Luigi Pirandello

Candelora

vol.  13

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

174 - Candelora

175 - Il signore della nave

176 - La camera in attesa

177 - Romolo

178 - La rosa

179 - Da sé

180 - La realtà del sogno

181 - Piuma

182 - Un ritratto

183 - Zuccarello distinto melodista

184 - Servitù

185 - « Ho tante cose da dirvi »

186 - Mentre il cuore soffriva

187 - La carriola

188 - Nell’albergo è morto un tale

174  -  Candelora

Nane Papa, con le mani grassocce appese alle falde del vecchio panama sformato, dice a Candelora:

– Non ti conviene. Dai retta a me, cara. Non ti conviene.

E Candelora, su le furie, gli grida:

– E che mi conviene allora? rimanere con te? crepare qua di rabbia, di schifo?

Nane Papa, placido, calcandosi sempre piú il panama:

– Sì, cara. Ma senza crepare. Con un po’ di pazienza. Guarda, per dirla com’è, Chico...

– Ti proibisco di chiamarlo così!

– E non lo chiami così tu?

– Appunto perché lo chiamo io così!

– Ah, bene. Credevo di farti piacere. Vuoi allora che lo chiami il barone? Il barone. Dico che il barone ti ama, Candelora mia, e spende per te...

– Ah, per me spende? Buffone! Mascalzone! Non spende assai piú per te?

– Se non mi lasci finire... Spende per me e per te, il barone. Ma vedi? Se spende assai piú per me, che significa? Sii ragionevole. Significa che dà prezzo a te unicamente perché tu ricevi il lustro da me. Questo non lo puoi negare.

– Lustro?  – torna a gridare Candelora, al colmo della rabbia.  – Sì, lustro di queste...

Alza un piede e gli mostra la scarpa.

– Vergogna ricevo! vergogna! vergogna!

Nane Papa sorride, e piú placido che mai risponde:

– No, scusa. Vergogna io, se mai. Sono tuo marito. È tutto qui, credi, Loretta. Se non fossi tuo marito e, sopratutto, se tu non stessi piú con me, sotto questo tetto ospitale, tutto il gusto, capisci? svanirebbe. Qua possono venire a onorarti impunemente, e tutti con un piacere tanto piú grande, quanto piú tu, diciamo così, mi fai disonore e vergogna. Senza piú me, tu, Loretta Papa, diventeresti subito una piccola cosa di poco valore e di molto rischio, per cui Chico.... il barone, non spen... Che fai

Piangi? Ma no, via! Io sto scherzando...

Nane s’accosta a Candelora; fa per passarle una mano sotto il mento; ma Loretta gli ghermisce il braccio; apre la bocca come una belva e gli addenta quel braccio; a lungo, a lungo, senza lasciare, stringendo sempre piú forte, rabbiosamente.

Curvo, per tenerle il braccio comodo all’altezza della bocca, Nane digrigna i denti anche lui, ma per sorridere muto allo spasimo che lo fa impallidire.

Gli occhi gli diventano di punto in punto piú lustri e piú acuti.

Poi, quando i denti di Candelora si staccano, delizia! si sente nel braccio come una bollatura di fuoco.

Non dice nulla.

Tira su pian piano la manica della giacca; quella della camicia non vien su. La tela s’è affondata nella carne viva. La manica bianca è pezzata nel mezzo di rosso. Una chiostra insanguinata; la chiostra dei denti forti di Candelora, impressi lì tutti a uno a uno. A sollevarla ti voglio! Ma alla fine, sempre sorridente e ancora pallidissimo Nane ci riesce. Il braccio è una pietà. In giro, ogni dentata, una ferita, e dentro, la carne è nera.

– Vedi?  – dice Nane, mostrandola.

– Il cuore, così, ti mangerei!  – rugge Candelora, tutta aggruppata sul sedile.

– Lo so,  – dice Nane. – E appunto per questo desiderio vedrai che ti persuaderai a non andartene. Togliti il cappellino, via. Un po’ di tintura di iodio. per levare il veleno; la bambagia fenicata e una fascetta di garza. Su, nel cassetto della mia scrivania. Loretta: il secondo a destra. Lo so che sei una bestiolina di quelle che mordono, e appunto per questo tengo una provvista di rimedi urgenti.

Candelora alza il braccio e lo guarda: guarda di sfuggita il braccio.

Nane, in quell’atto, la ammira.

È una maraviglia di forme e di colori, Candelora, una sfida dispettosa ai suoi occhi di pittore che la scoprono sempre muova e diversa.

In questa ora meridiana, qua nel giardino della villetta, sotto questo sole nero d’agosto che si frastaglia tutto d’ombre violente, è spaventosa. Ritornata questa mattina dai bagni di mare, scabra e arrostita dal sole e dalla salsedine, ha negli occhi chiari bruciati, nel mento un po’ rientrato, nei capelli gialli irruviditi, un’aria di capra addormentata nella voluttà. Con quelle robuste braccia nude spellate e quelle ànche poderose par che debba stracciare a ogni mossa la fragile vesticciuola aderente, di velo azzurro, che le stride su le carni arse.

Ah, com’è ridicola quella veste!

Candelora ha nuotato nuda per mattinate intere, nuda su la spiaggia deserta s’è cosparse e maculate di rena infocata le sode carni al sole, sentendo alle piante dei piedi il fremito fresco delle spume marine. Come può piú nasconderle ora la nudità prorompente quella vesticciuola celeste? Messa per decenza, in realtà la fa apparire assai piú indecente che se fosse nuda.

Nella rabbia, ella nota l’ammirazione negli occhi di lui, e istintivamente ha un sorriso di compiacimento, che subito però la esaspera. Diventa ghigno, quel sorriso; un ghigno che a un tratto si rompe in singhiozzi.

E Candelora scappa via verso la villetta.

Nane Papa, quasi senza volerlo, arriccia il volto in una smorfia monellesca, seguendola con gli occhi; poi si guarda il braccio ferito, che al sole gli brucia forte; poi, chi sa perché, si sente pungere anche lui gli occhi dal pianto.

È atroce, veramente, in mezzo a un afoso meriggio di agosto. avvertire così, in una pausa, la vita che pesa, carica di vergogna e di schifo, e sentire pietà, mentre si suda, del peso sull’anima di quella vergogna e di quello schifo.

Nella tetraggine di tutto quel sole torrido, sul giardino frastagliato d’ombre, ha il senso, ora, Nane Papa (un senso che l’opprime, lo urta e quasi lo sgomentai, della presenza di tante cose immobili e come attonitamente sospese davanti a lui: gli alberi, quegli alti fusti d’acacia, la vasca con quel giro di roccia artificiale e con quello specchio verde d’acqua stagnata, i sedili.

Che aspettano?

Egli può muoversi; se ne può anche andare. Ma che stranezza! Si sente come guardato da tutte quelle cose immobili, attorno; e non solo guardato, ma anche come legato dal fascino ostile, quasi ironico, che spira dalla loro attonita immobilità e che gli fa apparire inutile, stupido, anche buffo il suo potersene andare.

Rappresenta la ricchezza del barone Chico quel giardino. Egli, Nane Papa, vi sta da circa sei mesi; e solo questa mattina ha provato il bisogno irresistibile di porre sotto gli occhi a sé stesso e a Candelora ritornata dal mare, la sua vergogna e quella di lei, in tutta la sua nudità; ma ridendo, perché Candelora pretendeva d’uscire da questa vergogna, ora che – a suo dire – potevano.

Già! Perché si vendono bene, ora, i quadri di Nane Papa, e il valore della sua arte nuova, personalissima, s’è imposto, non già perché sia realmente compreso. ma perché l’imbecillità dei ricchi visitatori delle esposizioni d’arte è stata costretta dalla critica a fermarsi davanti alle sue tele.

La critica? Via, una parola, la critica! Una parola che non vive, se non nei calzoni d’un critico. E il critico a cui Candelora un giorno, per disperata, volle andare a gridare in faccia se era giusto che un artista come Nane Papa morisse di fame, quel critico (il piú ascoltato di tutti) ha voluto sì con un magistrale articolo richiamare l’attenzione degli imbecilli sull’arte nuova e personalissima di Nane Papa, ma ha voluto anche che questo riconoscimento dell’artista fosse, non diciamo pagato, ma graziosamente compensato con la piú viva gratitudine di Candelora. E Candelora, subito, non solo a quel critico, ma a tutti gli ammiratori piú fanatici dell’arte nuova del marito, inebriata della vittoria che forse le pareva dovesse costarle chi sa quanto, subito s’è dimostrata gratissima; gratissima a tutti, a quel barone Chico in ispecie che – ecco è arrivato finanche ad alloggiarli nella sua villetta, per avere l’onore di dar ricetto a un portento dell’arte, a un figlio della gloria... E che trattamenti! che regali! che feste!

Se non le è costato nulla far così, niente di male, povera Candelora!

Le ha fatto paura la povertà, ecco. Dice di no, lei dice che le faceva rabbia, non paura; perché quella povertà non era lo stento, non era l’avvilimento, era l’ingiustizia, dato il merito di lui. Quest’ingiustizia ha voluto vendicare. E come? Eccolo, come: la villetta, l’automobile, il canotto, ori, gemme, gite, abiti, feste... E ha provato un gran dispetto per lui rimasto tal quale, né triste né lieto, sciamannato come prima, senz’altra gioja fuori di quella de’ suoi colori, senz’altra voglia che di scavare, dl scavare nella sua arte per il bisogno sempre insoddisfatto di andare in fondo ad essa, quanto piú in fondo fosse possibile, tanto da non veder piú nulla della buffa fantasmagoria della vita che gli s’agita attorno.

Forse, anzi certo, rappresenta la sua gloria, questa buffa fantasmagoria: le gemme, il lusso di Loretta, gl’inviti, le feste. La sua gloria e anche, perché no? la sua vergogna. Ma che glien’importa?

Tutta la sua vita, tutto ciò che di vivo è in lui egli lo mette, lo dà, lo spende per il gusto di far carnosa una foglia, facendosi egli stesso pasta carnosa, fibre e vene di quella foglia; rigido e nudo un sasso, che si senta e viva sasso sulla tela: e questo solo gl’importa.

La sua vergogna? la sua vita? la vita degli altri? Cose estranee, transitorie, di cui è vano tener conto. L’arte sua lei sola vive, l’opera che prepotentemente piglia corpo dalla luce e dal tormento della sua anima.

Se è stata così la sua sorte, è segno che non poteva essere altrimenti. Gli pare già tanto lontana a pensarci!

E così, come da lontano, ha detto a Loretta, questa mattina, che gli sarebbe piaciuto, certo – oh, ma senza dare alcun peso alla cosa – gli sarebbe piaciuto trovarsi accanto nella vita una compagna buona. a cui la povertà non avesse fatto tutta quella rabbia; una compagna umile e mite, sul cui seno avesse potuto riposarsi; che gli avesse ispirato con le sue sofferenze la stessa pena che gl’ispirava allora la sua arte misconosciuta.

Loretta, naturalmente, gli è saltata addosso come una gatta inferocita.

Ma che fa, intanto? Non ritorna giú con la tintura di jodio, la bambagia e la fascetta? Se n’è andata su piangendo, poverina...

Vuol essere amata, adesso, Loretta. Amata da lui, forse per dispetto della sua indifferenza. Non è una pazzia? Se egli la amasse davvero, dovrebbe ucciderla. Ci vuole quella indifferenza, come condizione imprescindibile per sopportare la vergogna ch’ella gli rappresenta accanto. Uscire da questa vergogna? E come è piú possibile ormai, se tutti e due l’hanno dentro, fuori, attorno? L’unica è questa, non darci importanza, e seguitare, lui a dipingere, lei a divertirsi, con Chico per ora, poi con un altro, ma anche con Chico e un altro insieme, allegramente. Cose della vita, sciocchezze... In un modo o nell’altro, passano e non lasciano traccia. Ridere, intanto, di tutte le cose nate male, che restano a penare nelle lor forme sgraziate o sconce, finché col tempo non crollano in cenere. Ogni cosa porta con se la pena della sua forma, la pena d’esser così e di non poter piú essere altrimenti. È appunto in questo il nuovo della sua arte, nel far sentire questa pena della forma. Sa bene lui che ogni gobbo bisogna che si rassegni a portare la sua gobba. E come le forme sono i fatti. Quando un fatto è fatto, è quello, non si cangia piú. Candelora, per quanto faccia, non potrà piú, per esempio, ritornar pura come quando era povera. Sebbene pura, forse, non è stata mai, Candelora, neppure da bambina Non avrebbe potuto fare ciò che ha fatto; e goderne, dopo.

Ma come mai, così all’improvviso, questa nostalgia di purezza; di mettersi con lui, adesso, appartata’ tranquilla, modesta, amorosa? Con lui, dopo quanto è avvenuto? Quasiché lui, adesso, sia piú in grado di prendere sul serio qualche cosa, nella vita: e l’amore, poi! e un amore poi, così tutto gualcito, come quello di lei, con l’immagine buffa di Chico e di quel critico e di tanti altri che, attorno a lei e a lui idillicamente abbracciati, si metterebbero a fare giro giro tondo...

Ohè, al sole, il sangue s’è tutto aggrumato e incrostato su le dentate; e il polso, e anche un po’ la mano gli si sono gonfiati; e incordate le vene.

Nane Papa si scuote dalle sue considerazioni e s’avvia per salire alla villetta. Chiama due volte, prima dalla scala, poi dalla saletta d’ingresso:

– Candelora! Candelora!

La sua voce rintrona nelle stanze vuote. Nessuno risponde. Entra nella stanza accanto allo studio, ov’è la scrivania, e dà un balzo indietro. Nella gran luce, ferma in quella stanza bianca, Candelora è buttata per terra, lunga, stirata, con le vesti scomposte, come se si fosse rotolata; una coscia scoperta. Accorre, le solleva la testa. Oh Dio, che ha fatto? La bocca, il mento, il collo, il seno, sono macchiati d’un giallo nerastro. Ha bevuto la boccetta del jodio.

– È niente! è niente!  – le grida.  – Candelora mia, ma che sciocchezza hai fatto? Bambina mia... Ma non è niente! Ti brucerà un po’ lo stomaco... Su! su!

Cerca di sollevarla, e non ci riesce, perché la poverina s’è indurita nello spasimo. Ma non le dice poverina, lui:  – Bambina... bambina... – perché gli pare un po’ buffo il fatto che abbia bevuto la tintura di jodio. – Bambina...  – le ripete, e la chiama anche scioccherella sua... E cerca di tirar la veste azzurra, labile, su quella coscia scoperta che l’offende; e torce gli occhi per non vederle la bocca così tutta nera... La vesticciuola si lacera allo strappo della sua mano convulsa e scopre di più la coscia.

È solo nella villa. Loretta ritornata quella mattina dai bagni di mare, prima di partire volle licenziare le donne di servizio. Nessuno dunque può ajutarlo a sollevarla da terra; nessuno può correre a chiamare una vettura per farla trasportare a un ospedale per un pronto soccorso. Ma per fortuna, ecco dalla via la tromba dell’automobile di Chico, il barone. E, poco dopo, Chico appare, sbalordito, con la faccia gialla di vecchio ebete sul corpo giovanile, sperticato, elegantissimamente vestito.

– Oh! e che è?

Senza volerlo, sporge l’occhio con la caramella, a fissar quella coscia scoperta.

– Ajutami a sollevarla, perdio!  – gli grida Nane, esasperato dagli inutili sforzi.

Ma appena la sollevano, dalla mano rimasta schiacciata sotto il fianco casca a terra una rivoltella, e lì, dov’era il fianco, si scopre una chiazza di sangue.

– Ah! ah!  – geme allora Nane, trasportandola con Chico verso la camera da letto.

Non è indurita dallo spasimo, Loretta, ma dalla morte. Nane Papa, come impazzito, appena disteso il cadavere sul letto, grida a Chico:

– Chi era ai bagni con voi? dimmi chi era ai bagni con voi quest’estate!

Chico, smarrito fa alcuni nomi.

– Ah, perdio!  – esclama allora Nane, feroce, venendogli addosso, afferrandolo per il petto e scrollandolo tutto.  – Ma è possibile che dobbiate essere tutti quanti così stupidi, voialtri che avete un po’ di quattrini?

– Così stupidi? noi?  – fa Chico, piú che mai imbalordito, rinculando a ogni scrollone.

– Ma sì! ma sì! ma sì!  – seguita a inveire Nane Papa.  – Cosi stupidi da far nascere la voglia a questa poverina d’essere amata da me! Capisci? Da me! da me! Amata da me!

E rompe in un pianto disperato abbattendosi sul cadavere di Loretta.

175  -  Il Signore della Nave

Giuro che non ho voluto offendere il signor Lavaccara né una volta né due, come in paese si va dicendo.

Il signor Lavaccara mi volle parlare d’un suo porco per convincermi ch’era una bestia intelligente.

Io allora gli domandai:

– Scusi, è magro?

Ed ecco che il signor Lavaccara mi guardò una prima volta come se con questa domanda non propriamente lui ma avessi voluto offendere quella sua bestia.

Mi rispose:

– Magro? Peserà piú d’un quintale!

E io allora gli dissi:

– Scusi, e le pare che possa essere intelligente?

Del porco si parlava. Il signor Lavaccara, con tutta quella rosea prosperità di carne che gli tremola addosso, credette che io dopo il porco ora volessi offendere lui, come se in genere avessi detto che la grassezza esclude l’intelligenza. Ma del porco, ripeto, si parlava Non doveva dunque farsi così brutto il signor Lavaccara né domandarmi:

– Ma allora io, secondo lei?

M’affrettai a rispondergli:

– O che c’entra lei, caro signor Lavaccara? È forse un porco lei? Mi scusi. Quando lei mangia col bello appetito che Dio le conservi sempre, per chi mangia lei? mangia per sè, non ingrassa mica per gli altri. Il porco, invece, crede di mangiare per sè e ingrassa per gli altri.

Mica rise. Niente. Mi restò lì piantato e duro davanti, piú brutto di prima. E io allora, per smuoverlo, soggiunsi con premura:

– Poniamo, poniamo, caro signor Lavaccara, che lei con la sua bella intelligenza fosse un porco, mi scusi. Mangerebbe lei? Io no. Vedendomi portare da mangiare, io grugnirei, inorridito: «Nix! Ringrazio, signori. Mangiatemi magro!». Un porco che sia grasso vuol dire che questo ancora non l’ha capito; e se non ha capito questo, può mai essere intelligente? Perciò le ho domandato se il suo era magro. Lei m’ha risposto che pesa piú d’un quintale; e allora mi scusi, caro signor Lavaccara, sarà un bel porco il suo, non dico, ma non è certo un porco intelligente.

Spiegazione piú chiara di questa mi sembra che non avrei potuto dare al signor Lavaccara. Ma non ha valso a nulla. Anzi è certo che ho fatto peggio; me ne sono accorto parlando. Più mi sforzavo di render chiara la spiegazione e piú il signor Lavaccara si scuriva in viso, masticando:

– Già... già...

Perché certo gli è parso che io, facendo ragionare quella sua bestia come un uomo, o meglio, pretendendo che quella sua bestia ragionasse come un uomo, non intendessi mica parlare della bestia, ma di lui.

È così. So difatti che il signor Lavaccara va portando in giro il mio discorso per farne risaltare la fatuità agli occhi di tutti, perchè tutti gli dicano che non avrebbe senso quel mio discorso riferito a una bestia la quale anch’essa crede di mangiare per sé e non può sapere che gli altri la facciano ingrassare per conto loro; e se un porco è nato porco che può farci? per forza come un porco deve mangiare, e dire che non dovrebbe e dovrebbe rifiutare il pasto per farsi mangiar magro è una sciocchezza, perché un tal proposito a un porco non può mai venire in mente.

Siamo perfettamente d’accordo. Ma se me l’ha cantato lui, santo Dio, il signor Lavaccara. lui in tutti i toni, che quella sua bestia la parola sola le mancava! Io gli ho voluto dimostrare appunto che non poteva averla e non l’aveva per sua fortuna questa famosa intelligenza umana; perché un uomo si, può permetterselo il lusso di mangiare come un porco, sapendo che alla fine, ingrassando, non sarà scampato; ma un porco no, no e no. Perdio, mi sembra così chiaro!

Offendere? ma che offendere! io ho voluto anzi difendere contro sé stesso il signor Lavaccara e conservargli intero il mio rispetto e levargli fin l’ombra del rimorso d’aver venduto quella sua bestia perché fosse scannata alla festa del Signore della Nave. Se no, alle corte: m’arrabbio sul serio e dico al signor Lavaccara che, o il suo porco era un porco qualunque e non aveva questa famosa intelligenza umana che lui va dicendo, o il vero porco è lui, il signor Lavaccara; e ora lo offendo per davvero

Questione di logica, signori. E poi qui è in ballo la dignità umana che mi preme salvare ad ogni costo, e non potrei salvarla se non a patto di convincere il signor Lavaccara e tutti quelli che gli danno ragione, che i porci grassi non possono essere intelligenti, perché se questi porci parlano tra sì come il signor Lavaccara pretende e va dicendo, non essi, ma la dignità umana appunto sarebbe scannata in questa festa del Signore della Nave.

Veramente non so che relazione ci sia tra il Signore della Nave e la scanna dei porci che si suole iniziare il giorno della sua festa. Penso che, siccome d’estate la carne di queste bestie è nociva, tanto che se ne proibisce la macellazione, e con l’autunno il tempo comincia a rinfrescare, si colga l’occasione della festa del Signore della Nave, che cade appunto in settembre, per festeggiare anche, come suol dirsi, le nozze di quell’animale. In campagna perché il Signore della Nave si festeggia nell’antica chiesetta normanna di San Nicola, che sorge un buon tratto fuori del paese, a una svolta dello stradone, tra i campi.

Ci dov’essere, se si chiama così questo Signore, qualche storia o leggenda ch’io non so. Ma certo è un Cristo che, chi lo fece, piú Cristo di così non lo poteva fare, ci si mise addosso con una tale ferocia di farlo Cristo, che nei duri stinchi inchiodati su la rozza croce nera, nelle costole che gli si possono contare tutte a una a una, tra i guidaleschi e le lividure, non un’oncia di carne gli lasciò che non apparisse atrocemente martoriata. Saranno stati i giudei su la carne viva di Cristo; ma qui fu lui, lo scultore. Quando però si dice, esser Cristo e amare l’umanità! Pur trattato così, fa miracoli senza fine questo Signore della Nave, come si può vedere dalle cento e cento offerte di cera e d’argento e dalle tabelle votive che riempiono tutta una parete della chiesetta; ogni tabella col suo mare blu in tempesta, che non potrebbe essere piú blu di così, e il naufragio della barchetta col nome scritto bello grosso a poppa che ciascuno possa leggerlo bene, e insomma ogni cosa, tra nuvole squarciate, e questo Cristo che appare alle supplicazioni dei naufraghi e fa il miracolo.

Basta. Io intanto con la discussione su l’intelligenza e la grassezza del porco e il deplorabilissimo malinteso a cui questa discussione ha dato luogo, ho perduto l’invito del signor Lavaccara alla festa.

Non me ne dolgo tanto per il piacere che mi è mancato, quanto per lo sforzo che ho dovuto fare, assistendo solo da curioso alla festa, per conservare il rispetto a tante brave persone e salvare, come ho detto, la dignità umana.

Dico la verità. Dati i sani criteri di cui mi sento ormai profondamente compenetrato, non credevo mi dovesse costar molto. Ma alla fine, con l’ajuto di Dio, ci sono riuscito.

Quando, la mattina, tra la polvere dello stradone ho veduto i branchi e branchetti di tutti quei porcelloni cretacei avviarsi ballonzolanti e grufolanti al luogo della festa, ho voluto guardarli apposta a uno a uno attentamente.

Bestie intelligenti, quelle? Ma via! Con quel grugno lì? con quelle orecchie? con quel buffo cosino arricciolato dietro? E grugnirebbero così, se fossero intelligenti? Ma se è la voce della stessa ingordigia, quel loro grugnito! Ma se grufolavano finanche nella polvere dello stradone! fino all’ultimo, senza il minimo sospetto che tra poco sarebbero stati scannati. Si fidavano dell’uomo? Ma grazie tante di questa fiducia! Come se l’uomo, da che mondo è mondo e ha pratica coi porci, non avesse sempre dimostrato al porco di appetirne la carne; e che esso perciò non deve affatto fidarsi di lui! Perdio, se l’uomo arriva finanche ad assaggiargli addosso, da vivo, le orecchie e il codino! Meglio di così? Che se poi vogliamo chiamar fiducia la stupidità, siamo logici in nome di Dio, e non diciamo che i porci sono bestie intelligenti.

Ma scusate, e se non se lo dovesse mangiare, che obbligo avrebbe l’uomo d’allevare il porco con tanta cura, fargli da servo, lui carne battezzata, condurselo al pascolo, perché? che servizio gli rende in compenso del cibo che n’ha? Nessuno vorrà negare che il porco, finché campa, campa bene. Considerando la vita che ha fatto, se poi è scannato se ne deve contentare, perché certo per sé, come porco, non se la meritava.

E passiamo agli uomini, signori miei! Ho voluto osservarli apposta anch’essi a uno a uno, mentre s’avviavano al luogo della festa.

Che altro aspetto, signori miei!

Il dono divino dell’intelligenza traspariva anche dai minimi atti: dal fastidio con cui voltavano la faccia per non prendersi il polverone sollevato dai branchi di quelle bestie, e dal rispetto con cui poi si salutavano l’un l’altro.

Ma l’aver pensato di coprir di panni l’oscena nudità del corpo, già questo solo, considerate a quale altezza colloca l’uomo sopra uno schifosissimo porco. Potrà mangiare fino a schiattarne e anche imbrodolarsi tutto, un uomo; ma poi ha questo, che si lava e si veste. E quand’anche li immaginassimo nudi per lo stradone, uomini e donne; cosa impossibile, ma ammettiamola pure, non dico che sarebbe un bel vedere, le vecchie, i panciuti, i non puliti; tuttavia, che differenza, pensate, anche a guardar soltanto alla luce dell’occhio umano, specchio dell’anima, e al dono del sorriso e della parola.

E i pensieri che ciascuno, pur andando alla festa, aveva in mente; forse non del padre o della madre, ma di qualche amico o della nipote o dello zio, che lo scorso anno partecipavano anche loro allegri alla festa campestre. bevevano anche loro quella bell’aria aperta, e adesso, rinserrati nel bujo sottoterra, poverini... Sospiri, rimpianti e anche qualche rimorso. Ma sì! Non erano tutti lieti quei visi; la promessa del godimento di una giornata grassa non spianava su la fronte di tanti magri le rughe delle cure opprimenti e i segni delle fatiche e delle sofferenze. E parecchi compassionevolmente portavano a quella festa d’un giorno la loro miseria di tutto l’anno, per provare se trovasse piú il verso, là tra tanti sanguigni ben pasciuti, d’aprire i denti gialli a uno squallido sorriso.

E poi pensavo a tutte le arti, a tutti i mestieri a cui quegli uomini attendevano con tanto studio, con tanti travagli e tanti rischi, che i porci certamente non conoscono. Perché un porco è porco e basta; ma un uomo, no, signori, potrà anche esser porco, non dico, ma porco e medico, per esempio, porco e avvocato, porco e professore di belle lettere e filosofia, e notajo e cancelliere e orologiajo e fabbro... Tutti i lavori, le afflizioni, le cure dell’umanità vedevo con soddisfazione rappresentati in quella folla che procedeva per lo stradone.

A un certo punto, il signor Lavaccara, reggendo per mano, uno di qua, uno di là, i due figliuoli piú piccoli, m’è passato davanti, con la moglie dietro, rosea e prosperosa come lui, tra le due figliuole maggiori. Tutti e sei han fatto finta di non vedermi; ma le due figliuole, tirando via di lungo, si sono tutte invermigliate e uno dei piccini, dopo pochi passi, s’è voltato tre volte a sbirciarmi. La terza volta, così per ridere, io ho cacciato fuori la lingua e l’ho salutato di nascosto con la mano; s’è fatto serio serio, con un viso lungo lungo distratto e s’è subito messo a guardare altrove.

Mangerà il porco anche lui, povero piccino; forse ne mangerà troppo; ma speriamo che non gli faccia male. Quand’anche però gli dovesse far male, la previdenza umana c’è pure per qualche cosa. Andate a cercarla nei porci, la previdenza; trovatemi un porco farmacista che prepari con l’alchermes l’olio di ricino per i porcellini che si siano guastati lo stomaco per intemperanza!

Ho seguito da lontano, per un buon tratto, la cara famigliuola del signor Lavaccara che si avviava sicuramente incontro a un solennissimo guasto di stomaco; ma ecco che mi son potuto consolare pensando che domani troverà da un farmacista la purghetta che li guarirà.

Quante baracche improvvisate con grandi lenzuola palpitanti, nello spiazzo davanti la chiesa di San Nicola, attraversato dallo stradone!

Taverne all’aperto; tavole, tavole e panche; caratelli e barili di vino; fornelli portatili; banchi e ceppi di macellai.

Un velo di fumo grasso misto alla polvere annebbiava lo spettacolo tumultuoso della festa; ma pareva che non tanto quella grassa fumicaja, quanto lo stordimento cagionato dalla confusione e dal baccano impedisse di vedere chiaramente.

Non erano però grida giulive, di festa, ma grida strappate dalla violenza d’un ferocissimo dolore. Oh sensibilità umana! I venditori ambulanti, gridando la loro merce; i tavernai, invitando alle loro mense apparecchiate; i macellai, ai loro banchi di vendita, intonavano il bando, senza forse saperlo, su le strida terribili dei porci che là stesso, in mezzo alla folla, erano macellati, sparati, scorticati, squartati. E le campane della gentile chiesina ajutavano le voci umane, rintronando all’impazzata, senza posa, a coprire pietosamente quelle strida.

