non a costo di finire d’esser legge.

Io dunque mi presentai a quella madre.

La stanza dov’ella m’accolse era invasa dall’ombra e si vedevano come lontane le due finestre velate sul livido barlume dell’ultimo crepuscolo. Seduta sulla poltrona a piè del lettino, la madre reggeva tra le braccia il bimbo convulso. Io mi chinai su lui, senza dir nulla, con le dita davanti alla bocca. Il bimbo, al mio soffio, sorrise e spirò. Come la madre, abituata alla continua tensione spasmodica e guizzante di quel corpicciuolo, se lo sentì quasi sciolto d’improvviso tra le braccia e molle, rattenne un grido, alzò il capo a guardarmi, guardò il bimbo:

– Oh Dio, che gli hai fatto?

– Niente, hai visto, appena un soffio

– Ma è morto!

– Ora è beato. –

Glielo levai dalle braccia e lo deposi così tutto sciolto e molle sul lettino, col suo sorriso d’angelo ancora sulla boccuccia pallida.

– Tuo marito dov’è? Di là? Ti libero anche di lui. Non ha piú ragione d’opprimerti. Ma poi tu resta sempre a sognare, bambina. Vedi che si guadagna a uscire dai sogni? –

Non ci fu bisogno che andassi in cerca del marito. Si presentò, come un gigante sbalordito, sulla soglia. Ma nell’esaltazione che mi dava la terribile certezza ormai acquisita, io mi sentivo già smisuratamente cresciuto, molto piú alto di lui. «La vita che cos’è! Guarda, basta un soffio, così, a portarsela via!». E, soffiatogli sul viso, uscii da quella casa, ingigantito nella sera.

Ero io, ero io; la morte ero io; la avevo lì, nelle due dita e nel fiato; potevo far morire tutti. Per esser giusto verso quelli che avevo fatto morire prima, non dovevo ora far morire tutti? Non ci voleva nulla, purché mi fosse bastato il fiato. Non l’avrei fatto per odio di nessuno; non conoscevo nessuno. Come la morte. Un soffio, e via. Quanta umanità, prima di questa che ora mi passava ombra davanti, era stata soffiata via? Ma potevo mai tutta l’umanità? disabitare tutte le case? tutte le strade di tutte le Città? e le campagne e i monti e i mari? disabitare tutta la terra? Non era possibile. E allora no, non dovevo piú nessuno, piú nessuno. Dovevo forse mozzarmi quelle due dita. Ma chi sa se non sarebbe bastato il solo fiato. Dovevo provare? No, no: basta! Mi sentivo raccapricciare, al solo pensiero, da capo a piedi. Forse bastava il soffio soltanto. Come impedirmelo? Come vincere la tentazione? Una mano sulla bocca? Potevo condannarmi a star sempre con una mano sulla bocca?

Così farneticando, m’avvenne di passare davanti al portone dell’ospedale, spalancato. Nell’androne, erano alcuni infermieri, lì di guardia per il pronto soccorso, che conversavano con due questurini e col vecchio portinajo; e sulla soglia, intento a guardar nella strada, sta va col lungo càmice di servizio e le mani sui fianchi quel giovane medico accorso al letto di morte del povero Bernabò. Come mi vide passare, forse per i gesti che facevo in quel mio farneticare, mi riconobbe e si mise a ridere. Non l’avesse mai fatto! Mi fermai; gli gridai: «Non mi cimenti in questo momento col suo sciocco sorriso! Sono io, sono io; l’ho qua», e gli mostrai di nuovo le dita congiunte, «forse nel soffio soltanto! Ne vuoi fare la prova davanti a questi signori?». Sorpresi e incuriositi, gl’infermieri, i due questurini e il vecchio portinajo s’erano appressati. Col sorriso rassegnato sulle labbra che parevano dipinte e senza levarsi le mani dai fianchi, quello sciagurato non si contentò di pensarlo, questa volta, osò dirmi, scrollando le spalle: «Ma lei è pazzo!». «Sono pazzo?» incalzai. «L’epidemia è cessata da quindici giorni. Vuoi vedere che la riattizzo e la faccio divampare in un momento, spaventosamente?». «Soffiandosi sulle dita?». Le risa fragorose che seguirono a questa domanda del dottore mi fecero vacillare. Avvertii che non avrei dovuto lasciarmi prendere dalla irritazione per l’avvilimento del ridicolo che quel mio gesto, appena fatto palese, inevitabilmente m’attirava. Nessuno, fuor che io, poteva credere sul serio ai suoi terribili effetti. Ma l’irritazione tuttavia mi vinse, come il bruciore d’un bottone di fuoco sulla carne viva, sentendo quel ridicolo quasi un marchio di scherno che la morte avesse voluto imprimermi concedendomi quell’incredibile potere. S’aggiunse a questo, come una sferzata, la domanda del giovane medico: «Chi le ha detto che l’epidemia è cessata?». Restai. Non era cessata? Mi sentii avvampare di vergogna le guance. «I giornali» dissi «non han piú segnalato alcun caso». «I giornali», ribatté quello, «ma non noi, qua all’ospedale.. «Ancora casi». «Tre o quattro al giorno». «E lei è sicuro che siano dello stesso male?». «Ma sì, caro signore, sicurissimo. Così si riuscisse a veder chiaro nel male! Risparmi, risparmi il suo fiato». Gli altri tornarono a ridere. «Sta bene», dissi allora. «Se è così, io sono un pazzo e lei non avrà paura a offrirmene una prova. S’assume la responsabilità anche per questi altri cinque signori?». Il giovane medico, di fronte alla mia sfida, restò un momento perplesso; ma poi il sorriso gli ritornò sulle labbra: si volse a quei cinque: «Avete inteso? il signore presume che gli basta soffiarsi appena sulle dita per farci morire tutti quanti. Ci state? Io ci sto». Quelli esclamarono a coro, sghignazzando: «Ma sì, soffi, soffi, ci stiamo anche noi, eccoci qua!». E mi si misero tutt’e sei in fila davanti, coi volti protesi. Pareva una scena di teatro in quell’androne d’ospedale, sotto la lanterna rossa dei pronto soccorso. Erano certi d’aver da fare con un pazzo. Ormai non potevo piú tirarmi indietro. «È l’epidemia, caso mai, non sono io, eh?». E per esser piú sicuro, congiunsi come al solito le due dita davanti alla bocca. Al soffio, tutt’e sei, uno dopo l’altro, s’alterarono in viso; tutt’e sei si piegarono sul busto; tutt’e sei si portarono una mano al petto, guardandosi l’un l’altro negli occhi infoscati. Poi uno dei questurini mi saltò addosso, attanagliandomi il polso; ma subito si sentì soffocare, mancar le gambe, mi cadde ai piedi come a implorarmi ajuto. Gli altri, chi vagellava, chi annaspava con le braccia, chi era restato con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Istintivamente, col braccio libero feci per parare il giovane medico che s’abbatteva su me; ma anche lui, come già Bernabò, mi respinse furiosamente, e traboccò a terra con un gran tonfo. Una frotta di gente, che a mano a mano diventava folla, s’era intanto raccolta davanti al portone. I curiosi, di fuori, spingevano, mentre gli sgomenti rinculavano dalla soglia e pigiavano in mezzo agli ansiosi che volevano vedere che cosa stesse accadendo in quell’androne. Lo domandavano a me, come a uno che lo dovesse sapere, forse perché il mio volto non esprimeva né la curiosità, né l’ansia, né lo sgomento che erano in loro. Che aspetto avessi, non potrei dirlo; mi sentivo in quel momento come uno sperduto, d’improvviso assaltato da una muta di cani. Non vedevo altro scampo che nel mio gesto puerile. Dovevo aver negli occhi una espressione di paura e insieme di pietà per quei sei caduti e per tutti coloro che mi stavano intorno; fors’anche sorridevo dicendo a questo e a quello nel farmi largo: «Basta un soffio... così... così»; mentre da terra il giovane medico, testardo sino alla fine, gridava contorcendosi: «L’epidemia! L’epidemia!». Fu una fuga generale; e io mi vidi ancora per poco in mezzo a tutta quella gente che correva spaventata e all’impazzata, andare, io solo, a passo, ma come un ubriaco che parlasse tra sé, dolce e appenato; finché mi trovai, non so come, innanzi a uno specchio di bottega, sempre con quelle due dita davanti alla bocca e nell’atto di soffiare «...così... così...», forse per dare una prova dell’innocenza di quell’atto, mostrando che, ecco, lo facevo anche su di me, nel solo modo che mi fosse possibile. M’intravidi per un attimo appena in quello specchio, con occhi che io stesso non sapevo piú come guardarmeli, così cavati dentro Com’erano nella faccia da morto; poi, come se il vuoto mi avesse inghiottito, o colto una vertigine, non mi vidi piú; toccai lo specchio, era lì, davanti a me, lo vedevo e io non c’ero; mi toccai, la testa, il busto, le braccia; mi sentivo sotto le mani il corpo, ma non me lo vedevo piú e neanche le mani con cui me lo toccavo; eppure non ero cieco; vedevo tutto, la strada, la gente, le case, lo specchio; ecco, lo ritoccavo, m’appressavo a cercarmi in esso; non c’ero, non c’era nemmeno la mano che pur sentiva sotto le dita il freddo della lastra; un impeto mi prese, frenetico, di cacciarmi in quello specchio in cerca della mia immagine soffiata via, sparita; e mentre stavo così contro la lastra, uno, uscendo dalla bottega, m’investì e subito lo vidi balzare indietro inorridito e con la bocca aperta a un grido da pazzo che non gli usciva dalla gola: s’era imbattuto in qualcuno che doveva esser lì, e non c’era, non c’era nessuno: insorse in me allora prepotente il bisogno d’affermare che c’ero; parlai come nell’aria; gli soffiai nel volto: «L’epidemia!» e con una manata in petto lo abbattei. Intanto la via, messa in subbuglio da coloro che prima erano fuggiti e che ora, con visi da spiritati, tornavano indietro, certo concitando tutti in cerca di me, s’empiva di gente che da ogni parte rampollava, strabocchevole, come un fumo denso di facce cangianti che mi soffocava, vaporandosi quasi nel delirio d’un sogno spaventoso; ma pur pigiato tra quella calca, potevo andare, aprirmi un solco col soffio sulle mie dita invisibili. «L’epidemia! l’epidemia». Non ero piú io; ora finalmente lo capivo: ero l’epidemia, e tutte larve, ecco, tutte larve le vite umane che un soffio portava via. Quanto durò quell’incubo? Tutta la notte e parte del giorno appresso stentai a uscire da quella calca, e liberato alla fine anche dallo stretto delle case della città orrenda, mi sentii nell’aria della campagna aria anch’io. Tutto era dorato dal sole; non avevo corpo, non avevo ombra; il verde era così fresco e nuovo che pareva spuntato or ora dal mio estremo bisogno d’un refrigerio, ed era così mio, che mi sentivo toccare in ogni filo d’erba mosso dall’urto d’un insetto che veniva a posarsi; mi provavo a volare col volo quasi di carta, distaccato, di due farfalle bianche in amore; e come se veramente ora fosse uno scherzo, ecco, un soffio e via, e le ali distaccate di quelle farfalle cadevano lievi nell’aria come pezzi di carta; piú là, su un sedile guardato da oleandri, sedeva una giovinetta vestita d’un abito di velo celeste, con un gran cappello di paglia guarnito di roselline; batteva le ciglia; pensava, sorridendo d’un sorriso che me la rendeva lontana come un’immagine della mia giovinezza; forse non era altro veramente che una immagine rimasta lì della vita, sola ormai sulla terra. Un soffio e via! Intenerito fino all’angoscia da tanta dolcezza, rimanevo lì invisibile, con le mani afferrate e trattenendo il respiro, a mirarla da lontano; e il mio sguardo era l’aria stessa che la carezzava senza che lei se ne sentisse toccare.

192  -  Un’idea

Lasciata la solita compagnia nel caffè (tra i lumi e gli specchi pieni di fumo) si trova davanti la notte: vitrea, quasi fragile nella purezza degli astri sfavillanti sulla vastissima piazza deserta.

Attraversarla, gli pare impossibile; la vita, in cui deve rientrare, irraggiungibilmente remota da essa; e tutta la città, come da secoli disabitata, coi fanali che ancora la vegliano nel chiarore misterioso di quella gelida azzurrità notturna. Impossibile il rumore dei suoi passi in quel silenzio che pare eterno.

Ah se davvero per prodigio si fosse spenta la vita della città! Seduto come un mendìco sul paracarro all’imboccatura della via, davanti la piazza, rimarrebbe come quei fanali vani a mirare e sostenere la stupefazione immota di tutte le cose ormai vuote per sempre d’ogni senso.

Si scuote alla fine da quel fascino, per attraversare la piazza.

Leggero come un’ombra, il suo corpo; e, andando, nessun rumore. Dov’è piú il peso di cui s’è sentito gravare poc’anzi? Tutt’intorno, ora, la città ha come una vaporosa evanescenza di sogno; e il suo corpo vi si muove quasi fluido, ombra tra ombre.

È dunque un’idea. Ancora, sempre quella idea che egli non riesce in alcun modo a precisare. Appena ne avverte confusamente la presenza, si sente opprimere da quel peso. Appena gli svanisce, ecco: vuoto come un’ombra.

Ma non dov’essere dell’idea, quel peso. Il peso è del tempo che perde a guardar vivere gli altri. Non riesce più a capirne la ragione, o meglio, aspetta di capire che altro vi stiano a cercare, se è questa la vita, così tutta fatta di cose che si sanno, usuali e necessarie, le stesse ogni giorno, magari con l’illusione che ogni tanto ce ne possano esser di nuove solo perché hanno preso un giro più largo, con qualche imprevisto in principio, una sensazione insospettata, tanto da parere che s’apra un altro mondo, e poi o ci s’abitua poco dopo o si ricasca subito, delusi, nel solito d’una indifferenza continua. Prova per la mollezza di certe sue bontà, tutte un po’ artificiose, un tale schifo che, tante volte, a ripensarci, vorrebbe essere piuttosto una bestia feroce. E queste donne che si guastan la faccia per farsene una maschera! Se domandi a qualcuna: «A che pensi?» non pensano a nulla; ma basta che tu gliel’abbia domandato perché subito s’affacci loro alla mente qualcosa che non ti possono dire. Come svegliare le gatte. E la vanità di tutti questi segreti ragionamenti, sempre con un sorriso da scemo pronto sulle labbra a un minimo richiamo dei cari amici che ti burlano perché non sai dir loro che cos’hai né che cosa vuoi. Il peso è questo. Mentre forse, per sé, quell’idea è la cosa piú lieve, la piú semplice e, chi sa? la piú comune, forse.

Ha attraversato la piazza. Prima d’entrare nello stretto delle case torna a fermarsi. Andare a chiudersi, nell’atomo in cui è, piú che nausea gli fa paura. Prende a destra per il lungo viale che conduce al ponte e, di là ai sobborghi solitarii oltre il fiume. È certo che tornerà indietro appena giunto al ponte. Sul ponte non salirà. Senza volerlo avvertire, un brivido, solo a pensarci. Il freddo è pungente; perfino il selciato ne sembra illividito. Nota, camminando, che ogni qual volta passa sotto una delle lampade elettriche sospese alte in fila in mezzo al viale, l’ombra del suo corpo s’allunga, crescendogli curiosamente da un piede e dall’altro, e piú s’allunga e piú si rarefà, finché non svanisce. Anche l’ombra del suo corpo, come quell’idea.