Voi dite: ma perché almeno non si macellavano lontano dalla folla tutti quei porci? E io vi rispondo: ma perché la festa allora avrebbe perduto uno dei suoi caratteri tradizionali, forse il suo primitivo carattere sacro, d’immolazione.

Voi non pensate al sentimento religioso, signori.

Ho visto tanti impallidire, turarsi con le mani gli orecchi, torcere il viso per non vedere l’accoratojo brandito cacciarsi nella gola del porco convulso tenuto violentemente da otto braccia sanguinose smanicate, e per dir la verità, ho torto il viso anch’io, ma lamentando dentro di me amaramente che l uomo a mano a mano, col progredire della civiltà, si fa sempre piú debole, perde sempre più, pur cercando di acquistarlo meglio, il sentimento religioso. Seguita, sì, a mangiarsi il porco; volentieri assiste alla manifattura delle salsicce, alla lavatura della corata al taglio netto del fegato lucido compatto tremolante; ma torce poi il viso all’atto dell’immolazione. E certo è ormai cancellato il ricordo dell’antica Maja, madre del dio Mercurio, da cui il porco ripete il suo secondo nome.

Ho rivisto sul tardi il signor Lavaccara, sudato e stravolto, senza giacca, recando tra le mani un gran piatto bislungo, avviarsi, seguito dai due piccini, al banco del macellajo al quale aveva venduta quella sua bestia intelligente. Andava a riceverne – patto della vendita – la testa e tutto il fegato.

Anche questa volta, ma con piú ragione, il signor Lavaccara ha finto di non vedermi. Uno dei due piccini piangeva; ma voglio credere che non piangesse per la prossima vista della pallida testa insanguinata della cara grossa bestia carezzata per circa due anni nel cortile della casa. La contemplerà il padre quella testa dalle larghe orecchie abbattute, dagli occhi gravemente socchiusi tra i peli, per lodarne forse, con rimpianto ancora una volta, l’intelligenza, e per questa maledetta ostinazione si guasterà il piacere di mangiarsela.

Ah mi avesse invitato a tavola con lui! Mi sarei risparmiato certamente il grande affanno di vedere, io solo a digiuno, io solo con gli occhi non offuscati dai vapori del vino, tutta quella umanità, degna di tanta considerazione e di tanto rispetto, ridursi a poco a poco in uno stato miserando, senza piú neppure un’ombra di coscienza, senza la piú lontana memoria delle innumerevoli benemerenze che in tanti secoli ha saputo acquistarsi sopra le altre bestie della terra con le sue fatiche e con le sue virtù.

Scamiciati gli uomini, discinte le donne; teste ciondolanti, facce paonazze, occhi imbambolati, danze folli tra tavole capovolte, panche rovesciate, canti sguajati, falò, spari di mortaretti, urli di bimbi, risa sgangherate. Un pandemonio sotto le rosse nubi dense e gravi del tramonto, sopravvenute quasi con spavento.

Sotto queste nubi divenute a mano a mano piú cupe e fumolente, ho veduto poco dopo, al richiamo delle campane sante, raccogliersi alla meglio tra spinte e urtoni tutta quella folla ubriaca, e imbrancarsi in processione dietro a quel terribile Cristo flagellato su la croce nera, tratto fuori dalla chiesa, sorretto da un chierico pallido e seguito da alcuni preti digiuni, col camice e la stola.

Due porcelloni. per loro somma ventura scampati al macello, sdrajati a piè d’un fico, vedendo passare quella processione, m’è parso si guardassero tra loro come per dirsi:

– Ecco, fratello, vedi? e poi dicono che i porci siamo noi.

Mi sentii fino all’anima ferire da quello sguardo, e fissai anch’io la folla ubriaca che mi passava davanti. Ma no, no, ecco – oh consolazione! – vidi che piangeva, piangeva tutta quella folla ubriaca, singhiozzava, si dava pugni sul petto, si strappava i capelli scarmigliati, cempennando, barellando dietro a quel Cristo flagellato S’era mangiato il porco, sì, s’era ubriacata, è vero, ma ora piangeva disperatamente dietro a quel suo Cristo, l’umanità.

– Morire scannate è niente, o stupidissimo bestie! – io allora esclamai, trionfante. – Voi, o porci, la passate grassa e in pace la vostra vita, finché vi dura. Guardate questa degli uomini adesso! Si sono imbestiati, si son ubriacati, ed eccoli qua che piangono ora inconsolabilmente, dietro a questo loro Cristo sanguinante su la Croce nera! eccoli qua che piangono il porco che si son mangiato! E volete una tragedia piú tragedia di questa?

176  -  La camera in attesa

Si dà pur luce ogni mattino a questa camera, quando una delle tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi attorno. L’ombra, tuttavia, appena le persiane e le vetrate della finestra sono richiuse e raccostati gli scuri, si fa subito cruda, come in un sotterraneo; e subito, come se quella finestra non sia stata aperta da anni, il crudo di quest’ombra s’avverte, diventa quasi l’alito sensibile del silenzio sospeso vano sui mobili e gli oggetti, i quali, a lor volta, par che rimangano sgomenti, ogni giorno, della cura con cui sono stati spolverati, ripuliti e rimessi in ordine.

Il calendario a muro presso la finestra è certo che rimane col senso dello strappo d’un altro fogliolino, come se gli paja una inutile crudeltà che gli si faccia segnar la data in quell’ombra vana e in quel silenzio. E il vecchio orologio di bronzo, in forma d’anfora, sul piano di marmo del cassettone, pare che avverta la violenza che gli fanno costringendolo a staccare ancora là dentro il suo cupo tic-tac.

Sul tavolino da notte, però, la boccetta dell’acqua, di cristallo verde dorato, panciuta, incappellata del suo lungo bicchiere capovolto, pigliando di tra gli scuri accostati della finestra dirimpetto un filo di luce, sembra ridere di tutto quello sgomento diffuso nella camera.

C’è, in realtà, alcunché di vivo e d’arguto su quel tavolino da notte.

Il riso della boccetta dell’acqua viene sì senza dubbio dal filo di luce, ma forse perché con questo filo di luce quella boccetta panciuta può scorgere su la lucida lastra di bardiglio le smorfie delle due figurine d’una scatola di fiammiferi posata lì da quattordici mesi ormai, perché sia pronta a un bisogno ad accendere la candela, anch’essa da quattordici mesi confitta nella bugia di ferro smaltato, in forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d’ottone.

Nell’attesa della fiamma che deve consumarla, s’è ingiallita quella candela sul trifoglio della bugia, come una vergine matura. E c’è da scommettere che le due figurine monellescamente smorfiose della scatola di fiammiferi la paragonino alle tre sorelle stagionate che vengono un giorno per una a ripulire e a rimettere in ordine la camera.

Via, benché intatta ancora, povera vergine candela, dovrebbero cambiarla le tre sorelle, se non proprio ogni giorno come fanno per l’acqua della boccetta (che anche perciò è così viva e pronta a ridere a ogni filo di luce), almeno a ogni quindici giorni, a ogni mese, via! per non vederla così gialla, per non vedere in quel giallore i quattordici mesi che sono passati senza che nessuno sia venuto ad accenderla, la sera, su quel tavolino da notte.

È veramente una dimenticanza deplorevole, perché non solo l’acqua della boccetta, ma cambiano tutto quelle tre sorelle: ogni quindici giorni le lenzuola e le foderette del letto, rifatto con amorosa diligenza ogni mattina come se davvero qualcuno vi abbia dormito; due volte la settimana, la camicia da notte, che ogni sera, dopo rimboccate le coperte, vien tratta dal sacchetto di raso appeso col nastrino azzurro alla testa della lettiera bianca, e distesa sul letto con la falda di dietro debitamente rialzata. E han cambiato, oh Dio, finanche le pantofole davanti la poltroncina a piè del letto. Sicuro: le vecchie buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, lì su lo scendiletto un pajo nuove, di velluto, ricamate dall’ultima delle tre. E il calendario? Quello lì, presso la finestra, è già il secondo. L’altro, dell’anno scorso, s’è sentito strappare a uno a uno tutti i giorni dei dodici mesi, uno ogni mattina con inesorabile puntualità. E non c’è pericolo che la maggiore delle tre sorelle, ogni sabato alle quattro del pomeriggio, si dimentichi d’entrare nella camera per ridar la corda a quel vecchio orologio di bronzo sul cassettone, che con tanto risentimento rompe il silenzio ticchettando e muove le due lancette sul quadrante piano piano, che non si veda, come se voglia dire che non lo fa apposta, lui, per suo piacere, ma perché forzato dalla corda che gli danno.

Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non vedono, come possono vederlo il vecchio orologio di bronzo col bianco occhio tondo del quadrante e il calendario dall’alto della parete col numero rosso che segna la data, il lugubre effetto di quella camicia da notte stesa lì sul letto e di quelle due pantofole nuove in attesa su lo scendiletto davanti la poltroncina.

Quanto alla candela confitta lì sul trifoglio della bugia, oh essa è così diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lì, ancora intatta, così ingiallita.

Che cosa?

Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare così il probabile ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25° fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.

Da quattordici mesi, è vero, non hanno piú notizia di lui. C’è di piú. Dopo tante ricerche angosciose, suppliche e istanze, è arrivata alla fine dal Comando della Colonia la comunicazione ufficiale che il sottotenente Mochi Cesare, dopo un combattimento coi ribelli, non trovandosi né tra i morti né tra i feriti né tra i prigionieri, di cui si è riuscito ad avere notizia certa, deve ritenersi disperso, anzi scomparso senz’alcuna traccia.

Il caso ha destato in principio molta pietà in tutti i vicini e conoscenti di quella mamma e di quelle tre sorelle. A poco a poco però la pietà s’è raffreddata ed è cominciata invece una certa irritazione, in qualcuno anche una vera indignazione per questa che pare "una commedia", della camera cioè temuta così puntualmente in ordine, finanche con la camicia da notte stesa sul letto rimboccato; quasi che con questa "commedia" quelle quattro donne vogliano negare il tributo di lagrime a quel povero giovine e risparmiare a se stesse il dolore di piangerlo morto.

Troppo presto han dimenticato i vicini e conoscenti che essi, proprio essi, all’arrivo della comunicazione del Comando della Colonia, quando quella madre e quelle tre sorelle s’eran pur messe a piangere morto il loro caro levando grida strazianti, le han persuase a lungo e con tanti argomenti uno piú efficace dell’altro a non disperarsi così. Perché piangerlo morto – han detto – se chiaramente in quella comunicazione s’annunziava che l’ufficiale Mochi tra i morti non s’era trovato? Era disperso; poteva ritornare da un momento all’altro: ma anche dopo un anno, chi sa! Nell’Africa, ramingo, nascosto... E sono stati pur essi a sconsigliare e quasi impedire che quella madre e quelle tre sorelle si vestissero di nero, come voler vano anche nell’incertezza. – No, di nero – hanno detto; perché quel malaugurio? E alla prima speranza di quelle poverine che s’esprimeva ancora in forma di dubbio: "Chi sa... sì, forse è vivo", si sono affrettati a rispondere:

– Ma sarà vivo sì! È vivo certamente!

Ebbene, non è naturale adesso che, mancando davvero ogni fondamento di certezza alla supposizione che il loro caro sia morto, e accolta invece, come tutti hanno voluto l’illusione che sia vivo, quella povera mamma inferma, quelle tre sorelle diano quanto piú possono consistenza di realtà a questa illusione? Ma sì, appunto, lasciando la camera in attesa. rifacendola con cura minuziosa, traendo ogni sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su le coperte rimboccate. Perché, se si son lasciate persuadere a non piangerlo morto, a non disperarsi della sua morte, devono per forza far vedere a lui, vivo per loro a lui che veramente può sopravvenire da un momento all’altro, che ecco, tanto esse ne sono state certe, che gli hanno finanche preparato ogni sera la camicia da notte lì sul letto, sul suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero la notte vi abbia dormito. Ed ecco là le nuove pantofole che Margheritina, aspettando. non si è contentata soltanto di ricamare, ma ha voluto anche far mettere su da un calzolajo, perché egli appena tornato le trovi pronte al posto delle vecchie.

Scusate tanto:

– O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra figliuola, quando sono partiti per gli studii nella grande città lontana?

Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che non sono morti nient’affatto? che saran di ritorno a fin d’anno e che intanto ricevete puntualmente loro notizie due volte la settimana?

Calmatevi, sì, via, lo credo bene. Ma come va che, passato l’anno, quando il vostro figliuolo o la vostra figliuola ritornano con un anno di piú dalla grande città, voi restate stupiti, storditi davanti a loro; e voi, proprio voi, con le mani aperte come a parare un dubbio che vi sgomenta, esclamate:

– Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh Dio, come s’è fatta un’altra!

Non solo nell’anima, un’altra, cioè nel modo di pensare e di sentire; ma anche nel suono della voce, anche nel corpo un’altra, nel modo di gestire, di muoversi, di guardare, di sorridere...

E, con smarrimento, vi domandate:

– Ma come? erano proprio così i suoi occhi? Avrei potuto giurare che il suo nasino, quand’è partita, era un pochino all’insù...

La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra figliuola, ritornati dopo un anno, quella stessa realtà che davate loro prima che partissero. Non c’è piú, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete... ovvero sì, ne piangete, se vi fa dolore quest’altro che vi è ritornato invece del vostro figliuolo, quest’altro che voi non potete, non sapete piú riconoscere.

Il vostro figliuolo, quello che voi conoscevate prima che partisse, è morto, credetelo, è morto. Solo l’esserci d’un corpo (e pur esso tanto cambiato!) vi fa dire di no. Ma lo avvertite bene, voi, ch’era un altro, quello partito un anno fa, che non e piú ritornato.

Ebbene, precisamente come non ritorna piú alla sua mamma e alle sue tre sorelle questo Cesarino Mochi partito da due anni per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.

Voi lo sapete bene, ora, che la realtà non dipende dall’esserci o dal non esserci di un corpo. Può esserci il corpo, ed esser morto per la realtà che voi gli davate. Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi le date. E dunque realmente può bastare alla mamma e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita ch’egli seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti che compiono per lui, in questa camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale egli era prima che partisse.

Ah, non c’è pericolo per quella mamma e per quelle tre sorelle ch’egli ritorni Un altro, com’è avvenuto per il vostro figliuolo a fin d’anno.

La realtà di Cesarino è inalterabile qua nella sua camera e nel cuore e nella mente di quella mamma e di quelle tre sorelle, che per sé, fuori di questa, non ne hanno altra.

– Tittì, quanti ne abbiamo del mese?  – domanda dal seggiolone la mamma inferma all’ultima delle tre figliuole.

– Quindici, – risponde Margherita, alzando il capo dal libro ma non ne è ben certa e domanda a sua volta alle due sorelle:  – Quindici, è vero?

– Quindici, sì,  – conferma Nanda, la maggiore, dal telaio.

– Quindici, – ripete Flavia che cuce.

Su la fronte di tutte e tre s’incide, per quella domanda della madre a Cui hanno risposto, la stessa ruga.

Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata da candide tendine di mussola, è entrato un pensiero, che di solito, non per istudio, ma istintivamente è tenuto lontano dalle quattro donne: il pensiero del tempo che passa.

Le tre sorelle hanno indovinato il perché di questo pensiero pauroso nella mente della madre inferma. abbandonata sul seggiolone; e perciò han corrugato la fronte.

Non è già per Cesarino.

C’è un’altra, c’è un’altra – non qua, nella casa, ma che della casa, forse domani, chi sa! potrebbe essere la regina – Claretta, la fidanzata del fratello – c’è lei, sì, purtroppo, che fa pensare al tempo che passa.

La mamma, domandando a quanti si è del mese, ha voluto contare i giorni che son passati dall’ultima visita di Claretta.

Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina veramente, Claretta, per quelle tre sorelle anziane) quasi ogni giorno, con la speranza che fosse arrivata la notizia; perché era certa, piú certa di tutte, lei, che la notizia sarebbe presto arrivata. E allora entrava festosa nella camera del fidanzato e vi lasciava sempre qualche fiore e una lettera. Sì, perché seguitava a scrivere lei, come al solito, ogni sera, a Cesarino. Le lettere, invece di spedirle, ecco veniva a lasciarle qua perché le trovasse, Cesarino, subito appena arrivato.

Il fiore avvizziva, la lettera restava.

Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo la lettera del giorno precedente, che anche il profumo di questa era svanito senz’avere inebriato nessuno? La riponeva nel cassetto della piccola scrivania presso la finestra e al suo posto lasciava la nuova e sopra vi posava un fiore nuovo.

Durò a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile. Ma un giorno la piccina venne, con piú fiori, si, ma senza lettera. Disse che aveva scritto la sera precedente, oh anche piú a lungo del solito, e che ogni sera avrebbe seguitato a scrivere, ma in un taccuino, perché la mamma le aveva fatto notare ch’era un inutile sciupio di carta da lettere e di buste.

Veramente era così: ciò che importava era il pensiero di scrivere ogni giorno; che poi scrivesse in carta da lettere o nel taccuino, era lo stesso.

Se non che, con quella lettera cominciò anche a mancare la visita giornaliera di Claretta. Dapprima tre volte, poi due, poi prese a venire una sola volta per settimana. Poi con la scusa del lutto per la morte della nonna materna, stette piú di quindici giorni senza venire. E alla fine, quando – non spontaneamente, ma condotta dalle sorelle – rientro per la prima volta, vestita di nero, nella camera di Cesarino, avvenne una scena inattesa, che per poco non fece scoppiare d’angoscia il cuore di quelle tre poverine. Tutt’a un tratto, così vestita di nero, appena entrata, si rovesciò sul lettino bianco di Cesarino, rompendo in un pianto disperato.

Perché? che c’entrava? Rimase stordita, come smarrita, dopo, di fronte allo stupore angoscioso, al tremore di quelle tre sorelle pallide, livide; disse che non sapeva lei stessa com’era stato, come le era avvenuto... Si scusò; ne incolpò il suo abito nero, il dolore per la morte della nonna... Riprese, a ogni modo, a venire una volta la settimana.

Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a condurla nella camera in attesa; ed ella né c’entrava da sì, né chiedeva alle tre sorelle che ve la conducessero. E di Cesarino quasi non parlavano piú.

Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gaj, primaverili, risbocciata come un fiore, tutta accesa e vivace come da gran tempo le tre sorelle e la loro povera mamma non l’avevano piú veduta. Recò tanti, tanti fiori e volle lei stessa con le sue mani portarli nella camera di Cesarino e distribuirli in vasetti su la piccola scrivania, sul tavolino da notte, sul cassettone. Disse che aveva fatto un bel sogno.

Rimasero con l’affanno, oppresse e quasi sgomente di quella vivacità esuberante, di quella rinata gajezza della bambina, le tre sorelle sempre piú pallide e piú livide. Sentirono, appena cessato il primo stordimento, come l’urto d’una violenza crudele, l’urto della vita che rifioriva prepotente in quella bambina e che non poteva piú esser contenuta nel silenzio di quell’attesa, a cui esse con le religiose cure delle loro mani gracili e fredde davano ancora e tenacemente volevano dar sempre una larva di vita, tanta che bastasse a loro. E non fecero nessuna opposizione, quando Claretta facendosi rossa rossa, disse che le era nata una grande curiosità di sapere che cosa aveva scritto a Cesarino nelle sue prime lettere di piú d’un anno fa, chiuse nel cassetto della scrivania.

Piú di cento dovevano essere quelle lettere, centoventidue o centoventitré. Le voleva rileggere; le avrebbe poi conservate lei, per Cesarino, insieme coi taccuini. E a dieci per volta se l’era tutte riportate a casa.

Da allora le visite si sono diradate. La vecchia mamma inferma, guardando fiso il bracciolo del seggiolone, conta i giorni che son passati dall’ultima visita; ed è curioso, che tanto per lei, quanto per le tre figliuole con la fronte corrugata, questi giorni s’assommino e si facciano troppi, mentre per Cesarino che non torna, il tempo non passa mai; è come se fosse partito jeri, Cesarino, anzi come se non fosse partito affatto, ma fosse solo uscito di casa e dovesse rientrare da un momento all’altro, per sedersi a tavola con loro e poi andare a dormire nel suo lettino lì pronto.

Il crollo è dato alla povera mamma dalla notizia che Claretta s’è rifatta sposa.

Era da attendersela, questa notizia, poiché già da due mesi, Claretta non si faceva piú vedere. Ma le tre sorelle, meno vecchie e perciò meno deboli della mamma, s’ostinano a dire di no, che questo tradimento non se l’aspettavano. Vogliono a ogni costo resistere al crollo esse, e dicono che Claretta s’è fatta sposa con un altro, non perché Cesarino sia morto ed ella non abbia perciò veramente nessuna ragione piú d’aspettarne ancora il ritorno, ma perché dopo sedici mesi s’è stancata d’aspettarlo. Dicono che la loro mamma muore, non perché il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia fatto crollare l’illusione sempre piú fievole del ritorno del suo figliuolo, ma per la pena che il suo Cesarino sentirà, al suo ritorno di questo crudele tradimento di Claretta.

E la mamma, dal letto, dice di sì, che muore di questa pena; ma negli occhi ha come un riso di luce.

Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con invidia accorata. Ella tra poco, andrà a vedere di là se lui c’è: si leverà da quest’ansia della lunghissima attesa; avrà la certezza, lei; ma non potrà tornare per da me l’annunzio a loro.

Vorrebbe dire, la mamma, che non c’è bisogno di quest’annunzio, perché è già certa che lei lo troverà di là, il suo Cesarino; ma no, non lo dice; sente una grande pietà per le sue tre povere figliuole che restano sole qua e hanno tanto bisogno di pensare e di credere che Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un giorno o l’altro debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la luce degli occhi e fino all’ultimo, fino all’ultimo vuol rimanere attaccata all’illusione delle tre figliuole, perché anche dal suo ultimo respiro quest’illusione tragga alito e seguiti a vivere per loro. Con l’estremo filo di voce sospira:

– Glielo direte che l’ho tanto aspettato...

Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro angoli del letto, e di tratto in tratto hanno un lieve scoppiettìo, che fa vacillare appena la lunga fiamma gialla.

Tanto è il silenzio della casa, che gli scoppiettii di quei ceri, per quanto lievi, arrivano di là alla camera in attesa, e quella candela ingiallita, da sedici mesi confitta sul trifoglio della bugia, quella candela derisa dalle due figurine smorfiose della scatola di fiammiferi, ad ogni scoppiettìo pare che abbia un sussulto da cui possa trar fiamma anche lei, per vegliare un altro morto qui, sul letto intatto.

È per quella candela una rivincita. Difatti, quella sera, non è stata cambiata l’acqua della boccetta, né tratta dal sacchetto e stesa sulle coperte rimboccate la camicia da notte. E segna la data di jeri il calendario a muro.

S’è arrestata d’un giorno, e pare per sempre, nella camera, quell’illusione di vita.

Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone seguita cupo e piú sgomento che mai a parlare del tempo in quella buja attesa senza fine.

177  -  Romolo

Nelle società così dette civili. o dette anche storiche, la leggenda – si sa – non può piú nascere. Potrebbe nascere, e spesso anche nasce, ma umile, e striscia timida tra il popolino: lumachella che ha gli occhi nelle corna e subito li ritira tra il bollichìo della vana bava, appena col dito rigido e sporco d’inchiostro un professore di storia glieli tocchi.

Crede, il professore di storia, che in quel suo dito rigido e sporco d’inchiostro sia la santa verità, e che sia un bene far ritirare le corna alla lumachella. Disgraziato! E piú disgraziati i posteri che avranno minuto per minuto documentati i fatti degli avi e dei padri, che forse, abbandonati alla memoria e all’immaginazione, a poco a poco, come ogni cosa lontana, s’inazzurrerebbero di qualche poesia.

Storia, storia. Finiamola con la poesia.

Ecco qua, senza lupa, senza il fratello Remo, senza volo d’avvoltoj, Romolo, come ce lo fanno conoscere gli storici; come l’ho conosciuto io, jeri, vivo.

Romolo: un fondatore di città.

E dire che, a guardarlo bene negli occhi di lupo, peccato! si poteva credere benissimo che davvero una lupa lo avesse allattato, bambino, circa novanta anni fa. Il suo Remo di fronte. rivale. quantunque non fratello, lo aveva avuto davvero. Non l’aveva ucciso, solo perché Remo aveva pensato lui di morire prima a tempo, da sé. Ma non andate ora a cercare nelle carte geografiche la città fondata da questo Romolo. Non la trovereste. La troveranno i posteri di sicuro, di qua a tre o quattrocento anni, e anche segnata vi so dire con uno di quei cerchietti che indicano le città capoluogo di provincia e il suo bravo nome accanto: Riparo, che ciascuno dentro ci potrà immaginare le belle cose che vi saranno, vie, piazze, palazzi, chiese, monumenti, col signor prefetto e la signora prefettessa, se dureranno ancora questi saggi ordinamenti sociali e se un terremoto prima (con l’ajuto di Dio che castiga le ambizioni degli uomini) non l’avrà fatta crollare dalle fondamenta; ma speriamo di no.

Per ora, è piú che un casale; di già una bella borgata, con presto due chiesine.

Una è questa qua. Stalla un tempo, per consiglio di Romolo adattata a chiesina; con un solo altarino dentro, di vecchio legno ingrassato al tanfo caldo del letame, e una stampa del sacro cuore di Gesú attaccata al muro coi chiodini; alla meglio, si sa, ma che importa? Gesú ce la respira davvero, qui dentro, la sua natività.

Da miglia e miglia lontano, ogni domenica, ci viene con la mula un prete a dir messa, tutto sudato e impolverato, d’estate; intabarrato fino agli occhi e con l’ornbrellone di seta verde, d’inverno, come nelle oleografie. La mula, legata per la cavezza all’anello accanto alla porta, aspetta, sbuffando e scalciando per le mosche culaje. Ecco qua in terra il segno delle scalciature. Povera bestia, non lo sa che è ufficio divino. Le pare una gran seccatura e mill’anni che finisca.

L’altra, la nuova, sarà presto terminata e sarà una vera galanteria, col campanile e tutto, tre altarini e il pulpito e la sagrestia; tutto insomma; chiesa, per davvero, levata di pianta per chiesa, con un tanto a testa di tutti i borghigiani.

Ora, quando qui sarà città, nessuno dei tanti figli di essa saprà di questo Romolo primo loro padre; come, perché sia nata la città; perché qui e non altrove. Su la terra, in un luogo, non si riesce piú a vedere questa terra e questo luogo com’erano prima che la città vi sorgesse. Cancellare la vita è difficile. quando la vita in un luogo ci sia espressa e imposta con tanto ingombro di pesanti aspetti: case, vie, piazze, chiese.

C’era il deserto, un beato deserto, qua. Uomini che come un nastro svolgevano la vita da lontano lontano, passarono allungando il nastro per questo, deserto. Uno stradone. E carri cominciarono a poco a poco a passare, nella solitudine, per questo stradone, e qualche uomo a cavallo, armato, che volgeva attorno gli occhi guardinghi, dallo sgomento che si scoprisse per la prima volta a lui solo la vista di tanta solitudine così lontana e ignota a tutti. Silenzio intorno e aperto, sotto la vastità cupa del cielo.

Quando, di qui a quattrocent’anni, campanelli di tram elettrici, trombe d’automobili squilleranno, streperanno tra la confusione delle vie affollate, illuminate da lampade ad arco, con luccichii e sbarbagli di vetri, di specchi negli sporti, nelle vetrine delle ricche botteghe, chi penserà a una lampada sola, in cielo, la Luna, che nel silenzio e nella solitudine, guardava dall’alto il nastro bianco dello stradone in mezzo al deserto sterminato, e ai grilli e alle raganelle che qui scampanellavano soli? Chi penserà tra le chiacchiere vane nei caffè alle cicale che qui arrabbiate tra le stoppie segate segavano la vasta e ferma afa nell’abbagliamento delle eterne giornate estive?

Carri, uomini a cavallo, qualcuno raro a piedi, passavano e tutti sentivano di quella solitudine uno sgomento che a mano a mano diveniva oppressione intollerabile. Che era per essi quello stradone? Lunghezza di cammino; via da fare. Chi poteva pensare di fermarcisi?

Un uomo. Questo vecchio qua. Allora sui trent’anni, andando un giorno d’estate appresso ai pensieri che lo traevano fuori del consorzio degli altri uomini a cercare nella solitudine la sua ventura, ebbe il coraggio di fermare in mezzo a questo stradone l’ombra del suo corpo. Senti forse che in quel punto tanti come lui, passando, avevano, avrebbero sentito il bisogno d’un poco di riposo, d’un poco di conforto e d’ajuto. E disse qua.

Si guardò attorno a osservare ciò che prima aveva soltanto guardato con l’occhio distratto di chi passa e non pensa a fermarsi: guardò col senso della sua presenza, non per un solo momento qua, ma stabile; e si provò a respirare l’aria allora deserta, a vedere intorno le cose, come quelle che dovevano essere la sua aria e la sua vista di tutti i giorni. E col coraggio che gli sorgeva dentro per distendersi e imporsi attorno comparò la tristezza infinita di quella solitudine, se il suo coraggio avrebbe saputo resisterle e durarvi, quando – non ora – d’inverno, col cielo aggrondato e il freddo, nell’eterne giornate di pioggia, si sarebbe fatta piú squallida e paurosa.