Non può piú illudersi che, la mattina dopo, ristorato dal sonno della notte, si scrollerà d’addosso il ricordo di quei momenti d’ossessione, esclamando per non dar loro importanza:

– Stanchezza! –

Troppe volte ha esclamato così. Gli pare ormai la esclamazione d’un altro, per certi conforti che, inutile darli, eppure si danno. Se è veramente stanchezza, del resto, non essendo piú di momenti e non bastando piú il sonno né altro a fargliela passare, che sollievo e che conforto può piú essere per lui chiamarla così quella idea? E non è neppure disgusto di quella sua vita. No, è che proprio non lo sa che cosa sia precisamente né donde gli venga, ormai così spesso, quella idea, come un arresto improvviso che lo tiene sospeso e assorto in una opaca attesa.

Ma come? È già entrato?

Da sé, i suoi piedi, in un portone ben noto di quel viale; e hanno anche salito la prima rampa d’una scala per cui altre volte, di tempo in tempo, egli è salito con una vaga speranza nel cuore, e da cui ogni volta è disceso col proposito di non tornare a salirla mai piú.

Una saletta, e poi lo scrittojo, tutto in ombra, rischiarato soltanto sui grandi fogli bianchi d’un registro aperto sul piano della scrivania. Traspare appena in quell’ombra un paralume verde di vetro. E su quei fogli illuminati due mani rosee, piccole, con tante fossette quante sono le dita. Dall’ombra viene una voce. Senza sorpresa, senza rimprovero, quasi sbocciata da un lieve, lieto sorriso:

– Ah tu ancora qui, – Bisogna far gli occhi a discernere in quell’ombra; ma lui ci vede e va dritto alla voce e ha, come al solito, le mani troppo pronte; come al solito lei gliele prende e, piú che respingerle, fa il gesto di restituirgliele. Così non le vuole; neppure se egli fosse ancora il suo fidanzato. Ah, lo è ancora? Bel coraggio! Non si fa piú vedere da quattro mesi. Lei non l’ha richiamato; ma non lo richiamerà mai lei. Se vuoi venire, è sempre il benvenuto, e la troverà tutte le sere al lavoro, in casa, dopo il servizio giornaliero alla banca, là coi suoi registri e tra le sue cifre, e due penne, già, e due inchiostri, cifre rosse e cifre nere, regoli, matite e la macchinetta per le operazioni automatiche.

– Zia! –

Inutile svegliarla, povera zia. Dorme al solito sul divano, fingendo di lavorare a maglia. S’ostina ad aspettare, così con gli occhiali sul naso, che lei abbia finito, per andare a letto insieme. La testa le ciondola ora su una spalla ora sull’altra; le mani le sono scivolate in grembo: anche gli occhiali a momenti le scivoleranno dal naso.

Quelle cifre? Ma no, che vuole che rappresentino per lei? Il suo lavoro, da eseguire con la massima attenzione. Poi restano lì, per la banca. Non la interessano affatto. E così dicendo, si passa le mani sui biondi capelli lisci e lucidi e gli sorride coi chiari occhi azzurri. La bocca è così fresca e la fronte così serena! Non ha mai desiderii?

– No. Perché averne? –

Oh Dio, qualcuno, momentaneo, solo se possibile. E contenta così.

Se lui la sposasse?

Eh sì, perché no, tanto contenta.

Ma lui non la sposerà mai. Ora glielo domanda soltanto per sapere che cosa lei gli risponderà.

Bene, lei gli risponde così. È dolce supporlo anche senza crederci.

Per una donna come lei, del resto, meglio non sposare. Non saprebbe immaginarsi in una vita diversa. Questa casetta signorile, benché su al quinto piano, tutta messa con gusto di colori appropriati, tende, tappeti, la sodisfazione che tutto è dovuto al suo lavoro, la tranquillità della zia, qualche piacere che di tanto in tanto si possono prendere, il mese ai bagni o in collina, qualche passeggiata, le feste, con questa o quella amica. Ne ha, sì, qualcuna. E sorride. Perché non dovrebbe averne? E anche qualche giovanotto, perché no! Poche donne sanno sorridere con una così aliena dolcezza. Pare lontana da tutto, lontana anche da sé, come se neppure il suo corpo le appartenga e non abbia il minimo sospetto né dei desiderii che può accendere né del piacere che può dare. È difatti di una piacenza così nobilmente placida e pura, che nessuna bramosia carnale può sorgere in chi la miri. Ma possibile che non pensi a nulla? Almeno al suo avvenire! Vivrà sempre così, in codesto ritegno, sempre con l’aria di ritrarsi da tutto? Ci sono gli altri; c’è la vita, solo a farsi un po’ avanti. Non vuole. I pensieri della giornata, delle cose da fare. Legge, a volte, qualche libro; ma ha così poco tempo per la lettura! Libri di viaggio. Al polo? No. Perché dice al polo? Un’altra bella risata, liquida, schietta, luminosa. La crede proprio così fredda? Eppure, dicono che le donne esquimesi sono invece così calde!

– Io? Non so. D’inverno soffro molto il freddo. Giú le mani. Le ho fredde, sì. –

E questo silenzio. Sempre questo silenzio.

– Dormo quieta. Sogno di rado. –

Sul ponte, quella sera, che purezza d’astri!

Guarda il cielo per non guardare, giú, l’acqua del fiume. L’idea che non riesce a precisare è forse proprio questa. Ma non ne ha il coraggio. Poggia le mani sul parapetto del ponte; se le sente quasi restituire anche qui, dal freddo della pietra, come prima dal tepore di quelle altre mani. E resta lì, di nuovo assorto, opacamente, in quella sua singolare attesa. Il tempo s’è fermato e fra le cose rimaste tutt’intorno in uno stupore attonito pare che un segreto formidabile sia nel fatto che in tanta immobilità solo l’acqua del fiume si muova.

193  -  Lucilla

(ORA CHE S’È GUASTATA CON LE MONACHE)

Prato al sole, erba nuova, fili di suono, nel silenzio che pare uno stupore. Stupore di come s’accendono qua questi fiorellini d’oro e là bruciano quei rossi.

Ma già comincia a cadere, di sbieco e pericolante sul verde, l’ombra azzurra del conventino con la tozza crocetta in cima alla cuspide, così allungata che va a sbattere, e si rizza spezzata, su quel bianco muretto a riparo degli orti.

Lucilla, da un pezzo addossata al muro del conventino, smette di piangere, d’un tratto facendo caso all’ombra di quella crocetta.

Possibile, così lunga?

Ha sempre pensato, mandando gli occhi fin lassú, che veramente avrebbero potuto anche farla meno tozza, quella crocetta; ma in fondo, non dicendoselo, ha pure approvato ch’essa se ne stia lì quasi accovacciata su quella cuspide puntuta, senza mai desiderio di stirarsi un po’ per diventare nel cielo una crocetta snella, alta.

Ed ecco che ora il sole, per conto suo, si piglia questo piacere, e anche così inverosimilmente esagerato: bum! fin addosso al muretto... E allora, se lei Lucilla si mette al sole, dove arriverà?

Esce dall’ombra e s’espone al sole sul prato.

O com’è?

Uno sgorbio, di traverso.

Il dispetto che ne prova, con la sorpresa e l’incomprensione del fenomeno, si fa rabbia feroce, una rabbia che le torce le viscere dentro come una fune, non appena là sul prato l’ombra di qualcuno che sopravviene si stende accanto alla sua e subito la supera la supera, fino a far parere in un niente, la sua, men che l’ombra d’una bambina.