Parla per apologhi il vecchio; e narra che da ragazzo aveva una sorellina malatuccia e disappetente, che faceva tanto penar la madre per contentarla.

Ora un giorno, mentr’egli giocava per istrada coi compagni a un gioco furioso, la madre, che se ne stava seduta allo scalino davanti la porta, lo chiamò perché piano piano con un sorsellino cauto si sorbisse da un uovo, ch’ella teneva in mano la chiara soltanto, non ben cotta, la chiara soltanto, di cui la sorellina malatuccia e disappetente aveva schifo.

Ebbene, con quel sorsellino che avrebbe dovuto scoronar l’uovo appena appena, egli, nella furia del gioco interrotto, senza farlo apposta, s’era tirato dentro tutto l’uovo, chiara e torlo, tutto quanto, lasciando con tanto d’occhi sbarrati per la sorpresa e il guscio in mano, vuoto, la madre e la sorellina.

Lo stesso ora qua, per lo stradone.

Quando disse "qua", non aveva certo in mente questa borgata d’oggi, la città di domani. Pensava che sarebbe restato sempre lui solo a offrire ajuto a tutti quelli che sarebbero passati di là. Ma dentro quel suo primo respiro, tratto in mezzo allo stradone, non c’era soltanto aria per un solo tetto di paglia; c’era dentro l’aria per tutta questa borgata d’oggi, per la città di domani. E tanto era stato il suo coraggio nel levare quel primo tetto di paglia, che altri per forza dovevano sentirsene attirati.

Quando però una necessità non pensata si para davanti a una illusione, questa necessità ci sembra un tradimento.

Ecco qua: dopo che lui, sfidando gli orrori della solitudine, per mesi e mesi solo, era riuscito a far fermare davanti a quel suo tetto di paglia i carri che passavano, e poi, levata a poco a poco la casetta di pietra e fatta venir la moglie coi figliuoli, era riuscito a far sedere sotto la pergola i carrettieri a bere il vino, di cui una bottiglina di saggio pendeva appesa con una frasca d’insegna alla porta, e a mangiare in rozze scodelle campestri i cibi cucinati dalla moglie, mentr’egli attendeva a riparare una ruota o una molla a qualche carro o a ferrar la mula o il cavallo; un altro era venuto su lo stradone, un po’ piú in giú, a levare contro alla sua casa un’altra casa.

Perché un paese (ora il vecchio lo sa bene e lo può dire per esperienza) un paese nasce così.

Non è mica vero che gli uomini si mettono insieme per darsi conforto e ajuto a vicenda. Insieme si mettono per farsi la guerra. Quando una casa sorge in un punto, l’altra casa non le si mette mica accanto come una compagna o una buona sorella; di fronte le si mette, come una nemica, a toglierle la vista e il respiro.

Egli non aveva il diritto d’impedire che un’altra casa gli sorgesse di fronte. La terra su cui sorgeva, non era sua. Ma questa terra prima era un deserto. Che vita aveva? La vita gliel’aveva data lui. E l’usurpazione e la frode che quell’altro era venuto a commettere, non era della terra, ma della vita che egli a questa terra aveva dato.

– Qua non è tuo! – poteva soltanto dirgli quell’altro.

– Sì. Ma che era qua prima per te? – poteva gridargli lui. – E ci saresti tu venuto, se prima non ci fossi venuto io? Qua non c’era nulla; e tu vieni adesso a rubarmi quello che ci ho messo io!

Troppo, però, veramente – doveva riconoscerlo – troppo ci aveva messo per uno solo.

Tutti i carri che passavano, spesso in lunga fila, si fermavano la ora. per una sosta abituale. La moglie non riparava a sentir tutti e non si reggeva piú in piedi dalla fatica; anch’egli, quelle due braccia sole che Dio gli aveva date, non se le sentiva piú, la sera, dalla stanchezza. C’era dunque posto e lavoro non solo per un altro, ma anche forse per tre o quattro altri.

Il vecchio ora dice che l’avrebbe preferito. Tre o quattro altri insieme sarebbero stati compagni e si sarebbero diviso il lavoro; e sua moglie forse, allora, non sarebbe morta di fatica. Ma quell’uno fu per forza nemico, un nemico da respingere, anche col coltello in pugno, dalla vita che egli aveva fatto nascere su quello stradone, e ch’era sua. Di fronte a tre o quattro altri insieme, egli avrebbe cercato e stabilito un accordo; e certo sarebbe stato da essi riconosciuto e rispettato come il primo e come il capo. Da quell’uno dovette invece accanitamente difendersi la vita, da non lasciargliene prendere nulla o quel poco soltanto che alle sue braccia non riusciva piú di contenere. Ma l’effetto fu questo: che gli morì la moglie dalla troppa fatica.

– Dio! – dice il vecchio, adesso, alzando una mano con l’indice teso.

E lascia nell’ombra i casi e gli eventi passati, di cui riconosce in Dio la causa, e dunque l’obbligo per gli uomini d’accettarli con obbedienza e rassegnazione, per quanto dolorosi e crudeli possano parere. I casi passano e vanità è ricordarli di fronte a questa certezza: che la giustizia di Dio trionfa sempre.

Romolo non può parlare altrimenti. Deve riconoscere, Romolo, che fu giustizia di Dio la morte della moglie: che Dio, cioè, con questa morte lo volle punire del suo voler troppo. Perché alla fine il trionfo della giustizia divina Romolo deve additarlo in lui che – morto Remo – ne sposò in seconde nozze la moglie. E perché morì Remo? Ma anche lui per punizione di Dio, per una gran paura che Dio gli mise addosso; morì perché comprese che l’uomo. a cui egli era venuto a mettersi contro, ora, stroncato dalla morte della moglie, avrebbe certo rovesciato su lui il furore della sua disperazione.

Poteva Dio permettere che una sua punizione diventasse soverchia e dunque ingiusta lasciando che quell’altro profittasse di quanto ora a lui era venuto a mancare con la morte della moglie? La punizione ch’era dolore per lui, doveva essere paura per quell’altro; e tanta fu, che ne morì. Romolo non dice altro

Soggiunge però, che allora, nelle due case di contro, popolate tutte e due di figliuoli, a cui finora non era stato mai concesso d’accostarsi gli uni agli altri per mettere insieme i loro giuochi; nelle due case di contro restarono, qua un uomo senza donna, là una donna senza uomo. E l’uno vestito di nero vide l’altra vestita di nero; e nel cuore dell’uno e dell’altra ecco che Dio allora fece sbocciare la carità, un reciproco bisogno d’ajuto e di conforto. E la prima guerra finì.

Romolo tentenna il capo e sorride.

Vede in mente come, dopo le prime due, nacquero le altre case di questa borgata, quando i figliuoli da una parte e dall’altra crebbero, e alcuni fecero nozze tra loro e altri portarono da lontano chi la moglie, chi il marito.

Ah, una di qua, una di là, quelle case! Non propriamente nemiche. No. Scontrose. Le spalle non se le voltavano; ma l’una s’era messa un po’ di fianco e l’altra un po’ di traverso, come se tra loro non volessero vedersi in faccia. Finché, con l’andare degli anni, tra questa e quella una terza non sorse in mezzo, come paciera, a riunirle.

– Per questo, – dice Romolo, – le strade antiche dei piccoli paesi sono tutte storte, che ogni casa vi scantona.

Per questo, sì. Ma poi viene, o Romolo, la civiltà coi piani regolatori, che obbligano le case a stare in riga.

– La guerra allineata,  – tu dici.

Sì; ma civiltà vuol dire appunto il riconoscimento di questo fatto: che l’uomo, tra tanti altri istinti che lo portano a farsi guerra, ha anche quello che si chiama istinto gregario, per cui non vive se non coi suoi simili.

– E or dunque vedi da questo, – tu concludi, – se l’uomo può mai essere felice!

178  -  La rosa

I

Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo.

In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta d’arrivare a Péola.

Pensava... pensava...

Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l’anima era ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano sembrate piú piccole. Che tradimento!

Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze, nell’ultima visita d’addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui discendeva:

– Eh, la casa che avevo a Genova...

Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all’anima, le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre, così meschine.

E pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all’ultimo, non era andata a licenziarsi, perché anch’esse, tutte, l’avevano tradita, pur dandosi l’aria di volerla ajutare a gara Oh sì, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l’occasione di potere aver per cinque ciò che era costato venti e trenta.

Così pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora dilatava i begli occhietti vispi e, di tratto in tratto, con una rapida, speciosa mossetta che le era abituale levava una mano e si passava l’indice sul nasetto ardito e sospirava.

Era stanca veramente. Avrebbe voluto addormentarsi.

I suoi due bimbi orfani, loro sì, poveri amorini, s’erano addormentati: uno, il maggiore, disteso sul sedile sotto un mantelletto; l’altro qua, rinchioccito, col capino biondo su le gambe di lei.

Chi sa, si sarebbe forse anch’ella addormentata, se avesse potuto in qualche modo appoggiare un gomito o il capo, senza svegliare il piccino, a cui le sue gambe facevano da guanciale.

Il sedile di fronte serbava l’impronta de’ suoi piedini, che vi avevano trovato un comodo sostegno, prima che fosse venuto a prender posto – ce n’erano tante di vetture, nossignori! – proprio lì, un omaccione su i trentacinque anni, barbuto, bruno in viso, ma con occhi chiari, verdastri: due occhi grandi, intenti e tristi.

La signora Lucietta ne aveva provato subito un grande fastidio. Il color chiaro di quei grandi occhi le aveva chi sa perché – destato confusamente l’idea che il mondo, ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo ormai, e come lontano, lontanissimo e ignoto; e ch’ella vi si sarebbe sperduta, invano chiedendo ajuto, tra tanti occhi che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli, con qualche velo di tristezza, sì, ma in fondo indifferenti.

Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso il finestrino, quantunque di fuori non si scorgesse nulla.

Si vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso preciso della lampada a olio della vettura, con la rossa fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo dello schermo e l’olio caduto, che vi sguazzava.

Pareva proprio che ci fosse un’altra lampada di là, la quale seguisse con pena, nella notte, il treno, quasi per dargli insieme conforto e sgomento.

– La fede...  – mormorò, a un certo punto, quel signore. La signora Lucietta si voltò con aria stordita:  – Che cosa?

– Quel lume che non c’è.

Ravvivando il sorriso e lo sguardo, la signora Lucietta levò un dito a indicar la lampada nel cielo della vettura.

– Eccolo qua!

Quel signore approvò piú volte col capo, lentamente; poi aggiunse, con un sorriso triste:

– Eh sì, come la fede... Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è piú lume.

– È filosofo lei!  – esclamò la signora Lucietta.

Quegli alzò una mano dal pomo del bastone a un gesto vago e sospirò con un altro sorriso:

– Osservo...

Il treno si fermò per un gran pezzo davanti a una stazionuccia di passaggio. Non s’udiva alcuna voce e, cessato il rumor cadenzato delle ruote, l’attesa in quel silenzio pareva eterna e sbigottiva.

– Mazzano,  – mormorò il signore. – S’aspetta al solito la coincidenza.

Alla fine, giunse da lontano, lamentoso, il fischio del treno in ritardo.

– Eccolo...

Nel lamento di quel treno, che correva nella notte per la stessa via su cui tra poco anche lei sarebbe passata, la signora Lucietta udì per un momento la voce del suo destino, che, sì, proprio, la voleva sperduta nella vita insieme con quelle due creaturine.

Si riscosse dall’angoscia momentanea e domandò al compagno di viaggio:

– Ci vorrà ancor molto a Péola?

– Eh, – rispose quegli, – piú di un’ora... Scende a Péola anche lei?

– Io sì. Sono la nuova telegrafista io. Ho vinto il concorso Son riuscita la quinta, sa? M’hanno destinata a Péola!

– Ah, guarda... Sì, sì, la aspettavamo difatti per jeri sera.

La signora Lucietta s’animò tutta:

– E difatti, già,  – cominciò a dire; ma subito frenò lo slancio per non rompere il sonno al suo piccino. Aprì le braccia e, indicandolo con lo sguardo e poi indicando l’altro di là: – Ma vede come sono legata? – soggiunse.  – E da me sola... a dovermi staccare da tante cose...

– Lei è la vedova Loffredi, è vero?

– Sì...

E la signora Lucietta chinò gli occhi.

– Ma non si è saputo piú nulla? – domandò, dopo un breve e grave silenzio, quel signore.

– Nulla. Ma c’è chi sa!  – disse con un lampo negli occhi la signora Lucietta. – Il vero assassino del Loffredi, creda, non fu il sicario che lo colpì alle spalle e scomparve. Hanno voluto insinuare, per motivo di donne... No, sa! Vendetta. È stata una vendetta politica. Per il tempo che il Loffredi aveva da pensare alle donne, una gli era anche di troppo. Gli bastavo io. Si figuri, mi prese a quindici anni!

In così dire, il viso della signora Lucietta si fece rosso rosso, gli occhi le brillarono inquieti, sfuggirono di qua, di là, e alla fine si chinarono come dianzi.

Quel signore stette un pezzo ad osservarla, impressionato del rapido passaggio dall’eccitazione improvvisa all’improvvisa mortificazione.

Ma via! come prendere a lungo sul serio quell’eccitazione e questa mortificazione? Benché mamma di quei due piccini, pareva ancora una bambina, anzi una bamboletta; e s’era forse mortificata lei stessa d’aver con tanta fermezza e così in prima, asserito che il Loffredi, avendo per moglie una cosina così fresca e vispa come lei, non aveva potuto pensare ad altre donne.

Doveva essere sicura che nessuno, vedendola e sapendo che uomo era stato il Loffredi, le avrebbe creduto. Vivo il Loffredi, ella aveva dovuto averne, certo, una gran soggezione; forse, ricordandolo, ne aveva ancora. Ma non poteva soffrire si sospettasse che il Loffredi aveva potuto non curarsi di lei, e che ella era stata per lui una bamboletta e nient’altro. Voleva esser l’erede unica almeno di tutto il chiasso, che la tragica fine del fiero e impetuoso giornalista genovese aveva sollevato, circa un anno addietro, in tutta la stampa quotidiana d’Italia.

Fu molto soddisfatto quel signore d’avere così bene indovinato l’animo e l’indole di lei, allorché, spintala con brevi e accorte domande a parlare de’ suoi casi, n’ebbe la conferma dalla sua stessa bocca.

Una gran tenerezza s’impadronì allora di lui per le arie di libertà che si dava quella calandrella or ora uscita dal nido, inesperta ancora del volo; per le fiere proteste che faceva del suo avvedimento e del suo gran coraggio. Ah, che! che! non sarebbe mai perita lei. Figurarsi, dall’oggi al domani, sbalzata da uno stato all’altro, tra l’orrore e il trambusto della tragedia, non s’era perduta un momento; era corsa qua, era corsa là; aveva fatto questo e quest’altro, non tanto per se, no, quanto per quei due poveri piccini... ma via, sì, un po’ anche per sé, che in fin dei conti aveva appena vent’anni. Venti, già, e non li mostrava nemmeno. Un altro ostacolo, questo, e il piú dispettoso di tutti. Perché ognuno, vedendola accanita e disperata, si metteva a ridere, quasi ella non avesse il diritto d’accanirsi tanto, di disperarsi tanto. Ah che rabbia! Ma piú s’arrabbiava, e piú gli altri ridevano. E, ridendo, chi le prometteva una cosa e chi un’altra; ma tutti avrebbero voluto accompagnare la promessa con una carezzina che non osavano farle, ma che ella leggeva loro chiaramente negli occhi. S’era stancata, alla fine; e, pur d’uscirsene, eccola là: telegrafista a Péola!

– Povera signora! – sospirò, sorridendo anche lui, il compagno di viaggio.

– Povera perché?

– Eh... perché... vedrà, non si divertirà molto, a Péola!

E le diede qualche ragguaglio del paesello.

Per tutte le viuzze e le piazzette la noja, a Péola, era visibile e tangibile, sempre.

– Visibile? Come?

In una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a sera, sdrajati su l’acciottolato delle vie.

Non si svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o meglio, si grattavano, seguitando a dormire.

E guaj a chi, a Péola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli restava aperta per un’infilata di almeno cinque sbadigli alla volta. Entrata in bocca a uno, la noja non si risolveva a uscirne facilmente. E tutti, a Péola, per ogni cosa da fare chiudevano gli occhi e sospiravano:

– Domani..

Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai.

– Vedrà quanto poco avrà da fare all’ufficio del telegrafo, – concluse. – Non se ne serve mai nessuno. Vede questo trenino? Va col passo d’una diligenza. E anche la diligenza rappresenterebbe un progresso per Péola. La vita, a Péola, va ancora in lettiga.

– Dio Dio, lei mi spaventa! – disse la signora Lucietta.

– Non si spaventi, via! – sorrise quel signore. – Ora le do una buona notizia: fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.

– Ah...

E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.

– Ballano i cani?  – domandò.

– No: i "civili" di Péola... Ci vada: si divertirà. Giusto il Circolo è su la piazza, vicino all’ufficio del telegrafo. Ha trovato l’alloggio?

La signora Lucietta rispose di sì, che lo aveva trovato, nella stessa casa che prima ospitava l’ufficiale telegrafico suo predecessore. Poi domandò:

– E lei, scusi... il suo nome?

– Silvagni, signora. Fausto Silvagni. Sono il segretario comunale.

– Oh guarda! Piacere.

– Mah!

E il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto sconsolato, atteggiando il volto d’un sorriso amarissimo, che gli velò d’intensa malinconia i grandi occhi chiari.

Il treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di Péola.

– Qua?

II

Tra quell’ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose vallate, fosche di guerci e d’abeti, gaje di castagni, Péola, col suo mucchietto di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po’ piú grandi nuove, aveva dunque il privilegio d’ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi, della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in tanto a parlare nei giornali delle grandi città. Privilegio non comune, poter sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire:

– Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lì!

I "civili" di Péola ne erano tutti insuperbiti. Quanto ai cani, credo che in verità avrebbero seguitato a dormire pacificamente sdrajati per le viuzze e le piazzette del paese senza il minimo sentore di quel privilegio non comune, se tutt’a un tratto, essendosi sparsa la voce della cattiva impressione che avevano fatto e facevano col loro sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie i giovinetti ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi a disturbarli, e cacciarli via a calci, o pestando i piedi e battendo le mani, per chiasso.

Le povere bestie si levavano da terra, piú stupite che seccate; guardavano di traverso, alzando appena un’orecchia: poi, alcune, ballonzolando su tre zampe con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a sdrajarsi piú là. Ma che cos’era accaduto?

Forse l’avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú intelligenti e meno imbalorditi dal sonno. Bastava, santo Dio, fermarsi un po’ a guardare dalle imboccature della Piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa.

C’era in quella Piazzetta l’ufficio del telegrafo.

Si sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco più intelligenti) che tutti, passando di là, specialmente i giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva entrassero in un’altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della persona, diventavano subito piú svelti, piú agili; e le teste si rigiravano come se, per un tuffo di sangue improvviso, non trovassero piú da rassettarsi entro il giro del colletto inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú il panciotto e accomodar la cravatta.

Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com’ebbri, ilari e nervosi; e, vedendo un cane:

– Passa via!

– Fuori dai piedi!

– Via di qua, brutta bestiaccia!

E anche sassate – non bastavano i calci – anche sassate tiravano, ohè!

Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra si spalancava di furia, e una testa di donna, con occhi feroci, tra due pugna tese rabbiosamente s’avventava a gridare:

– Ma che v’ha preso, manigoldi, contro codeste povere bestie?

Oppure:

– Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna, scusi? Ma guarda che calcio a tradimento, povera bestiolina! Qua, cara, vieni qua... La zampina, guardate... le ha storpiata la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se non sapesse niente, vergogna, un uomo serio!

In breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le brutte donne di Péola e quei poveri cani presi così tutt’a un tratto a perseguitare da’ loro uomini, mariti, padri, fratelli, cugini, fidanzati e in fine, per contagio, anche da tutti i ragazzacci.

Quell’aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni giorni e per cui avevano gli occhi così lustri e l’aspetto stralunato, esse sì, le donne, un poco piú intelligenti dei cani (almeno alcune) l’avevano avvertita subito. S’era come diffusa sui raggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s’intende).

Ma sì. La vita... – angustie, noje, amarezze... – poi, tutt’a un tratto, ecco, si ride... Oh Dio, così... per niente – si ride. Se dopo giorni e giorni di bruma e di pioggia spunta un occhio di sole, non s’allegrano tutti i cuori? non traggono tutti i petti un respiro di sollievo? Ebbene, che cos’è? Niente, un occhio di sole; e la vita appare subito un’altra. Il peso della noja s’alleggerisce; i pensieri piú cupi s’inazzurrano; chi non è voluto uscir di casa, viene all’aperto... Ma sentite che buon odore di terra bagnata? Oh Dio come si respira bene... Frescura di funghi, eh? E tutti i disegni per la conquista dell’avvenire diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla d’addosso il ricordo delle bussate piú solenni, riconoscendo che, via, aveva dato ad esse troppa importanza. Che diamine, su, su! Che, su? Ma sì, bisogna tenersi su... I baffi? Ma sì, anche i baffi su!

– Cara, perché non ti pettini un pochino meglio?

Effetti dell’occhio di sole spuntato improvvisamente a Péola nella piazzetta dell’ufficio telegrafico. Oltre la persecuzione ai cani, questa domanda di tanti mariti alla loro moglie:

– Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio?

E mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle case, a passeggio, avevano canticchiato tanto, senza volerlo, senza saperlo, i "civili" di Péola.

La signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo. Il guizzare di tanti desiderii da occhi accesi che la seguivano in tutte le mosse e la carezzavano con lo sguardo voluttuosamente’ il calore di simpatia che la avvolgeva, inebriarono in breve anche lei.

Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di per sé, la signora Lucietta. Che impiccio le davano certe ciocchette di capelli. che le cadevano su la fronte appena chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante sul tavolino dell’ufficio! Scrollava il capo e quasi sobbalzava, come per un vellicamento di sorpresa. E che improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva anche, sì, sì, piangeva in certi momenti, senza saper perché. Lagrime calde, brucianti, per un oscuro improvviso scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava un serpeggiar di smanie per tutto il corpo, un’insofferenza... Non poteva frenarle, quelle lagrime, e sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo, per un nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere.

Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la fantasia dietro ogni immagine comica o pericolosa, per non sorprendersi assorta in certe previsioni inverosimili, l’unica era d’attendere giudiziosamente al suo ufficio; raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma l’attenzione; perché tutto procedesse là dentro in perfetta regola, con perfetto ordine. E ricordarsi, ricordarsi sempre che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto stupida e rozza, c’erano i suoi due poveri piccini orfani. Che pensiero era questo! Tirarli su, da sola, col suo lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli! miseramente, pur troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi... E poi, quando sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una vita per loro, forse del suo sacrificio, di tutte le sue pene non avrebbero tenuto alcun conto. No, via! via! Erano ancor tanto piccini... Perché immaginare queste cose brutte? Sarebbe stata vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque il suo tempo; e quando il tempo è passato e si è vecchi, anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon viso...

Chi diceva così? Lei, lo diceva. Ma non perché veramente le sorgessero spontanee nell’animo queste considerazioni affliggenti. Passava ogni mattina dall’ufficio, e talvolta anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il segretario comunale, quel signor Silvagni incontrato sul treno. Si tratteneva un momento, lì sull’uscio o davanti lo sportello; le parlava di cose aliene, anche liete; rideva con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e delle difese che ne prendevano le donne brutte del paese. Ma negli occhi di quell’uomo, in quei grandi occhi chiari, intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella memoria dopo ch’egli se n’era andato via, la signora Lucietta leggeva quelle considerazioni affliggenti. Il pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa perché?, glielo richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch’egli ne avesse chiesto affatto o glien’avesse fatto parola per incidenza.

Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano ancor tanto piccini... e dunque, via! perché avvilirsi? non doveva e non voleva. Là, su, su, coraggio! Era giovine lei, per ora.. tanto giovine... e dunque...

– Come dice, signore? Ma sì: conti le parole del telegramma, e poi calcoli due soldi di piú. Vuole un modulo a stampa? No? Ah, tanto per saperlo... Ho capito. A rivederla, signore... Ma di niente, si figuri...

Quanti ne entravano all’ufficio a rivolgerle di quelle stupide domande! Come non ridere? Eran pur buffi davvero tutti quei signori di Péola. E quella commissione di giovinetti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo presidente anziano, entrata all’ufficio una mattina per invitarla alla famosa festa da ballo annunziatale in treno dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e dall’altro provassero una strana maraviglia nell’accorgersi che da vicino ella aveva il nasetto così e così, così e così la bocca e gli occhi e la fronte, per non parlare che della testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú impacciati. Nessuno sapeva come cominciare:

– Vorrà farci l’onore... – È consuetudine annuale, signora...  – Una piccola soirée dansante... – Oh, ma senza pretese, si figuri! – Festa in famiglia... – Ma sì, lasciate dire!  – È consuetudine annuale, signora...  – Ma via, che dice! basta che voglia veramente onorarci...

Si torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca l’un l’altro nell’atto che si buttavano a parlare, mentre il presidente, che era anche il sindaco del paese, s’intozzava sempre piú, paonazzo dalla stizza. S’era preparato il discorso, lui, e non glielo lasciavano dire. S’era passato anche il cerotto con gran cura su la lunga ciocca di capelli rigirata sul cranio e aveva infilato i guanti canarini e inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni del panciotto.

– È consuetudine annuale, signora...

La signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia di ridere e tutta vermiglia in volto per quei pressanti inviti, piú degli occhi cupidi che delle labbra impacciate, cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo sapevano... e poi, i due figliuoli... stava con loro la sera soltanto... non li vedeva per tutto il giorno... era usa metterli a letto lei... e poi aveva tante cose a cui attendere...

– Ma via! per una sera... – Poteva anche venire dopo averli messi a letto... – E non c’era la serva?... per una sera!

A uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche:

– Il lutto? Ma che sciocchezza!

Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú.

La signora Lucietta promise in fine che sarebbe andata, o piuttosto che avrebbe fatto di tutto per andare; ma poi, quando tutti se ne furono andati, rimase a guardarsi nella manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d’oro che il Loffredi sposando le aveva messo al dito. La sua manina era allora così gracile: manina di ragazzetta; e ora che le dita erano un po’ ingrossate, quell’anellino le faceva male. Così stretto era, che non poteva cavarselo piú.

III

Nella camera da letto del vecchio quartierino mobigliato la signora Lucietta ora stava a dire a se stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto dondolava  – aòh  – su le ginocchia il suo angioletto biondo, vestito di nero  – aòh, aòh – questo suo piú piccino, caro caro. che voleva ogni sera addormentarsi in braccio a lei.

L’altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva taciturna, s’era messo da sé per benino nel suo tettuccio e... sì? Sì sì, che bellezza! già dormiva.

Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora Lucietta prendeva ora a svestire il piccino già addormentato anch’esso in grembo a lei; pian pianino le scarpette, una e due; Pian pianino i calzini, uno... e due, e via ora i calzoncini insieme con le mutandine... e ora, ah ora veniva il difficile: sfilare i braccini dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: su, piano piano, con l’ajuto della serva... non così, di qua... sì, giú... piano... piano, ecco fatto! E ora da quest’altra parte...

– No, amore... Sì, qua, qua con la mamma tua... è mamma tua qua... Lasciate, faccio da me... Rimboccate la coperta, piuttosto... sì, costà, pian pianino...

Ma perché poi così tanto pian pianino?

A un anno appena dalla tragica morte del marito voleva proprio andare a ballare? No, non sarebbe andata forse la signora Lucietta, se tutt’a un tratto, uscita dalla camera da letto nell’attigua saletta d’ingresso, non avesse visto davanti la finestra chiusa di quella saletta un prodigio, un vero prodigio.

Stava da tanti giorni in quel quartierino d’affitto, e non s’era neanche accorta che davanti la finestra della saletta d’ingresso ci fosse un vecchio portafiori di legno, tutto impolverato.

In quel portafiori, quasi all’improvviso, fuor di stagione, era sbocciata una magnifica rosa rossa.

La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita tra lo smortume della tappezzeria grigiastra, di quella sudicia soletta. Poi, dalla gioja di quella rosa rossa ebbe come un tuffo nel sangue. Vide vivo lì in quella rosa il suo desiderio ardente di godere una notte almeno. E liberatasi d’un tratto dalla perplessità che finora la aveva tenuta, dall’orrore dello spettro del marito, dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente, presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo.

Sì, là! Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi vent’anni, e la sua gioja vestita di nero...

– Via!

IV

Fu l’ebbrezza. fu il delirio, fu la pazzia.

Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch’ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno. divise da due larghe arcate, mala

mente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che all’improvviso sfolgorassero di luce, tant’era acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue il suo visino, e così fulgidamente le sfavillarono gli occhi e così pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli neri.

Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d’ogni freno di convenienza, d’ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all’invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che bisognava accogliere con festa l’ospite forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci esclamazioni, e lì per lì, subito, poiché già le danze erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un’occhiata attorno, presero a contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s’offrirono col gomito teso. Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sì... Avrebbe un po’ per volta ballato con tutti. Ecco, largo! largo! Su, e la musica? Ma che facevano i musicanti? S’erano anch’essi incantati a mirare? Musica! musica!

E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e presidente del Circolo, in abito lungo.

– Ma bravo! ma bravo!

– Che scosci, guardate!

– Uh, le falde della finanziera... guardate, guardate quelle falde, come s’aprono e chiudono su i calzoni chiari!

– Ma bravo! ma bravo!

– Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata... gli si stacca la ciocca!