Si volta di scatto (perché ha riconosciuto dall’ombra la conversa che viene a cercarla) e, col faccino contratto dalla rabbia e certi occhi da gatta fustigata, le grida mostrando i pugni:

– No! No! No! Hanno voglia d’aspettarmi, non ci torno! non ci torno piú! –

E corre all’ombra, a risedere sull’erba, con le spalle appoggiate al muro del conventino.

La conversa, a quello scatto furioso, resta lì; la segue con gli occhi; poi fa per accostarsi, ma la vede scattar di nuovo in piedi pronta a fuggire, e si riferma:

– Ma via, non far la sciocca – le dice. – Non sei piú una bambina! –

Proprio ciò che fa al caso, in quel momento, per Lucilla.

Tutta un fremito, col volto avvampato dal sangue che, a quelle parole, s’è sentito montare alla testa, torna a stringere i pugni e – le viene innanzi gridando:

– Ah sì? lo sai dire? Ma appunto perchè non sono piú una bambina! –

Le parole stesse, man mano che le dice, danno questo spettacolo atroce negli occhi e nella bocca di Lucilla: che gli occhi, insanguati dal pianto e fosforescenti dalla rabbia, schizzano lagrime, e subito, con quelle lagrime, nel faccino piccolo da bambina, diventano occhi da grande; mentre, nella bocca digrignata, la voce, la voce diventa quella di una donna che già sa tutto.

La conversa, a questo spettacolo, si chiude in sé rattristata; par che diventi piú gialla e piú magra; non trova piú nulla da dire; cava dallo scialle nero che le pende dalle spalle le mani, due mani secche che pajono di pietra logora, e le congiunge per scuoterle pietosamente.

– Ma che vuoi fare? – le domanda alla fine. – Dove vuoi andare? –

E Lucilla, scrollandosi:

– Lo so io! Non ve n’incaricate! –

Quella si muove per ritornare al convento. Fatti due passi, si volta appena, per nascondere il pianto, e, indicando con una di quelle mani, sospira:

– Il tuo conventino... –

E se ne va.

Resta della voce, nel vano dell’aria, come l’ombra di quello che c’era: il rimpianto e il rimprovero. E Lucilla guarda il conventino.

C’è nata. Davvero, dentro di sé, pur senza volerlo piú riconoscere, sente che le è caro. Caro, perché, da convento grande grande, come potevano farlo, l’hanno fatto invece così piccolo piccolo, quasi apposta per lei. Come apposta per lei, suo padre che vi fu tant’anni sagrestano, prima che morisse, costruì i mobiletti del suo stanzino là dentro: mobiletti quasi da bambola, per non farla avvilire: il lettino, le sedioline, il tavolinetto, tutto in proporzione della sua statura. Perché lei per quel padre, e per quella madre che certo non poteva far figliuoli (tant’è vero che, appena fece lei così piccola piccola, morì), lei è rimasta come una figliuola guardata da lontano lontano, là dal punto della sua nascita, vent’anni fa. E così guardata da quegli occhi di madre che si sono allontanati d’anno in anno sempre piú, tutto quello che ha potuto crescere, eccolo qua, è poco, è niente, si sa; di anni solo è cresciuta; ma a vederla, è rimasta come una bambina: tanta così. Non nana, non nana! della nana non ha niente; tutti anzi si voltano a guardarla stupiti, da come è bella con la sua testina ricciuta sul collo svelto, che può girarla di qua e di là, come vuole, e tutti i riccioli intorno, come tanti serpentelli; il corpo perfetto, una miniatura. E lei lo sa, lo sa meglio di tutti, com’è il suo corpo, dacché ha imparato a conoscerselo, da come certi maschiacci la guardano, imbecilli!

Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei, dentro di sé, quando senza vedersi sta a pensare, pensa da grande, ormai, da donna, da donna fatta come tutte le altre. Vedersi allora trattata come una bambina da quelle stupide teste fasciate delle suore, che loro sì, anche vecchie con quelle facce siero di latte, guardano parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in collo e passata dalle braccia dell’una a quelle dell’altra, che tutte per carezzarla la mungono e nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata come una donna; no, no, no, questo non le è piú tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito. Ne ha Graffiate oggi tre o quattro in un momento che s’è sentita artigliare le dita, e non sa piú che ingiurie e vituperii ha scagliato loro in faccia, con la schiuma alla bocca.

Le hanno fatto la carità di tenerla con loro, in quello stanzino, anche dopo morto il padre? Sì, grazie, per aver quello spasso della bambolina viva, da giocarci nelle ore di ricreazione! Le hanno cucito con le loro stesse mani, alla bambola, il corredino, abiti, biancheria? Lascerà loro tutto, tutto; non si porterà via nulla così com’è, questa sera stessa, se n’andrà da Nino

Da Nino, da Nino, sì. Tra poco. Alle sette. Nino gliel’ha detto.

Si metterà con lui. Lei sa far tutto: badare alla casa, preparargli da mangiare, curargli gli abiti, rammendare, stirare. Col suo piccolo ferro da stiro, lei, barche di panni così, ha stirato in convento!

E Nino lo sa bene, che lei è già donna. Fin dalla prima volta che anche lui per chiasso se la prese in collo, passando come fa spesso la sera qua dal prato di ritorno dalla staccionata dov’ha l’allevamento dei cavalli, col suo cappellaccio da buttero, ma signore, e i bei gambali lucenti con gli sproni, nel sollevarla per le ascelle, subito, toccandole coi due pollici il petto fece un atto furbesco col capo, lui, e sorrise d’una certa maniera, strascicando un ahh... di sorpresa e d’ammirazione e guardandola con gli occhi imbambolati. E lei si punse le mani, puntandogliele sulle guance per tenergli discosta la bocca che voleva baciarla, là proprio sul petto, Nino. Che occhi! Neri e ridenti: forano, quegli occhi! E che denti, quando ride!

Già la sette?

Da quanto è stata a rimuginare tra sé là sul prato, presa la risoluzione di romperla con le monache, Lucilla è ormai come ubriaca; non vede piú nulla; va, vola come una farfallina abbarbagliata; e alla fine, quando si ritrova nell’androne della casa dove sta Nino, le par d’esservi giunta come una trottola, tra le vertigini, in un capogiro. Non tira piú fiato; e ora, ah Dio, c’è da fare tutte quelle scale, e che scale! per salire fino all’ultimo piano di quel vecchio casone decaduto.

Finalmente, un po’ reggendosi al muro, un po’ alla ringhiera, ci arriva; ma una volta lassú, davanti alla porta, per quanto si rizzi sulla punta dei piedini, non arriva a premere col braccino levato il campanello troppo alto; e allora si mette a tempestare di pugni la porta:

– Apri, apri, Nino! Sono io! Sono venuta! –

Nel bujo della saletta non discerne bene chi sia venuto ad aprirle. Sente accosto come un tanfo di stalla, mentre una mano ruvida cerca goffamente la sua per prenderla, come si fa coi bambini quando si vogliono portare davanti a qualcuno. La confusione, anzi peggio, lo sgomento da cui subito è presa, non è però per quel tanfo né per quell’atto goffo a cui lei istintivamente si sottrae; è per un gran baccano di voci e di risa che viene dalla stanza di là, attraverso l’uscio socchiuso, che dallo spiraglio dà a Lucilla l’impressione che crepiti e fiammeggi come un forno.

Lucilla comincia a tremare; vuol fuggire; ma l’uscio si spalanca: ominacci di campagna ubriachi, vestiti di velluto, con gambali e speroni ai piedi; facce bestiali pavonazze, urlando, barcollando, allungando le manacce, la tirano dentro, in mezzo a una nuvola di fumo; tutti sghignazzano come in un ribollimento di grassa sodisfazione; chi posa la pipa, chi la bottiglia e il bicchiere, e si buttano su lei; vogliono giocare con lei anche loro, ma in che altro modo! la spremono, la strizzano, la vogliono scoprire; e lei grida, strilla, si dibatte, finché Nino, sghignazzando anche lui e torcendosi tutto, con le lagrime agli occhi dal troppo ridere, con uno strattone non la libera e, tornando a sedere, non la ripara tra le sue gambe gridando:

– Basta! basta! Le sento battere il cuore, oh Dio ma sì, ma sì, le sento battere il cuore qua sul ginocchio!

Non s’accorge che Lucilla gli s’è abbattuta su quel ginocchio e che, se egli apre le gambe, gli casca giú a terra, come un cencio, svenuta.

Afferra con una mano un sudicio ragazzaccio di campagna, sui quattordici anni, scemo, che gli sta accanto tutto arruffato e intenerito (quello stesso che è venuto ad aprir la porta) e scuote Lucilla per presentarglielo:

– Eccoti qua lo sposino! Abbiamo tutto preparato

Lucilla non sa piú quanto tempo sia passato; che cosa le sia veramente accaduto là; s’è dibattuta, s’è svincolata, liberata, mordendo, graffiando, e ora va nella notte, non sa dove, piccola piccola, per strade grandi, deserte, ignote; è come impazzita, inebetita; e guarda, così piccola, i tronchi giganteschi degli alberi, di cui a stento riesce a scorgere le cime, e piú su, piú su, finestre vane illuminate come nel cielo, dove vorrebbe sparire, sparire, se Dio, come spera, vorrà alla fine darle le ali.

194  -  I piedi sull’erba

Sono andati a svegliarlo sulla poltrona nella stanza di là, se voleva vederla un’ultima volta prima che il coperchio fosse saldato sulla cassa.

– Ma è bujo? Com’è? –

No: le nove e mezzo del mattino. Ma oggi è spuntato così: ci si vede appena. Il trasporto è fissato per le dieci.

Guarda come un ebete. Gli pare impossibile che abbia dormito, e tanto, tutta la notte, così bene. Ancora insordito dal sonno; insordita dentro di lui la disperazione di quegli ultimi giorni; quelle facce insolite di vicini attorno alla poltrona in quel barlume di giorno; vorrebbe alzar le mani per difendersene; ma il sonno gli è colato e gli s’è fuso nel corpo come piombo; benché già alle dita dei piedi gli sia arrivata, chi sa come, una velleità di levarsi che subito cede. Deve inoltrarsi ancora disperato? Gli viene di dire: «Per sempre...», ma lo dice come uno che si ricomponga sotto le coperte per rimettersi a dormire. Tanto che gli altri si guardano negli occhi senza comprendere. Che, per sempre?

Che il giorno sia spuntato così. Vorrebbe dir questo; ma non ha senso. Il giorno dopo la morte, il giorno del funerale, così per sempre nella memoria, con quel barlume che appena ci si vede; e questo suo sonno; mentre di là, nella stanza della morta, forse le finestre...

– Le finestre? –

Sì, chiuse. Forse sono rimaste chiuse. C’è ancora il lume caldo, immobile, dei grossi ceri sgocciolanti; il letto portato via; la morta a terra nella cassa, dura e illividita tra quell’imbottitura di raso crema.

No, basta: l’ha veduta.

E richiude le palpebre sugli occhi che gli bruciano dal tanto piangere dei giorni scorsi. Basta. Ora ha dormito, e con questo sonno è finito tutto, smaltito, sepolto tutto. Ora, restare in questo rilascio di nervi, in questo senso di vuoto dolente e beato. Chiudere, chiudere la cassa, e via con essa tutta la sua vita passata.

Ma se è ancora di là...

Scatta in piedi; vacilla; lo sorreggono; e, con gli occhi chiusi, si lascia trasportare fino alla cassa; là li apre e subito, alla vista, grida il nome della morta, il nome vivo, com’egli solo in quel nome la può vedere e sentire viva, tutta, in tutti gli aspetti e gli atti della vita, come fu per lui. Guarda con feroce rancore gli astanti che non possono saperne nulla e stanno a vederla lì morta, com’è, e potrebbero almeno immaginare che cosa significhi per lui restarne privo. Vorrebbe gridarlo; ma ecco che il figlio accorre a strapparlo dalla cassa, con una furia di cui egli subito sottintende il senso. Un senso che lo fa gelare, come se si vedesse scoperto. Vergogna, ancora codeste velleità fino all’ultimo, e dopo che se n’è stato a dormire tutta la notte. Ora si deve far presto, per non far piú oltre aspettare gli amici invitati ad accompagnare in chiesa la salma.

– Va’, va’ di là; sii ragionevole, papà! –

Con gli occhi cattivi e pur pietosi, da povero, se ne torna di là alla sua poltrona.

Ragionevole, eh già; inutile gridare ciò che sorge dalle viscere e non trova senso nelle parole che si gridano; tante volte neppure negli atti che si fanno. Per un marito che resta vedovo a una certa età, quando ancora s’ha pur bisogno della moglie, la perdita è forse uguale a quella d’un figlio per cui è anzi una provvidenza restare orfano? Provvidenza, sì, provvidenza, in procinto com’è di sposare, appena trascorsi i tre mesi di lutto stretto, con la scusa che ora per tutti e due c’è bisogno d’una donna che subentri al governo della casa.

– Pardi! Pardi! – chiamano forte nella saletta d’ingresso.

E si sente gelare vieppiú, avvertendo ben distintamente per la prima volta che non chiamano piú lui, con quel cognome che è il suo, ma il figlio; e che quel cognome resta vivo, ora, per il figlio e non piú per lui. E lui, invece, sciocco, è andato a gridar vivo di là il nome della mamma, come una profanazione, vergogna! Sì sì, velleità inutile, lo riconosce lui stesso, dopo quel gran sonno che l’ha liberato di tutto. Ora, veramente, la cosa piú viva in lui è la curiosità di vedere come sarà la sua casa; come gliela trasformeranno; dove lo faranno dormire. Il letto grande, a due, intanto, portato via. Forse in un lettino? Già. In quello del figlio. Il lettino, ora, per lui. E il figlio, domani nel letto grande, da trovarsi accanto la moglie, sporgendo il braccio. Lui, dal lettino, il braccio lo sporgerà nel vuoto.

È tutto indolenzito e con una gran confusione nel capo e la sensazione già di quel vuoto, dentro e fuori di lui. L’indolenzimento del corpo proviene dallo star seduto da così lungo tempo; se fa tanto d’alzarsi, è sicuro che in tutto quel vuoto ormai si solleverebbe leggero come una piuma; non ha piú nulla dentro di sé, ridotta a niente la sua vita. Poca differenza tra lui e quella seggiola là. Anzi quella seggiola può anche parer sodisfatta sulle sue quattro gambe; mentre lui, i suoi piedi, non sa piú dove posarli, né che farsi delle sue mani. A chi importa piú la sua vita? Ah, ma nemmeno a lui quella degli altri. Eppure, la sua vita, dato che gli è rimasta, deve seguitare. Ricominciare. Una vita a cui non può ancora pensare; a cui certo non avrebbe mai piú pensato, se gli fossero rimaste le condizioni in cui già s’era chiusa. Ora, buttato fuori così, tutt’a un tratto; non ancora vecchio e non piú giovane...

Sorride e scrolla le spalle. Per suo figlio, tutt’a un tratto, e diventato come un bambino. Ma dopo tutto si sa che avviene quasi sempre così, i padri che diventano figli dei proprii figli cresciuti, che han preso mondo e si son fatti piú avanti del padre, una posizione piú importante che permette loro di tenere il padre in riposo, per ricompensarlo di quanto ne ebbero da piccoli, ora ch’egli a sua volta è divenuto di nuovo come piccolo.

Il lettino...