– Che? La conduce a sedere? Digià? – E altre quindici, venti braccia col gomito teso le si parano davanti.

– Con me! con me!

– Un momento! un momento’

– L’ha promesso a me!

– No, prima a me!

Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l’un l’altro.

I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a invitare altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre, indignate, stomacate rifiutavano con un:

– Grazie tante!  – a schizzo.

E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo, qualcuna scattava da sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o quell’amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s’era mai vista simile indecenza!

Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di pepe e di canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s’erano costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, così prese dal tanfo delle onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.

Il caldo a poco a poco nelle tre sale s’era fatto soffocante. Quasi una nebbia s’era diffusa dal vaporare della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca i capelli bagnati, irsuti. E si ribellava ormai, quella bestialità con tracotanza inaudita a ogni richiamo della ragione: veniva una volta l’anno la festa! Del resto, nulla di male! Zitte e a posto le donne!

Fresca. leggera, tutta compresa nella sua gioja che respingeva ogni contatto brutale, ridendo e guizzando con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa, intatta e pura in quel suo momento di follia, agile fiamma volubile in mezzo al tetro fuoco di tutti quei ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava, ballava, senza piú nulla vedere, senza piú distinguere nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i mobili, le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore, gli abiti neri e i candidi sparati delle camice degli uomini, tutto le s’avvolgeva ormai attorno in strisci vorticosi. Si staccava d’un balzo dalle braccia d’un ballerino, appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante, e subito si buttava tra altre braccia, le prime che si vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora attorno in frenetico scompiglio tutti quei lumi e tutti quei colori.

Seduto nell’ultima sala, accosto al muro in un canto quasi in ombra, Fausto Silvagni, con le mani sul pomo del bastone e su le mani la grossa barba fulva, da circa due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da un benigno sorriso. Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei.

Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava già troppo dentro, per essere ancora solo tenerezza?

Da anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi intenti e tristi guardava come da lontano ogni cosa; come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi sentimenti.

Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi meschini la sua vita, spenta sul piú bello la luce di tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l’ardore di tutta l’anima (sogni che ora non poteva richiamare al suo ricordo senza strazio e senza rossore), rifuggiva dalla realtà, nella quale era costretto a vivere. Ci camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun pensiero, nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche se stesso vedeva come lontano da sì, perduto in un esilio angoscioso.

Ora, in questo esilio, un sentimento all’improvviso era venuto a raggiungerlo; un sentimento ch’egli avrebbe voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora. Non avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche scacciarlo.

Non era forse volata da’ suoi sogni lontani, questa cara folle Atina vestita di nero, con una rosa di fiamma tra i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni stessi, divenuti vivi, ora, in questa Atina, perchè egli, non avendo potuto raggiungerli allora sott’altra forma, in questa se li stringesse vivi e spiranti tra le braccia... Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e ritornare per essa e con essa finalmente dal suo lontano esilio? Se egli non la fermava, se egli non la tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire, quella povera fatina folle. Aveva bisogno d’ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio, così sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non perdersi, ma anche ahimé, di godere. Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa tra i capelli...

Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa. Non sapeva perché. La vedeva su quel capo come una fiamma... Si scoteva tanto quella testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.

Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando:

– "Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai... Ora lascia ch’ella balli così, come una fatina folle..."

Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro donne andate via. Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due anziani – chi l’avrebbe creduto? – il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo vedovo, tutt’e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile. Erano stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi buttare uno dopo l’altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri.

Era la stretta finale, l’ultima danza.

Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora Lucietta.

– Con me! con me! con me! con me!

N’ebbe sgomento. D’un tratto le s’avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione di quegli uomini, e al pensiero ch’essi avessero potuto bestialmente accendersi per la sua innocente festività, provò ribrezzo, onta. Volle fuggire, sottrarsi a quell’aggressione: ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po’ allentati le cascarono; e la rosa giú - a terra.

Fausto Silvagni si tirò su a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro d’un imminente pericolo. Ma già quei sette s’eran precipitati a raccogliere la rosa. Riuscì a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d’un tremendo sgraffio alla mano.

– Eccola! – gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta riparata in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli. – Eccola qua... Ma no, che grazie! Ora lei... – (non aveva piú fiato da parlare, il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava)  – ... ora lei deve far la scelta... ecco... deve offrirla, qua, a uno...

– Bravo! bene!

– A uno... a sua scelta... bravissimo!

– Vediamo! Vediamo!

– A chi ’offre? A sua scelta!

– Il giudizio di Paride!

– Silenzio! Vediamo a chi l’offre!

Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta, una preda inseguita i suoi assalitori. Intuì subito che volevano a ogni costo ch’ella si compromettesse.

– A uno? a mia scelta? – gridò all’improvviso, con un lampo negli occhi.  – Ebbene, sì... a uno l’offrirò... Ma scostatevi prima... scostatevi tutti! No, piú... piú... ecco, così... L’offrirò... l’offrirò...

Saettava con lo sguardo ora l’uno ora l’altro, come fosse incerta nella scelta e incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una smorfia d’implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora sfolgorante di malizia, allorché d’un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala. Aveva trovato lo scampo: offrire la rosa a uno di quelli che se n’erano stati tutta la serata quieti a guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in direzione della corsa.

– Ecco qua! L’offro qua a...

Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni. Smorì d’un tratto; restò un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui; le sfuggì un’esclamazione sommessa: – Oh Dio... – ma si riprese subito:

– Sì, per carità... ecco, a lei, prenda, prenda signor Silvagni!

Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a guardare quei sette che s’erano precipitati appresso a lei gridando come ossessi:

– No, che c’entra lui?  – A uno di noi!  – Doveva offrirla a uno di noi!

– Non è vero!  – protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente.  – S’è detto a uno, e basta! E io l’ho offerta qua al signor Silvagni!

– Ma questa è una dichiarazione d’amore bell’e buona!  – gridarono allora quelli.

– Che?  – ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia.  – Ah, nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno di loro! Ma l’ho offerta al signor Silvagni, che non s’è mosso, tutta la serata, e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono crederlo neanche loro!

– Ma sì, ma sì che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto piú lo crediamo; – protestarono quelli a coro. – Proprio a lui oh! proprio a lui!

La signora Lucietta si sentì tutta sconvolgere da un dispetto feroce. Non era piú uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche; era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l’allusione alle visite del Silvagni all’ufficio, alla bontà ch’egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo. E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni. Perché quel pallore, quel turbamento Poteva forse credere anche lui, che ella?... Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli altri! Invece d’impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli s’acuiva di punto in punto negli occhi.

Intuì tutto in un lampo la signora Lucietta, e n’ebbe come uno schianto. Ma in quell’attimo d’angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice:

– Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!

– Come non lo dice?  – gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare di tanti opposti sentimenti, il dispetto.

E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:

– Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?

Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo sulle labbra.

Povera Atina, forzata dall’impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal cerchio magico di quella pura gioja, di quell’innocente ebbrezza, nella quale come una pazzerella s’era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra l’accanimento dei brutali appetiti di quegli uomini l’innocenza del dono di quella rosa, l’innocenza di quella sua folle gioja d’una sera, esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa.

Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi, disse:

– Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno, signora. Ecco a lei la rosa; o non posso, la butti via lei.

La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.

– Ecco, sì grazie – disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via per sempre.

179  -  Da sé

Un carro di prima classe, con cavalli bardati e impennacchiati, cocchiere e staffieri in parrucca, i suoi parenti non lo avrebbero preso di certo, per lui. Ma uno di seconda, sì; almeno per gli occhi del mondo.

Duecentocinquanta lire: prezzo di tariffa.

La cassa, poi, se pure d’abete e non di noce o di faggio, nuda nuda non l’avrebbero certo lasciata (sempre per gli occhi del mondo).

Coperta di velluto rosso, anche d’infima qualità, con borchie e maniglie dorate; a dir poco, quattrocento lire.

Poi: una buona mancia a chi lo avrebbe lavato e vestito da morto (bel servizio!); spesa per la papalina di seta e per le pantofole di panno; spesa per le quattro torce da accendere ai quattro angoli del letto; mancia ai becchini che avrebbero portato a spalla il feretro fino al carro, e poi dal carro alla fossa; spesa per una corona di fiori, almeno una, santo Dio: poi lasciamo la banda municipale, che se ne poteva far di meno; ma un pajo di dozzine di ceri per l’accompagnamento delle orfanelle del Boccone del povero che vivevano di questo, cioè delle cinquanta lire che si davano loro per accompagnare tutti i morti della città; e chi sa quant’altre piccole spese imprevedibili.

Tutto questo Matteo Sinagra avrebbe tatto risparmiare ai parenti, andando co’ suoi piedi a uccidersi economicamente, al cimitero, davanti al cancelletto della sua gentilizia. Dimodochè, con pochissima spesa, lì stesso, dopo l’accesso del pretore avrebbero potuto cacciarlo dentro a quattro assi nude senza neanche dargli una spazzolata, e calarlo giú, dove riposavano da un pezzo il padre, la madre, la prima moglie e i due figliuoli che n’aveva avuti.

I morti hanno l’aria di credere che il forte sia perdere la vita e che tutto sia finito con essa. Per loro, senza dubbio. Ma non pensano all’orribile ingombro del corpo che resta lì duro sul letto uno o due giorni e ai fastidi e alle spese dei vivi che, pur piangendogli attorno, debbono liberarsene. Sapendo quanto costa questa liberazione, in un caso come il suo, cioè di morte in buona salute, i signori morti volontarii potrebbero far due passi fino al cimitero e andare a riporsi tranquillamente da sé.

Ecco: non aveva ormai da pensare ad altro, Matteo Sinagra. La vita gli s’era tutt’a un tratto come votata d’ogni senso. Quasi non ricordava piú con precisione ciò che vi avesse fatto. Ma sì, di certo, anche lui tutte le sciocchezze che si fanno di solito. Senz’accorgersene Con molta leggerezza e grande facilità. Sì, perché era stato anche abbastanza fortunato, lui, fino a tre anni fa. Non gli era mai riuscito nulla difficile; né mai s’era fermato un momento perplesso, se fare o non fare una tal cosa, se prendere questa o quella via. S’era gettato con gaja fiducia a tutte le imprese; s’era incamminato per tutte le vie, ed era andato sempre avanti; superando ostacoli che forse per gli altri sarebbero stati insormontabili.

Fino a tre anni fa.

Tutt’a un tratto, chi sa come, chi sa perché, quella specie d’estro che per tanti anni lo aveva assistito e spinto innanzi, alacre e sicuro, gli s’era spento; quella gaja fiducia gli era crollata, e insieme eran crollate le imprese finora sostenute con mezzi e arti di cui ora, improvvisamente e quasi con sgomento, non si sapeva piú render conto egli stesso.

Tutto così, da un giorno all’altro, gli s’era cangiato, oscurato; anche l’aspetto delle cose e degli uomini. S’era trovato all’improvviso a tu per tu con un altro se stesso, ch’egli non conosceva affatto, in un altro mondo che gli si scopriva adesso per la prima volta attorno, duro, ottuso, opaco, inerte.

In prima era rimasto quasi con quello stordimento che il silenzio cagiona a coloro che vivono in mezzo a un fracasso di macchine, allorché d’un subito vengono fermate. Poi aveva considerato la rovina, non sua solamente, ma anche del padre e del fratello della seconda moglie, che gli avevano affidato grossi capitali. Ma forse il suocero e il cognato, pur soffrendo gravi danni, si sarebbero rialzati. La sua rovina, invece, era totale.

S’era chiuso in casa, schiacciato non tanto dal peso della sciagura, quanto dalla coscienza dell’irrimediabilità del guasto misterioso avvenuto così fulmineamente nel congegno della sua vita.

Muoversi? E perché? Perché uscire di casa? Inutile ogni atto, ogni passo; inutile anche parlare.

Zitto, rincantucciato in un angolo, era rimasto a guardar le smanie e le lacrime della moglie disperata, come un insensato. Tutto barba e tutto capelli.

Finché non era venuto sulle furie il cognato a cacciarlo fuori a spintoni, dopo averlo fatto tosare a viva forza.

C’era da fare qualche cosa, da guadagnare dieci lirette al giorno, mettendosi per galoppino a servizio d’una piccola banca agraria, che s’era aperta or ora. Che stava a covare lì su quella sedia? Fuori! Fuori! Non bastava il danno arrecato finora? Voleva anche vivere, con la moglie e le due piccine, alle spalle delle sue vittime? Fuori!

Fuori, ecco qua. Era uscito di casa, da alcuni giorni. S’era messo a fare il galoppino per conto di quella piccola banca agraria. Il cappello spelato, l’abito stinto, le scarpe sdrucite, e un’aria d’allocco che consolava.

Nessuno lo riconosceva piú.

– Matteo Sinagra, quello lì?

Non si riconosceva piú neanche lui stesso, per dire la verità. E quella mattina, finalmente...

Era stato un amico, un caro amico del buon tempo, a chiarirgli la situazione.

Chi era piú, lui? Nessuno. Non solo perché aveva perduto tutto il suo; non solo perché s’era ridotto in quella misera, avvilente condizione di galoppino, con l’abito stinto, il cappello spelato, le scarpe sdrucite. No, no. Non era piú, veramente, nessuno, perché non c’era piú niente in lui, fuorché l’aspetto (e pur esso tanto cangiato, irriconoscibile!) di quel Matteo Sinagra ch’egli era stato fino a tre anni fa. In questo galoppino uscito or ora di casa né lui si sentiva né gli altri lo riconoscevano. E dunque? Chi era lui? Un altro, che ancora non viveva: che bisognava imparasse a vivere, se mai, una nuova vita, meschina, affliggente, da dieci lirette al giorno. E ne valeva la pena? Matteo Sinagra, il vero Matteo Sinagra era morto, morto assolutamente, tre anni fa.

Questo gli avevano detto con la piú ingenua crudeltà gli occhi di quell’amico incontrato per caso quella mattina.

Ritornato in paese dopo circa sei anni d’assenza, questo amico non sapeva nulla della sciagura di lui. Passando per via, non lo aveva riconosciuto.

– Matteo? Ma come? Sei tu Matteo Sinagra?

– Dicono...

– Ma come?

E gli occhi, quegli occhi, erano rimasti a mirarlo con tale espressione di smarrimento e insieme di pietà e di ribrezzo, ch’egli tutt’a un tratto s’era veduto in essi morto, assolutamente morto, senza piú neanche un briciolo in sé di quella vita che Matteo Sinagra aveva avuto.

E allora, appena quell’amico, non sapendo piú trovare una parola, uno sguardo, un sorriso da rivolgere a quest’ombra, gli aveva voltato le spalle, aveva avuto l’impressione strana che tutte le cose, a un tratto, proprio gli si fossero vôtate d’ogni senso, tutta la vita gli si fosse fatta vana.

Ma da ora soltanto?  – No... Perdio! Da tre anni così... Da tre anni era morto, da ben tre anni... E ancora stava lì, in piedi?.. camminava... respirava... guardava? Ma come?... Se non era piú niente! se non era piú nessuno! Con quell’abito addosso, di tre anni fa... con quelle scarpe di tre anni fa, ancora ai piedi...

Via, via, via: non si vergognava? Un morto, ancora in piedi? A cuccia, là, al cimitero!

Tolto di mezzo l’ingombro di questo morto, alla vedova, alle due orfanelle avrebbero pensato i parenti.

Matteo Sinagra s’era tastata nel taschino del panciotto la rivoltella, sua fida compagna di tant’anni. E senz’altro, eccolo per la via che conduce al cimitero.

È una cosa davvero divertente, un godimento inaudito. Un morto, che se ne va da sé, co’ suoi piedi, piano piano, con tutto il comodo, al suo destino.

Matteo Sinagra lo sa perfettamente, che è un morto: un morto vecchio, anche: un morto di tre anni, che ha avuto tutto il tempo di votarsi d’ogni rimpianto della vita perduta.

Ora è leggero leggero: una piuma! Ha ritrovato se stesso; è entrato nella sua qualità, d’ombra di se stesso. Libero d’ogni ostacolo, scevro d’ogni afflizione, esente da ogni peso, va a riposarsi comodamente.

Ed ecco: quella via che conduce al cimitero, a farla così da morto, per l’ultima volta, senza ritorno, gli si rappresenta in un modo nuovo, che lo riempie d’una gioja di liberazione, che è veramente già fuori della vita, oltre la vita.

I morti la fanno in carrozza, chiusi e saldati in una doppia cassa, di zinco e di noce. Egli cammina, respira, può volgere il collo di qua e di là, a guardare ancora

E guarda con occhi nuovi le cose che non sono piú per lui, che per lui non hanno piú senso.

Gli alberi... oh guarda! erano così gli alberi? erano questi? E quei monti laggiú... perché? quei monti azzurri, con quella nuvola bianca sopra... Le nuvole... che cose strane!... E là, in fondo, il mare... Era così? Quello, il mare?

E un sapore nuovo ha l’aria, che gli entra nei polmoni, una soavità di refrigerio su le labbra, nelle narici... L’aria... ah, l’aria... Che delizia! La respira... ah, la beve ora, come non l’ha mai bevuta di là nella vita; come nessuno che stia nella vita, può berla! È aria come aria; non respiro per vivere. Tutta questa infinita, avvolgente delizia mica la possono avere gli altri morti, che se ne vanno per quella via in carrozza, tesi, stirati, attuffati nel bujo d’una cassa. Neanche i vivi la possono avere, i vivi che non sanno che cosa voglia dire goderla dopo, così, una volta e per sempre: eternità viva, presente, fremente!

Ancora è lunga, la via. Ma egli già potrebbe fermarsi qui; è nell’eternità; vi cammina, vi respira, in un’ebbrezza divina, ignota ai vivi.

– Mi vuoi? Portami con te...

Un sasso. Un sasso della via. E perché no?

Matteo Sinagra si china, lo raccatta, lo pesa nella mano. Un sasso... Erano così i sassi? erano questi? Sì, eccolo, un piccolo frantume di roccia, un pezzo di terra viva, di tutta questa terra viva, un frantume dell’universo... Eccolo qua: in tasca; verrà con lui.

E quel fiorellino?

Ma sì, anch’esso, qua qua, all’occhiello di questo morto, che se ne va da sì, così alieno, sereno e felice, coi suoi piedi, alla sua fossa, come a una festa, col fiorettino all’occhiello.

Ecco l’entrata del cimitero. Un’altra ventina di passi, e il morto sarà a casa sua. Niente lagrime. Ci viene da sé, con passo svelto, e con quel fiorettino all’occhiello.

Fanno un bel vedere questi cipressi di guardia al cancello. Oh, è una casa modesta, in vetta a un poggio, tra gli olivi. Ci saranno, sì e no, un centinaio di gentilizie, senz’alcuna pretesa d’arte; cappelletto con un altarino, il cancelletto e un po’ di fiori attorno.

È proprio, per i morti, una dimora invidiabile, questo cimitero. Lontano dal paese, i vivi ci vengono di raro.

Matteo Sinagra entra e saluta il vecchio custode che sta seduto davanti all’uscio della sua casetta, a destra dell’entrata, con lo scialle bigio di lana su le spalle ed il berretto gallonato sul naso

– Ehi, Pignocco!

Pignocco dorme.

E Matteo Sinagra resta a contemplar quel sonno dell’unico vivo fra tanti morti, e – in qualità di morto – ne prova dispiacere, una certa irritazione. `

S’ha un bel dire. Fa bene ai morti pensare che un vivo vegli sul loro sonno e stia in faccende sopra la terra che li ricopre. Sonno sopra, sonno sotto: troppo sonno. Bisognerebbe svegliare Pignocco; dirgli:

– Eccomi qua; sono dei tuoi. Sono venuto da me, coi miei piedi, per far risparmiare un po’ di soldi ai miei parenti. Ma è questa la cura che tu ti prendi di noi?

Oh via, che cura, povero Pignocco! Che bisogno di custodia hanno i morti? Quando ha annaffiato qua e là qualche ajuola; quando ha acceso in questa e in quella gentilizia qualche lampadina che non fa lume a nessuno; quando ha spazzato le foglie morte dai vialetti; che altro gli resta da fare? Non fiata nessuno lì dentro. Il ronzio delle mosche allora e il lento stormire degli smemorati olivi sul poggio lo persuadono a dormire. Sta in attesa anche lui della morte, povero Pignocco; e in quel l’attesa, ecco qua, provvisoriamente dorme sopra i tanti morti che dormono per sempre sotto.

Forse si sveglierà tra poco, allo scoppio secco della rivoltella. Ma forse, neppure. È così piccola la rivoltella, e lui dorme così profondamente... Piú tardi, verso sera, allorché prima di chiudere il cancello, si recherà in giro a fare un’ultima ispezione, troverà un ingombro nero in quel vialetto, là in fondo.

– Oh! E che roba è questa?

Niente, Pignocco. Uno che deve andar sotto. Chiama, chiama che gli apparecchino il letto, giú, alla meglio, senza tanti riguardi. Per risparmio di spese ai parenti è venuto da sé, e anche per il piacere di vedersi così, prima, morto tra morti, a casa sua, arrivato a destino in buona salute, con gli occhi aperti, in perfetta coscienza. Lasciagli in tasca il sasso che si è seccato anch’esso di stare al sole su la strada. E lasciagli anche il fiorellino all’occhiello, che è la sua civetteria di morto in questo momento. Se l’è colto e se l’è offerto da sé, per tutte le corone che i parenti e gli amici non gli offriranno. È qua ancora sopra la terra; ma è proprio come se fosse venuto da sotto, dopo tre anni, per curiosità di vedere che effetto fanno sul poggio queste tombe gentilizie, queste ajuole, questi vialetti inghiaiati, queste croci nere e queste corone di latta nel campo dei poveri.

Un bell’effetto, veramente. E zitto zitto, in punta di piedi, Matteo Sinagra, senza svegliare Pignocco, s’introduce.

È ancora presto per andare a dormire. Vagherà per i vialetti fino a sera, curiosando (da morto, s’intende); aspetterà che sorga la luna, e buona notte.

180  -  La realtà del sogno

Tutto ciò che egli diceva, pareva avesse lo stesso valore incontestabile della sua bellezza; che, non potendosi mettere in dubbio che fosse un bellissimo uomo, ma proprio bello tutto, non potesse parimenti esser mai contraddetto in nulla.

E non capiva niente, proprio non capiva niente di quanto avveniva in lei!

Nel sentire le interpretazioni che dava con tanta sicurezza di certi suoi moti istintivi, di certe sue fors’anche ingiuste antipatie, di certi suoi sentimenti, le veniva la: tentazione di graffiarlo, di schiaffeggiarlo, di morderlo.

Anche perché poi, con quella freddezza e sicurezza e quell’orgoglio di bel giovine, veniva a mancarle in certi altri momenti, allorché le s’accostava, perché aveva bisogno di lei. Timido, umile, supplichevole, allora, come insomma in quei momenti ella non lo avrebbe desiderato; sicché, anche allora, per un altro verso si sentiva irritata; tanto che, pur essendo proclive a cedere, s’induriva restia; e il ricordo d’ogni abbandono, avvelenato sul piú bello da quell’irritazione, le si cangiava in rancore.

Sosteneva che fosse una fissazione in lei l’impaccio, l’imbarazzo che diceva di provare davanti a tutti gli uomini.

– Li provi, cara, perché ci pensi, – s’ostinava a ripeterle.

– Ci penso, caro, perché li provo!  – ribatteva lei.  – Che fissazione! Li provo. È così. E debbo ringraziarne mio padre, la bella educazione che m’ha data! Vuoi mettere in dubbio anche questo?

Eh, almeno questo no, era sperabile. Ne aveva fatto esperienza lui stesso durante il fidanzamento. Nei quattro mesi prima del matrimonio, là, nella cittaduzza natale, non gli era stato concesso, non che di toccarle una mano, ma neppure di scambiare con lei due paroline a bassa voce.

Piú geloso d’un tigre, il padre, le aveva inculcato fin da bambina un vero terrore degli uomini; non ne aveva ammesso mai uno, che si dice uno, in casa; e tutte le finestre chiuse; e le rarissime volte che la aveva condotta fuori, le aveva imposto d’andare a capo chino come le monache, e guardando a terra quasi a fare il conto dei ciottoli del selciato.

Ebbene, che maraviglia se ora alla presenza d’un uomo provava quell’imbarazzo e non riusciva a guardar negli occhi nessuno e non sapeva piú né parlare né muoversi?

Già da sei anni, è vero, s’era liberata dall’incubo di quella feroce gelosia paterna; vedeva gente, per casa, per via; eppure... Non era piú certamente quel puerile terrore di prima; ma quest’imbarazzo, ecco. I suoi occhi, per quanto si sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di nessuno; la lingua, parlando, le s’imbrogliava in bocca; e d’improvviso, senza saper perché, si faceva in volto di bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per la mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a nulla; e insomma si vedeva condannata a far cattive figure, a passare per sciocca, per stupida, e non voleva. Inutile insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello stupidissimo, ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei.

Gli amici, i migliori, quelli a cui egli teneva di piú e che avrebbe voluto considerare come ornamento della sua casa, del piccolo mondo che, sei anni a dietro, sposando, aveva sperato di formarsi attorno, già s’erano allontanati a uno a uno. Sfido! Venivano in casa; domandavano:

– Tua moglie?

Sua moglie se n’era scappata a precipizio al primo squillo del campanello. Fingeva d’andare a chiamarla; andava davvero; si presentava con la faccia afflitta, le mani aperte, pur sapendo che sarebbe stato inutile; che la moglie lo avrebbe fulminato con gli occhi accesi d’ira e gli avrebbe gridato tra i denti: – "Stupido!" – ; voltava le spalle e ritornava, Dio sa come dentro, di fuori sorridente, ad annunziare:

– Abbi pazienza, caro, non si sente bene, s’è buttata sul letto.

E una e due e tre volte; alla fine, si sa, s’erano stancati. Poteva loro dar torto?

Ne restavano ancora due o tre, piú fedeli o piú coraggiosi. E questi, almeno questi voleva difenderseli, uno specialmente, il piú intelligente di tutti, dotto sul serio e odiatore della pedanteria, fors’anche un po’ per ostentazione; giornalista argutissimo; insomma, amico prezioso.

Qualche volta da questi pochi amici superstiti sua moglie s’era fatta vedere, o perché colta di sorpresa, o perché, in un momento buono, s’era arresa alla preghiera di lui. E nossignori, non era vero niente che avesse fatto cattiva figura: tutt’altro!

– Perché quando non ci pensi, vedi . quando t’abbandoni al tuo naturale... tu sei vivace...

– Grazie!

– Tu sei intelligente...

– Grazie!

– E sei tutt’altro che impacciata, te lo assicuro io! Scusa, che gusto avrei a farti fare una cattiva figura? Parli con franchezza, ma sì, anche troppa talvolta... sì, sì, graziosissima, te lo giuro! T’accendi tutta, e gli occhi... altro che non saper guardare! ti sfavillano, cara mia... E dici, e dici cose anche ardite, sì... Ti meravigli? Non dico scorrette... ma ardite per una donna; con scioltezza, con disinvoltura, con spirito insomma, te lo giuro!

S’infervorava nelle lodi, notando ch’ella, pur protestando di non credere affatto, ne provava in fondo piacere, arrossiva, non sapeva se sorridere o aggrottar le ciglia.

– E così, è proprio così; credi, è una vera fissazione la tua...

Avrebbe dovuto metterlo almeno in apprensione il fatto che ella non protestava contro questa sua cento volte asserita "fissazione", e accoglieva quelle lodi sul suo parlar franco e disinvolto e finanche ardito, con evidente compiacimento.

Quando e con chi aveva ella parlato così?

Pochi giorni addietro, con l’amico "prezioso"; con quello che le era, naturalmente, il piú antipatico di tutti. È vero che ella ammetteva l’ingiustizia di certe sue antipatie, e che sopra tutti antipatici diceva quegli uomini, davanti ai quali si sentiva piú imbarazzata.

Ma ora il compiacimento d’aver saputo parlare davanti a quello anche con improntitudine, proveniva dal fatto che costui, (certo per pungerla sotto sotto) in una lunga discussione su l’eterno argomento dell’onestà delle donne, aveva osato sostenere che il soverchio pudore accusa infallibilmente un temperamento sensuale; sicchè c’è da diffidare d’una donna che arrossisce di nulla, che non osa alzar gli occhi perché crede di scoprire da per tutto un attentato al proprio pudore, e in ogni sguardo, in ogni parola un’insidia alla propria onestà. Vuol dire che questa donna ha l’ossessione di immagini tentatrici; teme di vederle dovunque; se ne turba al solo pensiero. Come no? Mentre un’altra, tranquilla di sensi, non ha affatto di questi pudori e può parlare senza turbarsi anche di certe intimità amorose, non pensando che ci possa esser nulla di male in una... che so, in una camicetta un po’ scollata, in una calza traforata, in una gonna che lasci scorgere appena appena qual cosa piú su del ginocchio.

Con questo, badiamo, non diceva mica che una donna, per non essere creduta sensuale, dovesse mostrarsi sfacciata, sguaiata e far vedere quello che non si deve far vedere. Sarebbe stato un paradosso. Egli parlava del pudore. E il pudore per lui era la vendetta dell’insincerità. Non che non fosse sincero per se stesso. Era anzi sincerissimo, ma come espressione della sensualità. Insincera è la donna che voglia negare la sua sensualità mostrando in prova il rosso del suo pudore su le guance. E questa donna può essere insincera anche senza volerlo, anche senza saperlo. Perché nulla è piú complicato della sincerità. Fingiamo tutti spontaneamente, non tanto innanzi agli altri, quanto innanzi a noi stessi; crediamo sempre di noi quello che ci piace credere, e ci vediamo non quali siamo in realtà, ma quali presumiamo d’essere secondo la costruzione ideale che ci siamo fatta di noi stessi. Così può avvenire che una donna, anche a sua insaputa sensualissima, sinceramente creda d’esser casta e di provare sdegno e ribrezzo della sensualità, per il solo fatto che arrossisce di nulla. Questo arrossir di nulla, che è per se stesso espressione sincerissima della reale sensualità di lei, è assunto invece come prova della creduta castità; e, così assunto, diventa naturalmente insincero.