Non gli hanno assegnato nemmeno la cameretta in cui prima dormiva il figlio; ma un’altra, quasi nascosta, sul cortile, con la scusa che là sarebbe piú appartato e libero di fare il comodo suo, col meglio dei suoi mobili, disposti in modo che a nessuno potrebbe venire in mente ché quella sia la cameretta dov’egli prima teneva la serva. Nelle stanze poste sul davanti sono entrati mobili nuovi, pretenziosi, e nuovi arredamenti, perfino lusso di tappeti. Non c’è ormai piú traccia delle sue vecchie abitudini nella casa così tutta rinnovata; e anche i mobili vecchi, i suoi, nelle stanzette oscure dove sono stati relegati, così come ora li hanno disposti, pare che non sappiano come intendersi tra loro. Eppure – strano! – del disprezzo in cui con essi si vede caduto, non riesce ad aversi a male; non solo perché, ammirando le stanze rimesse a nuovo, prova pure una bella sodisfazione per il figlio; ma anche in fondo per un altro sentimento che non gli è ancora ben chiaro, di un’altra vita che, con la prepotenza degli aspetti nuovi, così tutta lustra e colorita, ha cancellato perfino il ricordo della vecchia. Un che di nuovo che può anche rinascere in lui, di nascosto. Senza farsene accorgere, lo intravede come dallo spiraglio luminoso e sconfinato d’una porta che gli si sia aperta alle spalle, donde potrebbe sparire, cogliendo un’occasione ormai facile, visto che nessuno piú si cura di lui, lasciato come in vacanza nell’ombra delle stanzette di là «per fare il comodo suo». Si sente piú che mai leggero. E gli è venuta negli occhi una luce che, ricolorandogli tutto, lo fa passare di maraviglia in maraviglia, veramente come se fosse ridivenuto bambino. Gli occhi, come li aveva da piccolo. Vispi. Aperti su un mondo che gli par tutto nuovo.

Ha preso a uscir di mattina, proprio per iniziar le vacanze che dureranno ormai tutto il tempo che gli durerà ancora la vita. Spogliato di tutte le cure, s’è accordato col figlio su quanto lascerà ogni mese della pensione per il suo mantenimento; poco; vorrebbe lasciar tutto per essere piú leggero e non aver tentazioni: non ha bisogno di nulla; ma il figlio dice, non si sa mai, qualche desiderio; no, e di che? gli basta ormai soltanto vedere così da fuori la vita.

Scrollato d’addosso il peso di tutte le esperienze, coi vecchi non sa piú farsela; li sfugge; coi giovani, non può, perché lo considerano vecchio; se ne va alla villa, dove ci sono i bambini.

Ricominciare la vita così, coi bambini, sull’erba dei prati. Dov’è piú alta, e così folta e fresca che stordisce con l’ebbrezza del suo odore, i bambini vanno a nascondersi; vi spariscono. Lo scroscio perenne di un’acqua che scorre coperta non fa avvertire il fruscio delle foglie smosse. Ma presto i bambini si dimenticano del loro gioco; si denudano i piedini; eccone là uno, roseo, in mezzo a tutto quel verde. Chi sa che delizia immergere i piedi nel fresco di quell’erba nuova! Si prova a liberare un piede anche lui, di nascosto; sta per slacciare la scarpa dell’altro, allorché gli sorge davanti tutt’accesa in volto e con gli occhi fulminanti una giovinetta che gli grida: «Vecchio porco!» riparandosi subito con le mani le gambe, poiché egli la guarda da sotto in su e i cespugli le hanno un po’ sollevato il vestitino davanti.

Resta come basito. No! Che ha creduto? È scomparsa. Lui voleva prendersi un piacere innocente. Si copre con tutt’e due le mani il piede nudo, indurito. Che ci ha visto di male? Perché vecchio, non può piú provare il gusto che provano i bambini a denudarsi i piedi sull’erba? Si pensa subito al male, perché è vecchio? Eh lo sa che, da bambino, lui d’un balzo può diventare anche uomini; è ancora uomo, uomo; ma non ci vuol piú pensare; non ci pensava; era` proprio come un bambino nell’atto di togliersi le scarpe. Ah che infamia, ingiuriarlo così! Vigliacca! E si butta con la faccia a terra sull’erba. Tutto il suo lutto, e la sua perdita, e che non ha piú nessuno, e che perciò ha potuto ridursi a far quel gesto interpretato come di sudicia malizia; tutto gli rivien su come un rigurgito amaro. Stupida! Se lo volesse fare, gliel’ammette anche il figlio a qualche desiderio»: ha in tasca il denaro per questo.

Stravolto dallo sdegno, si tira su. Con le mani che gli ballano, si rimette vergognoso la calza, la scarpa; il sangue gli è tutto montato alla testa e gli occhi gli sbattono truci. Lo sa dove andare per questo, lo sa.

Ma poi, per via, si placa e se ne torna a casa. Tra quella confusione di mobili, che par fatta apposta perché gli dia di volta il cervello, va a buttarsi sul letto, con la faccia al muro.

195  -  Cinci

Un cane, davanti una porta chiusa, s’accula paziente aspettando che gli s’apra; al piú, alza ogni tanto una zampa e la gratta, emettendo qualche sommesso guaito.

Cane, sa che non può fare di piú.

Di ritorno dalle lezioni del pomeriggio, Cinci, col fagotto dei libri e dei quaderni legati con la cinghia sotto il braccio, trova il cane lì davanti alla porta e, irritato da quell’attesa paziente – un calcio; calci anche alla porta, pur sapendo che è chiusa a chiave e che in casa non c’è nessuno; alla fine, ciò che gli pesa di piú, quel fagotto di libri, rabbiosamente per sbarazzarsene lo scaraventa contro la porta, come se attraverso il legno possa passare e andare a finir dentro casa. La porta, invece, con la stessa forza glielo rimanda subito sul petto. Cinci ne resta sorpreso, come d’un bel gioco che la porta gli abbia proposto, e rilancia il fagotto. Allora, poiché già sono in tre a giocare, Cinci il fagotto e la porta, ci si mette anche il cane e springa a ogni lancio, a ogni rimbalzo, abbajando. Qualche passante si ferma a guardare: chi sorride, quasi avvilito della sciocchezza di quel gioco e del cane che ci si diverte; chi s’indigna per quei poveri libri; costano danari; non dovrebbe esser lecito trattarli con tanto disprezzo. Cinci leva lo spettacolo; a terra il fagotto e, strisciando con la schiena sul muro, ci si cala a sedere; ma il fagotto gli sguscia di sotto e lui sbatte a sedere in terra; fa un sorriso balordo e si guarda attorno, mentre il cane salta indietro e lo mira.

Tutte le diavolerie che gli passano per il capo Cinci le dà quasi a vedere in quei ciuffi scompigliati dei suoi capelli di stoppa e negli occhi verdi aguzzi che sembrano vermicarne. È nell’età sgraziata della crescenza, ispido e giallo. Tornando a scuola, quel pomeriggio, ha dimenticato a casa il fazzoletto, per cui ora, di tanto in tanto, lì seduto a terra, sorsa col naso. Si fa venire quasi sulla faccia le ginocchia enormi delle grosse gambe scoperte, perché porta ancora, e non dovrebbe piú, i calzoni corti. Butta sbiechi i piedi, camminando; e non ci sono scarpe che gli durino; queste che ha ai piedi sono già rotte. Ora, stufo, s’abbraccia le gambe, sbuffa e si tira su con la schiena contro il muro. Si leva anche il cane e pare gli domandi dove si vada adesso. Dove? In campagna, a far merenda, rubando qualche fico o qualche mela. È un’idea; non ne è ancora ben sicuro.