– Via, signora, – aveva concluso alcune sere fa quell’amico prezioso, – la donna, per sua natura (salve, s’intende, le eccezioni) è tutta nei sensi. Basta saperla prendere, accendere e dominare. Le troppo pudiche non hanno neppur bisogno d’essere accese: s’accendono, avvampano subito da sè, appena toccate.

Non aveva dubitato un momento, ella, che tutto questo discorso si riferisse a lei; e, appena andato via l’amico, s’era rivoltata ferocemente contro il marito, che durante la lunga discussione non aveva fatto altro che sorridere come uno scimunito e approvare.

– M’ha insultata in tutti i modi per due ore, e tu, tu invece di difendermi, hai sorriso, hai approvato, lasciandogli intendere così, ch’era vero quel che diceva, perché tu, mio marito, eh tu, tu lo potevi sapere...

– Ma che cosa? – aveva esclamato lui, trasecolato.  – Tu farnetichi... Io? che tu sii sensuale? Ma che dici? Se quello parlava della donna in genere, che c’entri tu? Ma se avesse per poco sospettato che tu potessi riferire a te il suo discorso, non avrebbe aperto bocca! E poi, scusa, come poteva crederlo, se non ti sei mostrata affatto con lui quella donna pudibonda di cui egli parlava? Non hai mica arrossito; hai difeso con impeto, con fervore la tua opinione. E io ho sorriso perché me ne compiacevo, perché vedevo la prova di quanto ho sempre detto e sostenuto, che cioè quando tu non ci pensi, non sei punto impacciata, punto imbarazzata: e che tutto codesto tuo presunto imbarazzo non è altro che fissazione. Che c’entra il pudore, di cui quello ti parlava?

Non aveva trovato da rispondere a questa giustificazione del marito. S’era chiusa in sì, cupa, a rimuginare perché si fosse sentita così a dentro ferire dal discorso di colui. Non era pudore, no, no e no, non era pudore il suo, quel tal pudore schifoso di cui quegli parlava; era imbarazzo, imbarazzo, imbarazzo; ma certo un maligno come quello poteva scambiare per pudore quell’imbarazzo, e perciò crederla una... una a quel modo, ecco!

Se veramente, però, non s’era mostrata imbarazzata, come il marito asseriva; l’imbarazzo tuttavia lo provava; poteva qualche volta vincerlo, forzarsi a non mostrarlo; ma lo provava. Ora, se il marito negava in lei quest’imbarazzo, voleva dire che non s’accorgeva di nulla. Non si sarebbe perciò neanche accorto se quest’imbarazzo fosse in lei un’altra cosa, cioè quel tal pudore di cui quello aveva parlato.

Possibile? Ah Dio, no! Il solo pensiero le faceva schifo, orrore.

Eppure...

Fu nel sogno la rivelazione.

Cominciò come una sfida, quel sogno, come una prova, a cui quell’uomo odiosissimo la sfidasse, in seguito alla discussione avuta con lei tre sere avanti.

Ella doveva dimostrargli che non avrebbe arrossito di nulla; che egli poteva fare su lei qualunque cosa gli piacesse, ch’ella non si sarebbe né turbata né punto scomposta.

Ed ecco, egli cominciava con fredda audacia la prova. Le passava prima lievemente una mano sul volto. Al tocco di quella mano ella faceva uno sforzo violento su se stessa per nascondere il brivido che le correva per tutta la persona, e non velare lo sguardo e tener fermi e impassibili gli occhi e appena sorridente la bocca. Ed ecco, ora egli le accostava le dita alla bocca; le rovesciava delicatamente il labbro inferiore e annegava lì, nell’interno umidore, un bacio caldo, lungo, d’infinita dolcezza. Ella serrava i denti; s’interiva tutta per dominare il tremito, il fremito del corpo; e allora egli prendeva tranquillamente a denudarle il seno, e... Che c’era di male? No no, nulla, nulla di male. Ma... oh Dio, no... egli s’indugiava perfidamente nella carezza... no, no... troppo... e... Vinta, perduta, dapprima senza concedere, cominciava a cedere, non per forza di lui, no, ma per il languore spasimoso del suo stesso corpo; e alla fine...

Ah! Balzò dal sogno convulsa, disfatta, tremante, piena di ribrezzo e d’orrore.

Guatò il marito, che le dormiva ignaro accanto; e l’onta che sentiva per sé si cangiò subito in abominazione per lui, come se lui fosse cagione dell’ignominia di cui provava ancora il piacere e il raccapriccio: lui, lui per la stupida ostinazione d’accogliere in casa quegli amici.

Ecco: ella lo aveva tradito in sogno; tradito, e non ne aveva rimorso, no, ma rabbia per sé, d’essere stata vinta, e rancore, rancore contro di lui, anche perché in sei anni di matrimonio non aveva saputo mai, mai farle provare quel che aveva or ora provato in sogno, con un altro.

Ah, tutta nei sensi... Dunque, era vero?

No, no. La colpa era di lui, del marito che, non volendo credere al suo imbarazzo, la forzava a vincersi, a far violenza alla sua natura, la esponeva a quelle prove, a quelle sfide, dond’era nato il sogno. Come resistere a una tal prova? La aveva voluta lui, il marito. E questo era il castigo. Ne avrebbe goduto, se dalla gioja maligna che provava al pensiero del castigo di lui, avesse potuto staccare l’onta che provava per sé.

E ora?

L’urto avvenne nel pomeriggio del giorno appresso, dopo il duro silenzio mantenuto per tutta la giornata contro ogni insistente domanda del marito, che voleva sapere perché fosse così e che cosa le fosse accaduto.

Avvenne all’annunzio della solita visita di quell’amico prezioso.

Udendo nella saletta d’ingresso la voce di lui, ella sussultò, d’improvviso contraffatta. Un’ira furibonda le guizzò negli occhi. Saltò addosso al marito e, fremente da capo a piedi, gl’intimò di non ricevere quell’uomo.

– Non voglio! Non voglio! Fallo andar via!

Egli restò in prima, piú che stupito, quasi sgomento di quello scatto furioso. Non potendo comprendere la ragione di tanta ripugnanza, quando già credeva che l’amico anzi, per quanto egli aveva detto dopo quella discussione, fosse entrato un po’ nelle grazie di lei, s’irritò fieramente all’assurda, perentoria intimazione.

– Ma tu sei pazza, o vuoi farmi impazzire! Debbo perdere davvero per la tua stupida follia tutti gli amici?

E, divincolandosi da lei, che gli s’era aggrappata addosso, ordinò alla serva di far passare il signore.

Ella balzò a rintanarsi nella camera accanto, lanciandogli, prima di scomparire dietro la portiera, uno sguardo d’odio e di sprezzo.

Cascò su la poltrona, come se le gambe d’un tratto le si fossero stroncate; ma tutto il sangue le frizzava per le vene e tutto l’essere le si rivoltava dentro, in quell’abbandono disperato, udendo attraverso l’uscio chiuso le espressioni di festosa accoglienza del marito a colui, con cui ella la notte avanti, nel sogno, lo aveva tradito. E la voce di quell’uomo... oh Dio... le mani, le mani di quell’uomo...

D’improvviso, mentre si convelleva tutta su la poltrona, strizzandosi con le dita artigliate le braccia e il seno, cacciò un urlo e cadde a terra, in preda a una spaventosa crisi di nervi, a un vero assalto di pazzia.

I due uomini si precipitarono nella camera; restarono un istante atterriti alla vista di lei che si contorceva per terra come una serpe, mugolando. ululando; il marito si provò a sollevarla; l’amico accorse ad aiutarlo. Non l’avesse mai fatto! Sentendosi toccata da quelle mani, il corpo di lei, nell’incoscienza, nell’assoluto dominio dei sensi ancor memori, prese a fremere tutto, d’un fremito voluttuoso; e, sotto gli occhi del marito, s’aggrappò a quell’uomo, chiedendogli smaniosamente, con orribile urgenza, le carezze frenetiche del sogno.

Inorridito, egli la strappò dal petto dell’amico: ella gridò, si dibatté, poi gli si arrovesciò tra le braccia quasi esanime, e fu messa a letto.

I due uomini si guardarono esterrefatti, non sapendo che pensare, che dire.

L’innocenza era così evidente nello sbalordimento doloroso dell’amico che nessun sospetto fu possibile al marito. Lo invitò ad uscire dalla camera: gli disse che dalla mattina la moglie era turbata, in uno stato di strana alterazione nervosa; lo accompagnò fino alla porta, domandandogli scusa se lo licenziava per quel doloroso, improvviso incidente; e ritornò di corsa alla camera di lei.

La ritrovò sul letto, già rinvenuta, aggruppata come una belva, con gli occhi invetrati; tremava in tutte le membra, come per freddo, con scatti violenti e sussultava di tratto in tratto.

Com’egli le si fece sopra, fosco, per domandarle conto di quanto era accaduto, ella lo respinse con ambo le braccia e a denti stretti con voluttà dilaniatrice gli avventò in faccia la confessione del tradimento. Diceva, con un sorriso convulso, malvagio, stringendosi in sé e aprendo le mani:

– Nel sogno!.. Nel sogno!...

E non gli fece grazia d’alcun particolare. Il bacio nell’interno del labbro... la carezza sul seno... Con la perfida certezza ch’egli, pur sentendo come lei che quel tradimento era una realtà e, come tale, irrevocabile e irreparabile, perché consumato e assaporato fino all’ultimo, non poteva imputarglielo a colpa. Il suo corpo – egli poteva batterlo, straziarlo, dilaniarlo – ma eccolo qua, era stato d’un altro, nell’incoscienza del sogno. Non esisteva nel fatto, per quell’altro, il tradimento; ma era stato e rimaneva qua, qua, per lei, nel suo corpo che aveva goduto, una realtà.

Di chi la colpa? E che poteva egli farle?

181  -  Piuma

Già s’era accorta che la pietà dei parenti non era tanto a costo delle sue sofferenze, quanto di quelle che ella dava loro, senza volerlo, col suo male inguaribile; e che insomma nasceva da un certo goffo rimorso quella loro affannata pietà. Il grosso marito calvo e accigliato, quella grossa cugina povera, corazzata da due poppe prepotenti sotto il mento, i capelli che parevano un casco di ferro su la fronte bassa e quel pajo di spaventosi occhiali sul fiero naso, anche un po’ baffuta, poverina; volevano soffrire per lei perché intendevano di pagare così il sollievo, il bene che sarebbe loro venuto dalla sua morte.

E difatti, quand’ella soffriva, le erano a torno ansanti e premurosi; ma poi, appena il male le dava requie e sul letto poteva gustare per ogni nonnulla una lieve gioja innocente, una dolcezza di respiro nuovo tra il candor fresco del letto rifatto, né l’uno né l’altra partecipavano alla sua gioja; si staccavano anzi dal letto e la lasciavano sola.

Dunque, patti chiari: non le concedevano il diritto di star bene; le concedevano in cambio il diritto di tormentarli col suo male, quanto piú potesse, quanto piú sapesse. E pareva che di questo cambio volessero proprio essere ringraziati.

Non era troppo?

Tormentarli, doveva tormentarli per forza; non poteva farne a meno: non dipendeva da lei. Che poi la lasciassero sola nei momenti di requie, non solo non le importava nulla, ma le taceva anzi un gran piacere, perché sapeva bene che quei due non avrebbero potuto neppur lontanamente immaginare di che cosa ella godesse, di che vivesse.

Pareva di nulla. E veramente non viveva piú di ciò che agli altri bisognava per vivere. Così anche poteva credere di non toglier nulla agli altri rimanendo lì in attesa della morte che non veniva. Ma spesso gli occhi, che avevano ancora il limpido brillio dello zaffiro, vivi essi soli nella sparuta magrezza del visino diafano, le ridevano maliziosi.

Forse si vedeva come quella formichetta dell’apologo nel suo libro di lettura di quand’era bambina: la formichetta che, attraversando una via, chiedeva ai passanti:

– Che vi fa, buona gente, questa mia pagliuzza?

Una pagliuzza? Niente! Ma pretendeva la formichetta che tutto il traffico della via, gente, veicoli s’arrestassero per lasciarla passare con quella sua pagliuzza.

E fosse almeno passata! Ma non passava mai: non poteva passare, perché veramente il tempo per lei non passava piú.

In quella vana attesa di morte, la vita esterna s’era come assordita in lei.

Da anni e anni durava in quel suo male che nessun medico finora aveva saputo dichiarare; e non si capiva come. Nella luce di quella vasta camera bianca, su quell’ampio letto bianco, s’era ridotta piú fragile di quegli insetti d’estate che, a toccarli appena, son lieve polvere d’oro tra le dita Come faceva, così fragile, a resistere agli spasimi di quei fieri accessi del male, non rari? Non pareva un dolore umano, poiché le strappava dalla gola cupi gridi d’animale. Ma pure resisteva. Poco dopo, calma, era come se non fosse stato nulla. Diventava sempre piú magra, questo sì; e piú che a vederla, era uno spavento a immaginare a che punto di magrezza si sarebbe ridotta di qui a dieci, di qui a vent’anni, chi sa! perché forse per venti anni ancora, e piú, avrebbe seguitato su quel letto a incadaverirsi viva; pur senza sformarsi, pur senza perdere, anzi acquistando sempre piú una sua certa grazia infantile, per cui pareva non tanto dimagrisse, quanto si rimpiccolisse tutta a mano a mano che il tempo passava, quasi che, per prodigio, dovesse uscir di vita non già dalla vecchiaia, ma dall’infanzia, a ritroso.

Gli occhi però, gli occhi nel brillio dell’azzurra luce, in quello sparuto visino di bimba, non erano infantili; si facevano anzi sempre piú diabolicamente maliziosi; massime quando, dopo gli accessi del male, ancora aggruppata nel letto, con la testina arruffata giú dal guanciale, su la rimboccatura del. lenzuolo scomposta, guardava i dorsi del grosso marito e della grossa cugina, che s’allontanavano curvi e mogi mogi dal letto.

Disperati, quei poverini! Chi sa che discorsi facevano tra loro di là, e che pensavano di qua, stando a vegliarla! Forse la vedevano come presa in uno strano impenetrabile incanto, che la rappresentava loro come lontana lontana, pur lì vicina, sotto i loro occhi. Ciò che ella chiamava "sole", ciò che ella chiamava "aria", quando con una voce che non pareva piú umana diceva "sole", diceva "aria", forse a nessuno dei due pareva che fosse piú lo stesso loro sole, la stessa loro aria. Era difatti come il sole d’un altro tempo, un’aria ch’ella chiedesse da respirare altrove, lontano; perché qui, ora, doveva loro sembrare ch’ella non avesse piú bisogno né di sole né d’aria né di nulla.

Lontano lontano, nel tempo suo lieto, col sole e l’aria d’allora, quand’era bella e sana e gaja e i limpidi occhi di zaffiro avevano fremiti di desiderio o collere ridenti; e dove lucidi, precisi con tutti i loro colori, quasi riflessi davanti a lei in uno specchio, le vivevano gli aspetti della sua vita, com’era allora.

Si dondolava andando, ma così leggera! per quel traforo verde del lungo pergolato opaco, con in fondo il sole abbarbagliante; le manine rosee appese alle falde del gran cappello di paglia stretto ai lati da un nastro di velluto nero annodato sotto il mento. Oh quella paglia! Sul cristallo azzurro della fontana in fondo al pergolato, ove lei ora corre a specchiarsi, pare un cestello rovesciato.

– Amina! Amina!

Chi la chiama così? Scende la scalinata sotto il pergolato. Sulla spiaggia non c’è nessuno. E ora, in barca, sola, col mare agitato, si sente assalita dalle ondate che la sferzano, come di piombo. E si sente acqua, si sente vento; viva in mezzo alla tempesta. E ogni volta, a ogni sferzata, ah! è un divino imbevimento, che la fa quasi nitrire, ebbra. Una forza agile, prodigiosa, tremenda, la lancia, poi la culla spaventosamente. E in questo spavento vertiginoso che voluttà!

Non bisogna abusarne; se no, è l’affanno di nuovo e il feroce morso di quei dolori al petto che la fanno urlare come una belva. No no – bisogna tenerla lontana così – la sua vita, per viverla soltanto lì, nel ricordo.

Oh come le piacciono lì certe giornate di nuvole chiare, dopo le piogge, con l’odore di terra bagnata e nella luce umida l’illusione delle piante e degl’insetti che sia di nuovo primavera. La notte, le nuvole dilagano su le stelle e le annegano, per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d’azzurro. Ed ella, con l’anima piena della piú angosciosa dolcezza d’amore, ecco, affonda gli occhi in quel notturno azzurro, e si beve tutte quelle stelle.

Poche gocce d’acqua, qualche goccia di latte, ora, e nient’altro. Ma nel sogno così, anche a occhi aperti, dov’ella perennemente viveva, venivano a nutrirla in abbondanza i ricordi che per lei erano vita. Le recavano con piú la materialità, ma la fragranza e il sapore dei cibi d’allora, di quelli che piú le piacevano, frutta ed erbe, e l’aria d’allora e la gajezza e la salute.

Come poteva piú morire? Dopo un lieve sonno, la sua anima era pienamente ristorata, e bastava al suo corpo, così com’era ridotto, che quasi non era piú, una goccia l’acqua, una goccia di latte.

La grossolanità goffa dei corpi, non solo del marito e della cugina, ma di quanti le s’accostavano al letto era ormai ai suoi occhi, a tutti i suoi sensi acutissimi, d’una gravezza insopportabile, e cagione di ribrezzo e qualche volta anche di terrore. La diafana gracilità delle pinne el suo nasino fremeva, spasimava, avvertendo i nauseanti odori di quei corpi, la densità acre dei loro fiati; e quasi avevan peso per lei anche i loro sguardi quando le si posavano addosso per commiserarla. Sì, sì questa commiserazione, come tutti gli altri sentimenti e desiderii, in quei  corpi, avevan peso per lei e anche cattivi odori. Nascondeva perciò spesso la faccia sui guanciali, finché non si fossero allontanati dal letto. Da lontano, con piú spazio attorno alla chiara, aerea levità del suo sogno, li guardava, e dentro di sé ne rideva, come di grosse bestie strane che non potevano vedersi, da sé, come le vedeva lei, condannate all’affanno di stupidi bisogni, di gravi e non pulite passioni.

Piú che per tutti gli altri rideva tra sé per il marito, quando lo vedeva piantato in mezzo alla camera con la pensosità pesante e lugubre dei buoi. Anche così da lontano, gli scorgeva la pelle spungosa, seminata di puntini neri. Certo egli credeva di lavarsi bene, ogni mattina; bene come si lavavano tutti gli altri; ma anche a tutti gli altri, per quanto si lavassero, restavano sempre nella pelle tutti quei puntini neri. Poteva scorgerli lei sola, come lei sola scorgeva la granulosità dei nasi e tant’altre cose che, a guardar così da lontano, erano per lei divertentissime.

La grossa cugina con gli occhiali, per esempio, non poteva fare a meno d’abbassar le palpebre, appena ella la fissava col capo di solito reclinato giú dal guanciale, sul bianco della rimboccatura del lenzuolo.

In quel bianco, il suo visino quasi spariva, e solo si vedevano, acuti e brillanti, i due grandi occhi di zaffiro, come due vive gemme posate lì.

Ridevano però, ardevano diabolici di riso, non perché sotto gli occhiali della cugina scorgessero grossi e lunghi i peli delle ciglia, quasi antenne d’insetto, ma perché ella sapeva bene che la cugina, venendo qua così pacifica, con l’aria di niente, ad assisterla, lasciava nelle altre stanze di là un dramma che piú goffo nella sua grossolanità non si sarebbe potuto immaginare: il dramma della sua passione, povera grossa cugina con gli occhiali; il dramma, certo, della sua vergogna e del suo rimorso; ma anche – oh Dio, perdono! – anche de’ suoi segreti piaceri carnali col grosso cugino, attossicati da chi sa quante lagrime, poverina!

Avrebbe voluto dirle che, via, non stesse a pigliarsela tanto, perché ella sapeva, aveva indovinato da un pezzo, e le pareva naturalissimo che tutti e due, cugino e cugina, visto che la morte non veniva di qua a liberarli, di là si fossero messi insieme maritalmente, con quei loro grossi corpi – oh Dio, si sa – tentati l’uno verso l’altro dalla vicinanza e dal bisogno d’un conforto reciproco. Naturalissimo. E già due volte, in sei anni, la poverina era stata costretta a sparire, la prima volta per tre mesi, la seconda per due. Perché – si sa, oh Dio – non è senza conseguenze, il piú delle volte, questo cocente bisogno di conforto reciproco. Il marito le aveva detto che era andata in campagna a riposarsi un poco. Glie lo aveva detto però con tale aria smarrita e vergognosa, che certo ella sarebbe scoppiata a ridergli in faccia, se veramente avesse ancora potuto ridere. Ma non poteva, altro che con gli occhi, ormai. Ridere, ridere forte, con la sua bocca rossa, coi suoi denti splendenti, ridere come una pazza, poteva là soltanto, nel sogno vivo in cui si vedeva, con la sua immagine rosea e fresca di salute; e là, sì, là aveva riso riso riso, ma tanto, come una pazza!

Avrebbe forse dovuto pentirsene, come d’un peccato, perché costava necessariamente lagrime agli altri questo suo inutile riso. Ma che poteva farci se non moriva? E del resto, che pentimento, se l’uno e l’altra, stanchi d’aspettare invano la sua morte, s’erano di là accomodati tra loro? Perché non potevano, con lei ancora lì, regolare la loro unione, la nascita dei due figliuoli? Avrebbero dovuto pensarci prima, ai figliuoli! Li avevano fatti e ora piangevano? Per fortuna, certo, i due piccini non potevano ancora prender parte a quel loro affanno. fuori come le i dalla goffaggine delle grossolane e complicate passioni.

N’ebbe la prova, un giorno.

Nell’ampia camera luminosa non c’era nessuno. Di tanto in tanto alla cugina faceva comodo credere ch’ella dormisse e che poteva perciò lasciarla sola, non ostante l’espressa raccomandazione del marito. (S’erano messi insieme i due, ma certo in un modo molto curioso, salvando cioè nei loro cuori grossi ma teneri l’affetto per lei, un affetto che appariva tanto piú comico quanto piú si dimostrava sincero e commovente, ma che pur forse doveva dare alla cugina, qualche volta, una cert’ombra di gelo sia, se egli, per esempio, nel sostenerla negli accessi del male, le ravviava con dita tremanti i lunghi capelli d’oro, ricordo d’intime carezze lontane.)

Quel giorno, la cugina la aveva lasciata con tanto d’occhi aperti; ma non importa: doveva credere che dormisse, ed era uscita da un pezzo dalla camera, quando a un tratto l’uscio s’era schiuso ed era entrata una grossa bamboccetta con gli occhiali, che reggeva con un braccino sul petto una bambola tignosa, in carnicino rosso e senza un piede, e nell’altra mano una mela sbocconcellata. Smarrita e titubante, pareva una pollastrotta scappata dalla stia e penetrata per caso in un salotto.

Ella, sorridente, le aveva fatto cenno con la mano d’accostarsi al letto; ma la bimba era rimasta come incantata a mirarla da lontano.

Con gli occhiali, povera mimma, chi sa qualcuno non volesse credere di chi era figlia; ma ben pasciuta poi, sana, placida e – si poteva giurare – perfettamente ignara dell’affanno che aveva dovuto costare alla madre il metterla al mondo illecitamente; ignara e beata de le belle rosse mele che si potevano intanto mangiare, così con tutta la buccia e col solo ajuto dei dentini, in questo illecito mondo, dove per lei forse solamente alle bambole poteva capitare la disgrazia di perdere un piede e il parrucchino di stoppa.

Volle avere pietà; e quando, poco dopo, la madre accorse tutta sossopra e quasi atterrita a ritirar di furia quella bimba dalla camera, ove certo s’era introdotta eludendo la rigorosa vigilanza, chiuse gli occhi e finse di dormire davvero. Finse di dormire anche quando la cugina, ancora tutta rimescolata, venne a riprendere il suo posto d’assistenza presso il letto; ma, Dio Dio, che tentazione d’aprire un tratto gli occhi ridenti e di domandarle all’improvviso:

– Come si chiama?

Sì, via, bisognava un giorno o l’altro venire a questa risoluzione. Chi sa quali disordini cagionava di là il mantenere ancora, qua, tutto questo inutile mistero! E poi anche si moriva dalla curiosità di sapere se l’altro figliuolo fosse un bamboccetto o un’altra bamboccetta, e se anche questa seconda, per non sbagliare, fosse con gli occhiali.

Ma s’infranse da sé il mistero, in un modo inopinato, pochi giorni dopo l’entrata furtiva di quella bimba nella camera.

Urli, pianti, fracasso di seggiole rovesciate, un gran subbuglio, quel giorno, venne dalle stanze di là, nell’ora del desinare. Ella indovinò che qualcuno era trascinato con molto stento, sorretto per la testa e pei piedi, da una stanza all’altra, dalla sala da pranzo a un letto. Il marito? Un colpo d’apoplessia? I pianti, gli urli erano disperati. Doveva esser morto.

Non per lei, che da tanto tempo stava qui ad aspettarla, sua preda accaparrata, ma per un altro che non se l’aspettava, la morte era entrata nella casa. Era entrata, forse; passando innanzi all’uscio socchiuso di quella camera bianca; forse s’era fermata un momento a guardarla sul bianco letto; poi s’era introdotta di là nella sala da pranzo per picchiar di dietro col dito adunco sul cranio lucido del grosso marito intento a divorare senza sospetto il suo pranzo quotidiano.

Doveva ora piangere di questa disgrazia? Era per quelli che restavano in vita. Le feste, i lutti, le gioje, i dolori degli altri non erano piú da gran tempo per lei, che dal suo letto li considerava solo come buffi aspetti di qualche cosa che piú non la riguardasse. Era anche lei della morte. Quell’esile filo di vita che conservava ancora, serviva per condurla fuori, lontano, nel passato, tra le cose morte, in cui solo il suo spirito viveva ancora, non chiedendo altro di qua, alla vita degli altri, che una goccia d’acqua, una goccia di latte; non poteva dunque legarla piú a questa vita degli altri, ormai estranea a lei, come un sogno senza senso.

Chiuse gli occhi ed aspettò che di là quel subbuglio a poco a poco si quietasse.

Dopo alcuni giorni vide entrare nella camera, vestita di nero, tra le due bambine vestite anch’esse di nero, la grossa cugina con gli occhiali, disfatta dal pianto. Le si piantò come un incubo lì davanti al letto; poi prese a sussultare, arrangolando; e infine stimò giustizia gridarle in faccia tra infinite lagrime la sua disperazione, mostrando le due piccine orfane, e il danno ormai irreparabile ch’ella aveva fatto loro non morendo prima. Come, come sarebbero rimaste adesso quelle due piccine?

Ella ascoltò da prima sbigottita; ma poi, protraendosi a lungo lo spettacolo un po’ teatrale di quella disperazione pur sincera, non ascoltò piú: fissò l’altra bimba che ancora non conosceva e notò con piacere che questa era senza occhiali. Le parve un refrigerio sentirsi così esile, quasi impalpabile, tra il fresco delle lenzuola bianche, bianca, di fronte a tutto quel nero angoscioso tempestoso bagnato di lagrime, che involgeva e sconvolgeva la grossa cugina; e ben buffo le parve, che se lo fosse assunto lei, così, il lutto del marito, e lo avesse anche imposto a quelle due povere piccine che fortunatamente avevano l’aria di non ricordarsi piú di nulla e una gran maraviglia avevano negli occhi spalancati d’esser penetrate finalmente in quella camera proibita e di veder sul letto lei che le guardava con curiosità affettuosa.

Non comprendevano, certo, quelle due bambine ch’ella avesse loro fatto un gran danno, quel gran danno che la loro mamma gridava così disperatamente. Ma non c’era proprio rimedio? nessun rimedio? Lo chiese a nome delle due piccine, per risparmiar loro lo sbigottimento di tutto quel pianto e di tutte quelle grida. C’era? E dunque, perché quel pianto e quelle grida? di che si trattava? di lasciar tutto ciò che ella possedeva a quelle due piccine? Ma subito! ma pronta! Veramente, per sé, ella credeva di non possedere piú altro che quell’esile filo di vita, il quale aveva soltanto bisogno di qualche goccia d’acqua, di qualche goccia di latte. Che le importava di tutto il resto? Che le importava di lasciare agli altri ciò che non era piú suo da tanto tempo? Era una faccenda difficile e molto complicata? Ah sì? e come? perché? Ma dunque davvero era una goffaggine insopportabile la vita, se una cosa così semplice poteva diventar difficile e complicata.

E le parve di vedersela entrare in camera, alcuni giorni dopo, la complicata goffaggine della vita nella persona d’un notajo, il quale alla presenza di due testimonii, prese a leggerle un atto interminabile, di cui non comprese nulla. Alla fine, con molta delicatezza, si vide presentare un oggetto che non vedeva piú da tanto tempo. Una penna, perché apponesse la firma a quell’atto, non solo in fondo, ma parecchie volte, in margine a ogni foglio di esso.