Il lastricato della strada finisce lì, dopo la casa; poi comincia la via sterrata del sobborgo che conduce in fondo in fondo alla campagna. Chi sa che bella sensazione deve provarsi, andando in carrozza, quando i ferri dei cavalli e le ruote passano dal duro del lastricato strepitoso al molle silenzioso dello sterrato. Sarà forse come quando il professore, dopo aver tanto sgridato perché lui l’ha fatto arrabbiare, tutt’a un tratto si mette a parlargli con una molle bontà soffusa di rassegnata malinconia, che tanto piú gli piace quanto piú l’allontana dal temuto castigo. Sì, andare in campagna; uscire dallo stretto delle ultime case di quel puzzolente sobborgo, fin dove la via allarga laggiú nella piazzetta all’uscita del paese. C’è ora l’ospedale nuovo laggiú, i cui muri intonacati di calce sono ancora così bianchi che al sole bisogna chiudere gli occhi, da come accecano. Vi hanno trasportato ultimamente tutti gli ammalati che erano nel vecchio, con le ambulanze e le lettighe; è parsa quasi una festa, vederne tante in fila; le ambulanze avanti, con tutte le tele svolazzanti ai finestrini; e, per gli ammalati piú gravi, quelle belle lettighe traballanti sulle molle, come ragni. Ma ora è tardi; il sole sta per tramontare, e qua e là ai finestroni non staranno piú affacciati i convalescenti, in camice grigio e zucchetto bianco, a guardare con tristezza la chiesina vecchia dirimpetto, che sorge là tra poche altre case, vecchie anch’esse, e qualche albero. Dopo quella piazzetta la strada si fa di campagna e monta alla costa del poggio.

Cinci si ferma; torna a sbuffare. Ci deve andare davvero? Si riavvia svogliato, perché comincia a sentirsi ribollire nelle viscere tutto il cattivo che gli viene da tante cose che non sa spiegarsi: sua madre, come viva, di che viva, sempre fuori di casa, e ostinata a mandarlo ancora a scuola; maledetta, così lontana: ogni giorno, a volare, almeno tre quarti d’ora, di quaggiú dove sta, per arrivarci; e poi per tornare a mezzogiorno; e poi di nuovo per ritornarci, finito che ha di buttar giú due bocconi; come fare a tempo? e sua madre dice che il tempo gli passa a giocare col cane, e che è un bighellone, e insomma a sbattergli in faccia sempre le stesse cose: che non studia, che è sudicio, che se lo manda a comprare qualcosa, la peggio roba l’appiccicano a lui...

Dov’è Fox?

Eccolo: gli trotta dietro, povera bestia. Eh, lui almeno lo sa che cosa deve fare: seguire il suo padrone. Fare qualche cosa: la smania è proprio questa: non sapere che cosa. Potrebbe pur lasciargliela, sua madre, la chiave, quando va a cucire a giornata, come gli dà a intendere, nelle case dei signori. Ma no, dice che non si fida, e che al suo ritorno dalla scuola, se lei non è rincasata, poco potrà tardare, e che dunque la aspetti. Dove? Li fermo davanti alla porta? Certe volte ha aspettato perfino due ore, al freddo, e anche sotto la pioggia; e apposta allora, in luogo di ripararsi, è andato al cantone a pigliarsi lo sgrondo, per farsi trovare da lei tutto intinto da strizzare. Vederla alla fine arrivare, affannata, con un ombrello prestato, il volto in fiamme, gli occhi lustri sfuggenti, e così nervosa che non trova neanche piú la chiave nella borsetta.

– Ti sei bagnato? Abbi pazienza, ho dovuto far tardi. –

Cinci aggrotta le ciglia. A certe cose non vuol pensare. Ma suo padre, lui, non l’ha conosciuto; gli è stato detto che è morto, prima ancora che lui nascesse; ma chi era non gli è stato detto; e ora lui non vuole piú né domandarlo né saperlo. Può essere anche quell’accidentato che si trascina perso da una parte – sì, bravo – ancora alla taverna. Fox gli si para davanti e gli abbaja. Gli farà impressione la stampella. Ed ecco qua tutte queste donne a crocchio, con tanto di pancia senz’esser gravide; forse una sì; quella con la sottana rizzata davanti un palmo dal suolo e che dietro spazza la strada; e quest’altra col bambino in braccio che ora cava dal busto... ah, peuh, che pellàncica! La sua mamma è bella, ancora tanto giovane, e a lui bambino il latte, così dal seno, lo diede anche lei, forse in una casa di campagna, in un’aja, al sole. Ha il ricordo vago d’una casa di campagna, Cinci; dove forse, se non l’ha sognata, abitò nell’infanzia, o che forse vide allora in qualche parte, chi sa dove. Certo ora, a guardarle da lontano, le case di campagna, sente la malinconia che deve invaderle quando comincia a farsi sera, col lume che vi s’accende a petrolio, di quelli che si portano a mano da questa stanza a quella, che si vedono scomparire da una finestra e ricomparire dall’altra. E arrivato alla piazzetta. Ora si vede tutta la cala del cielo dove il tramonto s’è già ammorzato, e sopra il poggio, che pare nero, il celeste tenero tenero. Sulla terra è già l’ombra della sera, e il grande muro bianco dell’ospedale è illividito. Qualche vecchia in ritardo s’affretta alla chiesina per il Vespro. Cinci d’improvviso s’invoglia d’entrarci anche lui, e Fox si ferma a guardarlo, perché sa bene che a lui non è permesso. Davanti all’entrata la vecchina in ritardo s’affanna e pìgola alle prese col coltrone di cuojo troppo pesante Cinci l’ajuta a sollevarlo, ma quella, invece di ringraziarlo, lo guarda male, perché capisce che non entra in chiesa per divozione. La chiesina ha il rigido d’una grotta; sull’altare maggiore i guizzi baluginanti di due ceri e qua e là qualche lampadino smarrito. Ha preso tanta polvere, povera chiesina, per la vecchiaja; e la polvere sa d’appassito in quella cruda umidità; il silenzio tenebroso pare che stia con tutti gli echi in agguato d’ogni minimo rumore. Cinci ha la tentazione di gettare un bercio per farli tutti sobbalzare. Le beghine si sono infilate nelle panche, ciascuna al suo posto. Il bercio no, ma gettare a terra quel fagotto di libri che gli pesa, come se gli cadesse per caso di mano, perché no? Lo getta, e subito gli echi saltano addosso al colpo che rintrona e lo schiacciano, quasi con dispetto. Questa dell’eco che salta addosso a un rumore come un cane infastidito nel sonno e lo schiaccia, è un’esperienza che Cinci ha fatta con gusto altre volte Non bisogna abusare della pazienza delle povere beghine scandalizzate. Esce dalla Chiesina; ritrova Fox pronto a seguirlo e riprende la strada che sale al poggio. Qualche frutto da addentare bisogna che lo trovi, scavalcando piú là una muriccia e buttandosi tra gli alberi. Ha lo struggimento; ma non sa propriamente se per bisogno di mangiare o per quella smania che gli s’è messa allo stomaco, di fare qualche cosa.

Strada di campagna, in salita, solitaria; ciottoli che gli asinelli alle volte si prendono tra gli zoccoli e fanno ruzzolare per un tratto e poi, dove si fermano, stanno; eccone uno lì: un colpo con la punta della scarpa: godi, vola! erba che spunta sulle prode o a piè delle muricce, lunghi fili d’avena impennacchiati che fa piacere brucare: tutti i pennacchietti restano a mazzo nelle dita; si gettano addosso a qualcuno, e quanti se n’attaccano, tanti mariti (se è una donna) prenderà, e tante mogli se un uomo. Cinci vuol far la prova su Fox. Sette mogli, nientemeno. Ma non è prova, perché sul pelo nero di Fox son rimasti impigliati tutti quanti. E Fox, vecchio stupido, ha chiuso gli occhi ed è rimasto, senza capir lo scherzo, con quelle sette mogli addosso.