La sua firma?

Prese la penna; la osservò. Quasi non sapeva piú reggerla tra le dita. E alzò poi in faccia al notajo i limpidi occhi di zaffiro con un’espressione smarrita e ridente. La sua firma? Aveva ancora dunque il peso d’un nome ella? un nome da lasciare là su quella carta?

Amina... e poi come? Il nome di zitella, e poi quello di maritata. Oh, e anche vedova bisognava mettere? Vedova... lei? E guardo la cugina. Poi scrisse: Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara.

Rimase a contemplarla un pezzo quella sua incerta scrittura sulla carta. E le parve così buffo che si potesse credere che in quel rigo di scrittura lì ci fosse veramente lei, e che gli altri se ne potessero contentare, non solo, ma se ne beassero tanto, come d’un atto di grande generosità, che costituiva una vera fortuna per le due povere piccine vestite di nero, quella firma. Sì? E ancora, dunque! ancora... Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara... Per lei era come uno scherzo, strascicare quel lungo nome goffo su per tutti quei fogli di carta bollata, come una bambina parata da grande, la lunga coda della veste di mamma.

182  -  Un ritratto

– Stefano Conti?  – Sì, signore... Venga, s’accomodi.

E la servetta m’introdusse in un ricco salottino.

Che effetto curioso, quella parola "signore" rivolta a me su la soglia di casa di quel mio amico della prima giovinezza! Ero un "signore" adesso: e Stefano Conti, di certo un "signore" di trentacinque o trentasei anni anche lui.

Nel salottino, tenuto in una triste penombra, restai in piedi a guardare con un senso indefinibile di fastidio i mobiletti nuovi, disposti in giro, ma come per non servire.

Non stavano certo ad aspettar nessuno quei mobiletti in quel salottino appartato e sempre chiuso. E il senso di pena, con cui li guardavo, me li faceva ora sembrare intorno come stupiti di vedermi tra loro; non ostili, ma neppure invitanti.

Ero ormai abituato da un pezzo agli antichi mobili delle case di campagna, comodi, massicci e confidenziali, che dalla lunga consuetudine e da tutti i ricordi d’una vita placida e sana hanno acquistato quasi un’anima patriarcale che ce li rende cari. Quei mobiletti nuovi mi stavano attorno rigidi e come compresi di tutte le regole della buona società. Si capiva che avrebbero sofferto e si sarebbero offesi d’una trasgressione anche minima a quelle regole.

– Viva il mio divanaccio, – pensavo, – il mio vecchio divanaccio di juta, ampio e soffice, che sa i miei sonni saporosi dei lunghi pomeriggi d’estate, e non s’offende del contatto delle mie scarpacce cretose e della cenere che cade dalla mia vecchia pipa!

Ma nell’alzar gli occhi a una parete, all’improvviso e con stupore misto a uno strano turbamento, mi parve di scorgere in un ritratto a olio, che raffigurava un giovanetto dai sedici ai diciassette anni, il mio stesso disagio e la mia stessa pena; ma molto piú intensa, quasi angosciosa.

Restai a mirarlo, come colto in fallo a tradimento. Mi parve come se a mia insaputa, zitto zitto, mentr’io facevo quelle considerazioni sui mobiletti del salottino, uno avesse aperto lì in alto nella parete una finestrella e si fosse affacciato a spiarmi di là.

– Lei ha ragione: è proprio così, signore! – mi dissero, per togliermi subito d’impaccio, gli occhi di quel giovinetto.  – Noi siamo qua tanto tristi d’esser lasciati così soli, senza vita, in questo stanzino privo d’aria e di luce, esclusi per sempre dall’intimità della casa!

Chi era quel giovinetto? Come e dond’era venuto in quel salottino questo ritratto? Forse era prima nell’antico salotto dei genitori di Stefano Conti, nella casa dov’io andavo, tanti e tanti anni fa, a trovarlo. In quel salotto non ero mai entrato, perché Stefano m’accoglieva nella sua stanzetta da studio o nella sala da pranzo

Il ritratto appariva d’una trentina d’anni fa.

Misteriosamente però, e pur nel modo piú certo, la vista di quell’immagine escludeva che questi trent’anni, dal giorno ch’era stata fissata lì dal pittore, fossero stati comunque vivi per lei.

Doveva essersi fermato lì, quel giovinetto, alle soglie della vita. Negli occhi stranamente aperti, intenti e come smarriti in una disperata tristezza, aveva la rinunzia di chi resta indietro in una marcia di guerra, estenuato, abbandonato senza soccorso in terra nemica, e guarda gli altri che vanno avanti e sempre piú s’allontanano portandosi con loro ogni romor di vita, così che presto nel silenzio che gli si farà vicino, intorno, sentirà certa e imminente la morte.

Nessun uomo di quarantasei o quarantasette anni di sicuro, avrebbe mai aperto l’uscio di quel salottino per dire, indicando nella parete il ritratto:

– Eccomi, quand’io avevo sedici anni.

Era senza dubbio il ritratto d’un giovinetto morto, e lo dimostrava chiaramente anche il posto che occupava nel salottino, come in segno di ricordo, ma non molto caro, se era lasciato lì, tra quei mobiletti nuovi, fuori d’ogni intimità della casa: posto piú di considerazione, che d’affetto.

Sapevo che Stefano Conti non aveva né aveva avuto mai fratelli; né del resto quell’immagine aveva alcun tratto caratteristico della famiglia del mio amico; neppure un’ombra di somiglianza con Stefano o con le due sorelle di lui, già da un pezzo maritate. La data del ritratto, poi, e quel che si scorgeva del vestiario non potevano far pensare che fosse qualche antico parente della madre o del padre, morto nell’adolescenza lontana.

Quando, di lì a poco Stefano sopravvenne e, dopo le prime esclamazioni nel ritrovarci tanto mutati l’uno e l’altro, ci mettemmo a rievocare i nostri ricordi, provai, alzando gli occhi di nuovo a quel ritratto e domandandone al mio amico qualche notizia, lo strano sentimento di commettere una violenza, di cui mi volessi vergognare, o piuttosto, un tradimento, che tanto piú doveva rimordermi in quanto approfittavo che nessuno potesse rinfacciarmelo, se non lo stesso mio sentimento. Mi parve che il giovinetto lì effigiato, con la disperata tristezza degli occhi mi dicesse: «Perché chiedi di me? Io t’ho confidato che sento la stessa pena che tu, entrando qui, hai sentito. Perché esci ora da questa pena e vuoi da altri intorno a me notizie che io, qui muta immagine, non posso correggere o smentire? ».

Stefano Conti, alla mia domanda, storse la testa e levò un braccio, come per ripararsi dalla vista di quel ritratto.

– Per carità, non me ne parlare! Non posso neanche guardarlo!

– Scusami, non credevo... – balbettai.

– No! Non immaginare niente di male, – s’affrettò a soggiungere Stefano. – Il male che mi fa la vista di questo ritratto è così difficile a dire, se sapessi!

– È un tuo parente?  – m’arrischiai a domandare.

– Parente? – ripeté Stefano Conti, stringendosi ne le spalle, piú forse per ritrarsi da un contatto ideale che gli faceva ribrezzo, che per non saper come dire.  – Era... era un figliuolo della mamma.

Tal maraviglia afflitta e tanto imbarazzo mi si dipinsero in volto, che Stefano Conti, arrossendo improvvisamente, esclamò:

– Non illegittimo, ti prego di credere! Mia madre fu una santa!

– Ma dici tuo fratellastro, allora! – gli gridai quasi con ira.

– Me lo avvicini troppo, con questa parola, e mi fai male, – rispose Stefano, contraendo il volto dolorosamente. – Ecco, ti dirò, mi forzerò a spiegarti una difficilissima complicazione di sentimenti, che ha poi, come vedi, questo effetto, di farmi tener lì, come per un’ammenda, questo ritratto. La sua vista mi sconvolge ancora; e sono passati tanti anni! Sappi che io ebbi attossicata l’infanzia nel modo piú crudele da questo ragazzo, morto di sedici anni. Attossicata, nell’amore piú santo: quello della madre.

Sta’ a sentire.

Vivevamo allora nella campagna dove son nato e dove dimorai fino a sedici anni, cioè fino a quando mio padre, disgraziatissimo, non abbandonò l’impresa della Mandrana, che poi ad altri fruttò onori e ricchezza.

Vivevamo lì, soli, come esiliati dal mondo.

Ma quest’esilio lo penso adesso: allora non lo sentivo, perché non immaginavo neppure che lontano da quella terra, da quella casa solitaria ov’ero nato e crescevo, di là dai colli che scorgevo grigi e tristi all’orizzonte, ci fosse altro mondo. Tutto il mio mondo era lì, né c’era altra vita per me fuori di quella de la mia casa, cioè di mio padre e di mia madre, delle mie due sorelle e delle persone di servizio.

Io sono per esperienza con coloro che stimano cattivo consiglio lasciare i fanciulli nell’ignoranza di tante cose che, scoperte alla fine improvvisamente per caso, sconvolgono l’animo e lo guastano talvolta irreparabilmente. Sono convinto che non c’è altra realtà fuori delle illusioni che il sentimento ci crea. Se un sentimento cangia all’improvviso, crolla l’illusione e con essa quella realtà in cui vivevamo, e allora ci vediamo subito sperduti nel vuoto.

Questo avvenne a me a sette anni, per il cangiare improvviso d’un sentimento che, a quell’età, è tutto: quello, ripeto, dell’amor materno.

Nessuna madre, io credo, fu così tutta de’ suoi figli come la mia. Né io, né certo le mie sorelle, nel vederla dalla mattina alla sera attorno a noi, proprio dentro la vita nostra, nelle lunghe assenze di mio padre dalla villa, c’immaginavamo che potesse avere una vita per sé fuori della nostra. Andava, è vero, di tanto in tanto, una volta ogni due o tre mesi, in città col babbo per tutto un giorno; ma credevamo che non s’allontanasse affatto da noi con quelle gite, fatte come ci sembravano per rinnovar le provviste della casa di campagna. Anzi, tante volte avevamo l’illusione d’averla spinta noi ad andare in città, per i regalucci, i giocattoli che ci recava al ritorno. Ritornava qualche volta pallida come una morta e con gli occhi gonfi e rossi; ma quel pallore, seppure ce n’accorgevamo, era spiegato con la stanchezza del lungo tragitto in vettura; e quanto agli occhi, possibile che avesse pianto? Erano così rossi e gonfi per la polvere dello stradone.

Se non che, una sera, vedemmo ritornare in villa, solo e fosco, nostro padre.

– La mamma?

Ci guardò con occhi quasi feroci. La mamma? Era rimasta in città, perché... perché s’era sentita male.

Ci disse così, dapprima.

S’era sentita male; doveva trattenersi per qualche giorno in città; niente di grave; aveva bisogno di cure, che in campagna non poteva avere.

Restammo in tale sbigottimento, che mio padre pur di scuotercene, ci maltrattò aspramente, con un’ira che non solo accrebbe il nostro sbigottimento, ma ci offese e ci ferì come una crudelissima ingiustizia.

Non avrebbe dovuto sembrargli naturale che restassimo così, a quella notizia inattesa?

Ma l’ira ingiusta e l’asprezza non erano per noi. Lo comprendemmo una decina di giorni appresso, allorché mia madre ritornò in villa: non sola.

Vivessi cent’anni, non potrei dimenticare l’arrivo di lei, in carrozza, davanti al portone della villa.

Udendo dal fondo del viale l’allegro scampanellio dei sonaglioli, ci precipitammo giú, io e le mie sorelle, per accoglierla in festa: ma su la soglia del portone fummo bruscamente fermati da nostro padre, smontato allora allora da cavallo, tutto ansante e polveroso, per prevenir di qualche passo l’arrivo della vettura che conduceva la mamma.

Non sola! Capisci? Accanto a lei, sorretto da guanciali, tutto avvolto in scialli di lana, pallido come di cera; con questi occhi smarriti che tu gli vedi nel ritratto, c’era questo ragazzo: suo figlio! Ed ella era così intenta a lui, così tutta di lui in quel momento, costernata tanto della difficoltà di calarlo giú in braccio dalla vettura senza fargli male, che neppure ci salutava – noi, suoi figli soli, fino a jeri – neppure ci vedeva!

Un altro figlio, quello? La mamma nostra, la mamma tutta di noi fino a jeri, aveva avuto fuori della nostra un’altra vita? fuori di noi un altro figlio? quello? e lo amava come noi, piú di noi?

Non so se le mie sorelle provarono quel che provai io, nella stessa misura. Io ero il piú piccolo, avevo appena sette anni. Mi sentii strappare le visceri, il cuore, soffocare d’angoscia, occupar l’animo da un sentimento oscuro, violentissimo, d’odio, di gelosia, di ribrezzo, di non so che altro, perché tutto l’essere mi s’era rivoltato, stravolto allo spettacolo di quella cosa inconcepibile: che fuori di me mia madre potesse avere un altro figlio, che non era mio fratello, e che potesse amarlo come me, piú di me.

Mi sentii rubare la madre... No, che dico? Nessuno me la rubava. Lei, lei commetteva davanti a me e in me una violenza disumana, come se mi rubasse lei la vita che mi aveva data, staccandosi da me, escludendosi dalla vita mia, per dare l’amore, che doveva esser tutto mio, quello stesso amore che dava a me a un altro, che come me ci aveva diritto, lo stesso diritto che ci avevo io.

Grido ancora, vedi? Risento, a pensarci, la stessa esasperazione d’allora, l’odio che non poté mai piú placarsi, per quanto poi mi narrassero la storia pietosa di quel ragazzo, da cui mia madre aveva dovuto staccarsi, quando passò a seconde nozze con mio padre. Non lo aveva preteso mio padre quel distacco. Lo avevano preteso i parenti del primo marito. Sembra che costui per gravi dissapori con mia madre, allora giovinetta, dopo quattro o cinque anni di tempestosa vita coniugale, si fosse ucciso.

Tu intendi ora: le rare volte che mia madre si recava dalla campagna in città, andava lì a vedere quel suo figliuolo, di cui noi non sapevamo nulla; che gli cresceva lontano, affidato a un fratello e a una sorella del primo marito. Ora questo fratello era morto; poco dopo il ragazzo s’era mortalmente ammalato e mia madre era accorsa al suo capezzale, lo aveva conteso alla morte, e appena convalescente se l’era portato con sé in campagna, sperando di fargli riacquistare la salute col suo amore, con le sue cure. Fu tutto invano; morì tre o quattro mesi dopo. Ma né le sofferenze valsero mai a suscitare in me un moto di pietà, né la sua morte a placare il mio odio. Io avrei voluto ch’egli guarisse, anzi; ch’egli rimanesse lì, tra noi, per riempire con l’odio che la sua presenza m’ispirava il vuoto orrendo rimasto dopo la sua morte tra me e mia madre. Il vederla riattaccarsi a noi, dopo la morte di lui, come se ormai ella potesse ridivenir tutta nostra come prima, fu per me uno strazio anche maggiore, perché mi fece intendere ch’ella non aveva affatto sentito quel che avevo sentito io; e non poteva difatti sentirlo, perché quello per lei era un figliuolo, com’ero io!

Ella forse pensava: – "Ma io non ti amo solo! Non amo anche le tue sorelle?". Senza intendere che nell’amore ch’ella aveva per le mie sorelle c’ero anch’io, mi sentivo anch’io, sentivo ch’era lo stesso amore ch’ella aveva per me: mentre lì, no, nell’amore che aveva per quel suo ragazzo, no! lì non c’ero, io, lì non potevo entrarci, perché quel ragazzo era suo, e quand’ella era di lui e con lui, non poteva esser mia, con me.

Tu capisci: non mi offendeva tanto per me questa sottrazione d’amore; quanto m’offendeva il fatto che quel ragazzo era suo. Questo non sapevo tollerare! Perché la mamma ora non mi pareva piú mia. Non mi pareva piú la mamma ch’era stata per me prima.

Da allora – credi – ti dico una cosa orrenda... da allora io non mi sentii piú la mamma nel cuore.

L’ho perduta due volte, io, la madre. Ma ne ho anche avute quasi due. Questa che m’è morta di recente non era piú la mamma, la mamma vera, la mamma di cui si dice che ce n’è una sola. La mia vera mamma, la mia sola mamma, mi morì allora, quand’avevo sett’anni. E allora la piansi davvero: lagrime di sangue, come non ne verserò mai piú in vita mia, lagrime che scavano e la sciano un solco eterno, incolmabile.

Me le sento ancora dentro, queste lagrime che m’avvelenarono l’infanzia; e le devo a lui. Perciò t’ho detto che non posso neanche guardarlo. Riconosco che fu un di– sgraziato anche lui. Ma ebbe almeno la fortuna di non vivere la sua disgrazia; mentr’io, non per colpa, ma certo per causa sua, vissi tant’anni accanto a mia madre senza piú sentirmela nel cuore come prima.

183  -  Zuccarello distinto melodista

Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s’era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia.

Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l’altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura.

– Ero, – cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, – ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d’aver raggiunto alla fine quel’’ "assoluto", che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita...

– Io, no,

– Io, no,            lo interrompemmo a coro.

– Io, no,

– Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s’accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell’assoluto: un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s’aggrappava l’ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dallo stagno, nel quale era caduto.

Protestammo. che, se seguitava a parlare così difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti:

– Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d’essere raggiunto, ci si scopre vano.

– Come? perché vano?

– Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso. Perché l’assoluto, cari miei, quell’assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai.

– Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, – osservò uno di noi.

– Bravo! Quel che dico io, – approvò Perazzetti, – Ma lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi viene il bello. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s’illude di poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all’improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l’illusione della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d’un tratto della realtà che c’immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l’ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza:

– Chi piú ombra, o cara, di noi due?

State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione.

Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città. Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m’avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d’un sotterraneo.

Dalle grate di queste finestre s’intravvedevano giú un banco di mescita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, cc. Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta:

IL SIGNOR ZUCCARELLO

DISTINTO MELODISTA

Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lì per lì che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l’assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio.

– Un dio?

Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l’assoluto.

Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili.

No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun’altezza. Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s’inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo.

Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d’un mondo.

Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell’errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo.

Ma ecco qua questo signor Zuccarello.

– "La dolcezza stessa del suo nome, – io mi diedi a pensare, – l’avrà portato un bel giorno a cantare, così naturalmente, come fanno gli uccellini. S’è trovata in gola una discreta vocetta e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz’altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro."

Assolutamente bisognava ch’io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.

Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.

Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s’intravedeva dalla via.

Piú giú, di molto.

Ma in fondo non mi dispiacque l’idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l’uomo che aveva raggiunto l’assoluto. Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.

– Quanto, il biglietto? – domandai allo sportellino.

– Sedie o poltrone?

– Ci sono anche poltrone?

– Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l’ingresso e, a scelta, anche una consumazione.

Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:

– Tutto questo, col signor Zuccarello?

Dio sa che cosa il bigliettajo arguì dalla mia aria smarrita perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e:

– Prezzi normali,  – soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell’incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso.

– Bene bene,  – dissi per tranquillarlo.

Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.

Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo.

Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e così oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio così profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolio di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare.

Ed ecco la sua vendetta: non ostante gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè–concerto aveva il rigido squallore d’una tomba.

Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè–concerto, con gli abiti neri, lustri d’umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.

Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d’una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d’ogni cattivo stato certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:

– Poiché è ancora necessario ch’io lo beva...

E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d’aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata.

La voce di questa canzonettista e il rombo dell’orchestrina facevano una violenza orribile, d’indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori.

Zitto zitto, in punta di piedi m’appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio

posto.

– Ma segga dove vuole, – mi rispose il cameriere. – Vede che non c’è nessuno?

– Già, possibile? È così ogni sera?

– Su per giú...

– Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?

– Chi?

– Il signor Zuccarello.

Il cameriere guardò nel programma.

– Ah, già – disse. – Nossignore, chi vuole che richiami?

Avvilito, presi posto in una poltrona.

La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l’orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo.

Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lì ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di morte, non sarei impazzito davvero?

Soffocato, m’alzai rumorosamente, con una smania esasperata di parlar forte, di gridare, di pigliarmela con qualcuno. E, come il cameriere mi s’appressò per domandarmi:

– Che cosa ordina il signore?

– Niente, – gli risposi ad alta voce.  – Non ordino niente! Lei ha detto che il signor Zuccarello non richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!

Avvenne quel che avevo immaginato. Tutti, anche i sonatori dell’orchestrina, si voltarono sbalorditi a guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere, quasi basito, mormorò:

– Ma io non ho mica inteso d’offenderla, signore...

– No, no, – seguitai con sdegno e con ira. – Tanto perché lei lo sappia! E lo dica al suo direttore o al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un caffè per fare impazzire i suoi avventori!

Un signore, a questo punto mi si fece incontro, turbato, pallidissimo. Lo fissai per fermarlo a una certa distanza, e lo interpellai altezzosamente:

– Lei è il proprietario?

– Il proprietario, a servirla.

– Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei, scritturando il signor Zuccarello, gli aveva detto che il suo nome sarebbe apparso su, nella via, in quella tabella folgorata da due lampade elettriche!

Il proprietario mi guardò inebetito, balbettò:

– Io... nella tabella... il signor Zuccarello?... sissignore... è l’uso...

– Ah, è l’uso? – dissi, con un sorriso di trionfo. – E il signor Zuccarello dunque lo sapeva? Lo sapeva e s’è qualificato da sé distinto melodista?

– Sissignore, da sé. Ma io non capisco...

– Lo vedo bene, – gridai,  – lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che cosa c’è lassú?

Indicai, così dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.

All’improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio. Piú che mai sconcertato, il proprietario guardò anche lui, rispose:

– Un riflettore...

– Ah, è un riflettore? E lei non pensa d’accenderlo per illuminare alla ribalta un artista come il signor Zuccarello? un artista che si qualifica da sé distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà esposto, su, nella via, in quella tabella sfolgorante di luce?

Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole. Il proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione; forse gli balenò il sospetto ch’io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella parte; si scrollò irosamente e disse:

– Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non accendo...

– No no, scusi, scusi – lo interruppi subito, facendomi manieroso, – lei deve rispettare in me un avventore attirato come una farfalletta dal lume di quella sua tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel signor Zuccarello e se ne promette una gioja che lei non può neanche immaginarsi!

– Ma questo... – si provò a interrompermi a sua volta il proprietario.

Non gli diedi tempo:

– Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che s’accenda il riflettore, e faccia un’altra cosa, sempre per suo tornaconto: inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a scendere qua, a sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera indegnità che un distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!

Tutte quelle mummie d’avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro: il proprietario mi guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprì le braccia, s’inchinò e corse su a dare gli ordini.

Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d’un godimento insperato. Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a sfriggere, sbarbagliando, s’accese; l’orchestrina attaccò il preludio della prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.

Ah, miei cari amici, se l’aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a belare, appassionatamente.

Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m’ero affatto ingannato sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla. Tanto e non piú, così nella voce come nei gesti e nei sorrisi. Dava quel che poteva, e perfettamente sapeva quanto poteva dare. Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo, per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di sotto le maniche.

Perfetto!

Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi conto di quella perfezione. Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione sospesa in una aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me. Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.

Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto, quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di salvare «l’assoluto». Ne avevo proprio bisogno! E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo, quasi con le mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del pericolo a cui lo avevo esposto d’un fiasco clamoroso e anche di fargli perdere la scrittura per l’inqualificabile soperchieria usata al proprietario del caffè.

Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche a farmelo amico. Lo condussi con me per piú d’un’ora per le vie già deserte, e lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.

Vi figurate che m’abbia detto cose straordinarie? Siete veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle uno che aveva saputo trovare in sì il punto giusto, il puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che l’aveva fatto un dio modesto, padrone del suo piccolo mondo. Era contento e soddisfatto di tutto, anche di cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo. Perché in quell’equilibrio perfetto che solamente può dare la piena soddisfazione di sì, egli aveva capito che a lui conveniva d’essere un piccolo dio provinciale, di condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per accrescere colà il suo prestigio, d’aver cantato a Roma, in un caffè–concerto di Roma; quale, non importava.

La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da un’ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza per piú d’un’ora lungo le vie deserte; l’ombra d’una donna miserabile, che potei distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè notturno, strisciò dentro, dieci minuti dopo ch’eravamo entrati noi, e andò a rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e sfrittellato, con un cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di scarpacce da uomo.

Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di nascosto, si voltava a lanciare indietro un’occhiata inquieta.

«Ma sì, lo so!» avrei voluto dirgli, per levarlo da quella inquietudine. «Lo so ed è giusto che sia così: non credere che m’offenda il fatto che tu tenga così a distanza tua moglie e che ella sia così miserabile.»

Ero sicuro che lui la teneva ancora con sì, non solo per farsi servire da lei, come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di tutto per tener lui come un damerino.

Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli. Sappiate che dopo aver accompagnato fino al portone dell’alberguccio il signor Zuccarello, nel ritornare indietro, io m’ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo inchino da quell’ombra. E non potei fare a meno di considerare che era giusto che ella s’inchinasse a me così, perché lo voleva in lei quello stesso Iddio, a cui io or ora avevo reso omaggio.

184  -  Servitù

Due volte la mammina aveva sporto il capo dall’uscio a raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non agitarsi tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe cresciuta.

– Parli sempre tu... giuochi tu sola...

La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle. E due volte, scotendo la testina per cacciar via dagli occhi i riccioli d’oro scappati nel calore del giuoco di sotto la cunetta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:

– No, io sola; giuoca anche Nenè...

Nenè era la figliuola della nurse.

Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto bocca. Tutt’e due le volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora che sporgeva il capo dall’uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolio dell’uscio schiuso, lo sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, arano stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio. Perché era come in un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si vedeva attorno e toccava.

L’abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po’ stinto, attorno al capo le s’allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d’acqua (poiché era stata lavata tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata, abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro. E lievemente, senza saperlo, con la manina tazza, gonfia per la manica troppo stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la coperta così liscia, così morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la boccuccia aperta seguiva il chiacchierio fitto, volubile della padroncina malata.

Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora non avesse aperto bocca. Con la sua maraviglia intenta e muta dava un’anima nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare. Da tanto tempo, infatti, quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano piú: erano pezzi di legno, testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa. Ma ora riavevano anima, un’anima nuova, e rivivevano una nuova vita meravigliosa anche per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un’anima, una vita che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch’era maraviglia di servetta. Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di capricci e di moine, press’a poco come parlavano le amiche di mammà.

Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua auto, fumava sigarette col bocchino dorato e gridava sempre, agitando in aria un dito minacciosamente

– Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!

Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà anche lui, un amico di tutte le amiche di mamma; ma il nome, a quel grido, si rappresentava a Nenè come quello d’un mago, poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di quell’altra bambola lì, di Mistress Betsy.

All right, thank you!

No, no, senza ridere! Parlava sempre inglese, Mistress Betsy. Con mammà, con tutti. E andava sempre a cavallo  – op! op! – mica a sedere però: con le gambe aperte, così... come i maschiacci!, brutta scostumata! E spesso cadeva; e una volta, alla caccia della volpe, s’era ferita qua allo zigomo, ecco. Oh, le stava bene, brutta americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di cavallerizza, al petto, alle spalle, anche alle gambe; e quando stringeva la mano faceva male.

All right! Thank you!

E quest’altra? Ah quest’altra qui, che ridere! Roba, roba proprio da morir dal ridere! Donna Mariú, questa. Sempre malata. "Oh Dio qua, oh Dio là..." – "La mia povera testa! il mio povero cuore!" – "Vi prego, Moringhi, siate buono! Moringhi, non mi fate male: non posso piú ridere, Moringhi! La mia povera testa! il mio povero cuore!" – Ma mica un cuore così.... Un cuore col q e staccato: qu-ore. Moringhi diceva così. Roba da morir dal ridere, un cuore col q!

Nenè non capiva nulla.

Poteva esser vero per lei che quella bambola lì fumasse e quell’altra andasse a cavallo. Davvero allo zigomo, quello sgraffietto... Ma se avevano finanche le mutandine coi merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta con le giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le scarpine di coppale, potevano anche veramente andare a cavallo, fumare, parlare quel linguaggio incomprensibile. Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lì, anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli, piccoli, potevano sbucar fuori da un momento all’altro, e mettersi a caracollare su per le campagne lontane lontane di quel tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai veli svolazzanti.

Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o veramente non riusciva ancora a capire che, stanca alla fine del giuoco, la Dolly stesse ora per regalarle una di quelle bambole e non sapesse ancor quale.

– No, questa no, – diceva la Dolly. – Questa ha il braccino malato e deve stare a letto con me. Ecco... ti do... ti do quest’altra, invece, Mistress Betsy... Ma no, neanche... Ti scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva è! Scostumata... E poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti. Ti do quest’altra allora. Si chiama Mimì. Ma tu devi chiamarla sempre signora Marchesina. Marchesina è, sai? La marchesina Mimì. Esigente... ah, esigente! Bisogna che trovi il bagno pronto ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato e biscottini, e poi... e poi... non mangia niente, sai? non mangia altro che palline d’argento... quelle che si comprano dove le compra mammà, dal farmacista Baker di fronte al Grand Hôtel. Ti do Mimì, sì. Ecco, prendila. Per davvero la do, sì... per sempre... prendila, ti dico... Aspetta, che le do un bacio... Ecco, te la puoi portar via.

Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata. S’era levata in piedi alle insistenze di Dolly; ma restava lì, senza poter alzare la mano, quasi sul punto di piangere.

Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse, ch’era rimasta dopo il baliatico a servire in quella casa di signori. Anche la mamma, vestita così bene, da nurse, con la cuffietta in capo e il grembiule bianco ricamato, accanto alla signora, apparve in quel punto a Nenè come trasfigurata nel lume di quella casa, come infusa nell’azzurro d’una meravigliosa lontananza.

Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la bambola. Non doveva dargliela prima di tutto perché troppo bella, troppo ben vestita, anche calzata e coi guanti e col cappello, ma figurarsi! una bambola così fina a Nenè! E poi, che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve attendere a servire il babbo, e non ha tempo di giocare, ché guaj se il babbo non trova tutto pronto, la sera.

Il babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a Nenè, quel suo babbo cattivo, che rincasava sempre ubriaco e scontento, e per nulla la batteva e l’afferrava pei capelli o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima sotto mano, gridandole:

– E non potevi morir tu, invece?

Lei, già, invece del tortellino che la madre aveva lasciato poppante per andare a balia. Una vicina s’era incaricata d’allevarlo per poche lire al mese; e lei, Nenè, avrebbe dovuto fargli da mammina. Ma il fatto è che il fratellino un giorno era morto in braccio a lei: morto; e lei che non lo sapeva, aveva per un pezzo seguitato a portarselo in braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e duro... Da allora il babbo era diventato cattivo, così cattivo che la mamma non aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a servir in quella casa, o piuttosto, a farvi la signora, come diceva il babbo e come ora veramente pareva anche a Nenè. Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e gestiva come una signora, come la mamma di Dolly appunto, e a lei non pareva piú la sua mamma.

– Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno! Una bambola così bella a questa mia povera Nenè!

Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava sul petto la bambola, quella Marchesina Mimì, e poi sulla bambola le ripiegava il braccino perché la reggesse forte

– Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Su, come si dice?

Nulla. Non poteva dir nulla, Nenè. E non osava nemmeno guardare quella bambola marchesina contro il suo petto, sotto il suo braccino.

Se n’andò via come intronata, gli occhi sbarrati, senza sguardo, la boccuccia aperta, e coi capelli che le si rizzavano sotto il nastro calor di rosa, quanto piú la madre cercava d’assettarglieli sul capo. Scese le scale, attraversò tante vie e si ridusse alla catapecchia, ove abitava col padre, senza veder nulla, senza sentir nulla, quasi alienata d’ogni senso di vita.

Le viveva invece lì sul petto, stretta sotto il braccio, quella bambola meravigliosa; d’una vita incomprensibile però, quale le sbarbagliava ancora nella mente attraverso il chiacchierio fitto e volubile della padroncina malata. Oh Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le aveva messo in bocca la Dolly, come avrebbe fatto lei a comprenderla?

– Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!

Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lì nella catapecchia a trovare la marchesina Mimì, e nessuna delle amiche sarebbe venuta. E le sigarette col bocchino dorato? e le palline d’argento profumate? e i cavallini veri, i cavallini vivi, piccoli piccoli?

Non le s’affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe potuto giocarci, con quella bambola. Servirla, sì, avrebbe potuto servirla; ma come, se non sapeva nemmeno parlarle? se non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?

Entrata nel bugigattolino ov’era la sua cuccia con una seggiola spagliata e una panchetta che le serviva da tavolino per far le aste e le vocali quand’ancora andava a scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma per la damina che portava in braccio. Non osava ancora guardarla.

Certo, per sé, la marchesina Mimì aveva gli occhi di vetro e non vedeva. Ma vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di quel suo bugigattolino con gli occhi della marchesina Mimì abituati al lusso della cameretta da cui veniva. Finché lei non la guardava, la marchesina Mimì ancora stretta sotto il suo braccio, non vedeva nulla Avrebbe veduto però, appena lei si fosse risolta a guardarla. Ebbene, bisognava che vedesse fin da principio il meno peggio possibile.

Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c’era un grembiulino azzurro, smesso dalla Dolly e regalato dalla signora alla balia per lei: era stato lavato, rilavato tante volte; s’era stinto; aveva piú d’uno strappo; ma veniva di là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimì lo avrebbe riconosciuto.

Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da quella cassetta il grembiulino e lo stese su la panca come un tappeto, badando che gli strappi, almeno i piú grossi, non venissero in mostra sul piano. Ecco, per il momento poteva metterla a sedere lì, sul pulito di quel grembiule vecchio, ma fino.

La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di farle male e di sciuparle l’abito; e finalmente osò guardarla. Un sentimento misto di pietà e d’adorazione espressero le manine rimaste innanzi al petto aperte, in un gesto d’incertezza angustiosa. E a poco a poco si piegò su le ginocchia, guardando negli occhi la bambola. Ahimè, la vita meravigliosa, di cui la Dolly nella sua cameretta la aveva fatta vivere, qua s’era come spenta. La bambola le stava davanti come se non vedesse nulla, in attesa ch’ella facesse qualche cosa per lei, per ridarle vita, la sua vita perduta, di gran signora. Ma come? che cosa? le mancava tutto. La Dolly le aveva detto ch’erano avvezze a cambiarsi d’abito piú volte al giorno le sue bambole, e che quella marchesina Mimi poi aveva anche tante vestaglie una piú bella dell’altra, rosse, gialle, viola, a fiorellini, a ombrellini giapponesi... Possibile che ora stesse vestita sempre così, sempre con quel cappellino in capo, con quelle scarpine ai piedi, con quei braccialettini al polso, e quella catenella al collo da cui pendeva il ventaglino? Ah, com’era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che faceva un po’ di vento davvero, poco poco, quanto poteva bastare a quella piccola marchesina Mimì...

Ah, là, sì, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte, il lettuccio di legno bianco, e gli altri mobiletti e il ricco corredo, là sì sarebbe stata felice lei di servire quella bambola marchesina. Ma qua? Come non aveva pensato la Dolly che avrebbe dovuto anche darle almeno almeno il lettuccio e un po’ di corredo, non per far piú ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non avesse a soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di servirla? Come poteva così, senza nulla? Al piú al piú, col fiato e col dito, o con la punta d’una pezzuola, avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale. Nient’altro.

Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la bambola, e dirle:

– O mi dài da farla vivere com’è avvezza, o te la tieni.

Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...

Un lungo, grosso grosso respiro sollevò il petto di Nenè accasciata lì davanti alla panchetta. Volse il capo, e in un momento, di nuovo abbagliata, vide in un angolo lercio del bugigattolino la cameretta della marchesina Mimì. Cameretta? un gran camerone, col tappeto azzurro vellutato, lì per terra, e il lettino di legno bianco, col parato a padiglione di seta celeste, e di là l’armadietto a specchio, le sedioline dorate, la specchiera; e vide sè vestita bene come la mamma, tutta intenta a servire quella sua padroncina esigente e capricciosa; a prevenirne tutti i desiderii. per non farsi sgridare, ché certo. per quanto ella facesse, la marchesina Mimì, lì sola con lei, benché circondata da tutti i suoi agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata a malincuore, senza piú visite d’amiche, né di Moringhi, né passeggiate a cavallo. E, per sfogarsi, certo l’avrebbe comandata a bacchetta.

– Pronto il bagno?

– Ecco, un momentino, signora Marchesina.,.

– Ma il mio bagno dov’esser pronto subito, appena mi alzo! Che fate? Datemi adesso il mio cioccolato e i biscottini! La mia vestaglia, subito!

– Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella gialla? quella con gli ombrellini giapponesi?

– No, quella viola! Non lo sapete?

– Subito, signora Marchesina, eccola qua.

Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in quell’angolo incantato, Nenè, e parlava sola così da un pezzo, forte e imperiosa per conto della marchesina Mimì, umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che compatisce i capricci della padroncina tiranna, allorché, tutt’a un tratto, con un brivido di terrore alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme, allungarsi sul suo capo e ghermire la bambola su la panchetta.

Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la spalluccia, con la coda dell’occhio, uno sguardo.

Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra ispide, guatava la bambola fragile in quella sua manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:

– Ah, sì? ah, sì?

Con l’anima oppressa d’angoscia, gli vide levare l’altra mano, afferrare con due dita la falda del cappellino alla bambola, dare uno strappo violento.

Soffocò un gemito involontario.

Insieme col cappellino se n’era venuta la testa. E quella testa col cappellino e il busto decapitato, due strazii orribili, informi, volarono via per la finestra presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una esclamazione rabbiosa:

– Su, in piedi! Non voglio signore, io, per casa!

185  -  « Ho tante cose da dirvi... »

La lettera, in un bel foglietto volgarissimo, di suprema eleganza provinciale, color di rosa e filettato d’oro, finiva così:

... se parlo d’ansia tu puoi ben dire: ma sei vecchio, sei, povero il mio Giorgio! Ed é vero, sono vecchio, sì; ma dêi pensare, Momolina, che fin da ragazzo io t’ho amata, e quanto! Dicevi d’amarmi anche tu, allora! Venne la bufera – proprio la bufera – e mi ti portò via Quanti mai anni sono passati? Vent’otto... Ma come si fa che son rimasto sempre lo stesso? Dico meglio: il mio cuore! Non dovresti perciò farmi aspettare piú a lungo la risposta. Sai? Io verrò a te domani. Hai avuto circa un mese per riflettere. Mi devi dire domani o sì o no. Ma dov’essere sì, Momolina! Non far crollare il bel castello che ho edificato in questo mese, il bel castello dove tu sarai regina e tutte le mie speranze ancora giovani ti serviranno come ancelle amorose...

La signora Moma s’accorse che quest’ultima frase, così poetica, era stata aggiunta, appiccicata dopo scritta la lettera. Il signor Giorgio, o non aveva voluto sprecare il bel foglietto color di rosa, filettato d’oro; o non aveva voluto sobbarcarsi alla fatica di rifar di nuovo, chi sa con quanto stento, in bella copia la lettera, con tutti quegli svolazzi in fine d’ogni parola; e, con molta industria allora, aveva costretto la poetica frase, sovvenutagli tardi, forse nel rileggere la lettera prima di chiuderla nella busta, a capir tutta, di minutissimo carattere, nel poco spazio che avanzava nel rigo dopo il tu sarai regina. L’appiccicatura, saltando agli occhi evidente, rendeva piú che mai goffe quelle speranze ancora giovani che dovevano servirla come ancelle amorose E, ottenne questo bell’effetto: che la signora Moma, sbuffando, buttò via la lettera, senza leggerne le ultime righe.

– Oh Dio, viene domani? Ma come non capisce, cretino, che non voglio saperne?

E, ancora col cappello in capo, pestò un piede e alzò la mano guantata a un vivacissimo gesto di fastidio e di stizza.

Con quel cappello in capo la signora Moma stava, si può dire, da un anno e quattro mesi. Non se lo levava che per qualche mezz’oretta, per qualche oretta al giorno; se lo ripiantava di furia in capo, e via di nuovo, fuori di casa.

La cacciava via così, sempre in giro di qua e di là, una smania, non sapeva di che, una smania che le si esasperava in corpo sopratutto alla vista dei mobili della casa e specialmente alla vista del magnifico salone di ricevimento con quelle ricche tende e quelle portiere di damasco, quei quadri antichi e moderni alle pareti e quel gran pianoforte a coda del marito e quei leggii che parevano di chiesa, innanzi ai quali sedevano con gli strumenti ad arco i colleghi del marito e anche Alda, la sua bella figliuola, adesso lontana lontana, anche lei col suo violino.

Da un anno e quattro mesi era vedova la signora Moma: dell’illustre maestro Aldo Sorave. La lettera ricevuta quella mattina nella quale quel signor Giorgio la chiamava Momolina, le aveva per poco ridestato il ricordo del suo paesello nativo, di quel ferrigno borgo montano, tutto cinto di faggi, di querci e di castagni, ove un giorno il giovane maestro Sorave, sbattuto da chi sa quale tempesta, era venuto a rifugiarsi, genio incompreso, con un libretto da musicare, La bufera.

Ella era veramente Momolina, allora. Sedici anni, rosea e fresca, bellina, grassottella e placida placida. Ma s’era innamorata anche lei del giovane maestro Sorave. Se n’era innamorata forse perché tutte le ragazze del paese se ne erano innamorate. Non aveva mai però compreso bene perché egli fra tante avesse scelto lei, proprio lei, che certo gli s’era mostrata meno accesa di tutte le altre; tanto che innanzi a lui non aveva saputo se non arrossire e balbettare; e, forzata a dirgli qualche cosa, gli aveva dichiarato candidamente di non capir nulla, lei, né di musica, né di poesia, né d’alcun’altra arte.

Ebbene, appunto perciò, forse, il maestro Aldo Sorave se l’era sposata. Pur non di meno ella credeva, era sicurissima d’aver condiviso per vent’otto anni la vita del marito, dapprima tempestosa, zingaresca, in viaggi affannosi da un paese all’altro, con la lingua fuori come una povera cagnetta dietro l’ansia smaniosa di lui che voleva a ogni costo raggiungere la mèta; poi – nata la figliuola – un’altra vita, non mai placida veramente, ma certo meno irrequieta, quella che seguiva ai ritorni di lui dopo i trionfi o d’un giro di concerti o d’una stagione musicale diretta in questa o in quella città; finché, conquistata solidamente con la fama l’agiatezza, egli non s’era stabilito a Roma. Qua la figliuola era cresciuta, bionda e bellissima, in mezzo all’inebriante fulgore d’arte di cui era circondato il marito. Ma un bel giorno, chi sa come, chi sa perché, rovesciando tutti i disegni ambiziosi del padre, s’era invaghita d’un giornalista, brutto e quasi vecchio; aveva voluto sposarlo, e se n’era andata in America, a Buenos Aires, dove al marito era stata offerta la direzione d’un grande giornale italiano. Tre mesi appena dopo quelle nozze, il padre, che aveva negato fino all’ultimo il consenso e non aveva voluto rivedere la figliuola neanche prima della partenza per l’America, era morto di crepacuore.

Un gran dolore, sì, oh un gran dolore per la signora Moma l’allontanamento di quell’unica figliuola; e la piú grande delle sciagure era stata poi per lei la morte lì marito. Ma – ecco – che proprio proprio, con quell’allontanamento e con questa morte, fosse tutto finito, come se ella non fosse rimasta lì come se non fosse rimasta la casa, tal quale. per l’agiatezza in cui la aveva lasciata il marito, la signora Moma non riusciva ancora a capacitarsi.

Certo, la vita d’un tempo, quella fervida vita, così bruscamente interrotta, le feste d’arte, le conversazioni, la corte delle splendide signore attorno al vecchio maestro illustre, piccoletto e capelluto, dagli occhi selvaggi sotto le folte ciglia spioventi come appariva dal ritratto a olio appeso alla parete del salone; la corte degli elegantissimi giovanotti attorno alla figliuola; non era piú possibile ormai: questo, sì, la signora Moma lo comprendeva bene. Ma una vita quale ormai poteva essere nelle mutate condizioni, le tante e tante amiche, i tanti e tanti amici d’allora potevano bene ricondurla lì, nella casa rimasta tal quale, in quel magnifico salone, attorno a lei che v’era restata sola e vi s’aggirava come sperduta.

E col cappello in capo, dalla mattina alla sera, angosciata, esasperata, la signora Moma correva in cerca degli antichi frequentatori della casa, dall’uno all’altro, senza requie.

Dapprima era stata accolta con una certa cordialità; molti la avevano commiserata per la doppia sventura; qualcuno le aveva anche promesso che sarebbe venuto a trovarla. Ma che! Non era mai piú venuto nessuno. E a poco a poco la signora Moma era divenuta quasi aggressiva.

– Birbante! birbante! Avevate promesso che sareste venuto...

– Signora mia, creda, non ho potuto.

– Verrete oggi? Fatemi il piacere, venite! Ho tante cose da dirvi... Dalle quattro alle sei. Ci conto.

– Oggi, no, mi dispiace, signora, non potrei. Spero domani.

– No! Domani certo. V’aspetto, badate! Dalle quattro alle sei. Ho tante cose da dirvi...

E dalle quattro alle sei la signora Moma stava ad aspettare in casa la visita. Credeva veramente d’aver tante cose da dire, e ripeteva a tutti, dopo gl’inviti sempre piú pressanti, quella frase.

Passavano le quattro, passavano le cinque, passavano le sei; l’impazienza, la smania, l’angoscia, l’esasperazione della signora Moma crescevano; sbuffava, balzando in piedi; andava su e giú per il salone; s’affacciava ora a questa ora a quella finestra a guardare se l’aspettato venisse; e, pur certa ormai che non sarebbe piú venuto, scoccate le sei, si costringeva, divorata dalla rabbia, ad aspettare ancora dieci minuti, un quarto d’ora, e ancora un altro quarto, e finanche un’ora! Alla fine, si ripiantava il cappello in capo, e via di nuovo per le strade, furiosa, imprecando al mal’educato.

Non s’accorgeva nemmeno che ora amici e conoscenti, per non farsi aggredire avvistandola da lontano, scantonavano, si nascondevano e, quand’erano acchiappati, le porgevano la mano voltando la faccia, e scappavano via, senza darle il tempo di finir la solita frase:

– Domani, eh? V’aspetto domani. Dalle quattro alle sei. Ho tante cose da dirvi...

Ricordava, la poveretta, d’essersi mostrata sempre affabile e cordiale, con le amiche, con gli amici, ammiratrici del marito, corteggiatori della figliuola. Amiche, amici, le sedevano accanto, allora, durante le riunioni, le rivolgevano anche la parola, la salutavano con aria complimentosa e deferente, entrando nel salone e uscendone. Inchini, complimenti, sorrisi... Ella udiva paziente tutta quella musica, tutte quelle dispute d’arte; qualche volta le era avvenuto di rispondere con un cenno del capo o con un sorriso a qualcuno che nel calore della discussione le aveva rivolto lo sguardo... No, no, proprio no, non riusciva a capacitarsi ancora perché, allontanatasi la figliuola, morto il marito, tutti l’avessero abbandonata, così, come se ella avesse commesso qualche indegnità; tutti avessero così disertato la bella casa dove quei preziosi oggetti d’arte erano rimasti attorno a lei come sospesi in una immobilità silenziosa e quasi solenne.

Erano suoi, tutti e assolutamente suoi, ora, quei mobili e la casa; ella era la signora e la padrona di tutto; eppure... eppure da una smania orribile si sentiva presa, guardando, o, piuttosto, sentendosi guardata come un’estranea, lì, da tutti quegli oggetti che non le dicevano nulla, che non le sapevano dir nulla, perché avevano tutti un ricordo vivo ancora, o del marito o della figliuola; e per lei, nessuno.

Se alzava gli occhi a guardare, per esempio, un quadro del salone, sapeva ch’era antico, come no? sapeva ch’era di pregio; ma che cosa rappresentasse quel quadro, perché fosse bello, veramente non avrebbe saputo dire neanche a se stessa; e se guardava il pianoforte... eh, in verità non poteva altro che guardarlo... non s’arrischiava nemmeno a scoprirne la tastiera, perché il marito, prima di morire, le aveva espressamente raccomandato che non lo lasciasse piú toccare a nessuno. Quanto a toccarlo lei, neppur ci pensava, perché lei, la musica... – sì, c’era vissuta sempre in mezzo – ma neanche le note, il do dal re aveva imparato mai a distinguere.

Non le viveva, ecco, non poteva piú viverle attorno, quella casa. Per riprendere a vivere bisognava assolutamente che un po’ dell’antica vita, quella degli altri, quella della figliuola e del marito, tornasse a muoversi in essa.

Altra vita, lì, una sua vita, non era possibile; perché in realtà lei, la signora Moma (ditelo piano, per carità, se non volete esser troppo crudeli, voi che adesso la chiamate «una terribile seccatrice»), la signora Moma, lì, nella sua casa, non aveva mai avuto una vita sua e quasi non c’era mai stata.

Questo ella, naturalmente, non poteva intenderlo: lo avvertiva solo come una smania che le si esacerbava sempre piú e la cacciava fuori senza requie, incaponita a richiamare, a ricondurre attorno a sé quella vita, nell’angoscia smaniosa di sentirsela mancare e sfuggire, senza saper perché.

Il giorno appresso – s’intende – accolse a modo d’un cane quel povero signor Giorgio Fantini, suo compaesanello innamorato di vent’otto anni fa, che pure con la sua profferta di nozze intendeva di richiamare e di ricondurre lei piuttosto a quell’unica vita ch’ella veramente avrebbe potuto vivere, là nel ferrigno borgo montano tra i boschi di faggi, di querci e di castagni; modesta vita tranquilla, dai giorni semplici, uguali, dove non avveniva mai nulla ch’ella non potesse capire, dove in ogni cosa nota avrebbe potuto sentire e toccare la realtà sicura della propria esistenza.

E non era poi tanto vecchio quel signor Giorgio Fantini; ed era anche un bell’uomo, molto piú bello certamente di quel piccoletto e capelluto maestro–bufera Aldo Sorave; ed era anche ricco, padrone di molte terre e di molte case, e non privo d’una certa coltura antica e sana, se poteva leggere nel loro testo latino e senz’aiuto di traduzione le Georgiche di Virgilio.

Già non si fece neppur trovare in casa la signora Moma. Quando, dopo circa tre ore, rincasò tutta accaldata e sbuffante, piú che mai invelenita dalla stizza contro tutti quegli ingrati e mal’educati che la sfuggivano e le mancavano di parola,, lo investì malamente, là nel salone, senza neppur levarsi il cappello, sollevando soltanto la veletta per fargli scorgere bene, negli occhi, la sua collera e il fermo proposito di respingere quella proposta che le pareva quasi un insulto, anzi una tracotanza.

– Ma chi v’ha detto di venire, caro Fantini? Io non ve l’ho detto! Non v’ho neppure risposto! Ma sì, scusate: vi pare sul serio che sia una cosa possibile? Ma basta che vi guardiate un po’ attorno, caro Fantini! Vedete? Questa è la mia casa... Credete proprio possibile ch’io, alla mia età, rinunzi ormai a ciò che per tanti anni ha formato la mia vita? Via, via... Un po’ di riflessione... Avreste dovuto riflettere un po’ prima, veramente... Basta; non ne parliamo piú. Qua la mano, caro Fantini, senza rancore, e restiamo buoni amici.

Non ebbe il coraggio d’insistere il signor Giorgio Fantini; guardò in giro quel solenne salone dov’ella diceva d’aver la sua vita, e poco dopo uscì con lei che per un momento, a causa di lui, aveva dovuto interrompere la sua quotidiana inesorabile ricerca.

E la vide per via, nella tristezza brumosa della sera decembrina, fermarsi tre o quattro volte in mezzo a una fiumana di gente ad aggredir questo e quello: e s’accorse che quei signori aggrediti le porgevano la mano voltando la faccia; e ogni volta con una strana voce rabbiosa di pianto le udì ripetere quella sua solita frase:

– Ma avevate promesso di farvi vedere! Venite! venite! Dalle quattro alle sei. Ho tante cose da dirvi...

186  -  Mentre il cuore soffriva

Cominciarono le dita della mano sinistra. Prima, il mignolo che, come il piú piccolo, era anche il piú irrequieto, e sempre era stato un tormento per il povero languido anulare che aveva la sventura di stargli vicino; ma un po’ anche per le altre tre dita.

Buffo di forma, con l’ultima falangetta attaccata male, storta in dentro, dura, quasi inflessibile, pareva un dito col torcicollo fisso.

Ma di questo difetto non s’era mai afflitto. Anzi se n’era sempre servito per non lasciare in pace un momento i suoi compagni di mano e, quasi se ne gloriasse, spesso anche si levava ritto, come per dire a tutti:

«Ecco, vedete? sono così!»

Invece di nascondere per pudore quella falangetta storpia sotto il polpastrello dell’anulare, gliela imponeva prepotente sul dorso o, costringendolo a star su, in una posizione incomodissima, si allungava a imporla sul medio o sull’indice, o andava con l’unghietta sbilenca a stuzzicar l’unghiona dura del pollice tozzo.

Ma questo, alle volte, seccato e stanco, gli s’opponeva con violenza, saltandogli addosso su la prima falange, e lo teneva sotto premendolo con l’ajuto delle tre altre dita fin quasi a stracollarlo.

Non si dava per vinto.

Cosi premuto, grattava al pollice il polpaccio come per dirgli:

«Vedi? Posso muovermi! Stai peggio tu che io.»

E difatti il pollice, preso come in una morsa, presto lo lasciava andare.

Quel giorno però erano tutti d’accordo.

Che quel mignolo buffo fosse così dispettoso e prepotente e non si stesse quieto un momento, piaceva anzi alle altre quattro dita, che avevano una gran paura d’intorpidirsi nello smemorato abbandono in cui da circa una settimana tutto il corpo era lasciato.

Non solamente le dita delle mani, ma anche quelle dei piedi, imprigionate, e i piedi tutt’interi e le gambe, e, su su, il busto, le spalle, le braccia, il collo e, nella testa, le guance, le labbra, le pinne del naso, gli occhi, le sopracciglia, la fronte, avvertivano confusamente in quell’abbandono così a lungo protratto una minaccia oscura e paurosa, a cui per proprio conto cercavano di sottrarsi.

Da piú giorni la vita s’era come alienata da loro per concentrarsi cupamente in una profonda misteriosa intimità, dalla quale erano esclusi, tenuti estranei e come lontani, quasi non dovesse affatto riguardarli la decisione che in quell’intimità profonda e misteriosa nascostamente Si maturava.

Eran lasciati lì da piú giorni, su un seggiolone di Vienna presso la finestra, in attesa che la decisione fosse matura. E in quell’attesa essi, non sapendo che fare, per non intorpidirsi nell’abbandono, giocavano per conto loro. Giocavano veramente come pazzi.

Bisognava veder le gambe come ballavano, ora l’una ora l’altra, ora tutt’e due insieme, con la punta dei piedi a terra e il tallone sospeso per modo che il tendine brandisse! come poi, stanche di quel giuoco, s’allungavano per farne un altro, che consisteva in un aprirsi e chiudersi ritmato, prima col piede sinistro sul destro, e poi col destro sul sinistro, per star sotto una volta per uno, senza soperchierie! E anche le scarpe col loro cigolio prendevano parte a quel giuoco.

Ma più di tutti giocavano le mani, ora intrecciando le dita, ora infrontandole per le punte e movendole così a leva, per modo che prima si stirassero fino a combaciare l’un dito con l’altro e poi si staccassero molleggiando. Oppure giocavan separatamente l’una e l’altra mano; ma, quasi sempre, ciò che faceva l’una, l’altra rifaceva, se la destra un tamburellìo su la gamba destra, lo stesso tamburellìo la sinistra su la gamba sinistra, come se non potesse farne a meno; un frullo o uno schiocco, la destra, lo stesso frullo o lo stesso schiocco, poco dopo, la sinistra; oppure, sempre per giuoco, l’una stringeva le dita dell’altra e viceversa, o gliele pizzicava per poi carezzargliele con uno strofinio delicato, lento lento; o si metteva a grattare dove non c’era prurito, così che il dito grattato si ribellava con uno scatto violento e avveniva allora come una zuffa tra le due mani, uno stropicciamento convulso, troncato alla fine con l’afferrarsi l’una e l’altra e tenersi per un pezzo strette strette imprigionate. Poi l’una, ecco, si levava o per andare a stirare il lobo d’uno degli orecchi, o nella bocca il labbro inferiore, o la borsa gonfia sotto l’occhio, o per grattare senza bisogno il mento irto di barba non rifatta da parecchi giorni.

Piú pietosi di tutti erano gli occhi, le sopracciglia, la fronte. Avrebbero voluto giocare anch’essi; ma dalla cupa tensione dello spirito erano tenuti attoniti – gli occhi o in una dura e truce fissità; le sopracciglia, aggrottate; la fronte, contratta.

Gli occhi potevano guardare e non vedere. Se appena appena vedevano, eran subito distratti dalla cosa veduta e condannati a volgersi altrove senza attenzione. Ma essi, con la coda, senza parere, seguivano il giuoco delle gambe o delle mani; suggerivano a queste, di sfuggita, di prendere, per esempio, dal tavolinetto presso il seggiolone il tagliacarte, per cominciare con esso un altro giuoco. E le mani non se lo lasciavano dire due volte: cominciavano quel giuoco, sotto sotto, quasi di nascosto, per divertimento degli occhi, facendo girare e rigirare in tutti i versi quel tagliacarte.

Talvolta sospendevano il giuoco per richiamare a loro l’attenzione dello spirito con un mezzo violento: facendosi male. Il terribile mignolo della mano sinistra ficcava la falangetta sbilenca in uno dei forellini del piano del seggiolone di Vienna, e non potendo piú tirarsi fuori, obbligava l’uomo a piegarsi tutto da un lato per trovare il verso d’estrarlo senza scorticature e senza sciupare il piano del seggiolone. Subito il pollice e poi tutt’e cinque le dita dell’altra mano si davano a compensarlo con carezzine e strofinamenti amorosi del male che s’era fatto per il bene di tutti. Tal’altra il pollice e l’indice della mano destra pizzicavano la gamba per fare avvertire a quell’uomo che – se aveva il cuore che gli soffriva dentro – aveva pure quella gamba e sensibilissima anch’essa. cioè capacissima di soffrire come gamba, d’un pizzicotto; di soffrire, ecco, quel bruciorino fitto... piú fitto... No? non voleva avvertirlo? E allora, niente! L’indice stropicciava la gamba come per cancellarle la sofferenza inutilmente inflitta; poi tutt’e due le mani la prendevano e la accavalciavan su l’altra perché si spassasse un poco a dondolare il piede.

Oh guarda! Nello specchio dell’armadio, disposto ad angolo dall’altra parte della finestra, appariva e spariva la punta di quel piede dondolante, con una virgola di luce su la mascheretta di coppale.