Non ha piú voglia d’andare avanti, Cinci. È stanco e seccato. Si tira a sedere sulla muriccia a manca della strada e di là si mette a guardare nel cielo la larva della luna che comincia appena appena a ravvivarsi d’un pallido oro nel verde che s’estenua nel crepuscolo morente. La vede e non la vede; come le cose che gli vagano nella mente e l’una si cangia nell’altra e tutte l’allontanano sempre piú dal suo corpo lì seduto inerte, tanto che non se lo sente piú; la sua stessa mano, se gli s’avvistasse, posata sul ginocchio, gli sembrerebbe quella d’un estraneo, o quel suo piede penzoloni nella scarpa rotta, sporca: non è piú nel suo corpo: è nelle cose che vede e non vede, il cielo morente, la luna che s’accende, e là quelle masse cupe d’alberi che si stagliano nell’aria fatta vana, e qua la terra solla, nera, zappata da poco, da cui esala ancora quel senso d’umido corrotto nell’afa delle ultime giornate d’ottobre, ancora di sole caldo.

A un tratto, tutt’assorto com’è, chi sa che gli passa per le carni, stolta, e istintivamente alza la mano a un orecchio. Una risatina stride da sotto la muriccia. Un ragazzo della sua età, contadinotto, s’è nascosto laggiú, dalla parte della campagna. Ha strappato e brucato anche lui un lungo filo d’avena, gli ha fatto un cappio in cima e, zitto zitto, con esso, alzando il braccio, ha tentato d’accappiare a Cinci l’orecchio. Appena Cinci, risentito, si volta, subito quello gli fa cenno di tacere e tende il filo d’avena lungo la muriccia, dove tra una pietra e l’altra spunta il musetto d’una lucertola, a cui con quel cappio egli dà la caccia da un’ora. Cinci si sporge a guardare, ansioso. La bestiola, senz’accorgersene, ha infilato da sè il capo nel cappio lì appostato; ma ancora è poco; bisogna aspettare che lo sporga un tantino di piú, e può darsi che invece lo ritragga, se la mano che regge il filo d’avena tremola e le fa avvertire l’insidia. Forse ora è sul punto d’assaettarsi per evadere da quel rifugio divenuto una prigione. Sì, sì; ma attenti allora a dare a tempo la stratta per accappiarla. È un attimo. Eccola! E la lucertola guizza come un pesciolino in cima a quel filo d’avena. Irresistibilmente Cinci salta giú dalla muriccia; ma l’altro, forse temendo che voglia impadronirsi della bestiola, rotea piú volte in aria il braccio e poi la sbatte con ferocia su un lastrone che si trova lì tra gli sterpi. – No! – grida Cinci; ma è troppo tardi: la lucertola giace immobile su quel lastrone col bianco della pancia al lume della luna. Cinci se ne adira. Ha voluto sì, anche lui, che quella povera bestiola fosse presa, preso lui stesso per un momento da quell’istinto della caccia che è in tutti agguattato; ma ucciderla così, senza prima vederla da vicino, negli occhietti acuti fino allo spasimo, nel palpito dei fianchi, nel fremito di tutto il verde corpicciuolo; no, è stato stupido e vile. E Cinci avventa con tutta la forza un pugno in petto a quel ragazzo e lo manda a ruzzolare in terra tanto piú lontano quanto piú quegli, così tutto squilibrato indietro, tenta di riprendersi per non cadere. Ma caduto, subito si rizza inferocito, ghermisce un toffo di terra e lo scaglia in faccia a Cinci, che ne resta accecato e con quel senso d’umido in bocca che piú gli sa di sfregio e l’imbestialisce. Prende anche lui di quella terra e la scaglia. Il duello si fa subito accanito. Ma l’altro è piú svelto e piú bravo; non fallisce colpo, e gli viene sempre piú addosso, avanzando, con quei toffi di terra che, se non feriscono, percuotono sordi e duri e, sgretolandosi, sono come una grandinata da per tutto, in petto e sulla faccia tra i capelli agli orecchi e fin dentro le scarpe. Soffocato, non sapendo piú come ripararsi e difendersi, Cinci, furibondo, si volta, spicca un salto e col braccio alzato strappa una pietra dalla muriccia. Qualcuno di là si ritrae: sarà Fox. Scagliata la pietra, d’un tratto – com’è? – da che tutto prima gli si sconvolgeva, balzandogli davanti agli occhi, quelle masse d’alberi, in cielo la luna come uno striscio di luce, ora ecco nulla si muove piú, quasi che il tempo stesso e tutte le cose si siano fermati in uno stupore attonito intorno a quel ragazzo traboccato a terra. Cinci, ancora ansante e col cuore in gola, mira esterrefatto, addossato alla muriccia, quell’incredibile immobilità silenziosa della campagna sotto la luna, quel ragazzo che vi giace con la faccia mezzo nascosta nella terra, e sente crescere in sé formidabilmente il senso d’una solitudine eterna, da cui deve subito fuggire. Non è stato lui; lui non l’ha voluto; non ne sa nulla. E allora, proprio come se non sia stato lui, proprio come se s’appressi per curiosità, muove un passo e poi un altro, e si china a guardare. Il ragazzo ha la testa sfragellata, la bocca nel sangue colato a terra nero, una gamba un po’ scoperta, tra il calzone che s’è ritirato e la calza di cotone. Morto, come da sempre. Tutto resta lì, come un sogno. Bisogna che lui se ne svegli per andar via in tempo. Lì, come in un sogno, quella lucertola arrovesciata sul lastrone, con la pancia alla luna e il filo di avena che pende ancora dal collo. Lui se ne va, col suo fagotto di libri di nuovo sotto il braccio, e Fox dietro, che anche lui non sa nulla.

A mano a mano che s’allontana, discendendo dal poggio, diviene sempre piú così stranamente sicuro, che non s’affretta nemmeno. Arriva alla piazzetta deserta; c’è anche qui la luna; ma è un’altra, se ora qui rischiara, senza saper nulla, la bianca facciata dell’ospedale. Ecco ora la via del sobborgo, come prima. Arriva a casa: sua madre non è ancora rientrata. Non dovrà dunque dirle neppure dove è stato. È stato lì ad aspettarla. E questo, che ora diventa vero per sua madre, diventa subito vero anche per lui; difatti, eccolo con le spalle appoggiate al muro accanto alla porta.

Basterà che si faccia trovare così.

196  -  Di sera, un geranio

S’è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s’affonda nell’acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú.

Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell’aria della sua camera chiusa.

Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il ricordo, com’erano; non ancora lontani ma già staccati: là l’udito, dov’è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov’è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell’uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s’indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull’occhio.

Lui, quello! Uno che non è piú. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d’addormentarsi. Difatti poi, nel sonno...

Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:

– Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un’operazione così rischiosa?

– Al punto in cui siamo, il rischio veramente...

– Non è il rischio. Dico se c’è qualche speranza.

– Ah, poca.

– E allora... –

La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.

 

Ma dopo tutto, ora s’è liberato, e prova per quel suo corpo là, piú che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell’immagine come la cosa piú sua.

Non era vero. Non è vero.

Lui non era quel suo corpo; c’era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s’agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.

Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d’addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza piú lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.

Lui è ora quelle cose; non piú com’erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per lui.

E questo è morire.

Il muro della villa. Ma come, n’è già fuori? La luna vi batte sopra; e giú è il giardino.

La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.

L’acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.

Come chiara quest’acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d’acqua già caduta è come un’eternità di oceano.

A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d’acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell’acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s’ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche sul cupo verde vitreo dell’acqua. Ma se sono cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!

Sparire.

Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita: l’illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c’erano; suoni, colori, non c’erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com’era. Quel verde... Ah come, all’alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l’umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un’erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz’aver piú nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d’una così vana eternità.

Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...

– Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come s’accende! Perchè?

Di sera, qualche volta, nei giardini s’accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011