Altro giuoco. Gli occhi aggrottati lo seguivano, aspettavano fissi all’angolo dello specchio, che apparisse la punta del piede; ma pur fingevano di non accorgersene, sapendo che se avessero minimamente mostrato di farvi attenzione, l’uomo tutt’assorto nel suo intimo dolore, con uno sbuffo avrebbe fatto finir quel dondolio e prendere al corpo un’altra positura.

Chi sa! Forse non sarebbe stato male...

Appoggiando il gomito sul bracciuolo destro del seggiolone e allungando un po’ il collo, tutta la testa si sarebbe mostrata nello specchio; e sarebbe bastato questo, cioè la vista della propria faccia, per far balzare in piedi, sdegnato e feroce, quell’uomo.

Quasi quasi... No, via, non conveniva. Meglio seguitare a giocare, non stuzzicare la fiera volontà nemica, penetrata nella profonda, misteriosa intimità, ove la decisione oscura e paurosa si maturava. C’era il rischio che questa volontà, vedendo lo squallore della faccia stralunata, il capo calvo, quelle borse gonfie sotto gli occhi, quella barba non rifatta da tanti giorni, improvvisamente opponesse alla violenza un’altra violenza. Non conveniva.

Ma ormai la tentazione di quello specchio era troppo forte; non piú per il corpo, adesso, ma per quella volontà nemica, la quale, ecco, costringeva gli occhi a fissarlo biecamente.

Maledetto il piede, che dapprima, dondolandosi, vi s’era riflesso! Ma gli occhi, piuttosto... maledetti gli occhi che lo avevano scorto!

Ora, ecco... – (no no! il corpo reluttava) – ma la volontà nemica lo costringeva a levarsi dal seggiolone e a presentarsi là, davanti a sé stesso, nello specchio.

Eccolo!

Quanto disprezzo, quant’odio addensava quella volontà nemica negli occhi! Con quale maligna voluttà scopriva in quella povera faccia i guasti irrimediabili del tempo, le lente, sgraziate alterazioni dei tratti, la pelle sulle tempie, attorno agli zigomi, lisa e ingiallita, gli affossamenti, le rigonfiature, la calvizie umiliante, la meschinità ridicola e affliggente di quei pochi capelli superstiti, raffilati quasi a uno a uno sul cranio lucido, piú roseo della fronte tutta secata di aspre rughe.

E la faccia, che non poteva non riconoscere veri quei guasti, ma che tuttavia per l’addietro era usa a presentarsi innanzi allo specchio pietosamente nel modo piú favorevole, ora, quasi non comprendendo il perché di quell’esame così minuzioso, così acuto e spietato, restava come mortificata e attonita davanti a sé stessa, come rassegata in una smorfia frigida, tra di schifo e di compassione. Ma gli occhi, ecco, si provavano a far notare (non per iscusa però, non per opporsi all’accertamento, del resto ben noto, di quei guasti), ma così quasi per proprio conto, si provavano a far notare che quelle borse gonfie, intanto, no, ecco, non ci sarebbero state, avrebbero potuto non esserci, o non essere almeno casi pronunziate, se quattro notti – quattro notti – non fossero passate insonni, tra violente smanie e vaneggiamenti. E poi, quella barba cresciuta.. Ma perché?

Ecco, una mano si levava adunca ad afferrar le guance flaccide e irsute.

Perché? perché tant’odio contro quell’aspetto di povero malato? Soffriva? di che soffriva?

All’improvviso, un tremor convulso partiva dalle viscere contratte, e gli occhi – quegli occhi – si riempivano di lagrime.

Su, via, le mani, subito, subito in cerca d’un fazzoletto... in questa... no, nell’altra tasca... nemmeno? Le chiavi, allora... il mazzetto di chiavi per aprire il primo cassetto del canterano, ov’erano i fazzoletti.. subito!

Oh! Là... – il fazzoletto, sì – la mano ne pigliava uno, tra i tanti riposti là, – ma lo pigliava quasi meccanicamente, andando a tasto tra gli altri capi di biancheria, mentre gli occhi, in fondo al cassetto, in un angolo... sì, la piccola rivoltella... (Con questa, sì...) Come se ne stava quieta, là nascosta, col suo manichino d’osso, liscio, bianco, emergente dalla custodia di feltro grigio...

L’altra mano, quasi di nascosto, si levava a richiudere il cassetto per impedire agli occhi di seguitare a fissar quella cosa lì, piccola come un giocattolo, ma da lasciar per ora nel cassetto, così come stava, quieta e nascosta.

Il mazzetto di chiavi rimaneva appeso alla toppa e ciondolante.

Dalla finestra sul giardino entrava la dolce frescura della sera imminente. La pietà improvvisa, onde quelle lagrime erano sgorgate, ne provava un refrigerio ineffabile. I polmoni, oppressi dall’angoscia, s’allargavano in lunghi sospiri, il naso sorsava le ultime lagrime. E l’uomo ritornava a sedere sul seggiolone, col fazzoletto su gli occhi. Stava un pezzo così: poi abbandonava le mani su le gambe, e la sinistra, ecco, s’avvicinava alla destra che teneva il fazzoletto, ne prendeva un lembo e timidamente, come per riprendere il giuoco, col pollice e l’indice si metteva a scorrerlo fino alla punta.

«Passiamo il tempo così,» pareva dicesse quella mano, «ma sarebbe ora veramente d’andare a cena; almeno a cena, poiché oggi, a mezzogiorno, non s’è desinato... Prima d’andare a cena, però...»

E la mano, levandosi di nuovo, ma non piú adunca, riafferrava le guance per grattar l’ispidume dei peli rinascenti.

«Che barbaccia! Bisognerebbe rifarla per non far voltare la gente, entrando nella trattoria...»

Cosa strana! Anche la mente pareva scherzasse per proprio conto; vagolava, parlava tra sé di cose aliene, senza nesso tra loro; seguiva immagini note, che si presentavano, non richiamate affatto; aeree ma precise, fuori della coscienza; e dava suggerimenti, pur sicura di non essere ascoltata.

A un tratto, però, avveniva dianzi, per la tentazione dello specchio: la volontà nemica, come in agguato d’ogni moto istintivo, d’ogni suggerimento che tendesse ad avversarla, lo ghermiva di sorpresa, lo faceva suo per ritorcerlo subito contro il corpo.

La barba, sì. Presto presto. E poi un bagno...

«Un bagno? come? di sera? perché?»

Perché sì. Pulito, da capo a piedi. E cambiato tutto: maglia, mutande, calzini, camicia... tutto. Bisognava che, dopo, il corpo fosse trovato pulito. Intanto, la barba, subito!

Contrariamente al loro primo desiderio, le mani si sentivano ora messe a servizio della volontà nemica per un atto che, da normale e consueto che era, diventava una impresa oscura, decisiva e quasi solenne.

Sul cassettone era il pennello, la scatoletta della pasta di sapone, il rasojo... Ma bisognava prima versare l’acqua nella catinella, prendere l’accappatojo... Non sapevano piú con precisione le mani quel che bisognasse far prima. Prima l’accappatojo, sì...

Nel tondo specchietto a bilico, tirato innanzi sul piano di marmo del cassettone, appariva di tra gli sgonfi del candido accappatojo l’ispida faccia. Dio, come stravolta! quasi aguzzata tutta negli occhi attoniti, truci: irriconoscibile Ed ecco, le mani, impaurite da quegli occhi, allungavano le dita tremolanti al pennello, scoperchiavano la scatoletta della pasta di sapone; ne prendevano una ditata, la inserivano tra i peli del pennello bagnato; cominciavano a insaponar le guance, il mento, la gola...

Godevano altre volte gli occhi e gli orecchi nel vedere e nell’udire il bollichìo e il friggìo della spuma, fresca, bianchissima, crescente morbida e in volute bambagiose su le guance, sul mento; e le dita si compiacevano di quel godimento degli occhi e degli orecchi, e s’indugiavano con voluttà nel far gonfiare la saponata con altre volute piú boffici e dense.

Ma ora, no. Ora tremavano; e i polpastrelli avevano quasi perduto il tatto. Tremavano d’armarsi del rasojo, così non piú sicure com’erano di sé; guidate, come sarebbero tra poco, da quegli occhi spaventosi.

Il petto ansava; il cuore stesso, che pur soffriva in sé ed era la causa di tutto, batteva ora in tumulto; solo un sottil filo di respiro entrava, quasi fischiando, acuto, per una delle nari, dilatata. Le mani aprivano il rasojo.

Per fortuna, il corpo, aderendo al cassettone, avvertiva a un tratto su la bocca dello stomaco una pressione dolorosa. Era il mazzetto di chiavi rimasto appeso lì alla toppa del primo cassetto.

La mano destra, allora, quasi di sua iniziativa, o piuttosto, obbedendo a un istintivo moto di ribrezzo per l’arma volgarissima già impugnata, posava il rasojo sul marmo del cassettone e, invece di estrarre la chiave incomoda dalla toppa, tirava un po’ fuori il cassetto, ne cavava la rivoltella e la poneva sul piano di marmo, discosta.

Era questo un venire a patti con la volontà nemica. Posando la rivoltella sul cassettone, la mano diceva a quella volontà:

«Ecco, c’è questa per te. Non hai detto con questa? E lasciami dunque rifar la barba in pace!»

L’ànsito del petto cessava, la mano non piú tremante, riprendeva svelta e quasi con gioja il pennello, giacché la spuma s’era ormai tutta rappresa, frigida, tra i peli.

Allontanato il pericolo, alleggerito il respiro, le dita lavoravano con voluttà insieme col pennello a far ricrescere la saponata; poi, con la massima sicurezza, riprendevano il rasojo, lo passavano su la guancia destra, a tratti netti; su la sinistra; e infine, senz’ombra d’esitazione, su la gola, tornando come prima a compiacersi del godimento che gli orecchi prendevano del fitto raschio.

Gli occhi, a poco a poco, avevano perduto l’espressione truce, ma s’erano ora, quasi subito, velati d’una enorme stanchezza, dietro alla quale lo sguardo smarrito esprimeva una bontà pietosa, quasi infantile, lontana. Si chiudevano da sé, quegli occhi di bimbo. E la stanchezza repentinamente invadeva, appesantiva tutte le membra.

La volontà però aveva un ultimo guizzo sinistro, e prima che il corpo, così all’improvviso vuoto di forze, cascante, si trascinasse fino alla poltrona a piè del letto, imponeva alla mano di prendere con sé la rivoltella per posarla U a piè del letto stesso, accanto alla poltrona; come a dire che concedeva, sì, al corpo un po’ di riposo, ma che intanto non dimenticava il patto.

L’ultimo barlume del giorno smoriva squallido, umido, alla finestra; l’ombra, poi man mano il bujo, la tenebra entravano nella camera, e il rettangolo della finestra ora vaneggiava men nero, prossimo e lontanissimo, punto da un infinito formicolio di stelle.

Il corpo, tutto il corpo, dormiva ora col capo appoggiato ai piedi del letto, un braccio proteso verso la piccola rivoltella.

Senza avvertire il freddo della notte, ch’entrava dalla finestra aperta, dormi quel corpo nell’incomoda positura fino a che il barlume primo del nuovo giorno, piú squallido, piú umido dell’ultimo del giorno precedente, non diradò appena appena con un brulichio indistinto l’ombra nel vano di quella finestra.

Ma non si svegliarono le membra; il primo a svegliarsi fu il cuore, raso da un tormento che il corpo non sapeva. Si svegliò per avvertire una vacuità spaventevole, sospesa nella sua tetraggine, e un senso d’agrezza cruda, atroce, ch’emanava quasi da una realtà non vissuta e ov’era impossibile vivere. Ecco, bisognava approfittare di questo attimo, che il corpo indolenzito era ancora invaso dal torpore del sonno. Sì, sì, ecco, la volontà poteva piombare su quella mano ancora inerte sul letto, farle impugnare la rivoltella... Subito! Estratta dal fodero, così, qua, un attimo, in bocca, sì, qua, qua... con gli occhi chiusi... così... – ah, quel grilletto, come duro!... su, forza... ec...co... sì...

Nel corpo traboccato pesantemente a terra, dopo il rimbombo, le dita delle mani, cedendo lo sforzo violento nel quale s’erano serrate, e riaprendosi, già morte, lentissimamente da sé, con quel mignolo sbilenco della sinistra innanzi a tutte, pareva chiedessero:

«E perché?»

187  -  La carriola

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.

Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.

Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.

Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.

Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!

La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.

Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me.

Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.

Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.

M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.

Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.

Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.

Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.

Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n’accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata. Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all’arrivo, mi ritrovai d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso d’atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile.

Con quest’animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m’attendeva all’uscita, e m’avviai per ritornare a casa.

Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.

Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.

Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l’uomo che abitava là in quella

casa, non ero io, non ero stato mai io. Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto così, quell’uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell’altro? Commendatore, professore, avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero io? io? propriamente? ma quando mai? E che m’importava di tutte le brighe in cui quell’uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall’assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell’esercizio della sua professione?

Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell’uomo, di quell’uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie...

Ma i ragazzi?

Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.

No. Non li sentii miei. Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta.

Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.

Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!

Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.

Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla. e morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sì una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire.

Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo. E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: – Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? – E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare. Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.

Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.

Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te. E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti? Dev’essere questa, per forza. Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi. Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.

Ecco. Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.

Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti. Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe. Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:

«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»

Così pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.

Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo; gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto. Non faccio altro. Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.

Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore. Vorrei farle intendere – ripeto – che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.

Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.

Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi. Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita.

188  -  Nell’albergo è morto un tale

Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città. Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierine ai davanzali, le vetrate e le persiane grige, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.

La facciata è brutta e poco promettente. Ma se non ci fosse, chi sa che effetto curioso farebbero queste cento cinquanta scatole, cinquanta per cinquanta le une sulle altre, e la gente che vi si muove dentro; a guardarla da fuori.

L’albergo, tuttavia, è decente e molto comodo: ascensore, numerosi camerieri, svelti e ben disciplinati, buoni letti, buon trattamento nella sala da pranzo, servizio d’automobile. Qualche avventore (piú d’uno) si lamenta di pagar troppo; tutti però alla fine riconoscono che in altri alberghi, se si spende meno, si sta peggio e non si ha il vantaggio, che si vuole, d’alloggiare nel centro della città. Delle lagnanze sui prezzi il proprietario può dunque non curarsi e rispondere ai malcontenti che vadano pure altrove. L’albergo è sempre pieno d’avventori e parecchi, all’arrivo del piroscafo ogni mattina e dei treni durante il giorno, veramente se ne vanno altrove, non perché vogliano, ma perché non vi trovano posto.

Sono per la maggior parte commessi viaggiatori, uomini d’affari, gente della provincia che viene a sbrigare in città qualche faccenda, o per liti giudiziarie o per consulto in caso di malattia: avventori di passaggio, insomma, che non durano piú di tre o quattro giorni: moltissimi arrivano la sera per ripartire il giorno dopo.

Molte valige; pochi bauli.

Un gran traffico, un continuo andirivieni, dunque, dalla mattina alle quattro fin dopo la mezzanotte. Il maggiordomo ci perde la testa. In un momento tutto pieno; un momento dopo, tre, quattro, cinque camere vuote: parte il numero 15 del primo piano, il numero 32 del secondo, il 2, il 20, il 45 del terzo; e intanto due nuovi avventori si sono or ora rimandati. Chi arriva tardi è facile che trovi sgombra la camera migliore al primo piano; mentre chi è arrivato un momento prima ha dovuto contentarsi del numero 51 del terzo. (Cinquanta, le camere, per ogni piano; ma ogni piano ha il numero 51, perché in tutti e tre manca il 17: dal 16 si salta al 18: e chi alloggia al numero 18 è sicuro di non aver la disgrazia con sé).

Ci sono i vecchi clienti che chiamano per nome i camerieri, con la soddisfazione di non esser per essi come tutti gli altri, il numero della stanza che occupano: gente senza casa propria, gente che viaggia tutto l’anno, con la valigia sempre in mano, gente che sta bene ovunque, pronta a tutte le evenienze e sicura di sé.

In quasi tutti gli altri è un’impazienza smaniosa o un’aria smarrita o una costernazione accigliata. Non sono assenti dal loro paese, dalla loro casa; sono anche assenti da sé. Fuori dalle proprie abitudini, lontani dagli aspetti e dagli oggetti consueti, in cui giornalmente vedono e toccano la realtà solita e meschina della propria esistenza, ora non si ritrovano piú; quasi non si conoscono piú perché tutto è come arrestato in loro, e sospeso in un vuoto che non sanno come riempire, nel quale ciascuno teme possano da un istante all’altro avvistarglisi aspetti di cose sconosciute o sorgergli pensieri, desiderii nuovi, da un nonnulla; strane curiosità che gli facciano vedere e toccare una realtà diversa, misteriosa, non soltanto attorno a lui, ma anche in lui stesso.

Svegliati troppo presto dai rumori dell’albergo e della via sottostante, si buttano a sbrigare in gran fretta i loro negozii. Trovano tutte le porte ancora chiuse: l’avvocato scende in istudio fra un’ora; il medico comincia a ricevere alle nove e mezzo. Poi, sbrigate le faccende, storditi, annojati, stanchi, tornano a chiudersi nella loro stanza con l’incubo delle due o tre ore che avanzano alla partenza del treno; passeggiano, sbuffano, guardano il letto che non li invita a sdrajarsi; le poltrone, il canapè che non li invitano a sedere; la finestra che non li invita ad affacciarsi. Com’è strano quel letto! Che forma curiosa ha quel canapè! E quello specchio lì, che orrore! – Tutt’a un tratto, si sovvengono d’una commissione dimenticata: la macchinetta per la barba, le giarrettiere per la moglie, il collarino per il cane; suonano il campanello per domandare al cameriere indirizzi e informazioni.

– Un collarino, con la targhetta così e così, da farci incidere il nome.

– Del cane? – No, mio, e l’indirizzo della casa.

Ne sentono di tutti i colori i camerieri. Tutta la vita passa di là, la vita senza requie, mossa da tante vicende, sospinta da tanti bisogni. C’è giú, per esempio, al numero 12 del secondo piano, una povera vecchia signora in gramaglie che vuol sapere da tutti se per mare si soffre o non si soffre. Deve andare in America, e non ha viaggiato mai. È arrivata jersera, cadente, sorretta di qua da un figliuolo, di là da una figliuola, anch’essi in gramaglie.

Specialmente il lunedì sera, alle ore sei, il proprietario vorrebbe che al bureau si sapesse con precisione di quante camere si può disporre. Arriva il piroscafo da Genova, con la gente che rimpatria dalle Americhe, e contemporaneamente, dall’interno, il treno diretto più affollato di viaggiatori.

Jersera, alle sei, si sono presentati al bureau piú di quindici forestieri. Se ne son potuti accogliere quattro soltanto, in due sole camere: questa povera signora in gramaglie col figliuolo e la figliuola, al numero 12 del secondo piano; e, al numero 13 accanto, un signore sbarcato dal piroscafo di Genova.

Al bureau il maggiordomo ha segnato nel registro:

Signor Persico Giovanni, con madre e sorella provenienti da Vittoria.

Signor Funardi Rosario, intraprenditore, proveniente da New York.

Quella vecchia signora in gramaglie ha dovuto staccarsi con dolore da un’altra famigliuola, composta anch’essa di tre persone, con la quale aveva viaggiato in treno e

da cui aveva avuto l’indirizzo dell’albergo. Tanto piú se n’è doluta, quando ha saputo ch’essa avrebbe potuto alloggiare nella camera accanto, se il numero 13, un minuto prima, proprio un minuto prima, non fosse stato assegnato a quel signor Funardi, intraprenditore, proveniente da New York.

Vedendo la vecchia madre piangere aggrappata al collo della signora sua compagna di viaggio, jersera il figliuolo si volle provare a rivolgere al signor Funardi la preghiera di cedere a quell’altra famigliuola la stanza. Lo pregò in inglese, perché anche lui, il giovanotto, è un americano, ritornato insieme con la sorella dagli Stati Uniti da appena una quarantina di giorni, per una disgrazia, per la morte d’un fratello che manteneva in Sicilia la vecchia madre. Ora questa piange; ha pianto e ha sofferto tanto, lungo tutto il viaggio in treno, che è stato in sessantasei anni il suo primo viaggio: s’è staccata con strazio dalla casa dov’è nata e invecchiata, dalla tomba recente del figliuolo con cui era rimasta sola tant’anni, dagli oggetti piú cari, dai ricordi del paese natale, e vedendosi sul punto di staccarsi per sempre anche dalla Sicilia, s’aggrappa a tutto, a tutti: ecco, anche a quella signora con cui ha viaggiato. Se dunque il signor Funardi volesse...

No. Il signor Funardi non ha voluto. Ha risposto di no, col capo, senz’altro, dopo avere ascoltato la preghiera del giovane in inglese: un no da bravo americano, con le dense ciglia aggrottate nella faccia tumida, giallastra, irta di barba incipiente; e se n’è salito in ascensore al numero 13 del secondo piano.

Per quanto il figliuolo e la figliuola abbiano insistito, non c’è stato verso d’indurre la vecchia madre a servirsi anche lei dell’ascensore. Ogni congegno meccanico le incute spavento, terrore. E pensare che ora deve andare in America, a New York! Passare tanto mare, l’Oceano... I figliuoli la esortano a star tranquilla, che per mare non si soffre; ma lei non si fida; ha sofferto tanto in treno! E domanda a tutti, ogni cinque minuti, se è vero che per mare non si soffre.

I camerieri, le cameriere, i facchini, questa mattina, per levarsela d’addosso, si sono intesi di darle il consiglio di rivolgersi al signore della stanza accanto sbarcato or ora dal piroscafo di Genova, di ritorno dall’America. Ecco, lui ch’è stato tanti e tanti giorni per mare, che ha passato l’Oceano, lui si, e nessuno meglio di lui, le potrà dire se per mare si soffre o non si soffre.

Ebbene, dall’alba – poiché i figliuoli sono usciti a ritirare i bagagli dalla stazione e si sono messi in giro per alcune compere – dall’alba la vecchia signora schiude l’uscio pian piano, di cinque minuti in cinque minuti, e sporge il capo timidamente a guardar l’uscio della stanza accanto, per domandare all’uomo che ha passato l’Oceano se per mare si soffre o non si soffre.

Nella prima luce livida, soffusa dal finestrone in fondo allo squallido corridojo, ha veduto due lunghe file di scarpe, di qua e di là. Innanzi a ogni uscio, un pajo. Ha veduto di tratto in tratto crescere sempre piú i vuoti nelle due file; ha sorpreso piú d’un braccio stendersi fuori di questo o di quell’uscio a ritirare il pajo di scarpe che vi stava davanti. Ora tutte le paja sono state ritirate. Solo quelle dell’uscio accanto, giusto quelle dell’uomo che ha passato l’Oceano e da cui ella ha tanta smania di sapere se per mare non si soffre, eccole ancora lì.

Le nove. Sono passate le nove; sono passate le nove e mezzo; sono passate le dieci: quelle scarpe, ancora lì, sempre lì. Sole, l’unico pajo rimasto in tutto il corridojo, dietro quell’uscio solo, lì accanto, ancora chiuso.

Tanto rumore s’è fatto per quel corridojo, tanta gente è passata, camerieri, cameriere, facchini: tutti o quasi tutti i forestieri sono usciti dalle loro stanze; tanti vi sono rientrati; tutti i campanelli hanno squillato, seguitano di tratto in tratto a squillare, e non cessa un momento il sordo ronzio dell’ascensore, su e giú, da questo a quel piano, al pianterreno; chi va, chi viene; e quel signore non si sveglia ancora. Sono già vicine le undici: quel pajo di scarpe è ancora lì, davanti all’uscio. Lì.

La vecchia signora non può piú reggere; vede passare un cameriere; lo ferma; gl’indica quelle scarpe:

– Ma come? dorme ancora?

– Eh, – fa il cameriere, alzando le spalle, – si vede che sarà stanco... Ha viaggiato tanto!

E se ne va.

La vecchia signora fa un gesto, come per dire: «Uhm!» e ritira il capo dall’uscio. Poco dopo lo riapre e sporge il capo di nuovo a riguardare con strano sgomento quelle scarpe lì.

Deve aver viaggiato molto, davvero, quell’uomo; devono aver fatto davvero tanto e tanto cammino quelle scarpe: son due povere scarpacce enormi, sformate, scalcagnate, con gli elastici, ai due lati, slabbrati, crepati: chi sa quanta fatica, quali stenti, quanta stanchezza, per quante vie...

Quasi quasi la vecchia signora ha la tentazione di picchiar con le nocche delle dita a quell’uscio. Torna a ritirarsi in camera. I figli tardano a rientrare in albergo. La smania le cresce di punto in punto. Chi sa se sono andati, come le hanno promesso, a guardare il mare, se è tranquillo?

Ma già, come si può vedere da terra, se il mare è tranquillo? il mare lontano, il mare che non finisce mai, l’Oceano... Le diranno che è tranquillo. Come credere a loro? Lui solo, il signore della stanza accanto potrebbe dirle la verità. Tende l’orecchio; appoggia l’orecchio alla parete, se le riesce d’avvertire di là qualche rumore. Niente. Silenzio. Ma è già quasi mezzogiorno: possibile che dorma ancora?

Ecco: suona la campana del pranzo. Da tutti gli usci sul corridojo escono i signori che si recano giú alla sala da mangiare. Ella si riaffaccia all’uscio a osservare se facciano impressione a qualcuno quelle scarpe ancora lì. No: ecco; a nessuno; tutti vanno via, senza farci caso. Viene un cameriere a chiamarla: i figliuoli sono giú, arrivati or ora; la aspettano in sala da pranzo. E la vecchia signora scende col cameriere.

Ora nel corridojo non c’è piú nessuno; tutte le stanze sono vuote: il pajo di scarpe resta in attesa, nella solitudine, nel silenzio, dietro quell’uscio sempre chiuso.

Pajono in castigo.

Fatte per camminarci, lasciate lì disutili, così logore dopo aver tanto servito, pare che si vergognino e chiedano pietosamente d’esser tolte di lì o ritirate alla fine.

Al ritorno dal pranzo, dopo circa un’ora, tutti i forestieri si fermano finalmente, per l’indicazione piena di stupore e di paura della vecchia signora, a osservare con curiosità. Si fa il nome dell’americano, arrivato jersera. Chi l’ha veduto? È sbarcato dal piroscafo di Genova. Forse la notte scorsa non ha dormito... Forse ha sofferto per mare...– Viene dall’America... Se ha sofferto per mare, traversando l’Oceano, chi sa quante notti avrà passato insonni... Vorrà rifarsi, dormendo un giorno intero. Possibile? in mezzo a tanto frastuono... È già il tocco...

E la ressa cresce attorno a quel pajo di scarpe innanzi all’uscio chiuso. Ma tutti istintivamente, se ne tengono discosti, in semicerchio. Un cameriere corre a chiamare il maggiordomo; questi manda a chiamare il proprietario, e tutti e due, prima l’uno, poi l’altro, picchiano all’uscio. Nessuno risponde. Si provano ad aprir l’uscio È chiuso di dentro. Picchiano piú forte, piú forte. Silenzio ancora. Non c’è piú dubbio. Bisogna correr subito ad avvertire la questura: per fortuna, c’è un ufficio qui a due passi. Viene un delegato, con due guardie e un fabbro: l’uscio è forzato; le guardie impediscono l’entrata ai curiosi, che fanno impeto; entrano il delegato e il proprietario dell’albergo.

L’uomo che ha passato l’Oceano è morto, in un letto d’albergo, la prima notte che ha toccato terra. È morto dormendo, con una mano sotto la guancia, come un bambino. Forse di sincope.

Tanti vivi, tutti questi che la vita senza requie aduna qui per un giorno, mossi dalle piú opposte vicende, sospinti dai piú diversi bisogni, fanno ressa innanzi a una celletta d’alveare, ove una vita d’improvviso s’è arrestata. La nuova s’è sparsa in tutto l’albergo. Accorrono di su, di giú; vogliono vedere, vogliono sapere, chi è morto, com’è morto...

– Non si entra!

C’è dentro il pretore e un medico necroscopo. Dalla fessura dell’uscio, allo spigolo – ecco, ecco – s’intravvede il cadavere sul letto – ecco la faccia... uh, come bianca; con una mano sotto la guancia, pare che dorma... come un bambino... Chi è? come si chiama? Non si sa nulla. Si sa soltanto che torna dall’America, da New York. Dov’era diretto? Da chi era aspettato? Non si sa nulla. Nessuna indicazione è venuta fuori dalle carte, che gli si sono trovate nelle tasche e nella valigia. Intraprenditore – ma di che? Nel portafogli, solo sessantacinque lire, e poche monete spicciole in una borsetta nel taschino del panciotto. Una delle guardie viene a posare sulla lastra di bardiglio del cassettone quelle povere scarpe scalcagnate che non cammineranno piú.

A poco a poco, per liberarsi dalla calca, tutti cominciano a sfollare, rientrano nelle loro stanze, su al terzo piano, giú al primo; altri se ne vanno per i loro affari, ripresi dalle loro brighe.

Solo la vecchia signora, che voleva sapere se per mare non si soffre, rimane lì, innanzi all’uscio, non ostante la violenza che le fanno i due figliuoli; rimane lì a piangere atterrita per quell’uomo che è morto dopo aver passato l’Oceano, che anch’ella or ora dovrà passare.

Giú, tra le bestemmie e le imprecazioni dei vetturini e dei facchini che entrano ed escono di continuo, hanno chiuso in segno di lutto il portone dell’albergo, lasciando aperto soltanto lo sportello.

– Chiuso? Perché chiuso?

– Mah! Niente. Nell’albergo è morto un tale...

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011